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15 Gennaio, 2025
Cocchi: nascono due nuovi vini in Alta Langa. Espressione Bianc 2018 e Espressione Noir 2018
Zero dosaggio, nessun vino di riserva, 60 mesi sui lieviti per esaltare le caratteristiche del millesimo 2018
C’è un tratto particolarmente rilevante che distingue l’Alta Langa dalle altre denominazioni di metodo classico: l’obbligo del millesimo. Per queste due nuove cuvée, Espressione Bianc 2018 ed Espressione Noir 2018, Cocchi ha lavorato per interpretare al massimo la forza e il carattere del millesimo 2018 declinati nella purezza dei due vitigni dell’Alta Langa, 100% Chardonnay per Espressione Bianc e 100% Pinot nero per Espressione Noir.
ANDAMENTO CLIMATICO ANNATA 2018
L’anno 2018 è ricordato in Piemonte per essere stato il secondo più caldo dei 61 anni precedenti, con un’anomalia termica media di circa +1,6°C rispetto alla climatologia del periodo1971-2000. In particolare, sono le temperature minime a essere state le più calde dell’intero periodo (dati Arpa Piemonte).
In questa situazione è stato importante, dal punto di vista viticolo, l’apporto delle precipitazioni con circa 1400 mm medi sulla regione, con un surplus pluviometrico del 32% rispetto alla norma 1971-2000.
La stagione invernale si è protratta fino all’inizio del mese di marzo con temperature inferiori alla media portando a una ripresa vegetativa della vite lenta e graduale.
La fioritura e la successiva allegagione si sono svolte in modo regolare e in condizioni climatiche ottimali, dalla metà di luglio le temperature si sono alzate sensibilmente senza però determinare anticipi della raccolta che è iniziata il mattino del 31 agosto. Questo andamento climatico ha permesso di ottenere vini base di buona densità aromatica con una freschezza acida equilibrata grazie anche alla fermentazione malo-lattica interamente completata per Espressione Bianc 2018.
VINIFICAZIONE E SPUMANTIZZAZIONE
Vendemmia interamente manuale.
Fermentazione malolattica, completa solo per Espressione Bianc 2018. Nessun vino di riserva: solo uve del millesimo 2018, per un racconto puro e fedele dell’annata. Brut Nature: 0 g/L di zuccheri, per mostrare in trasparenza il terroir e il millesimo. Invecchiamento di cinque anni in cantina: un percorso lento e meticoloso per vini dalla struttura complessa e dall’eleganza unica. Dopo il dégorgement, per dare modo al vino di ricreare il suo equilibrio, le bottiglie rimangono per almeno altri dieci mesi in cantina prima di essere messe in commercio. Produzione limitata: 6478 bottiglie e 150 magnum per ciascuna cuvée. Due interpretazioni di Chardonnay e Pinot nero, firmate dall’enologo Paolo Bava. Abbiamo voluto dare un’identità profonda a queste due nuove etichette Cocchi in funzione dell’annata, con la certezza che potremo creare un vino diverso ed emozionante per ogni vendemmia, visto che l’obbligo del millesimo è una delle caratteristiche che distingue la denominazione Alta Langa. Un progetto in cui crediamo moltissimo, tanto che abbiamo già sei diverse vendemmie in cantina pronte a dare continuità a questo sogno, una dopo l’altra La raccolta delle uve è stata svolta interamente a mano per rispettarne l’integrità; dalla pressatura sono stati selezionati i mosti con resa al 50%, e, al termine della fermentazione alcolica, la malolattica è avvenuta completamente per Espressione Bianc. Dopo il tiraggio, effettuato nella primavera successiva, ad aprile 2019, entrambi i vini sono stati affinato per 60 mesi (cinque anni) sui lieviti. Successivamente al dégorgement, le bottiglie sono rimaste a riposo per 10 mesi in cantina per dare modo ai vini di ricreare il loro equilibrio prima di essere messi sul mercato. ZERO ZUCCHERI AGGIUNTI PER AROMI INTENSI Il dosaggio zero valorizza la naturale acidità delle uve ed esalta i caratteri varietali dello chardonnay e del pinot nero di Alta Langa nel millesimo 2018. Espressione Bianc 2018: un vino dal colore oro pieno e integro. Seducenti sono i profumi iniziali fumé e lievitati tostati che lasciano presto spazio a purea di banana, confettura di cedro e limone, mango fresco. Aromi di gelsomino, latte di mandorle, muschio bianco e foglia di nocciola donano complessità e stratificano l’assaggio. La struttura è compatta e avvolgente, con grande densità di frutto e croccantezza. Il finale è balsamico con un tocco fumé, di mandorla tostata e spezie bianche. Bollicina fine e intrigante. Espressione Noir 2018: il lungo affinamento sui lieviti mette in risalto la trama fitta e complessa dei migliori Pinot nero in purezza, sviluppando colori delicati tendenti al giallo oro narciso con riflessi verdini, uniformi su tutto il calice e bollicine finissime. I profumi sono eleganti: ampio il primo impatto, con nocciola fresca, mallo di noce, concentrato di limone e cedro e un ventaglio di frutta a polpa bianca e note saline persistenti. In bocca, si ritrova una buona sapidità e il gusto secco tipico del pas dosè, un sapore fresco, definito e lungo che ricorda le nocciole di Langa e i frutti bianchi canditi, sempre mantenendo un buon bilanciamento con i toni acidi leggeri. VINI APPENA NATI CHE VANTANO UN’EREDITÀ PIONIERISTICA Fin dai primi passi nel mondo dell’Alta Langa, all’inizio del progetto sperimentale che ha condotto alla creazione della denominazione negli anni Novanta, Cocchi ha fatto dell’innovazione e della qualità la propria bandiera. La cantina è stata tra le prime a credere nel potenziale di questa appellazione, con un approccio visionario. Oggi, il risultato di questi investimenti si traduce in cuvée che esprimono al meglio le caratteristiche uniche del territorio delle terre alte di Langa e che continuano a ottenere riconoscimenti a livello mondiale. COCCHI E L’ALTA LANGA DOCG: UNA STORIA DI IMPEGNO E PRIMATI Cocchi si distingue non solo per la qualità dei suoi vini, ma anche la costante tensione verso l’eccellenza. Ogni nuova cuvée rappresenta un ulteriore passo avanti nella stretta relazione tra Cocchi e la denominazione Alta Langa: Cocchi è stata la prima cantina in assoluto a proporre un vino Alta Langa da sole uve Chardonnay (Bianc ‘d Bianc), primo millesimo 2000, e nello stesso anno la prima a proporre un vino rosato (Rösa); nel 2019, persino la prima a lanciare una Grappa di Alta Langa. Ancora oggi, per Cocchi, è un punto d’orgoglio la fedeltà piena alla denominazione, la perfetta rispondenza a un disciplinare particolarmente rigoroso, che consente di produrre solo vini millesimati, espressione cioè di una sola vendemmia che viene riportata in etichetta; un disciplinare che richiede per questo metodo classico non meno di 30 mesi di affinamento, e Cocchi fa di più, uscendo sul mercato con cuvée che hanno riposato sui lieviti almeno un anno in più, ben oltre i 30 mesi previsti I nuovi Alta Langa Cocchi sono in commercio a partire da gennaio 2025; Espressione Bianc 2018 ha già ottenuto il premio Top Wine nella Guida Slow Wine 2025, mentre Espressione Noir 2018 ha conquistato il Sigillo Oro al Wine Hunter Award. La Redazione
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Fermentazione malolattica, completa solo per Espressione Bianc 2018. Nessun vino di riserva: solo uve del millesimo 2018, per un racconto puro e fedele dell’annata. Brut Nature: 0 g/L di zuccheri, per mostrare in trasparenza il terroir e il millesimo. Invecchiamento di cinque anni in cantina: un percorso lento e meticoloso per vini dalla struttura complessa e dall’eleganza unica. Dopo il dégorgement, per dare modo al vino di ricreare il suo equilibrio, le bottiglie rimangono per almeno altri dieci mesi in cantina prima di essere messe in commercio. Produzione limitata: 6478 bottiglie e 150 magnum per ciascuna cuvée. Due interpretazioni di Chardonnay e Pinot nero, firmate dall’enologo Paolo Bava. Abbiamo voluto dare un’identità profonda a queste due nuove etichette Cocchi in funzione dell’annata, con la certezza che potremo creare un vino diverso ed emozionante per ogni vendemmia, visto che l’obbligo del millesimo è una delle caratteristiche che distingue la denominazione Alta Langa. Un progetto in cui crediamo moltissimo, tanto che abbiamo già sei diverse vendemmie in cantina pronte a dare continuità a questo sogno, una dopo l’altra La raccolta delle uve è stata svolta interamente a mano per rispettarne l’integrità; dalla pressatura sono stati selezionati i mosti con resa al 50%, e, al termine della fermentazione alcolica, la malolattica è avvenuta completamente per Espressione Bianc. Dopo il tiraggio, effettuato nella primavera successiva, ad aprile 2019, entrambi i vini sono stati affinato per 60 mesi (cinque anni) sui lieviti. Successivamente al dégorgement, le bottiglie sono rimaste a riposo per 10 mesi in cantina per dare modo ai vini di ricreare il loro equilibrio prima di essere messi sul mercato. ZERO ZUCCHERI AGGIUNTI PER AROMI INTENSI Il dosaggio zero valorizza la naturale acidità delle uve ed esalta i caratteri varietali dello chardonnay e del pinot nero di Alta Langa nel millesimo 2018. Espressione Bianc 2018: un vino dal colore oro pieno e integro. Seducenti sono i profumi iniziali fumé e lievitati tostati che lasciano presto spazio a purea di banana, confettura di cedro e limone, mango fresco. Aromi di gelsomino, latte di mandorle, muschio bianco e foglia di nocciola donano complessità e stratificano l’assaggio. La struttura è compatta e avvolgente, con grande densità di frutto e croccantezza. Il finale è balsamico con un tocco fumé, di mandorla tostata e spezie bianche. Bollicina fine e intrigante. Espressione Noir 2018: il lungo affinamento sui lieviti mette in risalto la trama fitta e complessa dei migliori Pinot nero in purezza, sviluppando colori delicati tendenti al giallo oro narciso con riflessi verdini, uniformi su tutto il calice e bollicine finissime. I profumi sono eleganti: ampio il primo impatto, con nocciola fresca, mallo di noce, concentrato di limone e cedro e un ventaglio di frutta a polpa bianca e note saline persistenti. In bocca, si ritrova una buona sapidità e il gusto secco tipico del pas dosè, un sapore fresco, definito e lungo che ricorda le nocciole di Langa e i frutti bianchi canditi, sempre mantenendo un buon bilanciamento con i toni acidi leggeri. VINI APPENA NATI CHE VANTANO UN’EREDITÀ PIONIERISTICA Fin dai primi passi nel mondo dell’Alta Langa, all’inizio del progetto sperimentale che ha condotto alla creazione della denominazione negli anni Novanta, Cocchi ha fatto dell’innovazione e della qualità la propria bandiera. La cantina è stata tra le prime a credere nel potenziale di questa appellazione, con un approccio visionario. Oggi, il risultato di questi investimenti si traduce in cuvée che esprimono al meglio le caratteristiche uniche del territorio delle terre alte di Langa e che continuano a ottenere riconoscimenti a livello mondiale. COCCHI E L’ALTA LANGA DOCG: UNA STORIA DI IMPEGNO E PRIMATI Cocchi si distingue non solo per la qualità dei suoi vini, ma anche la costante tensione verso l’eccellenza. Ogni nuova cuvée rappresenta un ulteriore passo avanti nella stretta relazione tra Cocchi e la denominazione Alta Langa: Cocchi è stata la prima cantina in assoluto a proporre un vino Alta Langa da sole uve Chardonnay (Bianc ‘d Bianc), primo millesimo 2000, e nello stesso anno la prima a proporre un vino rosato (Rösa); nel 2019, persino la prima a lanciare una Grappa di Alta Langa. Ancora oggi, per Cocchi, è un punto d’orgoglio la fedeltà piena alla denominazione, la perfetta rispondenza a un disciplinare particolarmente rigoroso, che consente di produrre solo vini millesimati, espressione cioè di una sola vendemmia che viene riportata in etichetta; un disciplinare che richiede per questo metodo classico non meno di 30 mesi di affinamento, e Cocchi fa di più, uscendo sul mercato con cuvée che hanno riposato sui lieviti almeno un anno in più, ben oltre i 30 mesi previsti I nuovi Alta Langa Cocchi sono in commercio a partire da gennaio 2025; Espressione Bianc 2018 ha già ottenuto il premio Top Wine nella Guida Slow Wine 2025, mentre Espressione Noir 2018 ha conquistato il Sigillo Oro al Wine Hunter Award. La Redazione
15 Gennaio, 2025
Detox con gusto: i segreti degli chef per un rientro sano e rigenerante
Ricette e consigli pratici per la tavola e non solo, per affrontare il nuovo anno senza rinunciare al piacere della buona cucina, in un percorso salutare che esplora il benessere a 360°, da Roma a Milano, passando per Terracina e Cagliari.
Dopo le festività, molti cercano di ritrovare il proprio equilibrio e gli chef italiani offrono preziosi consigli per un detox gustoso e salutare. I cuochi raccontano la loro visione, alcuni sotto forma di una ricetta, arricchendo il panorama culinario con idee creative e nutrienti. Ecco una panoramica delle loro proposte, da Roma a Milano, passando per Cagliari e Terracina, raggruppando le idee in base ai prodotti utilizzati e alle filosofie comuni. Scegliendo materie prime fresche e stagionali, privilegiando verdure e legumi, adottando cotture leggere e mantenendo un equilibrio tra piacere e salute, è possibile ritrovare energia e benessere senza rinunciare al gusto della buona cucina. Queste proposte celebrano la ricchezza della tradizione culinaria italiana mentre promuovono uno stile alimentare sano ed equilibrato. Aggiungendo esperienze rigeneranti come quelle offerte dalla Daham Spa, si può completare il percorso verso un benessere totale che abbraccia sia il corpo che la mente.
L’importanza delle verdure e dei legumi
Michele Ferrara, chef del ristorante Calamosca di Cagliari, propone un carpaccio di barbabietola che non solo è visivamente accattivante, ma è anche ricco di proprietà remineralizzanti e immunostimolanti. La ricetta, nel menu del ristorante con il nome “Memorie di Istanbul”, include ceci per un apporto proteico, noci e pasta di sesamo per gli oli essenziali, e una nota di acidità con limone e more.
Ferrara enfatizza l’importanza di un piatto vegetale che purifica e rinforza senza zuccheri semplici. Fabio Dodero, del ristorante Metis di Roma, si unisce a questo approccio con una ricetta detox a base di rapa rossa, rucola, limone fermentato e senape.
La rapa rossa è nota per il suo forte potere antiossidante, rendendo il piatto non solo nutriente ma anche gustoso. Da Terracina, lo chef Pasquale Minciguerra dell’agriturismo Seguire le Botti di Cantina Sant’Andrea, sostiene che una dieta detox non deve comportare sacrifici. Spazio, dunque, ai vegetali di stagione, come funghi cardoncelli e zucca, abbinato nella sua ricetta ai ceci, sottolineando l’importanza della qualità degli ingredienti locali. Per lui, il rispetto della materia prima è fondamentale, affinché venga esaltata attraverso tecniche culinarie appropriate.
Tra la Capitale e Milano, lo chef Daniele Roppo, chef del ristorante Il Marchese, si allinea a questa filosofia con il suo potage di verdure, un piatto semplice ma nutriente che celebra i sapori autentici degli ortaggi freschi.
Imprescindibile poi parlare di detox senza menzionare il pomodoro, un ingrediente chiave grazie alle sue proprietà antiossidanti. Massimo Piccolo, chef del ristorante Flora, propone il suo iconico spaghettone ai tre pomodori, combinando diverse varietà dell’ortaggio, per massimizzare i benefici nutrizionali. Questa ricetta non solo è gustosa ma rappresenta anche un modo per riempire il piatto di colori e sapori.
Filosofia dell’equilibrio
Nelle riflessioni ottenute dagli chef d’Italia, non mancano i riferimenti al concetto di equilibrio che diventa fondamentale per condurre uno stile di vita sano; lo chef Edoardo Conti, del ristorante romano Gusta, interpreta infatti l’alimentazione come un giusto mix tra piacere e salute. Sottolinea l’importanza di conoscere le proprietà degli alimenti e seguire la stagionalità, suggerendo frutta, verdura e cereali in chicchi come alleati nel detox. Conti incoraggia anche a sostituire bevande poco salutari con tisane e spremute fresche. Condivide questa visione anche Marcello Romano, chef del Salone Eva dell’Hotel Hassler, affermando che mangiare sano non significa rinunciare al gusto. La sua insalata di verza viola con mela verde ne è un esempio perfetto: combina ingredienti ricchi di vitamine A e C con semi nutrienti per creare un piatto colorato e salubre.
Cotture leggere e semplici
La profonda conoscenza della materia prima, permette di trattare gli ingredienti in modo sano, cosa di cui è convinto lo chef Simone Maddaleni del bistrot Madeleine, che promuove cotture leggere come bollito o stufato. Suggerisce l’uso di carni magre condite semplicemente per mantenere intatti i nutrienti e propone anche vellutate di verdure, utilizzando ingredienti stagionali come zucca e broccoli.
Gli fa eco Andrea Pasqualucci, chef del ristorante Moma, che enfatizza la scelta della materia prima proveniente da filiere controllate. Consiglia di limitare il consumo di carne rossa a favore di pesce e legumi, suggerendo piatti come le tagliatelle di seppia alla puttanesca, cucinate a vapore per preservare sapori e proprietà nutritive. Si unisce al coro lo chef William Anzidei, del ristorante romano Les Ètoiles, che prediligendo cotture in grado di mantenere tutte le proprietà nutritive dei prodotti adoperati, assicura come un buon piatto possa essere anche sano: via così all’uso del vapore, ma anche del griglia e del forno Josper, per esaltare al meglio la materia prima e dar vita a un piatto bilanciato, seguendo i principi della dieta Mediterranea.
Sulle cotture, anche lo chef Andrea Fusco del ristorante Nomina non ha dubbi: la griglia è parte integrante della sua proposta, perfetta per carne, pesce e vegetali, utilizzando sempre e solo prodotti di stagione.
Un approccio “dolce” al detox
Stefano Marzetti, executive chef del ristorante Mirabelle, propone un menù detox che non deve essere visto come una privazione. La sua colazione con nuvole di albume con zuppetta di lamponi è una coccola per iniziare bene la giornata, combinando ingredienti leggeri ma nutrienti.
Ma sul fronte colazione, scende in campo la proposta di Hosteria del Mercato, rinomata insegna del centro storico di Roma, al civico 46 di via Bocca di Leone, dove è possibile optare per una ricca selezione di piatti healthy ed equilibrati ed estratti dalle proprietà detossinanti, drenanti ed energizzanti. Tra le proposte suggerite dal restaurant manager Patrizio Montecchiari, l’abbinamento tra avocado toast, con uova o salmone, all’estratto cleanse, a base di ananas, papaya, zenzero, limone e aloe, o un classico piatto di scrumbled eggs, accompagnato dall’energizzante estratto detox, a base di mela verde, spinacino, sedano, limone, zenzero ed erba di grano.
Infine, Roberta Esposito della pizzeria Marita incoraggia una scelta consapevole degli ingredienti, suggerendo, a chi non riesce a rinunciare alla pizza, una ripiena leggera realizzata con farina integrale e scarola, sottolineando come piccoli “sgarri” possano essere virtuosi per il benessere psicologico, altro aspetto da non dimenticare.
Drink e mocktail per il detox
Per accompagnare un’alimentazione sana, è possibile integrare drink e mocktail freschi e salutari. Danilo Secchi, bar manager de Le Terrazze di Calamosca a Cagliari, propone un cocktail analcolico a base di zenzero fresco, spremuta d’arancia biologica, sciroppo d’agave e infuso al karkadè. Secchi spiega che la sua ricetta nasce dall’incontro di ingredienti ricchi e freschi, pensati per favorire il detox e regalare benessere al corpo e alla mente. La spremuta d’arancia, con vitamina C e antiossidanti, aiuta a rafforzare il sistema immunitario, mentre lo zenzero conferisce un tocco piccante noto per le sue proprietà anti-infiammatorie. Lo sciroppo d’agave dolcifica naturalmente il mocktail, mentre la tisana al karkadè aggiunge una nota fruttata e rinfrescante, contribuendo a una sensazione di leggerezza.
Per chi desidera, comunque, gustare una bevanda alcolica in leggerezza, Fabrizio Valeriani, bar manager de Il Marchese, propone il drink Novasalus Fizz, un mix che utilizza l’Amaro Elisir di Novasalus infuso in vino con un basso contenuto alcolico del 16%. Queste opzioni dimostrano che è possibile prendersi cura del proprio corpo senza rinunciare al piacere del bere.
Benessere in Spa
Oltre a seguire un’alimentazione sana, prendersi cura di sé stessi può includere anche esperienze rigeneranti in spa. La Daham Health&Beauty Spa dell’hotel Palazzo Dama rappresenta una scelta ideale per chi desidera riequilibrare corpo e mente nel cuore della Capitale. Questo ashram di lusso offre trattamenti olistici che iniziano con l’individuazione del proprio dosha (Vata, Pitta o Kapha) per personalizzare i percorsi terapeutici. Per chi ha poco tempo ma desidera un reset rapido ed efficace, la spa offre massaggi ayurvedici che durano solo il tempo di una pausa pranzo ma sono in grado di riportare armonia interiore.
La Redazione
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14 Gennaio, 2025
L'Altra Toscana: il 20 febbraio in scena a Firenze la quarta edizione
Tredici Denominazioni porteranno in degustazione le nuove annate raccontando un volto diverso della Toscana enologica.
Tredici DOP e IGP e i rispettivi Consorzi, tutti assieme – il 20 Febbraio a Palazzo Affari a Firenze – per raccontare una Toscana del vino diversa fatta di Denominazioni piccole o ancora poco conosciute che arricchiscono, con punte di qualità sempre più alte, l’offerta vinicola della Regione. Territori, dalle colline al mare, dove la vite si coltiva da secoli e dove, accanto agli storici produttori locali, nomi blasonati dell’enologia italiana portano nei calici tutta la forza e l’identità degli stessi terroir. Si potranno degustare le nuove annate di: Maremma Toscana, Montecucco e Montecucco Sangiovese, Cortona, Chianti Rufina, Terre di Casole, Suvereto, Val di Cornia e Rosso della Val di Cornia, Carmignano, Barco Reale di Carmignano e Vin Santo di Carmignano e IGT Toscana.
Francesco Mazzei alla guida della Associazione L’Altra Toscana e presidente del Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana
Con questa particolare Anteprima abbiamo intrapreso anni fa un percorso di valorizzazione e comunicazione delle innumerevoli diversità che ci caratterizzano. Siamo molto colpiti dall’interesse che la stampa e gli operatori manifestano nei confronti dell’evento, c’è infatti sempre più necessità di andare a scoprire territori e vini poco conosciuti ma che spiccano per punte di qualità sempre più alte. Il mercato, soprattutto in questo momento, ha bisogno di nuova linfa. Rappresentiamo circa il 40% dell’intera produzione toscana e, anche per questa edizione, stiamo lavorando per proporre – con diversi focus e percorsi tematici – un variegato e interessante mosaico enologico che, sono certo, saprà farsi apprezzare.
La regia de L’Altra Toscana è stata affidata anche quest’anno a Scaramuzzi Team, con sede a Firenze, che vanta una grande esperienza nell’organizzazione di eventi con un focus particolare nel settore del vino.
Come di consueto la Settimana delle “Anteprime di Toscana” verrà inaugurata da PrimAnteprima, l’evento promosso da Regione Toscana insieme alla Camera di Commercio di Firenze e organizzato da PromoFirenze e Fondazione Sistema Toscana. PrimAnteprima 2025 è in programma il 14 febbraio a Firenze.
L’ALTRA TOSCANA- 20 FEBBRAIO 2025
FIRENZE Palazzo degli Affari, Piazza Adua, 1
9.00 – 19.00 Ingresso solo su prenotazione
Dalle 9 alle 14 l’ingresso sarà riservato solo ai giornalisti, i quali potranno comunque trattenersi fino alle 19
Per informazioni giornalisti e accrediti stampa: Ufficio Stampa Zedcomm simonetta@zedcomm.it
Dalle 14.30 alle 19 ingresso anche per operatori del settore con richiesta di pre-accredito via mail alla Segreteria Organizzativa Scaramuzzi Team scaramuzzi@scaramuzziteam.com, fino ad esaurimento posti
Per informazioni e accredito operatori del settore: Segreteria Organizzativa scaramuzzi@scaramuzziteam.com
La Redazione
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13 Gennaio, 2025
Un volo splendido
Il fiume della vita scorre tra le sponde del dolore e del piacere. Il problema sorge quando la mente rifiuta di fluire e si arena sulla riva. Per fluire intendo accettare, accogliere, ciò che viene e lasciare andare ciò che va. A volte spendiamo così tante energie per superare situazioni credendo di essere forti, quando invece la scelta più coraggiosa che possiamo fare è proprio quella di lasciar andare. Molto spesso ciò che ci impedisce di compiere determinati gesti, è il vuoto emotivo in cui ci troviamo, ma è proprio da lì che nuova luce può filtrare nella nostra vita. Troppo spesso altrimenti imprigionata in una sorta di frenesia cronicizzata.
La dimensione della lentezza è diventata estranea alla nostra condizione e alla nostra concezione. Ma questa estraneità ci ha privati non solo della possibilità di riflessione ma probabilmente anche della capacità di osservazione.
Senza osservazione non si può riflettere. Senza riflettere non si può capire.
Tutto quello con cui abbiamo relazione ci impone una fretta. Andare, tornare, cominciare, finire, leggere, parlare. Vivere. Accade tutto in fretta. Accade tutto senza una riflessione, e probabilmente senza una comprensione profonda dell’accadere, dell’essere, di quello che si dice, di quello che si fa. Diamo fretta al tempo. Vogliamo che scorra più in fretta di quanto scorre. Abbiamo fretta di dare cominciamento ad una cosa diversa da quella che stiamo facendo, di pensare qualcosa di diverso da quello che stiamo pensando.
Un Volo Splendido è un attimo di riflessione, di pace, dove ci si ferma a pensare e a studiare tutto intorno. Non mi dispiace osservare la strada colpita dalle luci e solcata da individui di ogni genere e in diverso modo indaffarati. Penso che sia bello stare difronte una vetrina a guardarsi attorno, mentre risuonano alcune note nella testa. Note sempre festose quando ti trovi, nelle vie del Centro di Roma nel corso del periodo Natalizio, in un luogo inondato dalla luce e dal calore della sera; in un incrocio, trasposizione metafisica di un momento di stasi, al contempo, di un Volo, lo stesso Splendido intrapreso dai ragazzi del Vecio Bacaro Romano. Un locale che è un viaggio senza tempo, A/R, nel cuore di Roma in via dei Banchi Vecchi, che desidera trasferire quell’atmosfera unica dei bacari veneziani. Uno spazio che è un bagliore tra le luci, dove trovare suoni che si legano ad oggetti in modo da avere un significato: far bàcara ovvero partecipare a raduno di amici brindando alla salute del dio Bacco
C’è un detto francese che recita: Si jeunesse savait, si veillesse pouvait, ovvero se la giovinezza sapesse se la vecchiaia potesse. Personalmente mi sento nel mezzo, ovvero nel momento tra quello che ho imparato e quello che posso ancora fare; nel mezzo di Un Volo Splendido in un luogo, dove assaporare un Eudald Brut Nature Massana Doya: Metodo Classico spagnolo della Regione Do Cava (Catalogna).
Un vino realizzato con uve Macabeo, Xarel·lo e Parellada, un prodotto suadente dal fine perlage, con una leggera nota citrica che ne manifesta la freschezza e grande bevibilità; dal finale lungo e molto gradevole. Bon, bon questo xé proprio un vin… da bàcaro!, è un inno all’arte che in questo caso opera come catarsi durante un sogno. L’arte è immortale e la sua composizione è volutamente una sequenza atta a creare significati allegorici vissuti nella realtà. Amore, rabbia, felicità, tristezza, paura, sono le emozioni che si esprimono attraverso il luogo e di quest’ultimo ne fa parte come colonna portante il vino…Il connubio tra questo vino, e questo luogo è un rito magico, di purificazione. Una disinfezione che permette la trasmigrazione dell’analisi entro due spazi cui far immergere la riflessione: da una parte lo Spazio Bianco che, a partire dalla poesia, rappresenta il richiamo che spinge l’uomo a lasciare il suo porto sicuro per valicare ogni limite; dall’altra lo Spazio Nero, la tentazione di abbandonare ogni ricerca e rimanere saldi su una terraferma che non permette di raggiungere la libertà.
Qualcuno ha detto che, tra le sofferenze di quella notte e del giorno successivo, la più grande fu quella di non vedere. Questo perché da sempre siamo abituati ad attribuire al naufragio le immagini di una fine irreparabile e senza speranza, che ci lascia spogli non solo di quello per cui ci siamo imbarcati ma anche di tutto quello con e per cui siamo partiti.
Un Volo Splendido è una preghiera ad agire e superare ogni confine; oltre l’io, là dove l’ego si perde, le linee temporali e spaziali si piegano e finalmente, si apre un varco. È una supplica a diventare come Odisseo, al quale non importò più del destino della sua anima ma solo di ripartire sempre verso un nuovo naufragio, quando «scoprì con esultanza che non era il mare quello che stava navigando, ma lo Spazio sterminato che circonda la vita di ogni uomo».
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 10 prodotti: Bollicine (italiane e Spagnole), Vini Fermi Bianchi e Rossi e Rosati, anche qui un interessante connubio Italia ed estero (Francia) con un occhio per alcune proposte orientate al naturale.
Marco Sargentini
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Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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12 Gennaio, 2025
Il sidro artigianale di Pomologik dà un twist al Dry January
Elemento Indigeno porta in Italia un’alternativa naturale e fresca per chi sceglie un gennaio senza alcol, ma genuino e ricco di sapore
Anche quest’anno il Dry January torna a ispirare nuove abitudini di consumo consapevole. In un mondo sempre più orientato verso scelte responsabili e uno stile di vita sano, Elemento Indigeno celebra l’iniziativa proponendo una selezione dei sidri artigianali firmati Pomologik.
In un angolo remoto della Svezia, dove le mele selvatiche crescono al ritmo della natura, nascono i sidri di Pomologik, il collettivo fondato da Johan Sjöstedt, Oskar Palm e Patrik Svensk che valorizza le coltivazioni biologiche svedesi, creando un incontro magico tra frutti dimenticati e tradizioni millenarie.
La combinazione di mele locali fermentate naturalmente, senza additivi o conservanti, dà vita ad un sidro capace di preservare l’essenza autentica del frutto, racchiudendo in ogni sorso la storia e l’anima di un territorio unico.
Così come nell’antica mitologia norrena l’albero di Iðunn produceva mele d’oro che conferivano l’immortalità agli dèi, le mele selvatiche, simbolo della giovinezza e del potere della natura, rappresentano un legame profondo con il ciclo della vita, un’armonia che il produttore svedese si auspica di racchiudere in ogni bottiglia.
Pomologik trova spazio nel catalogo di Elemento Indigeno nella sezione “Wine Is Contaminations” grazie a una visione condivisa: celebrare la sostenibilità, l’artigianalità e il rispetto per la natura. Una partnership che incarna l’idea di contaminazioni culturali e tradizioni innovative.
Tra le proposte spiccano:
Hantverkscider Aroma Apple – sidro ottenuto da fermentazione spontanea di mele Aroma, varietà dal rosso intenso e straordinaria succosità. Al naso emergono miele e fiori selvatici, seguiti da un palato ricco con note di fico e un finale equilibrato tra dolcezza, acidità e tannino.
Cidre Noveau – giovane e fruttato, questo sidro da mele Aroma fermentate con lieviti selezionati offre un profilo aromatico di mela rossa, cannella e marzapane, con vivaci accenti di pompelmo che ne esaltano la freschezza.
Lera Aroma Apple – sidro dal carattere deciso, ottenuto da mele selvatiche e recuperate, fermentate spontaneamente e affinato 18 mesi in barriques borgognone. Intensa acidità, note di fieno e miele si uniscono a fragranze di pane, aceto di malto, albicocche disidratate e mela rossa.
Impegnata a valorizzare realtà che promuovono la sostenibilità e il rispetto per la materia prima, Elemento Indigeno abbraccia lo spirito del Dry January con i sidri artigianali di Pomologik, senza rinunciare a un gusto ricco, naturale e fuori dagli schemi.
La Redazione
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11 Gennaio, 2025
FIVI 2024. Successo che incoraggia
Si è conclusa con un bilancio trionfale la XIII edizione del Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti (FIVI) 2024. Organizzata da Bologna Fiere, la tre giorni più attesa dell'anno da operatori di settore e appassionati, ha registrato un'affluenza record di oltre 28.000 visitatori, consolidando la sua posizione come uno degli eventi di punta nel panorama vinicolo nazionale.
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11 Gennaio, 2025
Il suo nome è Piero. Piero Dry Gin
Bedizzole in provincia di Brescia, nell’entroterra, vicino ai comuni rivieraschi di Padenghe e Lonato del Garda. Il primo nucleo abitativo di Bedizzole sorse sull’antica strada romana che collegava Brescia a Verona per poi svilupparsi nel tempo verso nord lungo la strada per Valtenesi. È possibile ammirare un bellissimo castello, costruito in difesa delle invasioni ungariche dei secoli IX e X e che racchiudeva l’antico borgo medievale.
Qui ho il piacere di conoscere Giampiero Giuliano, con la sua bellissima barba lunga e gli occhiali, un ragazzo che difficilmente si dimentica. Sorridendo mi viene incontro, mi stringe la mano e mi fa entrare nel suo mondo, il Piero Dry Gin.
Piero nasce in provincia di Brescia da genitori nati in sud America e nonni molisani.
Il suo mondo per molti anni è quello del commesso viaggiatore ma poi diventa un’etichetta per destino. Per 22 anni ha lavorato in un’azienda occupandosi di ottica industriale e medicale con un ruolo International Sales Manager. Un esperto di sviluppo di nuovi mercati internazionali. Dal 2016 al 2018 fa un master MBA al Cuoa di Vicenza. La tesi finale è sulla nascita di un nuovo gin nel mercato italiano. Quasi a celebrare la sua molto originale storia. Una storia che inizia nel 2008.
Immaginatevi una tiepida sera di maggio. La Gran Via di Madrid. Una semplice passeggiata per smaltire la giornata. Quella tipica giornata lavorativa dei suoi viaggi all’estero. Di un tratto delle luci blu che uscivano dalla vetrina di un locale del quale si intravedeva l’arredamento minimal. Entrare fu del tutto naturale, ammirare il bartender che dietro il bancone, con dedizione e creatività, preparava una bevanda dall’altissimo senso estetico, una logica conseguenza.
In quel momento provò il suo primo Gin Tonic “premium”.
Capisce che in Spagna sta nascendo un nuovo modo di bere il Gin Tonic: più moderno, più sensoriale. Si dà spazio ai sapori e ai colori. È così che comincia a collezionare gin da tutto il mondo per carpirne la ricetta. Comprendere tutto ciò che si cela dietro l’etichetta. Sorridendo ammette di essere arrivato ad averne quasi 300 di bottiglie.
Erede di personaggi da romanzo di Gabriel Garcia Marquez: viaggiatori, capitani di ventura, imprenditori visionari e manager passionari che dal Molise la “regione che non c’è” emigrano a Puerto la Cruz in Venezuela, a Buenos Aires in Argentina e nelle principali città d’Australia, per poi tornare in Italia.
Piero per anni è stato ambassador per un marchio italiano portando in giro nel mondo l’eccellenza italiana . Oggi è la sua bottiglia che lo fa per lui portandolo a toccare tutti i paesi del mondo.
Gin Piero è innanzitutto Gianpiero che ne è il fondatore.
Prodotto a Tocco da Causaria (Pe), in Abruzzo, a pochi km dal Molise, da Enrico Toro distilleria.
Non sono esperto di Gin, ma quando Piero mi fa provare il suo Gin, capisco che c’è qualcosa di diverso dagli altri.
Il suo è un gin tradizionale ma con note contemporanee, (solo 6 botaniche per il dry) a toccare tutti i sentori della ruota degli aromi. La bottiglia con l’etichetta recante il suo volto e il suo nome è poi troppo cool!
Al naso suggerisce un bouquet di sentori con prevalenza ginepro quindi balsamico ma in sottofondo emergono le note agrumate, speziate ed erbacee. Al palato si destruttura come una piramide: prima le note balsamiche/terrose del ginepro, poi la parte agrumata dell’arancia dolce, quindi, proprio sul palato, il cardamomo fruttato e speziato, infine, sulla punta della lingua, lo zenzero. La maggiorana funge da collegamento così che il finale si impreziosisce con una nota dolce: l’ingrediente segreto che Piero non può, ne vuole, svelarmi. Non importa. Ciò che importa è il viaggio nel gusto che lo rende davvero unico.
In sostanza un gin di pregevole fattura, senza fronzoli. Profumi marcati e dal gusto secco ed equilibrato.
Giampiero mi racconta che dopo ripetute prove e sperimentazioni con più di 30 piante diverse, alla ricerca del distillato ideale, la miscela si è materializzata su 6 differenti botanici, dalla mistura alcolica perfetta: un’esperienza sensoriale per un nuovo incredibile sapore.
Affascinante poi la spiegazione di Giampiero circa le tecniche di distillazione.
C’è una attenta selezione delle materie prime: ginepro di primissima qualità bucce secche di arancia dolce, maggiorana, cardamomo, zenzero, e l’ingrediente segreto dalla nota floreale.
Dosate e miscelate per essere messe in infusione idroalcolica a circa 60 gradi, in apposito apparecchio di distillazione un cestello per contenere le sostanze vegetali.
Trascorso un tempo di circa 2 giorni, si procede ad una lenta distillazione assaggiando attentamente e scartando alcune frazioni non idonee, raccogliendo esclusivamente il cuore del distillato.
A fine distillazione, il controllo analitico del distillato, gradazione alcolica e analisi organolettica che precede i vari dosaggi per definire la giusta quantità da utilizzare per un prodotto finito standard e armonico, tarato a 42 gradi alcolici. Il prodotto finito viene lasciato riposare, filtrato ed infine confezionato.
La produzione di questo gin avviene in piccoli lotti, con l’aggiunta di botanici selezionati che ne esaltano la freschezza e gli aromi intensi.
Piero cerca sempre di lasciare la stessa anima cambiando appena un parametro trasformando il gin in una nuova categoria.
Piero 58 passa da 42 a 58 gradi diventando un NAVY strepitoso oppure aggiungendo il caramello si trasforma in un fantastico OLD TOM
Piero Dry Gin e Navy sono dei classicissimi London Dry, Old Tom è Italiano ed è un distilled.
Provo anche Piero l’italiano, un gin che rappresenta al 100% l’italianità: dalla sua ricetta molto mediterranea e di solo botaniche italiane (arancia, limone, rosmarino, origano, maggiorana, ginepro. Ha una bellissima bottiglia tutta blu con un’etichetta che ricorda un francobollo e sui laterali un’illustrazione creata definita Italian Spirit che racchiude 12 icone fortemente italiane tra monumenti, cibo e design. Una sorta di tributo al Bel Paese. Un gin mediterraneo che rappresenta una vera e propria celebrazione della tradizione e dell’innovazione che conferma la minuziosità del processo di distillazione, mettendo in risalto l’arte della lavorazione del ginepro e delle botaniche infuse.
Piero non crea solo Gin ma è autore anche di hipster party, sushi night:: quasi 50 eventi l’anno con format sartoriali: aperipiero, a cena con Piero, hipster night o la nuova DEGUSTAZIONE MOTIVAZIOANALE per portare qualcosa di nuovo tra la gente.
Per Natale la Xmas edition ha celebrato una edizione limitata di sole 2.000 bottiglie già alla terza edizione. Il gin è un liquido che sblocca i ricordi natalizi: zenzero, arancia , cannella e profumo di pino.
Illegale, il Gin Brulè è un connubio di aromi e dolcezza che non si dimenticano facilmente. C’è una ricetta per due tazze: 80ml di gin Piero Xmas, 400 ml di succo di mela, 2 cucchiaini di miele, 1 stecca di cannella per guarnire ed ecco che si ottiene la miscela perfetta per il Gin Brulè.
Piero ha creato un gin iconico che racconta la sua storia e che attraverso la sua immagine e il suo nome, rimangono un simbolo di autenticità, passione e tradizione per le generazioni future.
Ogni bottiglia rappresenta il ricordo tangibile di una esperienza unica. Un brindisi alla vita e un modo per continuare ad essere presente anche quando non ci sarà più.
Una esperienza unica, avvolgente che lascia un sapore intenso in bocca, vi invito a provare il suo Gin a conoscere il suo mondo ricco di eventi e numerosi sono i locali dove poterlo gustare in tutta Italia.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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10 Gennaio, 2025
Cocchi al primo posto nella classifica dei migliori Vermouth al mondo
I Vermouth di Cocchi si confermano tra i preferiti dai grandi barman internazionali conquistando il primo posto nelle categorie Best Selling Brands e Top Trending Brands dell’Annual Brands Report, redatto dalla rivista britannica Drinks International.
L’Annual Brands Report, basato sulle preferenze dei professionisti più influenti del settore beverage, è considerato una delle classifiche più autorevoli a livello globale. La ricerca viene svolta su 100 locali scelti tra quelli che sono apparsi nelle recenti edizioni di The World’s 50 Best Bar (1-100), degli Spirited Awards di Tales of the Cocktail, oltre a competizioni nazionali come i 50 Best Bar del Nord America e dell’Asia e altre competizioni come i Class Bar Awards concorsi simili in tutto il mondo.
Questo doppio riconoscimento replica il successo dell’anno scorso e consolida la storica azienda astigiana come marchio di riferimento imprescindibile per i migliori barman del mondo.
Cocchi celebra con orgoglio questo traguardo, che testimonia il costante apprezzamento e la qualità senza compromessi dei suoi prodotti, protagonisti indiscussi della mixology internazionale.
IL METODO D’INDAGINE
Il Report annuale di Drinks International stila classifiche top ten per categorie di prodotto (non solo Vermouth ma anche Gin, Amari, Whisky ad esempio), secondo una doppia graduatoria: quella Best Selling, che tiene come indicatori i volumi di vendita nel canale specifico dei bar di alto livello, e quella dei Top Trending, che premia i brand di maggior tendenza.
Le classifiche sono compilate in base ai riscontri di un panel di esperti del settore (proprietari di locali, bar manager e bartender) sulle tre migliori etichette dei loro locali per ognuna delle due graduatorie.
Amministratore delegato di Cocchi, Roberto Bava
La consistenza qualitativa e di servizio negli anni: queste sono le leve con cui Cocchi ha conquistato e mantenuto questo ruolo di primo piano. Un grandissimo risultato per il brand ma anche per la denominazione “Vermouth di Torino”, portata qui in cima alle classifiche. Ci ha fatto molto piacere anche la dichiarazione nel Sunday Times di Jane MacQuitty: «Cocchi Vermouth di Torino is a festive negroni essential from the gold-standard vermouth producer».Il nostro Vermouth si conferma un classico della categoria.
La Redazione
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10 Gennaio, 2025
Azienda Agricola Mazza. Una famiglia
La terra. La terra è come l’acqua. Entrambe generano la vita. La terra senza acqua non è nulla e solo in rari casi la vita si genera senza di essa. Cosa sarebbe l’acqua senza la terra? Non si saprebbe neanche ove contenerla. Due elementi indispensabili per la vita. Due elementi che ne racchiudono migliaia di altri.
Per conquistare la terra o i mari si sono mossi persone e popoli. Migrazioni. Spostamenti. Guerre. Battaglie. La terra o il mare ha attratto persone. Per conoscere nuovi luoghi, nuovi mondi. Piuttosto che per trovare un posto migliore dove vivere.
In Italia, nell’immediato dopoguerra, flussi di persone si muovevano in cerca di qualcosa che potesse creare vita dalle macerie della guerra. Le ferite della guerra avrebbero potuto rimarginarsi solo con altra vita. Chi coltivava già la terra, lo faceva da mezzadri. Costretti a barattare il frutto del proprio sudore e fatica con il proprietario della terra. Quando nasci povero però, è la normalità.
In quegli anni, c’era così tanta voglia di fare da generare flussi di speranza animati anche dalla confusione e dalle voci che narravano di come fosse finalmente arrivato il momento degli espropri delle grandi proprietà. Così ci si spostava anche per essere pronti a quella eventualità. La riforma agraria del governo De Gasperi, approvata nel 1959 con la legge stralcio, definiva alcune aree nelle quali i grandi appezzamenti venivano in effetti assegnati ai mezzadri. Si parlava però più che altro di zone ancora con problemi legati alla bonifica. Poca roba e forse voluta solo per far parlare di qualcosa che avrebbe fornito consenso popolare.
La storia della Famiglia Mazza è la storia di una di quelle famiglie che decisero di spostarsi in cerca di fortuna. Marchigiani di origine. Contadini. Mezzadri. Persone. La voglia di vivere meglio. Cos c’è di male in questo?
Incontro Massimo Mazza. Con il fratello Roberto e le figlie gestiscono l’azienda. Ci fa compagnia nella chiacchierata anche Noemi, una delle due gemelle di Massimo.
Siamo una famiglia venuta su dalle marche nel 1954. Erano mezzadri e il nonno disse ai suoi sette figli (cinque maschi e due femmine): ragazzi bisogna dare una svolta alla nostra vita perché non possiamo rimanere per sempre mezzadri. Cerchiamo di creare qualcosa di nostro
In quegli anni la terra costava poco ovunque. In Toscana ancor meno. La Toscana di oggi è lontana anni luce da quella del dopoguerra. O anche di prima. Coltivazioni perlopiù cerealicole e terreni destinati all’allevamento del bestiame. Il vino? Cosa per ricchi. Altro che il Chiantishire di oggi con i terreni arrivati a costare un occhio della testa.
Il nonno aveva in ballo questa azienda qui a Montelupo. E già il nome fa capire dove siamo. Effettivamente c’erano e ci sono i lupi.
Poi un’altra azienda vicino ad Asciano che costava più del Chianti perché a quei tempi c’era la ferrovia e la possibilità di produrre grano. Il nonno disse: non voglio più sentire passare treni vicino casa. Da qui la scelta di comprare a Montelupo.
Montelupo. Ai più Montelupo non vorrà dire niente ma forse citando Castellina in Chianti, qualche coscienza si apre. Siamo sempre in provincia di Siena, come Asciano, ma un pò più a nord, nel cuore del Chianti Classico. Gallo Nero per la precisione. Qui i poggi, le colline, sono tenui, poco ripidi. Le fattorie, quelle poche rimaste e non già adibite ad agriturismo, sorgono proprio in cima ai poggi. Da li era facile spostarsi su e giù per coltivare le terre così come erano utili per trovarsi nel punto più alto, ovvero quello maggiormente riparato, in caso di pioggia.
L’Azienda Mazza sorge proprio su uno di questi poggi. Oggi circondato da vigneti. Non così agli inizi.
I nonni Domenico e Maria, avevano accumulato soldi risparmiando circa la metà del necessario. Come si usava a quei tempi, se li facevano prestare dai parenti e piano piano restituivano. Non si andava in banca. Comprarono nel 1954, 82 ettari per dieci milioni e mezzo di lire.
Ci pensate? Rivalutandoli oggi (fonte Il Sole 24 Ore) sarebbero 168.144 euro. Che per 82 ettari di terreno e un casolare sarebbero un nulla.
C’era solamente un casolare vecchio e un fienile. Piano piano ristrutturarono il casale portando l’acqua e la corrente. Che a quei tempi non c’era. Sì misero ad allevare polli.
Si viveva duramente. Altroché. Altro che tenute con piscina e tutti i comfort in stanza. Non c’era neanche l’acqua per lavarsi. La corrente? Eh magari. Era per quello che si andava a dormire presto. Oltre che per la stanchezza e la necessità di essere pronti all’alba per le lavorazioni in campo e il cibo agli animali.
Nel ’58 decisero di impiantare i primi vigneti. Anche se la prima bottiglia era del ’54, imbottigliata anche se a quei tempi si vendeva sfuso.
Impiantare i vigneti in quegli anni voleva dire provare qualcosa di diverso rispetto ai cereali e all’allevamento (dei polli). Solo che non è che il vino si vendesse in bottiglia con tanto di etichetta e a margini interessanti. Prima le uve si vendevano a chi il vino lo produceva già. Le spese per la coltivazione erano alte e comunque sempre a rischio per via delle stagioni, figuriamoci avere una cantina. Da soli non ce la si poteva fare. Ecco perché nascevano le cantine sociali.
Intorno al ‘66 fu fatta la Cantina Sociale di Gaiole, poi fallita e rilevata poi da Piccini. I Mazza furono soci fondatori. Producevano uva e la vendevano alla cantina. Sì accorsero però che gli agricoltori erano quelli che ci rimettevano di più. Fu cosi che investirono per fare una cantina in azienda con 26 cisterne da 200 ettolitri per la vinificazione del bianco, rosso e rosato. Perché si è sempre fatto il rosato. Tutte vasche di cemento vetrificato. Avevano organizzato in questo capannone lungo 40 metri lungo per dieci di larghezza con un sistema per portare le vinacce in maniera meccanizzata.
Da mezzadri, ai polli, al vino. Un percorso. Un modo per cercare di mettere a frutto e diversificare 82 ettari. Per niente facile come mai è facile la vita di un contadino. Ma c’era una famiglia da portare avanti. Gino, Mariano, Giovanni, Adino, Adriano. I figli di Domenico e Maria. Oltre alle sorelle Agnese e Luisa liquidate ovvero fuori dall’azienda come si usava a quei tempi.
Può sembrare una pratica arcaica e immorale vista con gli occhi di oggi. Ma al tempo non era così. Già avere cinque figli maschi avrebbe voluto dire dividere l’azienda in cinque. Però almeno i cinque maschi (sempre con la mentalità di quegli anni) fungevano da parte attiva nei lavori dell’azienda stessa. Le figlie potevano sposarsi e avere la propria attività in quella del marito. Perché dare loro la terra?
Lo zio Mariano era un autodidatta. Non era sposato e non aveva figli. Aveva fatto la terza elementare e gli piaceva molto leggere. Trattati di agraria, enologia. Mi diceva: guarda che il Guyot è meglio del cordone speronato perché….era una enciclopedia. Quando venne fuori la lotta guidata (o integrata) c’erano degli agronomi che giravano le aziende per consulenza. Io ero fuori perché la nostra è una famiglia grande e io ero il più piccolo di tutti i figli. Quando finì il militare mio padre mi disse, vai a lavorà fuori tanto l’azienda è tua, non te la leva nessuno e più avanti tornerai. Così ho fatto dieci anni alla concorrenza nel vero senso della parola, alla Castellina (dall’89 al 99). Lì c’era questo ragazzo che seguiva anche la Mazza. Mi disse un giorno: Massimo, di a Mariano che c’è da fare un trattamento perché c’è un attacco improvviso di tignola. Veniva monitorata con le trappole. Ora vò anche giù a casa vostra. Dopo tre giorni ritorna e mi dice: il tu zio è incredibile, aveva bell’e che fatto il trattamento. Così iniziò a chiedere consigli a zio Mariano anche se era laureato in enologia. Zio mariano ha insegnato a tanti.
Poi c’era Giovanni. Io lo chiamavo il cervellone. Sì metteva lì, disegnava, faceva due calcoli e costruiva. Smontava i trattori, cambiava le frizioni. L’impianto elettrico della cantina lo aveva fatto tutto da solo. Chi ti ha insegnato? C’è una Logica a tutto rispondeva.
Il terzo era papà Adino. Ora non c’è più però.
Adriano, l’ultimo, venne mandato a studiare. Come si usava con il figlio più piccolo. Diventò un funzionario del Monte dei Paschi. O semplicemente “Il Monte” come si dice da queste parti.
Massimo dipinge con semplicità e chiarezza ogni personaggio di questa saga. Non servono tante parole anche se starei a chiedergli di tutto. So, ne sono certo, che ci sono tanti e tanti aneddoti da raccontare. Tempo fa lessi i libri di Antonio Pennacchi, un gigante della mia terra. Narravano delle famiglie venute dal ferrarese per bonificare la palude pontina. I personaggi si muovevano tra i canali e la malaria, tra le guerre e le difficoltà, tra le disgrazie e i piccoli successi. Ognuno di loro rappresentava un pezzo di vita che, nella famiglia, provava a riunirsi come pezzi di un puzzle.
Poiché ciò che distrugge l’uomo non è la disgrazia in sé, ma l’incertezza e soprattutto l’attesa della disgrazia. Alla disgrazia fai pure fronte, e dopo in qualche modo ti rialzi. Ma se quella non si compie – e resta sempre appesa – quando più potrai rialzarti? (A. Pennacchi)
Sembrerà strano ma sono le difficoltà ad unire le persone. Quando si è in difficoltà, ci si aiuta, ci si sostiene l’un l’altro. Un piatto di minestra lo dividi perché ti rendi conto che è per tutti e si è tutti nella stessa barca. Sono i successi a dividere. Sono i soldi a creare i malumori. Quei malesseri infingardi che prima o poi emergono per esplodere fragorosamente.
Con i quattro fratelli si crea un bel lavoro fino al 95/96. L’azienda volava facendo bellissimi utili. Siamo arrivati a 45 ettari di vigna. Sicché lo zio Giovanni entrò in lite con i suoi fratelli. Divise l’azienda in quattro parti e fece di tutto per non farla comprare dagli altri tre. Fu cosi che l’azienda dello zio Giovanni fu acquisita da Rocca delle Macie di Sergio Zingarelli con il quale andiamo d’amore e d’accordo.
Pretese la parte della cantina con i vigneti. I fratelli gli dissero: prendi il terreno ma non la cantina tanto non continuerai. Lui pretese cantina e vigneti. Gli altri tre fratelli continuarono insieme. Fino al 98 quando ci fu la legge per i giovani imprenditori e il mio datore di lavoro Tommaso Bojola mi disse: te lo dico a malincuore, io vorrei tu rimanessi qui fino alla pensione ma passa questo treno, prendilo. Tanto tu prima o poi tornerai alla tua azienda ma fallo ora. Dettero la possibilità di fare fino a 8 ettari di Chianti Classico. Tanta roba. Non avevamo tutta quella terra. Cosi divisero la terra intestandola parte a mio padre, parte allo zio Gino e la parte dello zio Mariano fu intestata a me. Ci dettero 12 ettari di vigneto di Chianti Classico. In pratica ripristinammo quello che lo zio Giovanni ci aveva tolto ritornando a circa 35 ettari vitati. Con la bellezza di 26 ettari di Chianti Classico. Si vendeva 1450 quintali all’anno di Chianti Classico sfuso. Non avendo la bottiglia vendevamo ai grandi imbottigliatori. Vogliono la roba buona e si fidano di noi. Ci fanno una corte. Io gli dico che non li sposo ma ci manca poco.
Massimo non è di quei toscanacci che dicono le cose con quel fare burbero. Il suo tono è di quelli a tratti divertenti intervallati da malinconia, che ricordano una storia di famiglia e hanno voglia che la si capisca per benino. Pensieroso ma sempre con il piglio giusto. Ogni tanto i ricordi prendono il largo come quando una folata di vento gonfia la vela della barca. Così si lascia andare ad aneddoti e ricordi che cerca di respingere in fretta. Come se gli facessero male. Come se riaprissero ferite aperte.
La sua è la storia della famiglia Mazza. Forse una come tante, ma sua. Viverla sulla propria pelle è ben diversa.
Non ci sono colpe per qualcuno. Non si punta il dito contro nessuno. È la vita. È una famiglia che ad un certo punto subisce quello che sarebbe magari comunque successo in caso di spartizione ereditaria. Certo, uniti sarebbe stato meglio ma le cose non vanno sempre per il verso che si immagina. Ricominciare è sempre complicato ma, per una famiglia abituata a lavorare, è qualcosa che si fa. Che si deve fare. E la si fa con voglia e orgoglio. È il 1999 quando Massimo entra in azienda anzi, nelle tre aziende. Ognuna intestata a ciascuno dei fratelli.
C’erano tre aziende. Non c’era la cantina. C’erano serbatoi un pò sparsi. Inimmaginabile.
Qui o si fa la cantina o si chiude dissi. Si chiamò l’architetto per fare il progetto. Dopo quattro progetti presentati in comune otteniamo le autorizzazione a seguito del sopralluogo di 13 persone. La cantina in fondo è grossa con tutti gli ettari. E già si pensava alla crescita. Anche se poi ci siamo sciolti e adesso ci possono giocare anche i bambini. Nel 2003 abbiamo iniziato i lavori di sbancamento della cantina. Zio Gino disse che la cantina bisogna farla versante nord perché il vino non vuol sentire il caldo. Mi fecero sbancare tutto e meno male che avevamo gli scavatori con mio cugino. La platea di 45 cm fu gettata in un giorno solo con tante betoniere. Nel settembre 2006 si riesce a mettere le prime vasche vinificando tutta la produzione della cantina. Siamo rinati con tutta la migliore attrezzature per essere autosufficienti.
Una cantina per tre aziende. Almeno fino a quando delle tre azienda se ne fece una, la Mazza.
Nel 2011 lo zio Gino ci ha lasciato. Lui aveva un figlio, Stefano, che lavorava fuori. Questo ci disse: ho la mia attività e non voglio esservi di intralcio. Io e le mie sorelle (erano in tre) usciamo e voi ci liquidate. Per me e mio fratello Roberto è stato un passo grande anche perché non tutte le annate sono state buone. Ringrazio mia moglie che lavora in banca.
Un affitto insomma. Le terre che lo zio Gino lascia al proprio figlio cedute in affitto. Come si faceva e si fa spesso. Solo che prima non si scriveva nulla. C’era la parola. Che in genere bastava.
Due anni dopo tornai a casa e mio fratello mi fa: tuo cugino vuole il prossimo anno le terre. Ma gli accordi erano diversi! Lui non si ricorda degli accordi. Diamogliele subito dissi chiudendo il discorso.
Un tempo c’era il diritto di maggiorasco. Era solo il primo figlio maschio ad ereditare tutto. Una pratica crudele. Incivile forse. Ma era l’unico modo per non dividere il patrimonio. La terra.
Prima i figli si facevano. Servivano per coltivare, per mandare avanti la famiglia. Bocche da sfamare certo ma anche braccia che lavoravano. Con cinque, sei, sette figli, dividere tutto in parti uguali come avviene, giustamente, oggi, avrebbe voluto dire iniziare a dissolvere le terre. Iniziare si perché il processo di discendenza prevede solo questo fino a polverizzare l’intero patrimonio.
Lei fa i figli perché le servono, e più è povero e più gliene servono; è quando è ricco che gliene bastano pochi
Canale Mussolini. Antonio Pennacchi
Nel 2019 è morto lo zio Mariano che non aveva moglie e figli e ha lasciato 14 eredi. Come Mazza Società Agricola abbiamo un contratto di affitto fino al 2036. Lo zio Mariano disse: faccio un contratto lungo poi se sono ancora vivo, me la comprate. Altrimenti la pagherete agli altri. 14 eredi sono tanti e dissi a mio fratello andiamo a finire male. Abbiamo fatto proposte di acquisto ai cugini. Alcuni ci hanno riso in faccia. Altri hanno detto va bene perché l’azienda la gestiamo noi. Roberto in primis perché lui lavora li da quando aveva 14 anni. Andare fino al 2036 sarà dura.
Non è passato poi così tanto tempo da quando nonno Domenico acquistò l’azienda con gli 82 ettari di terra. Guardarsi indietro e vedere cosa si era è un pugno nello stomaco. Non solo un patrimonio scioltosi in pochi anni ma soprattutto una famiglia che da grande e numerosa che era si ritrova oggi con Massimo e Roberto uniti solo con le rispettive ali familiari. Loro, se non altro, ancora uniti.
È Noemi, la figlia di Massimo, che mi spiazza quando dice
Eravamo una grande famiglia. I Mazza
Una considerazione amara che Massimo vive con tristezza e profonda amarezza. Non c’è voglia di rivalsa ma solo nostalgia per qualcosa che i nonni erano riusciti a creare. Forse senza la capacità di gestire. Perlomeno la parte di azienda vera. Di quelle che sanno che per rimanere grandi, occorre rimanere uniti.
Con Roberto, soci al 50%, stiamo cercando di mettere dentro i figli. Roberto ha due figlie una della quale lavora in azienda. L’altra fa la maestra d’asilo e ha altro da fare. Poi c’è mia figlia Noemi che gestisce il software dei sistemi per la gestione della cantina. Ha fatto agraria e ora sta facendo enologia. L’altra figlia Gaia insieme a Noemi sono state assunte da Tommaso per la stagione turistica. Sono gemelle Gaia e Noemi.
Massimo e Roberto. Gli ultimi rimasti dei Mazza, prima che il testimone passi alla successiva generazione, si dividono equamente i compiti. Roberto in campo per trattamenti e lavorazioni; Massimo in cantina.
Il boss in cantina sarei io. Poi ho Alessandro che lavora con me. Un ragazzo bravo e preciso. Avevamo Carlo Travagli come enologo e adesso c’è Filippo Mazzorana della scuola di Carlo.
Il martedì e venerdì con Roberto siamo insieme a consegnare su Siena facendo la distribuzione. Abbiamo anche clienti a Firenze.
Ce li vedete Roberto e Massimo, i fratelli Mazza, sul furgoncino a consegnare vino per la Toscana? Pagherei per essere a bordo con loro a sentire le storie della famiglia Mazza. Storia vera che fa riflettere sul mondo contadino e la voglia di emergere così come sulla necessità di dotarsi di una struttura seria che i più bravi chiamerebbero “governance”.
Prima del covid facevamo 35 mila bottiglie tra bianchi rosso e rosato. Due Chianti Classici: Gaia e Ser Gino (che era vecchia ricetta). Con il covid abbiamo avuto un fermo pazzesco riuscendo a far fatturato consegnando in giro. Sì cominciò a girare tutta la toscana con il furgone.
La damigiana sta morendo. I clienti che vengono qui a caricare lo sfuso prima erano tanti. Ora no. È cambiato il modo di bere. Oggi vanno le bag in box facendo morire la damigiana.
La chiacchierata con Massimo è di quelle vive e scorre veloce. I suoi racconti sono quelli di una persona che parla di ciò che vive sulla propria pelle. Ma anche tanta personalità e visione. Calma, pazienza, conoscenza. Un modo di fare che è come se fosse registrato opportunamente per trasmetterlo alle figlie. In modo che la storia non si ripeta. Che la famiglia resti unita.
Oggi l’Azienda Mazza gestisce 40 ettari dei quali 24 ettari di vigne Chianti Classico e IGT più ulteriori 8 per un’altra azienda restituendo la bottiglia finita con la tanto di etichetta. Un impegno non da poco. Qualcosa che solo una famiglia unita può continuare a gestire.
11 etichette in gamma. Tante? Poche? Giuste forse per le dimensioni dell’azienda. Di certo impegnative. Anche se la necessità è quella di aumentare la produzione per sfruttare le potenzialità della cantina nata per ben altre esigenze. Sempre con la spada di Damocle del 2036…
È stata una scelta di mercato perché inizialmente il mio ex enologo Carlo mi diceva che quando hai un 4/5 vini andava bene. Due Chianti Classico base uno dei quali è per gli amanti del Sangiovese mentre l’altro con uno stile più internazionale presentato al Prowine del 2017. A Shangai.
Ogni vino è un omaggio alla famiglia tranne il Montelupo che parla ovviamente del luogo. Gino, il capofamiglia, ha due vini a lui dedicati. Mariano che ha fatto il vino per la prima volta non ha un vino importante.
A quei tempi li noi facevamo un Chianti Classico e un IGT senza avere una bottiglia. Così creammo la prima etichetta. Si fece fare delle etichette da un grafico di Siena, Alessandro Grazi che ha dipinto anche un Palio. Fu fatta una serigrafia con l’oro in pasta. Gli dissi: come si fa a farla? C’è solo una etichettifricio e tocca andare ad Alessandria. Sì spese un botto di grafica e di etichetta. Si fece Ser Gino, il Mariano rosso e l’IGT bianco Adino. Nacquero cosi. Magari Mariano avrebbe avuto merito per una riserva.
Il Ser Gino Riserva. Un Chianti Classico Riserva DOCG con 95% di Sangiovese poi Canaiolo e Ciliegiolo per un 2.5% e un affinamento di 24 mesi in tonneaux.
Che dire? Un meraviglioso Chianti Classico. Al naso un tripudio di sentori caldi, freschi, avvolgenti. C’è la marasca, l’arancia sanguinella, poi la violetta, il sottobosco e le spezie, erbe aromatiche e tostature a profusione: vaniglia, cioccolato, chiodi di garofano, cannelle, noce moscata, tabacco trinciato, pellame, alloro. Insomma, wow, wow, wow!
In bocca è una vera e coinvolgente esplosione di sensi. Fresco ma non pungente con i tannini maturi al limite del raffinato. Alla deglutizione si sente il calore adrenalinico che sale per via di una inaspettata freschezza e una giusta persistenza. Viene voglia di abbinarci una bistecca che risulta perfetta per la morbidezza del vino. La finisci e finisci il vino. Di slancio. Perfetto anche abbinato a dei mezzi rigatoni con pomodoro e crema di peperoni. Il Montelupo è il Chianti Classico Gran Selezione da solo Sangiovese. Ho provato il 2020 che mi ha restituito una bellissima esperienza degustativa. Da Chianti di una volta. I 36 mesi di botte da 16 hl hanno ammorbidito questo Chianti rendendolo anzitutto buono, poi suadente, infine avvolgente.
Rubino con una piccola unghia granata e immediati sentori di violetta. Il Sangiovese è servito. Poi il restante quasi complesso corredo olfattivo fatto di frutta cotta al limite del sotto spirito, vaniglia, tabacco, pellame, chiodi di garofano, pepe. Un po’ di sottobosco a creare una vera armonia. Anzi, una sinfonia con i frutti che emergono e si alternano con spezie e tostature mentre i fiori di violetta stanno a guardare entrando ogni tanto a reclamare un ruolo da prima donna.
In bocca dimostra tutta la sua ampiezza e gentilezza. I tannini sono gentili e la freschezza diventa avvolgente. I sentori si trasformano in sapori ancorché meno cotti così da rendere il sorso non stucchevole. Ampiezza e calore a dare robustezza, forza, tenacia. Ma anche grande fascino e seduzione. La marasca arriva alla fine così da rendere il finale non solo indimenticabile ma voglioso di un nuovo sorso. Un vino che ti prende per mano e ti porta in territori bui, sconosciuti ma intriganti e piacevoli. Non banale ma complesso; determinato e gentile. Così che con una bella Fiorentina ci sta un gran bene. Questo si! Poi si fece il vin santo, la grappa, la grappa riserva. Due fratelli, Massimo e Roberto. Con le loro famiglie. C’è una bellissima foto sul loro sito che li ritrae insieme. È a colori. Sopra di questa ve ne è invece una in bianco e nero. Due epoche diverse. Due gruppi diversi nonostante la famiglia sia la stessa. Lo si capisce dai sorrisi che hanno la stessa fisionomia, gli stessi lineamenti, forse la stessa inconsapevolezza. Del futuro intendo. Del non sapere cosa sarà il futuro. Del non volerlo sapere perché potrebbe spaventare. Se Roberto e Massimo, i Mazza, avranno ben seminato, sarà solo il futuro a dircelo. Oggi possiamo e dobbiamo accontentarci di una serie di eccellenti e schietti prodotti che la loro passione ci offre. Non è poco e non è abbastanza. Aziende come queste vorremmo che continuassero nel tempo e che i loro vini ci accompagnassero per tanti e tanti anni ma, soprattutto, che la famiglia rimanga tale. L’augurio, che è una speranza, è quello di vedere la foto di copertina che anno dopo anno veda sempre più persone sorridente. Sarà il segnale che la Famiglia Mazza sarà tornata ad essere una grande, numerosa famiglia. Unita. Il sito Internet https://www.mazza-wine.com/ Instagram Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Che dire? Un meraviglioso Chianti Classico. Al naso un tripudio di sentori caldi, freschi, avvolgenti. C’è la marasca, l’arancia sanguinella, poi la violetta, il sottobosco e le spezie, erbe aromatiche e tostature a profusione: vaniglia, cioccolato, chiodi di garofano, cannelle, noce moscata, tabacco trinciato, pellame, alloro. Insomma, wow, wow, wow!
In bocca è una vera e coinvolgente esplosione di sensi. Fresco ma non pungente con i tannini maturi al limite del raffinato. Alla deglutizione si sente il calore adrenalinico che sale per via di una inaspettata freschezza e una giusta persistenza. Viene voglia di abbinarci una bistecca che risulta perfetta per la morbidezza del vino. La finisci e finisci il vino. Di slancio. Perfetto anche abbinato a dei mezzi rigatoni con pomodoro e crema di peperoni. Il Montelupo è il Chianti Classico Gran Selezione da solo Sangiovese. Ho provato il 2020 che mi ha restituito una bellissima esperienza degustativa. Da Chianti di una volta. I 36 mesi di botte da 16 hl hanno ammorbidito questo Chianti rendendolo anzitutto buono, poi suadente, infine avvolgente.
Rubino con una piccola unghia granata e immediati sentori di violetta. Il Sangiovese è servito. Poi il restante quasi complesso corredo olfattivo fatto di frutta cotta al limite del sotto spirito, vaniglia, tabacco, pellame, chiodi di garofano, pepe. Un po’ di sottobosco a creare una vera armonia. Anzi, una sinfonia con i frutti che emergono e si alternano con spezie e tostature mentre i fiori di violetta stanno a guardare entrando ogni tanto a reclamare un ruolo da prima donna.
In bocca dimostra tutta la sua ampiezza e gentilezza. I tannini sono gentili e la freschezza diventa avvolgente. I sentori si trasformano in sapori ancorché meno cotti così da rendere il sorso non stucchevole. Ampiezza e calore a dare robustezza, forza, tenacia. Ma anche grande fascino e seduzione. La marasca arriva alla fine così da rendere il finale non solo indimenticabile ma voglioso di un nuovo sorso. Un vino che ti prende per mano e ti porta in territori bui, sconosciuti ma intriganti e piacevoli. Non banale ma complesso; determinato e gentile. Così che con una bella Fiorentina ci sta un gran bene. Questo si! Poi si fece il vin santo, la grappa, la grappa riserva. Due fratelli, Massimo e Roberto. Con le loro famiglie. C’è una bellissima foto sul loro sito che li ritrae insieme. È a colori. Sopra di questa ve ne è invece una in bianco e nero. Due epoche diverse. Due gruppi diversi nonostante la famiglia sia la stessa. Lo si capisce dai sorrisi che hanno la stessa fisionomia, gli stessi lineamenti, forse la stessa inconsapevolezza. Del futuro intendo. Del non sapere cosa sarà il futuro. Del non volerlo sapere perché potrebbe spaventare. Se Roberto e Massimo, i Mazza, avranno ben seminato, sarà solo il futuro a dircelo. Oggi possiamo e dobbiamo accontentarci di una serie di eccellenti e schietti prodotti che la loro passione ci offre. Non è poco e non è abbastanza. Aziende come queste vorremmo che continuassero nel tempo e che i loro vini ci accompagnassero per tanti e tanti anni ma, soprattutto, che la famiglia rimanga tale. L’augurio, che è una speranza, è quello di vedere la foto di copertina che anno dopo anno veda sempre più persone sorridente. Sarà il segnale che la Famiglia Mazza sarà tornata ad essere una grande, numerosa famiglia. Unita. Il sito Internet https://www.mazza-wine.com/ Instagram Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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