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11 Marzo, 2025

Colle Ciocco di Montefalco: il tettuccio d’oro dell’Umbria

  Montefalco, la ringhiera dell’Umbria, è un gioiellino medievale famoso per il Sagrantino, per i panorami mozzafiato e per quell’atmosfera che fa sentire ogni visitatore come dentro un film d’autore. Ma se ci si spinge un po’ oltre il centro storico, ecco che si arriva a Colle Ciocco, un’altura che suona come il titolo nobiliare ma che, a ben vedere, è più una promessa che una certezza. Qui ad accogliermi, come il più privilegiato dei turisti, c’è Silvia che con la sua allegria umbra mi invita ad entrare nella sua cantina. Appena entro mi sembra di entrare in una bellissima casa perché davanti ai miei occhi ho un bellissimo camino e immagino subito quanta carne sia stata cotta lì, poi subito ci spostiamo in una bellissima sala con una lunga tavolata dove ci accomodiamo e davanti ai miei occhi ho una infinità di bottiglie che Silvia mi farà assaggiare. La storia dell’agricola Spacchetti, Colle Ciocco, è una bella storia di famiglia, di natura e di sorrisi nella tradizione del buon vino. Sin dal 1870 nella loro casa l’uva diventava vino e nei documenti dell’epoca erano annoverati come produttori di vino di Montefalco. Da oltre un secolo la sostenibilità ha orientato il loro lavoro attento ed appassionato. Da sempre, infatti, seguendo gli insegnamenti del nonno Settimio, le pratiche in vigna dipendono anche dall’osservazione delle fasi lunari e del foliage, dal lavoro costante ed attento del gruppo di lavoro e dalle piccole dimensioni della tenuta. Ci troviamo ad una altitudine media di 400 m s.l.m., la loro tenuta si estende per una superficie di 20 ettari: 12 ettari di vigneto di uve a bacca nera e bianca e 9 ettari di oliveto. Le vigne sono ubicate nelle frazioni di Pietrauta, Casale e Cortignano in appezzamenti particolarmente vocati alla coltura delle uve, caratterizzati da dolci pendenze e frizzanti brezze. Nella vigna di Pietrauta, su un terreno ben drenato, argilloso e ricco di scheletro, vegeta il cru di Sagrantino. Sul colle ammantato di ulivi secolari, denominato sin dal medioevo Colle Ciocco (Ciocco sta per radice di albero di ulivo), a soli 150 metri dal centro storico di Montefalco, è situata la cantina dove vengono vinificate le uve nei sette vini Doc e Docg: sincera espressione del territorio, della tradizione e della salvaguardia della biodiversità. La domanda forse nasce spontanea, non saprei ma perché si chiama Colle Ciocco? Nessuno lo sa con certezza, forse nemmeno Silvia, Ciocco sta per radice di albero, ma fa pensare anche ad una zolla di terra, a un cespo d’erba o persino una ciocca di capelli spettinata dal vento umbro. Qualunque sia l’origine del nome, su una cosa mi sento di poter esser sicuro: il colle c’è, esiste, ed è un punto panoramico, che sfida il cielo con il suo profilo gentile. Dalle finestre di questa bellissima stanza ho la possibilità di godere di una vista eccezionale sulla valle sottostante, con le vigne ordinate come su un tappeto verde ricamato. Si possono vedere i filari del Sagrantino stendersi con precisione quasi geometrica come se un pittore rinascimentale avesse voluto impressionarci con la sua prospettiva perfetta. Il tutto condito da un silenzio interrotto solo dal vento e dal canto di qualche uccellino poco interessato ai problemi umani Silvia si sente una “produttrice di qualità” essenza che riguarda sia l’olio che il vino. L’attenzione e il rispetto che, come famiglia-gruppo di lavoro, rivolgono alla terra, alla pianta e alle persone è un importante fattore alla base della definizione di qualità. L’amore e la sensibilità del loro approccio ai processi di lavorazione di entrambi i frutti sono il secondo importante fattore. Il prodotto è il risultato di una sinfonia data dalla connessione dell’uomo con l’ambiente e dell’uomo con l’uomo. Sia il vino che l’olio si caratterizzano di “socialità” e di “universalità” ed entrambi sono i prodotti alimentari alla base della loro cultura contadina. Silvia racconta di come la raccolta delle olive avvenga quando l’invaiatura é al 50% ( metà dei ottobre). Tutte le olive raccolte durante il giorno vengono portate la sera stessa della raccolta al frantoio per essere spremute durante la notte. La scelta del frantoio é fondamentale: loro si rivolgono ad un frantoio a due fasi non dotato di centrifuga. In questo modo ottengono un olio che conserva le caratteristiche primarie del frutto. Per ciò che riguarda il vino, invece, é bene ricordare l’importanza che danno alle analisi. Nella fase di maturazione delle uve si procede con la vendemmia solo quando si riscontrano i valori desiderati. La vendemmia viene effettuata esclusivamente a mano avvalendosi del personale che durante tutto l’anno ha curato e seguito l’evoluzione del frutto. I grappoli, posti in cassette da venti chili, sono pronti per la vinificazione. Un momento che per come mi viene raccontato, sembra poesia e chiedo a Silvia di potermi unire al loro il prossimo anno per poterlo vivere a pieno. Per Silvia la cantina é una seconda casa, tutti i giorni dalle 8.30 loro sono operativi ognuno con i suoi compiti ma senza tralasciare il tempo di condivisione per un confronto di idee e per le interconnessioni che sono fondamentali rispetto al loro lavoro. Nel far questo vengono aiutati dalla loro “umbritudine”. Sono un popolo tenace, che non si spaventa di fronte alle difficoltà, e per questo ogni giorno lavorano per superare ostacoli e soprattutto capire il caos informativo che li circonda. Spinti dalla passione per la terra e per la salvaguardia di questa complesso ed importante ruolo dell’agricoltore si dedicano al lavoro con costanza e serietà. Silvia è una donna tenace, spiritosa, che ama il suo lavoro ogni giorno è in contatto con i collaboratori nel campo e con i clienti in cantina. Gli operai nel campo, nonostante la fatica, seguono un ritmo di vita che a chiunque piacerebbe. È un ritmo antico scandito secondo il ciclo delle stagioni. Digitalizzazione e tecnologia non entrano a far parte di questo lavoro nella maggior parte delle fasi che lo caratterizzano. Le mani, gli occhi, le gambe e la testa assumono un ruolo preponderante. È proprio qui, all’aria aperta, che gli uomini rimangono belli, forti e in salute. Il ciclo delle stagioni scandisce il ritmo delle loro mansioni, i racconti e le canzoni si uniscono al suono della fauna a comporre arcane melodie. L’obiettivo per il 2025 è quello di continuare a lavorare in armonia con le persone e la natura. Questo è un obiettivo fondamentale che costituisce anche la base del loro operato quotidiano. Silvia ha molte speranze però da riporre su azioni più grandi e lungimiranti che devono essere fatte per salvaguardare il loro importante settore agricolo. Me ne elenca soltanto alcune: semplificazione e abbattimento dei costi relativi alle pratiche burocratiche; abbattimento dei costi di trasporti del vino e tutto questo per poter garantire un salario sempre maggiore ai collaboratori e dare sempre più valore al lavoro. Se ho contato bene Colle Ciocco produce 8 etichette considerando i vini dolci, a cui vanno aggiunte le grappe, una varietà che non può esser tralasciata al caso. La loro linea di vini è variegata e identitaria al tempo stesso pertanto Silvia mi dice che non ci sarebbe effettivo bisogno di ampliare il loro ventaglio ma sono un gruppo giovane e anche il più anziano tra loro (82 primavere), nello specifico suo padre Lamberto, é un uomo più che dinamico, quindi spinti dal desiderio di ricercare e sperimentare e così mi anticipa che ad aprile nascerà il nono prodotto della cantina Colle Ciocca. Il primo vino che ho avuto il piacere di bere è il Grechetto Clarignano, nella versione 2022 e 2023. Sono sincero, ho preferito il 2022. È un vino al 85% grechetto e 15% viognier, un vino quello del 2022 morbido e profumato. Il 2022 floreale, con sentore di foglia di limone, fresco e sapido con un buon equilibrio mentre il 2023 caratterizzato da una freschezza importante, con una acidità esuberante, equilibrato e desideroso di bottiglia. Un vino che sicuramente è adatto ad antipasto di terra, crostini con paté di fegato, con il tartufo, e con carni bianche Il secondo vino è il Trebbiano Tempestivo, ho bevuto il 2022, molto profumato e al palato decisamente morbido un vino che mi è piaciuto molto. Un vino sicuramente bello, elegante, complesso e aromatico che offre sentori di buccia di arancia, menta secca e piccole note di mineralitá associati a sentori di ananas e caprifoglio e fiori di limone. Salvia e rosmarino e un aspetto salino quasi oceanico sullo sfondo. Un vino che sicuramente abbinerei a zuppe o insalate di legumi, pesce azzurro ma anche piccole delicatezze come crostini con acciughe Il terzo vino che Silvia mi ha versato è il rosato Brixio, anno 2023, 70% sangiovese e 30% Sagrantino, un vino da aperitivo, grande mineralità e all’olfatto frutti rosa e fiori. Brixio é il nome di un importante personaggio di Montefalco vissuto all’inizio del secolo XX. Il nome era Don Brizio Casciola e suo zio si era interessato a dedicargli un circolo. Attraverso il recupero dei suoi scritti e il ricordo delle sue opere gli studiosi di questo uomo si sono recati a Montefalco e hanno stretto un legame con la loro terra. Un vino che può esser facilmente abbinato ad antipasti di pesce e di carne. Ora inizia la parte più interessante di questa degustazione ovvero il bicchiere inizia a colorarsi di rosso e inizio con il Montefalco Rosso, che io ho definito riserva per la sua struttura, anno 2020, 1 anno in rovere francese e minimo 2 anni in bottiglia. Un grande tannino 70% Sangiovese 15% merlot e 15% Sagrantino. Potente al naso, mostra note di ciliegia, amarena, prugne rosse. Corpo pieno, elegante e suadente nel sorso mostra tannini vellutati ed un finale di incredibile leggiadria. Un vino che sarebbe perfetto con dell’ottima pastasciutta, delle ottime carni alla griglia e con dei formaggi, Un vino che accompagna fedelmente i piatti della tradizione italiana. Prima di continuare la degustazione con Silvia ci prendiamo qualche minuto di pausa e scendiamo giù a visitare la cantina, la curiosità è donna ma io non posso celarla. Scendendo le scale mi trovo dinanzi botti in legno, acciai, un mondo quasi fatato. Qui ho avuto il privilegio di vedere le prove del trebbiano spoletino 2022 nel tonneau. È una sperimentazione del vino trebbiano. Lo hanno lasciato macerare a lungo sulle bucce. Ne stanno osservandone la evoluzione in legno di diversa natura, valutandone di volta in volta la qualità e la piacevolezza. Torniamo ei accomodiamo nuovamente sulle comode sedie pronto per continuare questa interessantissima degustazione. Ma Silvia decide di farmi assaggiare il loro olio prima di procedere con gli altri vini e mi fa assaggiare il fruttato multicultivar leccino 5% moraiolo 80% e frantoiano 15%, un olio che pizzica leggermente in gola. E´ un lusso lavorare in un luogo circondato dagli ulivi: piante forti, resistenti, contorte e leggendarie, da sempre amiche dell’uomo. Le loro olive vengono spremute per ottenere due tipologie di olio: monocultivar e multicultivar. il monocultivar 100% olio evo moraiolo indicato per piatti di pesce magro come, ad esempio, una sogliola; invece, cibi come zuppe, insalate, pasta o una buona fiorentina vengono conditi con l’olio evo multicultivar. Sono gli unici che si possono vantare di chiamare l’olio OLIO DI MONTEFALCO stando in regola con la legge poiché il marchio fu registrato già nei primi anni 90 e questo oltre ad essere una bella opportunità é anche uno stimolo a tenere sempre alta la qualità del prodotto che rappresenta la loro terra. Dopo questa piacevole pausa con un olio decisamente ottimo al palato anche se l’ho provato su una fettina di pane bruschettato passiamo al sagrantino 2019 docg 15% – un vino strutturato ma direi leggero non impegnativo. Il naso è intenso, aromatico, splendidamente vivace e potente. Note di piccole bacche nere, bacche di ginepro associate a tocchi di pepe nero, timo tostato. Delicati accenni di balsamico, spezie, oliva nera rosmarino, ulivo, grafite e accenni minerali/salini e lievi accenni di cioccolato. La bocca è fruttata e offre succosità. Eleganza, equilibrio e una struttura acidula. Buona persistenza. Tannini masticabili, sapidi ed eleganti. Ricchezza e potenza ma splendidamente equilibrato. Dopo aver provato il Vino per eccellenza e averne beneficiato delle sue ottime qualità al palato e non solo passiamo ai miei vini preferiti, i vini dolci. Dolce antico, il mio preferito 13% sono partiti con una sperimentazione di 800 bottiglie solo trebbiano spoletino odore albicocca molta marmellata. Per quanto mi riguarda un vino dolce che direi perfetto, non potrei desiderare di meglio se dovessi decidere un vino per concludere un pasto. Uno vino da dessert che a parer mio non ha rivali. Sicuramente è il vino che ho amato appena l’ho bevuto e rispecchia proprio ciò che si vuole bere.  È dedicato a suo nonno ed esprime a pieno il sentimento che nutre per lui. “Dolce come il carattere di nonno Settimio e antico come la sua arte di fare vino” Ma non posso non assaggiare il Montefalco sagrantino passito 2017. Ci sono note di fico secco, pasta d’arancia e piccole note di mela cotogna candita associate a lievi tocchi di scorza, un accenno di fragola e un accenno discreto di spezie e di pepe. La bocca è meravigliosamente succosa/polposa e tensione nella precisione, un bell’equilibrio, un lato sferico ed energia. In bocca questo vino esprime note di fico secco, albicocca secca e piccole note di pasta di frutta (arancia, fragola, mora) associate a un accenno di pasta di limone. Buona lunghezza. Splendidamente definito e gourmand. Un leggero accenno tannico sul finale/persistenza. Per concludere questa esperienza sensoriale e sublime Silvia mi presenta le sue grappe. Grappa Sagrantino invecchiata legno di ciliegia e grappa sagrantino. Entrambe sono il risultato di una attenta selezione di vinacce che si ottengono dalla pressatura dell’uva fermentata di Sagrantino. La grappa viene prodotta con il tradizionale sistema di distillazione discontinuo a corrente di vapore. Il passaggio diretto del vapore, a contatto con le vinacce, permette una distillazione graduale ed uniforme, esaltando le caratteristiche del vitigno. L’intero processo di distillazione artigianale, realizzato grazie all’intuito e all’esperienza del Mastro distillatore Berta, richiede tempi molto lunghi ma assicura un prodotto di qualità superiore, caratterizzato da complessità e morbidezza arricchite dagli aromi tipici del vitigno. La Grappa rimane dodici mesi in barriques di ciliegio, l’invecchiamento le permette di acquisire un colore ambrato. Al palato risulta morbida e calda. Dopo aver assaggiato tutti questi vini è complesso arrivare a trovare quello che potrei definire il mio preferito e Silvia mi conferma che anche per lei vino preferito é una espressione che non le piace, così come non può dire di lei “quale é la Silvia preferita” altrettanto non può dirlo di un vino. Sicuramente ci sono dei caratteri distintivi di ogni vino che lo rendono unico. Altri che lo differenziano dalle stesse tipologie delle altre cantine ma per definirlo come il preferito si deve prendere in considerazione il soggetto che lo beve, in questo caso io o lei o chiunque altro.  Nella molteplicità dei momenti si può affermare con certezza e oggettivamente che tutti sono vini di qualità che sono poco ruffiani e molto autentici. Rispetto alla preferenza direi di tener conto del dialogo che si istaura tra degustatore e vino. Con il Sagrantino la loro Montefalco è nel bicchiere, ha tratti inconfondibili e sinceri, possiede la tenacia di loro umbri, la complessa profondità, a primo impatto sembra introverso e poi si apre e sprigiona note di frutti di bosco, armonico e vellutato come le linee delle montagne che abbracciano Montefalco e la vallata. La versione passita rievoca echi di un glorioso passato e con grande determinazione ha la capacità di riportarti in un hic et nunc della più interessante contemporaneità. Aiuta a viaggiare nei secoli e a ritrovarsi improvvisamente nel presente. Colle Ciocco è pura e semplice essenza umbra. Sicuramente venire qui significa voler respirare aria buona, filosofeggiare sulla bellezza della vita o per trovare l’ispirazione poetica che si pensava perduta. Se si amano i posti incontaminati, le vedute da cartolina e l’idea di sentirsi, almeno per un attimo, i custodi di un angolo del mondo ancora autentico, allora sì, Colle Ciocco fa per voi. Se invece cercate l’azione, le folle e i negozi di souvenir, meglio restare in centro a Montefalco. In ogni caso, la prossima volta che sarete in zona, fateci un salto: non sarà il Monte Everest ma per l’anima è comunque una bella scalata. E così, dopo aver respirato a pieni polmoni l’aria limpida di Colle Ciocco, aver lasciato vagare lo sguardo su colline morbide e vigne perfette, è tempo di scendere di nuovo a valle. Forse non ho trovato tesori nascosti o rivelazioni mistiche, ma qualcosa di prezioso sì: la quiete di un luogo autentico, il piacere di un panorama che non ha bisogno di filtri e la sensazione, rara e preziosa di essere esattamente dove dovremmo essere. Montefalco continuerà a brillare con il suo Sagrantino e i suoi vicoli d’altri tempi, ma lassù su Colle Ciocco, resta un angolo di Umbria che non chiede nulla, se non di essere vissuto. Magari con una bottiglia di vino, una buona compagnia e il tempo necessario per lasciarsi incantare. Con grande affetto e amicizia saluto Silvia ringraziandola per questa esperienza unica e torno come un turista tra tanti a Montefalco convinto che tornerò presto a Colle Ciocco per bere un buon calice di vino in compagnia di Silvia.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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10 Marzo, 2025

Tenuta di Castellaro. Cantina di design

Non solo una cantina, ma un’esperienza immersiva tra tradizione, tecnologia e paesaggio: la cantina siciliana è in grado di raccontare la storia millenaria del territorio attraverso ogni dettaglio, nel rispetto della natura e della storia delle Eolie   Un manifesto di sostenibilità e integrazione paesaggistica, nella virtuosa associazione di materiali naturali, tecnologie avanzate e un profondo rispetto per la storia delle Eolie: potrebbe definirsi così Tenuta di Castellaro, sull’isola di Lipari. Ǫuesta cantina non è solo un luogo di produzione, ma un’eccellenza architettonica che coniuga innovazione e rispetto per l’ambiente. Massimo Lentsch, che ha dato origine alla cantina nel 2005 La nostra visione è sempre stata quella di creare un luogo che rispettasse la storia e la bellezza di Lipari, unendo il passato con il futuro in un’armonia perfetta. Abbiamo investito risorse, energia e passione per realizzare un sogno: una cantina che possa essere interpretata come un’esperienza da vivere e condividere. Ogni scelta architettonica racconta il profondo legame con la storia e la cultura del territorio. Crediamo fermamente che il rispetto per l’ambiente e l’adozione di tecnologie sostenibili siano la chiave per un futuro in cui l’uomo possa continuare a produrre eccellenze senza compromettere l’equilibrio naturale. Un Progetto Etico e All’Avanguardia La famiglia Lentsch ha dato vita a un progetto ambizioso, realizzato in collaborazione con gli architetti Michele Giannetti e Alessandro Dalpiaz dello studio Dalpiaz Giannetti Architekten di Amburgo. La cantina si estende su una superficie di duemila metri quadrati ed è la più grande struttura bioclimatica delle Eolie. I principi su cui si basa sono chiari: Integrazione con il territorio, rispettando il paesaggio e la natura Valorizzazione delle risorse naturali, sfruttando l’energia solare e la ventilazione Rispetto della tradizione e della storia architettonica locale, reinterpretando le antiche tecniche Architettura Ipogea e Materiali Naturali La cantina, completamente interrata, si ispira alle abitazioni ipogee tradizionali delle Eolie. La scelta di svilupparla in verticale su tre piani permette di sfruttare la forza di gravità per i travasi, riducendo il consumo di energia e preservando la qualità del vino. I materiali utilizzati per la costruzione provengono direttamente dall’isola, garantendo così un impatto ambientale minimo e una perfetta armonizzazione con il contesto naturale. La Barricaia si ispira al Chiostro Normanno, simbolo della città di Lipari, dal quale riprende le colonne che sostengono archi a tutto sesto. La cantina è caratterizzata dalle sue colonne a fungo in cemento armato, disposte su un reticolo di 6,0 x 6,0 m. Per la loro realizzazione è stato utilizzato un metodo molto particolare, senza l’uso delle casseforme tradizionali. La funzione di cassaforma è stata svolta dalla terra, sulla quale sono state scavate le forme negative dei pilastri. Successivamente, dopo la posa delle armature, è stato eseguito il getto del cemento. Dopo 28 giorni di maturazione, sono stati eseguiti gli scavi dal basso, con pazienza, intorno a questo scheletro. La terra è rimasta attaccata al cemento, copiando esattamente la colorazione e le stratigrafie. Il fusto delle colonne si presenta sorprendentemente diverso dalle volte, caratterizzato da una scala cromatica che, in successione, rende evidente la stratificazione del terreno formatasi a seguito dei vari fenomeni   vulcanici   eruttivi   che   si   sono   susseguiti   sull’isola. Si può così ammirare lo scorrere di un periodo geologico di oltre 20.000 anni. La porzione di roccia che costituisce la base e il fusto delle colonne risale ai depositi dell’eruzione del  centro  eruttivo  di  Monte  Guardia,  attivo  fino  a  24.000  anni  fa. La parte sommitale delle colonne e le volte sono composte dai depositi provenienti da un centro eruttivo dell’isola di Vulcano (tufi bruni). La porzione biancastra delle volte è riconducibile all’eruzione del centro del Vallone del Gabellotto. Efficienza Energetica e Sostenibilità La cantina è un perfetto esempio di autosufficienza energetica. Il sistema di camini solari permette di illuminare gli ambienti con luce naturale, riducendo drasticamente il consumo di elettricità. Inoltre, la torre del vento, tecnologia utilizzata fin dal X secolo a.C. in Medio Oriente, assicura una climatizzazione naturale, mantenendo temperatura e umidità costanti nella barricaia, condizioni ideali per l’affinamento del vino.   Un Modello di Integrazione tra Uomo e Natura  Tenuta di Castellaro è un’opera d’arte, un esempio di come sia possibile coniugare tradizione, innovazione e sostenibilità in un unico progetto. Ǫui, il vino nasce da un perfetto equilibrio tra tecnologia avanzata e rispetto per la natura, offrendo un’esperienza autentica che coinvolge i sensi e racconta la storia di un territorio unico al mondo. Opening Castellaro Bistrot Tenuta di Castellaro si prepara ad accogliere una nuova esperienza gastronomica con l’apertura del Castellaro Bistrot, che debutterà ufficialmente ad aprile. Un nuovo capitolo, che conferma la vocazione all’eccellenza e alla valorizzazione del territorio, questa volta attraverso una proposta culinaria raffinata e innovativa. Realizzato in collaborazione con gli architetti Michele Giannetti e Alessandro Dalpiaz dello studio Dalpiaz Giannetti Architekten di Amburgo, il Bistrot Castellaro riprende la stessa forma architettonica dei pilastri a fungo della cantina, con colonne realizzate in una cassaforma di polistirolo. Gli elementi della cassaforma, trasformati in installazioni d’arte dall’artista Luigi Radici, arricchiscono lo spazio della barricaia, così come le pareti da lui personalizzate. L’ascensore funziona come torre del vento, mentre una cucina a vista esterna crea un’atmosfera accogliente e raffinata, perfetta per la preparazione delle pietanze. Tenuta di Castellaro: Lì dove il sole cala a picco sul mare e si trasmette la millenaria tradizione della coltivazione ad alberello, sorge su terreno vulcanico Tenuta di Castellaro, un monumento dedicato alla natura, alla cultura, all’architettura. Il progetto enologico, strettamente legato all’ambito storico e paesaggistico, racconta un territorio unico come quello di Lipari, la principale delle isole Eolie. Sono 24 ettari vitati per circa 70mila bottiglie l’anno e una moderna cantina all’avanguardia, oltre a un wine resort e al parco geominerario delle Cave di Caolino, ripulito e bonificato per metterlo a disposizione della collettività: Tenuta di Castellaro è una realtà unica e articolata, che vive da sempre un approccio naturale alla viticoltura, applicando protocolli biologici e vegan. Il fascino selvaggio di questo angolo di mondo, incontaminato, remoto e magnetico ha stregato la famiglia bergamasca Lentsch, che nel 2005 ha deciso di intraprendere un grande progetto vitivinicolo e paesaggistico: preservare, valorizzare e far conoscere la bellezza di questo luogo, custodendone le tradizioni e le peculiarità, dando vita a vini realizzati da uve autoctone isolane, a partire dalla Malvasia delle Lipari e il Corinto Nero, che siano puro estratto di un territorio.   La Redazione  
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La Sicilia di Ulisse all'inaugurazione della Sicilia Regione Europea della gastronomia 2025 Arrow Right Top Bg

10 Marzo, 2025

La Sicilia di Ulisse all'inaugurazione della Sicilia Regione Europea della gastronomia 2025

Un viaggio tra sapori e profumi dell’isola Il 9 marzo, appuntamento con “Il Pranzo della Domenica”, show cooking degli chef de La Sicilia di Ulisse C’è anche La Sicilia di Ulisse tra i protagonisti del weekend di eventi organizzati a Milano per dare il via ufficiale a Sicilia Regione Europea della Gastronomia 2025, l’iniziativa promossa dalla Regione Siciliana. L’appuntamento è dal 7 al 9 marzo presso la sede di Identità Golose e rappresenta l’inizio di un intenso programma, che si svilupperà tra maggio e ottobre, dedicato alla straordinaria ricchezza enogastronomica siciliana; un vero e proprio viaggio coast to coast in venti comuni dell’isola tra sapori e tradizioni. In questa prestigiosa cornice, domenica 9 marzo La Sicilia di Ulisse organizzerà un imperdibile show cooking con tre autorevoli chef dell’Associazione – Angelo Pumilia de La Foresteria a Menfi (Agrigento), Francesco Patti del ristorante Coria di Catania e Giuseppe Carollo del Nangalarruni di Castelbuono (Palermo) – che cucineranno il tradizionale “Pranzo della Domenica”. Attraverso i loro piatti, gli chef racconteranno le preziose materie prime del territorio e la forza dell’enogastronomia siciliana, offrendo al pubblico milanese l’opportunità di assaporare l’essenza autentica della cucina di questa regione. Tony Lo Coco, presidente de La Sicilia di Ulisse La Sicilia non è solo storia e cultura, ma anche eccellenza gastronomica tra tradizione e innovazione, in grado di farsi apprezzare in Italia e nel mondo. Siamo onorati di essere stati scelti dalla Regione Siciliana per rappresentare questa eccellenza, un compito che affrontiamo con orgoglio e responsabilità. Per valorizzare al meglio il patrimonio della nostra isola, è fondamentale fare sistema con istituzioni e associazioni, unendo le forze per promuovere il territorio con una visione comune. La Sicilia di Ulisse – che riunisce più di settanta tra i migliori ristoranti, cantine e strutture ricettive della regione – nasce nel 2002 da un gruppo di chef visionari. Anno dopo anno, l’Associazione ha ampliato la propria anima gastronomica coinvolgendo i settori dell’ospitalità e della viticultura con l’obiettivo di promuovere l’eccellenza siciliana invitando i viaggiatori a vivere un’esperienza completa e autentica dell’isola. La Sicilia di Ulisse Da oltre vent’anni l’Associazione si impegna a valorizzare le meraviglie della Sicilia, offrendo ai viaggiatori l’opportunità di vivere un’esperienza completa e autentica, fatta di sapori, paesaggi e prodotti che racchiudono l’anima mediterranea dell’isola. Fondata nel 2002 da un gruppo di chef visionari, l’Associazione riunisce le eccellenze siciliane nei settori dell’ospitalità, della gastronomia e della viticultura. Attraverso un portale e una APP, La Sicilia di Ulisse si presenta in modo chiaro e strutturato sul mercato, rendendo accessibile la sua offerta esclusiva. Oggi, l’Associazione conta 52 soci, di cui 36 tra ristoranti e pasticcerie storiche e 16 hotel di charme, oltre a 21 cantine partner per un numero complessivo di 1.500 addetti e un fatturato generato stimato di 180 milioni di euro. Da aprile 2024 il presidente dell’Associazione è Tony Lo Coco.   La Redazione
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8 Marzo, 2025

Sol2Expo 2025. 230 aziende, 2000 visitatori, 234 buyer da 34 paesi

Ha chiuso i battenti il 4 marzo la prima edizione del salone dopo 28 in concomitanza con Vinitaly  Bricolo (Pres. Veronafiere) Abbiamo aggregato il Sistema olio in un progetto importante e di filiera.  Rebughini (Dg Veronafiere) Lavoreremo con gli espositori e il territorio per implementare ancor di più la manifestazione e rafforzare ulteriormente l’internazionalizzazione” Si è chiusa a Veronafiere l’edizione 2025 di SOL2EXPO – Full Olive Experience (sol2expo.com), il Salone interamente dedicato al mondo dell’olivo e dell’olio al suo debutto come rassegna autonoma dopo 28 edizioni in convivenza con Vinitaly. La prossima edizione è in calendario dal 1 al 3 marzo 2026.    Con 230 aziende espositrici presenti e una superficie espositiva raddoppiata di oltre 10 mila metri quadrati, la fiera ha visto la presenza di circa 2000 visitatori tra consumatori e  operatori professionali dei quali il 13% esteri, pari a 234 buyer da 34 Paesi (Austria, Albania, Armenia, Azerbaijan, Brasile, Bosnia ed Erzegovina, Corea del Sud, Croazia, Cile, Cina, Colombia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, India, Irlanda, Israele, Marocco, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti d’America, Svizzera, Tunisia, Turchia, Ungheria, Vietnam), di cui 70 top buyer selezionati e invitati da Veronafiere e Agenzia ICE.   Dopo l’inaugurazione alla presenza del Ministro dell’Agricoltura e sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, e del presidente dell’ICE, Matteo Zoppas, il programma della rassegna ha proposto oltre cinquanta appuntamenti tra convegni, cooking show, degustazioni e approfondimenti, per una maratona formativa e informativa che ha interessato il pubblico specializzato ma anche i consumatori, in particolare nella prima giornata. Tra gli appuntamenti più seguiti i convegni di presentazione degli studi presentati dall’Osservatorio SOL2EXPO-Nomisma sui consumatori italiani e sui mercati dell’olio italiano.   Lunedì 3 marzo si è riunito per la prima volta il Tavolo Olivicolo del ministero presieduto dal sottosegretario al Masaf, Patrizio La Pietra, insieme con i rappresentanti della filiera sono state definite a Verona le linee guida del nuovo Piano Olivicolo Nazionale.  Federico Bricolo, presidente di Veronafiere Con questa edizione abbiamo realizzato un importante progetto di filiera, aggregando tutto il Sistema che ruota intorno a questo straordinario prodotto del made in Italy, dalle istituzioni alle associazioni di categoria, ai consorzi, le regioni e i singoli produttori in rappresentanza di tutte le aree vocate del Paese. Il prossimo passo sarà quello di promuovere il comparto attraverso le nostre iniziative all’estero in Asia, Nord e Sud America, Expo di Osaka il prossimo luglio incluso, con l’obiettivo di portare a Verona il prossimo anno ancora più buyer internazionali.  Adolfo Rebughini, direttore generale della SpA veronese Abbiamo compiuto un passo decisivo decidendo di lanciare una fiera interamente dedicata all’olio e ai suoi derivati, una direzione che da tempo gli espositori ci chiedevano di intraprendere. Con la loro collaborazione delineeremo i prossimi passi per rappresentare l’intera filiera e valorizzare al massimo le opportunità offerte da questa manifestazione. Le tecnologie di matching con i buyer introdotte fin da questa edizione hanno già dato incoraggianti risultati. SOL2EXPO vuole affermarsi come appuntamento autonomo nel calendario di Veronafiere, un evento di primo piano con una forte identità propria. Al contempo, a livello internazionale, stiamo posizionando la rassegna, mantenendo un forte legame con Vinitaly in molte tappe estere, valorizzando sinergie e visibilità comuni. Questa visione strategica ci permette di gettare basi solide per il futuro del comparto oleario, creando nuove opportunità di business e di incontro sia per gli operatori professionali che per i consumatori finali”.   Con una panoramica a tutto tondo su prodotto, tecnologia, formazione e turismo, Sol2Expo – Full Olive Experience (2-4 marzo, Veronafiere) ha acceso i riflettori sull’intera filiera dell’olivicoltura italiana, dalla terra alla tavola e dalla produzione alla trasformazione, con focus che hanno spaziato dall’olio all’oliva e tutti i sottoprodotti e derivati, fino a wellness e cosmesi. L’anima business – con un piano di incoming di operatori esteri specializzati – è stata affiancata da un intenso programma consumer che ha previsto cooking show, workshop e degustazioni con pairing per il pubblico e gli appassionati, oltre alla possibilità di acquisto diretto.   La Redazione
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Guide enologiche internazionali: 145 punteggi massimi per i vini altoatesini Arrow Right Top Bg

8 Marzo, 2025

Guide enologiche internazionali: 145 punteggi massimi per i vini altoatesini

  Alcune delle più prestigiose guide enologiche internazionali confermano il percorso di successo della regione vinicola dell’Alto Adige. Nelle nuove edizioni sono state elargite ben 145 valutazioni massime per 105 vini di 38 produttori altoatesini. Si tratta di una crescita ragguardevole persino in confronto al successo dell’anno scorso. La valutazione delle più prestigiose guide enologiche è una sorta di certificazione per i viticoltori e gli enologi e, pertanto, il settore attende con trepidazione l’uscita delle ultime edizioni. Le attuali pubblicazioni di Decanter, Wine Enthusiast, VINUM, Falstaff, James Suckling e Gault&Millau conferiscono 145 punteggi massimi ai vini altoatesini. L’anno precedente erano stati 99. Andreas Kofler, presidente del Consorzio Vini Alto Adige È naturale che la crescita ci faccia piacere ma ci rallegra ancora di più il fatto che la punta si stia allargando, tanto che sono sempre più numerosi i produttori altoatesini che ottengono valutazioni eccellenti.   Vini di punta molto più numerosi Le cifre danno pienamente ragione a Kofler: se l’anno scorso i vini più apprezzati provenivano da 29 produttori, quest’anno provengono da ben 38. In totale sono stati assegnati i voti massimi a 105 vini diversi – un numero che supera di oltre il 50 % quello dell’anno precedente (68). Se si considera la distribuzione dei voti massimi, si piazza in testa alla classifica la Cantina Terlano con 19, seguita dalla Cantina Tramin (11) e dalla Cantina Produttori San Michele Appiano (10), la Tenuta Alois Lageder (9), la Cantina Girlan (8) nonché Manincor, Elena Walch e Nals Margreid con 7 valutazioni eccellenti ciascuna. Produttori con sette e più punteggi massimi Numero totale
di punteggi
massimi Numero vini
con il punteggio
massimo Cantina Terlano 19 9 Cantina Tramin 11 6 Cantina Produttori San Michele Appiano 10 5 Tenuta Alois Lageder 9 8 Cantina Girlan 8 5 Manincor 7 5 Nals Margreid 7 5 Elena Walch 7 5   Le guide enologiche lodano la diversità Il fatto che la regione vinicola dell’Alto Adige, nonostante le sue dimensioni relativamente ridotte, sia straordinariamente eterogenea, è confermato non solo dalla varietà dei produttori, ma anche da quella dei vini più apprezzati. Tra i 105 vini premiati, infatti, figurano ben 15 varietà diverse di vitigno. “Questa diversità è ciò che contraddistingue la regione vinicola dell’Alto Adige ed è uno dei fattori che ci permettono di conquistare il favore degli esperti di vino in tutto il mondo”, afferma Andreas Kofler. Sebbene in Alto Adige si producano molti più vini bianchi che rossi, il vitigno con il maggior numero di vini che hanno ricevuto punteggi massimi è il Pinot nero che ne vanta 20, seguito dallo Chardonnay con 18 e dal Sauvignon con 13. Varietà con riconoscimenti nelle guide enologiche internazionali Numero vini
con il punteggio
massimo Pinot nero 20 Chardonnay 18 Sauvignon 13 Cuvée rossi 9 Cuvée bianchi 9 Cabernet/Cabernet Sauvignon 6 Gewürztraminer (di cui 3 vini dolci) 5 Pinot bianco 4 Terlano 4 Lagrein 3 Merlot 3 Riesling 2 Sylvaner 2 Moscato giallo (vino dolce) 1 Kerner 1 Grüner Veltliner 1 Moscato rosa 1 Müller-Thurgau 1 Vino da tavola rosso 1 Vino da tavola bianco 1 Totale 105   In totale quest’anno sono stati assegnati 80 punteggi massimi a 58 diversi vini bianchi e 55 valutazioni eccellenti a 42 vini rossi altoatesini. Sono rientrati nuovamente nella lista anche i vini dolci e 5 di loro possono vantare dieci valutazioni massime. Due produttori altoatesini possono, infine, festeggiare un premio speciale. Si tratta della Cantina Terlano con il 2021 Terlano Primo Grande Cuvée Alto Adige DOC che, nell’edizione 2025 di Falstaff, non solo ha ottenuto il punteggio massimo, pari a 100 punti, ma è stato anche definito “il miglior vino bianco”, mentre il titolo “Best in Show” è stato assegnato dalla rivista Decanter alla Cantina Andriano per il 2022 Gewürztraminer Passito Juvelo Alto Adige DOC.   Quale procedura seguono le valutazioni? Le valutazioni si basano su degustazioni effettuate ogni anno sia dalle guide vinicole italiane che da quelle internazionali. A scegliere i vini da degustare sono i produttori. Sono sempre loro a scegliere le singole guide a cui presentarli. I produttori sono supportati dal Consorzio Vini Alto Adige che, in collaborazione con IDM Alto Adige e la Camera di Commercio di Bolzano, raccoglie i vini destinati alla degustazione e li consegna alle guide enologiche. Se le guide lo desiderano, le degustazioni vengono anche organizzate a Bolzano.   La Redazione  
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7 Marzo, 2025

Il futuro passa di nuovo per Hofstätter. A Vinitaly arriva il dealcolato di alta gamma

  Dal 2020, Martin Foradori Hofstätter ha incarnato il volto del vino dealcolato in Italia, sfidando apertamente critiche e scetticismi. Con il carisma di un imprenditore di spessore, alla guida della tenuta altoatesina J. Hofstätter, realtà dalla tradizione centenaria, ha rivoluzionato il settore. Oggi, a cinque anni di distanza, il vino dealcolato è di interesse globale, sostenuto da dati in crescita che costringono persino i più diffidenti a riconsiderare le proprie opinioni. Ed è in questo momento storico che il produttore di Tramin-Termeno rilancia con un’innovazione nel segmento premium, offrendo un’alternativa di alta gamma per chi è alla ricerca di un vino senza alcol di fascia superiore: Dr. Fischer Zero Riesling Sparkling, nato al 100% da Riesling Kabinett. L’obiettivo è dimostrare che l’assenza di alcol non limita l’eccellenza e la raffinatezza dell’offerta. La nuova etichetta debutterà ufficialmente al Vinitaly 2025 e si prepara a riaccendere il dibattito. Martin Foradori Hofstätter Dopo un’accurata selezione di vini abbiamo individuato un Riesling Kabinett di alta qualità che è stato dealcolato per dare vita a un prodotto premium di questa categoria. Il termine “Kabinett” indica la prima classificazione dei vini a predicato tedeschi, quindi la base di partenza è di livello eccellente Il nuovo Riesling dealcolato sarà commercializzato sotto l’etichetta “Dr. Fischer”, azienda che Martin Foradori Hofstätter guida in Mosella, e sarà destinato esclusivamente al canale HO.RE.CA. Questa novità rappresenta la sintesi di due percorsi pionieristici intrapresi dal produttore altoatesino.  Nel 2014, la passione di Martin Foradori Hofstätter per il Riesling, lo ha portato ad essere il primo italiano ad investire nella Saar, la regione vinicola tedesca della Mosella, dove il nobile vitigno si esprime al meglio. Nel 2020 è nata anche la linea di prodotti Steinbock Riesling Zero ottenuti da Riesling dealcolato. Martin Foradori Hofstätter conosce profondamente il Riesling e le sue potenzialità, anche in versione “Alcohol Free” I risultati di mercato ci hanno dato grandi soddisfazioni per la nostra linea di vini dealcolati Steinbock Zero. La più grande è vedere i più scettici operatori del settore trasformarsi in clienti entusiasti. Un altro segnale che ci riempie di orgoglio è l’interesse crescente dei ristoranti stellati, che ci contattano per conoscere le condizioni di vendita e procedere con ordini. Questo dimostra che il lavoro svolto negli ultimi anni per innovare il settore e offrire alternative senza alcol di qualità sta davvero dando i suoi frutti. La Redazione
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7 Marzo, 2025

La Primavera di Castellinaldo alla seconda edizione

Degustazioni e masterclass dedicate al Castellinando Barera d’Alba DOC. Domenica 30 e lunedì 31 marzo al Palazzo Re Rebaudengo di Guarene (CN) L’Associazione Vinaioli del Castellinaldo inaugura la bella stagione presentando la 2ª edizione de “La Primavera del Castellinaldo”, evento dedicato al Castellinaldo Barbera d’Alba DOC, punta di diamante della Barbera d’Alba DOC, con più di 40 vini in mescita libera e 21 produttori coinvolti. La due giorni si terrà domenica 30 e lunedì 31 marzo al Palazzo Re Rebaudengo di piazza Roma 1 a Guarene (Cuneo), tra degustazioni, incontri con i produttori, visite al castello e scoperte enogastronomiche. L’iniziativa, divisa su due giornate, una per appassionati e l’altra riservata agli operatori professionali, celebra l’identità vinicola di un territorio che si distingue per la qualità e la tipicità dei suoi vini: i visitatori avranno l’opportunità di assaporare diverse interpretazioni di questa sottozona così particolare, raccontate direttamente dai produttori. Questi i produttori coinvolti:
Allerino Giovanni, Azienda Agricola Baudevin di Volantino Marco, Azienda Agricola Cerrato Fabio, Azienda Agricola Cravanzola S.S.A, Azienda Agricola Ferrero Michele, Azienda Agricola Fratelli Masucco, Azienda Agricola Margherita S.S,
Azienda Agricola Selezione Teo Costa, Azienda Agricola Vecchio, Azienda Agricola Vielmin, Bric Cenciurio, Cantina del Nebbiolo SCA, Cascina Chicco SSA, Cascina del Pozzo, Cascina Goregn, Cascina Torniero, La Granera, Marchisio Family
Organic Estate, Marchisio Tonino, Marsaglia, Morra Stefanino. PROGRAMMA – LA PRIMAVERA DEL CASTELLINALDO 2025 Il programma si apre domenica 30 marzo, giornata dedicata al pubblico di appassionati, alle 10:00, con un walk around tasting con i produttori associati: oltre 40 vini in mescita libera di Castellinaldo Barbera d’Alba.
Ospite food: Nocciola Piemonte. Alle 14:30 è prevista per gli ospiti una visita al Parco d’Arte Sandretto Re Rebaudengo: un’esperienza immersiva nella collina di San Licerio con le mediatrici culturali dell’arte della Fondazione (durata: 1 ora; massimo 25 partecipanti,
accredito in loco). Alle 16:00, nel Salone Ex Granaio, si svolgerà la degustazione dedicata al Castellinaldo Barbera d’Alba guidata da Giancarlo Montaldo: l’assaggio di alcuni vini sarà l’occasione per scoprirne la storia, i dettagli sulla Sottozona, la realtà produttiva, le annate e i caratteri organolettici. Lunedì 31 marzo, a partire dalle 11:00, si riapre il banco d’assaggio per gli operatori professionali e giornalisti.
Alle 15:00, nel Salone Ex Granaio, si svolgerà una masterclass dedicata all’anteprima dell’annata 2023 e al Castellinaldo prodotto fuori Castellinaldo: Giancarlo Montaldo guiderà la degustazione raccontando storia, dettagli sulla Sottozona, realtà produttiva, e caratteri organolettici del Castellinaldo Barbera d’Alba; l’approfondimento esaminerà anche il Castellinaldo Barbera d’Alba prodotto fuori dal comune di Castellinaldo d’Alba ovvero nei paesi di Guarene,
Castagnito, Vezza d’Alba, Magliano Alfieri, Canele e Priocca. Ore 17:30 – nel Salone Ex Granaio, si svolgerà la masterclass verticale di Castellinaldo Barbera d’Alba, attraverso la degustazione di vini tra le annate 2016 e 2023.
Commenta Giancarlo Montaldo, consulente tecnico-scientifico della manifestazione e giornalista esperto che sin dagli esordi ha seguito la nascita della sottozona Nell’ambito della Primavera del Castellinaldo, le Masterclass hanno un duplice scopo: da un lato, informare gli appassionati, i giornalisti e gli operatori sulla realtà del Castellinaldo Barbera d’Alba; dall’altro, creare fidelizzazione di consumo per un vino che potrà rappresentare un elemento di crescita qualitativa ed economica di un territorio, il Roero Orientale, a lungo sottovalutato dalla realtà vitivinicola di Langa e Roero. Gli assaggi, le masterclass e tutte le visite sono gratuiti; le masterclass possono accogliere pubblico fino a esaurimento posti, con accredito online (https://eventi.vinaiolidelcastellinaldo.com/) e in loco. Luca Morra, presidente dell’Associazione Da oltre 30 anni produciamo e raccontiamo il Castellinaldo Barbera d’Alba DOC. Con questa iniziativa vogliamo affermare sempre più la nostra identità e dare valore a quella che è una “nicchia” del panorama vitivinicolo di Langhe e Roero. Abbiamo curato i minimi dettagli dell’evento e abbiamo cercato di fare sistema con gli enti del territorio, valori che da sempre contraddistinguono la nostra Associazione e che oggi ci consentono di svolgere la nostra due giorni in uno dei posti più belli e iconici dell’Albese, per accogliere al meglio a La Primavera del Castellinaldo appassionati di vino, giornalisti e operatori del mondo del vino.   VINAIOLI DEL CASTELLINALDO Dalla seconda metà degli anni ’80, un gruppo di giovani imprenditori di Castellinaldo rilanciò la produzione vitivinicola locale, portando la Barbera a nuovi livelli di eccellenza. Nel 1992 nacque l’Associazione Vinaioli di Castellinaldo, con
l’obiettivo di valorizzare il territorio e distinguere la Barbera di Castellinaldo all’interno della denominazione Barbera d’Alba DOC, anche attraverso l’istituzione di una sottozona. Parallelamente, si rivoluzionò il metodo di vinificazione, creando un vino particolarmente capace di evolversi nel tempo. Negli anni, la Vinaioli ha organizzato eventi per promuovere la Barbera di Castellinaldo, che si è fatto strada sui mercati internazionali, ottenendo importanti riconoscimenti. Nel 2016 il progetto della sottozona ha ripreso vigore con la registrazione del marchio collettivo “Castellinaldo” e l’introduzione di un Regolamento d’Uso con criteri produttivi più rigidi. Nel 2019, l’Associazione ha presentato al Consorzio Tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani la richiesta per il riconoscimento ufficiale della sottozona. Dopo un iter approfondito, la denominazione “Castellinaldo Barbera d’Alba” è stata finalmente riconosciuta, con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il 21 agosto 2021. Un traguardo raggiunto grazie alla determinazione dei Vinaioli e al supporto di figure chiave come il giornalista Giancarlo Montaldo e l’enologo Gianfranco Cordero, che hanno contribuito a rendere Castellinaldo un punto di riferimento per la Barbera d’Alba. I NUMERI DEL CASTELLINALDO Aziende associate: 21 Ettari vitati: 14 Comuni: Castellinaldo, Castagnito, Canale, Guarene, Magliano Alfieri, Priocca, Vezza d’Alba.
Bottiglie prodotte nella vendemmia 2024: 130mila vinaiolidelcastellinaldo.com
L’evento ha il patrocinio del Comune di Guarene, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Consorzio di Tutela del Barolo Barbaresco Alba Langhe e Dogliani, Langhe Monferrato Roero ATL, Ais Piemonte delegazione di Cuneo-Alba. La Redazione
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7 Marzo, 2025

San Leonardo. La Storia attraversa il vino

  Ognuno di noi ha una storia. Personale, della propria famiglia. Brutta, bella, ardimentosa, banale. C’è sempre una storia che solca gli anni come un aratro la terra. Lascia qualcosa. Un segno più o meno tangibile. Qualcosa che si ricorderà o magari no. Dipende da tanti fattori.  Ci sono persone che hanno fatto la Storia. Persone dalle quali è dipeso il corso della Storia per pensieri, azioni, influenze. In certi casi, famiglie intere. Nel passato ogni cosa dipendeva dalla Nobiltà. Un’enclave di persone che per diritto di sangue governavano su terre e stati. Dalla Rivoluzione Francese in poi, anche se a tratti alterni, è cambiato tutto fino quasi a dover nascondere il proprio titolo.  Sì pensa spesso che chi nasce nobile sia un privilegiato. Vita agiata. Strade spianate. Soldi di famiglia. Case, palazzi, proprietà, tenute. Tutto sembra facile ma, è solo mera apparenza. Alle persone, pur sempre esseri umani, viene affidata una grande responsabilità: la custodia del tempo.  Immaginate di ereditare la casa dei vostri genitori. Non vi serve? Ve la rivendete e il gioco è fatto. Se però ereditaste una tenuta con più di 800 anni, sarebbe un tantino complicato rivendervela andando da una agenzia immobiliare. Sconveniente oltre che complicato per le persone che ci lavorano. Per non parlare dei vincoli culturali.  Seduto a conversare con Anselmo Guerrieri Gonzaga, oggi alla guida della Tenuta San Leonardo, vivo una sensazione strana, un misto di timore reverenziale e intimità familiare.  Anselmo ha in se un senso di gentilezza e squisitezza tale da farti sentire come a casa. Al contempo, la storia che scorre nei luoghi di San Leonardo, incute un certo timore reverenziale. Non è solo la storia di un luogo ma quella delle persone che qui hanno vissuto nei secoli. Poi, sullo sfondo, come fosse una sorta di filigrana, sempre presenti ma mai invadenti, le terre, i vigneti e quegli elegantissimi e finissimi vini. Parte integrante della storia ancorché, rispetto a questa, di gran lunga meno longevi. Eppure di vino a San Leonardo si comincia a parlare ufficialmente solo (e perdonatemi il solo) nel 1724, anno in cui la madre del frate Migazzi, cui venne affidata come Priorato la Tenuta, capendo le potenzialità del luogo, impose ai contadini affittuari di piantare particelle di vigna. Un cambio tanto repentino quanto sostanziale dell’economia della zona tanto che il 1724 è anche l’anno impresso nel logo di San Leonardo. Prima di ciò, era tutto diverso. San Leonardo è stato un hospitium, un monastero con hosptitalis per 450 anni. Dal 1215 quando arrivarono i Monaci Crociferi fino al 1660/1670 quando venne chiuso il monastero. Siamo sulla Claudio Augusta, l’antica consolare romana che andava a Bolzano, Merano e valicava. Passava tanta gente e venivano ospitati. Dietro offerta si mangiava e si dormiva. Le persone venivano anche curate perché i monaci erano cerusici grazie alle erbe officinale. L’ordine raggiunse troppo potere e il Papa chiuse il monastero. Avevano oltre 300 monasteri. Questo luogo diventa un Priorato e affidato al sacerdote locale che attraverso la decima paga il fabbisogno della parrocchia.  Scrivere e chiacchierare di San Leonardo è complesso. Almeno se si vuol capire fino in fondo questa incredibile realtà. C’è un costante e continuo intrecciarsi di antenati nella storia d’Italia, di fatti, situazioni, guerre. Ci vorrebbe un trattato specifico ma per quello che ci è utile, facciamo coincidere l’inizio della storia con l’arrivo della famiglia di Anselmo a San Leonardo (Avio, Trentino) nel 1741 per parte dei Marchesi De Gresti. La mia famiglia arriva nel 1741 e si innamorano del luogo. Cominciano ad affittarlo e poi cercano di comprarlo. Ci vogliono 50 anni per portalo via alla Chiesa. Era già passata una generazione. Quello che è stato forse il primo enologo appassionato è stato il mio trisnonno, Oddone De Gresti che alla fine dell’800 produceva il Riesling, il Borgogna ovvero il Pinot nero, il Pinot Grigio, lo Chablis. Era stato un diplomatico e si faceva mandare i vitigni dall’estero. Erano delle collezioni. All’epoca si facevano le collezioni perché non è che si andava in enoteca a comprare il vino. Se lo volevi te lo dovevi fare. Lui collezionava e produceva così da produrre le prime etichette. Al matrimonio della mia bisnonna, nel 1892 mi pare, fu servito il Rieslign di San Leonardo con la stessa etichetta che ha oggi. I destini della famiglia De Gresti si incrociano con quelli dei Guerrieri Gonzaga, entrambe Marchesi, quando nel 1892 Tullio Guerrieri Gonzaga, medico prestato alla carriera militare, sposa Gemma De Gresti. Un matrimonio che dura dieci anni poiché Tullio muore nel 1902 e lascia il figlio Anselmo e la moglie Gemma.  Gemma De Gresti è una di quelle figure che lasciano il segno nella storia. Si dedica infatti anima e corpo al rimpatrio dei prigionieri italiani della Grande Guerra così da essere insignita della Medaglia d’oro dalla Croce Rossa Internazionale. Gemma è anche il nome del rosato. Uno di quei vini che cambia in funzione della stagione. Io ho assaggiato quello da Lagrein e, non so spiegarmi il perché, mi sono sentito catapultato in una realtà che non mi aspettavo. Un vino che mi ha fatto pensare alla dolcezza di Gemma De Gresti, una donna che ha dedicato la propria vita ad ideali più alti.  Il rosa cipria la rappresenta appieno. I sentori sono un misto di montagna come ribes e more e di terreni lontani come la pesca gialla e gli agrumi. Come se dovessero accomunare la provenienza di tutti i soldati al fronte. La freschezza al palato è presente ma non intensa. Ciò che arriva è un allargarsi di sensazioni che sposano in pieno i sentori. Coerenza. Come coerente era Gemma nel suo impegno. Una sorta di lunga persistenza a richiamare la sua resilienza. E, in fondo, la dolcezza di una donna che mise proprio questa al servizio della nazione. Il bisnonno mori giovane. Il nonno era cosi appassionato di vino che cominciò a togliere tutte le altre colture lasciando solo la stalla. Qui tutte le aziende avevano la stalla. Ora, se uno pensa che solo per il fatto di essere nobili si aveva la strada spianata, sbaglia di grosso. Perlomeno non se nella cultura familiare ci sono persone che del lavoro e della disciplina ne hanno fatto una linea distintiva del proprio nome.  Dopo Tullio c’è nonno Anselmo e dopo Anselmo, papà Carlo. Mio nonno ha una intuizione ovvero inviare mio padre in un collegio in Svizzera. Era una punizione perché non aveva voglia di studiare. Dopo il collegio gli impone di studiare enologia. Era una laurea particolare per quell’epoca specialmente per una famiglia aristocratica. Era il 56 ed era molto diverso. Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia.  Non avrebbe mai pagato i conti della famiglia. I primi anni del dopoguerra tutto era difficile e non che i nobili se la passassero meglio di chi non di titoli non ne aveva. La Guerra aveva lasciato tragici strascichi per tutti. Chi qualche proprietà ancora l’aveva, doveva mantenerla. Anche difenderla per certi versi. Costava e costava caro. Con il boom economico alle porte, occorreva fare qualcosa di importante. E il vino non lo era. A chi volete importasse il vino in un momento nel quale c’era la ricostruzione e l’Italia si rimetteva in moto? Poi c’erano stati gli americani con tutti i loro miti legati a ben altro che il vino. Papà era molto appassionato. Studia sui libri dei più grandi enologi francesi dell’epoca. Si laurea dopo tre anni ed era convinto di tornare in azienda per dedicarsi alla propria terra. Il nonno non aveva però alcuna intenzione di condividere con lui questa avventura e una settimana prima che lui tornasse, assunse un altro enologo. Che era un mese più giovane di mio padre.  Nonno Anselmo deve essere stato un padre severo ma giusto. Un ragazzo deve saper fare qualcosa prima di mettere le mani sui beni di famiglia. Forse era questo il suo credo. Una sorta di assicurazione sulla futuro e sul nome della famiglia. La responsabilità di condurre attraverso il tempo qualcosa di prezioso. Papà fa armi e bagagli e raggiunge il nonno in Toscana dove si era trasferito da Roma. Siamo nati tutti a Roma anche se le terre sono qui. Siamo mantovani di origine come famiglia. Siamo stati quasi 500 anni a Mantova dopodiché si staccò per andare a Roma. Dopo la guerra la casa era stata bombardata e sceglie Firenze come base. Solo per dovere storico, i Guerrieri, famiglia marchigiana, assunsero il cognome Guerrieri Gonzaga nel 1506 per volere di Francesco Gonzaga, Signore di Mantova. Prima e dopo tale data, un susseguirsi di quel pazzesco intreccio storico che merita ben altra narrazione.  A Firenze mio padre era molto amico dei Frescobaldi, Antinori, Mazzei. Tutte le famiglie produttrice di vino che volevano consigli da mio padre. Tutte facevano vino ma tutte lo facevano mediocre. Le aziende erano in perdita. Mio padre inizia a fare consulenze anche se nessuno lo paga perché il vino sembrava sempre un giocare. Fino a quando lo chiama Mario Incisa della Rocchetta, grande amico di mio nonno e gli chiede di andare a lavorare per lui a Tenuta San Guido. Stava iniziando a fare qualche vino. Aveva appena piantato il Cabernet e mio padre aveva dimestichezza con le uve internazionali. Anche in trentino.  In una sola frase, Anselmo inserisce, con scioltezza e un garbo infinito, quattro mostri sacri del vino italiano. La Storia ci fa capire quanto quella che oggi si definisce, unanimemente, grandezza, al tempo non era che poca roba. Il vino era un gioco, una distrazione. Non certo una necessità. Fino a quando Mario Incisa della Rocchetta non pensa di far sul serio. È quello un vero punto di svolta per l’enologia italiana. Da li in poi si capisce che con il vino, si può fare sul serio. Anche se la Francia era partita qualche secolo prima. Mio padre lavora li per cinque anni e costruisce insieme la cantina. Con il Marchese disegnano quello che poi sarebbe diventato il futuro dei vini. Lui ci tiene a specificare che non ha mai fatto il Sassicaia ma ne ha contribuito alle basi. È stato un visionario, giovane e all’avanguardia. Con il Marchese c’era una grande intesa. Abbiamo pacchi di lettere delle sperimentazioni e i consigli dalla potatura alle fermentazioni.  La figura del padre di Anselmo si delinea piano piano nelle pieghe delle frasi. Carlo Guerrieri Gonzaga non deve aver avuto una vita facile. Un padre severo. Una responsabilità importante. Un percorso che non aveva immaginato ma che diventa suo. Il vino che da costrizione diventa passione. Prima primaria, poi marginale.  Smette di lavorare nel vino perché non si guadagna una lira. Inizia a vendere cementi e tutti i denari li metteva in azienda. Ricordo un articolo di Bruno Vespa nei primi anni 80 su papà. Aveva scritto Salvato dal cemento.  Il cemento serve per fare le case non per seppellire le passioni. Tantomeno gli impegni. La Tenuta San Leonardo rimane li, vicino Avio, in Trentino. La Guerra l’aveva provata e servivano soldi per risollevarla. Come quelli del cemento. Lasciare andare in malora una tenuta, non era nemmeno contemplato.  Rimette a posto San Leonardo perché la famiglia aveva perso tanti denari durante le guerre. Le terre erano totalmente da rimettere tutte a posto. La tenuta all’inizio era molto più grande perché mio nonno morì giovane e papà si trovò a dover pagare le tasse di successione. Sono 300 ettari di tenuta con circa 30 di vigneti. Prima erano 50 ettari di vigneto molto produttivi perché vicino al fiume.  È il 1974 quando Anselmo Guerrieri Gonzaga muore. Per comprendere le difficoltà di una famiglia, ancorché nobiliare, basta pensare alla necessità di vendere le terre per pagare la tassa di successione. Non capitava solo alle famiglie nobiliari. Meno male che l’hanno tolta questa tassa iniqua.  Nonno viene a mancare nel 1974 e papà mantiene la parte più storica circondata da mure. Nel 78 pianta il Cabernet Sauvignon che qui mancava. Nell’82 fa una splendida vendemmia e da corpo alla sua visione di creare qui un grande taglio bordolese che qui comunque abbiamo sempre fatto. Negli anni 60 c’erano già le etichette di San Leonardo ma una volta si facevano con più uvaggi. Fermentazione di più uve contemporaneamente. Invece mio padre parcellizza tutta l’azienda. Era una cosa da visionario fatta senza poter scambiare idee con nessuno. Non c’era la visione di fare un vino internazionale importante. C’era stata il Fojaneghe di Bossi Fedrigotti, primo taglio bordolese. Messo in commercio prima del Sassicaia. Poi c’era il Castel San Michele dell’Istituto Agrario.  La Storia recente della Tenuta San Leonardo inizia qui. Esattamente qui. Agli inizi degli anni 80. Carlo è un visionario dotato di grande gusto e raffinatezza. Il vino italiano in quegli anni inizia a pensare in grande cercando faticosamente di recuperare terreno rispetto ai cugini francesi. I Barolo Boys e i Supertuscan sono solo due esempi di un movimento che cominciava a mostrare i primi muscoli. Solo che non era come adesso. Non c’era internet. Certe cose si sapevano solo se si era molto addentro nel settore e, anche se si sapevano, dovevi andare a vederle. A capirle. A cercare di realizzarle in un contesto diverso.  Nell’85 con il San Leonardo che continuava a crescere decide di chiamare Piero Antinori, suo grande amico per avere il consiglio di Giacomo Tachis, enologo esclusivo della famiglia Antinori.  Il nostro direttore Luigino Tinelli viene mandato due settimane a San Casciano dei Bagni a studiare come si gestivano le barrique da loro mentre Tachis arriva su.  Piero Antinori dice una bella cosa a mio padre. Te lo mando molto volentieri, non lo pagare perché è pagato già da me. Più vini importanti facciamo per l’Italia, meglio è. Un taglio bordolese in Italia è sempre stato il modo per creare un ponte tra l’Italia e il resto del mondo. Un modo per consentire di assaggiare il terroir italiano tramite un vitigno internazionale. Oggi che il mondo sembra senza confini e all’insegna della possibilità di diffondere le informazioni in tempo reale, può sembrare una assurdità. In quegli anni però i vitigni italiani erano semi sconosciuti. Nessuno pensava all’Italia come patria di produzione di vini eccellenti. Ecco perché solo una mente lungimirante poteva strategicamente riporre in un taglio bordolese il cavallo di Troia verso l’internazionalizzazione dell’Italia enologica.   Mio padre perfeziona il San Leonardo con Giacomo Tachis. Le proporzioni rimangono pressoché invariate. È sempre stata a maggioranza Cabernet Sauvignon e una parte di Carmenere che all’epoca chiamavano Cabernet Franc perché pensavano che fosse quello fino all’89 quando mio padre scopri, con l’aiuto di Attilio Scienza cosa realmente fosse.  Cosa è il San Leonardo? Che vino è? È davvero così iconico.  60% Cabernet Sauvignon, 30% Carmenere, 10% Merlot. 24 mesi di affinamento in barrique per il 70% della massa; 30% in tonneaux. Fermentazioni spontanee e tanta tanta cura. Con il San Leonardo facciamo almeno quattro anni di affinamento. Non arriviamo sopra i 13 gradi e mezzo. Sono vini molto contesi nella ristorazione di alta gamma perché non appesantiscono ma esaltano. San Leonardo è un vino elegante e complesso, fine e determinato, austero e avvolgente. La Storia sembra non averlo segnato ancorché porti in se tutta la tenacia di Carlo e dei suoi avi. Ogni sentore, ogni singolo tannino sembra un piccolo tassello non solo della secolare storia della tenuta ma, soprattutto, della Storia ancora da scrivere. Niente è fuori posto e ogni singolo particolare contribuisce a rendere grande questo vino.  Se è vero che le esperienze degustative sono suggestioni, in questo San Leonardo, la Storia crea elementi di pura maestosità. Non è un vino creato a tavolino. In esso c’è la tenacia di Carlo, la sua determinazione, la lungimiranza, la voglia di rendere grande un territorio attraverso la Storia della sua famiglia. Sì distacca completamente dai vini del Trentino per collocarsi nell’Olimpo dei Grandi del vino. Come se San Leonardo diventasse iconicamente il Trentino stesso. Eppure le Alpi si manifestano prepotenti sia al naso insinuandosi con la sua balsamicità nella grande complessità dei sentori, sia in bocca dove la freschezza anticipa un inebriante, elegante e fine percorso gustativo.  La bocca non può che rimanerne estasiata. Una verticale e incontaminata freschezza che si accompagna a tannini setosi, eleganti, decisi. Si allarga in bocca andando a deliziare ogni parte del cavo orale con la sua imponenza verso la quale non si può che provare una sorta di timore referenziale. Ma l’eleganza e la raffinatezza, accolgono, coccolano creando vibrazioni dell’animo. Il ritorno della frutta, ora cotta, è una pennellata di un quadro impressionista: rapida, ma indelebile. La persistenza è ovviamente lunga e armonica, dotata di un senso di nobiltà che coglie e raccoglie i sentimenti.  L’eleganza di questo vino sta nell’essere tale da un tagliere di formaggi ad una carne importante. Ciò che conta è lo stato di grazia nel quale rimane la bocca ad ogni sorso: la forma armonica del gusto. Il San Leonardo non è il solo taglio bordolese dell’azienda. C’è anche il Villa Gresti che non deve in nessun modo essere definito come un fratello minore. Non lo è e non lo sarà perché ha la sua fisionomia data dall’aver unito il 90% di Merlot con il 10% di Carmenere. Entrambe i vitigni trovano qui una espressione pazzesca che farebbe del Villa Gresti il top di gamma di qualsiasi azienda. I 12 mesi di barrique lo rendono rotondo e meditativo senza mai prevaricare il confine della finezza. Già il colore granata e la trasparenza non certo accentuata, gli dona quel tono aristocratico di un vino che ha avuto si un certo invecchiamento ma che può durare ancora nel tempo. Il naso è una esplosione di nuance. Sembra di assistere ai ricordi giovanili di un vecchio principe: una vita variegata e impetuosa fatta di sfarzo e allegria. Con quel tocco di classe che non può, anzi, non deve, mai mancare. Sono le spezie come il pepe, l’incenso, gli aghi di pino, il tabacco, il cuoio a spiccare insieme ai frutti alpini e alle ciliegie. C’è dell’erbaceo che impreziosisce rendendolo vivo, brillante, non stucchevole, fresco. In bocca c’è il godimento meditativo che rende il Villa Gresti unico e iconico. Tutto sa di stole di sete che si intrecciano, di collant, di pizzi, di merletti, di visi incipriate, di labbra che si sfogano. Ma anche di calda meditazione, con un buon sigaro, al caldo di un camino. L’azienda cresce tanto in notorietà fino agli anni 2000. Nel 2001 entro io. Arriva anche Carlo Ferrini che è stato un grande enologo e grande uomo di squadra. Un agronomo prima di tutto, cosa questa che ha rivoluzionato San Leonardo perché siamo ripartiti con la vigna al centro. Mio padre aveva rinnovato tantissimo con agronomi locali che non consideravano la grandissima qualità che si poteva fare. Ferrini capisce e interpreta il vigneto di San Leonardo in un miglior modo. Poi arriva anche Sinonit&Sirchper farci aiutare per il mal dell’esca. Due potatori famosi al mondo. Abbiamo fornito alle nostre manovalanze un grande salto culturale e di qualità. Sono molto appassionate e legate a noi anche da quattro, cinque generazioni. Una famiglia allargata. Più di recente, nel 2015 ho voluto introdurre il biologico e biodinamico e i vini hanno dato un responso eccezionale. Siamo anche Biodiversity Friend, poi Equalitas, il massimo del riconoscimento in Italia. Si riflettono nel vino ma uno lo fa principalmente per il benessere della propria terra. Anselmo traccia la storia di San Leonardo con il padre al centro. Un uomo al quale si deve la modernità e lo sviluppo dell’azienda e dei suoi prodotti. Ma proprio in Anselmo si cela una personalità poliedrica e forte. Solo una persona forte poteva tener testa ad uomo come Carlo che si è forgiato grazie al proprio padre intraprendendo una strada difficile e ardua.  Ho finito l’università a 22 anni e sono andato a lavorare in Sudafrica. Volevo un pò di libertà e girare il mondo. Ho fatto il muratore, ho lavorato nei bananeti. Ho fatto mesi in giro lavorando anche in un allevamento di leoni. Mio padre mi mando in cantina a Costancia, Cape Town. Poi si ammalò gravemente e non si sapeva come sarebbe finita la malattia. Mi disse chiaro e tondo che voleva io lavorassi o per lui o per qualche altro perché  lui non mi avrebbe mantenuto. A Avevo appena compiuto 23 anni, ero giovane e poco indipendente, così inizio a lavorare a San Leonardo. Amavo la campagna e volevo un lavoro nella natura.  Un pò di clemenza per il figlio. Carlo probabilmente sa quanto possa essere duro andare lontano dalla propria azienda, da quella che si ritiene propria. Dalla propria terra. Ma non si esime dal pretendere che il figlio Anselmo, lavori.  Un meraviglioso insegnamento con la speranza che Anselmo lavori a San Leonardo. Non fuori, non in luoghi dove non sia casa sua. A San Leonardo. Quando Anselmo parla della sua terra, della storia, delle persone, gli occhi brillano di una luce speciale. Non si tratta di essere proprietari di un luogo quanto di esserne custodi. Il privilegio, l’onore e l’onere di dover tramandare nelle generazioni qualcosa che viene da lontano e andrà lontano. Il vino, i vini, sono un tramite o semplicemente un dono di questi luoghi, un modo per renderli ancora più nobile di quanto non lo siano già. Siamo amanti dell’azienda, della tenuta, delle persone. Ci piace il nostro piccolo universo. Un mondo con riti e ritmi. L’ambiente vino è strepitoso. Mi è dispiaciuto di non aver fatto enologia o agraria. Ma non sono mai stato un bravo studente.  Eppure, quello che sembra un idillio, per Anselmo non deve propriamente essere stato così all’inizio. Due caratteri forti che si incontrano.  Sei mesi di pacchia e poi subito in azienda. A 23 anno sotto contratto. Siamo stati tutti educati che nella vita ci si fa il mazzo. Il problema era lavorare con mio padre. Il primo giorno arrivai in ufficio e mi disse vedi cosa puoi fare. All’epoca c’era solo una segretaria mentre ora ne abbiamo sei. Tanto per dire come è cresciuta la realtà in venti anni. Dopo un paio di anni avevo delle idee chiare ma mio padre mi ha bloccato quasi subito. Ha fatto bene. La tradizione contro l’innovazione. Generazioni a confronto. Modi di vedere la vita diversi. Solo l’età, come il buon vino, aiuta ad affinare le idee.  Papà ha sempre voluto mantenere lo stile dei vini intatti mentre io volevo cambiarli per adattarli al mondo più contemporaneo. Era un momento nel quale bisognava sopravvivere. Gli dissi: perché non mettiamo un pò di Teroldego nel San Leonardo per attualizzarlo e renderlo più legato al territorio? Mi guardò schifato e mi disse: sei un cretino, torna in ufficio. Gli dissi che dovevamo diventare biologico e mi diede ancora del cretino anche se poi mi diede ragione e ne è diventato il più grande sostenitore anche se è qualche anno che non lavora più in azienda. Non uno scontro anche perché Anselmo non userebbe mai questa parola. Troppo rispetto per il padre e troppo elegante nei modi. Certo, sarei voluto essere una mosca a godermi quei “confronti”.  Anselmo però non è certo uno remissivo o che non porta avanti le sue idee. Il Carmenere in purezza l’ho voluto fortemente io. Mi piaceva la storia e l’unicità di questo vino difficile da raccontare. Fino al 2008 il Carmenere non si poteva nemmeno citare in etichetta del San Leonardo perché è non previsto dal disciplinare. Nel 2007 imbottiglio questo Carmenere in gran segreto grazie a Luigino Tinelli, una persona speciale. 1724 bottiglie come era l’anno di fondazione. Ero un pò spregiudicato ma d’altronde un imprenditore deve andare con testa e cuore. Oltre che un pò di fortuna. Ero giovane e dopo 5 anni gli presentiamo questo magnum dicendo che lo avevamo preso in Francia, che era un vino eccezionale. Lui disse che era molto buono e che somigliava al nostro Carmenere. Papà hai ragione. Tiro via la carta e avevo utilizzato lo stesso stile di etichetta del 1800. Gli piacque e disse che potevamo venderlo. Il Carmenere è in effetti un incredibile vitigno che su queste terre trova terreno ideale. Non hanno senso confronti con il San Leonardo: due vini perfettamente complementari nella loro diversità e accomunati non solo dal terroir ma anche dagli elementi di finezza ed eleganza. È così elegante e suadente che un calice lo si può (forse lo si deve) bere in contemplazione. Dinanzi ad un camino acceso così come ad un paesaggio alpino.  Quando lo si porta al naso è come se volesse intimorire. Avete presente quelle giornate pungenti quando il freddo è così intenso che non vogliamo uscire? Mettiamo il naso fuori e siamo intimoriti così che, qualora non costretti, ci rifugiamo in casa. Ecco, questo Carmenere si presenta con delle pungenti note erbacee. Anche le spezie sono tali. Poi però, tutto muta verso il caldo, l’avvolgente, il morbido. Una calda coperta di frutti e spezie che lasciano la scia come il profumo sensuale di una donna. Impossibile non berlo. Impossibile non lasciarsi tentare dal sorso che, quando arriva si dimostra fresco, non particolarmente ampio ma avvolgente e strutturato. Sa di perfezione quella ciliegia che si sente in bocca quasi croccante, perfettamente cesellata attorno al nocciolo. Sa di perfezione il bilanciamento con un’alternanza di sensazioni come fosse un Bolero di Ravel, un crescendo di ritmo e vigoria che porta all’eternità. Maestoso e incredibile. Lo si comprende per poi esserne stupiti.  I bianchi li ho sviluppati io. Ho fatto un’altra società Marchesi Guerrieri Gonzaga per produrre spumanti Trento DOC. Non ci siamo mai conformati a standard o mode passeggere. Non si addice a San Leonardo. Sarebbe fuori tono e fuori luogo. Il Riesling è il vitigno portato dal trisavolo Oddone. Chissà da quale parte dell’Europa se lo era fatto arrivare. Ho provato la bottiglia 1900 del 2021. Un Riesling che emana da subito il suo inconfondibile sentore di idrocarburi fine ed elegante. Finezza ed eleganza che attraversa tutto il percorso gustativo ed esperenziale di questo vino. Niente di ruffiano, semmai di austero. Per scovare i sentori di agrumi, erbe alpina appena tagliata, timo e salvia occorre pazienza e gentilezza. Per arrivare al mango, un pò di attesa. La freschezza alpina pervade il naso con un lieve pizzicore che sa di mattine di inizio autunno. Non è un vino semplice perché non immediato. Va aspettato e solo quando vorrà, potrà donare sensazioni di sensuale durezza. È come chiedere la mano della propria amata al di lei padre sapendo che questo non la prenderà bene. Nessun uomo meriterebbe la figlia. Sarà austero, con il mento alto, quasi amaro. Poi, vedendo gli occhi della figlia, si scioglie. Lo stesso per questo Riesling che in bocca appare quasi amaro come il succo di un limone verde. Poi però si spande e qualcosa di incredibile accade. Non è verticale ma neanche rotondo. Pervade la lingua e solo alla fine mostra la sua sapidità allungandone la persistenza.  Cosa rimane in bocca? Un senso di pulizia e appagamento. Con la necessità di un nuovo sorso. Proprio parlando di un nuovo sorso, ho lasciato per ultimo Terre, un taglio bordolese fatto da 40% Merlot, 30% Cabernet Sauvignon e 30% Carmenere con un misto di affinamento in botte grande e barrique per 18 mesi. Terre offre la possibilità di godere della meraviglia di taglio bordolese non togliendo ma aggiungendo schiettezza e verità continuando il fil rouge di finezza e raffinatezza della linea San Leonardo. Impossibile, in questo caso, non confrontarlo con il San Leonardo. Il confronto è certamente impari ma si si vuole un vino che offre sensazioni olfattive interessanti e una vivacità gustativa, Terre è ciò che affascina e conquista. I sentori di frutta, fiori e spezie ci sono tutti. Non un compitino ma attenta semplificazione. In bocca, mantiene la freschezza nonostante gli anni unendola ad una intrinseca rotondità. In genere si dice “giovani dentro”. Ecco, Terre è un vino giovane dentro che esprime, con quei tannini delicati, piacevole eleganza. La persistenza non può che essere lunga. Si beve e si abbina con facilità e quel finale lievemente amaricante, lo rende anche intrigante. Il motto dell’azienda che ho scritto io ma che ho fatto firmare a mio padre, sono le parole in cui lui crede. Io le ho solamente sintetizzate. La terra è l’anima del nostro mestiere. Questo è molto San Leonardo. Io spero non cambi mai l’atmosfera di questo posto.  Anselmo è un manager innamorato della sua terra. Una persona che crede nelle cose belle della vita e nei i valori, molti dei quali si collocano nel passato dove occorreva lavorare tanto e sodo. Però con sorriso ed entusiasmo. Un senso di famiglia che c’è ovunque a San Leonardo. Con i collaboratori che appartengono al territorio. Non serve essere particolarmente formati quando il lato umano è ciò che conta maggiormente.  A me piace l’identità di questo luogo e questa identità la fanno le persone. Ci ho sempre creduto e spero fortemente che non cambi mai. Ringrazio tutti i giorni della mia vita papà anche se ci siamo scontrati in forma anche violenta. Lui ha un carattere forte e altrettanto io. Non lo rifarei. Non lo consiglierei a nessuno. Avrei preferito mi avesse mandato sotto padrone. Non penso che andando fuori se poi avrei fatto tutto quello che sono riuscito a fare. Dal 2012 ad oggi l’abbiamo quintuplicata e nel 2012 le cose andavano male. Volevano vini barricati, di moda. C’erano delle mode più totalizzanti di oggi. 450 mila bottiglie prodotte inclusi gli spumanti Trento DOC prodotti con la Marchesi Guerrieri Gonzaga. Un salto pazzesco in tredici anni. Solo un approccio manageriale, una squadra coesa e una grande passione possono ambire a tanto Da soli non si fa molto. Ho avuto persone che mi hanno aiutato dandomi grandi lezioni di vita. Mi rendevo conto che per mantenere tutto questo, immobiliare, il borgo, la chiesa, la cantina, i giardini, l’orto c’è necessità di attenzione e lavoro. È stata l’ansia di capire come gestire al meglio per far sopravvivere e andare avanti. Noi siamo i custodi di San Leonardo. Abbiamo l’obiettivo di tramandarla. Cambiare qui si può ma non si deve vedere. Cambiare per adeguarsi ai tempi senza lasciarsi contagiare dalle mode. Fateci caso, ci sono cose che sono cambiate sotto i nostri occhi senza che ce ne accorgessimo.  Il cambiamento è un processo lento. Ho avuto momenti traumatici personali con mia figlia e sono cresciuto troppo in fretta con situazioni complesse da gestire umanamente. Ne ho pagato anche le conseguenze. Dieci anni fa lavoravo tantissimo. Ne abbiamo fatte di tutti i colori per sfangarla. Abbiamo fatto tanti altri vini e creato la gamma rendendo sostenibile il costo di gestione. Adesso va benissimo. Quanto il marchio sia riconosciuto e che tipo di riconoscimento le viene cucito addosso. Siamo molto soddisfatti perché i nostri vini sono stimati e rispettati da tutti. Noi facciamo dei vini molto eleganti e ci sono tanti degustatori che degustano in batteria con tanti tagli bordolesi più opulenti del nostro. Non è il giusto modo di confrontarli. Finezza ed eleganza non si confrontano così. Sarebbe troppo facile pensare che avere un titolo e una storia, una tenuta e un patrimonio siano un vero aiuto. Non sempre è stato così. Non sempre sarà così. Dipende da come gira la vita, da quando gira. Tutte le cose possono essere un aiuto ma dipende da come le usi. Sì fa presto a criticare chi ha una storia, però se esci fuori dai canoni non hai più una identità riconducibile. Nel nostro caso gioca un grande ruolo perché noi siamo amanti e protettori della storia. Papà si è fatto il suo museo dei mezzi agricoli. Ha fatto tanto per recuperare i valori di questo posto e la sua storia. San Leonardo nasce grazie a mio padre che è stata una persona con una visione.  Innegabile che essere nobile porta con se amicizie importanti, così da trovare aperte molte porte. Porte che però fanno presto a richiudersi. In taluni casi era anche meglio che non si aprissero. Gli anni 80 erano quelli del riscatto sociale, del tutti contro tutti e soprattutto contro chi aveva un titolo perché visto come privilegiato. Si odiava chi era arrivato solo per diritto di nascita. Nobili e ricchi avevano i patrimoni, i soldi, i privilegi. Da un lato l’invidia, dall’altro la delinquenza che rubava, sequestrava, rapiva. Tanto li c’erano i soldi. Mi sono trovato in un tempo molto più facile. Mio padre aveva più da perdere in quel tempo.  Un tempo complicato se visto con gli occhi di oggi. Complicato ma al contempo ricco di opportunità. Occorreva crederci, buttarsi a capofitto in quello nel quale si credeva. Carlo Guerrieri Gonzaga ci ha creduto tanto e soprattutto ha creduto in un territorio che non è mai stato così blasonato se non dopo San Leonardo.  Rappresentiamo il fiore all’occhiello dell’enologia trentina. Io penso che lui abbia sofferto tantissimo quell’epoca. Aveva creato con Attilio Scienza uno studio strepitoso per creare una doc che si chiamava Campi Sarni sullo stile della Sassicaia. Era sulla sinistra dell’Adige con le marne del ghiacciaio. Le marne finiscono al confine di San Leonardo perché nel 1835 c’è stata una frana molto grande di un conoide della montagna. Si chiamava Valpiana. Scienza disse ci fermiamo qui. Andammo a proporre la cosa con la sala gremita e per un contadino di un paesino qui vicino che era stato escluso, non si fece. Una vera miopia.  Se si pensa a quanto giovamento abbia avuto tutta la zona di Bolgheri grazie ai vini di Incisa della Rocchetta a Tenuta San Guido, allora la miopia è tanta.  Io ho preso l’azienda avendoci lavorato tanti anni. Le mie sorelle sono state molto gentili aiutandomi a mantenere la proprietà indivisa. Ci siamo divisi altre cose. Carinamente i miei genitori hanno fatto un lavoro doloroso ma necessario. Soprattutto quando ci sono luoghi dove tutti sono cresciuti e hanno amato. Io mi sono rinchiuso qua dentro anche quando era giovane. Sei molto isolato. Oggi è una meraviglia ma non un tempo. All’epoca mi è pesato. Difficile non pensare al passato, impossibile non pensare al futuro. Anselmo ha una sola figlia, 15 anni, ancora piccola per pensare a come essere parte della futura storia di San Leonardo. Anche se Anselmo non lo dice, il suo destino non potrà che essere parte di questo luogo, per custodirlo ancora nel tempo. Di certo potrà scegliere la modalità con la quale farà parte di San Leonardo ma, in ogni caso, ne farà parte.  Le piace da matti questo luogo e mi dice che vuole continuare. Non la assillo perché è un mestiere che te lo devi scegliere. Ci va tanta passione e tanto sacrificio. Io ho passato tanti di quei fine settimana da solo negli alberghi nelle varie parti del mondo sperduti aspettando il lunedì per andare a vendere. Ci aspettano poi tempi duri. San Leonardo è destinato ad avere un direttore generale capace dove mia figlia può svolgere alcuni ruoli fino a quando non raggiungerà la preparazione necessaria. Lei quello che vorrà fare lo farà bene.  Del vino è difficile non innamorarsene. Frequento ambienti molto più danarosi e importanti ma alla fine anche gente che fattura miliardi chiedono a me come è la mia vita. La persona al tavolo più gettonata diventa il produttore di vino. Se fossi Antinori lo capirei ma io rimango sempre perplesso dell’attenzione per una aziendina come la mia.  Quella della famiglia Guerrieri Gonzaga non è ne una aziendina ne una semplice produttrice di vino. È un pezzo di storia, una favola che ha avuto un inizio e nessuno vuole che finisca. Per continuare a raccontarla ancora.  Ringrazio sempre mio zio ormai morto. Mi aveva regalato da ragazzino dei libri di favole con l’audiocassetta. Li avrò ascoltati mille volte l’uno. Mi hanno profondamente arricchito aiutandomi a raccontare storie. Devi saper raccontare la storia.  Grazie Anselmo. Grazie a te, grazie a tuo padre, grazie alla tua famiglia. Grazie per essere custodi di un pezzo della nostra Storia. Una storia che, prima marginalmente, poi sempre di più, attraversa il vino e continuerà ad attraversarlo negli anni a venire.
Grazie davvero.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Cavazza porta le vecchie annate a ProWein 2025: un viaggio nel tempo attraverso i vini dei Colli Berici Arrow Right Top Bg

6 Marzo, 2025

Cavazza porta le vecchie annate a ProWein 2025: un viaggio nel tempo attraverso i vini dei Colli Berici

Appuntamento a Düsseldorf dal 16 al 18 marzo alla Hall 16 stand F33 con il nuovo listino interamente dedicato ai vini d’archivio Cavazza si prepara a stupire il pubblico internazionale di ProWein 2025, la prestigiosa fiera del vino in programma a Düsseldorf dal 16 al 18 marzo, con un’inedita selezione di vecchie annate. Per la prima volta l’azienda di Montebello Vicentino, che sarà presente alla Hall 16 stand F33, porterà in degustazione un listino interamente dedicato a vini d’archivio, testimoniando il valore e la longevità delle produzioni dei Colli Berici. Dopo un lungo e meticoloso lavoro di archiviazione Cavazza è oggi in grado di offrire ai professionisti del settore e agli appassionati un viaggio nel tempo, attraverso etichette che raccontano l’evoluzione e il potenziale dell’invecchiamento. L’obiettivo è dimostrare come le particolari condizioni pedoclimatiche della zona e la filosofia produttiva della cantina possano esaltare struttura, complessità ed eleganza nel corso degli anni. Stefano Cavazza, alla guida dell’azienda insieme ai cugini Andrea, Mattia ed Elisa, quarta generazione della famiglia. “ Crediamo che l’invecchiamento sia una chiave di lettura fondamentale per comprendere la vera essenza del nostro territorio. Questa selezione esclusiva ci permette di condividere la nostra storia e la nostra visione con il pubblico internazionale, offrendo vini che sfidano il tempo e rivelano tutta la loro espressività. Tra le annate d’eccezione protagoniste a Düsseldorf, spiccano il Cabernet Cicogna 2013, il Merlot Cicogna 2015 e il Merlot Cicogna 2017, etichette che incarnano l’ambizione del progetto di invecchiamento e l’identità autentica dei Colli Berici. Oltre alle vecchie annate, Cavazza proporrà anche una selezione di vini più giovani, sia della zona dei Colli Berici che del territorio vulcanico di Gambellara, per offrire una panoramica completa della sua produzione. L’appuntamento con Cavazza a ProWein 2025 sarà un’opportunità unica per scoprire il fascino dell’invecchiamento e apprezzare la qualità senza tempo dei vini firmati Cavazza. La Redazione
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