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9 Agosto, 2026
Le Manzane: da sabato 1° agosto al via le prenotazioni per la 15ª ®Vendemmia Solidale
Aperte le iscrizioni per l’evento di domenica 6 settembre: nel cuore del Conegliano Valdobbiadene una giornata tra i vigneti con musica dal vivo, visite in cantina, intrattenimento per grandi e bambini, finger food e pranzo in caneva
Prima del vino c’è la vendemmia. Il momento più atteso dell’anno, quando le colline del Conegliano Valdobbiadene si animano di mani, ceste e grappoli maturi. Un rito che, per un giorno, si veste anche di solidarietà. Domenica 6 settembre 2026, dalle 9.00 alle 16.00, i filari della tenuta Le Manzane, a San Pietro di Feletto (Treviso), accoglieranno centinaia di aspiranti vignaioli pronti a trasformare una giornata di festa in un concreto gesto di aiuto. Torna, infatti, per il quindicesimo anno consecutivo, la ®Vendemmia Solidale – Festa e Beneficenza nella Terra del Conegliano Valdobbiadene. Le prenotazioni si aprono sabato 1° agosto: per partecipare è sufficiente scrivere a info@lemanzane.it. Non serve alcuna esperienza, ma soltanto la voglia di condividere una giornata speciale e contribuire a una buona causa.
L’edizione 2026 sostiene Il Filo di Simo ODV, organizzazione di volontariato nata nel 2021 per prevenire il disagio psicologico e offrire ascolto, sostegno e percorsi terapeutici a chi attraversa momenti di fragilità emotiva, con un’attenzione particolare ai giovani. Attraverso gli sportelli attivi nel territorio, gli incontri nelle scuole e le attività di sensibilizzazione, l’associazione promuove una cultura della salute mentale fondata sulla prevenzione, sul dialogo e sulla vicinanza alle persone.
Ernesto Balbinot, titolare della cantina Le Manzane
Ogni anno la ®Vendemmia Solidale ci ricorda quanto possa essere straordinaria la forza della condivisione. In questi quindici anni abbiamo costruito una grande rete di persone, aziende e volontari che credono nella solidarietà. Quest’anno abbiamo scelto di sostenere Il Filo di Simo perché affronta un tema sempre più urgente come il benessere psicologico, soprattutto dei giovani. Tra i filari non si coltiva solo la terra: si coltivano anche speranza, relazioni e nuove possibilità.
La giornata prenderà il via alle 9.30 con l’inizio della raccolta dell’uva e la scopertura del quindicesimo totem del “Vigneto Solidale”, dedicato a Il Filo di Simo ODV. Durante la mattinata saranno organizzate visite guidate in cantina, musica dal vivo con la Black Out Band e un ricco aperitivo con i vini Le Manzane accompagnati dai finger food di pesce del Ristorante Ca’ del Poggio e dalle eccellenze casearie della Latteria Perenzin. A mezzogiorno Riccardo Checchin presenterà ufficialmente la quindicesima edizione della manifestazione con i saluti istituzionali e le testimonianze dell’associazione beneficiaria.
Nel pomeriggio spazio al pranzo in caneva, al gelato per tutti, alla sottoscrizione a premi e a numerose attività dedicate a grandi e piccoli. I bambini potranno divertirsi con i giochi della Ludobussola e le attività artistiche, mentre gli adulti avranno l’opportunità di partecipare a esperienze dedicate all’armocromia, alla lettura delle carte e ai test drive organizzati dalla concessionaria Carraro.
Il ricavato dell’iniziativa, insieme alle donazioni di partner e sponsor e a parte del ricavato della vendita, nel periodo natalizio, delle bottiglie di Conegliano Valdobbiadene Solidale con il bindello della ®Vendemmia Solidale 2026, sarà devoluto a favore de Il Filo di Simo ODV.
L’hashtag ufficiale per seguire la manifestazione sui social è #vendemmiasolidale.
Sono numerosi anche quest’anno i partner e gli sponsor che condividono gli obiettivi benefici della ®Vendemmia Solidale: Arti Grafiche Conegliano, Banca Prealpi SanBiagio, Battistella Capsule, Carraro Concessionaria, Coletti Shopfitting Genius, Crai, Dersut Caffè, Foto Francesco Galifi, Generalvetri, i Bibanesi, Icas, Ondulkart, Ortensia Isola Pâtisserie, Perenzin Latteria, Pez Panificio Pasticceria, Ristorante Relais Ca’ del Poggio, Rotas, Savno Servizi Ambientali Veneto Nord Orientale, S. Bernardo Tappi Spumante, S’Paul n’ Co. Design, Studio Cloè e TeleChiara.
L’iniziativa è patrocinata dalla Regione del Veneto, dalla Provincia di Treviso e dai Comuni di San Pietro di Feletto, Conegliano e Valdobbiadene, oltre che dall’Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, con il sostegno del Consorzio Tutela Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, dell’associazione di promozione sociale XI di Marca e del Club n. 40 Frecce Tricolori Conegliano.
Il Filo di Simo ODV è un’organizzazione di volontariato nata il 5 maggio 2021 con l’obiettivo di prevenire il disagio psicologico e offrire una concreta seconda opportunità a chi vive momenti di fragilità. In pochi anni ha attivato sette sportelli di ascolto nella provincia di Treviso, erogando oltre 3.000 sedute di psicoterapia e accompagnando centinaia di persone in percorsi di sostegno psicologico e prevenzione, con una particolare attenzione ai giovani e alle scuole.
La cantina Le Manzane si trova a San Pietro di Feletto, a metà strada tra le Dolomiti e Venezia, nella fascia collinare della provincia di Treviso, nel cuore delle colline del Conegliano Valdobbiadene, proclamate il 7 luglio 2019 Patrimonio Mondiale dell’Umanità Unesco. L’azienda, a conduzione familiare, è fortemente radicata nel territorio trevigiano come produttrice da più di 40 anni. La cantina, tra le più dinamiche e interessanti nel panorama enologico del Conegliano Valdobbiadene, distribuisce sia in Italia che all’estero raggiungendo oltre 30 Paesi.
La Redazione
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8 Agosto, 2026
Al+Ma e l’incanto: l’estate “Still” di Maso Martis
Regina del metodo classico, forse non tutti sanno che la Maison della famiglia Stelzer, Maso Martis, produce anche due interessanti vini bianchi, due espressioni d’eccezione che rappresentano la perfetta interpretazione del terroir trentino in versione “ferma”: AL+MA 800 (Müller Thurgau) e Incanto (Chardonnay).
Due anime distinte, due personalità che portano nel calice l’essenza delle Dolomiti, rendendole le compagne ideali per i momenti conviviali dell’estate, dalle cene in terrazza ai pranzi mediterranei.
AL+MA 800: il soffio dell’alta quota
Al+Ma è un Müller Thurgau in purezza che sfida l’altitudine. Coltivato a 800 metri di quota in località Montevaccino, questo vino è un inno alla freschezza
Dedicata ad Alessandra e Maddalena Stelzer, (Al+Ma appunto) l’etichetta riporta l’illustrazione ispirata a Henri Matisse e Fortunato Depero e ritrae le due sorelle a formare sia la M di Maso Martis sia le montagne trentine dove questo vino nasce.
Al naso rivela un bouquet aromatico complesso di fiori bianchi – rosa, gelsomino e mimosa – arricchito da sentori agrumati di cedro e note di mela Golden, che sfumano su un finale di salvia e tè verde. Al palato è teso, asciutto e incredibilmente minerale.
Per l’estate: è il vino per un aperitivo rigenerante o per accompagnare piatti delicati come crudi di pesce, insalate estive gourmet o piatti della tradizione asiatica.
L’Incanto: l’eleganza dello Chardonnay
Questo Chardonnay IGT Vigneti delle Dolomiti matura per 15 mesi in barrique, un processo che dona al vino una struttura importante senza sacrificarne l’eleganza. Si presenta con un colore giallo paglierino carico e un profilo olfattivo che spazia dalla frutta esotica matura alle spezie dolci. All’assaggio è pieno e persistente, caratterizzato da una nota vanigliata mai invasiva, che sostiene una sapidità vibrante.
Per l’estate: grazie alla sua complessità diventa il protagonista della tavola, perfetto per accompagnare carni bianche nobili, pesci dalla struttura importante, come crostacei alla griglia o formaggi vaccini leggermente stagionati.
AL+MA 800
Müller Thurgau Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 14,70 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/muller-thurgau-igt-vigneti-delle-dolomiti/ L’Incanto
Chardonnay Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 16,50 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/chardonnay-lincanto-igt-vigneti-delle-dolomiti/ A PROPOSITO DI MASO MARTIS Maso Martis è nata nel 1990, grazie ad Antonio Stelzer e all’allora fidanzata Roberta Giuriali. Insieme, Antonio e Roberta Stelzer hanno costruito una delle realtà della spumantistica nazionale tra le più premiate, che oggi conta su 12 ettari di vigneto di proprietà condotti a regime biologico, una produzione di circa 120mila bottiglie all’anno vendute per il 95% in Italia e per il resto all’estero (Europa, Giappone, Stati Uniti). Antonio e Roberta Stelzer, oggi affiancati dalle figlie Alessandra e Maddalena Da subito ci siamo dedicati quasi esclusivamente all’arte della produzione di spumante metodo classico: una vera e propria sfida allora, quando questa tipologia di prodotto del Trentino non aveva ancora raggiunto la reputazione di alta qualità come oggi ha con il marchio Trentodoc. Il Metodo Classico è il vino che amiamo, che per noi meglio rappresenta il terroir del Trentino, il vino che abbiamo scelto per passione, complici la giovinezza e l’entusiasmo con il quale siamo partiti. Oggi la produzione di Metodo Classico è per noi parte integrante della nostra quotidianità, che ha abbracciato negli anni una selezione e gestione particolare del vigneto, tutto di nostra proprietà. Maso Martis si trova a Martignano, ai piedi del Monte Calisio (detto anche Argentario) sopra Trento, a 450 metri di altitudine: un terreno montano che conosce la coltivazione già dalla fine del 1800, ottimamente esposto e accarezzato dalla brezza di montagna. «Per noi è importante che ogni bottiglia rispecchi l’annata nella quale è stata prodotta e che l’attenzione con la quale curiamo la salubrità della vigna, sia la stessa che poniamo nella tutela del nostro ambiente di vita quotidiano. L’attenzione al dettaglio è frutto di un prezioso lavoro di gruppo, dove la presenza di Daniele Tomasi con Daniel Fedrizzi in vigna e di Matteo Ferrari ed Edoardo Tamanini in cantina, sono parte integrante del nostro appassionante progetto. La firma di Maso Martis è pertanto una concreta realtà che sigla ogni singola bottiglia: in pochi anni tutti gli spumanti Metodo Classico della cantina hanno ottenuto i massimi riconoscimenti delle più importanti guide di settore. La Redazione
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Müller Thurgau Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 14,70 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/muller-thurgau-igt-vigneti-delle-dolomiti/ L’Incanto
Chardonnay Vigneti delle Dolomiti IGT 2024
Costa: 16,50 euro https://www.masomartis.it/shop/vini/chardonnay-lincanto-igt-vigneti-delle-dolomiti/ A PROPOSITO DI MASO MARTIS Maso Martis è nata nel 1990, grazie ad Antonio Stelzer e all’allora fidanzata Roberta Giuriali. Insieme, Antonio e Roberta Stelzer hanno costruito una delle realtà della spumantistica nazionale tra le più premiate, che oggi conta su 12 ettari di vigneto di proprietà condotti a regime biologico, una produzione di circa 120mila bottiglie all’anno vendute per il 95% in Italia e per il resto all’estero (Europa, Giappone, Stati Uniti). Antonio e Roberta Stelzer, oggi affiancati dalle figlie Alessandra e Maddalena Da subito ci siamo dedicati quasi esclusivamente all’arte della produzione di spumante metodo classico: una vera e propria sfida allora, quando questa tipologia di prodotto del Trentino non aveva ancora raggiunto la reputazione di alta qualità come oggi ha con il marchio Trentodoc. Il Metodo Classico è il vino che amiamo, che per noi meglio rappresenta il terroir del Trentino, il vino che abbiamo scelto per passione, complici la giovinezza e l’entusiasmo con il quale siamo partiti. Oggi la produzione di Metodo Classico è per noi parte integrante della nostra quotidianità, che ha abbracciato negli anni una selezione e gestione particolare del vigneto, tutto di nostra proprietà. Maso Martis si trova a Martignano, ai piedi del Monte Calisio (detto anche Argentario) sopra Trento, a 450 metri di altitudine: un terreno montano che conosce la coltivazione già dalla fine del 1800, ottimamente esposto e accarezzato dalla brezza di montagna. «Per noi è importante che ogni bottiglia rispecchi l’annata nella quale è stata prodotta e che l’attenzione con la quale curiamo la salubrità della vigna, sia la stessa che poniamo nella tutela del nostro ambiente di vita quotidiano. L’attenzione al dettaglio è frutto di un prezioso lavoro di gruppo, dove la presenza di Daniele Tomasi con Daniel Fedrizzi in vigna e di Matteo Ferrari ed Edoardo Tamanini in cantina, sono parte integrante del nostro appassionante progetto. La firma di Maso Martis è pertanto una concreta realtà che sigla ogni singola bottiglia: in pochi anni tutti gli spumanti Metodo Classico della cantina hanno ottenuto i massimi riconoscimenti delle più importanti guide di settore. La Redazione
7 Agosto, 2026
Francesco Guccini, il vino e le osterie che hanno raccontato l'Italia
Al numero 43 di via Paolo Fabbri, in periferia di Bologna, il campanello ha portato per decenni lo stesso nome del disco più venduto nella carriera di Francesco Guccini. L’indirizzo di casa e il titolo dell’album coincidevano per il semplice fatto che quella porta restava aperta a chiunque bussasse, a qualunque ora, con una bottiglia già sul tavolo. Il 6 agosto, a Pavana, quella porta si è chiusa. Francesco Guccini se n’è andato a ottantasei anni, e con lui si è spenta una delle voci che per mezzo secolo ha raccontato l’Italia dal fondo di un’osteria, tra un fiasco di vino rosso e un tavolo di legno segnato dall’unto e dagli anni.
Da via Paolo Fabbri all’Osteria dei Poeti
Guccini arriva a Bologna nel 1961, ancora studente, e la città gli si offre attraverso le sue cantine più che attraverso le sue aule. Nel sottosuolo di via de’ Poeti, tra le mura di Palazzo Sampieri Cospi, esisteva da secoli una buchetta per la vendita del vino: è lì che nasce l’Osteria dei Poeti, primo amore bolognese del futuro cantautore, un locale semplice dove si servivano vino bianco, vino rosso e poco altro. Qualche uovo sodo, la compagnia degli anziani del quartiere seduti davanti al loro mezzo litro.
Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo. «Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole. Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche. Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via. Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino. Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri. L’ultima osteria d’Italia Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato. A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Una chitarra e un bicchiere di vino
Quattro parole da amici
Ma quando allor sedevamo vicino
Forse eravamo felici È qui che Guccini incontra Lucio Dalla e la musicista Deborah Kooperman, ed è a questo luogo che dedicherà una delle sue canzoni più intime, portandone il nome stesso nel titolo. «Da Vito»: il tavolo lungo della Cirenaica Pochi passi più in là, nel quartiere Cirenaica, la trattoria Da Vito diventa negli anni Settanta e Ottanta un crocevia informale della canzone d’autore italiana. Vi passano Fabrizio De André, Roberto Vecchioni, Paolo Conte, Giorgio Gaber, Umberto Eco, Roberto Benigni. Mai una passerella di celebrità. I nomi noti siedono agli stessi tavoli degli altri clienti, giocano le stesse partite a carte, bevono lo stesso vino. La musica, curiosamente, resta quasi sempre sullo sfondo: qualche sera Jimmy Villotti si concede il pianoforte. Una volta Guccini, Dalla e Vecchioni si ritrovano a cantare insieme, per il solo piacere di farlo. Per il resto, a dominare sono le carte, il vino e le chiacchiere fino a ore piccole. Pavana e la Caciosteria dei Due Ponti Negli ultimi anni Guccini torna dove tutto era cominciato: Pavana, frazione di Sambuca Pistoiese, sul confine sottile tra Toscana ed Emilia-Romagna, lungo il corso del torrente Limentra. È la terra dell’infanzia, quella del mulino dei nonni dove si rifugiò da bambino durante i bombardamenti della guerra, ed è la terra a cui affida la parte finale della sua vita. Qui diventa cliente e amico della Caciosteria dei Due Ponti, trattoria familiare premiata da Slow Food con la Chiocciola, gestita da Domenico Zummo. Per tutti, semplicemente Mimmo. Nessuna fotografia alle pareti, nessun manifesto: solo un tavolo lungo, una cucina che intreccia tradizione emiliana e toscana, e un’amicizia vera, di quelle che non hanno bisogno di essere raccontate per essere autentiche. Tortellini, coniglio e un quaderno di guerra Il gusto di Guccini si forma tra l’Appennino pistoiese e la pianura modenese, e resta fedele a poche cose per tutta la vita: tortellini in brodo, coniglio col purè, salumi, formaggi di montagna, vini frizzanti. Per anni la sua scelta è il Lambrusco Salamino; più tardi passa al Castelvetro, più corposo, da accostare ai piatti robusti della sua terra. In questa fedeltà si intravede qualcosa che affonda più indietro nel tempo: il padre, prigioniero durante la guerra, annotava su un quaderno le ricette di casa per non perdere, insieme alla libertà, anche il sapore e il profumo di ciò che aveva lasciato. Il cibo, per Guccini, non è mai stato un consumo: è stato memoria, identità, un modo per restare ancorato a un mondo che il tempo continuava a portarsi via. Il vino nei titoli, prima ancora che nei versi Non serve trascriverne i versi per riconoscere, nei soli titoli, la mappa di una geografia del vino che attraversa mezzo secolo di canzoni: L’Osteria dei Poeti, Canzone delle osterie fuori porta, Canzoni da osteria, e la Bologna evocata nell’album Metropolis del 1981, dove le strade e le osterie della città diventano, nella voce di Guccini, sinonimo diretto di malinconia e di vino condiviso. Sono brani in cui il fiasco sul tavolo non è mai un dettaglio scenografico: è il luogo dove si misura la distanza tra i benpensanti e chi, invece, sceglie di restare dall’altra parte del bancone. Più vicino a una filosofia anarchica della convivialità che a qualunque ideologia organizzata. L’osteria, nei suoi testi, è sempre stata questo: un rifugio quasi politico travestito da bicchiere di vino. Il vino, nelle osterie di Guccini, non era mai un consumo: era un modo di restare al mondo insieme agli altri. L’ultima osteria d’Italia Bologna, oggi, resta orfana della sua erre arrotata e del suo vocione burbero. Nei pochi locali sopravvissuti al turismo di massa, il vino rosso versato nei fiaschi non avrà più lo stesso peso simbolico. Forse non lo ha da tempo. Mancherà certamente la voce che per sessant’anni gli ha dato un senso politico, prima ancora che poetico. Ma anche un senso popolare, della gente comune, di quella che non si poteva certo permettere un ristorante di lusso e una bottiglia pregiata. Bologna ha queste due anime che si scontrano pur non dandolo a vedere. Da una parte la ricca borghesia, dall’altra le persone normali. Si, magari sono accomunate dallo stesso fervore politico, però rimangono una ai tavoli dell’osteria e con un fiasco di Lambrusco, l’altra a bere qualcosa di internazionale in uno stellato. A Pavana invece, sul lungo tavolo della Caciosteria, resterà per qualche tempo ancora un posto vuoto. Semplicemente per l’assenza di un uomo che aveva trasformato il bere insieme in un atto di resistenza culturale. Le esequie, per sua volontà, si terranno in forma privata; a settembre chi lo ha amato potrà salutarlo in una cerimonia pubblica. Fino ad allora, in tutte le osterie che ha attraversato, resta soltanto da versare un ultimo bicchiere e bere come si beveva con lui: senza fretta e senza numeri a misurare quanto valesse quel vino. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
7 Agosto, 2026
Cirò Wine Festival: ritorna l’appuntamento estivo che celebra una realtà millenaria
Il 10 agosto la festa del Consorzio a Madonna di Mare con le cantine del Consorzio e la musica d’autore
Il Cirò rappresenta oggi una delle denominazioni più dinamiche del panorama vitivinicolo del Sud Italia e non solo della Calabria. Un territorio dove da sempre convivono pescatori e vignaioli in dinamismo perfetto che lega profondamente terra e mare, anche nella sua espressività enologica. Una eredità millenaria che affonda in epoca classica e che il Consorzio di tutela Cirò e Melissa, presieduto da Carlo Siciliani, mette al centro dell’evento estivo ormai consolidato nell’areale cirotano. Il Cirò Wine Festival ritorna per l’edizione 2026 nella classica data del 10 agosto con una grande festa di comunità nel palcoscenico di Madonna di Mare, facendo diventare i Mercati Saraceni una grande agorà che celebra i produttori di Cirò e il valore culturale del vino e delle sue espressività autoctone.
Dopo l’ottenimento della denominazione DOCG Cirò, la prima nella storia del vino calabrese, si consolida il rapporto tra radici ed evoluzione in un sinergico ponte tra i giovani viticoltori – che in maniera sempre più crescente animano la scena produttiva – e le storiche cantine che hanno avuto un ruolo importante nel passato e nel presente della storia vinicola del territorio. «Siamo un sistema produttivo composito ma coeso, che valorizza le varietà autoctone, custodisce il paesaggio vitato e si racconta al mondo con voce autentica e corale, soprattutto in un evento come il Cirò Wine Festival durante il quale le cantine si aprono ai tanti wine lovers, appassionati e turisti che in gran numero sono presenti nel territorio data la concomitanza del periodo estivo».
Le vigne disegnano il paesaggio delle colline, degradando fino al mare, in una visione armoniosa che attraverso la comunità dei produttori coniuga identità e futuro. Il Cirò Wine Festival 2026 si propone come vera e propria festa del territorio: ad arricchire questa edizione i wine tour che permetteranno agli appassionati di entrare in contatto diretto con le cantine prima del grande evento finale del 10 agosto nella suggestiva cornice dei Mercati Saraceni di Madonna di Mare con la musica di Hosteria di Giò e il Dj set di Gregor Salto e Adam Clay.
Il festival rappresenta un momento narrativo unico nel suo genere, che coniuga conoscenza del territorio e turismo esperienziale, valorizzazione della comunità locale e richiamo alla identità, con un evento che si rinnova ogni anno e che omaggia il vino simbolo della Calabria nel momento del suo massimo riconoscimento istituzionale.
La Redazione
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7 Agosto, 2026
Roberto Crosio. La luce che viene dal ghiacciaio
Esistono luoghi in cui il paesaggio non fa soltanto da sfondo. Diventa parte della vita, delle scelte e del lavoro quotidiano. Nel racconto di Roberto Crosio, il ghiacciaio è una presenza silenziosa che continua a influenzare la montagna e a definire il carattere di un territorio capace di lasciare un’impronta profonda in chi lo abita e in chi lo attraversa.
Da bambino, la prima cosa che hai quando cresci in una casa che porta il nome di un fiore è il profumo. Il profumo della cucina, delle erbe raccolte all’alba in Valchiusella, del brodo che sobbollisce mentre fuori il Canavese si risveglia piano. Roberto Crosio è il figlio di Mariangela Susigan e Mauro Crosio. Lei chef stellato, lui padrone di sala con mani da sommelier e voce da cantastorie. Loro è il Ristorante Gardenia di Caluso. Una casa ottocentesca avvolta da orti e giardini a mezz’ora da Torino dove Roberto ha imparato la prima cosa che conta davvero: che il rispetto per la terra ripaga sempre. Che cercare l’anima di un luogo non è un atto poetico ma un atto preciso.
La cucina di Mariangela è una cucina che va a prendere le cose dove stanno: negli orti, nei boschi, nell’erba spontanea che lei raccoglie nei prati dell’anfiteatro morenico come se stesse leggendo una mappa che solo lei sa decifrare. Crescere a quella tavola, non come ospite, ma come figlio, ha significato imparare come il territorio non sia uno sfondo. È il soggetto. Roberto l’ha capito presto, forse prima di riuscire a dirlo a parole. Da adolescente andava a lavorare part-time alla cooperativa vinicola locale, rubando il mestiere agli anziani che pigiavano l’uva con quella competenza silenziosa che appartiene a chi non ha mai avuto bisogno di spiegarsi. Poi, prima di fondare la propria cantina nel 2000, tanti anni di vendemmie sparse per il Piemonte. Ma anche una decisiva, in Australia: la Barossa Valley, dove il vino si fa con un coraggio diverso, senza le parentesi del passato a proteggerti.
Tornato in Italia con la testa piena di questo contrasto, Roberto ha scelto il punto esatto in cui voleva stare: Caluso. Il suo posto. La sua terra.
La terra, qui, non è una metafora. L’Anfiteatro Morenico di Ivrea è una delle formazioni geologiche di origine glaciale meglio conservate al mondo. Superata in Italia soltanto dal bacino del Garda. Ventimila anni fa, il ghiacciaio del Monte Rosa percorreva la valle della Dora Baltea e scaricava in pianura una massa enorme di sassi, ghiaia, sabbia: ciottoli e detriti minerali stratificati per millenni, compattati dal gelo, poi liberati dall’acqua, poi lasciati qui a fare suolo. Il risultato è un terreno franco sabbioso, pH 5,6, acido come deve essere per l’Erbaluce, con quella mineralità che non si sente soltanto nel vino ma si vede nelle colline, nella pietra grigia che emerge qua e là, nei laghi morenici. Candia, Viverone, i cinque laghi di Ivrea punteggiano la pianura come specchi dimenticati. Per questi stessi sentieri passava la Via Francigena, l’arcivescovo di Canterbury Sigerico che nel 990 annotava le sue tappe di ritorno da Roma. Canavese era il paese di mezzo, il luogo dove le strade si incrociano e il vino aspettava i pellegrini.
L’Erbaluce
Roberto coltiva circa dieci ettari su questo suolo con l’Erbaluce a fungere da centro di gravità nel reticolo della pergola Canavesana. La pergola Canavesana è una scelta di campo: è lenta, è cara da mantenere, è densa di storia. Roberto l’ha tenuta perché è quella che questo vitigno conosce da sempre, quella che gli permette di esprimersi nel modo che gli appartiene. Poi Nebbiolo e Barbera a guyot, poi Merlot e Syrah incontrati durante i suoi viaggi. Vitigni internazionali addomesticati in un paesaggio che non perdona le imposture.
Non si può fare qui il biologico. Troppo complicato. Forse insensato. La lotta integrata con prodotti di origine prevalentemente naturale, niente diserbanti, tutto il lavoro a mano è quello che l’ambiente e la coscienza gli impongono.
Un buon vino è fatto solo di uva buona.
Si, certo, facile a dirsi ma quando troppo spesso, inseguendo le chimere del mondo moderno, dimentichiamo quello che facevano i nostri vecchi, quelli che avevano la saggezza di aspettare e intervenire solo quando necessario, in armonia totale con la natura, allora si combinano casini.
Monica, la sua compagna, è l’anima narrante dell’azienda. Sempre con il sorriso. Sempre disponibile. Roberto è sempre in vigna anche se l’ho incontrato ad una degustazione a Roma. Con Monica ovviamente. Ma se c’è da portare i visitatori a scoprire il territorio, a far assaggiare i vini, a parlare dell’azienda e di Roberto, c’è solo Monica. Roberto ha quella timidezza sabauda che è forse solo voglia di rifugiarsi sotto le pergole.
La cantina è a Candia Canavese, sulla strada tra Caluso e il lago. A cinque minuti dal Gardenia, una genealogia geografica che non lascia spazio all’equivoco: questa famiglia ha un solo modo di essere al mondo, ed è questo.
Trentacinquemila bottiglie l’anno. Una misura artigianale, intenzionale. Abbastanza per esistere, non troppo da perdersi.
Nel 1600 Giovan Battista Croce, gioielliere di Casa Savoia, descrisse l’Erbaluce con la precisione di chi aveva appena visto qualcosa di necessario: Erbalus è uva bianca così detta, come Alba Lux, perché biancheggiando risplende” Alba Lux, luce dell’alba. Un nome che non descrive una varietà botanica, ma un’apparizione. L’Erbaluce di Caluso ottenne la DOCG nel 1967, prima denominazione bianca del Piemonte, in un territorio dove il vino dolce passito era già presente alla corte di Napoleone e nelle mense dei pellegrini francigensi. Roberto eredita tutto questo senza il peso dell’eredità: lo porta leggero, come chi sa da dove viene ma ha deciso da solo dove andare.
Primavite. Erbaluce di Caluso DOCG
Il Primavite è il primo vino: non cronologicamente soltanto, ma nel senso che è il gesto originario, l’intenzione da cui tutto il resto discende. Viene da viti tra i quindici e i trent’anni, vinificato in acciaio a temperatura controllata, affinato sui propri lieviti per cinque o sei mesi, poi ancora in bottiglia per sei. È un vino che si costruisce per sottrazione: nessuna barrique, nessuna interferenza esterna, solo il dialogo diretto tra l’uva e il suolo da cui viene.
Nel calice il giallo paglierino è scarico, ma ha al tempo stesso una luminosità silenziosa che si impone senza annunciarsi. Al naso sembra già teso prima ancora che lo avvicini. Verticale come il corpo del vino che seguirà. Si sente l’uva nel senso più nudo del termine: un’uva aspra, viva, che poi si esalta nel glicine e nel biancospino, in un agrume maturo che ha la strana qualità di essere contemporaneamente fresco e rotondo, come un limone che ha deciso di non scegliere. L’erba verde, tenue e sana. La mela verde che non mente sulla propria natura. Una pera croccante che da la consistenza prima del sapore. E poi, a sorpresa, quasi un’eco d’ananas: fresca, succosa, con quel contrasto tra acido e dolce che lo rende difficile da smettere di annusare.
In bocca arriva, puntuale come il Natale, con la verticalità che prometteva al naso. Solo che è una verticalità generosa, che sa espandersi. La sapidità è il centro di gravità, la persistenza è lunga e non vuota, e quello che rimane sul palato è una sensazione di pulizia che non è sterilità ma grazia: la bocca resta pulita ma con ancora questo retrogusto che è un misto tra limone e mela verde, come se il vino non volesse del tutto andarsene. Un vino che non ti stanca. Un vino che ti fa voglia di ricominciare dal primo sorso.
Incanto. Erbaluce di Caluso DOCG Metodo Classico (annata 2020, sboccatura 2024)
L’Erbaluce ha due vocazioni naturali: il vino fermo e il Metodo Classico. Roberto le coltiva entrambe con eguale convinzione. L’Incanto è la prova che la seconda non è un capriccio ma una necessità. La naturale acidità del vitigno, la pergola Canavesana, il suolo morenico: tre elementi che sembrano fatti apposta per questo tipo di vino, e che qui si incastrano con la precisione di chi ha aspettato il momento giusto. Quattro anni sui lieviti, sboccatura 2024: il tempo non è un costo ma un ingrediente.
Nel calice è un giallo paglierino luminoso, il perlage fine e persistente come si addice a chi non ha nulla da dimostrare. Al naso gli agrumi arrivano in quantità: freschi, possenti, diversi tra loro, come se il vino stesse citando tutti gli agrumi che conosce nello stesso momento. Si mescolano all’erba appena tagliata, al fieno, alle margherite, all’iris. Il limone si trasforma progressivamente in qualcosa di più complesso: un biscotto al limone, quasi, e poi la salvia e le erbette, e una mineralità che insegue ed è inseguita. Un calice che non smette di aprirsi.
In bocca la sensazione principale è quella di un’alternanza tra opposti che non si escludono ma si cercano: verticale e cicciotto, fresco e avvolgente, teso e ampio. Il limone è presente ma mai invasivo. È tenue, soave, come una nota bassa che tiene insieme l’accordo senza sovrastarlo. La persistenza è bellissima: lunga, piacevole, con quel finale che ti trattiene lì ancora un momento, a bocca vuota, a fare l’inventario di quello che resta. Una luce che emerge dal calice e ti segue anche dopo. Erbaluce, Alba Lux: aveva ragione Croce.
Gemini. Nebbiolo Canavese
Ho un debole per i vini che sanno raccontare una storia, ma ancor di più per quelli che lo fanno con discrezione. Il Gemini di Roberto Crosio è esattamente questo: un Nebbiolo che si presenta gentile, quasi sussurrando e poi ti avvolge lasciandoti addosso un calore inaspettato.
Il Canavese non è certo la turbolenta e famosa Langa. È un’altra storia. Qui, incastonato nell’anfiteatro morenico di Ivrea, il terreno racconta il lento ritiro dei ghiacciai antichi, lasciando depositi ricchi di minerali e scheletro. Su queste colline, il Nebbiolo ha imparato a esprimersi senza la prepotenza che talvolta assume altrove, regalando invece un’eleganza sottile e una freschezza che sorprende. Qui l lavoro di Roberto Crosio trova la sua dimensione più autentica: l’Erbaluce rappresenta il cuore della sua cantina, ma è con questo Gemini che ho scoperto la sua capacità di interpretare i rossi con una sensibilità fuori dal comune.
Nel calice si presenta con un bellissimo colore granato, già accennando a quei riflessi aranciati che sono il biglietto da visita classico del Nebbiolo un po’ maturo. Al naso è un concentrato di dolcezza: non c’è l’aggressività del tannino giovane, ma una nota calda e avvolgente di gianduja che mi ha subito messo a mio agio. Emergono poi la cannella, le spezie d’Oriente, un tocco di liquirizia e quella violetta che fa sempre capolino quando il vitigno è ben interpretato. In bocca conferma questa impressione: un tannino gentile, quasi vellutato, accompagna una beva dinamica dove la componente acida dona la giusta slancio senza mai diventare scomoda.
Pensatelo con un bel piatto di selvaggina oppure con formaggi a pasta dura ben stagionati. Porterà a tavola quella sensazione di calore e conforto che cercate quando fuori fa freddo, senza mai stancare il palato.
Nel panorama dei rossi piemontesi, dove spesso si corre a cercare l’ennesima etichetta di prestigio dal prezzo stellare, il Gemini di Roberto Crosio è una boccata d’aria fresca. È l’esempio concreto che il Nebbiolo può essere anche ristoro, leggerezza e puro piacere di bere.
Le scelte di Roberto
Roberto avrebbe potuto ereditare il palcoscenico del Gardenia con quella cucina stellata, quella sala che Mauro gestisce con la grazia discreta di chi conosce il peso di ogni bicchiere servito. Avrebbe potuto diventare chef, maître, sommelier, custode di una tradizione familiare che già portava un nome e una reputazione. Il percorso era tracciato, la strada asfaltata, il risultato prevedibile.
Ha scelto la vigna.
E non una qualsiasi. Ha scelto l’Erbaluce, un vitigno di nicchia profonda, confinato in meno di trecento ettari di denominazione, capace di ispirare devozione quasi monastica nei suoi estimatori e di passare del tutto inosservato al resto del mondo. Non il Nebbiolo delle Langhe, non il Barolo con la sua liturgia consolidata, non nessuno dei vitigni che il mercato internazionale riconosce senza dover aprire una guida. L’Erbaluce di Caluso: Alba Lux, quella luce che risplende solo per chi si ferma a guardarla. Roberto l’ha scelta sapendo benissimo cosa comportava. Non la via della notorietà rapida, ma quella della fedeltà lenta. La scelta di chi vuole costruire qualcosa di vero invece di qualcosa di grande.
Ha voluto fortemente rendere merito alla sua terra e rendere è proprio la parola giusta. Non è prendere, non è appropriarsi. È restituire.
Monica Viola abita quel territorio con la stessa coscienza. Un cognome che è il colore del Nebbiolo giovane, il colore che il Gemini porta nei suoi riflessi prima che il granato prenda il sopravvento. Coincidenza, certo. Ma certe coincidenze sembrano progettate.
Non è la parte dinamica di un progetto altrui ma la persona che ha scelto di abitare quel progetto con piena coscienza, di farlo proprio senza smettere di essere se stessa. Me la immagino mente cammina tra i filari con la disinvoltura di chi conosce ogni vite per nome. Per questo non sta illustrando il lavoro di qualcun altro. Sta raccontando qualcosa che appartiene anche a lei. È lei a guidare le passeggiate tra le vigne, a portare i visitatori a scoprire l’Erbaluce, a condurre le degustazioni in cantina. Lei, non descrive solo un vino perché ha un entusiasmo vero che ti fa venire voglia di berlo per ritrovare il modo con cui lei lo vive.
Ha sposato Roberto ancora solo in senso figurato e ridono entrambi quando glielo si fa notare. Ma certe unioni non hanno bisogno di cerimonie per essere riconoscibili. Basta un vino che porta il tuo nome, e una vigna che cammini come se fosse casa.
Alba Lux. La luce dell’alba non illumina tutto il mondo. Ma illumina benissimo il posto in cui sorge. Così come le persone che hanno scelto di restarci.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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6 Agosto, 2026
Bellebolle Rosé – Garda Doc Brut di Monteci
Il Rosé che mette l’estate nel calice
C’è il colore di un tramonto sul lago, il profumo della frutta appena raccolta e la leggerezza dei momenti più belli da condividere. È Bellebolle Rosé – Garda DOC Brut di Monteci, lo spumante che accompagna l’estate con eleganza, freschezza e un’irresistibile voglia di stare insieme.
Nato nel cuore del territorio gardesano da uve Corvina e Rondinella, Bellebolle Rosé racchiude l’essenza di due vitigni simbolo della tradizione veronese. La raccolta accurata delle uve e la pressatura soffice preservano tutta la fragranza aromatica del frutto, mentre la fermentazione a temperatura controllata ne esalta freschezza e finezza. La presa di spuma in autoclave secondo il Metodo Martinotti dona un perlage fine e persistente, capace di accompagnare ogni sorso con grazia e vivacità.
Nel calice conquista subito lo sguardo con il suo raffinato rosa tenue dai riflessi luminosi. Al naso si apre con un bouquet fragrante e invitante: fiori di pesco, camomilla e biancospino si intrecciano a note di fragola, lampone e melograno, arricchite da una delicata sfumatura speziata. Il sorso è fresco, minerale e dinamico, animato da una vibrante acidità che ne esalta la bevibilità e invita naturalmente a brindare ancora.
Versatile e sorprendentemente gastronomico, Bellebolle Rosé Monteci è il compagno ideale dell’aperitivo, ma sa brillare anche a tavola con antipasti leggeri, crudi di pesce, carni bianche, formaggi freschi e piatti vegetariani. Uno spumante capace di adattarsi a diverse occasioni, dalle celebrazioni più importanti ai momenti di condivisione quotidiana.
Anche con Bellebolle Rosé Monteci prosegue il proprio percorso di valorizzazione del territorio attraverso una viticoltura attenta e una produzione orientata alla qualità. Accanto ai metodi tradizionali, l’azienda adotta soluzioni innovative pensate per preservare l’equilibrio naturale e valorizzare il patrimonio viticolo locale: dalla mappatura digitale dei vigneti all’introduzione di siepi, alberi ad alto fusto e prati fioriti che favoriscono la biodiversità e la salute del suolo. In cantina, tecnologie avanzate e legni di rovere certificati PEFC assicurano precisione e qualità in ogni fase della lavorazione, mentre l’impiego di energia da fonti rinnovabili e materiali sostenibili completa un approccio che coniuga innovazione, rispetto dell’ambiente e profonda espressione dell’identità del territorio e della tradizione vitivinicola veronese.
Bellebolle Rosé – Garda DOC Brut è perfetto per ogni occasione: un’ondata di bollicine, gusto e passione che arriva dritta al cuore.
La Redazione
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6 Agosto, 2026
ROMA IN BOLLE 2026. La leggerezza alla conquista della Capitale.
IL COSA E IL DOVE
In un pomeriggio romano in cui più che di “caldo” si dovrebbe parlare di “cattiveria” è andata in onda la prima Edizione di ROMA IN BOLLE, pensato e creato da Roberta Marchese Ragona (supportata da Luca della Regina, Adriano Romano, Marco Sargentini e Ivan Vellucci).
Un Racconto di un’Italia paziente che, nell’attesa delle bollicine raggruppa il racconto di anni di lavoro, scelte tecniche, Storia, storie, Territorio.
Un racconto che ha attirato presso il PULP un gran numero di addetti del settore e appassionati in quella Garbatella che a Roma è ben più che un esperimento urbanistico dei primi anni del secolo scorso, una Garbatella che sa unire con stile il silenzio delle piazzette all’allegria caotica della socialità.
GLI ASSAGGI
31 Cantine da 14 Regioni, un girodItalia fatto pedalando sulle ali della frizzantezza (ma mica sempre), una bella enciclopedia delle bollicine del nostro paese.
Come sempre c’era tanto da assaggiare, vecchie conoscenze, nomi nuovi, belle scoperte, qualche ni…
Le scelte sono state necessarie e inevitabili e, da tutto quello in cui ho ficcato il naso, ho estrapolato una personalissima “TOP EIGHT”, otto etichette che Vi invito a provare di persona, otto vini che sono molto più che “solo” vini.
– EMILIA IGP LAMBRUSCO SPUMANTE METODO CLASSICO ROSSO EXTRA BRUT 2018, VENTURINI BALDINI (EMILIA ROMAGNA): c’è un momento, nelle colline di Quattro Castella, tra le terre di Matilde di Canossa, in cui il Lambrusco decide di togliersi il cappello di paglia, di lasciare la lambretta e di indossare lo smoking. Non per snobismo, ma per curiosità. E la curiosità, si sa, è il motore primo della conoscenza.
Un Metodo Classico rosso che non chiede scusa a nessuno.
Bollicine educate (quasi) ma sicuramente non timide, il colore? Un sussurro.
Il naso arriva come un ospite che conosce già la casa muovendosi abile e agile tra rosa canina e viola, mora e ribes, fragolina di bosco, e sotto, quasi nascosta, una vena terrosa di muschio e sottobosco fungino.
Ha mutato l’esuberanza emiliana del Lambrusco nella compostezza riflessiva di un Abate Faria recluso per tre anni in cantina.
In bocca è fresco e sapido, con una bolla che massaggia senza schiacciare.
La struttura c’è, regge e non pesa.
L’acidità ben calibrata tiene a bada ogni tentazione di morbidezza eccessiva e il finale è lungo, saporito, quasi salmastro, con un ritorno di frutti rossi e una leggera nota tannica a ricordarci che, dopotutto, siamo ancora in Emilia.
Un vino che ci invita a sederci per ascoltare una storia, un Lambrusco che ha studiato, che ha viaggiato (almeno, metaforicamente, fino a Reims) e che è tornato a casa senza aver dimenticato da dove viene.
88++ Punti.
– EMILIA IGP LAMBRUSCO METODO ANCESTRALE “T.E.R.S.”, VENTURINI BALDINI (EMILIA ROMAGNA): non tutti i Lambrusco sono disposti a sacrificarsi e finire in “Charmattati”.
Ci sono anche quelli che hanno il coraggio di restare in bottiglia con i propri lieviti, fermentare in silenzio e poi, a differenza di tanti ancestrali, farsi sboccare come un Metodo Classico.
Vinificazione in rosso, qualche giorno sulle bucce, in bottiglia con il mosto stesso, rifermentazione naturale e diciotto mesi sui lieviti.
Poi la sboccatura, che toglie il fondo e lascia un vino limpido, secco, a zero zuccheri residui.
Undici fantastici gradi, biologico, poche migliaia di bottiglie.
Un naso fatto di piccoli frutti rossi croccanti, cassis, lampone, caramella alla ciliegia, note di rabarbaro, un tocco di pepe rosa…
Vinoso?
Si, piacevolissimamente vinoso!
Attenzione!
Non è il Lambrusco da osteria!
Focalizzatene l’eleganza contadina!
In bocca la bollicina è fine e ariosa, riempie senza appesantire rendendo godurioso quel sorso secco, di consona sostanza e sostenuto dalla viva freschezza viva e da un tannino percettibile ma mai invadente.
Succulento, con un finale lungo, succoso e un po’ birbante, che lascia ricordi erbacei e di fragoline di bosco ancora acerbe.
89- Punti.
– VINO BIANCO FRIZZANTE “INCONFONDIBILE”, CANTINA RAPARELLI (LAZIO): Vermentino e basta (o quasi), niente sboccatura, niente dégorgement (eleganza superflua), il “fondo” come impronta (o firma), bollicine autarchiche (quelle di chi ha finito di fermentare da solo), i gradi alcolici necessari a evitare inutili cerimonie di beva e a stimolare chiacchiere e risate.
Potrei dirVi di fiori bianchi e agrumi maturi, spendere parole su quel Vulcano Laziale che si intromette nel calice con una mineralità pressante ma questo è un vino che non vuole complicazioni aromatiche e non ha pretese da grande bottiglia.
Vuole solo farsi bere, passare da un bicchiere all’altro mentre si lanciano sguardi distratti alla bottiglia che sembra essere bucata.
Un vino per quei pomeriggi che si allungano senza un motivo preciso.
“InconFondibile”?
Di sicuro.
“InconfondiBBile”?
Per me si.
85+ Punti ma con tantatanta stima.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT NATURE, MENCARONI (MARCHE): bollicine disciplinate portano al naso arriva una mineralità secca, quasi gessosa, che fa quasi Loira più che Marche.
Poi l’impalcato olfattivo si arricchisce di crosta di pane fragrante, brioche, gelsomino e fiori d’arancio, mela cotogna e pera, scorza di limone e lime, con un filo erbaceo e balsamico che lega e tensiona il tutto.
E mentre, guardando il calice, ragionate sul fatto che c’è pure il pepe bianco arriva il sorso che aspettavate confermativo.
Verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai e una mineralità salina che lo rende solido e allunga il finale regalando ricordi di torrefazione.
Un sorso preciso, che mostra forse anche il fastidio di esserlo, più incline a porre domande che a dare pacche sulle spalle.
Un Verdicchio che arriva dove molto spesso il Verdicchio non arriva.
88 Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ EXTRA BRUT, MENCARONI (MARCHE): il rosa antico che riempie il calice è attraversato da bollicine silenziose, molto attente a non disturbare nel portare con loro la sorpresa gentile della fragolina di bosco e del lampone appena schiacciato, del fiore di pesco, mentre, inatteso, un graffio di agrume rosso allontana ogni tentazione di dolcezza e riporta l’olfatto sulla retta via della verticalità sottolineando note iodate mentre concede appena uno spiraglio alla pasticceria.
In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere.
Leggero ma non fragile, consapevole di quanto possano reggere le sue spalle.
Cremoso come sanno esserlo certi Pinot Nero e con un finale lungo cui si arriva a forza di sorsi che invogliano al successivo.
Da bere con qualcuno che ancora non conosci in un pomeriggio che non ha deciso ancora cosa vuole diventare.
88++ Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO SOLERA “1084 CUVÉE ROSÉ”, BADIA CREPALDO (TOSCANA): un incipit ombroso, di chinotto ed erbe amare, a precedere respiri profondi di iodio e ferro prima di aprirsi agli intarsi di fragoline di bosco, ribes e mirtilli maturi sulla tela di frolla alla mandorla.
Epperò dovete avere pazienza!
Perché il corteo è lungo!
Una processione ordinata di rabarbaro, cannella, tabacco, ardesia, grafite e cenere, non dimentica delle dolcezze di fichi e prugne disidratate.
La fine effervescenza rende cremoso un sorso fresco ma con garbo, perfettamente intonato all’olfatto, che sottolinea da subito le dolcezze per concentrarsi poi sulle note scure, tostate e minerali.
Scorre, a tratti, anche vinoso, leggiadro nel suo incedere salino fino quando decide di darsi un tono più serioso, magari austero, sfoderando un tannino che firma il Territorio.
Toscanaccio dentro, rifugge le imitazioni preferendovi l’ombrosità di chi sceglie bene da chi farsi lisciare il pelo.
89 Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT SOLERA “1084 LA CUVÉE”, BADIA CREPALDO (TOSCANA): un anno in etichetta per ricordare una Storia che diventa vino e storie.
Le storie di chi sceglie di NON avere uve proprie, di seguire il sentiero di un Metodo Classico Toscano che non si nasconde dietro il Sangiovese di casa ma si prende la libertà di essere sé stesso.
“1084 LA CUVÉE” nasce così: Pinot Nero 60 % e Chardonnay 40 %, solo mosto fiore, metà tonneau e produzione artigianale da Négociant Manipulant.
Un naso diverso, originale, certamente “non per tutti”; forsanche ostentata, quella nota ossidativa che firma il Metodo Solera appare qui come carattere e per niente difetto.
Poi una progressione di erbe aromatiche, origano, timo, basilico, alloro su tutte, per una amaritudine vermoutheggiante che…
Poi una freschezza che ricorda il datterino da un lato e la polposità del cachi dall’altro a precedere chinotto, grano, pane casareccio grigliato, croccante, frutti molto maturi avvolti da note fumé e ancora agrumi, fiori secchi, mandorla, sfumature tostate di caffè e spezie, brioche, pietra focaia e un tatuaggio salino che ammicca da sotto una complessità che non parla toscano.
In bocca l’ingresso è cremoso, tattilmente raffinato, di netta sapidità.
Tornano i frutti maturi, le erbe, la frutta secca pralinata.
Poi la trama sottile della tessitura accende uno spot su percezioni vagamente amarognole: elegante prima e un filo austero dopo, come se il vino, dopo averti accolto, ti chiedesse un po’ di attenzione in più.
Le erbe aromatiche persistono fino al finale, accompagnate da toni fumé.
Acidità viva, trama setosa, chiusura lunga e armoniosa.
Non è un vino che ti prende a braccetto e ti trascina in discoteca: è un ospite che ti guarda negli occhi e ti racconta una storia a voce bassa, ma con una precisione che non ammette distrazioni.
Un vino che non cerca di imitare nessuno, che porta con sé il sapore della libertà di chi non ha vigneti da difendere ma solo idee da inseguire.
90 Punti?
Tecnicamente forse no ma ci sono volte in cui la tecnica deve abdicare al cuore.
Da bere ascoltando “LOSE YOURSELF” di EMINEM.
– SPUMANTE METODO CLASSICO BLANC DE BLANC PAS DOSÉ “DASSIE – FAVREL”, MALIBRÀN (VENETO): un naso intenso e intrigante, fatto di curry, cardamomo, zafferano e liquirizia mixati a pesca gialla, mela Golden e una nota di burro erborinato.
Veneto come lo erano i Veneziani che navigavano verso l’Oriente, speziato, quasi insolente nella sua personalità.
In bocca è impetuoso e slanciato, l’effervescenza stuzzica, l’acidità una riga dritta tracciata con la squadra a collegare un finale sapido e agrumato.
Nessuna concessione a mollezze di circostanza.
Un metodo classico dalla terra del Prosecco fatto da chi ha deciso di non fare, nato né per competere né per imitare, voluto per dimostrare come un’uva dimenticata (Boschera) valesse la pena e anche di più.
88– Punti.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a tutti i Produttori presenti e agli Organizzatori.
È stata una serata piacevolissima e molto istruttiva, un “buona la prima” che, nonostante qualche imprecisione lascia ben sperare per il futuro.
Un Evento che potrà inserirsi senza difficoltà tra quelli da segnare in rosso su un calendario romano fin troppo ricco di appuntamenti.
BBravi tutti e…appuntamento al 2027
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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5 Agosto, 2026
DOC delle Venezie e Fai: prosegue anche nel 2026 la collaborazione con il Fondo per l’Ambiente Italiano in occasione delle sere FAI d’estate
Un ricco calendario di appuntamenti presso l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate (Lecce), Casa Macchi (Morazzone, VA), Castello di Avio (Sabbionara di Avio, TN ), Saline Conti Vecchi di Assemini (Cagliari).
Prosegue la collaborazione tra il Consorzio DOC Delle Venezie e il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano ETS in occasione delle Sere FAI d’Estate, il calendario di appuntamenti che anima alcuni dei beni più suggestivi della Fondazione attraverso serate dedicate alla cultura, alla convivialità e alla scoperta del patrimonio italiano.
Dopo il grande successo del primo evento che ha visto il Consorzio protagonista presso l’Abbazia di Santa Maria di Cerrate, in provincia di Lecce, la collaborazione entra nel vivo con un programma che accompagnerà il pubblico per tutta la stagione in alcuni dei luoghi più iconici custoditi dal FAI.
La collaborazione, giunta al suo secondo anno, nasce dalla volontà condivisa di valorizzare il territorio italiano attraverso esperienze capaci di mettere in dialogo heritage culturale e paesaggio. Un percorso nel quale il Pinot Grigio DOC Delle Venezie diventa interprete attivo di uno stile di vita contemporaneo e di un modo autentico di respirare i luoghi, contribuendo a raccontare il legame profondo tra eccellenza e identità nazionale.
Stefano Sequino, Direttore del Consorzio DOC Delle Venezie
Il rinnovo di questa collaborazione rappresenta per noi la conferma di una visione condivisa con il FAI, orientata a promuovere il meglio dell’Italia attraverso esperienze autentiche, coinvolgenti e capaci di generare valore per i territori. Il FAI svolge un ruolo straordinario nella tutela, nella valorizzazione e nella restituzione alla collettività del patrimonio storico, artistico, culturale e paesaggistico italiano, contribuendo a rafforzare la consapevolezza del legame profondo tra identità, bellezza e responsabilità verso le generazioni future. Il Pinot Grigio DOC Delle Venezie è, a sua volta, il risultato di un grande progetto di coesione che unisce Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Provincia autonoma di Trento in un’unica denominazione, accomunata da una cultura produttiva condivisa, da elevati standard qualitativi e da una strategia comune di tutela e promozione. Portare questi valori nei Beni del FAI significa inserirli in luoghi simbolo dell’eccellenza italiana, nei quali il patrimonio storico-culturale dialoga in modo naturale con il paesaggio, le comunità e le produzioni del territorio. Vogliamo continuare a costruire occasioni di incontro tra realtà diverse ma unite dalla medesima visione, affinché vino, cultura e territorio possano raccontarsi insieme e lasciare al pubblico un’esperienza autentica e un ricordo di eccellenza.
Dopo il primo appuntamento di Lecce, il calendario ha visto il 1° agosto a Casa Macchi (Morazzone, VA), con una serata dedicata alla musica jazz e alla convivialità negli spazi dell’elegante dimora ottocentesca. L’8 agosto sarà invece la volta del Castello di Avio (Sabbionara di Avio, TN), uno dei più importanti Beni FAI situati proprio nel territorio della DOC Delle Venezie: una suggestiva notte di San Lorenzo tra visite, intrattenimento e degustazioni, in cui il Pinot Grigio DOC Delle Venezie accompagnerà gli ospiti in un luogo che, per una notte, diventa culla della denominazione. Il programma proseguirà il 16 agosto alle Saline Conti Vecchi di Assemini (Cagliari), con una serata che unirà musica dal vivo e il fascino della laguna al tramonto.
La collaborazione con il FAI si inserisce nel più ampio percorso di valorizzazione che il Consorzio DOC Delle Venezie porta avanti da anni attraverso partnership con istituzioni e realtà capaci di promuovere l’eccellenza del made in Italy. Un progetto che conferma la volontà della Denominazione di legare il Pinot Grigio DOC Delle Venezie a iniziative di alto profilo, contribuendo a raccontare identità, territori e storia delle persone che li rendono unici.
La Redazione
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5 Agosto, 2026
Fangareggi. Il Lambrusco della fantasia
In un fazzoletto di terra, in un piccolo areale tra la Lombardia e l’Emilia che messo in fila non coprirebbe l’area di una città, nasce il vino rosso italiano più venduto nel mondo, il Lambrusco.
12 varietà autoctone che rappresentano 12 modi di interpretare un territorio che ha il suo cuore nelle province di Mantova, Reggio Emilia, Modena e Parma.
Per decenni il Lambrusco ha pagato il prezzo del suo stesso successo, il vino rosso italiano più venduto al mondo è stato anche il vino maggiormente frainteso tanto da essere definito in maniera decisamente ingenerosa la Coca Cola dei vini. Un vino frizzante, spesso tendente al dolce da bere senza pensarci.
Da una parte un modello produttivo che, moltiplicando le bottiglie per inseguire i grandi numeri ed mercati internazionali, ha privilegiato l’uniformità al carattere distintivo varietale, dall’altra parte la dedizione, l’impegno, l’artigianalità di famiglie, piccoli produttori, che hanno sempre creduto nel valore unico di questo vitigno capace di mostrarsi con 12 volti differenti, a sottolineare una identità molto più complessa di quanto il mercato potesse raccontare. Per certi versi ricorda la storia di Davide contro Golia….che ha perso.
Eh si! La fiondata decisiva arriva nel gennaio 2021, quando tre Consorzi storici, il Consorzio Tutela del Lambrusco di Modena, il Consorzio per la Tutela e la Promozione dei Vini DOP Reggiano e Colli di Scandiano e Canossa, e il Consorzio di Tutela Vini del Reno, si riuniscono sotto un’ unica voce: Consorzio a Tutela del Lambrusco.
In realtà l’incipit di questa svolta ha origine verso la metà degli anni 90 del secolo scorso, quando una riduzione delle rese per ettaro, la valorizzazione dei vitigni storici, dal Lambrusco Maestri al Montericco, dal Viadanese al Lambrusco del Pellegrino, una maggior attenzione anche ai metodi di spumantizzazione ed un recupero della rifermentazione in bottiglia, hanno consolidato nel territorio la consapevolezza che il Lambrusco debba riaffermare le proprie identità.
Quel vino spesso tendente al dolce da bere senza pensarci
lascia spazio ad interpretazioni enologiche sempre più coraggiose e ricercate. Nascono vini raffinati, eleganti, vivaci e sorprendenti, da vinificazioni tradizionali e da vinificazioni inusuali, in bianco, con metodo classico, con metodo Charmat lungo, con metodo ancestrale, secco, fermo. Un caleidoscopio di interpretazioni che pochi vitigni possono vantare.
Per esempio di recente, io ed Emma, in una afosa e caldissima serata di luglio abbiamo avuto l’occasione di assaggiare un Lambrusco vinificato in bianco, Biancospino, 85% Lambrusco di Sorbara e 15% Salamino, dell’azienda Fangareggi di Correggio. Bene, vi ricordate la scena del film Il Tempo delle Mele quando nel mezzo di una caotica festa rumorosa Mathieu appoggia le cuffiette sulle orecchie di Vic, la bellissima Sophie Marceau e tutto, intorno a loro sparisce? Ecco! quella sensazione. Via il caldo, via la fatica, via i pensieri, ogni sorso è stato quell’attimo lì, un interruttore che ha spento tutti i fastidi.
Qualche settimana dopo siamo andati a trovarli in cantina, ad accoglierci c’era Giuseppe Fangareggi, titolare con il figlio Matteo dell’azienda. Ci introduce la cantina, formalmente nata nel 2005, ma con radici vitivinicole di almeno quattro generazioni. Contano su circa 30 ettari vitati seguendo una filosofia di agricoltura a basso impatto ambientale conferendo una parte del raccolto alle cooperative, ed una parte dedicata alla loro produzione che si attesta su circa 68.000/70.000 bottiglie.
Gli 8 vigneti di proprietà sono divisi tra 5 Comuni e 2 Province, il che permette di coltivare differenti varietà di uva in base alle diverse conformazioni geologiche, dai Lambruschi di Sorbara e Salamino alla Fortana, dal Pignoletto alla Malvasia di Candia, dal Moscato di Cannelli al Pinot Nero e Ancellotta.
Giuseppe è una persona molto piacevole e chiacchierare con lui significa perdersi un po’ nel tempo ormai scorso, tra racconti di vita, ricordi di campagna e di pianura, progetti passati e progetti ancora da immaginare.
Traspare che nella sua vita ha saputo inventarsi diverse volte seguendo sempre le sue passioni, è stato agricoltore con la sua famiglia, nonché un pioniere in Italia per lo sviluppo delle Camere Bianche, ambienti a contaminazione controllata oggi indispensabili nei settori della sanità, chimico farmaceutica e delle industrie alimentari, con il divertimento del gioco ha trascorso un po’ di tempo come designer, soprattutto di lampade e poltrone.
Oggi con lo stesso incanto di sempre è viticoltore, e per chi è cresciuto a pane e Lambrusco forse è la chiusura di un cerchio, con il valore aggiunto di viverla insieme al proprio figlio.
Con l’arrivo sul tavolo dei ciccioli fritti, salame e parmigiano reggiano cominciamo la degustazione che non poteva che iniziare con Biancospino, il nostro Tempo delle Mele.
Giuseppe ci racconta che all’inizio l’idea di vinificare il Lambrusco in bianco ha creato qualche divisione familiare,
Ma come? Il Lambrusco un vino bianco? E chi lo compra?.
Beh, oggi è il più venduto dell’azienda.
Lambrusco di Sorbara 85% e Lambrusco Salamino il restante 15%. Biancospino di nome e di fatto, questo fiore esce immediatamente al naso accompagnato, ancor di più in bocca, da un fresco sambuco e da fiori bianchi che se la giocano con la frutta, in primis una pera matura, la nota dolce che si estende a tutto il sorso, subito seguita da un pompelmo che dona l’acidità lunga e tipica del Sorbara che regala quel nervo vivace che però subisce il fascino della frutta tropicale e si concede immediatamente al secondo sorso.
Vino vivace e divertente che si dichiara subito, ti coccola e ti fa venir voglia di cantare “E la chiamano estate, quest’estate, senza te….”.
Giuseppe ci propone come secondo vino un Pignoletto vinificato con Metodo Ancestrale, Selvadeg 2022.
E’ un vino più rustico rispetto a Biancospino, già il colore lo evidenzia, giallo paglierino carico tendente all’arancio, forse un contatto con le bucce gli regala un leggero grip tannico che bene si sposa al carattere conviviale di questo vino frizzante. Chiama senz’altro pane e salame ed una compagnia di amici.
Mela cotta, fiori dolci come il gelsomino o il glicine, una punta di ossidazione, un agrume deciso, un finale acido ma con una morbidezza dettata anche dai lieviti esausti caratterizzano questo vino.
La versione più tradizionale del Pignoletto si chiama Bragher, che in dialetto Emiliano significa Pettegolo, è uno spumante Brut, sempre metodo Martinotti ma lungo.
Per la facilità di beva, la freschezza del fiore e del frutto ricorda molto Biancospino, la bollicina però risulta più vivace, persistente ed elegante, anche qui troviamo frutta a polpa bianca, la mela su tutte specialmente nel finale, non manca anche in questo caso l’agrume ma in forma meno acida, più da scorza di limone. Delicata anche la presenza di erbe aromatiche come maggiorana e limoncina.
Con Oh Però!, Lambrusco di Sorbara, iniziamo con i vini rossi, alcuni quasi neri!
Non questo, il colore è un elegantissimo rosa corallo, elegante anche al naso ed incredibile in bocca.
Sempre fiori e frutta in primo piano ma con un assetto più complesso e sfaccettato, se tra i fiori prevale la rosa canina la frutta è più bilanciata tra lampone, melograno, arancia, ribes e fragoline. Tutti frutti che spingono un po’ sull’acidità, caratteristica distintiva di questo vitigno, l’equilibrio è ottimo. Ne risulta un vino dal sorso vibrante, dinamico e con una bollicina cremosa. Tranquillamente può fare il giro del mondo abbinandosi a tantissimi piatti, ovviamente da quelli della tradizione Emiliana, gnocco fritto, tortellini, tagliatelle al ragù, a piatti più speziati, al sushi, a piatti piccanti, insomma è un vino trasversale.
Il secondo vino rosso è il preferito di Giuseppe, si chiama Puro!, ed è un Lambrusco Salamino che racconta, fin dall’aspetto visivo, il suo legame con la tradizione.
Il colore nel bicchiere è un rosso rubino intenso attraversato da una leggera spuma, ha un bouquet di frutta rossa matura evidente, di amarena e prugna, di mora di gelso e mirto, di arancia sanguinella, merito anche di una macerazione a freddo delle uve. Vinoso.
Sempre presente l’acidità, in questo caso anche all’olfatto.
Nel bicchiere, in superficie presenta una leggera spuma, è un po’ l’archetipo di vino che si beveva nelle scodelle, nelle tazze di ceramica bianca, dove l’intensità del colore del vino lasciava indelebili aloni rosa ai bordi delle ceramiche, che diventavano dei calendari del tempo condiviso nelle osterie, memorie di momenti semplici e felici.
Un’immagine quotidiana che racconta meglio di qualsiasi descrizione il profondo legame tra il Lambrusco e la cultura contadina emiliana.
Chiudiamo gli assaggi con il loro celebre Vigna Nera, Lambrusco Salamino 85% e Ancellotta, le due uve forse più storiche dell’areale.
L’Ancellotta è stata da sempre complementare ai Lambruschi, le sue caratteristiche di intensa colorazione, intensa morbidezza e piacevole dolcezza hanno sempre contribuito ad equilibrare le importanti acidità di alcune varietà di Lambrusco, magari in alcune annate anche eccessive.
Il Vigna Nera si presenta nel bicchiere di un colore viola, quasi nero, profondo e materico.
Si accentuano ancor di più i frutti rossi maturi, e si aggiungono note di spezie dolci e profumi erbacei e sentori officinali. E’ un vino dal carattere gastronomico, noi lo abbiamo bevuto abbinandolo ai ciccioli fritti, ed è stato superlativo. In bocca è immediato, rotondo, ricco e persistente. La sua freschezza e le sue bollicine vivaci ce lo fanno immaginare come un Re che sposa un cotechino cotto almeno tre ore, morbido e “mustus” (è un aggettivo tipicamente Lodigiano che sta tra il gelatinoso, l’appiccicoso e il succulento, più o meno).
In questa degustazione io ed Emma ci siamo molto divertiti, vini sempre sorprendenti, dall’innata freschezza e chiaramente distinguibili nelle loro identità. E poi vuoi mettere la gioia di poter bere a luglio dei rossi alla stessa temperatura dei bianchi?
Produttori come Fangareggi hanno saputo trasformare quel vino tendente al dolce da bere senza pensarci in un vino che colpisce per la varietà di interpretazioni che può avere, lo hanno vestito usando la fantasia, il coraggio, la determinazione, la tradizione. Soprattutto scegliendo la qualità come principio guida in ogni fase delle lavorazioni.
Le ore trascorse con Giuseppe ci confermano ancora una volta quanto sia necessario poter incontrare i produttori, confrontarsi e scambiarsi opinioni ed esperienze. Ogni vino ha una sua storia, sempre diversa, sempre curiosa, e quasi sempre il carattere del produttore si riflette nel carattere del vino. Ogni volta ci portiamo a casa parole nuove da aggiungere alla nostra storia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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