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5 Agosto, 2026
Caiarossa Sunset: il tramonto si vive tra i vigneti con vino, musica e sapori della costa toscana
Il 5 e il 12 agosto due appuntamenti al calare del sole per brindare tra i filari. Debutta anche la nuova esperienza “Icons fra Oggi e Ieri”, dedicata alle grandi etichette della tenuta.
Ci sono luoghi in cui il tramonto diventa parte dell’esperienza. È da questa idea che nasce Caiarossa Sunset, il nuovo appuntamento estivo della tenuta di Riparbella, pensato per vivere le ultime ore della giornata tra vigneti, musica e calici affacciati sul Mar Tirreno.
Le prime due serate sono in programma martedì 5 e martedì 12 agosto, dalle 18.30 alle 21.30, con prenotazione obbligatoria.
L’esperienza comprende un calice a scelta tra Pergolaia Bianco, l’etichetta nata nel 2025 da uve Vermentino, e Pergolaia Rosso, interpretazione a base Sangiovese, oltre alla possibilità di visitare la cantina e conoscere da vicino la filosofia produttiva di Caiarossa. Durante la serata saranno disponibili al calice o in bottiglia anche tutte le altre etichette della tenuta.
Ad accompagnare i vini sarà la Macelleria Galletti di Riparbella, che proporrà una selezione di salumi e specialità locali acquistabili direttamente in loco, mentre ogni appuntamento sarà caratterizzato da una diversa atmosfera musicale, tra DJ set, Vinyl DJ Set e musica dal vivo.
L’iniziativa si inserisce nel calendario delle esperienze enoturistiche di Caiarossa, che nel 2026 si arricchisce anche con “Icons fra Oggi e Ieri“, una nuova degustazione dedicata all’evoluzione nel tempo dei vini simbolo della tenuta.
Il percorso accompagna gli ospiti dal vigneto alla barricaia, alla scoperta dell’agricoltura biodinamica e dell’architettura Feng Shui della cantina, per concludersi con una degustazione guidata di sei calici. Protagoniste sono diverse annate di Pergolaia, Aria di Caiarossa e Caiarossa, selezionate in base alla disponibilità, abbinate a sei piccoli assaggi studiati per valorizzarne le caratteristiche. L’esperienza si completa con la degustazione dell’olio extravergine di oliva biologico prodotto dalla tenuta.
Due proposte diverse, accomunate dalla stessa idea di ospitalità: offrire agli ospiti il tempo di vivere Caiarossa attraverso il paesaggio, i vini e i sapori che rendono unica questa parte della Toscana.
CAIAROSSA
L’energia della natura trova slancio e riparo vicino al borgo medievale di Riparbella, sulla Costa Toscana: la vegetazione rigogliosa, gli alberi da frutto, gli olivi, gli ortaggi e le piante aromatiche restituiscono il colore, i profumi e la meraviglia di un territorio unico, quello in cui sorge Caiarossa. Una luce magica di giorno, dovuta al riverbero dei raggi del sole sul mare in lontananza, un cielo stellato di notte, la suggestione è grande e abbraccia la cantina, rossa come il centro della terra, appoggiata sul versante sud-ovest della collina. Era il 2004 quando Eric Albada Jelgersma decide di acquistare una tenuta in questa parte speciale d’Italia, portando con sè le conoscenze sviluppate negli anni a Bordeaux, con Château Giscours, nota azienda vinicola nella denominazione Margaux della regione francese di Bordeaux. Eric Albada si innamora infatti di questa piccola ma bellissima cantina, immersa nella macchia mediterranea, sul versante occidentale di una collina che si affaccia sul mare. Oggi, i suoi figli Dennis, Derk e Valérie proseguono sulle orme del padre e continuano a lavorare alla ricerca della massima precisione nella produzione dei vini. Questa ricerca è volta alla massima connessione con il ritmo della natura, ed è per questo che fin dalla sua nascita la cantina segue i principi dell’agricoltura biodinamica, con l’obiettivo di aumentare la vitalità e la resilienza del terreno. I vini Caiarossa sono unici: raffinati blend delineano una ricerca tra sperimentazione ed equilibrio. Un’armonia che restituisce l’interpretazione virtuosa del territorio con occhi francesi.
La Redazione
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5 Agosto, 2026
Trasparenze di sale. Il connubio tra i vini di Vito Oddo e l'arte di Liliana Vianello a Via Margutta
Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign, Via Margutta, Roma, rassegna EstatArte
Per secoli, le navi della Serenissima presero il mare verso la Sicilia con il solo scopo di caricare il sale dalle sue saline. Specialmente quelle del trapanese poiché tra le più produttive del Mediterraneo. I carichi di sale alimentavano il monopolio gestito dal Magistrato al Sal, l’ufficio della Repubblica che ne regolava il commercio. Venezia, che di sale proprio non ne aveva, dipendeva da coste lontane creando un legame concreto, documentato nei registri di quella magistratura.
Mi piace pensare a questo legame antico se ripenso all’incontro andato in scena a Roma, quando la Galleria Internazionale Area Contesa ArteDesign di Via Margutta ha ospitato, nella cornice della rassegna estiva EstatArte, una serata dedicata a Liliana Vianello creando un dialogo tra le trasparenze pittoriche dell’artista veneziana e i vini della cantina urbana di Vito Oddo, nati sulla stessa terra che per secoli aveva riempito le stive dirette alla Serenissima. Non un semplice accompagnamento a margine di una mostra, ma un vero connubio e la prova, se ma ve ne fosse ancora bisogno, che un vino e un quadro, nati a secoli e a mari di distanza, possono avere qualcosa da dirsi.
La laguna e la salina: due acque, un’unica luce
Venezia, nella pittura di Vianello, non compare come citazione ma come vera struttura. La superficie si fa profondità, il colore si deposita in velature successive così che ogni tela custodisce l’eco di un’atmosfera sospesa, quella della laguna nelle ore in cui l’acqua e il cielo si fondono smettendo di distinguersi. Non è un caso che proprio Venezia, dal Cinquecento, abbia fondato parte della propria identità sulla lavorazione dello specchio a Murano, un’arte tenuta a lungo come segreto di Stato, al punto che agli artigiani era proibito lasciare l’isola: una città che ha fatto della trasparenza e del riflesso non un ornamento, ma una vocazione.
L’influenza di Venezia emerge non solo come riferimento geografico e culturale, ma come autentica ispirazione poetica. Nei lavori di Vianello, il colore si fa luce, la superficie diventa profondità e ogni trasparenza invita lo spettatore a scoprire nuovi livelli di lettura. È una pittura che suggerisce più che descrivere, lasciando spazio all’immaginazione e al dialogo interiore.
Trapani racconta, sulla stessa soglia tra acqua e luce, la storia delle sue navi che per secoli hanno affidato a quelle della Serenissima. Le sue saline, distese basse d’acqua ferma, incorniciate da mulini e argini di terra battuta, restituiscono visivamente ciò che per secoli hanno rappresentato commercialmente: una superficie che non si limita a riflettere il cielo, ma lo trattiene, lo filtra, lo restituisce trasformato. Due città, due lagune minori, un solo principio compositivo: la luce che non si limita a posarsi sull’acqua, ma vi resta imprigionata.
Il Vermentino e la goccia di mare nascosta in Via Margutta
Se la pittura di Vianello evoca l’atmosfera sospesa della laguna, il Vermentino di Oddo ne offre la controparte gustativa: un bianco che porta il sale nella propria sapidità senza mai dichiararlo apertamente, teso tra la luminosità del colore e la trattenuta mineralità del sorso. È il vino della soglia, quello che in un territorio segnato dal vento e dall’acqua bassa racconta la vicinanza del mare più di quanto potrebbe fare la sua semplice presenza in etichetta.
Anche il nome della strada che ha ospitato la serata custodisce, secondo una delle ipotesi etimologiche più suggestive (per quanto meno accreditata di altre) un’eco d’acqua: “Margutta” potrebbe derivare da “maris gutta”, goccia di mare, in memoria di un rivolo che scorreva lungo la stradina prima delle opere di bonifica ottocentesche. Vera o presunta, quest’origine marina del toponimo regala al Vermentino un ospite naturale: un bianco salino che, senza saperlo, ha bevuto nella strada giusta.
Il Merlot: dalla scuderia alla galleria, dal garage alla cantina
Prima di diventare la via delle gallerie e degli atelier, Via Margutta fu per secoli uno spazio di servizio: ospitava le scuderie, i magazzini e le case degli stallieri e dei marmisti al seguito dei palazzi nobiliari di via del Babuino. Fu un artigiano di cui non è rimasto il nome ad aprirvi la prima bottega, dando avvio a una trasformazione lenta ma radicale: baracche e stalle divennero, nel tempo, gallerie e ateliers.
È una storia che sembra accomunare quella di Vito Oddo. La sua sede, prima cantina urbana di Trapani, nasce infatti nel garage di famiglia, nel quartiere di Villa Rosina dove Vito ha condotto le prime fermentazioni sperimentali. Il Merlot che matura in quello spazio insieme al Guerra e Pace, cresciuto nella stessa disciplina, porta addosso la stessa materia grezza trasformata in qualcosa d’altro: non più garage, ma cantina; non più semplice contenitore, ma luogo di espressione. Il rosso struttura e trattiene, dà corpo alla trasformazione dove il bianco e il macerato ne raccontano la superficie: la stessa profondità che Vianello costruisce per strati di colore, il Merlot la costruisce per strati di tempo in legno.
Una vocazione già scritta nell’etichetta
L’incontro tra la cantina di Vito Oddo e il mondo delle arti visive non nasce con questa serata. Le etichette di Oddo Vini portano da tempo la firma del pittore Alessandro Siviglia, in una collaborazione che ha trasformato ogni bottiglia in una superficie destinata, fin dall’origine, a portare un’immagine oltre che un contenuto. L’incontro con Liliana Vianello a Roma non è dunque un’eccezione nella storia della cantina, ma la prosecuzione, in una città e in un contesto diversi, di un’attitudine che le è propria. un precedente che lascia intuire quanto lontano possa ancora arrivare, per questa cantina, l’idea del vino come immagine oltre che come sapore.
Via Margutta, soglia tra tradizione e contemporaneità
Via Margutta resta, a Roma, uno dei pochi luoghi capaci di ospitare un incontro di questo tipo senza che suoni artificioso: strada di artisti e di ateliers per tradizione, ha trovato nella rassegna EstatArte e nella Galleria Area Contesa ArteDesign un prosecutore naturale della propria vocazione conviviale. La serata dedicata a Vianello ha confermato quella vocazione, offrendo al pubblico un’esperienza in cui il gusto e lo sguardo si sono mossi sul medesimo principio: la trasparenza come forma più alta della verità di un luogo, che questo luogo sia una laguna dipinta o una salina raccontata in un bicchiere.
Resta, sullo sfondo, una domanda più ampia: quante altre opere, quante altre cantine potrebbero trovare un simile punto d’incontro, se solo si accettasse di leggere un’etichetta come si legge una tela? La serata di Via Margutta non chiude questa possibilità: la apre.
Ivan Vellucci & Marco Sargentini
winetalesmagazine.comm
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4 Agosto, 2026
Alta Langa Docg, al via la Vendemmia 2026: attese basi spumante di Ottima Qualità
Al via dal 5 agosto la vendemmia 2026 delle uve Pinot Nero e Chardonnay destinate alla produzione delle basi spumante per Alta Langa DOCG.
L’ANNATA AGRARIA – Dopo un autunno caratterizzato da una buona piovosità, accompagnata dalla prima nevicata registrata il 21 novembre, anche la prima parte dell’anno ha beneficiato di precipitazioni, garantendo un’adeguata riserva idrica nei suoli.
La primavera si è sviluppata con temperature miti e in assenza di particolari episodi di freddo intenso. Il germogliamento è avvenuto già alla fine del mese di marzo, determinando un anticipo delle principali fasi fenologiche, in particolare della fioritura e del successivo sviluppo vegetativo. Di conseguenza, si prevede un avvio della vendemmia nella prima parte del mese di agosto, iniziando con il Pinot Nero e, a seguire, con lo Chardonnay, con un anticipo rispetto alla media stagionale.
L’arrivo di alcuni intensi giorni di calore tra fine luglio e inizio agosto potrebbe ulteriormente accentuare l’anticipo in particolare negli areali posti a quote più basse della denominazione, dove già sussiste una media termica più elevata.
Nelle aree poste alle quote più elevate, l’inizio della raccolta potrà essere posticipato di alcuni giorni, in funzione delle differenti condizioni pedoclimatiche.
L’andamento estivo si è mantenuto regolare, con precipitazioni limitate e un decorso climatico favorevole. Tali condizioni hanno contribuito a contenere la pressione delle principali malattie fungine, consentendo una gestione fitosanitaria più agevole e garantendo un ottimo stato sanitario delle uve.
PROSPETTIVE DI VENDEMMIA 2026 – Alla luce dell’andamento meteorologico e dello sviluppo vegeto-produttivo osservato, le prospettive per la vendemmia 2026 in Alta Langa risultano complessivamente molto positive.
Le uve sono sane, caratterizzate da un buon equilibrio acido, da un’adeguata maturazione tecnologica e da un grande potenziale qualitativo.
Le condizioni rilevate fanno prevedere una vendemmia di elevata qualità, particolarmente favorevole alla produzione di basi spumante dotate di freschezza, finezza ed eleganza.
Commenta Gianmario Cerutti, vicepresidente del Consorzio
I picchi di caldo che a sorpresa accelerano o comunque, integrandosi con le variabili pedoclimatiche, modificano all’improvviso le dinamiche delle curve di maturazione, pongono sempre più il punto su una gestione attenta dei vigneti fin a ridosso della vendemmia, unita a un costante monitoraggio della maturazione per essere pronti a raccogliere nel momento migliore preservando la qualità ottimale del prodotto. Un lavoro senza pausa, sempre più intenso per energie, costanza e tempestività necessaria. Vignaioli, case spumantiere e Consorzio stanno lavorando per sviluppare e integrare nuovi studi di zonazione geo–pedoclimatica, elaborazione di dati e modelli che supportino nel lavoro sia quotidiano in vigna e cantina, sia di sviluppo della denominazione a medio e lungo periodo.
La Redazione
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4 Agosto, 2026
Vino al ristorante, non più solo cassetto
Consumi in calo, il vino ha un diverso appeal al ristorante rispetto al passato. Nell’articolo, l’opinione di tre sommelier sulle strategie da adottare per rilanciarlo
Vino al ristorante, dibattito sempre aperto.
Vino al ristorante, se ne dibatte ormai da qualche anno senza però mai arrivare ad un vero punto di svolta tra gli attori protagonisti della filiera agroalimentare. Siano essi produttori, ristoratori, sommelier. Fiumi di parole che possono portare anche ad una intesa, che troppo spesso, però, non trova riscontro nella pratica. O, comunque rimane ancora troppo limitata ad una ristretta cerchia di ristoratori e sommelier. L’approccio al vino è però cambiato, con esso le abitudini di consumo al ristorante. La domanda da porsi è quindi quanto sia proficuo continuare a ritenere la bottiglia di vino al ristorante una fonte di guadagno.
Cassetto o punto di forza?
Paolo Porfidio, Head Sommelier di Hotel Gallia di Milano
La questione è se il vino al ristorante sia un punto di forza o solo un modo per fare cassetto. Il mio personale punto di vista è che debba rispondere alla prima delle due ipotesi, senza creare speculazione. La realtà invece ci dice che spesso ristoratori e sommelier abbiano esagerato. D’accordo, i costi della filiera sono in partenza alti. Ma ciò non giustifica certi ricarichi, neanche nel settore lusso dove la gestione del prodotto va ben oltre quella del classico ristorante. In alcuni casi si è proprio calcato la mano. Il vino non deve essere la prima o unica fonte di guadagno
Prima e dopo Covid, consumi cambiati?
Luca Montanaro, Responsabile di Sala di Moebius a Milano
Ma non è solo un problema di ricarichi, non trascurabili sono anche i dati relativi al consumo di vino.
Prima del Covid, le persone facevano anche acquisti importanti di vino, dopo è cambiata la propensione all’acquisto. A ciò si deve aggiungere una maggiore attenzione da parte dei giovani al consumo di alcol. Cosa in sé non negativa, ma il problema sono le aspettative sul consumo di vino. Qualcuno si è orientato verso il vino dealcolato, ma bisogna fare attenzione. Non ci si può aspettare che dia le stesse sensazioni di un calice di vino, per così dire, tradizionale. In fin dei conti, il vino dealcolato è pur sempre una bevanda analcolica
Wine Pairing, nuova strada da seguire.
Mario Ippoliti, per otto anni Head sommelier al Ristorante Sadler di Milano
Sta di fatto che oggi si beve di meno, il consumo pro capite delle bottiglie di vino è sceso drasticamente fino al 30%. Sale invece il consumo di vino al calice.
La richiesta di un calice da parte del cliente è sempre più alta. Complice i ricarichi sproporzionati di una bottiglia e il costo della vita sempre meno sostenibile. Soprattutto nelle grandi città”. Ecco allora che il wine pairing diventa la risposta per rispondere a esigenze di clienti e ristoratori. “Consente di fare assaggiare le bottiglie e fare girare la cantina del ristorante. In questo modo, aprendo cinque bottiglie diverse si coprono trenta coperti. Con soddisfazione per tutti.
Passione in campo, senza pensare al fatturato.
Mario Ippoliti
Bisogna però avere passione ed aprire le bottiglie senza paura. Senza pensare a quanto si possa fatturare con ognuna di loro
Non devono poi venir meno capacità e competenze.
Con tanta umiltà, si deve ascoltare il cliente. E indirizzarlo, con consigli su due calici da scoprire oppure mettendo a confronto due mezzi calici dello stesso vitigno, ma provenienti da zone diverse, abbinati a due mezze porzioni. L’obiettivo deve essere il divertimento del cliente. Più si diverte, più cresce la curiosità. Ed io, allo stesso tempo, creo cultura del vino
Sommelier, serve precisione senza esagerare.
Luca Montanaro
In questo caso, però, il personale assume un ruolo fondamentale nella comunicazione del vino. Ciò supporrebbe un diverso modo di proporsi, a fronte di un consumatore che negli anni è cambiato.
L’ospite ha paura di confrontarsi con il sommelier, nel timore che possa presentargli referenze inarrivabili. In realtà il sommelier deve limitarsi a dare informazioni dritte e precise, senza esagerare.
Ma non sempre è così.
Mario Ippoliti
La forza di un sommelier deve essere quella di incuriosire, di condurre alla scoperta dei territori
Ma cosa succede quando nel ristorante manca il sommelier? In teoria, dovrebbe provvedere il cameriere.
Servizio, l’importanza del cameriere.
Luca Montanaro
Quella del cameriere è una figura troppo spesso poco valorizzata all’interno di un ristorante. Si limita a prendere la commessa, quando sarebbe opportuno che conoscesse più a fondo ciò di cui il ristorante dispone. E’ una figura fondamentale, per il cliente dovrebbe essere una persona di fiducia
Come peraltro dimostra l’etimologia della parola. E’ pur vero, però, che l’azione del cameriere dovrebbe essere agevolata da una carta vini più snella.
Paolo Porfidio
In passato vinceva la carta più importante. Mentre oggi siamo passati a carte vini più contenute, per non mettere in difficoltà il cliente
Carte vino, vezzo dei sommelier.
Considerazione condivisa dallo stesso Luca Montanaro, che rincara la dose..
Penso che cantine esagerate siano dovute al vezzo di noi sommelier di voler fare bella figura. Carte vini snelle e sufficientemente stabili, invece, non spiazzerebbero il cliente. E le bottiglie non stazionerebbero anni sugli scaffali
Tanto più che oggi le persone difficilmente si lasciano sorprendere.
Paolo Porfidio
Per il consumatore medio il vino è spesso un extra. E’ più che mai necessario che in un ristorante offerta e ricarichi siano tra loro coerenti. Da lì si deve partire per una giusta presenza del vino e, soprattutto, tornare con i piedi per terra, il vino non può essere l’unica fonte di guadagno
Cantine esagerate, spreco di tempo.
Tanto più che il consumatore oggi, se vuole, può accedere con molta facilità ad informazioni che gli permettono di arrivare al ristorante preparato.
Mario Ippoliti
Sciocco cercare di stupire a tutti i costi con cantine da mille referenze. Così come è difficile giustificare che una bottiglia che al ristorante costa dieci al cliente costa quaranta.
Ma non è solo questo, non bisogna dimenticare la centralità del personale.
Conoscere una cantina da mille referenze sarebbe per sommelier e camerieri un impiego di tempo mostruoso quanto sprecato. Tutto quel tempo non basterebbe comunque a fare innamorare i clienti di ogni singola bottiglia
Vendita al ristorante, la logica è perversa.
In tutto questo si inserisce anche il ruolo del produttore. Anche lui negli anni è cambiato, oggi sempre più propenso ad occuparsi di promozione.
In realtà, non ha la necessaria preparazione. Così si affida a figure che più che a interessarsi al prodotto, si interessano alla vendita in quanto tale. Dovuto al fatto che, al di là degli anni di esperienza, spesso non hanno maturato competenze specifiche sul prodotto
Si innesta così una logica perversa, che non fa il bene del vino.
Se sei un ristorante riconosciuto puoi ottenere tutti gli sconti che vuoi, se non sei certificato paghi anche lo sconto che ha ottenuto il primo.
Ma al favore concesso, non corrisponde un vantaggio.
Prezzo della bottiglia, al valore di mercato non vende più nessuno.
La presenza di un vino all’interno di un ristorante riconosciuto, ne accresce la fama. E con essa, lievita il prezzo della bottiglia. Sarebbe più utile spingere su vini e vitigni meno conosciuti, come può essere un Biancolella. E creare sinergia con il produttore, proponendo un suo calice per una settimana. Senza monopolizzarlo per un mese, si avrebbe tempo e modo di raccontare la sua storia.
Al contempo, però, il ristorante deve adeguarsi al cambiamento del mercato.
Mario Ippoliti
Non deve cercare a tutti i costi il cartone omaggio. Il prezzo della bottiglia, oggi, lo fai in base all’acquisto, non al valore di mercato. Al valore di mercato non vende più nessuno. Ma soprattutto bisogna tornare ad avere bisogno più di applausi che di denaro.
Francesco A. Belllini – Vino e dintorni
© Copyright Francesco A. Bellini | Tutti i Diritti Riservati
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3 Agosto, 2026
Joaquin. Raffaele Pagano, il cercatore di vigneti
Prima di Joaquin c’erano milioni di bottiglie. Poi è arrivato Raffaele Pagano e la decisione di fare l’esatto contrario. Cercare vigne invece di volumi, attendere invece di correre, custodire invece di consumare. Una storia che attraversa l’Irpinia, Capri e il vino italiano raccontando il valore del tempo, delle radici e delle scelte controcorrente.
Il rumore spento di Raffaele Pagano
Prima del vino, prima di Lapio, prima della parola Joaquin, c’è il rumore. Il rumore meccanico, ostinato, quasi fisico prodotto dalla linea di imbottigliamento che corre, il vetro che avanza, le bottiglie che diventano numeri, casse, camion, fatture, scadenze.
Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi. Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare. Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa. Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina. Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità? Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta. Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove. Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin. Dal mondo della quantità alla religione del tempo Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo. Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi. La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando. Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso. Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare. Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare. Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni. Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili. Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale. In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no. A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta. La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia. E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari. Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti. Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto. Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo. Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta. Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana. Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola. La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni. L’impresa, un atto di custodia Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle. Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali. Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi. Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo. Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare. Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione. Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino. Le bottiglie come figli Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice. Non ho figli. La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa. Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo. Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità. I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere. I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così. Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive. 110 Oyster 2024 (Greco) Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza. Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia. Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano) Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare. Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile. In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino. Piante a Lapio, Fiano Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa. Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta. Quello che resta dopo il bicchiere Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli. Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande. Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario. Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere. Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo. Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti. In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Per Raffaele Pagano quel rumore non è un dettaglio. È il punto da cui tutto comincia. O forse il punto da cui lui ha deciso di allontanarsi. Avevo tredici anni. Dormivo. Mio padre arrivò alle sei del mattino, mi si piazzò davanti al letto e mi disse: hai capito? Io risposi di no. E lui: perché bisogna lavorare. Una scena che resta mi resta nella mente e mi rendo conto di come, per il suo crudo realismo, non abbia bisogno di abbellimenti. Un ragazzo nel letto, un padre in piedi alle sei del mattino, una frase corta, quelle dei padri di una volta che non avevano bisogno di dire molto per farsi rispettare. Raffaele la racconta senza vittimismo, senza rancore, quasi con gratitudine. Forse perché sa bene che senza quel padre, senza quella disciplina, senza quella cantina di famiglia, forse Joaquin non sarebbe mai nata. Sa anche che per diventare sé stesso ha dovuto spegnere qualcosa. Papà era un imbottigliatore. Arrivò a fare tre milioni di bottiglie. Io sono praticamente nato dentro una cantina. Tre milioni di bottiglie sono qualcosa di abnorme. Una montagna. Per molti sarebbero state una sicurezza, una direzione già scritta, una strada larga su cui continuare a correre. Raffaele, invece, dentro quel numero ha sentito qualcosa di diverso. Una domanda magari: quanto può valere una bottiglia se non è più soltanto una bottiglia? Quanto spazio serve al vino per non essere più merce per diventare memoria? E soprattutto: quanta vita bisogna perdere per inseguire la quantità quando il desiderio più autentico è custodire l’unicità? Avevo la mania della linea di imbottigliamento sempre in moto. Sempre. A un certo punto ho pensato che dovevamo fare il contrario. Dovevamo tenerla spenta. Spenta. La linea di imbottigliamento spenta è come una via di Roma durante il covid. Vuota, desolata. Impossibile da pensare anche se l’abbiamo vissuta pochi anni fa. Però, è esattamente da questo punto che la storia cambia passo. Joaquin non nasce da una moda, da un piano di comunicazione, da una voglia di apparire diversi. Nasce da una ferita e da un’intuizione. Nasce da un figlio che conosce perfettamente il mestiere del padre e decide, scientemente e proprio per questo, di tradirlo nel modo più devoto possibile: non negandone la storia, ma portandola altrove. Raffaele non è scappato dal vino. È scappato dal rumore di quella catena di montaggio di Tempi Moderni di Charlie Chaplin (rumore immaginato visto che era un film muto) e dal continuo ripetersi delle medesime azioni. Ha cercato il silenzio delle botti, l’attesa delle fecce, la pazienza delle parcelle, la fatica di quei vigneti che non promettono facilità ma pretendono dedizione. E in quel silenzio ha costruito Joaquin. Dal mondo della quantità alla religione del tempo Loro mi dicevano che i bianchi dovevano uscire subito. Veloci. Cash. Bisognava incassare. Io continuavo a dire che stavamo correndo troppo. Non pensiate che la parola cash, pronunciata all’interno di una conversazione sul vino, sia una brutalità. Si, certo, il vino è pathos e il cash è vil denaro dunque vita reale, onesta. Ma il vino è anche, soprattutto, impresa. È stipendi, bollette, fornitori, vendite, mercati. Raffaele lo sa meglio di chiunque altro. Ha studiato economia, ha guidato furgoni, ha visto le dinamiche dello sfuso, ha conosciuto il lato meno romantico del settore. Proprio per questo non si esprime come un sognatore ingenuo. La sua visione non nasce dall’ignoranza del mercato, ma da una conoscenza troppo profonda dei suoi meccanismi. La qualità di una struttura passa attraverso la conoscenza profonda del settore. Non basta sapere la formuletta. Devi capire tecnicamente cosa sta succedendo a quella massa e dove sta andando. Una doppia natura. Da un lato l’uomo ruvido, diretto, a tratti feroce nel giudizio. Dall’altro il custode quasi ossessivo del dettaglio. Nessuna idealizzazione del vino. Lo smonta, lo osserva, lo attraversa. Sa da dove arrivano certe bottiglie, conosce i mediatori, le vasche, i compromessi, le scorciatoie. E forse proprio perché ha visto tutto questo da vicino ha sentito il bisogno di costruire un linguaggio diverso. Molte delle cose più importanti dei vini di Joaquin sono nate perché rimanevo qui da solo. Aspettavo che arrivasse qualcuno dalla cantina di famiglia ad aiutarmi. Mi dicevano: domani ti mando due persone. Poi non arrivava nessuno. E i vini restavano sulle fecce. Restavano nelle botti. Restavano ad aspettare. Una bellezza quasi involontaria. Il mancato aiuto, diventa stile. L’imprevisto, diventa metodo. La solitudine, diventa firma. Mi imbatto spesso in imprenditori che raccontano delle proprie decisioni lucide, dei momenti di scelte, del concatenarsi di eventi fortemente voluti. Qui invece c’è una verità più interessante. Quella che affida al caso l’inizio di tutto, evidenziando come, a volte, un progetto possa anche nascere da un contrattempo, da una mancanza, da una bestemmia trattenuta fra i denti, dal fatto che nessuno arriva quando dovrebbe arrivare. Più loro si dimenticavano di me e più i vini diventavano buoni. Lo ascolto, lo guardo e capisco come non sia una battuta. È poesia. Da quel ritardo nasce una relazione diversa con il tempo. Non il tempo come ostacolo da comprimere, come una catena di montaggio imporrebbe, ma il tempo come materia prima. Il tempo che scava, allarga, complica, approfondisce. Migliora o, perlomeno, fornisce un carattere unico. Quel tempo che oggi il mondo del vino dovrebbe ricominciare a difendere con più coraggio, mentre tutto intorno si chiede immediatezza, riconoscibilità, facilità di consumo, prezzi confrontabili, uscite puntuali, annate sempre disponibili. Lapio, l’Irpinia e la terra che non si vende Per capire Joaquin bisogna stare molto attenti a non ridurre l’Irpinia ad un fondale. Lapio non è un indirizzo da mettere in etichetta. È un carattere. Un modo di stare al mondo. Un territorio alto, verde, piovoso, attraversato da boschi, vento, escursioni termiche, vigne minute e famiglie che spesso hanno un rapporto quasi fisico con la terra. Joaquin nasce come cantina nel 1999 e oggi è legata a poco più di cinque ettari e a una produzione volutamente limitata, fondata sulla parcellizzazione, sui lunghi affinamenti e sulla decisione di produrre soltanto quando il vino convince davvero. Il dato non è solo tecnico. Dentro c’è una scelta morale. In questi paesi vendono le auto, vendono le case, vendono tutto. Ma i vigneti no. A Lapio il vigneto non è soltanto reddito. È prestigio, identità, appartenenza, memoria familiare. Avere mille metri quadrati in una certa collina può voler dire molto più di quanto un bilancio sia capace di raccontare. Può voler dire che una famiglia è passata di lì, che qualcuno ha resistito, che una storia non si è interrotta. La nicchia non me la sono inventata. Basta guardare come sono fatti questi territori. Due famiglie per definizione non si parlano perché hanno litigato nel passato. Il vigneto è un’espressione di potenza della famiglia. E allora capisci perché Joaquin non poteva diventare una cantina di numeri. La sua dimensione più autentica è la ricerca. Non l’espansione. Non l’accumulo. La ricerca. Raffaele parla di vigneti come altri parlerebbero di quadri, di manoscritti, di mappe antiche. Li cerca, li valuta, li desidera, li scarta, li aspetta. Possiede quella forma di inquietudine che appartiene più ai cercatori che ai proprietari. Noi non siamo produttori di vino. Siamo cercatori di vigneti. Una frase che sposta tutto e che non poteva non essere il titolo di questo articolo. Il vino non nasce in cantina, ma nella scelta del luogo da cui partire. La bottiglia non è l’inizio del racconto, ma la sua conseguenza. La fine di un ciclo vitale. Il mestiere non è riempire contenitori, ma trovare il punto esatto in cui un vitigno, una parcella, un’annata e una mano umana possono dire qualcosa che non era ancora stato detto. Stamattina ho perso mezza giornata per una parcella di milleduecento metri quadrati. Non mi è piaciuta del tutto. Stiamo approfondendo. Milleduecento metri quadrati. Se il successo si misura in ettolitri, fatturati e presenze social, Raffaele perde mezza giornata per milleduecento metri quadrati. La sproporzione di una ostinazione. E proprio lì, in quella sproporzione, si nasconde la sua forza. La forza, la caparbietà, la visione di pensare ad un fazzoletto di terra a Capri. Si, esattamente nell’isola più glamour del Mediterraneo. Solo per immaginare di fare il vino li è follia, estro, intuito. Capire che un vino prodotto li non può e non deve costare poco. Solo che per farlo pagare il giusto c’è bisogno di un visionario e di un brand. Raffaele Pagano e Joaquin sono la coppia perfetta. Joaquin: un nome straniero per raccontare una radice meridionale Il nome Joaquin ha un suono che sembra arrivare da altrove. Spagnolo, borbonico, quasi cinematografico. Non pensate ad un vezzo. È un omaggio a una storia più lunga di noi, a quella trama di passaggi culturali, dinastici, agricoli e gastronomici che ha attraversato la Campania prima dell’Unità d’Italia. Anche le fonti internazionali collegano il nome alla memoria franco-spagnola dei Borbone e alla loro influenza sulla viticoltura e sulla vita gastronomica campana. Il nome è un omaggio alle origini borboniche del nostro territorio. Avevo bisogno di un nome d’impatto. Loro hanno favorito parecchio lo sviluppo della vita agricola, della vite, della tavola. La scelta racconta un Sud al quale nun passa manco p’a capa di chiedere permesso. Un Sud che non è periferia, ma archivio. Un Sud che non vuole imitare i modelli degli altri, ma ricordare che la propria storia, se letta bene, contiene già una grammatica di grandezza. Raffaele non ha inventato una narrazione per vendere vino. Ha scelto un nome per tenere acceso un legame. Per ricordare, prima a se stesso e poi al mondo, quanta profondità ci sia nella terra che coltiva. Quanti popoli l’hanno arata e vissuta. Per sopravvivenza o per diletto. Da schiavi o da padroni. L’impresa, un atto di custodia Valore, non prezzo. Valore. Sono due cose diverse. Il prezzo si decide. Il valore si costruisce e si costruisce con una coerenza feroce, con la capacità di dire no, di produrre meno, di aspettare di più, di accettare che alcune bottiglie non debbano essere bevute subito ma entrare nelle cantine di chi sa custodirle. Io queste cose le covavo a ventidue anni. Le dicevo a mio padre e lui mi rispondeva che dovevamo imbottigliare e vendere. Ma io pensavo già a un brand globale con origini locali. Origini locali, ambizioni mondiali. La formula gli appartiene e lo racconta bene. Think global, act local. Senza provincialismo ma anche senza la tentazione di cancellare la radice per piacere al mondo. Bisogna essere talmente fedeli al proprio luogo da diventare leggibili ovunque. È la lezione dei grandi territori del vino: Borgogna, Champagne, Langhe, Mosella. Non diventano universali perché si adattano a tutti. Diventano universali perché restano ossessivamente sé stessi. Se diciamo che l’Irpinia è una zona enorme da un punto di vista viticolo, poi lo dobbiamo mostrare facendo vini e confrontandoci col mondo. E devo dire che ci difendiamo. Anzi, qualche volta gli suoniamo. Orgoglio senza retorica. Raffaele non si azzarda nemmeno a chiedere indulgenza per l’Irpinia. Il Sud non deve essere applaudito o avvantaggiato perché ha sofferto, perché è autentico o perché è pittoresco. Il Sud vuole misurarsi e con esso Joaquin. Con Joaquin la dove il vino diventa confronto severo, mercato colto, collezionismo, giudizio internazionale. Ecco che la capacità d’impresa di Raffaele diventa evidente. La scarsità non è un trucco. È una conseguenza. Se cerchi vigne rare, se lavori con tempi lunghi, se trattieni annate, se non produci tutto sempre, la scarsità diventa naturale. E quando è naturale, non ha bisogno di urlare. Non serve a vendere più bottiglie. Serve a fare in modo che le bottiglie non vengano stappate subito, che rimangano nella collezione. Questo è molto del tempo in cui viviamo. Siamo abituati a consumare tutto, subito, anche ciò che meriterebbe attesa. Raffaele invece immagina bottiglie che viaggiano, entrano nelle collezioni, sopravvivono alla fretta. Se il mondo archivia ogni cosa dopo poche ore o addirittura dopo il tempo di uno scroll, il suo vino prova a chiedere durata.
È proprio la scarsità a generare il successo. Nel mondo del lusso è così: meno un bene si trova, più diventa prezioso. Tanti, tantissimi sono gli esempi in questa direzione. Anche nel mondo del vino. Le bottiglie come figli Può capitare che le conversazioni prendano pieghe più intime. Succede quasi per caso, come spesso accade quando un’intervista diventa confidenza. Senza volerlo e senza un vero motivo. In questo caso accade quando parliamo di futuro, di continuità, di ciò che resta. Raffaele non abbassa la voce e non cerca l’effetto. Dice una cosa semplice. Non ho figli. La frase resta lì. Nuda. Cruda. Senza che si possa pensare ad una confessione. È un fatto della vita. La realtà che però, subito dopo, viene modellata in una forma diversa. Non avendo figli e amando i viaggi, per me ogni bottiglia è un figlio. Deve girare il mondo. Continuo a rimuginarci sopra. Lo faccio di notte come mi accadeva quando ero studente. Quando prima di addormentarmi riuscivo a ripercorre ogni passo di un esame o un compito in classe. La mente agiva come una sorta di computer che ripercorreva, riga per riga, quanto avevo svolto riuscendo a trovare eventuali errori. All’improvviso tutto si ricompone. La ricerca dei vigneti, le annate trattenute, le bottiglie pensate per durare, l’ossessione per le parcelle, la cura quasi maniacale della filiera, le edizioni speciali, l’idea stessa di collezionismo. Non sono soltanto strategie. Sono una forma di posterità. I figli, quando partono, portano qualcosa di noi in luoghi che non vedremo. Le bottiglie di Raffaele fanno lo stesso. Attraversano tavole, aste, cantine private, città lontane. Parlano con persone che forse non incontrerà mai. Invecchiano al posto nostro. E se è vero che il vino è uno dei pochi oggetti vivi che l’uomo consegna al futuro, allora Joaquin è anche questo: una famiglia di vetro, memoria e silenzio. È così? Non lo so francamente perché non sono uno psicologo ne tantomeno ne ho parlato con lui. Raffaele leggerà questo articolo quando tutti voi lo leggerete. Conoscendolo, se avrò scritto una castroneria, non tarderà a farmelo sapere. I vini assaggiati da solo, dopo aver ascoltato l’uomo Con Raffaele non abbiamo parlato nel dettaglio dei suoi vini. È giusto dirlo. La nostra conversazione è stata un’altra cosa: suo padre, la cantina di famiglia, l’Irpinia, il mercato, la ricerca dei vigneti, la necessità di dare un valore diverso al tempo. I vini li ho assaggiati da solo. E forse è stato meglio così. Li avevo assaggiati tutti ad una degustazione e li avevo già in quella occasione trovati eccellenti. Però, per lo stesso principio dei miei compiti in classe, quando sono tornato alle bottiglie, la sua voce era entrata nel bicchiere della memoria restituendo a quegli assaggi un significato ed un valore diverso. Non una spiegazione tecnica, ma come presenza. Ogni vino sembrava ricondurmi ad una frase ascoltata, una risata, una ferita, un’ostinazione. Mai come in questo caso gli assaggi sono stati delle conseguenze emotive. Postume semmai, ma suggestioni emotive. 110 Oyster 2024 (Greco) Lo assaggio cercando di non farmi condizionare dall’immagine evocata dal nome, ma il vino porta comunque verso una dimensione salina, verticale, essenziale. Il profumo richiama agrumi chiari, mela verde, scorza di limone, frutta secca, erbe fresche e una traccia iodata che pulisce l’aria. In bocca è teso, diretto, con una lama acida che non ferisce ma sveglia. La parola che mi viene in mente per questo Greco vinificato con un mese di contatto con le bucce è, nitidezza. Mi ha fatto pensare al mare quando non è vacanza ma respiro. Quel mare freddo del mattino, quando l’aria è ancora vuota e tutto sembra più vero. Non so come spiegarlo ma Oyster non consola. Rimette in ordine. E forse, in un racconto come quello di Raffaele, ha il ruolo della partenza: una linea netta, una soglia, il primo taglio di luce prima che inizi la storia. Vino della Stella Riserva 2022 e 2023 (Fiano) Il Vino della Stella è un Fiano che sembra non concerdersi alla prima olfazione. All’inizio arrivano pesca gialla, cedro, mela cotogna, ginestra, camomilla e miele d’acacia. Poi il vino scende più in profondità: zafferano, nocciola, erbe officinali, pietra focaia, una sfumatura fumé quasi impercettibile, quella nota di idrocarburo che nei grandi Fiano è indice di longevità. In bocca è ampio, materico, avvolgente, ma una corrente salina lo tiene in tensione. Il finale ritorna sugli agrumi, sulle erbe balsamiche, su una mineralità che sembra non volersi staccare. Più lo assaggiavo e più mi sembrava un vino contro il rumore. Forse perché dopo aver ascoltato Raffaele ho trovato un connubio con la sua frase più netta: bisognava tenere spenta la linea di imbottigliamento. Questo vino fa esattamente quello. Spegne il rumore. Ti obbliga a stare fermo. Mi ha lasciato una gratitudine strana di come quando si ritrova una sera libera dopo settimane troppo piene. Non impressiona soltanto. Rallenta. E oggi rallentare è già una forma di coraggio. Per la cronaca, il 2022 ha lasciato un segno indelebile. In una serata successiva a cena con amici da Tittino a Frosinone l’ho scelto per accompagnare piatti di pesce. In genere, un vino al ristorante ha una immersività limitata. Sarà per il chiacchiericcio, per l’atmosfera conviviale ma quando si degusta un vino non può essere mai una esperienza profonda. Mai, con il Vino della Stella non esiste perché ti trascina nel profondo delle sue note e nelle pieghe delle sensazioni. Non solo mie ma anche delle persone che, con me, condividevano la tavola. Lo si vedeva dai loro occhi ma anche dalle domande che mi facevano proprio sul vino. Piante a Lapio, Fiano Piante a Lapio sembra il vino più vicino alla parola ricerca. Sarà per il flor sotto il quale sta per almeno sessanta giorni piuttosto che per l’affinamento in fusti di acacia, rovere e castagno (anche da qui la maniacalità del personaggio) ma chest’è come direbbero a Napoli. Il profumo è stratificato: albicocca disidratata, scorza d’arancia, fiori di campo appassiti, cera d’api, nocciola fresca, pane caldo, pietra focaia. Ogni ritorno al bicchiere cambia prospettiva. In bocca è profondo, quasi tattile, con una materia importante che non diventa mai pesante. La sapidità lo attraversa come una cucitura interna, tenendo insieme volume, freschezza e una lunghezza quasi meditativa. Dopo l’assaggio mi sono trovato a pensare non tanto al vino quanto al gesto di cercare. Cercare una parcella, cercare un equilibrio, cercare una voce propria quando sarebbe più semplice ripetere quella degli altri. Piante a Lapio mi ha restituito questa emozione: l’inquietudine buona di chi non si accontenta. Non è un vino che da risposte. Semmai sembra fare domande. E forse è proprio per questo che resta. Quello che resta dopo il bicchiere Quando ripenso a Raffaele Pagano mi vengono in mente frammenti vivi: il padre alle sei del mattino, il ragazzo cresciuto nella cantina, la linea di imbottigliamento da spegnere, le parcelle inseguite come apparizioni, Capri cercata metro per metro, l’Irpinia difesa senza complessi, le bottiglie immaginate come figli. Io non volevo fare il lavoro che facevano loro. E loro erano ben contenti. Ci siamo trovati alla grande. Una frase che esprime ironia ed al contempo verità più profonda. Ogni uomo, prima o poi, deve trovare il proprio modo di appartenere alla famiglia da cui viene. Qualcuno obbedisce. Qualcuno rompe. Raffaele ha trasformato una storia di quantità in una storia di custodia. Ha preso la conoscenza degli imbottigliatori, la durezza del mercato, la memoria del Vesuvio, l’intelligenza commerciale, la disciplina del padre e le ha portate, tutte, dentro una cantina che lavora al contrario. Al contrario della fretta. Al contrario della standardizzazione. Al contrario dell’idea che il vino debba essere sempre disponibile, sempre uguale, sempre pronto a soddisfare una domanda. Joaquin sembra dire che alcune cose valgono proprio perché non si concedono subito. Alcune vigne vanno cercate. Alcune annate vanno aspettate. Alcune bottiglie vanno lasciate vivere. Se abbiamo detto che l’Irpinia è una grande zona viticola, lo dobbiamo dimostrare confrontandoci con il mondo. Ecco forse il punto finale. Raffaele non ha alcuna intenzione di proteggere l’Irpinia mettendola sotto una campana di vetro. Al contrario, ricerca l’esposizione al mondo, misurarla, farla discutere, renderla desiderabile senza addomesticarla; il territorio non sia una scusa identitaria, ma una prova; il bicchiere nato a Lapio possa stare accanto ai grandi vini del mondo senza chiedere sconti. In fondo le storie più belle del vino sono sempre storie di persone che non hanno accettato il ruolo assegnato. Raffaele Pagano poteva continuare a correre dentro il rumore. Ha preferito spegnerlo così che in quel silenzio, bottiglia dopo bottiglia, ha iniziato a costruire qualcosa che somiglia molto a una promessa: il tempo non è perduto se qualcuno ha ancora il coraggio di custodirlo. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
2 Agosto, 2026
Luxury Hospitality - Masseria AuraTerrae - Polignano a Mare (Bari)
Masseria AuraTerrae entra nella prestigiosa associazione Relais & Châteaux
Struttura storica di pregio immersa nella rigogliosa campagna pugliese con vista sul mare, AuraTerrae entra a far parte della rinomata associazione internazionale che riunisce hotel e ristoranti indipendenti, uniti da valori condivisi e da un impegno costante verso un’ospitalità d’eccellenza.
Masseria AuraTerrae entra in Relais & Châteaux, l’associazione internazionale che riunisce una collezione di hotel e ristoranti d’eccezione, gestiti da proprietari indipendenti e profondamente legati all’identità dei luoghi che rappresentano.
L’ingresso nella collezione rappresenta un importante riconoscimento per il percorso intrapreso dalla famiglia Valentini, proprietaria della masseria, che ha dato nuova vita a una struttura rurale pugliese storica, trasformandola in una dimora di pregio capace di preservarne autenticità e identità storica e architettonica, senza rinunciare al comfort contemporaneo.
Poggiata in posizione strategica su un colle tra Polignano a Mare e Conversano, con vista panoramica sulla costa, AuraTerrae nasce da un accurato progetto di recupero conservativo. Antica torre fortificata, poi probabile presidio monastico e successivamente residenza agricola, oggi la masseria conserva l’atmosfera di un autentico borgo rurale, tra pietra calcarea locale, corti e terrazze panoramiche, vicoli, spazi originariamente legati alla vita produttiva della masseria e 24 ettari di campagna, tra orti, frutteti, ulivi e boschi mediterranei. Ogni elemento storico recuperato – dalle targhe in pietra alla mola, dall’antico pozzo fino alla colombaia – contribuisce a raccontare il senso profondo di un luogo che nei secoli è stato rifugio, dimora, spazio di preghiera e lavoro e oggi raffinato retreat. In AuraTerrae la bellezza non è mai solo ornamento, ma nasce dalla capacità di restituire valore a ciò che esisteva già: la pietra, la luce, il paesaggio, le tracce della vita agricola e il silenzio della campagna trovano nuova armonia in un’eleganza misurata, espressione concreta dello spirito del luogo.
Il claim “Alle radici del benessere” sintetizza una visione dell’ospitalità fondata sul ritorno all’essenziale, all’origine, alla terra: quiete, natura, tempo lento, cucina sincera, relazione umana e legame con il territorio diventano le radici di una rigenerazione integrale, capace di nutrire un benessere interiore profondo. Autenticità, amore per la terra, impegno per l’eccellenza, rispetto dell’ambiente e accoglienza familiare sono i valori che guidano ogni scelta, dalla cura degli ambienti alle esperienze in masseria.
Antonio Valentini, proprietario di Masseria AuraTerrae
L’ingresso di AuraTerrae in Relais & Châteaux è per noi motivo di grande orgoglio e rappresenta un riconoscimento prezioso del lavoro svolto per ridare vita a questo luogo straordinario, nel pieno rispetto della sua identità, della sua bellezza antica, dell’energia speciale che ancora oggi custodisce e del paesaggio unico che lo circonda. Fin dal primo giorno abbiamo desiderato creare una struttura capace di offrire agli ospiti un’esperienza autentica e coinvolgente, profondamente legata al territorio e alla sua tradizione culinaria, storica e culturale. In questo percorso sentiamo una naturale vicinanza alla visione e ai valori di Relais & Châteaux, che da sempre valorizza luoghi capaci di raccontare l’anima della propria terra. Far parte di questa importante collezione internazionale rafforza il nostro impegno a interpretare l’ospitalità di alta gamma con coerenza, responsabilità e profondo rispetto per il luogo che ci ospita.
Il legame con la terra si esprime anche nella proposta gastronomica e nelle esperienze proposte agli ospiti. Il Ristorante Mareincielo, aperto anche a chi non soggiorna in struttura, valorizza la tradizione pugliese e la dieta mediterranea attraverso materie prime locali, stagionalità e una cucina genuina e sostenibile. A completare il racconto del gusto, cooking lesson, degustazioni dei vini AuraTerrae e di etichette rappresentative della Puglia, agri-picnic bio, aperitivi e cene in vigna invitano a vivere il territorio in modo autentico e sensoriale. Lo stesso radicamento si ritrova nelle altre esperienze proposte dalla masseria: dalle attività creative en plein air ai laboratori dedicati ad arti antiche, come ceramica, intreccio del vimini e cartapesta, fino allo star-gazing tra stelle e miti ancestrali. Anche il benessere diventa espressione del luogo, tra massaggi, attività olistiche e sauna panoramica a botte, dove i profumi delle essenze locali accompagnano rituali di profonda rigenerazione. L’esperienza si apre poi al territorio circostante, tra l’Adriatico e la Valle d’Itria con itinerari e attività pensati per scoprire borghi iconici, meraviglie naturali e culturali e perle nascoste della Puglia.
L’ingresso in Relais & Châteaux segna così una nuova tappa nel percorso di AuraTerrae: non un punto di arrivo, ma un ulteriore sviluppo di una visione dell’ospitalità orientata all’eccellenza, che custodisce l’autenticità del luogo e racconta l’arte di vivere del territorio attraverso cultura, cucina, bellezza e un’accoglienza genuina, cordiale e attenta che rinnova in chiave contemporanea la vocazione della masseria come spazio di sosta, cura e benessere.
RELAIS & CHÂTEAUX
Relais & Châteaux è una straordinaria collezione di 580 hotel e ristoranti d’eccezione in tutto il mondo, gestiti da imprenditori indipendenti uniti da valori condivisi e da un impegno costante verso un’ospitalità d’eccellenza.
Fondata in Francia nel 1954, l’Associazione è attualmente presente in 65 Paesi e celebra l’art de vivre di ogni singola destinazione. Guidate da albergatori, Chef e ristoratori appassionati, le dimore che ne fanno parte coltivano, ciascuna in modo inedito, un profondo legame con il territorio, promuovendone il patrimonio culturale, gastronomico e ambientale e collaborando con gli artigiani locali.
Queste dimore, per lo più a conduzione familiare, tramandano il proprio savoir-faire di generazione in generazione. Relais & Châteaux racchiude così tutto il potenziale per far vivere esperienze di viaggio indimenticabili, in armonia con il pianeta.
relaischateaux.com
MASSERIA AURATERRAE
Di proprietà della famiglia Valentini, Masseria AuraTerrae si trova a Polignano a Mare, in provincia di Bari. Poggiata su un colle che domina la costa che va da Mola di Bari sino a Monopoli, è inserita armoniosamente in un incantevole paesaggio bucolico, con vista panoramica a 180° sul mare. Autentico luogo dell’anima, è una struttura vocata al benessere più puro. Interamente recuperata, presenta spazi interni veri ed autentici ma riadattati ai più moderni criteri di comfort, nel rispetto della masseria stessa e ne mantiene gli elementi storici più antichi e originali. Costruita in pietra calcarea del luogo ed altri materiali locali eco-compatibili, vede l’adozione di molteplici misure volte a ridurre l’impatto ambientale e gli sprechi di risorse e si può definire una struttura a “emissioni zero”. Presenta 22 camere – ognuna diversa e unica –con letto matrimoniale, di cui 6 con bagno turco, 3 con camino e 4 con vasca idromassaggio esterna. Circondata da oltre a 24 ettari di terreno dove vivere molteplici esperienze sensoriali e di benessere a contatto con la natura è dotata di 2 scenografiche piscine a sfioro, immerse nel verde e con vista mozzafiato e una sauna a botte esterna panoramica.
Masseria AuraTerrae
Viale Maringelli, 404
70044 Polignano a Mare BA
www.masseriaauraterrae.com/it La Redazione
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Viale Maringelli, 404
70044 Polignano a Mare BA
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1 Agosto, 2026
“Calici di Stelle” festeggia 25 anni a Montepulciano: un quarto di secolo di vino, territorio ed emozioni sotto il cielo di San Lorenzo
Il 10 agosto torna uno degli appuntamenti simbolo dell’enoturismo italiano. Per celebrare l’anniversario la Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori della Valdichiana Senese dona 25 alberi alla città, presenta un calice celebrativo in edizione limitata e offre il calice ufficiale ai venticinquenni.
Sono passati venticinque anni dal primo brindisi sotto il cielo di San Lorenzo. Da allora “Calici di Stelle” a Montepulciano è diventato uno degli appuntamenti più riconoscibili dell’estate italiana, capace di trasformare il centro storico poliziano in un grande percorso tra vino, cultura, musica, tradizioni e paesaggio. Un traguardo importante che lunedì 10 agosto sarà celebrato con una 25ª edizione speciale, organizzata dalla Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori della Valdichiana Senese insieme al Comune di Montepulciano, nell’ambito del calendario nazionale del Movimento Turismo del Vino.
Per festeggiare gli organizzatori hanno scelto di lasciare anche un segno concreto sul territorio. La Strada donerà infatti al Comune 25 alberi da piantumare. Un gesto concreto per restituire qualcosa alla comunità che da venticinque anni accoglie l’evento e consolidare ulteriormente il legame tra “Calici di Stelle” e Montepulciano. L’iniziativa sarà accompagnata da uno speciale allestimento in Piazza Grande, con un albero simbolico.
L’anniversario sarà celebrato anche con un calice speciale in edizione limitata, realizzato appositamente e disponibile esclusivamente in Piazza Grande, che si affiancherà a quello tradizionale. Inoltre, tutti i ragazzi e le ragazze che nel 2026 compiono 25 anni riceveranno gratuitamente il calice ufficiale di “Calici di Stelle”, condividendo simbolicamente questo importante compleanno con l’evento.
A proposito dell’importante ricorrenza, dichiara il Presidente della Strada, Doriano Bui: «Calici di Stelle a Montepulciano è l’evento più importante del nostro calendario. Una serata ormai consolidata ma che non cessa di essere sfidante, perché ogni anno, da 25 anni, c’è la volontà di migliorarsi e rinnovarsi, per confermare il suo successo. A non cambiare è la vocazione comunitaria alla base dell’evento, che oggi come in passato tiene insieme territorio, produttori e comunità”.
Commenta anche Michele Angiolini, Sindaco del Comune di Montepulciano:
Venticinque anni di “Calici di Stelle” sono un traguardo che ci riempie di orgoglio. Questo evento ha saputo raccontare, edizione dopo edizione, l’identità più autentica di Montepulciano: il vino, il paesaggio, l’accoglienza. Il dono dei 25 alberi alla città è un gesto che ci sta particolarmente a cuore, perché lega il valore simbolico di questo anniversario a un impegno concreto per il futuro del nostro territorio. Ringrazio la Strada del Vino Nobile di Montepulciano e dei Sapori della Valdichiana Senese e tutte le realtà che ogni anno rendono possibile questa serata, che resta uno degli appuntamenti più attesi dell’estate poliziana.
Anche per questa edizione “Calici di Stelle” conferma il format che negli anni ne ha decretato il successo. La giornata inizierà alle ore 17 con lo speciale tour delle cantine monumentali di Montepulciano, mentre alle ore 18 il tradizionale corteo degli Sbandieratori e Tamburini del Bravìo delle Botti attraverserà il centro storico fino a Piazza Grande, dando ufficialmente il via alla manifestazione. Sempre dalle ore 18 aprirà il mercato dedicato all’artigianato della Valdichiana sotto il Loggiato di Piazza delle Erbe.
Dalle 18.30 prenderanno il via le degustazioni itineranti, cuore dell’evento. Con il tradizionale Coupon Stella, acquistabile esclusivamente durante la serata, il pubblico potrà degustare Vino Nobile di Montepulciano DOCG e Rosso di Montepulciano DOC tra il Sagrato della Chiesa di Sant’Agostino, le otto Contrade del Bravìo delle Botti e Piazza Grande. In questa ultima postazione sarà presente anche lo spazio cocktail, a cura di 43° Parallelo Montepulciano, con una proposta realizzata con Rosso di Montepulciano DOC.
Torneranno anche le degustazioni guidate, in programma alle ore 19 e alle 21.30 in due location esclusive della città: la Terrazza di Vicolo del Leone e il Loggiato della Canonica di San Biagio. I produttori presenteranno tre etichette di Vino Nobile di Montepulciano abbinate ai sapori del territorio e accompagnate dalla musica dal vivo. Le degustazioni saranno condotte dai sommelier della Fisar Delegazione Valdichiana e sono prenotabili sul sito della manifestazione al costo di 25 euro.
Per tutta la serata sarà inoltre possibile cenare nelle otto Contrade del Bravìo delle Botti, degustando il Vino Nobile di Montepulciano DOCG e il Rosso di Montepulciano DOC in abbinamento ai piatti della tradizione locale, vivendo così una delle esperienze più autentiche dell’evento.
Non mancheranno gli appuntamenti dedicati alle famiglie ai Giardini della Fortezza, mentre la musica accompagnerà il pubblico fino a tarda sera sul Sagrato della Chiesa di Sant’Agostino e in Piazza Grande.
A rendere possibile questa venticinquesima edizione è una consolidata rete di collaborazioni territoriali. Tra i partner istituzionali figurano Vetrina Toscana, il progetto della Regione Toscana, in collaborazione con Unioncamere Toscana, che promuove il turismo enogastronomico, con la regia di Toscana Promozione Turistica coadiuvata da Fondazione Sistema Toscana, il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, il Consorzio del Vitellone Bianco dell’Appennino Centrale IGP, la Fisar Delegazione Valdichiana, il Magistrato delle Contrade e le otto Contrade del Bravìo delle Botti di Montepulciano, le Parrocchie di Montepulciano, la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte, il Bruscello Poliziano, l’Istituto Pellegrino Artusi e Sugherovivo, che anche quest’anno promuoverà la raccolta dei tappi in sughero destinati a progetti di solidarietà e sostenibilità. A garantire la sicurezza della serata saranno la Misericordia di Montepulciano, l’Associazione Vigilanza Civile Ambientale e la Croce Rossa Italiana. A supporto della manifestazione collaborano inoltre AssiCoop Toscana Spa, Banca TEMA, Conad Montepulciano, ESTRA, Farmacia di Valiano (APSP Istituto Maria Redditi), Rubeca Motori, Tigotà, Vini di Toscana.
Per informazioni e prenotazioni: www.calicidistellemontepulciano.it
La Redazione
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1 Agosto, 2026
"Un calice di...": Stefano Picarazzi celebra dieci anni di collaborazione con dosaggio zero in una mostra dedicata al vino
A Casale Marittimo, dal 3 al 31 agosto 2026, oltre trenta tele inedite in cui il vino, per la prima volta nel percorso dell’artista, diventa protagonista e dialoga con il colore.
Dieci anni di mostre, incontri, condivisione, ma anche amicizia sincera. Per celebrare questo traguardo, dal 3 al 31 agosto l’enoteca con cucina Dosaggio Zero ospita la nuova mostra “Un calice di…”, una serie inedita firmata da Stefano Picarazzi e interamente dedicata al mondo del vino.
La collaborazione tra l’artista e Dosaggio Zero nasce nel 2016, anno della sua prima mostra allestita negli spazi del locale di Casale Marittimo. Da quel momento, la collaborazione con i proprietari, Walter Galeotti e Sting, al secolo Stefano Neri, si è rinnovata quasi ogni anno, esposizione dopo esposizione, fino a diventare qualcosa che va oltre il lavoro: un legame artistico e umano, alimentato da una lunga e solida amicizia.
Per il decimo anniversario, Picarazzi ha scelto di esplorare per la prima volta un tema che finora aveva solo sfiorato: il vino. Da qui nasce una serie del tutto nuova nel suo percorso, in cui il soggetto diventa anche linguaggio, mentre la materia pittorica si misura con un mondo fatto di gesti, tempi e sfumature.
“Un calice di…” raccoglie oltre trenta tele di formati diversi, realizzate a tecnica mista, ispirate a un vitigno o a un uvaggio. Superfici dense, colature, segni rapidi e frammenti di scrittura si intrecciano in composizioni che rifiutano la staticità: il quadro, come il vino, si racconta in più passaggi.
L’artista Stefano Picarazzi
Rosa, verde, azzurro, giallo, rosso e arancio si sovrappongono in composizioni libere e dinamiche, restituendo visivamente l’intensità di una degustazione. Il colore diventa così il linguaggio attraverso cui raccontare profumi, aromi, ricordi e sensazioni: ogni opera è un calice immaginario, un’esperienza sensoriale tradotta in materia pittorica. Il risultato è una mostra ironica e coinvolgente, pensata in dialogo diretto con l’identità vivace e conviviale di Dosaggio Zero.
“Con Stefano ci conosciamo da così tanto che è difficile ricordare un Dosaggio Zero senza le sue mostre – aggiunge Walter Galeotti, proprietario di Dosaggio Zero -. Questa, dedicata al vino, arriva nel momento giusto: è come se avesse trovato il modo più naturale per raccontare quello che facciamo qui ogni giorno. La nuova esposizione rappresenta non soltanto un omaggio al vino, ma anche la celebrazione di un percorso condiviso lungo dieci anni: un incontro tra arte, gusto e amicizia che continua a rinnovarsi nel cuore di uno dei borghi più suggestivi della Costa degli Etruschi.”
Dosaggio Zero: un’idea prima di un nome
Dosaggio Zero nasce nel 2015 in Piazza del Popolo, a Casale Marittimo. In una terra di grandi vini rossi, la scelta è stata quella di percorrere un’altra strada: spumanti metodo classico e rifermentati in bottiglia, selezionati negli anni seguendo la curiosità più che le mode. Il nome stesso, che indica l’assenza di zuccheri aggiunti dopo la sboccatura del vino, racconta l’idea alla base del locale: essenzialità, senza sovrastrutture.
UN CALICE DI…di Stefano Picarazzi
c/o Dosaggio Zero – Piazza del Popolo 16, Casale Marittimo (PI) – IG: Dosaggio Zero
Apertura mostra al pubblico: dal 3 al 31 agosto 2026
Orari apertura: lunedì – domenica, 11.00-23.00
Ingresso libero La Redazione
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Apertura mostra al pubblico: dal 3 al 31 agosto 2026
Orari apertura: lunedì – domenica, 11.00-23.00
Ingresso libero La Redazione
1 Agosto, 2026
Fèlsina apre le porte alla grande musica con "Chigiana Chianti Classico Experience"
Mercoledì 6 agosto l’azienda di Castelnuovo Berardenga (SI) ospita il concerto di viola e pianoforte dell’Accademia Chigiana, seguito da una degustazione dei suoi vini: un incontro che celebra eccellenza musicale, enologia e territorio.
La musica incontra il vino nel cuore del Chianti Classico. Mercoledì 6 agosto Fèlsina farà da cornice a “Chigiana Chianti Classico Experience”, il progetto nato dalla collaborazione tra il Consorzio Vino Chianti Classico e l’Accademia Musicale Chigiana, che porta concerti e appuntamenti enogastronomici nelle aziende simbolo della denominazione. A Castelnuovo Berardenga andrà in scena una serata dedicata all’incontro tra arte, territorio e cultura del vino, pensata per raccontare l’identità più autentica del Chianti Classico.
L’evento prenderà il via alle 19.30 con un concerto per viola e pianoforte eseguito dagli allievi dell’Accademia Chigiana, immerso nel suggestivo cortile storico dell’azienda. A seguire, gli ospiti potranno scoprire i vini Fèlsina, accompagnati da una selezione di prodotti dell’azienda e di eccellenze gastronomiche del territorio. Un percorso sensoriale che celebra la qualità delle produzioni locali e il valore dell’accoglienza.
Per Fèlsina, da oltre cinquant’anni punto di riferimento nella valorizzazione del Sangiovese e del Chianti Classico, ospitare questa iniziativa significa confermare una visione che considera il vino parte integrante del patrimonio culturale del territorio. La “Chigiana Chianti Classico Experience” diventa così un’occasione per intrecciare linguaggi diversi, in cui musica, paesaggio ed enologia si arricchiscono a vicenda, offrendo al pubblico un’esperienza capace di coinvolgere tutti i sensi e di andare oltre la semplice degustazione.
La musica incontra il vino nel cuore del Chianti Classico. Mercoledì 6 agosto Fèlsina farà da cornice a “Chigiana Chianti Classico Experience”, il progetto nato dalla collaborazione tra il Consorzio Vino Chianti Classico e l’Accademia Musicale Chigiana, che porta concerti e appuntamenti enogastronomici nelle aziende simbolo della denominazione. A Castelnuovo Berardenga andrà in scena una serata dedicata all’incontro tra arte, territorio e cultura del vino, pensata per raccontare l’identità più autentica del Chianti Classico.
L’evento prenderà il via alle 19.30 con un concerto per viola e pianoforte eseguito dagli allievi dell’Accademia Chigiana, immersi nello scenario delle colline del Chianti. A seguire, gli ospiti potranno partecipare a una degustazione dei vini Fèlsina, accompagnata da una selezione di prodotti dell’azienda e di eccellenze gastronomiche del territorio. Un percorso sensoriale che celebra la qualità delle produzioni locali e il valore dell’ospitalità toscana.
Per Fèlsina, da oltre cinquant’anni punto di riferimento nella valorizzazione del Sangiovese e del Chianti Classico, ospitare questa iniziativa significa ribadire una visione che considera il vino parte integrante del patrimonio culturale del territorio. La “Chigiana Chianti Classico Experience” diventa così un’occasione per intrecciare linguaggi diversi, in cui musica, paesaggio ed enologia si arricchiscono a vicenda, offrendo al pubblico un’esperienza capace di coinvolgere tutti i sensi e di andare oltre la semplice degustazione.
L’ingresso al concerto è gratuito, il prezzo della degustazione è di 30 euro.
Per informazioni e prenotazioni: 0577 1523789 – welcome@felsina.it.
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Fèlsina
La cantina Fèlsina nasce nel 1966 a Castelnuovo Berardenga grazie a Domenico e al figlio Giuseppe Poggiali. A entrambi fu da subito chiara la grande vocazione enologica di questo territorio di confine, tra le colline del Chianti Classico e quelle dei Colli Senesi, dove il Sangiovese trova grandissime espressioni.
Con l’ingresso in azienda di Giuseppe Mazzocolin e dell’enologo Franco Bernabei si delinea ancor meglio il profilo che l’azienda mantiene tuttora e che dagli anni ’90 è portato avanti con successo da Giovanni Poggiali, terza generazione di viticoltori e oggi alla guida di Fèlsina: una costante ricerca di autenticità in vigna e in cantina, tra natura e tecnica, in 500 ettari di terreno, di cui 72 dedicati alle vigne a conduzione biologica. www.felsina.it
La Redazione
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