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11 Luglio, 2025
Sunset live music a Tenuta di Castellaro concerti al tramonto tra la vigna e il mare
Nel cuore della vigna “Anfiteatro”, un palcoscenico naturale sulle isole di Alicudi, Filicudi e Salina, la musica dal vivo si fonde con i colori del tramonto: dal cantautorato siciliano contemporaneo di Brando Madonia, alle evocazioni cinematografiche di Lina Gervasi, passando per l’eleganza di Domenico Quaceci, il fascino acustico di Luca Madonia e le melodie neoclassiche di Galactica.
Quando il sole comincia a calare e l’aria profuma di vigna e salsedine, la luce si adagia lenta sui filari di Tenuta di Castellaro, tingendo di oro le isole di Alicudi, Filicudi e Salina. È qui, e precisamente nella vigna “Anfiteatro”, adagiata sulla scogliera come un palcoscenico naturale sospeso tra cielo e mare, che prende vita la magia di Sunset Live Music.
Dal 17 luglio all’11 settembre, ogni giovedì sera, la musica dal vivo e il vento tra i filari accompagneranno gli spettatori in un’esperienza intima e irripetibile.
A raccontarne il senso più profondo è Massimo Lentsch, che ha dato origine alla cantina nel 2005: “Abbiamo immaginato questo luogo come un punto d’incontro tra paesaggio e musica. La nostra vigna Anfiteatro non è solo un terreno coltivato, ma un’arena naturale che accoglie emozioni. Qui, dove la vista si perde nel mare e l’energia della terra si respira tra i filari, la musica trova uno spazio puro, autentico. Sunset Live Music è il nostro modo per celebrare l’armonia tra l’uomo e la natura”.
Sergio Zinna, direttore artistico della rassegna
In uno scenario mozzafiato dove lo sguardo abbraccia le isole di Alicudi, Filicudi e Salina e il tramonto colora ogni cosa di meraviglia, prende vita una rassegna di concerti pensati per fondersi con il paesaggio: nove compositori e musicisti tra neo-cantautorato, musica neoclassica e jazz contaminato.
Il programma si apre giovedì 17 luglio alle 20.22 con Brando Madonia, che porterà tra le vigne le atmosfere del suo album d’esordio “Le Conseguenze della Notte”, finalista al Premio Tenco 2023. Segue, il 24 luglio alle 20.17, Lina Gervasi, maestra del theremin, primo sintetizzatore della storia e strumento che si suona senza alcun contatto fisico diretto e senza alcun riferimento visivo con lo stesso, con “Beyond the Mirror”, un viaggio sonoro tra echi di cinema e vibrazioni dell’anima.
Il 31 luglio alle 20.11, Domenico Quaceci esplorerà le potenzialità narrative del pianoforte con “Unspoken Connection”, tra minimalismo e romanticismo. Giovedì 7 agosto alle 20:04 sarà la volta di Luca Madonia, che racconterà “La Mia Storia”, 40 anni di musica italiana in chiave acustica, dai Denovo a Franco Battiato.
Il 14 agosto alle 19.56, il concerto di Galactica – ovvero Isabella Libra, pianista e compositrice e Giovanni Caruso, percussionista, entrambi docenti al Conservatorio V.Bellini di Catania – propone un viaggio sensoriale attraverso i suoni dell’universo, intrecciando melodie neoclassiche con improvvisazioni sperimentali.
Il 21 agosto alle 19.46, il Rosario Di Leo Trio offrirà con “Homotempus” un intreccio di jazz e suggestioni neoclassiche, tra piano, contrabbasso e violoncello. Il 28 agosto alle 19.36, Luca Di Stefano, giovane rivelazione di America’s Got Talent, emozionerà con “19”, performance voce e chitarra dal cuore soul. Il 4 settembre alle 19.26, Damiano Davide e Cecilia Costanzo proporranno “Musica dal Silenzio”, un dialogo rarefatto tra pianoforte e violoncello, che inizia e si dissolve nel silenzio.
La rassegna si chiude l’11 settembre alle 19.15 con il Bloom Trio, che intreccia jazz americano, soul ed elettronica in una formula ricercata ed elegante.
Gli spettacoli iniziano un’ora prima del tramonto. I biglietti sono acquistabili on line su visit.tenutadicastellaro.it. Il pubblico potrà vivere un’esperienza completa prenotando anche la cena al Castellaro Bistrot, per scoprire il menù dello chef Giacomo Caravello, un tributo alla biodiversità dell’arcipelago eoliano. In caso di maltempo, i concerti si terranno al coperto, nella suggestiva barricaia della Tenuta.
Tenuta di Castellaro: Lì dove il sole cala a picco sul mare e si trasmette la millenaria tradizione della coltivazione ad alberello, sorge su terreno vulcanico Tenuta di Castellaro, un monumento dedicato alla natura, alla cultura, all’architettura. Il progetto enologico, strettamente legato all’ambito storico e paesaggistico, racconta un territorio unico come quello di Lipari, la principale delle isole Eolie. Sono 24 ettari vitati per circa 70mila bottiglie l’anno e una moderna cantina all’avanguardia, oltre a un wine resort e al parco geominerario delle Cave di Caolino, ripulito e bonificato per metterlo a disposizione della collettività: Tenuta di Castellaro è una realtà unica e articolata, che vive da sempre un approccio naturale alla viticoltura, utilizzando protocolli biologici e vegan. Il fascino selvaggio di questo angolo di mondo, incontaminato, remoto e magnetico ha stregato la famiglia bergamasca Lentsch, che nel 2005 ha deciso di intraprendere un grande progetto vitivinicolo e paesaggistico: preservare, valorizzare e far conoscere la bellezza di questo luogo, custodendone le tradizioni e le peculiarità, dando vita a vini realizzati da uve autoctone isolane, a partire dalla Malvasia delle Lipari e il Corinto Nero, che siano puro estratto di un territorio.
La Redazione
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11 Luglio, 2025
Francesco Crisponi. A Mamoiada si respira serenità
Cosa è la serenità?
La definizione più bella che ho trovato è stata quella che mi è apparsa appena ho cercato su Google la parola serenità
La condizione del cielo quand’è sgombro di nubi e del tempo quando il cielo è così
Sembra una banalità ma queste parole possono essere utilizzate per qualunque accezione si voglia dare alla serenità.
Si è sereni quando il nostro animo, la nostra mente, il nostro cuore, è libero da qualunque tipo di impedimento sovrastrutturale in grado di alterarne, in genere peggiorando, lo stato in cui siamo.
Essere sereni ha una immediata e importante conseguenza, il vivere bene. Forse anche più a lungo.
Seneca diceva che La vita è come una commedia: non importa quanto lunga, ma come è recitata.
Pensare di recitare per tutta la vita è complicato ma, interpretarla in un modo piuttosto che in un altro è assolutamente dirimente. Di certo, se si continua a desiderare sempre qualcosa di diverso rispetto a quello che abbiamo, la condizione di serenità viene meno.
Disturbo nuovamente Seneca per ricordare ancora una sua espressione: Nessuno può essere felice se è costantemente immerso nei desideri.
Ecco allora, per essere sereni occorre apprezzare la propria vita. Complessa o semplice che sia.
Persone come noi vivono una vita intensa e molto bella.
È una frase che mi colpisce molto. Specialmente quando si tratta di una sorta di introduzione alla chiacchierata che sta per avvenire. Francesco Crisponi e sua moglie Patrizia. Ci siamo conosciuti ad un interessantissimo evento incentrato sui vini della Sardegna organizzato da Maurizio Valeriani e Vinodabere. Già li ero rimasto colpito dalla loro semplice serenità. Due persone, due cuori, due anime. Unite in un meraviglioso idillio di serenità.
Vivono a Mamoiada, piccolo paese del nuorese, conosciuto forse ai più per i Mamuthones, le maschere del carnevale locale di tradizione antica. Uomini vestiti con pelli di pecora e maschere nere che incedono con piccoli saltelli per le vie del paese provando a prendere al lazo le donne in segno di buon auspicio. Un rituale antichissimo che si lega a doppio filo con il vino che a Mamoiada non è solo un liquido ma ulteriore segno di una cultura millenaria.
I Mamuthones fanno la prima uscita il 16 e il 17 gennaio che ovvero quando si assaggia il vino nuovo. Si usa buttare a terra un goccio di vino per restituire alla terra il vino poiché è stata generosa proprio nel darci il vino. Il rito dei Mamuthones è propiziatorio della nuova annata. Quando non sono potuti uscire per il maltempo l’annata non è andata bene. Adesso devono uscire anche quando piove. Magari non fanno i fuochi ma escono.
A Mamoiada ci sono 380 ettari di superficie vitata. Quasi l’8% del territorio comunale. Tanti piccoli appezzamenti, tante Ghiradas, sparse un pò ovunque. In fondo ogni famiglia deve avere la sua vigna.
Mio nonno aveva i vigneti. Mio padre lavorava le vigne. Abbiamo sempre lavorato in questa realtà. Questo mondo ci appartiene. È spontaneo e normale. Dal 2000 quando la cantina sociale è fallita, ci siamo messi ad imbottigliare. A Mamoiada ci sono circa una quarantina di piccole realtà. Dalle 3000 alle 10000 bottiglie. Qualcuna anche di meno. Noi produciamo circa 4000 bottiglie.
Nei bar di Mamoiada non si parla di calcio ma di vino, di vigna, di potature. Ogni famiglia coltiva il Cannonau e la Granatza alla maniera degli anziani del paese, nobili e instancabili dispensatori di saggezza. Nessuno qui è invidioso della propria vigna e del proprio vino.
Noi veniamo da una tradizione importante. Parliamo di 40 cantine che imbottigliano ma in realtà ce ne sono duecento. Ogni famiglia produce vino. Fa parte del nostro patrimonio culturale. La vivi perché viene tramandata nei secoli. Come il vitigno Cannonau. Gli anziani sono sempre dispensatori di ottimi consigli. Hanno una disponibilità di animo incredibile. Vogliono essere coinvolti attivamente nella vita sociale. Qui ci si ferma a parlare anche se sei di fretta.
Se ti fermi a parlare con un anziano e chiedi consigli, finisci per assaggiare il suo vino nella sua cantina. L’unica cosa che non si deve mai fare è criticarlo. Il vino si intende. Gli anziani qui sono persone da rispettare, quasi venerare. Per la loro esperienza. Per il bagaglio culturale che portano con se. Per non essersene andati. Sempre pronti a condividere la propria conoscenza per il semplice piacere di farlo. Per la voglia di tramandare gli insegnamenti che loro stessi hanno ricevuto. Non per business, solo per la voglia di continuità.
Gli anziani sono molto più preparati e disposti di noi. Noi ne facciamo anche questione di business, loro no.
Il vino qui si ama per la sua spontaneità fatta di lieviti indigeni e fermentazioni spontanee. Di piante ad alberello la cui età è sconosciuta ai più. Di trattamenti in vigna quasi inesistenti. Di vinificazioni senza fronzoli e dettate solo da pulizia, amore, serenità. Ed è proprio questo che si ritrova nei vini di Mamoiada: la semplice perfezione.
Ecco perché Mamoiada è un patrimonio pazzesco. Una luogo di tradizione che deve vivere. Una radice che deve vivere. Senza la radice un albero muore
Io non vengo da questo mondo perché ho lavorato nel campo dell’edilizia e mia moglie è infermiera e lavora in ospedale. Nel 2021 abbiamo deciso di cominciare questa avventura prendendo dei vigneti e iniziando a lavorarli.
Un problema di salute costringe Francesco ad abbandonare il lavoro. Già questo potrebbe spaventare i più e, se aggiungiamo che ci sono ben otto figli (sette maggiorenni e una di nove anni), credo che in pochi sarebbero riusciti a dormire la notte.
Nel 2021 ho dovuto lasciare per un problema di salute l’edilizia. Ci siamo detti: cosa si può fare.
Il modo con il quale Francesco dice quel “cosa si può fare” è disarmante per la serenità che dimostra. Certo, c’è il lavoro di Sandra ma non è che basti. Eppure la decisione è di prendere dei terreni e lavorarli.
Qui tantissimi anziani decidono di darti questi terreni a mezzadria. Ho una casa abbastanza grande dove ho deciso di fare una cantina. Facciamo qui il vino ma non l’imbottigliamento perché viene il camion a domicilio. Abbiamo avuto anche una botta di culo di trovare dei vigneti con terreni incredibili. Lavoriamo anche un vigneto centenario. Io ho un enologo che è Francesco Sedilesu che è un pò l’iniziatore della nuova viticoltura qui. È un mio vicino di casa. Lo chiamo in ogni momento. Ci siamo immersi in questo mondo dopo aver studiato.
Ricominciare. Partendo da zero. Sì può fare se la comunità, le persone che hai intorno, sono con te. Le 2500 anime di Mamoiada sono una vera grande famiglia unita nella voglia di stare bene insieme e di pensare al bene del territorio.
Io ho avuto la fortuna di essere amministratore a Mamoiada dal 2010 al 2015. Assessore alla cultura e vicesindaco. Una predisposizione a voler bene a questo territorio. Il vino qui è una esperienza condivisa. Si cerca di ottimizzare l’esperienza di tutti. Qui non si respira rivalità e concorrenza.
Nessuna invidia. Nessuna rivalità. C’è spazio per tutti perché qui il vino è veramente cosa di tutti. Qui hanno veramente compreso come per star tutti bene occorra una rete di persone che unite, ancorché ciascuno con la propria individualità, lavorano insieme per il bene del territorio.
Ho fatto sempre le escursioni. Ma è una attività occasionale. Mamoiada sta diventando una località interessante nonostante sia una realtà di 2500 abitanti. Tanta cultura. Identità. Iniziamo i nostri giovani a questo.
Poter condividere il territorio. Condividere ciò che si fa e ciò in cui si crede. La cosa più bella. Così bella da dar vita anche ad una associazione che si occupa del vino di Mamoiada: Mamojà.
L’associazione nasce per volontà di Francesco Sedilesu. È stato uno che si è impegnato tantissimo per la valorizzazione del territorio. Il vino non è solo una bevanda ma qualcosa di radicato nella società. Con il vino viviamo tutti i momenti solenni della vita: dal battesimo al matrimonio. I momenti di festa e religiosi. Tutta la convivialità. Le nostre vendemmie sono festa.
Anche nelle parole di Francesco c’è tanta voglia di condivisione. Lui e la moglie, una cantina giovane che ha bisogno di crescere e di promuovere il proprio vino. La consapevolezza è che con solo due ettari in affitto non si va da nessuna parte. Da soli.
Sanno di avere per le mani un patrimonio pazzesco. Due vigne con piante di venticinque e oltre cento anni. Qualcosa da curare in maniera maniacale e, soprattutto, grande responsabilità.
Ci sono sempre gli agronomi che danno una mano. In anni dove ci sono state malattie legate alla vita, questi vigneti centenari hanno cosi sviluppato anticorpi che non c’è stato bisogno di fare nulla. Noi siamo in biologico. La nostra scelta è rischiare che qualche annata non sia al massimo della produzione.
Una pianta ultracentenaria è come una persona anziana della quale si ha profondo rispetto per quanto ha donato al mondo. Ha oltre cento anni ma ha ancora tanto da dare. Occorre grande cautela e accortezza per evitare che non resista alla forza di lavorazioni mal fatte. Per tutto il resto, ci pensa da sola: ne ha viste di cose nel corso della sua lunga vita. È solo cosi che ha resistito fino ad oggi: adattandosi e lottando. Ora però è stanca. Stanca per gli innumerevoli frutti prodotti, per le infinite vendemmie e per tutte le ferite inferte dalle continue potature. Avrebbe bisogno di riposo. Ma non è giunto ancora il momento.
Nella vinificazione cerchiamo di rimanere fedeli alla tradizione. Innovazione con gli strumenti ma non facciamo grandi cose. È il territorio che è generoso. Più ci metti di tuo più le cose non vanno. Poi, le rese qui sono bassissime.
Due le etichette prodotte entrambe da Cannonau. Poi un rosato sperimentale e un bianco da Granazza che prima o poi diventerà continuativo visti i nuovi impianti (oggi ci sono solo 200 bottiglie…).
Due espressioni del Cannonau che recano in se le particolarità di due Ghiradas diverse e due età diverse delle vigne. Due etichette che caratterizzano Mamoiada come l’esatta provenienza del vino: le visera, le maschere dei Mamuthones stilizzati che si congiungono ai cerchi concentrici delle pietre istoriate della Stele di Boeli, Sa Perda Pintà
Il Ghirada Elisi è qualcosa di monumentale per la capacità di essere fedele al territorio nel rispetto delle vigne centenarie dalle quali proviene. Il passaggio in botte (tonneaux da 500 litri) lo ha ammorbidito quel tanto da non farlo essere spigoloso. È giovane e vivo e il suo rubino intenso ne è fedele attestazione.
Profuma di bosco e di frutta croccante, di mirto potente e di spezie antiche, di terra bagnata e di duro pellame. Profumi che il balsamico esaltare maggiormente in maniera che quasi non ce ne si accorge.
Ogni sorso è un colpo di tamburo che accompagna il passo di un Mamuthones, ogni aroma che emerge, una maschera che cade.
Il calore si sprigiona in bocca, armonico, fresco, sapido. Avvolge, penetra nelle viscere, senza possibilità alcuna di poterne fare a meno.
Una rusticità elegante, un patrimonio da preservare come una maschera del carnevale storico. Ogni volta che se ne versa una lacrima nel calice non può che essere un ringraziamento a quelle piante che continuano a regalare cotanta meraviglia prodotta in sole mille bottiglie.
Visera è l’altro Cannonau. Proviene da vigne non centenarie ma pur sempre antiche. Non è una diminutio anche perché voglio vedere quante vigne hanno venticinque anni. Il colore è un bellissimo rubino che inizia a virare verso il granata. Limpido, bellissimo e con una vivacità che sa di eleganza e finezza.
I sentori sanno immediatamente di mirto e di un prugna matura con una vena di acerbo dato dai piccoli frutti neri e reso accattivante dall’incipiente sottobosco. Il mirto avanza assecondato da un po’ di balsamico. Qualche piccola spezia, soprattutto noce moscata, chiodi di garofano e pepe che è poi quello che svetta un po’ di più.
Il sapore in bocca è meraviglioso: c’è ampiezza e c’è un tannino maturo e non invadente anzi, gentile. La frutta, che si percepisce al contempo polposa e croccante, si espande in bocca lasciandola poi pulita in una maniera pazzesca. Sapido da provocare una lunga salivazione e un finale che fa miracolosamente mutare la prugna in secca con un senso di quasi affumicato. Interessante, meraviglioso, ampio, godurioso ma anche fine, elegante; ricco e completamente, indissolubilmente legato alla Sardegna, a questo territorio grazie alla sua inconfondibile macchia mediterranea che emerge.
Si sente la giovinezza di queste piante rispetto al centenario, ma Visera è un vino veramente fatto bene bene bene.
Bevendo questi due vini, sono rimasto appagato. Totalmente appagato. ho veramente trovato un senso di serenità nel calice (non attraverso il calice…).
l nostro motto è poco ma buono. Ma lo facciamo dire agli altri.
Ghirada Elisi e Visera, sono qualcosa in più del buono. Sono vini autentici , incredibilmente territoriali. Non impostati. Non costruiti. Non artefatti. Veri.
Le annate sono diverse ma va bene cosi. Non c’è mai un vino come l’annata precedente. Non usiamo lieviti, le fermentazioni sono spontanei, non aggiungiamo niente. I nostri vini non sono abboccanti. Ma ci piace farli cosi.
Patrizia è presente anche se in disparte. Guarda il marito Francesco con occhi innamorati. Vaglielo a dire a quelli che sostengano come l’amore si spenga con l’arrivo del figlio. Qui ce ne sono otto e a guardarli sono una coppia bellissima. Serenità. Tutto qui il segreto.
Io in primis sono un amante della natura e tante volte ho detto a Francesco di voler avere una campagna. Il toccare con mano la cura di queste vigne, la cura della pianta, del terreno, ci ha fatto bene. Prima era solo delegata agli altri ma trovare soddisfazione quando deriva dal tuo lavoro è meraviglioso. Noi facciamo tutto a mano. Anche le etichette. Quando abbiamo tempo mettiamo le etichette.
Se non sono parole di pura serenità queste allora non ho capito niente della vita.
Quando lui faceva le escursioni si andava anche in cantina di altre persone. Quando abbiamo fatto sotto casa la nostra ed è venuto il primo gruppo, è stata una grande soddisfazione. I gruppi vengono ospitati in famiglia e cuciniamo noi. Noi siamo contenti così.
Mamoiada fa parte del carnevale storico. Ospiteremo in cantina i gruppi delle maschere estere. Ho avuto l’incarico di fare uno scambio culturale per vivere il territorio.
Aldilà della politica che in questo caso c’entra il giusto, quello che continua ad essere di tutta evidenza è la capacità di una popolazione di fare fronte comune per la valorizzazione del territorio. Fronte comune che vuol dire non essere invidiosi e collaborare perché ciò che conta davvero è il bene comune. Quando c’è questo, quello individuale è solo una immediata e diretta conseguenza.
I Mamuthones, il carnevale, i percorsi, le cantine, le ghiradas, il vino, il formaggio. Tutto questo fa il territorio. Tutto questo è Mamoiada.
È qui che c’è l’azienda di Francesco Crisponi e di sua moglie Patrizia. È qui che si producono i loro vini. In un ambiente che sa di famiglia unita. Si vede. Sì respira amore e unità. Soprattutto serenità.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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10 Luglio, 2025
L'Italia del gusto conquista il mondo. Nasce Best Restaurant & Wines of 2025, la prima edizione internazionale firmata Le Guide de l'Espresso
Ci sono storie che meritano di essere raccontate oltre i confini. Storie di passione, territorio, creatività e tradizione. Nasce “Best Restaurants & Wines of 2025”, il nuovo “best of” de Le Guide de L’Espresso, un’iniziativa che unisce autorevolezza, qualità e visione internazionale, per portare l’Italia del gusto sulle tavole più prestigiose del mondo.
Un volume, in inglese e in francese, che raccoglie i 100 migliori ristoranti e le 100 migliori cantine selezionati per far conoscere l’eccellenza enogastronomica del nostro Paese al mondo intero. Completano l’opera le interviste esclusive a 10 chef e 10 cantine d’eccellenza, insieme alla prestigiosa classifica Top 50 Wines in the World.
L’intero progetto de Le Guide si avvale della cura di Luca Gardini – tra i massimi esperti della ristorazione e dei prodotti d’eccellenza, oltre che insignito come miglior critico di vini italiani al mondo dalla World Ranking of Wine Critics – e di Gianluca Montinaro – già storico collaboratore nel ventennio della direzione Vizzari, tra i più attenti osservatori della scena enogastronomica italiana e autore di numerosi studi dedicati alla cultura europea e ai linguaggi del gusto.
Raccontare il meglio significa farlo con responsabilità, competenza e indipendenza. “Best Restaurants & Wines of 2025” nasce nel solco dei valori che da oltre quarant’anni caratterizzano Le Guide de L’Espresso e ne rappresenta l’evoluzione su scala internazionale. In questo percorso si inserisce il nuovo codice etico, annunciato durante l’evento dal Presidente de L’Espresso Gianluca Ianuario: uno strumento che rafforza ulteriormente la trasparenza e il rigore del metodo di selezione adottato da tutte Le Guide de L’Espresso. Dietro ogni nome scelto c’è un percorso di osservazione diretta, di ascolto e di valutazione costruito nel tempo, basato su criteri chiari. Il codice etico rappresenta il riferimento concreto di questo impegno: garantisce indipendenza nelle valutazioni, trasparenza nei metodi, replicabilità dei processi e pone al centro l’esperienza reale dell’ospite, vissuta in condizioni ordinarie, senza filtri né eccezioni. Un principio che accompagna ogni edizione e che oggi si rafforza: raccontare l’eccellenza con serietà e passione e farlo sempre in modo credibile e responsabile.
Emanuele Bernava, direttore marketing L’Espresso
Con questa prima edizione internazionale, Le Guide de L’Espresso compiono un passo decisivo oltre i confini nazionali, trasformandosi in uno strumento di riferimento per promuovere l’eccellenza enogastronomica italiana su scala globale. Vogliamo raggiungere viaggiatori e appassionati nei principali snodi del turismo internazionale – grandi città, aeroporti e stazioni -portando il meglio della nostra tradizione culinaria in contesti strategici per la visibilità internazionale.
“Best Restaurants & Wines of 2025” nasce in partnership con il Gruppo Pellegrini, con l’obiettivo comune di promuovere nel mondo l’eccellenza italiana, sempre con uno sguardo attento alla responsabilità sociale e alla valorizzazione del cibo come strumento di benessere. Un approccio che si fonda su una visione valoriale condivisa con Le Guide e incentrata su qualità e accoglienza.
Il Gruppo Pellegrini è infatti un punto di riferimento nella ristorazione collettiva, promuove qualità e cultura alimentare nei luoghi di lavoro e di studio. Con Pellegrini Catering Overseas, questo stesso impegno raggiunge anche i contesti internazionali. Ma nutrirsi è anche “prendersi cura”: da questo principio, sostenuto anche da Le Guide de L’Espresso, nascono progetti come il Ristorante Ruben di Milano, voluto dalla Fondazione Ernesto Pellegrini per offrire ogni sera una cena a chi vive situazioni di difficoltà, o l’iniziativa Gli Amici del Pellegrino, per rendere accessibile, a prezzi calmierati, la ristorazione di qualità ai turisti in occasione del Giubileo.
Il Gruppo Pellegrini è inoltre attivo nella ricerca sul valore del cibo come leva di salute, longevità e inclusione, temi che figurano tra i principi che ispirano anche Le Guide. Ne sono esempio le numerose iniziative di promozione di cultura alimentare portate avanti dall’Accademia Pellegrini, un organismo scientifico che ha lo scopo di ricercare, studiare, elaborare proposte e soluzioni all’avanguardia che non solo vengano incontro alle esigenze della società, ma le anticipino. In occasione del suo 60° anniversario la Pellegrini è inoltre partner della 24ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano dal tema “Inequalities”, nella quale si affrontano temi come il legame tra cibo e longevità e le nuove povertà che diventano fragilità invisibili.
Della Pergola, direttore marketing Pellegrini
La Pellegrini è la prima azienda imprenditoriale italiana del suo settore e ha come mission quella di prendersi cura del benessere delle persone attraverso le proprie attività: ristorazione collettiva e vending, welfare aziendale, pulizia e servizi integrati, forniture alimentari. Ogni giorno ci prendiamo cura di circa 400mila persone, producendo oltre un milione di porzioni di cibo. Per la Pellegrini la garanzia della massima qualità e il benessere dei clienti e utenti sono da sempre delle priorità che guidano i nostri processi e che vanno ben oltre il mero atto del cucinare buon cibo. Da dieci anni, inoltre, attraverso la nostra Fondazione e il Ristorante solidale Ruben, Pellegrini è impegnata nel contrasto alla povertà e ad una prospettiva di vita meno longeva per le persone più fragili.
Lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento: il 23 ottobre, nella prestigiosa cornice del Teatro Arcimboldi di Milano, saranno presentate ufficialmente Le Guide de L’Espresso 2026, un nuovo capitolo dedicato ai talenti, ai territori e alle realtà che ogni giorno contribuiscono a scrivere la migliore tradizione enogastronomica del nostro Paese.
La Redazione
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10 Luglio, 2025
L'estate addosso, il lambrusco nel calice
I Custodi del Lambrusco presentano 10 vini ideali per rinfrescare i tuoi momenti estivi.
L’estate chiama bollicine, e il Lambrusco risponde con freschezza, eleganza e carattere. I Custodi del Lambrusco, l’associazione che riunisce 27 produttori con una visione condivisa di qualità e identità territoriale, presentano una speciale selezione di 10 Lambruschi perfetti per la bella stagione.
Una scelta che non copre l’intera gamma di espressioni e stili di lambrusco prodotti dai Custodi, ma ne riassume certamente la diversità. Tra Metodo Classico e Charmat, biologico e millesimato, questi vini rappresentano alcune delle interpretazioni più convincenti e contemporanee del Lambrusco.
La selezione dei Custodi del Lambrusco per l’Estate 2025:
Elettra Spumante Brut Rosé – Villa di Corlo (Lambrusco di Sorbara DOC)
Metodo Classico dai profumi di crosta di pane e frutta bianca, elegante e brioso. Ideale per aperitivi in terrazza. Rosé Brut Metodo Classico – Cantina della Volta (Lambrusco di Sorbara DOC)
Bollicina fine e bouquet ricco in cui spiccano lampone e fragolina di bosco. Da servire con risotti delicati o formaggi freschi. Rosae – Cantina Divinja (Lambrusco di Sorbara DOC)
Elegante e vivace, con profumi intensi di piccoli frutti rossi. Freschissimo, per accompagnare cruditè e sushi. Valentina – Garuti (Lambrusco di Sorbara DOC)
Profumi delicati di ribes, fragola e ciliegia al naso. Mineralità spiccata in bocca. Ideale con salumi e formaggi. Quintopasso Rosé Millesimato 2017 – Tenute Cleto Chiarli (Lambrusco di Sorbara DOC)
Metodo Classico millesimato, 100% Sorbara. Spiccata acidità equilibrata dalla morbidezza del frutto. Ottimo con la carbonara. Opera Rosa – Opera 02 (Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC)
Biologico, metodo Charmat, morbido e profumato. Sentori di fragolina di bosco e viola. Perfetto con prosciutto crudo e culatello. Noi Due – La Piana Winery (Grasparossa di Castelvetro DOC)
Rosé biologico con bollicine delicate, sentori fruttati e grande bevibilità. Per piatti a base di pesce e frutti di mare. Fabula Spumante Brut Rosé – Manicardi (Grasparossa di Castelvetro DOC)
Intenso, dalle note fruttate e floreali con sentori di biancospino e viola. Da provare con piatti di pesce. Cadelvento Rosé – Venturini Baldini (Reggiano Lambrusco DOC)
Biologico, metodo Charmat lungo, fresco e raffinato. Note di rosa canina e susina matura. Ideale come aperitivo e in abbinamento con piatti di pesce. Il Mio Rosa – Rinaldini (Reggiano IGT)
Cuvée extra dry di Malvasia e Lambruschi autoctoni, con etichetta dipinta a mano. Fresco, elegante e unico, anche nel look. Accompagna bene i crostacei. Questi dieci vini sono solo alcune delle tante voci che compongono il coro dei Custodi del Lambrusco, 27 produttori che raccontano le sfumature di un territorio e di un vino in costante evoluzione. I 10 Lambruschi scelti sono ideali che si tratti di un aperitivo sul balcone, una cena tra amici o un picnic in montagna. Perfetti alleati dell’estate, celebrano la convivialità con stile e semplicità. I Custodi del Lambrusco sono una nuova associazione che riunisce 27 produttori di Modena e Reggio Emilia con l’obiettivo condiviso di difendere, valorizzare e (ri)posizionare il Lambrusco tra i grandi vini. Uniti da una “rivoluzione gentile”, i Custodi si impegnano a riscrivere la percezione di questo vino straordinario, raccontandolo in modo inclusivo, senza divisioni territoriali, e puntando su qualità, autenticità e contemporaneità. Dalla vigna alla bottiglia, ogni scelta produttiva è orientata a esaltare il vero carattere del Lambrusco, simbolo vivo della cultura, della storia e dell’identità emiliana. La Redazione
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Metodo Classico dai profumi di crosta di pane e frutta bianca, elegante e brioso. Ideale per aperitivi in terrazza. Rosé Brut Metodo Classico – Cantina della Volta (Lambrusco di Sorbara DOC)
Bollicina fine e bouquet ricco in cui spiccano lampone e fragolina di bosco. Da servire con risotti delicati o formaggi freschi. Rosae – Cantina Divinja (Lambrusco di Sorbara DOC)
Elegante e vivace, con profumi intensi di piccoli frutti rossi. Freschissimo, per accompagnare cruditè e sushi. Valentina – Garuti (Lambrusco di Sorbara DOC)
Profumi delicati di ribes, fragola e ciliegia al naso. Mineralità spiccata in bocca. Ideale con salumi e formaggi. Quintopasso Rosé Millesimato 2017 – Tenute Cleto Chiarli (Lambrusco di Sorbara DOC)
Metodo Classico millesimato, 100% Sorbara. Spiccata acidità equilibrata dalla morbidezza del frutto. Ottimo con la carbonara. Opera Rosa – Opera 02 (Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC)
Biologico, metodo Charmat, morbido e profumato. Sentori di fragolina di bosco e viola. Perfetto con prosciutto crudo e culatello. Noi Due – La Piana Winery (Grasparossa di Castelvetro DOC)
Rosé biologico con bollicine delicate, sentori fruttati e grande bevibilità. Per piatti a base di pesce e frutti di mare. Fabula Spumante Brut Rosé – Manicardi (Grasparossa di Castelvetro DOC)
Intenso, dalle note fruttate e floreali con sentori di biancospino e viola. Da provare con piatti di pesce. Cadelvento Rosé – Venturini Baldini (Reggiano Lambrusco DOC)
Biologico, metodo Charmat lungo, fresco e raffinato. Note di rosa canina e susina matura. Ideale come aperitivo e in abbinamento con piatti di pesce. Il Mio Rosa – Rinaldini (Reggiano IGT)
Cuvée extra dry di Malvasia e Lambruschi autoctoni, con etichetta dipinta a mano. Fresco, elegante e unico, anche nel look. Accompagna bene i crostacei. Questi dieci vini sono solo alcune delle tante voci che compongono il coro dei Custodi del Lambrusco, 27 produttori che raccontano le sfumature di un territorio e di un vino in costante evoluzione. I 10 Lambruschi scelti sono ideali che si tratti di un aperitivo sul balcone, una cena tra amici o un picnic in montagna. Perfetti alleati dell’estate, celebrano la convivialità con stile e semplicità. I Custodi del Lambrusco sono una nuova associazione che riunisce 27 produttori di Modena e Reggio Emilia con l’obiettivo condiviso di difendere, valorizzare e (ri)posizionare il Lambrusco tra i grandi vini. Uniti da una “rivoluzione gentile”, i Custodi si impegnano a riscrivere la percezione di questo vino straordinario, raccontandolo in modo inclusivo, senza divisioni territoriali, e puntando su qualità, autenticità e contemporaneità. Dalla vigna alla bottiglia, ogni scelta produttiva è orientata a esaltare il vero carattere del Lambrusco, simbolo vivo della cultura, della storia e dell’identità emiliana. La Redazione
10 Luglio, 2025
ITINERE 2025
IL COSA E IL DOVE
Il fine settimana del 14 e 15 Giugno, nell’insolita location del MIKE’S RESTAURANT, al quarto piano dello storico Palazzo COIN di Piazzale Appio a Roma, è andato in onda ITINERE, Evento fuori schema organizzato da TASTE FACTORY e BEREFACILE con la collaborazione di WINE TALES MAGAZINE come media partner.
Una due giorni all’insegna del vino ma anche del cibo, con un ritmico alternarsi di tavoli da dietro i quali i Produttori proponevano le loro eccellenze e altri con interessanti proposte gastronomiche.
Quaranta Aziende distribuite in due sale tra scaffali, vetrine e vetrate dalle quali si domina Piazzale Appio.
40 come i gradi (almeno) percepiti a causa della mancanza di aria condizionata, temperatura che sapeva di scherzetto a quanti come me pensavano di poter sfuggire al caldo africano che attanagliava la Capitale.
Tanto da assaggiare e tante masterclass dedicate non solo al vino ma anche a interessanti e insoliti abbinamenti (come quella che raccontava di un possibile matrimonio d’amore tra la birra artigianale di e il sushi).
Provato dall’eccessivo caldo, confesso di aver assaggiato solo una quarantina di etichette.
Non ho trovato molto di cui sorprendermi ma una “TOP NINE” sono comunque riuscito a proporvela (due “pezzi da novanta” li trovate nel racconto della masterclass dedicata a GRADIS’CIUTTA), date una letta alle mie note d’assaggio, criticatele, suggeritemi qualcosa che mi sono perso ma soprattutto…assaggiate e condividete.
GLI ASSAGGI
– ALTA LANGA DOCG “CUVÉE 60 MESI” BRUT 2013 RISERVA, GANCIA (PIEMONTE): al naso si intrecciano sensazioni balsamiche e di sottobosco, con toni di scorza di cedro, nocciola e piccola pasticceria secca.
La Brezza minerale induce un sorso in cui lo Chardonnay alza un po’ la voce aggiungendo grassezza all’affilata lama a doppio taglio di freschezza e sapidità.
Chiude su ricordi di nocciola dopo aver sottolineato la frutta gialla matura.
88/+ Punti.
– ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC METODO CLASSICO PAS DOSÉ 2020, KETTMEIR (ALTO ADIGE): appena fumé, minerale e montano, propone al naso la freschezza dei prati alpini sottolineando erbe amare e mentolate balsamicità senza dimenticarsi degli agrumi.
Sorso di verticale freschezza con sapidità ed effervescenza che si prendono per mano ritmando l’assaggio e allungandone la piacevolezza.
88++ Punti.
– COLLI TORTONESI DOC TIMORASSO “PITASSO” 2021, CLAUDIO MARIOTTO (PIEMONTE): davvero elegante l’olfatto, ricco di cespugli di macchia mediterranea, finocchietto selvatico e lavanda, resine balsamiche, pot pourri in una atmosfera carica di marina salinità.
Sorso dritto, serio, poco incline alle smancerie, estremamente definito nel suo abito salino, lunghissimo e mai stanco.
88+/++ Punti.
– COLLI TORTONESI DOC FREISA “BRAGHÈ” 2022, CLAUDIO MARIOTTO (PIEMONTE): un Freisa scuro, di bosco, pepe, tabacco, china, pepe, liquirizia, ferro…
E poi il rosso dei fiori, dei piccoli frutti selvatici e le note amaricanti delle erbe officinali.
Sorso materico, sostanzioso, ma che la schietta sapidità e quegli intrecci d’agrume e tannini rendono agile e mai stancante.
87 Punti.
– MITTERBERG IGT BIANCO “NÖRDER CUVÉE BLANC” 2023, PLONER (ALTO ADIGE): Sauvignon, Riesling Renano e Pinot Bianco che contribuiscono ciascuno per la propria parte alla complessità dell’olfatto.
Ecco allora pesca non matura, agrumi e ginestre sposare spezie e mineralità.
È una leggera nota erbacea ad introdurre un sorso decisamente fresco, morbido quanto il legno grande consente e con un lungo finale minerale.
87/+ Punti.
– LAZIO IGT BELLONE “MAROSO” 2023, I PAMPINI (LAZIO): basta avvicinare il naso al calice per aver voglia di esclamare: “alla faccia del Cacchione”!
Un anno e mezzo sur lie per una scazzottata tra mela matura e mentuccia, tra frutta esotica (ahiahi) ed erbe aromatiche, tra spezie dolci e fiori gialli.
In bocca è la frutta ad aprire le danze ma nel breve il palcoscenico è tutto del sale, quello del mare e quello della terra.
Piacevolmente ammandorlato il finale che avrei preferito un pochino più lungo ma…mica si può avere tutto!
88+ Punti.
– LAZIO IGT BELLONE “NON FILTRATO” 2022, I PAMPINI (LAZIO): se l’olfatto fosse un colore sarebbe “giallo”, di camomilla e frutta matura, d’agrume e ginestra…
Fresco di erbe officinali e intriso di mineralità spinge il calice verso la bocca rivelando un sorso piacevolissimo, fresco, sapido e di intrigante persistenza.
88— Punti.
– SALAPARUTA DOC NERO D’AVOLA 2016, BRUCHICELLO (SICILIA): un olfatto dominato dai caldi sentori di prugna e frutta rossa in confettura.
Dolcezze che sposano dolcezze quando si affacciano la speziatura di chiodi di garofano e i tabacchi aromatici.
Una nota ferrosa introduce un sorso fresco e sostanzioso, dotato di una massa tannica capace di stemperare i grassi ricordi fruttati equilibrando un assaggio dotato di un lungo finale.
Un Nero d’Avola non banale.
87+ Punti.
– SALAPARUTA DOC CABERNET SAUVIGNON 2014 RISERVA, BRUCHICELLO (SICILIA): subito fruttato, racconta frutta rossa matura ma ancora integra (in parte, forse, sotto spirito), sottili tostature ci caffè e cioccolato, fiori secchi e…l’immancabile firma di peperone del vitigno ad affiancare freschezze di felci e sottobosco.
Sorso fresco, sostanzioso e coerente, forse meno sapido di quanto mi sarei aspettato e mi sarebbe piaciuto ma piacevolmente tannico.
87- Punti.
LA MASTERCLASS
Protagonisti sono la Ribolla Gialla e GRADIS’CIUTTA, un vitigno e un’Azienda transfrontalieri.
L’una e l’altra protagonisti di un Territorio e della Storia.
La famiglia di Robert Prinčič abita la terra tra le Prealpi Giulie e il mare da generazioni, il vino è un tatuaggio che neppure quella notte del 1947 è riusciti a cancellare.
Da quella che era la Yugoslavia (oggi Slovenia ma per me che sono anziano sempre “Yugo”) all’Italia, da Cerò di Sopra a Giasbana erano pochi passi ma di una pesantezza inimmaginabile.
GRADIS’CIUTTA nasce nel 1997 quando Robert decide che il Territorio, la Famiglia e la Storia vanno raccontati e che il vino può esserne il narratore.
Oggi gli ettari vitati sono 45 ma, anche se non ci sono più le garitte, bastano 20 passi per essere in un “altrove” che Robert non vuole assolutamente considerare tale.
E così immagina una Denominazione ad hoc che superi la politica e che la Ribolla Gialla possa essere l’ambasciatrice di un Territorio e non di un nome.
Quattro i vini in assaggio, diversi per tipologia ma accomunati dal lavoro di Robert e dal vitigno con il quale sono prodotti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO “REBOLIUM” BRUT 2019, PRINČIČ & ČETRTIČ (SINEFINIS): “REBOLIUM”, prima che un vino è una stretta di mano.
Due Produttori separati da venti case e da una linea immaginata solo dall’uomo.
Per metà Collio per metà BRDA, per metà Ribolla Gialla per metà Rumena Rebula, due nomi per un unico Territorio frutto dello stesso mare, due nomi per lo stesso vitigno.
Un’unica bottiglia, 48 mesi sui lieviti per un olfatto inizialmente delicato di mela cotta, pesca e albicocca, screziato di nocciola, salvia, timo, con un appena di balsamico e un bel graffio di mineralità.
In bocca la bollicina solletica e avvolge, la frutta gialla introduce, l’agrume succoso sottolinea, le amaritudini di noce evidenziano, la mineralità gestisce il crescendo orchestrale
87 Punti.
– COLLIO DOC RIBOLLA GIALLA 2024, GRADIS’CIUTTA: inizialmente delicato nel raccontare i fiori di campo, prende via via coraggio sottolineando vegetalità di sedano e mentolate, amaritudini di salvia a contrasto di dolcezze di mela golden, nespola e camomilla il tutto accompagnato da una simpatica brezza salina.
Sorso di bella corrispondenza, un morbido abbraccio che freschezza e sapidità rendono coinvolgente.
85/- Punti.
– VINO REBULA 2022, SVETI NIKOLAJI – ROBERT PRINČIČ: nato “di là”, vinificato “di qua”, fatto per cancellare linee che non esistono.
Olfatto che chardonneggia, burroso, che sa di agrume maturo, di spezie di quell’Oriente da cui è nato, solletica con un appena di piccantezze…
Eleganza, finezza, pulizia…questo in sintesi il sorso, grasso eppure vivace e verticale, con un finale “di un altro livello” e lunghissimo
88 Punti.
– VINO REBULA “SERENDIPITÀ” 2020, SVETI NIKOLAJI – ROBERT PRINČIČ: “SERENDIPITÀ” più che un vino è uno sguardo, al passato, al presente e al futuro.
Il racconto di un Territorio diviso per forza che si riunisce in un calice.
“Vinificato in Italia con uve vendemmiate in Slovenia”, uno sberleffo a chi si è divertito a disegnare linee sulle carte geografiche supponendo di poter separare quelle terre che un tempo erano acqua.
Ma “ponca” e “opoca” non conoscono la lingua dell’uomo, parlano un idioma preistorico che sa di legami indissolubili e di riabbracci necessari.
“SERENDIPITÀ” inneggia al caso e alla fortuna, ma nasce dalla capacità e con uno scopo preciso: riconnettere.
Che sia un vino che non ama i confini si capisce già da quel suo colore di “rosso mancato”, un’ambra di luminosità non comune.
E poi quel naso…orgogliosamente dritto…
Oltre le sottili note ossidative c’è un mondo di zafferano e albicocca disidratata, mela macerata, caramello salato, mou, freschezze di mandarino, amaritudini di timo, rosmarino e mallo di noce
Il sorso sorprende, assolutamente secco nella sua sostanziosa massa glicerica, marca le gengive con la firma del tannino, il palato con il sale del mare che era.
Spinge alla calma e al respiro regalando un allungo infinito di agrumi e balsamicità di tè.
Da bere ascoltando “IMMIGRANT SONG” dei LED ZEPPELIN.
89+ Punti perché…perché mi serve una scusa per riassaggiarlo e dargliene 91.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE agli Organizzatori per avermi ospitato, a tutti i Produttori che hanno avuto la pazienza di sopportarmi e a Voi che avete avuto la bontà d’animo di leggermi fino a qui.
È stata una giornata impegnativa sotto molti aspetti, una bella giornata vissuta all’insegna della Qualità a 360° nonostante l’inconveniente NON da poco creato dallo “sciopero” dell’aria condizionata.
ITINERE ha in sé un’idea “migrante” e dunque…l’Edizione 2026 (che metto in agenda sin da ora) chissà dove approderà
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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9 Luglio, 2025
Estate in Sicilia: tre eventi per scoprire i vini della DOC
Noto, Taormina e Cefalù ospitano degustazioni dei vini DOC Sicilia in contesti unici. Un’estate tra vino, cultura e bellezza.
Il Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia inaugura l’estate 2025 con un ciclo di eventi dedicati ai consumatori nelle suggestive località di Noto, Taormina e Cefalù. Noto, capitale del barocco e meta prediletta del turismo internazionale, ospita oggi il primo appuntamento in un contesto di grande fascino architettonico e vivacità culturale. Taormina, affacciata sul mare, continua ad affermarsi come destinazione d’élite, dove i vini DOC Sicilia incontreranno un pubblico cosmopolita e raffinato. Cefalù, incastonata tra la roccia e l’azzurro del Tirreno, regalerà uno scenario mozzafiato per un’esperienza di degustazione che unisce emozione e territorio. Tre gioielli della Sicilia, autentici simboli di bellezza, cultura e ospitalità, diventano il palcoscenico naturale per raccontare e far vivere la Sicilia attraverso i suoi vini DOC, direttamente nel cuore dell’isola, là dove il sole, il mare, la cultura e l’arte raccontano da sempre una storia di eccellenza.
Camillo Pugliesi, direttore del Consorzio DOC Sicilia
La Sicilia non è solo una terra da visitare, è una terra da vivere. Portare i vini DOC Sicilia in luoghi iconici come Noto, Taormina e Cefalù significa dare forma a un racconto autentico, fatto di cultura, bellezza e convivialità. I vini DOC Sicilia diventano così ambasciatori di un’identità profonda, che gli ospiti potranno degustare e portare con sé al rientro a casa, trasformando un sorso in un ricordo destinato a durare. L’obiettivo di questi appuntamenti è quello di creare un’esperienza sensoriale, offrendo un’occasione di conoscenza e approfondimento dei nostri vini e del nostro territorio in un contesto di coinvolgimento emozionale. Il momento della vacanza, vissuto in una dimensione di apertura e scoperta, si presta infatti a recepire in modo più profondo i valori legati al territorio, alla qualità, alla cultura e alla sostenibilità del vino DOC Sicilia. Questi eventi si inseriscono in un progetto più ampio e strutturato di valorizzazione del brand DOC Sicilia, che prevede una campagna di comunicazione integrata, rivolta al grande pubblico e con un focus finale sulla stampa internazionale, con l’incoming in programma ad ottobre.
Gli eventi, oltre alla tappa di Noto prevista per oggi presso Osteria Giovanni Trombatore (Corso Vittorio Emanuele, 157), dalle 11:00 alle 15:00 e dalle 18:00 alle 21:00, si svolgeranno a:
Taormina (ME), il 25 giugno 2025, presso San Michele Ristorante Taormina (Piazza S. Domenico de Guzman, 2B), orario continuato
Cefalù (PA), il 27 giugno 2025, presso Duomo Delizie di Sicilia (Piazza del Duomo, 19), dalle 11:00 alle 21:00
Ogni evento prevede momenti di degustazione, durante i quali gli ospiti potranno assaporare una selezione di etichette DOC Sicilia accompagnate dal racconto di personale qualificato, capace di illustrare le caratteristiche dei vini, le peculiarità dei vitigni autoctoni e il legame profondo tra ogni calice e il territorio da cui proviene.
Con questa campagna, cofinanziata dall’Unione Europea nell’ambito della Misura 3.2 del PSR Sicilia, prende inoltre il via l’utilizzo della nuova visual identity della DOC Sicilia, declinata su tutti i supporti ed i canali di comunicazione del Consorzio, in Italia e nel mondo: dallo spot audio su Spotify, ai banner e post pubblicati in occasione del Vinitaly, fin alle applicazioni grafiche sullo stand del Consorzio.
Questa iniziativa è un invito a scoprire la Sicilia attraverso il calice, a lasciarsi avvolgere dai suoi profumi, dai suoi paesaggi e dalla sua innata arte dell’accoglienza.
La Redazione
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9 Luglio, 2025
Serate romane, lo Zibibbo di Giovanni Benvenuto
Lo Zibibbo. Quante suggestioni fornisce questo nome. Sensazioni di dolcezza, sensazioni di rotondità, sensazioni arabeggianti che inneggiano alla Sicilia. Un vitigno, un vino che con la sua dolce dolcezza ha accompagnato momenti indimenticabili, spesso relegati al passato, alle nostre nonne, ai pranzi in famiglia, alle coccole di fine pasto. Magari anche ai viaggi in Sicilia, dove questo vitigno è parte integrante della storia.
In un viaggio in Calabria ho scoperto come lo Zibibbo possa non solo trovare casa in una terra diversa dalla Sicilia, ma essere vinificato anche in versione secca. Ho scritto articoli su un paio di cantine della Costa degli Dei e uno in particolare è riferito ad una persona che non solo stimo tantissimo, ma che è diventata un mio grande amico: Giovanni Benvenuto e la sua Cantine Benvenuto di Francavilla Angitola, in provincia di Vibo Valentia.
A pochi km da Pizzo Calabro, sulle colline che si affacciano sul mar Tirreno, Giovanni, con una maniacale gioiosità, è custode di terre fertili e di vigne i cui filari sono gioielli su radici. Per Giovanni, la vinificazione dello Zibibbo è stata da subito una ragione di esistenza della sua realtà e di quella delle altre cantine del territorio. Valorizzare un territorio fantastico anche attraverso l’interpretazione dello Zibibbo. Una cantina che, credetemi, vale la visita. Come vale la pena godersi l’estate sulle spiagge della Costa degli Dei.
Nelle afose serate romane abbiamo insieme deciso di far scoprire proprio ai romani cosa c’è di meraviglioso in Calabria, terra di montagne, di spiagge meravigliose, di tramonti indimenticabili con vista sulle isole Eolie, accanto a Tropea (patria delle cipolle) o a Pizzo Calabro (e il suo tartufo).
Lo Zibibbo vinificato secco da Cantine Benvenuto è qualcosa che non si può non far conoscere. Fosse anche solo per invogliare qualcuno che certamente si recherà in Calabria a passare alle Cantine Benvenuto per brindare al mare seduti sotto gli alberi di Giovanni.
Le due serate si sono svolte grazie al validissimo aiuto del mio amico fraterno Fabrizio Paschini presso i due ristoranti Ristò La Salle e La Dispensa. Due serate ricche di spunti di riflessione e, soprattutto, di grandissimo interesse dimostrato dalle persone che non solo hanno apprezzato i vini, ma hanno potuto comprendere la storia e le capacità che la di Giovanni.
Due serate diverse. Due menu diversi. Un solo successo: lo Zibibbo.
Vediamo gli abbinamenti ottenuti con i due diversi ristoranti.
Il Sughero Storto è il Metodo Classico di Cantine Benvenuto. Dodici mesi di affinamento sulle fecce fini e 24 mesi di riposo prima della sboccatura. La spalla è importante e la sapidità è di quelle che si allungano in bocca a dare un senso di lunghezza incredibile. Il naso non può (e meno male) nascondere il vitigno: la crosta di pane, la frutta che è secca e arricchita da miele e da quell’uva passa tipica dello Zibibbo che fa impazzire di gioia; un po’ di pesca ed albicocca.
Meraviglia al naso devo dire. Di quei sentori che non ti stancheresti mai di sentire.
Ecco allora che siamo andati sul sicuro al La Dispensa con un arancino alla gricia mentre al Ristò La Salle l’insalata di mare è stata un po’ un azzardo. Ma è servita a far capire come un naso complesso possa poi abbinarsi a qualcosa di semplice. Sublime.
Ecco lo Zibibbo in purezza che abbiamo degustato in tre diverse versioni: Zibibbo con fermentazione in acciaio, Bianco di Falco con fermentazione in barrique di rovere, Orange con quattro mesi di macerazione sulle bucce.
Quando si è difronte a versioni come queste non si può che rimanere stupiti sia dalla versatilità del vitigno sia dalla bravura di Giovanni Benvenuto.
La matrice olfattiva dello Zibibbo c’è in tutte le versioni. Come una sorta di marchio di fabbrica, di timbro ritmico che caratterizza una canzone rendendola riconoscibile anche dal plagio. Sono gli acuti, il ritmo, la profondità, l’intensità a creare le differenze tra una versione e l’altra.
Lo Zibibbo in purezza con affinamento in acciaio è la versione senza fronzoli, con frutta fresca e fiori di zagara al naso e soprattutto con una incredibile sapidità in bocca. Una versione che personalmente ho apprezzato tantissimo poiché ha lasciato un ricordo dal primo giorno che ho conosciuto Giovanni a Francavilla Angitola.
Il Bianco di Falco è l’espressione massima dello Zibibbo di Giovanni. Lo sdoganamento di un vitigno spesso bistrattato e considerato uva da tavola che si prende una rivincita pazzesca dimostrando come ci possa essere eleganza, finezza e grande pienezza. Basta saperlo trattare con le giuste maniere. Rimane la grande sapidità in bocca con l’aggiunta di una avvincente e lunga, lunghissima rotondità. Persistenza e rotondità che ci hanno permesso di abbinarlo a dei paccheri con doppia consistenza di guanciale a La Dispensa e Fregola ai frutti di mare al Ristò La Salle.
Nel mezzo tra i due, l’Orange. Forse un vezzo, forse una sperimentazione, non so. Di certo un grande vino che cito per ultimo non perché sia ultimo ma perché dotato di uno spettro olfattivo e gustativo tale da renderlo non solo versatile ma anche pieno, fresco, frizzante. In una parola direi, incredibile. Si, perché quei fiori di zagara diventano arancio puro. I sentori fruttati evolvono mantenendo la parte agrumata che da limone arriva al pompelmo. Tutto si enfatizza per via di quelle fantastiche bucce che hanno donato tutto ciò che potevano al mosto. L’intensità del palato è poi sbalorditiva. Un vino che sembra potente ma poi seduce, ammalia, invade i sensi e non li lascia più soli. La guancia di maiale de La Dispensa e il salmone in salsa d’arancio de La Salle, dimostrano l’estrema potente versatilità dell’Orange.
Se lo Zibibbo in purezza rappresenta l’iniziazione e il Bianco di Falco la morbida carezza, l’Orange è l’apoteosi. Come una serie di fuochi di artificio che chiudono in bellezza una serata tra innamorati.
Ho volutamente lasciato alla fine Celeste, il rosato di Giovanni Benvenuto ottenuto da Greco Nero calabrese e Magliocco canino che abbiamo a La Dispensa abbinandolo ad un Maritozzo con stracciata d’Andria e pomodorino confit, con un baccalà in umido a La Salle. Alla fine perché se con lo Zibibbo abbiamo voluto dimostrare la versatilità e grandezza di un vitigno spesso associato a vini dolci, con Celeste è la Calabria a venire fuori. Due vitigni tipici di questa regione che per finezza ed eleganza olfattiva e gustativa possono, chiudendo gli occhi, offrirci sensazioni così intense e particolari da proiettarci in Provenza o in Corsica. Ma siamo in Calabria (o a Roma) ed è proprio questa la meraviglia di una terra spesso sottovalutata e bistrattata.
Esperienze meravigliose. Esperienze di una Calabria che vale la pena non solo di visitare e godere ma di continuare a farlo con i vini di Giovanni Benvenuto.
A Giovanni va tutto il mio ringraziamento perché, oltre ad essere una persona estremamente speciale, ci ha regalato dei vini che stanno pian piano conquistando sempre più palati. Con vero, autentico merito!
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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9 Luglio, 2025
Un giorno da Roncus. Venezia nel calice, Collio nel cuore
Un giorno a Roncus non è solo una giornata tra vigne e bottiglie: è un’immersione nella visione di Marco Perco, tra il Collio più autentico e un nuovo progetto lagunare che ridà voce alla Dorona di Venezia. Un racconto che parte da Capriva e approda alle Vignole, sull’onda di un’idea che unisce terroir diversi sotto lo stesso orizzonte.
Tutto è iniziato con una telefonata, una di quelle che sanno di libertà. Sono le 8:30 del mattino, squilla il telefono: è il mio caro amico Marco.
Sei libero oggi? Che ne dici di farci una giornata nel Collio?
Non ci penso due volte. Fuori è una splendida giornata di fine primavera, il sole già scalda come in estate e il termometro si avvicina ai 30 gradi. Alle 10 siamo in viaggio, senza una meta precisa, solo la voglia di prenderci il tempo, di perderci tra colline, vigne e chiacchiere.
Marco è un grande appassionato di vino come me, e così iniziamo a girovagare tra le colline di Ruttars, poi Plessiva, infine Zegla. È durante questo zig-zagare tra cru e filari che mi torna in mente una cosa: Roncus, l’azienda di Marco Perco a Capriva del Friuli, ha appena aperto l’agriturismo. Lo conosco già, e so che lì non si sbaglia. Chiamo, risponde lui: c’è posto. Prenoto.
Quello che ci aspettava era molto più di un pranzo. L’azienda Roncus sorge a Capriva del Friuli, nel cuore del Collio Goriziano. Una realtà che ha radici profonde nella storia agricola della zona, e che oggi Marco conduce con spirito artigiano, attenzione al dettaglio e grande coerenza. Il nome “Roncus” deriva da “ronco”, appezzamento terrazzato: qui la vite cresce tra colline, boschi e ponca, quel terreno marnoso che regala struttura, sapidità ed eleganza. La filosofia è semplice quanto rigorosa: interventi minimi in vigna e in cantina, fermentazioni spontanee, lunghi affinamenti sulle fecce fini. I vini vengono messi in commercio solo quando sono pronti, senza inseguire mode o tempistiche di mercato. La bottiglia, per Marco, è l’ultima tappa di un percorso fatto di ascolto e tempo. Ma c’è un altro lato, meno conosciuto, del suo lavoro: la Dorona di Venezia. Un progetto che nasce lontano dalle colline friulane, in un luogo dove il vino sembra impossibile, un sogno lagunare tra terra e acqua. Andiamo virtualmente a Venezia, sull’Isola delle Vignole. Molti restano interdetti all’idea che nella laguna di Venezia si possa fare viticoltura. Eppure, prima di essere la città dei canali, dell’arte e dei palazzi, Venezia era anche una città-orto. Fino al 1100 persino piazza San Marco era un giardino coltivato. Le isole di Sant’Erasmo, Vignole e Mazzorbo erano il cuore pulsante di questa Venezia contadina, e tra tutte le colture spiccava una varietà a bacca bianca: la Dorona di Venezia. Vitigno autoctono, vigoroso, capace di adattarsi alla salinità del suolo lagunare, la Dorona era considerata un vino “da signori”, spesso destinato alle tavole dei dogi. Poi arrivò il 1966: la più devastante acqua alta mai registrata, con la marea che raggiunse i 194 cm. Gli orti, le vigne e le colture furono sommersi, bruciati dall’acqua salata. La tradizione agricola andò in frantumi. Dopo decenni di oblio, la Dorona è tornata a vivere grazie a progetti pionieristici come quello di Mazzorbo. Ma è sull’isola di Vignole, in un luogo ancora più appartato e selvaggio, che oggi prende forma una nuova rinascita. Tutto nasce da una visita in laguna, su invito di un amico ristoratore, per conoscere un terreno incolto ma ancora in possesso di vecchi diritti d’impianto. Un campo nascosto tra i rovi, dove la viticoltura era solo un’eco remota. Ma quell’isola senza strade, senza bar, senza auto — abitata da pochi ortolani e qualche sparuto filare — aveva qualcosa di unico. Assaggiando le verdure cresciute nella terra lagunare, dense di sapori e mineralità, è nata la convinzione che quel suolo potesse esprimere vini profondi, autentici, unici.
È così che nasce l’azienda agricola Biniola, dal nome latino dell’isola, con l’intento di recuperare la Dorona, non solo come vitigno, ma come simbolo agricolo e culturale della Venezia più nascosta. La selezione delle barbatelle è avvenuta grazie al lavoro dei Vivai Rauscedo, con materiale genetico raccolto tra le isole minori e biotipi diversi di Dorona mai impiantati prima. Un patrimonio ampelografico prezioso, con una linea genetica che risale a oltre 200 anni fa. Recenti studi hanno confermato che la Dorona non è identica alla Garganega, come si credeva, ma il frutto di un incrocio naturale tra Garganega e Bermestia Bianca, varietà da tavola dell’Emilia. Il vigneto di Vignole affonda le radici in un suolo stratificato: sabbia e torba ricca di minerali nei primi cinquanta centimetri, poi argilla e acqua salmastra, leggermente clorata.
Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’identità del vino, assieme all’aria satura di sale e al silenzio irreale che pervade l’isola. La Dorona, uva neutra e dalla buccia spessa, proprio come la Garganega, assorbe e restituisce il carattere del suolo in cui cresce. Le uve, raccolte a mano e trasportate via barca, vengono vinificate nella cantina A Mi Manera di Toni Bigai, nel Lison Pramaggiore, entro i confini della provincia di Venezia per mantenere la IGT. Qui inizia un processo enologico coerente con la visione del progetto: niente macerazioni, niente barrique, niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee in cemento, per non alterare l’identità salmastra e terrosa del vino. La Dorona viene proposta in due versioni: una leggermente filtrata, più elegante, e una non filtrata — identificata in etichetta con la dicitura dialettale No Filtrà, più pietrosa, più viva, quasi prelevata direttamente dalla botte.
La bottiglia porta in etichetta una pennellata d’autore: un disegno originale di Lele Vianello, illustratore che ha lavorato con Hugo Pratt, evocando un mondo sospeso tra laguna e avventura. La produzione, ancora limitata, è destinata a crescere con l’impianto di un nuovo ettaro e mezzo di vigna.
Ma il progetto non punta solo al vino:
prevede anche uno sviluppo enoturistico su misura, che permetta a chi arriva a Venezia di scoprire l’altra faccia della laguna. L’idea è quella di un percorso immersivo: passeggiata tra orti e vigneti, degustazione sotto un portico affacciato su Venezia, con vista sull’Arsenale, San Michele, Murano.
Un’oasi lontana dal turismo di massa, dove la Dorona dialoga con la natura, la cultura agricola e il paesaggio. Il progetto si chiama Dalla Collina alla Laguna: un filo che unisce il Collio friulano e la laguna veneziana, due mondi diversi ma complementari, entrambi capaci di raccontare, attraverso il vino, il senso più profondo di un territorio.
Come dice chi l’ha ideato Non aspiriamo a fare il vino più buono al mondo, ma il vino più unico al mondo. Un vino che sa di sale, di vento, di erbe lagunari. Un vino che conquista non per potenza, ma per verità, ovvero identità. Una giornata tra fra bottiglie, parole e semplicità
A tavola Marco ci guida con generosità. Si comincia con una bottiglia di Bianco Vecchie Vigne 2017 che, a suo dire, non è perfetta. Senza pensarci troppo, ne apre subito un’altra. E ha ragione: il vino si apre, si distende e si illumina. Non è una questione di forma, ma di verità. Poi arrivano il Val di Miez 2019 (in anteprima), un vino profondo e in divenire, e la Dorona 2022, che nel calice racconta salinità, luce e tensione. Infine, ecco il Friulano 2021, integro, schietto, con quella forza gentile che è cifra del Collio migliore. La cucina accompagna i calici con pari dignità. Uno dei piatti che più ci ha colpiti è stata una rivisitazione di radici e fasioi, preparata con verdure dell’orto e un guanciale croccante adagiato sopra: goduriosa, rustica e raffinata insieme. Poi una carbonara ben fatta, saporita, che sorprende non solo per la riuscita tecnica ma per il gesto che la accompagna: l’incasso del piatto viene devoluto al CRO di Aviano. Un segno concreto di attenzione e umanità, che rende l’agriturismo un luogo ancora più vero. Chiude il pranzo un capretto con patate, croccante, tenero e saporito, servito con quella naturalezza che fa sembrare semplice anche ciò che non lo è. Ma il cuore della giornata è stato il confronto con Marco Perco. Una lunga chiacchierata tra fra appassionati veri, senza filtri né parole sprecate. Si è parlato di vini e di tempo, di identità e di scelte, di Collio e di laguna. Con rispetto, lucidità e passione. Roncus non è solo un’azienda agricola. È una visione: un luogo dove il vino non è prodotto, ma racconto. L’agriturismo ne è l’estensione naturale, e il progetto lagunare sulla Dorona ne rappresenta il lato più poetico e radicale. In un mondo che urla, qui si ascolta. E ci si ricorda quanto siano preziose le giornate nate per caso, quelle che cominciano con una telefonata e finiscono con un brindisi tra amici al Collio, alla laguna, alla bellezza delle cose fatte con amore. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Quello che ci aspettava era molto più di un pranzo. L’azienda Roncus sorge a Capriva del Friuli, nel cuore del Collio Goriziano. Una realtà che ha radici profonde nella storia agricola della zona, e che oggi Marco conduce con spirito artigiano, attenzione al dettaglio e grande coerenza. Il nome “Roncus” deriva da “ronco”, appezzamento terrazzato: qui la vite cresce tra colline, boschi e ponca, quel terreno marnoso che regala struttura, sapidità ed eleganza. La filosofia è semplice quanto rigorosa: interventi minimi in vigna e in cantina, fermentazioni spontanee, lunghi affinamenti sulle fecce fini. I vini vengono messi in commercio solo quando sono pronti, senza inseguire mode o tempistiche di mercato. La bottiglia, per Marco, è l’ultima tappa di un percorso fatto di ascolto e tempo. Ma c’è un altro lato, meno conosciuto, del suo lavoro: la Dorona di Venezia. Un progetto che nasce lontano dalle colline friulane, in un luogo dove il vino sembra impossibile, un sogno lagunare tra terra e acqua. Andiamo virtualmente a Venezia, sull’Isola delle Vignole. Molti restano interdetti all’idea che nella laguna di Venezia si possa fare viticoltura. Eppure, prima di essere la città dei canali, dell’arte e dei palazzi, Venezia era anche una città-orto. Fino al 1100 persino piazza San Marco era un giardino coltivato. Le isole di Sant’Erasmo, Vignole e Mazzorbo erano il cuore pulsante di questa Venezia contadina, e tra tutte le colture spiccava una varietà a bacca bianca: la Dorona di Venezia. Vitigno autoctono, vigoroso, capace di adattarsi alla salinità del suolo lagunare, la Dorona era considerata un vino “da signori”, spesso destinato alle tavole dei dogi. Poi arrivò il 1966: la più devastante acqua alta mai registrata, con la marea che raggiunse i 194 cm. Gli orti, le vigne e le colture furono sommersi, bruciati dall’acqua salata. La tradizione agricola andò in frantumi. Dopo decenni di oblio, la Dorona è tornata a vivere grazie a progetti pionieristici come quello di Mazzorbo. Ma è sull’isola di Vignole, in un luogo ancora più appartato e selvaggio, che oggi prende forma una nuova rinascita. Tutto nasce da una visita in laguna, su invito di un amico ristoratore, per conoscere un terreno incolto ma ancora in possesso di vecchi diritti d’impianto. Un campo nascosto tra i rovi, dove la viticoltura era solo un’eco remota. Ma quell’isola senza strade, senza bar, senza auto — abitata da pochi ortolani e qualche sparuto filare — aveva qualcosa di unico. Assaggiando le verdure cresciute nella terra lagunare, dense di sapori e mineralità, è nata la convinzione che quel suolo potesse esprimere vini profondi, autentici, unici.
È così che nasce l’azienda agricola Biniola, dal nome latino dell’isola, con l’intento di recuperare la Dorona, non solo come vitigno, ma come simbolo agricolo e culturale della Venezia più nascosta. La selezione delle barbatelle è avvenuta grazie al lavoro dei Vivai Rauscedo, con materiale genetico raccolto tra le isole minori e biotipi diversi di Dorona mai impiantati prima. Un patrimonio ampelografico prezioso, con una linea genetica che risale a oltre 200 anni fa. Recenti studi hanno confermato che la Dorona non è identica alla Garganega, come si credeva, ma il frutto di un incrocio naturale tra Garganega e Bermestia Bianca, varietà da tavola dell’Emilia. Il vigneto di Vignole affonda le radici in un suolo stratificato: sabbia e torba ricca di minerali nei primi cinquanta centimetri, poi argilla e acqua salmastra, leggermente clorata.
Tutti questi elementi contribuiscono a costruire l’identità del vino, assieme all’aria satura di sale e al silenzio irreale che pervade l’isola. La Dorona, uva neutra e dalla buccia spessa, proprio come la Garganega, assorbe e restituisce il carattere del suolo in cui cresce. Le uve, raccolte a mano e trasportate via barca, vengono vinificate nella cantina A Mi Manera di Toni Bigai, nel Lison Pramaggiore, entro i confini della provincia di Venezia per mantenere la IGT. Qui inizia un processo enologico coerente con la visione del progetto: niente macerazioni, niente barrique, niente lieviti selezionati, solo fermentazioni spontanee in cemento, per non alterare l’identità salmastra e terrosa del vino. La Dorona viene proposta in due versioni: una leggermente filtrata, più elegante, e una non filtrata — identificata in etichetta con la dicitura dialettale No Filtrà, più pietrosa, più viva, quasi prelevata direttamente dalla botte.
La bottiglia porta in etichetta una pennellata d’autore: un disegno originale di Lele Vianello, illustratore che ha lavorato con Hugo Pratt, evocando un mondo sospeso tra laguna e avventura. La produzione, ancora limitata, è destinata a crescere con l’impianto di un nuovo ettaro e mezzo di vigna.
Ma il progetto non punta solo al vino:
prevede anche uno sviluppo enoturistico su misura, che permetta a chi arriva a Venezia di scoprire l’altra faccia della laguna. L’idea è quella di un percorso immersivo: passeggiata tra orti e vigneti, degustazione sotto un portico affacciato su Venezia, con vista sull’Arsenale, San Michele, Murano.
Un’oasi lontana dal turismo di massa, dove la Dorona dialoga con la natura, la cultura agricola e il paesaggio. Il progetto si chiama Dalla Collina alla Laguna: un filo che unisce il Collio friulano e la laguna veneziana, due mondi diversi ma complementari, entrambi capaci di raccontare, attraverso il vino, il senso più profondo di un territorio.
Come dice chi l’ha ideato Non aspiriamo a fare il vino più buono al mondo, ma il vino più unico al mondo. Un vino che sa di sale, di vento, di erbe lagunari. Un vino che conquista non per potenza, ma per verità, ovvero identità. Una giornata tra fra bottiglie, parole e semplicità
A tavola Marco ci guida con generosità. Si comincia con una bottiglia di Bianco Vecchie Vigne 2017 che, a suo dire, non è perfetta. Senza pensarci troppo, ne apre subito un’altra. E ha ragione: il vino si apre, si distende e si illumina. Non è una questione di forma, ma di verità. Poi arrivano il Val di Miez 2019 (in anteprima), un vino profondo e in divenire, e la Dorona 2022, che nel calice racconta salinità, luce e tensione. Infine, ecco il Friulano 2021, integro, schietto, con quella forza gentile che è cifra del Collio migliore. La cucina accompagna i calici con pari dignità. Uno dei piatti che più ci ha colpiti è stata una rivisitazione di radici e fasioi, preparata con verdure dell’orto e un guanciale croccante adagiato sopra: goduriosa, rustica e raffinata insieme. Poi una carbonara ben fatta, saporita, che sorprende non solo per la riuscita tecnica ma per il gesto che la accompagna: l’incasso del piatto viene devoluto al CRO di Aviano. Un segno concreto di attenzione e umanità, che rende l’agriturismo un luogo ancora più vero. Chiude il pranzo un capretto con patate, croccante, tenero e saporito, servito con quella naturalezza che fa sembrare semplice anche ciò che non lo è. Ma il cuore della giornata è stato il confronto con Marco Perco. Una lunga chiacchierata tra fra appassionati veri, senza filtri né parole sprecate. Si è parlato di vini e di tempo, di identità e di scelte, di Collio e di laguna. Con rispetto, lucidità e passione. Roncus non è solo un’azienda agricola. È una visione: un luogo dove il vino non è prodotto, ma racconto. L’agriturismo ne è l’estensione naturale, e il progetto lagunare sulla Dorona ne rappresenta il lato più poetico e radicale. In un mondo che urla, qui si ascolta. E ci si ricorda quanto siano preziose le giornate nate per caso, quelle che cominciano con una telefonata e finiscono con un brindisi tra amici al Collio, alla laguna, alla bellezza delle cose fatte con amore. Emanuele Muzzo Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
8 Luglio, 2025
Oltre 1.300 partecipanti al Rooftop di Coin Roma per la seconda edizione di ITINERE, il viaggio tra vino e gastronomia d’eccellenza
Si è conclusa con successo la seconda edizione di ITINERE, l’evento enogastronomico ideato e promosso da Taste Factory (@tastefactoryofficial) e Berefacile.it (@berefacile.it), che ha animato il rooftop del ristorante Mike’s, al quarto piano dello storico palazzo Coin di Porta San Giovanni.
Un contesto urbano inedito e suggestivo ha fatto da cornice a due giornate – il 14 e 15 giugno – dedicate alla valorizzazione del vino e del cibo italiano, con oltre 1.300 presenze registrate.
In un’atmosfera sobria e rilassata, priva di frastuono, ITINERE ha favorito un incontro autentico tra produttori, operatori del settore e appassionati, offrendo un’esperienza immersiva fatta di assaggi, racconti, dialogo diretto e formazione.
Il format, strutturato attorno a 45 espositori tra vignaioli e artigiani del gusto, ha messo in luce il meglio della produzione enogastronomica italiana, con un focus particolare sulla qualità, la sostenibilità e il legame con i territori.
Il nome stesso dell’evento – ITINERE, dal latino “in cammino” – richiama un percorso di crescita condiviso, che punta alla scoperta di realtà autentiche capaci di coniugare innovazione e tradizione.
A rafforzare questa visione, le masterclass tematiche condotte direttamente dai produttori in una sala riservata del rooftop, pensate per educare il pubblico e creare connessioni consapevoli tra chi produce e chi consuma.
Protagonista indiscussa l’eccellenza vitivinicola del Lazio, con aziende come Muscari Tomajoli, promotrice della Masterclass sui “Vini del Mare”, e produttori di punta quali Terre del Veio, Poggio Le Volpi, Borgo del Cedro, Villa Simone, Tenuta Iaconangeli, Tenuta Tre Cancelli, Giulio Pesoli, Gabriele Magno, Artico, I Pampini, Casale Lucino e Casale del Giglio.
In evidenza anche l’Olio Extravergine di Oliva Biologico di Riccardo Palombelli di Cori e quello dell’azienda Pozzo Serpi (Corato), pluripremiato, presente fin dalla prima edizione.
Non sono mancate rappresentanze di grande rilievo da tutto il territorio nazionale.
Dal Piemonte, la Cantina di Michele Chiarlo ha condotto una partecipata masterclass sul Nizza DOCG, mentre Claudio Mariotto ha proposto diverse etichette apprezzate anche grazie al clima che ha valorizzato bianchi come il Timorasso. Dalla Sicilia, l’azienda Bruchicello di Giovanni Palermo ha portato in degustazione Nero d’Avola e Catarratto, tipici del territorio di Salaparuta. Dalle Marche è arrivata l’azienda Santa Barbara di Stefano Antonucci, affiancata da Lorenzo Campoli per una verticale del celebre “Le Vaglie”. Il Trentino-Alto Adige ha trovato voce nell’azienda Ploner, capace di portare freschezza e tipicità, mentre dal Veneto si sono distinte Ca’ dei Maghi, Tenuta La Presa e Ai Galli, con proposte che spaziano dalla Valpolicella al Lugana, dal Ripasso al Pinot Grigio. Il Friuli ha visto protagonista l’azienda Gradis’ciutta di Robert Princic, che ha guidato una masterclass sulla Ribolla Gialla, vino simbolo del Collio. Dalla Campania, Torre dei Chiusi ha portato in degustazione bianchi di grande struttura provenienti dalla provincia di Benevento. L’ Abruzzo è stato ben rappresentato da Marramiero, Piandimare e dalla storica Casal Thaulero, prima cantina della regione a superare i confini locali. A conferma del carattere internazionale della manifestazione, anche quest’anno ha partecipato Domeniile Averesti, con i suoi vini rumeni capaci di sorprendere per qualità e originalità. Tra le proposte più innovative, ha riscosso grande interesse Vol.0, un progetto di mixology che riproduce i grandi classici dell’aperitivo in versione alcool free, senza rinunciare al gusto. Grande curiosità anche per la masterclass “Bollizine” condotta da Tommaso Caporale sulle bollicine italiane, esplorate attraverso l’analisi acustica del perlage. Spazio anche agli spirits, con la presenza di Casa Sant’Orsola, storico marchio piemontese, e con il Lemoncetto di Paolo Canto, un prodotto nuovo nato dalla collaborazione con i Fratelli Fabbri. A rappresentare il mondo brassicolo il birrificio romano Taps Lynn Peak Beer, con una proposta di abbinamento insolito ma riuscitissimo: birra artigianale e sushi. Tra i protagonisti della parte gastronomica, Mirko Artegiani con la sua Pinsa 2.0, che ha reinterpretato una tradizione romana in chiave contemporanea, affiancato dall’azienda Cibo Genuino con i suoi formaggi d’eccellenza, dal gorgonzola al cucchiaio agli erborinati. Apprezzatissimo anche il contributo dell’azienda Pirata Suino, che ha proposto carni biologiche e salumi nel segno del benessere animale e della filiera corta. Il dolce è stato affidato all’abilità della Pasticceria Tabiano di Cristiano Provetti, con i suoi panettoni artigianali e la tipica focaccia.
A completare l’offerta, non poteva mancare il condimento simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo: l’aceto balsamico di Modena. Menzione d’onore a tutte le agenzie e distribuzioni del territorio che hanno accompagnato i produttori ad Itinere: Dimensione Vino, Piano23, Tradingfoods ed Uva da Bere. Tra i partecipanti, infine, anche la Fondazione Cotarella, impegnata in progetti benefici e nella sensibilizzazione sui disturbi alimentari e la Scuola di Alta Formazione Intrecci, dedicata alla formazione di manager della ristorazione e di sala, a conferma dell’attenzione di ITINERE verso i temi sociali e della professionalizzazione del settore. Come partner ufficiali si confermano per il secondo anno consecutivo: Dam Academy e l’IPSEOA Pellegrino Artusi. Media partner dell’edizione 2025 è stato WineTales Magazine, che ha affiancato l’organizzazione nella comunicazione e nella promozione dell’evento, contribuendo alla sua riuscita. ITINERE si conferma così un evento capace di costruire esperienze autentiche anche nel cuore pulsante di una metropoli come Roma, valorizzando il prodotto e, soprattutto, il racconto umano che lo accompagna. In un’epoca in cui il rapporto tra qualità e relazione è più centrale che mai, ITINERE dimostra che è possibile promuovere cultura enogastronomica attraverso la prossimità, il dialogo e la conoscenza diretta. L’appuntamento è al 2026, con nuovi territori da esplorare, nuove storie da raccontare e nuovi produttori da far conoscere Come WineTales Magazine siamo fieri ed orgogliosi di aver contribuito a questo successo! La Redazione
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Dal Piemonte, la Cantina di Michele Chiarlo ha condotto una partecipata masterclass sul Nizza DOCG, mentre Claudio Mariotto ha proposto diverse etichette apprezzate anche grazie al clima che ha valorizzato bianchi come il Timorasso. Dalla Sicilia, l’azienda Bruchicello di Giovanni Palermo ha portato in degustazione Nero d’Avola e Catarratto, tipici del territorio di Salaparuta. Dalle Marche è arrivata l’azienda Santa Barbara di Stefano Antonucci, affiancata da Lorenzo Campoli per una verticale del celebre “Le Vaglie”. Il Trentino-Alto Adige ha trovato voce nell’azienda Ploner, capace di portare freschezza e tipicità, mentre dal Veneto si sono distinte Ca’ dei Maghi, Tenuta La Presa e Ai Galli, con proposte che spaziano dalla Valpolicella al Lugana, dal Ripasso al Pinot Grigio. Il Friuli ha visto protagonista l’azienda Gradis’ciutta di Robert Princic, che ha guidato una masterclass sulla Ribolla Gialla, vino simbolo del Collio. Dalla Campania, Torre dei Chiusi ha portato in degustazione bianchi di grande struttura provenienti dalla provincia di Benevento. L’ Abruzzo è stato ben rappresentato da Marramiero, Piandimare e dalla storica Casal Thaulero, prima cantina della regione a superare i confini locali. A conferma del carattere internazionale della manifestazione, anche quest’anno ha partecipato Domeniile Averesti, con i suoi vini rumeni capaci di sorprendere per qualità e originalità. Tra le proposte più innovative, ha riscosso grande interesse Vol.0, un progetto di mixology che riproduce i grandi classici dell’aperitivo in versione alcool free, senza rinunciare al gusto. Grande curiosità anche per la masterclass “Bollizine” condotta da Tommaso Caporale sulle bollicine italiane, esplorate attraverso l’analisi acustica del perlage. Spazio anche agli spirits, con la presenza di Casa Sant’Orsola, storico marchio piemontese, e con il Lemoncetto di Paolo Canto, un prodotto nuovo nato dalla collaborazione con i Fratelli Fabbri. A rappresentare il mondo brassicolo il birrificio romano Taps Lynn Peak Beer, con una proposta di abbinamento insolito ma riuscitissimo: birra artigianale e sushi. Tra i protagonisti della parte gastronomica, Mirko Artegiani con la sua Pinsa 2.0, che ha reinterpretato una tradizione romana in chiave contemporanea, affiancato dall’azienda Cibo Genuino con i suoi formaggi d’eccellenza, dal gorgonzola al cucchiaio agli erborinati. Apprezzatissimo anche il contributo dell’azienda Pirata Suino, che ha proposto carni biologiche e salumi nel segno del benessere animale e della filiera corta. Il dolce è stato affidato all’abilità della Pasticceria Tabiano di Cristiano Provetti, con i suoi panettoni artigianali e la tipica focaccia.
A completare l’offerta, non poteva mancare il condimento simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo: l’aceto balsamico di Modena. Menzione d’onore a tutte le agenzie e distribuzioni del territorio che hanno accompagnato i produttori ad Itinere: Dimensione Vino, Piano23, Tradingfoods ed Uva da Bere. Tra i partecipanti, infine, anche la Fondazione Cotarella, impegnata in progetti benefici e nella sensibilizzazione sui disturbi alimentari e la Scuola di Alta Formazione Intrecci, dedicata alla formazione di manager della ristorazione e di sala, a conferma dell’attenzione di ITINERE verso i temi sociali e della professionalizzazione del settore. Come partner ufficiali si confermano per il secondo anno consecutivo: Dam Academy e l’IPSEOA Pellegrino Artusi. Media partner dell’edizione 2025 è stato WineTales Magazine, che ha affiancato l’organizzazione nella comunicazione e nella promozione dell’evento, contribuendo alla sua riuscita. ITINERE si conferma così un evento capace di costruire esperienze autentiche anche nel cuore pulsante di una metropoli come Roma, valorizzando il prodotto e, soprattutto, il racconto umano che lo accompagna. In un’epoca in cui il rapporto tra qualità e relazione è più centrale che mai, ITINERE dimostra che è possibile promuovere cultura enogastronomica attraverso la prossimità, il dialogo e la conoscenza diretta. L’appuntamento è al 2026, con nuovi territori da esplorare, nuove storie da raccontare e nuovi produttori da far conoscere Come WineTales Magazine siamo fieri ed orgogliosi di aver contribuito a questo successo! La Redazione