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25 Febbraio, 2025
Hotel de la Ville: un’icona di charme nel cuore di Roma
Roma, salgo la bellissima scalinata di Trinità dei Monti e dall’alto della scalinata scorgo un panorama bellissimo. Noto turisti che si sporgono dalla balaustra, romani che tentano di scostare la vegetazione, altri si arrampicano su dei muretti per superare l’ostacolo che si para davanti ai loro occhi. E non è di certo un panorama da nascondere quello che si può ammirare da viale della Trinità dei Monti. Le cupole, da San Pietro a San Carlo al Corso, il Vittoriano, la bellissima via del Corso e Piazza di Spagna.
La bella chiesa che domina dall’alto la scalinata di Trinità dei Monti fu commissionata da re Luigi XII di Francia e restaurata nel 1816 per volere di Luigi XVIII. Oltre al fantastico panorama che si ammira dalla scalinata esterna, la chiesa merita di essere visitata per gli affreschi di Daniele di Volterra, tra cui la deposizione, considerata un capolavoro della pittura manierista.
Situato in cima alla scenografica scalinata di Trinità dei Monti, trovo il bellissimo Hotel de la Ville, una delle gemme più esclusive di Via Sistina nel cuore di Roma.
Questo raffinato hotel cinque stelle, parte del prestigioso gruppo Rocco Forte, combina il fascino della storia con un’eleganza contemporanea, offrendo un’esperienza di soggiorno unica e indimenticabile
La nascita dell’hotel de la Ville risale al XVIII secolo, quando i nobili europei lo elessero a loro indirizzo preferito in Italia durante il periodo del Grand Tour. L’edificio assunse la connotazione di albergo all’inizio degli Anni Venti per essere successivamente ampliato a metà del Novecento. L’Hotel de la Ville è entrato a far parte della collezione Rocco Forte Hotels il 23 maggio 2019 a seguito di una ristrutturazione durata due anni e mezzo.
Accompagnato dal portiere in divisa entro nella lobby dell’hotel e mi guardo attorno estasiato dagli arredi e dalle luci. Con il suo design sofisticato ispirato al Gran Tour del xviii secolo e una vista mozzafiato sulla Città Eterna, l’Hotel de la Ville rappresenta la perfetta fusione tra lusso, cultura e ospitalità d’eccellenza.
Mi reco presso la reception, presento il mio invito: mi viene consegnato il passe-partout e l’elenco delle suite con i piani che potrò visitare. Ho studiato molto questo hotel grazie anche alle informazioni ricevute da uno staff senza eguali.
La tradizione del Grand Tour ha avuto una profonda influenza nel definire il patrimonio culturale dell’Europa settentrionale, influenzando arte, architettura, moda, cucina e politica. Per 300 anni, fino agli inizi del XIX secolo, i giovani rampolli dell’aristocrazia venivano mandati a visitare le capitali europee per studiare, osservare o semplicemente aprirsi a culture diverse. Il risultato è stata una rivoluzione che ha portato gli Inglesi, tra gli altri, a ridefinire il proprio approccio culturale. Con la sua storia millenaria, dall’Impero Romano al Rinascimento, Roma fu il punto focale di tutti i Grand Tour. Per questo l’influenza della Città Eterna è ben visibile nell’arte e nell’architettura di tutta Europa. Il design e gli interni dell’Hotel de la Ville catturano l’essenza del Grand Tour con oggetti e opere d’arte proprio come quelli che venivano raccolti durante quei viaggi.
Ad occhi aperti mi giro attorno alla lobby per continuare ad ammirare i bellissimi arredi e decori e mi dirigo verso il cortile interno, ma prima resto estasiato da due pareti con specchi ovali, qualcosa di unico come il bancone in marmo dove i turisti possono recarsi per ricevere informazioni sulla città eterna. Accanto alla porta per accedere al cortile c’è l’ascensore dove troneggia una bellissima statua che evoca i tempi romani, accostamenti davvero unici in un arredo che lascia a bocca aperta.
Gli arredi e il design sono firmati dall’architetto Tommaso Ziffer che, in collaborazione con Olga Polizzi, Design Director per Rocco Forte Hotels, ha trovato la sua ispirazione nel periodo del Grand Tour del XVIII secolo, epoca in cui i nobili inglesi e tedeschi durante l’esplorazione delle capitali europee, collezionavano opere d’arte. Sullo sfondo dello storico palazzo Tommaso Ziffer ha ricreato una retrospettiva contemporanea che omaggia il tratto culturale del periodo, invitando gli ospiti a una giocosa scoperta attraverso l’itinerario, che si sviluppa nei diversi ambienti di un palazzo senza tempo. Il percorso di valorizzazione dell’eredità storica intrinseca all’edificio ha visto quindi l’intervento meticoloso di artigiani italiani con la scelta di carta da parati personalizzata e realizzata a mano da Rubelli e Dedar, insieme all’uso di preziosi tessuti italiani e ad una ricercata selezione di arazzi storici di Zardi & Zardi.
Attraverso il cortile interno che incarna la vivacità e lo spirito italiano, offrendo un rifugio nascosto dalla frenesia cittadina senza allontanarsi dal cuore di Roma. George Carter – designer specializzato nella creazione di giardini ispirati alla geometria lineare del XVII secolo – ha rielaborato lo spazio che fonde tre edifici in uno solo incorporando elementi che richiamano il tema del Grand Tour: obelischi, una palette di colori verde-nero e oro, che conferisce all’ambiente un’atmosfera mistica e romantica, e un’illuminazione soffusa, che evoca gli antichi spazi a lume di candela.
Un posto davvero piacevole dove sorseggiare un drink o gustarsi degli ottimi pasti nel periodo primaverile/estivo e potersi rilassare dimenticandosi di essere a Roma in pieno centro, ma immersi in un ambiente di puro relax. Qui seduto ad un tavolino ricevo in omaggio un ottimo drink analcolico che ho il piacere di gustare mentre con gli occhi guardo in alto e guardo le maestose terrazze delle suite che affacciano sul cortile e le piante che le arredano.
Questo cortile è un’oasi di tranquillità ed eleganza nel cuore della città. Protetto dal ritmo vivace della Capitale, questo spazio intimo e raffinato richiama l’atmosfera di un’antica dimora romana. Circondato da pareti di pietra, piante rigogliose e dettagli architettonici d’epoca, il cortile è il luogo ideale per rilassarsi.
Dopo questo ottimo drink e questo sfrenato relax mi dirigo verso l’ascensore.
L’Hotel de la Ville vanta 104 ampie ed eleganti camere e suite che godono di un’impareggiabile vista sulla Città Eterna.
Fil rouge che unisce le 89 camere e 15 suite è l’equilibrato incontro tra arredi originali valorizzati da quelli più contemporanei, cui si affiancano tessuti sontuosi ispirati all’epoca del Grand Tour ed una collezione di ricordi unici, raccolti durante quei viaggi.
La cosa che mi ha colpito di tutte le stanze sono le porte rosse impreziosite da borchie dorate, che rievocano i tempi andati.
Inizio il mio tour e visito le special suite, inizio dalla Suite Canova. Ha un’area interna di 56mq, ed esterna di 70 mq. La suite fonde magistralmente l’eccellenza dell’arte a uno stile sontuoso, creando un insieme di assoluta eleganza. La terrazza esterna è arredata per poterla vivere al meglio ed offre una prospettiva unica su Roma, da qui ammiro le molteplici sfaccettature di Roma come se fosse un quadro.
Il soggiorno e la camera ospita al suo interno una ricercata collezione di oggetti d’arte. Attraversando la cabina armadio si raggiunge il bagno, interamente rivestito in marmo.
Sono rimasto colpito dal letto matrimoniale misura King-Size, così come dai bellissimi bagni in marmo italiano impreziositi dai prodotti della linea Irene Forte Skincare, realizzati con estratti di piante siciliane.
Uscendo da questa bellissima stanza mi reco nella Suite de la Ville – area interna di 103 mq ed esterna di 176 mq. Quando le porte dell’ascensore privato si aprono e rivelano il soggiorno, lo studio e la camera da letto che compongono la Suite de la Ville, si è avvolti da opere d’arte, una raffinata miscellanea di arredi contemporanei e pezzi d’antiquariato, volumi classici e tessuti pregiati. Con una sala da pranzo privata, un elegante bagno padronale in marmo e uno per gli ospiti, e due bellissime terrazze poste al piano più alto dell’edificio, la Suite de la Ville è ideale per ricevere ospiti in grande stile.
Il mio bellissimo giro termina nella Penthouse Suite – area interna di 346 mq, ed esterna di 345 mq. Un ambiente straordinario che vede insieme le tre raffinate Forte Suite – Canova Suite, Roma Suite e Suite de la Ville, dotato di accesso tramite ascensore privato. Il sontuoso attico romano occupa interamente il settimo e l’ottavo piano dell’Hotel de la Ville con una superficie totale di 691 mq a disposizione per un soggiorno multigenerazionale o per gruppi, grazie alla possibilità di accogliere fino a 12 ospiti. Dalla terrazza di questa camera il panorama che si pone ai miei occhi è di una straordinaria bellezza, sembra di essere catapultati in uno dei film della dolce vita.
Scendo alla lobby e mi dirigo verso il Café Ginori che si esprime come una innovativa combinazione di eccellenze nell’arte della porcellana, dell’ospitalità e della cucina. Mi trovo al piano terra dell’Hotel de la Ville, con la sua ricercata boutique e grazie alle creazioni di Chef Fulvio Pierangelini, è un luogo sospeso nel tempo dove gli ospiti vivono un dinamico e inaspettato viaggio culinario. Il percorso gastronomico firmato dal Creative Director of Food di Rocco Forte Hotels trova a Roma il connubio ideale con le collezioni delle porcellane che incarnano lo spirito e lo stile di Ginori 1735: Oriente Italiano, Il Viaggio di Nettuno e Labirinto.
Da questo luogo bellissimo, un misto tra museo, negozio e ristorante mi reco a visitare Irene Forte Spa dell’Hotel de la Ville.
E’ un’oasi di oltre 550 mq dove diventa davvero facile lasciarsi alle spalle il caos e la frenesia quotidiani per prendersi cura della propria salute spirituale, emozionale e fisica. Protagonista della proposta wellness è la linea Irene Forte Skincare, che disegna protocolli concepiti come una dieta mediterranea applicata alla pelle grazie ad ingredienti selezionati, provenienti dall’azienda agricola biologica del Verdura Resort, indirizzo Rocco Forte Hotels a Sciacca, interamente formulati in Italia. Il profondo legame con la Sicilia è esaltato anche nel décor degli ambienti dove trova spazio l’uso di materiali naturali, colori accesi, giardini verticali e un inebriante profumo d’ambiente ai fiori di zagara. L’area termale include una stanza di sale mediterraneo, sauna, bagno di vapore, fontana di ghiaccio, vasche Kneipp, una vasca idromassaggio, piscina interna e una zona relax con lettini riscaldati a raggi infrarossi. A disposizione degli ospiti per i trattamenti vi sono 5 cabine singole e una suite doppia dotata di bagno Rasul per i rituali con fango siciliano. Il centro fitness di 100 mq, è equipaggiato con le più moderne attrezzature Technogym, e include uno studio per le lezioni di Barrecore, Pilates e Yoga. La regia olistica di Irene Forte Spa, studiata per tutti gli hotel del Gruppo da Irene Forte, propone inoltre la possibilità di accedere ai menù healthy Rocco Forte Nourish creati dallo Chef Fulvio Pierangelini. I piatti, disponibili in tutti i ristoranti dell’Hotel de la Ville, vengono realizzati con ingredienti di stagione, biologici e di provenienza locale, così da preservarne le proprietà nutrizionali.
Ho avuto modo di scoprire le bellezze di un hotel nascosto in una via bellissima, che mi ha permesso di scoprire quanto di prezioso si nasconde nella città eterna.
Un soggiorno all’hotel de la Ville non è solo un’esperienza di lusso, ma un viaggio nella storia e nell’anima autentica di Roma.
Con la sua posizione privilegiata, il suo fascino senza tempo e i suoi servizi esclusivi, rappresenta la scelta ideale per chi desidera vivere Roma in tutta la sua bellezza e raffinatezza. Ogni dettaglio, dalle eleganti camere e suite agli spazi raffinati, dalla cucina gourmet alla spa di lusso è pensato per offrire un’esperienza unica e indimenticabile.
Saluto lo staff che mi ha accolto ed il portiere e torno ad affacciarmi nella bellissima Roma. Da sempre Roma si conferma come una delle capitali europee più interessanti per scoprire le bellezze di una città senza tempo e la sua verve contemporanea in cui vanno in scena esperienze ed appuntamenti imperdibili.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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24 Febbraio, 2025
Rome Wine Expo. La Città Eterna celebra la cultura del vino
IV EDIZIONE – ROMA 8/9/10 MARZO 2025
GRAND HOTEL PALATINO, via Cavour 213/M
info@romewinexpo.com – www.romewinexpo.com
Rome Wine Expo nasce dalla convinzione che la città di Roma meriti un evento esclusivo, rivolto ad un pubblico consapevole e appassionato. Il nome scelto evidenzia le sue finalità universali: cultura, meeting, business, workshop, formazione e promozione. Grande attenzione verrà dedicata agli approfondimenti, da sempre curati in modo attento e professionale negli eventi di Riserva Grande, con un programma di masterclass in questa edizione più che mai ricco!
RIFLETTORI PUNTATI SUL LAZIO
Quest’anno, i riflettori saranno ancora di più puntati sulla produzione vitivinicola del Lazio, regione sin dalla prima edizione protagonista della manifestazione, con una sala interamente dedicata e tre masterclass di approfondimento.
La scelta di dedicare ampio spazio al Lazio, regione che ospita la manifestazione, nasce dalla volontà di valorizzare un territorio ricco di storia e di tradizioni enologiche, che negli ultimi anni ha saputo distinguersi per la qualità dei suoi vini.
Marco Cum, titolare di Riserva Grande e ideatore della manifestazione. “
Siamo orgogliosi di presentare un’edizione di Rome Wine Expo che mette al centro il Lazio e le sue eccellenze. Questa regione merita di essere conosciuta e apprezzata per la sua produzione vitivinicola di alta qualità, che rappresenta un vero e proprio patrimonio culturale e identitario”. “Poiché in questi ultimi tempi non si sono registrate a Roma manifestazioni di rilievo, che abbiano messo al centro i vini del Lazio, abbiamo voluto colmare una lacuna, offrendo un’occasione unica per celebrare i territori del Lazio, regione che troppo spesso viene ancora sottovalutata nonostante il livello d’eccellenza raggiunto.
La sala dedicata al Lazio ospiterà una selezione di aziende vinicole e produttori agroalimentari locali, che avranno l’opportunità di presentare i loro prodotti al pubblico ed agli operatori del settore. Le tre masterclass di approfondimento saranno volte a far scoprire a 360° il mosaico di produzioni d’eccellenza che oggi definiscono l’identità enogastronomica del Lazio: i vitigni autoctoni della regione, dal Cesanese al Bellone, alla Malvasia Puntinata, simboli di un territorio ricco di storia e biodiversità; i disciplinari della produzione vinicola; le eccellenze agroalimentari come il Pane di Genzano IGP e le diverse denominazioni dell’olio extravergine d’oliva. Un’attenzione particolare sarà anche dedicata alle diverse zone e sottozone del territorio, in gran parte caratterizzate da una matrice vulcanica ricca di minerali, ognuna con le sue specificità pedoclimatiche. Non verrà neanche attribuito minore risalto all’abbinamento cibo-vino, quale fondamentale esperienza gustativa che riassume e valorizza il resto dei temi trattati.
Abbiamo voluto creare un’occasione unica per conoscere da vicino i vini e i prodotti del Lazio, attraverso degustazioni guidate e incontri con i produttori. Le masterclass saranno un momento di approfondimento e confronto, per scoprire i segreti di un territorio che ha ancora molto da offrire.
LE ALTRE ECCELLENZE ITALICHE
Ma Rome Wine Expo si è sempre distinta per l’attenzione da sempre manifestata nei confronti anche di tutti gli altri territori italiani ed esteri maggiormente vocati alla produzione di vino e di gastronomia di qualità. L’edizione 2025 vedrà per questo la partecipazione di numerose aziende provenienti da regioni italiane d’eccellenza, in primis dal Veneto e dalle Marche del Piceno, con una selezione di etichette che rappresentano con prodotti di pregio i propri territori.
LA VOCAZIONE INTERNAZIONALE
L’evento ospiterà anche una rappresentanza di produttori internazionali di spicco, con un focus particolare sulla Georgia, un paese con una tradizione vinicola millenaria che esprime vini ancestrali unici, dotati di grande personalità. La Georgia sarà presente con sette aziende a cui si aggiungeranno altre sette aziende selezionate e proposte da L’Anfora, distributore di vini di alta qualità in Italia. La Spagna sud orientale sarà ottimamente rappresentata grazie alla Delegazione del Governo della Catalogna in Italia, che anche per questa edizione rinnova la propria fiducia nella manifestazione con un banco che vedrà la presenza di otto cantine. Una regione vinicola e gastronomica estremamente interessante, che vanta una lunghissima storia di produzione di qualità.
LE ALTRE ESCLUSIVE MASTERCLASS
Una masterclass di grande importanza sarà quella dedicata al Riesling tedesco, raffinato ed unico, con un’esperienza che dal Palatinato alla Mosella, passando per la Nahe e la Valle del Reno, sarà volta a far conoscere in modo approfondito i territori che maggiormente esprimono la qualità di questo grandissimo vitigno.
Altra masterclass di grande interesse sarà quella che realizzerà un viaggio nel cuore del Veneto vinicolo, tra Soave, Breganze e Valpolicella. Un’immersione sensoriale in un territorio di elezione, dove vitigni autoctoni e internazionali si esprimono in vini iconici di straordinaria eleganza.
At last but not least, verrà realizzato un approfondimento su un tema negli ultimi anni considerato particolarmente “caldo”, dal titolo “Filosofia e terroir. Introduzione al mondo dei vini naturali, biologici e biodinamici“. Un’esplorazione dei vini che incarnano l’autenticità del territorio e l’impegno per una viticoltura sostenibile. Una masterclass per decifrare il mondo, spesso complesso e frainteso, dei vini naturali. Il giovane enologo Antonino De Gennaro Aquino, figura di spicco nel settore, condividerà la sua vasta esperienza e risponderà alle domande dei partecipanti, supportato dall’evidenza tangibile dei vini selezionati per la degustazione.
Rome Wine Expo è un evento che cresce di anno in anno, diventando un punto di riferimento per gli appassionati di vino e per gli operatori del settore. Siamo orgogliosi di offrire ai nostri visitatori un’esperienza unica, un viaggio attraverso i sapori e le tradizioni di alcune delle regioni vinicole più prestigiose d’Italia e del mondo. Oltre agli espositori nazionali e internazionali, che i visitatori potranno incontrare nella grande sala a banchi d’assaggio, la nostra selezione di masterclass offre un’ulteriore opportunità di approfondimento unica, volta a far conoscere ancora di più da vicino i produttori, le loro storie affascinanti e i loro prodotti di qualità.
I CONCORSI E I PREMI DI ROME WINE EXPO 2025
Anche quest’anno verranno nuovamente proposti i due concorsi già indetti con successo in precedenti edizioni, oltre ad un nuovo premio di grande valore.
Nel pomeriggio di lunedì 10 marzo verranno premiati i vini selezionati in base a categorie prestabilite da un panel di degustatori professionisti e dai partecipanti all’evento:
LE ECCELLENZE
Il premio di grande qualità le “Eccellenze di RWE 2024”, verrà riconosciuto alle etichette di maggior pregio prodotte dalle aziende espositrici, selezionate grazie alla valutazione di una giuria tecnica di esperti.
IL WINE CHALLENGE
Tutti i vini presenti all’evento verranno votati nel corso delle prime due giornate dell’evento dai partecipanti: dal semplice visitatore wine-lover all’operatore Horeca, al sommelier, che potranno segnalare le proprie preferenze per iscritto. I visitatori che lasceranno il loro indirizzo mail valido all’ingresso alla manifestazione, concorreranno all’estrazione di n. 1 bottiglia per ogni categoria in gara, tra quelle che riceveranno il maggior numero di voti. Verranno entro qualche giorno contattati per mail dall’organizzazione, per ritirare il premio presso il Grand Hotel Palatino, nella data e orario che verrà comunicato.
In entrambi i concorsi verranno premiate le prime 5 etichette relative alle categorie: MIGLIOR VINO SPUMANTE (inclusi i vini frizzanti) – MIGLIOR VINO BIANCO – MIGLIOR VINO ROSATO – MIGLIOR VINO ROSSO – MIGLIOR VINO SPECIALE E DISTILLATI (dolce, aromatizzato, fortificato, distillati, ecc.).
I primi tre vini di tutte le categorie riceveranno una MENZIONE ORO (ECCELLENZA ORO; TOP WINE CHALLENGE ORO).
IL PREMIO LAZIO TERROIR AMBASSADOR
Lunedì 10 marzo, inoltre, quale novità assoluta di questa edizione e in considerazione del focus particolare riservato alla regione che ospita la manifestazione, verranno premiati in tarda mattinata i “LAZIO TERROIR AMBASSADORS di RWE 2025”.
Sono stati selezionati dall’organizzazione alcuni esercizi commerciali della regione (ristoranti, trattorie, osterie, pizzerie, enoteche) che maggiormente supportano e valorizzano la produzione vinicola e gastronomica laziale, in base a criteri di qualità e quantità dei prodotti proposti. Per la selezione sono stati considerati anche criteri generalmente riconosciuti dalle più importanti guide di settore.
PROGRAMMA
Sabato 8 marzo 2025
ore 12:00 Masterclass. L’eleganza dei vini bianchi vulcanici della Roma Doc. A cura dell’enologo Lorenzo Costantini e di Marco Cum
ore 14:00 Apertura banchi di assaggio
ore 14:30 Masterclass. Alla Scoperta del Riesling Renano. A cura di Marco Cum
ore 16.30 Masterclass. I grandi bianchi delle terre dei Piceni. Pecorino e Passerina. A cura di Michelangelo Fani
ore 18.30 Masterclass. Il versante sud del grande vulcano laziale. Degustazione di abbinamento cibo-vino dei prodotti della rete d’impresa dei Castelli Romani V.I.P. (Vino, Innovazione e Pane). A cura di Giuseppe Garozzo Zannini Quirini e di Saula Giusto
ore 20:00 Chiusura banchi di assaggio
Domenica 9 marzo 2025
ore 12:00 Masterclass. Viaggio nel cuore del Veneto vinicolo tra Soave, Breganze e Valpolicella. A cura dell’enologo Filippo Rossi e di Saula Giusto.
ore 14:00 Apertura banchi di assaggio ore 14:30 Masterclass. Filosofia e terroir. Introduzione al mondo dei vini naturali, biologici e biodinamici. A cura dell’enologo Antonino De Gennaro Aquino e di Marco Cum ore 16:30 Masterclass. I vini rossi della Roma Doc, rinascita di un mito, rivoluzione di un territorio. Vini unici, custodi di una storia millenaria. A cura dell’enologo Lorenzo Costantini e di Marco Cum ore 20:00 Chiusura banchi di assaggio
Lunedì 10 marzo 2025 ore 11:00 Apertura banchi di assaggio ore 12:00 Premiazione “LAZIO WINE AMBASSADORS”. ore 14:00 Premiazione “LE ECCELLENZE DI ROME WINE EXPO“ ore 17:00 Chiusura banchi di assaggio INFO: LINK AI COSTI DEL TICKET D’INGRESSO E DELLE MASTERCLASS (INCLUSI I COSTI CONVENZIONATI) QUI LINK ALLA LISTA DEGLI ESPOSITORI (in via di definizione) QUI ACCREDITI Gli operatori Horeca e stampa/media possono chiedere l’accredito entro e non oltre il 5 marzo 2025. Prenotazioni: accrediti@riservagrande.com – infoline 339.6231232 Sono concessi 2 accrediti per operatore e per accedere alla manifestazione è necessaria la conferma da parte dell’organizzazione. – Gli operatori che arriveranno all’evento senza essersi accreditati preventivamente potranno accedere esclusivamente acquistando il biglietto di ingresso. – Per accedere occorre acquistare il calice e porta calice al costo di 5€. È vietato introdurre all’evento calici personali. DOVE Il centro congressi del GRAND HOTEL PALATINO si trova in via Cavour 213/M, in una posizione di grande prestigio storico, ma al contempo strategica per i collegamenti. È sito sul Colle Palatino, di fronte al Foro Romano, a soli 700 mt dalla stazione Termini, tra il Colosseo e piazza Venezia. La IV edizione di Rome Wine Expo si terrà nelle 3 sale congressi dell’Hotel La Redazione
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ore 14:00 Apertura banchi di assaggio ore 14:30 Masterclass. Filosofia e terroir. Introduzione al mondo dei vini naturali, biologici e biodinamici. A cura dell’enologo Antonino De Gennaro Aquino e di Marco Cum ore 16:30 Masterclass. I vini rossi della Roma Doc, rinascita di un mito, rivoluzione di un territorio. Vini unici, custodi di una storia millenaria. A cura dell’enologo Lorenzo Costantini e di Marco Cum ore 20:00 Chiusura banchi di assaggio
Lunedì 10 marzo 2025 ore 11:00 Apertura banchi di assaggio ore 12:00 Premiazione “LAZIO WINE AMBASSADORS”. ore 14:00 Premiazione “LE ECCELLENZE DI ROME WINE EXPO“ ore 17:00 Chiusura banchi di assaggio INFO: LINK AI COSTI DEL TICKET D’INGRESSO E DELLE MASTERCLASS (INCLUSI I COSTI CONVENZIONATI) QUI LINK ALLA LISTA DEGLI ESPOSITORI (in via di definizione) QUI ACCREDITI Gli operatori Horeca e stampa/media possono chiedere l’accredito entro e non oltre il 5 marzo 2025. Prenotazioni: accrediti@riservagrande.com – infoline 339.6231232 Sono concessi 2 accrediti per operatore e per accedere alla manifestazione è necessaria la conferma da parte dell’organizzazione. – Gli operatori che arriveranno all’evento senza essersi accreditati preventivamente potranno accedere esclusivamente acquistando il biglietto di ingresso. – Per accedere occorre acquistare il calice e porta calice al costo di 5€. È vietato introdurre all’evento calici personali. DOVE Il centro congressi del GRAND HOTEL PALATINO si trova in via Cavour 213/M, in una posizione di grande prestigio storico, ma al contempo strategica per i collegamenti. È sito sul Colle Palatino, di fronte al Foro Romano, a soli 700 mt dalla stazione Termini, tra il Colosseo e piazza Venezia. La IV edizione di Rome Wine Expo si terrà nelle 3 sale congressi dell’Hotel La Redazione
24 Febbraio, 2025
Via Mari 10. Il vigneto più piccolo del mondo
Quando ho deciso di scrivere per WineTales Magazine, mi sono fermato un attimo e tra me e me ho pensato: Dovrò superarmi. Si, perché, la mia curiosità, che mi contraddistingue, non sarebbe bastata. Non vi dico l’ansia che aumentava quando Ivan mi ha comunicato il nome che avrebbe avuto la mia rubrica, ovvero Quelle curiosi esplorazioni. In quel momento ho realizzato l’idea che mi fossi messo in una brutta situazione, a Napoli si dice Nu brutt guaio. Scherzi a parte, ho trovato pane per i miei denti. Adoro spingermi oltre le mie possibilità e capacità ed è stato proprio questo il volano giusto non solo affinché accettassi l’incarico, ma a trovare sempre nuove e Curiose esplorazioni.
A Reggio Emilia, edificio di Via Mari 10 si trova il vigneto più piccolo del mondo. Beh, non sarà una scoperta, ma oggi ve lo presento a modo mio.
Nel cuore del centro storico di Reggio Emilia, tra i tetti rossi della città, si trova il vigneto più piccolo del mondo, il Via Mari 10. Questo straordinario vigneto di Sangiovese, sospeso tra le nuvole, rappresenta un simbolo di emancipazione e apolidia, privo di un terroir fisso, ma profondamente radicato nella cultura e nell’identità italiana. In un panorama enologico ricco e variegato, il vigneto di Via Mari 10 emerge come un gioiello nascosto, capace di incantare gli amanti del vino e i visitatori occasionali. Questo vigneto rappresenta non solo una tradizione vitivinicola consolidata, ma anche un esempio di sostenibilità e innovazione.
La terra che nutre le piante del Via Mari 10 è un mix di argilla, calcare, ghiaia e terreno siliceo, proveniente da tutte le regioni italiane. Questo assemblaggio unico di suoli conferisce alle viti una complessità e una ricchezza senza pari. Le viti, allevate a terra nel cavedio, si arrampicano verso il terrazzo del vigneto, che affonda le sue radici in una tradizione che risale a generazioni passate. Fondato da una famiglia di viticoltori appassionati, il vigneto è cresciuto e si è evoluto nel tempo, mantenendo però intatti i valori fondamentali di qualità e rispetto per l’ambiente.
Ogni vendemmia rappresenta un momento di celebrazione, in cui la comunità si riunisce per raccogliere i frutti del lavoro svolto con dedizione. Il vigneto si estende su una superficie di diversi ettari, dove si coltivano varietà di uva autoctone e internazionali. Tra le varietà più apprezzate ci sono il Sangiovese, il Merlot e la Trebbiano, ognuna delle quali contribuisce a creare vini di straordinaria qualità. Ogni annata è caratterizzata da un’attenzione maniacale ai dettagli, dalla potatura alla raccolta, passando per la vinificazione, che avviene in cantina con metodi tradizionali e tecniche all’avanguardia.
Il vigneto è una meraviglia per la ragione e la creatività. Sottrarre un vigneto all’ambiente consueto e portarlo sui tetti rossi crea uno spaesamento sensoriale, trasformandolo in un’installazione artistica che stimola la percezione e l’immaginazione. Questo vigneto sospeso tra le nebbie cittadine diventa un’opera concettuale, un simbolo di connessione tra uomo e natura. I vini prodotti sono il riflesso del terroir unico del luogo, con aromi e sapori che raccontano la storia del terreno, del clima e della passione dei viticoltori. Ogni bottiglia è un viaggio unico, capace di trasmettere l’essenza del vigneto di Via Mari 10. Le piante sono nutrite con uova, banane, alghe marine e escrementi di usignolo. Inoltre, le voci e i suoni delle varie etnie presenti negli appartamenti circostanti arricchiscono e contaminano l’uva, creando un legame unico tra la vigna e l’ambiente urbano.
Uno degli aspetti più interessanti del vigneto è il suo impegno per la sostenibilità. Attraverso pratiche agricole rispettose dell’ambiente, come l’uso di fertilizzanti naturali e la gestione integrata delle risorse idriche, il vigneto di Via Mari 10 si propone di ridurre al minimo l’impatto ambientale della propria attività. Inoltre, l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della cantina è un chiaro esempio di una visione orientata al futuro. Il paesaggio che circonda il vigneto è composto da obelischi impervi, guglie appuntite, campanili inaccessibili, vie strette e tortuose, piazze deserte e piazze affollate. Questo scenario è un avvertimento per chi desidera vivere nella nostra civiltà spettacolare. Il Via Mari 10 esprime la sua essenza attraverso il sapore, come una poesia lo fa con le parole.
Il paesaggio si trasforma in un luogo ideale ma allo stesso tempo non più riconoscibile, creando una percezione unica dell’universo in cui il vigneto si trova, pensa e si muove. Questo rende il Via Mari 10 un bene edonistico di alta qualità, in cui la comunicazione tra la vigna e l’uomo che la coltiva è un fatto reale e tangibile.
La vigna è un’opera d’arte. I due tutori su cui i tralci maturano l’uva sono opere di Oscar Accorsi, basate sulla doppia elica del DNA come modello visivo. Le due sculture, con ritmi diversi, rappresentano graficamente due onde sonore, con ventri in fase negativa e positiva. Questo complesso armonioso esalta gli acini con musicalità, e quando vengono pigiati risuonano.
Prima di stappare una bottiglia di Via Mari 10, è consigliabile farla vibrare con note musicali, avvicinandola alla cassa di un violino, per assistere allo spettacolo delle onde sonore che fanno vibrare le molecole organiche addormentate dal lungo invecchiamento. L’utilizzo della metafora dell’onda sonora, non ha l’obiettivo di rappresentare il vino, ma creare una forma e un colore con un suono interno che risuoni con le immagini del mondo spirituale, causando vibrazioni nell’anima. La tecnologia diventa organica e la natura tecnologica, costringendo la storia a passare sopra i 20 metri quadrati del terrazzo.
Il vigneto di Via Mari 10 è un gioiello urbano che unisce storia, arte e innovazione, trasformando la percezione del vino e del paesaggio urbano. Un esempio straordinario di come la creatività e la passione possano dar vita a un’opera unica nel suo genere.
Via Mari 10 è aperto per visite e degustazioni, offrendo ai visitatori l’opportunità di esplorare il mondo del vino in un ambiente accogliente e informale. Le visite guidate permettono di scoprire ogni fase della produzione, dalla vite alla bottiglia, e di apprendere le tecniche di degustazione per apprezzare al meglio le sfumature dei vini. Le degustazioni, accompagnate da prodotti tipici locali, rappresentano un momento di convivialità e scoperta, rendendo ogni visita un’esperienza memorabile.
Il vigneto di Via Mari 10 non è solo un luogo dove si producono vini di qualità, ma è anche un simbolo di passione, tradizione e innovazione. Con il suo impegno per la sostenibilità e la sua attenzione ai dettagli, continua a conquistare il cuore degli appassionati di vino, contribuendo a scrivere una nuova pagina nella storia della viticoltura locale. Se siete in cerca di un’esperienza autentica e immersiva nel mondo del vino, una visita a questo vigneto è un must.
Sono Giovanni Scapolatiello, il Sommelier Napoletano chiù curioso ro munn (Trad. “più curioso del mondo”).
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23 Febbraio, 2025
Amarone Opera Prima 2025 festeggia i 100 anni di Valpolicella
L'edizione 2025 di Amarone Opera Prima ha avuto un sapore speciale. La presentazione dell'annata 2020 dell'Amarone della Valpolicella si è svolta a Verona, presso il Palazzo della Gran Guardia, nei giorni 31 gennaio, 1 e 2 febbraio, in concomitanza con una ricorrenza storica di grande rilievo: il centenario del Consorzio Tutela Vini Valpolicella
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22 Febbraio, 2025
VR Wine La Genisia: un viaggio nei vigneti grazie alla realtà virtuale
La Genisia lancia una tecnologia immersiva che offre la possibilità all’utente di visitare i luoghi di coltivazione e produzione della cantina dell’Oltrepò Pavese
Che sia in cantina, nel corso di visite o degustazioni, oppure allo stand, durante fiere ed eventi, il supporto della tecnologia immersiva può amplificare l’esperienza tradizionale degli enoappassionati: con questa consapevolezza, la cantina La Genisia sperimenta una tecnologia in Realtà Virtuale, “VR Wine La Genisia”, che proietta l’utente in un luogo 3D mediante l’utilizzo di appositi dispositivi. Il luogo, in questo caso, sono gli sconfinati vigneti dell’Oltrepo Pavese e gli spazi di vinificazione.
Simone Fiori, enologo della Cantina La Genisia
La scoperta delle caratteristiche morfologiche e ambientali che condizionano le peculiarità del vino non è sempre immediata dunque questo strumento permette di visitare i luoghi simbolo e di scoprire la filosofia produttiva della nostra realtà.
VR Wine La Genisia” è un’esperienza da vivere empiricamente con la tecnologia immersiva: un punto di vista unico e privilegiato, quello dell’osservatore, che, accompagnato e guidato dai professionisti dell’azienda, permette di immergersi in esperienze a 360°, scegliendo dove orientare il proprio sguardo – in un vigneto o in un altro e anche interagendo attivamente, selezionando la narrazione della bottiglia che si preferisce.
Tommaso Zanotti, founder di Extended Dimension, Casa di Produzione specializzata nello storytelling immersivo che ha ideato con La Genisia e realizzato il progetto –
La Realtà virtuale rende possibile un nuovo linguaggio narrativo ad altissimo livello di engagement. Un contenuto immersivo racconta una storia con una modalità senza precedenti, dando autenticità al contenuto e credibilità al brand. Permette di vivere esperienze in luoghi lontani e provare emozioni rimanendo comodamente seduti. Quello della realtà virtuale è un ambito in grandissima espansione e accessibile ad un pubblico sempre più ampio. Siamo felici di aver potuto collaborare con una realtà come La Genisia, attenta al progresso e aperta alla sperimentazione.
LA GENISIA
La Genisia è una giovane e determinata realtà sociale che oggi coinvolge ben venti vignaioli di esperienza, per un totale di 70 ettari vitati nei comuni di Codevilla (PV) e dintorni. Sono le colline lombarde a fare da sfondo a questo progetto, unito da una filosofia ben precisa votata alla creazione di un dialogo costante tra cantina e viticoltori per raggiungere standard qualitativi d’eccellenza. Un percorso in crescita che passa attraverso una piena consapevolezza del territorio e del lavoro di interpretazione del terroir. Vini riconoscibili, caratterizzati da un perlage fine e persistente che interpreta in modo raffinato le uve Pinot Nero, fiore all’occhiello dei vitigni coltivati e lavorati dai vignaioli che collaborano con questa realtà.
La Redazione
https://www.youtube.com/watch?v=3eOXeYcwT6k
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22 Febbraio, 2025
L’Abruzzo alla Slow Wine Fair 2025: 37 cantine in vetrina con il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo
L’anima di una terra, tra mare e montagna, raccontata a Bologna
Dal 23 al 25 febbraio 2025, il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo torna protagonista alla quarta edizione della Slow Wine Fair, la manifestazione organizzata da BolognaFiere in collaborazione con Slow Food. Un appuntamento che celebra il vino buono, pulito e giusto, promuovendo una viticoltura rispettosa dell’ambiente e delle comunità locali.
In questo contesto, il Consorzio rappresenterà la ricchezza e l’identità vitivinicola dell’Abruzzo con uno stand consortile (Pad 20 | C4 desk 1-37) che ospiterà trentasette cantine del territorio. Un’opportunità per scoprire e degustare vini che sono espressione autentica di un impegno condiviso verso sostenibilità e valorizzazione del territorio.
Lunedì 24 febbraio alle ore 14, i riflettori si accenderanno su uno dei vini più iconici della regione con la masterclass “Cerasuolo d’Abruzzo, il vino del futuro?“. Un incontro per approfondire le peculiarità di un vino contemporaneo e allo stesso tempo simbolo della tradizione abruzzese, sempre più apprezzato nel panorama enologico internazionale.
Alessandro Nicodemi, Presidente del Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo.
Come Consorzio, abbracciamo pienamente la filosofia di Slow Wine, perché oggi più che mai la sostenibilità in agricoltura deve essere una priorità condivisa. Sostenibilità significa rispetto per l’ambiente, tutela del territorio e valorizzazione del lavoro dei viticoltori, che con dedizione e impegno portano avanti una tradizione fatta di qualità e autenticità, nonostante le sfide che ogni annata presenta.
La Slow Wine Fair 2025 si preannuncia come un’edizione speciale, con un focus sulla sostenibilità lungo tutta la filiera del vino, dalla vigna al packaging fino alla distribuzione. Inoltre, per la prima volta, l’evento si svolgerà in contemporanea con SANA Food, il nuovo concept dedicato alla sana alimentazione, offrendo ai visitatori un’esperienza ancora più completa e immersiva.
La Redazione
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21 Febbraio, 2025
Tenuta Mazzolino: ecco Gisella!
Il Pinot Nero super cru. 837 bottiglie numerate, una diversa dall’altra, con Gisella – l’oca di casa – che cambia look a ogni etichetta!
Tenuta Mazzolino ha una nuova protagonista nella sua famiglia enoica, e stavolta ha le piume! Dopo Henry – l’asino mascotte sull’etichetta di Pinot Nero in edizione limitata, che ha fatto parlare di sé lo scorso anno – arriva l’oca Gisella a personalizzare la bottiglia del super cru, annata 2018.
Non è solo un vino, ma un’esperienza da collezionare: 837 bottiglie, ognuna con una veste grafica unica, perché Gisella ama farsi notare! È un Pinot Nero frutto di una visione audace: vent’anni fa il nonno di Francesca Seralvo – terza generazione oggi alla guida della cantina – e l’enologo greco-francese Kyriakos Kynigopoulos decisero – sfidando la tradizione – di piantare una vigna di Pinot Nero che guardava a est. Una scelta coraggiosa, pensata per affrontare i cambiamenti climatici e dare vita a un vino di carattere, profondo e raffinato. La selezione proviene dal clone 115, quello che i borgognoni intransigenti considerano il non plus ultra e che Kyriakos stesso definisce “classe pura!”
Al primo assaggio ci si sono illuminati gli occhi: un mix di freschezza, profondità, carattere. Con la vendemmia alle porte, in un’annata meno estrema della 2017 ma sempre segnata dal cambiamento climatico, non potevamo fare altro che raccogliere di nuovo, in purezza, quella parcella esposta alla brezza dell’oriente. Gisella è un omaggio al nostro spirito pionieristico: ci piace pensare che, come le oche della mitologia romana hanno salvato il Campidoglio, Gisella vegli sulle nostre vigne e sui nostri vini.
Dopo un affinamento paziente, il vino è pronto per essere scoperto e apprezzato dai veri intenditori. Gisella arriva in una cassetta di legno da tre bottiglie, perfetta per chi vuole aggiungere un pezzo unico alla propria cantina… o semplicemente godersi un sorso di qualcosa di straordinario. Ogni bottiglia è speciale, con etichette una diversa dall’altra che celebrano la personalità e il carattere di questa iconica oca che di volta in volta indossa un “pigiama” diverso (proprio come per Henry). È il nuovo capolavoro in bottiglia di Tenuta Mazzolino.
La Redazione
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21 Febbraio, 2025
Massimago. Camilla, la rivoluzione gentile della Valpolicella
Finito il Festival di Sanremo, sono iniziate le polemiche. Come tradizione impone. Stavolta si parla della mancata presenza di artisti donne nella cinquina finale. Una sorta di illusoria polemica che vedrebbe il complottismo del maschilismo patriarcale. C’è chi è arrivato a dire “Non è la prima volta che diciamo questa cosa. Deve esserci qualcosa di atavico nella nostra mentalità, deve essere qualcosa di inconscio: stai lì lì per votare e...”. Come se la persona che invia l’sms per votare sia atavicamente maschilista così da prediligere il cantante maschio. Non si votano le canzoni ma le persone. Follia?
Lasciando ad ognuno la propria idea ed interpretazione, è indiscutibile e incontrovertibile che essere donna non è semplice. Non lo è, non lo è stato e non lo sarà. Potrà nel tempo cambiare la società e spero sinceramente avvenga in fretta, ma per tanti motivi, sarà difficile eliminare una effettiva difformità di parità dei sessi.
Per una donna, farsi strada in un mondo prettamente maschile, è dannatamente duro e tanto più il mondo di riferimento ha radici profonde nella storia, tanto più duro sarà emergere.
Pensiamo all’agricoltura e alle sue radici. Nella società di un tempo come in quella attuale, alle donne era consentito al massimo di badare all’orto o agli animali. On top alla famiglia ovviamente. Tutto il resto, la vera gestione dell’azienda e del lavoro dunque, era per i soli uomini. I maschi. Nessuna discussione. Trovare una donna che si dedicasse all’agricoltura era praticamente impossibile.
Oggi? Oggi magari è pure chic darsi all’agricoltura o alla vigna. Non ovunque, bene inteso. Ma è chic. Integrazione, parità, conquista. Vallo a capire. Di certo, se una donna decide di voler far qualcosa è perché è davvero forte e tosta. Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Una mina vagante
Sono una combattente
Fammi mille complimenti e stop
Tanto i miei difetti già li so
Forte
Tosta
Indipendente
Non mi tocca niente Quando ho sentito le parole di questa canzone, Pelle diamante di Marcella Bella, ho immediatamente pensato a Camilla. Camilla Rossi Chavenet è l’anima di Massimago.
La guardo e vedo una donna che esprime tenerezza e classe. Non saprei dire se, incontrandola per strada, direi sia una vignaiola, però quando le parlo capisco che è una delle donne con più carattere io abbia mai avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino.
Siamo a Mezzane, in quella parte della Valpolicella a nord est di Verona. Una valle selvaggia, anomala direi rispetto ai paesaggi della Valpolicella Classica. Oggi essere donna e guidare una azienda vitivinicola, diciamocelo, fa figo e si può raccontare. Fa parte della narrazione che si può e si deve fare per poter sembrare qualcosa. Venti anni fa non era propriamente così. Facciamo in fretta a non ricordare quanto l’emancipazione delle donne non sia che una conquista piuttosto recente. In campagna la donna era quella che stava in casa non certo nei campi. In cantina non doveva nemmeno entrare. Occorre ricordare. Ammettere e ricordare quanto maschilista possa essere stato e in parte lo è ancora il mondo dell’agricoltura e del vino.
Una donna come Camilla non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Eppure non è nata in campagna. Ha scelto di andarci. Infatti, il modo con cui parla fa capire la provenienza da una famiglia che nulla ha a che vedere con il vino. Modi gentili, parole ricercate, tono pacato. Sono segni di una educazione importante. Forse rigida, non so. Poi, quando si scioglie, una sorta di animo ribelle e sognatore, emerge come la cresta di un’onda. Di quelle che, infrangendosi sulla riva, si acquetano. La mia è una storia un pò fuori dagli schemi nel bene e nel male. Vengo da una famiglia di professionisti. Mia madre è un avvocato matrimonialista, divide quello che dio unisce. Quando mi sono sposata mio marito mi ha guardato con una paura….Il Prete dice Nessun uomo divida quello che dio unisce… Inizia cosi Camilla. Con la sua tenera ironia. Gli occhi che saettano e sorridono più di quanto possa fare la bocca. Mi fa subito simpatia ma, non so perché, ho come l’impressione che sia meglio non farla arrabbiare. O contraddirla. Mio padre è un dentista. Insomma niente a che vedere con la campagna. Nessuno dei due ha avuto passione per il vino. In casa di bottiglie non ne giravano. Una partenza un pò cosi capisci? Quando ho compiuto diciotto anni, da super appassionata di profumi, volevo fare qualcosa in questo campo. O nei gioielli. Ho sempre avuto un laboratorio dove stavo li a sperlinare come dicevano i miei. Ho sempre avuto l’idea della artigianalità, dei profumi, delle cose vere. Ribellione o concretezza? Forse un misto. Un misto di sensazioni. Di sicuro la voglia di evadere e di far prevalere un carattere poco incline a quanto la famiglia potesse offrirle.
Papà Paolo dentista a Padova. Mamma Lorenza, avvocato esperta di diritto di famiglia che fonda già nel 1982 uno studio che si tramuta in società, CRCLEX nella quale finisce per lavorare anche il fratello di Camilla, Carlo. Insomma, ce ne è per far parte di un complesso meccanismo familiare. O non farne proprio parte. A 18 anni non avevo neanche la patente e mi sono iscritta ad un corso di sommelier che era sui Colli Euganei. Sono originaria di Padova. Scopro il mondo del vino. Wow. A quella età ti fai una idea di quello che vuoi fare da grande. Così dici: minchia, bella sta roba. Vera. Concreta. Divertente. È lei. È Camilla. Ribelle. Anche perché non è che si può accontentare di fare un corso da sommelier. Una come lei, vuole fare. Abbiamo sempre avuto una casa colonica con sei ettari di vigne vecchie. Conferivamo le uve in cantina sociale. Nella vallata di Mezzane tra Soave e la Valpantena. Un pò a latere rispetto alla Valpolicella. Ricordo mio nonno, notaio. Il bisnonno magistrato. Tutti giuristi. Tutti legati alla teoria e al verbo e poco alla pratica. Nonno era uno di nove fratelli e aveva rilevato la tenuta. Aveva due figlie femmine. Prima di mancare diceva: scusate se vi lascio una rogna. Con due figlie femmine, la campagna era una rogna. Era più un problema da risolvere. Vendere no perché apparteneva alla famiglia da sempre. Le parole di Camilla, pur se pronunciate con il sorriso, evidenziano le ferite di quel tempo che, parzialmente, non c’è più. Quando le donne non erano ben accette alla tavola degli uomini.
Nuttata persa e figlia femmina, dice un vecchio adagio siciliano. Mi sono iscritta ad agraria perché mi piaceva il vino. Anche ero spaventata perché sapevo che il mondo del vino era ed è tosto. La tenerezza di Camilla è sempre presente. Paura di sbagliare. Paura di apparire. Di pensare che un mondo maschilista non l’avrebbe mai accolta. Eppure non si ferma. Arrivavo da un liceo classico dunque non avevo niente a che vedere con la chimica. Scelsi agraria. Da li mi sono appassionata e ho studiato al Politecnico a Madrid e poi a Montpellier. Lo stereotipo più grosso l’ho vissuto con i miei coetanei più che con i miei genitori che per primi volevano valorizzare la casa in campagna. Erano anche contenti che facessi qualcosa di esotico forse perché si resero conto che non sarei stata un bravo avvocato. Quando mi sono impuntata sul progetto erano un pò spaventati perché pensavano fosse un capriccio. Sono stati bravi a darmi carta bianca e lasciarmi fare, cosa che è stata la mia fortuna. Dall’altro è andata bene perché anche io avevo una passione vera. La grandezza delle persone sta proprio in questa capacità di capire e assecondare i propri figli. Non abbandonandoli, seguendoli a debita distanza. Certo, per una famiglia come quella di Camilla, pensare che la propria figlia si volesse cimentare nell’agricoltura, non doveva sembrare proprio la migliore scelta di vita. Ma è la forza che c’è dentro che aiuta. Ero l’unica ragazza che faceva agraria. Andavo alle feste e mi chiedevano: cosa studi? Agraria? Ma come tu sei una ragazza.. le mucche, il letame…Studiando all’estero questo stereotipo non esiste ed è strano per l’Italia che è un paese agricolo. In Francia e Spagna sei ingegnere agronomo. In Italia sei di serie B. All’estero ho respirato aria di entusiasmo. Tutto bello però poi dalla teoria occorre passare alla pratica. Dalla città, si va in campagna. Il percorso inverso di Renato Pozzetto nel Il ragazzo di campagna.
E qui la vita non è che sia propriamente semplice. La casa di Mezzane era affidata ad un mezzadro che parlava solo in dialetto. Il freddo arrivava per via di un riscaldamento non c’era. L’umido si faceva sentire eccome. Con il caldo l’aria condizionata se la poteva pure sognare. I campi, le lavorazioni, la vendemmia. Insomma condizioni non propriamente ideali per una ragazza di città. Secondo me i bookmaker avrebbero accettato scommesse sulla permanenza di Camilla a Mezzane. Sono sempre vissuta in città dunque quando venivo qui In campagna tutti i giorni senza riscaldamento. Il mezzadro più vecchio di me che in dialetto mi diceva: non devi fare così, devi fare colà. Stiamo parlando del 2003. Ventidue anni fa. Sembra un secolo a guardarsi indietro ma se ne stiamo parlando è proprio perché nessuno avrebbe scommesso su Camilla e invece si sbagliavano. Ci sarebbe da fargli un gestaccio ma siamo signori!
Il 2007 segna la nascita della azienda Camilla Rossi Chauvenet: Massimago L’azienda era intestata a mia madre con il mezzadro che coltivava l’uva. Quando conferisci le uve devi conferirle tutte. Quando ci siamo staccati è stato un rischio perché vinificavo una parte e l’altra la vendevo. Se non fossi riuscito a venderle non ci saremmo sostenuti. La cantina sociale ti paga magari meno ma ti paga. È una consapevolezza che si raggiunge gradualmente. È come una fase adolescenziale dove non sei ne carne ne pesce. Devi capire chi sei. La tua identità. Lo stile. All’epoca facendo tutto da me ho buttato in aceto tante cose. Devi imparare tutto. Anche i documenti. La vinificazione. I registri. Il mezzadro l’ha presa malissimo e non riuscivamo a parlare la stessa lingua. Poi c’era un pregiudizio profondo nei confronti di una ragazza giovane. Dopo due anni ho dovuto licenziarlo. All’ingresso del fondo avevo messo delle rose. Appoggiate per piantarle. Il giorno seguente non le ho più trovate. Ero una talebana all’epoca. Così ho scritto un cartello: chi ruba le rose non ha cuore. Dopo questo cartello c’è gente che ha scritto sotto. No, non so stata mi. Cosa che dici? Provate solo ad immaginare l’ambiente e cosa Camilla ha dovuto passare. Osteggiata da tutti, probabilmente anche dalle altre donne. Un ambiente che non vedeva di buon occhio anche solo la possibilità che una donna, perdipiù giovane, potesse farcela in campagna. Fare vino poi? Praticamente impossibile. Inimmaginabile. Quando sono arrivata ho subito messo i puntini sulle i. Ho dovuto farlo perché dovevo farmi rispettare. Le etichette che ho fatto erano austere perché all’epoca non doveva risultare che erano fatte da una ragazza. Non era figo come ora. Non volevo che trasparisse che fossi una ragazza giovane che magari giocasse con il vino. Costretta a nascondersi per evitare i pregiudizi. Altro che outing. Difficile stare al mondo in certi tempi. Una maschera perché non apparisse che dietro quella etichetta ci fosse una ragazza che stava giocando. Con il Dio Amarone poi. Con la tradizione. Quando ho fatto lo spumante con le uve dell’Amarone mi hanno chiamato strega: come fai a sprecare le uve dell’Amarone. Non siamo mica a Conegliano. Non serve studiare. Non serve avere l’amore per la terra. Non serve avere la passione. C’è sempre qualcuno che non crede tu possa farcela per il semplice motivo che sei diverso. Che non sei nel solco della tradizione. Che non fai le cose come si sono sempre fatte. Il primo e secondo anno ho fatto il vino da sola ma malamente. Poi ho chiamato un enologo che era sui Colli Euganei. Parlavo volentieri perché era filo francese. Zero zuccheri residui, finezza. Questo era un grande affronto a quello che era venti anni fa l’Amarone con la pienezza degli zuccheri. Alla mia prima anteprima dell’Amarone del 2008 mi hanno detto: questo non è Amarone. Fin da subito è stato uno choc. Ma mantenere la banda dritta per me è stato un vanto. Pesante ma un vanto. Capire che il tuo stile non appartiene a quello che è in voga al momento, crederci e mantenerlo è stata dura. Non facevo nemmeno il Ripasso perché lo consideravo una scelta volgare. Camilla sei meravigliosa. Ti amo davvero! Definire il Ripasso una scelta volgare è quanto di più vero ci sia. Capisco le scelte commerciali, capisco la necessità di incrementare il business ma realizzare un vino che è stato filtrato con le bucce esauste dell’Amarone è esattamente come mettere dei trucioli di legno nel vino perché sappia di legno. Ne più ne meno. Volgare. Noi volevamo entrare nelle cose, capirle. Questo ha comportato una dilazione nel tempo. Se vuoi farlo con le tue gambe sbattendoci il muso abbiamo commesso errori spendendo tanti soldi. Facendolo in prima persona ti appropri di più di quello che è il progetto. È molto più profondo. La profondità dunque lo stile era un modo per rompere con il passato, distinguersi, affermarsi come donna. Trovare qualcosa che le appartenesse, che rimandasse alla artigianalità più che alla imprenditorialità. Un aspetto questo che Camilla si porta anche oggi dietro. Oggi che è cresciuta è come se fosse un rammarico. Un non essere più in grado, nonostante ci creda ancora, a far lei le cose. Una donna che si sente più vignaiola che imprenditrice. Non ero e non sono interessata a qualcosa di grande. Ho cominciato questo lavoro questo progetto perché quando ho vissuto in Francia ho visto realtà piccole che funzionavano nonostante le dimensioni. Non ho mai pensato che il successo dipendesse dalla grandezza di una azienda. Lo credo ancora Il poter solo pensare che una azienda artigianale possa sopravvivere in questo mondo di squali è come poter dipingere un quadro su una tela per realizzare un capolavoro. Altro che immagine digitale. Sporcarsi le mani per creare qualcosa. Sì può. Sì può ancora. Anche se poi, quando le cose vanno bene e si cresce, le dinamiche cambiano, le necessità mutano, le esigenze diventano altre. Tutte le aziende agricole sono gestite a livello familiare. Il papà sul trattore, il figlio in cantina, la mamma che fa i conti, la figlia….fa marketing. La ragazza non può fare cose importanti. Relegata alle cose minori dove non ci sono scelte importanti. L’assetto familiare organizzativo funziona. Io ero da sola. Proprio da sola. Non potevo nemmeno chiamare mia madre o mio padre. Dovevo sempre assumere qualcuno perché mi aiutasse. Sono riuscita a vendere fino a 30.000 bottiglie poi non ce l’ho più fatta e ho dovuto assumere un commerciale. Quando sei costretto ad assumere del personale, il tuo modello di business cambia. Devi pensare a produrre più bottiglie, modificare i listini, ecc. anche l’impegno a livello personale cambia. Hai voluto fermante fare quel lavoro li per metterci le mani, ti rendi conto che per sostenere la macchina devi viaggiare di più, presenziare, ecc. Non può più occuparti di quello che Volevi. Mi sono resa conto e questo è quello che mi ha cambiato profondamente la vita e i sogni iniziali. Sorride ricordando queste cose anche se un velo di tristezza cala sugli occhi. Come se la crescita non fosse stata una cosa buona. L’aver dovuto lasciare parte di quello che l’aveva fatta crescere per dedicarsi ad altro, all’azienda. Sembra un controsenso perché tutti vogliono crescere, guadagnare tanto. Anche Camilla certo, ma forse non aveva fatto i conti con cosa volesse dire, diventare grandi. Una dinamica a livello personale pesante. Camilla voleva lavorare con le mani e non occuparsi della parte commerciale e si trova, necessariamente, a doverlo fare. Nei miei sogni, nel mio mondo ideale, Camilla stava in campagna. Avrebbe dovuto fare tutt’altro di quello che poi ho dovuto imparare a fare. Inventi la ruota. Adesso, dopo essere cresciuti da trentamila a ottantamila bottiglie sembra che il carico emotivo e fisico sia davvero pesante. Pesantissimo soprattutto nel momento in cui non riesci a trovare le persone giuste nel tuo team. I primi anni sono stati pesanti perché anche a livello di soddisfazione, una startup in tre quattro anni vai a breakeven. In agricoltura o in realtà come queste devi fare investimenti perché hai un prodotto che va a scaffale dopo cinque anni. Un ciclo molto lungo che ti blocca a livello finanziario sopratutto se sei una startup. Partire da zero è drammaticamente difficile. Il biologico non ha certamente aiutato. La giovane età nemmeno. L’essere donna men che mai. Occorre fare i conti con le persone che non aiutano, anzi remano contro cosi. La crescita non ha sacrificato lo stile. Siamo riusciti a mantenere la barra dritta. Lo stile si è mantenuto anche aumentando il numero di bottiglie in termini di referenze. Abbiamo alleggerito i legni. Partiti con le barrique, poi i tonneaux poi le botti grandi. Con la Garaganega e il Valpolicella Superiore siamo partiti con il legno poi solo acciaio. È un percorso. Come un viaggio nel quale capisci quali scarpe ti stanno più comode. Il team è fondamentale. Se parlano la tua lingua, usano gli stessi strumenti di comunicazione, è più facile. Non me lo dice esplicitamente Camilla ma sono certo che quegli anni per lei deve essere stata durissima non solo per le condizioni a contorno ma per la fottuta paura di non farcela. Anche se la famiglia le aveva dato carta bianca, non farcela avrebbe significato far pensare fosse stato solo un gioco. Che gioco non era affatto. Sia per le difficoltà incontrate e superate con tanta fatica, sia perché questo era proprio quello che Camilla desiderava sempre fare. Ma la paura dell’insuccesso è sempre li, latente. Non va via. Se non quando succede che le cose iniziano ad andare bene. Quando ho raggiunto il breakeven è stata la soddisfazione più importante. In termini di vendite. Nel momento in cui le mie vendite ripagavano i costi, ho detto bene sta funzionando. Gira tutto. Non è una cosa da poco. La proprietà, l’immobile, è di mia madre. Ha dato tutto in usufrutto a me. Sono in società con mio fratello. Nonostante la società sia agricola a titolo personale, sono io l’amministratore, deve funzionare. Questo da consapevolezza e fiducia. Si arriva, finalmente a capire, che se i prodotti si vendono, quel progetto ha una ragione di essere. Una donna, una giovane donna, che produce vini fini e raffinati in un territorio dove l’opulenza e la tradizione la fanno da padrona, è una aliena. Difficile da essere accettata a meno che sia un precursore, che anticipa i tempi. Così che quando questi tempi arrivano, et voilà. Una azienda, Massimago, che adesso ha 12 ettari, produce ottantamila bottiglie. È un Wine resort in Valpolicella. 7 vini prodotti (tra i quali pure un Ripasso ma ci sta). Insomma, sembra che possa bastare no? E invece no. Perché poi i sogni, ti portano a volare. Mi sono sposata nel 2016 e adesso ho un bimbo che ha due anni. Ho vissuto a Verona fino a due anni fa poi quando è nato il bimbo abbiamo deciso di trasferirci a Padova. Almeno c’erano i nonni. Da li sono vicino a Venezia e ho tanti voli per la Puglia. La Puglia? Mò che c’entra la Puglia. Non eravamo in Veneto?
L’ho detto che i sogni fanno volare. Abbiamo una azienda dal 2008 in Puglia, Masseria Cuturi. Vini e ospitalità. Molto complesso da seguire. Soprattutto a livello familiare. Un bimbo di due anni che non arrivava mai. Con lo stress era difficile. Coraggio. Forza. Impegno. A guardarla sembra fragile Camilla. Quando parla ha un tono soave dal quale non traspare grinta e determinazione. Ma è acqua cheta e mia nonna diceva di non fidarsi mai dell’acqua cheta. Un pò come quando si va per mare e la regola è di aver sempre timore del mare perché merita rispetto. Camilla ha quella forza interiore che le fa affrontare tutte le cose della vita con leggerezza impegnata ovvero quella capacità per imbarcarsi nelle sfide per amore e passione. Abbiamo sempre avuto una grande affezione per la Puglia. Andavamo in vacanza li. C’era attrazione. Abbiamo conosciuto un tecnico che piantava le vigne ci diceva: voi non avete idea, qui c’è un terreno, vicino al mare, figo… In Veneto sei abituato a piccole pezzi di terra mentre in Puglia ci sono i latifondi. Abbiamo incontrato nel 2008 un tizio che vendeva terreni e ci ha offerto a pochissimo un terreno. Con altri due soci, visto che il progetto era ambizioso abbiamo detto: proviamo. Mia madre era quella che più spingeva. Non so per quale motivo. L’abbiamo sempre chiamata la masciara, la strega buona ha sempre trasformato in oro quello che il suo istinto la spingeva a fare. Per lei era come una chiamata. Così è stata una cosa un pò incosciente. Giù ci sono 300 ettari. Quando siamo arrivati non c’era il vigneto adesso ci sono 40 ettari. Potremmo espanderci ma non vogliamo ampliare il vigneto. È una masseria storica che veniva chiamata la Conca d’oro. Li sono state impiantate le prime barbatelle di primitivo. Siamo arrivati che era all’asta. Abbiamo dovuto recuperare i diritti di impianto e questo per un veneto era la morte. Una delle tante sfide che abbiamo dovuto affrontare pur di stare li. Qualcuno ci dice ma chi ve l’ha fatto fare ad andare in Puglia? Però li c’è una potenzialità pazzesca che in veneto non c’è più. In Veneto tutto è stato inventato. In Puglia è tutto da inventare. Ma chi te lo fa fare Camilla? I meno sensati potrebbero pensare e dire questo. Ecchissenefrega so che risponderebbe Camilla.
Quando sei una donna che ha superato le proprie paure, che ha capito che sgomitando gentilmente, applicandosi, sperimentando, costruendo, si può ottenere qualcosa.
Costruendo. Ecco, questo il verbo giusto. Costruendo. Camilla ha costruito tutto mattone su mattone, chicco su chicco, zolla su zolla. E non si ferma. Sarà una vita su e giù. È come se avessi due figli che vivono in città diverse. Mio marito, quando sono in momenti di estasi dovuto al sole e al mare chiamo mio marito e gli dico perché non ci trasferiamo sei mesi qui? Lui mette giù. Lui ha una azienda in Veneto di impianti delle cantine. Lavora nel mondo del vino dunque. Anche lui ha settanta dipendenti. Insomma tanti cavoli. Due aziende. Due regioni diverse. Un marito. Un figlio. Su e giù per l’Italia e non solo visto che tutti la vogliono in giro. Adesso la vogliono mentre prima non se la filavano. Strana la vita. Strani i sogni. Ma non quelli di Camilla. Il teletrasporto è il mio sogno. Ci sono però due sogni diversi. Due desideri forti. Che Massimago diventi una stella della viticoltura, un brand riconosciuto. Per la Puglia poi mi scontro con la realtà ma vorrei che il prodotto da Primitivo venga riconosciuto come qualcosa di alto livello. Giù vendiamo 80 mila bottiglie dunque il resto della uva, la vendiamo. Vorremmo una boutique winery. In Veneto ce ne sono tante di boutique. Giù ci sono solo realtà grandi che mangiano quelle piccole. Non esistono boutique winery ed è una cosa che crea inquietudine perché capisco che gli imprenditori pugliesi sono eroi perché non hanno quello che abbiamo in Veneto. Qui se vuoi aprire una impresa ti portano tutto, anche la corrente. Giù sembra remino contro. Non hai nulla. È come vivere in due mondi diversi. Soffro come un prodotto bello ed elegante venga svilito dalle grandi realtà. Il sogno, la soddisfazione di Camilla, passa per il successo delle sue aziende. Una voglia di rivincita che non si ferma. Non so se lo faccia solo per lei ma poco importa. Lei c’è riuscita, ci sta riuscendo, ci riuscirà. E non già con arroganza ma con quella grazia e gentilezza che la contraddistingue. Sono in due zone difficili in questo contesto storico. Produco vini rossi importanti con alto grado alcolico. La mia sfida è la rivoluzione gentile per trasformare tutto quello che è pesante in elegante e leggero. Dall’opulenza all’eleganza. È una questione di tempo. Quando il settantenne mi dice che farebbe il vino sorrido. Io vedo la luce in fondo al tunnel dopo venti anni Camilla è una di quelle meravigliose, forti, determinate donne combattenti, autrici di rivoluzioni gentili e non urlate. Concrete, costanti, vere. Come vera è lei e veri sono i suoi vini. Raffinati come i suoi modi, fini come il suo essere, ammalianti come il suo sguardo. Uno sguardo che lascia sempre trapelare un velo di insoddisfazione latente. Magari dovuto al non potersi più occupare, da agronoma, della terra e delle vigne come vorrebbe. O forse solo per coltivare quel suo senso di voler mandare a quel paese il mondo intero e starsene per i fatti suoi. Magari glielo chiederò in una prossima occasione. Quello che però è certo è che Camilla è una di quelle donne che non chiedono permesso, seminano rivoluzioni. Vedete che alla fine, le parole della canzone di Marcella Bella a Sanremo erano perfette per Camilla? Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente Aspettate che non ho finito. Già, mancano i vini che ho assaggiato. Li ho involontariamente lasciati alla fine. Non già per esercizio stilistico o tattica comunicativa. No, non è per questo, ma la storia di Camilla mi ha così preso che sono arrivato alla fine senza parlare dei suoi vini. Poi, quando ho riletto il pezzo, non sapevo dove metterli. Eppure i vini parlano di lei, del suo carattere, della sua forza. Ma anche della sua sensualità e dell’essere donna: capace, determinata. Donna. Tre vini allora.
Duca Fedele, il Valpolicella DOC; Profasio il Valpolicella Superiore; l’Amarone della Valpolicella DOCG. Cominciamo dal Duca Fedele.
Corvina, Corvinone e Rondinella nella loro espressione più semplice ed immediata che non vede neanche di striscio il legno così da renderlo un vino espressivo ed immediato. Eppure nel calice appare setoso, sinuoso, armonico. Sensazione che ritrovo al naso per via di una frutta intensa e viva che si mescola con i fiori rossi. Non me ne vogliate male, ma la sensazione che ho è quella di una gamba sinuosa che si avviluppa alla mia. Pienezza e dolcezza al naso con le fragole, i frutti di bosco, le ciliegie, i ribes, la mora, l’anguria e l’arancia sanguinella a dare freschezza. Un pò di pepe bianco a dare del brio: come se ci si incipriasse il naso.
In bocca l’arancia si fonde con la ciliegia facendo comunque sentire la sua freschezza. La gamba che mi avviluppava ora mi stringe e il respiro si amplia per via del balsamico. Un abbraccio che dura a lungo e con incisività per via dei tannini maturi ma non domi.
Elegante e fine anche nella sua semplicità per un vino che si beve tutti i giorni. Senza impegno e con felicità nell’avere accanto la persona che ami. Profasio, un Amarone che non ha perso tempo ad appassire. In fondo è così che si fa il Valpolicella Superiore. Certo, la permanenza per l’affinamento in botte è, più o meno, la metà dell’Amarone (ovvero 18 mesi) ma il risultato, credetemi, è incredibile.
La finezza è in questo vino e la si vede non appena lo si versa nel calice. Non c’è densità ma trasparenza e profondità quasi brillante. I sentori escono uno dietro l’altro come i topolini attratti dalle note del Pifferaio magico. Sensazioni pungenti e dolci che si alternano per creare sensazioni calde e avvolgenti di puro benessere. Senza mai essere eccessivo o volgare. Dal pepe al pellame, dal sottobosco alla noce moscata, dal cacao al cardamomo, dalla ciliegia sotto spirito alla prugna, dai fiori rossi al cacao. E si potrebbe ancora continuare con il vortice di emozioni.
In bocca il benessere continua con le sensazioni morbide e vellutate con la ciliegia che danza sensualmente in bocca. I tannini sono morbidi e arrivano insieme alla freschezza per fornire sensazioni di continua intensità voluttuosa. Sapido, quasi salato, minerale ho come la sensazione di avere in bocca un dito con del sangue da fermare. Un finale che sembra volersi dirigere verso l’amaro ma non ci pensa minimamente ad arrivarci: ha bisogno di dolcezza, ampiezza, godimento. Perché questo vino seduce e ha voglia di sedurre. Cosa manca per far si che la seduzione si trasformi in sensazioni orgasmiche? L’appassimento ovviamente. Quello che porta in se l’Amarone della Valpolicella DOCG 2018.
Marmellata di ciliegie cotte nel legno di rovere, spezie che danzano tra pepe nero, cannella e chiodi di garofano. Un soffio di tabacco umido e cioccolato fondente, avvolge il naso in un effluvio incantato. Basta un roteare del bicchiere per scoprire un sottobosco segreto, dove la frutta sotto spirito sussurra storie di terre lontane.
In bocca, un orgasmo di sensazioni. L’alcol, forte ma addomesticato dalla corposità del frutto, irrompe impetuoso. La ciliegia diventa amarena: dolcezza avvolgente che si trasforma in un amaro seducente, un abbraccio mortale che non lascia scampo. Persistenza lunga, lunghissima, come la voglia di continuare a bere questo sorso. Elegante e determinato, non anela altro che il calice sia condotto alla bocca per svelare i suoi segreti. Bere questo vino è celebrare un inno alla passione che non chiede permesso, ma conquista. Per finire, a casa di amici, proprio mentre stavo stavo scrivendo questo pezzo, mi hanno offerto Conte Gastone, l’Amarone della Valpolicella DOCG che si differenzia dal precedente per la provenienza da particelle diverse e un anno circa di minor affinamento.
Ecco, direi, per semplificare (spero non troppo) che mentre l’Amarone precedente è la passione matura, calda, sensuale e consapevole, Gastone rappresenta quella giovanile. Ogni sentore, ogni sensazione è altrettanto meravigliosa e goduriosa ma meno ragionata, più istintiva, più primordiale. Ci sono tutte le caratteristiche di finezza ed eleganza liberate da preconcetti e orpelli così da renderlo ribelle e per tutti.
Qualcosa mi dice che Gastone rappresenti la Camilla dei primi tempi mentre l’Amarone classico quella attuale.
Magari mi sbaglio. Chissà Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Per una donna, farsi strada in un mondo prettamente maschile, è dannatamente duro e tanto più il mondo di riferimento ha radici profonde nella storia, tanto più duro sarà emergere.
Pensiamo all’agricoltura e alle sue radici. Nella società di un tempo come in quella attuale, alle donne era consentito al massimo di badare all’orto o agli animali. On top alla famiglia ovviamente. Tutto il resto, la vera gestione dell’azienda e del lavoro dunque, era per i soli uomini. I maschi. Nessuna discussione. Trovare una donna che si dedicasse all’agricoltura era praticamente impossibile.
Oggi? Oggi magari è pure chic darsi all’agricoltura o alla vigna. Non ovunque, bene inteso. Ma è chic. Integrazione, parità, conquista. Vallo a capire. Di certo, se una donna decide di voler far qualcosa è perché è davvero forte e tosta. Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente
Una mina vagante
Sono una combattente
Fammi mille complimenti e stop
Tanto i miei difetti già li so
Forte
Tosta
Indipendente
Non mi tocca niente Quando ho sentito le parole di questa canzone, Pelle diamante di Marcella Bella, ho immediatamente pensato a Camilla. Camilla Rossi Chavenet è l’anima di Massimago.
La guardo e vedo una donna che esprime tenerezza e classe. Non saprei dire se, incontrandola per strada, direi sia una vignaiola, però quando le parlo capisco che è una delle donne con più carattere io abbia mai avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino.
Siamo a Mezzane, in quella parte della Valpolicella a nord est di Verona. Una valle selvaggia, anomala direi rispetto ai paesaggi della Valpolicella Classica. Oggi essere donna e guidare una azienda vitivinicola, diciamocelo, fa figo e si può raccontare. Fa parte della narrazione che si può e si deve fare per poter sembrare qualcosa. Venti anni fa non era propriamente così. Facciamo in fretta a non ricordare quanto l’emancipazione delle donne non sia che una conquista piuttosto recente. In campagna la donna era quella che stava in casa non certo nei campi. In cantina non doveva nemmeno entrare. Occorre ricordare. Ammettere e ricordare quanto maschilista possa essere stato e in parte lo è ancora il mondo dell’agricoltura e del vino.
Una donna come Camilla non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Eppure non è nata in campagna. Ha scelto di andarci. Infatti, il modo con cui parla fa capire la provenienza da una famiglia che nulla ha a che vedere con il vino. Modi gentili, parole ricercate, tono pacato. Sono segni di una educazione importante. Forse rigida, non so. Poi, quando si scioglie, una sorta di animo ribelle e sognatore, emerge come la cresta di un’onda. Di quelle che, infrangendosi sulla riva, si acquetano. La mia è una storia un pò fuori dagli schemi nel bene e nel male. Vengo da una famiglia di professionisti. Mia madre è un avvocato matrimonialista, divide quello che dio unisce. Quando mi sono sposata mio marito mi ha guardato con una paura….Il Prete dice Nessun uomo divida quello che dio unisce… Inizia cosi Camilla. Con la sua tenera ironia. Gli occhi che saettano e sorridono più di quanto possa fare la bocca. Mi fa subito simpatia ma, non so perché, ho come l’impressione che sia meglio non farla arrabbiare. O contraddirla. Mio padre è un dentista. Insomma niente a che vedere con la campagna. Nessuno dei due ha avuto passione per il vino. In casa di bottiglie non ne giravano. Una partenza un pò cosi capisci? Quando ho compiuto diciotto anni, da super appassionata di profumi, volevo fare qualcosa in questo campo. O nei gioielli. Ho sempre avuto un laboratorio dove stavo li a sperlinare come dicevano i miei. Ho sempre avuto l’idea della artigianalità, dei profumi, delle cose vere. Ribellione o concretezza? Forse un misto. Un misto di sensazioni. Di sicuro la voglia di evadere e di far prevalere un carattere poco incline a quanto la famiglia potesse offrirle.
Papà Paolo dentista a Padova. Mamma Lorenza, avvocato esperta di diritto di famiglia che fonda già nel 1982 uno studio che si tramuta in società, CRCLEX nella quale finisce per lavorare anche il fratello di Camilla, Carlo. Insomma, ce ne è per far parte di un complesso meccanismo familiare. O non farne proprio parte. A 18 anni non avevo neanche la patente e mi sono iscritta ad un corso di sommelier che era sui Colli Euganei. Sono originaria di Padova. Scopro il mondo del vino. Wow. A quella età ti fai una idea di quello che vuoi fare da grande. Così dici: minchia, bella sta roba. Vera. Concreta. Divertente. È lei. È Camilla. Ribelle. Anche perché non è che si può accontentare di fare un corso da sommelier. Una come lei, vuole fare. Abbiamo sempre avuto una casa colonica con sei ettari di vigne vecchie. Conferivamo le uve in cantina sociale. Nella vallata di Mezzane tra Soave e la Valpantena. Un pò a latere rispetto alla Valpolicella. Ricordo mio nonno, notaio. Il bisnonno magistrato. Tutti giuristi. Tutti legati alla teoria e al verbo e poco alla pratica. Nonno era uno di nove fratelli e aveva rilevato la tenuta. Aveva due figlie femmine. Prima di mancare diceva: scusate se vi lascio una rogna. Con due figlie femmine, la campagna era una rogna. Era più un problema da risolvere. Vendere no perché apparteneva alla famiglia da sempre. Le parole di Camilla, pur se pronunciate con il sorriso, evidenziano le ferite di quel tempo che, parzialmente, non c’è più. Quando le donne non erano ben accette alla tavola degli uomini.
Nuttata persa e figlia femmina, dice un vecchio adagio siciliano. Mi sono iscritta ad agraria perché mi piaceva il vino. Anche ero spaventata perché sapevo che il mondo del vino era ed è tosto. La tenerezza di Camilla è sempre presente. Paura di sbagliare. Paura di apparire. Di pensare che un mondo maschilista non l’avrebbe mai accolta. Eppure non si ferma. Arrivavo da un liceo classico dunque non avevo niente a che vedere con la chimica. Scelsi agraria. Da li mi sono appassionata e ho studiato al Politecnico a Madrid e poi a Montpellier. Lo stereotipo più grosso l’ho vissuto con i miei coetanei più che con i miei genitori che per primi volevano valorizzare la casa in campagna. Erano anche contenti che facessi qualcosa di esotico forse perché si resero conto che non sarei stata un bravo avvocato. Quando mi sono impuntata sul progetto erano un pò spaventati perché pensavano fosse un capriccio. Sono stati bravi a darmi carta bianca e lasciarmi fare, cosa che è stata la mia fortuna. Dall’altro è andata bene perché anche io avevo una passione vera. La grandezza delle persone sta proprio in questa capacità di capire e assecondare i propri figli. Non abbandonandoli, seguendoli a debita distanza. Certo, per una famiglia come quella di Camilla, pensare che la propria figlia si volesse cimentare nell’agricoltura, non doveva sembrare proprio la migliore scelta di vita. Ma è la forza che c’è dentro che aiuta. Ero l’unica ragazza che faceva agraria. Andavo alle feste e mi chiedevano: cosa studi? Agraria? Ma come tu sei una ragazza.. le mucche, il letame…Studiando all’estero questo stereotipo non esiste ed è strano per l’Italia che è un paese agricolo. In Francia e Spagna sei ingegnere agronomo. In Italia sei di serie B. All’estero ho respirato aria di entusiasmo. Tutto bello però poi dalla teoria occorre passare alla pratica. Dalla città, si va in campagna. Il percorso inverso di Renato Pozzetto nel Il ragazzo di campagna.
E qui la vita non è che sia propriamente semplice. La casa di Mezzane era affidata ad un mezzadro che parlava solo in dialetto. Il freddo arrivava per via di un riscaldamento non c’era. L’umido si faceva sentire eccome. Con il caldo l’aria condizionata se la poteva pure sognare. I campi, le lavorazioni, la vendemmia. Insomma condizioni non propriamente ideali per una ragazza di città. Secondo me i bookmaker avrebbero accettato scommesse sulla permanenza di Camilla a Mezzane. Sono sempre vissuta in città dunque quando venivo qui In campagna tutti i giorni senza riscaldamento. Il mezzadro più vecchio di me che in dialetto mi diceva: non devi fare così, devi fare colà. Stiamo parlando del 2003. Ventidue anni fa. Sembra un secolo a guardarsi indietro ma se ne stiamo parlando è proprio perché nessuno avrebbe scommesso su Camilla e invece si sbagliavano. Ci sarebbe da fargli un gestaccio ma siamo signori!
Il 2007 segna la nascita della azienda Camilla Rossi Chauvenet: Massimago L’azienda era intestata a mia madre con il mezzadro che coltivava l’uva. Quando conferisci le uve devi conferirle tutte. Quando ci siamo staccati è stato un rischio perché vinificavo una parte e l’altra la vendevo. Se non fossi riuscito a venderle non ci saremmo sostenuti. La cantina sociale ti paga magari meno ma ti paga. È una consapevolezza che si raggiunge gradualmente. È come una fase adolescenziale dove non sei ne carne ne pesce. Devi capire chi sei. La tua identità. Lo stile. All’epoca facendo tutto da me ho buttato in aceto tante cose. Devi imparare tutto. Anche i documenti. La vinificazione. I registri. Il mezzadro l’ha presa malissimo e non riuscivamo a parlare la stessa lingua. Poi c’era un pregiudizio profondo nei confronti di una ragazza giovane. Dopo due anni ho dovuto licenziarlo. All’ingresso del fondo avevo messo delle rose. Appoggiate per piantarle. Il giorno seguente non le ho più trovate. Ero una talebana all’epoca. Così ho scritto un cartello: chi ruba le rose non ha cuore. Dopo questo cartello c’è gente che ha scritto sotto. No, non so stata mi. Cosa che dici? Provate solo ad immaginare l’ambiente e cosa Camilla ha dovuto passare. Osteggiata da tutti, probabilmente anche dalle altre donne. Un ambiente che non vedeva di buon occhio anche solo la possibilità che una donna, perdipiù giovane, potesse farcela in campagna. Fare vino poi? Praticamente impossibile. Inimmaginabile. Quando sono arrivata ho subito messo i puntini sulle i. Ho dovuto farlo perché dovevo farmi rispettare. Le etichette che ho fatto erano austere perché all’epoca non doveva risultare che erano fatte da una ragazza. Non era figo come ora. Non volevo che trasparisse che fossi una ragazza giovane che magari giocasse con il vino. Costretta a nascondersi per evitare i pregiudizi. Altro che outing. Difficile stare al mondo in certi tempi. Una maschera perché non apparisse che dietro quella etichetta ci fosse una ragazza che stava giocando. Con il Dio Amarone poi. Con la tradizione. Quando ho fatto lo spumante con le uve dell’Amarone mi hanno chiamato strega: come fai a sprecare le uve dell’Amarone. Non siamo mica a Conegliano. Non serve studiare. Non serve avere l’amore per la terra. Non serve avere la passione. C’è sempre qualcuno che non crede tu possa farcela per il semplice motivo che sei diverso. Che non sei nel solco della tradizione. Che non fai le cose come si sono sempre fatte. Il primo e secondo anno ho fatto il vino da sola ma malamente. Poi ho chiamato un enologo che era sui Colli Euganei. Parlavo volentieri perché era filo francese. Zero zuccheri residui, finezza. Questo era un grande affronto a quello che era venti anni fa l’Amarone con la pienezza degli zuccheri. Alla mia prima anteprima dell’Amarone del 2008 mi hanno detto: questo non è Amarone. Fin da subito è stato uno choc. Ma mantenere la banda dritta per me è stato un vanto. Pesante ma un vanto. Capire che il tuo stile non appartiene a quello che è in voga al momento, crederci e mantenerlo è stata dura. Non facevo nemmeno il Ripasso perché lo consideravo una scelta volgare. Camilla sei meravigliosa. Ti amo davvero! Definire il Ripasso una scelta volgare è quanto di più vero ci sia. Capisco le scelte commerciali, capisco la necessità di incrementare il business ma realizzare un vino che è stato filtrato con le bucce esauste dell’Amarone è esattamente come mettere dei trucioli di legno nel vino perché sappia di legno. Ne più ne meno. Volgare. Noi volevamo entrare nelle cose, capirle. Questo ha comportato una dilazione nel tempo. Se vuoi farlo con le tue gambe sbattendoci il muso abbiamo commesso errori spendendo tanti soldi. Facendolo in prima persona ti appropri di più di quello che è il progetto. È molto più profondo. La profondità dunque lo stile era un modo per rompere con il passato, distinguersi, affermarsi come donna. Trovare qualcosa che le appartenesse, che rimandasse alla artigianalità più che alla imprenditorialità. Un aspetto questo che Camilla si porta anche oggi dietro. Oggi che è cresciuta è come se fosse un rammarico. Un non essere più in grado, nonostante ci creda ancora, a far lei le cose. Una donna che si sente più vignaiola che imprenditrice. Non ero e non sono interessata a qualcosa di grande. Ho cominciato questo lavoro questo progetto perché quando ho vissuto in Francia ho visto realtà piccole che funzionavano nonostante le dimensioni. Non ho mai pensato che il successo dipendesse dalla grandezza di una azienda. Lo credo ancora Il poter solo pensare che una azienda artigianale possa sopravvivere in questo mondo di squali è come poter dipingere un quadro su una tela per realizzare un capolavoro. Altro che immagine digitale. Sporcarsi le mani per creare qualcosa. Sì può. Sì può ancora. Anche se poi, quando le cose vanno bene e si cresce, le dinamiche cambiano, le necessità mutano, le esigenze diventano altre. Tutte le aziende agricole sono gestite a livello familiare. Il papà sul trattore, il figlio in cantina, la mamma che fa i conti, la figlia….fa marketing. La ragazza non può fare cose importanti. Relegata alle cose minori dove non ci sono scelte importanti. L’assetto familiare organizzativo funziona. Io ero da sola. Proprio da sola. Non potevo nemmeno chiamare mia madre o mio padre. Dovevo sempre assumere qualcuno perché mi aiutasse. Sono riuscita a vendere fino a 30.000 bottiglie poi non ce l’ho più fatta e ho dovuto assumere un commerciale. Quando sei costretto ad assumere del personale, il tuo modello di business cambia. Devi pensare a produrre più bottiglie, modificare i listini, ecc. anche l’impegno a livello personale cambia. Hai voluto fermante fare quel lavoro li per metterci le mani, ti rendi conto che per sostenere la macchina devi viaggiare di più, presenziare, ecc. Non può più occuparti di quello che Volevi. Mi sono resa conto e questo è quello che mi ha cambiato profondamente la vita e i sogni iniziali. Sorride ricordando queste cose anche se un velo di tristezza cala sugli occhi. Come se la crescita non fosse stata una cosa buona. L’aver dovuto lasciare parte di quello che l’aveva fatta crescere per dedicarsi ad altro, all’azienda. Sembra un controsenso perché tutti vogliono crescere, guadagnare tanto. Anche Camilla certo, ma forse non aveva fatto i conti con cosa volesse dire, diventare grandi. Una dinamica a livello personale pesante. Camilla voleva lavorare con le mani e non occuparsi della parte commerciale e si trova, necessariamente, a doverlo fare. Nei miei sogni, nel mio mondo ideale, Camilla stava in campagna. Avrebbe dovuto fare tutt’altro di quello che poi ho dovuto imparare a fare. Inventi la ruota. Adesso, dopo essere cresciuti da trentamila a ottantamila bottiglie sembra che il carico emotivo e fisico sia davvero pesante. Pesantissimo soprattutto nel momento in cui non riesci a trovare le persone giuste nel tuo team. I primi anni sono stati pesanti perché anche a livello di soddisfazione, una startup in tre quattro anni vai a breakeven. In agricoltura o in realtà come queste devi fare investimenti perché hai un prodotto che va a scaffale dopo cinque anni. Un ciclo molto lungo che ti blocca a livello finanziario sopratutto se sei una startup. Partire da zero è drammaticamente difficile. Il biologico non ha certamente aiutato. La giovane età nemmeno. L’essere donna men che mai. Occorre fare i conti con le persone che non aiutano, anzi remano contro cosi. La crescita non ha sacrificato lo stile. Siamo riusciti a mantenere la barra dritta. Lo stile si è mantenuto anche aumentando il numero di bottiglie in termini di referenze. Abbiamo alleggerito i legni. Partiti con le barrique, poi i tonneaux poi le botti grandi. Con la Garaganega e il Valpolicella Superiore siamo partiti con il legno poi solo acciaio. È un percorso. Come un viaggio nel quale capisci quali scarpe ti stanno più comode. Il team è fondamentale. Se parlano la tua lingua, usano gli stessi strumenti di comunicazione, è più facile. Non me lo dice esplicitamente Camilla ma sono certo che quegli anni per lei deve essere stata durissima non solo per le condizioni a contorno ma per la fottuta paura di non farcela. Anche se la famiglia le aveva dato carta bianca, non farcela avrebbe significato far pensare fosse stato solo un gioco. Che gioco non era affatto. Sia per le difficoltà incontrate e superate con tanta fatica, sia perché questo era proprio quello che Camilla desiderava sempre fare. Ma la paura dell’insuccesso è sempre li, latente. Non va via. Se non quando succede che le cose iniziano ad andare bene. Quando ho raggiunto il breakeven è stata la soddisfazione più importante. In termini di vendite. Nel momento in cui le mie vendite ripagavano i costi, ho detto bene sta funzionando. Gira tutto. Non è una cosa da poco. La proprietà, l’immobile, è di mia madre. Ha dato tutto in usufrutto a me. Sono in società con mio fratello. Nonostante la società sia agricola a titolo personale, sono io l’amministratore, deve funzionare. Questo da consapevolezza e fiducia. Si arriva, finalmente a capire, che se i prodotti si vendono, quel progetto ha una ragione di essere. Una donna, una giovane donna, che produce vini fini e raffinati in un territorio dove l’opulenza e la tradizione la fanno da padrona, è una aliena. Difficile da essere accettata a meno che sia un precursore, che anticipa i tempi. Così che quando questi tempi arrivano, et voilà. Una azienda, Massimago, che adesso ha 12 ettari, produce ottantamila bottiglie. È un Wine resort in Valpolicella. 7 vini prodotti (tra i quali pure un Ripasso ma ci sta). Insomma, sembra che possa bastare no? E invece no. Perché poi i sogni, ti portano a volare. Mi sono sposata nel 2016 e adesso ho un bimbo che ha due anni. Ho vissuto a Verona fino a due anni fa poi quando è nato il bimbo abbiamo deciso di trasferirci a Padova. Almeno c’erano i nonni. Da li sono vicino a Venezia e ho tanti voli per la Puglia. La Puglia? Mò che c’entra la Puglia. Non eravamo in Veneto?
L’ho detto che i sogni fanno volare. Abbiamo una azienda dal 2008 in Puglia, Masseria Cuturi. Vini e ospitalità. Molto complesso da seguire. Soprattutto a livello familiare. Un bimbo di due anni che non arrivava mai. Con lo stress era difficile. Coraggio. Forza. Impegno. A guardarla sembra fragile Camilla. Quando parla ha un tono soave dal quale non traspare grinta e determinazione. Ma è acqua cheta e mia nonna diceva di non fidarsi mai dell’acqua cheta. Un pò come quando si va per mare e la regola è di aver sempre timore del mare perché merita rispetto. Camilla ha quella forza interiore che le fa affrontare tutte le cose della vita con leggerezza impegnata ovvero quella capacità per imbarcarsi nelle sfide per amore e passione. Abbiamo sempre avuto una grande affezione per la Puglia. Andavamo in vacanza li. C’era attrazione. Abbiamo conosciuto un tecnico che piantava le vigne ci diceva: voi non avete idea, qui c’è un terreno, vicino al mare, figo… In Veneto sei abituato a piccole pezzi di terra mentre in Puglia ci sono i latifondi. Abbiamo incontrato nel 2008 un tizio che vendeva terreni e ci ha offerto a pochissimo un terreno. Con altri due soci, visto che il progetto era ambizioso abbiamo detto: proviamo. Mia madre era quella che più spingeva. Non so per quale motivo. L’abbiamo sempre chiamata la masciara, la strega buona ha sempre trasformato in oro quello che il suo istinto la spingeva a fare. Per lei era come una chiamata. Così è stata una cosa un pò incosciente. Giù ci sono 300 ettari. Quando siamo arrivati non c’era il vigneto adesso ci sono 40 ettari. Potremmo espanderci ma non vogliamo ampliare il vigneto. È una masseria storica che veniva chiamata la Conca d’oro. Li sono state impiantate le prime barbatelle di primitivo. Siamo arrivati che era all’asta. Abbiamo dovuto recuperare i diritti di impianto e questo per un veneto era la morte. Una delle tante sfide che abbiamo dovuto affrontare pur di stare li. Qualcuno ci dice ma chi ve l’ha fatto fare ad andare in Puglia? Però li c’è una potenzialità pazzesca che in veneto non c’è più. In Veneto tutto è stato inventato. In Puglia è tutto da inventare. Ma chi te lo fa fare Camilla? I meno sensati potrebbero pensare e dire questo. Ecchissenefrega so che risponderebbe Camilla.
Quando sei una donna che ha superato le proprie paure, che ha capito che sgomitando gentilmente, applicandosi, sperimentando, costruendo, si può ottenere qualcosa.
Costruendo. Ecco, questo il verbo giusto. Costruendo. Camilla ha costruito tutto mattone su mattone, chicco su chicco, zolla su zolla. E non si ferma. Sarà una vita su e giù. È come se avessi due figli che vivono in città diverse. Mio marito, quando sono in momenti di estasi dovuto al sole e al mare chiamo mio marito e gli dico perché non ci trasferiamo sei mesi qui? Lui mette giù. Lui ha una azienda in Veneto di impianti delle cantine. Lavora nel mondo del vino dunque. Anche lui ha settanta dipendenti. Insomma tanti cavoli. Due aziende. Due regioni diverse. Un marito. Un figlio. Su e giù per l’Italia e non solo visto che tutti la vogliono in giro. Adesso la vogliono mentre prima non se la filavano. Strana la vita. Strani i sogni. Ma non quelli di Camilla. Il teletrasporto è il mio sogno. Ci sono però due sogni diversi. Due desideri forti. Che Massimago diventi una stella della viticoltura, un brand riconosciuto. Per la Puglia poi mi scontro con la realtà ma vorrei che il prodotto da Primitivo venga riconosciuto come qualcosa di alto livello. Giù vendiamo 80 mila bottiglie dunque il resto della uva, la vendiamo. Vorremmo una boutique winery. In Veneto ce ne sono tante di boutique. Giù ci sono solo realtà grandi che mangiano quelle piccole. Non esistono boutique winery ed è una cosa che crea inquietudine perché capisco che gli imprenditori pugliesi sono eroi perché non hanno quello che abbiamo in Veneto. Qui se vuoi aprire una impresa ti portano tutto, anche la corrente. Giù sembra remino contro. Non hai nulla. È come vivere in due mondi diversi. Soffro come un prodotto bello ed elegante venga svilito dalle grandi realtà. Il sogno, la soddisfazione di Camilla, passa per il successo delle sue aziende. Una voglia di rivincita che non si ferma. Non so se lo faccia solo per lei ma poco importa. Lei c’è riuscita, ci sta riuscendo, ci riuscirà. E non già con arroganza ma con quella grazia e gentilezza che la contraddistingue. Sono in due zone difficili in questo contesto storico. Produco vini rossi importanti con alto grado alcolico. La mia sfida è la rivoluzione gentile per trasformare tutto quello che è pesante in elegante e leggero. Dall’opulenza all’eleganza. È una questione di tempo. Quando il settantenne mi dice che farebbe il vino sorrido. Io vedo la luce in fondo al tunnel dopo venti anni Camilla è una di quelle meravigliose, forti, determinate donne combattenti, autrici di rivoluzioni gentili e non urlate. Concrete, costanti, vere. Come vera è lei e veri sono i suoi vini. Raffinati come i suoi modi, fini come il suo essere, ammalianti come il suo sguardo. Uno sguardo che lascia sempre trapelare un velo di insoddisfazione latente. Magari dovuto al non potersi più occupare, da agronoma, della terra e delle vigne come vorrebbe. O forse solo per coltivare quel suo senso di voler mandare a quel paese il mondo intero e starsene per i fatti suoi. Magari glielo chiederò in una prossima occasione. Quello che però è certo è che Camilla è una di quelle donne che non chiedono permesso, seminano rivoluzioni. Vedete che alla fine, le parole della canzone di Marcella Bella a Sanremo erano perfette per Camilla? Forte
Tosta
Indipendente
Pelle come diamante
Non mi fa male niente
Stronza, forse,
Ma sorprendente Aspettate che non ho finito. Già, mancano i vini che ho assaggiato. Li ho involontariamente lasciati alla fine. Non già per esercizio stilistico o tattica comunicativa. No, non è per questo, ma la storia di Camilla mi ha così preso che sono arrivato alla fine senza parlare dei suoi vini. Poi, quando ho riletto il pezzo, non sapevo dove metterli. Eppure i vini parlano di lei, del suo carattere, della sua forza. Ma anche della sua sensualità e dell’essere donna: capace, determinata. Donna. Tre vini allora.
Duca Fedele, il Valpolicella DOC; Profasio il Valpolicella Superiore; l’Amarone della Valpolicella DOCG. Cominciamo dal Duca Fedele.
Corvina, Corvinone e Rondinella nella loro espressione più semplice ed immediata che non vede neanche di striscio il legno così da renderlo un vino espressivo ed immediato. Eppure nel calice appare setoso, sinuoso, armonico. Sensazione che ritrovo al naso per via di una frutta intensa e viva che si mescola con i fiori rossi. Non me ne vogliate male, ma la sensazione che ho è quella di una gamba sinuosa che si avviluppa alla mia. Pienezza e dolcezza al naso con le fragole, i frutti di bosco, le ciliegie, i ribes, la mora, l’anguria e l’arancia sanguinella a dare freschezza. Un pò di pepe bianco a dare del brio: come se ci si incipriasse il naso.
In bocca l’arancia si fonde con la ciliegia facendo comunque sentire la sua freschezza. La gamba che mi avviluppava ora mi stringe e il respiro si amplia per via del balsamico. Un abbraccio che dura a lungo e con incisività per via dei tannini maturi ma non domi.
Elegante e fine anche nella sua semplicità per un vino che si beve tutti i giorni. Senza impegno e con felicità nell’avere accanto la persona che ami. Profasio, un Amarone che non ha perso tempo ad appassire. In fondo è così che si fa il Valpolicella Superiore. Certo, la permanenza per l’affinamento in botte è, più o meno, la metà dell’Amarone (ovvero 18 mesi) ma il risultato, credetemi, è incredibile.
La finezza è in questo vino e la si vede non appena lo si versa nel calice. Non c’è densità ma trasparenza e profondità quasi brillante. I sentori escono uno dietro l’altro come i topolini attratti dalle note del Pifferaio magico. Sensazioni pungenti e dolci che si alternano per creare sensazioni calde e avvolgenti di puro benessere. Senza mai essere eccessivo o volgare. Dal pepe al pellame, dal sottobosco alla noce moscata, dal cacao al cardamomo, dalla ciliegia sotto spirito alla prugna, dai fiori rossi al cacao. E si potrebbe ancora continuare con il vortice di emozioni.
In bocca il benessere continua con le sensazioni morbide e vellutate con la ciliegia che danza sensualmente in bocca. I tannini sono morbidi e arrivano insieme alla freschezza per fornire sensazioni di continua intensità voluttuosa. Sapido, quasi salato, minerale ho come la sensazione di avere in bocca un dito con del sangue da fermare. Un finale che sembra volersi dirigere verso l’amaro ma non ci pensa minimamente ad arrivarci: ha bisogno di dolcezza, ampiezza, godimento. Perché questo vino seduce e ha voglia di sedurre. Cosa manca per far si che la seduzione si trasformi in sensazioni orgasmiche? L’appassimento ovviamente. Quello che porta in se l’Amarone della Valpolicella DOCG 2018.
Marmellata di ciliegie cotte nel legno di rovere, spezie che danzano tra pepe nero, cannella e chiodi di garofano. Un soffio di tabacco umido e cioccolato fondente, avvolge il naso in un effluvio incantato. Basta un roteare del bicchiere per scoprire un sottobosco segreto, dove la frutta sotto spirito sussurra storie di terre lontane.
In bocca, un orgasmo di sensazioni. L’alcol, forte ma addomesticato dalla corposità del frutto, irrompe impetuoso. La ciliegia diventa amarena: dolcezza avvolgente che si trasforma in un amaro seducente, un abbraccio mortale che non lascia scampo. Persistenza lunga, lunghissima, come la voglia di continuare a bere questo sorso. Elegante e determinato, non anela altro che il calice sia condotto alla bocca per svelare i suoi segreti. Bere questo vino è celebrare un inno alla passione che non chiede permesso, ma conquista. Per finire, a casa di amici, proprio mentre stavo stavo scrivendo questo pezzo, mi hanno offerto Conte Gastone, l’Amarone della Valpolicella DOCG che si differenzia dal precedente per la provenienza da particelle diverse e un anno circa di minor affinamento.
Ecco, direi, per semplificare (spero non troppo) che mentre l’Amarone precedente è la passione matura, calda, sensuale e consapevole, Gastone rappresenta quella giovanile. Ogni sentore, ogni sensazione è altrettanto meravigliosa e goduriosa ma meno ragionata, più istintiva, più primordiale. Ci sono tutte le caratteristiche di finezza ed eleganza liberate da preconcetti e orpelli così da renderlo ribelle e per tutti.
Qualcosa mi dice che Gastone rappresenti la Camilla dei primi tempi mentre l’Amarone classico quella attuale.
Magari mi sbaglio. Chissà Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
20 Febbraio, 2025
Contrade dell’Etna, ecco l’edizione numero XVI
Nuova “casa” ed evento in 2 giorni: tutte le novità
Il 13 e 14 aprile 2025 torna Contrade dell’Etna che quest’anno festeggia la sedicesima edizione, da quando il visionario Andrea Franchetti diede vita all’appuntamento che ogni anno mette insieme le cantine del vulcano, appassionati di vino, stampa specializzata.
Il testimone, dal 2022, è stato raccolto dalla società Crew, che organizza la manifestazione e che quest’anno propone molte novità, a partire dal luogo in cui si terrà l’evento che si sposta a Randazzo, all’interno del Sikania Gardern Village. Gli spazi per i produttori saranno ricavati all’interno di un’enorme serra, con ambienti che si sviluppano sia all’interno che all’esterno. Una scelta, tra l’altro, che non fa più del fattore meteo un’incognita.
Contrade si svolgerà in due giornate (domenica e lunedì), scandendo i momenti dedicati ai wine lovers e al canale Ho.Re.Ca. Le masterclass si svolgeranno domenica 14 aprile, contestualmente agli assaggi, in una sala dedicata all’interno del Sikania Garden Village.
Tra le novità anche la presenza dei buyer.
Gli organizzatori di Crew, Raffaella Schirò, Massimo Nicotra, Sergio Cimmino
Oltre al luogo che ospiterà Contrade, una delle novità è rappresentata dai buyer che quest’anno si affiancheranno ai giornalisti che come ogni anno parteciperanno all’evento. Il nostro obiettivo è quello di fornire un ulteriore servizio alle cantine che potranno così avere la possibilità di incontri interessanti direttamente a ‘casa loro.
La Redazione
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