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21 Gennaio, 2025
Si è chiusa la XI edizione di Nebbiolo nel Cuore
Si è da pochi giorni conclusa, con un’edizione di rinnovato e sorprendente successo, Nebbiolo nel Cuore XI, l’atteso evento organizzato da undici anni da Riserva Grande per tutti gli amanti del Nebbiolo, il re dei vini e il vino dei re.
La manifestazione, che si è tenuta il 12 e 13 gennaio 2025 presso il Grand Hotel Palatino di Roma, sempre tanto attesa e seguita dai visitatori della Capitale, ha visto quest’anno la partecipazione di circa 800 presenze ai banchi d’assaggio ed alle masterclass, inclusi gli operatori del settore stampa/media e Ho.re.ca., quest’anno accolti soprattutto il lunedì 13 u.v., giornata a loro dedicata.
Marco Cum, patron di Riserva Grande e ideatore di Nebbiolo nel Cuore
L’undicesima edizione del nostro evento dedicato al Nebbiolo, frutto di uno sforzo organizzativo che perseguiamo ormai da quadi dodici anni, si è conclusa con un successo di pubblico non scontato. Nonostante quest’anno abbiamo riservato la giornata del lunedì agli operatori del settore, la presenza dei wine-lovers anche solo di domenica è stata, ancora una volta, straordinaria. Questo ci conferma che stiamo lavorando nella giusta direzione e ci spinge a proseguire il nostro lavoro di valorizzazione del nobile vitigno con ancora più entusiasmo.
GLI APPROFONDIMENTI
Grande anche il successo delle Masterclass di approfondimento, che quest’anno hanno visto un’importante presenza in sala anche di tanti operatori del settore.
I TEMI DELLE MASTERCLASS E L’ELENCO DEI VINI DEGUSTATI
“I Coup De Coeur in degustazione”. I vini che hanno meritato la massima menzione nella guida “Il Nebbiolo” in una degustazione comparata a cura di Michele Panno
Vini in degustazione:
Barolo Ornato 2020 Docg di Cantina Palladino
Barolo Ornato 2020 Docg di Pio Cesare
Roero Monpissano 2021 Docg di Cantina Monpissan
Barbaresco Rombone 2020 Docg Renato Fenocchio
Barbaresco Docg 2020 di Pio Cesare
Barolo Bricco Ambrogio Docg 2020 di Grimaldi Luigino
Bramaterra Doc 2016 di Antoniotti
Colline Novaresi Cascina del Buonumore Doc 2022 di Barbaglia
Piemonte Vino da Tavola Rosato Le Due Rose 2023 di Filippo Gallino
Roero Riserva Valmaggiore Docg 2020 di Giacomo Barbero
Langhe Nebbiolo Doc 2016 di Mascarello Giuseppe
Verticale Parallela dei Barbaresco della Cantina Renato Fenocchio di Neive. A cura di Marco Cum e di Milva Fenocchio
Vini in degustazione:
Barbaresco Starderi Docg annate 2013/2016/2019
Barbaresco Rombone Docg annate 2016/2018/2019
Barbaresco Basarin Riserva Docg annate 2016/2019
Piemonte Vino da Tavola Rosso Cinquanteut s.a.
Masterclass. Il Timorasso. la ricvoluzione bianca dei Colli Tortonesi. A cura di Saula Giusto e del Presidente dei Colli Tortonesi Gian Paolo Repetto.
Vini in degustazione:
Colli Tortonesi Derthona Timorasso 2021 e 2018 di Gianfranco Repetto
Colli Tortonesi Derthona Timorasso 2020 e Derthona Costa del Vento 2013 di Walter Massa
Colli Tortonesi Derthona Timorasso 2023 e 2019 di La Colombera
Colli Tortonesi Timorasso Filari di Timorasso 2021 e 2016 di Luigi Boveri
Colli Tortonesi Derthona Timorasso Cavallina 2021 e 2015 di Claudio Mariotto
Colli Tortonesi Timorasso Riserva Brezza D’Estate 2019 e 2011 di I Carpini
LA GUIDA APP “IL NEBBIOLO”
Anche in questa ultima edizione è stato dato ampio spazio alla GUIDA SUL NEBBIOLO e sui suoi territori d’eccellenza. Il VADEMECUM per i suoi utenti, realizzato per mezzo dell’APP “GUIDA NEBBIOLO”.
L’App, scaricabile gratuitamente su Apple Store per dispositivi con sistema IOS e su Google Play per dispositivi con sistema Android, è stata scaricata in due giorni da circa 200 utenti in poche ore.
Lunedì 13 gennaio si è tenuta sul palco della Sala Cesarini del Grand Hotel Palatino, alla presenza di visitatori e operatori di settore, la consegna dei diplomi delle nuove menzioni assegnate a tutte le cantine produttrici di vino a base Nebbiolo presenti all’evento, che hanno rinnovato la propria fiducia nell’organizzazione, inviando nel corso dell’anno appena passato i propri campioni, sia di etichette messe in commercio nel 2024, sia di annate storiche.
LA PREMIAZIONE
Sono stati consegnati da Marco Cum e dallo staff di Rserva Grande i diplomi ai produttori delle etichette che hanno ottenuto i più importanti riconoscimenti d’eccellenza: IL GRAPPOLO ORO – vini che hanno ottenuto il massimo punteggio (i grappoli assegnati sono stati bronzo, argento o oro); Il COUP DE COEUR – vini che hanno ottenuto il grappolo oro e che sono inoltre dotati di qualità uniche ed esclusive, tanto da suscitare un forte impatto emotivo.
Inoltre, una novità relativa ai premi di questa edizione, sono stati anche consegnati i seguenti diplomi relativi ad alcune categorie d’eccellenza che la redazione, anche in considerazione delle valutazioni emerse nel corso delle sessioni di degustazione effettuate, ha reputato dovessero essere menzionate dato il grande valore espresso:
LA MIGLIORE ETICHETTA;
LA MIGLIOR CANTINA EMERGENTE;
LA MIGLIOR CANTINA STORICA;
LA CANTINA CON LA MIGLIOR HOSPITALITY;
LA MIGLIOR CANTINA SOSTENIBILE.
LA LISTA DI TUTTI I COUP DE COEUR E DI TUTTI I GRAPPOLO ORO PRESENTI IN GUIDA E DI TUTTE LE MENZIONI SPECIALI AGGIUNTIVE, OTTEUTI NEL CORSO DELL’ANNO 2024
MENZIONE COUP DE COEUR
Angelo Negro – DOCG Roero Prachiosso 2022
Angelo Negro – DOCG Roero Riserva Sudisfà 2021
Anna Maria Abbona – DOCG Barolo Bricco San Pietro 2020
Antoniotti – DOC Bramaterra 2016
Barbaglia – DOC Colline Novaresi Cascina del Buonumore 2022
Bricco Maiolica – Piemonte V.S.Q. Metodo Classico Pas Dosé Rosé 2020
Bricco Maiolica – DOCG Barolo Contadin 2019
Casina Bric 460 – DOCG Barolo Serradenari 2020
Filippo Gallino – Piemonte Vino da Tavola Le Due Rose 2023
Giacomo Barbero – DOCG Roero Riserva Valmaggiore 2020
Giuseppe Cortese – DOCG Barbaresco Rabajá 2021
Grimaldi – DOCG Barolo Bricco Ambrogio 2020
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOCG Barolo Monprivato 2019
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOCG Barolo Villero 2019
Mascarello Giuseppe e Figlio Langhe – DOC Langhe Nebbiolo 2016
Monpissan – DOCG Roero Mompissano 2021
Palladino – DOC Nebbiolo d’Alba 2022
Palladino – DOCG Barolo Ornato 2020
Pio Cesare – DOCG Barbaresco 2020
Pio Cesare Barolo – DOCG Barolo Ornato 2020
Poderi Luigi Einaudi – DOCG Barolo Bussia 2020
Renato Fenocchio – DOCG Barbaresco Rombone 2020
Renato Fenocchio – Piemonte Vino da Tavola Sinquanteut 2021
Renato Fenocchio – DOCG Barberesco Riserva Basarin 2019
Rocche Costamagna – DOCG Barolo Rocche dell’Annunziata 2020
MENZIONE GRAPPOLO ORO
Angelo Negro Roero – DOCG Roero Riserva Ciabot San Giorgio 2021
Angelo Negro Barolo – DOCG Barolo del Comune di Serralunga d’Alba 2020
Angelo Negro Barolo – DOCG Barolo Baudana 2020
Anna Maria Abbona – DOCG Barolo del Comune di Castiglione Falletto 2020
Antoniotti – DOC Bramaterra 2018
Aurelio Settimo – DOCG Barolo Rocche dell’Annunziata 2020
Barbaglia – DOC Colline Novaresi Il Silente 2022
Barbaglia – DOC Boca 2019
Borgogno – DOCG Barolo Riserva 1976
Bric Castelvej – Piemonte Vino da Tavola Rosato Anfora Il Nini Anfora 2023
Bricco Maiolica – DOC Nebbiolo d’Alba Superiore Cumot 2021
Bricco Maiolica – DOCG Barolo Contadin 2020
Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema – DOC Carema Riserva 2019
Cascina Lanzarotti – DOC Langhe Nebbiolo Arbuté 2022
Casina Bric 460 – DOC Nebbiolo d’Alba Brut Rosé Millesimato Cuvée 970 2021
Casina Bric 460 – DOCG Barolo Bricco delle Viole 2020
Casina Bric 460 – DOCG Barolo Fossati 2020
Caves Coopératives de Donnas – DOC Valle d’Aosta Sottozona Donnas Napoléon 2021
Cella Grande – DOC Carema 2020
Collina Serragrilli – DOC Langhe Nebbiolo Bailè 2021
Coppo – DOC Langhe Nebbiolo 2022
Delinquent – DOC Monferrato Nebbiolo Superiore 2021
Fabrizio Battaglino – DOCG Roero Riserva Colla 2020
Filippo Gallino – DOCG Roero Licin 2021
Francesco Rosso – DOCG Roero ‘Nciarmà 2016
Francesco Rosso – DOCG Roero Riserva 2017
Francone – DOCG Barbaresco Gallina 2020
Gerlotto – DOC Nebbiolo d’Alba Superiore 2021
Giacomo Barbero – DOC Langhe Nebbiolo 2023
Giuseppe Cortese – DOC Langhe Nebbiolo 2022
Giuseppe Cortese – DOCG Barbaresco 2021
Grimaldi – DOCG Barolo Sorano 2020
La Bioca – DOC Langhe Nebbiolo Riccinnebbia 2023
La Bioca – DOCG Barolo Ravera 2020
La Bioca – DOCG Barolo Bussia 2020
La Perla – DOCG Valtellina Superiore La Mossa 2018
La Perla – DOCG Sforzato o Sfursat di Valtellina Quattro Soli 2017
Le Strie – DOCG Sforzato o Sfursat di Valtellina 2017
Luigi Vico – DOCG Barolo Prapò 2017
Luigi Vico – Piemonte Vino da Tavola Vermouth Rosso di Torino S/A
Marcarini – DOCG Barolo del Comune di La Morra 2020
Marcarini – DOCG Barolo La Serra 2020
Mario Rivetti Cascina Serre – DOC Langhe Nebbiolo Bricco Capre 2023
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOC Langhe Nebbiolo 2021
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOCG Barolo S.Stefano di Perno 2029
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOCG Barolo Monprivato 2020
Mascarello Giuseppe e Figlio – DOC Langhe Nebbiolo 2022
Monpissan – DOC Nebbiolo d’Alba 2020
Monpissan – DOCG Roero 2016
Monte Maletto – DOC Carema Sole e Roccia 2020
Palladino – DOCG Barolo del comune di Serralunga d’Alba 2020
Palladino – DOCG Barolo Parafada 2020
Pianta Grossa – DOC Valle d’Aosta Sottozona Donnas Georgos 2020
Pietro Cassina – Piemonte Vino da Tavola Rosa Rosarum S/A
Pietro Cassina – DOC Coste della Sesia Nebbiolo Ciuèt 2012
Pietro Cassina – DOC Bramaterra Leo 2016
Pio Cesare – DOC Langhe Nebbiolo 2021
Pio Cesare – DOCG Barolo 2020
Piole – Piemonte Vino da Tavola Rosso 2018
Poderi Luigi Einaudi – DOC Langhe Nebbiolo 2023
Renato Fenocchio – DOC Langhe Nebbiolo Spetacol 2022
Renato Fenocchio – DOCG Barbaresco Starderi 2020
Roberto Sarotto – DOCG Barolo Briccobergera 2020
Taverna – DOC Langhe Nebbiolo Tèch 2021
Tenuta Roletto – DOC Canavese Nebbiolo 2020
Vignaquaranti – DOC Monferrato Nemo 2022
MIGLIORE ETICHETTA
Le Strie – DOCG Sforzato o Sfursat di Valtellina 2017
MIGLIOR CANTINA EMERGENTE
Azienda Agricola Giacomo Barbero
MIGLIOR CANTINA STORICA
Azienda Agricola Pio Cesare
CANTINA CON LA MIGLIOR HOSPITALITY
Azienda Agricola Castello di Razzano
LA MIGLIOR CANTINA SOSTENIBILE
Azienda Agricola Giacomo Scagliola
Il commento finale di Marco Cum:
Arrivati all’XI edizione dell’evento, possiamo dire di aver costruito una forte tradizione e attenzione nella città di Roma e non solo, vista la partecipazione degli utenti da tutta Italia, intorno al Nebbiolo e ai suoi territori di elezione. Siamo convinti che il potenziale espressivo del Nebbiolo, non ha pari in tutto il mondo del vino e questo ci spinge ad andare avanti con rinnovato entusiasmo.
Vi aspettiamo alla dodicesima edizione di Nebbiolo nel Cuore, che si terrà il 17/18 gennaio 2026!
La Redazione
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20 Gennaio, 2025
Ceuso 2020, il grande rosso siciliano ideato da Giacomo Tachis
L’azienda Tonnino riporta in vita il vino rosso nato dall’idea dall’enologo piemontese a base di Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon e Merlot. Antonio Tonnino
Siamo davvero onorati di poter raccontare una nuova pagina di Ceuso all’interno di un luogo simbolo della viticoltura siciliana.
È un tributo al passato e una promessa di futuro: Ceuso 2020, il vino della famiglia Tonnino che riporta in vita un grande rosso simbolo del rinascimento enologico dell’isola. Il vino a base di Nero d’Avola, Merlot e Cabernet Sauvignon, pensato dal celebre enologo piemontese che nel corso della sua carriera ha firmato alcuni dei più leggendari vini italiani, è stato rielaborato e perfezionato nella nuova annata grazie agli appunti ritrovati e alla sapienza di quello che era all’epoca il cantiniere di Giacomo Tachis, Gino Amato.
Baglio Ceuso una casa comoda e confortevole in una zona storica per la viticoltura siciliana, dove l’azienda ha iniziato i a muovere i primi passi nel 2004 e con la prima vendemmia nel 2006. Un traguardo importante, celebrato con la l’annata 2020 (la prima) di Ceuso (solo 3.300 bottiglie), lo storico vino ideato dal celebre enologo nel 1995 e riportato in vita dopo quasi un decennio dall’ultima annata prodotta: il vino ebbe all’epoca una diffusione internazionale, e con lui il nome del glorioso baglio ai piedi della città di Alcamo realizzato nel 1860. Dopo alcuni anni di chiusura, la costruzione è stata restaurata nel massimo rispetto dello spirito originale dell’architettura e dei principi di sostenibilità di Tonnino.
Nero d’Avola per metà e poi Cabernet Sauvignon e Merlot, un vino da bere subito o, senza fretta, tra qualche anno
Siamo davvero onorati di poter raccontare una nuova pagina di Ceuso all’interno di un luogo simbolo della viticoltura siciliana. Si tratta di un vino che in famiglia ci ricordiamo sin da quando eravamo ragazzi, un faro nell’enologia dell’isola che stiamo avendo il piacere di apprezzare anche con le vecchie annate ancora buonissime.
Vendemmia dopo vendemmia Ceuso ha saputo incarnare l’anima della Sicilia ed è rimasto un grande rosso da invecchiamento, frutto di una rigorosissima selezione in vigna delle uve e che prosegue il suo affinamento nelle pregiate barrique Seguin Moreau, un vino per le grandi occasioni, caratterizzato da eccezionale ampiezza e lunghezza aromatica, tannini nobili e vellutati. Oltre Ceuso, la cantina produce altre 10 etichette per un totale di 150mila bottiglie.
La Redazione
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20 Gennaio, 2025
Vino In-dipendente. Vignaioli dal pensiero libero, custodi di territori
Spegne le sue prime dieci candeline Vino In-dipendente, ideato e coordinato da Stefano Belli, che raduna ogni gennaio a Calvisano, in provincia di Brescia, una settantina di vignaioli da tutta l’Italia.
Amore per la terra e rispetto per la natura si respirano ad ogni postazione di questa mostra-mercato. A Vino In-dipendente si va per incontrare vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una solida etica ambientale, per produrre vino senza additivi chimici e con il minor numero possibile d’interventi, sia in vigna che in cantina.
Ho davvero apprezzato i sorsi di genuinità e personalità offerti dagli espositori incontrati domenica 12 gennaio. Ve ne citerò alcuni, partendo da un territorio vicino a me.
La Scapigliata, dal nome da un piccolo quadro di Leonardo Da Vinci in cui è raffigurato il volto di una giovane donna, è un progetto di metodo classico lanciato nel 2015 dai soci e amici Mauro Lorenzi e Claudio Sabotti, che a Vino In-dipendente hanno portato in anteprima il loro Blanc de Noirs 2020, pronto ad uscire in commercio tra pochi mesi, ma già un prodigio di eleganza.
Già trovato in alcuni dei migliori wine bar e ristoranti della zona – ma l’ho riassaporato comunque anche lì in fiera con grande piacere – è invece il loro Ninfale, da uve Chardonnay coltivate a Gussago, in Franciacorta: nell’annata 2018, con trascorsi 4 anni di riposo sui lieviti e uno dalla sboccatura, è davvero – cito testualmente dal retroetichetta – “libero di schiudersi come una linfa e librarsi in volo”, in un tripudio di grazia avvolgente e sensuale.
E infine il Refino 2021, da varietà PIWI coltivate su terreni unici di sabbia e limo nei pressi del Lago d’Idro, un’esperienza degustativa inedita.
Con una data di fondazione vicina e sempre in Lombardia, ma più a nord, ho conosciuto l’Azienda Agricola Franzina di Buglio in Monte, nel cuore della Valtellina. Qui Mattia Franzina nel 2014 parte dai vigneti familiari, recupera terrazzamenti incolti e – sebbene la superficie vitata totale non arrivi ancora all’ettaro – rimette in vita la cantina di famiglia nel cuore del borgo. Una viticoltura letteralmente eroica, che trasmette la propria coraggiosa vitalità nel messaggio sulle etichette: ogni bottiglia acquistata è un metro quadro di paesaggio vitato terrazzato salvato. E si tratta davvero di metri quadri ricchi di personalità, perché le uve destinate al Valtellina Superiore Riserva DOCG Maroggia impongono distanza a quelle usate per il Valtellina Superiore DOCG Sixtus, sebbene la distanza geografica effettiva si misuri letteralmente in pochi passi.
Grata a Mattia Franzina per i suoi assaggi memorabili di nebbiolo “chiavennasca”, non mi voglio separare dal mio vitigno rosso preferito… così mi dirigo verso un’altra interpretazione territoriale, incuriosita da quello che sui social avevo sentito chiamare “Il rosso delle donne”. Le donne in questione sono tre sorelle, entusiaste produttrici di Boca Doc nelle Cantine del Castello Conti. Nel 2006, dopo percorsi formativi e professionali diversi, si sono ritrovate insieme ad occuparsi dell’azienda di famiglia, affascinate da un mestiere mai scontato, frutto di una combinazione di diversi fattori che vanno oltre il già generoso terroir, in un’imprescindibile ricetta di cura e passione.
La passione è ancora la stessa di papà Ermanno, che all’inizio degli anni Settanta pianta viti su quella che si sarebbe poi rivelata essere l’antica caldera di un supervulcano fossile costituitosi 280 milioni di anni fa. Questo terroir unico di origine vulcanica e le percentuali sapientemente dosate di Nebbiolo, Vespolina e Uva Rara creano il Boca DOC Conti, un vino di forte personalità, con corpo avvolgente e freschezza decisa. Allo stesso modo, l’energia positiva di Elena Conti è un bilanciamento perfetto di quieta gentilezza ed esplosiva determinazione, ammaliante. Ma ho poco tempo a disposizione, così mi congedo da lei con la promessa di andare a conoscere meglio il Castello Conti.
Nel mio viaggio a Vino In-dipendente resto ad ovest, ma “scendo” per conoscere L’Orto del Vicino. Un nome simpatico quanto Anna e Leonardo, la coppia che guida quest’azienda nel Mugello. Nel loro Terra Bassa Rosso 2022 Poggio Mulino la rusticità del canaiolo si veste di carisma ammiccante con il sangiovese ed il ciliegiolo contenuti in parti minori. I grappoli provengono da alcuni filari di una vigna di quasi 50 anni ed il vino che se ne ottiene fermenta spontaneamente con i propri lieviti per 40 giorni, per poi affinarsi in tini d’acciaio fino all’estate successiva, viene imbottigliato senza filtrazione e con un’aggiunta minima di solfiti.
In barba alle regole dei percorsi di degustazione che prevedono i vini bianchi prima dei vini rossi, prima di lasciare Vino In-dipendente, decido di fermarmi a conoscere una cantina gardesana che ancora mancava nella mia rubrica: El Citera. L’azienda nasce nel 1927, quando su di un piccolo appezzamento di Peschiera la famiglia Zanetti pianta la sua prima vigna. Da quel momento, generazione dopo generazione, l’amore e la passione per la terra si trasformano in tradizione e rispetto per essa, ed oggi è Ambra a trasmetterli, con un sorriso genuino e aperto. Le note fresche e la mineralità persistente del suo Lugana DOC “L’artigianale” sono date prima dall’argilla che nutre in abbondanza i vigneti, poi si esaltano ulteriormente con 24 mesi in botti di cemento e altri 3 mesi di affinamento in bottiglia prima della messa in commercio.
Una vera chicca di artigianalità e personalità, un carattere distintivo che si traduce anche nel packaging scelto, con l’etichetta gialla sporgente sul retro.
Promettendomi di dedicare tempo anche all’Italia del centro meridionale alla prossima edizione di Vino In-dipendente, esco e penso “Che racconti incredibili tramandano sempre gli espositori di questa manifestazione!”.
Tradizione e naturalità sono i fili conduttori di ogni produzione, in vigneto e in cantina, e ci permettono di godere di vini che narrano di radici, mani e passione.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in cantina
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19 Gennaio, 2025
FIVI 2024. Assaggi e scoperte - parte I
Il Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti (FIVI) 2024 è stato, per me, l’apice di una settimana di grandi soddisfazioni personali. La XIII edizione (ricordate i numeri da record: oltre 28.000 visitatori e 1.008 vignaioli!) si è svolta mentre io affrontavo un traguardo altrettanto significativo. Proprio il sabato d’apertura, il 23 novembre – giorno noto per i grandi disagi logistici che fortunatamente ho evitato – mi ha visto superare il complicatissimo esame che mi ha incoronato Maestro Assaggiatore di Formaggi ONAF!
Una gioia immensa che presto vi racconterò, ma che ha reso il mio arrivo in fiera ancora più agognato. Esame Onaf e sciopero treni… entrambi superati Nonostante i festeggiamenti, la domenica mattina la chiamata di Bologna era troppo forte. Ammetto di aver nutrito non poche perplessità: il 24 novembre era giornata di sciopero ferroviario e i treni garantiti erano pochi, lasciando presagire forti ritardi e disagi. Ma la prospettiva di incontrare i vignaioli che stimo, condividere assaggi e fare nuove scoperte (soprattutto con le mie amiche Donne del Vino), mi ha spinto a non demordere. Contro ogni previsione, sono giunta a Bologna e, miracolosamente, ho trovato un taxi che mi ha portato in Fiera. È così, tra la gioia del successo personale e la caparbietà del viaggio, che è iniziato il mio FIVI 2024. Le mie considerazioni sull’evento, sulle masterclass, VinSanto di Barattieri o sull’olio EVO FIOI, le ho raccontate nel mio articolo precedente (Link) quindi ora dedichiamoci al cuore dell’evento: gli assaggi! La prima fotografia della vendemmia 2024 Il vero valore del Mercato FIVI per me non risiede solo nel calice, ma nel dialogo. Entrare nei padiglioni è come leggere la prima, fondamentale fotografia della vendemmia italiana che si è appena conclusa. Ascoltare le voci dirette dei vignaioli, che arrivano da ogni singola regione, è insostituibile.
Ognuno di loro racconta una storia fatta di sfide climatiche uniche e condizioni pedoclimatiche radicalmente diverse, dalla siccità pugliese alle gelate alpine, dai temporali toscani alle brezze marine sarde.
Sentire dalla loro viva voce come è andata la raccolta, assaggiare magari qualche prova di botte e confrontare le prime sensazioni è un privilegio. E’ un modo autentico per comprendere l’annata che sarà imbottigliata. Questa diversità di prospettive e l’opportunità di incontrare i produttori che stimo e ammiro, sono il vero motore che trasforma la fiera in un’esperienza di conoscenza profonda. Pronti al viaggio tra gli assaggi? Come al solito questo non sarà un racconto cronologico. Non viaggeremo in ordine di assaggio, né passerò in rassegna ogni singolo calice da me degustato nei due intensi giorni di fiera.
Piuttosto, condividerò con voi una selezione ragionata: i vini che mi hanno colpito di più, le etichette che sono finite direttamente nel mio carrello e, naturalmente, le novità che meritano attenzione. In questo percorso di scoperte, sono stata fortunata ad essere sempre affiancata dalle mie amiche Donne del Vino. Da grandi esperte del settore, queste compagne di viaggio hanno condiviso con me con schiettezza e competenza i vari assaggi. Tante donne e tante amiche che, in questi due giorni intensi, mi hanno offerto non solo il loro palato esperto, ma anche la gioia della condivisione.
Di ogni cantina, proverò a dare un piccolo e mirato accenno alla storia e punterò sui dettagli distintivi che rendono quel produttore meritevole di attenzione.
Lasciate che vi guidi attraverso queste scoperte, dove l’emozione dell’assaggio si unisce alla passione del vignaiolo. Pronti per il viaggio? Let’s go! Marche: l’ultima frontiera di ricerca Le marche sono state per me un territorio di recente e profondo studio, un interesse nato in particolare grazie alla Convention Nazionale delle donne del vino dello scorso giugno. E’ un luogo affascinante, fatto di “Marche” al plurale in senso geografico: diverse province, microclimi e zone produttive che spaziano dal litorale adriatico fino ai Sibillini, offrendo una varietà di terroir che è quasi unica in Italia. La mia curiosità non si è esaurita in questa cinque giorni di Convention e grazie a Ilaria Ippoliti, direttrice del Consorzio dei vignaioli delle Marche, ho conosciuto alcuni produttori davvero interessanti. Ai FIVI, sono andata a trovarli e i loro assaggi si sono senza dubbio posizionati tra i miei preferiti. Il verdicchio di Matelica di Gagliardi Prima tappa è alla scoperta di Gagliardi, un’azienda che incarna l’anima più pura del Verdicchio di Matelica. Qui si vinifica l’uva in purezza, esaltandone le diverse sfaccettature. Ad affascinarmi è stata la gamma che mostra l’impressionante longevità di questo vitigno. Dal Matelica più fresco fino a interpretazioni di grande struttura. Tra i vini, spicca il Maccagno. Un Verdicchio di Matelica Riserva che si distingue per la sua potenza e lo spessore. È un vino che non teme il tempo, ma lo usa per evolvere verso complessità terziarie di grande fascino. Broccanera: l’eleganza delle bollicine marchigiane Spostandoci, troviamo l’azienda Broccanera, che ha fatto della vocazione spumantistica la sua missione, dimostrando che le Marche possono competere ad alto livello nel mondo delle bollicine. L’azienda ha una storia radicata, ma con uno sguardo costante all’innovazione e alla ricerca di eleganza. Anno dopo anno, si percepisce un miglioramento nella finezza del perlage e nella pulizia aromatica dei loro spumanti. La loro punta di diamante è il Dosaggio Zero. Una bollicina in cui la ricerca dell’eleganza si traduce in un sorso teso, verticale e puro, che lascia parlare il terroir senza compromessi, migliorando costantemente nella definizione e nella piacevolezza. Casalucciola e l’estro di Luca Casalucciola è l’esempio di come la passione possa reinventare una vita. L’azienda è la creatura di Luca, che, per citare Dante, si è ritrovato a intraprendere una vita da vignaiolo “nel mezzo del cammin di nostra vita”. La sua storia è quella di una conversione, di un ritorno alla terra che traspare in ogni sorso. La sua produzione è incentrata su una gamma di vini che esprimono estro e personalità. Tra cui il loro rifermentato in bottiglia, Beneverino, che ho trovato particolarmente vivace e convincente. I vini di Casalucciola sono una finestra sul carattere del loro creatore. Autentici, pieni di vita e con un pizzico di sana irriverenza. Un’ottima aggiunta alla lista dei produttori marchigiani da seguire con attenzione. Il filo rosso tra Marika Socci e il “Buongiorno in vigna” A rendere l’esperienza ancora più significativa è stato l’incontro, finalmente di persona, con Marika Socci. Ho conosciuto la sua azienda e la sua passione anni fa, grazie al podcast “Buongiorno in vigna”, nato durante il lockdown per permetterci di “visitare” virtualmente le aziende. All’epoca, quando muoversi era impossibile, le sue parole mi avevano colpito tantissimo. Da quel giorno ho cercato e assaggiato i suoi vini in più occasioni, e poterle parlare ai Fivi è stato come concretizzare quell’incontro avvenuto anni prima solo attraverso la voce. La sua realtà, con il suo approccio autentico, merita un approfondimento dedicato. Un tête-à-tête che spero di concretizzare presto con una visita in cantina, e di cui vi parlerò nel dettaglio in un prossimo articolo. Casaleta: le bollicine di Cristina e la saggezza di tre generazioni Per completare il mio viaggio marchigiano, mi sono fermato al banco di Casaleta, un’azienda che racchiude in sé la saggezza di tre generazioni e l’attaccamento viscerale al territorio di Castiglioni di Arcevia, in provincia di Ancona. La storia di famiglia è affascinante: nasce nel settore della macelleria-norcineria, per poi espandersi all’agricoltura negli anni Settanta e infine, negli anni Novanta, concentrarsi sul Verdicchio. La scelta più coraggiosa è stata quella di non espiantare le vecchie vigne di oltre settant’anni, ma di preservare il prezioso materiale genetico. Oggi l’azienda è gestita dalla mamma Oretta e dai figli, tra cui ho avuto il piacere di confrontarmi con Cristina. Le loro bollicine a base Verdicchio (il vitigno autoctono di punta) sono state una scoperta interessante. In particolare, il loro Metodo Classico Pas Dosé o il Dosaggio Zero mostrano una personalità forte, con una tensione e una mineralità che fanno del Verdicchio un vitigno fantastico. con la dovuta esperienza, si possono produrre buoni spumanti, e nel caso di lunghi affinamenti sui lieviti presentano complessità e struttura. Un assaggio che unisce tradizione e l’energia di una famiglia che guarda al futuro. Trentino oltre le bollicine Il Trentino è un’altra terra che mi ha rubato il cuore. Non è solo la patria del blasonato Trento Doc, ma un mosaico di microclimi e vitigni autoctoni che sta emergendo grazie a una nuova generazione di giovani vignaioli. Loro, con il rispetto della tradizione ma lo sguardo all’innovazione, stanno elevando ancora di più la percezione di questo magnifico territorio.
Avendo poche righe a disposizione, vi parlerò delle tre cantine che mi hanno colpito di più ai Fivi. Marco Comai: la meticolosità del Garda Trentino A Riva del Garda, la cantina di Marco Comai è sinonimo di attenzione e meticolosità, come ho potuto constatare personalmente visitando i suoi vigneti. Marco ha una filosofia biologica che si riflette in vini che bilanciano splendidamente il carattere territoriale con l’eleganza varietale. Il suo Sauvignon Blanc Doc Trentino è davvero speciale, un’espressione che unisce intensità aromatica e freschezza salina. Ma è nelle bollicine che il suo talento brilla: il suo Trento Doc è riconosciuto anche dai suoi colleghi per la precisione esecutiva. L’assaggio del suo Metodo Classico mi ha lasciato come sempre la bocca pulita e la voglia di un altro sorso, confermando la sua abilità nel creare spumanti tesi ed equilibrati. Spero di riuscire a raccontarvi il nostro primo incontro in cantina, avvenuto qualche tempo fa, quando la “Busa” per me era ancora una sconosciuta. Gabriele Furletti: eleganza e struttura A pochissima distanza, si trova l’azienda guidata da Gabriele Furletti che, insieme al fratello, in pochi anni si è affermata per la qualità e la precisione dei suoi vini. I Furletti riescono a conferire un’eleganza notevole anche a vitigni che, in altre versioni, tendono a lasciarmi indifferente. È il caso del suo Pinot Grigio Riserva Doc Trentino. Ottenuto da una vigna storica con terreno fortemente calcareo, è un vino che non è solo fragrante, ma vellutato e sapido, con un equilibrio sorprendente tra morbidezza data dal passaggio in barrique e vivacità.
Non da meno è il suo spumante: il Reiff Trento Doc Extra Brut, ottenuto da Chardonnay, è la dimostrazione di come la loro precisione si estenda anche al Metodo Classico, risultando un calice di grande finezza ed espressione del terroir collinare. De Tarczal: l’orgoglio del marzemino d’Isera con Elena Infine, l’incontro con Elena De Tarczal è sempre un momento speciale. La sua azienda, De Tarczal (il cui nome corretto è con la zeta), è una delle realtà storiche di Isera, in Vallagarina, con una tradizione che affonda le radici nell’epoca dell’Impero Austro-Ungarico, quando il Marzemino era il vino della Corte. Oggi, Elena, con le sue sorelle, porta avanti la visione del padre, Ruggero de Tarczal, che ha dedicato la sua vita alla vigna.
Elena, che è anche un’attiva Donna del Vino, ci ha offerto un assaggio memorabile. Il Marzemino Trentino Superiore Husar, pur non riportando il vitigno in etichetta, è un esempio magnifico di come questo autoctono possa esprimersi con armonia, eleganza e quel gusto lievemente amarognolo tipico del Marzemino d’Isera. Non ho potuto resistere al suo Trento Doc che è sempre impeccabile. Lombardia e la turbiana in lattina Ci spostiamo in Lombardia, sulle sponde del lago di Garda, per parlare di un’innovazione che mi ha particolarmente colpito: il vino in lattina di Perla del Garda. Ho incontrato Giovanna Prandini, l’anima dell’azienda, che ha portato in fiera un packaging non solo bello e accattivante, ma estremamente funzionale e adatto ai contesti informali.
Giovanna mi ha spiegato che, dopo aver coniugato l’uva Turbiana (il vitigno del Lugana) in tutte le tipologie previste dal disciplinare, ha voluto trovare un contenitore innovativo che potesse parlare a un pubblico giovane. È un modo per intercettare chi, tra cocktail e aperitivi, spesso vede il vino come un elemento semplice e privo di storia. Con questa scelta, Perla del Garda vuole invece comunicare la filiera agricola e il bellissimo territorio del Lago di Garda attraverso un contenitore piccolo da 0,25 cl. Una capacità ridotta che non solo è perfetta per l’informalità, ma invita anche a una beva più consapevole. Da sottolineare che il contenuto alcolico è volutamente contenuto, oscillando tra i 10.50 e gli 11° vol. alc. Un progetto che coniuga l’autoctono con la modernità, puntando sulla semplicità d’uso senza rinunciare alla qualità. Nove Lune e Alessandro Sala Restiamo in LOMBARDIA, ma ci spostiamo in provincia di Bergamo per incontrare un vero punto di riferimento per la viticoltura sostenibile: Alessandro Sala dell’azienda Nove Lune.
Alessandro è l’esempio di un produttore visionario, la cui filosofia si basa sull’ecologia e l’etica: produrre vini di qualità riducendo al minimo l’impatto chimico sull’ambiente e sui consumatori finali. Questo è possibile grazie ai PIWI, acronimo tedesco di Pilzwiderstandsfähige (cioè “vitigni resistenti ai funghi”). Questi vitigni sono frutto di incroci naturali che li rendono molto resistenti alle malattie (come peronospora e oidio), permettendo di eliminare o ridurre drasticamente i trattamenti in vigna. Il ruolo di Alessandro Sala non è solo aziendale: è anche il Presidente del Gruppo PIWI LOMBARDIA, un’associazione fondamentale che promuove la ricerca e la diffusione di queste varietà.
I vigneti di Nove Lune si trovano tra i comuni di Cenate Sotto e Cenate Sopra, ai piedi del Monte Misma, su terreni collinari argillosi a circa 450 metri s.l.m.. Dall’eccellenza dei piwi e il vino in miniera La sua presenza al Fivi è stata un successo travolgente, tanto che, quando sono arrivata al suo stand, aveva venduto tutto! Fortunatamente, i vini di Nove Lune li conosco bene e so che i suoi progetti sono unici. Il vino passito Theia è il loro fiore all’occhiello. Un vino biologico pluripremiato, ottenuto da uve piwi (come Helios, Solaris e Bronner) che, grazie alla loro buccia spessa, resistono perfettamente all’appassimento. È noto per il suo eccezionale equilibrio tra dolcezza, freschezza e salinità.
Il metodo classico in miniera, lo spumante Costa Jels, è un progetto audace. Un metodo classico affinato per 60 mesi nelle gallerie della storica miniera di Costa Jels a Gorno (Bg), a 830 metri s.l.m., dove l’assenza di luce e la temperatura costante di 10°C ne garantiscono una maturazione ideale e unica al mondo.
Il macerato (orange wine), l’ immancabile Rukh, ottenuto principalmente dai piwi Bronner e Johanniter. Questo vino fermenta e affina per diversi mesi in anfore di terracotta a contatto con le bucce, donando quel tipico colore arancio dorato e una grande complessità agrumata e tannica. Al prossimo calice con la Toscana e altre chicche Il nostro viaggio tra le Marche, il Trentino e la Lombardia per questo primo racconto è giunto al termine. Spero che gli assaggi scelti – che per me rappresentano non solo grandi vini ma anche l’incontro con vite umane e storie familiari di dedizione – vi abbiano incuriosito.
Come vi ho promesso, non è finita qui! Per non far diventare questo articolo un mero elenco, mi fermo adesso, ma l’avventura riprenderà prestissimo. Il prossimo appuntamento sarà un omaggio alla mia Toscana e ad altre “chicche” scoperte al FIVI che meritano il giusto spazio. Quindi, stay tuned… e intanto, in alto i calici! 🍷 Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Una gioia immensa che presto vi racconterò, ma che ha reso il mio arrivo in fiera ancora più agognato. Esame Onaf e sciopero treni… entrambi superati Nonostante i festeggiamenti, la domenica mattina la chiamata di Bologna era troppo forte. Ammetto di aver nutrito non poche perplessità: il 24 novembre era giornata di sciopero ferroviario e i treni garantiti erano pochi, lasciando presagire forti ritardi e disagi. Ma la prospettiva di incontrare i vignaioli che stimo, condividere assaggi e fare nuove scoperte (soprattutto con le mie amiche Donne del Vino), mi ha spinto a non demordere. Contro ogni previsione, sono giunta a Bologna e, miracolosamente, ho trovato un taxi che mi ha portato in Fiera. È così, tra la gioia del successo personale e la caparbietà del viaggio, che è iniziato il mio FIVI 2024. Le mie considerazioni sull’evento, sulle masterclass, VinSanto di Barattieri o sull’olio EVO FIOI, le ho raccontate nel mio articolo precedente (Link) quindi ora dedichiamoci al cuore dell’evento: gli assaggi! La prima fotografia della vendemmia 2024 Il vero valore del Mercato FIVI per me non risiede solo nel calice, ma nel dialogo. Entrare nei padiglioni è come leggere la prima, fondamentale fotografia della vendemmia italiana che si è appena conclusa. Ascoltare le voci dirette dei vignaioli, che arrivano da ogni singola regione, è insostituibile.
Ognuno di loro racconta una storia fatta di sfide climatiche uniche e condizioni pedoclimatiche radicalmente diverse, dalla siccità pugliese alle gelate alpine, dai temporali toscani alle brezze marine sarde.
Sentire dalla loro viva voce come è andata la raccolta, assaggiare magari qualche prova di botte e confrontare le prime sensazioni è un privilegio. E’ un modo autentico per comprendere l’annata che sarà imbottigliata. Questa diversità di prospettive e l’opportunità di incontrare i produttori che stimo e ammiro, sono il vero motore che trasforma la fiera in un’esperienza di conoscenza profonda. Pronti al viaggio tra gli assaggi? Come al solito questo non sarà un racconto cronologico. Non viaggeremo in ordine di assaggio, né passerò in rassegna ogni singolo calice da me degustato nei due intensi giorni di fiera.
Piuttosto, condividerò con voi una selezione ragionata: i vini che mi hanno colpito di più, le etichette che sono finite direttamente nel mio carrello e, naturalmente, le novità che meritano attenzione. In questo percorso di scoperte, sono stata fortunata ad essere sempre affiancata dalle mie amiche Donne del Vino. Da grandi esperte del settore, queste compagne di viaggio hanno condiviso con me con schiettezza e competenza i vari assaggi. Tante donne e tante amiche che, in questi due giorni intensi, mi hanno offerto non solo il loro palato esperto, ma anche la gioia della condivisione.
Di ogni cantina, proverò a dare un piccolo e mirato accenno alla storia e punterò sui dettagli distintivi che rendono quel produttore meritevole di attenzione.
Lasciate che vi guidi attraverso queste scoperte, dove l’emozione dell’assaggio si unisce alla passione del vignaiolo. Pronti per il viaggio? Let’s go! Marche: l’ultima frontiera di ricerca Le marche sono state per me un territorio di recente e profondo studio, un interesse nato in particolare grazie alla Convention Nazionale delle donne del vino dello scorso giugno. E’ un luogo affascinante, fatto di “Marche” al plurale in senso geografico: diverse province, microclimi e zone produttive che spaziano dal litorale adriatico fino ai Sibillini, offrendo una varietà di terroir che è quasi unica in Italia. La mia curiosità non si è esaurita in questa cinque giorni di Convention e grazie a Ilaria Ippoliti, direttrice del Consorzio dei vignaioli delle Marche, ho conosciuto alcuni produttori davvero interessanti. Ai FIVI, sono andata a trovarli e i loro assaggi si sono senza dubbio posizionati tra i miei preferiti. Il verdicchio di Matelica di Gagliardi Prima tappa è alla scoperta di Gagliardi, un’azienda che incarna l’anima più pura del Verdicchio di Matelica. Qui si vinifica l’uva in purezza, esaltandone le diverse sfaccettature. Ad affascinarmi è stata la gamma che mostra l’impressionante longevità di questo vitigno. Dal Matelica più fresco fino a interpretazioni di grande struttura. Tra i vini, spicca il Maccagno. Un Verdicchio di Matelica Riserva che si distingue per la sua potenza e lo spessore. È un vino che non teme il tempo, ma lo usa per evolvere verso complessità terziarie di grande fascino. Broccanera: l’eleganza delle bollicine marchigiane Spostandoci, troviamo l’azienda Broccanera, che ha fatto della vocazione spumantistica la sua missione, dimostrando che le Marche possono competere ad alto livello nel mondo delle bollicine. L’azienda ha una storia radicata, ma con uno sguardo costante all’innovazione e alla ricerca di eleganza. Anno dopo anno, si percepisce un miglioramento nella finezza del perlage e nella pulizia aromatica dei loro spumanti. La loro punta di diamante è il Dosaggio Zero. Una bollicina in cui la ricerca dell’eleganza si traduce in un sorso teso, verticale e puro, che lascia parlare il terroir senza compromessi, migliorando costantemente nella definizione e nella piacevolezza. Casalucciola e l’estro di Luca Casalucciola è l’esempio di come la passione possa reinventare una vita. L’azienda è la creatura di Luca, che, per citare Dante, si è ritrovato a intraprendere una vita da vignaiolo “nel mezzo del cammin di nostra vita”. La sua storia è quella di una conversione, di un ritorno alla terra che traspare in ogni sorso. La sua produzione è incentrata su una gamma di vini che esprimono estro e personalità. Tra cui il loro rifermentato in bottiglia, Beneverino, che ho trovato particolarmente vivace e convincente. I vini di Casalucciola sono una finestra sul carattere del loro creatore. Autentici, pieni di vita e con un pizzico di sana irriverenza. Un’ottima aggiunta alla lista dei produttori marchigiani da seguire con attenzione. Il filo rosso tra Marika Socci e il “Buongiorno in vigna” A rendere l’esperienza ancora più significativa è stato l’incontro, finalmente di persona, con Marika Socci. Ho conosciuto la sua azienda e la sua passione anni fa, grazie al podcast “Buongiorno in vigna”, nato durante il lockdown per permetterci di “visitare” virtualmente le aziende. All’epoca, quando muoversi era impossibile, le sue parole mi avevano colpito tantissimo. Da quel giorno ho cercato e assaggiato i suoi vini in più occasioni, e poterle parlare ai Fivi è stato come concretizzare quell’incontro avvenuto anni prima solo attraverso la voce. La sua realtà, con il suo approccio autentico, merita un approfondimento dedicato. Un tête-à-tête che spero di concretizzare presto con una visita in cantina, e di cui vi parlerò nel dettaglio in un prossimo articolo. Casaleta: le bollicine di Cristina e la saggezza di tre generazioni Per completare il mio viaggio marchigiano, mi sono fermato al banco di Casaleta, un’azienda che racchiude in sé la saggezza di tre generazioni e l’attaccamento viscerale al territorio di Castiglioni di Arcevia, in provincia di Ancona. La storia di famiglia è affascinante: nasce nel settore della macelleria-norcineria, per poi espandersi all’agricoltura negli anni Settanta e infine, negli anni Novanta, concentrarsi sul Verdicchio. La scelta più coraggiosa è stata quella di non espiantare le vecchie vigne di oltre settant’anni, ma di preservare il prezioso materiale genetico. Oggi l’azienda è gestita dalla mamma Oretta e dai figli, tra cui ho avuto il piacere di confrontarmi con Cristina. Le loro bollicine a base Verdicchio (il vitigno autoctono di punta) sono state una scoperta interessante. In particolare, il loro Metodo Classico Pas Dosé o il Dosaggio Zero mostrano una personalità forte, con una tensione e una mineralità che fanno del Verdicchio un vitigno fantastico. con la dovuta esperienza, si possono produrre buoni spumanti, e nel caso di lunghi affinamenti sui lieviti presentano complessità e struttura. Un assaggio che unisce tradizione e l’energia di una famiglia che guarda al futuro. Trentino oltre le bollicine Il Trentino è un’altra terra che mi ha rubato il cuore. Non è solo la patria del blasonato Trento Doc, ma un mosaico di microclimi e vitigni autoctoni che sta emergendo grazie a una nuova generazione di giovani vignaioli. Loro, con il rispetto della tradizione ma lo sguardo all’innovazione, stanno elevando ancora di più la percezione di questo magnifico territorio.
Avendo poche righe a disposizione, vi parlerò delle tre cantine che mi hanno colpito di più ai Fivi. Marco Comai: la meticolosità del Garda Trentino A Riva del Garda, la cantina di Marco Comai è sinonimo di attenzione e meticolosità, come ho potuto constatare personalmente visitando i suoi vigneti. Marco ha una filosofia biologica che si riflette in vini che bilanciano splendidamente il carattere territoriale con l’eleganza varietale. Il suo Sauvignon Blanc Doc Trentino è davvero speciale, un’espressione che unisce intensità aromatica e freschezza salina. Ma è nelle bollicine che il suo talento brilla: il suo Trento Doc è riconosciuto anche dai suoi colleghi per la precisione esecutiva. L’assaggio del suo Metodo Classico mi ha lasciato come sempre la bocca pulita e la voglia di un altro sorso, confermando la sua abilità nel creare spumanti tesi ed equilibrati. Spero di riuscire a raccontarvi il nostro primo incontro in cantina, avvenuto qualche tempo fa, quando la “Busa” per me era ancora una sconosciuta. Gabriele Furletti: eleganza e struttura A pochissima distanza, si trova l’azienda guidata da Gabriele Furletti che, insieme al fratello, in pochi anni si è affermata per la qualità e la precisione dei suoi vini. I Furletti riescono a conferire un’eleganza notevole anche a vitigni che, in altre versioni, tendono a lasciarmi indifferente. È il caso del suo Pinot Grigio Riserva Doc Trentino. Ottenuto da una vigna storica con terreno fortemente calcareo, è un vino che non è solo fragrante, ma vellutato e sapido, con un equilibrio sorprendente tra morbidezza data dal passaggio in barrique e vivacità.
Non da meno è il suo spumante: il Reiff Trento Doc Extra Brut, ottenuto da Chardonnay, è la dimostrazione di come la loro precisione si estenda anche al Metodo Classico, risultando un calice di grande finezza ed espressione del terroir collinare. De Tarczal: l’orgoglio del marzemino d’Isera con Elena Infine, l’incontro con Elena De Tarczal è sempre un momento speciale. La sua azienda, De Tarczal (il cui nome corretto è con la zeta), è una delle realtà storiche di Isera, in Vallagarina, con una tradizione che affonda le radici nell’epoca dell’Impero Austro-Ungarico, quando il Marzemino era il vino della Corte. Oggi, Elena, con le sue sorelle, porta avanti la visione del padre, Ruggero de Tarczal, che ha dedicato la sua vita alla vigna.
Elena, che è anche un’attiva Donna del Vino, ci ha offerto un assaggio memorabile. Il Marzemino Trentino Superiore Husar, pur non riportando il vitigno in etichetta, è un esempio magnifico di come questo autoctono possa esprimersi con armonia, eleganza e quel gusto lievemente amarognolo tipico del Marzemino d’Isera. Non ho potuto resistere al suo Trento Doc che è sempre impeccabile. Lombardia e la turbiana in lattina Ci spostiamo in Lombardia, sulle sponde del lago di Garda, per parlare di un’innovazione che mi ha particolarmente colpito: il vino in lattina di Perla del Garda. Ho incontrato Giovanna Prandini, l’anima dell’azienda, che ha portato in fiera un packaging non solo bello e accattivante, ma estremamente funzionale e adatto ai contesti informali.
Giovanna mi ha spiegato che, dopo aver coniugato l’uva Turbiana (il vitigno del Lugana) in tutte le tipologie previste dal disciplinare, ha voluto trovare un contenitore innovativo che potesse parlare a un pubblico giovane. È un modo per intercettare chi, tra cocktail e aperitivi, spesso vede il vino come un elemento semplice e privo di storia. Con questa scelta, Perla del Garda vuole invece comunicare la filiera agricola e il bellissimo territorio del Lago di Garda attraverso un contenitore piccolo da 0,25 cl. Una capacità ridotta che non solo è perfetta per l’informalità, ma invita anche a una beva più consapevole. Da sottolineare che il contenuto alcolico è volutamente contenuto, oscillando tra i 10.50 e gli 11° vol. alc. Un progetto che coniuga l’autoctono con la modernità, puntando sulla semplicità d’uso senza rinunciare alla qualità. Nove Lune e Alessandro Sala Restiamo in LOMBARDIA, ma ci spostiamo in provincia di Bergamo per incontrare un vero punto di riferimento per la viticoltura sostenibile: Alessandro Sala dell’azienda Nove Lune.
Alessandro è l’esempio di un produttore visionario, la cui filosofia si basa sull’ecologia e l’etica: produrre vini di qualità riducendo al minimo l’impatto chimico sull’ambiente e sui consumatori finali. Questo è possibile grazie ai PIWI, acronimo tedesco di Pilzwiderstandsfähige (cioè “vitigni resistenti ai funghi”). Questi vitigni sono frutto di incroci naturali che li rendono molto resistenti alle malattie (come peronospora e oidio), permettendo di eliminare o ridurre drasticamente i trattamenti in vigna. Il ruolo di Alessandro Sala non è solo aziendale: è anche il Presidente del Gruppo PIWI LOMBARDIA, un’associazione fondamentale che promuove la ricerca e la diffusione di queste varietà.
I vigneti di Nove Lune si trovano tra i comuni di Cenate Sotto e Cenate Sopra, ai piedi del Monte Misma, su terreni collinari argillosi a circa 450 metri s.l.m.. Dall’eccellenza dei piwi e il vino in miniera La sua presenza al Fivi è stata un successo travolgente, tanto che, quando sono arrivata al suo stand, aveva venduto tutto! Fortunatamente, i vini di Nove Lune li conosco bene e so che i suoi progetti sono unici. Il vino passito Theia è il loro fiore all’occhiello. Un vino biologico pluripremiato, ottenuto da uve piwi (come Helios, Solaris e Bronner) che, grazie alla loro buccia spessa, resistono perfettamente all’appassimento. È noto per il suo eccezionale equilibrio tra dolcezza, freschezza e salinità.
Il metodo classico in miniera, lo spumante Costa Jels, è un progetto audace. Un metodo classico affinato per 60 mesi nelle gallerie della storica miniera di Costa Jels a Gorno (Bg), a 830 metri s.l.m., dove l’assenza di luce e la temperatura costante di 10°C ne garantiscono una maturazione ideale e unica al mondo.
Il macerato (orange wine), l’ immancabile Rukh, ottenuto principalmente dai piwi Bronner e Johanniter. Questo vino fermenta e affina per diversi mesi in anfore di terracotta a contatto con le bucce, donando quel tipico colore arancio dorato e una grande complessità agrumata e tannica. Al prossimo calice con la Toscana e altre chicche Il nostro viaggio tra le Marche, il Trentino e la Lombardia per questo primo racconto è giunto al termine. Spero che gli assaggi scelti – che per me rappresentano non solo grandi vini ma anche l’incontro con vite umane e storie familiari di dedizione – vi abbiano incuriosito.
Come vi ho promesso, non è finita qui! Per non far diventare questo articolo un mero elenco, mi fermo adesso, ma l’avventura riprenderà prestissimo. Il prossimo appuntamento sarà un omaggio alla mia Toscana e ad altre “chicche” scoperte al FIVI che meritano il giusto spazio. Quindi, stay tuned… e intanto, in alto i calici! 🍷 Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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19 Gennaio, 2025
Quel pasticciaccio brutto delle nuove norme del Codice della Strada
L’auto non è un giocattolo. Commettere una infrazione guidando una vettura è qualcosa che può danneggiare noi stessi e soprattutto gli altri.
Passare ad un semaforo con il rosso piuttosto che leggere i messaggi sullo smartphone può provocare serie conseguenze.
Un tempo, prima della introduzione delle norme sull’omicidio stradale, commettere un reato guidando una vettura fungeva quasi da attenuante. Si arrivava all’assurdo che se ci si causava un incidente ubriachi o sotto l’effetto di stupefacenti, vi era una sorta di comprensione. Altro che aggravante.
Da tempo abbiamo invece capito che guidare una vettura è come avere un’arma sempre carica in mano. Occorre fare attenzione. Molta attenzione. Non fosse altro perché è come se noi stessi avessimo la responsabilità della vita degli altri. Utenti della strada, passeggeri, pedoni.
Poi sono arrivate le nuove norme del codice della strada tra le quali spiccano quelle sul consumo di alcol.
Non sono cambiati i limiti. Assolutamente vero. Ma sono, tremendamente, cambiate le sanzioni.
Secondo il Codice della strada, articolo 186, il tasso alcolemico consentito per la guida è inferiore a 0.5 grammi per litro. Sopra tale soglia, scattano sanzioni e pene varie in funzione del livello raggiunto alla misurazione.
Da 0,5 a 0,8 g/l vengono applicate sanzioni amministrative (multe) da € 543 a € 2.170) e la sospensione della patente da tre a sei mesi.
Da 0,8 a 1,5 g/l le sanzioni si innalzano fino ad arrivare ad un intervallo compreso tra 800 e 3200€ più la sospensione della patente da sei mesi ad un anno.
Oltre 1,5 g/l le sanzioni sono tra 1500 e 6000€ e sospensione della patente da uno a due anni con sequestro del veicolo. Se poi si guida un veicolo non proprio, la sospensione della patente, raddoppia.
Qualora il conducente in stato di ebrezza (dunque da 0.5 g/l in su) provoca un incidente stradale, le sanzioni sono raddoppiate ed il fermo amministrativo del veicolo diventa di sei mesi. Se il tasso alcolemico è superiore a 1.5 g/l, la patente viene revocata.
Ovviamente per i neo patentati, il limite è zero.
Qualunque persona dotata di intelletto, leggendo queste norme, non potrebbe fare a meno di pensare che sia meglio non bere.
Secondo tabelle che è facile reperire on line, bere due calici di vino bianco (riempiti a metà) per una donna e circa tre e mezzo per un uomo (entrambe di media corporatura dunque peso) vuol dire essere al limite di tolleranza. Sopra tale livello, a meno che non si stia bevendo una bottiglia di Chateau Lafite, non ne vale la pena.
Ecco, non ne vale la pena. Questa è la frase che il legislatore non ha avuto modo di sviscerare bene soffermandosi solo sull’aspetto relativo agli incidenti stradali.
Eppure, anche guardando bene i dati, secondo i dati ISTAT, nel 2023 su 56.075 incidenti stradali con lesioni, 4.787 erano riferibili ad un eccesso di alcol. 8.5% del totale. A naso, perché non ci sono dati, è presumibile pensare che il tasso alcolemico di chi ha provocato l’incidente, difficilmente si attestava sotto lo 0.8 ovvero 5 bicchieri di vino ovvero poco meno di una bottiglia. Bersi una bottiglia da soli, la vedo una grande tristezza. Credo che nessuno voglia mettere la vita di una persona dinanzi ad una bottiglia di vino, però sarebbe opportuna una saggia e serena via di mezzo. Se non altro per evitare che un settore già in crisi per svariati motivi, soffra maggiormente. È di tutta evidenza infatti che una contrazione dei consumi colpirebbe l’intera filiera produttiva e di distribuzione con evidenti ripercussioni sociali e infrastrutturali. Ma c’è di peggio poiché il rischio è che, un calo generale della vendita di vino, conduca ad un abbassamento dei prezzi che, se da un lato può far piacere ai consumatori, di certo ne aumenterebbe il consumo. Con tutte le conseguenze del caso. Non è che si fa anche peggio? Un vero pasticcio per il quale l’eventuale toppa può essere peggio del buco ma che, soprattutto, denota la meschinità e incompetenza della politica che, volendo fungere da moralista educatrice, non pensa alle conseguenze di tali misure. Se è infatti vero che in altri paesi esistono norme ben più severe, è anche vero che la disponibilità di mezzi pubblici e il basso costo dei taxi, rende disponibili soluzioni alternative alla guida. Il moralismo non porta mai alla educazione. Semmai a creare brutti pasticciacci con possibili disastri economici. La soluzione? Non c’è e nessuno si prenderà mai la briga di cambiare le insensate norme. Basterà però fare meno controlli e tutto si risolverà nella brillantemente italica maniera. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Eppure, anche guardando bene i dati, secondo i dati ISTAT, nel 2023 su 56.075 incidenti stradali con lesioni, 4.787 erano riferibili ad un eccesso di alcol. 8.5% del totale. A naso, perché non ci sono dati, è presumibile pensare che il tasso alcolemico di chi ha provocato l’incidente, difficilmente si attestava sotto lo 0.8 ovvero 5 bicchieri di vino ovvero poco meno di una bottiglia. Bersi una bottiglia da soli, la vedo una grande tristezza. Credo che nessuno voglia mettere la vita di una persona dinanzi ad una bottiglia di vino, però sarebbe opportuna una saggia e serena via di mezzo. Se non altro per evitare che un settore già in crisi per svariati motivi, soffra maggiormente. È di tutta evidenza infatti che una contrazione dei consumi colpirebbe l’intera filiera produttiva e di distribuzione con evidenti ripercussioni sociali e infrastrutturali. Ma c’è di peggio poiché il rischio è che, un calo generale della vendita di vino, conduca ad un abbassamento dei prezzi che, se da un lato può far piacere ai consumatori, di certo ne aumenterebbe il consumo. Con tutte le conseguenze del caso. Non è che si fa anche peggio? Un vero pasticcio per il quale l’eventuale toppa può essere peggio del buco ma che, soprattutto, denota la meschinità e incompetenza della politica che, volendo fungere da moralista educatrice, non pensa alle conseguenze di tali misure. Se è infatti vero che in altri paesi esistono norme ben più severe, è anche vero che la disponibilità di mezzi pubblici e il basso costo dei taxi, rende disponibili soluzioni alternative alla guida. Il moralismo non porta mai alla educazione. Semmai a creare brutti pasticciacci con possibili disastri economici. La soluzione? Non c’è e nessuno si prenderà mai la briga di cambiare le insensate norme. Basterà però fare meno controlli e tutto si risolverà nella brillantemente italica maniera. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
18 Gennaio, 2025
Mangia viola
Bali è un’isola indonesiana rinomata per le sue montagne vulcaniche ricoperte di boschi, le tipiche risaie e la barriera corallina. Qui si trovano siti sacri come il tempio Uluwatu che sorge in cima a una scogliera.
Bali ha un fascino magnetico, unico al quale è impossibile resistere. È un’isola dall’animo mistico, permeata di tradizione e spiritualità, rigogliosa come le sue foreste e potente come il suo mare, custode di riti secolari ma anche proiettata verso l’Occidente con i suoi ritmi fatti di locali sulla spiaggia, ristoranti e resort da sogno.
Difficile trovare un aggettivo per descriverla perché è poliedrica, inarrestabile e fascinosa.
In questo posto così mistico e affascinante, in aeroporto trovo ad accogliermi Chef Luni, Lucia Nicolo, un’italiana che vive qui da anni e che ho scoperto su Ig affascinato dai suoi piatti e dalla sua abilità in cucina.
Chef Luni mi conduce in un posto fantastico dove alloggerò The Seminyak Beach Resort & Spa. Qui, la bellezza panoramica del mare e il lusso rilassato convergono per definire un marchio di piacere allettante e indipendente. Per me è bellissimo scoprire un quartiere vivace e sofisticato che trabocca di ristoranti e beach club di fama mondiale, tra cui il famoso Kudeta accanto al Resort, bar sulla spiaggia a piedi nudi e cocktail lounge eleganti, bancarelle del mercato e boutique di stilisti chic. Il Seminyak a Bali è da tempo il parco giochi glamour di bohémien, jetsetter e fashionisti. L’ampia spiaggia di Seminyak presenta un’atmosfera vivace e movimentata, viste gloriose sulla costa, celebri pause per il surf e tramonti sensazionali. In questa bellissima spiaggia ci aspetta un tavolino in spiaggia dove seduti su un bean bag berremo del cocco.
La prima cosa che le chiedo è come sia finita a Bali, perché delle tante persone conosciute ed intervistate non mi ero mai spostato così lontano. Mi racconta che si è avvicinata a Bali inizialmente per un viaggio. Prima di allora conosceva poco dell’Indonesia, nonostante fosse sempre stata affascinata dall’Asia, in particolare dall’India. Non aveva mai davvero esplorato l’Indonesia, ma durante un viaggio qui si è trovata catapultata in questo meraviglioso paese. A poco a poco, Bali ha iniziato ad attirarla in modo quasi magnetico, come se fosse destino. Le circostanze della vita hanno portato lei qui in momenti diversi, come un richiamo che non riusciva a ignorare. Per un po’ ha vissuto una vita divisa tra l’Europa e Bali, ma alla fine si è resa conto che non poteva più continuare su due binari separati. Le cose che dovevo fare da una parte e dall’altra le impedivano di concentrarsi pienamente su ciascun impegno, e si trovava spesso nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Così, finalmente, come per magia o per quel magnetismo di cui mi parlava, nel 2016, ha deciso di trasferirsi definitivamente a Bali. Un viaggio che è iniziato nel 2004, ma il suo legame con Bali si è consolidato nel tempo, portandola a fare di questa isola la sua casa.
Ho seguito per mesi su Ig Chef Luni, visto i suoi video, le sue foto, le sue creazioni. Il libro che ha scritto “Mangia Viola” l’ho acquistato così da potermelo far autografare.
Anche se può sembrare banale sono curioso di scoprire cosa c’è di diverso nel mangiar viola rispetto al rosso o al verde.
Scopro che un alimento in natura spesso riflette alcune delle sue proprietà nutrizionali, poiché è legato ai composti bioattivi che contiene. Ad esempio, il colore viola deriva principalmente dalla presenza di antociani, potenti antiossidanti con effetti benefici documentati sulla salute, come la protezione cardiovascolare, il miglioramento della memoria e la riduzione dell’infiammazione.
Tutti gli alimenti naturali, indipendentemente dal colore, hanno un ruolo importante in una dieta equilibrata, poiché apportano nutrienti fondamentali come vitamine, sali minerali e fibre. Tuttavia, nel suo libro Mangia Viola ha voluto concentrarsi in particolare sui cibi viola perché, studiandoli, ha notato un filo conduttore unico nelle loro proprietà benefiche e nella loro versatilità in cucina.
Chef Luni non vuole solo celebrare il “colore” in sé, ma svelare il mondo nascosto dei benefici che gli alimenti viola possono portare alla nostra salute e al nostro benessere, spesso sottovalutati. Nel libro, spiega anche come integrarli nella dieta quotidiana con ricette semplici e consigli pratici, perché credo che mangiare viola possa essere un modo innovativo e consapevole per arricchire la nostra alimentazione. Scoprire questo mondo mi affascina tantissimo perché appassionato di cucina da sempre ma mai avrei pensato che dietro un semplice colore si potesse nascondere un mondo. Mentre beviamo un buonissimo cocco con il sapore del cocco nel palato cerco di capire cosa regalano i sapori del viola la prima volta a chi li assaggia.
Gli alimenti di colore viola offrono un’esperienza sensoriale sorprendente e variegata. Non è tanto il colore in sé a definire un sapore specifico, ma la grande varietà di cibi viola presenti in natura, dai frutti come i mirtilli e le prugne alle verdure come il cavolo cappuccio rosso, le melanzane o le patate viola. Questi alimenti possono regalare sapori dolci e delicati, come quelli della frutta, oppure intensi e terrosi, come nelle verdure a radice o nei legumi. Per chi li assaggia per la prima volta, il viola non è solo una scoperta di gusto, ma anche un momento di curiosità e sorpresa. Spesso si tratta di alimenti poco presenti nella nostra dieta quotidiana, ed è questo a renderli così speciali. Ogni sapore viola racconta una storia unica, legata alla biodiversità, alla cultura culinaria e, non da ultimo, ai benefici che apporta alla nostra salute. Chef Luni con grande pacatezza mi svela alcuni dettagli del suo libro raccontandomi che invita il lettore non solo a conoscere questi sapori, ma anche a sperimentarli attraverso ricette creative che li esaltano.
È un viaggio alla scoperta non solo del gusto, ma anche del benessere che questi alimenti possono offrire. Ovviamente immagino che una dieta viola sia una dieta salutare ma sicuramente ci sono dei benefici che se ne traggono. Una dieta che include alimenti viola può essere estremamente benefica per la salute, grazie alla presenza degli antociani, i composti responsabili del colore viola. Questi fitonutrienti sono noti per il loro potente effetto antiossidante, che aiuta a combattere i radicali liberi e a proteggere le cellule dall’invecchiamento e dai danni ossidativi. Chef Luni prende un foglio di carta e velocemente mi scrive i benefici che includono una dieta viola:
Salute cardiovascolare: Gli antociani migliorano la circolazione sanguigna, riducono l’infiammazione e possono contribuire a mantenere una pressione arteriosa equilibrata.
Supporto al cervello: Studi scientifici hanno dimostrato che i cibi viola, come i mirtilli, possono migliorare la memoria e ridurre il rischio di malattie neurodegenerative.
Effetti antinfiammatori: Gli alimenti viola possono ridurre l’infiammazione cronica, un fattore comune in molte malattie moderne.
Sistema immunitario più forte: Grazie al loro contenuto di vitamine e minerali, come la vitamina C e il potassio, i cibi viola rafforzano le difese naturali del corpo.
Salute intestinale: Alcuni alimenti viola, come le patate viola o il radicchio, contengono fibre che favoriscono la digestione e supportano il microbiota intestinale.
Nel suo libro Mangia Viola Chef Luni non si limita a raccontare questi benefici, ma li approfondisce con studi, curiosità e consigli pratici per integrare gli alimenti viola nella vita quotidiana. Una dieta “viola” non è solo salutare, ma anche colorata, gustosa e facile da seguire.
Mangia Viola a è stato scritto a Bali semplicemente perché lei vive qui, non per un motivo legato al tema del libro. Tuttavia, Bali è un luogo che ispira a mangiare in modo più sano e consapevole, e questa filosofia si riflette nel libro.
Detto questo, Mangia Viola non si rivolge esclusivamente agli amanti del food o ai curiosi di nuovi sapori. Certo, chi è appassionato di cucina o interessato al cibo vegetale e salutare troverà molte idee e spunti interessanti. Ma il libro è pensato per tutti, perché il suo messaggio centrale riguarda il miglioramento delle nostre abitudini alimentari.
Viviamo in un’epoca in cui i cibi processati, confezionati e pieni di additivi occupano un posto eccessivo sulle nostre tavole. Con questo libro vuole invitare i lettori a riscoprire la bellezza e i benefici degli alimenti naturali, in particolare di quelli viola, che spesso sono sottovalutati. Non è solo un libro di ricette, ma una guida per chi vuole avvicinarsi a un modo di mangiare più semplice, genuino e consapevole, senza rinunciare al gusto e alla creatività in cucina.
Ho avuto modo di sfogliare il libro e ci sono poche ricette che Chef Luni mostra anche su IG ma mi sono domandato se sia complesso ripeterle o sia semplice.
Chef Luni mi dice che le ricette presenti sono poche e semplici, pensate per essere facilmente replicabili a casa. L’obiettivo principale del libro è quello di esplorare i benefici e le caratteristiche degli alimenti viola, analizzando gli ingredienti più comuni e fornendo spunti per utilizzarli in modo creativo. Certo, ci sono alcune ricette di esempio, ma sono solo una base: ogni ingrediente viola può ispirare infinite possibilità in cucina.
Il suo profilo Instagram non è un luogo dedicato alle ricette, né tantomeno a quelle del libro. Il suo IG è uno spazio creativo personale, dove condivide ciò che la ispira al momento, che si tratti di cibo viola o di altre creazioni. Basta scorrere un po’ indietro nel feed e ci si accorge pienamente che i suoi piatti e drink spaziano tra cucine e tipi diversi. In generale le piace la cucina colorata e fresca. Alcuni piatti sono semplici e accessibili, altri sono più complessi: non è un contenuto pensato per essere necessariamente replicato, ma per ispirare.
Le ricette del libro, invece, sono state pensate apposta per essere alla portata di tutti. Non serve essere uno chef professionale per provarle: il libro contiene suggerimenti pratici, curiosità e idee facili da realizzare. Mangia Viola è una guida per chiunque voglia esplorare il mondo del cibo viola, non solo attraverso ricette, ma anche scoprendo i benefici e le curiosità che si nascondono dietro ogni ingrediente.
Mangia Viola è sicuramente il suo primo libro pubblicato ed è unico nel suo genere per l’approccio che ha verso il cibo viola e i suoi benefici. Un tema che non ho trovato trattato in modo così approfondito altrove. Tuttavia, non è la sua prima esperienza di scrittura. Da anni scrive su blog, social media e collabora con persone interessate al mondo del food, offrendo consigli e condivisioni sui temi legati all’alimentazione.
In effetti, Mangia Viola è il suo primo libro pubblicato, sia nella versione italiana che in quella inglese, ma non sarà l’ultimo. Non è interessata a scrivere semplici libri di ricette ma parlare di argomenti che possano realmente portare valore alle persone attraverso un cambiamento positivo nella loro alimentazione e salute.
Il suo lavoro va oltre la cucina: come restaurant consultant, si occupa anche di aspetti legati alla gestione dei ristoranti, ai costi e alla formazione professionale. Per questo, mi anticipa che ci sono già altri libri in fase di completamento, che saranno pubblicati a breve e tratteranno argomenti legati a questo ambito, sempre con l’obiettivo di offrire contenuti utili e pratici per i lettori.
Quando ho conosciuto Chef Luni l’ho immaginata come lo chef del cibo viola. Lei però non si sente “dipinta” e perché il cibo viola è semplicemente una delle tante cose che ama esplorare in cucina, ma non l’unico colore che usa. La sua passione per il cibo va oltre un solo colore, ed è legata al benessere, alla ricerca e alla creatività in cucina.
I piatti viola che realizza fanno parte del suo percorso di ricerca e delle sue esplorazioni culinarie personali così che, al momento, non sono proposti nei menu dei ristoranti con cui collabora. Le piace sperimentare e condividere le sue creazioni sui social e in altre occasioni, ma ogni ambiente di lavoro ha le proprie specificità ed esigenze. Ciò che propone in privato non sempre si allinea con la filosofia o le linee guida dei locali in cui è coinvolta.
Il suo libro Mangia Viola è disponibile sia in versione cartacea che digitale e può essere acquistato su piattaforme online come Amazon in tutto il mondo, oltre che in alcune librerie selezionate.
Si tratta di un libro che va oltre le tradizionali ricette di cucina. È un viaggio attraverso gli ingredienti viola, un’analisi dei benefici che questi alimenti portano alla salute e un invito a riflettere sull’importanza di una dieta sana e consapevole. È pensato per chi desidera scoprire il potenziale di cibi poco conosciuti ma ricchi di proprietà nutritive, ma non è solo per gli appassionati di cucina o per chi cerca ricette elaborate. Il libro è per chiunque sia interessato a migliorare la propria alimentazione e a capire meglio cosa c’è dietro ogni piatto che portiamo in tavola. È una lettura interessante per chi vuole un cambiamento nella propria dieta, per chi è curioso di conoscere i benefici dei cibi naturali e per chi ama imparare qualcosa di nuovo in ambito nutrizionale e salutistico.
Chef Luni ha trovato un equilibrio tra ciò̀ che ama fare e che la motiva a crescere ogni giorno. La cucina, la creatività̀ e la continua ricerca sono quanto l’appassiona con quel desiderio di andare oltre, di spingersi verso nuove scoperte. Non si smette mai di imparare, e lei non crede di aver ancora raggiunto un punto finale.
Il nostro cocco è terminato e sorridendo le dico che la nostra piacevole intervista è conclusa e possiamo dedicarci a goderci questo panorama mozzafiato. Da domani inizierà la mia vacanza qui a Bali e potrò conoscere Chef Luni all’opera sul campo, sicuramente andrò alla La Terrazza – Uluwatu che mi offrirà un panorama pazzesco.
Tornerò in Italia sicuramente con qualcosa di viola nel cuore, come il suo libro Mangia Viola, perché forse il viola manca ad ognuno di noi.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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17 Gennaio, 2025
Rosae Maris. Elisabetta Ceccariglia: Rosa Rosae Rosam
Ho incontrato pochi i produttori di vino che hanno resistito negli anni alle sirene delle bollicine e dei rosati.
Un tempo c’erano territori vocati e tradizioni a dettare legge. Si produceva solo là dove le condizioni territoriali e climatiche lo consentivano oppure, come nel caso dei rosati, quando era la tradizione ad imporlo.
Nessun contadino avrebbe mai sacrificato le uve rosse per produrre un rosato. Giammai e soprattutto, perché mai. Chi lo avrebbe bevuto un vino che non aveva passato del tempo a contatto con le bucce è diventato un vero vino? Ci sono i bianchi e i rossi. Al limite le bollicine. I rosati? Non pervenuti. Nel 1936 i francesi ricevettero un grande dono: le ferie retribuite. Una conquista avvenuta meno di cento anni fa. Non si direbbe da cosi poco tempo vero? Usarono i giorni di libertà per girovagare per la Francia riscoprendo, specialmente in primavera quando i fiori sono nel massimo del loro splendore, la Provenza. Qui da tempo si produceva il vino rosato. Vini provenienti da Syrah, Grenache, Chinsault, Mourvèdre ottenuti con brevi macerazioni o semplice spremitura, dal colore del petalo di rosa (altro che buccia di cipolla come lo definiamo noi!) e dai sentori delicati. Delicati al naso e in bocca. Rossi da poter bere anche freschi ammirando la lavanda della Provenza.
Una moda? Forse solo la voglia di qualcosa di sbarazzino, meno impegnato dei grandi e complessi vini francesi. Di certo i rosati, rosé francesi, oggi e non solo oggi, hanno conquistato oltre il 30% del mercato. Da noi, non andiamo oltre il 5% (la media mondiale è del 10).
Il primo produttore a vinificare uve a bacca rossa in modalità rosato fu Leone de Castris nel 1943 con il Five Roses. Prima di questo quando il vino era troppo scarico, dunque quasi rosato, era solo perché le macerazioni non erano andate proprio a buon fine. In altri contesti si faceva del salasso per ottenere qualcosa di meno intenso del rosso. Tralasciamo i mix tra bianco e rosso quando ne avanzava poco di entrambe le categorie!! Eppure oggi ogni produttore si sente in dovere di avere un rosato in gamma. Serve per completare quest’ultima e presidiare, in un mercato sempre più competitivo, ogni segmento. Oltre che realizzare cash insieme ai bianchi.
Difficilmente però si trovano produttori attenti e fortemente orientati a realizzare vini rosati con una precisa identità. Sono pochi infatti coloro che dedicano tempo e vigne alla realizzazione di vini identitari. Ora, fatta questa premessa, appare chiaro come ogni territorio sia in grado di produrre vini rosati. Il tema è capire quali condizioni climatiche, quali terreni e quali vitigni (sarà il solito terroir?) siano i più indicati.
Che ne dite della Maremma?
Il mare che lascia spazio prima alle spiagge e alle brevi pianure, un tempo paludi. Le dolci colline che salgono fino ad arrivare su, al monte Amiata. Terreni che da sabbia si trasformano in argilla e poi in calcareo a matrice vulcanica. Brezze marine cariche di sale che spirano dal Tirreno fin a scontarsi con le correnti fredde degli Appennini. Importanti escursioni termiche con il clima che regala emozioni e vita. Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo, Cabernet, Merlot. È la Maremma, un luogo ancora per certi versi selvaggio ma al tempo stesso dove, lontano dal clamore mediatico della Toscana del Chianti, si può trovare una identità attraverso la seduzione delle tinte rosa, dei sentori di cipria e talco, dalle leggere nuance di fresca frutta nonché da sapori in grado di far perdere l’animo e il cuore in tramonti senza tempo. Guardando il mare o le dolci colline. Proprio in Maremma si può sperimentare trovando incredibili vini rosati dotati di toni aggraziati e gentili. Come quelli di Elisabetta Ceccariglia che è la (o il?) presidente, comunque sia, l’anima della associazione Rosae Maris, associazione che raccoglie 23 produttori, esclusivamente della Provincia di Grosseto, che si dedicano alla realizzazione di almeno un vino rosato. Io sono grossetana. Maremmana proprio. Una volta si faceva la differenza tra Amiata e Maremma ma oggi è tutta Maremma. Questo solo per precisare che io sono nata in Amiata. Sono stata anche astemia pur avendo un babbo orvietano. La cantina, la tradizione del vino c’era fin da piccola. Quando sono nata era una buona annata per il vino di Orvieto e papà aveva messo da parte delle bottiglie. Era abitudine. Il vino ha fatto parte in qualche modo nella vita di tutti noi. Dall’essere solo presenza sulle tavole di tutti i giorni nelle brocche o nelle bottiglie senza etichetta piuttosto che nella vigna del nonno. Io ricordo entrambe le cose. Il nonno con il suo irroratore di verderame e il papà che voleva solo il vino sfuso. In un modo o nell’altro, tutti proveniamo dalla terra. Papà non era produttore ma veniva da una famiglia di agricoltori. Mia nonna provava ma i risultati erano poco apprezzabili. Ricordo quando papà con gli amici degustava il vino con una sorta di buon vivere. Il cibo, la declamazione delle poesie. Da piccola però io bevevo solo aranciate
Quello che c’era ad Orvieto non c’era in maremma. Purtroppo Elisabetta è una di quelle persone riservate e modeste. Con una laurea in lettere, una specializzazione in marketing del turismo e tanta esperienza proprio in questo campo avrebbe di che vantarsi. Ma lei non ne ha bisogno. La sua positività e l’entusiasmo con il quale ha iniziato la sfida di Rosae Maris è di quelle che coinvolgono. D’altronde non può che essere così quando si è mossi da una illuminazione Ho iniziato il percorso da sommelier dopo un viaggio in Francia con una sorta di illuminazione. Ho vissuto in Francia a Parigi per quattro anni. Mi occupavo di turismo. Avevo la conoscenza della Francia meridionale. Perlopiù balneare. Per poi arrivare alla fine degli anni novanta a raccontare la Provenza golosa. All’epoca iniziava una certa gastronomia Francese con prodotti locali. Mi sono trovata più volte ad attraversare la Borgogna. Quella volta però è stata più attenta e profonda cosa questa che diede il colpo di fulmine. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. Versare il vino. Cosa c’è di più immediato e coinvolgente di questo? Un luogo che ti ispira a versare del vino in un calice, lasciarsi trasportare dai profumi e dai sapori. Travolgente! Ero stata invitata come delegazione italiana per esplorare la zona. Mi sentivo come se avessi dovuto essere competente come italiana. Una sorta di voglia di scoprire l’Italia del vino. Oltre che recuperare le radici con il padre. Dal turismo al mondo del vino il passo non è così lontano. Solo che per una come Elisabetta, imparare è non solo una necessità ma una vera e propria passione. Dopo il suo lavoro amministrativo in ospedale, si dedica a degustazioni, convegni ecc. Tutto pur di conoscere a fondo il mondo del vino. Nel 2015 con altri amici sommelier ci siamo trovati a voler fare un evento dedicato ai vini rosati. Spesso si portava un parallelo con la Provenza. Al museo della Bonifica della Casa Rossa a Castiglione della Pescaia. Venne fuori che c’erano 23 aziende con vini interessanti. Si creò una atmosfera molto bella che si è mantenuta. Se oggi i vini rosati rappresentano meno del 5% del consumo di vino in Italia, nel 2015 era leggermente più bassa. Poco era allora, poco è oggi. La differenza probabilmente era l’attenzione verso un prodotto e le sue peculiarità. Fare qualcosa sui vini rosati nel 2015 voleva dire avere una certa visione. Il territorio rivelava una grande attitudine ai vini rosati. La posizione, la vicinanza al mare, ecc. La regione era giovane enologicamente parlando. Seguiva la tradizione toscana con però sperimentazioni. I rosati sono un esempio di sperimentazione che ha portato ad un miglioramento. In fondo, nelle degustazioni dei vini, i rosati sono sempre nascosti, messi in angolo. Relegati a presenza quasi fastidiosa. Come a dire: si poi ci sarebbe anche questo. Troppo delicato. Troppo floreale. Per pochi. Ho un ricordo di piacevolezza dei vini del 2015. Quello che per qualcuno era nato casualmente poi piano piano è cominciato a diventare un progetto. I vini della maremma, almeno quelli che fanno parte di Rosae Maris, sono dei progetti. Prodotti con una vinificazione in bianco della bacca nera. In alcuni casi ci sono delle formule particolari con blend passati in legno, piccole parti di salasso, ecc. anche per chi inizialmente non era un progetto poi lo è diventato. L’idea di una associazione per corroborare un vecchio detto africano: Da soli si va più veloce, insieme si va più lontano. Pensate, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha usato nel recente vertice Italia-Africa.
Una associazione può aiutare o, se non altro, fornire lo stimolo per fare qualcosa di diverso. Insieme. Oggi la Maremma sta diventando buona anche per la produzione di vini bianchi. Vermentino, Ansonica, Viognier. Ma è sempre stata terra di vini rossi. Da qui la necessità di fare vini freschi con la bacca nera. L’associazione non nasce immediatamente dopo quell’evento. Ci vuole ancora del tempo e quella sana dose di casualità che fa nascere le cose belle. Era stato così piacevole quel fine settimana che un pò ci dispiaceva lasciare andare tutto. Grazie ad un paio di aziende che ci dissero: perché non andiamo tutti insieme a Moniga del Garda. C’era un evento nella terra di Chiaretto e Bardolino. Grande tradizioni di rosati. All’epoca c’era L’Italia in rosa. Un bellissimo evento. Siamo andati li con questo banco. Avevamo la fortuna di essere toscani. Così siamo stati li fino a che la pandemia non l’ha disgregata. Una associazione che si crea spontaneamente. Per il solo semplice fatto di guardarsi intorno e vedere che ci sono persone, aziende, che condividono le stesse idee. Oltre che il medesimo territorio. Abbiamo iniziato ad essere una associazione di fatto prendendo parte alla manifestazione sul Garda cosi come a Calici di stelle a Massa Marittima, il più antico calici di stelle della Maremma. Molti ci invitavano proprio come tavolo dei rosati. Varie occasioni nelle quali ci muovevamo insieme. Eravamo una associazione di fatto. Ma non di diritto. Il primo evento che si chiamava Rosae Maris lo abbiamo sempre ripetuto. Ci incontravamo li e programmavamo i vari incontri estivi. Siamo diventati associazione durante il covid. Abbiamo avuto il tempo di pensare e poi fare. È così che Rosae Maris, in maniera leggera e spensierata ha inizio. Leggera come le ali di un uccello. Libera e senza fronzoli all’interno della quale le aziende possono trovare uno spazio di condivisione di progetti, idee, innovazione. Le aziende con molta libertà sono entrate. C’è chi è entrato subito e chi ha aspettato. Dipende un pò dall’importanza del vino rosato nel catalogo. All’inizio eravamo venti aziende. Abbiamo fatto una masterclass con Elisabet Gabet che una Master of Wine esperta di vini rosati. Abbiamo stretto rapporti con Renato Rovetta che fa la guida Rosa, Rosati, Rosè. Oggi le aziende partecipanti sono 23 aziende. Entrate nel tempo senza aver fatto alcuna campagna di adesione. È un tipo di associazione i cui benefici ci sono nel tempo. Ogni azienda deve avere la sua strategia e la associazione deve mantenere uno spirito di mera collaborazione. Abbiamo un serie di attività annuali date da pianificazione e cose estemporanee. Facciamo un evento legato ai rosati non più come Rosae Maris ma di Castiglione della Pescaia. Stiamo indirizzando le nostre energie su altre cose. La volontà è quella di mantenere ciò che nello statuo è sancito a chiare lettere: riservata ai produttori di vino rosato della provincia di Grosseto. Identità? Campanilismo? No, solo voglia e necessità di portare la Maremma ad essere conosciuta oltre la Toscana. Perché vedete, la Maremma è quel territorio che unisce il mare alla campagna alla montagna. Una sorta di saliscendi dove la natura è ancora protagonista e insieme a questa i gusti della tradizione. Si può dunque innovare e sperimentare. Provare a creare qualcosa che magari possa identificare il territorio in maniera differente e unico rispetto alla Toscana dove il vino è rosso e si chiama Chianti. Dove c’è la carne, la ciccia e poco altro. I vini rosati dunque rappresentano la vera opportunità di essere diversi, innovativi e orientati al futuro a matrice turistica.
L’associazione avrà questo compito nel futuro: spingere all’innovazione e promuovere costantemente il territorio attraverso i vini rosati. Il mondo del vino qui da noi è molto giovane. È interessante e importante spaziare un pò. L’associazione aiuta a ragionare in termini di territorio. Elisabetta Ceccariglia è colei che, con tanta dedizione continuerà ad essere l’anima di Rosae Maris dando la giusta declinazione che le aziende vorranno darsi. Rosae, rosa, rosam. Ecco la lista delle 23 aziende che con i loro interessantissimi prodotti sono all’interno dell’associazione Rosae Maris Tenuta Montauto Tenuta Dodici Acquagiusta Cantina La Selva Morisfarms Sequerciani Macchiabuia La Chimera d’Albegna Tenuta Monteti Belguardo Bruni Cantina I vini di Maremma Ampelelia Fattoria Le Pupille La Vigna sul Mare Mantellassi Il Ponte Castello Colle Massari Toscana Valdonica Poggio Nibbiale Arillo in Terrabianca Colli del vento Fattoria di Magliano Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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Un tempo c’erano territori vocati e tradizioni a dettare legge. Si produceva solo là dove le condizioni territoriali e climatiche lo consentivano oppure, come nel caso dei rosati, quando era la tradizione ad imporlo.
Nessun contadino avrebbe mai sacrificato le uve rosse per produrre un rosato. Giammai e soprattutto, perché mai. Chi lo avrebbe bevuto un vino che non aveva passato del tempo a contatto con le bucce è diventato un vero vino? Ci sono i bianchi e i rossi. Al limite le bollicine. I rosati? Non pervenuti. Nel 1936 i francesi ricevettero un grande dono: le ferie retribuite. Una conquista avvenuta meno di cento anni fa. Non si direbbe da cosi poco tempo vero? Usarono i giorni di libertà per girovagare per la Francia riscoprendo, specialmente in primavera quando i fiori sono nel massimo del loro splendore, la Provenza. Qui da tempo si produceva il vino rosato. Vini provenienti da Syrah, Grenache, Chinsault, Mourvèdre ottenuti con brevi macerazioni o semplice spremitura, dal colore del petalo di rosa (altro che buccia di cipolla come lo definiamo noi!) e dai sentori delicati. Delicati al naso e in bocca. Rossi da poter bere anche freschi ammirando la lavanda della Provenza.
Una moda? Forse solo la voglia di qualcosa di sbarazzino, meno impegnato dei grandi e complessi vini francesi. Di certo i rosati, rosé francesi, oggi e non solo oggi, hanno conquistato oltre il 30% del mercato. Da noi, non andiamo oltre il 5% (la media mondiale è del 10).
Il primo produttore a vinificare uve a bacca rossa in modalità rosato fu Leone de Castris nel 1943 con il Five Roses. Prima di questo quando il vino era troppo scarico, dunque quasi rosato, era solo perché le macerazioni non erano andate proprio a buon fine. In altri contesti si faceva del salasso per ottenere qualcosa di meno intenso del rosso. Tralasciamo i mix tra bianco e rosso quando ne avanzava poco di entrambe le categorie!! Eppure oggi ogni produttore si sente in dovere di avere un rosato in gamma. Serve per completare quest’ultima e presidiare, in un mercato sempre più competitivo, ogni segmento. Oltre che realizzare cash insieme ai bianchi.
Difficilmente però si trovano produttori attenti e fortemente orientati a realizzare vini rosati con una precisa identità. Sono pochi infatti coloro che dedicano tempo e vigne alla realizzazione di vini identitari. Ora, fatta questa premessa, appare chiaro come ogni territorio sia in grado di produrre vini rosati. Il tema è capire quali condizioni climatiche, quali terreni e quali vitigni (sarà il solito terroir?) siano i più indicati.
Che ne dite della Maremma?
Il mare che lascia spazio prima alle spiagge e alle brevi pianure, un tempo paludi. Le dolci colline che salgono fino ad arrivare su, al monte Amiata. Terreni che da sabbia si trasformano in argilla e poi in calcareo a matrice vulcanica. Brezze marine cariche di sale che spirano dal Tirreno fin a scontarsi con le correnti fredde degli Appennini. Importanti escursioni termiche con il clima che regala emozioni e vita. Sangiovese, Ciliegiolo, Canaiolo, Cabernet, Merlot. È la Maremma, un luogo ancora per certi versi selvaggio ma al tempo stesso dove, lontano dal clamore mediatico della Toscana del Chianti, si può trovare una identità attraverso la seduzione delle tinte rosa, dei sentori di cipria e talco, dalle leggere nuance di fresca frutta nonché da sapori in grado di far perdere l’animo e il cuore in tramonti senza tempo. Guardando il mare o le dolci colline. Proprio in Maremma si può sperimentare trovando incredibili vini rosati dotati di toni aggraziati e gentili. Come quelli di Elisabetta Ceccariglia che è la (o il?) presidente, comunque sia, l’anima della associazione Rosae Maris, associazione che raccoglie 23 produttori, esclusivamente della Provincia di Grosseto, che si dedicano alla realizzazione di almeno un vino rosato. Io sono grossetana. Maremmana proprio. Una volta si faceva la differenza tra Amiata e Maremma ma oggi è tutta Maremma. Questo solo per precisare che io sono nata in Amiata. Sono stata anche astemia pur avendo un babbo orvietano. La cantina, la tradizione del vino c’era fin da piccola. Quando sono nata era una buona annata per il vino di Orvieto e papà aveva messo da parte delle bottiglie. Era abitudine. Il vino ha fatto parte in qualche modo nella vita di tutti noi. Dall’essere solo presenza sulle tavole di tutti i giorni nelle brocche o nelle bottiglie senza etichetta piuttosto che nella vigna del nonno. Io ricordo entrambe le cose. Il nonno con il suo irroratore di verderame e il papà che voleva solo il vino sfuso. In un modo o nell’altro, tutti proveniamo dalla terra. Papà non era produttore ma veniva da una famiglia di agricoltori. Mia nonna provava ma i risultati erano poco apprezzabili. Ricordo quando papà con gli amici degustava il vino con una sorta di buon vivere. Il cibo, la declamazione delle poesie. Da piccola però io bevevo solo aranciate
Quello che c’era ad Orvieto non c’era in maremma. Purtroppo Elisabetta è una di quelle persone riservate e modeste. Con una laurea in lettere, una specializzazione in marketing del turismo e tanta esperienza proprio in questo campo avrebbe di che vantarsi. Ma lei non ne ha bisogno. La sua positività e l’entusiasmo con il quale ha iniziato la sfida di Rosae Maris è di quelle che coinvolgono. D’altronde non può che essere così quando si è mossi da una illuminazione Ho iniziato il percorso da sommelier dopo un viaggio in Francia con una sorta di illuminazione. Ho vissuto in Francia a Parigi per quattro anni. Mi occupavo di turismo. Avevo la conoscenza della Francia meridionale. Perlopiù balneare. Per poi arrivare alla fine degli anni novanta a raccontare la Provenza golosa. All’epoca iniziava una certa gastronomia Francese con prodotti locali. Mi sono trovata più volte ad attraversare la Borgogna. Quella volta però è stata più attenta e profonda cosa questa che diede il colpo di fulmine. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. La Borgogna è quella zona che ti fa versare il vino. Versare il vino. Cosa c’è di più immediato e coinvolgente di questo? Un luogo che ti ispira a versare del vino in un calice, lasciarsi trasportare dai profumi e dai sapori. Travolgente! Ero stata invitata come delegazione italiana per esplorare la zona. Mi sentivo come se avessi dovuto essere competente come italiana. Una sorta di voglia di scoprire l’Italia del vino. Oltre che recuperare le radici con il padre. Dal turismo al mondo del vino il passo non è così lontano. Solo che per una come Elisabetta, imparare è non solo una necessità ma una vera e propria passione. Dopo il suo lavoro amministrativo in ospedale, si dedica a degustazioni, convegni ecc. Tutto pur di conoscere a fondo il mondo del vino. Nel 2015 con altri amici sommelier ci siamo trovati a voler fare un evento dedicato ai vini rosati. Spesso si portava un parallelo con la Provenza. Al museo della Bonifica della Casa Rossa a Castiglione della Pescaia. Venne fuori che c’erano 23 aziende con vini interessanti. Si creò una atmosfera molto bella che si è mantenuta. Se oggi i vini rosati rappresentano meno del 5% del consumo di vino in Italia, nel 2015 era leggermente più bassa. Poco era allora, poco è oggi. La differenza probabilmente era l’attenzione verso un prodotto e le sue peculiarità. Fare qualcosa sui vini rosati nel 2015 voleva dire avere una certa visione. Il territorio rivelava una grande attitudine ai vini rosati. La posizione, la vicinanza al mare, ecc. La regione era giovane enologicamente parlando. Seguiva la tradizione toscana con però sperimentazioni. I rosati sono un esempio di sperimentazione che ha portato ad un miglioramento. In fondo, nelle degustazioni dei vini, i rosati sono sempre nascosti, messi in angolo. Relegati a presenza quasi fastidiosa. Come a dire: si poi ci sarebbe anche questo. Troppo delicato. Troppo floreale. Per pochi. Ho un ricordo di piacevolezza dei vini del 2015. Quello che per qualcuno era nato casualmente poi piano piano è cominciato a diventare un progetto. I vini della maremma, almeno quelli che fanno parte di Rosae Maris, sono dei progetti. Prodotti con una vinificazione in bianco della bacca nera. In alcuni casi ci sono delle formule particolari con blend passati in legno, piccole parti di salasso, ecc. anche per chi inizialmente non era un progetto poi lo è diventato. L’idea di una associazione per corroborare un vecchio detto africano: Da soli si va più veloce, insieme si va più lontano. Pensate, anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha usato nel recente vertice Italia-Africa.
Una associazione può aiutare o, se non altro, fornire lo stimolo per fare qualcosa di diverso. Insieme. Oggi la Maremma sta diventando buona anche per la produzione di vini bianchi. Vermentino, Ansonica, Viognier. Ma è sempre stata terra di vini rossi. Da qui la necessità di fare vini freschi con la bacca nera. L’associazione non nasce immediatamente dopo quell’evento. Ci vuole ancora del tempo e quella sana dose di casualità che fa nascere le cose belle. Era stato così piacevole quel fine settimana che un pò ci dispiaceva lasciare andare tutto. Grazie ad un paio di aziende che ci dissero: perché non andiamo tutti insieme a Moniga del Garda. C’era un evento nella terra di Chiaretto e Bardolino. Grande tradizioni di rosati. All’epoca c’era L’Italia in rosa. Un bellissimo evento. Siamo andati li con questo banco. Avevamo la fortuna di essere toscani. Così siamo stati li fino a che la pandemia non l’ha disgregata. Una associazione che si crea spontaneamente. Per il solo semplice fatto di guardarsi intorno e vedere che ci sono persone, aziende, che condividono le stesse idee. Oltre che il medesimo territorio. Abbiamo iniziato ad essere una associazione di fatto prendendo parte alla manifestazione sul Garda cosi come a Calici di stelle a Massa Marittima, il più antico calici di stelle della Maremma. Molti ci invitavano proprio come tavolo dei rosati. Varie occasioni nelle quali ci muovevamo insieme. Eravamo una associazione di fatto. Ma non di diritto. Il primo evento che si chiamava Rosae Maris lo abbiamo sempre ripetuto. Ci incontravamo li e programmavamo i vari incontri estivi. Siamo diventati associazione durante il covid. Abbiamo avuto il tempo di pensare e poi fare. È così che Rosae Maris, in maniera leggera e spensierata ha inizio. Leggera come le ali di un uccello. Libera e senza fronzoli all’interno della quale le aziende possono trovare uno spazio di condivisione di progetti, idee, innovazione. Le aziende con molta libertà sono entrate. C’è chi è entrato subito e chi ha aspettato. Dipende un pò dall’importanza del vino rosato nel catalogo. All’inizio eravamo venti aziende. Abbiamo fatto una masterclass con Elisabet Gabet che una Master of Wine esperta di vini rosati. Abbiamo stretto rapporti con Renato Rovetta che fa la guida Rosa, Rosati, Rosè. Oggi le aziende partecipanti sono 23 aziende. Entrate nel tempo senza aver fatto alcuna campagna di adesione. È un tipo di associazione i cui benefici ci sono nel tempo. Ogni azienda deve avere la sua strategia e la associazione deve mantenere uno spirito di mera collaborazione. Abbiamo un serie di attività annuali date da pianificazione e cose estemporanee. Facciamo un evento legato ai rosati non più come Rosae Maris ma di Castiglione della Pescaia. Stiamo indirizzando le nostre energie su altre cose. La volontà è quella di mantenere ciò che nello statuo è sancito a chiare lettere: riservata ai produttori di vino rosato della provincia di Grosseto. Identità? Campanilismo? No, solo voglia e necessità di portare la Maremma ad essere conosciuta oltre la Toscana. Perché vedete, la Maremma è quel territorio che unisce il mare alla campagna alla montagna. Una sorta di saliscendi dove la natura è ancora protagonista e insieme a questa i gusti della tradizione. Si può dunque innovare e sperimentare. Provare a creare qualcosa che magari possa identificare il territorio in maniera differente e unico rispetto alla Toscana dove il vino è rosso e si chiama Chianti. Dove c’è la carne, la ciccia e poco altro. I vini rosati dunque rappresentano la vera opportunità di essere diversi, innovativi e orientati al futuro a matrice turistica.
L’associazione avrà questo compito nel futuro: spingere all’innovazione e promuovere costantemente il territorio attraverso i vini rosati. Il mondo del vino qui da noi è molto giovane. È interessante e importante spaziare un pò. L’associazione aiuta a ragionare in termini di territorio. Elisabetta Ceccariglia è colei che, con tanta dedizione continuerà ad essere l’anima di Rosae Maris dando la giusta declinazione che le aziende vorranno darsi. Rosae, rosa, rosam. Ecco la lista delle 23 aziende che con i loro interessantissimi prodotti sono all’interno dell’associazione Rosae Maris Tenuta Montauto Tenuta Dodici Acquagiusta Cantina La Selva Morisfarms Sequerciani Macchiabuia La Chimera d’Albegna Tenuta Monteti Belguardo Bruni Cantina I vini di Maremma Ampelelia Fattoria Le Pupille La Vigna sul Mare Mantellassi Il Ponte Castello Colle Massari Toscana Valdonica Poggio Nibbiale Arillo in Terrabianca Colli del vento Fattoria di Magliano Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
16 Gennaio, 2025
Roma, tutto pronto per l’evento del fine settimana dedicato ai vini della Sardegna e organizzato dalla testata giornalistica Vinodabere
47 aziende ed oltre 200 vini a Roma il 18 e 19 gennaio per scoprire l’incredibile patrimonio enoico dell’Isola.
Sabato 18 e domenica 19 gennaio 2025
Terza edizione di La Sardegna di Vinodabere
Hotel Belstay, Via Bogliasco, 27 – Roma
La terza edizione dell’evento “La Sardegna di Vinodabere” registra un significativo aumento dei produttori partecipanti e dei vini in assaggio, rappresentando quindi un’occasione unica per scoprire ed esplorare la varietà e la complessità vitivinicola di una regione che è un vero e proprio piccolo continente.
Sabato 18 e domenica 19 gennaio, all’Hotel Belstay a Roma, sarà possibile incontrare ai banchi di assaggio numerosi viticoltori sardi, in rappresentanza delle tante aree (vere e proprie sub-regioni) dove si produce vino di qualità. Tra più di 200 referenze tra bianchi, rosati, rossi, vini dolci e ossidativi, e perfino bollicine, ci si potrà orientare per apprezzare, come merita, la ricchezza enologica della Sardegna, conoscere i vignaioli che la animano e sperimentare nel calice lo stato dell’arte della viticoltura sarda, giunta ormai a livelli di indiscutibile eccellenza.
Un viaggio attraverso i sensi, dunque, tra le produzioni provenienti dai territori di Alghero, Anglona, Gallura, Mamoiada, Mandrolisai, Jerzu e Ogliastra, Oliena, Orgosolo, Oristanese, Romangia, Sulcis e sud Sardegna,
Lo sponsor principale dell’evento è il Consorzio per la Tutela del Formaggio Pecorino Romano (che ha sede in Sardegna, maestra assoluta di caseificazione di tutto il Centro tirrenico).
Programma
Sabato 18 Gennaio
dalle 13:30 alle 15:30
Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.
dalle 15:30 alle 19:30
Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro).
Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com
Domenica 19 gennaio
Dalle 10:30 alle 13:30
Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso): kit di degustazione 25 euro.
dalle 13:30 alle 19:00
Apertura banchi di assaggio per il pubblico (kit di degustazione 30 euro con calice incluso), per sommelier e assaggiatori ONAV (con tessera in corso di validità da mostrare all’ingresso kit di degustazione 25 euro).
Apertura banchi di assaggio per operatori (ristoratori, agenti, distributori, enotecari, n.1 accredito per attività commerciale) con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a operatorivinodabere@gmail.com
Apertura banchi di assaggio per stampa con richiesta di accredito scrivendo una mail entro il 17 gennaio (e ricevendo poi conferma) a stampavinodabere@gmail.com
Per conoscere le aziende ed i vini presenti nei banchi di assaggio e per ogni altra informazione sull’evento collegatevi qui.
Vinodabere (www.vinodabere.it) è una testata giornalistica on line che da anni promuove con i suoi articoli e con i suoi eventi la cultura enogastronomica, dando visibilità a realtà già note e storiche come a quelle nuove e da scoprire.
I territori, i vini e le specialità gastronomiche della Sardegna sono sempre stati, sin dalla sua nascita, al centro dell’attenzione della testata giornalistica Vinodabere e del suo direttore Maurizio Valeriani.
La Guida ai Migliori Vini della Sardegna (link), giunta alla settima edizione, pubblicata on line tra agosto e settembre 2024, ha visto un numero di letture incredibile (oltre 500 mila).
La Redazione
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16 Gennaio, 2025
ANTICA TENUTA PALOMBO, la masterclass (by GAMBERO ROSSO)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 10 Dicembre, GAMBERO ROSSO ha organizzato, presso la GAMBERO ROSSO ACADEMY, una interessante masterclass dedicata al Territorio di Atina (FR) e ad ANTICA TENUTA PALOMBO.
Una serata durante la quale Marco Sabellico e Pierpaolo Pirone (enologo dell’Azienda) hanno raccontato storia e produzioni di quella Valle di Comino, a ridosso del Parco Nazionale d’Abruzzo, per lunghi anni dimenticata e che oggi riempie nuovamente i nostri bicchieri di vini interessantissimi che, per l’occasione, sono stati accostati alle creazioni dello Chef Marco Brioschi.
L’AZIENDA
ANTICA TENUTA PALOMBO nasce per mano di Giovanni Palombo che, nel 1980 decise di ridare slancio alla viticoltura in una zona nella quale era praticata sin dal tempo dei Romani e dove sin dal 1860 affondano le radici vitigni come Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah, Sauvignon Blanc e Semillon che Pasquale Visocchi, appassionato di viticoltura e allora Ministro dell’Agricoltura del Regno di Napoli, portò con sè dalla Francia.
Palombo, a metà degli anni ’90 sostenne fortemente la nascita della DOC ATINA credendo fermamente nel fatto che le produzioni vinicole della zona nulla avessero da invidiare a quelle bordolesi.
Oggi l’Azienda è di proprietà della Famiglia Mastrantoni che alla coltivazione dei vitigni internazionali ha accostato con grande convinzione quella degli autoctoni Lecinaro e Maturano.
GLI ASSAGGI
9 le etichette in degustazione tra cui il “biglietto da visita” dell’Azienda, quel “CAPRALITT” vestito elegantemente di stagno che mette insieme Cabernet e Merlot.
Date un’occhiata alle mie note d’assaggio e correte a provare di persona!
– SPUMANTE METODO MARTINOTTI “AMANTATA” EXTRA DRY: 4 mersi di autoclave per questa falanghina che tra fiori e frutti bianchi lascia intravedere una nota di incenso e sottili richiami di frutta secca.
Sorso immediato e vivace, forse un po’ troppo “bollicinoso” ma affatto disturbante.
Un sorso easy dotato di buona persistenza.
84 Punti.
– LAZIO IGP MATURANO 2022: moscateggia dolcezze di mandorla, pesca, camomilla e fiori d’acacia mentre spinge sull’acceleratore delle amaricanti note di timo, salvia per poi chiudere minerale.
Sorso caldo e sostanzioso, quasi ciccione ma estremamente agile, dotato di viva freschezza.
Bella la rispondenza con l’olfatto e molto interessante la progressione gustativa che, dalle iniziali dolcezze, lascia che l’attenzione si sposti sui toni erbacei e amaricanti prima della lunga chiusura sapido-piccante.
86 Punti con, forse, un +.
– LAZIO IGP SAUVIGNON BLANC 2023: sembra voler raccontare di frutta esotica ma subito cede le armi all’incalzante armata vegetale e pomodorosa lasciando che l’interesse si riaccenda grazie all’atmosfera salmastra che pian piano prende possesso del naso.
Fresco e meno sapido di quanto atteso dimostra buon equilibrio e chiude simpaticamente agrumato.
84+ Punti.
– FRUSINATE IGP ROSATO “ROSA INVIDIATA” 2023: un Merlot che mixa rustica presenza a eleganze floreali di geranio e rosa.
Poi, vegetalità spesso inespresse sposano ciliegie croccanti e freschezze di melagrana e pompelmo.
Sorso di bella freschezza e comparabile mineralità che aggiunge ai descrittori olfattivi vegetalità balsamiche e una chiusura appena troppo ciliegiosa.
Al di là del punteggio, un rosato davvero interessante.
85+ Punti.
– FRUSINATE IGP MERLOT 2020: il naso rivela frutti di bosco scuri e sotto spirito in una atmosfera eucaliptica e.
Il sorso segue note di ginepro ed erbe aromatiche sottolineando freschezza e sapidità nonostante il calore alcolico e si allunga su interessanti e persistenti vegetalità.
86- Punti.
– ATINA DOP CABERNET 2021: balsamicità vegetali precedono l’inesorabile incedere dei piccoli frutti rossi e neri.
Segue una nera speziatura fatta di pepe e chiodi di garofano che, presi per mano i sottili toni grafitici, inducono a un sorso fresco e sapido che rivela un crescendo chinato e di caffè appena tostato.
Manca un po’ di polso e quindi, nel pur piacevole finale, crolla lasciandoci con un ché di inespresso.
85+ Punti.
– ATINA DOP CABERNET “DUCA DI CANTELMO” 2020 RISERVA: già al naso rivela un animo “carico” che ricorda i vini di qualche anno fa.
Amarena e ribes si mescolano a legni nobili e grafite.
Pian piano si rivela anche il suo animo vegetale ma…forse la caraffa aiuterebbe a snellirne il corpo distogliendo l’attenzione dalla grande concentrazione.
In bocca il calore non manca di certo ma i tannini, la sapidità e la progressione vegetale aiutano a gestire l’alcol fino alla chiusura persistente e fruttata
85- – Punti.
– FRUSINATE IGP ROSSO “CAPRALITT” 2018: Cabernet e Merlot a mezzi, uve superselezionate e “duecentopercento” legno nuovo per un vino “importante” già dal vestito (quell’etichetta in stagno che riproduce le foglie del Cabernet).
Naso imponente che tra frutti rossi e neri maturi lascia spazio a note balsamiche di legni nobili ed eucalipto prima che la liquirizia e le tostature di cioccolato e caffè monopolizzino il palcoscenico olfattivo.
Sorso materico e di ostentata eleganza, molto coerente con l’olfatto e di lunghezza consona.
Non per me ma, sicuramente per molti; in ogni caso un vinone.
Peccato che il “duecentopercento” sia davvero troppo.
88/89 Punti.
– SPUMANTE METODO CLASSICO “PRIMIS” EXTRA BRUT: 85 parti di Lecinaro e il saldo di Maturano Bianco rivelano un animo giallo di ginestre, fiori di campo e cedro.
Intrigano le note amaricanti e vegetali di timo e anice stallato mentre sbuffi minerali e pasticceri lasciano liberi i pensieri.
Sorso cremoso e stuzzicante, di viva freschezza e piacevole persistenza.
36 mesi sui lieviti davvero spesi bene!
87/+ Punti.
E QUINDI?
E quindi mentre per me si tratterà di approfondire l’argomento “Valle di Comino” (e per Voi di aspettare altre mie parole in merito) è il momento dire GRAZIE a GAMBERO ROSSO per avermi ospitato e ad ANTICA TENUTA PALOMBO per l’impegno costantemente profuso nella valorizzazione del Territorio.
Per tutti: STAY TUNED.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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