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22 Giugno, 2025

Il Pinot Bianco secondo Hofstätter: quando le dolomiti si riscoprono nei vigneti

Nel cuore dell’Alto Adige, dove l’altitudine scolpisce l’identità dei vini e la viticoltura richiede visione.   Il Pinot Bianco della tenuta J. Hofstätter di Tramin-Termeno si distingue come interprete raffinato dell’evoluzione del gusto contemporaneo, grazie alla sua sorprendente versatilità. Una delle curiosità più affascinanti legate al Pinot Bianco riguarda la percezione che i viticoltori ne avevano in passato. Per lungo tempo in Alto Adige si è operata un’unica distinzione, quella tra un Pinot Bianco “verde” e uno “giallo”. Solo negli anni Ottanta del secolo scorso, si scoprì che quest’ultimo era in realtà Chardonnay. Con il crescente successo dello Chardonnay prima, e del Pinot Grigio poi, il Pinot Bianco rimase per anni in secondo piano, nell’ombra di queste due varietà. Non per Hofstätter che da sempre firma due diverse interpretazioni di questo vitigno. Negli ultimi decenni il Pinot Bianco è stato oggetto di una vera e propria riscoperta anche da parte di una nuova generazione di viticoltori consapevoli del suo potenziale espressivo. Martin Foradori Hofstätter

Questa varietà per noi rappresenta la purezza, la freschezza per la quale l’Alto Adige è apprezzata dagli appassionati, sicuramente tra i vitigni più rappresentativi della nostra zona di montagna.   Il Pinot Bianco firmato Hofstätter nasce da vigneti vocati, posti a quote intermedie, dove l’escursione termica tra notte e giorno e i suoli calcarei di origine dolomitica conferiscono al vino una finezza naturale. Il profilo organolettico è segnato da note di mela verde, fiori di campo e una sottile traccia agrumata. Al palato emerge un equilibrio calibrato tra acidità viva, tessitura sapida e una chiusura asciutta, che ne enfatizza la verticalità. È una versione pura e rigorosa, che rifugge l’eccesso per privilegiare l’autentica freschezza del vitigno. La Redazione
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22 Giugno, 2025

L'anteprima di Villa La Ripa per AIS Arezzo

Villa La Ripa apre le porte della nuova cantina per AIS Arezzo Antria, Arezzo, 6 giugno. Un'emozione palpabile ha avvolto la nostra delegazione AIS di Arezzo ieri sera, quando alle 18:30 un nutrito gruppo di esperti sommelier si è recato a Villa La Ripa per un evento davvero speciale. Non una semplice visita, ma una preview esclusiva della nuova cantina, un'anticipazione in attesa dell'inaugurazione ufficiale prevista per questa estate. Il nostro cuore era gonfio di gioia e curiosità, perché per noi di AIS Arezzo, Villa La Ripa non è solo un'azienda vinicola, ma un vero e proprio cuore pulsante della realtà vitivinicola del territorio aretino.
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21 Giugno, 2025

Cambio di direttivo per il Consorzio Vini Valle d’Aosta: alla guida della cordata una nuova generazione, con Nicolas Bovard in veste di Presidente

“La haut”, lassù, nella regione più montuosa d’Italia, dove l’alta quota domina e i vigneti si spingono fino a 1.200 metri, i vignerons della Valle d’Aosta hanno rinnovato le cariche del Consorzio
  A segnare l’importante svolta generazionale è Nicolas Bovard (Cave Mont Blanc), neoeletto Presidente, classe 1996, affiancato dal Vicepresidente André Gerbore (Cave des Onzes Communes), classe 1989. Una scelta che testimonia la fiducia del settore nei giovani protagonisti della viticoltura valdostana. A completare il direttivo, il nuovo consiglio composto da Hervé Grosjean (Grosjean Vins), Patrick Ronzani (Institut Agricole Régional), Matteo Barmaz (Di Barrò), Elio Chatrian (Crotta di Vegneron), Luciano Zoppo Ronzero (Pianta Grossa), Vincent Grosjean (Soc. Agricola Les Ecules), Marco Martin (Lo Triolet). Tra le priorità del nuovo consiglio, un manifesto chiaro e ben focalizzato su alcuni punti: definire e rafforzare l’identità della denominazione Vallée d’Aoste DOC, vigilare sul corretto utilizzo della denominazione d’origine, collaborare con gli enti di ricerca per promuovere lo sviluppo della viticoltura di montagna e lavorare a stretto contatto con l’amministrazione regionale per la valorizzazione della DOC, sia sul territorio che oltre i confini regionali. Il nuovo direttivo esprime sincera gratitudine al Presidente uscente Vincent Grosjean, insieme a Giulio Corti, Alessandro Jans ed Ermes Pavese per l’impegno, la dedizione e la passione per il lavoro svolto, ringraziando tutti i viticoltori per la fiducia accordata. Si apre ora un nuovo capitolo, animato dal desiderio di unire le forze e proseguire, con la partecipazione di tutti i Vignerons, alla costruzione di un futuro solido e promettente per la viticoltura valdostana, fatto di collaborazione, identità e amore per il territorio. Costituitosi formalmente nel marzo del 2022 – il Consorzio nasce dopo molti anni di lavoro di Vival – Associazione Viticoltori Valdostani – che fino a quel momento ha promosso e tutelato i vini DOC della Valle d’Aosta. Oggi questa realtà – che associa 48 aziende del territorio – svolge un ruolo fondamentale nel promuovere e tutelare la produzione vinicola regionale: le circa 1,8 milioni di bottiglie prodotte annualmente rappresentano circa il 97% della produzione regionale di vino DOC. La Redazione
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21 Giugno, 2025

Una sera all’Osteria La Briciola. Intimità ed eleganza

A pochi minuti dal centro storico di Tivoli, lungo la via Tiburtina Valeria in direzione Castel Madama, esiste un luogo dove il tempo sembra rallentare e la cucina racconta storie antiche con un linguaggio nuovo. È l’Osteria La Briciola, un ristorante accogliente e curato, dove ogni dettaglio – dalla tavola all’atmosfera – è pensato per far sentire l’ospite al centro di un’esperienza autentica. Ad accogliermi, con un sorriso genuino e una stretta di mano decisa, è Enrico, chef e sommelier, ma soprattutto anima e mente dell’osteria. È lui a scegliere quotidianamente le materie prime, a studiare e comporre i menù, a decidere con cura il pescato e le carni da proporre. Ma Enrico ha fatto una scelta rara e affascinante: non è in cucina, ma in sala, perché ha formato personalmente i ragazzi che oggi lavorano ai fornelli. Questo gli permette di dedicarsi all’ospite, raccontando con passione il senso dei piatti e il percorso enogastronomico che ha immaginato. L’Osteria La Briciola ha aperto le porte il 10 maggio del 2010 e oggi accoglie un massimo di quaranta ospiti. È un luogo intimo, dove la qualità viene prima di tutto. La brigata – composta da dieci persone tra sala e cucina – lavora in armonia, offrendo un servizio attento e discreto. Giunto al tavolo, resto colpito dall’eleganza sobria dell’apparecchiatura, dalla disposizione studiata dei tavoli, dall’arredo caldo e accogliente. Il menù racconta una cucina di terra e di mare, saldamente radicata nella tradizione ma capace di sorprendere grazie a rivisitazioni mai eccessive, sempre tese a valorizzare i sapori autentici, nel rispetto dell’equilibrio gustativo. Sfogliando la corposa carta dei vini, si capisce subito che dietro ogni etichetta c’è una ricerca, una storia, un legame con il territorio. E il menù conferma questa sensazione: ogni piatto sembra nato per dialogare con un calice, per costruire un’armonia che coinvolge tutti i sensi. Tivoli, città dalla storia millenaria – fondata tra il IX e il X secolo a.C., ben cinque secoli prima di Roma – sembra aver trasmesso a questo luogo un senso profondo di bellezza e di equilibrio. Qui, all’ Osteria la Briciola, la tradizione non è un vincolo ma una base solida su cui costruire nuove emozioni culinarie. Ed è proprio in questa continua ricerca del giusto incontro tra passato e presente che si racchiude la vera essenza del buon vivere. E forse non è un caso che la mia cena degustazione cominci proprio da una crocchetta. Un piatto semplice all’apparenza – pasta e patate, comfort food per eccellenza – ma qui proposto con una leggerezza sorprendente, in un equilibrio perfetto tra cremosità interna e croccantezza esterna. La salsa di carote, dolce e vellutata, accompagna il boccone come una nota musicale che completa l’accordo. È un gesto gentile, ma anche una dichiarazione di intenti: da qui si parte, dalla memoria, per arrivare a qualcosa di nuovo. E in quel primo morso c’è già tutta l’idea della cucina di Enrico – colta, precisa, mai ostentata. Enrico decide di accompagnare questo inizio con qualcosa di piacevole e fresco e serve un calice di Prosecco Soligo Extra Dry DOC, proveniente dalla bellissima Treviso. Fresco, fragrante, con delicate note fruttate e una bollicina fine che accarezza il palato, è il compagno perfetto per iniziare il percorso. Un brindisi discreto ma significativo, che dà il tono alla serata: cura, selezione, equilibrio. Qui nulla è lasciato al caso. Ed ecco una piccola sorpresa che strappa un sorriso: viene posizionato accanto al tavolo un fornetto in ceramica, elegante e funzionale, che ha il compito di mantenere caldo il pane. Sulla sua superficie, ordinati con gusto, trovo pane fritto, pan brioche, panini ai semi di papavero, zucca e sesamo – tutti rigorosamente fatti in casa. Un gesto che racconta amore per il dettaglio, attenzione all’ospite, e una volontà di offrire non solo gusto, ma anche coccole. Il pane viene accompagnato da un olio extravergine d’oliva del Frantoio Coletta, proveniente esclusivamente dagli oliveti della zona pedemontana vestina abruzzese, nel cuore del comprensorio DOP Aprutino Pescarese. Un olio elegante, aromatico, capace di esaltare ogni singolo boccone. È il primo vero assaggio della filosofia della Osteria la Briciola: semplicità apparente, ma sostanza e profondità in ogni scelta. Il percorso prosegue con un piatto che incanta per equilibrio e presentazione: polpo arrosto su salsa di melanzane, accompagnato da un’insalatina di finocchio e menta. Il polpo, tenerissimo e ben rosolato, poggia su una crema di melanzane affumicata che regala profondità e calore, mentre l’insalatina regala quella nota di freschezza e croccantezza che bilancia il piatto in modo sorprendente. È una danza tra mare e orto, tra sapori intensi e leggerezze aromatiche, che racconta ancora una volta la mano esperta e l’intelligenza creativa di Enrico. A seguire, arriva in tavola un piatto che conquista prima ancora dell’assaggio: raviolo ripieno di gamberi rosa e burrata, con granella di pistacchi di Bronte. Il colore acceso della pasta, dovuto all’impasto all’uovo con barbabietola, accende il piatto di toni vibranti e invita all’assaggio. Inizio con il primo boccone che riempie la bocca di tutta la bontà del suo ripieno. Al palato, la dolcezza delicata dei gamberi si fonde con la cremosità fresca della burrata, mentre il pistacchio aggiunge una nota croccante e sapida che chiude il cerchio con eleganza. Un primo piatto che è insieme visione, tecnica e piacere, e che conferma – se ce ne fosse bisogno – quanto la cucina della Osteria la Briciola sappia parlare al cuore oltre che al gusto. Ma la sorpresa non è finita. Come se quel primo non fosse già stato un inno al piacere, Enrico  serve un secondo primo – e lo fa con un sorriso complice, quasi a dire “aspetta di assaggiare questo”. Arriva così un cappellaccio ripieno di puntine di maiale, adagiato su una fonduta di Parmigiano e completato da un generoso sugo di puntine. Il profumo è quello delle cucine di un tempo, del ragù che borbotta lento la domenica mattina. “È il classico pranzo della nonna”, dice Enrico, e in effetti basta un morso per ritrovarsi seduti a una tavola familiare, tra chiacchiere, tovaglie ricamate e piatti che sanno di casa. Ma qui, quel ricordo viene reso attuale con tecnica raffinata e una costruzione del gusto che non tradisce mai la semplicità originaria. Un piatto che scalda, coccola, commuove. E proprio mentre sono immerso in questi sapori, Enrico fa un gesto che mi colpisce: per ricordarmi le mie radici pugliesi e omaggiarmi del mio territorio e versa un calice di Gelso d’Oro Nero di Troia 2020 della Cantina Podere 29. Un vino dal carattere deciso, 14% vol., affinato sei mesi in acciaio e otto in barrique, prodotto nell’Agro di Cerignola, nel cuore della Daunia. Le vigne, allevate a cordone speronato, raccontano di una terra generosa e di un vitigno autoctono che sa essere potente ma elegante. Nel bicchiere, questo rosso sprigiona sentori di frutti neri maturi, spezie dolci e una leggera nota tostata. Al palato è pieno, avvolgente, con un finale lungo e armonico. Un brindisi che è più di un semplice abbinamento: è un gesto di attenzione, un modo di farmi sentire a casa anche lontano da casa. Ed è proprio questa la magia della Osteria la Briciola: farti sentire visto, ascoltato, accolto. Con questo vino dal carattere deciso, Enrico porge un piatto che ne è il degno compagno: stinco di agnello cotto a bassa temperatura, adagiato su un cremoso di patate vellutato e profumato. La carne, tenerissima, si sfalda al solo tocco della forchetta e si lega perfettamente alla dolcezza sobria delle patate. Ogni boccone è un abbraccio caldo, profondo, che racconta lentezza, tecnica e rispetto per la materia prima. È un secondo che parla il linguaggio della sostanza, ma con eleganza. Un piatto che non ha bisogno di orpelli per emozionare, perché è costruito su un’essenza solida e sincera, come tutta la filosofia della Osteria la Briciola. E poi, come una bandiera che annuncia sul foto finish la fine di un viaggio meraviglioso, arriva “Dolce Incontro”: rhum, arancio e cioccolato fondente. Una semisfera di cioccolato fondente racchiude al suo interno una delicata crema al rhum e arancia, punteggiata da palline croccanti di cioccolato, mentre una riduzione di arancia e menta decora il piatto come un pennello su una tela. È uno spettacolo alla vista, un’opera d’arte commestibile che mi spinge a fermarmi un attimo, a prendere il telefono e a scattare una foto, come a volerlo conservare per sempre, per non dimenticare questo dolce che è già poesia solo a guardarlo. E quando penso che il percorso sia ormai concluso, Enrico sorprende ancora con un piccolo omaggio personale: un bon bon di panna cotta al lampone, un cioccolatino cocco e ananas e un assortimento di piccola pasticceria. Un gesto semplice ma pieno di significato, un modo per ringraziarmi della mia presenza, per averlo conosciuto e onorato la sua tavola. Un ultimo pensiero che chiude la serata con gentilezza e gratitudine, come una stretta di mano sincera al termine di un incontro speciale. Un gesto gentile, che non vuole stupire, ma accarezzare. Un modo discreto e sincero per dire “grazie” a chi ha attraversato la sua tavola, con rispetto e curiosità. E allora sono io, ora, a voler dire grazie. Grazie a te, Enrico, per questa cena meravigliosa. Per ogni sapore pensato, per ogni dettaglio curato, per ogni racconto sussurrato tra un calice e un piatto. Grazie per avermi fatto sentire accolto, per aver trasformato una serata in un viaggio, un menu in una narrazione, una tavola in un luogo dell’anima. Porterò con me questa esperienza come si portano le cose belle: nel cuore e nei ricordi. E tornerò, perché posti così non si dimenticano. Si custodiscono, si raccontano, si ritrovano. Alla prossima, Enrico. E che il tuo buon vivere continui a illuminare chi ha la fortuna di sedersi alla tua tavola. Lascio l’Osteria La Briciola con il cuore pieno e il palato felice, consapevole di aver vissuto non solo una cena, ma un’esperienza. Qui, in questo angolo tranquillo alle porte di Tivoli, il buon vivere ha trovato una casa: fatta di cura, passione e umanità. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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20 Giugno, 2025

Vecchie Terre di Montefili entra a far parte dell’Old Vine Conference

  Le vigne storiche di Sangiovese arrivano a Londra.   Vecchie Terre di Montefili, storica tenuta immersa tra le colline di Panzano in Chianti, annuncia con orgoglio il suo ingresso ufficiale nell’Old Vine Conference, un prestigioso movimento internazionale dedicato alla tutela e alla valorizzazione delle vigne storiche nel mondo. Come parte di questa élite, Montefili parteciperà all’evento 2025 dell’Old Vine Conference, in programma il 17 giugno a Londra presso Vagabond Wines, in zona Monument. A rappresentare la tenuta sarà Serena Gusmeri, enologa ed agronoma, che guiderà la degustazione di Anfiteatro: un Sangiovese in purezza proveniente dalle vigne più antiche della tenuta, testimonianza viva della ricchezza e dell’autenticità del terroir di Montefili. Serena Gusmeri enologa ed agronoma di Vecchie Terre di Montefili Essere selezionati dall’OldVine Conference è un onore che parla all’anima di Montefili. Riconosce la storia profonda che portano in sé le nostre vigne di Anfiteatro, con i loro cinquant’anni di vita: piante che ancora oggi offrono complessità, eleganza e una finestra sul carattere senza tempo del Chianti Classico. A Montefili, la cura delle vigne storiche è un principio guida e un pilastro identitario. Il vigneto Anfiteatro, con radici profonde che affondano nei suoli galestrosi in pendenza, regala grappoli capaci di esprimere una complessità aromatica e strutturale straordinaria. Ogni intervento è misurato e rispettoso, volto a preservare l’integrità di queste viti anche e a ottenere rese contenute ma di qualità eccezionale in un equilibrio virtuoso tra rispetto del passato e ricerca dell’eccellenza. OVC Trade & Media Tasting 2025: il prestigio di Montefili. L’edizione 2025 dell’OC accoglierà circa 150 vini provenienti da vigne storiche di tutto il mondo, offrendo a produttori, esperti e stampa internazionale l’opportunità di celebrare e approfondire il valore culturale e qualitativo di questi vigneti. Masterclass tematiche condotte da relatori di rilievo arricchiranno la giornata, esplorando terroir, varietà e pratiche enologiche che rendono i vini da vigne vecchie un patrimonio unico. Per Montefili, questa partecipazione segna un momento di grande prestigio: un’occasione per condividere la propria visione e i frutti di un lavoro profondo e coerente, in dialogo con alcune delle voci più significative della scena vitivinicola internazionale. Profilo aziendale Vecchie Terre di Montefili è un’icona del Chianti Classico. Fondata negli anni ’70, è oggi un punto di riferimento per chi cerca vini eleganti e radicati nel territorio toscano. La tenuta si distingue per un’identità solida e contemporanea, costruita sull’armonia tra tradizione, sostenibilità e precisione enologica. Guidata da Serena Gusmeri, Montefili coltiva vigne in regime biologico, tra cui parcelle storiche che danno vita a etichette iconiche come Anfiteatro, un Sangiovese in purezza che racconta la voce più autentica della tenuta. Montefili guarda al mondo con curiosità e consapevolezza, creando vini che parlando di Toscana e portano un messaggio universale: ogni bottiglia è un racconto di territorio, tempo e visione, un equilibrio virtuoso tra radici e futuro. https://montefiliwines.com/it/
https://www.instagram.com/montefili/?hl=it La Redazione
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Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius Arrow Right Top Bg

20 Giugno, 2025

Borgo Salcetino. Gabriele Rosi, Qualis pater, talis filius

  Qualis pater, talis filius.
Com’è il padre, tale è il figlio. Una frase che sicuramente è capitata molte volte nelle nostre interlocuzioni, spesso per sottolineare come il figlio sia talvolta molto simile al padre. È l’educazione e la presenza nella crescita che rende le persone, carattere a parte, simili. Non serve necessariamente una paternità biologica. Nell’educazione così come nell’amore. Tanto che una estensione della locuzione latina è quella che viene altrettanto spesso citata pur se in modo non corretto:
I figli sono di chi li cresce. Non conta il legame biologico ma l’affetto, l’amore, l’educazione che viene impartita ad un figlio perché si senta parte di una medesima famiglia.
È così che l’amore per una terra che non è di proprietà, può diventare viscerale solo vivendola, curandola, custodendola. Non serve sia propria. Serve amarla così come quella stessa terra, ama te. Gabriele Rosi è un ragazzo che gestisce, come se fosse suo, Borgo Salcetino, un luogo incantato, parte integrante di una delle perle del Chianti Classico: Radda in Chianti. Vengo una famiglia di operai. Non c’è un legame con il vino. Sono di Montelupo Fiorentino. Vivo fuori da casa da dieci anni esatti da quando avevo ventitré anni. Per seguire il mondo del vino. La mia passione. Chi in queste zone non ha un nonno con la terra? Suvvia, tutti. Solo che quasi tutti la terra l’hanno lasciata coltivare al nonno seguendo certamente le orme dei padri, primi tra tutti a non sentire l’attrazione del suolo. Generazioni che hanno cercato il meglio per loro e i loro figli, nonni compresi, avendo conosciuto la fatica dei campi. Ma vaglielo a spiegare che non è tutto oro ciò che luccica e che stare in un ufficio o in una fabbrica sia proprio meglio della schiena china sui campi.
Per i nonni, portare i nipoti con se nei campi (visto che i figli non ne volevano già sapere da tempo) poteva essere solo un modo per tramandare qualcosa. Non certo il lavoro. Magari i sapori. Magari le tradizioni. Gabriele è invece uno di quei giovani che la terra, l’hanno sentita nel cuore. Una magnetica attrazione fatta di sole e fatica così come di tanta vita libera e aria da riempire i polmoni. Come pochi della sua generazione (pochi perché piena di scansafatiche interessati più alla vita virtuale che a quella vera), sceglie di studiare agraria. Ho fatto agraria alle superiori. Poi fino a 18 anni non è che bevessi vino e fossi interessato. Mi appassionai intorno alla maturità. Ho però sempre avuto un palato pignolo. Se mio nonno usava un latte diverso o cambiava l’acqua io lo sentito. Una predisposizione. Il vino invece che la birra o i cocktail. Meglio un calice di vino che uno shottino. Non tanto per berlo quanto per capirlo.
Solo che se non arrivi da una famiglia dove il vino lo si produce, tutto diventa più difficile da un lato, più sentito dall’altro. Provavo piacere a capire, conoscere. Mi sono iscritto all’università di viticoltura ed enologia. Sarebbe stato il lavoro della vita. Tre anni di università a Firenze. Durante il tirocinio ho fatto la vendemmia al Castello di Albola. Sono sempre stato innamorato del Chianti Classico e in particolare di Radda in Chianti. Dopo la laurea decisi di cambiare zona e ho lavorato un anno da Avignonesi. Una esperienza non solo dettata dal Sangiovese. Mi piaceva lavorare in un azienda multietnica. C’erano persone da tutto il mondo e si lavorava con macchine all’avanguardia. Più che in cantina a fare l’enologo Gabriele sceglie di lavorare sulla terra. Per capire ancora di più. Aveva bisogno di capire cosa ci fosse a monte del vino senza pensare di poter gestire direttamente l’uva in cantina. Anche questa cosa non proprio scontata per un ragazzo di 23 anni. In genere a quell’età, o si pensa di saper tutto o di voler fare solo quello per cui si è studiato. Con le conseguenze disastrose del caso. Loro mi offrirono di rimanere ma avevo 23 anni e mi piaceva fare una esperienza all’estero. Avevo una offerta in Australia. Una azienda piccola di una grande compagnia. In Tasmania. Più parlo con Gabriele più mi sembra un extraterrestre. Un alieno entusiasta di capire prima di agire, impaziente di imparare e scoprire il mondo.
Ora, immaginatevi vostro figlio a 23 anni che decide di andare dall’altra parte del mondo, senza sapere la lingua ma senza un briciolo di paura, ad imparare.
Mia madre nemmeno mi fece andare a frequentare la scuola aeronautica perché avrei dovuto prendere l’autobus per un ora a tratta, figuriamoci cosa avrebbe fatto se le avessi detto che andavo per un anno in Tasmania. Ci sono siti, pagine Facebook, ecc. Io invece mi sono scelto la zona. La Tasmania mi affascinava. Sono andato a vedere le aziende e le cercavo piccole. Mandai curricula a 50 aziende. Volevo fare una esperienza. Venni contattato da questa azienda. Feci il colloquio e mi presero. Ecco, ma senza sapere l’inglese? Un colloquio che mi rievoca il noio vulevan savuar di Totò memoria. Il mio inglese era molto scolastico. Non avevo un grande feeling. Mi sono preparato un pò di domande dicendo: se fossi un enologo che domande mi farei? Sono stato fortunato insomma. Ci siamo sentiti tramite email per i documenti. Mi hanno trovato una casa. Sono partito da solo. Arrivato a Melbourne mi sono fatto tutti i documenti e sono andato in Tasmania all’avventura. Non volevo un posto dove ci fossero italiani. Non capivo nemmeno come si dicesse buongiorno perché avevano uno slang particolare. Ma in un mese imparai l’inglese. La vendemmia durava un paio di mesi. L’azienda faceva base spumante, bianco e Pinot Nero. Mi ero specializzato nel Pinot Nero anche se ero un semplice cantiniere. Esperienza incredibile. Quando tutti sono andati via chiesi di arrivare almeno a 90 giorni per prolungare il working holiday e rinnovarlo. Rimasi li un mese con la mia casina sull’oceano. Avevo il rumore dell’oceano e un solo disco: i Dire Straits Una esperienza di vita. Altro che vino. Di quelle che piacerebbe fare a tutti se non fosse che per vivere così, prima devi lavorare. E sodo. Mi sono girato un mese da solo l’Australia. Pensai fosse meglio fare una esperienza in Oregon o in California. Iniziai a mandare curricula. Mentre cercavo e valutavo risposta, mi arriva una chiamata dall’Italia da parte di Matteo Giustiniani. Lui è l’attuale AD di Avignonesi. Enologo nonché proprietario di una azienda di diciotto ettari a Lucca. Avrei bisogno di una sorta di cantiniere evoluto con predisposizione al lavoro in vigna. Ne rimasi lusingato. Volevo fare esperienza all’estero per poi lavorare in italia. Un pò ci ho pensato ma manco troppo e ho accettato. È cosi che Gabriele va a lavorare alla Fattoria Sardi. Tre anni intensi, dal 2015 al 2018. Una grandissima scuola. Solo che uno come Gabriele ha bisogno di cominciare a dimostrare di saper fare qualcosa. Giovane si ma con tanta energia e già un pò di vendemmie sulle spalle. Avevo 27 anni e volevo qualcosa di più. Il proprietario enologo, la moglie enologo, il consulente enologo, il direttore enologo. Dove vado io? Non ho futuro. Mi sentivo oppresso ma non ho mai cercato lavoro altrove. Quando si semina bene, prima o poi i frutti si raccolgono. In un settore come quello vitivinicolo, di persone serie ed affidabili se ne incontrano poche. Di quelle che ci mettono l’anima anche quando le cose non sono proprie, ancor meno. Nel frattempo mi sono fidanzato e siamo andati a convivere. Un giorno, non è ben chiara questa dinamica, mi arriva una chiamata da uno del nord: guarda Gabriele noi stiamo cercando una persona qui in azienda per affiancare il nostro direttore, poter crescere e lasciargli l’azienda in mano. Li per li dissi vediamoci, incontriamoci. Ero un pò scettico. Non so ancora come siano arrivati a me. Nelle vecchie email avevo mandato un cv ma nel 2012. Strano. Il legame forse sarà stato che quando sono andato al Castello di Albola l’agronomo, che era stato a Borgo Salcetino gli avrà detto che ero un bravo ragazzo perché di più non facevo! Borgo Salcetino? Chiamata da uno del nord?
Borgo Salcetino è una di quelle realtà incastonate, immerse in maniera quasi invisibile, nel variegato territorio di Radda in Chianti. Proprio questa sua invisibilità la rende incredibilmente bella. Così bella che nel 1996 venne acquistata dalla famiglia friulana dei Livon, storici produttori di vini del Collio, per allargare il proprio bagaglio vitivinicolo (e la gamma). Stesso concetto poi ripetuto nel 2001 per Fattoria Colsanto, in Umbria Feci il colloquio, poi ci risentimmo, ci incontrammo al Vinitaly. Da febbraio entrai li a luglio. Credo che io sia stato il miglior rapporto qualità prezzo. Come dire, onestà. Che Gabriele sia piaciuto come persona, penso sia stato facile. Apprezzato come professionista, forse era ancora troppo presto. Ma la lungimiranza di un imprenditore sta anche in questo: scovare talenti cui affidare le chiavi di una azienda. Mi affiancano al vecchio direttore. Insomma si poteva rischiare di inserire un ragazzo giovane. Mi avevano promesso di lasciarmi la conduzione dell’azienda dopo che il direttore fosse andato in pensione. Avviene proprio così, in quella modalità che solo le aziende serie e in grado di programmare sanno fare. Nel 2018 si impara. Nel 2019 la gestione è un affiancamento tra i due con la prima vendemmi interamente affidata a Gabriele. Nel 2020, onore e oneri tutti a Gabriele. Nel frattempo cambiò anche l’enologo di Livon. Da una persona di oltre sessant’anni a Giovanni Genio che è la figura di riferimento. Un meraviglioso cambio generazionale in Livon accompagnato anche dalla nomina di Matteo Livon, classe 1988 alla guida dell’azienda. Cosa questa che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, la lungimiranza di una azienda che guarda al futuro con i piedi ben piantati nella solidità della terra che l’ha vista nascere. In una azienda agricola, specialmente se si è a distanza e se le cose da gestire sono tante, non si può che delegare affidandosi a persone competenti. Sono abbastanza libero in cantina. La parte agronomica, la vendemmia, la parcellizzazione, sono tutte cose che devo decidere io. Per dubbi e consigli, parlo con Giovanni essendoci anche un bellissimo rapporto di amicizia. Ci confrontiamo perché siamo una bella squadra. Quando arriva il periodo dell’imbottigliamento vengono in azienda Matteo, la proprietà e Giovanni cosi che assaggiamo insieme le masse per la gestione delle singole etichette. La cosa che mi da tanto orgoglio è che mi lasciano tanto spazio per lavorare. Questa è la delega. Questo il modo per valorizzare le risorse umane consentendo loro di esprimere il massimo delle potenzialità facendo le cose con energia vitale e passione. La cosa che fa onore alla famiglia Livon è che da friulani hanno voluto mettere un ragazzo toscano che conoscesse il territorio in toscana e un ragazzo umbro che conoscesse il territorio in Umbria. Fin dal primo giorno che mi hanno inserito in azienda mi hanno sempre presentato come il responsabile dell’azienda. Anche da un punto di vista enologico. Questo è molto stimolante. Undici ettari di vigneto da gestire da solo. Una produzione di circa 80.000 bottiglie. Quattro etichette improntate al Sangiovese. Davvero una grande responsabilità per un ragazzo dell’età di Gabriele. Però è cosi che si cresce ed è cosi che si ottengono grandi risultati. Fornire stimoli continui senza per questo fornire stress. Ho bisogno di stimoli e di lavorare in una azienda dove ci sono progetti di crescita. All’inizio ero ansioso ma ho avuto modo di imparare grazie al vecchio direttore. È stato molto stimolante. Capire guardandomi intorno. Studiare. Sperimentare. Lo spavento iniziale è presto scomparsa. Grande energia. Precisione. Voglia di fare e farlo bene. Per se stessi certo, per l’azienda ovviamente, per il territorio di Radda. Sono in azienda dal 2018. I primi tre anni sono di conoscenza. Poi si iniziano a capire le zone migliori cosi da vinificarle da sole. L’affinamento ti obbliga a metterli in bottiglia dopo trenta mesi. Il mio lavoro inizio a vederlo adesso. Fino ad oggi è stato tutto molto stimolante. Per ora non ho bianchi e dunque l’unica sarebbe un rosato o una base spumante di Sangiovese. Occorre però seguire le indicazioni dell’azienda. Ad oggi la volontà dell’azienda è di rimanere con questi quattro vini e per me va bene cosi. Per ora. In verità a Gabriele dei bianchi o di ciò che non sia Sangiovese, interessa poco. L’amore è per il Chianti Classico e, soprattutto, per Radda in Chianti. Ho girato molto la Toscana come tutti quelli che amano il vino e la cultura contadina. Ogni zona ha la sua peculiarità e da giornalista mi sembrerebbe fare un torto elogiandone una piuttosto che l’altra. Radda però è forse l’areale rimasto maggiormente selvaggio e incredibilmente diversificato. Sarà per questo che il Sangiovese qui assume una espressione tutta sua fatta di finezza ed eleganza autentica e non edulcorata. Ho provato tre espressioni diverse del Sangiovese di Borgo Salcetino. Tre interpretazioni che sembrano essere tre spartiti diversi di una medesima melodia. Come a dimostrazione di quanto la musica di un vitigno possa essere profondamente diversa quando interpretata con gli strumenti giusti. Il primo è il RossoSole che vede l’unione del Sangiovese con il Merlot in un matrimonio solo per breve tempo (sei mesi) sedimentato in barrique. Mi è particolarmente piaciuta la freschezza dell’unione tra i due vitigni che ha generato un vino croccante e giovane sia al naso sia in bocca. La ciliegia è croccante. La prugna e l’arancia sono appena mature. I fiori di viola e le erbe portano con se un velo di balsamico. Le spezie sono solo silenti spettatori che si godono lo spettacolo senza interferire più di tanto e quel tanto per concedere un minimo di impercettibile, seppur presente, rotondità. Il sorso presenta tannini maturi e levigati che mantengono comunque la freschezza della frutta croccante e la goduriosa sapidità così da farne un vino immediatamente godibile. RossoSole va goduto per la sua freschezza arrotondata dal Merlot, per la sua struttura non opulenta e non importante, per la capacità di bere bene nella semplicità. Poi il Chianti Classico 2021 che ha un periodo di affinamento in botti da 50 ettolitri per quasi due anni. Lo versi nel calice e capisci immediatamente che si tratta di un vino fine ed elegante per via di una incredibile e luminosa trasparenza. Sentori immediatamente floreali che si uniscono alla frutta fresca e croccante. Fai un bel respiro nel calice ed ecco emergere il balsamico che pervade le narici donano leggere spezie e leggiadre tostature in una alternanza cadenzata, ritmica, danzante. Freschezza e dolcezza che si rincorrono come amanti nel prato. Amanti, non bambini. Perché si sente sostanza e corposità. Passione e intensità. In bocca infatti avviene l’esplosione di sensi. Una immediata dolce freschezza che pervade. La ciliegia carnosa da addentare che sprigiona il suo caldo succo acidulo ma non aggressivo. I tannini infatti sono li presenti ma non fanno male: governano il sorso senza aggredire. Emerge quel senso di vegetale che intriga ed ammalia poiché rende il sorso longevo e intrigante. Grande persistenza e immensa bocca finale con quel velo di amaricante che continua ad intrigare. Tanto La cosa che mi ha sempre affascinato è il paesaggio. Mi faceva impazzire venire qui e guardare il panorama. L’idea di biodiversità mi piaceva tanto. Così come il Chianti Classico. Radda è un paese conosciuto per il vino ma la superficie vitata è il 7%. Volevo lavorare in un ambiente variegato. Le colline di Radda mi hanno sempre fatto impazzire. La prima volta che sono venuto a Borgo Salcetino mi sono detto: io sono della zona, questo posto è fantastico eppure vivevo qui vicino. Ci sono terreni argillosi e calcarei ma anche all’altitudine. I critici di Radda dicono che la fortuna sia il cambiamento climatico perché negli anni 70 si faceva fatica a fare vini sopra i 13 gradi. Qui a Radda riusciamo ad esaltare l’eleganza del Sangiovese. Non si tratta di essere critici ma le condizioni climatiche di Radda erano un tempo proprio quelle che, insieme alla tipicità dei territori, non consentivano elevati accumuli di zuccheri. Se questa costituiva la difficolta ad elevare il grado alcolemico, determinava al contempo la finezza ed eleganza dei vini. Il territorio è fantastico e non grazie agli enologi ma a madre natura. Gli enologi fanno il loro lavoro in cantina. Io credo nell’affinamento in botti grandi. Utilizzo botti da 50 ettolitri per il chianti classico, 25 per il riserva. Lucarello è il Chianti Classico Riserva 2020, Sangiovese in purezza con 30 mesi di affinamento. Deriva da una vigna specifica che i francesi chiamerebbero cru. Ma siamo in Toscana e forse, ancora, non ci si bada. Il colore nel calice evidenza una vena granata nella intensità di un meraviglioso rubino, segno di grande maturità. Sembra così vivido ed acceso che ci si specchia dentro richiamati da un senso di profonda attrazione. Sarà anche per gli invitanti e volitivi sentori di fragola, ciliegia, prugna, scorze di arancia che aprono, grazie al balsamico, alle spezie di cardamomo, noce moscata, liquirizia, cioccolato, tabacco. Roteo il bicchiere e scorgo le mie dita nel fondo, rimanendo a godere di una inebriante finezza. La liquirizia continua a pervadermi le narici unendosi alle erbe officinali e al cuoio per un bouquet intenso e delicato. Il sorso è vigoroso poiché fresco, con un tannino non eccessivamente invadente, caldo e appagante, sapido e sapido da essere finemente godurioso. Un sapore di frutta viva e quasi ancora acerba che rende la bocca elegantemente pulita. Un vino che sa di grande prospettiva e incredibile versatilità. Ci sono terreni diversi in zone diverse. Ci sono anche piccole parcelle di terreno che gestisco come cru. Per me non è una varietà unica ma tante varietà in funzione del vigneto. Gabriele parla con tanta competenza. Ama il suo lavoro. Conosce le vigne e ne sa sfruttare le caratteristiche. Sembra che ogni metro quadro sia un figlio diverso che va trattato in maniera diversa. La mia filosofia è il legno grande perché garantisce la micro ossigenazione senza cedere componenti aromatici. Assaggiando il Chianti Classico dopo dodici mesi come da disciplinare ti accorgi che è ancora un pò duro. Per questo la scelta aziendale è di prolungarne l’affinamento. La botte da 25 ettolitri per il riserva ha un discorso diverso. Devo mettere una massa che mi permetta un affinamento più lungo. La botte da 25 ettolitri è la botte perfetta per un sangiovese di qualità. La superficie di contatto è maggiore ma è il rapporto perfetto tra legno e vino. Lavoro cosi sulla rotondità e la micro ossigenazione. Iniziamo a dare complessità al vino senza coprire gli aromi primari del sangiovese. Sulla Gran Selezione la filosofia era 30 mesi di barrique. Io lo trovavo un pò troppo internazionale e non ci sentivo Radda. Abbiamo investito sul botti da 25 ettolitri e li invecchiamo il nostro vino. La botte nuova è invasiva ma non come la barrique. Radda ci deve stare. Gabriele Rosi non è solo l’enologo o l’agronomo di Borgo Salcetino. Ne è l’anima e la forza propulsiva. I vini, diretta emanazione, lo confermano. Si sente la freschezza giovanile e l’orgoglio di un territorio. L’amore per la sua terra e per un territorio che deve certamente essere valorizzato ma ancor prima, custodito. Gabriele ne è custode fedele al pari di tanti altri bravi e seri vignaioli della zona. L’unica vera differenza con Gabriele è che lui non è il proprietario delle terre che custodisce. Questo lo pone in una posizione di maggiore ammirazione. Almeno da parte mia.
È proprio vero che i figli sono di chi se li cresce!     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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19 Giugno, 2025

Tenute Tomasella: tra maggio e giugno, la fioritura annuncia una nuova stagione di eleganza e carattere.

Un momento delicato e cruciale che segna l’inizio della nuova annata. Un’occasione per raccontare come il territorio, il clima e il lavoro dell’uomo si intreccino in perfetto equilibrio.   Ogni anno, ad inizio giugno, le vigne di Tenute Tomasella regalano uno spettacolo discreto e prezioso: l’apice della fioritura della vite, un momento cruciale che segna l’inizio di una nuova annata e racchiude in sé tutta la promessa del vino che verrà. Quest’anno, la fioritura è iniziata intorno al 15 maggio, leggermente in anticipo rispetto alla norma per le varietà più precoci, proprio al termine di un periodo freddo e piovoso. Il clima, tornato più stabile e mite, ha accompagnato le viti in questa fase delicata, favorendo un’allegagione uniforme e promettente. È in momenti come questo che l’attenzione alla gestione della chioma e alle forme di allevamento fa la differenza: ogni intervento agronomico viene pensato per assecondare il ritmo naturale della pianta, permettendole di adattarsi con equilibrio all’andamento stagionale. E così, nelle vigne di Tenute Tomasella, anche la fioritura diventa espressione armonica di un territorio che dialoga costantemente con chi lo coltiva. Se capita di passeggiare tra i filari in questo periodo, è impossibile non soffermarsi: i fiori della vite sono piccoli, quasi invisibili, ma sprigionano un profumo sottile, penetrante, che sa di pulito, di natura viva, una fragranza delicata ma inequivocabile. Una fioritura tanto poco appariscente quanto determinante, perché è proprio da questa fase che dipende la formazione del grappolo, attraverso il passaggio dell’allegagione, ovvero la formazione dell’acino a partire dal fiore fecondato. In questo periodo, il concetto di terroir l’insieme di suolo, clima e paesaggio diventa tangibile: ogni variazione, ogni dettaglio si riflette nel modo in cui le viti fioriscono. Il territorio di Tenute Tomasella, situato in una zona di confine unica tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, è composto da terreni argillosi e alluvionali, capaci di drenare le frequenti piogge della regione. Questo equilibrio è completato da una ventilazione costante, che asciuga rapidamente le chiome e previene i marciumi, garantendo una fioritura regolare. Paolo Tomasella, proprietario dell’azienda Affrontiamo questa fase con attenzione meticolosa, consapevole che una fioritura uniforme e sana è la base per un’annata di qualità. Il lavoro in vigna è silenzioso ma costante, volto a osservare e accompagnare la natura senza forzarla, per permettere che il potenziale del terroir si esprima pienamente nel bicchiere. In un contesto climatico sempre più variabile, dove l’andamento delle stagioni sfugge alle logiche tradizionali, la capacità di adattarsi con prontezza e competenza è diventata fondamentale. Tenute Tomasella investe in un’agricoltura attenta e flessibile, capace di rispondere ai cambiamenti con tecniche agronomiche mirate, un’attenta gestione della chioma e una cura quotidiana che punta a preservare l’equilibrio delle piante e la sanità del grappolo. La fioritura del 2025 lo dimostra: interpretare al meglio ogni fase fenologica, anche quando i tempi naturali si alterano, è ciò che consente di mantenere alta la qualità vendemmiale e costruire, giorno dopo giorno, la solidità di un’annata. Company profile breve
La storia di Tenute Tomasella ha inizio nel 1965, quando Luigi Tomasella fonda l’azienda vinicola a Mansué, in provincia di Treviso. Dopo oltre trent’anni di produzione di vino sfuso, l’azienda passa nelle mani del figlio Paolo, attuale proprietario, che rivoluziona la produzione portando, negli anni 2000, l’azienda a vendere la maggior parte del proprio vino in bottiglia. Da allora Tenute Tomasella porta avanti una produzione incentrata alla ricerca della migliore espressione qualitativa della propria produzione, con un approccio che cerca di essere quanto meno impattante possibile, nel rispetto della natura e della biodiversità.
Per questo, in vigna il lavoro è manuale per tutte le varietà, ad eccezione del Glera, con selezione delle uve. Per questo, in vigna il lavoro è manuale per tutte le varietà, ad eccezione del Glera, con selezione delle uve in campo e diradamento prima della vendemmia. Grazie, quindi, ad uno stile di allevamento sostenibile in cui l’azienda crede sin dagli esordi, dalla vendemmia 2017 Tenute Tomasella ha ricevuto la certificazione SQNPI (Sistema di qualità nazionale di produzione integrata), la certificazione che valorizza le produzioni agricole, ottenute in conformità ai disciplinari regionali di produzione integrata, realizzate cioè con processi di coltivazione rispettosi dell’ambiente e della salute dell’uomo. Dal 2021, inoltre, l’azienda ha avviato il processo di conversione al biologico, ed entro il 2026, tutta l’azienda sarà completamente convertita. La Redazione
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19 Giugno, 2025

DEGUSTIAMO INSIEME ROMA 2025 (by PROPOSTA VINI)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 26 maggio, PROPOSTA VINI, nota Azienda che da oltre quarant’anni si occupa di distribuire Vini, Distillati e molto altro ancora, ha organizzato DEGUSTIAMO INSIEME ROMA, una giornata per presentare alla clientela romana il proprio catalogo 2025. È stato dunque così che il SALONE DELLE COLONNE dell’EUR si è riempito di un gran numero di operatori del settore che hanno così avuto modo di incontrare di persona i Produttori, assaggiare il frutto del loro lavoro e ascoltare le storie che ogni etichetta nasconde.   GLI ASSAGGI Oltre 100 le Aziende presenti (in gran parte di persona) e un numero impressionante di etichette in cui ficcare il naso. Numeri davvero troppo grandi per me, le mie capacità e il tempo a mia disposizione ma…ho cercato di fare del mio meglio e “impicciarmi” negli affari di Cantine che non conoscevo (riservando comunque almeno un saluto ai tanti amici presenti. Risultato: circa 80 assaggi, rarissimi “passaggi a vuoto”, Qualità e Territorio sugli scudi e ben 24 vini da consigliarVi. Voi date come sempre una letta al mio personalissimo “recit de dégustation, criticatelo, consigliatemi altro e…condividete. I PEZZI DA NOVANTA – LACRYMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC BIANCO “VIGNA DEL VULCANO” 2015, VILLA DORA (CAMPANIA): MARAVILLOSO!!! Questo è l’unico aggettivo che può descrivere l’impatto olfattivo di questo vino. Quasi perfetto nel suo abito di legni nobili, nespole, susine, camomilla, ginestre a colonizzare quella lava che è anima della terra, un accenno di mandarino, un ché di contadino per rimanere ancorato al suolo, basilico, idrocarburi che sanno di Nord Europa. In bocca ha ritmo ed energia, un susseguirsi di freschezze vertiginose e panoramiche dolcezze rivela una sommatoria salmastra che rende il sorso incredibilmente scorrevole e di lunghezza tale da non lasciare spazi vuoti tra le emozioni del primo e dell’ultimo calice. Da bere ascoltando “NON C’È TEMPO” dei 99 POSSE. 93/4 Punti. – LACRYMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC ROSSO “GELSONERO” 2007, VILLA DORA (CAMPANIA): da subito fumoso e balsamico di mentolo ed eucalipto, se dovesse essere un’immagine sarebbe il piano sequenza dell’inizio di “C’era una volta in America” (con tanto di telefono che squilla). Poi è dolcezza confettura di more (di rovo e di gelso), eleganza di rose appassite, durezza di terra arida e polverosa, caffè… Il sorso è vivo, pieno, appagante, sostenuto da importante freschezza e tannini ricamati, lungo nella sua scia balsamica. Un vino monello nonostante la maggiore età. 92 Punti. – VERDICCHIO DI MATELICA DOCG “30” 2022 RISERVA, GAGLIARDI (MARCHE): spero che Umberto non me ne voglia se no scrivo del suo VERDICCHIO DO MATELICA DOCG “MACCAGNANO” 2021 RISERVAche vale almeno 90 Punti (ho già scritto molte volte di altre annate di questo vino e se vi pizzica la Curiosità beh…andatevi a cercare gli articoli). Vi dico però di un vino che ancora non è ma che sarà. Vi dico di un’etichetta che recita: “UN VINO, UNA STORIA A MATELICA”. Assemblaggio di 85 parti dell’annata 2022 con 15 della 2021 e 2023: l’equilibrio, il calore e la peronospora a raccontare 3.5ha di Territorio. La frutta bianca è il palcoscenico, idrocarburi e gesso le etoiles, anice, finocchietto selvatico e funghi i ballerini di fila. Sorso di mole non indifferente ma mai tronfio, anzi…dinamico e scattante, ha energia da vendere e voglia di dimostrare come si difende un Territorio. Lo dovrete aspettare, perché ancora non c’è e perché non sarebbe ancora pronto ma…ASPETTATELO! 91/2 Punti. I QUASIQUASI – CIRÒ DOC ROSSO CLASSICO SUPERIORE 2021 RISERVA, SCALA (CALABRIA): le vecchie vigne ad alberello non si smentiscono mai, regalando freschezze di macchia mediterranea, erbe aromatiche e spezie. Non manca la frutta, matura e sotto spirito e nell’allungo si distinguono chiaramente le balsamiche amaritudini del rabarbaro e una ferrosa mineralità. Sorso fresco, dinamico, molto coerente con l’olfatto, lungo, di marina sapidità, cementizia piccantezza e ferroso attaccamento alla terra. 89 Punti. – LACRYMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC BIANCO “VIGNA DEL VULCANO” 2011, VILLA DORA (CAMPANIA): difficile approcciarsi a questa bottiglia dopo la precedente, difficile doverne definire un po’ “stanco” quel naso di profonda, fumosa, vulcanica mineralità accompagnato da un bel corredo di frutta ed erbe aromatiche. In bocca dimostra di essere ancora vivo; si, forse gli manca un po’ di brio ma sorprende comunque con una chiusura che mi aspettavo di piccante sapidità e che si è invece rivelata un elegante mix di dolcezze o speziature orientali. 89/+ e il mio personalissimo premio “PECCATO”. – SICILIA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO “CUVÉE DI FAMIGLIA”, ANSALDI (SICILIA): un lustro sui lieviti e liqueur “perpetuo” per un olfatto di panoramica vastità, che spazia dalla pasticceria della trinacria alle amaritudini di sambuco, alle frescosità intricate di macchia mediterranea e mentolo con una nota singolare di quasi “pelliccia” che lo rende maledettamente figo! In bocca svetta la freschezza ma la sontuosa cremosità del sorso lascia che si apprezzi la parte grassa di spettro gustativo ravvivato continuamente da una avanzante sapidità. Un pezzo di Storia che vale 89 Punti. – VENEZIA GIULIA IGT MERLOT “MULIN GNÔF” 2020, BOLZICCO (FRIULI VENEZIA GIULIA): amarene, marasche, un sottobosco di bacche e verzure, terra umida e accenni fungini, birbantezze eucaliptiche, accenni calcarei, liquirizia, macchia marina… Sorso cui non mancano certo i muscoli ma che vive dell’irruenza giovanile di freschezza e slancio sapido. Belli e stuzzicanti i tannini, lungo il finale a richiamare frutta, spezie, note boisé, un appena di cuoio e amaritudini spesso dimenticate. Gli do il mio premio “GIAMBURRASCA” e 89 Punti con tanta fiducia e l’impegno a riassaggiarlo tra un altro po’ di tempo. – DAUNIA IGP BOMBINO BIANCO SPUMANTE METODO CLASSICO “RN” MILLESIMATO 2019, d’ARAPRÌ (PUGLIA): naso di disarmante eleganza, delicatissimo nel proporre il bianco dei mughetti, più rude nel raccontare la gessosa mineralità, fin troppo cortese nel dire di anice e zucchero e con un deciso tocco marino a segnare l’orizzonte lontano. Sorso che riempie e calma, agilissimo nonostante l’imperante cremosità e con un finale infinito e minerale. 89 Punti (ma solo perché sono cattivo).   GLI ALTRI – CIRÒ DOC ROSSO CLASSICO SUPERIORE 2022, SCALA (CALABRIA): olfatto solido, che alterna il nero dei piccoli frutti di rovo a quello del pepe, del ferro, della terra in una atmosfera anch’essa scura di fumo. In bocca comanda il tannino che però lascia al calore e alla sapidità lo spazio necessario per emergere. Chiude lungo non dimentico di un ché di contadina eleganza. 88+ Punti.   – CALABRIA IGT ROSSO “BRISEO” 2018, SCALA (CALABRIA): naso di complessa facilità, un lungo elenco di visciole, frutti di bosco, scorza d’agrume, tabacco mentolato e spezie a corredo. In bocca è caldo e coerente, i tannini accarezzano e le spezie stuzzicano dandosi di gomito accompagnandoci nel lungo finale. 88/++ Punti.     – FRIULI COLLI ORIENTALI SAUVIGNON 2024, GRILLO IOLE (FRIULI VENEZIA GIULIA): naso fresco e divertente, giocato sui temi della foglia di pomodoro e del bosso, con un’idea di lavanda e una di pesca appena colta, il tutto su uno sfondo di soffusa mineralità. Sorso allineato all’olfatto e reso vieppiù interessante dal ritmico alternarsi dei ricordi fruttati e della salina mineralità. 86+ Punti.   – COLLIO DOC BIANCO 2022, KORSIČ (FRIULI VENEZIA GIULIA): un naso tutto da spulciare, fatto di fiori bianchi, bacche di vaniglia, pesca e frutti tropicali, senape, forse curcuma, cedro candito, piccola pasticceria, acacia, legni nobili e un’atmosfera di fumo e mistero. Sorso glicerico e sostanzioso, di vibrante freschezza, marina sapidità e una progressione aromatico-gustativa tuta da provare. 88++/9- Punti.     – PINOT GRIGIO “RUDY” 2021, KORSIČ (FRIULI VENEZIA GIULIA): il naso è un bel cazzotto! Impegnativo e con un appena di riduzione che lascia presagire complessità nascoste dietro facilonerie di frutta secca e albicocche disidratate. Ecco dunque arrivare in lunga schiera fiori di campo e fieno essiccati dal sole, un oriente di spezie che sa di mistero e odalische… Il sorso è duro come la ponca, di spigolosa acidità e sapidità graffiante. Quasi un urlo verticale a contrastare l’orizzonte del calore glicerico. Ma lasciati calmare i marosi, Vi cullerà uno sciabordio di mela cotogna e frutta macerata e trasportati da sottili dolcezze vanigliate, vi ritroverete sulla riva dei ricordi, tra frutta secca e intrighi speziati. 88++ Punti. – FRIULI DOC PINOT GRIGIO “INEDITO” 2023, BOLZICCO (FRIULI VENEZIA GIULIA): impatto olfattivo davvero d’acchiappo, con quelle intense note di fiori secchi a riempire un’atmosfera punteggiata da nocciole, gerani, mandarini cinesi, frutta caramellata e sbuffi salini. Sorso che mixa e amalgama tutti i descrittori ravvivandone il ricordo a sun di freschezza e marina sapidità. 88+/+ Punti.   – COLLIO DOC FRIULANO 2022, BOLZICCO (FRIULI VENEZIA GIULIA): un olfatto che mi fa fare un salto temporale riportandomi a quei Tocai di una volta, sostanziosi e privi di vergogna alcolica stando però “sul pezzo”, strizzando l’occhio alle freschezze agrumate e invogliando con belle note amaricanti. Tutte sensazioni che si ripropongono didascaliche in un sorso coinvolgente e territoriale che è un “sente ‘chi e bêf un tai”, bestemmia per una briscola giocata male, pacca sulla spalla e ruvida carezza. Un vino che, se non Vi fa scegliere tra classico e moderno, sa di Tocai e non di Friulano. 88+/9- Punti. – VENEZIA GIULIA IGT MALVASIA “MULIN GNÔF” 2022, BOLZICCO (FRIULI VENEZIA GIULIA): olfatto ricco e sostanzioso, floreale, con la frutta bianca fresca che alza la testa e le dolcezze pasticcere a segnare un punto a favore dell’inaspettato. Colpiscono un tocco di selvatica rusticità e una nota sottilmente fumé che introduce un sorso coerente e affilato, molto centrato sui toni della mela macerata, lungo, invogliante e ravvivato da sottili piccantezze. 88/+ Punti.   – COLLIO DOC BIANCO “VIGNE DA MONT” 2021, BOLZICCO (FRIULI VENEZIA GIULIA): giallo di melone, pesca, nespola, camomilla, arnica, vaniglia, pappa reale… E poi erbe aromatiche, mandorle e iodio a chiudere l’olfatto e introdurre un sorso carnoso e strutturato ma reso agile dalla sapidità e da un sostegno acido che, in bella progressione, è protagonista nel finale. 88++/89- Punti.   VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI CLASSICO DOCG “RINCROCCA” 2022 RISERVA, LA STAFFA (MARCHE): naso esuberante, fin troppo nel suo urlare la propria iodata sapidità, un timbro che quasi zittisce le dolcezze della frutta e lascia spazio solo all’amaricante freschezza della salvia. Il sorso tracima di una freschezza acida che stacca di ruota la quota glicerica di un vino che sa quasi di infanticidio e proprio per questo si becca il mio personalissimo premio “PECCATO”. 86++ Punti (per ora)   VERDICCHIO DEI CASTELLI DI JESI CLASSICO DOCG “SELVA DI SOTTO” 2020 RISERVA, LA STAFFA (MARCHE): il naso è un rotolare di descrittori sul ripido pendio, frutta bianca, amaritudini aromatiche di salvia e timo, contrasti di miele d’acacia e salmastre note marine… Sorso fresco, decisamente sapido, dotato di avvolgente calore e allungo agrumato e minerale. Il vino dell’attesa, quella di riassaggiarlo quando sarà pronto e pienamente consapevole delle proprie potenzialità. 87++ Punti, ma ne varrà molti di più tra un annetto almeno. – SPUMANTE METODO CLASSICO “GRAN CUVÉE XXI SECOLO” MILLESIMATO 2017, d’ARAPRÌ (PUGLIA): vi sprofonda in pasticcere dolcezze che sanno di mandorle caramellate, torroncino, lieviti al Rhum, miele, agrumi canditi (ma anche freschi e succosi) su uno sfondo decisamente marino. Sorso elegantemente corrispondente (forse addirittura troppo), morbido, cremoso, educatamente fresco e sapido ma…gli manca l’effetto WOW e i Punti sono solo 87.   – DAUNIA IGP SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “SANSEVIERIA” MILLESIMATO 2019, d’ARAPRÌ (PUGLIA): olfatto altezzoso giocato tra sbuffi di cipria, toni confetto e fiori grassi che evolve in dolci asprezze di melagrana e graffi di sale sulla pelle. Anche il sorso tende ad eccessivi ammiccamenti ma il crescendo fresco-sapido e l’amaricante finale lasciano che ci si dimentichi delle eccessive smancerie e si apprezzi un vino di inusuale eleganza. 88 Punti.   – SICILIA DOC GRILLO “BIANCO DI ABBADESSA” 2023, ANSALDI (SICILIA): fresche dolcezze di agrumi maturi sposano vegetalità di prato sfalciato e foglia di pomodoro su uno sfondo salino e tropicale. Sorso decisamente affilato e verticale, in quasi contrasto con l’ampiezza dell’olfatto, salato più che sapido e fresco appena il giusto per apprezzare la chiusura agrumata di un vino che un pochino mi spiazza. 87+ Punti.   – SICILIA DOC GRILLO “ABBADESSA” 2018 RISERVA ANSALDI (SICILIA): immediatamente Zibibbo, spara cartucce di zafferano, agrume candito e burrosa pasticceria ma è tutto transitorio perché è presto il Grillo a presentare un conto di polvere da sparo e idrocarburi che quasi strappano il salmastro sipario che avvolge la scena. Propone freschezza e sapidità con morbida, borbonica eleganza lasciando che il finale sia un assolo normanno di mineralità e verve agrumata. 88 Punti con forse un +.   – ANSONICA DELL’ELBA DOC 2024, CHIESINA DI LACONA (TOSCANA): al naso propone un interessante mix di amaritudini di erbe aromatiche e dolcezze di susina e pesca gialla su uno sfondo di marina intensità punteggiato di mughetti profumati. Sorso più caldo e glicerico di quanto mi aspettassi, piacevolmente stemperato da una sapidità che è al contempo marina e minerale e dotato di un finale di congrua lunghezza. 86ì++ Punti.   – ELBA ROSSO DOC 2022, CHIESINA DI LACONA (TOSCANA): un olfatto che colpisce, una ridda di intrichi di macchia mediterranea, cespugli di erbe amaricanti aromatiche (timo, salvia, origano), soffi marini che sanno financo di bisso, succulenze d’agrume rosso… Il sorso è snello, agile, scattante, gustosamente tannico freschevolmente agrumato, sapido quel tanto che serve a far venir voglia di berne ancora e lungo quanto serve per arrivare al secondo calice. Un vino semplice, per molti forse troppo, ma la semplicità è merce rara. Non sprecatelo! 87+ Punti E QUINDI? E quindi GRAZIE a PROPOSTA VINI per avermi ospitato e a tutti quei Produttori che hanno voluto condividere con me le emozioni chiuse nelle loro bottiglie. Grazie anche a quelli dai quali non sono riuscito a fermarmi e che spero di onorare in un’altra occasione. È stata una bella giornata all’insegna della Qualità, organizzata da un Distributore che dimostra di avere ben chiaro cosa proporre ai propri clienti e ai clienti dei propri clienti   Roberto Alloi VINODENTRO  
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Itinere 2025. Un insolito, interessante, intrigante evento Arrow Right Top Bg

18 Giugno, 2025

Itinere 2025. Un insolito, interessante, intrigante evento

Un caldo pomeriggio di giugno. Una domenica precisamente. Attraverso con lo scooter una Roma rovente, spettrale per l’assenza di persone fatta eccezione per qualche turista. Quelli non mancano mai a Roma. Piazzale Appio è praticamente deserto e il traffico delle ore di punta è solo un lontano ricordo. Davvero strano per Roma, ma il caldo ha indubbiamente portato le persone verso mete balneari. Il palazzo Coin con lo storico store è proprio lì a dominare la piazza avvolto in una strana aurea di silenzio e immobilità. È lì che devo entrare. Ci sarò entrato centinaia di volte. Per shopping, per curiosità, per ripararmi dalla pioggia quando andavo al mercatino di via Sannio, per il caldo. Proprio come oggi. La motivazione è una degustazione di vini e cibo, Itinere, organizzato da Taste Factory (@tastefactoryofficial) e Berefacile.it. Davvero strano come luogo per una degustazione di vini. Le ho provate quasi tutte, dal monastero all’albergo, dai giardini di una villa al parco pubblico. Strano il ristorante di uno store multipiano. Non fosse altro per le dimensioni dunque alla capienza. Sono un po scettico a dir la verità perché gli spazi non saranno sicuramente importanti. Prendo l’ascensore e salgo al quarto piano dove c’è il ristorante Mike’s. Esco dall’ascensore e sembra di essere, togliamo il sembra, nella parte wine&food del Coin. Scaffali e vetrine colmi di vino esposti con tanto di prezzo. Legno, cristallo, acciaio per i moderni arredi lucidi e laccati. Faccio l’accredito e inizio subito il mio percorso districandomi realmente all’interno dello store. Almeno nella prima sala. La seconda invece, più ampia e con al termine le grandi pareti vetrate che danno su Piazzale Appio, ha il grande ed elegante bancone semicircolare del bar. L’atmosfera è di quelle sobrie e non particolarmente chiassosa. Vedo tanto interesse e molta serietà. Probabilmente, ed è un bene, mancano gli avventori occasionali o comunque quelli interessati solo ad un bicchiere di vino (forse molti più di uno). C’è anche una piacevole alternanza di tavoli con vino e altri con interessantissime proposte gastronomiche: dal panettone della Pasticceria Tabiano, ai salumi di Pirata Suino, ai formaggi di Cibo Genuino. I vini? Molto ma molto interessanti. Non c’è la moltitudine di prodotti come in tanti altri eventi ma quelli presenti destano il mio interesse. Il rapporto con i vignaioli piuttosto che con chi li rappresenta è molto cordiale e rilassato. Ho trovato degni di nota gli eleganti vini di Muscari Tomajoli, le creazioni di Stefano Antonucci, le interpretazioni del Frascati di Gabriele Magno, i vini identitari di Iacoangeli, l’Abruzzo di Casal Thaulero, la vendemmia tardiva di Volpetti. L’ambiente facilita. Forse grazie alla modernità, ai faretti, all’insolita location. Sono capitato in un orario sicuramente non particolarmente affollato e meno male perché ci sono problemi con l’aria condizionata. Non che sia assente ma avrebbe bisogno di una maggiore spinta. So che più tardi ci sarà molta più gente quindi spero che le cose vadano bene. Itinere è un evento che lascia il segno per la sua unicità e la capacità di aggregare con eleganza e territorialità. Alla prossima edizione e, nel mentre, stay tuned sul mio account Instagram @ivan_1969 dove pubblicherò le storie con i vini degustati.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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