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5 Aprile, 2025
Lugana Experience a Vinitaly 2025: un’immersione sensoriale tra territorio e gusto con il Consorzio Lugana
Il Consorzio Tutela Lugana DOC presenta una straordinaria esperienza sensoriale dedicata agli appassionati di vino e innovazione: la “Lugana Secret Tasting room”. Durante Vinitaly 2025, che si terrà da domenica 6 a mercoledì 9 aprile, il Consorzio accoglierà i visitatori nel proprio stand in una stanza immersiva: un’esperienza unica che trasporterà anima e corpo del visitatore nelle terre del Lugana, da Peschiera a Sirmione fino a Desenzano, con una degustazione 2.0 in grado di coinvolgere tutti i sensi.
La Lugana Secret Tasting room sarà attiva tutti i giorni di fiera, dalle ore 10:00 alle ore 18:00, e offrirà a enoappassionati e operatori del settore vitivinicolo un video emozionale 3D dedicato al territorio, seguito da un’inaspettata sorpresa personalizzata che renderà l’esperienza ancora più memorabile.
Nello stand consortile sarà inoltre possibile assaggiare la nuova annata 2024 di Lugana Doc, fresca ed elegante, che sorprende per l’ottima sapidità e complessità gusto-olfattiva, con un potenziale evolutivo promettente nei prossimi anni.
Edoardo Peduto, Direttore del Consorzio Lugana Doc.
Vinitaly è un appuntamento irrinunciabile; un’occasione straordinaria per far conoscere il Lugana a livello nazionale e internazionale. Con la Lugana Secret Tasting room vogliamo offrire un modo coinvolgente e innovativo per degustare il nostro vino, integrando l’eredità del territorio con le potenzialità tecnologiche. Una vera e propria ‘experience’, che non solo risalta le caratteristiche della Denominazione, ma crea un legame profondo tra il prodotto e il consumatore.
Vinitaly, giunto alla sua 56ª edizione, è una delle più importanti fiere di riferimento nel panorama vitivinicolo, punto d’incontro per produttori, esperti e appassionati da tutto il mondo. L’evento, a Veronafiere, propone un ampio programma di incontri B2B, degustazioni, masterclass e convegni dedicati alle nuove tendenze del mercato vinicolo.
Un’occasione dunque ritenuta perfetta dal Consorzio Lugana per evolvere la propria comunicazione e mostrare la sua capacità di innovare, con formule sempre nuove per raccontare il territorio.
L’obiettivo è valorizzare la Denominazione non solo attraverso il prodotto in sé, ma anche con un momento emozionale che sappia trasmettere l’identità e la ricchezza del terroir. Con questa iniziativa, il Consorzio dimostra la sua volontà di esplorare modalità inedite per coinvolgere il pubblico e rendere il racconto del Lugana sempre più dinamico e coinvolgente.
L’area del Consorzio Lugana sarà al Palaexpo Lombardia – Stand A7/8.
In parallelo, da venerdì 4 aprile a domenica 6 aprile 2025, si svolgerà Vinitaly and the City, il fuorisalone che trasformerà il cuore di Verona in una vera capitale del vino. Il Consorzio Lugana sarà protagonista anche in questa edizione in una location d’eccezione: la terrazza panoramica della Torre dei Lamberti, situata a 84 metri di altezza, dove i wine lovers potranno sorseggiare un calice di Lugana Doc ammirando una vista spettacolare sulla città scaligera.
Un’occasione unica per scoprire il Lugana in una delle città più affascinati d’Italia, patrimonio dell’UNESCO.
La Redazione
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5 Aprile, 2025
Primavera in cantina con il Movimento Turismo del Vino Umbria
Family Tasting, cestini dedicati e passeggiate immersi nella natura, ecco alcune attività proposte dalle cantine umbre pensate per i più piccoli
Merende, cacce al tesoro, pic-nic in vigna: anche i bimbi in cantina possono trovare il loro spazio e viverne la dimensione più autentica, legata al contatto con la natura. Non certo calici di vino, ma succhi biologici e cibi genuini di produzione aziendale: chi ha detto che l’enoturismo pensato per i genitori debba escludere i più piccoli?
La primavera è la stagione ideale per riscoprire il piacere di stare all’aria aperta, e il Movimento Turismo del Vino Umbria invita amanti della natura di tutte le età a vivere attività pensate per rendere il vino una scoperta coinvolgente anche per i più giovani. Le cantine umbre si preparano ad accogliere gli ospiti con iniziative su misura per le famiglie.
Prosciutto di Norcia IGP, pane e olio, succo di frutta e caccia al tesoro con tanto di premio finale: è questa la proposta della cantina Scacciadiavoli, storica cantina di Montefalco.
L’Azienda Carini a Perugia accoglie i piccoli visitatori con angoli dedicati al gioco e alla creatività, aperitivi analcolici con prodotti aziendali e la possibilità di esplorare l’azienda, a contatto con gli animali presenti, pecore, maiali e oche. La grande panchina panoramica Big Bench #248 diventa il luogo perfetto per un pic-nic tra gli ulivi, mentre durante il tour della cantina si possono scoprire le fasi di produzione del vino e degli altri prodotti aziendali.
La Cantina Roccafiore a Todi si definisce una cantina “family-friendly” e propone così il “family Tasting”, con un tour della cantina e dei vigneti, seguito da una degustazione guidata di vini per gli adulti e di succhi di frutta per i più piccoli, che potranno divertirsi con schede da colorare.
Le esperienze in cantina diventano anche un’occasione per trascorrere momenti immersi nella natura: Terre de La Custodia, situata tra le colline di Montefalco, offre tutto l’anno un’accoglienza attenta alle famiglie, con aree dedicate ai più piccoli nella sala degustazione, tovagliette da colorare e un “aperitivo” a misura di bambino con succhi di frutta e piccole merende. Per chi ama la natura, è possibile organizzare pic-nic con menù dedicati ai più piccoli o partecipare ad attività dimostrative della filiera del vino, guidate dall’enologo e dai brand ambassador della cantina.
Anche Arnaldo Caprai offre la possibilità di organizzare tour tra i vigneti, mentre nell’enoteca è stata allestita un’area bimbi con tavolini e materiali per disegnare. La “Kid Experience” prevede un cocktail analcolico e un panino del vignaiolo per i più piccoli, mentre durante il pic-nic i bambini riceveranno un cestino su misura per loro: attivo dal 22 aprile al 30 settembre il Pic-Nic in Vigna è l’esperienza ideale per scoprire il paesaggio che circonda la cantina. Un Wine Educator accompagnerà durante la visita in vigna e in cantina poi, terminata la visita guidata, un pic-nic con pranzo in libertà tra i vigneti.
La Veneranda propone un piatto degustazione a metà prezzo per i bambini, mentre Cantina Farchioni accoglie le famiglie con aperitivi analcolici, piccole merende e attività dimostrative sulla filiera del vino, accompagnate dagli enologi e dai brand ambassador.
Questa primavera, il Movimento Turismo del Vino Umbria trasforma così la visita in cantina in un’occasione di scoperta per tutta la famiglia. Un viaggio nel cuore dell’Umbria dove il vino diventa esperienza, gioco e condivisione, regalando ai più piccoli momenti di divertimento e agli adulti l’opportunità di assaporare il territorio in tutte le sue sfumature.
Per scoprire tutte le attività e prenotare, è possibile visitare il sito ufficiale del Movimento Turismo del Vino Umbria.
La Redazione
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5 Aprile, 2025
Patrizia Gabutti. Nocciole di famiglia
Cravanzana, alta langa. Profumo di terra buona e di nocciole appena raccolte. Qui tra le colline piemontesi, ogni albero ha una storia.
Qui il tempo sembra avere un altro passo, lento come la nebbia che avvolge le colline all’alba e gentile come il vento che accarezza i noccioleti. È in questo angolo autentico del Piemonte che si trova l’azienda agricola di Patrizia Gabutti, una realtà che sa di casa, di tradizione, di famiglia.
I noccioleti che mi fa ammirare sono della sua famiglia da generazioni. Quando lei era bambina ricorda che la raccolta venivafatta manualmente e lei con la nonna e il papà raccoglievano le nocciole a mano, inginocchiati per terra con il cestino. Ricorda ancora le sue piccole mani che raccoglievano le nocciole e le mettevano nei cestini.
Patrizia non ha solo ereditato ettari di noccioleti, ha raccolto una storia che affonda le sue radici nei secoli.
A Cravanzana sono nati i genitori, i nonni, i nonni dei suoi nonni, e via via in un albero genealogico che ha radici profonde come quelle dei noccioli più carichi di anni e di storia.
Le mani che oggi curano gli alberi sono le stesse da generazioni, conoscono ogni respiro della terra.
La festa iniziava quando arrivavano tutti i parenti ad aiutarli e insieme si mettevano a raccogliere le nocciole fino ad arrivare a lunghissimi pranzi fatti di chiacchiere e condivisioni di questi momenti, di quel lavoro faticoso ma che faceva stare bene.
Patrizia è passata dalla raccolta a mano delle nocciole al soffiare con un soffione tutte le nocciole in una fila, dove successivamente la macchina raccoglitrice le raccoglie mettendole in cestelli. Una grande evoluzione rispetto al passato.
I noccioleti che oggi ammiro – ordinati, rigogliosi, silenziosamente vivi – appartengono alla sua famiglia da generazioni, ma la memoria di questi paesaggi è molto più antica.
Sorridendo Patrizia racconta che oggi sono in quattro che mandano avanti i noccioleti, lei suo marito Daniele, un uomo simpaticissimo che è venuto a farci compagnia, i figli Giulia e Gabriele, entrambi coinvolti nella passione per le nocciole. Gabriele aiuta nei lavori in campagna, Giulia in laboratorio.
Già, il laboratorio. Sacrifici e tanto lavoro per crearlo. A pochi passi dal noccioleto. Complicato ma necessario.
Le nocciole sono così diventate un legame di famiglia che unisce a questa terra. E così in ogni nocciola c’è qualcosa di Patrizia. E della famiglia intera.
La casa dove l’intera famiglia vive è immersa nei noccioleti così che le nocciole sono la prima cosa che appare dinanzi ai loro occhi al risveglio, l’ultima (luce permettendo), prima di andare a dormire.
Le colline dove ci troviamo sono bellissime, offrendo quella pace e armonia impossibile da trovare altrove: capisco come non sia difficile amarle. Vivere a contatto con la natura ti porta a voler restar qui senza voler andar via.
In Alta Langa la nocciola non è solo una coltivazione, è cultura, identità, quasi una religione. Ed è proprio questa sacralità discreta quotidiana, che Patrizia porta avanti con passione e con uno sguardo limpido rivolto al futuro, senza mai tradire le radici.
Molti campi di noccioleti sono ubicati in punti difficili, parti scoscese, non pianeggianti. Lavorarli non è sicuramente facile, ma loro hanno imparato a conoscere il territorio che è casa. Selezionale le nocciole e sgusciarle comporta fatica. Ma quanto è bella la ricompensa Ne ho in mano una ed è bellissimo vederla emergere dal guscio con le curve seducenti preludio del suo gusto morbido e vellutato.
Sono qui e ammiro una pianta di nocciole. Impossibile non fermarsi ad ammirare un arbusto così meraviglioso perché se non la vedi non capisci di cosa parli.
Torniamo in laboratorio Le nocciole che Patrizia mostra, sono di pura origine di Cravanzana, Alta Langa, Igp Piemonte. La nocciola tonda gentile delle Langhe considerata la migliore al mondo per la sua eleganza, finezza e persistenza del sapore. Non ci si può chiedere cosa renda la nocciola dell’Alta Langa speciale, unica e la migliore: occorre assaggiarla per scoprire quel profumo che sa un po’ di pane e un po’ di cacao, Nutrimento come il pane, piacere come il cacao. Ogni nocciola raccolta è frutto di un’attenzione quasi artigianale, di gesti ripetuti con amore, stagione dopo stagione. Il risultato lo vedo con i miei occhi: nella qualità del prodotto, certo, ma anche nel racconto che porta con sé. Per non parlare del profumo della nocciola tostata che si sparge nel laboratorio: ne respiro a pieni polmoni!
Non si fa magazzino qui. Gli ordini vengono processati così da garantire la massima qualità garantendo un prodotto il più possibile fresco. E buono ovviamente!
Il merito di tutto ciò è una attenta dedizione che parte alla cura del ciclo vegetativo delle piante, le creature che Patrizia cura personalmente con metodi naturali e sostenibili.
Meglio pochi prodotti con una qualità altissima. È così che nascono nocciole tostate, farina e granella di nocciole, pasta di nocciole e una crema la cui genuinità sta negli unici due ingredienti con la quale è realizzata: nocciole e zucchero di canna. All’assaggio c’è solo e tanta felicità e una bocca sporca come quando ero bambino.
Mi invitano a tornare a trovarli a fine agosto, quando nelle vigne delle Langhe l’uva prende il colore della maturità e fa presagire la vendemmia, la nocciola Tonda Gentile è pronta ad essere raccolta. Sono i giorni più movimentati qui a Cravanzana e in generale in Alta Langa: tutte le famiglie si riuniscono per raccogliere il lavoro di un anno. Le macchine semoventi raccoglitrici passano fra i noccioleti aspirando le nocciole che, cadute dagli alberi si sono posate sul terreno. Capita così di vedere gli anziani della famiglia chini a raccogliere una nocciola lasciata indietro dalle macchine.
Ho scoperto un’azienda che rappresenta un perfetto equilibrio tra tradizione e innovazione in grado di valorizzare il territorio delle Langhe attraverso una produzione a parer mio incredibile di nocciole. La loro dedizione alla coltivazione sostenibile, l’attenzione maniacale alla lavorazione artigianale e la passione per il proprio lavoro sono i pilastri di una realtà che non si limita a produrre, ma racconta una storia di eccellenza e autenticità.
Che sia nella sua forma più pura o trasformata in deliziose specialità, le nocciole sono un’esperienza sensoriale unica, capace di racchiudere in ogni assaggio il sapore autentico della terra dalle quali nascono. Un piccolo gioiello del Made in Italy che continua a conquistare palati e mercati e che sicuramente hanno conquistato me che li porterò al Sud pronto a tornare a trovarli.
Nel mondo veloce dell’agroindustria, l’azienda di Patrizia è una piccola oasi dove il tempo torna ad essere un alleato. Un luogo dove si coltiva la bellezza, non solo la nocciola.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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4 Aprile, 2025
Vinitaly 2025. Più visibilità al contesto geografico del Nord-Ovest per il Consorzio valdostano
CON UNA NUOVA POSIZIONE, DAL 12 AL 10, IL CONSORZIO VINI VALLE D’AOSTA SI PRESENTA A VINITALY CON UN CALENDARIO RICCO DI DEGUSTAZIONI
In occasione della prossima 57^ edizione di Vinitaly, in programma dal 6 al 9 aprile 2025, il Consorzio Vini Valle d’Aosta inaugurerà i suoi nuovi spazi espositivi al Padiglione 10 vicino a Piemonte e Liguria.
Un cambiamento logistico ma non solo: ciò rafforzerà la visibilità della Valle d’Aosta nel contesto geografico del Nord-Ovest italiano, comprendendo anche le aree piemontesi e liguri.
Oltre a questa novità, il Consorzio ospiterà un calendario fitto di appuntamenti progettati a contribuire nel dare visibilità a tutti i prodotti valdostani della filiera del wine&food. Con la preziosa collaborazione dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, si susseguiranno masterclass, degustazioni per parlare e raccontare le tante specialità gastronomiche DOP territoriali e i vini del Consorzio (presenti, peraltro, in assaggio per tutta la durata della fiera).
Si inizierà la domenica con la Petite Arvine, vitigno dell’arco alpino che trova in Valle d’Aosta la sua grande espressione; il lunedì sarà la volta del Petit Rouge e delle sue declinazioni in Valle d’Aosta, Enfer, Torrette, Nus e Chambave, per terminare nel pomeriggio con il Fumin, le tinturier des alpes; il martedì, il mattino sarà in compagnia del Nebbiolo di Montagna, Donnas e Arnad per concludere con Blanc de Morgex et La Salle e Muscat de Chambave, dal verticale all’aromatico.
Ogni evento sarà un’opportunità unica per intrecciare la tradizione e l’innovazione, offrendo un’esperienza immersiva che coinvolga tutti i partecipanti in un viaggio sensoriale e culturale. Un’occasione da non perdere per gli esperti del settore, la stampa e i wine lovers.
Oltre alla Regione, quest’anno il Vinitaly vede la partecipazione congiunta delle società valdostane di gestione degli impianti a fune: Cervino S.p.A., Courmayeur Mont Blanc Funivie S.p.A., Funivie Monte Bianco S.p.A., Funivie Piccolo San Bernardo S.p.A., Monterosa S.p.A. e Pila S.p.A.
Unite nella valorizzazione delle infrastrutture turistiche del territorio, queste realtà partecipano per promuovere l’offerta estiva e la varietà dei comprensori valdostani, risorse fondamentali per il turismo regionale durante tutto l’arco dell’anno.
Ed è proprio grazie a tutte queste nuove collaborazioni che il Consorzio Valle d’Aosta potrà promuovere le proprie attività in sinergia con i vari attori coinvolti garantendo la diffusione e la valorizzazione dei suoi prodotti regionali.
La Valle d’Aosta, oggi più che mai, con i suoi vitigni autoctoni e l’altitudine delle sue vigne, offre un panorama vitivinicolo straordinario, un patrimonio da salvaguardare e valorizzare, preservandone le tradizioni, promuovendo l’attenzione alla sostenibilità e l’innovazione in un contesto naturale e culturale unico. Qui la cultura del territorio è un elemento centrale e grazie alla forte identità territoriale che si riflette non solo nei vini ma anche nella valorizzazione dei prodotti locali, identifica questa regione come punto di riferimento per il turismo enogastronomico di alta qualità.
SCARICA QUI IL CALENDARIO DELLE DEGUSTAZIONI>https://we.tl/t-ybkmhb0eC5
La Redazione
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4 Aprile, 2025
Pasqua al Circo
Un trionfo enogastronomico a tema pasquale anima il GARUM di Roma
Roma e il GARUM – Biblioteca e Museo della Cucina sulle rive del Circo Massimo, si preparano a fare da cornice ad un’iniziativa inedita, un viaggio interdisciplinare a tema Pasqua e Pasquetta nel cuore della sua storia.
Sabato 5 e domenica 6 aprile 2025 gli spazi dell’incanto romano incastonato tra le antiche mura del Palatino saranno il suggestivo scenario della prima edizione di “Pasqua al Circo”: due giorni di festa, sapori e cultura italiana a tavola per celebrare la Pasqua e la Pasquetta in modo coinvolgente e multisensoriale in un evento che fonde passato, presente e future visioni, tradizioni regionali, testimonianze storiche ed evoluzioni del gusto.
Un viaggio tra i prodotti simbolo della festa più vivace dell’anno e i produttori illuminati, arricchito da un programma variegato di degustazioni libere, laboratori creativi, lezioni di arte e di scienza, masterclass di chef e pasticceri di fama internazionale in una location di inestimabile valore storico e culturale, sugli argini di terra del Circo Massimo.
Pasqua al Circo è una festa di condivisione e nutrimento e si snoda in diverse aree tematiche: il Foyer Creativo, il Salone della Pasqua con Palco Aperto, la Corte della Pasquetta e la Terrazza Bakery.
Il “Foyer Creativo” ospiterà dalle 11 alle 13 e dalle 15 alle 17 i Laboratori attivi-creativi aperti agli “artisti di tutte le età” a cura di Amelia Noci, dedicati all’Albero della Pasqua e alla Decorazione dei gusci di uova, in collaborazione con l’Azienda Agricola “Peppovo” e le loro Uova di Galline Livornesi.
Nel grande Salone della Pasqua, tra pareti di stampi, le aziende espositrici offriranno in degustazione la propria gamma di prodotti a tema pasquale. Agli stand liberamente allestiti sul tema, sarà possibile degustare sul momento e fare acquisti per assicurarsi una Pasqua golosa.
Ci saranno le prelibatezze di SALPA Roma, il laboratorio artigianale di Salvo Leanza e Paolo Pannuti dedicato ai lievitati e il loro “Pan di Roma” dedicato al suo Giubileo 2025; le meraviglie lievitate di Dalila Esposito e Simone Cavallo di Pasticceria Vizio (Roma), il racconto autentico di Pomme Pasticceria Creativa grazie a Athina Patsis e Andrea Pelliccia (Grottaferrata, Roma); e poi Angelo Di Masso, che porta in trasferta le icone della Pasqua d’Abruzzo e quelle Pasticceria Di Masso – Dolci di Natura con Pan dell’Orso, Mostaccioli, Colombe e gioie varie.
Ci saranno anche i grandi, grandissimi, lievitati di Spiga D’oro Bakery, le loro produzioni pasquali dolci e salate e la torta al formaggio da Re e babà in vaso cottura, nuovo tesoro di Acilia.
Ci sarà anche l’Olio del Trasimeno di Frantoio Gaudenzi (Trevi, PG) che sarà utilizzato anche per gli show cooking dell’evento, e la sua collezione di specialità umbre, stuzzicherie miele e confetture, fino alla cosmetica naturale e Acetaia Ferrari (Montale, Mo) con una delegazione di produzioni modenesi di Gianni di Lella.
E poi ancora le uova fresche di galline livornesi di Peppovo, azienda agricola di Sora (FR).
Completa la selezione il grande bancone delle degustazioni della variegata offerta beverage di Doreca.
All’interno del Salone della Pasqua si avvicenderanno Masterclass, Lectio Magistralis, Happening, Cooking Show e Special Guest Star. Un ritmo di grandi ospiti e contenuti sul tema in un palinsesto interdisciplinare costruito e condotto da Sara De Bellis, ideatrice e curatrice dell’evento.
La partenza sarà d’effetto con la performance artistica e l’allestimento live della collezione di “Uova d’Autore” di Walter Musco (che rimarranno in mostra per i due giorni di Pasqua al Circo), con un approfondimento sull’atto creativo con Walter Musco ed Edoardo Iervolino sull’uovo che diventa tela.
Seguiranno i momenti di Rossano Boscolo, padrone di casa e Angelo di Masso, l’allievo e il maestro per raccontare la storia della pastiera, la lettura e l’analisi delle prime testimonianze storiche a stampa direttamente commentate dai testi originali di Antonio Latini (Lo Scalco alla Moderna di Antonio Latini, 1692) e del Cavalcanti (Cucina Teorico-Pratica di Ippolito Cavalcanti, 1837).
Altro climax culturale, l’approfondimento del rapporto tra “la Pasqua e la Luna” Valerio Rossi Albertini, Fisico CNR e Divulgatore Scientifico e la Chiusura con Peppe Guida – lo chef dal talento puro, narratore eccezionale della sua terra, luminosa stella Michelin che brilla di luce propria su Vico Equense – che farà generosa tappa a Roma per portare in degustazione la sua Pasqua campana. Assieme a lui la sua Colomba, Casatiello e Pastiera e il racconto partecipato delle lavorazioni e delle materie prime, dei rituali e delle simbologie, delle memorie da onorare nei sapori da tramandare.
Rossano Boscolo, padrone di casa e fautore dell’eclettica collezione di Garum – Biblioteca e Museo della Cucina, sarà protagonista di un altro focus gastronomico-letterario sul tema i “Pani delle Feste e il Maritozzo di Quaresima” con il Pasticcere Salvo Leanza per Salpa Roma.
Gli Show Cooking sulla Pasqua Regionale saranno con i grandi protagonisti della Ristorazione Italiana, dalla Pasqua Toscana e la relazione tra “La Pasqua e la Carne” raccontata da Alessandro Soderi di Macelleria Soderi dal 1875, storica insegna fiorentina seguita dalla degustazione di Pane e Lampredotto di “Bambi Trippa e Lampredotto” del Mercato Centrale di Firenze.
Il racconto della Pasqua Modenese sarà con Gianni di Lella e la condivisione delle sue “Tigelle e Torta di tagliatelle”. In prima linea anche la Pasqua Marchigiana di Daniele Citeroni con i “Caciù, Pizza al formaggio” direttamente dalla sua Ophis Osteria, in quel di Offida (AP).
Poi gli affondi sulla Pasqua Romana a suon di “coratelle a confronto” con Valerio Salvi di Ristorante Taverna Cestia e Macelleria Sartor, insegna storica del Mercato Testaccio di Roma, e quello sulle “Variazioni d’abbacchio” dello Chef Daniele Maragnani.
Si farà poi tappa sulla Pasqua Abruzzese con il Pasticcere Angelo Di Masso e su quella Umbra con Stefano Gaudenzi di Frantoio Gaudenzi (Trevi, PG).
Gli Show Cooking, a seconda del contenuto, saranno in collaborazione con CHURCHILL 1795 grazie all’utilizzo delle loro ceramiche e stoviglie di pregio; unitamente alla gamma di aceti di ACETAIA GIUSTI e agli abbinamenti tematici della cantina BIONDI SANTI.
Gli intermezzi di Doreca approfondiranno i temi legati ai nuovi linguaggi del vino del territorio con Giulio Tricanico e quello sulla “storia amara” del Vermouth e del Bitter con Valeria Bassetti, per Gran Torino – 1861.
Immancabile la birra, meglio se quella artigianale di Birrificio Oxiana, che da Pomezia porterà fresca la sua aromatica gamma di proposte brassicole. Sempre un buon momento per il caffè di Torrefazione F.lli Bertini, le loro miscele, confetture e sfizi gastronomici vari e pasquali, e con loro avremo il piacere di approfondire in masterclass la tradizione della loro azienda. Nell’area ci sarà un grande stand allestito con le creazioni di Dario Galanti Scenografie Floreali.
Infine, la Terrazza del Garum, sugli argini del Circo Massimo, si trasformerà in una vera e propria Temporary Bakery a cielo aperto, con vista esclusiva e selezioni da capogiro firmate di Spiga d’Oro, Sponsor dell’evento. Due giorni di pani e lievitati, di sfoglie dolci e salate, pizze formaggio, casatiello, cornetti e cappuccini per la colazione, ciambelloni, ciambelline e tozzetti, toast e tramezzini, di pizze e delizie, di aperitivi e giravolte di sapore e piroette di benessere, chiudono alla perfezione il cerchio di una Pasqua al Circo!
Sara De Bellis – curatrice dell’evento
Pasqua al Circo è una vera e propria festa della Pasqua! Un’immersione dinamica e interdisciplinare nella sua cultura, nelle sue ricette e produzioni iconiche dolci e salate, nelle sue simbologie e ampie letture, nelle tradizioni regionali e nelle storie legate alla tavola della festa del “risveglio della natura”. Un evento che vorrei diventasse un appuntamento fisso e sempre più condiviso, in una delle più affascinanti mura di Roma, quelle della magnifica dimora del Garum, sulle sponde del Circo Massimo. “Pasqua al Circo” è infatti il primo di una serie di “Eventi al Massimo”, un cartellone di manifestazioni a tema Enogastronomico, Artistico e Culturale, ideato per Garum – Biblioteca e Museo della Cucina – da me e Simona D’Alessandro, in collaborazione attiva con la Fondazione Rossano Boscolo Sesillo ETS.
Sponsor e Partner di PASQUA al CIRCO ‘25 – Acetaia Giusti | Macelleria Soderi dal 1875 | Biondi-Santi | Churchill |Peppovo, Uova di Galline livornesi | Spiga d’Oro Bakery | Doreca | Media partner – TheFoodzilla.it / Eat the right thing | Colazioniditalia.it
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Food&Life
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4 Aprile, 2025
Azienda Vitivinicola Di Gaspero. Flavia e la traiettoria circolare
Cosa accade se ci si trova al momento giusto nel posto giusto?
Non mi ci sono mai trovato sinceramente. Sarà che, come si dice in questi casi, la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo, non lo so proprio. Spesso mi sono trovato nel momento sbagliato al posto sbagliato o anche nel posto giusto al momento sbagliato. Trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto lo vedo alquanto strano. Magari sarà comunque successo. Chi lo sa.
Certo è che, pur trovandosi nel momento giusto al posto giusto, occorra capire per chi è giusto o, peggio, se in quel momento lo si ritiene giusto per poi scoprire che è sbagliato.
Quanto ingarbugliata è la vita. Un vero casino. Sì fanno spesso delle scelte pensando che siano quelle giuste e in qualche caso ci si trova a guardare indietro con un punto interrogativo stampato sulla fronte. Cosa fatta capo ha, avrebbero detto le persone sagge un tempo. Una sorta di presa di coscienza della ineluttabilità del tempo che scorre e della impossibilità di tornare indietro. Ecco perché in genere si dice rimorsi tanti, rimpianti mai.
Ho sempre impostato la mia vita
in modo da morire con trecentomila rimorsi
e nemmeno un rimpianto.
(Fabrizio De Andrè) Flavia Di Gaspero è una donna energica e che sia donna del nord, te ne accorgi subito. La fierezza che si unisce ai tratti somatici. Sa di pragmatismo già in quel suo vestirsi in maniera sobriamente elegante. Il sorriso evidenzia poi un animo dinamico, dotato di grande empatia. Ma è la forza con la quale parla, che incute vera energia. Sono atipica. La mia azienda nasce intorno agli anni trenta perché mio nonno come tanti friulani rimase in zona. Tanti andarono all’estero. Il Friuli Venezia Giulia è terra di confine. È qui che iniziava o finiva la guerra. Quando si invadeva o si veniva invasi, piuttosto che quando l’invasore veniva rigettato aldilà del confine. Confine poi.. Solo in tempo di guerra era un vero confine. Perché in queste zone non è che nel periodo di pace il confine separava poi così tanto. Siamo a Faedis, poco sopra Udine. È qui che sorge l’azienda Di Gaspero Flava e Umberto. I cugini Di Gaspero. Non bastò al Friuli la devastazione della Grande Guerra e la successiva crisi. Ci si mise pure la gelata dell’inverno 1928-1929 a creare ulteriore povertà. La gente andò via e quelli che rimasero se la videro veramente male. Essendo il nonno Eugenio il primo di quattro fratelli dovette essere responsabile come tanti altri da queste parti. Nonno Eugenio rimase qui. I suoi figli hanno iniziato con lui a lavorare in campagna. Era normale questo. Seguirono le orme del papà. Erano tutte aziende miste. Non c’era una specializzazione. Seminativo, stalla, bosco, vigna. Un pò tutto. Non solo non c’era una specializzazione ma la campagna non poteva assolutamente essere l’unica fonte di sostentamento. Sì faceva il muratore, l’operaio, l’artigiano. Qualunque cosa pur di portare un pò di soldi a casa. La campagna era solo un serbatoio di cibo. Un modo per spendere meno e mangiare, più o meno, ogni giorno. Piccoli appezzamenti, orti perlopiù. E la vigna era sempre proprio dietro casa. Accanto agli ortaggi. Mio zio è andato una settimana con un fotografo ma ha visto che non era cosa sua. Ma se vedessi mio zio capiresti subito che non è cosa sua. Il senso artistico ce l’ha ma solo nella vigna. Papà è andato una settimana a Marghera a fare il meccanico ma non è voluto stare li. Evidentemente avevano entrambi uno stimolo di autonomia. Dopo l’esperienza settimanale hanno detto meglio fare l’esperienza di papà. Il vino lo iniziano a fare per consumo familiare. Niente di più, niente di meno. Ciò che serviva alla tavola insieme agli ortaggi. Consigli di amici, ristoratori. Chiunque ne sapesse più di loro. Ovvero tutti. Come molte aziende qui, sono nate così. Se eri fortunato avevi figli che andavano a Conegliano a fare enologia alla scuola. Tutti si servivano della consulenza di enologi che passavano anche se nasce tutto da collaborazioni con amici della zona. Ma i Di Gaspero non erano fortunati. Solo pian piano, facendo sacrifici, quelli veri, le terre di famiglia si estendono. Nessuno voleva coltivare le terre allora e nessuno le vuole coltivare oggi. Coloro che rimangono sanno che la terra diventa tutto per loro. Assorbe energie, denari, tempo. Nessuno vuole farsi soggiogare così. Chi rimane può anche prendere le terre a pochi spicci. Ne dovrà buttare di tempo, soldi e sudore in quel che modo. Pian piano abbiamo allargato arrivando a 12 ettari che non è tantissimo ma nemmeno poco per una azienda di qui. Qui, la zona a Faedis, a nord dei Colli Orientali, è una media dimensione. Rispetto alle aziende a sud di Cividale verso Gorizia, quando c’è stata la fine della mezzadria li si sono evolute più velocemente. Dalle nostre parti sono rimasti più legati alla tradizione perché piccole aziende. Faedis è un paesino con poco più di 1600 anime. È posta proprio all’imbocco di una valle lunga e stretta tra le Prealpi Giulie. Ci si può inerpicare in gustose passeggiate trovando anche tante vecchie vigne. Qui sono rimaste anche delle vigne molto vecchie. Abbiamo una vigna dell’ex sindaco di Faedis del 1895 che è tuttora produttiva con il Refosco di Faedis. Ma non c’è solo quella ma altre vigne con 80 e 60 anni. Molto facilmente. Questo aiuta ad avere uve bilanciate o in annate siccitose. Fin qui sembra una storia di quelle normali. Nonno, papà, zio. Insomma basta solo che Flavia dica di come lei abbia iniziato sulle orme del padre e il gioco è fatto. Ma non è proprio così. Per quanto mi riguarda è stata una cosa più particolare. Mentre mio cugino Umberto, che è mio socio, è rimasto in azienda da sempre seguendo subito le orme del genitore perché sempre piaciuta la campagna (è anche cacciatore e pescatore), io ho fatto Ragioneria anche se la campagna mi piaceva. Sono del 62 e qui ad agraria a Cividale c’erano solo maschi. La famiglia influenzava e andai a fare ragioneria. Pareva mi piacesse ma andavo bene per dovere. Non ero portata. La facevo bene ma non era la passione. Una scelta spintanea si direbbe. Ragioneria invece che Agraria solo perché la scuola di Cividale era frequentata solo da maschi. Certo, se nessuno mandava le proprie figlie! Non è però che all’epoca la campagna fosse cosa facile. Non c’erano i mezzi meccanici, le previsioni atmosferiche, i trattamenti particolari e, soprattutto, la cultura giusta. Tutto era dannatamente più duro e chi aveva una figlia femmina si augurava per questa una vita migliore. Non sempre era discriminazione. Il più delle volte, una sorta di protezionismo. Durante gli anni, correvo e mi sono detto: faccio l’Isef. Mi scoraggiarono ad andare li e persi l’entusiasmo. Presi il diploma di ragioneria e finì in banca anche se non mi piaceva. Mi sono detta: stai qui al massimo tre anni. Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu? Così cantava Antonello Venditti nel 1975. Una canzone dedicata all’ingresso nell’età adulta. Come Flavia che dai banchi di scuola Compagno di scuola, compagno per niente Si ritrova in banca. Wow! Direbbero in molti. Un posto fisso e che all’epoca era super ambito. Non per tutti. Non per uno spirito libero come Flavia. Sono stata lì quattro anni e mezzo dopo di che mi sono detta che volevo entrare all’Isef. Ho fatto dunque anni di allenamento a Udine su e giù con la bici e di tutto di più. L’esame all’Isef andò bene e mollai la banca. All’Isef a Perugia. Da Faedis a Perugia. Meno male che c’era una zia li Con la banca avevo messo da parte i soldi e a Perugia avevo mia zia. Vivevo da lei. Una zia sorella. Mi bastava per i viaggi, i libri, l’università. Con i miei che partecipavano ovviamente. Belli i sogni anche se spesso rimangono tali. Dopo l’Isef l’insegnamento sembrerebbe essere il passo successivo. Solo che entrare a scuola era ed è complicatissimo. Pochi posti per tanti pretendenti. L’unico modo per essere di ruolo a scuola era, ed è, quello della supplenza. Strada lunga, tortuosa e senza un approdo sicuro. Un pò come un sentiero di montagna. Uscendo dall’Isef fu difficile entrare a scuola. Mi sono reinventata allora con tante cose: corse per bambini, CUS, allenamenti, ecc. Nel frattempo seguivo un pò in azienda. Aiutavo con i clienti. Davo una mano nei registri, con le persone, ecc. Poi mi sono detta che dovevo fare una scelta. In azienda c’era bisogno di una persona e quando decisi di entrare in azienda, mi chiamarono a scuola. Era il 2007 quando ero in azienda. Dopo quindici anni dall’esame… I concorsi della scuola. Mi chiedo a cosa servano se si deve fare il supplente per quindici anni. E dire che i supplenti nella scuola rappresentano circa il 24% del totale docenti. C’è qualcosa che non torna nei numeri. Ma così va la vita. Flavia l’anima in pace se l’era messa. Non so se sia una attitudine tipicamente friulana ma lei capisce e accetta che se vuoi fare bene le cose o fai una cosa o l’altra. Ah quanta gente conosco che pensa di fare più cose bene contemporaneamente. Vaglielo a spiegare che non è una questione di multitasking. Hai una sola mente che, giocoforza, si concentra dove ha più piacere o interesse. Non esiste il multitasking. Soles duebus sellis sedere. Sei solito stare su due sedie. Una frase rivolta da Decimo Liberio a Cicerone che si era rifiutato di fargli posto in senato poiché senza onore. Andavo a scuola. Ho provato a fare un paio di anni ma avevo messo le basi qui prendendo le responsabilità più grande. Tre anni per la precisione. Alle superiori. Facevo anche gli esami. Dunque dormivo pochissimo. A giugno era una roba terribile. La scelta fu obbligata. Lezioni private, scuola, palestra, sostituzione di qualche collega. Poi l’azienda. Nel mezzo, la vita privata che le regala a Flavia due figli. Meraviglioso certo ma una complicazione in più. Eppure lei, il pensiero all’azienda, alla campagna, alla vigna, l’aveva sempre. Era una cosa che sentivo dentro perché arrivavo da una famiglia e ho vissuto molto il territorio. Ho svolto anche attività legate al sociale, alle pro loco. Il vino la fa un pò da padrona. Per anni è stata una delle attività principale di questi luoghi. La vita di Flavia deve essere stata quella che definiremmo da donna schizzata. Eclettica, elettrica, dinamica, forte. Tutto torna. Tutto insieme ad una serietà tutta friulana: mai fare due cose insieme. Anche se i colleghi le ricordavano che il posto fisso non si abbandona mai, lei non ascoltava. E quindi? Firmo le dimissioni?
Non bestemmiare. Il posto fisso è sacro Nel mezzo c’è anche uno schiaffo da parte del Senatore Binetto alias Lino Banfi a Checco Zalone. Mi è dispiaciuto lasciare il rapporto con i ragazzi. Mica si preoccupa del posto fisso Flavia. Meraviglia! Insomma, molla il posto fisso (povero Senatore Binetto!) ed entra a tempo pieno in azienda. Con il cugino Umberto che ha sempre fatto il viticoltore. Da dopo le superiori subito in azienda. Umberto si è sempre occupato della vigna, dei seminativi ecc. Lui con mio papà. Insomma, Flavia voleva fare l’Agrario e si è ritrovata a fare ragioneria. Voleva andare all’Isef e si è ritrovata in banca. Decide di fare l’Isef e riesce a mollare tutto. Non ha la pretesa ne l’obiettivo del posto fisso ma quando lo raggiunge, molla tutto per ritornare da dove era partita. Una sorta di gioco dell’oca con la carta di tornare al punto di partenza. Senza patemi d’animo. Con tanta gioia. Come se fosse una liberazione. Un ritorno a casa. Anzi a Casa. In azienda Umberto si occupa più della cantina ma si fanno gli assaggi insieme. Io ho fatto anche il corso da sommelier. Ma non vuol dire niente perché poi devi applicarlo. Aiuto in cantina certo. Lui si occupa anche della vigna insieme a mio zio che a 85 anni va ancora in vigna. Mio papà purtroppo sono nove anni che non c’è più. Ci avvaliamo di studenti o pensionati in vendemmia. Per capire che azienda sia la Di Gaspero, occorre bene capire il territorio. Non siamo nei Colli Orientali e siamo pur sempre in Friuli. Per arrivare qui occorre essere proprio motivati. È per questo che qui sono le persone del luogo, dunque la vendita diretta, a fare la partita. Facciamo molta vendita diretta. Vendiamo tanto sfuso. Ci sono clienti che vengono qui da cinquant’anni. Mi ricordano che ero più che bambina. Se la sentiste parlare converreste con me che ha la forza di una ventenne con la voglia di cambiare ancora le cose. Sempre all’insegna di quella ospitalità che la sua famiglia le ha donato. La mia famiglia era con una nonna e un papà molto accoglienti. Avere sempre gente per casa così che il cliente era trattato come una persona di casa. Forse l’accoglienza ti fa scegliere il vino per il piacere di andarlo a prendere. Una sorta di familiarità. La Di Gaspero oggi consta di 12 ettari e 12 tipologie di vino. Tante varietà. Tanta voglia di rispettare i vitigni locali. I vitigni di base della nostra zona sono il Verduzzo, il Friulano, il Merlot, il Refosco. Prima che entrassi io abbiamo incrementato il Pinot, lo Chardonnay e la spumantizzazione. Ora abbiamo incrementato la produzione del Refosco. Ho cercato sempre di spronare al miglioramento perché negli anni la frequentazione di altri miei colleghi mi ha permesso di carpire meglio del mondo esterno. Il Verduzzo di Di Gaspero è qualcosa di immensamente godurioso e così avvolgente che ci si può perdere al solo guardarlo nel calice per quel suo affascinante dorato. Se poi, per sbaglio o per cultura, provassimo ad annusarne gli effluvi, ecco allora che il rapimento diventa cosa sicura. La frutta è ambrata e cotta e disidratata, secca e candita; il vegetale è dei fiori di camomilla e miele, della salvia e del mandorlo. Un pò di balsamico a ricordarci che le alpi con i suoi faggi sono ad un passo. In bocca è piacevolmente dolce, non stucchevole, con una freschezza che c’è e non se ne va via rendendo così questo Verduzzo uno di quei vini che vanno giù tanto ma tanto bene. Si sente la dolcezza ovviamente ma con la giusta temperatura e per via della importante sapidità, risulta essere secco e verticale. Il passaggio in botte lo ha certo arrotondato ma non domato del tutto. Tornano le note di frutta secca e mela cotogna a creare una persistenza lunga e indimenticabile. Il Friulano ha sentori semplici di agrumi e frutti tropicali: mango, pesca bianca, ananas. Poi una bella nota erbacea, quasi di sottobosco che si lega al glicine, alla salvia e alla camomilla. Un bellissimo e soave mix con la mela che emerge grazie ad un leggerissimo balsamico. In bocca è particolarmente piacevole con la nota di mandorla e ad dolce agrume. Le erbe e la salvia escono alla chetichella donando freschezza e finezza. Un bellissimo esempio di Friulano non propriamente tagliente per via di una verticalità decisamente ammorbidita. La sapidità c’è e si fa sentire spingendo molto. Finale di grande pulizia. Lo Chardonnay è alla vista vegetale per quella colorazione verdognola. Sono i sentori erbacei e la pera insieme alla pesca bianca a donare semplice finezza. Lineare, pulito. Il vegetale, piacevole e scorrevole, ritorna al sorso. Nessuna stucchevolezza anzi propria verticalità. Pera e mela verde provano a insinuarsi per donare quel tanto di morbidezza che rende equilibrato un vino che tende ad essere amarognolo verso il finale. Buona la persistenza. La Ribolla Gialla è tenue e delicato. Tutto è delicato, dai sentori ai sapori. Minerale, sapido, scorrevole, verticale anche se in bocca mi ha ricordato una ampolla: parte verticale come il vino che si insinua nel collo della bottiglia per poi aprirsi nella pancia della stessa. Si apre inaspettatamente in bocca. Essenziale, pulito, duttile, sapido. Dall’aperitivo al secondo, è uno di quei vini che non ci si stanca di bere. Anche tutti i giorni. Non abbiamo il biologico perché siamo in una zona molto umida. Siamo piccoli e hai contaminazioni ovunque. Siamo a basso impatto ambientale e cerchiamo di fare meno trattamenti possibili seguendo le indicazioni del consorzio. Una donna che ha voluto fare cose un tempo precluse agli uomini ha una personalità forte che non può non farle guardare avanti. È così che capisce che c’è qualcosa da valorizzare a Faedis: il Refosco. Il Refosco. Già ma tutti conoscono il Refosco dal peduncolo rosso. Cosa è ora il Refosco di Faedis? Niente di più (ma niente di meno!) di un Refosco. Diverso o se non altro identitario di un territorio, quello di Faedis. Se ne hanno notizie in epoca non certo antica ma comunque da oltre 130 anni fa. Perché cestinarlo? Perché non valorizzarlo? Serve una associazione. Oltre che una DOC. L’associazione per il Refosco nasce nel 1998 sulla scia di quanto avevano già fatto per Ramandolo. Loro sono riusciti ad ottenere la DOCG. Noi abbiamo pensato di valorizzare il Refosco di Faedis per portarlo tra i vitigni raccomandati. Qui non si coltivava più di quello dal Peduncolo Rosso. Rispondeva meglio di altri vitigni. I mezzadri davano tutte le uve al padrone insieme al Picolit. L’impossibilità di ottenere una DOC poiché tolto dal disciplinare dei Colli Orientali tanto che pochi a Faedis imbottigliavano. Questo ha generato la cancellazione. Si continuava a produrre senza imbottigliare. Un vitigno da valorizzare e preservare in un luogo dove in pochi imbottigliavano. Oppure lo mettevano in bottiglia senza etichetta. Nessuno vendeva ai ristoranti oppure vendevano ma sempre senza etichetta. Che ci volete fare, è normale quando il consumo è prevalentemente locale. A chi volete interessi l’etichetta? Basta che il vino sia buono e prodotto da chi si conosce. Quando sono entrata io abbiamo iniziato ad etichettare. Ci vuole tanto per costruire una DOC. Ci sono delle regole chiare e regolamenti da rispettare. Sì includono i vitigni che iniziano il percorso e, una volta costituita, occorre che i vignaioli li usino. Se si smette di farlo, occorre aggiornare i disciplinari. Per forza. Per evitare di infilarsi in pastoie burocratiche. Volevamo la DOC ma non chiamandolo dal Peduncolo Rosso. Da li è partito l’iter che è molto lungo. È uscita la legge per la cancellazione di molti toponimi e nel 2004 è stato cancellato. Eravamo nel mezzo dell’iter. Abbiamo ottenuto un reinserimento nell’articolo due come Refosco nostrano e poi fatto richiesta di sottozona. Nel 2011 abbiamo avuto il riconoscimento della sottozona Faedis con il Refosco Nostrano. Quello che per anni era stato Refosco di Faedis viene dunque cancellato lasciando al concetto di sottozona l’unico spiraglio per evitarne l’estinzione. Perpetua. Abbiamo fatto ricerche storico fotografico a partire dal sistema di allevamento. Qui era diffuso la Doppia Cappuccina. Il Refosco è molto produttivo e occorreva utilizzare un sistema di allevamento più contenuto. Abbiamo ottenuto il Guyot e il Doppio Speronato. Andavamo insieme in vigna. A chi si poteva dare il ruolo da Presidente se non ad una donna energica e con tanta voglia di fare? A Flavia ovviamente Io sono la presidente da sempre. Anche perché questo ruolo è arrivato quando ero fresca di azienda. Eravamo poi quelli più elastici che non avevano litigato con nessuno. Speravo durasse un pò ma sono sempre io. Dieci aziende che costituiscono i Viticoltori del Refosco di Faedis. Insieme hanno creato la loro etichetta. Nera o bianca. Riserva o tradizionale. La differenza è l’affinamento: per l’etichetta bianca è di dodici mesi; diventano ventiquattro per la nera. Il Refosco di Faedis è nella versione Etichetta Bianca ovvero con dodici mesi di legno e la Riserva, Etichetta Nera, con ulteriori dodici mesi. La Bianca. Bello e pulito nel bicchiere. Un rubino che sa di frutta croccante e fiori. Un pò di tabacco e di noce moscata insieme a pepe e vaniglia emergono timidamente sospinti dal lieve balsamico. Sensazione di piacevole rilassatezza, di fresca intensità che cela carattere. Non un riposo del guerriero ma un essere pronti a qualunque evenienza. Nel mentre, ci si riposa. Il sorso è fresco e, devo dire, meno fresco di quello che mi sarei aspettato. La trama tannica, indubbiamente presente, non è importante. Non quanto la sapidità che spinge allungando la persistenza. Ampiezza interessante. Ciò che più mi è piaciuto è l’equilibrio che consente un gradevolissimo finale grazie ad un velo di dolcezza che bilancia perfettamente la apparente rusticità. Si lascia bere e bene anche per via di una struttura non particolarmente importante. Non è esattamente fine ma di quella sobria eleganza che mi ricorda qualcuno…. Poi la Nera che ho provato nell’annata 2016 e 2018. Il 2018 è di quel rubino intenso, profondo con le note balsamiche a rendere palesi le note di frutta non particolarmente matura e il sottobosco. Il 2016 resiste al tempo in maniera incredibile. Certo il colore granata lo identifica come più avanti nel tempo. Il balsamico c’è sempre, i sentori diventano più cotti, le spezie e le tostature sono amplificati. Il tempo ha dato morbidezza. All’assaggio la freschezza del 2018 non sfigura rispetto a quella del 2016 che appare più morbido anche per via dei tannini addomesticati ma non domati totalmente. Due vini che mantengono la loro identità esaltando l’evoluzione. L’intensità del 2016 si contrappone alla quasi rusticità del 2018. Caldi e sapidi lasciano la bocca comunque pulita, fine e intensamente pronta. Sono due vini che si possono anche bere senza particolari abbinamenti ma uniti ad una pasta con cacciagione (o un ragù intenso) piuttosto che una carne, si esaltano. Sarò godurioso ma legandola ad un sigaro di tabacco kentucky, mi ha esaltato. Sono due vini pronti ancorché con caratteristiche diverse dovute al tempo trascorso in bottiglia. Interessantissimi perché espressioni identitari del Refosco. Diversi dalle altre aree del Friuli. Meritano non solo una menzione speciale ma qualcosa di più. Meritano una evoluzione territoriale e temporale. Occorre credere in questi progetti. Non bastano pochi ardimentosi che comunque devono essere ringraziati per il lodevole lavoro svolto. Non solo Refosco ma, ovviamente, anche vitigni trapiantati in Friuli da lungo tempo come il Merlot o autoctoni come lo Schioppettino. Il Merlot, che ha subito un affinamento di 24 mesi in legno, è scuro e impenetrabile. I sentori sono di fragola e soprattutto ciliegia. Vinosi, veri, appassionanti. Nero e verde che si uniscono. Il nero dei frutti di bosco e della ciliegia; il verde del sottobosco erbaceo. Poi spezie dolci per evocare finezza e non solo rotondità. Mi ricorda un dolce con cioccolato e frutti di bosco. Piacevolezza e ancora finezza. In bocca il Merlot rispecchia esattamente quanto il naso ha percepito in una sorta di meravigliosa continuità. La ciliegia spinge e i delicati tannini non si oppongono. Sembra amabile ma la freschezza contrasta egregiamente donando equilibrio e, soprattutto, costringendo a non fermarsi al primo sorso. Vero. Un vino vero. Un Merlot che miscela vegetale e fruttato senza che spezie e tostature disturbino. Lo Schioppettino non ha bisogno di legno. È uno di quei vini quasi amabile ma non banale. Rotondo già nei sentori di frutta croccante (ribes, fragoline di bosco, more, mirtilli) e di fiori rossi di campo. In bocca fresco e arrotondato da tannini gentili, non invadenti, piacevoli. Una rotondità non banale ma vero, sincero. Rustico e non eccessivamente persistente lo connotano come un incredibile vino da tutti i giorni, da merenda, da cena spensierata. Da amici. Poi abbiamo potenziali di ragazzi che potrebbero entrare. Con il cambio generazionale siamo alla ricerca di nuove leve per far entrare nuova linfa. Che abbia voglia e ci creda. Flavia è sprintosa e paziente. Sa che per queste cose non bisogna avere fretta. Non si diventa famosi in poco tempo. E lei è una che il tempo lo macina. Presidente dell’associazione. Commerciale e contabile per la propria cantina. Sommelier. Mamma di una di una ragazza di 30 anni che è maestra elementare e insegna e di un ragazzo di 27 fisico teorico che lavora a Milano. Dobbiamo tener duro perché non è un periodo florido. Sì respira un’aria un pò pesante di malcontento. Papà diceva che ci sono i corsi e ricorsi storici e occorre tener duro. Hai degli attimi di pensiero nei quali avrei bisogno di qualcosa di friccicarello che arriva dai ragazzi. Cerco di stare sul pezzo nel fare cose. Mi piace organizzare da me qualche evento, qualche piccolo concerto. Mi piace avere la gente che viene qui. Essere un punto di aggregazione oltre che vendere vino. È una forza della natura. Non si piega e non si spezza. In più, porta sempre con se il suo sorriso. Solo che per trovarla è abbastanza complicato. Fosse anche per una telefonata. È sempre impegnata. Mi piace che la gente stia bene insieme. Faccio gli aperitivi estivi. Serate teatrali e di concerti legati al vino. È importante che la gente venga a noi. Non abbiamo la capacità di uscire per via delle quantità limitate. Di Friulano ne ho 7000. È difficile attirare le persone perché il Friuli non è poi cosi dietro l’angolo. Sprintosa forse è poco. Magari è lei quella multitasking. Mi sa che mi devo ricredere! Il mio scopo aziendale sarebbe di farmi conoscere in italia ma non nella grande distribuzione perché non abbiamo i numeri. Abbiamo tutti dei vini buoni. Abbiamo lavorato tanto sul Refosco perché ci caratterizza. È la nostra unicità. In Friuli poi facciamo tutti il Friulano. Abbiamo il Verduzzo e piccole specialità che ci caratterizzano. Ultimamente abbiamo impiantato una piccola vigna di Malvasia. Vorrei fare un bianco che abbia dei profumi floreali e che sia fatto con degli autoctoni. Perché sono gli autoctoni che ti fanno riconoscere. Abbiamo lo Chardonnay ma lo fanno in milioni. 35000 bottiglie per 12 ettari. Una resa bassissima che non può che essere sintomo di tanta qualità. E altrettante fatica. Un punto di arrivo dovrebbe essere di restringere la gamma per concentrarsi sugli autoctoni. Il problema è che purtroppo anche negli anni trascorsi si è andati incontro al cliente. Riesco a terminarle ma potrei venderne di più se avessi più clienti della bottiglia. La bottiglia e l’imbottigliamento. È dura far cambiare le abitudini ai clienti che da cinquant’anni arrivano a Faedis da Flavia e Umberto a prendere il vino. Anche perché, se il vino è buono mica è detto che devi conservarlo a lungo. Lo bevi come lo bevevano i nostri nonni: a tavola, e chissenefrega della bottiglia. Dura a far morire questi usi. Ma poi, c’è da chiedersi, è giusto che muoiano? Oppure rappresentano quel vero fascino di una azienda agricola a km 0? Certo, la voglia di espandersi, di aumentare i volumi e i margini. La necessità di far conoscere i propri prodotti fuori dal territorio. Però è anche vero che oggi si parla sempre più di territorio che va vissuto più che esportato. Vivere un territorio è ben diverso dal sentirne parlare. Se non ci fossero più le persone che arrivano in azienda per riempire la tanichetta, si potrebbe ancora parlare di territorio? Umberto ha un figlio grande che fa lingue. E ha una bimba piccolina di pochi anni. Lei è molto vivace e dinamica. Chissà. Solo che io avrò ottanta anni. L’unico problema è che ci sia la salute per andare avanti. Portare avanti una azienda è sempre complicato. Si fanno sacrifici perché la stessa sopravviva a se stessi. La speranza è nei figli. In questo caso di Flavia e Umberto. Senza stress e senza costrizioni. Con la speranza messa li in un angolo. Ma sempre viva. Il ragioneria mi ha aiutata molto a capire cosa è una fattura e gestirla. Magari servirebbe a tutti. Se non avessi fatto ragioneria forse avrei fatto l’Isef e sarei rimasta nello sport. Se però ripartissi dal 1997 partirei diversamente nel campo dell’ospitalità dettando le tipologie del vino offerto. Sono proprio le persone come Flavia a salvare e promuovere il territorio nel quale vivono e che considerano casa. Una casa non chiusa, aperta alle persone con quel senso di ospitalità che sa di famiglia, di comunità. Una zona bellissima dal punto di vista naturalistico che diventa casa di tutti coloro che vogliono visitarla. Le vigne, l’associazione, la pro loco. Ogni cosa serve a promuovere il territorio. La propria azienda, la Di Gaspero, è solo parte integrante di un territorio. Non è l’unica. Questa la forza della mentalità di Flavia. Questo lo spirito che dovrebbe armare quei viticoltori che credono di essere speciali rispetto agli altri. Non si accorgono che, così facendo, sottraggono forza al territorio. Flavia e la sua dinamicità. Sì è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Qualcuno ha scelto per lei e da li la vita è andata in un certo modo. Fino a quando ha scelto lei e solo lei per se stessa, dimostrando come la forza di volontà, la capacità e la positività, paghino sempre. È così che Flavia ha percorso una traiettoria circolare che, partita dalla terra, dalla sua terra è tornata alla terra, la sua terra. Come quegli amori che fanno dei giri immensi ma poi ritornano. … Certi amori non finiscono
Fanno dei giri immensi e poi ritornano
Amori indivisibili
Indissolubili, inseparabili Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
in modo da morire con trecentomila rimorsi
e nemmeno un rimpianto.
(Fabrizio De Andrè) Flavia Di Gaspero è una donna energica e che sia donna del nord, te ne accorgi subito. La fierezza che si unisce ai tratti somatici. Sa di pragmatismo già in quel suo vestirsi in maniera sobriamente elegante. Il sorriso evidenzia poi un animo dinamico, dotato di grande empatia. Ma è la forza con la quale parla, che incute vera energia. Sono atipica. La mia azienda nasce intorno agli anni trenta perché mio nonno come tanti friulani rimase in zona. Tanti andarono all’estero. Il Friuli Venezia Giulia è terra di confine. È qui che iniziava o finiva la guerra. Quando si invadeva o si veniva invasi, piuttosto che quando l’invasore veniva rigettato aldilà del confine. Confine poi.. Solo in tempo di guerra era un vero confine. Perché in queste zone non è che nel periodo di pace il confine separava poi così tanto. Siamo a Faedis, poco sopra Udine. È qui che sorge l’azienda Di Gaspero Flava e Umberto. I cugini Di Gaspero. Non bastò al Friuli la devastazione della Grande Guerra e la successiva crisi. Ci si mise pure la gelata dell’inverno 1928-1929 a creare ulteriore povertà. La gente andò via e quelli che rimasero se la videro veramente male. Essendo il nonno Eugenio il primo di quattro fratelli dovette essere responsabile come tanti altri da queste parti. Nonno Eugenio rimase qui. I suoi figli hanno iniziato con lui a lavorare in campagna. Era normale questo. Seguirono le orme del papà. Erano tutte aziende miste. Non c’era una specializzazione. Seminativo, stalla, bosco, vigna. Un pò tutto. Non solo non c’era una specializzazione ma la campagna non poteva assolutamente essere l’unica fonte di sostentamento. Sì faceva il muratore, l’operaio, l’artigiano. Qualunque cosa pur di portare un pò di soldi a casa. La campagna era solo un serbatoio di cibo. Un modo per spendere meno e mangiare, più o meno, ogni giorno. Piccoli appezzamenti, orti perlopiù. E la vigna era sempre proprio dietro casa. Accanto agli ortaggi. Mio zio è andato una settimana con un fotografo ma ha visto che non era cosa sua. Ma se vedessi mio zio capiresti subito che non è cosa sua. Il senso artistico ce l’ha ma solo nella vigna. Papà è andato una settimana a Marghera a fare il meccanico ma non è voluto stare li. Evidentemente avevano entrambi uno stimolo di autonomia. Dopo l’esperienza settimanale hanno detto meglio fare l’esperienza di papà. Il vino lo iniziano a fare per consumo familiare. Niente di più, niente di meno. Ciò che serviva alla tavola insieme agli ortaggi. Consigli di amici, ristoratori. Chiunque ne sapesse più di loro. Ovvero tutti. Come molte aziende qui, sono nate così. Se eri fortunato avevi figli che andavano a Conegliano a fare enologia alla scuola. Tutti si servivano della consulenza di enologi che passavano anche se nasce tutto da collaborazioni con amici della zona. Ma i Di Gaspero non erano fortunati. Solo pian piano, facendo sacrifici, quelli veri, le terre di famiglia si estendono. Nessuno voleva coltivare le terre allora e nessuno le vuole coltivare oggi. Coloro che rimangono sanno che la terra diventa tutto per loro. Assorbe energie, denari, tempo. Nessuno vuole farsi soggiogare così. Chi rimane può anche prendere le terre a pochi spicci. Ne dovrà buttare di tempo, soldi e sudore in quel che modo. Pian piano abbiamo allargato arrivando a 12 ettari che non è tantissimo ma nemmeno poco per una azienda di qui. Qui, la zona a Faedis, a nord dei Colli Orientali, è una media dimensione. Rispetto alle aziende a sud di Cividale verso Gorizia, quando c’è stata la fine della mezzadria li si sono evolute più velocemente. Dalle nostre parti sono rimasti più legati alla tradizione perché piccole aziende. Faedis è un paesino con poco più di 1600 anime. È posta proprio all’imbocco di una valle lunga e stretta tra le Prealpi Giulie. Ci si può inerpicare in gustose passeggiate trovando anche tante vecchie vigne. Qui sono rimaste anche delle vigne molto vecchie. Abbiamo una vigna dell’ex sindaco di Faedis del 1895 che è tuttora produttiva con il Refosco di Faedis. Ma non c’è solo quella ma altre vigne con 80 e 60 anni. Molto facilmente. Questo aiuta ad avere uve bilanciate o in annate siccitose. Fin qui sembra una storia di quelle normali. Nonno, papà, zio. Insomma basta solo che Flavia dica di come lei abbia iniziato sulle orme del padre e il gioco è fatto. Ma non è proprio così. Per quanto mi riguarda è stata una cosa più particolare. Mentre mio cugino Umberto, che è mio socio, è rimasto in azienda da sempre seguendo subito le orme del genitore perché sempre piaciuta la campagna (è anche cacciatore e pescatore), io ho fatto Ragioneria anche se la campagna mi piaceva. Sono del 62 e qui ad agraria a Cividale c’erano solo maschi. La famiglia influenzava e andai a fare ragioneria. Pareva mi piacesse ma andavo bene per dovere. Non ero portata. La facevo bene ma non era la passione. Una scelta spintanea si direbbe. Ragioneria invece che Agraria solo perché la scuola di Cividale era frequentata solo da maschi. Certo, se nessuno mandava le proprie figlie! Non è però che all’epoca la campagna fosse cosa facile. Non c’erano i mezzi meccanici, le previsioni atmosferiche, i trattamenti particolari e, soprattutto, la cultura giusta. Tutto era dannatamente più duro e chi aveva una figlia femmina si augurava per questa una vita migliore. Non sempre era discriminazione. Il più delle volte, una sorta di protezionismo. Durante gli anni, correvo e mi sono detto: faccio l’Isef. Mi scoraggiarono ad andare li e persi l’entusiasmo. Presi il diploma di ragioneria e finì in banca anche se non mi piaceva. Mi sono detta: stai qui al massimo tre anni. Ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu? Così cantava Antonello Venditti nel 1975. Una canzone dedicata all’ingresso nell’età adulta. Come Flavia che dai banchi di scuola Compagno di scuola, compagno per niente Si ritrova in banca. Wow! Direbbero in molti. Un posto fisso e che all’epoca era super ambito. Non per tutti. Non per uno spirito libero come Flavia. Sono stata lì quattro anni e mezzo dopo di che mi sono detta che volevo entrare all’Isef. Ho fatto dunque anni di allenamento a Udine su e giù con la bici e di tutto di più. L’esame all’Isef andò bene e mollai la banca. All’Isef a Perugia. Da Faedis a Perugia. Meno male che c’era una zia li Con la banca avevo messo da parte i soldi e a Perugia avevo mia zia. Vivevo da lei. Una zia sorella. Mi bastava per i viaggi, i libri, l’università. Con i miei che partecipavano ovviamente. Belli i sogni anche se spesso rimangono tali. Dopo l’Isef l’insegnamento sembrerebbe essere il passo successivo. Solo che entrare a scuola era ed è complicatissimo. Pochi posti per tanti pretendenti. L’unico modo per essere di ruolo a scuola era, ed è, quello della supplenza. Strada lunga, tortuosa e senza un approdo sicuro. Un pò come un sentiero di montagna. Uscendo dall’Isef fu difficile entrare a scuola. Mi sono reinventata allora con tante cose: corse per bambini, CUS, allenamenti, ecc. Nel frattempo seguivo un pò in azienda. Aiutavo con i clienti. Davo una mano nei registri, con le persone, ecc. Poi mi sono detta che dovevo fare una scelta. In azienda c’era bisogno di una persona e quando decisi di entrare in azienda, mi chiamarono a scuola. Era il 2007 quando ero in azienda. Dopo quindici anni dall’esame… I concorsi della scuola. Mi chiedo a cosa servano se si deve fare il supplente per quindici anni. E dire che i supplenti nella scuola rappresentano circa il 24% del totale docenti. C’è qualcosa che non torna nei numeri. Ma così va la vita. Flavia l’anima in pace se l’era messa. Non so se sia una attitudine tipicamente friulana ma lei capisce e accetta che se vuoi fare bene le cose o fai una cosa o l’altra. Ah quanta gente conosco che pensa di fare più cose bene contemporaneamente. Vaglielo a spiegare che non è una questione di multitasking. Hai una sola mente che, giocoforza, si concentra dove ha più piacere o interesse. Non esiste il multitasking. Soles duebus sellis sedere. Sei solito stare su due sedie. Una frase rivolta da Decimo Liberio a Cicerone che si era rifiutato di fargli posto in senato poiché senza onore. Andavo a scuola. Ho provato a fare un paio di anni ma avevo messo le basi qui prendendo le responsabilità più grande. Tre anni per la precisione. Alle superiori. Facevo anche gli esami. Dunque dormivo pochissimo. A giugno era una roba terribile. La scelta fu obbligata. Lezioni private, scuola, palestra, sostituzione di qualche collega. Poi l’azienda. Nel mezzo, la vita privata che le regala a Flavia due figli. Meraviglioso certo ma una complicazione in più. Eppure lei, il pensiero all’azienda, alla campagna, alla vigna, l’aveva sempre. Era una cosa che sentivo dentro perché arrivavo da una famiglia e ho vissuto molto il territorio. Ho svolto anche attività legate al sociale, alle pro loco. Il vino la fa un pò da padrona. Per anni è stata una delle attività principale di questi luoghi. La vita di Flavia deve essere stata quella che definiremmo da donna schizzata. Eclettica, elettrica, dinamica, forte. Tutto torna. Tutto insieme ad una serietà tutta friulana: mai fare due cose insieme. Anche se i colleghi le ricordavano che il posto fisso non si abbandona mai, lei non ascoltava. E quindi? Firmo le dimissioni?
Non bestemmiare. Il posto fisso è sacro Nel mezzo c’è anche uno schiaffo da parte del Senatore Binetto alias Lino Banfi a Checco Zalone. Mi è dispiaciuto lasciare il rapporto con i ragazzi. Mica si preoccupa del posto fisso Flavia. Meraviglia! Insomma, molla il posto fisso (povero Senatore Binetto!) ed entra a tempo pieno in azienda. Con il cugino Umberto che ha sempre fatto il viticoltore. Da dopo le superiori subito in azienda. Umberto si è sempre occupato della vigna, dei seminativi ecc. Lui con mio papà. Insomma, Flavia voleva fare l’Agrario e si è ritrovata a fare ragioneria. Voleva andare all’Isef e si è ritrovata in banca. Decide di fare l’Isef e riesce a mollare tutto. Non ha la pretesa ne l’obiettivo del posto fisso ma quando lo raggiunge, molla tutto per ritornare da dove era partita. Una sorta di gioco dell’oca con la carta di tornare al punto di partenza. Senza patemi d’animo. Con tanta gioia. Come se fosse una liberazione. Un ritorno a casa. Anzi a Casa. In azienda Umberto si occupa più della cantina ma si fanno gli assaggi insieme. Io ho fatto anche il corso da sommelier. Ma non vuol dire niente perché poi devi applicarlo. Aiuto in cantina certo. Lui si occupa anche della vigna insieme a mio zio che a 85 anni va ancora in vigna. Mio papà purtroppo sono nove anni che non c’è più. Ci avvaliamo di studenti o pensionati in vendemmia. Per capire che azienda sia la Di Gaspero, occorre bene capire il territorio. Non siamo nei Colli Orientali e siamo pur sempre in Friuli. Per arrivare qui occorre essere proprio motivati. È per questo che qui sono le persone del luogo, dunque la vendita diretta, a fare la partita. Facciamo molta vendita diretta. Vendiamo tanto sfuso. Ci sono clienti che vengono qui da cinquant’anni. Mi ricordano che ero più che bambina. Se la sentiste parlare converreste con me che ha la forza di una ventenne con la voglia di cambiare ancora le cose. Sempre all’insegna di quella ospitalità che la sua famiglia le ha donato. La mia famiglia era con una nonna e un papà molto accoglienti. Avere sempre gente per casa così che il cliente era trattato come una persona di casa. Forse l’accoglienza ti fa scegliere il vino per il piacere di andarlo a prendere. Una sorta di familiarità. La Di Gaspero oggi consta di 12 ettari e 12 tipologie di vino. Tante varietà. Tanta voglia di rispettare i vitigni locali. I vitigni di base della nostra zona sono il Verduzzo, il Friulano, il Merlot, il Refosco. Prima che entrassi io abbiamo incrementato il Pinot, lo Chardonnay e la spumantizzazione. Ora abbiamo incrementato la produzione del Refosco. Ho cercato sempre di spronare al miglioramento perché negli anni la frequentazione di altri miei colleghi mi ha permesso di carpire meglio del mondo esterno. Il Verduzzo di Di Gaspero è qualcosa di immensamente godurioso e così avvolgente che ci si può perdere al solo guardarlo nel calice per quel suo affascinante dorato. Se poi, per sbaglio o per cultura, provassimo ad annusarne gli effluvi, ecco allora che il rapimento diventa cosa sicura. La frutta è ambrata e cotta e disidratata, secca e candita; il vegetale è dei fiori di camomilla e miele, della salvia e del mandorlo. Un pò di balsamico a ricordarci che le alpi con i suoi faggi sono ad un passo. In bocca è piacevolmente dolce, non stucchevole, con una freschezza che c’è e non se ne va via rendendo così questo Verduzzo uno di quei vini che vanno giù tanto ma tanto bene. Si sente la dolcezza ovviamente ma con la giusta temperatura e per via della importante sapidità, risulta essere secco e verticale. Il passaggio in botte lo ha certo arrotondato ma non domato del tutto. Tornano le note di frutta secca e mela cotogna a creare una persistenza lunga e indimenticabile. Il Friulano ha sentori semplici di agrumi e frutti tropicali: mango, pesca bianca, ananas. Poi una bella nota erbacea, quasi di sottobosco che si lega al glicine, alla salvia e alla camomilla. Un bellissimo e soave mix con la mela che emerge grazie ad un leggerissimo balsamico. In bocca è particolarmente piacevole con la nota di mandorla e ad dolce agrume. Le erbe e la salvia escono alla chetichella donando freschezza e finezza. Un bellissimo esempio di Friulano non propriamente tagliente per via di una verticalità decisamente ammorbidita. La sapidità c’è e si fa sentire spingendo molto. Finale di grande pulizia. Lo Chardonnay è alla vista vegetale per quella colorazione verdognola. Sono i sentori erbacei e la pera insieme alla pesca bianca a donare semplice finezza. Lineare, pulito. Il vegetale, piacevole e scorrevole, ritorna al sorso. Nessuna stucchevolezza anzi propria verticalità. Pera e mela verde provano a insinuarsi per donare quel tanto di morbidezza che rende equilibrato un vino che tende ad essere amarognolo verso il finale. Buona la persistenza. La Ribolla Gialla è tenue e delicato. Tutto è delicato, dai sentori ai sapori. Minerale, sapido, scorrevole, verticale anche se in bocca mi ha ricordato una ampolla: parte verticale come il vino che si insinua nel collo della bottiglia per poi aprirsi nella pancia della stessa. Si apre inaspettatamente in bocca. Essenziale, pulito, duttile, sapido. Dall’aperitivo al secondo, è uno di quei vini che non ci si stanca di bere. Anche tutti i giorni. Non abbiamo il biologico perché siamo in una zona molto umida. Siamo piccoli e hai contaminazioni ovunque. Siamo a basso impatto ambientale e cerchiamo di fare meno trattamenti possibili seguendo le indicazioni del consorzio. Una donna che ha voluto fare cose un tempo precluse agli uomini ha una personalità forte che non può non farle guardare avanti. È così che capisce che c’è qualcosa da valorizzare a Faedis: il Refosco. Il Refosco. Già ma tutti conoscono il Refosco dal peduncolo rosso. Cosa è ora il Refosco di Faedis? Niente di più (ma niente di meno!) di un Refosco. Diverso o se non altro identitario di un territorio, quello di Faedis. Se ne hanno notizie in epoca non certo antica ma comunque da oltre 130 anni fa. Perché cestinarlo? Perché non valorizzarlo? Serve una associazione. Oltre che una DOC. L’associazione per il Refosco nasce nel 1998 sulla scia di quanto avevano già fatto per Ramandolo. Loro sono riusciti ad ottenere la DOCG. Noi abbiamo pensato di valorizzare il Refosco di Faedis per portarlo tra i vitigni raccomandati. Qui non si coltivava più di quello dal Peduncolo Rosso. Rispondeva meglio di altri vitigni. I mezzadri davano tutte le uve al padrone insieme al Picolit. L’impossibilità di ottenere una DOC poiché tolto dal disciplinare dei Colli Orientali tanto che pochi a Faedis imbottigliavano. Questo ha generato la cancellazione. Si continuava a produrre senza imbottigliare. Un vitigno da valorizzare e preservare in un luogo dove in pochi imbottigliavano. Oppure lo mettevano in bottiglia senza etichetta. Nessuno vendeva ai ristoranti oppure vendevano ma sempre senza etichetta. Che ci volete fare, è normale quando il consumo è prevalentemente locale. A chi volete interessi l’etichetta? Basta che il vino sia buono e prodotto da chi si conosce. Quando sono entrata io abbiamo iniziato ad etichettare. Ci vuole tanto per costruire una DOC. Ci sono delle regole chiare e regolamenti da rispettare. Sì includono i vitigni che iniziano il percorso e, una volta costituita, occorre che i vignaioli li usino. Se si smette di farlo, occorre aggiornare i disciplinari. Per forza. Per evitare di infilarsi in pastoie burocratiche. Volevamo la DOC ma non chiamandolo dal Peduncolo Rosso. Da li è partito l’iter che è molto lungo. È uscita la legge per la cancellazione di molti toponimi e nel 2004 è stato cancellato. Eravamo nel mezzo dell’iter. Abbiamo ottenuto un reinserimento nell’articolo due come Refosco nostrano e poi fatto richiesta di sottozona. Nel 2011 abbiamo avuto il riconoscimento della sottozona Faedis con il Refosco Nostrano. Quello che per anni era stato Refosco di Faedis viene dunque cancellato lasciando al concetto di sottozona l’unico spiraglio per evitarne l’estinzione. Perpetua. Abbiamo fatto ricerche storico fotografico a partire dal sistema di allevamento. Qui era diffuso la Doppia Cappuccina. Il Refosco è molto produttivo e occorreva utilizzare un sistema di allevamento più contenuto. Abbiamo ottenuto il Guyot e il Doppio Speronato. Andavamo insieme in vigna. A chi si poteva dare il ruolo da Presidente se non ad una donna energica e con tanta voglia di fare? A Flavia ovviamente Io sono la presidente da sempre. Anche perché questo ruolo è arrivato quando ero fresca di azienda. Eravamo poi quelli più elastici che non avevano litigato con nessuno. Speravo durasse un pò ma sono sempre io. Dieci aziende che costituiscono i Viticoltori del Refosco di Faedis. Insieme hanno creato la loro etichetta. Nera o bianca. Riserva o tradizionale. La differenza è l’affinamento: per l’etichetta bianca è di dodici mesi; diventano ventiquattro per la nera. Il Refosco di Faedis è nella versione Etichetta Bianca ovvero con dodici mesi di legno e la Riserva, Etichetta Nera, con ulteriori dodici mesi. La Bianca. Bello e pulito nel bicchiere. Un rubino che sa di frutta croccante e fiori. Un pò di tabacco e di noce moscata insieme a pepe e vaniglia emergono timidamente sospinti dal lieve balsamico. Sensazione di piacevole rilassatezza, di fresca intensità che cela carattere. Non un riposo del guerriero ma un essere pronti a qualunque evenienza. Nel mentre, ci si riposa. Il sorso è fresco e, devo dire, meno fresco di quello che mi sarei aspettato. La trama tannica, indubbiamente presente, non è importante. Non quanto la sapidità che spinge allungando la persistenza. Ampiezza interessante. Ciò che più mi è piaciuto è l’equilibrio che consente un gradevolissimo finale grazie ad un velo di dolcezza che bilancia perfettamente la apparente rusticità. Si lascia bere e bene anche per via di una struttura non particolarmente importante. Non è esattamente fine ma di quella sobria eleganza che mi ricorda qualcuno…. Poi la Nera che ho provato nell’annata 2016 e 2018. Il 2018 è di quel rubino intenso, profondo con le note balsamiche a rendere palesi le note di frutta non particolarmente matura e il sottobosco. Il 2016 resiste al tempo in maniera incredibile. Certo il colore granata lo identifica come più avanti nel tempo. Il balsamico c’è sempre, i sentori diventano più cotti, le spezie e le tostature sono amplificati. Il tempo ha dato morbidezza. All’assaggio la freschezza del 2018 non sfigura rispetto a quella del 2016 che appare più morbido anche per via dei tannini addomesticati ma non domati totalmente. Due vini che mantengono la loro identità esaltando l’evoluzione. L’intensità del 2016 si contrappone alla quasi rusticità del 2018. Caldi e sapidi lasciano la bocca comunque pulita, fine e intensamente pronta. Sono due vini che si possono anche bere senza particolari abbinamenti ma uniti ad una pasta con cacciagione (o un ragù intenso) piuttosto che una carne, si esaltano. Sarò godurioso ma legandola ad un sigaro di tabacco kentucky, mi ha esaltato. Sono due vini pronti ancorché con caratteristiche diverse dovute al tempo trascorso in bottiglia. Interessantissimi perché espressioni identitari del Refosco. Diversi dalle altre aree del Friuli. Meritano non solo una menzione speciale ma qualcosa di più. Meritano una evoluzione territoriale e temporale. Occorre credere in questi progetti. Non bastano pochi ardimentosi che comunque devono essere ringraziati per il lodevole lavoro svolto. Non solo Refosco ma, ovviamente, anche vitigni trapiantati in Friuli da lungo tempo come il Merlot o autoctoni come lo Schioppettino. Il Merlot, che ha subito un affinamento di 24 mesi in legno, è scuro e impenetrabile. I sentori sono di fragola e soprattutto ciliegia. Vinosi, veri, appassionanti. Nero e verde che si uniscono. Il nero dei frutti di bosco e della ciliegia; il verde del sottobosco erbaceo. Poi spezie dolci per evocare finezza e non solo rotondità. Mi ricorda un dolce con cioccolato e frutti di bosco. Piacevolezza e ancora finezza. In bocca il Merlot rispecchia esattamente quanto il naso ha percepito in una sorta di meravigliosa continuità. La ciliegia spinge e i delicati tannini non si oppongono. Sembra amabile ma la freschezza contrasta egregiamente donando equilibrio e, soprattutto, costringendo a non fermarsi al primo sorso. Vero. Un vino vero. Un Merlot che miscela vegetale e fruttato senza che spezie e tostature disturbino. Lo Schioppettino non ha bisogno di legno. È uno di quei vini quasi amabile ma non banale. Rotondo già nei sentori di frutta croccante (ribes, fragoline di bosco, more, mirtilli) e di fiori rossi di campo. In bocca fresco e arrotondato da tannini gentili, non invadenti, piacevoli. Una rotondità non banale ma vero, sincero. Rustico e non eccessivamente persistente lo connotano come un incredibile vino da tutti i giorni, da merenda, da cena spensierata. Da amici. Poi abbiamo potenziali di ragazzi che potrebbero entrare. Con il cambio generazionale siamo alla ricerca di nuove leve per far entrare nuova linfa. Che abbia voglia e ci creda. Flavia è sprintosa e paziente. Sa che per queste cose non bisogna avere fretta. Non si diventa famosi in poco tempo. E lei è una che il tempo lo macina. Presidente dell’associazione. Commerciale e contabile per la propria cantina. Sommelier. Mamma di una di una ragazza di 30 anni che è maestra elementare e insegna e di un ragazzo di 27 fisico teorico che lavora a Milano. Dobbiamo tener duro perché non è un periodo florido. Sì respira un’aria un pò pesante di malcontento. Papà diceva che ci sono i corsi e ricorsi storici e occorre tener duro. Hai degli attimi di pensiero nei quali avrei bisogno di qualcosa di friccicarello che arriva dai ragazzi. Cerco di stare sul pezzo nel fare cose. Mi piace organizzare da me qualche evento, qualche piccolo concerto. Mi piace avere la gente che viene qui. Essere un punto di aggregazione oltre che vendere vino. È una forza della natura. Non si piega e non si spezza. In più, porta sempre con se il suo sorriso. Solo che per trovarla è abbastanza complicato. Fosse anche per una telefonata. È sempre impegnata. Mi piace che la gente stia bene insieme. Faccio gli aperitivi estivi. Serate teatrali e di concerti legati al vino. È importante che la gente venga a noi. Non abbiamo la capacità di uscire per via delle quantità limitate. Di Friulano ne ho 7000. È difficile attirare le persone perché il Friuli non è poi cosi dietro l’angolo. Sprintosa forse è poco. Magari è lei quella multitasking. Mi sa che mi devo ricredere! Il mio scopo aziendale sarebbe di farmi conoscere in italia ma non nella grande distribuzione perché non abbiamo i numeri. Abbiamo tutti dei vini buoni. Abbiamo lavorato tanto sul Refosco perché ci caratterizza. È la nostra unicità. In Friuli poi facciamo tutti il Friulano. Abbiamo il Verduzzo e piccole specialità che ci caratterizzano. Ultimamente abbiamo impiantato una piccola vigna di Malvasia. Vorrei fare un bianco che abbia dei profumi floreali e che sia fatto con degli autoctoni. Perché sono gli autoctoni che ti fanno riconoscere. Abbiamo lo Chardonnay ma lo fanno in milioni. 35000 bottiglie per 12 ettari. Una resa bassissima che non può che essere sintomo di tanta qualità. E altrettante fatica. Un punto di arrivo dovrebbe essere di restringere la gamma per concentrarsi sugli autoctoni. Il problema è che purtroppo anche negli anni trascorsi si è andati incontro al cliente. Riesco a terminarle ma potrei venderne di più se avessi più clienti della bottiglia. La bottiglia e l’imbottigliamento. È dura far cambiare le abitudini ai clienti che da cinquant’anni arrivano a Faedis da Flavia e Umberto a prendere il vino. Anche perché, se il vino è buono mica è detto che devi conservarlo a lungo. Lo bevi come lo bevevano i nostri nonni: a tavola, e chissenefrega della bottiglia. Dura a far morire questi usi. Ma poi, c’è da chiedersi, è giusto che muoiano? Oppure rappresentano quel vero fascino di una azienda agricola a km 0? Certo, la voglia di espandersi, di aumentare i volumi e i margini. La necessità di far conoscere i propri prodotti fuori dal territorio. Però è anche vero che oggi si parla sempre più di territorio che va vissuto più che esportato. Vivere un territorio è ben diverso dal sentirne parlare. Se non ci fossero più le persone che arrivano in azienda per riempire la tanichetta, si potrebbe ancora parlare di territorio? Umberto ha un figlio grande che fa lingue. E ha una bimba piccolina di pochi anni. Lei è molto vivace e dinamica. Chissà. Solo che io avrò ottanta anni. L’unico problema è che ci sia la salute per andare avanti. Portare avanti una azienda è sempre complicato. Si fanno sacrifici perché la stessa sopravviva a se stessi. La speranza è nei figli. In questo caso di Flavia e Umberto. Senza stress e senza costrizioni. Con la speranza messa li in un angolo. Ma sempre viva. Il ragioneria mi ha aiutata molto a capire cosa è una fattura e gestirla. Magari servirebbe a tutti. Se non avessi fatto ragioneria forse avrei fatto l’Isef e sarei rimasta nello sport. Se però ripartissi dal 1997 partirei diversamente nel campo dell’ospitalità dettando le tipologie del vino offerto. Sono proprio le persone come Flavia a salvare e promuovere il territorio nel quale vivono e che considerano casa. Una casa non chiusa, aperta alle persone con quel senso di ospitalità che sa di famiglia, di comunità. Una zona bellissima dal punto di vista naturalistico che diventa casa di tutti coloro che vogliono visitarla. Le vigne, l’associazione, la pro loco. Ogni cosa serve a promuovere il territorio. La propria azienda, la Di Gaspero, è solo parte integrante di un territorio. Non è l’unica. Questa la forza della mentalità di Flavia. Questo lo spirito che dovrebbe armare quei viticoltori che credono di essere speciali rispetto agli altri. Non si accorgono che, così facendo, sottraggono forza al territorio. Flavia e la sua dinamicità. Sì è trovata nel posto sbagliato al momento giusto. Qualcuno ha scelto per lei e da li la vita è andata in un certo modo. Fino a quando ha scelto lei e solo lei per se stessa, dimostrando come la forza di volontà, la capacità e la positività, paghino sempre. È così che Flavia ha percorso una traiettoria circolare che, partita dalla terra, dalla sua terra è tornata alla terra, la sua terra. Come quegli amori che fanno dei giri immensi ma poi ritornano. … Certi amori non finiscono
Fanno dei giri immensi e poi ritornano
Amori indivisibili
Indissolubili, inseparabili Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
3 Aprile, 2025
Grazie, dazi!
L’ho sempre detto che ci vuole una scossa vera per muovere le coscienze.
Le guerre provocano morti e devastazione ma da un punto di vista cinicamente economico sono una mano santa. Se di santità si può parlare.
Si producono armi, si ricostruisce dalle macerie.
Sono cinico ma occorre esserlo per svegliare le coscienze.
Quello dei dazi di Trump è un terremoto o una guerra (commerciale). Mettetela come vi pare ma è il giusto scossone che serve ad un mondo del vino ingessato da uno stuolo di altrettanto ingessati parrucconi seguiti da imbonitori alla ricerca di rendite di posizione. Antica e vecchia. Senza futuro.
Sono duro ma per svegliarsi occorre esserlo.
Smettiamola di voler produrre e vendere vino raccontando la storiella delle tradizioni di famiglia e pensare che il vino buono si venda da solo.
Serve una strategia seria, un saper e dover fare le cose da professionisti. Tranne le dovute eccezioni chi produce non può vendere, chi vende non può fare comunicazione. E viceversa, si intende.
In un mercato così globale non è, più, possibile. E forse non lo eran nemmeno prima. Solo che si campava lo stesso.
Nel solo 2024 l’Italia ha prodotto circa 41 milioni di ettolitri. Ne ha esportati circa 22 milioni e ne rimangono in cantina quasi 57 milioni. Non possiamo eseguire operazioni algebriche su questi numeri ma se non altro forniscono l’immagine di un settore che, alla prova dei fatti, produce più di quanto è in grado di vendere.
Se ci limitiamo agli USA, nel 2024 abbiamo esportato li circa 2 milioni di ettolitri, un numero che oltre a rappresentare il 10% delle esportazioni totali, è gonfiato da di una sorta di over stock effettuato da coloro che, non per preveggenza quanto per anticipare un annuncio già fatto da Trump. I 2 milioni sono il culmine di un trend in continua crescita: erano 1.3 nel 2016: +43% in 8 anni. Niente male.
Gran parte dei produttori, per cavalcare il trend, hanno bovinamente prodotto più vino (e non fatemi dire con quale livello qualitativo). Ora però piangeranno per via dell’imponente stock in cantina dovuto non solo ai dazi USA ma anche e soprattutto per un calo di consumi non ascrivibile alle persone che non acquistano vino, quanto alla ingordigia di una catena di distribuzione che, come gli acquedotti italiani, fa acqua da tutte le parti, concentrata nell’aumentare i margini invece che ad investire per il futuro. Ingordigia legata ad incapacità e supponenza.
Ora grazie, sottolineo grazie, a Trump, il vino europeo, dunque italiano, subisce i dazi. 20% di tassa sull’imponibile più le invariate tasse doganali.
Per chi non lo avesse ancora capito, questa è una vera guerra da combattere non con armi ma con intelligenza, arguzia, lungimiranza. Nonché tanta professionalità.
Siamo dinanzi ad un bivio che non può e non deve essere evitata chiedendo aiuti da casa. L’Unione europea e l’Italia dovrebbero dire al popolo dei viticoltori: svegliatevi!!!
Dagli atrii muscosi, dai Fori cadenti,
dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor. Questi dazi consentono anzi, impongono, finalmente, una seria riflessione sulla (in)capacità di un settore di sopravvivere a queste guerre senza un rinnovamento profondo e radicale. Pensiamo solo a quante aziende abbiano un piano di sviluppo, un business plan, un piano dei conti. Quante una chiara strategia di vendita con tanto di azioni da intraprendere calendarizzate e quantificate in termini di spese e ricavi. L’intero sistema Italia ha la responsabilità di fare tanto. Adesso e solo adesso. Cosa fare? Tre strategie possibili. Lo struzzo piangente. Gridare miseria, invocare i santi e abbassare i prezzi così da eliminare tecnicamente i dazi con uno sconto al distributore. Magari chiedendo anche aiuto al Governo. Pratica possibile e facile. Lo spirito assistenzialistico tutto italiano che chiede aiuto alla mamma, in questo caso lo Stato, dal quale farsi rifondere il mancato guadagno. Tutto ciò è mettere la testa sotto la terra. Piangendo perché qualcuno (lo Stato) si commuova. Si ottiene un beneficio nell’immediato ma un danno incalcolabile al settore liberando certamente gli stock e aumentando il grasso delle vacche. Peccato che poi, una volta abituato i distributori ad un prezzo basso, sarà complicato farli tornare ai prezzi corretti. I dazi prima o poi finiranno! Il panda. Quando si abbraccia alla mamma, non ci si stacca più. Ogni agricoltore italiano che si rispetti vede la mamma nel proprio paese inteso come territorio. Nemmeno si pensa all’Italia. Basta il proprio campanile. Può anche essere positivo pensarla così poiché vuol dire sviluppare le attività utili a portare le persone da sé. Ospitalità, accoglienza, territorio, promozione. Campanilismo geografico ed enoculturale prodromo allo sviluppo della azienda attraverso la collettività. Può funzionare certo, ma non per soddisfare le esigenze di destoccaggio. Però aiuta. Aiuta soprattutto a pensare fuori dagli schemi e a capire cosa fare di tutte le attuali quantità invendute e future. C’è bisogno però di pensare ad un ridimensionamento. Migliorare e valorizzare il territorio vuol dire vendere meglio senza affidarsi alle grinfie dei distributori e alla ingordigia dei ristoratori. Ci vuole tempo per realizzare questo, ma si può fare. Se si comincia (in alcuni casi, si continua) ci vorranno anni ma sarà bellissimo. La fenice. Risorgere dalle proprie ceneri come il mitico uccello e volare. Volare al di sopra delle nuvole, al di sopra delle guerre. Meravigliare il mondo con la propria stupenda bellezza. Richiede impegno, forza e un po’ di sana follia. Oltre che lungimiranza.Il mondo è più grande degli Stati Uniti d’America, vasto e maggiormente ricettivo. Ci sono grandi possibilità all’orizzonte. Grandi possibilità di vendere i propri prodotti nel mondo lasciando gli Stati Uniti a secco. Si chiama politica della scarsità. Rendere introvabile (più che inaccessibile) un bene facendo sì che le persone lo vogliano più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il lusso prevede scarsità, non disponibilità. È quello che hanno fatto i cugini francesi legando la loro immagine non alla quantità quanto alla qualità e alla scarsità di prodotto. Immaginiamo cosa accadrebbe se negli Stati Uniti arrivassero pochissime bottiglie di vino ad un costo magari elevatissimo. Sarebbero lusso puro destinate a poche persone. Si farebbe a botte per acquisire una bottiglia di vino italiano. Nel mentre invece di prendere quel 20% dalle proprie tasche e gettarlo alle ortiche, lo si potrebbe investire in quei mercati con grandi potenzialità oggi non raggiunti perché il Dio USA faceva più gola. Cina, Australia, Corea, Giappone, tanto per citarne qualcuno. Investire lì, investire in comunicazione, investire in Storytelling, investire in capacità di vendere i mercati diversi dagli Stati Uniti, investire in professionalità. I viticoltori dovrebbero chiedere al governo un supporto in questo, nella creazione di strutture e processi volti a promuovere il vino italiano non negli Stati Uniti ma altrove. Una presa di coscienza di quanto ancora legato al processo agricolo sia gran parte del mondo vitivinicolo serve ad evolversi verso qualcosa di maggiormente granitico. Non si risolvono i problemi con le guerre ma se si viene attaccati, occorre reagire pensando che non ci sarà nessuno pronto a salvarci. Albert Einstein diceva Non è possibile risolvere il problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema Pensare dunque di uscire dal problema dei dazi con il solito, becero, modo di pensare, non aiuterà. Magari servirà a far passare la notte, ma non a cambiare il modo di pensare. Così, alla prossima guerra, saremo punto e a capo. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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dai boschi, dall’arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l’orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente romor. Questi dazi consentono anzi, impongono, finalmente, una seria riflessione sulla (in)capacità di un settore di sopravvivere a queste guerre senza un rinnovamento profondo e radicale. Pensiamo solo a quante aziende abbiano un piano di sviluppo, un business plan, un piano dei conti. Quante una chiara strategia di vendita con tanto di azioni da intraprendere calendarizzate e quantificate in termini di spese e ricavi. L’intero sistema Italia ha la responsabilità di fare tanto. Adesso e solo adesso. Cosa fare? Tre strategie possibili. Lo struzzo piangente. Gridare miseria, invocare i santi e abbassare i prezzi così da eliminare tecnicamente i dazi con uno sconto al distributore. Magari chiedendo anche aiuto al Governo. Pratica possibile e facile. Lo spirito assistenzialistico tutto italiano che chiede aiuto alla mamma, in questo caso lo Stato, dal quale farsi rifondere il mancato guadagno. Tutto ciò è mettere la testa sotto la terra. Piangendo perché qualcuno (lo Stato) si commuova. Si ottiene un beneficio nell’immediato ma un danno incalcolabile al settore liberando certamente gli stock e aumentando il grasso delle vacche. Peccato che poi, una volta abituato i distributori ad un prezzo basso, sarà complicato farli tornare ai prezzi corretti. I dazi prima o poi finiranno! Il panda. Quando si abbraccia alla mamma, non ci si stacca più. Ogni agricoltore italiano che si rispetti vede la mamma nel proprio paese inteso come territorio. Nemmeno si pensa all’Italia. Basta il proprio campanile. Può anche essere positivo pensarla così poiché vuol dire sviluppare le attività utili a portare le persone da sé. Ospitalità, accoglienza, territorio, promozione. Campanilismo geografico ed enoculturale prodromo allo sviluppo della azienda attraverso la collettività. Può funzionare certo, ma non per soddisfare le esigenze di destoccaggio. Però aiuta. Aiuta soprattutto a pensare fuori dagli schemi e a capire cosa fare di tutte le attuali quantità invendute e future. C’è bisogno però di pensare ad un ridimensionamento. Migliorare e valorizzare il territorio vuol dire vendere meglio senza affidarsi alle grinfie dei distributori e alla ingordigia dei ristoratori. Ci vuole tempo per realizzare questo, ma si può fare. Se si comincia (in alcuni casi, si continua) ci vorranno anni ma sarà bellissimo. La fenice. Risorgere dalle proprie ceneri come il mitico uccello e volare. Volare al di sopra delle nuvole, al di sopra delle guerre. Meravigliare il mondo con la propria stupenda bellezza. Richiede impegno, forza e un po’ di sana follia. Oltre che lungimiranza.Il mondo è più grande degli Stati Uniti d’America, vasto e maggiormente ricettivo. Ci sono grandi possibilità all’orizzonte. Grandi possibilità di vendere i propri prodotti nel mondo lasciando gli Stati Uniti a secco. Si chiama politica della scarsità. Rendere introvabile (più che inaccessibile) un bene facendo sì che le persone lo vogliano più di qualsiasi altra cosa al mondo. Il lusso prevede scarsità, non disponibilità. È quello che hanno fatto i cugini francesi legando la loro immagine non alla quantità quanto alla qualità e alla scarsità di prodotto. Immaginiamo cosa accadrebbe se negli Stati Uniti arrivassero pochissime bottiglie di vino ad un costo magari elevatissimo. Sarebbero lusso puro destinate a poche persone. Si farebbe a botte per acquisire una bottiglia di vino italiano. Nel mentre invece di prendere quel 20% dalle proprie tasche e gettarlo alle ortiche, lo si potrebbe investire in quei mercati con grandi potenzialità oggi non raggiunti perché il Dio USA faceva più gola. Cina, Australia, Corea, Giappone, tanto per citarne qualcuno. Investire lì, investire in comunicazione, investire in Storytelling, investire in capacità di vendere i mercati diversi dagli Stati Uniti, investire in professionalità. I viticoltori dovrebbero chiedere al governo un supporto in questo, nella creazione di strutture e processi volti a promuovere il vino italiano non negli Stati Uniti ma altrove. Una presa di coscienza di quanto ancora legato al processo agricolo sia gran parte del mondo vitivinicolo serve ad evolversi verso qualcosa di maggiormente granitico. Non si risolvono i problemi con le guerre ma se si viene attaccati, occorre reagire pensando che non ci sarà nessuno pronto a salvarci. Albert Einstein diceva Non è possibile risolvere il problema con lo stesso livello di pensiero che sta creando il problema Pensare dunque di uscire dal problema dei dazi con il solito, becero, modo di pensare, non aiuterà. Magari servirà a far passare la notte, ma non a cambiare il modo di pensare. Così, alla prossima guerra, saremo punto e a capo. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
3 Aprile, 2025
Le Donne del Vino si preparano a Vinitaly 2025: l’innovazione filo conduttore di tutte le iniziative
Ricco programma di incontri, assaggi e riflessioni: martedì 8 aprile la degustazione-evento dal titolo “Wine Tricks: quando la mente degusta prima di te” con un focus su neuroscienze e nuove scelte di consumo
Le Donne del Vino si presentano a Vinitaly 2025 con un tema forte e attuale: l’innovazione, scelta come filo conduttore delle attività dell’anno. Un tema che non è solo tecnologico, ma culturale, sociale, sensoriale. Un’innovazione che parte dalle persone, dal modo in cui si comunica, si produce, si racconta il vino.
Da questa idea nasce la degustazione-evento di martedì 8 aprile, alle 11,30 (Sala Argento (Palaexpo – piano -1), dal titolo “Wine Tricks: quando la mente degusta prima di te”, guidata dal professor Vincenzo Russo, docente di Psicologia dei Consumi e Neuromarketing alla IULM di Milano. Sarà un viaggio affascinante nel lato nascosto della degustazione, tra neuroscienze, percezione sensoriale ed emozioni e scelte di consumo per scoprire i meccanismi che guidano le scelte d’acquisto, in particolare tra i consumatori della Generazione Z.
Daniela Mastroberardino, presidente dell’Associazione Nazionale Le Donne del Vino.
Arriviamo alla 57ª edizione di Vinitaly con grande energia e con la voglia di guardare avanti, forti di un settore che ha dimostrato, nel tempo, capacità di adattamento, visione e tenacia
Il contesto internazionale è complesso, e l’ipotesi di nuovi dazi sul vino europeo da parte degli Stati Uniti rappresenta una possibile criticità per tutto il comparto. Ma è proprio nei momenti di incertezza che emerge il valore di chi sa fare squadra e continuare a innovare. Negli anni abbiamo imparato a non farci travolgere dalle difficoltà, ma a mantenere saldo il timone. La nostra rotta è fatta di determinazione, resilienza e di uno spirito innovativo che ci consente di affrontare il cambiamento, cogliere nuove opportunità e reinterpretare la tradizione in chiave contemporanea. Il mondo cambia, spesso in modo imprevedibile, ma noi ci siamo: unite, preparate, dinamiche e, soprattutto, curiose. È questa curiosità, questa voglia di evolvere, il segreto della nostra forza.
Le Delegazioni regionali daranno vita a un ricco programma di iniziative che interpretano l’innovazione in relazione al proprio territorio e alla propria esperienza: dalle nuove pratiche agronomiche alla sostenibilità sociale, dalla comunicazione digitale ai percorsi formativi dedicati alle nuove generazioni. Di seguito tutto il programma dettagliato.
Lo stand dell’Associazione sarà attivo da domenica 6 a mercoledì 9 aprile
Centro Servizi Arena – Box 25 (tra i Padiglioni 6 e 7)
La segreteria nazionale sarà a disposizione per informazioni e accrediti (cellulare: +39 331 9104048) PROGRAMMA EVENTI DONNE DEL VINO A VINITALY 2025 DOMENICA 6 APRILE Da domenica 6 a martedì 8 – PAD 11 – Regione Puglia Degustazioni itineranti tra gli stand delle Donne del Vino Puglia: un invito all’assaggio dei vini delle produttrici pugliesi, con “Sorsi di Puglia” che darà la possibilità ai visitatori di farsi uno scatto fotografico con calice di vino e la scatola rosa “Adotta una vite”. ORE 16.45 – Pad. 2 – Spazio Istituzionale Vini di Sicilia – Regione Sicilia
Talk Show: Il ruolo della donna nel comparto vitivinicolo siciliano tra innovazione in vigna ed in cantina Un confronto tra le Donne del Vino siciliane, il Consorzio Doc Monreale e Assostampa Sicilia sul binomio innovazione e territorio.
Modera: Maria Antonietta Pioppo, giornalista e Wine Master Sommelier Saluti: Dominique Marzotto, Consigliera Le Donne del Vino e Roberta Urso, delegata regione Sicilia Le Donne del Vino Intervengono: Alberto Arcidiacono, sindaco di Monreale; Mario Di Lorenzo, Presidente del Consorzio Doc Monreale; le socie siciliane de Le Donne del Vino e del Consorzio Doc Monreale; Mario di Lorenzo, produttore; Rosa di Stefano, Circolo della Stampa Sicilia; Giusy Mistretta, Commissaria dell’Irvo, Istituto regionale del vino e dell’Olio. LUNEDÌ 7 APRILE ORE 14.00 – Pad. 11 – Regione Puglia, Sala Conferenze
Tavola rotonda: Donne eccellenti in un mondo di tradizioni Un incontro a più voci su come le donne hanno cambiato, attraverso il loro lavoro il volto del mondo del vino, donne determinate, ironiche, emancipate che ci porteranno in un viaggio alla scoperta dell’universo vitivinicolo e del ruolo delle donne in Italia negli spazi sociali, familiari, professionali con uno sguardo rivolto al futuro e all’innovazione.
Saluti di: Donato Pentassuglia, Assessore Agricoltura, Industria agroalimentare, Risorse agroalimentari, Riforma fondiaria, Caccia e pesca, Foreste, Regione Puglia
Interventi di: Marianna Cardone, vicepresidente Associazione Nazionale Le Donne del Vino; Elena Luciani Barberani, produttrice Azienda Barberani; Titti Dell’Erba, sommelier, wine expert. Segue brindisi “Bolle di Puglia” con le bollicine delle produttrici pugliesi MARTEDÌ 8 APRILE ORE 10.30 – Pad. 12 – Regione Abruzzo
Presentazione Convention Nazionale Le Donne del Vino 2025 in Abruzzo Saluti: Paola Longo Vicepresidente Le Donne del Vino Intervengono: Emanuele Imprudente, Assessore all’Agricoltura della Regione Abruzzo; Martina Danelli Mastrangelo, delegata regionale Donne del Vino Abruzzo. ORE 11.30 – Palaexpo, Sala Argento, piano -1
Wine Tricks: quando la mente degusta prima di te Con: Prof. Vincenzo Russo e Daniela Mastroberardino, presidente nazionale Donne del Vino
Per accrediti: donne@ledonnedelvino.com ORE 13.30 – Pad.11 – Regione Puglia – area Enoteca Masterclass “Rosa Cult” a cura di Paola Restelli, wine immersive ambassador Degustazione di vini “in rosa”, sia spumanti che fermi, per un viaggio attraverso i variegati areali di produzione, alla scoperta del generoso patrimonio varietale pugliese. In collaborazione con AIS Puglia. evento gratuito. Info e prenotazioni puglia@ledonnedelvino.com ORE 13.30 – Pad. 6 – Regione Friuli-Venezia Giulia
Degustazione: “Innovazione: gli impatti dalla ricerca scientifica, dai metodi di produzione ed affinamento e dal packaging” Una degustazione per parlare di trend e innovazione ad ampio raggio, con focus su scelte enologiche, qualità del prodotto e ricadute commerciali. Saluti: Francesca Poggio, vicepresidente Associazione Nazionale Le Donne del Vino Intervengono: Elena Roppa, delegata del Friuli-Venezia Giulia e marketing manager; Maria Teresa Gasparet, vice delegata Friuli-Venezia Giulia, sommelier professionista; Liliana Savioli, giudice sensoriale e giornalista. ORE 17.00 – Pad. B – Area Istituzionale – Regione Campania “Innovazioni nel vino: Donne, Tecnologie e Pratiche Sostenibili per il Futuro della Viticoltura” Un viaggio tra tradizione e futuro, dove il sapere femminile incontra l’innovazione tecnologica per disegnare nuovi scenari nella viticoltura sostenibile. Modera: Fosca Tortorelli, giornalista A conclusione, una degustazione di alcuni vini delle socie produttrici offrirà ai partecipanti l’opportunità di assaporare il risultato di questa sinergia tra innovazione e territorio. MERCOLEDÌ 9 APRILE ORE 12.30 – Pad. 6/7 – Sala Puccini (Piano 1)
Assemblea Nazionale Le Donne del Vino A chiudere il Vinitaly de Le Donne del Vino, mercoledì 9 aprile, il brindisi e la cena da Monteleone21, il nuovo spazio firmato Masi a Sant’Ambrogio in Valpolicella: un luogo che incarna i valori di sostenibilità e innovazione che ci ispirano. Per informazioni donne@ledonnedelvino.com Donne, Vino e Innovazione: un’immagine simbolica, tra tradizione e futuro Donne, Vino e Innovazione è il tema dell’Anno 2025 scelto dalle Donne del Vino. A interpretare graficamente il tema è stata Federica Cecchi, architetta e wine designer toscana, Donna del Vino, che ha messo a disposizione il proprio talento per tradurre il concetto di innovazione in un’immagine potente e simbolica. La figura femminile rappresentata incarna il legame tra passato e futuro: ogni riccio si trasforma in una rotella, emblema di resilienza, adattabilità e creatività, qualità essenziali per affrontare un mondo in continuo cambiamento. L’acqua, bene prezioso, è simboleggiata da un gioiello con due gocce: un promemoria quotidiano dell’impegno verso la sostenibilità ambientale. Federica ha firmato anche lo stand del Vinitaly 2025 delle Donne del Vino. La Redazione
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Centro Servizi Arena – Box 25 (tra i Padiglioni 6 e 7)
La segreteria nazionale sarà a disposizione per informazioni e accrediti (cellulare: +39 331 9104048) PROGRAMMA EVENTI DONNE DEL VINO A VINITALY 2025 DOMENICA 6 APRILE Da domenica 6 a martedì 8 – PAD 11 – Regione Puglia Degustazioni itineranti tra gli stand delle Donne del Vino Puglia: un invito all’assaggio dei vini delle produttrici pugliesi, con “Sorsi di Puglia” che darà la possibilità ai visitatori di farsi uno scatto fotografico con calice di vino e la scatola rosa “Adotta una vite”. ORE 16.45 – Pad. 2 – Spazio Istituzionale Vini di Sicilia – Regione Sicilia
Talk Show: Il ruolo della donna nel comparto vitivinicolo siciliano tra innovazione in vigna ed in cantina Un confronto tra le Donne del Vino siciliane, il Consorzio Doc Monreale e Assostampa Sicilia sul binomio innovazione e territorio.
Modera: Maria Antonietta Pioppo, giornalista e Wine Master Sommelier Saluti: Dominique Marzotto, Consigliera Le Donne del Vino e Roberta Urso, delegata regione Sicilia Le Donne del Vino Intervengono: Alberto Arcidiacono, sindaco di Monreale; Mario Di Lorenzo, Presidente del Consorzio Doc Monreale; le socie siciliane de Le Donne del Vino e del Consorzio Doc Monreale; Mario di Lorenzo, produttore; Rosa di Stefano, Circolo della Stampa Sicilia; Giusy Mistretta, Commissaria dell’Irvo, Istituto regionale del vino e dell’Olio. LUNEDÌ 7 APRILE ORE 14.00 – Pad. 11 – Regione Puglia, Sala Conferenze
Tavola rotonda: Donne eccellenti in un mondo di tradizioni Un incontro a più voci su come le donne hanno cambiato, attraverso il loro lavoro il volto del mondo del vino, donne determinate, ironiche, emancipate che ci porteranno in un viaggio alla scoperta dell’universo vitivinicolo e del ruolo delle donne in Italia negli spazi sociali, familiari, professionali con uno sguardo rivolto al futuro e all’innovazione.
Saluti di: Donato Pentassuglia, Assessore Agricoltura, Industria agroalimentare, Risorse agroalimentari, Riforma fondiaria, Caccia e pesca, Foreste, Regione Puglia
Interventi di: Marianna Cardone, vicepresidente Associazione Nazionale Le Donne del Vino; Elena Luciani Barberani, produttrice Azienda Barberani; Titti Dell’Erba, sommelier, wine expert. Segue brindisi “Bolle di Puglia” con le bollicine delle produttrici pugliesi MARTEDÌ 8 APRILE ORE 10.30 – Pad. 12 – Regione Abruzzo
Presentazione Convention Nazionale Le Donne del Vino 2025 in Abruzzo Saluti: Paola Longo Vicepresidente Le Donne del Vino Intervengono: Emanuele Imprudente, Assessore all’Agricoltura della Regione Abruzzo; Martina Danelli Mastrangelo, delegata regionale Donne del Vino Abruzzo. ORE 11.30 – Palaexpo, Sala Argento, piano -1
Wine Tricks: quando la mente degusta prima di te Con: Prof. Vincenzo Russo e Daniela Mastroberardino, presidente nazionale Donne del Vino
Per accrediti: donne@ledonnedelvino.com ORE 13.30 – Pad.11 – Regione Puglia – area Enoteca Masterclass “Rosa Cult” a cura di Paola Restelli, wine immersive ambassador Degustazione di vini “in rosa”, sia spumanti che fermi, per un viaggio attraverso i variegati areali di produzione, alla scoperta del generoso patrimonio varietale pugliese. In collaborazione con AIS Puglia. evento gratuito. Info e prenotazioni puglia@ledonnedelvino.com ORE 13.30 – Pad. 6 – Regione Friuli-Venezia Giulia
Degustazione: “Innovazione: gli impatti dalla ricerca scientifica, dai metodi di produzione ed affinamento e dal packaging” Una degustazione per parlare di trend e innovazione ad ampio raggio, con focus su scelte enologiche, qualità del prodotto e ricadute commerciali. Saluti: Francesca Poggio, vicepresidente Associazione Nazionale Le Donne del Vino Intervengono: Elena Roppa, delegata del Friuli-Venezia Giulia e marketing manager; Maria Teresa Gasparet, vice delegata Friuli-Venezia Giulia, sommelier professionista; Liliana Savioli, giudice sensoriale e giornalista. ORE 17.00 – Pad. B – Area Istituzionale – Regione Campania “Innovazioni nel vino: Donne, Tecnologie e Pratiche Sostenibili per il Futuro della Viticoltura” Un viaggio tra tradizione e futuro, dove il sapere femminile incontra l’innovazione tecnologica per disegnare nuovi scenari nella viticoltura sostenibile. Modera: Fosca Tortorelli, giornalista A conclusione, una degustazione di alcuni vini delle socie produttrici offrirà ai partecipanti l’opportunità di assaporare il risultato di questa sinergia tra innovazione e territorio. MERCOLEDÌ 9 APRILE ORE 12.30 – Pad. 6/7 – Sala Puccini (Piano 1)
Assemblea Nazionale Le Donne del Vino A chiudere il Vinitaly de Le Donne del Vino, mercoledì 9 aprile, il brindisi e la cena da Monteleone21, il nuovo spazio firmato Masi a Sant’Ambrogio in Valpolicella: un luogo che incarna i valori di sostenibilità e innovazione che ci ispirano. Per informazioni donne@ledonnedelvino.com Donne, Vino e Innovazione: un’immagine simbolica, tra tradizione e futuro Donne, Vino e Innovazione è il tema dell’Anno 2025 scelto dalle Donne del Vino. A interpretare graficamente il tema è stata Federica Cecchi, architetta e wine designer toscana, Donna del Vino, che ha messo a disposizione il proprio talento per tradurre il concetto di innovazione in un’immagine potente e simbolica. La figura femminile rappresentata incarna il legame tra passato e futuro: ogni riccio si trasforma in una rotella, emblema di resilienza, adattabilità e creatività, qualità essenziali per affrontare un mondo in continuo cambiamento. L’acqua, bene prezioso, è simboleggiata da un gioiello con due gocce: un promemoria quotidiano dell’impegno verso la sostenibilità ambientale. Federica ha firmato anche lo stand del Vinitaly 2025 delle Donne del Vino. La Redazione
3 Aprile, 2025
L'Umbria affonda le sue Radici al Vinitaly 2025
Alla Fiera di Verona 56 cantine con Umbria Top: degustazioni, focus e approfondimenti sull’eccellenza vinicola del territorio umbro
Le “Radici” attraversano tutti gli eventi in programma al Padiglione Umbria di Vinitaly 2025. Programma, che, come sempre, si preannuncia unico e interdisciplinare: Umbria Top, la società cooperativa che raggruppa la maggioranza delle aziende vitivinicole regionali, propone come di consueto una moltitudine di appuntamenti, tra degustazioni, talk, approfondimenti alla Fiera di Verona dal 6 al 9 aprile.
Dopo la partecipazione a Wine Paris e a Slow Wine Fair di Bologna di questo febbraio e quella di questo marzo al ProWein, Umbria Top si prepara a partecipare a Vinitaly: il programma delle iniziative nell’area Umbria, che si affianca e arricchisce l’area espositiva dedicata ai 56 produttori, è stato presentato nel corso di una Conferenza Stampa martedì 1° aprile alle ore 12, al Salone d’onore di Palazzo Donini a Perugia.
La presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti
L’Umbria è una terra ricca di tradizione e qualità, e il settore vitivinicolo ne è uno dei principali simboli. Partecipare a Vinitaly significa portare l’eccellenza umbra su un palcoscenico internazionale di grande prestigio. Il nostro obiettivo come Regione è promuovere una crescita sostenibile, affrontando le sfide globali senza perdere il legame con le radici del territorio. Le cantine umbre si distinguono per la valorizzazione dei vitigni autoctoni e per un approccio innovativo che rispetta l’ambiente. La qualità, apprezzata a livello internazionale, è un nostro tratto distintivo, ed è fondamentale continuare a promuoverla, supportando le imprese nel rafforzamento della loro competitività sui mercati esteri. Inoltre, il legame tra agricoltura e turismo, con l’enoturismo come leva strategica, arricchisce l’offerta regionale, rendendo l’Umbria sempre più attrattiva per un turismo di qualità. Come Regione, continueremo a supportare con impegno il settore, promuovendo la sostenibilità e favorendo uno sviluppo che rispetti la nostra terra e le sue straordinarie risorse
Simona Meloni Assessore alle politiche agricole e agroalimentari, al turismo e al PNRR
’Radici’, il claim che accompagna la presenza della Regione Umbria al Vinitaly, rappresenta perfettamente il valore profondo del nostro comparto vitivinicolo: un legame indissolubile con la terra, le comunità e il sapere tramandato da generazioni, ma anche la spinta verso l’innovazione e la sostenibilità. L’Umbria del vino è identità e futuro, ed è per questo che la Regione Umbria e l’Assessorato alle Politiche agricole continueranno a investire in politiche di sviluppo, promozione e internazionalizzazione. L’obiettivo è rendere l’Umbria sempre più protagonista nel panorama enologico, con un’offerta che sappia coniugare qualità, sostenibilità e innovazione. Radici ben salde nella nostra tradizione, ma uno sguardo sempre rivolto al futuro.
Il Presidente di Umbria Top Massimo Sepiacci
Umbria Top si conferma di anno in anno punto di riferimento per chi sceglie di valorizzare il vino della regione nel suo contesto territoriale offrendo al pubblico un’immagine unitaria e coesa. Umbria Top rappresenta il settore con visione e competenza organizzativa, supporta le aziende, partecipa agli eventi fieristici e sviluppa aspetti strategici fondamentali. In questo contesto, il Vinitaly 2025 assume un ruolo chiave: un’opportunità unica per consolidare la presenza del vino umbro sui mercati nazionali e internazionali, favorendo nuove collaborazioni e accrescendo la visibilità del comparto. Solo attraverso una immagine della Regione Umbria a tutto tondo è possibile raggiungere traguardi significativi.
Gli spazi dell’area eventi Umbria Top (Pad 2 – da A9 a F9) – anche quest’anno sono sviluppati su due livelli che si pongono come contenitori inclusivi per istituzioni, enti, testimonial che contribuiscono con le loro attività a promuovere e valorizzare l’unicità del territorio: Assessorato al PNRR, alle politiche agricole e agroalimentari, alla montagna e alle aree interne, ai parchi e ai laghi, al turismo e allo sport, Camera di Commercio dell’Umbria e Promocamera Umbria, Assogal Umbria – con i suoi 5 Gal, 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria. Numerose le degustazioni e gli approfondimenti, progettati sotto il format “Umbria Wine Academy” per un calendario di appuntamenti finalizzati a rendere note le produzioni, le storie, le progettualità, i volti del vino umbro.
Il concept “RADICI” guiderà la lettura visiva attraverso le grandi immagini lungo i 1000 mq che contribuiranno alla valorizzazione delle “Radici”, tema che sarà il fil rouge di tutti gli eventi dello stand, enfatizzando il legame tra storia, territorio e prospettive future. “Protagonisti, – spiega Gioia Bacoccoli, coordinatrice di Umbria Top – saranno temi quali la biodiversità, le tecniche produttive, le tracce storico-archeologiche legate alle produzioni vitivinicole di cui il Cuore Verde è ricchissimo e tutto da valorizzare. Questa chiave di lettura potrà rappresentare un nuovo metodo di mappare le eccellenze regionali ed invitare in Umbria sotto un nuovo spirito di scoperta”.
Il calendario di appuntamenti si apre con l’inaugurazione dell’area espositiva domenica 6 alle ore 12.15, alla presenza delle istituzioni regionali.
Di seguito segnaliamo una selezione di appuntamenti sia tecnici sia istituzionali, oltre alcuni riservati alla stampa (su prenotazione)
Per cominciare, ecco alcuni momenti di approfondimento che si terranno al piano terra (area eventi).
Domenica 6, Il Vinitaly umbro si veste di fasti antichi ed echi di altri tempi ma proiettati nel contemporaneo come rivelerà la pubblicazione “Radici: l’eco delle origini”, presentato per la prima volta alle ore 15 con la presenza degli studiosi ed esperti che hanno contribuito alla redazione della pubblicazione. Il volume intende percorrere e riscoprire le origini della produzione vitivinicola umbra attraverso un approccio multidisciplinare, per scoprire punti di forza della piccola ma preziosa produzione umbra, tra peculiarità botaniche, agronomiche e ambientali del territorio e spunti culturali, racconti storici, testimonianze di archeologia agricola e rurale, grazie al contributo, tra i vari, dell’Università degli Studi di Perugia, l’Università per Stranieri di Perugia, 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, Museo del Vino di Torgiano, AIS Umbria.
La pubblicazione si avvale del coordinamento del corso Mi.CO. Università per Stranieri di Perugia e del prezioso contributo scientifico di alcuni professionisti dell’Università degli di Perugia: Alberto Palliotti, Professore di Viticoltura, Manuel Pinero Vaquero, professore associato di storia economica, Paolo Braconi, già docente di Antichità romane e di Storia dell’Agricoltura e dell’Alimentazione.
Lunedì 7 aprile, alle 10.15 è in programma l’evento “Dalle radici all’innovazione”, dedicato al Distretto di Qualità del Vino Umbro, progetto di cui Umbria Top è capofila e che ha recentemente ottenuto una posizione finanziabile presso il MASAF. L’incontro vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali, dei partner del progetto per i comparti aziendale, formazione, innovazione, ricerca e promozione. Il Distretto nasce per rafforzare l’integrazione della filiera vitivinicola umbra, valorizzandone le origini e puntando su produttività e innovazione. Con una progettualità triennale e un forte impegno nella comunicazione, il Distretto promuove la sostenibilità, la ricerca sulla biodiversità e l’adozione di nuove tecnologie come blockchain ed e-commerce, creando così un sistema solido per il futuro del vino umbro.
Alle ore 12 in programma l’incontro “Turismo delle radici – Storie di viaggiatori italodiscendenti. Il progetto Pnrr Italea e prospettive future” a cura di Regione Umbria e Ministero degli affari esteri e della cooperazione internazionale. Italea si rivolge sia a coloro che già conoscono le proprie origini sia a chi desidera scoprire la propria discendenza italiana.
Nel pomeriggio, dalle 14.15 si terrà la presentazione ufficiale dei vini vincitori del Concorso Enologico Regionale Umbria del Vino – Edizione 2025 realizzato a cura di Promocamera az. Speciale e camera di Commercio Umbria. L’evento vedrà la partecipazione di Federico Sisti, Segretario Generale della Camera di Commercio dell’Umbria, e Riccardo Cotarella, Presidente dell’Union Internationale des Œnologues e Coordinatore della commissione di degustazione del concorso. Dopo la presentazione, seguirà una degustazione libera dei vini premiati, con il supporto di un sommelier, presso il banco Enoteca.
A seguire, alle ore 15, ASSOGAL Umbria propone un incontro di confronto tra progetti di turismo esperienziale e presenterà l’evento di lancio del living lab sul tema enoturismo. L’iniziativa prevede tre momenti di approfondimento:
Il caso Umbria: approfondimento sul tema delle radici del turismo, dall’enoturismo al turismo esperienziale.
Best practices dall’Italia, con cinque GAL provenienti da tutta Italia, che porteranno delle testimonianze sul turismo rurale
Analisi politica e prospettive con interventi delle Rete Rurale nazionale, Assogal e Assessorato all’Agricoltura
Le iniziative di ASSOGAL Umbria sono inserite nell’ambito del progetto di valorizzazione del patrimonio rurale locale e delle produzioni ad esso collegate “Umbria lasciati sorprendere” nell’ambito della misura 19 “Sostegno allo Sviluppo locale LAEDER” del PSR per l’Umbria 2014-2022.
Martedì 8 aprile, alle 10 si terrà un incontro dedicato agli eventi enoturistici dell’Umbria: “Eventi radicati nei territori: bellezze e vini dell’Umbria 2025”. L’appuntamento sarà un’occasione per scoprire il calendario 2025 delle manifestazioni enoturistiche che valorizzano il patrimonio vitivinicolo e i borghi della regione.
Saranno presentati eventi di spicco come “Only Wine”, “Corciano Castello di Vino”, “Trasimeno Rosé Festival”, “Umbria Wine” e “Le Notti del Vino – Città del Vino Umbria”, insieme alle iniziative di Movimento Turismo del Vino Umbria e Calici di Stelle a Torgiano.
Per quanto riguarda gli appuntamenti di degustazione invece, alcune iniziative che si terranno al piano superiore/soppalco (area eventi) e che, come nel 2024, si realizzeranno attraverso il format “Umbria Wine Academy”.
Nel soppalco, alle 15.45, AIS Umbria, esplorerà in questa occasione due aspetti dell’Umbria vitivinicola: vino secco vs. vino dolce. “Le radici del gusto” sarà un viaggio fra le uve autoctone, presenze ormai ultracentenarie, e i vini storici della regione: dal Trebbiano spoletino al Trasimeno Gamay, dal Ciliegiolo di Amelia e Narni al vino di Orvieto, senza dimenticare il Sangiovese e il Grechetto. Quei vini che rappresentano oggi identità e ispirazione territoriale e che sempre di più, nel prossimo futuro, saranno il passaporto della cultura e del savoir-faire umbro.
Alle 17 si continua con l’evento “Quando un vitigno internazionale affonda le sue radici nei terroir dell’Umbria: gli Chardonnay”: grazie alla varietà dei suoli umbri – sedimentari, alluvionali, colluviali e vulcanici – lo Chardonnay sviluppa qui caratteristiche uniche, rendendo la degustazione un’esperienza tecnica e sensoriale di grande interesse. L’incontro sarà coordinato da Alessandro Leoni, Miglior Giovane Enologo Italiano, e dal giornalista Davide Gangi, amministratore di Vinoway Italia, con la partecipazione di AIS Umbria.
Lunedì 7 aprile alle 11.15 si segnala l’appuntamento “Vinosanto da Uve Affumicate”, un’occasione per riscoprire e valorizzare questa eccellenza enologica dell’Alta Umbria che è stato riconosciuto Presidio Slow Food. Moderato dal Professore Alberto Palliotti dell’Università di Perugia, l’incontro esplorerà il terroir, la storia e il metodo di produzione di questo vino unico, dalla raccolta all’affinamento. Insieme ai produttori di questa particolare specialità, si illustrerà il percorso di riscoperta delle radici del Vinosanto e le opportunità per il territorio, tra turismo, nuove generazioni di viticoltori e sapori unici umbri in versione finger food a cura di Osteria Slow Food.
Martedì 8 aprile alle 12, si terrà l’evento “Oro Verde dell’Umbria 2025“, una degustazione guidata dedicata ai migliori oli umbri premiati nel concorso regionale Selezione Umbria Ercole Olivario 2025 a cura di Promocamera az. Speciale e camera di Commercio Umbria. L’incontro guiderà il pubblico alla scoperta delle eccellenze olearie della regione, raccontandone le caratteristiche, le peculiarità sensoriali e l’importanza del territorio nella produzione di oli di alta qualità. Durante l’evento sarà possibile in anteprima degustare due tipologie di gelato artigianale prodotti da altrettante tipologie di cultivar monorigine.
In contemporanea, al piano superiore del soppalco, le Donne del Vino dell’Umbria presenteranno una selezione di vini tutti al femminile.
Alle 15 si terrà la degustazione guidata dedicata ai vini primi classificati del Concorso Enologico Regionale Umbria del Vino – Edizione 2025. L’evento vedrà la presenza di Federico Sisti, Segretario Generale della Camera di Commercio dell’Umbria e del giornalista enogastronomico Jacopo Cossater, che guideranno i partecipanti alla scoperta degli otto vini vincitori nelle diverse categorie del concorso.
Sempre martedì alle 16.30 con AIS parla di “Origini del vino umbro: le radici della dolcezza”: raccontare della vocazione del territorio alla produzione di vini dolci vuol dire raccontare l’Umbria degli etruschi, degli itinerari di Federico II di Svevia, fino alla tradizionale accoglienza contadina frugale ma verace. Ed ecco allora concretizzarsi un secondo viaggio che da Orvieto a Montefalco, dall’Alta Valle del Tevere fino alla Bassa Umbria condurrà attraverso le origini e gli sviluppi della produzione vitivinicola regionale.
Ritorna quest’anno anche l’area Enoteca Regionale, un grande banco di assaggi in cui trova spazio una selezione di eccellenze rappresentative dei produttori presenti nei 1.000 mq con i propri stand ma anche vini provenienti da altre aziende umbre non rappresentate nella collettiva del PAD. 2.
Tutti i giorni nelle ore del pranzo, Menù degustazione: prodotti d’Umbria, a cura di 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria. L’Umbria del vino incontra l’Umbria dei sapori, materie prime che raccontano l’amore per la propria terra e la passione per la qualità.
La norcineria, i formaggi, l’olio, il tartufo, le patate, il pane, la carne, i dolci, compongono un paniere di eccellenze che raccontano l’identità dei i territori, e la vitalità di tante piccole aziende tutte da scoprire, che questo appuntamento vuole promuovere e far conoscere.
Domenica è dedicata ai prodotti certificati di qualità, come le tartare di vitellone bianco dell’Appennino IGP, accompagnata da ingredienti tipici come la cipolla di Cannara e il caciottone di Norcia IGP, fino al panpepato di Terni IGP, un classico della pasticceria regionale.
Lunedì, invece, l’attenzione si sposta sul pesce d’acqua dolce, un itinerario gastronomico dedicato al Lago Trasimeno, ecosistema ambientale e culturale ricco di suggestioni, complesso quanto delicato, custode di biodiversità unica.
Il martedì i sapori della montagna, dei pascoli rocciosi della Valnerina e delle sue valli fluviali, incontrano quelli della Valle Tiberina Sud, con i profumi delle erbe spontanee, e i sentori degli oli delle cultivar autoctone.
Il mercoledì concluderà l’offerta una proposta di paste artigianali realizzate con frumenti locali e condimenti provenienti da specie autoctone.
Tutti i giorni, in momenti sia del mattino che del pomeriggio, momenti di gusto chiamati “Un sorso, Un morso” e “Animazioni di Gusto”. Le peculiarità dei vitigni iscritti al Registro regionale della biodiversità di interesse agrario che alcune aziende pioniere stanno impiantando e vinificando, in bottiglie che sono in alcuni casi un unicum del territorio saranno raccontate in abbinamento ad alcuni assaggi di agrobiodiversità, pensati per consentire l’esaltazione del connubio fra cibo e vino. Le degustazioni “Un Sorso Un Morso” si configurano come “pillole” dei prodotti di qualità dell’Umbria sempre a cura di 3A Parco Tecnologico Agroalimentare dell’Umbria, in abbinamento ai vini umbri. Valentina Dugo e Antonio Boco condurranno alla degustazione. “Animazioni di Gusto” invece proporranno preparazioni live e degustazioni guidate di eccellenze della gastronomia regionale. I momenti di gusto sono realizzati nell’ambito del CSR per l’Umbria 2023-2027 – Intervento SRA16 “Conservazione agro-biodiversità-banche del germoplasma” e “Attività di comunicazione”
Tra le novità dell’area umbra di Vinitaly 2025, la presenza del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco dell’Appennino centrale IGP. L’Indicazione Geografica Protetta, “Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale” è stato il primo marchio di qualità per le carni bovine fresche approvato dalla Comunità Europea per l’Italia. Un sinonimo di garanzia per la salute di quanti lo includono nella propria dieta quotidiana, un marchio ed un nome per indicare, certificare e garantire la carne prodotta dalle tre razze bovine da carne tipiche dell’Italia centrale: Chianina, Marchigiana e Romagnola.
Anche l’Olio di oliva extravergine umbro sarà presente grazie ad Assoprol ed Aprol. In degustazione le migliori cultivar regionali ma anche gelato artigianale all’Olio E.v.O nonché cioccolatini con ripieno di crema all’Olio E.v.O.
Le iniziative di Umbria Top sono inserite nell’ambito delle iniziative di promozione delle produzioni certificate umbre promosse dalla Cooperativa Umbria Top Wines nell’ambito della misura del CSR Umbria 2023-2027 – intervento SRG10 “Promozione dei prodotti di qualità”.
L’area Umbria a Vinitaly è resa possibile in questa imminente edizione anche grazie ai partner di Umbria Top Wines, quali Umbraflor, fornirà di arredi verdi tutta l’area, Enoidee e Alessandrelli Kitchen e Living.
La Redazione
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