One Belvedere Tuscany. La natura incontra il lusso nel cuore della Toscana Arrow Right Top Bg

7 Giugno, 2025

One Belvedere Tuscany. Un rifugio sospeso tra antiche vigne, silenzio e visione

  Ci sono luoghi che non si visitano: si vivono, si ascoltano, si respirano e ci emozionano  One Belvedere Tuscany, nel cuore delle colline di Castellina in Chianti, è uno di questi. Un luogo in cui non si produce solo vino ma si va oltre le sue sensazioni. Qui, tra le pieghe di un altopiano che un tempo era fondale marino, la terra racconta una storia antica: fossili, argilla e scisto si alternano nei suoli, regalando alle vigne un carattere forte, minerale, profondo. Durante la visita, colpisce il modo in cui questa composizione geologica viene spiegata con passione, come se ogni pietra e ogni radice avessero una voce. Un momento dei più affascinanti dell’esperienza, un vero e proprio viaggio nella memoria del paesaggio. Ciò che rende questo luogo ancora più speciale è la sua rinascita. Il progetto nasce dal colpo di fulmine di alcuni investitori stranieri per questa terra ricca di storia e potenziale. Al posto di costruire ex novo, hanno scelto una strada più lenta e consapevole: recuperare l’antico casale, riattivare una vecchia cantina dismessa, e soprattutto dare nuova vita a vigne storiche, alcune con più di 50 anni, che ospitano vecchi uvaggi toscani di grande valore. Oggi, One Belvedere è un organismo agricolo rigenerativo che produce vini biologici moderni e identitari, ispirati a uno stile pulito, elegante, quasi francese. Sono vini giovani, innovativi, estremamente godibili, ma mai banali. Ogni etichetta ha un’identità chiara, pensata con cura, con grande attenzione all’equilibrio e alla bevibilità.   Vini biologici dal carattere unico N – Rosato. Un rosato non filtrato da uve Sangiovese. Di un colore tenue ma deciso, ha note fresche di frutti rossi, una beva croccante e spontanea. Piacevolmente magnetico Primo Rosso: Sangiovese IGT 2023, 2023, 14,5% vol. Un Sangiovese non filtrato che colpisce per intensità e sincerità. Profumi di frutti di bosco, ciliegia matura, una leggera speziatura e un tannino ben integrato. Un vino autentico e diretto. Balvede –Edizione limitata, 13,5% vol. Elegante e più sottile rispetto al Primo Rosso. Un’espressione fine del terroir, con note floreali, tabacco dolce e una bocca più verticale, raffinata. Perfetto con piatti strutturati ma non troppo intensi. Alya, Bianco Macerato. Da uve Trebbiano in purezza, vinificato con macerazione sulle bucce. Il risultato è un vino strutturato, con sentori di frutta gialla matura, erbe officinali e una bella freschezza acida. Persistente, gastronomico. Amaya Orange Wine. Da uve bianche fermentate con le bucce, regala un profilo aromatico di agrumi canditi, albicocca secca, fiori macerati. In bocca è ampio, leggermente tannico, ma equilibrato. Per chi cerca emozioni fuori dal comune.   Un’atmosfera fuori dal tempo Oltre alla produzione vinicola, One Belvedere è un luogo che parla di benessere e lentezza. Le camere affacciate sulle colline, l’infinity pool che si fonde con il panorama, il silenzio sacro che attraversa ogni angolo: c’è qualcosa di profondamente “rituale” in questo posto. L’arredamento moderno, dalle linee pulite e dall’anima orientaleggiante, contribuisce a creare un ambiente quasi meditativo. Tutto è pensato per rallentare, ascoltare, immergersi. Che sia un aperitivo al tramonto tra i filari, una cena degustazione abbinata ai vini della casa o una cooking class nella cucina a vista, ogni esperienza ha un ritmo suo, calibrato sul paesaggio. One Belvedere Tuscany è un progetto di rigenerazione, ma anche di visione. Una nuova vita per una terra antica, raccontata con vino, rispetto e silenzio. È uno di quei posti che, anche dopo averli lasciati, ti restano addosso. A me ha fatto questo effetto.     Elisa Nardi Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna        
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Quattro giorni di festa ad Albareto di Ziano Piacentino per l’inaugurazione della nuova corte di Mossi 1558 Arrow Right Top Bg

6 Giugno, 2025

Quattro giorni di festa ad Albareto di Ziano Piacentino per l’inaugurazione della nuova corte di Mossi 1558

  Dal 6 al 9 giugno si potrà brindare e cenare nella nuova area di 500 metri quadrati destinata all’ospitalità. Vini e cocktail d’autore abbinati ai piatti di cinque food truck, musica e spettacoli dal vivo dalle ore 19 fino a mezzanotte E’ partito il conto alla rovescia ad Albareto di Ziano Piacentino per la grande festa di inaugurazione della nuova corte della cantina Mossi 1558. Da venerdì 6 a lunedì 9 giugno, per quattro serate consecutive, le porte dell’azienda vitivinicola guidata da Marco Profumo si apriranno per accogliere amici, clienti e chiunque vorrà godersi un anticipo di estate sui Colli Piacentini regalandosi qualche ora di relax in compagnia di ottimi vini, buon cibo, cocktail d’autore, musica e spettacoli dal vivo. Dalle ore 19 alle 24 si potrà accedere liberamente alla nuova area esterna dedicata all’accoglienza, dove ad attendere gli ospiti ci saranno le golose proposte gastronomiche di cinque food truck: spaziando dalla carne alla griglia al pesce, dai pisarei e fasò al sushi fino ad arrivare ai dolci si potranno sperimentare numerosi abbinamenti con i vini fermi, frizzanti e spumanti di Mossi 1558, alcuni dei quali proposti anche in un’intrigante versione cocktail. Ogni sera è in programma un diverso spettacolo dal vivo. Nella giornata inaugurale a esibirsi saranno i Cani della Biscia, che misceleranno melodie italiane e atmosfere da balera nel loro consueto modo scanzonato e dissacrante. Sabato 7 giugno spazio invece al cabaret musicale di Sergio Sgrilli, uno show coinvolgente fatto di risate, canzoni, musica e tante emozioni. Domenica 8 giugno sarà la volta della DiscoStory di Francesco Vaccari Dj con le sue divagazioni dalla musica dagli anni ’70 ai giorni nostri impreziosite da animazioni, scenografie e balletti. A chiudere la grande festa di Mossi 1558 sarà il concerto di Matteo Bensi, noto cantautore piacentino che si esibirà con la sua orchestra. Il titolare di Mossi 1558 Marco Profumo Con questi quattro giorni di festa inauguriamo una nuova area esterna che va a potenziare fortemente la capacità ricettiva della nostra azienda. In questi ultimi anni i Colli Piacentini si stanno dimostrando sempre più attrattivi per gli enoturisti e, in generale, per chi è in cerca di mete affascinanti, lontane dalle solite rotte, in cui è possibile entrare in contatto con la natura, gustare cibi e vini locali di qualità e rigenerarsi. Il nuovo spazio esterno ci permette di rispondere al meglio a queste richieste e sarà disponibile anche per l’organizzazione di eventi e l’accoglienza di gruppi.  L’inaugurazione della nuova corte, un’area di circa cinquecento metri quadrati che si affaccia sui vigneti aziendali ed è in parte porticata, fa parte del percorso di rinnovamento strutturale e tecnologico di Mossi 1558 condotto dalla famiglia Profumo a partire dal 2014, anno in cui ha rilevato l’azienda, e che ha portato nel tempo anche alla costruzione di una nuova cantina di produzione e affinamento dotata delle attrezzature più moderne.   La Redazione  
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6 Giugno, 2025

Luca Leggero. Obiettivo minimo: 100

  Sognare. Ad occhi chiusi. Ad occhi aperti. Sognare.
Spesso non ricordo i sogni notturni. Sì dice che è normale. Anzi, ci sarebbero anche metodi per ricordarli. Mi importa poco sinceramente visto che la mia mente è così attiva che riesce a sognare, e molto, anche durante il giorno. Spesso però sono sogni lontani, non propriamente definiti. Ne vedo il contorno, ne assaporo le sensazioni. Poi ne arriva un altro che sostituisce il precedente. Per questo forse non li realizzo. A meno che non sia qualcosa che riesco a vedere nitidamente. Allora, non ce ne è per nessuno. Vado dritto come un treno. Spesso lascio una scia. Il che non è mai troppo bello. Fai della tua vita un sogno e del sogno una realtà È una frase di Antoine de Saint Exupéry tratta da Il Piccolo Principe. Mi è venuta in mente mentre parlavo con Luca Leggero, vignaiolo di Villareggia, piccolo paesino della cinta torinese. Continuava a menzionare la parola sogno. Sogno, sogno, sogno. Non lo menzionava solo. Lo aveva visto così nitidamente nella sua mente da farlo diventare realtà. Viveva e vive nel suo sogno oggi diventato reale. È per questo che la conversazione con Luca è stata affascinante. Per il suo amore incondizionato per Villareggia e la sua storia, per la viticoltura e i vitigni che qui un tempo si coltivavano, per le vigne, per il vino. Un solo grande obiettivo: produrre il vino migliore del mondo. Con delle regole però: biologico e con un vitigno della tradizione. Senza scimmiottare nessuno ma essendo Canavese e villareggino. Oltre che Luca Leggero. Un pazzo? Un sognatore? No, non credo proprio. Una entusiasta che con studio, perseveranza, umiltà, spirito di osservazione, senso critico, capacità di imparare dagli errori e tanta tanta determinazione, può davvero riuscire nell’intento. O comunque arrivare lontano. Sono un innamorato di Villareggia. Tutto questo nasce per una grande passione e un amore per questo fantomatico settore che è il mondo vitivinicolo. Luca è ancora un ragazzo visto che è nato a Villareggia nel 1990. Già a 15 anni, come normale che sia in queste zone, inizia a fare il viticoltore tra le vigne del nonno che aveva portato avanti la tradizione del Canavese. Aveva queste due piccole vigne. Era veramente una produzione familiare. Ho iniziato a studiare i sistemi di potatura, la gestione, i trattamenti. Biologico e biodinamico che poi ho applicato a livello professionale. L’idea e il sogno che a Villareggia ci sono potenzialità che per ora sono nascoste. Un nonno agricoltore e un ragazzo al quale piace la terra e la vigna. Nulla di strano se non fosse che il papà di Luca è medico e della terra, dunque della vigna, interessi poco. Quando sei poi figlio di un medico, l’università è d’obbligo. Medicina? No, Giurisprudenza. Scelta probabilmente dettata dal non avere ancora chiari i contorni del sogno. Il vento spesso gira e quando gira porta cose buone e meno buone. Comunque inaspettate. Nel 2011 grazie al collegamento e al lavoro di mio papà che si occupa di riabilitazione di disabili psichici, abbiamo iniziato un progetto di agricoltura sociale. Abbiamo recuperato una vigna di Dolcetto a Murazzano. Siamo in Alta langa, in un altro ambiente. Recupero in una ottica agricoltura sociale. Vinificavamo le uve in zona. Senza pretese. Il sogno può anche avere dei contorni sfumati ma quando, da svegli, ne riconosciamo qualche elemento, tutto sembra più reale. Riaffiora ogni particolare sgorgando come acqua da una fontana. Un déjà vu si direbbe. Valla a capire la psiche umana! Dopo il 2011 è partito il sogno di vedere qualcosa di concreto a Villareggia. Avevo recuperato vigne per produrre vino per autoconsumo nella cantina del nonno dove facevo esperimenti. Quante storie ho ascoltato di nonni, esperimenti in garage, vini creati grazie alla passione. Non è cosi che si diventa grandi però. Occorre ben altro. Grazie all’aiuto della famiglia abbiamo iniziato a piantare le prime vigne per una produzione professionale. Ho studiato la storia del territorio e ho scoperto una grande storia a partire del decimo secolo dopo Cristo fino ad arrivare alla fama di questo paese nella prima metà dell’800 dove si narra di terreni vitati dalla collina fino alla pianura sottostante con varietà autoctone. Erbaluce e Canavese Nebbiolo Picotener. Picotener o Picotendro. Vitigno tipico della Valle d’Aosta. Non è ben chiaro se il Picotener, che sempre nebbiolo è, sia nato in Valle d’Aosta o piuttosto si stato introdotto dai francesi che dominavano tutta l’area. Poco importa francamente. Ciò che è utile sapere è che nel Canavese c’era ma era al contempo complicatissimo da gestire. Maura nen dicevano i vecchi di Villareggia: non matura. Subito dopo essermi laureato ci siamo subito dedicati al progetto. Prima della laurea c’era fermento. Comprato il primo trattore. La prima vigna piantata nel 2016. Da li in poi un crescendo di investimenti continuando a studiare che cosa si poteva fare. Avevo già recuperato un pezzo di terra nel 2011 che oggi è quello più bello e piantato il nebbiolo. Ma il progetto professionale ancora non era partito. Un crescendo di cose che difficilmente si riesce a frenare. Specialmente se hai un progetto in mente ben chiaro. All’inizio pensavo ad un piccolo secondo lavoro. Poi si è trasformata e oggi abbiamo otto ettari e mezzo. Quando abbiamo iniziato a recuperare le vigna a Murazzano ci si svegliava alle 6 con gli esami da preparare. Impegnativo ma si può fare. Parlare con Luca permette di delinearne la personalità ma soprattutto la grande energia che lo muove. Entusiasmo, voglia di arrivare e voglia di far bene. Senza trucchi o facili strade alternative. Tanta energia e tanto studio C’erano in casa i manuali che studiavo e facevo cose. Avere tanti anni per provare e prepararsi, mi ha formato. Ogni vendemmia c’era qualcosa nuova che immaginavo e studiavo. Se si vuole provare ad avere successo, occorre partire da lontano. Il che richiede tempo. Pochi maledetti e subito ne mondo del vino non funziona. Funzionano le facili alternative certamente. Ma poi, come le bugie che hanno le gambe corte, prima o poi tutto diventa chiaro. Tante volte prevale la pratica. Oggi abbiamo un consulente enologo però rimane sempre un bellissimo confronto. Io sono quello che ha messo le mani per anni nel territorio e nella vigna. Il consulente esterno è più uno psicologo. Un grande amico che mi sostiene. Molto si riduce ad avere delle linee guida perché come consulente hanno una serie di dati su cui confrontarsi. Sanno interpretare l’annata per non arrivare impreparati alla vendemmia. Pragmatico. Umile. Senza la fretta di arrivare. Sbagliare perché sbagliare è un arricchimento di cose da non fare o fare diversamente. Il primo vino a quindici anni. La cosa bella è che rimane sempre come grande emozione della vita. C’era la classica faida con il nonno che lo faceva più buono. Mi diceva: prenditi dell’uva, fattelo per te ma il mio non lo tocchi. Il mio primo vino è stata una bacinella in cucina di casa con discrete osservazioni da parte della mamma. Ride di gusto di questo ricordo. Non serve vergognarsi ma capire che anche quello è un piccolo grande bagaglio di esperienza senza il quale non sarebbe cresciuto. Il primo vino buon quando avevo 21/22 anni. Continuavo a provare a Villareggia e mi sono detto: cavolo, buono! Piano piano si impara. Mi era piaciuto perché il metodo di lavoro c’era nonostante non avessi alcun tipo di attrezzatura. Facevo tutto a mano. Avevo trovato i sistemi per ridurre i difetti del vino: tutti valori perfetti e quello mi faceva sognare. Cavolo porto a casa dell’uva perfetta. Biologico da sempre. Anzi fanatico di questo genere di agricoltura. Soprattutto come rimedi della nonna. Ho iniziato a fare tisane, macerati, soluzioni con bicarbonato di potassio. Tutto quello che leggevo lo provavo. Dietro avevo un lavoro pazzesco perché bisogna trattare sempre. Ho imparato tanto. Costanti rischi di ossidazione ma ho sempre lavorato con solforose bassissime perché volevo un prodotto bevibili. Lieviti indigeni ovviamente. Oggi dopo una serie di anni di aggiustamenti, Luca il macerato se lo fa in casa: ricetta Luca Leggero dice lui. Mi sono intrippato di micro organismi e ho iniziato a fare culture. Così altro preparato ricetta Luca Leggero che spariamo nella vigna dopo la letamazione. Mi consente di avere una fertilità del suolo importante. Vedi che la vigna è prosperosa e la terra meravigliosa. Ricapitoliamo un pò di date perché credo aiuti a capire bene cosa vuol dire partire da lontano.
La prima vigna piantata è del 2016. Si aspettano i circa tre anni canonici per arrivare a produzione (anche se nel frattempo Luca sperimentava con le altre vigne piccole). È il 2019 quando arriva la prima vendemmia e vinificazione. Nel 2020 la seconda. Nel 2021 la prima vinificazione nella cantina completata poi successivamente. Che qualunque azienda vitivinicola abbia bisogno di una cantina, è un fatto scontato. Integrata architettonicamente nel territorio è però cosa che ho visto fare solo nelle grandi aziende. Quelle affermate. Quelle che chiamano le archistar per realizzare la cantina che poi nemmeno tanto cantina è perché ci sono sempre turisti in mezzo. Ci abbiamo creduto. Quando abbiamo iniziato c’erano tantissime opinioni discordanti. C’era chi diceva che il vino avrebbe fatto schifo. Quando nel 2019 abbiamo vinificato abbiamo capito che c’era del potenziale. Ci abbiamo creduto. Allora lo facciamo ci siamo detti: lo facciamo fino in fondo e se dobbiamo farlo lo proviamo fino alla fine. Abbiamo chiesto ad un architetto di disegnarlo. Prima la carcassa e poi abbiamo iniziato a costruirla da soli. Ci abbiamo creduto. Spesso non si crede ai sogni fino in fondo. Si dice: proviamo, vediamo come va. Ma non è il modo giusto. Il rischio è che se non ci si butti a capofitto nelle cose così che tutto rimane a metà. Incompiuto. Il sogno non diventa mai realtà. Nel caso di Luca e suo fratello Davide (insieme nella società, insieme nel sogno) l’averci creduto ha voluto dire fare le cose per bene. Subito. Abbiamo rischiato di fare 42000 bottiglia nel 2022. Nel 2023 la peronospora. Nel 2024 pioggia, poi caldo: le piante sono andate in stress con la conseguenza di calo importante. Vedete come può essere difficile la vita per un agricoltore o viticoltore? Che tanto non fa differenza perché sempre a che fare con la terra e il clima si sta. Vaglielo a dire a loro che non c’è il cambiamento climatico.
Conta poco per Luca il numero di bottiglie. Ciò che c’è dentro. La qualità, la finezza, la capacità di resistere al tempo. Solo così si realizzano vini che devono diventare capolavori. Se uno studia agronomia e aziende che producono prodotti fitosanitari c’è sempre qualcosa da imparare. Mi davo dei limiti per evitare gli eccessi. Volevo mantenere livelli di zolfo bassi e ciò mi costringeva a trattare spesso. Fattibile per un fazzoletto di terra ma quando hai otto ettari e mezzo devi cercare la garanzia di successo. C’è chi trova strade alternative con il vino facendo cose strane e indicibili. Chi come Luca e Davide sfruttano il territorio per produrre qualcosa che con il vino ha poco a che fare ma produce reddito. È così che iniziano la produzione, biologica e commercializzazione delle bacche di Goji sempre a Villareggia arrivando a diventare il vivaio più grande d’Europa: Italgoji et voilà! La vigna è altra cosa così come il vino è altra cosa. Accanto al Nebbiolo Picotener non poteva mancare la principessa che irradia luce: l’Erbaluce.
Quando si ha la fortuna di vedere un grappolo di Erbaluce non si può non rimanerne affascinati. Spiccata acidità e dolcezza degli acini ne fanno una specie affascinante. Caratteristiche queste che ne avrebbero dovuto decretare il successo se non fosse stato per quel dannato Chardonnay che lo soppiantò quasi totalmente. La scelta dei vitigni è avvenuta studiando e credendo non solo nell’Erbaluce che è il bianco che va per la maggiore nel territorio ma anche nel Nebbiolo Picotener. Abbiamo più ettari di Nebbiolo che di Erbaluce. Cinque ettari di Nebbiolo e tre di Erbaluce. Questo perché abbiamo creduto nelle potenzialità di un clone vinificato da poche cantine e nessuno a Villareggia. C’era anche la storia che mi veniva dietro. Nebbiolo e Neretto venivano citato come colture maggiori a Villareggia. Più parlo con Luca più capisco che la sua e di suo fratello storia è un susseguirsi di passi studiati e ponderati. Programmati direi. Una sorta di preparazione della pozione magica fatta di ingredienti, procedimenti, riti. Solo che nel caso del vino applicarli non è così scontato poiché i problemi e l’imponderabile è sempre dietro l’angolo. Però Luca intanto ci mette gli ingredienti e i processi. Per i riti non credo francamente sia il tipo. Ecco dunque che per fare vini esaltando a pieno il territorio non poteva che esserci l’anfora (non disdegnando ovviamente la botte grande per arrotondare il Nebbiolo). L’anfora fa parte del progetto. Abbiamo acquistato subito un anfora. Non avevo la cantina ma ho comprato l’anfora perché faceva parte del progetto. Uno studio che conducevo con il mio consulente conosciuto prima di avere l’uva. Avevamo condiviso molti aspetti tra i quali il cercare di lavorare su una identità. Trasmettere qualcosa di Villareggia. Io amo Villareggia. Portare il territorio. L’anfora in questo senso è fondamentale. Una tipologia di affinamento che riguarda sia l’Erbaluce sia il Nebbiolo. Questo ci permette di mantenere inalterato il terroir: la varietà e dove viene prodotta. Nel nostro principio di affinamento avrei dovuto usare il legno coprendo delle sensazioni tipiche del terroir. Il sogno era creare grandi vini. Noi vogliamo fare solo grandi vini. Non i interessano produzioni voluminosi. Volevamo creare da subito grandi vini. Era questo il nostro sogno. Sognare che a Villareggia ci fosse un terroir speciale e delle varietà speciali a fianco dei grandi vini da invecchiamento francesi. Immaginarlo con grande potenzialità di invecchiamento. Il sogno. Questo è un sogno ben definito. Creare grandi vini e farlo con il territorio. Crede, ama, così tanto questa terra che è disposto a scommetterci tutto. Senza esitazione ma con tanta programmazione e fatica. Hanno sempre creduto in quello che facevano sfidando tutti e tutti e poi avuto delle gioie. Abbiamo studiato tutto. Ho sempre studiato potatura. Tutto è stato applicato in maniera scientifica. In un anno abbiamo piantato quattro ettari. Una fatica ma adesso siamo qui a ridere. Gli agronomi mi dicevano che nelle vigne in pianura avrei fatto solo del rosè. Oggi alcune masse di Nebbiolo coltivate in pianura sono state destinate alla selezione Maura nen. Annoverato tra i grandi vini. I grandi vini. In effetti a leggere sul web i vini di Luca Leggero hanno da subito riscosso ottimi punteggi. Sembrerebbe anche troppo in fretta ma la prima vendemmia, quella del 2019, era comunque la quattordicesima per Luca. Di sperimentazioni ne ha fatte e tante. Il 95 è il punteggio per il Maura nen del 2021. Il riconoscimento è arrivato nel 2023. Avevamo già fatto altre vendemmie nel frattempo. Però questo non mi ha spostato. Avevo dato il massimo nelle vendemmie per avere tutto sotto controllo subito perché non volevo sbagliare in nessun motivo. Nel 2022 abbiamo lavorato meglio. Preso confidenza delle attrezzature, dei materiali e soprattutto delle masse. Questo è stato positivo. Gestire grandi masse porta meno rischi. Sono rimasto più contento nel 2022 anche per un migliore apporto delle vigne. Insomma c’è da aspettarsi tanto dalle prossime annate. Io ho avuto modo di assaggiare il Maura nen 2021. Si quello dei 95 punti. Non sono un tipo da punteggi ma capisco che servano in certi ambienti. Maura nen è una statua di marmo alta e perfettamente lavorata che si staglia austera verso il tetto del tempio con la stilobate di Nebbiolo. Ogni scanalatura è un sentore che si unisce al successivo a formare un disegno perfetto. La croccantezza della frutta nera e rossa si distingue dalle spezie e dal vegetale di sottobosco accentuato dal balsamico. I fiori sono di un armonico bouquet che si fregia di cannella, chiodi di garofano, cuoio, pepe. È però la fragrante freschezza dell’anice stellato che fornisce un tocco magico.
In bocca è un taglio verticale che si espande come fosse l’acqua della cascata quando termina la sua corsa. I tannini e la freschezza sono quelle del Nebbiolo senza essere invasivi. L’espansione in bocca è incredibile anche grazie alla spiccata sapidità. Un saliscendi emotivo che parte dalla finezza dei sentori per poi manifestarsi in bocca in una irruente avvolgenza. Una domata aggressività che si trasforma in fine rigogliosità.
Vale 95 punti? Sono molto severo nei miei giudizi. Forse troppo rigoroso alle volte. Diciamo che dal mio punto di vista vi è vicinissimo. Ps nel mio blog Instagram il reel! Maura nen vuol dire non matura. Era bellissimo girare a Villareggia ad ottobre quando c’era odore di mosto in tutte le case. I vecchi che ho conosciuto io erano della leva 1930/40. Raccontano una storia diversa da quella di duecento anni fa. La tradizione del nebbiolo si interrompe nella seconda metà dell’800. Le vigne piantate successivamente erano di Barbera, Bonarda ecc. perché garantivano una roduzione più ampia e più facile. Una di queste persone anziane mi disse: ma cosa pianti il nebbiolo che qui non matura. Loro avevano questa pianta di nebbiolo che non gli maturava rispetto alle altre. Maura nen dicevano. Erano scettici perché non conoscevano la storia. Così provocatoriamente lo abbiamo chiamato cosi perchè dopo duecento anni è tornato a maturare. Rend nen è il bianco da Erbaluce di Caluso. Che sia Erbaluce lo si riconosce subito nel calice per via di una luminosità accecante. È un vino questo che penetra nella coscienza con una sorta di infingarda eleganza strisciante. È fine? Si. Elegante? Sì. Pulito? Sì. Verticale? Sì. Insomma come tanti altri? No, per nulla. L’Erbaluce di Caluso di Luca Leggero è qualcosa che stupisce per la complessità dei sentori che inebriano senza possibilità di capirlo in anticipo. Fieno appena tagliato, limone, fiori di pesco e di mandorlo, acacia. Il limone piano piano diventa cedro; il mandorlo e il pesco da fiori diventano frutti e da frutti ritornano fiori. Salvia, timo, maggiorana. Una valanga di, fini, erbette, solleticano il naso.
Il balsamico infingardo. Eccolo li. Lui è il responsabile di tutto questo. Non solo balsamico. Direi balsamico minerale. Il che è anche peggio. Dannato lui, mi è entrato dentro. Il sorso è qualcosa che lascia a bocca chiusa: non c’è fretta di deglutire!
Fresco e ampio con il limone che si unisce al mango e all’ananas con la sapidità che raccoglie ogni sentore spargendolo per la bocca. La lama verticale arriva alla deglutizione ma la bocca si è già trasformata da mango a pera Smith.
Esaltante, brioso, attivo, felice. Un vino che mi ha reso felice e meno male che la persistenza è lunga perché cosi la felicità dura da un sorso all’altro! Rend nen. Perché non rende. Parla di un’altra storia vissuta. Trovarsi con i classici vecchietti che domandavano in piemontese ha reso? A la ren di? L’Erbaluce non rendeva mai perché aveva una buccia molto spessa che nel torchio meccanico non si riusciva mai ad asciugare l’uva che nello standard dei vecchietti dovevano prendere tutte le gocce. La spremitura del solo mosto fiore con una resa del 50%. Rend nen. Come quando avevo quindici anni non rendeva, non rende neanche oggi. Il gioco è anche sui nomi degli altri vini. La Vila è un omaggio al paese di Villareggia. Turciaura è torchiato. La contrapposizione del rend nen perché la turciaura era lo scarto. Oggi c’è una piccola finestra su cui operare dal fiore in poi. Seguiamo questa finestra nel ciclo della pressa e andiamo ad estrarre questa seconda parte trattenuta e utilizzata per questa bottiglia. Racconta anche un aura dell’Erbaluce. Nell’etichetta posteriore de La Vila, Nebbiolo in purezza con parte della massa per dieci mesi in botte e parte in anfora, c’è scritto Il vino di casa mia. Quello che all’apparenza sembra un vino di casa per via di sentori di frutta matura ancora croccante, nasconde invece tanta finezza ed eleganza. Già dal colore e dalla pulizia.
La fragolina matura, la mora, i ribes si nobilitano con fiori di peonia e rosa ma soprattutto con un fine sottobosco. Tostature e spezie sono li, nel backstage. Leggeri, soavi. Presenze discrete solo per chi ha voglia e tempo per scoprirle. La dolcezza domina così da rendere il liquido, per colore e odore, quasi un succo di fragola arricchita da chiodi di garofano e pepe.
In bocca è Nebbiolo, con la sua freschezza intrinseca e i tannini arrotondati dal binomio botte-anfora. Una fine pienezza di bocca che dona piacere grazie alla frutta fresca che si spande in bocca rimanendo a lungo presente come fosse una caramella balsamica. Il calore arriva alla deglutizione donando un senso di appagamento oltre che un intrigante finale quasi amarognolo.
Un vino che si finge di casa forse per meravigliare e farsi dire che no, non è un vino di casa ma qualcosa di più. Direi che è molto di più poiché ha la doppia anima di vino semplice e croccante così di vino fine ed elegante. Anche Turciaura, l’Erbaluce di Caluso DOCG, ha ricevuto l’affinamento misto legno/anfora. I sentori rimangono semplici, puliti, fini con il vegetale del mallo di noce e dell’acacia a prevalere. Il lime si intreccia con la pesca bianca e la salvia fornendo balsamiche sensazioni di piacevolezza. Un balsamico che fa emergere quasi dei fiori di sambuco e ginepro. Nel calice c’è la soave leggerezza si sentori che non prevalgono l’uno sull’altro ma creano un gioco di alternanza che si scoprono con il passare delle rotazioni del calice.
È così che emerge l’agrume donando una sensazione di freschezza. È così che una lontana nota di vaniglia si unisce al pepe bianco e alla mentuccia. Meraviglia!
Il sorso è immediatamente avvolgente così che qualcosa che sembrava dover essere totalmente verticale, riempie. La nota agrumata invade la bocca fornendo una piacevole sapida astringenza. Il retro olfatto di limone e mentuccia sono quasi una droga. La rotondità che ha riempito la bocca, precipita lieve e senza particolare corposità in gola così da rendere Turciaura un vino snello e piacevole. Anche stavolta il connubio anfora/legno ha sapientemente svolto il proprio compito.
Ci si può innamorare di questo vino come me ne sono innamorato io. Chiudendo gli occhi ho avuto la palpabile sensazione di essere in riva al mare a godermi un aperitivo. Infine. In genere si scrive infine quando si vuole dire eppoi, come a dire che c’è pure questo. Quasi un intruso nel novero dei vini. Si lascia per ultimo quello che fa meno scena perché più classico o meno importante. Ho volutamente scelto di lasciare per ultimo Retrò, il Dolcetto. Niente botte. Niente anfora. Solo acciaio. Dovrebbe essere per quanto sopra il più sempliciotto ma è invece uno dei migliori Dolcetti io abbia mai assaggiato. Un vino vivo e vero. Di quelli che si versano nel bicchiere e improvvisamente l’unità di misura passa da essere la bottiglia o  calice per diventa la tanica. Semplice e giovane nonostante la versione che ho aperto era un 2023. Il colore rubino con ampie unghie porpora indica che è giovane ed in effetti, anche nei sentori, la croccantezza della frutta è evidente. Ma è questo il bello di un Dolcetto che si rispetti: aspro e pungente e con quella punta di dolcezza tale da provocare dipendenza. Giusto un velo di vegetale dato da un sottile sottobosco e qualche fiorellino di campo. Tutto qui. Niente di sfarzoso. Niente di più da andare a ricercare roteando il calice. Sì può rotearlo fino a consumarlo ma quello è. In bocca però. Però però però. La sensazione di fresca asprezza pungente arriva quasi in contemporanea ad una piccola nota amara che fa un pò sobbalzare. Sia in termini di stupore sia per un non so che di preoccupazione: se poi continua cosi? Invece no. Ecco che vira clamorosamente verso una mezza pienezza di bocca con note che ricordano il dolce. Ricordano, altrimenti non sarebbe Dolcetto. Tannini giusti e senza un grande attacco di asprezza. Note fruttate che rimangono croccanti. Persistenza giusta e quando scrivo giusta è perché abbinando questo vino a pane e salame o formaggio nemmeno tanto stagionato, l’effetto è consumare la bottiglia. Pardon, la tanica. Ci sono anche degli altri nomi successivi che riguarderanno anche le nostre riserve che sono in cascina. Prove per andare oltre. Non manderò mai in degustazione le mie riserve. L’obiettivo di realizzare un 100 è di realizzarlo con Rend nen e Maura nen. Non con le riserve. Una cosa che sicuramente farò è un passito con l’Erbaluce completando la gamma con ciò che può fare l’Erbaluce. In cantina ho anche del metodo classico iniziato nel 2022. Lo faccio sempre nell’ottica di creare delle piccole perle. Ne faccio poco ma fatte bene. Poi c’è un altro grandissimo clone che sarebbe fantastico da fare su larga scala che è il Neretto del Canavese. Ci sono vari cloni: gentile, duro, nostrano, di Bairo. Tutti autoctoni del Canavese e lo chatusse che è un altro clone francese dell’arco alpino. Io ho ancora la vigna del mio bisnonno piantate nel 1920 con neretto e Chatus. Ho cloni antichi di Picotener con Neretto e Uva rara. Me li coltivo. Ho fatto selezione massale e non mi dispiacerebbe fare un neretto di Villareggia secondo le mie indicazioni. Potrei scommettere che ogni cosa Luca abbia affermato diventerà cosa certa. Forse è un giocatore di poker che ha già in mano (o in cantina) qualcosa di concreto. Oppure il suo sogno è così vivido e concreto che la realizzazione è dietro l’angolo. Come l’imponderabile dettato dalla natura. Ecco perché, saggiamente, Luca non si sbilancia mai. L’impressione che ho avuto in questa lunga chiacchierata è che Luca non ha avuto bisogno di convincere suo fratello Davide che si è gettato anima e corpo nel progetto. Non ha avuto bisogno di convincere il papà poiché focalizzato sulle sue attività. Non ha dovuto convincere se stesso poiché la sua determinazione era ed è tale da aver inquadrato quel meraviglioso quanto complicato obiettivo dei migliori vini del mondo. Forse ha dovuto convincere la mamma che, chissà, avrebbe voluto per Luca un futuro da avvocato. Ma, si sa, le mamme sono così: protettive e apprensive. Pronte comunque a ricredersi una volta che si accertano che il figlio sia davvero felice. La passione smisurata per il suo territorio. Un obiettivo ben chiaro in testa. Un programma delineato e perfettamente scadenzato. Sembra qualcosa creato a tavolino per arrivare ad ottenere quel 100 di valutazione. Ma non è così. C’è un’anima dentro al sogno e l’entusiasmo, contagioso di Luca diventa all’unisono, carburante e motore in grado di alimentare il sogno stesso. Uno così ce la può fare. Io faccio il tifo per lui!           Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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5 Giugno, 2025

Alla scoperta di Tenute Tomasella e della loro Collezione Bastìe

  Il Bastìe Rosso e il Bastìe Bianco: etichette iconiche che raccontano la ricchezza di un territorio unico e l’impegno per la qualità sostenibile   Nel cuore di un territorio che abbraccia sia il Veneto che il Friuli, Tenute Tomasella rappresenta una realtà vitivinicola unica, capace di trasformare la ricchezza delle diversità in un valore distintivo. Fondata nel 1965 a Mansué, l’azienda si estende su 50 ettari tra la DOC Friuli e la Prosecco DOC Treviso, dove la famiglia Tomasella coltiva la vite con passione, rispetto e una costante attenzione alla sostenibilità. Una filosofia di attesa e rispetto   Tenute Tomasella ha fatto della lentezza una virtù, scegliendo di assecondare i ritmi della natura e di intervenire solo quando necessario. Il lavoro in vigna è prevalentemente manuale, dalla selezione delle uve fino alla vendemmia, per garantire che ogni grappolo esprima al meglio le caratteristiche del proprio terroir. L’azienda ha ottenuto la certificazione SQNPI e dal 2021 è in conversione al biologico, con l’obiettivo di completare il processo entro il 2026. Questa scelta testimonia un impegno concreto verso pratiche agricole sostenibili e una produzione attenta alla biodiversità. Innovazione e sostenibilità   La ricerca ha un ruolo centrale nella filosofia di Tenute Tomasella. L’azienda collabora con istituti di ricerca per approfondire la conoscenza dei suoli e affrontare le sfide del cambiamento climatico. L’adozione di tecnologie innovative, come il robot ICARO X4 per il trattamento dei vigneti con raggi UV-C, consente di ridurre l’uso di fitofarmaci e di salvaguardare la salute delle piante. Inoltre, l’adesione a progetti come Saving Bees dimostra la volontà di proteggere non solo i vigneti, ma anche l’intero ecosistema, favorendo la biodiversità attraverso la creazione di oasi apistiche. Un territorio che unisce   La posizione di Tenute Tomasella, a cavallo tra due regioni, permette di sfruttare la ricchezza di suoli e microclimi diversi. I terreni calcarei e profondi del Veneto conferiscono ai vini bianchi aromi intensi e ai rossi tannini morbidi, mentre i suoli alluvionali delle Grave friulane regalano eleganza, freschezza e struttura. Questa varietà si riflette nei vini, che raccontano la storia di un territorio senza confini, capace di accogliere e valorizzare influenze differenti. Focus: Collezione Bastìe, l’eccellenza senza compromessi Al centro della produzione di Tenute Tomasella brilla la Collezione Bastìe, una linea di vini che rappresenta la sintesi perfetta tra tradizione, innovazione e rispetto per il territorio. Bastìe nasce dalla selezione delle migliori uve, raccolte a mano e lavorate con cura artigianale, per ottenere etichette che si distinguono per eleganza, complessità e longevità. Questa collezione è pensata per chi cerca emozioni autentiche nel calice: ogni vino è il risultato di un’attenzione maniacale ai dettagli, dalla vigna alla cantina. I bianchi della linea Bastìe si caratterizzano per freschezza e aromaticità, mentre i rossi sorprendono per struttura e profondità, offrendo esperienze sensoriali che conquistano anche i palati più esigenti. La Collezione Bastìe è il simbolo della filosofia di Tenute Tomasella: una costante ricerca dell’equilibrio tra le peculiarità dei suoli, la tradizione vitivinicola e la voglia di innovare. Ogni bottiglia è una testimonianza della passione e della dedizione che animano l’azienda da oltre cinquant’anni. Sguardo al futuro Tenute Tomasella continua a guardare avanti, con radici profonde nel territorio e una visione rivolta alla sostenibilità e alla qualità. L’impegno quotidiano per la tutela dell’ambiente, la sperimentazione e la valorizzazione delle tradizioni locali fanno di questa cantina un punto di riferimento per chi desidera scoprire il vero volto del Nordest attraverso vini autentici e distintivi. La Collezione Bastìe, in particolare, rappresenta il cuore pulsante di questa filosofia: vini che superano ogni confine, capaci di raccontare, sorso dopo sorso, la storia di una terra straordinaria e di una famiglia che ha scelto di dedicarsi, con passione e rispetto, all’arte del vino. https://www.tenutetomasella.it/ https://www.instagram.com/tenutetomasella/ La Redazione
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Le Notti del Vino, presentazione del ciclo di eventi alla Camera dei deputati Arrow Right Top Bg

5 Giugno, 2025

Le Notti del Vino, presentazione del ciclo di eventi alla Camera dei Deputati

  Anteprima a Roma dal 19 al 21 giugno al Ponte della Musica Armando Trovajoli Un’estate all’insegna dell’intrattenimento e della cultura con l’accompagnamento di vini di qualità, in tutta Italia. E’ il ciclo di eventi Le Notti del Vino, dal 21 giugno al 22 settembre. Oggi si è svolta la presentazione alla Camera dei deputati. Grande anteprima a Roma, al Ponte della Musica Armando Trovajoli, in una tre giorni dal 19 al 21 giugno curata da Decanter Wine Academy. Gli eventi delle Notti del Vino, iniziativa dell’Associazione Nazionale Città del Vino di cui fanno parte oltre 500 comuni a vocazione vitivinicola, accompagneranno gli enoturisti in visita nei borghi di tutta Italia. Incontri, degustazioni, convegni, spettacoli, musica, letture, mostre d’arte, passeggiate caratterizzeranno l’estate delle Notti del Vino, che è il più grande e diffuso festival dell’estate dedicato al vino e alle tante cantine grazie alle quali l’Italia eccelle nel mondo. Il presidente nazionale di Città del Vino, Angelo Radica Attraverso iniziative come questa aiutiamo i territori a farsi conoscere. La nostra è un’associazione di Comuni e il nostro primo pensiero è la crescita del territorio. L’appuntamento eredita un’esperienza dei 20 anni e si svolgerà nelle piazze, nei parchi, negli edifici storici, nei luoghi più caratteristici d’Italia: il taglio di ciascun evento sarà scelto dal comune che lo organizzerà, con la costante del binomio tra vino e intrattenimento”. Partner delle Notti del Vino è l’UNPLI, l’associazione che riunisce le Pro Loco. Sarà anche l’occasione, nei molti appuntamenti di contribuire a ristabilire le informazioni corrette che riguardano il rapporto tra vino e salute. Inviteremo i comuni organizzatori a chiamare a intervenire medici ed esperti per chiarire una volta per tutte che non è il consumo di vino a essere dannoso, bensì l’abuso. Un’opera di divulgazione fondamentale nel momento in cui si affaccia il rischio che le istituzioni europee approvino le misure sull’etichettatura: se dovessero passare così come sono state presentate metterebbero in pericolo la sorte di molte aziende e di molti lavoratori. Anteprima a Roma, dal 19 al 21 giugno, mentre la seconda tappa, sempre in anteprima rispetto al calendario nazionale, sarà a Torgiano (Perugia), il 20 e il 21 giugno. Nella capitale tra le arcate del superbo Ponte Armando Trovajoili saranno dislocate le oltre 70 cantine con i loro assaggi di vino. I winelovers, calici alla mano, potranno passeggiare degustando i migliori vini regionali e nazionali, parlando direttamente con i produttori. In programma anche installazioni di street food, musica dal vivo, flash mob di tango e tre masterclass di approfondimento. Organizzerà Decanter Wine Academy, rappresentata in conferenza stampa da Serena Specchi Siamo onorati di aprire le Notti del Vino, con l’obiettivo di unire il pubblico del vino. Al Ponte della Musica Trovajoli saranno presenti moltissimi produttori, sono loro che possono raccontare la storia, la cultura, quello che ogni calice porta con sé. Tiziano Venturini, vicepresidente nazionale e coordinatore del Friuli Venezia Giulia delle Città del Vino, ha ricordato l’intuizione dello scorso anno che portò le Notti del Vino a svolgersi in quella regione e poi, anche alla luce del grande successo, essere adottate a livello nazionale. La strada è quella giusta, la conferma viene dall’andamento delle iscrizioni, molto positivo già adesso. Per Alberto Bertucci, sindaco di Nemi (assieme ad altri dieci Comuni insignito del titolo di Città italiana del vino 2025) e vicepresidente nazionale dell’associazione Le Notti del Vino è una nuova bandiera di uno degli ambasciatori più nobili della nostra nazione, il vino. E’ corretto il messaggio che porteremo avanti in questa iniziativa, del bere sano e bere moderato, è un modo per educare i nostri giovani. Il vino ha una storia e nobiltà diversa dalle altre bevande, va gustato e va raccontato. Il deputato Claudio Mancini Roma darà risonanza all’iniziativa delle Notti del vino. Va messo in evidenza il rapporto con il turismo, perché consente di favorire il sistema economico nel suo complesso. E’ importante lavorare sulle nicchie del turismo, che spesso consentono di dare più valore aggiunto.   La Redazione
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5 Giugno, 2025

Contrade dell’Etna, scelte le date della XVII Edizione: 19 e 20 aprile 2026 a Randazzo

Decise le date per l’edizione numero 17 di Contrade dell’Etna   La manifestazione si svolgerà il 19 e il 20 aprile 2026 a Randazzo, all’interno del Sikania Gardern Village. Si ripete, dunque, la formula vincente dei due giorni sperimentata quest’anno per la manifestazione ideata da Andrea Franchetti, capace di mettere insieme cantine del vulcano, appassionati di vino, stampa specializzata, buyer. Il testimone di Contrade dell’Etna, dal 2022, è stato raccolto dalla società Crew, che organizza la manifestazione e che negli ultimi anni è stata in grado di interpretare le necessità delle cantine, la loro crescita e le esigenze di divulgazione, coinvolgendo un numero sempre maggiore di giornalisti di settore e buyer che hanno dialogato con i produttori. Crew – Gli organizzatori La scelta di comunicare con largo anticipo le date dell’edizione 2026 è legata alla crescente volontà di andare incontro alle cantine che hanno sempre più bisogno di pianificare e programmare le loro attività. La Redazione
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5 Giugno, 2025

BEREBIANCO 2025 (by Cucina & Vini): masterclass #2

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 10 Maggio le eleganti sale dell’Hotel WESTIN EXCELSIOR di Roma hanno ospitato la terza Edizione di BEREBIANCO, Evento organizzato dalla Rivista CUCINA & VINI che si propone di far conoscere al pubblico degli enoappassionati un’Italia dei vini bianchi differente da quella troppo spesso influenzata dal “vino d’annata”. Il nostro Paese è infatti in grado di produrre grandi vini bianchi destinati all’evoluzione ma questi rimangono troppo spesso patrimonio segreto di pochi edotti estimatori e sono comunemente dimenticati nelle carte dei vini anche dall’alta ristorazione. Una vera e propria vetrina per le Aziende presenti, un viaggio in quell’Italia bianchista che ancora in troppi vedono seconda ad altri. GLI ASSAGGI Oltre 60 le Aziende presenti ai banchi d’assaggio e oltre 150 le etichette in degustazione, un vero tour de force per chi avesse avuto il tempo di intraprendere quest’avventura. A latere sono poi state organizzate 5 masterclass tematiche nel corso delle quali i partecipanti hanno avuto modo di valutare le potenzialità evolutive dei diversi vini proposti e confrontarli poi con quelli dell’annata corrente proposte nella sala comune. Incerto fino all’ultimo sul fato di riuscire a partecipare sani altri inderogabili impegni sono riuscito miracolosamente a prendere parte a due delle masterclass in programma (ai banchi d’assaggio ho fatto solo una velocissima puntata per salutare gli amici Produttori presenti). La prima, quella che ha ospitato il SANNIO CONSORZIO TUTELA VINI ve l’ho già raccontata qui e oggi è la volta della seconda, quella che mi ha consentito di viaggiare nello spazio e nel tempo attraverso l’Italia. LA MASTERCLASS 6 vini da 6 Aziende diverse, da 6 regioni diverse e di sei annate diverse. Uno zigzagare da Sud a Nord, dalla Campania alla Valle d’Aosta, in una macchina del tempo che ci trasporta subito nel 2020 per poi portarci indietro fino al 2012. Una masterclass che non ha un tema specifico se non quello dell’attesa, del tempo che scorre, lavoratore silenzioso per il nostro edonismo. Nei racconti di chi il vino lo fa si leggono passione, impegno, fatica, voglia di comunicare il territorio e prodotti che sanno di un qualcosa che va meritato. I Vini bianchi possono raccontare memorie di anni che abbiamo dimenticato? Quelli di questa masterclass sicuramente si, gli altri aspettano la vostra curiosità. Date una letta alle mie personali note d’assaggio e chiedeteVi: “cosa ho fatto nel 2020? E nel 2019?…” 1- VESUVIO DOC BIANCO “CONTRADAE 61.37” 2020, CASA SETARO (CAMPANIA): verde di macchia mediterranea ed erbe aromatiche (alloro e rosmarino), silvestre di anche pigne, fruttato di pesca e pera, intenso nei suoi sbuffi dolci d’acacia, fresco d’agrume di costiera, minerale si ma soprattutto…quello iodio! In bocca mostra polso e muscolare sostanza glicerica ma è il sale a governare l’assaggio, a tenere a bada la sferzante acidità e l’alcol ben dosato, chiude su note di frutta secca e macchia marina. Vigne vecchie pre-fillossera, Capri sullo sfondo… “61.37” al secolo “BOSCO del MONACO”…AMBO SECCO! 88/+ Punti. 2- VENEZIA GIULIA IGT BIANCO “BRAIDE ALTE” 2019, LIVON (FRIULI VENEZIA GIULIA): al naso lo Chardonnay e il legno sono i primi a presentarsi, quelle note grasse di frutta matura (anche esotica), quell’intensa speziatura orientale… Segue a ruota un Sauvignon che del suo ci mette qualche nota boisé e, della pesca, l’armellina e poca polpa. Al Picolit resta il compito di raccontare affettate dolcezze mentre la ponca…la ponca armonizza il tutto. In bocca mostra giunoniche morbidezze, una quasi totale assenza di spigoli ravvivata da una esuberante freschezza ben domata dalla salina mineralità di un mare che era. Chiude lungo su intensi ricordi di miele e cera d’api. 88 Punti con forse un +, perché un po’ di grinta non gli avrebbe fato male. 3- VALLE D’AOSTA DOP BIANCO “NEIGE D’OR” 2018, LES CRETES (VALLE D’AOSTA): le austere note agrumate del Petite Arvine sono addomesticate da un Pinot Grigio che si atteggia a Chardonnay regalando note grasse di pesca sciroppata, camomilla e nocciola spalleggiato in questo da un legno che, con attenzione, si vede metter fuori il naso a suon di speziature vanigliate. Decisamente caldo, morbido, financo burroso, a stento tenuto in equilibrio dalla freschezza, mostra le cicatrici lasciate dall’annata precedente. 87++ Punti. 4- LANGHE DOC SAUVIGNON “ROVELLA” 2016 MAGNUM, PARUSSO (PIEMONTE): inizialmente vegetale propone delicati mughetti e schiaffi di erba sfalciata. Seguono gli agrumi, il bergamotto, il pompelmo… Ed è allora che avvertite il silenzioso ma inesorabile incedere della pesca, un brusio di fondo che Vi entra nel cervello e che provate a scacciare con un sorso che è invece rivelatore. Eccola! Ecco la pesca! Si, c’è la polpa ma è l’armellina velenosa a costringerVi a un bagno di realtà. Un sorso pieno, di accattivante freschezza e sapidità quasi tannica. Un vino frutto dell’iperossigenazione cui riserverei un destino di Stelvin. 89/+ Punti perché oggi 91 mi sembrano troppi e voglio avere una scusa per riassaggiarlo. 5- SOAVE DOC “LA BROIA” 2014, ROCCOLO GRASSI (VENETO): un vino che a guardarlo non diresti. Importante già al naso. Con quella sua anima rossista affatto celata mostra timido intrecci di frutta bianca e delicate florealità per lasciarsi poi andare a dolci consistente di creme brulée e cioccolato bianco. E mentre vi colpisce un diretto di alloro e una gragnuola di colpi di erbe officinali, ecco avanzare una mineralità finora sottaciuta. Sorso consistente, grande struttura, tensione emotiva, sapidità quasi tannica, allungo esemplare e… Aggiungete Voi qualcosa, io ho finito le parole. 88++/89 Punti (perché per quanto la Garganega si sia dimostrata maledettamente scaltra, l’annata 2014 è stata l’annata 2014). 6- ALTO ADIGE VALLE ISARCO DOC SYLVANER “PRAEPOSITUS” 2012, ABBAZIA DI NOVACELLA(ALTO ADIGE): quando avvicinate il naso al calice Vi appare scontroso, montanaro, freddo come quella Valle Isarco che il Sylvaner interpreta magistralmente da sempre. Didascalico, poco incline alle smancerie, sciorina miele e sedano, susina e mentuccia, intrichi di pini mughi e limonose freschezze. In bocca taglia come quell’appiglio lontano che sembrava adatto a toglierVi l’acciaio dagli avambracci e si rivela invece tacchetta così piccola da costringerVi ad arcuare le dita. Consistenza glicerica e freschezza Vi fanno tirare un po’ il fiato ma dovrete aspettare il prato fiorito dell’allungo finale per poterVi ritenere in sosta. Forse poco armonioso, ma proprio per questo irrinunciabile. 89/90 Punti. E QUINDI? E quindi niente. Ancora una volta GRAZIE a CUCINA & VINI per avermi sopportato e a Voi per essere arrivati fino qui. Ora, mentre metto in agenda l’Edizione 2026 di un Evento che sta entrando di diritto nel ristretto numero di quelli irrinunciabili del panorama romano mi metto al lavoro perché…c’ho un sacco di roba da raccontarVi.     Roberto Alloi VINODENTRO  
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L'arte incontra l'Asprinio di Vitematta Arrow Right Top Bg

4 Giugno, 2025

L'arte incontra l'Asprinio di Vitematta alla Galleria Area Contesa

Incastonata nel cuore di Roma come una gemma discreta ma luminosa, Via Margutta continua a essere una tela viva dove l’arte si intreccia con la storia, il sogno e l’innovazione. Un tempo rifugio di artisti bohémien e registi visionari, oggi la via si rinnova ancora una volta, trasformandosi in un melting pot culturale che unisce tradizione e avanguardia. Alla Galleria Area Contesa, fulcro pulsante di questo fermento creativo, i vernissage si susseguono come battiti d’ali: esposizioni che fondono l’anima visiva della Pop Art con l’illusione cinetica dell’Op Art, passando per installazioni che dialogano con il futuro attraverso l’integrazione tra arte e intelligenza artificiale. Un linguaggio nuovo, che pur affondando le radici nel Novecento, guarda dritto al XXI secolo, senza timore di sperimentare. Le serate in galleria diventano così esperienze multisensoriali: gli sguardi si perdono tra pixel e pennellate, tra ritratti generati da algoritmi e provocazioni visive alla Warhol. L’arte diventa accessibile, democratica, ma mai banale. È un invito alla scoperta, alla curiosità, al dialogo tra le differenze. E Via Margutta, con le sue luci soffuse, i ciottoli antichi e l’eleganza discreta delle sue botteghe, fa da cornice ideale a questa rinascita. Camminare lungo la via è come entrare in un sogno ad occhi aperti: un sogno fatto di colori, di volti, di lingue diverse che si incontrano tra una mostra e un bicchiere di vino, tra un’opera classica e un avatar digitale. La Galleria Area Contesa non è solo uno spazio espositivo: è un crocevia culturale, un laboratorio di idee, un luogo in cui l’arte non è solo da guardare, ma da vivere. Qui, in questo spazio sospeso nel tempo, l’arte può incontrare il vino in un connubio che sa di futuro. Vitematta è una azienda impegnata da tempo in operazioni di recupero: terreni recuperati dalla camorra, vitigno come l’Asprinio di Aversa recuperato dall’oblio di una coltivazione difficile come l’alberata, persone con problematiche sociali recuperate impiegandole nell’attività vitivinicola. L’incontro con l’arte diventa dunque elemento di divulgazione del recupero e riscatto di un territorio e delle sue persone. Due spumanti, due metodi (Classico e Charmat) per poter apprezzare al meglio la versatilità ma anche la grandezza di un vitigno come l’Asprinio noto ancor prima dei Borboni. Due spumanti diversissimi accomunati da una medesima filosofia: valorizzare un vitigno e le alberate aversane ovvero le altissime viti maritate che necessitano scale lunghe  fino a venti metri per curare i singoli grappoli. Il Metodo Charmat perfettamente equilibrato e dal gusto fresco, minerale, aspro e agrumato, in grado di conservare inalterati i profumi e i sapori tipici dell’Asprinio. Il Principe è invece l’espressione massima dell’Asprinio, caratterizzato dal fine perlage e dalla capacità di stupire per sentori tipici di uno spumante di altissimo livello e soprattutto per la lunga e minerale persistenza: uno di quei vini che non si smette più di bere in qualunque occasione. Non poteva che essere un successo e successo è stato. Tante le persone intervenute per godere di ben tre vernissage in contemporanea: Pop Art, La vita è sogno, Art and artificial intelligence.     Ivan Vellucci                 Marco Sargentini Blend News
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4 Giugno, 2025

Monteleone21: apre al pubblico il nuovo polo esperienziale di Masi dedicato all’Amarone e all’enocultura

Radici profonde, sguardo internazionale e vocazione sostenibile per un progetto immersivo nel cuore della Valpolicella Classica: spazi scenografici, architettura contemporanea e accoglienza d’eccellenza. Un viaggio tra vino, territorio e cultura.   Nel cuore della Valpolicella Classica, a pochi minuti da Verona e dal Lago di Garda, nasce Monteleone21, il nuovo progetto di Masi Agricola che ridefinisce l’enoturismo e l’accoglienza nel segno dell’Amarone, della valorizzazione del brand e della cultura del territorio. Questo polo produttivo, enoturistico ed esperienziale si distingue per la sua offerta innovativa, che va ben oltre il concetto tradizionale di “cantina aperta”. Monteleone21 propone un ricco programma di tour guidati, degustazioni e visite all’Enoteca Masi, dove è possibile scoprire tutte le etichette del gruppo e portare a casa un autentico “souvenir in bottiglia”. Il percorso inizia negli spazi contemporanei del centro polifunzionale, prosegue nelle storiche Cantine Masi e nei suggestivi vigneti collinari, fino al fruttaio di appassimento e alla storica bottaia, simboli della tradizione e dell’expertise nell’Amarone. L’edificio, originariamente progettato da Libero Cecchini e reinterpretato da Giovanna Mar e dal suo studio veneziano, si integra armoniosamente nel paesaggio della Valpolicella, esprimendo valori di sostenibilità e radicamento nel territorio. Il cuore pulsante del progetto è l’Agorà, una piazza circolare di oltre 1.000 mq arricchita da bassorilievi in marmo che celebrano le Venezie e accolgono i visitatori in un ambiente spettacolare e conviviale. Il Fruttaio di Appassimento, alto 12 metri, racconta la tecnica che ha reso celebre l’Amarone nel mondo, mentre l’Auditorium multimediale e gli altri spazi polifunzionali sono pensati per eventi, incontri e momenti di autentica convivialità. Alla Locanda Costasera, la proposta gastronomica fusion unisce la tradizione veneta all’esperienza internazionale di Masi, valorizzando ogni vino secondo il principio “Wine First”. L’Enoteca Masi completa l’esperienza, offrendo una selezione che spazia dagli Amaroni alle rarità della Cantina Privata Boscaini, fino alle etichette prodotte nelle tenute in Italia e Argentina. Le voci dei protagonisti   Federico Girotto, Amministratore Delegato di Masi Monteleone21 risponde alle attuali esigenze del consumatore aperte a nuovi trend, primo fra tutti la ‘ricerca di prossimità’ con il marchio e i suoi valori tangibili: il territorio e la famiglia Boscaini. Ma Monteleone21 non è solo la ‘cantina aperta’ e la ‘brand-house’ di Masi: rappresenta un vero e proprio entry-gate per la Valpolicella Classica, per il Veneto e per l’Italia. I nostri architetti, con i rispettivi studi, hanno convenuto con noi che l’enoturismo di qualità è oggi la forma più attuale dell’apprezzamento del vino e che sono necessari spazi dedicati per esprimerne, oltre alla funzionalità, anche l’anima aspirazionale. Con tale convinzione abbiamo dedicato a questa struttura rilevanti risorse organizzative e finanziarie. Sandro Boscaini, Presidente di Masi L’apertura di Monteleone21 è per noi un primo passo: con il tempo arricchiremo l’offerta con nuove esperienze modellate sulle aspettative dei nostri ospiti. È un invito a intraprendere con Masi e i suoi 250 anni di storia un cammino che, vendemmia dopo vendemmia, continuerà a sorprendere e ispirare. L’eredità e la visione di Masi Con oltre 250 anni di storia, la famiglia Boscaini e Masi sono protagonisti indiscussi nella produzione di Amarone e nella valorizzazione delle Venezie. La tecnica dell’appassimento, praticata sin dai tempi degli antichi Romani, trova qui la sua massima espressione, insieme a una gamma di Amaroni tra le più ampie e prestigiose a livello internazionale. Masi è anche sinonimo di sostenibilità, con progetti dedicati alla tutela dell’ambiente, della cultura e delle persone, come dimostra l’adozione dello status di Società Benefit e il programma “Masi Green Governance”. La Masi Wine Experience, premiata a livello internazionale, rappresenta l’impegno dell’azienda nell’offrire ospitalità, cultura e momenti di relax, trasformando ogni visita in un’occasione di scoperta e approfondimento. Per info e prenotazioni:
www.monteleone21.it
www.masiwinexperience.it
www.enotecamasi.it
Tel. Masi Wine Experience: +39 045 683 25 32 -E-mail: monteleone21@masi.it La Redazione
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