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14 Giugno, 2025
1000 Lire. Un viaggio nei sapori autentici
Non è una via qualsiasi quella su cui affaccia il Ristorante 1000 Lire. È la circonvallazione di Latina, certo, trafficata e spesso ignorata dai più, ma chi è cresciuto qui lo sa: basta alzare lo sguardo e davanti c’è il vecchio distretto militare. Un tempo luogo di passaggio obbligato per intere generazioni di ragazzi, oggi ospita la facoltà di ingegneria, ma il ricordo dell’attesa, dei timbri e delle 1000 lire nel portafoglio resiste, come un’eco familiare.
Ed è proprio quel nome, 1000 Lire, a risvegliare immagini sbiadite e sorrisi di altri tempi. Un nome che non è solo un omaggio, ma una promessa: riportarti lì, dove tutto era più semplice, più vero. Dove un panino bastava a raccontare una storia.
Appena varcata la soglia, l’atmosfera cambia. C’è calore, ci sono storie che aspettano di essere raccontate e un’energia autentica che ti fa subito rallentare. Alex è lì, sorridente, pronto ad accogliere. La sua è un’ospitalità che non ha bisogno di frasi di rito: ti accompagna con naturalezza verso uno sgabello alto, accanto a una vecchia botte trasformata in tavolo. Un gesto semplice, che dice già tutto. Qui si racconta una tradizione viva, concreta, fatta di cose buone e dettagli che scaldano.
Con movimenti rapidi e familiari, versa nel calice uno Spiaggiole di Poggio Maestrino – Tenuta Calì. Il vino ha il colore del tramonto e il profumo della terra. Si comincia così: con un sorso di territorio e la promessa silenziosa che da qui in avanti ogni dettaglio sarà cura. Inizio così a scoprire i vini che solitamente Alex consiglia ai suoi ospiti: etichette selezionate con cura, capaci di raccontare il territorio con freschezza ed eleganza.
Un morellino di Scansano 100% sangiovese che conquista per eleganza e freschezza. Al naso regala profumi intensi di frutti rossi maturi, con delicate note floreali e un accenno speziato. In bocca è equilibrato, morbido, con tannini setosi e una bella persistenza che invoglia al sorso successivo, in realtà in sorsi sono stati più di uno.
Un morellino autentico, capace di raccontare il territorio con immediatezza e finezza.
Appena Alex arriva con il primo tagliere, capisco subito che sarà un viaggio nei sapori più genuini.
Con il suo sorriso e la sua passione, inizia a raccontare ogni formaggio come fosse un piccolo tesoro.
Si comincia con il Blu di Bufala: cremoso, avvolgente, con quella punta di intensità che ti resta sul palato come un ricordo felice.
Poi il Pecorino alle Pere, una sorpresa: il gusto deciso del pecorino che si ammorbidisce con la dolcezza della frutta in un equilibrio perfetto. Una sorpresa al palato, un dolce ricordo che si rivela.
Arriva il Noir di Capra, con la sua buccia nera che protegge un cuore dal carattere forte ma elegante.
La Robiola di capra invece è una carezza: fresca, morbida, con quella delicatezza che ti fa sorridere senza accorgertene.
E i crostini? Un tuffo nella golosità pura, con il gorgonzola al cucchiaio che si scioglie lento e irresistibile. Vellutato, cremoso, con quel suo profumo intenso che invade i sensi: una vera esplosione di gusto. Devo confessarlo: vado letteralmente pazzo per il gorgonzola al cucchiaio, e qui ne ho trovato uno straordinario, di quelli che ti fanno chiudere gli occhi per la felicità.
Accanto, come compagni di viaggio, miele profumato artigianale e marmellata di fichi: dolcezze che, provate in abbinamento ai formaggi, aprono nuovi mondi di sapore.
Un inizio che non è solo un antipasto, è un racconto. È casa.
Ogni morso è stato una scoperta, ogni racconto di Alex un invito a rallentare e a godersi il momento. Tra sapori autentici, miele profumato e risate sincere, mi sono sentito accolto, coccolato, proprio come a casa.
Ed ecco che Alex, con il suo sorriso genuino, arriva al tavolo con il Tagliere Mille Lire, una vera festa per gli occhi e il cuore. Un grande piatto, ricco di colori e profumi, che racconta di tradizione e di casa.
Si parte con il pana bruschettato croccante fuori e morbido dentro, sormontato da un velo di provola filante che abbraccia teneramente i broccoletti di Priverno o come li chiamano a Priverno i chiacchitegli, una parola davvero simpatica che deriva da chiacchi che è il termine dialettale per indicare i ciuffetti che formano lo stelo di questi broccoletti. Davvero buonissimi, dal sapore rustico e dolce, un vero richiamo alla terra. Accanto, una bruschetta generosa con la porchetta, fatta artigianalmente in una storica macelleria di Latina: morbida, succosa, con quella crosticina dorata, in cima alla bruschetta, che crocca sotto i denti e fa chiudere gli occhi dalla bontà.
Il carpaccio di manzo arrivo sottilissimo, quasi trasparente, condito con delicatezza per non coprire la qualità eccellente della carne: ogni fetta si scioglie in bocca come burro, lasciando una traccia di sapore fresco e autentico.
La mortadella con pistacchi di Bronte, è una carezza golosa: profumata, con quei piccoli tocchi verdi che regalano una dolcezza irresistibile ad ogni morso.
Il crudo di Parma, stagionato alla perfezione, sprigiona un profumo inebriante e una dolcezza avvolgente, che si sposa alla perfezione con la fragranza del pane.
Poi il crostino con gorgonzola a cucchiaio, vellutato e pungente, e una spolverata di pecorino sotto cenere, che aggiunge una nota affumicata e delicatamente amaragnola, creando un contrasto pieno di carattere.
Non poteva mancare la salsiccia stagionata di maiale: saporita, intensa, con quella consistenza rustica che ricorda i sapori antichi delle case di campagna. A chiudere le olive di Cori: piccole gemme verdi, polpose e aromatiche, che rinfrescano il palato e raccontano anch’esse una storia di territorio.
Ogni elemento sul tagliere sembra studiato non solo per deliziare il gusto, ma per farti sentire parte di una grande famiglia, dove ogni sapore è un gesto di affetto.
Tra sorrisi di Alex, i profumi sinceri e i sapori autentici, è come essere a casa e sentirsi coccolato, seduto a tavola con persone che conoscono l’arte di accoglierti senza bisogno di parole.
Alex torna con il suo sorriso allegro e mi serve la scarola con olive e pinoli, presentata in un bel coccio caldo che profuma di casa e di buono.
La scarola è tenera, saporita, appena amara al punto giusto, mentre le olive aggiungono quella nota sapida che accende ogni boccone. I pinoli tostati alla perfezione regalano una dolcezza croccante che completa il piatto con equilibrio e delicatezza.
Semplice solo all’apparenza, questa scarola racconta tutta la sapienza di una cucina che conosce l’importanza dei dettagli. Un piatto che scalda il cuore, servito con quell’allegria sincera che rende tutto ancora più speciale.
Quando pensavo che questa splendida cena degustazione non potesse regalarmi emozioni più grandi, ecco che Alex con il suo sorriso contagioso, arriva al tavolo stringendo tra le mani un piccolo coccio fumante. Dentro un tesoro custodito, una mozzarella di bufala bianca, lucida perfetta che sprigiona il suo profumo fresco e lattiginoso ancor prima di toccarla e morderla.
La taglio con delicatezza, piano, la porto in bocca per il primo assaggio. La bocca si riempie di una cremosità avvolgente, fresca, pura. Un sapore semplice, eppure straordinario, che ti fa chiudere gli occhi per assaporarla fino in fondo. Questa mozzarella, servita nel coccio caldo non era solo un piatto: era un gesto di cura, una coccola, un ultimo abbraccio che ha reso questa cena un viaggio nei sapori e nei sentimenti più autentici. E mentre finisco l’ultimo boccone, l’ultimo sorso di vino mi porta a pensare che qui, non si viene solo per mangiare, ma si viene per sentirsi a casa.
Ogni morso, ogni sorriso, ogni racconto di Alex hanno reso questa cena qualcosa di più di una semplice degustazione: è stato un ritorno alle radici, ai sapori veri, a quel senso di casa che si prova solo quando tutto è autentico.
Il clima che si respira al 1000 Lire è quello di una grande famiglia, dove ogni dettaglio, dalla mise en place alla narrazione dei piatti, contribuisce a creare un’atmosfera rilassata e autenticamente piacevole.
Un posto che non nutre solo il palato, ma anche il cuore, lasciando il desiderio di tornare ancora, per ritrovare quei sapori sinceri che oggi è sempre più raro incontrare.
Un’esperienza che non si dimentica: perché certi luoghi, come certe emozioni, ti restano dentro.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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13 Giugno, 2025
Vini d’Abbazia. La tradizione enologica monastica conquista tutti tra vini ricercati e cultura
Dal 6 all’8 giugno è andata in scena la quarta edizione di Vini d’Abbazia nell’incantevole Abbazia di Fossanova, Latina. Oltre 4.000 i visitatori provenienti dall’Italia e dal mondo nelle tre giornate; protagonisti i vini unici e storici delle prestigiose cantine italiane e internazionali, ma anche i numerosi confronti culturali e masterclass a tema.
Dal 6 all’8 giugno 2025 l’incantevole Abbazia di Fossanova, a Priverno (LT), ha accolto oltre 4.000 visitatori. La quarta edizione di Vini d’Abbazia, l’evento che celebra la tradizione enologica monastica attraverso storia, cultura e degustazioni d’eccellenza, ha conquistato l’interesse di giovani e meno giovani attratti dai vini ricercati ai banchi d’assaggio e i temi culturali del mondo del vino nei convegni e masterclass in programma. Hanno partecipato prestigiose cantine italiane e internazionali, tra cui oltre 30 realtà provenienti da abbazie, con la selezione di vini unici e storici custoditi nei secoli da luoghi di culto e comunità monastiche. Tra gli espositori le maggiori abbazie produttrici di vino italiane, produttori laici legati a monasteri, la rete francese Les Vins d’Abbayes e il Monastero di Alaverdi – Badagoni, simbolo della cristianità ortodossa in Georgia. I banchi d’assaggio hanno animato il suggestivo Chiostro dell’Abbazia, affiancati dal Villaggio Food&Wine con le eccellenze gastronomiche del territorio e musica dal vivo. E poi, incontri, conferenze hanno coinvolto i massimi rappresentanti delle istituzioni locali e regionali, insieme a protagonisti del mondo agricolo, culturale ed enogastronomico.
Il Presidente della Camera di Commercio Frosinone-Latina, Giovanni Acampora
Vini d’Abbazia è l’esempio concreto di come la tradizione possa incontrare l’innovazione, generando valore per il territorio. Il Giubileo 2025 rappresenta una straordinaria opportunità per rafforzare la rete tra turismo, agroalimentare e impresa, pertanto la Camera di Commercio crede fortemente in questi percorsi integrati, capaci di sostenere crescita e occupazione, valorizzando le peculiarità locali e rilanciando le aree rurali con una visione moderna e sostenibile. Inserire “Vini d’Abbazia” nel progetto regionale “Le vie del Giubileo” ha il senso concreto del fare squadra; dobbiamo continuare a lavorare insieme per creare un’offerta che spinga verso la destagionalizzazione dei flussi turistici, puntando sui fattori distintivi dei nostri territori attraverso proposte culturali di spessore, come questa manifestazione.
Grande partecipazione alle masterclass a tema, ospitate nel Refettorio dell’Abbazia, da parte di giovani e meno giovani desiderosi di vivere il vino come esperienza culturale oltre che sensoriale. I momenti di approfondimento, guidati da autorevoli voci del vino e della cultura hanno stimolato il dialogo tra tradizione e contemporaneità. L’edizione 2025 di Vini d’Abbazia è associata al progetto regionale Le Vie del Giubileo promosso, in occasione dell’Anno Santo 2025, da Regione Lazio e ARSIAL (Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio) con l’obiettivo di valorizzare i luoghi della spiritualità, dell’accoglienza e dell’enogastronomia del territorio attraverso eventi diffusi e reti virtuose tra istituzioni, imprese e comunità.
Massimiliano Raffa, Presidente Arsial
Iniziative come Vini d’Abbazia testimoniano il valore profondo del vino, inteso non soltanto come prodotto, ma come strumento di racconto, rigenerazione e coesione per i territori. Il Lazio custodisce una tradizione vitivinicola millenaria, oggi sempre più orientata alla qualità, alla sostenibilità e alla valorizzazione delle produzioni locali. Con l’ingresso, quest’anno, nel progetto Le Vie del Giubileo, la manifestazione assume un rilievo ancora maggiore, riaffermando il ruolo del vino come simbolo di condivisione, memoria e spiritualità. La Regione Lazio e Arsial sono al fianco delle imprese in stretta sinergia con le istituzioni locali, attraverso interventi mirati di sostegno, promozione e accompagnamento strategico, con l’obiettivo di portare il sistema agroalimentare regionale a esprimere pienamente il proprio potenziale.
GLI ESPOSITORI DELLA QUARTA EDIZIONE a questo link https://vinidabbazia.com/espositori/
IL PROGRAMMA ANDATO IN SCENA a questo link https://vinidabbazia.com/programma/
Il mio personale punto di vista
Tornare all’Abbazia di Fossanova per Vini di Abbazia è sempre un piacere. I miei ricordi si perdono nelle gite con i miei genitori che mi portavano qui nei pomeriggi di primavera. L’Abbazia era sì bella ma non aspettavo altro di arrivare al negozio di biscotti immediatamente fuori.
Arrivare qui con la macchina aiuta a comprendere come l’Abbazia sorgesse quasi nel nulla. Certo, non lontanissimo dal mare ma certamente molto isolata da tutto il resto del mondo.
Magari i più non saranno entrati nella chiesa che invece avrebbe meritato una visita. Non particolarmente adorna ma proprio per questo senso di essenzialità esprime al meglio l’alto valore di un luogo di preghiera.
Il chiostro dove si svolge la degustazione ha in sé un’aurea di misticismo meraviglioso. Lo vedo pieno di banchi di degustazione ed è comunque bello.
Il refettorio che ospita le masterclass è imponente ed imprime un senso di pace e sacralità. Proseguendo per il chiostro si arriva al giardino posteriore che merita una sosta per respirare pace tra un calice e l’altro. In fondo è poco frequentato dai degustatori troppo impegnati nella scelta dei propri vini. I banchi di degustazione sono tanti quest’anno anche se le cantine presenti sono più o meno quelle delle scorse edizioni. In fondo, sono quelle le aziende che attengono ai territori dei monasteri. Ci sono anche una serie di banchi di aziende della provincia di Latina prossime all’Abbazia. Forse un po’ troppo sacrificate come dislocazione. Meriterebbero una maggiore visibilità e attenzione. Ho avuto modo di partecipare a due masterclass sul Cesanese e sui vini in anfora. La prima, sulle diverse espressioni del Cesanese, ha evidenziato, se ancora ve ne fosse bisogno, quanto questo vitigno possa concedere espressioni di assoluto rilievo. Meriterebbe non solo una maggiore attenzione specialmente nel Lazio ma anche una maggiore dose di comunicazione. Ostacolo a ciò sono gli stessi produttori troppo impegnati in una sorta di personale campanilismo piuttosto che comprendere come una vera associazione di sviluppo del territorio faccia bene a tutti. Partendo dal nome. In questo anche l’Arsial dovrebbe fare la propria parte ricordando come il Cesanese sia l’unica DOCG rossa del Lazio. Ottima la presenza dei produttori che hanno dato quel tocco magico in più. Da rivedere la conduzione. Francamente poco incisiva e poco coinvolgente. L’espressione del Raphael di Maria Ernesta Berucci è da applausi. La seconda, sui vini in anfora, spaziava dal Piemonte alla Georgia con interessantissime espressioni laziali. Brava Simona Geri a rendere la masterclass fruibile e dinamica. Di certo i vini in anfora hanno avuto nel tempo evoluzioni interessantissime qualora la dove ci si trova in presenza di vini non realizzati per dettami puramente commerciali. Il Radix di Casale del Giglio, Eufonia di Terre Antiche e l’Erbaluce di Caluso Rend Nen di Luca Leggero, rimarranno nel cuore. Le masterclass meriterebbero certamente una maggiore partecipazione. Occorrerebbe forse lavorare di più con la promozione e, soprattutto, su renderle più di impatto verso i consumatori. Non serve realizzare masterclass per gli addetti ai lavori! Quanto ai produttori presenti nel chiostro, ho trovato degno di nota: il Monastero di Alaverdi Badagoni, la Cascina del Monastero Opera Pia Barolo, la Tenuta Santa Cecilia, l’Abbazia di Santa Maria della Matina, il Monastero di Bose. VINI D’ABBAZIA, L’ORGANIZZAZIONE Vini d’Abbazia è un viaggio alla scoperta del legame millenario tra vino, spiritualità e territorio. Protagoniste dell’evento sono alcune tra le più importanti abbazie vitivinicole italiane, produttori laici legati a luoghi monastici e la rete francese Les Vins d’Abbayes. Ideato dal giornalista Rocco Tolfa, l’evento è realizzato in partnership con Regione Lazio, ARSIAL, Camera di Commercio Frosinone Latina e il Comune di Priverno. L’organizzazione è curata dalla Strada del Vino, dell’Olio e dei Sapori della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots, da UpWell Development Consulting e dall’Associazione Polygonal. Riceve il supporto di BCC Roma, Giovani Soci BCC Roma, Polsinelli e Confagricoltura, e si svolge in collaborazione con l’Azienda Speciale Informare, Oltre Roma Wine Tour, la Direzione Regionale Musei Lazio, Slow Food Lazio e l’Associazione Nazionale Le Donne del Vino. I partner tecnici sono il Vivaio Aumenta, Acqua Filette, Sabaudia Hotel & Spa 4*, Il San Francesco Charming Hotel Sabaudia 4*, l’Associazione Italiana Sommelier, Bodema, Ponza & Dintorni e Osteria Persei. Media partner ufficiali dell’evento sono Rai Radio 2 e Vinum. Vini d’Abbazia si svolge a Fossanova, frazione di Priverno, a pochi chilometri dal Parco Nazionale del Circeo, dei laghi salmastri costieri e dalle spiagge di Sabaudia. Un territorio ricco di biodiversità che custodisce antichi borghi e testimonianze millenarie. Frutto della sinergia tra istituzioni, aziende e consorzi, l’iniziativa punta a promuovere il territorio, rafforzando l’identità del Lazio come destinazione enoturistica di eccellenza. Tre giorni in cui l’Abbazia di Fossanova diventa un luogo di incontro e racconto, dove il vino si fa portavoce, simbolo di identità e motore di sviluppo culturale e turistico per il Lazio. L’ABBAZIA DI FOSSANOVA: UNA CORNICE MILLENARIA La manifestazione si è svolta all’interno del complesso monumentale dell’Abbazia di Fossanova, tra i più significativi esempi di architettura gotico-cistercense in Italia. Edificata tra il XII e il XIII secolo sui resti di un antico monastero benedettino, l’abbazia fu affidata ai monaci cistercensi nel 1135 divenendo in pochi decenni un centro spirituale e culturale di grande rilievo. Luogo di straordinaria suggestione, Fossanova è conosciuta anche per aver accolto, nel 1274, gli ultimi giorni di vita di San Tommaso d’Aquino, uno dei massimi filosofi e teologi del Medioevo. Oggi, il chiostro medievale è il cuore pulsante dell’evento, accogliendo i banchi d’assaggio, mentre il refettorio e gli spazi del borgo restaurato hanno ospitato masterclass, conferenze e momenti di confronto. In questo contesto dove il tempo sembra essersi fermato, l’esperienza del vino si intreccia con la bellezza e la profondità del luogo. Ivan Vellucci Direttore
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Il refettorio che ospita le masterclass è imponente ed imprime un senso di pace e sacralità. Proseguendo per il chiostro si arriva al giardino posteriore che merita una sosta per respirare pace tra un calice e l’altro. In fondo è poco frequentato dai degustatori troppo impegnati nella scelta dei propri vini. I banchi di degustazione sono tanti quest’anno anche se le cantine presenti sono più o meno quelle delle scorse edizioni. In fondo, sono quelle le aziende che attengono ai territori dei monasteri. Ci sono anche una serie di banchi di aziende della provincia di Latina prossime all’Abbazia. Forse un po’ troppo sacrificate come dislocazione. Meriterebbero una maggiore visibilità e attenzione. Ho avuto modo di partecipare a due masterclass sul Cesanese e sui vini in anfora. La prima, sulle diverse espressioni del Cesanese, ha evidenziato, se ancora ve ne fosse bisogno, quanto questo vitigno possa concedere espressioni di assoluto rilievo. Meriterebbe non solo una maggiore attenzione specialmente nel Lazio ma anche una maggiore dose di comunicazione. Ostacolo a ciò sono gli stessi produttori troppo impegnati in una sorta di personale campanilismo piuttosto che comprendere come una vera associazione di sviluppo del territorio faccia bene a tutti. Partendo dal nome. In questo anche l’Arsial dovrebbe fare la propria parte ricordando come il Cesanese sia l’unica DOCG rossa del Lazio. Ottima la presenza dei produttori che hanno dato quel tocco magico in più. Da rivedere la conduzione. Francamente poco incisiva e poco coinvolgente. L’espressione del Raphael di Maria Ernesta Berucci è da applausi. La seconda, sui vini in anfora, spaziava dal Piemonte alla Georgia con interessantissime espressioni laziali. Brava Simona Geri a rendere la masterclass fruibile e dinamica. Di certo i vini in anfora hanno avuto nel tempo evoluzioni interessantissime qualora la dove ci si trova in presenza di vini non realizzati per dettami puramente commerciali. Il Radix di Casale del Giglio, Eufonia di Terre Antiche e l’Erbaluce di Caluso Rend Nen di Luca Leggero, rimarranno nel cuore. Le masterclass meriterebbero certamente una maggiore partecipazione. Occorrerebbe forse lavorare di più con la promozione e, soprattutto, su renderle più di impatto verso i consumatori. Non serve realizzare masterclass per gli addetti ai lavori! Quanto ai produttori presenti nel chiostro, ho trovato degno di nota: il Monastero di Alaverdi Badagoni, la Cascina del Monastero Opera Pia Barolo, la Tenuta Santa Cecilia, l’Abbazia di Santa Maria della Matina, il Monastero di Bose. VINI D’ABBAZIA, L’ORGANIZZAZIONE Vini d’Abbazia è un viaggio alla scoperta del legame millenario tra vino, spiritualità e territorio. Protagoniste dell’evento sono alcune tra le più importanti abbazie vitivinicole italiane, produttori laici legati a luoghi monastici e la rete francese Les Vins d’Abbayes. Ideato dal giornalista Rocco Tolfa, l’evento è realizzato in partnership con Regione Lazio, ARSIAL, Camera di Commercio Frosinone Latina e il Comune di Priverno. L’organizzazione è curata dalla Strada del Vino, dell’Olio e dei Sapori della provincia di Latina, dalla cooperativa Taste Roots, da UpWell Development Consulting e dall’Associazione Polygonal. Riceve il supporto di BCC Roma, Giovani Soci BCC Roma, Polsinelli e Confagricoltura, e si svolge in collaborazione con l’Azienda Speciale Informare, Oltre Roma Wine Tour, la Direzione Regionale Musei Lazio, Slow Food Lazio e l’Associazione Nazionale Le Donne del Vino. I partner tecnici sono il Vivaio Aumenta, Acqua Filette, Sabaudia Hotel & Spa 4*, Il San Francesco Charming Hotel Sabaudia 4*, l’Associazione Italiana Sommelier, Bodema, Ponza & Dintorni e Osteria Persei. Media partner ufficiali dell’evento sono Rai Radio 2 e Vinum. Vini d’Abbazia si svolge a Fossanova, frazione di Priverno, a pochi chilometri dal Parco Nazionale del Circeo, dei laghi salmastri costieri e dalle spiagge di Sabaudia. Un territorio ricco di biodiversità che custodisce antichi borghi e testimonianze millenarie. Frutto della sinergia tra istituzioni, aziende e consorzi, l’iniziativa punta a promuovere il territorio, rafforzando l’identità del Lazio come destinazione enoturistica di eccellenza. Tre giorni in cui l’Abbazia di Fossanova diventa un luogo di incontro e racconto, dove il vino si fa portavoce, simbolo di identità e motore di sviluppo culturale e turistico per il Lazio. L’ABBAZIA DI FOSSANOVA: UNA CORNICE MILLENARIA La manifestazione si è svolta all’interno del complesso monumentale dell’Abbazia di Fossanova, tra i più significativi esempi di architettura gotico-cistercense in Italia. Edificata tra il XII e il XIII secolo sui resti di un antico monastero benedettino, l’abbazia fu affidata ai monaci cistercensi nel 1135 divenendo in pochi decenni un centro spirituale e culturale di grande rilievo. Luogo di straordinaria suggestione, Fossanova è conosciuta anche per aver accolto, nel 1274, gli ultimi giorni di vita di San Tommaso d’Aquino, uno dei massimi filosofi e teologi del Medioevo. Oggi, il chiostro medievale è il cuore pulsante dell’evento, accogliendo i banchi d’assaggio, mentre il refettorio e gli spazi del borgo restaurato hanno ospitato masterclass, conferenze e momenti di confronto. In questo contesto dove il tempo sembra essersi fermato, l’esperienza del vino si intreccia con la bellezza e la profondità del luogo. Ivan Vellucci Direttore
13 Giugno, 2025
Stefano Intraligi. Che te frega del Tre Stelle
Ero alla ricerca di un ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie. Volevo una cena diversa, non scontata. Di quelle che si possono ricordare senza dover per forza ricordarsi del conto. Cosa questa non banale nel panorama della ristorazione italiana dove i prezzi hanno raggiunto cifre folli. Senza parlare del ricarico sui vini.
Aldilà di tutto, cercavo una esperienza. A Roma. Una impresa degna di Tom Cruise e delle Mission Impossible. Se poi si vuole magari un ristorante in zone titolate, non c’è verso. I raggi di azione della ricerca Google si devono necessariamente allargare ed è così, per caso ma anche per necessità visto che il tempo stringeva, che mi imbatto nell’Etienne. La zona non è particolarmente attrattiva. Tra Nomentana e Viale Libia praticamente a ridosso della Tangenziale. Alternativo, ma mi attira particolarmente il menu al buio con sette portate per un autoritratto dello chef Stefano Intraligi. Che non conosco minimamente. Un pò scettico sul prezzo (90€) e dei soli quattro tavoli. Però il posto, almeno dalle foto, sembra carino. Le recensioni lusinghiere. Anche mia moglie (mai fare una sorpresa del genere alla moglie!), alla quale avevo fatto vedere in anteprima il pacchetto informativo, approva. Sì va!
La via è di quelle dove è impossibile parcheggiare anche di sera. Troviamo un garage parcheggio a pochi passi dal locale. Solo un piccolo dehor evidenzia la presenza di un ristorante. Proprio difronte, una vineria e quella che sembra una scuola di cucina.
Entriamo con un pò di cautela non sapendo dove stiamo entrando e veniamo subito accolti da un uomo alto e discreto. Neanche il tempo di chiudere la porta che si presenta quello che sembra essere lo chef: una folta barba dalla quale spunta un sorriso che subito mette a proprio agio. All’ingresso fanno bella mostra molte bottiglie di vino che conosco quasi tutte. Promette bene. Pochi tavoli. Davvero pochi. Ma l’atmosfera è intima. Una sorta di coccola.
Stefano Intraligi. Così si presenta lo chef con la barba e il sorriso che sembra uscito da una pubblicità di un dentifricio. Ci accomodiamo al tavolo e Stefano ci offre un menù che definisce una sorta di viaggio nella sua memoria. Il vino? Sostiene che può offrirci una sorta di accompagnamento al suo viaggio attraverso vini che sceglierà lui. Perché no? Bello lasciarsi guidare attraverso le suggestioni. È il compleanno di mia moglie e non voglio mettermi a scegliere io. Lo chef è lui e sue sono le creazioni. Chi meglio di lui può condurci nel viaggio?
Stefano racconta di se in ogni piatto attraverso i ricordi di una vita. Non solo viaggi ma soprattutto di se stesso. La sua voglia di sperimentare, di studiare, di vivere le emozioni.
Personaggio interessante. Così interessante che dopo la cena mi presento come giornalista e direttore di un magazine. È così che, dopo qualche giorno, nasce una chiacchierata tra noi. Un viaggio all’interno della sua memoria e del perché sia arrivato ad essere uno chef. Visto che è un ingegnere.
La voglia e la passione nasce perché mio nonno era uno chef. Un esempio che mi piaceva e mi incuriosiva. Ero un discolo cosi le mie nonne mi tenevano in cucina controllato. Pulivo i piselli, i fagioli. Facevamo gli agnolotti, i tortellini a mano. Anche oggi alla scuola gli allievi fanno le cose con le ricette delle nonne. Mentre cucino ho bei ricordi. Nomino mia nonna venti volte al giorno.
Nonna Iside e nonno Guglielmo. La cucina di casa di una volta. Quella di Roma che definirla ricercata sarebbe un parolone. Piatti semplici, classici, sempreverdi. Di quelli che non ci si stufa mai e, anzi, rimangono nella memoria. Quante volte ricordiamo il profumo della cucina delle nonne? Io personalmente ho nella memoria ogni odore, ogni sapore, ogni colore di quella che era una cucina semplice mai più ritrovata. Ingredienti e procedimenti perduti nel passato. Meno male che sono impressi nella memoria almeno a livello sensoriale. Ripeterli sarebbe impossibile.
Nonna con la parannanza con dentro le caramelle Rossana e le Ducatine. Oltre che gli zuccherini. I pomeriggi trascorsi dentro la cucina. Mi divertivo e giocavo. Odore del sugo con sedano carote e cipolla. Si mangiava sempre primo secondo contorno e dolcetto.
Anche a casa mia, non c’era giorno che non ci fosse primo, secondo e contorno. Il dolce no perché non si usava. Ricordo comunque che non c’era giorno che mio padre non volesse la pasta. Al sugo ovviamente. Era così snervante per me che imparai a cucinare per disperazione. Lui però continuava a volerla al sugo.
Nonno non stava sempre a casa ma dei pomeriggi si faceva insieme ad esempio il tiramisù per merenda. Savoiardi a mano e via. Mamma ha sempre cucinato. Mio padre no. I dolci non li ho mai visti in casa. Così per questo non ho fatto dolci per tanto tempo. Non mi piacevano ne mi interessavano. Poi una persona mi chiese di insegnargli dei dolci. Fino a che si trattava di dolci tipo il tiramisù andava bene ma poi mi chiese dei bignè. Li facevo un tempo in trattoria dove lavoravo per pagarmi gli studi. Ma non sapevo farli nel forno di casa. Mi metto un pomeriggio a preparare due bignè a volta e mi innamoro dei bignè. Si gonfiano e saltellano mentre si gonfiano. Sembravano vivi.
Quando Stefano parla dei bignè che nel forno si gonfiano e saltellano l’immagine che ho è quella di un bambino che osserva, dall’oblò del forno, una magia che non si sa spiegare. Piccole palline che all’improvviso si gonfiano e saltellano danzando nella teglia. Una sorta di inspiegabile meraviglia.
Non sapevo cosa fare dopo lo Scientifico. Ero bravo in matematica e chimica. Pensai di fare architettura visto che mio padre era un architetto. Anche bravo. Lascia perde per carità, mi diceva lui. Diplomato nel 1999. Diceva che erano tutti architetti e la concorrenza era ampia. La gente prende quello che costa meno mi diceva. Fai l’ingegnere mi disse.
Mio padre non me lo disse mai di fare l’ingegnere. Lo volevo fare e basta. Lui mi aveva insegnato le basi della matematica. Ore e ore sui fogli della stampante del suo ufficio a fare le espressioni. Quando ne sbagliavo una mi diceva: non cercare l’errore, ricomincia daccapo. Un metodo che mi porto dietro tuttora. Diventai così veloce nel fare le espressioni che terminavo i compiti in metà tempo rispetto al resto della classe.
Mi segnai a ingegneria chimica e capii che non mi piaceva tanto. La chimica intendo. Avevo la passione per l’elettronica e cambiai. Mentre studiavo andai a vivere da solo. La mia compagna lavorava con lo zio che non la pagava. Affitto, bollette, ecc. Mentre finivo gli studi collaboravo con alcune aziende. Mi misi a fare pure il tassista. Mio padre la vinse. A 54 anni si mise a fare un pò il tassista e un pò l’architetto. Per sei anni lo aiutai a fare il tassista. Ero laureato e a 22 anni avevo già iniziato a fare il cuoco, lavapiatti, pulivo le verdure, i gamberi. Studiavo in macchina come studente.
Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana
Ora che c’entra Borotalco e la iconica frase pronunciata da Angelo Infanti alias Manuel Fantoni?
Quando senti parlare Stefano, con la sua cadenza romanesca, i suoi ricordi che emergono caotici tanto che si fa fatica a stargli dietro, hai l’impressione che stia inventando tutto. Un pò come Manuel Fantoni che ammaliava Sergio (Carlo Verdone).
Solo che la vita di Stefano è stata proprio così. Per quanto lui cerca di sminuirla, è quella la sua vita. Da studente faceva il cuoco.
Cuoco in ristoranti di amici per arrotondare. Tutto rigorosamente in nero.
Finita l’università il tassista. Già il tassista con la licenza che il padre aveva vinto nonostante fosse architetto. Nel mentre che faceva il tassista, tra una corsa e l’altra, studiava sui libri di cucina.
Per quattro anni feci l’ingegnere poi la passione per la cucina prese il sopravvento. Forse perché gli ingegneri erano tristi. Decisi di fare il cuoco anche se la mia ragazza non era favorevole.
No ma io me la sposo. Adesso giusto un po’ de…così un po’ de ingranare co’ sto lavoro nuovo.
A’ Sergio so’ quattr’anni che ingrani co’ sto lavoro! Qui dentro è già ingranato tutto. Eh che ci volete fare. Sergio e il lavoro che deve ancora ingranare. Non so se la compagna di Stefano avesse un padre come il sor Augusto, però io me la immagino così la scena. Sono tornato dagli amici che avevano le trattorie e da li ho cominciato. Vari ristorantini in centro e a Ostia. Avevo studiato molto e mi sono detto: mi piacerebbe andare a vedere dal più grande come funziona. Avevo aperto una scuola di cucina e avevo scritto un romanzo sui primi giorni della scuola. Citavo le ricette. Il più grande. A Roma ce ne è solo uno: Heinz Beck del Ristorante La Pergola. Tre stelle Michelin. Ceno da Heinz Beck, gli porto il libro che avevo scritto e gli faccio una dedica. Posso venire a fare una prova da te chef? Mi disse di no che non serviva. Ero li con Roberta, la mia attuale compagna. Le dissi: entro un anno lavoro qui. Ma te pare? Non gliene frega proprio. Un sognatore. Un avventato. Uno sprovveduto. Un cazzaro come si dice a Roma. Anche se Manuel Fantoni ci sta tutto. Niente di tutto questo. Stefano la passione per la cucina ce l’ha nel sangue. Non è solo un sogno di quelli che non sai se si realizzeranno mai. È qualcosa che scorre dentro. Che ti fa svegliare la notte e comporre una ricetta come fosse una sinfonia. Scrive le ricette e le raccoglie in un libro dove ci sono le sue sensazioni. È felicità pura. Che arriva dai ricordi e dalle emozioni. Beck parte per Tokyo e probabilmente sul volo iniziò a leggere il libro. Al ritorno mi contatta e ci incontriamo. Stefano vieni qui. Voglio che fai uno stage da me. Ho letto il libro e hai qualcosa da raccontare. Sono entrato da stagista e dopo un anno e mezzo sono diventato suchef della Pergola. Mi feci più nemici che amici. Avevo avuto una crescita verticale. Troppa Quando uno vede un programma come Masterchef, riesce solo ad intravedere quanto alto sia il livello di attenzione e precisione che un ristorante stellato possa richiedere. Nulla è lasciato al caso ed operare in una cucina del genere vuol dire sottostare a regole ferree. Ogni cuoco della brigata è allo stesso tempo parte della stessa e contro la stessa. Individualista nel gruppo. La voglia di emergere è così alta che non lesinerebbero metodi poco ortodossi per essere il numero uno. Ma non è possibile. Perché è sempre la brigata, dunque il risultato finale, ciò che conta. Heinz non ti fa un complimento neanche se muori. Sta sempre in giro e i Sous Chef gli gestiscono i ristoranti. Ricerca sempre il lusso e la perfezione. Lui mi diceva: come hai fatto questo piatto? Lo hai copiato? No chef. Allora raccontalo. E io lo raccontavo. Mi diceva che facevo i piatti due stelle Michelin. Prima di andar via mi disse: promettimi che apri un ristorante. I tuoi sono piatti che mi hanno emozionato. Tie’, senti ‘sto presciutto che d’è, senti com’è dorce…
Beh, veramente ho mangiato…
Senti questo presciutto, t’ho detto, è dorce. È ‘n zucchero, Sergio, lo senti?
E ‘ste olive? Tie’, senti ‘ste olive. Queste so’ greche, aho sa’… Greche. E ‘nnamo, e ddaje, so’ greche! So’ bone? Come so’? Di’ la verità”
So’ greche…” Eppure, nonostante questo, ma anche forse perché veniva pagato poco, Stefano decide di mollare la cucina stellata. Un folle? Un presuntuoso? Nulla di tutto ciò. Mi chiese di andare in Algarve per prendere la stella Michelin. Avevo la scuola di cucina che era un business che funzionava. Non volevo abbandonarla. Mi chiese di rimanere in Pergola ma comunque la scuola sarebbe andata a rotoli. C’erano troppi eventi che erano inconciliabili con la scuola. Vorrei dedicarmi alla scuola gli dissi. Una scuola di cucina. Due cuochi per amici. È quella che Stefano mette su con la voglia di trasmettere le sue emozioni e il suo modo di cucinare. Una sorta di ingegnere emozionale. Perché un ingegnere studia e applica un metodo, una procedura, dei processi. Questi però senza una idea e un’anima, sono solo composti chimici. Stefano invece crea ricette che esaltano le proprie emozioni. Per raccontare qualcosa di se con la voglia di far emergere quelle degli altri. Molti chef sperimentano e creano piatti. Poi cercano di trovare una storia possibile da raccontare. Il risultato è un piatto eccellente che fornisce al palato emozioni pazzesche. Quando però il piatto ha una storia sua che deriva da ricordi emozionali allora è una creazione degna di nota. Un modo di esprimere la propria coscienza così che questa possa definirsi arte. La scuola allora è come la bottega del maestro che trasmette agli allievi la modalità di rappresentare i propri sentimenti. Con metodo. A La Pergola ho imparato quello che voglio e non voglio essere. Non ho imparato tecniche e grandi cose di cucine. Ho capito cosa è un leader e come devi trattare un dipendente. Quanto è importante la sala ecc. Ho imparato molto del vino entrando in un mondo che non conosci bene. Così è nata la passione che mi diverta tanto. Una scuola di cucina aperta dal 2013 con oltre 9000 studenti che si sono cimentati in corsi amatoriali e professionali di tutti i tipi. Gli amatoriali li fa Vincenzo. Io faccio i corsi professionali per creare cuochi professionisti. La Souce Chef è una mamma che sta da quattro anni con me. Aveva una azienda e anche lei ha mollato tutto per fare il corso professionale. L’ho tenuta a gestire la brigata. E il ristorante? Stefano non è che avesse tanta voglia di aprirne uno. Non era quella la sua vera vocazione. Non avevo idea di aprire un ristorante mio. Gli stessi studenti chiedevano sempre corsi più particolari e assaggiavano cose particolari. Così mi invogliarono ad aprire il ristorante. È ufficialmente aperto dal 2018. Dal 2016 ho fatto due anni di prova per capire come funzionasse. Era aperto il venerdì sabato e domenica. Sedici coperti. Fra amici con la cucina aperta per coinvolgerli. Erano sempre quasi tutti studenti. Torna sempre Verdone. C’è poco da fare. Le cose non capitano mai perché sia lui a volerlo ma gli altri a chiederlo. Eppure, quando entri all’Etienne, capisci immediatamente che dietro non ci può essere una ragione di vero business. I pochi tavoli, le tante bottiglie di vino, il menu inaspettato, il servizio eccellente. Neanche un ristorante che ha conquistato le tre stelle Michelin potrebbe permettersi un menù a 90€. Non c’è la possibilità di far soldi con Etienne. Ecco perché credo a quello che Stefano racconta. Li c’è voglia di sperimentare e soprattuto di raccontare. È quello che fa Stefano quando presenta ogni singolo piatto. Sì intrattiene e ne spiega la genesi così come il procedimento. Rivive le emozioni e non già in maniera didascalica. Lui si emoziona poiché ritorna all’esatto momento dal quale quel piatto deriva. Il divertimento non è creare ma rivivere delle emozioni. Il piatto ne è solo conseguenza. La prima scuola stava su via Pisa. Avevo fatto una analisi di mercato e aveva un buon rapporto tra gente che poteva spendere e gente che aveva necessità di cucinare. Era strategica per la scuola. A via Pisa ero strapieno. Non c’entravamo più. Chiacchierando con un ragazzo propose un locale nella via dove siamo adesso. Era abbandonato. Mentre passavo lo straccio la sera notai tre serrande chiuse difronte alla scuola. Chiamo e mi proposero un prezzo basso. Ma tra banche ecc non feci in tempo perché venne venduto. Però lo affittarono a me. Scuola e ristorante uno difronte all’altro. Andar via da La Pergola è qualcosa che dal mio punto di vista, penso condiviso da migliaia di altre persone chef in primis, di insensato. Ma per uno scanzonato e pragmatico come Stefano, assolutamente no. Ci sono buoni motivi. Alla Pergola lavoravo quasi gratis. Ma era gavetta. Fare il ristorante mi piace molto ma forse ora sento l’amarezza di questo momento. A che serve? Non trovo gente che vuole imparare a fare questo mestiere. Ora mi sto dedicando molto di più al ristorante. Mi sono aperto anche la vineria per sostenerlo. Vorrei cucinare di più e fare meno l’imprenditore. Anche perché non sono molto portato. Mi è capitata questa cosa e l’ho fatta. Ma voglio divertirmi con la cucina. Un lavoro che non è solo lavoro. Altrimenti sarebbe rimasto alla Pergola o avrebbe partecipato a Masterchef. Senza emozioni. Questo il vero problema. Per me questo lavoro è una passione. Vorrei far questo non altro. Vedo i clienti che vengono e mi dicono che nel mio ristorante c’è una esperienza. Negli altri si mangia bene ma non c’è una esperienza. Piatti che non hanno visto mai. Mi piace scrivere e suonare. Sto sempre a studiare. Nasce tutto dal ristorante. È come essere un viandante, entri e mangi ciò che trovi. Perché quello è fresco. Ti fidi di quello che trovi. Fidati e ti diverti. Il prezzo è chiaro. Complicato parlare con Stefano. Salta di palo in frasca come mai. Solo in cucina riesce a trovare calma. A concentrarsi e a incanalare il flusso delle idee. Forse proprio perché la cucina è un proprio modo di raccontarsi, esprimersi. Io voglio raccontarti quello che ho dentro. È come dipingere. Io dipingo nel piatto. C’è un piatto che rappresenta il percorso e il mio io. Sì chiama l’orto e il mare. Anche se ora trovo la montagna molto interessante tanto che non vado più al mare. Rappresenta me stesso. Lo mangio e mi sento io. Lo sento mio. Sono io. L’ho fatto per un evento Excellence e i giornalisti mi facevano i complimenti. È semplice. Sotto un crumble al pomodoro, panna cotta di basilico, un gel di cipolla rossa, una emulsione di lime, un maccarello crudo fatto marinato, delle spugne di pomodoro, una polvere di alghe. Facile dice lui. Magari quando lo insegna a scuola è più facile. Ma è di fondo un ingegnere e, visto che ne so qualcosa, capisco bene come pensi sia facile ogni cosa. Stefano è tutto questo. Di base una persona che per stare bene ha bisogno vivere e fornire emozioni, gioia, equilibrio. Soprattutto sorriso. Come se la vita fosse troppo breve per non vivere le emozioni sorridendo alla vita. Quando mi emozionato l’ultima volta? Dieci minuti fa. Vivo le emozioni quando le racconto. I suoi piatti mi sono arrivati come ricordi ed emozioni. È riuscito a trasmettere nel percorso quanto aveva in testa nel momento della creazione. Accostamenti interessanti, alle volte arditi. Però perfettamente riusciti. Nella forma cosi come nella sostanza. Davvero davvero una esperienza. Ah, dimenticavo. Stefano, come ti dissi anche la sera a cena, i vini che hai in carta sono fantastici ed interessanti: piccole e grandi cantine, metodi diversi, interpretazioni dei vitigni incredibili. Solo che l’abbinamento non è cosa tua! Sono certo che leggendo questa ultima frase ti farai una ricca risata. È per questo che sei un grande. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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A’ Sergio so’ quattr’anni che ingrani co’ sto lavoro! Qui dentro è già ingranato tutto. Eh che ci volete fare. Sergio e il lavoro che deve ancora ingranare. Non so se la compagna di Stefano avesse un padre come il sor Augusto, però io me la immagino così la scena. Sono tornato dagli amici che avevano le trattorie e da li ho cominciato. Vari ristorantini in centro e a Ostia. Avevo studiato molto e mi sono detto: mi piacerebbe andare a vedere dal più grande come funziona. Avevo aperto una scuola di cucina e avevo scritto un romanzo sui primi giorni della scuola. Citavo le ricette. Il più grande. A Roma ce ne è solo uno: Heinz Beck del Ristorante La Pergola. Tre stelle Michelin. Ceno da Heinz Beck, gli porto il libro che avevo scritto e gli faccio una dedica. Posso venire a fare una prova da te chef? Mi disse di no che non serviva. Ero li con Roberta, la mia attuale compagna. Le dissi: entro un anno lavoro qui. Ma te pare? Non gliene frega proprio. Un sognatore. Un avventato. Uno sprovveduto. Un cazzaro come si dice a Roma. Anche se Manuel Fantoni ci sta tutto. Niente di tutto questo. Stefano la passione per la cucina ce l’ha nel sangue. Non è solo un sogno di quelli che non sai se si realizzeranno mai. È qualcosa che scorre dentro. Che ti fa svegliare la notte e comporre una ricetta come fosse una sinfonia. Scrive le ricette e le raccoglie in un libro dove ci sono le sue sensazioni. È felicità pura. Che arriva dai ricordi e dalle emozioni. Beck parte per Tokyo e probabilmente sul volo iniziò a leggere il libro. Al ritorno mi contatta e ci incontriamo. Stefano vieni qui. Voglio che fai uno stage da me. Ho letto il libro e hai qualcosa da raccontare. Sono entrato da stagista e dopo un anno e mezzo sono diventato suchef della Pergola. Mi feci più nemici che amici. Avevo avuto una crescita verticale. Troppa Quando uno vede un programma come Masterchef, riesce solo ad intravedere quanto alto sia il livello di attenzione e precisione che un ristorante stellato possa richiedere. Nulla è lasciato al caso ed operare in una cucina del genere vuol dire sottostare a regole ferree. Ogni cuoco della brigata è allo stesso tempo parte della stessa e contro la stessa. Individualista nel gruppo. La voglia di emergere è così alta che non lesinerebbero metodi poco ortodossi per essere il numero uno. Ma non è possibile. Perché è sempre la brigata, dunque il risultato finale, ciò che conta. Heinz non ti fa un complimento neanche se muori. Sta sempre in giro e i Sous Chef gli gestiscono i ristoranti. Ricerca sempre il lusso e la perfezione. Lui mi diceva: come hai fatto questo piatto? Lo hai copiato? No chef. Allora raccontalo. E io lo raccontavo. Mi diceva che facevo i piatti due stelle Michelin. Prima di andar via mi disse: promettimi che apri un ristorante. I tuoi sono piatti che mi hanno emozionato. Tie’, senti ‘sto presciutto che d’è, senti com’è dorce…
Beh, veramente ho mangiato…
Senti questo presciutto, t’ho detto, è dorce. È ‘n zucchero, Sergio, lo senti?
E ‘ste olive? Tie’, senti ‘ste olive. Queste so’ greche, aho sa’… Greche. E ‘nnamo, e ddaje, so’ greche! So’ bone? Come so’? Di’ la verità”
So’ greche…” Eppure, nonostante questo, ma anche forse perché veniva pagato poco, Stefano decide di mollare la cucina stellata. Un folle? Un presuntuoso? Nulla di tutto ciò. Mi chiese di andare in Algarve per prendere la stella Michelin. Avevo la scuola di cucina che era un business che funzionava. Non volevo abbandonarla. Mi chiese di rimanere in Pergola ma comunque la scuola sarebbe andata a rotoli. C’erano troppi eventi che erano inconciliabili con la scuola. Vorrei dedicarmi alla scuola gli dissi. Una scuola di cucina. Due cuochi per amici. È quella che Stefano mette su con la voglia di trasmettere le sue emozioni e il suo modo di cucinare. Una sorta di ingegnere emozionale. Perché un ingegnere studia e applica un metodo, una procedura, dei processi. Questi però senza una idea e un’anima, sono solo composti chimici. Stefano invece crea ricette che esaltano le proprie emozioni. Per raccontare qualcosa di se con la voglia di far emergere quelle degli altri. Molti chef sperimentano e creano piatti. Poi cercano di trovare una storia possibile da raccontare. Il risultato è un piatto eccellente che fornisce al palato emozioni pazzesche. Quando però il piatto ha una storia sua che deriva da ricordi emozionali allora è una creazione degna di nota. Un modo di esprimere la propria coscienza così che questa possa definirsi arte. La scuola allora è come la bottega del maestro che trasmette agli allievi la modalità di rappresentare i propri sentimenti. Con metodo. A La Pergola ho imparato quello che voglio e non voglio essere. Non ho imparato tecniche e grandi cose di cucine. Ho capito cosa è un leader e come devi trattare un dipendente. Quanto è importante la sala ecc. Ho imparato molto del vino entrando in un mondo che non conosci bene. Così è nata la passione che mi diverta tanto. Una scuola di cucina aperta dal 2013 con oltre 9000 studenti che si sono cimentati in corsi amatoriali e professionali di tutti i tipi. Gli amatoriali li fa Vincenzo. Io faccio i corsi professionali per creare cuochi professionisti. La Souce Chef è una mamma che sta da quattro anni con me. Aveva una azienda e anche lei ha mollato tutto per fare il corso professionale. L’ho tenuta a gestire la brigata. E il ristorante? Stefano non è che avesse tanta voglia di aprirne uno. Non era quella la sua vera vocazione. Non avevo idea di aprire un ristorante mio. Gli stessi studenti chiedevano sempre corsi più particolari e assaggiavano cose particolari. Così mi invogliarono ad aprire il ristorante. È ufficialmente aperto dal 2018. Dal 2016 ho fatto due anni di prova per capire come funzionasse. Era aperto il venerdì sabato e domenica. Sedici coperti. Fra amici con la cucina aperta per coinvolgerli. Erano sempre quasi tutti studenti. Torna sempre Verdone. C’è poco da fare. Le cose non capitano mai perché sia lui a volerlo ma gli altri a chiederlo. Eppure, quando entri all’Etienne, capisci immediatamente che dietro non ci può essere una ragione di vero business. I pochi tavoli, le tante bottiglie di vino, il menu inaspettato, il servizio eccellente. Neanche un ristorante che ha conquistato le tre stelle Michelin potrebbe permettersi un menù a 90€. Non c’è la possibilità di far soldi con Etienne. Ecco perché credo a quello che Stefano racconta. Li c’è voglia di sperimentare e soprattuto di raccontare. È quello che fa Stefano quando presenta ogni singolo piatto. Sì intrattiene e ne spiega la genesi così come il procedimento. Rivive le emozioni e non già in maniera didascalica. Lui si emoziona poiché ritorna all’esatto momento dal quale quel piatto deriva. Il divertimento non è creare ma rivivere delle emozioni. Il piatto ne è solo conseguenza. La prima scuola stava su via Pisa. Avevo fatto una analisi di mercato e aveva un buon rapporto tra gente che poteva spendere e gente che aveva necessità di cucinare. Era strategica per la scuola. A via Pisa ero strapieno. Non c’entravamo più. Chiacchierando con un ragazzo propose un locale nella via dove siamo adesso. Era abbandonato. Mentre passavo lo straccio la sera notai tre serrande chiuse difronte alla scuola. Chiamo e mi proposero un prezzo basso. Ma tra banche ecc non feci in tempo perché venne venduto. Però lo affittarono a me. Scuola e ristorante uno difronte all’altro. Andar via da La Pergola è qualcosa che dal mio punto di vista, penso condiviso da migliaia di altre persone chef in primis, di insensato. Ma per uno scanzonato e pragmatico come Stefano, assolutamente no. Ci sono buoni motivi. Alla Pergola lavoravo quasi gratis. Ma era gavetta. Fare il ristorante mi piace molto ma forse ora sento l’amarezza di questo momento. A che serve? Non trovo gente che vuole imparare a fare questo mestiere. Ora mi sto dedicando molto di più al ristorante. Mi sono aperto anche la vineria per sostenerlo. Vorrei cucinare di più e fare meno l’imprenditore. Anche perché non sono molto portato. Mi è capitata questa cosa e l’ho fatta. Ma voglio divertirmi con la cucina. Un lavoro che non è solo lavoro. Altrimenti sarebbe rimasto alla Pergola o avrebbe partecipato a Masterchef. Senza emozioni. Questo il vero problema. Per me questo lavoro è una passione. Vorrei far questo non altro. Vedo i clienti che vengono e mi dicono che nel mio ristorante c’è una esperienza. Negli altri si mangia bene ma non c’è una esperienza. Piatti che non hanno visto mai. Mi piace scrivere e suonare. Sto sempre a studiare. Nasce tutto dal ristorante. È come essere un viandante, entri e mangi ciò che trovi. Perché quello è fresco. Ti fidi di quello che trovi. Fidati e ti diverti. Il prezzo è chiaro. Complicato parlare con Stefano. Salta di palo in frasca come mai. Solo in cucina riesce a trovare calma. A concentrarsi e a incanalare il flusso delle idee. Forse proprio perché la cucina è un proprio modo di raccontarsi, esprimersi. Io voglio raccontarti quello che ho dentro. È come dipingere. Io dipingo nel piatto. C’è un piatto che rappresenta il percorso e il mio io. Sì chiama l’orto e il mare. Anche se ora trovo la montagna molto interessante tanto che non vado più al mare. Rappresenta me stesso. Lo mangio e mi sento io. Lo sento mio. Sono io. L’ho fatto per un evento Excellence e i giornalisti mi facevano i complimenti. È semplice. Sotto un crumble al pomodoro, panna cotta di basilico, un gel di cipolla rossa, una emulsione di lime, un maccarello crudo fatto marinato, delle spugne di pomodoro, una polvere di alghe. Facile dice lui. Magari quando lo insegna a scuola è più facile. Ma è di fondo un ingegnere e, visto che ne so qualcosa, capisco bene come pensi sia facile ogni cosa. Stefano è tutto questo. Di base una persona che per stare bene ha bisogno vivere e fornire emozioni, gioia, equilibrio. Soprattutto sorriso. Come se la vita fosse troppo breve per non vivere le emozioni sorridendo alla vita. Quando mi emozionato l’ultima volta? Dieci minuti fa. Vivo le emozioni quando le racconto. I suoi piatti mi sono arrivati come ricordi ed emozioni. È riuscito a trasmettere nel percorso quanto aveva in testa nel momento della creazione. Accostamenti interessanti, alle volte arditi. Però perfettamente riusciti. Nella forma cosi come nella sostanza. Davvero davvero una esperienza. Ah, dimenticavo. Stefano, come ti dissi anche la sera a cena, i vini che hai in carta sono fantastici ed interessanti: piccole e grandi cantine, metodi diversi, interpretazioni dei vitigni incredibili. Solo che l’abbinamento non è cosa tua! Sono certo che leggendo questa ultima frase ti farai una ricca risata. È per questo che sei un grande. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
12 Giugno, 2025
Svelati i 10 Morellino del Cuore 2025
Morellino del Cuore III edizione
Dopo il successo delle due precedenti edizioni, torna per il terzo anno consecutivo Morellino del Cuore, progetto nato dalla collaborazione tra il Consorzio di Tutela Morellino di Scansano DOCG e i giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli, con l’obiettivo di raccontare e valorizzare una delle denominazioni più rappresentative della Toscana attraverso una selezione annuale di etichette scelte da esperti di settore.
Il 29 maggio 2025, nella sede del Consorzio a Scansano, si è riunita la giuria composta da sei noti giornalisti del vino, chiamati a degustare alla cieca 62 campioni inviati da 30 aziende associate.
Hanno composto la giuria Elena Erlicher di Civiltà del Bere, Carlo Macchi di Winesurf, Luciano Pignataro di Luciano Pignataro, Alessandra Piubello di Decanter e varie testate, Leonardo Romanelli di Il Gusto di Repubblica, Identità Golose e varie testate, Maurizio Valeriani di Vinodabere, chiamati per selezionare i 10 Morellino del Cuore 2025, suddivisi in quattro categorie: Annata, Riserva, Intermedio e Vecchia Annata.
Novità di questa nuova edizione è stata l’introduzione della nuova categoria “Vecchia Annata”, pensata per dare spazio a quei vini che, con lo scorrere del tempo in bottiglia, dimostrano la sorprendente capacità di evoluzione del Morellino di Scansano, a conferma della solidità e della versatilità della denominazione.
I 10 Morellino del Cuore 2025
Categoria Annata Cantina Vignaioli di Scansano Roggiano Bio 2023 Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023 Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023 Categoria Intermedio Provveditore Provveditore 2023 Le Rogaie Forteto 2022 Terenzi Purosangue 2022 Categoria Riserva Belguardo Bronzone 2021 Bruni Laire 2021 Roccapesta Roccapesta Riserva 2021 Categoria Vecchia Annata Fattoria di Magliano Heba 2006 Nei prossimi mesi, i Morellino del Cuore 2025 diventeranno protagonisti di tre appuntamenti speciali a Roma, Milano e Firenze, aperti sia alla stampa di settore che agli appassionati. Serate dedicate alla conoscenza e alla degustazione guidata dei dieci vini selezionati, in abbinamento a piatti studiati per esaltarne le peculiarità, con la partecipazione dei produttori, del Consorzio e dei giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli. Un’occasione per raccontare il Morellino in modo diretto e coinvolgente, mettendo al centro qualità, identità e territorio. Presidente del Consorzio Bernardo Guicciardini Calamai Siamo estremamente soddisfatti di come si è svolta questa terza edizione di Morellino del Cuore. L’attenta selezione dei membri della giuria ha garantito un livello di competenza e professionalità ineccepibile, e i vini selezionati riflettono al meglio l’autenticità e le peculiarità del Morellino di Scansano. Siamo felici di constatare una continua adesione da parte delle aziende, segno di un interesse sempre crescente e di un impegno costante nel valorizzare il nostro territorio. Desidero esprimere un sentito ringraziamento a Roberta Perna e Antonio Stelli, ideatori e anima di Morellino del Cuore, per il loro impegno nel dare vita a questa manifestazione che continua a crescere anno dopo anno, e alla giuria per il prezioso lavoro svolto. Morellino di Scansano Docg Il Morellino di Scansano, divenuto un vino a DOCG a partire dalla vendemmia 2007, viene prodotto in tutto il Comune di Scansano e parte dei Comuni di Campagnatico, Grosseto, Magliano in Toscana, Manciano, Roccalbegna e Semproniano. Gli ettari di vigneti rivendicati sono circa 1500, di cui il 35% in conduzione biologica certificata. Da disciplinare può contenere un minimo di 85% di uve sangiovese ed un massimo di 15% di altre uve di vitigni a bacca nera consentiti nella Regione Toscana.
Il Consorzio Tutela Morellino di Scansano è composto attualmente da 220 soci. La Redazione
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Categoria Annata Cantina Vignaioli di Scansano Roggiano Bio 2023 Tenuta Agostinetto La Madonnina 2023 Poggio Argentiera Bellamarsilia 2023 Categoria Intermedio Provveditore Provveditore 2023 Le Rogaie Forteto 2022 Terenzi Purosangue 2022 Categoria Riserva Belguardo Bronzone 2021 Bruni Laire 2021 Roccapesta Roccapesta Riserva 2021 Categoria Vecchia Annata Fattoria di Magliano Heba 2006 Nei prossimi mesi, i Morellino del Cuore 2025 diventeranno protagonisti di tre appuntamenti speciali a Roma, Milano e Firenze, aperti sia alla stampa di settore che agli appassionati. Serate dedicate alla conoscenza e alla degustazione guidata dei dieci vini selezionati, in abbinamento a piatti studiati per esaltarne le peculiarità, con la partecipazione dei produttori, del Consorzio e dei giornalisti Roberta Perna e Antonio Stelli. Un’occasione per raccontare il Morellino in modo diretto e coinvolgente, mettendo al centro qualità, identità e territorio. Presidente del Consorzio Bernardo Guicciardini Calamai Siamo estremamente soddisfatti di come si è svolta questa terza edizione di Morellino del Cuore. L’attenta selezione dei membri della giuria ha garantito un livello di competenza e professionalità ineccepibile, e i vini selezionati riflettono al meglio l’autenticità e le peculiarità del Morellino di Scansano. Siamo felici di constatare una continua adesione da parte delle aziende, segno di un interesse sempre crescente e di un impegno costante nel valorizzare il nostro territorio. Desidero esprimere un sentito ringraziamento a Roberta Perna e Antonio Stelli, ideatori e anima di Morellino del Cuore, per il loro impegno nel dare vita a questa manifestazione che continua a crescere anno dopo anno, e alla giuria per il prezioso lavoro svolto. Morellino di Scansano Docg Il Morellino di Scansano, divenuto un vino a DOCG a partire dalla vendemmia 2007, viene prodotto in tutto il Comune di Scansano e parte dei Comuni di Campagnatico, Grosseto, Magliano in Toscana, Manciano, Roccalbegna e Semproniano. Gli ettari di vigneti rivendicati sono circa 1500, di cui il 35% in conduzione biologica certificata. Da disciplinare può contenere un minimo di 85% di uve sangiovese ed un massimo di 15% di altre uve di vitigni a bacca nera consentiti nella Regione Toscana.
Il Consorzio Tutela Morellino di Scansano è composto attualmente da 220 soci. La Redazione
12 Giugno, 2025
Una rivoluzione gentile, un impegno condiviso. Nascono i Custodi del Lambrusco
Ventisei produttori costituiscono una nuova associazione, uniti dalla volontà di (ri)scoprire e (ri)posizionare il Lambrusco tra i grandi vini.
Una rivoluzione gentile, destinata a far parlare di sé, è nata nel cuore dell’Emilia. Da oggi il Lambrusco ha i suoi Custodi: ventisei produttori – tra piccole e grandi realtà – uniti dalla volontà di difendere, valorizzare e (ri)posizionare il Lambrusco nel panorama dei grandi vini. Al di là delle visioni istituzionali esistenti, questi viticoltori hanno scelto di unirsi per raccontare il Lambrusco in modo inclusivo, senza divisioni territoriali. Nasce così una nuova associazione, i Custodi del Lambrusco, che si impegna a riscrivere la percezione comune di questo vino straordinario ma troppo spesso sottovalutato.
Accomunati dalla qualità come filo conduttore, i Custodi puntano a riscrivere la storia di uno dei vini più rappresentativi dell’Emilia-Romagna con un linguaggio contemporaneo, diretto e sensibile alle novità. Dalla vigna alla bottiglia, ogni scelta sarà dettata da un principio chiave: esaltare il carattere autentico del Lambrusco, elevandone la qualità e rendendone unica ogni espressione.
Fabio Altariva, Presidente dei Custodi del Lambrusco.
Non si tratta solo di tutela, ma di affermazione: il Lambrusco è storia, cultura e identità di un territorio, e merita di essere riconosciuto come tale. I Custodi del Lambrusco nascono con una missione chiara: riscrivere il futuro di questo vino. Vogliamo esaltarne il valore autentico, senza compromessi, e restituirgli il ruolo che merita tra i grandi vini” “Il Lambrusco non è solo un vino: è la storia, la cultura e l’identità di un territorio che vogliamo proteggere e raccontare, per chi c’era prima di noi e per chi verrà dopo.
Modena e Reggio Emilia, culle storiche del Lambrusco, sono oggi il cuore pulsante di questa svolta storica, nonché le sedi delle cantine dei produttori che, con passione e dedizione, aderiscono a questo nuovo progetto comune. Con determinazione e uno sguardo rivolto dritto al futuro, i Custodi del Lambrusco sono pronti a scrivere un nuovo capitolo nella storia di questo vino straordinario. Perché il lambrusco merita di essere finalmente celebrato, rispettato e soprattutto custodito.
Di seguito, l’elenco delle ventisei Aziende Agricole Vitivinicole Associate che, come previsto dal loro statuto, svolgono l’intero ciclo produttivo del vino, dalla coltivazione delle uve fino all’imbottigliamento e alla commercializzazione del prodotto finale:
ELENCO SOCI CUSTODI DEL LAMBRUSCO
AZIENDA AGRICOLA MANICARDI
AZIENDA AGRICOLA MESSORI
AZIENDA AGRICOLA PEZZUOLI
AZIENDA AGRICOLA SAN PAOLO
CA’ DE’ MEDICI
CANTINA DELLA VOLTA
CANTINA DIVINJA
CANTINA VENTIVENTI
CANTINA VEZZELLI FRANCESCO
CANTINA ZUCCHI
CAVALIERA
CLETO CHIARLI TENUTE AGRICOLE
FATTORIA MORETTO
GARUTI VINI
LA BATTAGLIOLA
LA PIANA WINERY
LE CASETTE
LINI 910
MARCHESI DI RAVARINO
OPERA02
PODERE IL SALICETO
RINALDINI AZ. AGR. MORO
TERRAQUILIA
VENTURINI BALDINI
VILLA DI CORLO
ZANASI SOCIETA’ AGRICOLA
La Redazione
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12 Giugno, 2025
BAROLO, BARBARESCO & ROERO 2025 (by GoWine)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 16 Maggio l’instancabile GoWine ha portato a Roma l’Edizione 2025 di BAROLO, BARBARESCO & ROERO, manifestazione ormai “classica” dedicata ai vini di iconiche zone di produzione del Piemonte.
Un Evento che ha richiamato un numeroso pubblico di addetti del settore e semplici enoappasionati nelle sale dell’Hotel STARHOTELS METROPOLE della Capitale.
GLI ASSAGGI
Oltre trenta le Aziende presenti (in gran parte personalmente) a presentare interpretazioni diverse del Territorio, Storia, Storie e tanto altro ancora.
Tante le etichette in degustazione, davvero tante, cosa che mi ha obbligato a una scelta dettata come sempre da estro e fantasia.
Alla fine, dalla canonica cinquantina di assaggi ho estrapolato la mia consueta lista di “consigli per gli assaggi”, una “TOP THIRTEEN” priva di pezzi da novanta ma con un vino che si è meritato un pezzo musicale.
Leggete, criticate, suggerite e…condividete.
– DIANO D’ALBA DOCG “SÖRI RICHIN” 2022, CASAVECCHIA: da una dei 76 “sori” censiti un dolcetto fresco e profumato, che intreccia l’umido del temporale con il frutto maturo, la terra con il cielo, i fiori con le spezie.
In bocca è dinamico, gustoso, propone e ripropone stuzzicando con i sottili tannini e le cementizie piccantezze, con quella sapidità e quel finale di arancia rossa che chiede un altro sorso.
87- Punti.
– DIANO D’ALBA DOCG “SÖRI BRUNI” 2021, CASAVECCHIA: per quelli che “il Dolcetto non invecchia” ecco l’eccezione che conferma la regola.
Sarà l’esperienza trentennale delle radici, sarà l’esposizione, sarà quello che sarà ma qui siamo a un livello superiore, qui la terra umida comanda a bacchetta la frutta e i gineprai intricati spaccano le pietre e graffiano la pelle.
In bocca il tannino s’impone con pacata autorità lasciando spazio a freschezza e minerale sapidità mentre il lungo finale è una dedica agrumata e una bonaria pacca sulla spalla a quelli che “il Dolcetto è solo Dolcetto”.
88— Punti.
– BARBERA D’ALBA DOC SUPERIORE 2020, CASAVECCHIA: immediata la proposta di viole, more e prugne succose cui seguono accenti terragni e graffi di ginepro e liquirizia.
Bocca gagliarda, calda, piena, snellita da tannini benevoli e da un lungo, succoso finale mai dimentico di dolci tocchi speziati.
88- Punti, perché quell’extra di vaniglia me lo sarei risparmiato.
– BAROLO DOCG DEL COMUNE DI CASTIGLIONE FALLETTO “PIANTÀ” 2016, CASAVECCHIA: u susseguirsi di vibrazioni balsamiche, pot pourrì floreale, composta di lamponi…
E poi cacao, lavanda, chiodi di garofano, tabacco mentolato, grafite, terra smossa e…una confessione rustica che ne avvicina la nobiltà a noi che siamo servi del calice.
Sorso austero e dinamico, saporito, agrumato, fittamente tannico e con un lungo finale di spezie, caffè e…olive nere.
88+ Punti.
– ALTA LANGA DOCG “BERA BRUT” MILLESIMATO 2019, BERA: profuma di campagna e non si vergogna di un minimo di verve selvatica.
Finocchietto selvatico, mentuccia, forse origano, di sicuro camomilla, lavanda, cedro, mela cotogna e nocciole, il tutto in una atmosfera di gessosa mineralità.
Sorso cremoso e dinamico, decisamente sapido anzi…direi salato lungo quanto serve a finire subito il primo calice e volerne un altro.
Un Metodo Classico che non se la tira per niente.
87+ Punti.
– BARBARESCO DOCG “RABAJÀ” 2017 RISERVA, BERA: da subito rivela gustosa composta di piccoli frutti di un bosco del quale, nel breve, inciamperete anche nelle radici.
Profuma di un tempo che era, di ricordi che gli agrumi canditi e il sacchetto di lavanda che la nonna metteva nei cassetti riportano alla mente.
Coi gomiti poggiati sulle ginocchia inspirate il camino che quei ricordi sembra portarsi via e mentre vi sovviene un ché di china assaggiate.
Un sorso ampio, ciccione ma affatto opulento, dinamicamente mosso dai sottili, stuzzicanti tannini e lungo nel riportarVi al punto di partenza.
88— Punti.
– BAROLO DOCG “SÔRÌ PARADISO” 2021, VILLADORIA: olfatto luminoso, solare, spartito tra marasche e prugne, violette e liquirizia, non dimentico di accenni fungini e che in chiusura si incupisce su toni ferrosi e temporaleschi.
Sorso di giovanile potenza buona sapidità e freschezza da vendere.
I tannini si mostrano di nobile stirpe ma ancora non del tutto educati ed è forse in questa elegante “spettinatura” che si nasconde il plus di un vino che chiude sui toni amaricanti del rabarbaro e finisce sul mio taccuino alla voce “da riassaggiare con calma”.
88++ Punti.
– BAROLO DOCG “LAZZARITO” 2017, VILLADORIA: inizialmente boschivo regala terra umida, strobili secchi, resine, anche funghi per aprirsi poi ai toni più gentili delle rose e delle viole chiudendo su una carezza appena foxy.
Sorso di solida struttura e tonica muscolatura fresco-sapida, tannini di elegante fattura e allungo dedicato a dolcezze speziate e ricordi balsamici.
88 Punti.
– ROERO DOCG “BRIC BOSSOLA” 2020 RISERVA, TALIANO MICHELE: su uno sfondo di terra e cuoio si stagliano immagini vegetali e piccoli frutti rossi e neri che conoscono i barattoli e il coltello per spalmarli.
Un accenno di fiori secchi, un ché di cacao e via con il sorso, muscoloso ma non pompato, agile, dinamico, veloce pur in quel suo calore alcolico che la freschezza contiene ma un po’ a fatica.
E poi i tannini, eleganti ma scapigliati, a ravvivarlo e quel finale ferroso intriso di vegetalità officinali…
88++ Punti.
– BARBARESCO DOCG MONTERSINO “AD ALTIORA” 2020, TALIANO MICHELE: è un vino che ti frega!
Si nasconde, si fa desiderare, che all’inizio è “solo” un altro vino ancora imbrigliato nel legno e nelle dolcezze di ciliegie e more in confettura.
Ma le parole a volte servono, e perdendomici insieme al produttore ho dimenticato il calice quel tanto che serviva per capire che la realtà era un’altra, fatta di tabacchi pregiati, di liquirizia succosa, di una frutta aspra che non si capisce da dove sia uscita e sulla quale Vi viene voglia di indagare ficcando di nuovo il naso nel bicchiere, bevendo quel succo della terra quasi per sete.
Pieno, fresco, puntellato di sapidità birbantemente tannico e con un allungo che va oltre le chiacchiere.
88— Punti.
– BARBARESCO DOCG MONTERSINO “TERA MIA” 2019 RISERVA, TALIANO MICHELE: i piccoli frutti rossi e maturi Vi riempiono il naso ma è quella mentolata balsamicità che detta legge, tenendo a bada un legno che tende ad alzare la voce e lasciando che della vaniglia non resti che la speziata presenza.
È di un appena di mandorla l’ultima eco a spegnersi prima che il sorso riveli una dinamica invitante fatta di croccantezze fruttate e tannini fittamente intrecciati.
Chiude lungo a suon di spezie.
88 Punti.
– BAROLO DOCG “LUDO” 2020, PODERI LUIGI EINAUDI: un impalcato di ribes e fiori di campo contorna una struttura principale che ha dolcezze di boero e amaritudini di genziana.
L’atmosfera è grafitica e il sorso morbido e austero, fresco di melagrana e di tannini solleticanti, lungo, speziato, discorsivo e affatto borioso.
Un Barolo con le sneakers ai piedi, ma forse interessante proprio per questo.
87+ Punti.
– GRIGNOLINO DEL MONFERRATO CASALESE DOC “BESTIA GRAMA” 2023, BERE E SOGNARE: appena avvicini il naso al calice ti rendi conto di essere di fronte a un vino di stacco.
Dimentico della spocchia sabauda, si propone sanculotto, scorbutico, pelliccioso, elegantemente contadino.
Profuma di erba dopo il temporale, di sassi bagnati, di…vino
In bocca scorre e discorre, racconta la schiettezza di un Territorio e di un vitigno, croccante di piccoli frutti, grafitico, addirittura sapido.
Percaritàdiddio! Non è certo un vinone ma è uno di quei vini che sanno di fatica, mani sporche e pacche sulle spalle.
Ce ne fossero!
Lui becca il mio premio “LUPUSINFABULA” e 87+ Punti, Voi bevetelo ascoltando “EL BESTIA” di DAVIDE VAN DE SFROOS.
E QUINDI?
E quindi grazie a GoWine per avermi voluto ospitare ancora una volta e per il grande lavoro che da anni fa per promuovere le piccole Aziende, il Territorio, le storie di uomini che lavorano duro per produrre quel vino che soddisfa il nostro edonismo.
Grazie ovviamente anche a tutte le Aziende che hanno avuto la pazienza di sopportare la mia curiosità e grazie a Voi che avete avuto la cortesia di leggermi fino qui
Roberto Alloi
VINODENTRO
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11 Giugno, 2025
Pronta la seconda edizione di ITINERE a Roma
Pochi giorni e partirà la 2^ Edizione di ITINERE, in programma il 14 e 15 giugno dalle 11.00 alle 19.00 all’interno del Ristorante Mike’s, situato al quarto piano dello storico palazzo Coin di San Giovanni a Via Magnagrecia 2, una delle cornici più suggestive di Roma.
L’attico si trasformerà in una inedita esperienza sensoriale per accogliere 40 aziende di eccellenza del settore enogastronomico, provenienti da tutta Italia. Ed è proprio la filosofia di ITINERE dal latino “viaggio o percorso” che riunisce l’esperienza della ricchezza dei nostri territori e la possibilità di conoscere aziende di altissima qualità, con una prospettiva di crescita e sviluppo, creando una connessione di relazioni durature.
La Kermesse, oltre ai banchi d’assaggio, nella sala riservata del ristorante, permetterà di fruire, dietro prenotazione, di esclusive masterclass su cibo e vino condotte direttamente dal produttore, in un contesto elegante, curato e stimolante.
ITINERE non è solo un evento: è un incontro tra persone, storie e sapori, immersi in una cornice mozzafiato che valorizza grandi denominazioni e chicche tutte da scoprire. Vino, alta gastronomia, dolci, distillati, insieme ad un birrificio artigianale locale: sapori autentici pensati per soddisfare ogni palato.
Per accreditarsi → https://www.berefacile.it/accredito
Masterclass a posti limitati: per prenotare, 👉 https://www.berefacile.it/itinere-2025
Le aziende presenti: Cibo Genuino – I Pampini – Tenuta Ploner – Michele Chiarlo – Bruchicello Vini – Taps Lynn Peak Beer – Pozzo Serpi – Casa Sant’Orsola – Pinsa 2.0 – Lemoncetto – Casale Lucino – Cà dei Maghi – Claudio Mariotto – Torre dei Chiusi – Ai Galli – Gradis’ciutta (R. Princic) – Fondazione Cotarella – Intrecci – Rares Domeniile Averesti – Tradingfoods – Pasticceria Tabiano – Bollizine – Palombelli Riccardo – Pian di Mare – Tenuta La Presa – Aceto Balsamico Modena – Volzero – Fast Drink – Casale del Giglio – Santa Barbara – Marramiero – Poggio Le Volpi – Tenuta Tre Cancelli – Giulio Pesoli – Terre del Veio – Cantine Volpetti – Muscari Tomajoli – Tenuta Iacoangeli – Villa Simone – Borgo del Cedro – Casal Thaulero – Pirata Suino – Agricola Artico – Dimensione Vino – Uva da Bere – Gabriele Magno – Casoni Liquori.
Un format ideato da: Tastefactory (IG/Fb: @tastefactoryofficial) e Berefacile (IG/Fb: @berefacile)
Ufficio Stampa Paolo Carpino – itinere@berefacile.it
WineTales Magazine è mediapartner dell’evento
La Redazione
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11 Giugno, 2025
Demeter Italia ha un nuovo Cda: Enrico Amico confermato presidente
L’Assemblea elettiva del 31 maggio ha scelto il nuovo direttivo. Marco Paravicini di Cascine Orsine è vicepresidente.
Un’assemblea dei soci molto partecipata e la riconferma di Enrico Amico, imprenditore agricolo campano, a presidente di Demeter Italia.
Sabato 31 maggio, nella sede dell’associazione a Sorbolo Mezzani (PR), l’assemblea elettiva ha scelto il direttivo che guiderà l’attività dell’associazione per i prossimi tre anni, un’importante occasione di confronto con i soci licenziatari del marchio che certifica la qualità della produzione agricola biodinamica. Prima di procedere con le votazioni del nuovo cda è stato approvato il bilancio e l’aumento del numero, da 7 a 9, dei consiglieri presenti nel Consiglio di amministrazione. Si sono poi svolte le operazioni di voto, in presenza e in modalità online per raggiungere tutti i soci italiani. Le preferenze di voto hanno confermato gran parte dei consiglieri in carica nel triennio 2022-2025: Enrico Amico (Az. agricola Enrico Amico – CE), Marco Paravicini Crespi (Cascine Orsine – PV), Alois Lageder (Az. Alois Lageder – BZ), Elisabetta Foradori (Az. agricola Foradori – BZ), Paolo Fontanabona (Az. agricola Fontanabona – VR) e Carlo Boni Brivio (Az. Il Cerreto – PI). Fanno il loro ingresso nel Cda Demeter Italia Maria Grazia Minisci (Az. Minisci Maria Grazia – CS), Argentino Trolli (Az. agricola Passioni Vitae – CH) e Giuseppe Zulli (Az. Zulli Giuseppe – CH). Per non fermare le attività dell’associazione i neoeletti si sono subito confrontati per affidare l’incarico alla presidenza. Enrico Amico, eletto con il massimo consenso dall’assemblea, è stato dunque confermato nel ruolo di guida di Demeter Italia. Marco Paravicini Crespi, 35 anni, il più giovane eletto nel direttivo, è stato nominato vicepresidente, ruolo precedentemente ricoperto da Alois Lageder. Nelle prossime settimane ai consiglieri saranno affidate le deleghe. L’incarico a Enrico Amico e l’apprezzamento per i consiglieri confermano l’importante lavoro svolto negli ultimi anni, anche a livello internazionale. Demeter continua dunque a crescere per tutelare la qualità delle produzioni biodinamiche e sostenere i produttori e trasformatori biodinamici italiani. Enrico Amico Vedere riconosciuti anni di impegno per rafforzare e valorizzare l’agricoltura biodinamica in Italia – spiega con soddisfazione Amico – per me e i consiglieri confermati rappresenta un traguardo condiviso e un motivo di ulteriore crescita futura. Demeter Italia guarda molto avanti, perché l’agricoltura biodinamica certificata vuole tracciare un futuro di benessere per l’uomo, gli animali, le piane e la nostra terra. Questa idea ci spinge a fare del nostro meglio. Enrico Amico parla dei progetti in corso e di quelli che verranno Presto i progetti che sono stati sviluppati negli ultimi anni porteranno a novità e a nuovi servizi. Un esempio è l’elaborazione degli Standard sociali Demeter Italia, che permetteranno un’evoluzione dell’attuale certificazione anche sul piano della RSI (Responsabilità sociale d’impresa): l’attenzione al sociale e tutto quanto ad esso collegato è connaturata all’azienda biodinamica e vogliamo rafforzare questo percorso per sostenere i licenziatari. Arriveranno anche un nuovo piano tariffario, un market place per le aziende e molto altro ancora. Guardiamo poi ai giovani agricoltori biodinamici, ai temi e alle necessità che porteranno in Demeter Italia. Su questo fronte stiamo lavorando molto, perché se ci interessiamo al futuro dell’agricoltura e dell’ambiente, necessariamente il tema del passaggio generazionale è di centrale importanza. Ci sono poi le Comunità biodinamiche Demeter, che stanno crescendo in tutta Italia, e con esse l’associazione è in dialogo. Ogni territorio porta con sé una storia, una tradizione, un autentico patrimonio culturale da salvaguardare. Il prossimo triennio guarderà anche a un ulteriore sviluppo a livello internazionale. Il confronto attivo con la Biodynamic Federation Demeter International (BFDI), grazie a commissioni tematiche e gruppi di lavoro, permetterà di sviluppare la conoscenza del marchio, i valori dell’agricoltura biodinamica e delle produzioni nel mondo. Siamo già al lavoro. Demeter Italia è un’associazione privata di produttori, trasformatori e distributori di prodotti agricoli e alimentari biodinamici, affiliata alla Biodynamic Federation Demeter International (BFDI). Con sede a Sorbolo Mezzani (PR), Demeter Italia svolge un’attenta azione di controllo sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, seguendo ogni fase della filiera fino al rilascio della certificazione e all’etichettatura. L’Associazione comprende oltre 1.000 aziende di diverse categorie merceologiche diffuse su tutto il territorio nazionale, che applicano il metodo di agricoltura biodinamico ispirato da Rudolf Steiner nel 1924. Per saperne di più: www.demeter.it La Redazione
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Sabato 31 maggio, nella sede dell’associazione a Sorbolo Mezzani (PR), l’assemblea elettiva ha scelto il direttivo che guiderà l’attività dell’associazione per i prossimi tre anni, un’importante occasione di confronto con i soci licenziatari del marchio che certifica la qualità della produzione agricola biodinamica. Prima di procedere con le votazioni del nuovo cda è stato approvato il bilancio e l’aumento del numero, da 7 a 9, dei consiglieri presenti nel Consiglio di amministrazione. Si sono poi svolte le operazioni di voto, in presenza e in modalità online per raggiungere tutti i soci italiani. Le preferenze di voto hanno confermato gran parte dei consiglieri in carica nel triennio 2022-2025: Enrico Amico (Az. agricola Enrico Amico – CE), Marco Paravicini Crespi (Cascine Orsine – PV), Alois Lageder (Az. Alois Lageder – BZ), Elisabetta Foradori (Az. agricola Foradori – BZ), Paolo Fontanabona (Az. agricola Fontanabona – VR) e Carlo Boni Brivio (Az. Il Cerreto – PI). Fanno il loro ingresso nel Cda Demeter Italia Maria Grazia Minisci (Az. Minisci Maria Grazia – CS), Argentino Trolli (Az. agricola Passioni Vitae – CH) e Giuseppe Zulli (Az. Zulli Giuseppe – CH). Per non fermare le attività dell’associazione i neoeletti si sono subito confrontati per affidare l’incarico alla presidenza. Enrico Amico, eletto con il massimo consenso dall’assemblea, è stato dunque confermato nel ruolo di guida di Demeter Italia. Marco Paravicini Crespi, 35 anni, il più giovane eletto nel direttivo, è stato nominato vicepresidente, ruolo precedentemente ricoperto da Alois Lageder. Nelle prossime settimane ai consiglieri saranno affidate le deleghe. L’incarico a Enrico Amico e l’apprezzamento per i consiglieri confermano l’importante lavoro svolto negli ultimi anni, anche a livello internazionale. Demeter continua dunque a crescere per tutelare la qualità delle produzioni biodinamiche e sostenere i produttori e trasformatori biodinamici italiani. Enrico Amico Vedere riconosciuti anni di impegno per rafforzare e valorizzare l’agricoltura biodinamica in Italia – spiega con soddisfazione Amico – per me e i consiglieri confermati rappresenta un traguardo condiviso e un motivo di ulteriore crescita futura. Demeter Italia guarda molto avanti, perché l’agricoltura biodinamica certificata vuole tracciare un futuro di benessere per l’uomo, gli animali, le piane e la nostra terra. Questa idea ci spinge a fare del nostro meglio. Enrico Amico parla dei progetti in corso e di quelli che verranno Presto i progetti che sono stati sviluppati negli ultimi anni porteranno a novità e a nuovi servizi. Un esempio è l’elaborazione degli Standard sociali Demeter Italia, che permetteranno un’evoluzione dell’attuale certificazione anche sul piano della RSI (Responsabilità sociale d’impresa): l’attenzione al sociale e tutto quanto ad esso collegato è connaturata all’azienda biodinamica e vogliamo rafforzare questo percorso per sostenere i licenziatari. Arriveranno anche un nuovo piano tariffario, un market place per le aziende e molto altro ancora. Guardiamo poi ai giovani agricoltori biodinamici, ai temi e alle necessità che porteranno in Demeter Italia. Su questo fronte stiamo lavorando molto, perché se ci interessiamo al futuro dell’agricoltura e dell’ambiente, necessariamente il tema del passaggio generazionale è di centrale importanza. Ci sono poi le Comunità biodinamiche Demeter, che stanno crescendo in tutta Italia, e con esse l’associazione è in dialogo. Ogni territorio porta con sé una storia, una tradizione, un autentico patrimonio culturale da salvaguardare. Il prossimo triennio guarderà anche a un ulteriore sviluppo a livello internazionale. Il confronto attivo con la Biodynamic Federation Demeter International (BFDI), grazie a commissioni tematiche e gruppi di lavoro, permetterà di sviluppare la conoscenza del marchio, i valori dell’agricoltura biodinamica e delle produzioni nel mondo. Siamo già al lavoro. Demeter Italia è un’associazione privata di produttori, trasformatori e distributori di prodotti agricoli e alimentari biodinamici, affiliata alla Biodynamic Federation Demeter International (BFDI). Con sede a Sorbolo Mezzani (PR), Demeter Italia svolge un’attenta azione di controllo sulla produzione, la trasformazione e la commercializzazione dei prodotti, seguendo ogni fase della filiera fino al rilascio della certificazione e all’etichettatura. L’Associazione comprende oltre 1.000 aziende di diverse categorie merceologiche diffuse su tutto il territorio nazionale, che applicano il metodo di agricoltura biodinamico ispirato da Rudolf Steiner nel 1924. Per saperne di più: www.demeter.it La Redazione
11 Giugno, 2025
Le Due Terre. L'equilibrio della terra
Il racconto artigiano di Flavio, Silvana e Cora
Ci sono vini che parlano. Altri che raccontano. E poi ci sono quelli che sussurrano storie antiche, fatte di gesti lenti, di silenzi, di rispetto.
I vini di Le Due Terre sono questo: un racconto artigiano che attraversa gli anni e prende voce da tre persone: Flavio, Silvana e oggi anche Cora che hanno scelto di ascoltare la terra prima di parlare al mondo. Una verticale di Merlot, con 14 annate in bottiglia e tre magnum, due delle quali a sorpresa, è diventata occasione per ascoltare questa storia direttamente dal vino. Un racconto che, sorso dopo sorso, ci ha condotti in un Friuli intimo, non gridato, ma intensamente vero. Merlot, in questo angolo di Prepotto, diventa voce narrante di un equilibrio costruito nel tempo. Ogni annata ci ha restituito qualcosa: la gioventù vibrante del 2020, la profondità balsamica del 2012, l’eleganza austera del 2008. Ma non sono solo le differenze a emergere. È la coerenza, l’idea chiara, il filo teso tra le stagioni e il pensiero di chi le interpreta. C’è un artigianato sincero che affiora in ogni bicchiere, in ogni dettaglio: la cura del legno mai invasivo, la frutta che resta protagonista, il tannino che evolve ma non si impone. E poi il finale a sorpresa: Sacrisassi 2021 e 1997 in magnum, assaggiati alla cieca. Due annate distanti quasi trent’anni che parlano la stessa lingua. La lingua di un territorio, di una famiglia, di un’idea che oggi più che mai sentiamo necessaria. Un’idea che potremmo riassumere così: fare vino non per piacere a tutti, ma per restare fedeli a se stessi.
E in un mondo di rumore, questo equilibrio è un gesto di coraggio. Ci troviamo (purtroppo virtualmente) a Prepotto, ai confini con la Slovenia. È qui che si trova una delle più piccole aziende dei Colli Orientali del Friuli, ma senza dubbio anche una delle più affascinanti: Le Due Terre, fondata nel 1984 da Silvana Forte e Flavio Basilicata. Negli ultimi anni sono affiancati dalla figlia Cora, che dopo gli studi in enologia e alcune esperienze importanti in Toscana, è tornata in Friuli per dedicarsi all’azienda di famiglia. L’azienda conta poco meno di quattro ettari per una produzione di circa 18.000 bottiglie annue, tutte di altissima qualità. Le quattro etichette principali sono: Sacrisassi Bianco, Sacrisassi Rosso, Merlot e Pinot Nero. Lo Schiopettino veniva prodotto occasionalmente, ma dal 2017 con l’ingresso in azienda di Cora, entra stabilmente come quinta etichetta; putroppo però il 2023 è stata l’ultima annata di Merlot prodotta, avendo “perso” la conduzione del vigneto che è passata ad un altra azienda. Quelli di Flavio e Silvana sono veri vini artigianali e naturali I vigneti circondano la loro casa, che è anche la cantina: sopra l’abitazione, sotto la cantina. L’azienda, volutamente di piccole dimensioni fin dalle origini, non ha mai voluto crescere: questa dimensione consente di seguire ogni fase in vigna e in cantina con la massima cura, e produrre grandi vini naturali. Il nome Le Due Terre deriva dalla peculiarità del suolo su cui sorge l’azienda: da un lato marne, dall’altro terre rosse. Natura e rispetto per il territorio sono i concetti chiave qui. Biodiversità è un altro pilastro della loro filosofia. Durante la visita, Silvana ribadisce più volte la loro visione “naturale”, che però non significa “non fare nulla”, bensì accompagnare con giudizio processi che sono in gran parte chimico-fisici. Per questo, è fondamentale conoscere bene agronomia ed enologia, per ottenere il meglio dall’uva con il minor intervento possibile. In vigna non vengono utilizzati concimi, diserbanti o altri prodotti di sintesi; niente sfalcio dell’erba, e solo un uso limitato di rame e zolfo. L’azienda è totalmente biologica, anche se non lo comunica in etichetta: per la famiglia Basilicata, questo è più importante di qualsiasi certificazione. Dopotutto, beviamo il vino, non i certificati — o sbaglio? La vendemmia è rigorosamente manuale, lunga e selettiva, perché le maturazioni variano molto in base alla posizione delle vigne. In cantina si segue la stessa filosofia: fermentazioni spontanee in vasche di cemento o acciaio, macerazioni variabili a seconda dell’annata, uso minimo di solforosa solo al momento dell’imbottigliamento (che avviene con luna favorevole, a luglio), seguito da altri tre mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione. Nessun uso di enzimi, chiarifiche o filtrazioni. I vini di Le Due Terre hanno da sempre un’identità chiara, al di fuori delle mode locali. Le macerazioni, che Flavio ha sempre praticato, donano profondità e struttura. Sono vini affascinanti, longevi, capaci di sorprendere con il tempo e di regalare emozioni. Complessi, sì, ma di quella complessità che invita alla beva. Sacrisassi Bianco: 70% Friulano, 30% Ribolla Gialla. Macerazione tra i 7 e i 20 giorni, affinamento di 21 mesi in tonneaux usati di rovere francese. Uno dei migliori bianchi italiani. Sacrisassi Rosso: 50% Schioppettino e 50% Refosco. Macerazione sulle bucce da 20 a 30 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate di rovere francese. Pinot Nero: macerazione dai 15 ai 25 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate. Merlot: macerazione sulle bucce dai 20 ai 30 giorni, poi 21 mesi in barrique. L’annata 2023 sarà l’ultima prodotta. Schioppettino: 21 mesi di barriques dove si vuole valorizzare il vitigno simbolo di Prepotto. Una curiosità: il nome Sacrisassi deriva da una piccola chiesa scoperta durante gli scavi per la vigna, insieme a grossi sassi. L’etichetta rappresenta stilisticamente le due terre e i filari. I vini di Le Due Terre migliorano di anno in anno, grazie all’esperienza crescente e alle vigne che stanno raggiungendo la piena maturità. Il 16 maggio 2025, a San Giovanni al Natisone, Niccolò Lazzarin con la moglie Denise e Francesco del locale Chiamalo Come Vuoi ha organizzato una bellissima verticale di Merlot de Le Due Terre. Abbiamo concluso in bellezza con tre magnum, di cui due a sorpresa: Sacrisassi. A guidarci nel racconto dei vini sono state Cora e Silvana, con la consueta passione e profondità. Ecco le mie impressioni Tutte le annate di Merlot si distinguono per un bouquet ampio e avvolgente, dominato da note di frutta rossa: ciliegia, prugna e lampone emergono chiaramente, accompagnate da una sottile componente speziata – leggere sfumature di pepe e una lieve nota di vaniglia – che testimonia la maturazione in legno, senza mai sovrastare la freschezza fruttata. Il profumo è ricco, complesso ma equilibrato. Con il tempo, la frutta evolve da matura a surmatura, fino ad arrivare quasi a note di confettura nelle annate più vecchie. 2020 – Buonissima. Grande freschezza e impronta varietale, è ancora molto giovane. Profondità e stratificazione nei profumi fanno intuire un grande potenziale: è un vino da dimenticare in cantina. Tannino presente ma non graffiante, il sorso è vellutato e avvolgente. Elegante, mai aggressivo, chiude con un finale lungo, profondo e pulito, in cui torna la frutta rossa.
Giovani e promettenti anche le bottiglie del 2019, 2018 e 2017 – quest’ultima con un tannino più marcato, forse per effetto dell’annata. 2016 – Annata un po’ strana, che non mi ha convinto pienamente (forse la bottiglia?). Cora mi ha detto che da loro ricorda molto la 2014. 2015 – Qui si percepisce bene la stoffa del vino, ma è ancora in fase evolutiva. Un altro indizio del fatto che il Merlot de Le Due Terre ha bisogno di tempo per dare il meglio di sé. 2014 – Annata bistrattata da molti, ma a me è piaciuta molto. Forse non sarà longeva, ma oggi regala una bella bevuta. 2013 – Iniziamo ad entrare nell’Olimpo. Assieme alla 2012, è la mia preferita. Qui si capisce bene quanto il Merlot, in Friuli Venezia Giulia, abbia bisogno di anni per esprimersi e aprirsi totalmente. 2012 – Emergono splendidi sentori balsamici, note di tabacco e cacao che, da qui in avanti, accompagneranno la frutta surmatura in un bouquet sempre più intrigante. 2011 – Tannino ancora presente e un po’ graffiante. È una bottiglia che suggerisce che serva ancora tempo. Frutta, cacao, tabacco e un bel finale persistente. 2010 – Anche questa non mi ha convinto. Un accenno di ossidazione l’ha resa meno piacevole. Forse conferma la teoria per cui esistono grandi bottiglie, non grandi annate. L’ultima bevuta cira 15 mesi fa era tutta concentrata sul frutto, tannino elegante, vino pieno, appagante, con una bella pulizia e finale piacevolissimo che accarezzava il palato 2009 – Molto simile alla 2011, ma con un bellissimo finale in cui spicca la mora. 2008 – Il vino che ti fa dire: “Che classe, che Merlot!”. Lo ribadisco: la seconda casa del Merlot è indubbiamente il Friuli Venezia Giulia.
Tutte le annate – tranne le due che non mi hanno pienamente convinto – dimostrano una coerenza e una qualità straordinarie. 2002 – Morbido, vellutato, con una freschezza ancora sorprendente, nonostante l’età inizi a farsi sentire. 2004 (Magnum) – Simile alla 2002, ma più viva e fresca. Profondità aromatica notevole e grande persistenza. Abbiamo chiuso con due Sacrisassi Magnum alla cieca:
2021 – ancora giovane ma già emozionante.
1997 – semplicemente straordinario. Un grande vino, un grandissimo. Peccato che il Merlot non ci sarà più. Emanuele Muzzo Su Instagram Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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I vini di Le Due Terre sono questo: un racconto artigiano che attraversa gli anni e prende voce da tre persone: Flavio, Silvana e oggi anche Cora che hanno scelto di ascoltare la terra prima di parlare al mondo. Una verticale di Merlot, con 14 annate in bottiglia e tre magnum, due delle quali a sorpresa, è diventata occasione per ascoltare questa storia direttamente dal vino. Un racconto che, sorso dopo sorso, ci ha condotti in un Friuli intimo, non gridato, ma intensamente vero. Merlot, in questo angolo di Prepotto, diventa voce narrante di un equilibrio costruito nel tempo. Ogni annata ci ha restituito qualcosa: la gioventù vibrante del 2020, la profondità balsamica del 2012, l’eleganza austera del 2008. Ma non sono solo le differenze a emergere. È la coerenza, l’idea chiara, il filo teso tra le stagioni e il pensiero di chi le interpreta. C’è un artigianato sincero che affiora in ogni bicchiere, in ogni dettaglio: la cura del legno mai invasivo, la frutta che resta protagonista, il tannino che evolve ma non si impone. E poi il finale a sorpresa: Sacrisassi 2021 e 1997 in magnum, assaggiati alla cieca. Due annate distanti quasi trent’anni che parlano la stessa lingua. La lingua di un territorio, di una famiglia, di un’idea che oggi più che mai sentiamo necessaria. Un’idea che potremmo riassumere così: fare vino non per piacere a tutti, ma per restare fedeli a se stessi.
E in un mondo di rumore, questo equilibrio è un gesto di coraggio. Ci troviamo (purtroppo virtualmente) a Prepotto, ai confini con la Slovenia. È qui che si trova una delle più piccole aziende dei Colli Orientali del Friuli, ma senza dubbio anche una delle più affascinanti: Le Due Terre, fondata nel 1984 da Silvana Forte e Flavio Basilicata. Negli ultimi anni sono affiancati dalla figlia Cora, che dopo gli studi in enologia e alcune esperienze importanti in Toscana, è tornata in Friuli per dedicarsi all’azienda di famiglia. L’azienda conta poco meno di quattro ettari per una produzione di circa 18.000 bottiglie annue, tutte di altissima qualità. Le quattro etichette principali sono: Sacrisassi Bianco, Sacrisassi Rosso, Merlot e Pinot Nero. Lo Schiopettino veniva prodotto occasionalmente, ma dal 2017 con l’ingresso in azienda di Cora, entra stabilmente come quinta etichetta; putroppo però il 2023 è stata l’ultima annata di Merlot prodotta, avendo “perso” la conduzione del vigneto che è passata ad un altra azienda. Quelli di Flavio e Silvana sono veri vini artigianali e naturali I vigneti circondano la loro casa, che è anche la cantina: sopra l’abitazione, sotto la cantina. L’azienda, volutamente di piccole dimensioni fin dalle origini, non ha mai voluto crescere: questa dimensione consente di seguire ogni fase in vigna e in cantina con la massima cura, e produrre grandi vini naturali. Il nome Le Due Terre deriva dalla peculiarità del suolo su cui sorge l’azienda: da un lato marne, dall’altro terre rosse. Natura e rispetto per il territorio sono i concetti chiave qui. Biodiversità è un altro pilastro della loro filosofia. Durante la visita, Silvana ribadisce più volte la loro visione “naturale”, che però non significa “non fare nulla”, bensì accompagnare con giudizio processi che sono in gran parte chimico-fisici. Per questo, è fondamentale conoscere bene agronomia ed enologia, per ottenere il meglio dall’uva con il minor intervento possibile. In vigna non vengono utilizzati concimi, diserbanti o altri prodotti di sintesi; niente sfalcio dell’erba, e solo un uso limitato di rame e zolfo. L’azienda è totalmente biologica, anche se non lo comunica in etichetta: per la famiglia Basilicata, questo è più importante di qualsiasi certificazione. Dopotutto, beviamo il vino, non i certificati — o sbaglio? La vendemmia è rigorosamente manuale, lunga e selettiva, perché le maturazioni variano molto in base alla posizione delle vigne. In cantina si segue la stessa filosofia: fermentazioni spontanee in vasche di cemento o acciaio, macerazioni variabili a seconda dell’annata, uso minimo di solforosa solo al momento dell’imbottigliamento (che avviene con luna favorevole, a luglio), seguito da altri tre mesi di affinamento in bottiglia prima della commercializzazione. Nessun uso di enzimi, chiarifiche o filtrazioni. I vini di Le Due Terre hanno da sempre un’identità chiara, al di fuori delle mode locali. Le macerazioni, che Flavio ha sempre praticato, donano profondità e struttura. Sono vini affascinanti, longevi, capaci di sorprendere con il tempo e di regalare emozioni. Complessi, sì, ma di quella complessità che invita alla beva. Sacrisassi Bianco: 70% Friulano, 30% Ribolla Gialla. Macerazione tra i 7 e i 20 giorni, affinamento di 21 mesi in tonneaux usati di rovere francese. Uno dei migliori bianchi italiani. Sacrisassi Rosso: 50% Schioppettino e 50% Refosco. Macerazione sulle bucce da 20 a 30 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate di rovere francese. Pinot Nero: macerazione dai 15 ai 25 giorni, affinamento di 21 mesi in barrique usate. Merlot: macerazione sulle bucce dai 20 ai 30 giorni, poi 21 mesi in barrique. L’annata 2023 sarà l’ultima prodotta. Schioppettino: 21 mesi di barriques dove si vuole valorizzare il vitigno simbolo di Prepotto. Una curiosità: il nome Sacrisassi deriva da una piccola chiesa scoperta durante gli scavi per la vigna, insieme a grossi sassi. L’etichetta rappresenta stilisticamente le due terre e i filari. I vini di Le Due Terre migliorano di anno in anno, grazie all’esperienza crescente e alle vigne che stanno raggiungendo la piena maturità. Il 16 maggio 2025, a San Giovanni al Natisone, Niccolò Lazzarin con la moglie Denise e Francesco del locale Chiamalo Come Vuoi ha organizzato una bellissima verticale di Merlot de Le Due Terre. Abbiamo concluso in bellezza con tre magnum, di cui due a sorpresa: Sacrisassi. A guidarci nel racconto dei vini sono state Cora e Silvana, con la consueta passione e profondità. Ecco le mie impressioni Tutte le annate di Merlot si distinguono per un bouquet ampio e avvolgente, dominato da note di frutta rossa: ciliegia, prugna e lampone emergono chiaramente, accompagnate da una sottile componente speziata – leggere sfumature di pepe e una lieve nota di vaniglia – che testimonia la maturazione in legno, senza mai sovrastare la freschezza fruttata. Il profumo è ricco, complesso ma equilibrato. Con il tempo, la frutta evolve da matura a surmatura, fino ad arrivare quasi a note di confettura nelle annate più vecchie. 2020 – Buonissima. Grande freschezza e impronta varietale, è ancora molto giovane. Profondità e stratificazione nei profumi fanno intuire un grande potenziale: è un vino da dimenticare in cantina. Tannino presente ma non graffiante, il sorso è vellutato e avvolgente. Elegante, mai aggressivo, chiude con un finale lungo, profondo e pulito, in cui torna la frutta rossa.
Giovani e promettenti anche le bottiglie del 2019, 2018 e 2017 – quest’ultima con un tannino più marcato, forse per effetto dell’annata. 2016 – Annata un po’ strana, che non mi ha convinto pienamente (forse la bottiglia?). Cora mi ha detto che da loro ricorda molto la 2014. 2015 – Qui si percepisce bene la stoffa del vino, ma è ancora in fase evolutiva. Un altro indizio del fatto che il Merlot de Le Due Terre ha bisogno di tempo per dare il meglio di sé. 2014 – Annata bistrattata da molti, ma a me è piaciuta molto. Forse non sarà longeva, ma oggi regala una bella bevuta. 2013 – Iniziamo ad entrare nell’Olimpo. Assieme alla 2012, è la mia preferita. Qui si capisce bene quanto il Merlot, in Friuli Venezia Giulia, abbia bisogno di anni per esprimersi e aprirsi totalmente. 2012 – Emergono splendidi sentori balsamici, note di tabacco e cacao che, da qui in avanti, accompagneranno la frutta surmatura in un bouquet sempre più intrigante. 2011 – Tannino ancora presente e un po’ graffiante. È una bottiglia che suggerisce che serva ancora tempo. Frutta, cacao, tabacco e un bel finale persistente. 2010 – Anche questa non mi ha convinto. Un accenno di ossidazione l’ha resa meno piacevole. Forse conferma la teoria per cui esistono grandi bottiglie, non grandi annate. L’ultima bevuta cira 15 mesi fa era tutta concentrata sul frutto, tannino elegante, vino pieno, appagante, con una bella pulizia e finale piacevolissimo che accarezzava il palato 2009 – Molto simile alla 2011, ma con un bellissimo finale in cui spicca la mora. 2008 – Il vino che ti fa dire: “Che classe, che Merlot!”. Lo ribadisco: la seconda casa del Merlot è indubbiamente il Friuli Venezia Giulia.
Tutte le annate – tranne le due che non mi hanno pienamente convinto – dimostrano una coerenza e una qualità straordinarie. 2002 – Morbido, vellutato, con una freschezza ancora sorprendente, nonostante l’età inizi a farsi sentire. 2004 (Magnum) – Simile alla 2002, ma più viva e fresca. Profondità aromatica notevole e grande persistenza. Abbiamo chiuso con due Sacrisassi Magnum alla cieca:
2021 – ancora giovane ma già emozionante.
1997 – semplicemente straordinario. Un grande vino, un grandissimo. Peccato che il Merlot non ci sarà più. Emanuele Muzzo Su Instagram Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti