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4 Gennaio, 2025

Elda Cantine. Il Nero di Troia a due passi da casa

  Troia è un affascinante e suggestivo borgo millenario pugliese immerso nei monti Dauni, nella zona settentrionale della Puglia. Custode di tesori antichi ed inestimabili donati dalla Storia, la leggenda vuole che le sue antichissime origini (siamo agli albori del XI secolo) siano da attribuire a Diomede. Con molta probabilità il centro abitato inglobò la “città vecchia” preesistente. Divenuta Aecae in epoca romana, Troia si trasformò, data la sua posizione lungo la fitta rete viaria che collegava Roma all’Oriente, in un centro di primaria importanza. Strabone, Livio e Polibio, furono i primi a riportare notizie certe sull’esistenza di questo municipium. Tra la fine della Repubblica e l’inizio dell’Impero Romano, Aecae raggiunse il massimo sviluppo. La storia di questo borgo si intreccia in maniera così indissolubile con quella della Chiesa da aver tracciato un solco indelebile nell’arte e architettura locale. Simbolo del passato religioso della città è infatti lo splendido rosone di quel gioiello del romanico pugliese che è la Cattedrale, i cui lavori di costruzione cominciarono nel 1093 e si conclusero nel 1119. Tra i declini collinari di Troia ho scoperto Elda Cantine, una azienda nata ormai da oltre vent’anni. Conosco Alessandro, il direttore commerciale dell’azienda, che sorridente mi viene incontro accogliendomi nella sua bellissima cantina. Tanto bella da lasciarmi a bocca aperta per la bellezza che evoca. Il progetto Elda Cantine, il cui nome è una dedica dell’ing Marcello Salvatori alla madre Elda, nasce come normale evoluzione delle attività nel campo delle energie rinnovabili. Un’anima green del gruppo che ha visto recentemente l’apertura del primo Elda Hotel, ecosostenibile e biocompatibile, immerso nel verde millenario della Foresta Umbra, cuore del Parco Nazionale del Gargano. Le uve per le loro linee di prodotto più prestigiose vengono raccolte a mano ed in cassetta, da vigneti a spalliera e non irrigui, ubicati su terreni calcari a pietra bianca e coltivati nel massimo rispetto per l’ambiente. La gamma di vini, forte di vitigni autoctoni regionali e internazionali provenienti esclusivamente da terreni di loro proprietà, è decisamente vasta. L’impronta green è declinata in ogni fase del processo produttivo: cantine totalmente alimentate con energia rinnovabile, tappi 100% riciclabili, limitati trattamenti chimici. Rosalia Ambrosino è l’enologo (o enologa) entrata in azienda nel 2014 dopo un casuale incontro con Marcello che ha l’input di rilanciare l’azienda attraverso un importante rebranding forte di un ammodernamento della struttura. Rosalia è una napoletana di nascita, pugliese d’adozione, girovaga per vocazione. Il destino ha voluto che il suo incontro con l’Enologia fosse inatteso, fortuito. Quando arriva il “coup de foudre” che ti illumina la strada da seguire c’è poco da fare, così ha deciso che sarebbe diventata enologa nella totale inconsapevolezza di “cosa” le avrebbe portato e, soprattutto, “dove” avrebbe portato questa scelta. Ha viaggiato per “fare vino” tra i maestosi territori vitivinicoli Baschi, Pirenei e Alpi, ma il destino l’ha richiamata nelle terre che ama, il sud. Oggi si divide tra Foggia e Troia, narrando queste terre di Puglia attraverso Elda Cantine, una miscela di vino, cultura e territorio. Arrivata nelle terre di Capitanata ha sentito subito che questa incantevole parte della Puglia settentrionale sarebbe diventata la sua nuova casa oltre che una stimolante dimensione professionale. A conquistarla è il Nero di Troia, intrigata dall’alone di mistero, dalla storia di questo vitigno antico le cui “radici” affondano nei miti della cultura mediterranea. Affascinata dalla potenza dei profumi che sprigiona, dei tannini che graffiano e vanno domati. Rosalia decide di realizzare 6 diversi prodotti derivanti da questo stesso vitigno. Primo tra tutti il Metodo Classico. La sua idea di vino senz’altro si sviluppa attraverso il rispetto dell’ecosistema di cui siamo parte. La sua scelta è stata quella di una conduzione enologica sana, quindi fatta di controllo, ma allo stesso tempo etica e sostenibile. Ho in mano un bicchiere di Elda Brut Nature, il metodo classico da Nero di Troia, coltivato a Vigna Santa Cecilia da piante con circa 15 anni di vita. Suolo calcareo a medio impasto. Raccolta effettuata solitamente verso la fine di agosto. Affinamento 24 mesi sui lieviti. Alla vista appare rosa tenue, quasi cipria, con fine e persistente perlage, elegante corona di spuma. Al naso è ricco e fruttato con sentori di lievito e crosta di pane, dal gusto piacevole, morbido e sapido. Un vino perfetto abbinato a pesce crudo (scampi e ostriche), tempure di mare e di terra. Con i primi di mare si sposa magicamente. Da due anni c’è anche un’altra bollicina, altrettanto pregiata seppur con un’impronta totalmente diversa: il Troja Ancestrale, spumante metodo ancestrale, sempre da Nero di Troia. Un nome che è omaggio alla cittadina millenaria che ospita la cantina. Ogni anno con una nuova etichetta, un artista lo interpreta secondo il proprio istinto. Quest’anno è stato raccontato da Fonsy Nils. Proviene sempre da uve coltivate a Vigna Santa Lucia. La vendemmia è a fine agosto e la fermentazione è spontanea. Alla vista si presenta giallo ocra, opalescente. All’olfatto ricco e fruttato con sentori di lievito e legno di agrumi. Al gusto è piacevole, fresco e sapido. Un vino perfetto per gli aperitivi con il pesce, tartare di pesce, antipasti e torte salate. Rosalia sostiene che più di ogni vino, lo spumante richiede una cura attentissima e meticolosa, frutto di grande passione e un’approfondita ricerca nonché studio. Come quando si è recata con un team di colleghi presso un laboratorio enologico toscano a studiare il “liqueur d’expedition“. La mission di Elda Cantine è proprio quella di valorizzare al massimo le pregiatissime uve pugliesi e la produzione di questo spumante rientra proprio nella strategia di aumentare la consapevolezza di “riscatto” di un territorio, dove lo spumante deve rilanciarsi come prodotto d’eccellenza, in contrasto con l’idea di vino spumante tout-court confinato nell’immagine del “botto da occasione.” Ogni etichetta che si rispetti ottiene sempre dei riconoscimenti ma i più importanti per loro arrivano sempre dai clienti che li scelgono e continuano a scegliergli dall’Italia e sempre più anche dall’Estero. Macerotto, il bianco macerato da Bombino Bianco ha ottenuto il bollino rosso del prestigioso Wine Hunter mentre Ettore annata 2019, il rosso da Nero di Toria, ancora una volta si conferma un vino di altissimo pregio con le 4 stelle della Guida Vini Buoni d’Italia – Touring Club Italia con la menzione di “vino da non perdere”. Macerotto, sembra uno squarcio di vita sanato da un cerotto. Una rottura degli schemi, di quelle che segnano un nuovo inizio. Una vera rottura, fosse solo della macerazione. La fermentazione è sempre spontanea e la macerazione sulle proprie bucce è per circa 10 giorni. Affinamento in bottiglia per ulteriori 12 mesi. Non filtrato. Lo ritrovo nel bicchiere in una nuance giallo dorato intenso. All’olfatto esprime con forza e personalità il territorio e il suolo marnoso-sassoso. Le note di frutta candita, mandorla amara e in sentori balsamici lo rendono al naso piuttosto intenso e complesso. In bocca ha un gusto piacevole, fresco e sapido con una grande spinta acida. Ettore invece è l’eroe buono della guerra di Troia, dal carattere audace e fermo, rappresenta ciò che è la fierezza autentica del nero di Troia. Solo acciaio e nessuna filtrazione. Come da prassi qui. In mano ho un calice colmo di Ettore e non possono non apprezzare un profondo rosso rubino con riflessi granata. Naso intenso e complesso, con sentori di vaniglia, pepe nero e al gusto secco e caldo, morbido e tannico. Sicuramente un vino che si sposa bene con le carni o con la cacciagione. Dove il respiro della natura più selvaggia e incontaminata incontra la brezza spumeggiante del Mar Adriatico sorge l’Elda Hotel, esattamente al centro della “riserva naturale integrale” della Foresta Umbra, tra le più importanti d’Europa. Immerso nella rigogliosa vegetazione di questa sublime oasi di oltre 10.000 ettari a 800 metri sul livello del mare. Alla vista si presenta come un edificio elegante, ricostruito attraverso una meticolosa ricerca di materiali e soluzioni energetiche adeguate ad assicurare il minimo impatto ambientale al prezioso ecosistema, per restituire il piacere di soggiornare nell’abbraccio della Foresta, a pochi chilometri dalle coste più belle della Puglia. L’Elda Hotel rappresenta un innovativo presidio di tutela e valorizzazione dell’habitat naturalistico del noto Parco pugliese. Un complesso progetto ecosostenibile di recupero dello storico albergo-rifugio, inaugurato nel 1940, tra i primi della provincia di Foggia, che per decenni è stato un punto di riferimento. È una vera porta d’accesso alla bellezza selvaggia del Gargano, un invito a riscoprire il legame con la natura e con sé stessi. All’Hotel Elda si è aggiunto da poco Bosco Elda, una masseria in perfetto stile pugliese dotata di attività ricettiva e ristorante in località Amendola, sulla strada che da Foggia porta a Manfredonia. Qui ci sono anche le nuove vigne e gli uliveti. Una cantina da scoprire, una serie di interessantissimi vini non solo da assaggiare ma da degustare e lasciar sì che infondano tutta la loro potenza territoriale. Perché no, sorseggiandoli nel parco del bellissimo hotel. Emozioni. Tantissime e variegate sono le emozioni suscitate dalla scoperta di questa cantina. Un piccolo ecosistema nelle bellissime terre di Puglia.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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3 Gennaio, 2025

Gabriele Morra già Pautasso 1880. Gabriele e Stefano: esageroma nen

  Totò e Peppino. Gianni e Pinotto. Stanlio e Olio. Franco e Ciccio.  Coppie della risata. Quelle che ci hanno fatto ridere senza freni. Per tanto tempo.  Con semplicità e senza eccessi.  Non è facile far funzionare una coppia. Se è difficile tra marito e moglie pur avendo in comune una vita intera, figuriamoci tra coppie di artisti, ciascuno con la propria individualità e la voglia di emergere. Quando si capisce però che da soli si è “di meno”, ecco, li si raggiunge l’apice. Il problema è che non basta che lo capisca uno. Devono essere entrambi. Altrimenti che coppia sarebbero? Coppie della risata, ça va sans dire. Anche perché di coppie drammatiche se ne sono viste poche nella storia. E meno male aggiungerei, altrimenti sai che valanga di tristezza! Quando si scherza bisogna esse seri. Il grande Alberto Sordi nella magistrale interpretazione del Marchese del Grillo ci ricorda che il lavoro di chi scherza per far ridere le persone, magari prima se stesso, occorre farlo con serietà. Occorre preparazione e tanta. Si può improvvisare, certamente, ma non verrà mai bene come qualcosa di pianificato.  Gabriele e Stefano a vederli insieme sembrano una di quelle coppie comiche dell’avanspettacolo milanese degli anni ‘90. Quelli dello Zelig tanto per intenderci.  Gabriele (Testa) è quello alto. Sbarbato, la faccia da bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh eccolo li Enrico Bertolino.  Stefano (Campaniello) è quello meno alto. Con la barba e la faccia da meno bravo ragazzo. Lo guardi e dici: toh ecco Natalino Balasso (da giovane!). Anche se poi lo senti parlare ed è tutto tranne che nordico. Cosa ci facciano insieme, sembra un mistero. Potrebbero essere un duo improbabile. Invece sono una di quelle coppie divertenti, scanzonate ma al contempo (proprio perché quando si scherza bisogna esse seri) preparatissimi e professionali vignaioli delle Langhe. Gabriele e Stefano sono la Cantina Gabriele Morra già Pautasso 1880. Siamo a Macellai, una piccola frazione di Pocapaglia, in provincia di Cuneo. Nelle Langhe insomma. Qui si scherza poco in generale e con il vino ancora meno. È cosa seria. Austero e serioso proprio come i piemontesi. Sabaudi. Eppure, Stefano e Gabriele li guardi e ti ispirano subito una gran simpatia. Dei due, quello che dovrebbe essere sabaudo è Gabriele. È lui che dal nonno materno, del quale porta il nome, eredita le vigne. Di sabaudo ha la flemma e l’aspetto che sembra, da lontano, da molto lontano, un piemontese. Serio, non so. Ha il sorriso che lo si legge negli occhi. Quella voglia di fare qualche marachella che gli deve essere rimasta da quando era piccolo. La flemma però ce l’ha tutta. Sarà per questo che di coltivarle, le terre, non è che ne avesse una gran voglia. Di fare vino, benché gli piace berlo, men che mai. Oltre alla flemma ha in dote pure una certa indecisione. Di quella che lo porta, quando va al ristorante, ad ordinare sempre le stesse cose, sempre lo stesso vino.  Stefano è il contrario di Gabriele. Sempre in movimento. Sempre a voler far qualcosa. Dotato di quella simpatia derivante, con tutta probabilità, dalla provenienza che il suo cognome non riesce a celare. Sembra serio con il suo modo di fare da navigato professionista ma poi, all’improvviso, non riesce a trattenere la battuta dissacrante. In grande amicizia!  In comune con Gabriele, il sorriso. Stefano lo dimostra mostrando tutti i denti, Gabriele con gli occhi. Espansivo il primo, contenuto il secondo.  Come si incontrano? Io e Stefano ci siamo conosciuti ad un tavolo di un ristorante. Dieci anni fa. Lui lavorava, io ero cliente.  Sono quello che lavora dei due. È cominciata come una scommessa. Faceva il sommelier e mi fa, dopo la seconda volta che mi vedeva: vuoi scommettere che ti prendo il vino e ci azzecco sui tuoi gusti? La verità è che lui beveva sempre lo stesso vino. Ad una certa mi sono stufato e gli ho detto: stasera ti bevi una bottiglia che dico io. Se non ti piace me la bevo io. Così è stato. È nato tutto di li. Ci siamo conosciuti. Bevevo una Barbera e lui mi ha proposto un Dolcetto di San Fereolo. Un produttore fuori dagli schemi. Bravo hai azzeccato i miei gusti. Bravo. Così andavamo a mangiare fuori e lui sceglieva il vino. Tanto i gusti li sai gli dicevo. Stefano sommelier in un ristorante. Innamoratissimo delle Langhe e del Roero, si era trasferito in queste zone per lavoro. Il lavoro nel ristorante forse per darsi il tempo di trovare non la strada giusta che già sapeva quale dovesse essere. Iniziativa, intelligenza, esperienza, voglia di fare, voglia di emergere. Capacità. Mi disse: il mio sogno sarebbe aprirmi una cantina. Guarda che mio nonno aveva una cantina. Ho tenuto tutto. Ho conservato le vigne. Adesso vendiamo le uve. È sempre stato il pallino mio aprire una cantina ma non avevo lo stimolo. Lo stimolo. Vedi che gli manca lo stimolo a uno come Gabriele? In fondo il lavoro ce l’ha. A che gli serve sbattersi e coltivare la vigna? E poi, fare pure il vino? Troppa fatica. Sarà così ma a Gabriele manca proprio lo stimolo. Uno che gli ricordi di quanto ben di Dio abbia sotto il culo e cosa se non potrebbe fare.  Mi affitti le vigne? Non so se fosse una provocazione o un vero intento, però per uno intraprendente e volenteroso di spaccare il mondo come Stefano, la domanda era lecita e pertinente. Le vigne sono di famiglia e non posso affittare le vigne ad un forestiero.  Allora facciamo il vino insieme.  Ditemi se non sono un duo comico Gabriele e Stefano.  Non può non venirmi in mente la meravigliosa scena del film La banda degli onesti con Totò, Peppino de Filippo e Giacomo Furia. Sono convinto che Gabriele avrebbe detto: Allora, siete d’accordo? 
Siete? Siamo d’accordo
Siamo!
Ah, siete d’accordo Di li abbiamo iniziato i nostri esperimenti. Nel 2015 abbiamo iniziato l’avventura uscendo sul mercato nel 2018. Abbiamo una idea di vino tradizionale con qualcosa di contemporaneo. Lui innamorato dei vini. Tanto che si è speso tutto assaggiando i vini degli altri. Fanno tutto loro. A che serve fargli domande se conducono da soli il gioco?  Magari lo fanno inconsapevolmente o magari perché sono splendidamente affiatati, vallo a sapere. Però funzionano insieme. Si prendono in giro a vicenda senza mai accavallarsi o tantomeno offendersi. Ridono e si divertono. Una passione in comune come quella del vino coniugata con della sana e coinvolgente allegria. Facciamo il vino per passione. Non siamo di quelli che trasformano la passione in lavoro. Ci vogliono i soldini e noi fortunati non siamo. Gabriele lavora in ambito metalmeccanico, Stefano nella ristorazione. In vigna e in cantina dunque stanno in maniera alternata e asincrona rispetto al proprio lavoro. Stefano si dedica alla cantina di giorno perché il ristorante è aperto solo a cena;  Gabriele di sera perché di giorno si lavora in fabbrica. Caratteri complementari, punti di vista comuni. Eppure Gabriele è quello sornione che ha preso questa avventura come un modo per fare qualcosa di diverso e utile con le vigne di famiglia. Per Stefano è una vera opportunità di sviluppo di business. È per questo che si integrano perfettamente.  Facendo le cose per passione prendi tutto con il sorriso. Le critiche le prendi con il sorriso ad esempio. In modo costruttivo. Abbiamo cominciato e siamo felici. Barbera, Nebbiolo e Barbaresco…Poi avanti con gli altri vini. Noi abbiamo fatto la scelta di essere degli artigiani. Non ci vendiamo come produttori di vino naturale o biologico. Ci siamo uniti con due ruoli diversi. Gabriele è la parte più manuale mentre io all’inizio di cantina. Non avendo una generazione precedente, all’inizio è stato più difficile ma allo stesso tempo potevamo fare quello che più ci piace. Abbiamo unito la nostra idea di vino e di gusto con una visione contemporanea ed esperienze. Come quelle che mi hanno portato a lavorare in Francia, Spagna. Nelle cantine all’estero in maniera convenzionale. Mi sono trovato ad avere in una estate, una reazione allergica ai prodotti di sintesi. Avevo visto in Francia una parte quasi spirituale, biodinamica, concettuale. In Spagna una realtà industriale. Con Gabriele quando ci siamo trovati abbiamo detto: facciamo un vino che ci beviamo noi per primi. Poi troviamo le persone che si innamorino del nostro vino. Approccio in vigna e in cantina è quello della tradizione del Nebbiolo e della Barbera. Però ci piace la beva, l’eleganza, la non alcolicità. Vini da bere per essere bevuti. Siamo due bevitori e infatti siamo i migliori clienti della nostra cantina. Tra una fetta di salame e l’altra… Quando ho assaggiato i loro vini ho in effetti ritrovato esattamente quanto dichiarato da Gabriele e Stefano. Non succede facilmente ma quando succede non si può non evidenziarlo. Eppure nessuno dei due ha un trascorso agronomico o enologico particolare.  La mia scuola è  stata l’esperienza di vita. Ho visto di tutto. L’aver lavorato in ristorante mi ha permesso di bere vini da tutto il mondo. Anche quei vini che avrei visto solo in foto o sui social. Questo ti crea un tuo palato. In un percorso fatto di esperimenti e sbagli arrivi ad una tua visione di vita.  La mia fortuna è la capacità di adattarmi al territorio. Ho avuto una fidanzata a Venezia, dove poi ho studiato potatura e viticoltura e per forza di cose ho imparato il dialetto. Ho un cognome del sud e il papà della morosa diceva che dal Brenta in giù sono tutti terroni. In Piemonte se parli in dialetto ti fanno lo sconto, altrimenti niente. In fondo, se ci si pensa bene, quando non si hanno le pressioni del nome, della quantità, del conto economico, cosa si ha da perdere? Stefano lo dice chiaramente: quando non si ha una responsabilità, si può fare quello che più piace. E allora, nessun lievito, pochi trattamenti in vigna, tanta passione. Li dove tutto può essere più semplice qualora le cose vengano fatte bene, non c’è bisogno di niente altro. Si può sperimentare, si può rischiare. Ma si può fare solo qualora ci sia, e qui ce ne è, tanta consapevolezza e forza, esperienza e volontà. Trasformando tutto in quella ossessione propria di chi fa le cose con passione. Diventa una ossessione. C’è chi ha l’ossessione delle macchine, chi delle belle donne. Noi della vigna. Lascio crescere l’erba, non concimo ecc. Ci arrivi con la consapevolezza che il grande vino lo fai in vigna. Così, dopo la vendemmia, è fatto. Metto la mia morosa a pigiare l’uva con i piedi così mette il video sui social ed è contenta. Ma la fermentazione sta andando. Facendo un pied de cuve prima non hai rischi di acetiche o deviazioni.  Noi di tecnologia non ne abbiamo. Acciaio, cemento e legno esausto. La cantina era quella di mio nonno. Vivo sopra. Mia madre e mia zia non hanno voluto continuare quando nonno era stato male. La volevano acquistare altre cantine ma nonno diceva che il suo nome non era in vendita se la riapri deve aprirla un mio consanguineo. Qui è tradizione portare il nome del nonno dunque è per questo che mi chiamo Gabriele. Sta di fatto che la passione per il vino me l’ha tramandato. Il merito è stato di Stefano perché avevo lo stimolo ma serviva uno che mi spronasse.  Siamo a 15 km da La Morra. Il nonno di Gabriele faceva proprio Morra di cognome. La cantina non si poteva che chiamare Morra Gabriele. Un omaggio al nonno. Un dovere per questa terra. Una furbata magari. Ma cosa importa. Morra Gabriele già Pautasso, vini dal 1880 era la cantina di nonno Gabriele. Morra ovviamente. L’anno scorso abbiamo trovato su ebay il listino di mio nonno del 1956. Era di un ristorante. Scritto a mano da mio nonno.  Abbiamo tre ettari e mezzo. Ventimila bottiglie. Se riuscissimo a trovare a prezzi accessibili un altro vigneto faremmo di più. Ma qui i prezzi sono inaccessibili. Stefano ha smesso da poco la ristorazione e si sta dedicando alla cantina. Non me lo ha detto, ma so che ha iniziato anche un’altra avventura dedicandosi alle bollicine delle Langhe con Apeca. Due guasconi. Due ragazzi di poco più di quaranta anni che iniziano insieme una avventura nelle Langhe. Qui dove tutto sa di sabaudamente serioso, solo con il loro sorriso e l’atteggiamento da scanzonati guasconi, può permettere si assorbire l’onda d’urto che la zona provoca. Perché qui, o sei grande e dal grande passato o solo un miracolo ubriaco può consentire di arrivare al successo. Però il territorio è baciato da Dio e questo agevola non poco. Almeno per ottenere prodotti di eccellenza.  Nel 2013 e 14 abbiamo fatto tanti esperimenti con micro vinificazioni. Il 2015 è stata la prima annata di Barbaresco in commercio nel ‘18. La vigna di Barbera ci fa fare un vino da pane e salame. Il Langhe nebbiolo è un barbaresco declassato. Abbiamo iniziato a fare un vino a grappolo intero che mi ha maledetto il primo anno. Non mi piacciono i sapori e profumi acerbi o tanti tannini, dunque facciamo una fermentazione a vasca aperta con sopra del mosto. Abbiamo poi avuto la fortuna di avere una vigna di Nebbiolo a Neive e in mezzo c’erano tremila metri di Chardonnay. O prendi tutto o niente. Lui aveva il mal di pancia. Io non sono amante dei bianchi. Erano sull’argilla, vigne di 25 anni. Non volevamo scimmiottare nessuno, non volevamo legno. Abbiamo fatto cemento. Basta ora però. Non abbiamo più spazio. Cero se mi proponi un Barbaresco Rabaja, un Montestefano, un Asili, subito. Però se mi dici che uva vorresti fare ti direi Riesling.  Guardandoli insieme, viene subito da pensare che quella della cantina sia una scusa per stare fuori casa, per fare zingarate, per divertirsi come matti. In effetti quando glielo chiedo… È una scusa per stare fuori Per andare a cena Le nostre compagne lo devono accettare. Dicembre, gennaio e febbraio sono più tranquilli poi inizia la stagione. La domenica rimane abbastanza sacra Tranne quando viene qualcuno per la degustazione. In cantina e vigna siamo noi. Per la vendemmia ci aiutano. Prima la vendemmia la si faceva con gli amici che venivano per mangiare a fine vendemmia. Lasciavamo i fari della macchina accesi.  I ricordi di Gabriele Morra bambino non possono che venire fuori. Nonno Gabriele, la vigna, le vendemmie, l’odore del mosto. Impossibile dimenticare. Meno facile farle emergere. Tranne quando si scioglie un pò. Dopo il nonno, con il papà metalmeccanico e la sua flemma, solo con lo stimolo di Stefano un ritorno era possibile. Meno male che le terre non hanno mai smesso di essere coltivate conferendo le uve. Solo un pò di vino per la famiglia.  Gabriele ordina sempre le sue bottiglie quando va al ristorante. Lui mi dice che sono un barotto, però almeno sono tranquillo che bevo bene e sto bene. Lui non lo fa mai. Perché dice che non fa figo. Ma no, io faccio esperienze.  Io rido. E rido davvero. Quando partono nel loro duetto non li fermi più ma nemmeno vuoi fermarli perché le battute, le prese in giro, l’autoironia, prendono il sopravvento. E coinvolgono. A proposito, “barot” o “barotto” in lingua piemontese è il campagnolo goffo e malvestito che va in città.  Con questo ben di Dio di territorio e soprattutto il meraviglioso atteggiamento di questi due ragazzi, può solo portare a svilupparsi degnamente. Io comprerei una botte ma Gabriele è taccagno. Comprerei una botte da 2000 litri togliendomi i tonneau. Nelle vigne ci sono i tartufi d’Alba. Con i cani li troviamo togliendoli dalla terra e facciamo lo scambio con le botti. Loro le danno via perché non c’è più il gusto del legno e noi le vogliamo perché non vogliamo dare il gusto pesante di legno. Serve solo per una micro ossigenazione e per una maturazione. Solo che non trovi quelli che danno via la botte grande per i tartufi. Il baratto. Tartufo in cambio di botti. I cani da tartufo ci sono. La terra con i tartufi anche. Non serve altro se non la faccia tosta di Gabriele e Stefano. Che non gli manca di certo. Sto ancora morendo dalle risate ripensando al quando mi parlavano di questa abitudine. Poi la trovi solo nuova. Per barrique e tonneau c’è un bel mercato di seconda mano. Le vendono per poche centinaia di euro. È giusto che il Nebbiolo stia nel legno ma non ci piace quando il legno marca il vino. Deve rimanere solo frutta, beva ed eleganza.  Vogliamo sempre migliorare ma non cambiare. L’idea è chiara per questi due ragazzi. Lavorare di più in vigna per mantenere le bucce sane. Non fargli prendere scottature. Si dedicano con passione e costanza. Fosse solo per avere del vino buono! L’anno scorso abbiamo provato le alghe, poi una specie di poltiglia.  Le annate sono devastanti per il calore.  Facciamo un bianco e cinque rossi.  Il bello di fare ventimila bottiglie. Fai quello che puoi e non devi scendere a compromessi con il mercato. Qui abbiamo clienti che tornano a comprare ogni anno. Abbiamo iniziato a fare vino nel garage di casa mia. Qui era grezzo e ci abitavano i cani da tartufo. Li ha dovuti sfrattare Gabriele  Pure garagisti. Più li fai parlare più vengono fuori aneddoti della loro avventura.  Abbiamo rifatto il pavimento, intonacato.  Era un garage doppio con tanto spazio. Tre vasche di acciaio, due di vetroresina, cinque barrique. Non ti giravi. I vicini erano felicissimi perché tornavo a mezzanotte dal ristorante e dovevo fare i rimontaggi. Sei in Langhe, sulla cima di una collina dove se fai uno starnuto ti sente anche quello dall’altra parte. Dovevi avere dei compromessi tanto che occorreva regalare qualche bottiglia.  Siamo stati in garage due anni per gli esperimenti. 2013 e 2014.  Da garagisti a vignaioli. Così si seguono le passioni. Così si risvegliano gli animi. Coltivando giorno dopo giorno i propri sogni. Gabriele la sua terra e il nonno, Stefano un futuro che vuole si concretizzi.    Abbiamo investito quello che avevamo. Le vasche di cemento le abbiamo comprate in Veneto. Abbiamo sempre re investito.  Tre sono i vini di Morra che ho assaggiato. Una Barbera, un Nebbiolo e il Barbaresco. Partiamo dalla Barbera, annata 2022. Il bellissimo e trasparente rubino regala immediati sentori di frutta quasi matura (ciliegia, arancia, prugna) che un velo di balsamico accentua delicatamente. Erbetta fresca e floreale rendono poi il tutto più fresco e piacevole. Tutto è vero in questo vino che non anela altro di essere bevuto. 
In effetti in bocca è piacevole. Lineare e piacevole per via di una curata freschezza con i tannini presenti ma non invadenti. Persistenza non lunga e il frutto che ritorna soave. Un vino immediato, verticale e con una morbidezza appena accennata comunque in equilibrio. Si comporta da piemontese: sembra ruvido ma poi si scioglie regalando sensazioni di amicizia, di quella amicizia che porta a bere senza fronzoli. 
Mi è piaciuto per la capacità di lasciare la bocca in uno stato piacevole e di accompagnare o meno un cibo. Insomma, lo bevi e dici “buono”! Ecco il Nebbiolo 2022. Un Barbaresco declassato direbbero i più bravi. Un Nebbiolo, dico io. Di quelli semplici e fatti bene. Solo sei mesi di botte per non togliere la croccantezza a questo centralissimo e centralissimo vino. 
Il pulito e trasparente color rubino identifica immediatamente il vitigno e la sua finezza. Il naso la conferma svelando piccoli frutti rossi, more, ribes, lamponi e ciliegie sotto spirito. Spezie e tostature molto leggere si sentono in lontananza e solo grazie ad un velo di balsamico. È come avere elementi di arricchimento della complessità olfattiva complicati ad essere decifrati. Ma presenti: noce moscata, cardamomo, pepe, tabacco. Poi sottobosco e note erbacee a rinfrescare ed impreziosire. 
In bocca arriva la spinta del tannino che comunque si esaurisce in breve tempo. Freschezza e calore arrivano a marcare il territorio contrastandosi l’un l’altro. Senza veemenza. Con calma e delicatezza. Il calore, che pur c’è, viene mitigato proprio dalla freschezza che tende a lasciare la bocca pulita e fresca con un quasi amarognolo finale. La frutta ritorna provando a creare una ampiezza che non trova spazio. Questo Nebbiolo è dotato di snellezza verticale. Non c’è opulenza. Non c’è sovrastruttura. Non c’è particolare complessità. C’è però tanta finezza, tanta eleganza, tanta sostanza. Sì beve e si lascia bere che è un piacere.  Infine il Barbaresco, annata 2020. Qui il rubino assume riflessi granata cosa questa che promette, senza smentite, un frutto particolarmente maturo. Piccola frutta rossa, prugna, arancia sanguinella. Poi un pomodoro particolarmente maturo. La strana sensazione è di qualcosa da mordere che poi restituisce calore e dolcezza. Note di sottobosco e il legno che, pur in maniera non invadente, inizia a farsi sentire: chiodi di garofano, vaniglia, tabacco, cioccolata Mon Chèry. Un corredo olfattivo non particolarmente complesso ma raffinato. Mi rimane in testa la sensazione di frutta polposa da mordere. Incredibile.
Il sorso è di quelli che si definiscono poderosi per via di una spalla acida e dei tannini ancora forti e prepotenti. Ciò che esplode in bocca è il pomodoro buono e polposo. Poi la frutta rossa. Bilanciamento riuscito, persistenza e chiusura di bocca buona. Serve un abbinamento per gestirlo al meglio. Un agnolotto ad esempio. 
Un vino che merita una lunga attesa ancorché bevibile così com’è. Un vino fine ed elegante che non è dotato di particolare corpo ma quando è in bocca restituisce una incredibile sensazione di avvolgenza. In finale un Barbaresco non eccessivamente impegnativo e che si beve. Evviva si beve Serve una cantina più grande però. Quella attuale dei Morra non basta più e i due ragazzi lo sanno. Solo che serve fare il passo finale. Quello di dedicarsi anima e corpo a questo progetto. Stefano è già dedicato. Gabriele nemmeno ci pensa. Un piemontese è molto concreto e sa che occorre tenere i piedi ben piantati per terra.  Abbiamo sfruttato ogni spazio disegnando sul pavimento con il gessetto per terra. Per le nostre dimensioni funziona ma se mi dai una bacchetta magica, prendo una cantina più grande. Quando metti i tubi vado in giro che sembro uno che fa pilates.  La simbiosi che c’è tra di loro è pazzesca. Si divertono e non lo nascondono. Prendono le cose come vengono e si divertono. Sbagliano e si divertono. Riescono nelle cose e non si montano la testa. Continuano a divertirsi. Sanno che non cambieranno l’approccio, l’amicizia, il costo del vino. È la loro forza e se sarà anche il loro futuro, sarà il futuro stesso a dirglielo. Quello che hanno da dire è nei loro vini. Schiettezza, facilità di beva, frutto, sincerità. Quel Piemonte vero, non edulcorato, non artefatto, non modificato geneticamente. Non ecco. Proprio non. Perché Gabriele e Stefano sono un “non” positivo, un non esageriamo. Un essere realistici. Un modo di pensare che ha come fondamento il non esagerare nel valutare le cose, nel non prendersi troppo sul serio. Forse modestia. Forse prudenza. Di certo il contrario dell’arroganza. Nella vita ci vuole prudenza. Non fosse altro per la consapevolezza della fugacità delle cose e del senso del limite. Perché, in fondo, solo cosi possono continuare a divertirsi. Tutto questo, in piemontese, è “esageroma nen!”     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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2 Gennaio, 2025

La Sardegna di Vinodabere: 45 aziende ed oltre 200 vini a Roma il 18 e 19 gennaio per scoprire un vero e proprio piccolo continente

Terza edizione di La Sardegna di Vinodabere. Evento esclusivo dedicato ai vini dell’isola  Hotel Belstay, Via Bogliasco, 27 – Roma Per il terzo anno consecutivo torna La Sardegna di Vinodabere, evento nato per promuovere, e far scoprire a chi non le conosce, la varietà e la complessità vitivinicola di una regione che è un vero e proprio piccolo continente. 45 aziende con più di 200 vini in assaggio Sabato 18 e domenica 19 gennaio, all’Hotel Belstay a Roma, sarà possibile incontrare ai banchi di assaggio numerosi produttori sardi (45 aziende), in rappresentanza delle tante aree (vere e proprie sub-regioni) dove si produce vino di qualità. Tra più di 200 referenze tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci e ossidativi, e perfino bollicine, ci si potrà orientare per apprezzare, come merita, la ricchezza enologica della Sardegna, conoscere i vignaioli che la animano e sperimentare nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, giunta ormai a livelli di indiscutibile eccellenza. Un viaggio attraverso i sensi, dunque, tra le produzioni provenienti dai territori di Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e sud Sardegna, alcuni dei quali diventeranno i protagonisti delle masterclass in programma sabato 18 gennaio (presto maggiori dettagli sul sito vinodabere.it). Programma Sabato 18 Gennaio Durante la mattina masterclass e orari da definire dalle 13:30 alle 15:30 Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro. dalle 15:30 alle 19:30 Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com Domenica 19 gennaio Dalle 10:30 alle 13:30 Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro. dalle 13:30 alle 19:00 Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro). Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com Per conoscere le aziende ed i vini presenti nei banchi di assaggio e per ogni altra informazione sull’evento collegatevi qui. Vinodabere (www.vinodabere.it) è una testata giornalistica on line che da anni promuove con i suoi articoli e con i suoi eventi la cultura enogastronomica, dando visibilità a realtà già note e storiche come a quelle nuove e da scoprire. I territori, i vini e le specialità gastronomiche della Sardegna sono sempre stati, sin dalla sua nascita, al centro dell’attenzione della testata giornalistica Vinodabere e del suo direttore Maurizio Valeriani. La Guida ai Migliori Vini della Sardegna (link), giunta alla settima edizione, pubblicata on line tra agosto e settembre 2024, ha visto un numero di letture incredibile (oltre 500 mila). La Redazione  
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2 Gennaio, 2025

"TURDACONE" TENUTA PALLOTTA (la verticale)

IL COSA E IL DOVE In un freddo e piovoso Giovedì d’Inverno il MUSEO DEL VINO di Monte Porzio Catone ha ospitato un Evento assolutamente unico: una verticale, condotta da Jacopo Manni, di “TURDACONE” (LAZIO IGT ROSSO), vino quantomeno “naif” prodotto da Renato Boni (TENUTA PALLOTTA). Cabernet Franc e Tintilia, due vitigni che nulla hanno a che fare con il Territorio ma scelti da Renato proprio per questo. Piantati “di nascosto” da un vignaiolo che fa vino per il piacere di berlo, raccontano, proprio per la loro estraneità al Vulcano Laziale, forse meglio di qualsiasi altro non solo il Territorio ma, anche e soprattutto, l’elemento fondamentale di quello che i cugini francesi (e anche noi che ci atteggiamo a enofighetti) chiamano Terroir: l’UOMO (scritto tutto maiuscolo). Prima annata la 2015, un CRU e 3000 bottiglie, questi i numeri di un vino irriverente già dal nome di fantasia (indagatene il significato). “TURDACONE” è figlio unico di un “dove” unico, di una delle poliedricità di quel Vulcano Laziale mai uguale a sè stesso e che Vi invito a scoprire sulla Vostra pelle (non solo nei vini che sa regalarci), magari sudando l’anima mentre scorrazzate in bici su e giù per i suoi versanti. “TURDACONE” è figlio di un Vignaiolo che sta agli schemi forse meno di quanto io stia alla danza classica. “TURDACONE” è il grido di un’enologia dimenticata, un bicchiere di protesta.   GLI ASSAGGI Fuori schema fino alla fine, Renato trasforma anche la “verticale” in una “diagonale” che parla forse più di “umori” e stati d’animo che non dell’evoluzione di un vino. Una “diagonale” che lascia per ultima un’annata 2015 che, a detta sua e di Jacopo, ha rischiato fino all’ultimo di non finire nel bicchiere e che invece…leggete! 2017: da un’annata con piogge zero mi approccio al bicchiere aspettandomi tanta concentrazione e poca freschezza. E appena ficcate il naso dentro il bibente ecco il vulcano! Cinerino, minerale, nasconde il frutto dietro il camino regalando sensazioni materiche, quasi polverose. È come se, camminando in soffitta soffiaste su un vecchio libro scoprendo inattese balsamicità e freschezze di lavanda. Il sorso conferma l’olfatto ma sembra voler concentrare tutti gli zuccheri appena entrato in bocca. È frutto profondo, in confettura, che prova a stemperare con le morbidezze l’incedere di una Tintilia che accosta sangue e ferro al peperone verde del Cabernet. Poi è un crescendo minerale che stende un velo sulla frutta e lascia che l’attenzione si posi su una sapidità che stimola la beva fino alla chiusura che lascia che la dolcezza del frutto faccia di nuovo capolino. È un vino duro, di poche parole…ermetico…dal fascino misterioso. (88- Punti) – 2018: unica annata ad aver passato qualche tempo dentro due botti molto vecchie, lascia che al naso la vaniglia alzi comunque un po’ troppo la voce. Dolcezze che poi non si ritrovano in un assaggio più fresco, meno carico di frutta, elegante (ma con le sneakers) e comunque di grande beva. Solo 1200 bottiglie e 84+ Punti.     – 2020: un olfatto fresco e pietroso che qua e là lascia intravedere polvere e ricordi. Assaggio saporito che evidenzia acidità elevatissime di quasi Barbera, più vegetale e meno ematico. Un vino che sa di consapevolezza, un pugno in faccia al sistema e alle logiche. (88+/89- Punti).   – 2016: accostando il bicchiere al naso sentite puzza di temporale! L’aria sfrigola e l’atmosfera è pirica, le vegetalità alzano la testa e si fa strada un profondo solco mentolato, empireumatico direi, che s’accosta al tabacco e a un’idea di sagrestia cui, in chiusura, s’aggiunge un ché di marino e di smalto. In bocca dilagano freschezza e amaritudini, i tannini mettono la testa a posto e caffè e cacao 90% fanno schioccare la lingua. Forse troppo chinata la chiusura ma…che vino! (91/92 Punti). – 2015: prima annata, quasi una “prova d’autore” e… Già alla prima olfazione capite di trovarVi di fronte a un vino assurdo! Schietto, non ci tiene a nascondere il proprio legame con la terra e con la fatica. Quella nota rustica e di quasi pollaio è maledettamente aderente al vino in quanto “frutto della vite e del lavoro dell’uomo”. Nessuna smanceria, nessun imbellettamento, il frutto rosso è quello della visciola (ché l’amarena è roba da fighetti e qui nessuno lo è), il resto è vulcanica mineralità, pietre bagnate e graffi amaricanti di foglia di peperone. Un sabba di descrittori che si rinnovano ogniqualvolta ficcate il naso nel bicchiere. Il sorso è voglia e conseguenza, quasi rivolta. Quello che avevate percepito al naso ve lo urla in faccia, non chiede attenzione, se la prende! Un vino punk (sicuramente tra i trenta migliori assaggi del 2024). Da bere ascoltando THIS IS NOT A LOVE SONG dei PUBLIC IMAGE LIMITED (P.I.L.). (94 Punti con un bel +). E QUINDI? E quindi mi toccherà disturbare Renato, andare a rompergli le scatole in cantina, magari per riassaggiare quel “PRIGIONIERO” (FRASCATI SUPERIORE DOCG) che meriterebbe gli dedicassi un altro articolo oppure…per mettere in cantina qualche bottiglia di un vino sorprendente almeno quanto il suo Produttore       Roberto Alloi VINODENTRO  
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30 Dicembre, 2024

Nebbiolo nel cuore X edizione. 12 e 13 gennaio a Roma

  RISERVA GRANDE presente: NEBBIOLO NEL CUORE X EDIZIONE  Il 12 e 13 gennaio 2025 presso il GRAND HOTEL PALATINO in via Cavour 213/M, Roma Il Re dei Vini e il Vino dei Re ritorna protagonista a Roma a gennaio 2025, con la XI edizione di NEBBIOLO NEL CUORE. Manca poco all’appuntamento imperdibile per tutti gli amanti del Nebbiolo: il 12 e 13 gennaio 2025 il Grand Hotel Palatino di Roma (via Cavour 213/M) ospiterà l’evento capitolino esclusivo, dedicato a uno dei vitigni più amati al mondo. Un’opportunità rara per degustare una vasta selezione di Barolo, Barbaresco e altri vini a base Nebbiolo, direttamente dai produttori. GLI OBIETTIVI DI NEBBIOLO NEL CUORE Nebbiolo nel Cuore è un appuntamento irrinunciabile per tutti gli appassionati di vino che, attraverso la degustazione delle diverse tipologie di Nebbiolo, conduce i visitatori in un viaggio sensoriale alla scoperta di territori ricchi di storia e tradizioni. L’evento nasce con l’intento di valorizzare questo straordinario vitigno e di promuovere le eccellenze enologiche dei bellissimi territori in cui viene coltivato. Un’occasione unica per approfondire la conoscenza del Nebbiolo e per apprezzare la maestria dei produttori che, con passione e dedizione, danno vita a vini unici e indimenticabili. Marco Cum, titolare di RISERVA GRANDE, ideatore e patron di Nebbiolo nel Cuore Anni di valorizzazione del Nebbiolo nei suoi territori d’elezione, hanno fidelizzato a Roma sempre più numerosi appassionati e professionisti di settore, che partecipano al nostro evento alla ricerca di etichette e di produttori d’eccellenza. Attraverso banchi di assaggio e masterclass dedicate sarà possibile scoprire il potenziale sia delle nuove annate che verranno presentate, che delle nuove cantine che parteciperanno all’evento per la prima volta. Anche in questa edizione la didattica sarà prevalente, grazie a masterclass straordinarie, volte a raccontare la ricchezza assoluta di queste terre. Cultura, volti, sorrisi, tradizioni, esperienze di vita, racconti, emozioni… questo è Nebbiolo Nel Cuore! Inoltre, quale novità assoluta di questa edizione, per venire incontro alle esigenze dei produttori e per favorire una più ampia partecipazione degli operatori, abbiamo spostato di un giorno l’evento. Si svolgerà quindi di domenica e lunedì, per offrire ai professionisti del settore maggiori opportunità di presenza e per favorire maggiori contatti commerciali ai nostri espositori” Sin dalla prima edizione l’evento si propone di valorizzare il Nebbiolo in tutte le sue espressioni: Roero, Barbaresco e Barolo, Gattinara e Ghemme, Boca e Lessona, Bramaterra e Fara, Sizzano e Valli Ossolane, Colline Novaresi e Coste della Sesia, Valle D’Aosta e Valtellina, Monferrato, Carema e Canavese e le altre micro realtà sparse sul nostro territorio.  BANCHI DI ASSAGGIO, MASTERCLASS E LABORATORI L’Evento è volto alla promozione culturale del Nebbiolo e delle sue terre di elezione. Il territorio italiano del vino che più di ogni altro è legato ai vari terroirs che lo caratterizzano e da sempre è un esempio di come il territorio può e deve essere valorizzato. Attraverso i banchi di assaggio ed alle masterclass sarà possibile valutare le diverse declinazioni territoriali del vitigno. Grande importanza verrà data proprio alle masterclass tematiche – nostro punto di forza – in cui verrà approfondito il terroir unico del Nebbiolo. LA GUIDA APP “IL NEBBIOLO” Anche in questa ultima edizione, ampio spazio verrà assicurato alla GUIDA SUL NEBBIOLO e sui suoi territori d’eccellenza. Un VADEMECUM per i suoi utenti, realizzato per mezzo di un’APP: “GUIDA NEBBIOLO”. Riserva Grande e tutto lo staff di redazione della guida presenteranno, nel corso di questa undicesima edizione, le nuove menzioni assegnate a tutte le cantine produttrici di vino a base Nebbiolo, che hanno rinnovato la propria fiducia nell’organizzazione inviando i propri campioni sia di etichette messe in commercio nel 2024, sia di annate storiche. La guida anche quest’anno ha richiesto il lavoro di una redazione qualificata e del contributo prezioso di commissari esterni esperti e competenti, che è durato per tutto il 2024. Tanti vini degustati in questo 2024 da me e dal mio staff, con tante conferme ma anche con molteplici novità e sorprese. Abbiamo constatato, con grande soddisfazione, la qualità crescente delle etichette degustate, che evidenzia una costante evoluzione in meglio della produzione. Le valutazioni espresse hanno rafforzato, nuovamente, la nostra convinzione dell’assoluta grandezza del Nebbiolo, che si esprime in pienezza nelle varie declinazioni territoriali. LA PREMIAZIONE La GUIDA DI NEBBIOLO NEL CUORE verrà presentata ufficialmente lunedì 13.01.2025 alle ore 14 alla presenza anche degli operatori accreditati. Nel corso della presentazione, verranno consegnati i diplomi ai produttori delle etichette che hanno ottenuto i più importanti riconoscimenti d’eccellenza: IL GRAPPOLO ORO – vini che hanno ottenuto il massimo punteggio (i grappoli assegnati sono stati bronzo, argento o oro); Il COUP DE COEUR – vini che hanno ottenuto il grappolo oro e che sono inoltre dotati di qualità uniche ed esclusive, tanto da suscitare un forte impatto emotivo. Una novità relativa ai premi di questa edizione: verranno anche consegnati i diplomi relativi ad alcune categorie d’eccellenza che la redazione, anche in considerazione delle valutazioni emerse nel corso delle sessioni di degustazione effettuate, ha reputato debbano essere menzionate dato il grande valore espresso. Verranno premiati anche: LA MIGLIORE ETICHETTA; LA MIGLIOR CANTINA EMERGENTE; LA MIGLIOR CANTINA STORICA; LA CANTINA CON LA MIGLIOR HOSPITALITY; LA MIGLIOR CANTINA SOSTENIBILE. WINE LOTTERY Per questa edizione proponiamo un’altra grande novità: i visitatori potranno vincere ad estrazione una bottiglia di vino a base Nebbiolo, semplicemente scaricando gratuitamente l’app della guida, iscrivendosi con un form a loro consegnato (che verrà richiuso e inserito in un’apposita box) e lasciando i propri dati all’accoglienza. Il giorno successivo alla fine della manifestazione verrà effettuata l’estrazione a sorte ed alla cieca dei seguenti premi: Tre nominativi vinceranno 1 bottiglia ciascuno di un vino DOC a base Nebbiolo (es. Langhe Nebbiolo, Boca, Valtellina, ecc.); Due nominativi vinceranno 1 bottiglia ciascuno di un vino DOC SUPERIORE a base Nebbiolo (es. Valtellina Superiore, Nebbiolo D’alba superiore, ecc.; Un nominativo vincerà 1 bottiglia di un vino DOCG a base Nebbiolo (ES. Barolo, Barbaresco, Roero, ecc.). I vincitori verranno a breve contattati dall’organizzazione per la consegna dei premi vinti, che avverrà presso lo Spazio Eventi del Ristorante Del Frate, in via degli Scipioni 118, in data e orario da stabilire. QUANDO E DOVE: il 12 e 13 Gennaio 2023 presso il Gran Hotel Palatino (Rione Monti) – via Cavour 213/M – Roma PROGRAMMA Attenzione: le masterclass sono a posti limitati, si consiglia la prenotazione online DOMENICA 12 GENNAIO 2025 ore 11.00 Apertura banchi di assaggio ore 11:30 Masterclass. I Coup de Coeur della Guida Il Nebbiolo. Degustazione comparata dei vini premiati con la menzione “coup de coeur”. A cura di Michele Panno – ACQUISTO QUI ore 14:00 Masterclass. Verticale parallela dei Barbaresco della cantina Renato Fenocchio di Neive. Langhe Barbaresco. A cura di Marco Cum e Renato Fenocchio ore 16:30 Masterclass. Il Timorasso: la rivoluzione bianca dei Colli Tortonesi. Degustazione comparata di vari cru di Timorasso. A cura di Saula Giusto e dei produttori presenti. ACQUISTO QUI ore 20.00 Chiusura banchi di assaggio LUNEDì 13 GENNAIO 2025 ore 10.00 Apertura banchi di assaggio ore 12:00 Presentazione evento agli operatori del settore ore 15:00 Premiazione “La Guida Del Nebbiolo” ore 18.00 Chiusura banchi di assaggio   TICKETS DI INGRESSO Biglietto di ingresso valido per 1 giorno costo 30€. ACQUISTO QUI ​• Biglietto di ingresso valido per 2 giorni costo 50€.  ACQUISTO QUI (È possibile acquistare il biglietto presso la reception dell’evento o on-line con lo sconto indicato in fase di acquisto).   L’ACQUISTO DELLE MASTERCLASS COMPRENDE L’INGRESSO AI BANCHI DI ASSAGGIO (per accedere sarà necessario acquistare unicamente il calice e porta-calice al costo di 5€) Per partecipare alle Masterclass occorre la prenotazione obbligatoria. Eventuali posti disponibili possono essere acquistati durante la manifestazione secondo disponibilità. Prenotazioni: accrediti@riservagrande.com – infoline 339.6231232 ​ CONVENZIONI Sommelier varie scuole: 25€ (Previa dimostrazione con tesserino valido anno corrente – acquisto presso il desk accoglienza dell’evento) Soci SES: 20€ (Previa dimostrazione con tesserino valido anno corrente – acquisto presso il desk accoglienza dell’evento) ​ ACCREDITI OPERATORI Gli operatori del circuito horeca e la stampa professionale, interessati a partecipare all’evento possono chiedere l’accredito entro e non oltre il 10 gennaio 2025. È concesso un solo accredito per operatore e per accedere alla manifestazione è necessaria la conferma da parte dell’organizzazione che si riserva di accettare o meno la richiesta. Gli operatori che arriveranno all’evento senza essersi accreditati preventivamente potranno accedere esclusivamente acquistando il biglietto di ingresso. Per accedere occorre acquistare il calice e porta-calice al costo di 5€. È vietato introdurre all’evento calici personali. Prenotazioni: accrediti@riservagrande.com – infoline 339.6231232 ​  PREVENDITA ON-LINE È possibile acquistare i seminari e il biglietto di ingresso on-line. Presso il seguente link:  www.riservagrande.com Per l’acquisto on-line del solo biglietto di ingresso è previsto uno sconto indicato in fase di acquisto. Nei giorni dell’evento, 12-13 gennaio è possibile acquistare biglietti di ingresso e le masterclass anche direttamente presso il desk accoglienza dell’evento. ​ RICHIESTA VOUCHER REGALO Info eventi@riservagrande.com – Infoline 339.623123   LA LISTA DELLE AZIENDE (in via di ulteriore definizione) –Aurelio Settimo, La Morra. Langhe Barolo –Barbaglia, Borgomanero. Alto Piemonte –Bosco Ferruccio, Priocca. Roero –Bric Castelvej, Canale. Roero –Cantina Monpissan, Canale. Roero –Cascina Carrà, Monforte D’Alba. Langhe Barolo –Cascina Lanzarotti, Monteu Roero –Castello di Razzano, Alfiano Natta. Monferrato –Collina Serragrilli, Neive. Langhe Barbaresco –Delinquent, Castagnole Delle Lanze. Monferrato –Gerlotto, Serralunga D’Alba. Langhe Barolo –Giacomo Barbero, Canale. Roero –Giorgio Gianatti, Montagna in Valtellina –Giuseppe Mascarello, Castiglione Falletto. Langhe Barolo –Grimaldi Luigino, Diano D’Alba. Langhe Barolo –la Biòca, Serralunga D’Alba. Langhe Barolo –Luigi Vico, Serralunga D’Alba. Langhe Barolo –Le Strie. Ponte in Valtellina -Mascarello Giuseppe, Castiglione Falletto. Langhe Barolo –Michele Mascarello, La Morra. Langhe Barolo –Nizza Silvano, Santo Stefano Roero –Palladino, Serralunga D’Alba. Langhe Barolo –Pio Cesare, Alba. Langhe Barolo -Radis, Tirano. Valtellina –Rapalino, Neviglie. langhe Barbaresco –Renato Fenocchio, Neive. Langhe Barbaresco –Roberto Taverna, Neive. Langhe Barbaresco –Rosso Francesco, Santo Stefano Roero –Scagliola Giacomo, Canelli. Monferrato -Vigna Quaranti. Quaranti. Monferrato INFO Saula Giusto. Ufficio Stampa, Comunicazioni e Relazioni Pubbliche di Nebbiolo nel Cuore 393 2854426  Marco Cum- Organizzatore di Nebbiolo Nel Cuore eventi@riservagrande.com; info@nebbiolonelcuore.com; www.nebbiolonelcuore.it; Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/3189380371361166 infoline: 3396231232   La Redazione
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28 Dicembre, 2024

La locanda del Teatro di Montefalco. Che lo spettacolo abbia inizio 

  Adoro l’Umbria e i ogni suo borgo. Sono tutti belli ma Montefalco ha qualcosa di speciale. jIl suo nome lo deve a Federico II di Svevia, il quale visitando i luoghi nel XIII secolo e constatando il gran numero di falchi presenti nell’area, decise di cambiare il nome della località da Coccorone a quello attuale. Montefalco custodisce un ricco patrimonio artistico che lo rende punto di riferimento essenziale per la conoscenza della pittura umbra, a cominciare dal Polo museale di San Francesco che rappresenta una sintesi della storia. Avvolto dalle splendide mura medievale, all’interno della prima cinta di mura sono presenti molte chiese. Giunti nella bella piazza circolare troviamo il Palazzo Comunale, la piccola chiesa di Santa Maria de Platea e tantissime residenze signorili del XVI secolo. Proprio attorno a Montefalco ha origine, da un vitigno autoctono, un vino reso unico dal favorevole incontro tra le caratteristiche del territorio, le condizioni climatiche della zona e la cura dei vignaioli: il Sagrantino di Montefalco. Passeggiando per le bellissime stradine di Montefalco, ho trovato la Locanda del Teatro dove vengo accolto da Paolo che mi fa accomodare ad uno dei bellissimi tavoli apparecchiati sedendosi con me per raccontarmi del suo ristorante. Dopo gli studi alberghieri la passione per questa meravigliosa professione è subito emersa prepotente. I viaggi e il lavorare in Relais & Château, residenze storiche, Hotellerie gli trasmettono l’arte della accoglienza e del savoir faire. Oggi, qui, alla Locanda del teatro si definisce colui che “conduce per mano” il cliente sin dal momento della prenotazione. Lo accoglie e lo accompagna con garbo e cortesia al tavolo dedicato, attraverso il percorso enogastronomico che vorrà̀ scegliere, non lesinando attenzioni e calore, proprio come a casa propria. Un maître d’altri tempi, galantuomo ed attento alle esigenze dell’ospite, vero ed unico protagonista del “Teatro”. La Locanda del Teatro era un tempo Rimessa delle carrozze all’interno del nobile Palazzo della famiglia – Camilli risalente al 1800. Un ampio spazio ove trovavano riparo sia i cavalli che le carrozze, unico mezzo di locomozione del periodo medievale. Da qui, attraverso un camminamento interno si accedeva direttamente al Palazzo residenziale. Potremmo definirlo in termini moderni “il garage “ma che proiettato all’epoca rilascia un sapore speciale. Un luogo che sprigiona fascino e magia agli occhi del viandante moderno. La Locanda del Teatro apre le sue porte 10 anni orsono in Piazza del Comune 19 dentro il Palazzo Bontadosi. Lo chef e Paolo scelsero questo nome, per la prossimità del Teatro San Filippo Neri e per quel senso di ospitalità che il nome richiamava il evocando così l’idea di ospitalità familiare, delle camere che il viandante poteva trovare all’interno del complesso per riposarsi dopo un lungo cammino. Pensarono alla locanda come al luogo ove poter trovare una “alta cucina di casa”, piatti semplici ma rivisitati (con non più di 3 ingredienti in ciascun piatto), prediligendo sempre gli ingredienti di stagione. Un nome non abbandonarlo neanche quando 3 anni fa, per motivi di carenza di spazi del ristorante si sono trasferiti nella location attuale, a loro avviso più̀ pertinente alla filosofia di Locanda. Cura di ogni dettaglio per essere davvero accolti e coccolati grazie anche alla ineguagliabile gentilezza di Paolo. Nella scelta degli arredi e suppellettili che definisco stupendi e forse unici sono stati coadiuvati e consigliati dall’Interior Designer Andrea Grisanti che ha riportato un vero teatro: divanetti di velluto rosso, lampadari scintillanti, tavoli decorati con disegni che provengono dalla sala degli specchi di Versailles, pavimenti in vetroresina, oro delle sale sottostanti. Il palcoscenico è la cucina. Qui tutto si trasforma: profumi, aromi, gusto che prendono forma raccontando il territorio .
I clienti non sono spettatori ma attori che guidati dal direttore d’orchestra Paolo, partecipano attivamente al banchetto. È così che lo spettacolo diventa, in una avvolgente atmosfera d’altri tempi, unico e sublime. Al piano superiore, una saletta privata ospita fino a 25 persone come su un pacchetto d’onore: pareti verdi British, a contrasto con il parquet del soffitto di piastrelle di terracotta e travi dal delizioso “caffèlatte”. Il menu che Paolo mi propone viene scelto e selezionato dallo chef Pasqualino, coadiuvato e supportato dal prezioso staff. Prima di decidere quale piatti proporre alla clientela lo chef pensa, progetta, sperimenta e infine realizza la pietanza che aveva in mente. I piatti di Pasqualino Titta respirano e sprigionano tutta la territorialità umbra forte della sua lunga esperienza nei ristoranti della regione, rivisitati con accenni di originalità, mai scontati. Attenta   elaborazione di materie prime di qualità, interpretate rispettando la stagionalità. Attenzione particolare è riservata anche alla clientela Vegetariana e Vegana. Pane e Pasticceria vengono realizzati internamente dalla brigata dello chef. Mi sono soffermato sulla carta dei vini, molto curata ben fornita, con etichette importanti e mi faccio suggerire cosa bere. Il menù proposto Paolo lo abbinerebbe con un Montefalco Rosso “Pipparello” riserva 2016 della Cantina Paolo Bea; austero e complesso nei sentori fruttati e speziati, opulento, rampante e intenso con la sua trama di tannini fini ed in questo modo sarebbe certo di suggellare la nostra amicizia. Paolo ridendo racconta che la carta dei Vini, viene curata da lui che è anche sommelier. Avendo lavorato nella grande Hotellerie ha accumulato una grande cultura in materia di etichette di varia provenienza e di varie tipologie, locali, nazionali e non. La cantina ove riposano in bella mostra le bottiglie è attigua al ristorante ed è motivo di orgoglio. I clienti che desiderano “fare una passeggiata” tra le annate possono godere di uno spettacolo suggestivo, osservare, scegliere e poi gustare a tavola in abbinamento con la pietanza che si degusterà. Il mio percorso gastronomico inizia con “l’Uovo Pascolo” in forma su zabaione di parmigiano e tartufo fresco di stagione dalle note “commoventi” per descrivere la bontà̀ nella sua estrema ma solo apparente semplicità. Paolo porta al mio naso un barattolino che annuso beandomi del pregiato tartufo bianco, preludio dei tagliolini con il medesimo tubero: sublimi al palato, deliziosi per l’olfatto. A seguire mi viene servito carré̀ di agnello in crosta di pistacchio con millefoglie gratinato di mele e parmigiano, piatto straordinario, che incontra i gusti dei clienti, anche i più̀ esigenti. Paolo racconta che numerosi i personaggi famosi si sono avvicendati in questi anni ai tavoli della Locanda del Teatro.
Si annoverano due super star di Hollywood (Premio Oscar) Gwyneth Paltrow e Cameron Diaz che li hanno scelti per festeggiare il compleanno della prima facendosi riservare la saletta privata per evitare sguardi indiscreti e godersi appieno l’evento speciale: 50 anni. Terence Hill altro personaggio famoso che tra tutti i ristoranti della zona ha scelto la Locanda per “mangiare umbro” e della noce a fine pasto che a sua detta trattasi di elisir di lunga vita. Il Generale Tricarico, affezionato cliente , amante della cucina del territorio. La Locanda del Teatro è un ristorante forse “non per tutti” ma coloro che la scelgono lo fanno quando vogliono un momento importante. Paolo, lo Chef e tutto lo staff lo rendono memorabile. Mi stupisco di come sia possibile che un simile ristorante non sia presente sulla Guida Michelin. Paolo ammette che non sono l’unico ad aver posto la questione…. ad oggi non ancora ma, in un prossimo futuro perché́ no, francamente gli piacerebbe. Con grande garbo Paolo mi lascia continuare la mia cena e si dedica ad altri clienti. Un posto davvero unico, che ti permette di prenderti il tuo tempo per gustarti il piacere di mangiare. Merita una vista e forse anche più di una. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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27 Dicembre, 2024

Cantina NiMa. Michele e Pasquale: al diavolo il posto fisso

  Ci riuscirò! Avremo una casa anche se dovrò sudarmela! Charlie Chaplin nel film Tempi moderni era un operaio che lavorava in una catena di montaggio. Aveva il compito di avvitare bulloni. Un lavoro ripetitivo ed usurante che lo porta ad avere un esaurimento nervoso così che viene ricoverato in un ospedale. Quando ne esce il medico gli dice: Prenda le cose come vengono ed eviti le emozioni Ogni lavoro può essere duro e complesso. A volte alienante, stressante. Emozioni davvero poche. Soddisfazioni ancor meno. Se non avete mai provato o comunque visto una catena di montaggio, pensate di dover eseguire per 6 ore e 40 (8 ore con pausa pranzo e pause necessarie) sempre le stesse operazioni. Ogni giorno per cinque giorni alla settimana. Un ritmo incessante. Che logora. Stressa. Uccide perfino. In una catena di montaggio di uno stabilimento che produce auto occorre poi effettuare le operazioni letteralmente inseguendo la scocca della vettura che transita appoggiata a dei supporti così da rispettare un tempo ciclo. Mediamente in tre minuti bisogna eseguire tutte le operazioni.  Quando ero in Fiat, nello stabilimento di Cassino, si producevano la Brava e la Bravo. 1200 vetture al giorno da produrre in due turni. Il primo dalle 6 alle 14, il secondo dalle 14 alle 22. Mi occupavo di coordinare oltre 150 operai. Persone splendide, sempre con il sorriso nonostante il durissimo lavoro. Coordinarli era la cosa più semplice perché gestire i tempi, la qualità, la produttività, i problemi, il rapporto con le altre unità produttive, l’arrivo dei materiali, gli impianti, la manutenzione, ecc. ecc. ecc. quello era la vera complicazione. Ogni tanto mi mettevo i guantini e sostituivo un operaio che non c’era. Tanto stress. Tanta fatica. Ma sapevo che era a termine perché il mio percorso manageriale prevedeva solo due anni in quell’inferno.  Capisco dunque Michele quando mi dice che aveva bisogno di uno sfogo, qualcosa di diverso fuori dai capannoni dello stabilimento di Melfi. Quando c’ero io l’azienda si chiamava Fiat, mamma Fiat. Oggi è Stellantis e Melfi è uno dei pochi stabilimenti produttivi rimasti in Italia. Con la crisi che sta attraversando il mondo dell’auto, non so quanto durerà ancora. Michele Maddalena, non ha ancora quaranta anni. Sposato e con due figlie piccole. Di Melfi, paesone di circa 17.000 abitanti in provincia di Potenza. Per evadere alla stressante monotonia della catena di montaggio decide che vuole darsi un futuro diverso. Altro che posto fisso alla Checco Zalone Bambina: La veterinaria.
Bambino: Lo scienziato.
Maestro: E tu Checco, che vuoi fare da grande?
Checco: Io voglio fare il posto fisso Era una idea folle. Nata dalla inconsapevolezza del sapere cosa voglia dire gestire una azienda vinicola. Mi ero avvicinato al mondo del vino passione. Trasmessa da mio fratello che ha qualche anno più di me. Avevo intenzione di aprire una vineria. In un paese come il mio che conta 17000 abitanti non ce ne era nemmeno una. Dunque poteva essere una buona idea a livello commerciale.  Una vineria. Una bella idea in una grande città. Ma a Melfi, con pochi abitanti molti dei quali impiegati alla Fiat, pardon, Stellantis, come poteva funzionare?  Comincio a guardarmi intorno specialmente nel cercare piccoli produttori perché la mia idea era offrire prodotti del territorio. Avevo trovare il locale e quando sono arrivato a contattare degli arredatori che erano della provincia di Benevento, fortuna o sfortuna, il proprietario che era di Melfi mi disse: ma lo sai che tra un paio di mesi apre una vineria al tuo paese? Non lo sapevo. Il proprietario della vineria era anche un mio amico ritornato dagli studi a Bologna. Era inutile entrare in conflitto. Oltre ad essere amici, due vinerie a poca distanza erano inutili. Lasciamo perdere.  Avere la stessa idea di qualcun altro può essere un segnale. Averla contemporaneamente ad un amico è una conferma. Quella della vineria non è una strada percorribile. Non volendo perdere quell’entusiasmo, sono andato in cerca di un vigneto. Mio cognato, che è mio socio, Pasquale, aveva acquistato due anni prima una masseria con un vigneto di un ettaro e mezzo con certificazione Aglianico DOC ma che non riusciva a gestire. Faceva un pò di uva che vendeva. Parlando con lui che è un imprenditore agricolo, mi disse: guarda Miché, io ho un vigneto di un ettaro e mezzo, ti può interessare come estensione? Io metto la vigna e tu il lavoro. Cerchiamo di costruire qualcosa. Per me significava non investire e lavorare nella vigna.  Pasquale Nigro. Oltre ad essere il cognato di Michele è un imprenditore. Sua la Masseria Spinale Wine Resort. Una struttura inserita proprio nelle vigne che fanno capo alla loro azienda Cantina NiMa. Semplicemente le iniziali dei cognomi di Pasquale e Michele. Nella masseria Pasquale ha fatto un resort, un Wine resort. Aveva già il progetto ma non trovava nessuno per la vigna. Nessuno aveva esperienza a livello di produzione. Michele fa il Capo UTE in Stellantis. UTE sta per Unità Tecnologica Elementare. Una sorta di cellula produttiva responsabile di un pezzo del ciclo produttivo di realizzazione di una vettura. Tutte le UTE sono una sorta di alveare e gli operai le api. Vedendo dall’alto una linea di montaggio si ha proprio la sensazioni di api al lavoro. In maniera organica e strutturata. Ognuna con i suoi compiti e rispettando rigorosamente un ciclo produttivo.  Digressione a parte, Michele non ha minimamente idea di cosa voglia dire condurre la vigna. Ma è un Capo UTE e in Fiat, pardon Stellantis, i processi sono la vita. Processi fisici e mentali che conducono le persone a ragionare con schemi mentali ben determinati e orientati a produrre in maniera efficace ed efficiente. Michele non improvvisa. Non è nel suo modo di pensare. Ho fatto corsi da sommelier e poi dei corsi per la conduzione della vigna. Dopo queste specializzazioni ho cominciato a prendere in mano il vigneto che ancora oggi stiamo cercando di convertire come sistema di potatura. In vigna e in cantina facciamo tutto insieme senza supporto di nessuno. Manodopera solo per la vendemmia. Per la cantina abbiamo fatto tutto da soli. All’inizio abbiamo preso contatti con enologi che però avevano idee diverse dalle nostre. Volevamo vini semplici e legati alla tradizioni. Loro ci portavano verso la via di un Aglianico standardizzato. Noi volevamo qualcosa di artigianale.  Alle volte mi chiedo se sia solo il fascino del vino dato dal romanticismo interiore per un prodotto ancestralmente nelle nostre menti quasi a divenire parte del DNA oppure la semplice voglia di elevarsi con qualcosa di riconoscibile a condurre le persone ad intraprendere una strada così impervia. Iniziare da zero a produrre vino può essere relativamente semplice. Basta la terra (che si trova, magari in affitto) e delle barbatelle. Piantarle e gestirle non è poi così difficile visto la tenacia delle viti. Poi, trasformare l’uva in vino, si può fare. Ci si appoggia ad una cantina e magari si sfrutta il medesimo enologo. Poi si imbottiglia, si improvvisano delle etichette, si fa un sito internet ed voilà la magia è fatta. Venderlo? Sì, complicato se i volumi sono elevati e se la zona non è tra le più appetibili. Altrimenti, con i margini a disposizione, i compratori si trovano. Tutto vero. A meno che, quello che si vuole è qualcosa di più. Qualcosa di vero, volto a realizzare il sogno del futuro. In questo caso, ci vogliono principi sani e barra saldamente ferma. Nel 2020 abbiamo aperto la partita IVA. Prima vendemmia con 600 bottiglie di Aglianico poi diventato DOC. Adesso produciamo 12000 bottiglie tra Aglianico, bianco e rosato. Abbiamo un altro vigneto di 7000 mq poco distante dove facciamo il bianco e il macerato. Tredicesima. Se il tuo cuore non conosce questa gioia, allora taci, perché le idee ti hanno condannato alla partita IVA. Anfore, lieviti indigeni, tonneau. Ecco la barra completamente ferma per Michele e Pasquale. Non accettano ne intraprendono scorciatoie. Ragionano sui prodotti e non li realizzano in maniera istintiva. Dietro ogni prodotto c’è un metodo, una modalità di approccio. Ritrovo proprio quella mentalità vissuta nei miei anni in Fiat. Una pazzia nella pazzia. Dopo le tante degustazioni fatte anche con mio fratello che è coinvolto nella società anche se in minia parte, mi piacevano di più quei vini che uscivano dal convenzionale. Più veri e più legati al territorio. Con differenze tra le varie annate. Abbiamo colto le potenzialità del mercato che chiedeva una alternativa al vino che viene bevuto ed utilizzato in queste zone. Fuori dalla regione la scelta ci ripaga. Non qui dove si beve vino Aglianico delle grosse cantine.  Abbiamo colto le potenzialità del mercato. Una frase che identifica Michele non come chi gioca con la vigna. Tutt’altro. Tanto pensiero e tanto metodo per creare ogni singolo prodotto. Scelte produttive con un preciso business plan metodologico. All’inizio vinificavamo presso terzi in una cantina Lavello. Era un mio amico che ci ha dato una mano con le sue attrezzature. Adesso abbiamo comprato tutto noi. Un investimento fatto in maniera graduale. Non ci sono vinificazioni particolari e questo ci ha consentito di limitare l’investimento. I lieviti indigeni sono una paraculata oltre che un rischio. Utilizzare i lieviti selezionati voleva dire doversi affidare ad un enologo per gestire il tutto. Il rischio calcolato però mettendo sulla bilancia ci conveniva più questo tipo di produzione. Partiti con 600 bottiglie poi abbiamo comprato l’anfora e siamo usciti l’anno successivo. Man mano che producevamo, vendevamo e questo ci ha dato vantaggi. Cogliete il processo mentale che poi si riversa in quello fisico? Nulla è lasciato al caso. Tutto è un mettere una circostanza dietro l’altra. Proprio come occorre montare prima un pezzo dell’altro e non viceversa. Mi serve tanto l’esperienza in Stellantis per i tempi, ritmi, le scadenze. Per programmarmi i lavori. Questa attività mi aiuta più per Stellantis perché lo stress è esagerato e questa è una valvola di sfogo.  Uno sfogo che comporta sacrifici. Mica è semplice lavorare in un turno e poi, invece di tornare a casa, dedicarsi alla vigna. Oggi vado a casa dopo la mattinata in vigna, mangio un panino al volo e vado a fare il turno. Sorride Michele. Sorride comunque. Sa che la sua scelta, fatta insieme alla moglie perché poi, giocoforza, ricade sulla famiglia, richiede sacrificio e ritmi elevati. Solo con la passione e la condivisione con la famiglia si può portare avanti tutto ciò. Con Pasquale si dividono i compiti in maniera ragionata. Pasquale guarda la parte di fatturazione, rapporto con i clienti, commercialisti. Michele la vigna, dove si usa solo rame e zolfo.  Per la vendemmia ci ritroviamo insieme aiutati dai nostri fratelli o altri. In cantina faccio quasi tutto io. Per le scadenze, mi viene a dare una mano. Due ettari o poco più con sei tipologie di vino. Possono sembrare troppe etichette ma anche questo è frutto di una scelta ragionata. Volevamo fare solo rossi. Tre declinazioni per l’Aglianico. Uno che si potesse bere tutti i giorni fatto in acciaio. Siamo partiti con quello, il Camarda. Poi ne volevamo uno, che poi è stato il primo, legato alla tradizione ovvero con affinamento in legno. Ci siamo cercati un legno che potesse dare sensazioni dolci che si sposano bene con le durezze dell’Aglianico. Infine l’anfora che è un mio progetto perché rende pronto il vino più rapidamente rispetto al legno ma che non viene contaminato dallo stesso legno. Corpo e struttura senza contaminazione. A livello commerciale richiedevano bianco e rosato. In estate se hai solo rosso non vendi una bottiglia. Rosato e bianco nascono per motivi commerciali. Entrando con i bianchi vendiamo i rossi. Legandoci alla tradizione nasce il macerato. Una volta era sempre un macerato. Peccato che durava solo poche settimane. Noi abbiamo cercato di migliorare. Poi abbiamo un metodo classico ancora in affinamento. Idee chiare con un piano vero. Michele è un imprenditore. Lo è diventato con una mentalità acquisita sulle linee di montaggio dove il Credo è essere proprio l’imprenditore della piccola Unità Tecnologica Elementare. Li tutto dipende da lui. Qui tutto dipende da lui e da Pasquale. In ogni caso, serve un progetto e questi due ragazzi, ce l’hanno! 12.000 bottiglie con sei quantità vuol dire piccole quantità per ogni etichetta. Un possibile problema che Michele risolve con il suo contagioso positivo pragmatismo. Mi piacerebbe averlo come problema perché vuol dire che vendiamo tutte le bottiglie. Al momento non ho il tempo di conservare l’annata perché vendiamo tutto. Se ci saranno altre richieste ci adegueremo con la quantità. In quattro vendemmie la forza e la capacità, ma soprattutto la consapevolezza acquisita è davvero tanta. Michele è cresciuto e in fretta. Sperimentando. Senza paura. Assaggiando i loro vini si capisce che di paura ne hanno davvero poca. Come dice Michele la fortuna ti può capitare la prima volta. Poi ci vuole altro.  I loro non sono vini banali. Li senti veri in ogni istante. Hanno sempre quel qualcosa in più che ti fa dire: ah però però questi ragazzi. Anzitutto il Camarda, l’Aglianico che fermenta senza lieviti aggiunti che sa subito di vino. Quello vero e di un tempo. Sa di campagna per la sua vinosità accentuata e la semplicità di fiori e frutti ancora non maturi che solo la balsamicità riesce ad esaltare maggiormente. Fragoline di bosco e ribes tanto per essere chiari. In bocca il tannino non è particolarmente aggressivo cosi che non sembra un Aglianico. Siamo ai piedi del Vulture e il minerale fa il suo lavoro al naso come in bocca. La persistenza non particolarmente lunga, la profondità che non è particolarmente impegnativa nonché la decisa freschezza, ne fanno un vino adatto al tutti i giorni. Bevendo di gran lunga meglio. È così che lo accompagni ad una pasta al sugo di carne come ad un salame. Senza peccare anzi, godendo della sua non particolare spigolosità propria del vitigno. Passato solo in acciaio poi! Poi c’è lo Spinale che rispetto al precedente si pregia della malolattica e di 18 mesi di tonneau. Un vino in perfetta continuità con il Camarda poiché è come se vi fosse stata una ulteriore maturazione degli aromi e dei sapori. La base vinosa, la balsamicitià, il floreale ci sono sempre ma i frutti diventano maturi arricchendosi di note speziate. Mai invasive ne tantomeno preponderanti. Non ci si lascia sedurre da note speziate e tostate. Sì rimane con i piedi ben piantati nella terra lucana. Solo la ciliegia tende a venire fuori prepotente sia al naso sia in bocca. È questa infatti che si sente appena dal calice il vino arriva ad essere gustato esplodendo in tutta la sua fragranza e immediatezza. Il tannino è quasi più importante del Camarda come se il dormire in botte gli abbia fatto prendere vigore. Mantiene la mineralità e la grande freschezza, stavolta con un accenno di rotondità. Certo, se si vuole qualcosa di più mansueto, rivolgersi altrove perché l’Aglianico è così. 
Anche per lo Spinale, non c’è particolare ampiezza e profondità così che lo si apprezza per la sua immediatezza e non certo per la raffinatezza. Ma che bello che sia così. Come è bello, buono e distintivo, il gusto di ribes, ciliegia, fragola e arancia che rimane in bocca. Intrigante. Ovviamente se non volete un degno accompagno, rivolgersi sempre altrove. Lo Spinale presenta anche la versione anfora. Michele ci ha tenuto tanto che lo assaggiassi. È senz’altro da porre tra acciaio e tonneau. Sempre lieviti spontanei e solo tre mesi di fermentazione in anfora. Sempre sentori vinosi e sempre balsamicitià. La frutta è ovviamente croccante e il vegetale (sottobosco) impreziosisce e rende il naso fresco. 
Il sorso mi sa di freschezza pura. Ricorda davvero il bere ad una fontanella. Secco, non particolarmente caldo e parecchio minerale, lascia la bocca in un piacevole stato di grazia. Sarà la ciliegia che non manca mai, sarà una sorta di quasi sensazione amarognola. Sarà quel che sarà ma mi piace e tanto. Podere 28, Come una volta, è il blend di Malvasia e Moscato con macerazione separata di 5 giorni per il Moscato e 15 per la Malvasia, malolattica spontanea. Lieviti, manco a dirlo, spontanei. Un colore, quasi aranciato che sa di miele di castagno, brilla nel calice. Bello e intenso. Si vede che la macerazione ha fatto il suo dovere. I sentori sono immediatamente vinosi e balsamici con il miele che viene fuori ancorché mitigato da una interessante vegetalità. Una foglia di basilico, un pò di mentuccia, poi pesca gialla, albicocca e melone giallo. Quindi fiori di camomilla e semi di girasole. La pesca è quasi percoca e l’albicocca è quasi disidratata. Quando pensi che sia un vino “quasi”, in bocca sorprende subito per la freschezza e i tannini che fanno il loro effetto. La pesca fornisce ampiezza come se fosse stata a macerare nel vino per giorni. Freschezza vivida e persistenza decisamente lunga con un retro olfatto interessantissimo e non stucchevole. I due vitigni sono stati decisamente complementari e nessuno prevalente sull’altro.  Podere 28 è il blend di Moscato e Fiano. Stessa percentuale per un bilanciamento che, al naso come in bocca, è risultato sorprendente. Al naso, la frutta appassita del moscato viene fuori insieme alla vaniglia solo roteando il calice. La nota floreale, minerale e di frutta fresca del Fiano emerge ma non sovrasta anche se è il Moscato a prevalere se pur di poco. 
In bocca è però il Fiano che si prende la sua rivincita riuscendo a domare il Moscato con la solida spalla seppur lasciando il ricordo di aromaticità. Un incantevole bilanciamento che è un gioco a nascondino tra Moscato e Fiano: la frutta del moscato vorrebbe emergere ma il Fiano la tiene giù in una sorta di saliscendi. Persistenza lunga e un finale quasi amarognolo. Per un aperitivo ma anche con la frittura di pesce, l’ho trovato incredibile.  Ho lasciato per ultimo il Canto del gallo, rosato da Aglianico ottenuto con una lenta fermentazione in acciaio. 
È il vino della Cantina NiMa risultato più enigmatico e al contempo immediato: non si lascia scoprire facilmente e seduce senza possibilità di resistergli. 
Il colore è di quegli aranciati che in genere si trovano nei grandi bicchieri da distillato. Brandy per intenderci.
Il naso regala intriganti incertezze. Una nota di caramello nel sottofondo, un senso di arancia candita, poi dell’agrume fresco. Freschezza che appare e scompare. La frutta che prima era candita diventa poi fresca come le fragoline di bosco. Bosco che si presenta con un non so che di sottobosco. Poi floreale, quasi in appassimento. Una dinamica che spiazza e meraviglia rendendo gli effluvi, ammalianti.
Così al naso così in bocca. Se ha ammaliato al naso, ammalia ancor di più al sorso per via di una fresca rotondità piena di gustosa sapidità. Lo si beve anzitutto perché è buono. Buono davvero. Secco, fresco, sapido, non particolarmente caldo. Corposo per le note candite e quasi caramellate. Sfizioso per le tenui fragoline di bosco che si rincorrono nel calice. Fresco per gli agrumi che sprizzano energia. Non un vino verticale poiché si amplia alla fine come una damigiana spanciata. Grande, grandissimo equilibrio per uno tra i migliori rosati assaggiati.  Non ho paura di sbagliare perché non abbiamo la pressione addosso degli investimenti fatti. Con i primi incassi ci siamo comprati l’anfora. Poi i serbatoi in acciaio. Poi il resto. Gli investimenti ce li stiamo ripagando con le vendite. I soldi che ci rimangono sul conto li lasciamo li perché vogliamo continuare a sperimentare. Come con il metodo classico. Sbagliare non mi costa nulla. Mi sono fissato che voglio fare un affinamento di cinque anni. Non lo sto assaggiando e se quando lo assaggerò non sarà buono, non lo commercializzo. Così non faccio brutte figure. Sperimentazione, divertimento. Non è un gioco. C’è sacrificio e voglia di fare. Tutto è preso, anche se con la tranquillità di un progetto a lungo termine, molto seriamente. Per se stesso e per la famiglia. Offrire alle figlie un futuro in queste terre è possibile e ora si intravede qualcosa che va oltre la catena di montaggio. Forse siamo stati anche fortunati perché il nostro prodotto è piaciuto subito. I produttori con i quali ci siamo confrontati ci hanno fatto i complimenti. Se la prima annata pensi sia uscita di culo, la seconda no. Abbiamo centrato l’obiettivo. Questo ci da la forza per andare avanti. Mi da il sorriso e la leggerezza con i quali ne parlo. Io voglio cercare di aumentare di qualità. Farci conoscere il più possibile e nel futuro mi vedo a fare solo questo. Nel momento in cui sono nella possibilità di lasciare il primo lavoro che ora mi fa pagare il mutuo e mantenere la famiglia, lo farò. Abbiamo in mente di aumentare la produzione. Sempre di pari passo con il cliente. Michele Maddalena e Pasquale Nigro. Questi sono i meravigliosi ragazzi del sud. A loro, nessuno regala niente. Non cercano il posto fisso e anche se lo hanno, non è quello che anelano. Qui si nasce da famiglie legate al territorio che hanno vissuto la vera sofferenza. Così crudele e dura da spingere, nel tempo, i propri figli ad emigrare per cercare un lavoro nelle fabbriche del nord. Così che quando queste sono arrivate al sud, non dovevano nemmeno spostarsi. Ma la terra, quella meravigliosa terra che qui sa di vulcano spento. Il clima che offre le giuste escursioni termiche. Il paesaggio che è semplicemente meraviglioso o meraviglioso nella sua semplicità. Le tradizioni antiche. L’amore per le cose buone. La genuinità di tutto ciò che circonda. Tutto questo è quello che i giovani stanno imparando non solo a tenersi stretto ma a valorizzare. Con tanta creatività e spirito di sacrificio. Perché anche qui un futuro è possibile e, con i vini che ho assaggiato, devono solo avere la forza per continuare. Allora, al diavolo il posto fisso. Al diavolo la voglia di sprecare la propria vita dietro una scrivania o una scocca che transita su una catena di montaggio. La vita vera è quella che Michele e Pasquale hanno deciso di intraprendere. Richiederà tempo e tanto duro lavoro che, se non altro, far à sì che potranno lasciare una vera impronta per i propri figli. Quello che auguro in particolar modo a Michele, è di trovarsi proprio come Checco Zalone alla fine del film Quo vado e firmare le proprie dimissioni dinanzi alla funzionaria della Pubblica Amministrazione (la bravissima Sonia Bergamasco). Vorrà dire che i sacrifici saranno valsi a qualcosa! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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26 Dicembre, 2024

TREEVENTITRE (e qualche vino)

IL COSA E IL DOVE Il fine settimana 30.11/01.12 è stato decisamente troppo ricco di Eventi per gli enoappassionati romani. 3 Eventi in due giorni sono davvero difficili da gestire rischiando di lasciare con l’amaro in bocca organizzatori, Aziende e quanti intendono parteciparvi per assaggiare. Allo StarHotel Metropole era il MONDIAL DES VINS EXTREMES (organizzato dall’instancabile GOWINE),all’Hotel Excelsior il sempre attesissimo SPARKLE (organizzato da CUCINA & VINI) e la Città dell’Altra Economia ospitava UVA FIERA (creatura di LA PECORA NERA EDITORE). Dove andare? Come riuscire a incastrare le cose per non far torto a nessuno? E poi: riuscirò ad avere l’autocontrollo sufficiente a non “fare bingo” considerando il numero di etichette tra le quali scegliere? Beh, a conti fatti posso dire di essere stato abbastanza bravo. Ho onorato tutti (gli Organizzatori) facendo torto solo a molti Produttori dei quali, per forza di cosa, non ho davvero potuto assaggiare le eccellenze. Ora però che sono di fronte a una pagina bianca, resta il problema di come fare a raccontarVi il mio percorso di assaggi senza finire in un 2025 che ormai è davvero dietro l’angolo e che sarà sicuramente ricco di altri appuntamenti cui dare conto. GLI ASSAGGI Allora, credo che la soluzione migliore per salvare capra e cavoli sia quella di mettere mano alle mie personalissime classifiche e dirVi di quei vini che sono riusciti a salire sul mio podio ideale (o poco più). Dunque qualche vino per ciascun Evento accontentando (forse) tutti gli Organizzatori e scontentando (ahimè) più di qualche Produttore (e magari anche la Vostra Curiosità). Prendete come di consueto con le molle le mie classifiche e i miei punteggi (soprattutto quelli visto quanto sono “tirato” rispetto alla gran parte dei “colleghi”), assaggiate, criticate, suggerite e condividete. MONDIAL DES VINS EXTREMES – SLOVENJA ZGP GORIŠKA BRDA MERLOT 2018 RISERVA, DOLFO (SLOVENIA): chi cerca rotondità di frutto si faccia da parte! Questo Merlot rompe gli schemi e insegna a quelli che “le pirazine sono segno di mancata maturazione” quanto il vino vada oltre la chimica che si studia. Dritto, duro, tagliente e arido come le rocce del Carso, irretisce con una finta di frutti neri maturi, guarda all’Oriente delle spezie, graffia la schiena con unghie vegetali e, dopo un urlo minerale, chiede la calma del tabacco. In bocca sono muscoli e schiaffi. Nessuna violenza, per carità! Lascia che si rilevi il frutto e immaginare la donna ma chiede concentrazione sugli spigoli e mette di fronte alla femmina, accenna all’amore ma è sesso. Nessuna smanceria, pura passione! Per me “IL” Merlot di questo 2024 che stiamo ormai per salutare. Da bere ascoltando FOUNTAIN OF YOUTH di LATCH KEY KID (91/92 Punti). – ALEATICO DELL’ELBA DOCG PASSITO 2019, ACQUABONA (TOSCANA): all’intensità dei piccoli frutti rossi seguono fichi secchi e datteri e poi gli agrumi (canditi), il tabacco (quello calmo della pipa), il cacao e un appena di smalto che…mannaggia! Il sorso è caldo, materico e dinamicissimo, sempre in divenire! Freschezza e sapidità sugli scudi nonostante i 180 gr/l di zuccheri. Chiude tra sale e tannini con l’amaro in bocca (anzi, al naso) di quello sgarbo all’olfatto. (88 Punti, ma sono cattivo e…avrei potuto dargliene di più). – VALLE D’AOSTA DOC MAYOLET “COIN NOBLE” 2023, CAVE DES ONZE COMMUNES (VALLE D’AOSTA): strilla piccoli frutti e prati di violette mentre una sottile speziatura Vi fa prudere il naso. Segue un sottobosco che si sta asciugando dopo il temporale mentre la mineralità granitica, molto più che una lontana percezione, fa sentire la sua presenza a suon di pietre d’inciampo. In bocca denota equilibrio nonostante una scapestrata gioventù fatta di rimarcate memorie olfattive forse un po’ troppo soliste e poco corali. Chiude minerale lasciando la voglia di un altro sorso. (87+ Punti). – COLLI DI CONEGLIANO DOCG REFRONTOLO PASSITO, 2016 COLVENDRÀ (VENETO): chi pensasse al Refrontolo come all’ottavo nano si troverebbe di fronte a un gigante che si muove su un palcoscenico di spezie d’Oriente, tostature di caffè e fumose atmosfere. Un palcoscenico sul quale danzano prugne e ciliegie sotto spirito, un sottobosco fatto più di humus che di piccoli frutti, balsamicità di china e liquirizia soffi mentolati… All’ampiezza del naso corrisponde la verticale altezza di un assaggio energico, certamente dolce ma intriso di profonda sapidità e sostenuto dalla finissima trama tannica, con una lunga chiusura fruttata e balsamica. (Quasi 89 Punti, quasi…). SPARKLE – FRANCIACORTA DOCG EXTRA BRUT MILLESIMATO 2019 (SBOCCATO 03.24), TERRE D’AENÒR (LOMBARDIA): s’approccia simpatico al naso con una nota sbarazzina di pop corn prima di rivelare una floreale dolcezza d’animo e la sostanza di una frutta matura affatto dimentica degli agrumi. Il sorso è cremoso e avvolgente, fresco e più salato che sapido, rilassa, appaga, invoglia e, nel finale, sorprende con una scudisciata minerale. (90 Punti).   – TRENTO DOC “907” 2018 RISERVA EXTRA BRUT, CANTINA D’ISERA (TRENTINO): un naso che sembra inizialmente vergognarsi della propria esplosività. Vi costringe all’attenzione per capire se quell’idea sapida sia mineralità o mare antico divenuto ormai roccia. Un naso che dietro la frutta, gli agrumi e la pasta appena lievitata profuma di fatica e di conquista. In bocca è un concerto in cui la cremosa effervescenza si armonizza con la sostanza fruttata evolvendo in un finale decisamente salato. Da bere ascoltando SEVEN INTO THE SEA degli IN TUA NUA. (93 Punti). – TRENTO DOC “1907” 2016 RISERVA BRUT (MAGNUM), CANTINA D’iSERA (TRENTINO): caldo e roccioso, al naso non dimentica gli agrumi canditi, le erbe aromatiche, il richiamo del forno del paese e un tocco di rustica eleganza contadina. Sorso cremoso e molto coerente, deciso nei toni fresco-sapidi si “ripulisce” (ahimè) di quella intrigante rusticità e sfodera una chiusura salata che quasi ricorda l’acciuga. (91 Punti).   – TRENTO DOC “TRACCE” 2011 RISERVA, MOSER (TRENTINO): lo metto tra i vini da riassaggiare assolutamente (ne era rimasto giusto quel quid per sporcare il bicchiere) per l’impressione fattami. A naso un passo avanti rispetto all’ormai famosissimo “51.151”, fresco come l’aria della Val di Cembra, dritto come la strada che si impenna sotto le ruote e non ha curve dopo le quali “spiana”. Quasi opulento già al naso, sciorina note che vanno dalla frutta candita agli idrocarburi con la leggerezza che si impone alla pedalata di uno scalatore. (Gli do 89 Punti praticamente alla cieca e lo aspetto alla prossima tappa. – LESSINI DURELLO DOC PAS DOSÉ “AMEDEO ÉVOLUTION” 2012 RISERVA (DEGORGIATO 2023) CA’ RUGATE (VENETO): elegante già all’occhio, si presenta al naso ampio e pasticcere, sciorinando lieviti appena sfornati, scaglie di mandorle tostate e pralinate, miele e crema di limone. Della frutta c’è forse il melone ma l’accento è sull’atmosfera balsamica e fumé che tutto pervade. In bocca è fresco ma antepone a tutto quella sapida mineralità che governa anche la chiusura facendo comunella con ricordi di frutta secca. (90 Punti). UVA FIERA – ASPRINIO DI AVERSA DOC (VIGNETI AD ALBERATA) “HERA NOVA” 2021, CAVASETE (CAMPANIA): il primo impatto è spiazzante! L’arancio candito sembra voler comandare ma poi arriva la foglia di limone a togliere dolcezze, il pompelmo a fare da paciere, il rosmarino a raccontare l’amaro assiema a una nota ortolana di sedano rapa e la mimosa a illuminare un palcoscenico altrimenti carico di fumo. L’assaggio ha la freschezza della brezza che asciuga il sudore in cima allo “scalillo” e alle dolcezze lascia si preferiscano una pesca non matura che fa comunella con le erbe aromatiche e la sottile speziatura che accompagna una sapidità iodata e piccante. Sa di fatica e allegria, sa di vita nei campi. Da bere ascoltando FRONNE della NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE. (89+ Punti). – VINO BIANCO “L’EQUILIBRISTA” 2017 RISERVA, UCCI CANTINA URBANA (PIEMONTE): Timorasso, 3 giorni di macerazione, 6 mesi sulle fecce fini, vetro e…nient’altro. Giallo come le sensazioni che regala, quelle della frutta matura e del miele, del fieno essiccato al sole e della camomilla che, in chiusura, si arricchiscono di una bella messa in moto di idrocarburi. Un refolo balsamico che sa di quasi finocchio selvatico introduce a un sorso voluminoso fatto di sedicigradialcolici addomesticati con maestria dalla verticale freschezza. Soddisfa la sete e, mentre chiude con un simpatico ossimoro dolce-piccante, lascia spazio ai pensieri e fa allargare le braccia come un funambolo. Da bere ascoltando IL CIRCO di STEFANO ROSSO. (88 Punti ma, forse, 89-). – TERRE SICILIANE IGP SYRAH “SIKANE” 2017, BARONIA DELLA PIETRA (SICILIA): al naso, della Sicilia ha subito le arance, poi arrivano i frutti di bosco, la violetta, la macchia mediterranea con i cespugli di timo e rosmarino e quell’Oriente di spezia che, di nuovo, fa tanto Sicilia. In bocca l’ingresso è fresco di una menta che lascia poi spazio a quei frutti di bosco che, insieme a una pacata nota di vaniglia, stondano la fitta trama tannica. Chiude ricordando le erbe aromatiche e sottolineando quella sapidità sul filo della quale si è articolato il sorso. (88 Punti con, forse, un +). – TOSCANA IGT ROSSO “VERNERO” 2012 (MAGNUM), SCURTAROLA-LORIERI (TOSCANA): se non avessero deciso di aprire questa magnum Vi avrei detto di un’annata 2015 che, al di là delle note floreali e della mineralità calcarea, indicava frutti scuri e sottili peposità che in bocca si sposavano a tannini sottili e conducevano ad una chiusura cupa di china, radice di liquirizia e una nota selvatica di quasi brett. Ebbene, la 2012 vorrebbe raccontare la stessa storia ma è così chiusa in sé stessa che, anche se ricorda il grappolo del Vermentino Nero, fatica ad esprimersi. Ed è forse in questo dovergli “tirare fuori” l’anima che sta il suo fascino, quella sensazione peccaminosa di frutto boero, le tende scure della china e del caffè, la sorprendente freschezza del chinotto. E in bocca evidenzia saggezza, con quella sua acidità svettante che tiene a freno i 15 gradi alcolici e la completezza dei rimandi olfattivi. Quiete e tempesta…scegliete Voi. (91/92 Punti). E QUINDI? E quindi niente. È stata una faticaccia cercare il modo di renderVi snella il più possibile la lettura di questo articolo in realtà complesso. Certo, spero che nel 2025 si possa trovare il modo di programmare gli Eventi calendarizzandoli con più attenzione. Lo dico con grande rispetto verso chi li organizza e verso chi vi partecipa (Produttori e pubblico). Detto questo, mi auguro abbiate passato un buon Natale e Vi do appuntamento a un 2025 che si preannuncia ricco di novità Roberto Alloi VINODENTRO  
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24 Dicembre, 2024

Bollicine nel 2024 superano quota record di 1 mld di bottiglie

355 milioni solo per festività (+7%) I cocktail fanno lievitare l’export (+9%) Le bollicine italiane si apprestano a superare la quota record di 1 miliardo di bottiglie prodotte e commercializzate nel 2024; di queste, 355 milioni (+7%) saranno stappate tra Natale e Capodanno in Italia e nel mondo. Un record, rileva l’Osservatorio del vino Uiv-Ismea nel consueto report di fine anno, che dimostra la forza di una tipologia refrattaria a crisi economiche, conflitti e a difficoltà ormai strutturali del settore. Nel dettaglio, secondo l’analisi targata Unione italiana vini e Istituto per i servizi del mercato agricolo alimentare attraverso l’incrocio di fonti ufficiali, tra Natale e Capodanno i consumi di sparkling tricolori si concentreranno soprattutto all’estero con 251 milioni di bottiglie stappate (+9% sul 2023) e 104 milioni in Italia (+2%). In sensibile calo invece il mercato dello champagne, che chiuderà a -8% (5,1 milioni). Il consuntivo 2024 (1,015 miliardi di bottiglie, +8%) rileva la forte controtendenza della tipologia spumanti non solo rispetto ai vini fermi ma anche ai consumi di altre bevande alcoliche – dalla birra agli spiriti – fatta eccezione per il segmento cocktail, che anzi rappresenta una leva di crescita sempre più strategica anche per le bollicine made in Italy. La “tendenza Spritz”, in accelerazione in tutte le aree chiave della domanda a partire dagli Usa, secondo le stime dell’Osservatorio si è tradotta in 2,8 miliardi di cocktail a base di spumante italiano (in particolare Prosecco e altri Charmat), per un totale di circa 340 milioni di bottiglie dedicate al mix. Un fattore determinante per l’export di quest’anno, che si profila in una crescita stimata, lato volumi, del 9%, complice in particolare l’ennesimo exploit del Prosecco, con il Doc e l’Asolo, e la crescita in doppia cifra degli altri “metodo Charmat”. Per l’Osservatorio del vino Uiv-Ismea, a dominare il mercato sono comunque gli spumanti a denominazione di origine controllata (Doc) e garantita (Docg), che rappresentano circa l’80% dell’imbottigliato. E se fino a 20 anni fa la linea del Po non veniva quasi mai oltrepassata, oggi si fa spumante in tutta Italia, con 70 denominazioni a origine controllata e 17 a origine controllata garantita.     La Redazione
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