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1 Luglio, 2025

Consorzio Morellino di Scansano: territorio, visione e confronto al centro di Rosso Morellino 2025

Due giorni di incontri con la stampa, degustazioni e nuovi progetti per raccontare l’identità del Sangiovese della costa, tra passato, presente e futuro della denominazione.   Il Morellino di Scansano è un vino identitario, frutto di una visione comune dei produttori e di una ricerca della qualità che lo rendono sempre più apprezzato sia in Italia che all’estero. Questo è quello che è emerso in occasione della nuova edizione di Rosso Morellino, evento organizzato dal Consorzio Morellino di Scansano per mettere in connessione la stampa specializzata, i produttori e partner istituzionali, con l’obiettivo di raccontare il presente della denominazione e condividere la visione futura di uno dei Sangiovese più autentici d’Italia: quello che nasce in un territorio unico, lungo la costa della Maremma toscana. Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio Rosso Morellino è molto più di un evento promozionale è un’occasione di ascolto e confronto, un’esperienza viva all’interno della denominazione per comprenderne tutti i caratteri che si ritrovano poi nei nostri vini. Il Morellino di Scansano infatti è frutto di una visione condivisa tra i produttori e di un impegno concreto nella ricerca costante della qualità; è un vino di struttura e carattere, contraddistinto al tempo stesso da morbidi tannini e da una nota sapida che gli donano una sorprendente freschezza. Condividere dunque ciò che siamo oggi, e ciò che stiamo diventando consolida il nostro percorso di riconoscibilità e ci permette di lavorare molto bene nei mercati italiani e di aprire numerosi canali internazionali. A rafforzare questa crescita e consapevolezza c’è la recente approvazione da parte dell’Assemblea della nuova menzione “Superiore”, attualmente al vaglio delle autorità competenti, che si aggiunge alle già presenti “Annata” e “Riserva”. Si tratta di un importante passaggio normativo e simbolico, che avvalora ancora di più il posizionamento qualitativo della denominazione ed è sinonimo di una sempre maggiore selezione, cura e rispetto nella produzione vitivinicola dei soci. Bernardo Guicciardini Calamai presidente del Consorzio In un contesto mondiale che resta complesso e in continuo cambiamento, il nostro auspicio è quello di continuare a crescere con coerenza e visione, rimanendo fedeli alla nostra matrice territoriale ma capaci di parlare un linguaggio contemporaneo. La forza del Morellino sta proprio in questa sintesi: essere rispettoso della tradizione, profondamente identitario e, al contempo, in grado di dialogare con il mondo. InGravel: il territorio del vino si scopre in sella Il Consorzio Morellino di Scansano abbraccia anche il mondo del cicloturismo grazie alla rinnovata collaborazione con InGravel, evento organizzato da Andrea Gurayev e Werner Peruzzo di Saturia Bike che il 13 e 14 settembre porterà sulle strade bianche della Maremma numerosi appassionati di gravel bike. Percorsi cicloturistici, degustazioni in vigna e soste tra i borghi renderanno anche quest’anno l’esperienza immersiva e autentica, coniugando sport, paesaggio e cultura del vino. Alessio Durazzi, direttore del Consorzio Con InGravel valorizziamo il nostro territorio con un linguaggio nuovo, che sta raccogliendo molti consensi positivi e raggruppando sempre più appassionati. Quello del Morellino di Scansano è il primo Consorzio in Italia ad attivare questa collaborazione con InGravel e ne siamo orgogliosi: è un modo per coinvolgere tante persone che magari scoprono questo territorio per la prima volta proprio pedalando tra le vigne, prima di innamorarsi del nostro vino. Morellino Carousel e ReWine: i cocktail che raccontano la modernità e la versatilità del Morellino Anche la mixology diventa strumento di narrazione per il Morellino di Scansano, grazie a Morellino Carousel e a ReWine, i cocktail firmati dal bartender Julian Biondi. Il primo, ispirato al Futurismo e alla “Giostra d’Alcool” di Prampolini, bilancia il Morellino con bitter, frutti rossi e gazzosa in un mix fresco e armonioso, in cui il vino resta protagonista e intorno ad esso viene costruita una struttura che tocca aspetti bitter, frizzanti, agrumati e fruttati, donando una complessità finale. ReWine, a base di Morellino Riserva, whiskey e angostura, si propone come espressione della versatilità di questo vino anche nelle sue versioni più affinate. Porsche, Repower, TeamSystem e il Parco della Maremma: partner di un Consorzio sostenibile e innovativo In occasione di Rosso Morellino, il Consorzio ha presentato la partnership con cinque realtà d’eccezione che sposano i suoi valori green, dedicati alla sostenibilità e all’innovazione. Oltre alla ormai assodata collaborazione con InGravel, il Morellino ha all’attivo un’attività con il team Porsche Firenze, fortemente impegnato nella  mobilità sostenibile, Repower, attiva nelle soluzioni per la mobilità sostenibile ed efficientamento energetico, e TeamSystem, che ha affiancato il Consorzio ponendo le basi per nuovi progetti in ambito digitale e gestionale. Accanto a loro anche il Parco della Maremma, lungo la costa tirrenica: un’area protetta che conserva un prezioso mosaico di ambienti naturali tra pinete, paludi, dune e macchia mediterranea, che svolge un ruolo fondamentale nella tutela della biodiversità del territorio, ospitando specie rare di flora e fauna e promuovendo pratiche sostenibili di conservazione e turismo. Grazie a queste sinergie, il Consorzio rafforza la propria strategia di comunicazione e promozione, raccontando un Morellino di Scansano che guarda al futuro con radici ben salde nel presente e una storia che continua a evolversi. La Redazione
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Cantina Terribile. Giusi, terribile, di nome e di fatto Arrow Right Top Bg

1 Luglio, 2025

Cantina Terribile. Giusi, terribile, di nome e di fatto

  Oggi il viaggio di Francesca fa tappa in Puglia e più precisamente ad Uggiano Montefusco, in terra di Manduria (Taranto), a pochissimi chilometri dal Mar Ionio e dal Golfo di Taranto,  dove incontriamo una donna tosta, determinata,  che è stata capace di dare vita al suo più grande sogno: la sua vigna e la produzione dei suoi vini. Donna,  moglie e mamma, Giusi Terribile è l’esempio  del famoso se vuoi, puoi. Quando ascolti la sua storia, infatti, capisci la forza del suo carattere e, soprattutto, quanto sia stata caparbia nell’inseguire  la propria vocazione preferendola a strade molto più facili. Dopo la morte del padre, grande maestro di vita, Giusi si iscrive ad un corso di sommelier all’AIS di Lecce, poiché come lei stessa mi racconta, il mondo del vino la affascinava sempre di piu’, la affascinava come direbbe lei “in maniera sempre più prepotente”, al punto tale da decidere di frequentare la Cantina Astore di Cutrofiano, per prendere sempre più confidenza con il mondo del vino. Proprio con  l’eredità lasciatale del padre, Giusi decide di fare il grande passo. Se qualcuno la dissuadeva dall’acquistare una vigna, ritenendo più opportuno investire nell’acquisto di una cantina e dei macchinari, comprando così le uve da altri, Giusi aveva un solo obiettivo: voleva la terra, perché Il vino è terra. Non aveva alcuna intenzione di utilizzare uva di altri per il suo vino. L’anno della svolta è il 2014. Nonostante oltre 40 anni e due figli piccoli, l’uomo che poi diventerà  il suo enologo, Giovanni di Mastrogiovanni, le chiede di raggiungerlo in Manduria così da mostrarle una piccola meravigliosa vigna di Primitivo. Giusi se ne innamora subito: un solo ettaro e una minuscola casetta circondata da un piccolo frutteto. Si emoziona nel ricordo della sua prima vendemmia. Da sola, seduta tra i suoi filari assaggia un campione del suo mosto continuando a raccontarsi. Non so se si tratta di fatica e di coraggio oppure semplicemente il fato sposta le pietre per noi senza un  motivo apparente. Magari  le due cose capitano nello stesso momento. Non so se il destino è consapevole di negare i nostri desideri oppure di realizzarli. Ottobre, poi aprile, poi giugno. Ho avuto speranze, poi convinzioni, poi certezze. Il mio primo vino, nel mio destino, era nel primo bicchiere. Sono passati undici anni da quel giorno e da quei vigneti di primitivo, in quella terra. Anno dopo anno danno vita ad un’uva straordinariamente di qualità dalla quale la sua Cantina Terribile produce uno dei migliori vini a base di primitivo di Manduria. Un viaggio nel tempo che ci porta ad oggi. Ecco qua arrivato il momento in cui Giusi ci presenta i suoi tre gioielli. Dovete sapere che questa intraprendente vignaiola e donna del Vino di Manduria, produce esclusivamente tre vini: due rossi ed un rosato. La cosa interessante? Fa il vino che le piace e quando non lo ritiene all’altezza non vinifica come è successo nel 2018. Inizia la nostra degustazione e per iniziare conosciamo Primitivo Salento IGP, 100% Primitivo che, che con i suoi 15° gradi e il suo affinamento in barriques nuove di rovere americano e francese, possiamo definirlo veramente un vino maestoso, frutto, come dice la stessa Giusi dell’espressione estrema della Semplicità Nel calice si presenta di un rosso rubino impenetrabile con bellissimi riflessi violacei mentre è a livello olfattivo e gustativo che sprigiona tutta la sua potenza, regalità ed innata eleganza. Al naso infatti, note di frutti  rossi maturi, note speziate di vaniglia e chiodi di garofano con un finale balsamico di macchia mediterranee. Al palato, nonostante la gradazione, è di eccellente struttura, coinvolgente, corposo, elegante, con un giusto equilibrio fra tannini eleganti e nota acida e con un finale lungo e di una persistenza interminabile. Un vero spettacolo in bottiglia! Prosegue la degustazione e davanti a me ho  Carattere Terribile Salento IGP e già mi piace per il suo nome. Mi fa capire il forte carattere e la personalità decisa di questo vino e di Giusi! Da un blend  tipico di questa terra, ossia,  60% Primitivo e 40% Negramaro, nasce una vera sorpresa per i suoi profumi potenti e decisi. Con un affinamento separato dei due vitigni (Primitivo in botti di rovere americano e  francese; Negramaro in acciaio) e assemblaggio solo al momento dell’imbottigliamento, nasce un vino dal colore rosso rubino intenso con riflessi violacei. Dotato di una bella complessità aromatica (note di frutta matura rossa, in primis di ciliegia, una nota particolare che riporta al cocco,  vaniglia, liquirizia, pepe bianco e note legnose), al palato è secco, fresco, equilibrato, armonioso, piacevole, accattivante e persistente. Infine, sapendo quanto io ami i vini rosati, Giusi mi sorprende con il suo Riva, 100% Primitivo vinificato in Rosato, che ti seduce già alla vista. Dal colore rosa brillante, luminoso, carico di riflessi tendenti al rosa salmone, è un vino freschissimo, profumato e molto versatile, ma sempre con un bel caratterino! Intense sono le note di piccoli frutti rossi, fragoline e frutti di bosco, una leggera nota agrumata  e fresche note di macchia mediterranea. In bocca è bello succoso, freschissimo, sapido, pulito, dal sorso così stuzzicante, invogliante….e meravigliosamente tentatore! Per gli amanti dei rosati lui vi conquisterà subito. Il mio viaggio in Manduria finisce qui, non prima di aver fatto i complimenti a Giusi anche per i riconoscimenti e premi ottenuti nel corso di questi anni. Un viaggio interessante, fra emozioni  forti e una storia importante, un viaggio in cui ho conosciuto coraggio e carattere, decisione e forza, una donna meravigliosa Giusi Terribile , che da quella terra rossa, quella terra che ha voluto con tutte le sue forze, sa quello che vuole e con questi meravigliosi ed eccellenti vini lo sta ottenendo….veramente alla grande!     Francesca Sardelli Su Instagram come @Ladyloveswines Il viaggio di Francesca
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30 Giugno, 2025

Il Cortile dal 1929. Una storia di famiglia che profuma di Roma e di futuro

In un quartiere elegante e silenzioso come Monteverde Vecchio, esiste un angolo di Roma che ha attraversato quasi un secolo senza perdere mai il senso dell’identità. Il Cortile dal 1929 non è solo un ristorante, è una memoria viva, un racconto che profuma di pranzi domenicali, risate di famiglia e cucina sincera. Edoardo e Tommaso che sono sulla porta pronti a stringermi la mano e ad accogliermi, sono due fratelli che portano avanti con entusiasmo e carattere la quarta generazione di questo storico ristorante. Edoardo è in sala e si occupa della carta dei vini come un ottimo sommelier, mi accoglie con la simpatia romana che ti mette subito a tuo agio, con il sorriso di chi conosce il mestiere e sa raccontare ogni piatto come se fosse un episodio di famiglia. Tommaso invece, più timido, è in cucina dove con mano ferma e mente creativa interpreta la tradizione con rispetto e un tocco di modernità che non disturba ma esalta. Il pranzo degustazione che mi preparo a vivere si snoda come un dialogo armonico tra passato e presente. Mi complimento con Edoardo per la carta dei vini ben costruita, con proposte che accompagnano con equilibrio e profondità l’esperienza. Prima di sedermi con un calice in mano Edoardo mi versa un ottimo Champagne Mazet Pascal. Una cuvée rara e affascinante che mette al centro un vitigno quasi dimenticato nella Champagne: il Pinot bianco, qui in purezza, protagonista assoluto di uno champagne elegante, verticale e sorprendente. Nel calice si presenta con un perlage fine e persistente, e un colore dorato chiaro dai riflessi luminosi. Al naso è un’esplosione di note floreali bianche, agrumi canditi, nocciola fresca e una leggera traccia gessosa che ne rivela il legame con il terroir. Al palato colpisce per la freschezza tesa, una sapidità minerale decisa ma mai aggressiva e una struttura snella e dinamica. L’extra brut esalta la purezza del frutto e regala un finale pulito, lungo quasi salino. Mi complimento con Edoardo per avermi regalato uno champagne da intenditori, che esce dai soliti sentieri e racconta una storia diversa, quella di un’uva dimenticata, interpretata con maestria e visione. Mi siedo e non passano due minuti che arrivano subito i primi due piatti. Carciofo alla romana con acciuga, aglio e mentuccia romana. Guido sorridendo mi dice che non potevo non gustare da loro un grande classico della cucina romana. Un piatto eseguito con mano sicura e rispetto della tradizione, ma con un guizzo in più. Il carciofo è morbido, fondente, cotto alla perfezione: nessuna resistenza al morso, ma ancora vivo nei suoi aromi. L’acciuga, dosata con intelligenza, non sovrasta ma esalta, aggiungendo sapidità e profondità al piatto. L’aglio profuma senza essere invadente mentre la mentuccia romana vera protagonista silenziosa, regala freschezza e identità portando al palato tutto il carattere della campagna laziale. Un piatto semplice che racconta un profondo rispetto per le radici. Edoardo mi racconta che il secondo piatto Tommaso lo ha scovato in America durante uno dei suoi viaggi. È il popover, mai sentito e mai mangiato. Un piatto che sorprende per la sua semplicità solo apparante, e per l’eleganza con cui mette in dialogo culture gastronomiche differenti. È un pane soffice e arioso di ispirazione americana, cotto al forno con latte, uova, farina e parmigiano. Si presenta come una nuvola dorata dal cuore goloso capace di accogliere senza sovrastare. All’interno un prosciutto di spalla spagnolo di grande personalità  sapido e aromatico che regala al piatto una profondità saporita e quasi rustica. Il tutto è bilanciato dalla raffinatezza del Granaresu, formaggio sardo ottenuto da latte misto (pecora e mucca) e stagionato 18 mesi. La sua presenza diventa quasi un accompagnamento obbligatorio anche se mi dicono che solitamente viene servito in un piatto a parte. Un piatto che gioca sul filo dell’ibridazione, tenuto insieme da tecnica, gusto e consapevolezza gastronomico. Il primo morso e si passa da New York a Madrid con un’ancora ben piantata nella qualità italiana.  Mi alzo e corro in cucina con il piatto vuoto a dare una pacca a Tommaso e complimentarmi per questa sua innovazione, un piatto che nessun ristorante di Roma serve, e che ho trovato geniale, saporito e che in soli due bocconi è andato via. Lo champagne è piacevolmente terminato ed Edoardo mi versa un bel Trebbiano d’Abruzzo Valle reale 2023 Un bianco che sorprende per freschezza, eleganza e identità territoriale. Nel calice si presenta con un giallo paglierino brillante dai riflessi verdolini, segno della sua giovane età e vitalità. Al naso è pulito e diretto con profumi di fiori bianchi, agrumi freschi, mela verde e una lieve nota minerale che anticipa la sua anima montana In bocca è teso, lineare con una spalla acida vibrante che lo rende perfetto in abbinamento al piatto che mi arriverà Davanti ai miei occhi mi si presenta un piatto che gioca su ingredienti che difficilmente trovi abbinati insieme. La fettuccina all’uovo del pastificio Bottega Gamberoni è protagonista discreta ma impeccabile, con una tenuta alla cottura e una porosità che accoglie il condimento con naturalezza. Un primo piatto che racconta Roma e i suoi dintorni con rispetto e intelligenza, partendo da una base classica e solida, quella della gricia, e arricchendola con un tocco di stagionalità viva, l’asparago selvatico. La fettuccina gioca su contrasti calibrati: la croccantezza sapida del guanciale di Amatrice, la ricchezza aromatica del pecorino romano dop, e l’inaspettata eleganza dell’asparago selvatico, che introduce una nota verde, amara e fresca in equilibrio con la struttura del piatto. Un piatto che rimane nella tradizione senza restare fermo e che dimostra come la cucina romana, se trattata con mano consapevole possa ancora sorprendere. Ho trovato geniale introdurre in un piatto della tradizione l’asparago selvatico perché ha regalato un inaspettato sapore al palato nonché una bella vivacità al piatto. Il bianco ormai è un semplice ricordo e per il piatto che seguirà Edoardo ritiene di farmi un provare un Barbaresco 2020 – produttori di barbaresco. Un’interpretazione classica, precisa ed elegante di uno dei cru più iconici del Piemonte. Il 2020 si presenta nel calice con un color  rubino luminoso, con riflessi granati tipici del Nebbiolo in gioventù. Al naso il vino si apre progressivamente, rivelando note di frutti rossi maturi, rosa appassita spezie dolci e un sottofondo terroso. In bocca è teso e vibrante, con tannini giovani ma finemente scolpiti che promettono grande evoluzione. La freschezza è verticale, quasi cesellata e accompagna una progressione gustativa pulita, elegante con un finale lungo e armonico dove tornano le note floreali e speziate. Ed ecco che arriva un piatto che sicuramente unisce materia prima di qualità e mano sicura, raccontando una cucina che sa essere concreta ma raffinata. Il picio acqua e farina del Pastificio Pica è una pasta dalla consistenza piena, viva che regge perfettamente la struttura del condimento. Il ragù bianco di vitello e maiale, profumato con salvia, maggiorana e timo, è un inno alla morbidezza, alla profondità dei sapori delicati e persistenti. L’assenza di pomodoro lascia spazio alla carne e alle erbe aromatiche che emergono con equilibrio e nitidezza, senza eccessi né sovrapposizioni. Il risultato è un primo piatto avvolgente e armonico, apparentemente semplice ma in realtà costruito con misura, tecnica e rispetto per gli ingredienti. Il tocco di classe? Averlo sfumato con vino bianco e vino dolce. Non posso che tornare in cucina a stringere la mano a Tommaso e ringraziarlo per questi piatti che ho trovato unici, sorprendenti e davvero saporiti. Torno al tavolo mi siedo e trovo davanti ai miei occhi un grande classico della cucina d’autore, qui riproposto con maestria tecnica e rispetto per la tradizione. Ma trovo anche il calice nuovamente pieno ma questa volta proverò il Domaine de Vernus -Beaujolais Villages 2021. Un Gamay che racconta con precisione e freschezza il volto autentico del Beaujolais in un’annata come la 2021 che premia equilibrio e l’espressività. Nel calice si apre con un rubino luminoso dal riflesso violaceo tipico del vitigno. Il naso è fine ma generoso:  frutti rossi croccanti, note floreali e una leggera traccia minerale e pepata che invita al sorso. Al palato è succoso, agile con tannini delicati ben fusi, sostenuto da una freschezza naturale che lo rende estremamente bevibile ma tutt’altro che semplice. Un vino perfetto che chi cerca autenticità senza rinunciare alla finezza. Il filetto di manzo, tenerissimo al primo boccone e cotto con precisione millimetrica, mantiene tutta la sua succosità, mentre la salsa al brandy, panna e pepe verde è un esercizio di equilibrio: ricca ma non stucchevole, avvolgente ma mai eccessiva, con quel tocco aromatico del brandy che aggiunge profondità senza sovrastare la carne. Il pepe verde protagonista discreto, punteggia il piatto con una piccantezza elegante e vegetale rinfrescando e dando dinamismo a ogni boccone. I bocconi non li ho contatti ma il piatto lo restituisco vuoto. Ed eccoci al finale con un dolce che non ha bisogno di presentazioni ma che qui al Cortile dal 1929, trova nuova luce nella sua forma più sincera e affettiva: quella della ricetta di famiglia, tramandata dalla bisnonna Maria. Solo latte, uova e zucchero, nulla di più, nulla di meno, versati con cura nello stampino, sopra un velo di caramello dorato e poi cotti lentamente a bagnomaria, come si faceva una volta, quando il tempo in cucina aveva un altro ritmo. Il risultato è una consistenza al palato setosa e delicata con una dolcezza equilibrata e un retrogusto di nostalgia, che conquista senza artifici. Il caramello leggermente amaro, chiude il boccone con una nota elegante spezzando la morbidezza con carattere. Un dessert che racconta qualcosa di raro: una storia vera fatta di mani, casa e memoria. E proprio quando pensi che il pranzo sia finito, Tommaso esce dalla cucina con quel sorriso che racconta passione e gentilezza e ti porge, senza dire una parola di troppo, una bomboletta ancora tiepida, ripiena di crema pasticcera calda. Un gesto semplice, ma carico di significato: è il dolce arrivederci di chi, prima che cuoco, è padrone di casa. Un morso soffice, avvolgente che sa di forno di infanzia, di cura. E mentre la crema si scioglie capisci che al Cortile 1929 l’ospitalità è fatta di dettagli e ogni dettaglio lascia il segno. Un pranzo che ha saputo unire, gusto, accoglienza, e identità, con piatti pensati e realizzati con passione da Tommaso, e raccontati con energia e sorriso da Edoardo, perfetto padrone di sala. Un’esperienza che non è solo gastronomica ma anche umana: fatta di gesti sinceri, dettagli curati e una visione chiara di cosa significhi oggi fare ristorazione con il cuore. Al Cortile 1929 la tradizione si rinnova ogni giorno, con stile, famiglia e sostanza E ci si alza da tavola con la voglia di tornare. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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29 Giugno, 2025

Cantina Masciarelli. Abruzzo oltre confine

Cantina Masciarelli. Abruzzo oltre confine. L'Incontro con Marina Cvetic e l'Abruzzo che accoglie. La Convention Nazionale delle Donne del Vino in Abruzzo ha regalato momenti indimenticabili, e tra le tappe più significative c'è stata senza dubbio la visita alla Cantina Masciarelli. Ad accoglierci, con la sua eleganza e la sua commovente forza,
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29 Giugno, 2025

Marna del bacio: il nuovo gioiello dalle rive di Valdobbiadene docg firmato Andreola

Un Valdobbiadene Docg nato dalla viticoltura eroica, tra roccia affiorante e pendenze vertiginose
“Marna del Bacio” Valdobbiadene DOCG Rive di San Pietro di Barbozza Extra Brut rappresenta una nuova pietra miliare nella storia di Andreola. L’ultimo nato tra i Rive Valdobbiadene DOCG della cantina Andreola esprime con autenticità l’anima della viticoltura eroica ed è il risultato dell’equilibrio perfetto tra terroir, altitudine, esposizione e dedizione. Le uve provengono da una piccola lingua di terra che prende il nome dal toponimo “Bacio”, che viene considerata una delle più prestigiose del paese di San Pietro di Barbozza, nel comune di Valdobbiadene. Il suolo, costituito da marne calcaree e Biancone affiorante, regala al vino una spiccata sapidità, mentre il microclima, caratterizzato da forti escursioni termiche, esalta la finezza aromatica della Glera. Frutto della vendemmia 2024, “Marna del Bacio” nasce nel cuore di San Pietro di Barbozza, in un appezzamento di circa 2 ettari che si estende tra i 300 e i 350 metri di altitudine, dove le pendenze raggiungono l’80%.
Qui la roccia madre affiora in superficie, creando un suolo composto da marne calcaree e Biancone, responsabile della spiccata mineralità e dell’eleganza di questo Extra Brut. L’altitudine e le forti escursioni termiche esaltano la freschezza della Glera, mentre l’esposizione solare da est a ovest garantisce una maturazione ottimale delle uve. Questo equilibrio tra elementi estremi dà vita a un Valdobbiadene Docg dalla personalità inconfondibile, caratterizzato da una finezza aromatica unica e da una sapidità vibrante che si ritrova nel calice. “Marna del Bacio” si distingue per il suo perlage cristallino, fine e persistente, accompagnato da un colore giallo chiaro con riflessi verdognoli. Al naso, sprigiona note delicate di fiori bianchi e mela verde, mentre al palato si esprime con un profilo deciso, complesso ed elegante, in cui la sapidità si intreccia perfettamente con la freschezza. La spuma è cremosa, a sottolineare la raffinata struttura di questo Extra Brut, ottenuto con il Metodo Martinotti. Versatile e raffinato, si presta ad accompagnare aperitivi e piatti della cucina tradizionale, abbinandosi con naturalezza a pesce crudo, fritto e formaggi freschi. CANTINA ANDREOLA: EROICO IN VALDOBBIADENE Nel cuore pulsante delle colline di Valdobbiadene, Cantina Andreola incarna da oltre quarant’anni la vera essenza della viticoltura eroica, dove ogni grappolo è frutto di un lavoro paziente e interamente manuale, reso necessario dalle pendenze estreme che caratterizzano questo paesaggio unico al mondo1. Qui, tra vigneti che si arrampicano su declivi mozzafiato e un mosaico di boschi e siepi che arricchiscono la biodiversità, Andreola ha saputo coniugare tradizione e innovazione, dando vita a vini che raccontano la storia e la ricchezza di un territorio riconosciuto Patrimonio Unesco. La filosofia aziendale si fonda sull’ascolto profondo della terra e sulla ricerca costante dell’eccellenza: ogni bottiglia è il risultato di una sinergia tra sapienza enologica, rispetto dell’ambiente e attenzione al dettaglio, elementi che hanno permesso ad Andreola di distinguersi come punto di riferimento per il Valdobbiadene DOCG1. Dalla fondazione nel 1984, la famiglia Pola ha guidato una crescita dinamica, investendo in tecnologie all’avanguardia senza mai rinunciare all’autenticità e all’artigianalità che rendono i loro spumanti cremosi, eleganti e longevi. L’impegno per la sostenibilità si traduce in pratiche virtuose come il compostaggio dei sottoprodotti e la valorizzazione della sostanza organica nei vigneti, a garanzia di un ciclo produttivo rispettoso dell’ambiente e della qualità1. Oggi Andreola è sinonimo di vini “fatti a mano”, capaci di esprimere le mille sfumature di un terroir straordinario, e continua a innovare con nuove etichette e progetti che celebrano la cultura e la passione per il Valdobbiadene, conquistando palati in tutto il mondo. La Redazione
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28 Giugno, 2025

Successo per “Alta Langa Roma”

700 accreditati, 75 cuvée in degustazione, 34 produttori di Alte Bollicine Piemontesi allo Spazio Field di Palazzo Brancaccio   Più di 700 ospiti accreditati, 75 vini di altrettante cuvée in degustazione suddivisi tra bianchi, rosati e riserve, nella tipologia brut e pas dosé, 34 produttori presenti, tre masterclass sold out guidate da Marco Reitano, sommelier del ristorante Tre Stelle Michelin La Pergola (Rome Cavalieri – The Waldorf Astoria): le Alte Bollicine Piemontesi hanno conquistato la Capitale lo scorso 16 giugno con “Alta Langa Roma”, evento andato in scena allo Spazio Field di Palazzo Brancaccio e rivolto al mondo dell’Horeca e della stampa, organizzato per il secondo anno consecutivo dal Consorzio Alta Langa. Numeri che testimoniano un successo crescente e un legame sempre più saldo tra Alta Langa DOCG e Roma, frutto di un lavoro attento e puntuale del Consorzio, iniziato già nell’autunno del 2023, con una tappa del format “Alta Langa DOCG: Anima di un Territorio” e proseguito nel 2024 con la prima edizione della manifestazione. Il presidente del Consorzio Alta Langa Giovanni Minetti Anche quest’anno, i produttori del Consorzio hanno accolto l’invito a incontrare operatori, esperti e appassionati a Roma con la volontà di consolidare una presenza delle Alte Bollicine Piemontesi nella Capitale. L’intenzione del consorzio è infatti quella di creare un appuntamento fisso e ricorrente con gli operatori e il pubblico professionale, un’occasione unica per presentare le annate attualmente in commercio di Alta Langa DOCG (metodo classico tutto millesimato, cioè con l’indicazione della vendemmia in etichetta) attraverso l’interpretazione di ciascun produttore, ma anche per far conoscere sempre di più e meglio le caratteristiche del territorio di origine, unico e straordinario. L’assessore al Commercio, Agricoltura e Cibo, Caccia e Pesca, Parchi della Regione Piemonte Paolo Bongioanni L’Alta Langa Docg – che la Regione ha proclamato Vino piemontese dell’anno 2025 – tappa dopo tappa sta letteralmente conquistando sempre nuovi pubblici e opinion leader e facendo conoscere la propria straordinaria personalità di bollicine Metodo Classico. Una marcia iniziata con la presentazione alla Nuvola Lavazza di Torino, proseguita fra l’altro a Vinitaly, a Copenaghen, pochi giorni fa a Saint-Jean- Cap-Ferrat nel paese dello Champagne, e ora a Roma nella prestigiosa cornice di Palazzo Brancaccio. Il mio vivo apprezzamento per il lavoro che il Consorzio sta facendo per conquistare sempre nuovi pubblici a un’eccellenza del vino piemontese che merita di crescere in tutte le sue potenzialità. Con l’intento di fare un focus sul territorio delle terre alte di Langa, a Roma ha fatto il suo debutto ufficiale “ONDE”, un nuovo progetto del Consorzio Alta Langa. Si tratta di un’installazione che riprende fedelmente le curve di livello dell’areale dell’Alta Langa DOCG attraverso una composizione di sottili strati in legno sovrapposti e verniciati nella distintiva tonalità giallo-oro. Caratterizzato da un design moderno e riconoscibile, il plastico è pensato per diventare elemento iconico degli eventi del Consorzio, offrendo informazioni geografiche e narrative sulle straordinarie caratteristiche del territorio di origine. Un mare di colline che porta la memoria di un antico bacino marino e che oggi accoglie i vigneti per la produzione del metodo classico piemontese per eccellenza. Nel corso dell’evento, Giacomo Colamarino, bar manager di Ai Piani Sottobanco, ha proposto in degustazione “Alta Langa Passion”, un cocktail speciale ideato per l’occasione che unisce all’Alta Langa DOCG lo sciroppo di passion fruit, il succo di lime, la vodka, oltre a una guarnitura di lime. Giacomo Colamarino, bar manager di Ai Piani Sottobanco   Alta Langa DOCG si rivela un’eccellenza italiana capace di sorprendere anche nella miscelazione con il suo carattere elegante e la sua struttura, è stata l’ispirazione perfetta per creare un cocktail esclusivo, pensato per celebrare l’incontro tra il Piemonte e Roma. Alta Langa DOCG incontra Roma: dieci locali protagonisti Come avvicinamento all’evento, dieci rinomati locali romani sono stati protagonisti di un servizio fotografico che ha portato l’allure dell’Alta Langa DOCG nella Città Eterna. L’Alta Langa DOCG ha incontrato la ristorazione romana per raccontare tante storie di passione e maestria, dalla sala al cuore delle cucine, in un viaggio fotografico che ha celebrato i sapori e alcuni dei protagonisti della scena gastronomica romana. Gli scatti sono stati pubblicati sui canali social del Consorzio sottolineando, attraverso i volti dell’alta ristorazione romana, lo spirito contemporaneo delle Alte Bollicine Piemontesi. I locali coinvolti: Mirabelle, Follie del Villa Agrippina a Gran Meliá Hotel, L’Arcangelo, Armando al Pantheon, Sushisen, Romané di Stefano Callegari, Baccano, Idylio by Apreda del The Pantheon Iconic Rome Hotel, Ai Piani, Osteria Chiari. Le Partnership Le partnership con S. Bernardo e Artimestieri ONLUS con il progetto “SALVA IL TAPPO!” hanno consentito nel corso della manifestazione, rispettivamente, il completo recupero delle bottigliette “ELY” in plastica 100% riciclata e di tutti i tappi di sughero usati dai produttori, materiali che saranno interamente avviati al riciclo. Partner tecnici dell’evento sono stati anche gli straordinari formaggi de La Tradizione e gli oli del Frantoio Gallotti. I produttori di Alta Langa DOCG presenti ad Alta Langa Roma: Agricola TT, Banfi, Bera, Bosca, Bricco Maiolica, Cavallero, Cantina Clavesana, Cascina Bretta Rossa, Colombo, Contratto, Coppo, Cuvage, Deltetto, Enrico Serafino, Ettore Germano, Ferraris Agricola, Fontanafredda, Gancia, Ghione, Giulio Cocchi, La Torre di Castel Rocchero, Marcalberto, Marco Capra, Mauro Sebaste, Piazzo Comm. Armando, Podere Gagliassi, Rapalino F.lli, San Biagio, Tenuta Carretta, Tenuta Langasco, Tenuta Rocca, Terre del Barolo, Tosti1820, Vite Colte. 20 giugno 2025 Ufficio Stampa Marianna Natale – marianna@ishock.it comunicazione@altalangadocg.com IL CONSORZIO ALTA LANGA Il Consorzio Alta Langa è nato nel 2001, con l’obiettivo di tutelare un prodotto nato dopo molti anni di ricerche e studi sulla vocazionalità delle aree interessate da un apposito progetto sperimentale. Riunisce viticoltori e produttori appassionati e lungimiranti che, spinti da un grande orgoglio piemontese, hanno fondato e fatto crescere questa denominazione giovane ma con radici che affondano nella storia. La grande scommessa, che unisce tutti, è quella di produrre un vino spumante di grande qualità, importante e identitario. A oggi il Consorzio conta 90 produttori e 90 viticoltori associati. Il Consorzio vanta una partnership di lunga data con la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, di cui è Main Sponsor, e l’Alta Langa DOCG Official Sparkling Wine, e con il mondo Slow Food, in particolare con la Banca del Vino e con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Il Consorzio è inoltre partner tecnico del Teatro Regio di Torino. L’Alta Langa DOCG è stato nominato “Vino dell’Anno Regione Piemonte” 2025. L’ALTA LANGA DOCG L’Alta Langa Docg raccoglie l’eredità e prosegue la tradizione del primo metodo classico d’Italia, nato proprio in Piemonte nella seconda metà del 1800. La denominazione ha ottenuto la Doc nel 2002 e il massimo riconoscimento qualitativo della Docg nel 2011, e oggi ha una produzione di oltre tre milioni di bottiglie. L’Alta Langa Docg è prodotto con uve Pinot nero e Chardonnay tra il 90 e il 100%, vinificate in purezza o insieme in percentuale variabile; il blend può essere integrato con un 10% di uve da vitigni autorizzati alla coltivazione all’interno dell’area di origine, di colore bianco o nero ma non aromatiche. Le tipologie sono bianco o rosé, nelle versioni brut o pas dosé e il vino si avvale di un tempo di affinamento sui lieviti di almeno 30 mesi, come prevede il disciplinare di produzione. Caratteristica distintiva dell’Alta Langa è quella di essere uno spumante esclusivamente millesimato, cioè frutto di un’unica vendemmia: ogni bottiglia riporta sempre in etichetta l’anno della raccolta delle uve, legandosi indissolubilmente alle particolari caratteristiche di quella specifica vendemmia, effettuata rigorosamente in modalità manuale e con le uve riposte in piccoli contenitori. Viene prodotto in un territorio alto collinare (440 metri slm l’altitudine media) che abbraccia le province di Asti, Cuneo e Alessandria: una terra che dall’Appennino vede le cime innevate delle Alpi e respira il profumo del mare. Una terra che raccoglie l’eredità tramandata dagli avi e mantenuta intatta per molto tempo senza subire trasformazioni radicali. Un territorio prezioso, da sostenere e da scoprire, con una grande biodiversità. Terra letteraria, terra straordinaria ricca di racconti di resistenza – bellica e culturale -, che ha fatto fronte al cambiamento dei tempi senza perdere memoria e identità. I NUMERI DEL CONSORZIO E DELL’ALTA LANGA DOCG: 90 Case spumantiere associate al Consorzio 490 ettari di vigneto tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo Il “vigneto Alta Langa” è coltivato per 2/3 a Pinot nero e per 1/3 a Chardonnay 3.200.000 di bottiglie potenziali prodotte dalla vendemmia 2024 Mercato interno: 85% Export: 15%   La Redazione
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Quattordicesima edizione di Bererosa per celebrare i rosati italiani, un settore in piena ascesa qualitativa Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2025

Quattordicesima edizione di Bererosa per celebrare i rosati italiani, un settore in piena ascesa qualitativa

Martedì 1 luglio, dalle 17 alle 23, Villa Appia Antica, Roma Oltre 130 etichette in degustazione per un tour alla scoperta di una delle più affascinanti produzioni dell’enologia italiana Torna Bererosa nei suggestivi spazi aperti di Villa Appia Antica, la location che da cinque anni celebra i grandi vini rosati fermi e con le bollicine del Belpaese, una produzione che fa dell’aspetto qualitativo e identitario i suoi punti di forza.  Appuntamento martedì 1 luglio dalle 17 alle 23 per conoscere, tra alberi secolari e vestigia della Roma antica, una selezione di oltre 130 etichette in rappresentanza delle migliori produzioni rosé dal nord al sud della Penisola, alla scoperta dei vini rosati più iconici di ogni regione. Francesco D’Agostino direttore di Cucina & Vini I vini rosa a indicazione geografica nel 2024 hanno contato un milione e 450 mila ettolitri prodotti perdendo circa ottantamila ettolitri rispetto al 2021 (5,3%), di cui quasi sessantamila da ascrivere alla Doc Prosecco, le cui variazioni hanno origine diverse, legate e movimenti di mercato globali. Infatti, resta largamente la regione leader con circa 460.000 ettolitri prodotti, seguita da Emilia Lambrusco Igt vicina a 135.000 ettolitri. Per quanto riguarda il complesso dei vini rosati nel 2024 abbiamo prodotto vini rosa per circa due milioni e centocinquantamila ettolitri, registrando una riduzione del 7,6 % sul 2021. In sostanza la produzione di origine certificata tiene, mentre continua il processo di riduzione delle produzioni più semplici che non dichiarano l’origine Come ogni anno, Bererosa si svolgerà con la formula del Walk Around Tasting, che permetterà al pubblico di degustare etichette di assoluto pregio, passeggiando liberamente nell’incantevole Villa Appia Antica, abbinandole a una grande selezioni di proposte food.  Dalle specialità di mare di Pescaria, la catena di ristoranti made in Puglia, con i loro panini con il pesce, tutti disponibili anche in versione vegetariana, e i cartocci di fritti sia di pesce che di verdure, all’immancabile pizza romana farcita con la mortadella del food truck Sfornaio. Ci saranno inoltre le Cosmic Crisp, le mele del futuro nate dall’incrocio tra le varietà Enterprise e Honeycrisp, da conoscere anche con un giro sulla mongolfiera Cosmic Crisp. Non mancherà uno spazio dedicato agli oli extravergini di oliva selezionati da Olives Road e, inoltre, l’intero percorso degustazione sarà supportato dall’utilizzo dei calici di altissimo livello di VDGlass.  Biglietteria online Biglietteria disponibile anche alla manifestazione
Info: bererosa@cucinaevini.it; 0698872584 La Redazione
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Marco Capitoni. L’uomo delle frasi Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2025

Marco Capitoni. L’uomo delle frasi

  Cosa è effettivamente un tatuaggio? Un rituale arcaico, un modo per raccontare di se stessi. Distinguersi. Evidenziarsi. Ricordare qualcosa. Semplicemente essere. Ho sul mio corpo tre tatuaggi, tutti pegni d’amore. Segno di amore eterno poiché indelebile verso colei che ho capito amare e che amerò per sempre. Una scelta non di impeto o sulle ali dell’entusiasmo ma ponderata, fortemente voluta. Tanto da averli disegnati io stesso nella forma e nel significato. Lei, mia moglie, li ha uguali. Scusate, divagavo. Un tatuaggio rappresenta il nostro essere. Una necessità di donare al nostro corpo qualcosa di incancellabile. Un marchio che ci contraddistinguerà per sempre. Lo affidiamo al corpo perché sia sempre presente. Forse nascosto ai più, ma comunque presente. Un pò come affidare il messaggio ad una bottiglia ed abbandonarla nell’Oceano con la speranza che qualcuno lo legga. Cristoforo Colombo, trovatosi in difficoltà, affidò all’Oceano le sue scoperte con la preghiera di consegnare il messaggio alla Regina Isabella di Spagna. Poi pure questo divenne illegale… Anche un libro è una sorta di messaggio affidato alla stampa e comunque a chi vorrà leggerlo. In tutti i casi sembra sempre una richiesta, la necessità dell’eterno. Affidare le proprie idee in forma scritta a qualcuno o qualcosa perché sopravvivano a se stessi e all’oblio. Lasciare qualcosa di se perché si possa essere ricordati.  Una semplice frase invece cosa può essere? Tutto o niente. Dipende dove viene collocata e che significato ha. Ci sono aforismi, frasi estrapolate magari da un contesto, che diventano pietre miliari del pensiero. Pensate a Carpe diem di Orazio oppure il Πάντα ῥεῖ, Panta rei, tutto scorre di Eraclito o ancora Ἐγὼ ἐκεῖνος εἰμί, Sono quello che sono, passo della Bibbia (Esodo).  Ho conosciuto Marco Capitoni direi per caso. Un semplice messaggio tramite Instagram, preludio di una lunga e intensa chiacchierata che ha rilevato un uomo profondo e intenso, capace di mettere in gioco ogni cosa pur rimanendo con la propria razionale filosofica integrità. Anche se Marco si definisce agricoltore da sempre, nato da una famiglia di agricoltori da sempre in Val d’Orcia, quando si ha la fortuna di poter disquisire con lui della vita, il primo pensiero è che celi studi di filosofia. Lui però continua a dire di essere semplicemente un contadino di Pienza. Come tutta la sua famiglia. Non c’era un Capitoni che non fosse contadino. I Capitoni erano contadini. Eravamo tantissimi. Già con mio babbo erano sette fratelli. Quando sono nato io eravamo tredici. Io sono figlio unico ma nello stesso nucleo familiare, c’erano tutti. Ci siamo dati connotazioni familiari più consone ai tempi.  Quando ero alle scuole elementari, ci costrinsero (e non uso il verbo a caso) a guardare il film L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Di per se era già pesantissimo ma in lingua originale bergamasca con sottotitoli in italiano, rasentava La corrazzata Potëmkin di fantozziana memoria. Pesantezza a parte, il film rappresentava la vita contadina di un tempo con gli episodi che narravano la vita di quattro famiglie all’interno della medesima cascina. Un incubo che nulla a che vedere poteva avere con pensieri idilliaci e bucolici. La famiglia contadina ha tanti aspetti positivi ma non era quella cosa bucolica con il nonno davanti al camino e i tizzoni che ardono a raccontare le favole ai bambini. Le persone erano obbligate a stare insieme. Se eri contadino, dovevi fare il contadino. Dovevi sposarti una moglie che era figlia di contadini. Lavori molto duri e poco gratificanti. Dieta molto scarsa. Vivere e lavorare insieme. Gomito a gomito. Una doccia, cosa non secondaria, non c’era. Marco cerca di inquadrare in maniera cruda ma al contempo scanzonata la sua infanzia, quella di un bambino del 1965 che pur a sessanta anni di distanza sembra un’era geologica fa per quanto sia cambiato. Qualcosa di lontano nel tempo e nello spazio ma comunque non perso nella memoria. Vivevano a Podere Sedime, dove oggi c’è l’azienda di Marco. Sedime, il sedimento che deriva dal latino sedimen, l’area dove poggiano le fondazioni. È li che tutto ha inizio. O fine. In ogni modo è li che c’era l’abitato, i terreni di pertinenza, il ricovero degli animali attrezzi e persone. Tutto insomma. Proprio tutto. Sono nato nel 1965 e l’assetto rispecchiava il pre mezzadria. I miei sono venuti in questo podere nel 1963 e nel 1968 hanno comperato. Il podere era una coltivazione promiscua. Vaccine, maiali, vigna, ulive e grano.  Una famiglia intera che arriva qui e qui si sedimenta. Come ciò che rimane quando il fiume è passato. Sedimenti.  Tutto torna in fin dei conti. Un tempo i figli arrivavano quando dovevano arrivare. Anche a distanza di tempo. Se la famiglia si allargava era solo una benedizione divina: sì bocche da sfamare ma anche braccia per coltivare.  Fratelli e nipoti insieme. Almeno fino a quando, a metà degli anni novanta, le campagne si spopolarono per l’esodo verso la città alla ricerca di una vita migliore. Podere Sedime non fu da meno così i terreni vennero acquisiti dal babbo di Marco e Marco si voltò non trovando nessuno dietro di se. Era lui che avrebbe dovuto portare avanti l’azienda. Metà anni novanta è il momento che fa da spartiacque. Il mio tassello nell’azienda di famiglia. Ho avuto anche io una forzatura a rimanere in azienda. Anche se il mio babbo non me l’ha mai chiesto, sapevo che su ogni muro del podere c’era scritto tu stai qui.  Hai voglia a fare esperienze esterne per capire, crescere, comprendere cosa c’è alidilà del poggio. Ciò che Marco faceva dava solo l’impressione di un tentativo di evasione da una vita che forse non voleva. Forse, perché erano di quelle evasioni dalle quali si rientra spontaneamente. Non c’era che lui a poter e dover continuare l’opera del babbo. Un dovere morale che però cozzava con quel senso di comprensione della realtà che diceva a Marco che qualcosa di più si poteva ottenere. Non fosse altro per valorizzare tutto quel sudore. Ad onor del vero, nel momento in cui però io ho proposto anche se non glielo ho detto perché si parlava poco, di cambiare l’assetto organizzativo dell’azienda per passare alla produzione del vino per proporlo in bottiglia, ho avuto una sostanziale accettazione.  In una frase due aspetti, entrambe lati di una medesima moneta.  Il primo è relativo al dialogo. Sì parlava poco. Una verità nelle realtà contadine. Non si discute a casa. Magari al bar con gli amici. Ma a casa no. Le cose hanno un inizio e una fine. È sempre stato così e così sarà sempre. Parlare non serve. Se non ad alimentare discussioni inutili.  Il secondo alla consapevolezza, all’apertura mentale di una famiglia che capisce come il figlio, Marco, abbia il diritto di modificare le cose. Perché l’azienda sarà sua un giorno ed è bene che se ne occupi da subito.  Marco vuole una azienda che non solo produca ma trasformi così da avere margini e soddisfazione.  Margini e soddisfazione. Sarà il leitmotiv di tutta questa storia. Marco e la sua voglia di riscatto. Non per se. Per una famiglia che ha dato tanto senza ricevere altrettanto. La fatica, i sacrifici, le difficoltà. Per cosa? Nulla. Non rimaneva nulla nel vendere il foraggio a chi poi si arricchiva senza aver sudato e prodotto calli. Ingiusto. Ingiusto e immorale. Per il vino si sommavano due elementi. Quello più economico che faceva immaginare per una maggiore marginalità rispetto al cerealicolo per il quale sarebbero servite dimensioni più elevate. Il vino è una cosa che fa parte di noi. Come il pane sulla tavola. Il vino, non la bottiglia. Non ero stato bagnato dal sacro fuoco del vino.  Grande onestà e senso del pratico. Non fa fatica a riconoscerlo Marco. Non c’è stata una illuminazione, la voglia di fare del vino perché unti dal Signore o animati da un sacro ideale. Nulla di tutto questo. Il vino era semplicemente il mezzo per aumentare il margine dell’azienda e poter dire: facciamo qualcosa di bello, che ci fa riconoscere curando interamente la filiera. Cultura e filiera. Con margini. Questa la forza del vino e nel vino la bottiglia e nella bottiglia l’etichetta. Perché non è che bastasse produrre uva, occorreva trasformarla. Non bastava trasformarla in vino, occorreva imbottigliarlo. Solo così si sarebbe raggiunto qualcosa. La forza di una etichetta insomma. Ridare il giusto merito a tutte le generazioni che mi avevano preceduto. Tutto il loro saper fare era stato destinato senza che nessuno se ne rendesse conto. Orgoglio e voglia di riscatto. Sociale ed economico. Rivincita non verso qualcuno ma verso la società stessa. Non che qualcuno lo abbia richiesto. Veniva da dentro. Qui sì che il sacro fuoco ci sta tutto ma senza essere un Robin Hood. Occorreva farcela da soli. Per i miei l’obiettivo massimo era fare il miglior foraggio o vendere il miglior vitello di razza Chianina. Vendevamo l’uva alla cantina sociale o facevamo vino sfuso. Non avevamo un granché stimoli in questa zona.  La zona. Come si può non avere grandi stimoli in Val d’Orcia? Belli i paesaggi con i cipressi (come quelli tra i più instagrammati di San Quirico d’Orcia). Belli i paesini con i loro caratteristici vicoli e gli scorci (sempre instagrammabili). Buoni i vini di Montalcino, di Montecucco o proprio della Val d’Orcia.  Tutto bellissimo e buonissimo. Ora. Per chi è turista. Trent’anni fa non era esattamente così.  Premesso che non c’era Instagram e i cipressi venivano utilizzai solo per dividere le proprietà, i vini avevano certamente già una loro connotazione specifica ma non erano per tutti. Complicato produrli e ancor di più venderli.  Certo è che la Val d’Orcia non concedesse grandi stimoli. Altrove c’erano le città, le industrie, il commercio. La vita non era qui. Il mio babbo aveva degli amici a Montalcino con i quali andava a caccia e io cercai di fargli apprezzare le aziende di questi che puntavano al cliente finale. Fu utile nel fargli accettare quanto gli stavo proponendo. Il lavoro di Marco parte da lontano. Nel 1998, quando si iniziano a preparare i terreni. Cinque ettari di vigneto in totale, quattro in aggiunta a quel misero ettaro necessario per il vino di casa e vendere qualcosa in giro. L’attesa dei tre anni canonici per andare in produzione è dura, ma serve per realizzare la cantina. Necessaria se si vuole trasformare.  La scelta fu di trovare gli spazi nelle strutture già presenti recuperando gli spazi.  Nel 2001 la prima vendemmia per proporre il vino in bottiglia. Ci siamo confrontati con più enologi per impostare la futura collaborazione per quello che sembrava più vicino alla nostra mentalità.  C’è chi è pianta il Sangiovese perché qui si fa quello da sempre. C’è chi i vitigni internazionali per realizzare tagli bordolesi (o similari) e distinguersi dalla massa. C’è chi infine, pragmatico come Marco, capisce che avendo poca esperienza e tanta esigenza di vendere vino, servisse qualcosa di facile. Il risultato è così presto fatto: Sangiovese e Merlot.  Il bagaglio che avevamo di conoscenza del mondo vino si limitava al territorio ovvero che siamo a 464 metri sul livello del mare, suoli freschi di formazione marina. Facevamo una buona maturazione del Sangiovese però ad anni alterni. Volevamo un vitigno facile. Io non ho una preparazione tecnica e comunque era più in vigna che in cantina. Volevo vini veri che uscivano dalle pratiche in vigna piuttosto che dagli arrangi di cantina. Il vino in bottiglia nell’immaginario rappresentava qualcosa di industriale. Una uva facile che potesse garantirci anche nelle annate difficili una ottima qualità. Da qui la scelta del Merlot. Pragmatico, semplice, diretto. Obiettivo il riscatto. Il margine sopra ogni cosa. La voglia di emergere. Ma non con artifici o giochetti di cantina. Marco vuole un vino vero. Se lo si deve imbottigliare, che non sia industriale. Nel 2001 la prima etichetta Capitoni. È l’unica etichetta che ogni anno esce. Quella in blend con il Merlot che è un puzzle che cambia ogni anno. Vendemmie separate. Vinificazione in legno diverso. Dopo i due anni di affinamento, blend finale. Li si sceglie. Minimo 60 massimo 90% di Sangiovese. Il Sangiovese botte grande e qualche tonneau. Il Merlot, barrique e qualche tonneau. Legni Francesi. Andiamo in vendemmia con acidità sostenuti. Tannini di carattere. Serviva una spalla morbida dove far riposare i vini.  Alla faccia della semplicità. Quando parlo con Marco, tutto sembra tranne che una persona che non sappia il fatto suo. Proprietà di linguaggio, termini appropriati, voce cadenzata. Ciò che lui semplifica è una realtà irta di complicazioni. Il processo realizzato per la produzione del Capitoni, blend di Sangiovese e Merlot, è qualcosa di estremamente tecnico. Per nulla banale. Eppure lui lo semplifica rendendolo quasi “scontato”. Il vino che non ha nomi di fantasia è il risultato del lavoro di tutti noi. Non potevo immaginare nulla di diverso. Poi mi sono sbizzarrito andando avanti. Sbizzarrito! Più che altro Marco, cervello fine e umiltà di chi conosce i propri limiti, sa che si deve far aiutare da qualcuno per la parte di marketing e commerciale.  C’è il logo e l’etichetta da creare. Così come una vera e propria strategia di posizionamento. Le bottiglie non basta produrle, occorre venderle! La scelta del logo è la bifora, la cariatide della finestra sopra il portale centrale della Pieve di Corsignano. È una chiesetta di campagna. Ci sono molti rimandi che mi indicavano di attingere a questa struttura. Intanto le Pieve come luoghi di culto rurali. Ritorniamo ad una doccia che non c’era. Anche andare in chiesa in paese poteva essere motivo di imbarazzo. Si andava alla Pieve e si era tutti uguali. Nella Pieve la convivenza di simboli cristiani e pagani che convivono pacificamente. Volevo un legame forte con il territorio e nella pieve si sommavano tante cose.  La realtà contadina di un tempo. Si viveva insieme. Sì mangiava e dormiva insieme. Il bagno era fuori, la latrina con la fossa. Per la doccia occorreva che si riempisse la tinozza con l’acqua calda nella quale, a turno, si faceva il bagno. L’ultimo che entrava, trovava qualcosa di non esattamente pulito. Sempre ci fosse la possibilità di farlo il bagno. Magari una volta ogni mese. Chissà! Il 2005 è il primo anno di Frasi. C’era la voglia di fare qualcosa di più territoriale. Frasi si fa da una vigna del ‘74: Sangiovese, Canaiolo, Colorino. Botte grande. Volevo mettere insieme gli elementi territoriali. Anche se esco come Orcia i nostri vigneti sono iscritti a Chianti DOCG sottozona Colli Senesi. Nel 2000 fu istituita la DOC Orcia. Magari non sarei uscito come Chianti Colli Senesi ma ritenni di dare credito a qualcosa che stava nascendo. Tuttora la scelta vendemmiale è riclassificare le uve a Orcia DOC La frase cambia ogni anno. Tra i vari privilegi del vino, la bottiglia che diventa messaggio del risultato del nostro lavoro. Con Frasi mi consente di esprimere qualcosa di non sempre legata al vino. Una frase compressa che ha una decodifica. Quello che voglio dire lo spiego. Due anni di affinamento in botte grandi. Una vigna, una botte, un vino. Un unicum. 4300 bottiglie o zero. Se l’annata vale, esce. Altrimenti non esce.  Le frasi sono di Marco. Raccontano un particolare di quella annata pensando all’annata. Nel 2007 la soddisfazione della fatica, le speranze dei risultati. Orgoglio! Per me rimane una annata nel cuore. Una delle prime quando ho potuto decidere delle cose. La 2009 erano gli anni in cui doveva uscire il disciplinare del vino biologico. Mi aspettavo uno strumento di chiarezza sulle coltivazioni. Fu una delusione e li la frase fu: poche parole e una stretta di mano. Galantuomini. A dire tutto quanto normato è scritto ma vale di più la stretta di mano. Le riflessioni di Marco sembrano quelle di un esperto di marketing. Invece sono intuizioni regalate poi a chi di comunicazione se ne intende. Spesso, proprio da questi osteggiate. Quando abbiamo immaginato la trasformazione pari passo con la parte agronomica ed enologica e proprio perché ero a digiuno di questo mondo ho ritenuto necessario chiedere supporto per la comunicazione. Io l’ho interpretato come il decoder mondo vino. Perché succede questo? Ho lavorato con Maddalena Mazzeschi e abbiamo iniziato ben prima di avere le bottiglie. Mi sentivo bisognoso di avere indicazioni. Mi è stato chiesto cosa è una consulenza. Immagina di essere in una città che non conosci e devi andare in un posto x. Se sei sveglio e sei abituato a muoverti, magari ti pendi una metro o altro e arrivi a destinazione. Se non sei abituato a muoverti in un ambito simile, prendi un taxi e comunque arrivi alla meta. Sarà più costoso ma arrivi. La consulenza è come un taxi. La meta però la devi sapere tu. Io dovevo fare queste bottiglie e dovevo venderle. Sembra banale ma è cosi. L’idea di mettere delle frasi è stata mia. Quando ho parlato di questa idea con Maddalena la sua prima risposta è stata: ma poi bisogna avercela tutti gli anni una frase da mettercela. Io avevo e ho tanto da raccontare. Non sapevo se potesse funzionare però. Ogni vino è specchio di una annata portando seco quella profonda diversità di una vigna che ha subito o meno quanto il tempo ha donato. È sempre e comunque un dono e c’è sempre un motivo se qualcosa di diverso accade. Di sicuro i vini sono diversi. Sia per quanto accade in vigna sia per quanto il vignaiolo mette del suo. Solo un vino industriale o che ha subito grandi trasformazioni in cantina sarà sempre uguale. Magari qualitativamente pazzesco, ma sempre uguale.  Non tutte le persone hanno poi qualcosa di dire. O, per dirla in un altro modo, ci sono persone che parlano con i fatti, altri con le opere, altri con parole o pensieri. Alcuni, solo alcuni, parlano con tutto questo. La firma di un vignaiolo è il vino. Una impronta indelebile e inconfondibile che va aldilà delle annate. Possono variare le stagioni ma quell’impronta, rimane. Allora a che serve una firma o una frase?  Io credo che il lavoro nostro e delle generazioni passate abbia in se dei valori e delle cose da raccontare ed esprimere che generalmente non trovano spazio. Non c’era prima la possibilità da parte di chi le viveva di esternarle.  Una sorta di esternazione della rivalsa. Un modo per recuperare il tempo perduto e dire ciò che prima non si poteva dire poiché sotteso o represso. Comunque sia, non detto, non tramandato. Pensiamo a quanta cultura sia insita nelle realtà contadine di un tempo tramandata solo per via orale di padre in figlio cosi da perdersi ad un certo punto del cammino. Cultura contadina che si scontra con le tante difficoltà e le infinitesime soddisfazioni.  È cosi che le frasi sono un modo per esprimere se stessi, le idee, le frustrazioni, le paure, i successi. Senza paura. Senza alcuna remora. Essere giudicati? Perché mai. Ogni frase è spontaneità attinta al profondo. È realtà di animo portata sull’etichetta di un vino che nemmeno si fa ogni anno.  Ne ha fatta di strada dal modesto Podere Sedime di un tempo. Sette ettari e mezzo di vigneto. Poi quindici di bosco. Un uliveto e terreni seminativi per un totale di 50 ettari totalmente bio. Ventimila bottiglie e una redditività completamente diversa da quella dalla quale erano partiti.  Nessuna velleità di andare verso maggiori produzioni al fine di salvaguardare l’artigianalità della quale va tanto fiero. Sperimentazione e crescita però si.  Il 2010/2011 Sono stati gli anni della consapevolezza. Ciò che più mi stonava era una foto olfattiva. I primi mesi dopo la vendemmia le svinature, i primi travasi. Una esplosione di odori in cantina. Portavo il vino a cena perché mi faceva gola. Uno sciroppo di goduria. In legno acquisiscono maggiore importanza, una nobilitazione per ottenere la quale occorre perdere l’aspetto varietale dato dalla zona. Il legno serve per un approdo commerciale ma da vignaiolo mi lasciava mezza soddisfazione. Così ho iniziato la ricerca di un contenitore alternativo. Il percorso di micro vinificazione in acciaio per simulare il legno, anfora, barrique esauste. Nel 2015 abbiamo preso le prime due anfore di terracotta di Impruneta. È il vino che si serve per primo in degustazione ma non è il vino di entrata. C’è la stessa qualità dell’uva degli altri vini. È un clone di Sangiovese che più si adatta a quel tipo di risultato. Qui cerchiamo frutto nella semplicità. Un vino che sa solo di vino. Semplicità nella accezione alta del termine. Un percorso di crescita. Un percorso di emancipazione sociale. Di ribellione, di orgoglio. Per potercela fare smarcandosi dalla mezzadria, dal padrone, dal doversi limitare a prodotti a basso valore aggiunto. La voglia, unita alla capacità e alla consapevolezza. La fatica, il sudore. Senza fermarsi, crescendo giorno dopo giorno, un passo dietro l’altro. Senza fretta. Tre vini in gamma. Capitoni, Troccolone, Frasi. Prodotti in quantità variabili in funzione dell’annata ma tendenzialmente con volumi di circa 12.000 per il Capitoni, circa 4.000 ciascuno (in funzione delle annate) per Troccolone e Frasi. Il Troccolone è il Sangiovese che fermenta e affina in anfora. L’elogio del Sangiovese al territorio della Val d’Orcia.  Bello e invitante l’intenso rubino che reca in se un riflesso che principia ad essere granata. I sentori sono inaspettati. Al naso arriva qualcosa che spiazza totalmente. C’è la tipicità del fresco vegetale e della viola che contraddistinguono il Sangiovese. Poi però arriva una frutta inaspettatamente cotta: prugna, ciliegia e melograno. Il balsamico esalta l’alcol aprendo completamente le narici e lasciando scoprire note che assomigliano a spezie dolci. Eppure c’è stata solo anfora! Il sorso è piacevolmente equilibrato, caldo secco fresco con tannini potenti ma non fastidiosi, non invadenti. Dovrei dire, maturi al limite del raffinato. Il Sangiovese si apre in in bocca espandendosi ed equilibrandosi fornendo un finale tendente verso l’amarognolo, marchio di fabbrica di Capitoni. Tutto riempie la bocca in un misto tra pastosità ed eleganza rendendolo intrigante. È un vino vero, direi contadino nell’alto senso del termine per la grande bevibilità e piacevolezza realizzata in anfora con lieviti indigeni. Inaspettato! Capitoni è l’Orcia Riserva DOC 2020, sapiente mix di Sangiovese (80%) e Merlot (20%). Ventiquattro mesi di affinamento in botti grandi e barrique poi almeno dodici di bottiglie.  Rubino con riflessi granata a dare un senso di eleganza del tempo. Una bella frutta matura virante verso il cotto, arriva subito al naso: prugna, pesca, mela. Poi note speziate si rivelano nel sottofondo insieme al sottobosco in una piacevole amalgama. Chiodi di garofano, anice stellato, un pò di pepe, del cioccolato, del tabacco per un meraviglioso e piacevole bouquet che prima ammalia poi risveglia grazie al velo di balsamico. Il sorso è ampio con i setosi è presenti tannini. Secco, caldo, ben sapido e con il frutto che rimane sulla parte esterna della bocca mentre al centro della lingua fa capolino quella intrigante sensazione quasi amarognola. Ampio, fresco, perfettamente bilanciato sia per durezze sia per intensità. Un vino che trasmette a pieno l’idea di un terreno arso dal sole lavorato con tanto sudore. Infine Frasi, il Sangiovese (con aggiunta di Colorino e Canaiolo) proveniente dalle vecchie vigne del 1974 con almeno ventiquattro mesi di affinamento in botti da trentatré ettolitri.  Il colore è intenso, profondo, impenetrabile.  I sentori sono di frutta matura, cotta, densa, scura, intensa. Un velo di balsamico la rende quindi caramellosa. Ruotando il calice emergono le intense e prepotenti note speziate e tostate, mitigate solo da quelle vegetali. Tutto è intenso e profondo, poi polposo da addentare. Cioccolato, tabacco, noce moscata, zenzero. Tutto è veramente armonico e soprattutto, pieno. Il sorso, nonostante siano presenti tannini intensi, comunque non invadenti, è armonico, ampio, sapido. Un gusto di mela cotogna cotta nelle spezie si incanala spavaldamente in gola con un senso di sapida  ampiezza così che, non appena l’effetto dei tannini si placa, arriva la voglia di riprovare le medesime sensazioni. Una spirale di sensuale energetico movimento, di incessante ritmo vorticoso. Anche Frasi restituisce una intrigante bocca con il finale quasi amarognolo: allora è davvero un marchio di fabbrica. Rimane da fare una vinificazione senza solfiti. Nelle tre etichette, l’unico additivo rimasto sono i solfiti. Le fermentazioni sono spontanee, non si inoculano batteri malolattici, non si fanno filtrazioni, non si aggiungono tannini, non si aggiungono stabilizzanti o gomme arabiche. Ci siamo arrivati gradualmente. Quando inizi a capirci qualcosa insomma. Dalla 2015 in poi. Ci facevano aggiungere lieviti o tannini, una vitamina c, ecc. Dal 2015 facendo anche una mezza cosa all’anno ma la facevamo. Non per un fatto religioso ma per provare a vedere quello che era possibile. I vini dovevano comunque rimanere buoni. Adesso che anche il figlio, Angelo, è entrato in azienda, Marco sa che dovrà prima o poi confrontarsi con idee nuove. Fresca linfa vitale che non necessariamente costituirà una continuità.  Per suo input si potrebbe fare qualcosa di diverso. Sì educa per simulazione o per opposto. Nell’approccio che abbiamo avuto mia moglie ed io con Angelo di sicuro abbiamo dato libertà assoluta. Lui lavora con noi ma è stata una sua scelta. Anche contro indicazioni mie. Avrei preferito che l’avesse fatto con maggiore esperienza esterna.  Tanta strada fatta. Tanta ancora da fare. Quella che sembra una storia di successo non è arrivata da sola. Ne Marco ha fatto tutto da solo. Non sarebbe possibile. Saggezza sta nel riconoscerlo.  Mia moglie mi ha dato solidarietà incondizionata. Lavorava in uno studio di commercialisti e si è sobbarcata gratis tutta la parte di contabiltà. Mio babbo da un punto di vista lavorativo ed economico. Abbiamo agganciato dei piani di sviluppo ma li devi portare a compimento anche con la parte amministrativa. Quello che abbiamo fatto da un punto di vista economico non sarebbe possibile. Lo è perché si è fatto in famiglia attingendo a risorse di famiglia.  La saggezza sta proprio in questo. Capire quanto l’apporto di una famiglia sia stato non importante, fondamentale. Un blend di saggezza e umiltà che, ne sono certo, prima o poi Marco riporterà sull’etichetta del Frasi (sempre che non l’abbia già scritto!). Ciao Marco!   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Roxanich. Dove il Vino Ascolta la terra e il tempo gli insegna a parlare Arrow Right Top Bg

26 Giugno, 2025

Roxanich. Dove il vino ascolta la terra e il tempo gli insegna a parlare

  Vigne e Orizzonti ci porta questa volta oltreconfine, tra le colline rosse e i silenzi luminosi dell’Istria croata. Siamo a Motovun, borgo incantato sospeso tra cielo e terra, tartufi e memorie, noto anche per aver dato i natali a Mario Andretti.
È alle sue pendici che prende vita Roxanich, la cantina visionaria di Mladen Rožanić: un luogo fuori dal tempo, dove tradizione, biodinamica e radicalità si fondono in un’idea di vino che non rincorre il mercato, ma il senso.
Una storia che merita di essere raccontata. Un Incontro Folgorante La mia scoperta di Roxanich avviene per caso – o forse no – tra le suggestioni dell’Orange Wine Festival di Isola nel 2023. Quei vini mi colpiscono al cuore: profondi, opachi, ribelli. Li ritrovo pochi mesi dopo all’Amber Wine 2023, ed è chiaro che non si tratta solo di suggestione. C’è sostanza, visione, autenticità e rimango impressionato dalle annate proposte, non certo le ultime come succede sovente con i vignaioli del Friuli Venezia Giulia Nel marzo 2024, in un intreccio curioso di coincidenze, conosco un collaboratore di Mladen da Specogna, nei Colli Orientali. Poche parole bastano per far nascere un invito che cambierà tutto: due giorni (con Tania mia moglie) a Motovun con Mladen e il suo braccio destro Stjepen, che con generosità e passione mi immergono nella loro visione. Una filosofia che sento mia: zero interventismo, tempo, autenticità. I vini escono solo quando sono pronti, e ogni bottiglia racconta la sua storia con radicale onestà. Sono tornato da Roxanich anche pochi giorni fa, con un gruppo di amici e clienti: volevo che conoscessero personalmente questo mondo perché credo fermamente che meriti di essere scoperto, compreso, vissuto. E merita essere diffuso, raccontato. Filosofia e Origini: Il Tempo come Ingrediente Per Mladen Rožanić, la vera sfida era dare nobiltà e longevità ai rossi istriani. Le sue prime tre etichette, tutte del 2005, sono state proprio tre vini rossi, vinificati e invecchiati secondo una filosofia personale e rigorosa. Enologo autodidatta, Rožanić ha approfondito il pensiero di Rudolf Steiner e di Maria Thun, abbracciando biodinamica e antroposofia. Per lui il vino è cibo, e come tale merita tracciabilità totale: annata, vitigno, data di vendemmia e imbottigliamento, esposizione, ore di sole, millimetri di pioggia – tutto è sempre riportato in etichetta.
L’uso di solforosa? Solo se strettamente necessario, per non compromettere il vino. Il tempo è incorruttibile. È l’unica cosa che non possiamo comprare. Quella che scopro non è solo una cantina. È un pensiero liquido. A Roxanich il vino non è mai spinto, mai forzato, mai corretto. Si lavora in vigna in modo biologico, si vinifica in modo naturale e non interventista: fermentazioni spontanee, lunghe macerazioni (anche per i bianchi), nessuna chiarifica, nessuna filtrazione. E soprattutto: i vini escono solo quando sono pronti. Nessun calendario commerciale, solo il tempo della materia. Le uve di Roxanich provengono da una delle zone vinicole più spettacolari e ambite della Croazia: l’“Istria Rossa”. Il nome deriva dal suo caratteristico suolo calcareo rosso, ricco di ferro, con acidità neutra e grande mineralità – condizioni ideali per la coltivazione delle varietà autoctone e internazionali coltivate in azienda. I vigneti si estendono per oltre 26 ettari e forniscono a Roxanich uve già naturalmente ricche di sapore, coltivate senza l’uso di pesticidi o arricchimenti artificiali. I principali cru aziendali – Mondellebotte (Bačva), Bussure e Valle – erano noti fin dall’antichità come “terreni migliori” della zona. La posizione dei vigneti, a circa 200 metri sul livello del mare e relativamente vicini alla costa, garantisce un benefico scambio termico tra giorno e notte, contribuendo alla complessità aromatica e alla struttura dei vini. Mladen Rožanić, discepolo dei viticoltori della Valle del Rodano, ha compiuto fin da giovane un vero e proprio pellegrinaggio enologico, visitando cantine in tutta Europa prima di tornare nella sua natia Istria per dar vita alla sua visione. È una filosofia che sento mia. Che mi parla di verità, di fiducia nella natura, di pazienza. Una filosofia che, oggi più che mai, ha bisogno di essere raccontata.   Le Tre Linee Roxanich: Freschezza, Famiglia, Profondità First Roses   Linea d’ingresso, fondata su macerazioni brevissime di 24 ore, pensata per offrire freschezza e bevibilità pur rimanendo fedele alla filosofia della casa. Perfetti per l’aperitivo, sono vini diretti, giocosi, ma mai banali. Un invito a lasciarsi incuriosire. Montona – Malvasia Istriana Roxanich Rovigno – Blend di Malvasia Istriana, Pinot Bianco, Chardonnay Draga – Pinot Bianco Mirna – Sauvignon Blanc Portorose – Rosato da Borgonja Istriana e Terrano Venezia – Blend variabile di Merlot, Terrano, Refosco, Cabernet Sauvignon Sorelle Linea affettiva e simbolica, dedicata alle sei figlie di Mladen. Ogni vino porta il nome di una figlia, in ordine di età, e riflette la sua personalità attraverso il vitigno scelto. Sono state proprio loro a scegliere il vino che più le rappresentava. Vini longevi, macerati e fermentati spontaneamente, tanto in bianco quanto in rosso. Lara 1/6 – Malvasia Istriana Petra 2/6 – Plavac Mali e Terrano Sara 3/6 – Chardonnay Mara 4/6 – Rosato da Borgonja Istriana Zara 5/6 – Blend di Sauvignon Blanc, Pinot Bianco, Pinot Grigio, Vermentino, Glera, Friulano, Riesling Italico Tara 6/6 – Blend di Malvasia Nera, Syrah, Lambrusco, Barbera, Cabernet Franc, Borgonja Istriana Philosophy La gamma più ambiziosa e meditativa. Vini da lunghissime macerazioni e affinamenti prolungati, nati per durare nel tempo e cambiare nel bicchiere. Bordo’ 2012 – Merlot Sauvage – Cabernet Sauvignon Teran Re – Terrano Pinot Nero – In purezza Super Istrian – Cabernet Sauvignon, Merlot, Borgonja Istriana Porat Antenal – Vino liquoroso in stile Madeira da uve Cabernet Sauvignon 2009, fortificato con distillato di vino e invecchiato 10 anni in barrique. Omaggio al porto fluviale di Antenal, storico snodo commerciale ai tempi dei Romani, secondo per importanza solo a Venezia. A completare la linea Philosophy, due Metodo Classico in tiratura limitata: Les Bulles – Malvasia Istriana Les Bulles Rosé – Borgonja Istriana e Terrano
Entrambi disponibili in due sboccature: una dopo circa 3 anni, l’altra dopo 5–6 anni. La Cantina: Un Santuario Scavato nella Roccia Nel 2019, Roxanich inaugura una cantina monumentale a sei livelli, scavata nella collina sotto Motovun. È un luogo totale, dove il vino si affina in botti grandi, anfore, barrique e silenzio. Sembra un tempio contemporaneo, fatto di luce soffusa e pietra viva. Qui, tra botti che riposano in penombra e corridoi che odorano di mosto e roccia, ho vissuto due giorni irripetibili. Il vino, qui, è rituale e ricerca, estetica e ascolto. E Mladen, con il suo sguardo sereno e profondo, ti insegna che fare vino significa anche fare silenzio. La cantina ospita anche un elegante wine hotel, una spa e un ristorante gourmet: un invito a immergersi totalmente nella visione di un uomo che ha scelto la strada meno battuta. Conclusione: Una Lezione di Lentezza In un mondo ossessionato dalla velocità, Roxanich ci ricorda che il vino — come la vita — ha bisogno di tempo. Tempo per maturare, per esprimersi, per diventare se stesso. Ogni bottiglia è un gesto di resistenza, una voce che sussurra:
Ascolta, non correre, assapora. E una volta che ti lasci trasportare, non torni più indietro. Perché in un mondo vinicolo sempre più standardizzato, Roxanich è una voce fuori dal coro. È la prova che un’altra strada è possibile: lenta, consapevole, profonda. Chi beve Roxanich non cerca perfezione, ma verità. Non cerca effetto, ma emozione.
Ogni bottiglia è un atto di libertà.
E chi l’assaggia lo sa: questi vini non ti lusingano, ti mettono alla prova. Ma se ti arrendi alla loro complessità, non li dimentichi più.     Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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