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15 Dicembre, 2024

Olio Dievole. È tempo di olio nuovo

Dopo il “Primo Raccolto”, frutto della frangitura anticipata delle prime olive, arriva anche la gamma completa degli oli extra vergine di oliva di Dievole. Presentati con una veste rinnovata Ad aprire le danze della stagione dell’olio nuovo, anche quest’anno, è stato il Primo Raccolto firmato Dievole. Ogni anno l’azienda toscana mette in bottiglia la prima frangitura delle olive, disponibile solo per un periodo limitato. Si tratta di un olio che ha nella sua natura quello di essere sempre diverso, perché cambiano le cultivar di ogni giornata. Viene prodotto fra fine settembre e i primi di ottobre e le rese – essendo le olive ancora non a completa maturazione – sono bassissime. Questo ne fa un prodotto in quantità limitate, che sorprende per la sua giovinezza ed esuberanza. Lo seguono poi gli altri oli extra vergine di oliva di Dievole, ognuno con una sua anima. Il Chianti Classico Dop è un blend di Moraiolo, Leccino e Frantoio, ovvero classiche cultivar toscane. Ha note identitarie delle varietà che lo compongono, come le note di mandorla tipiche del Frantoio, oltre a sentori di erba tagliata e carciofo. Il Leccino gli conferisce qualche sensazione balsamica che lo impreziosisce. Il Toscano Igp ha nel blend, oltre alle varietà già impiegate anche nel Chianti Classico Dop, anche il Maurino, una cultivar che porta con sé piacevoli note di mela verde e foglia di pomodoro. Infine, il nuovo 1090, un olio da olive attentamente selezionate di varietà Moraiolo, Leccino, Frantoio, Leccio del Corno e Rossellino. Ha note leggermente amare e un piacevole piccante che lo rende molto gradevole al palato. Sono usciti invece dalla gamma a partire da quest’anno i monocultivar Coratina e Nocellara, con l’obiettivo nel prossimo futuro di lavorare su nuovi monocultivar che siano però rappresentativi della regione Toscana. Tutti gli oli della raccolta 2024 escono con una grafica e un packaging rinnovato. A Dievole, tenuta leader in campo enologico e nell’ospitalità d’autore in Chianti Classico, la produzione di Olio Extravergine di Oliva è importante quanto quella del vino. Matteo Giusti, responsabile di produzione Primo Raccolto è un un olio che racchiude l’emozione della primissima raccolta. Poi arrivano gli altri della gamma, ognuno con una sua identità. A Dievole crediamo fortemente nella cultura dell’extra vergine di qualità, un alleato fondamentale come ingrediente della nostra cucina ma anche della nostra salute. Inoltre, nelle altre proprietà dell’azienda, ci sarà la selezione speciale di olive, prodotta solo in annate favorevoli di Tenuta Meraviglia e un olio dalle caratteristiche delicate, perfetto per abbinamenti con piatti di mare di Tenuta Le Colonne. La Redazione
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14 Dicembre, 2024

Mirea. La fantasia della moda

  Torino è una città che evoca storia e in uno dei suoi tanti caffè incontrerò una ragazza che potrei definire speciale per quel che fa e quel che crea, conosciuta per caso perché colpito dalle sue creazioni su Ig. Mirea, mi attende al Bicerin. Lei un artista, una creativa, una stilista che crea abiti e non solo tutto da sola in casa e li vende principalmente on-line. Mi ero spinto sino a uno dei luoghi leggendari della Torino d’allora. Vestito da gesuita, e godendo con malizia dello stupore che suscitavo, mi recavo al Caffè Al Bicerin, vicino alla Consolata, a prendere quel bicchiere, odoroso di latte, cacao, caffè e altri aromi. Non sapevo ancora che del bicerin avrebbe scritto persino Alexandre Dumas, uno dei miei eroi, qualche anno dopo, ma nel corso di due o tre scorribande in quel luogo magico avevo appreso tutto su quel nettare… La beatitudine di quell’ambiente dalla cornice esterna in ferro, i pannelli pubblicitari ai lati, le colonnine e i capitelli in ghisa, le boiseries interne di legno decorate da specchi e i tavolini di marmo, il bancone dietro al quale spuntavano i vasi, dal profumo di mandorla, di quaranta tipi diversi di confetti…  Umberto Eco, Il Cimitero di Praga, Bompiani 2010 Mirea sorridente mi attende ad uno dei tavolini tondi di marmo bianco in una sala piena di specchi. Ci abbracciamo e baciamo, il suo calore arriva sulla mia pelle, il suo genio creativo si presenta. Appena seduto provo contentezza nel conoscerla pronto a scoprire il suo mondo. Non posso non dirglielo. È più forte di me. Ordiniamo subito due Bicerin. Impossibile ordinare qualcosa di diverso qui. Mirea, forse anche per rompere il ghiaccio, mi svela il segreto per assaporare al meglio il vero ”bicerin”: non mescolarlo, lasciando che le sue varie componenti si fondano fra di loro direttamente sul palato, con le loro differenti densità, temperature e sapori. È nata a Venezia e solo da qualche anno vive a Torino. Chissà quando ha iniziato a creare e a sognare. Lei sorride e mi dice che i suoi genitori l’hanno sempre invogliata a trovare un grande obiettivo da realizzare. Si ricorda ancora, quando era seduta in macchina, avrà avuto 5-6 anni, e con il suo sguardo perso nel paesaggio si è detta: da grande farò la Fashion Designer. Ed eccola oggi qui con me a parlare del suo brand Admire che ha aperto da poco ma che presto diventerà al 100% il suo lavoro. Ha sempre amato disegnare. Da piccola aveva un quaderno ad anelli fucsia dove inseriva tutti i suoi fogli, di quelli a quadretti piccoli, pieni di piccoli disegni a matita e penna blu, di abbigliamento, calzature, borse e gioielli. La piaceva tantissimo disegnare- Un modo di sognare e far crescere la sua fantasia fino a voler creare qualcosa con le proprie mani. Nella sua testa vedeva e vede tutt’oggi i progetti, opere, realizzazioni. Mirea. Mirea e i suoi sogni. Occorreva incanalarli e instradarli verso qualcosa di definito e strutturato che solo un percorso di studi poteva fornirle. Prima a Padova presso l’Istituto Ruzza, poi dopo 5 anni i di lingua all’estero conoscendo delle facoltà importanti della moda. Il sogno degli studi Stati Uniti infranto su problemi personali poi l’approdo alla Naba di Milano senza mai mollare. Mollare mai. Un percorso che le ha consentito di imparare cose inimmaginabili per lei. Qualcosa oltre a cucire e disegnare: lavorare a  maglia, all’uncinetto, tessuti con diverse tecniche, ricerca. Creazioni. Il bello della moda è poter sperimentare con tutto ciò che ti piace, che ti affascina, con tutto ciò in cui vedi del potenziale per realizzare qualcosa di bello. Non è bellissimo tutto ciò? 3 anni per conseguire la laurea in Fashion Design e un pezzo del suo sogno, realizzato. Ridendo dice che la sensazione che ti da questa corona in testa non ha eguali perché le ha permesso di sentire che tutto è possibile, pur affrontando momenti molto difficili e intensi. La famiglia sempre vicina è stata una vera fortuna. Un sostegno utilissimo quando molte persone del settore, non riuscendola a comprendere le dicevano: – tu non lo puoi fare, non sei in grado. Questi momenti l’hanno resa più forte, più determinata nonostante le facesse male sentire certe cose. I viaggi. I viaggi arricchiscono. Realtà diverse. Persone diverse. Culture diverse. Ricordi e esperienze magari utili per il futuro. Poter conoscere punti di vista molto differenti ti permette di tornare a casa con un bagaglio ricco di nozioni utili per la vita, per le creazioni. Tutto ciò che ci circonda è ricco di storia, di vita. Viaggiare vuol dire approfondire, vivere, sognare. L’ispirazione arriva da esperienze, natura, arte in generale: le sue creazioni in questo modo diventano personali e coerenti con le sue visioni, con il suo modo distopico e unico di vedere le cose. I suoi viaggi in Italia così come all’estero: Oxford, New York, Parigi, Barcellona. Lati belli e meno belli del mondo provando nuove cucine e pietanze, usi e costumi. Un bagaglio emotivo ed avventuriero che conserverà nel suo cuore e nella mente per tutta la vita. Dal suo profilo Ig ho scoperto che le piacciono i dolci e i colori e mi chiedo se ha mai provato a cucinarli. E’ una ragazza talmente vitale che saperla anche chef sarebbe sorprendente. Ammette timidamente che ama moltissimo i dolci ma quelli che cucina sua mamma sono spesso insuperabili. La mamma è sempre la mamma. Vivendo fuori casa la maggior parte del tempo, quando arriva la voglia di un ricordo, lo crea. Cucina e lo crea. Come a dire che anche la cucina è un’arte che permette di giocare, sperimentare e inventare come la moda. L’amore per i colori, chiari, scuri, luminosi, opachi.  Non ne ha uno preferito ma le piace mischiarli, abbinarli. Giocare con – combinazioni diverse. Il nero e il bianco sono intramontabili. L’azzurro in tutte le sue tonalità. Il rosa, il rosso e alcuni tipi di verde. In definitiva i colori li ama tutti. Temo che per scoprire chi sia davvero Mirea, non basterà una semplice chiacchierata. Troppe sfaccettature nella sua personalità. È una ragazza ambiziosa e si vede. Curiosa, sognatrice, creativa. Dotata di una incredibile  fantasia. Ridendo mi dice che potrebbe quasi venderla: ne ha tanta e non solo per la moda. La moda che ama è il mezzo perfetto per esprimere tutto quello che vede: in alcune creazioni si ridimensiona in altre le idee esplodono. Viaggi, disegni, cose nuove. Le stagioni con le loro incredibili palette e suggestive atmosfere sono essenziali per le sue creazioni. Mi sorprende quando mi confessa che il suo prossimo obiettivo è imparare a saldare come il suo papà perché pensa sia molto utile per dei progetti futuri che ha nella sua testa. Non oso immaginare. Un vestito saldato? Tutto ciò che è arte, scienza, moda, natura, città, metropoli appartengono al suo essere: l’arte è la fonte di ogni suo progetto. Artisti come Canova, Botticelli, Hayez, Bernini fonte di ispirazione. Appena ne ha l’occasione va a vedere le mostre di cinema, scultura. Scorge i quadri che ritiene più suggestivi e li stampa indelebilmente nella sua mente. Forse nell’animo. Le cose nuove la spaventano solo in parte anzi ne è quasi attratta. Come una bambina curiosa e attenta. Sembra quasi difficile poterla definire una persona riservata poiché il suo grande sogno è voler comunicare tutto ciò che crea a tutto il mondo. Eppure lo è. Il cinema e il genere fantasy è un suo pallino.  Onestamente non ne vado pazzo ma sono curioso di capire come proprio attraverso il fantasy riesca a sviluppare le sue creazioni. Per lei il cinema è un pozzo di idee; negli anni ha scoperto che è proprio il Fantasy il genere che preferisce: abiti pazzeschi costruiti con strutture così complesse che a vederli immagina subito il lavoro che c’è dietro. Tutt’altro che facile. Ogni film ha la sua storia e tratta di storie. Storie da raccontare. Storie che solcano il tempo. Film che nel tempo hanno incrementato la presenza di tecnologia: colori, luminosità, intelligenza artificiale. Se pensiamo a film fantasy vecchi come Metropolis, Blade Runner e soprattutto Barbarella, di tecnologia ce ne era poca, Ma c’era fantasia ed è proprio quello che le piace. Vedere come le persone pensano ad un’ambientazione, a come la rendono possibile tramite ciò che in quel momento è presente e accessibile. È questo che le crea sensazioni ed emozioni così che una immagine si traduce in un vestito / costume. Lei lo vede già finito, indossato. Vede come realizzato, se è fattibile. Vede ogni passaggio necessario per la sua creazione. Tutto è una fantasia. Tutto un sogno. Come quello di diventare una designer come Chanel, Dior, Dolce e Gabbana, Schiaparelli, Jean Paul Gaultier o finire sulla copertina di una rivista di moda. Nelle ultime creazioni sta ridimensionando la sua follia (così le piace definirla) ma ha deciso che tornerà con dei capi ancora più unici, stravaganti ed indossabili solo per eventi come il Met Gala o Red Carpet; senza abbandonare le sue collezioni. Ha sempre sperato che le sue creazioni facessero colpo su qualcuno, ancora oggi continua a sperarci, le piacerebbe trovare delle persone che capiscano il suo potenziale, il suo modo di fare e la sua voglia di entrare in questo mondo. Lungo il suo percorso ha incontrato molte persone che non capendola, cercavano di demoralizzarla. Solo poche persone  hanno visto in lei la luce. Hanno capito cosa disegna, cosa crea. Lei non crea perché la gente si vesta. Lei crea per le persone che desiderano unicità e non hanno paura di mostrarsi al mondo. Non crea per vendere e basta, lei crea per chi apprezza il suo lavoro, per chi vede la passione che ci mette, per chi vuole provare qualcosa di diverso dalla normalità. Disegnare per Mirea è una liberazione. La sua matita è il tratto distintivo che filtra le idee. Con tutto quello che ha in testa potrebbe disegnare una collezione in un giorno esprimendo tutta se stessa. Io la guardo e vedo una ragazza semplice, con tutta una stravaganza che è nella sua testa. Non potendola, o volendola, mostrare a chiunque, la riserva a chi la vuole vedere attraverso le proprie. Per ogni obiettivo grande ce ne sono tanti piccoli che ti aiutano ad arrivare dove vuoi. Con fatica e determinazione. Come  il suo percorso. Il sogno, quello che continua è legato sempre alle persone. Magari dicessero pensando al brand dicano : “oh sì quel brand è pazzesco e intramontabile”. Il suo brand, Admire.  Vuole che cresca, che diventi importante. Spesso usa dire a chi la conosce che : “quello che creo non è solo Moda, ma è anche arte e va guardata con gli occhi di chi sa sognare” Ogni cosa è prodotta a casa. Senza una vera sartoria. Tutto è artigianale. Tutto è unico. Il suo motto è : “I capi Admire sono creati da lei per rendere ogni donna felice, fiera di chi è e del suo corpo, il corpo della donna non ha difetti ma piccoli dettagli che la rendono unica.” I capi in serie li compra anche lei. Fanno parte del nostro mondo. Ma le cose non sono semplicemente “belle” . Vanno guardate attentamente: assenza di difetti, qualità del tessuto, provenienza. Per concludere questa bella chiacchierata le chiedo tre aggettivi per descriversi: lei sorridendo risponde determinata, creativa e sognatrice. Il bicerin è stato molto buono, degno di questo posto così storico e posso uscire con Mirea felice di questa chiacchierata che mi ha permesso di conoscere un mondo per ora conosciuto da pochi ma mi auguro presto sia conosciuto da tanti.   Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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14 Dicembre, 2024

Pievalta: grande e biodinamico, si può!

Un invito speciale a Pievalta Alcune settimane fa ho avuto l’onore di partecipare ad un evento speciale organizzato dall’azienda Pievalta, interamente dedicato al Verdicchio Riserva San Paolo. L’incontro si è tenuto a Maiolati Spontini, nel cuore delle Marche, e ha offerto l’opportunità di esplorare da vicino una delle realtà vitivinicole più interessanti della zona. Il pomeriggio è iniziato con un tour dei vigneti, seguito da una degustazione verticale del San Paolo, un Verdicchio straordinario per la sua profondità e complessità. La giornata si è conclusa con una cena, durante la quale abbiamo assaggiato altri vini dell’azienda, inclusa una sorprendente proposta dalla Franciacorta. Ma come al solito partiamo dall’inizio! La visione e il sogno di Silvano Brescianini La storia di Pievalta è un vero e proprio romanzo, nato dalla passione di Silvano Brescianini. figura di spicco nel panorama della Franciacorta, che  ha da sempre creduto nel potenziale dei grandi vitigni autoctoni italiani. Vent’anni fa, spinto da una profonda passione per il territorio dei Castelli di Jesi e da una sana dose di sfida, decise di investire nel territorio marchigiano. Oggi, il suo sogno è realtà! Unanimamente riconosciuto a livello internazionale, il suo Verdicchio è un vino affascinante in grado di vincere anche le sfide più ardue.
Ma per Brescianini il vero premio è aver contribuito a valorizzare quest’uva in un territorio caratteristico, trasformando Pievalta in un punto di riferimento per gli appassionati di vino. Pievalta: Una Storia di Passione e Biodinamica Pievalta non è solo una cantina, ma un esempio di come la viticoltura possa sposarsi perfettamente con il rispetto per l’ambiente. Fondata nel 2002, l’azienda è stata fin dall’inizio votata all’agricoltura biologica e, dal 2005, ha fatto il passo decisivo verso la biodinamica.
Acquistando i vigneti, Brescianini si trovò di fronte a una situazione critica: i terreni, impoveriti da anni di pratiche agricole intensive, erano quasi morti. I vigneti soffrivano molto, diventavano gialli, e il suolo era duro come cemento. La sfida era enorme: non solo recuperare la fertilità del suolo, ma anche cambiare radicalmente un sistema di coltivazione consolidato. Con pazienza e determinazione, Alessandro Fenino, enologo milanese e anima dell’azienda, ha guidato questa trasformazione. Quando Barone Pizzini, decise di esplorare le potenzialità del Verdicchio nei Castelli di Jesi, fu proprio Fenino a prendere in mano il progetto. Con ispirazione, lavoro e  un’equipe motivata e competente, si dedicarono a ripristinare la salute dei vigneti, introducendo pratiche biologiche e biodinamiche. Gradualmente, le viti si ripresero, adattandosi al nuovo regime e cominciando a esprimere tutto il loro potenziale. In pochi anni, i vini di Pievalta si distinsero per la loro autenticità e la loro capacità di riflettere il terroir d’origine. Situata nei Castelli di Jesi, oggi l’azienda si estende su 44,1 ettari, di cui oltre 30 vitati con metodo biodinamico. I vigneti abbracciano diverse aree, tra cui Maiolati Spontini, Montecarotto, San Paolo di Jesi e Cupramontana, ciascuna con suoli e condizioni climatiche differenti che arricchiscono e conferiscono unicità ai loro vini. Dal Biologico alla Biodinamica: Un Percorso Naturale Dunque Pievalta ha fin da subito abbracciato una filosofia produttiva incentrata sul rispetto per la natura e la valorizzazione del territorio. Il motto “Bio dalla nascita, biodinamici per passione, artigiani per natura” ne è la perfetta sintesi. In virtù  dei principi della biodinamica, Alessandro Fenino e il suo team utilizzano preparati naturali e coltivano i vigneti in armonia con i ritmi della natura. Il risultato sono vini autentici, che esprimono la mineralità del suolo e la complessità del terroir.
L’arrivo di Silvia Loschi nel 2008, collega in Barone Pizzini e oggi compagna di vita di Alessandro, ha completato il quadro, rendendo Pievalta un luogo dove la passione per il vino si unisce all’ospitalità. Silvia infatti si occupa dell’accoglienza (sperimemtata personalmente!), creando un’atmosfera calda e familiare che invita a scoprire i segreti di questa realtà unica. Una filosofia sostenibile Uno degli aspetti che più mi ha colpito è l’approccio sostenibile che l’azienda adotta non solo in vigna, ma anche in cantina. Pievalta segue una filosofia di economia circolare, riciclando il compost delle vinacce e riducendo al minimo l’impatto ambientale. Utilizzano bottiglie leggere, imballaggi senza plastica e producono energia rinnovabile grazie ai pannelli fotovoltaici sulla cantina. Questo impegno per la sostenibilità si riflette in ogni fase della produzione, dalla vigna alla bottiglia. Il Futuro di Pievalta Dal 2002 a oggi, Pievalta ha continuato a crescere. Nel 2018 ha acquistato nuovi vigneti a Montecarotto, e nel 2022 ha piantato il vigneto “Fosso del Lupo” a Maiolati Spontini. Questo costante sviluppo testimonia la dedizione dell’azienda nel portare avanti un’agricoltura etica e sostenibile, rispondendo con flessibilità ai cambiamenti climatici e alle sfide del settore. La Degustazione Verticale del Verdicchio Riserva San Paolo La parte più attesa dell’evento è stata senza dubbio la degustazione verticale del Verdicchio Riserva San Paolo, un vino che rappresenta l’anima di Pievalta e il legame profondo con il territorio dei Castelli di Jesi. Le “verticali” sono occasioni speciali per esplorare l’evoluzione di un vino attraverso il tempo, cogliendone le sfumature e i cambiamenti maturati negli anni. In questo caso, il protagonista assoluto non è stato il Verdicchio ma un territorio: Castelli di Jesi che riesce a imprimere in ogni bottiglia l’innata capacità di esprimere sia freschezza che complessità. E in questa verticale è risultato più che evidente. Annate a Confronto Durante la verticale, abbiamo assaggiato diverse annate del Verdicchio Riserva San Paolo, ciascuna in grado di raccontare qualcosa di unico sul microclima dell’annata e sulle scelte enologiche di Pievalta.
Il Verdicchio Riserva San Paolo è ottenuto da una selezione delle migliori uve della vigna vecchia, situata a San Paolo di Jesi, che fermentano con solo lieviti indigeni. E’ affinato due anni in acciaio su fecce fini e 6-12 mesi in bottiglia in base all’annata.  una scelta che permette di mantenere intatta la freschezza del vino e di valorizzarne la purezza. Il Verdicchio: Eleganza e Longevità Un aspetto che mi ha colpito durante la degustazione è stata la longevità del Verdicchio Riserva San Paolo. Anche le annate più datate hanno mantenuto una freschezza sorprendente, sostenuta da una struttura  in equilibrio che esprimeva sempre una vivacità che rendeva tipico ogni vino. È evidente che il Verdicchio ha un grande potenziale di invecchiamento, con la capacità di sviluppare aromi più profondi e complessi senza perdere la sua energia. La verticale nel dettaglio nel prossimo articolo Per il momento la nostra avventura a Pievalta  finisce qui. Nel prossimo articolo vi svelerò tutti i segreti di una verticale indimenticabile, un viaggio nel tempo attraverso le diverse annate del Verdicchio. E non solo: una cena gourmet, curata nei minimi dettagli, ci ha regalato molte emozioni, abbinando i vini dell’azienda a piatti che ne esaltavano le caratteristiche. Un’esperienza che ci ha permesso di comprendere quanto sia profonda la passione di Silvano  Alessandro e Silvia, i veri artefici di questo progetto. Un’azienda che vive e respira il suo territorio, un’azienda che ci ha conquistato. Un grazie speciale a Multimedia Milano che ha permesso tutto ciò e in alto i calici a Pievalta e ai Castelli di Jesi!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo  
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13 Dicembre, 2024

Podere Ema. Enrico Calvelli: il vignaiolo filosofo

  Per chi è abituato a leggere la mitica Settimana Enigmistica così come per chi ha figli in età prescolare, il gioco dei puntini è cosa nota. Avete presente quel giochino nel quale occorre unire, con linee dritte, i puntini numerati? 1 poi 2 poi 3 poi 4 ecc ecc. Unendoli tutti si svela una figura.  Giochino stupido direbbero gli amanti dei cruciverba di Batterzaghi e Ghilardi. Quelli che una volta presa in mano La Settimana Enigmistica si nutrono solo dei cruciverba difficili lasciando poi il giornaletto ai comuni mortali. Quello di unire i puntini è un gioco semplice. Di quelli che si lasciano fare ai bambini o che si eseguono quando proprio non c’è altro da fare.  Cosa accadrebbe però se non ci fossero i numeri e occorresse comunque trovare la figura nascosta? Troppo difficile! Non so nemmeno se i punti sarebbero un aiuto o una difficoltà in più rispetto al disegnare a mano libera. A meno che non si abbia la mente di quei geni che riescono a vedere già la figura risultante immaginando le linee di congiunzione. Che meraviglia che è la mente umana.  Mi sono sempre piaciute le sfide. Non mi sono mai piaciute le omologazioni. Sono attratto dal diverso e dalla strada alternativa. Magari ti porta allo stesso punto ma mi piace. Una filosofia che ho portato nel modo di fare agricoltura. Enrico Calvelli è il proprietario di Podere Ema. Una azienda di Bagno a Ripoli, paesone a pochi km da Firenze. Un filosofo più che un agricoltore. Un vignaiolo più che un agricoltore. Insomma, un vignaiolo filosofo.  Platone diceva che E’ proprio del filosofo essere pieno di meraviglia. Una frase che si addice perfettamente ad Enrico. Sempre sorridente. Sempre curioso. Sempre con la voglia di scoprire qualcosa. Poiché è proprio questo che da la meraviglia. Scoprire. Riscoprire. Sperimentare. Trasmettere.  Ecco, un aspetto fondamentale. Trasmettere. Per Seneca la filosofia non respinge nessuno e non fa speciali scelte: splende per tutti. Come a dire che se scopri, intuisci, qualcosa, non devi tenertela per te ma divulgala. Perché tutti possano comprenderla e trovarne giovamento. Di cosa parliamo? Eh, troppo semplice così. Prima occorre capire chi è Enrico.  Io son Enrico Calvelli e sono uno speranzoso 55 enne. La mia professione è Perito Agrario. Ho sempre avuto la passione di confrontarmi con il mondo agricolo. I miei genitori avevano un’altra attività e quando ero più che ventenne mio padre morì in maniera improvvisa così che per un periodo ho dovuto dar mano, come persona responsabile a mia madre e le mie sorelle con questa attività. Era un piccolo bar. Per un periodo ho fatto quella attività che non mi piaceva. L’ho dovuto fare per necessità.  Faceva i caffè insomma al bar del paese. Uno di quei bar dove entrano le persone per un caffè, un amaro, un bicchiere di vino. Solo che al bar ci si ferma per ore intere. A volte anche giornate. La televisione. Le partite (una volta solo la domenica oggi tutti i giorni). Le carte. Soprattutto tante chiacchiere. Entrare in un bar è come sentirsi in un mondo sicuro. Una casa, con l’alto significato di casa, dove ognuno con la propria identità e personalità, è degno di stare.  Ricordate il film Gli amici del Bar Margherita di Pupi Avati? Tanti personaggi, ognuno con la sua storia che si intrecciavano tre di essi. Sempre e comunque tra le mura del bar. Una sorta di palcoscenico della vita sul quale si alternano individui, persone, portando con se un pezzo della propria esistenza. Se non tutta. Il barista è sempre li. Fa parte dell’arredamento del bar. Sempre dietro al bancone. Al Bar Margherita come in altri luoghi, il barista è sempre quello che ascolta, medita, pensa. Poi, alle volte e anche se non richiesti, elargisce spontaneamente consigli, suggerimenti, massime.  Il barista ne ascolta di storie. Spesso indicibili. Spesso solo sussurrate. Conosce i gusti di tutti i clienti abituali e ha la memoria di un elefante. Che poi mi sono sempre chiesto come facciano i baristi a ricordarsi i diversi tipi di caffè dei clienti mattutini che si accalcano al bancone. Vi siete mai messi ad ascoltare gli ordini dei clienti del bar per la colazione mattutina ripetuti a voce alta dal cameriere? Caffè semplice. Caffè corto. Corto macchiato. Macchiato caldo. Macchiato freddo. Schiumato. Schiumato con cacao. Decaffeinato. Decaffeinato corto. Lungo macchiato caldo. Lungo macchiato freddo. Tazza calda. Al vetro. A portar via. Decaffeinato con cacao. Corretto. Con panna. Mah! A me piace il caffè. Semplice. Di quelli che non serve aggiungere altro. Eppure i baristi ascoltano, memorizzano, producono e consegnano al banco al cliente di turno. Questo nonostante si sveglino alle 5 di mattina e vadano a dormire la sera tardi. Forse è così che Enrico ha imparato a relazionarsi con le persone. Nonostante il lavoro non gli piacesse, non fosse correlato ai suoi studi e doveva farlo unicamente come senso di responsabilità, cerca di trarre il meglio da quello che ha. Siamo una famiglia piuttosto sfortunata perché le sorelle non ci sono più e sono rimasto l’unico. Dopo una decina d’anni di caffè e trovando in quello che facevo analogie con tra caffè e mondo del vino per via di una serie di descrittori sensoriali ho capito che non faceva per me e non mi avrebbe portato da nessuna parte. Mi misi in gioco. Però mi è servito tutto e si cerca sempre di trovare il buono nel poco buono.  Non è tanto quello che dice Enrico ma come lo dice. Ricordare dieci anni di vita trascorsi lavorando per senso di responsabilità e non per passione con il sorriso sulle labbra e con una meravigliosa pacatezza, non è da tutti ma solo da chi ha trovato in quel che è riuscito a fare il vero senso della propria esistenza.  Ad un certo punto del caffè, Enrico capisce che potevano andare avanti anche senza di lui. Le sorelle erano giovani. La mamma era più forte. decide di cambiare e seguire il cuore. Verso la terra. Seguendo un principio di Seneca Non ti chiedere di cosa ha bisogno il mondo. Chiediti cosa ti fa sentire vivo, e fai quello Entrare nel mondo agrario non è semplice. Un diploma di perito agrario c’è ma anche dieci anni di barista. Lo spedire curricula su curricula gli fa scoprire che serve esperienza. Che non ha. Non si abbatte perché sa attendere. Fino a quando l’attesa paga (ma non è che potesse fare diversamente) e trova una piccola azienda che proprio in quel momento, erano gli anni 90, aveva l’esigenza di cambiare assecondando quel necessario passaggio da quantità a qualità: riconversione dei vigneti, tecniche agronomiche ed enologiche moderne, impianti nuovi, attenzione alla pulizia. Fui estremamente sincero. La mia buona volontà ce la metto tutta ma l’esperienza non la ho. Proviamo, mi risposero. Iniziai a curare l’aspetto pratico come operaio specializzato. Dopo un anno e lo dico con una punta di orgoglio, assunsi la direzione tecnica iniziando la collaborazione con l’enologo. Fabio Signorini. Abbiamo avuto un rapporto stretto di reciproca collaborazione. Per tanti anni. Fino agli anni 2000 quando affrontammo un periodo di riconversione dei vigneti con vigneti più moderni. Bisognava infatti attuare le scelte varietali.  In quegli anni la Toscana è stregata dai vitigni internazionali. Il Sangiovese è sempre il protagonista assoluto ma per emergere occorre differenziarsi. Cosa c’è di meglio nell’utilizzare vitigni internazionali? Nulla in generale. Anzi, c’è chi lo faceva già da tempo e con successo. Così che magari poteva essere proprio il modo di avvicinarsi alle DOCG simbolo della Toscana: Carmignano (1990), Suvereto (2011), Val di Cornia (2011) per non parlare dei mitici Supertuscan.   C’era il trend dei vitigni internazionali che si sposavano bene nel taglio con il Sangiovese e che lo miglioravano. Però di contro era che ci si spostava verso una sorta di omologazione. Addio aspetto varietale. Secondo me da protagonista il Sangiovese diventa comprimario. Magari il vino è buonissimo ma si perde l’identità varietale ed il rapporto con il territorio.  Filosofia. Dello spazio. Del territorio. Del patrimonio ampelografico italiano unico al mondo.  Iniziai a guardarmi intorno per capire. Nel contempo ci fu un cambiamento in azienda che portarono questa ad essere affidata in tutti gli aspetti alle mie cure. Era una azienda strana. Troppo piccola per essere grande e troppo grande per essere piccoli. Tredici ettari. Maturò così l’idea di trovare vie alternative. Ci furono grandi discussioni e litigate su cosa piantare. Il percorso fu ibrido e piantammo un campo sperimentale con vitigni autoctoni. Ero convinto che si sarebbero espresse nel migliore dei modi sia in purezza sia in blend.  In uno scasso di tremila metri piantammo 12 varietà di autoctoni minori con 50 barbatelle per ciascuna varietà. C’era un pò di tutto. C’era il Fogliatonda, cloni di Colorino, il Mazzese, il Pollera, la Barsaglina, il Bonamico, il Mammolo. Un pò di tutto. Abbiamo aspettato tre anni. Chiunque lavora in agricoltura deve armarsi di santa pazienza e aspettare. Enrico. Flemmatico (all’apparenza), sornione, entusiasta. Nel suo modo di vedere le cose, c’è un tempo per tutto e occorre che il tempo faccia il suo corso. Come i cicli della natura che non prevedono straordinarietà. Saper aspettare per ottenere il risultato sperato.  Il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere. Teofrasto. Dopo tre anni entrò in produzione e per il successivo quinquennio abbiamo micro vinificato. Serbatoi da cento litri dove facevamo fermentazione e poi svinavamo in serbatoio da cinquanta litri conservati sotto azoto. Si facevano analisi e sessioni di degustazioni. Ci siamo divertiti a fare questo giochino per i cinque anni successivi. Ci siamo rischiarati le idee per una piantumazione più allargata. La varietà che risultò più adatta fu il Fogliatonda e il Colorino. Si volevano piantare tre ettari e servivano le barbatelle. Correva l’anno 2008 e quando si andava in giro a dire che ci servivano 15000 barbatelle di Fogliatonda ci dicevano che eravamo matti. Dove le troviamo? Trovare una cosi importante quantità di barbatelle di una varietà italiana poco utilizzata era ed è una impresa. A chi importava piantare il Fogliatonda quando il mercato era fatto di tanto altro? Con un amico vivaista, i Bianchi Carla di Camaiore specializzati negli autoctoni siamo riusciti ad avere le barbatelle che abbiamo piantumato. Aspettiamo ulteriori tre anni. Nel frattempo è successo che il vecchio proprietario, molto anziano è venuto a mancare. Come responsabile tecnico sono stato interpellato per trovare qualcuno per rilevarla. Avevo contribuito a crearla e mi sentì interlocutore privilegiato e ci trovammo d’Accordo per rilevarla.  Da assunto a proprietario. Aspettando. Lasciando passare il tempo.  Chi ha aspettato tanto può aspettare ancora. Gabriel Garcìa Màrquez. A tutti gli ospiti che vengono in azienda dico che saremmo tutti un pò più poveri se nessuno si fosse preso la briga di valorizzare le varietà autoctone minori che sono la ricchezza del panorama ampelografico nazionale. La valorizzazione degli autoctoni ci fa apprezzare il viaggio più che la meta. Spesso di dimentica la bellezza del viaggio Enrico è un filosofo. Non ci sono dubbi. Il suo è un meraviglioso viaggio intrapreso senza avere fretta. Perché il suo animo non glielo consente e perché sa che per realizzare il suo progetto, c’è bisogno di tempo e solo nel tempo le cose succedono. Basta saper aspettare.  Non tutto accade per caso. Le persone cambiano e i fatti della vita segnano. Questo rimanere segnato è come un solco scavato nella terra e sta a noi far si che accolga o meno i semi. E sta solo a noi curare quei semi affinché diventino piante.  Mio padre è venuto a mancare in maniera improvvisa. Durante la notte ebbe una emorragia celebrale. Questi eventi ti fanno capire che certezze non ce ne sono e quelle che sembrano certezze non lo sono. Tutto è molto meno sicuro di quello che sembra. Anche cercare e vedere certezze in qualcosa di consolidato non è mai cosi giusto. Sono figlio di questa cosa qui perché vissuta sulla mia pelle e forse in maniera più o meno conscia l’ho portata nell’agricoltura. Questa insegna tantissimo. Non tutto può essere controllabile. Nel mondo moderno siamo consapevoli che possiamo avere il controllo su tutto. L’agricoltura ti riporta con i piedi per terra.  Non è tutto cosi sicuro, certo, scontato. Il viaggio è il provare a fare qualcosa. Ed è il viaggio che ti da qualcosa. Ma te la da solo se l’animo del viaggiatore è pronto e ricettivo. Se comprende le diverse culture, apprezza ogni singolo istante, trae insegnamento da ciò che incontra. Da piccolino, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io rispondevo il contadino e nessuno ci credeva. Il mi babbo diceva guarda che la terra è faticosa. Le famiglie in Toscana venivano da esperienze contadine e molte si erano allontanate da queste. Andavo controcorrente.  Dietro il bancone del bar non volevo fare il caffè ma il contadino. Seppure con il rispetto di chi mi fa il caffè ogni mattina e lo so perché l’ho fatto io. Ma non mi piaceva. Volevo vivere in un contesto di contatto con la natura.  L’agricoltura è come essere padre e io lo sono. Fortunatamente ho tre figli e ho avuto modo di accudire qualcosa. Questo da soddisfazione. È un ruolo bello il sentirsi custode di qualcosa e farsi carico dell’evoluzione, della crescita, della maturazione di qualcosa. In ambito familiare e in ambito agricolo nella coltivazione di qualcosa. I miei figli non sono in azienda. Sono baldi diciassettenni che stanno terminando il percorso di studi che non è quello che si adatta al percorso del padre.  Contadino. Essere contadino è quasi una vocazione. O una condanna. Lo si è perché è l’ineluttabile destino a deciderlo. È la necessità di una continuità familiare. Oppure è un ritorno alle origini. Un tornare dove tutto è iniziato. Capita per rigetto della frenetica quotidianità o per hobby. Nel caso di Enrico un desiderio ancestrale. Che racchiude però qualcosa di più profondo.  A me piace molto l’accudimento in tute le sfaccettature. Il vedere il frutto di qualcosa che te fai. Mi piace molto vederlo sotto l’aspetto pratico. Chi lavora in banca, e ho super rispetto, fai fatica a vedere poi il risultato finale. Magari il frutto del tuo lavoro è un tassello che passi ad un altro che lo passa ad un altro. Ho un carattere per cui mi piace vedere il risultato finale. L’agricoltura incarna questo risultato. Pianti un seme, lo annaffi, la piantina cresce, da il frutto ecc. La dinamica di crescita e accudimento si sposa in maniera perfetta con le mie caratteristiche di interiorità.  L’agricoltura non si fa ne per business ne per moda. È qualcosa che si fa principalmente per passione, per la voglia di stare immersi nella natura. Occorre sentire dentro la spinta propulsiva per farlo. Perché è duro, terribilmente duro come lavoro.  Se la fai come hobby è un altro paio di maniche. Devi sentire dentro. O ce l’hai o non ce l’hai Siamo una azienda che fa agricoltura integrata e lo dico a denti stretti ma mi piace dirlo. Non sono contro l’agricoltura biologica e biodinamica e ci mancherebbe altro. Però dico che ci sono certe dinamiche che bisogna conoscere. Prima dell’avvento delle chimica, le aziende erano tutte biologiche. La discriminante per piantare qualcosa in qualche posto era solo l’ubicazione. C’erano dei luoghi dove si poteva piantare e dove no. Con l’avvento della chimica e dello sviluppo demografico c’è stata la necessità di piantare tutto dappertutto. Questo è stato possibile farlo perché c’era la chimica. La chimica va gestita nella maniera giusta, come quella con la quale ci si confronta tutti i giorni tipo il dentifricio e il sapone. Se hai una azienda a fondo valle e la converti in biologica per moda o perché prendi contributi, non fai favore all’ambiente. Se sei costretto a fare trattamenti rameici, che non è una molecola che può essere scomposta, non fai un piacere all’ambiente ed era meglio che non passavi al biologico. Bello questo pragmatismo che è fondamento della filosofia. Occorre confrontarsi con la realtà. Soffriamo più spesso nell’immaginazione che nella realtà. Seneca Se ci pensiamo un attimo, oggi è un demonizzare tutto ciò che non è biologico, naturale, biodinamico. Come se la chimica fosse un demone da combattere. Eppure ammettiamo la chimica in molteplici occasioni quotidiane senza protestare più di tanto. Dal citato dentifricio, ai detersivi, dai saponi alle medicine: se prendiamo una medicina per stare bene, perché non curare le piante quando queste sono malate? L’agricoltura integrata dice che devi utilizzare dei composti quando servono e si devono integrare con composti organici meno impattanti. Non bisogna usare in maniera impropria questi strumenti. Usiamo le cartucce In maniera intelligente.  La scelta enologica di Enrico è l’anfora. In un territorio dove di botti ce ne sono per coprire centinai di campi di calcio, Enrico si differenzia anche in questo.  Una volta che arrivammo alla nostra prima vendemmia di Fogliatonda, non c’era alcuna notizia in letteratura su come vinificare. Facemmo un pò di prove. Fermentazioni in acciaio e poi il vino in diversi contenitori. Legno, acciaio, botti grandi di cemento e piccole anfore da 150 litri comprate in una fornace di Impruneta, vicino a noi. Il risultato non migliore ma più interessante era dato dai contenitori con una permeabilità all’ossigeno maggiore. Legno e anfora. Dovemmo decidere tra questi due. Forse a livello di complessità e di importanza di vino il risultato migliore lo avrebbe dato il legno. Ma questo tendeva a coprire l’aspetto varietale. Volevo riuscire a fare apprezzare la varietà per quello che fa. Quando vado ad assaggiare un autoctono io quello voglio sentire. Se è simile ad un’altra roba tanto vale andare sui vitigni internazionali. La scelta venne da sola virando anche sulla Fermentazione in terracotta. Fermentazione, svinatura lavavamo il contenitore e lo riutilizzavamo per l’affinamento. Una scelta di perfetta coerenza con le sue idee. Senza compromessi e con la voglia, direi necessità, di affermare, divulgare, le sue idee.  Innanzitutto dì a te stesso chi vuoi essere; poi fa’ ogni cosa di conseguenza. Epiteto Oggi si fanno circa trentamila bottiglie con un potenziale più che doppio. Il nostro è un percorso di crescita lento e graduale. Per crescere serve tempo. Facciamo le bottiglie e il resto della produzione le vendiamo sfuso o in bag in box. Attraverso il percorso di crescita volgiamo traslare dallo sfuso alla bottiglia.  È un percorso quello di Enrico. Un percorso che a guardarlo bene è dettato e scandito da avvenimenti verso i quali si è fatto trovare pronto. La vita ti offre delle possibilità ma poi sta a te prenderle o meno. Se lo fai, ti carichi sulle spalle la responsabilità delle tue azioni per compiere le quali c’è bisogno di capacità, coerenza, tempo. L’azienda, Podere Ema, Enrico la prende in mano nel 2013 iniziando il suo più impegnativo percorso personale. Affrontato con i suoi ritmi, i suoi tempi, il suo sorriso. Lo guardi e sembra che stia andando lento. Ma è semplice pragmatismo. I percorsi di crescita passano attraverso due dinamiche. O hai molta disponibilità finanziaria o molto tempo. Io non la disponibilità finanziaria non ce l’ho dunque mi faccio andar bene il fatto di avere molto tempo. Ride di gusto Enrico. Di quelle risate che solo le persone consapevoli della dimensione del tempo possono avere. Così scriveva Seneca nelle Lettere a Lucilio Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro. Calza a pennello per Enrico che non ha timore di vivere il presente. Anzi, lo fa con una invidiabile forza, forte di una felicità che lo aiuta a vivere bene. Così sa attendere. Attende i cicli della natura come la crescita delle barbatelle. Attende che il tempo scorra perché i suoi vini maturino nella maniera giusta.  Cerchiamo di fare un affinamento in cantina mediamente di un anno e affinamenti più lunghi in bottiglie. È una immobilizzazione che però ci consente di vendere bottiglie pronte da bere.  L’idea di proporre vini che si possono immediatamente apprezzare. Come a dire che è il presente che va vissuto. Il presente. Quello che Enrico ha imparato a vivere probabilmente segnato dalla improvvisa morte del padre. Mi viene in mente una frase, sempre di Seneca. La vita è breve: evitiamo, dunque, programmi troppo estesi: ogni giorno, ogni ora ci mostra la nostra nullità e ricorda a noi smemorati, con qualche nuovo argomento, la nostra fragile natura. Allora noi, che facciamo programmi come se la nostra vita fosse eterna, siamo costretti a pensare alla morte. Si volge, infatti, ad attendere il futuro solo chi non sa vivere il presente. La gamma dei vini di Podere Ema è ampia si ma nemmeno tanto.  Io ho avuto modo di assaggiarne alcuni e il risultato mi ha sempre sbalordito. A partire dal Fogliatonda. Il Fogliatonda di Enrico, annata 2020 ha in se la bevibilità di un Sangiovese e la finezza/potenza del Cabernet Franc. Al naso sembra una foglia caduta nel sottobosco che avvolge una manciata di frutti di bosco, more e mirtilli intrisi di fiori di viola, pepe e pellame. Il tutto amplificato da un ammaliante balsamico. Sensazioni dolci e fresche che si miscelano come le eliche di un dna sconosciuto.
In bocca dimostra una inaspettata eleganza a partire dai tannini, poi dalla freschezza, infine dalla sapidità. L’avvolgenza stupisce, il calore ammalia, il finale, con la sua frutta acerba ma dolce, esalta. Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi fantastici angoli nascosti. Nocchino è invece il blend di Sangiovese, Colorino, Fogliatonda. Tre vinificazioni differenti (Sangiovese in botte grande, Colorino in acciaio e Fogliatonda in anfora) per un vino che mi è piaciuto e tanto. Uno dei migliori vini che abbia bevuto quest’anno. Mi ha davvero esaltato per la sua grande bevibilità e soprattutto per essere vero con una indiscutibile riconducibilità alla Toscana di altri tempi. Quella dove i vini non erano edulcorati per l’eccessivo legno che in alcuni casi risulta essere una trave diritta sui denti.
Un colore impenetrabile annuncia un vino che al naso fa spiccare il vegetale e il floreale con la violetta del Sangiovese. Poi intensi frutti neri non ancora maturi e un lievissimo pepe che si lega ai chiodi di garofano.
Denso e con sensazioni di freschezza a donare grande intensità ed importanza.
Un’importanza che in bocca si sente con la poderosa presenza dei tannini che sanno comunque stare al loro posto e per la sensazione di frutta che si amplifica per via del caldo e del sapido. La persistenza è lunga come quella dei vini di un tempo. Riempie, infonde profondità ed ampiezza. A tratti godurioso ha un finale che vorrebbe, senza riuscirci ma risultando intrigante, andare verso l’amarognolo. Nocchino si continua a bere, stregato, innamorato dal suo essere delicatamente poderoso. Avvolge , scalda, ammalia ma senza assolutamente essere civettuolo.
Ricordate quando da piccoli ci accoccolavamo tra le braccia del nonno che aveva fumato un mezzo toscano? Magari quell’odore in quel momento non ci apparteneva ma lo collegavamo direttamente al nonno così che ora lo ricordiamo con nostalgia e tanta, tanta voglia di riviverlo. Insomma, andare dietro la massa comporta il perdersi vini fantastici come questo. Perché mai? Siamo ben forniti perché la gamma è ampia. Vorrei farne di meno ma ci sono delle dinamiche di natura commerciale. Siamo un pò costretti anche se costretti non è il termine giusto. Non è semplice gestirla al meglio. Le annate non aiutano. Le bizzarrie climatiche complicano tantissimo il modo di fare vino. Prima era relativamente semplice vendere il vino e più facile farlo, oggigiorno è diventato complicato pure farlo.  Enrico ha un obiettivo chiaro per la sua azienda. Una sorta di volontà nel portare orgogliosamente la bandiera dei vitigni autoctoni.  Il mio obiettivo è quello di contribuire a fare apprezzare gli autoctoni. Il mio piccolo contributo. L’appagamento più grosso, che in parte lo è già, è intraprendere una strada che anche altri hanno intrapreso e il vedere che quella strada non era poi cosi sbagliata. Quella visione avuta venti anni fa non era poi cosi pazzesca ed assurda. Oggi la vedo più condivisa e adatta ad un pubblico sempre più vasto. Prima chi apprezzava gli autoctoni erano pochi e gli autoctoni venivamo emarginati, oggi c’è più apprezzamento e c’è cultura del diverso e della autenticità.  Forse la voglia di scoprire e di non omologarsi si sta facendo largo. Uscire dalla massa. Non accontentarsi di ciò che viene proposto con la consapevolezza che altro c’è. Non necessariamente migliore ma diverso. La rivalutazione del territorio e di quanto di buono la storia ha portato con se. Un arricchimento che passa per la riscoperta di antiche tradizioni.  C’è stato un momento nel quale tutto ciò che era antico sapeva di vecchio e stantio. Poi si è capito che senza radici profonde, non si può parlare di evoluzione. Forse il Covid ha operato come uno spartiacque. La necessità di rimanere a casa, la propria casa, le origini, ha determinato un accorgersi di quanta meraviglia ci sia sul nostro territorio. Quanta unicità che il mondo ci invidia e noi non sappiamo apprezzare.  Enrico adesso deve far scoprire quello che lui stesso ha scoperto anche ai tre figli. Perché, magari, continuino la sua opera quando sarà il momento. Mia figlia ha 19 anni e sto cercando di insegnarle i dettami della degustazione. Come si tiene in mano un calice e cosi via. Ogni persona che produce una qualche forma di bevanda alcolica ha la responsabilità di produrlo e di insegnarlo a degustare in maniera responsabile. Vado in giro in centro e vedo turisti americani che bevono il vino a bottiglia. Mi verrebbe in mente di spaccargliela ni capo. Non si può vedere. Dobbiamo erudire gli utenti a farne un uso responsabile e apprezzarlo in tute le sue sfaccettature. Lo sto facendo con i miei figli e spero che seguiranno la strada d’i padre o comunque in qualche modo porteranno avanti la mia attività. Ci spero ma non voglio forzarli perché ognuno deve trovare il suo percorso. Io ne sarei felicissimo. Altrimenti me ne farò una ragione. Io dico sempre quando si parla con gli amici quando si parla di pensione: io morirò in vigna con la zappa in mano. So già il mio percorso quale sarà. Già il percorso. Quello di Enrico è stato ed è di piccoli passi. Lontano dai clamori e dalle luci della ribalta. Introspettivo, evocativo, divulgativo. Anche attraverso iniziative volte a far conoscere la sua realtà in maniera discreta ancorché innovativa.  Sempre con piccoli passi. Quelli che le sue gambe gli hanno e gli consentono.  Ecco allora che non può che venirmi in mente una frase di Pitagora che si addice perfettamente al percorso di Enrico Abbandona le grandi strade, prendi i sentieri Grazie Enrico per avermi reso partecipe del tuo viaggio.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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12 Dicembre, 2024

Abruzzo Wine Academy. Si conclude con successo la seconda edizione

Ambasciatori internazionali pronti a raccontare i vini d’Abruzzo nel mondo L’Abruzzo chiude il 2024 con un evento di grande prestigio che celebra la ricchezza del suo patrimonio enologico: la seconda edizione dell’Abruzzo Wine Academy.  Ideato dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo, questo format ha offerto un’immersione unica nella cultura del vino della regione, coinvolgendo un gruppo selezionato di esperti, sommelier e operatori del settore provenienti da Canada, Stati Uniti, Cina, Giappone e Regno Unito. Dal 2 al 5 dicembre, i partecipanti sono stati ospiti in Abruzzo per un’intensa esperienza di formazione sul campo che si è articolata tra masterclass, degustazioni e visite alle cantine. Momenti di approfondimento tecnico si sono alternati a percorsi tra le bellezze paesaggistiche e culturali del territorio, offrendo un quadro completo della produzione vinicola abruzzese, dalle sue denominazioni storiche ai vitigni autoctoni meno esplorati. Protagonista delle attività didattiche è stato il wine educator Filippo Bartolotta, che ha guidato due masterclass incentrate sui principali vitigni e vini del territorio: il Montepulciano d’Abruzzo, il Cerasuolo d’Abruzzo, il Pecorino d’Abruzzo e il Trebbiano d’Abruzzo, fino a esplorare le sottozone provinciali e le varietà autoctone come Cococciola, Montonico e Passerina. Al termine del percorso, i partecipanti hanno sostenuto un esame finale per ottenere il titolo di Ambasciatori dei Vini d’Abruzzo, un riconoscimento che sottolinea il ruolo chiave nella promozione internazionale dei vini regionali e nella diffusione di una cultura del consumo consapevole. Questa rete, che conta oggi oltre cinquanta professionisti provenienti dai principali paesi importatori, rappresenta una forza trainante per la valorizzazione internazionale dei vini abruzzesi. Con l’Abruzzo Wine Academy, il Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo rafforza dunque il legame tra il territorio e i mercati globali, formando professionisti capaci di raccontare la qualità e la tradizione dei vini, con un approccio autentico e orientato alla sostenibilità. La Redazione
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12 Dicembre, 2024

A CENA CON VILLA SALETTA

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 12 Novembre GAMBERO ROSSO e VILLA SALETTA hanno organizzato presso il ristorante GLASS di Roma una cena-degustazione dedicata ai vini dell’importante Produttore Chiantigiano in abbinamento ai piatti della Chef Cristina Bowerman. Una serata impegnativa e ricca di spunti per approfondimenti futuri. VILLA SALETTA 1200 anni di storia, 1500 ettari (millecinquecentoettari!), vigneti, uliveti, silvicoltura, selvaggina, tartufi, ospitalità… Tutto questo e molto altro è VILLA SALETTA, oggi di proprietà della Famiglia inglese HANDS (attiva nel mondo della finanza e della hotellerie di lusso. Una realtà amministrata a 360° da David Landini (agronomo ed enologo) che in cantina mixa, con il massimo rispetto, la tradizione secolare con l’amore per la “cuginanza bordolese” introducendo fermentazioni integrali e pionieristiche lavorazioni in fusti di Perlè e atmosfera ridotta. I risultati si condensano nelle 5 etichette in degustazione in questa occasione più uno Spumante Metodo Classico Rosé e un 100% Cabernet Franc prodotto con le uve di uno dei CRU aziendali. CRISTINA BOWERMAN Pugliese (Cerignola) d’America (San Francisco). Avvocato (ma graphic designer) trova pace approcciandosi alla cucina per dare uno sfogo al proprio estro e alla propria creatività trasformando nel tempo una passione non solo in un mestiere ma in una vera e propria espressione del proprio animo artistico. Personalità, look, location del Ristorante, ecletticità del menù, attenzione al dettaglio, ricerca continua, c’è tutto questo e pure una stella Michelin dentro Cristina Bowerman. Tanto, fin troppo per uno come me che, al massimo, prepara da mangiare. In questa velocissima e intensa esperienza ho dovuto ri-imparare ad approcciarmi al piatto; ho dovuto usare tutti i sensi per cercare di capire il linguaggio del cibo, cercare collegamenti con il mondo e con lo spirito sperando nell’aiuto di Google per capire cosa stessi mangiando… E mi sono poi dovuto stupire di un brusco tornare con i per terra grazie a un piatto di Ravioli del Plin. Cristina Bowerman e la sua cucina in una parola sola?! PORCAPALETTA! I VINI (E I PIATTI) – ROSATO ITALIANO “ROSÉ” 2022: un rosato “democratico” dove Sangiovese, Merlot, Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon partecipano in parti uguali a un risultato finale che mette tutti d’accordo proponendo al naso piccoli frutti rossi e agrumi (pompelmo rosa) su uno sfondo di sapida mineralità sottolineando in chiusura e in quell’ultima goccia che sporca il calice un animo vegetale che sa di orto e ricorda il kren. In bocca la frutta si addolcisce scomodando la pesca mentre le amaritudini di erbe aromatiche tirano acqua al proprio mulino. Chiude sottilmente piccante su dolci ricordi fruttati sposando bene il “Sashimi di ricciola, miso alla rapa rossa, leche de tigre e tobiko al wasabi” anche se forse, quel kren percepito all’olfatto, amplifica un po’ troppo l’ultimo ingrediente. (86+ Punti) – CHIANTI SUPERIORE DOCG 2018: quasi tutto Sangiovese (con due dosi omeopatiche di Cabernet Sauvignon e Merlot) per un Chianti tanto succoso già al naso quanto scuro dal punto di vista del profilo olfattivo. C’è un bosco intero in quel calice, a cominciare dalla terra umida e dalle cortecce e non dimentico neppure dei funghi. L’agrume aumenta il senso di freschezza spingendo all’inizio sul chinotto e lasciando poi spazio alle più aromatiche e dolci sensazioni di un bergamotto che ben stempera la vaniglia dei legni. In bocca scorre e disseta riproponendo si i descrittori olfattivi, ma facendolo con un pizzico di eleganza di troppo. Così “incravattato” lascia che la parte femminile del Sangiovese alzi un po’ troppo la voce facendogli guadagnare sicuramente punti in piacevolezza ma cedendo qualcosa sul piano della coerenza. Abbinato alle “Stelline Felicetti, seppie, burro di miso e Tè Lapsang Souchong” stringe forte la mano alle sensazioni fumé che il Tè dona al piatto e, seppur bilanciando perfettamente le grassezze dello stesso, tende a dire un po’ troppo la sua. (88+ Punti, gran parte dei quali, credo, merito del vetro). – TOSCANA IGT ROSSO “CHIAVE DI SALETTA” 2018: per metà Sangiovese fa 100 con 20 parti ciascuno di Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon e il saldo di Merlot. Presenta al naso un lungo e scuro corteo di spezie e balsamicità fatto di chiodi di garofano, tabacco e liquirizia che sembra prendere il via da un bosco che è essenzialmente piccoli frutti maturi e poi muschi e cortecce. Il sorso è fresco e glicerico, giocato a dadi tra dolcezze ciliegiose e freschezze agrumate con una trama tannica davvero ben tessuta e un finale tutto freschezze balsamiche. Abbinato ai “Ravioli al Plin all’amatriciana e guanciale croccante” pensavo si comportasse con più polso rispetto al CHIANTI SUPERIORE che, provato, ha mostrato più carattere. (88 Punti). – TOSCANA IGT ROSSO “SALETTA GIULIA” 2019: due terzi di Cabernet Franc e uno di Cabernet Sauvignon che…avrei detto il contrario. Due CRU uno dei quali è quello della vigna che, nel 1841, fu la prima d’Europa “circolare” ad avere una forma circolare. Un naso ricco che, pur non nascondendo le vegetalità del sottobosco umido, calca la mano sulla frutta, rossa e polposa, racconta di amaritudini e freschezze balsamiche e rivela un legno…un po’ troppo “legno” (nonostante la fermentazione “integrale” e le barrique esauste). Sorso sostanzioso ma non opulento, concentrato ma dinamicamente leggero, tannico quanto deve, fresco quanto serve. Esuberante nel suo allungo ma…troppo “rive droite” per i miei gusti. Il piatto in abbinamento era “Quaglia ripiena, fichi secchi al Marsala, pistacchi di Bronte, demiglace all’umeboshi e girandola di patate”, elegante, completo nelle consistenze e nell’approccio estetico-gustativo, adattissimo a testare se il matrimonio con il vino fosse d’amore oppure d’interesse e…con alcune parti del piatto si, con altre ni. (86+/87- Punti) – TOSCANA IGT ROSSO “SALETTA RICCARDI” 2019: hundred percent Sangiovese, ASSURDO già a primo naso! Da subito svela un’oliva orgogliosa di esserci e vegetalità ortolane, poi passa ai toni del bosco, delle cortecce, delle felci, degli intrichi di rovi che regalano frutti e non lesinano spine. Un tocco di prugna, più di un quid di spezie e un finale di balsamica apertura. Il sorso è un’ordinata scaffalatura, ciascun descrittore al proprio posto per un risultato di ordinata compenetrazione, i tannini tessono trama e ordito con eleganza persiana, morbido, tridimensionale… Un vino definitivo. Devo dirVi altro?! ASSAGGIATELO! Rimpiangerete di non averne altre bottiglie! In abbinamento, molto corretto, “Capriolo, patata americana, Lion’s Mane glassati e demiglace al cioccolato fondente”, forse il piatto che ho apprezzato con maggior difficoltà, un concentrato di grassezze mirabilmente imbrigliate dall’astringenza del cacao e dall’esuberanza del capriolo. Da bere ascoltando LETTO 26 di STEFANO ROSSO (in omaggio anche al rione per eccellenza di questa nostra bombardata Capitale). (94+ Punti). La cena si chiude sperimentando lo “stesso vino in calici diversi” e abbinando “ad minchiam” i vini già assaggiati con la piccola pasticceria servita in coda, tra chiacchiere più o meno costruttive, un bicchiere di assenzio, risate, un caffè e appuntamenti dati in cantina o ai prossimi Eventi romani.       E QUINDI? E quindi niente! Questa volta non so davvero come chiudere questo articolo. Forse basterebbero i ringraziamenti, a GAMBERO ROSSO, a VILLA SALETTA (anche e soprattutto nella persona di David Landini), a Roberta Perna (per aver fatto da trait d’union), a Cristina Bowerman e al suo staff ma… Ho come l’impressione che manchi qualcosa. Dovrò tornare da GLASS per accertarmene Roberto Alloi VINODENTRO  
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11 Dicembre, 2024

Al via la prima edizione di Vinacria. Ortigia Wine Fest


Dal 14 al 16 Dicembre Siracusa sarà un contenitore attivo in cui far muovere punti di forza e criticità, ascolto e dialogo, mettendo in relazione tutti gli aspetti e le tematiche che concorrono, oggi, a rendere la Sicilia del vino una regione di grande prestigio. Oltre 60 cantine partecipanti ma non mancheranno gli oli e gli spirits dell’isola nei tre giorni di degustazioni, 13 masterclass e approfondimenti a cui parteciperanno ospiti e degustatori di caratura nazionale: esplorare la ricchezza dei vini siciliani, promuovendo la cultura del bere e celebrando le eccellenze del territorio. L’Associazione Culturale Godot: Con Vinacria vogliamo offrire un’esperienza unica, che permetta non solo di degustare i vini più rappresentativi della nostra regione, ma anche di conoscere le storie, le tradizioni e le persone che si celano dietro ogni calice. Tre giorni di racconto e immersione totale nell’universo del vino siciliano, tra degustazioni, incontri con i produttori, eventi culturali e workshop dedicati alla valorizzazione della viticoltura e delle eccellenze produttive dell’isola: dal 14 al 16 dicembre 2024, Siracusa ospiterà la prima edizione di Vinacria – Ortigia Wine Fest che si terrà all’Antico Mercato di Ortigia (Via Emmanuele de Benedictis), un’iniziativa che promette di diventare un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati del buon bere e della cultura siciliana. Marco De Bartoli, Federico Graziani, Frank Cornelissen, Caravaglio, Feudo Montoni sono solo alcune delle oltre 60 cantine presenti, suddivise per i tre antichi valli (Val di Mazara, Val di Noto Val Dèmone) e l’Etna a cui sarà dedicata un’area specifica (in realtà la suddivisione antica dei valli siciliani comprendeva all’interno del Val di Noto anche Catania con una porzione di Etna sud e sud – est): “ Giada Capriotti e Silvano Serenari dell’Associazione Culturale Godot Siamo entusiasti di presentare la prima edizione di Vinacria, un evento unico che celebra la straordinaria ricchezza del vino siciliano e della cultura enologica. Con Vinacria vogliamo offrire un’esperienza immersiva, che permetta non solo di degustare i vini più rappresentativi della nostra isola, ma anche di conoscere le storie, le tradizioni e le persone che si celano dietro ogni calice. Spazio anche all’olio con le aziende Viveretna, Tondo, Sciabacco e Di Mino e non mancheranno gli approfondimenti e le masterclass sugli Oli monovarietali e gli Oli IGP di Sicilia curate dall’IRVO Giusi Mistretta, commissaria dell’IRVO La partecipazione dell’Istituto Regionale del Vino e dell’ Olio al Vinacria Ortigia Wine Fest 2024 è un’occasione anche per lanciare, in anteprima, il riconoscimento della Sicilia quale “Regione europea dell’enogastronomia 2025” un’opportunità per mettere in risalto le eccellenze siciliane nell’ambito della viticoltura e dell’olivicoltura. Tra le novità anche l’area tasting con Volcano Gin, la distilleria Giovi che farà delle dimostrazioni di come funziona la distillazione e Ardeaseal che presenterà il nuovo tappo ottenuto da biopolimeri vegetali, sarà presente anche con un banco di assaggio dedicato ai vini italiani e francesi. L’area food è affidata a Kaleido con il sushi, Fuori Ortigia Cucineria con le tapas ed i Fratelli Burgio con i panini. L’evento organizzato dall’Associazione Culturale Godot ha ricevuto il patrocinio del Comune di Siracusa, dell’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio, dell’Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea, della Regione Siciliana, dell’Assemblea Regionale Siciliana ed è inserito nel calendario di attività di Regione europea della gastronomia 2025. Main sponsor Unigroup S.p.a, Ortea Palace Hotel, Sicily, Autograph Collection e A.D. Pugliese S.P.A. Si inizia Sabato 14 Dicembre alle 11 con il convegno inaugurale “VINACRIA – Vino è cultura” dove sarà presente anche il vignaiolo ed enologo Salvo Foti (evento gratuito), alle 12:00 la presentazione de “Il mare nasconde le stelle” di Francesca Barra con la presenza di Remon Karam, “il ragazzo venuto dalle onde” (evento gratuito). Si proseguirà alle 15:00 con la degustazione guidata dal sommelier Alessandro Carrubba su Barocco e Moscato: sublimità del Val di Noto. Vino e arte, connessioni e sinestesie. Alle 16:00 apertura dei banchi d’assaggio e alle 16:30 la masterclass  “Spumanti itineranti, bollicine di Sicilia” condotta dallo Champagne Expert Manlio Giustiniani. Alle 17:30 il degustatore e collaboratore di Decanter Raffaele Mosca racconterà le “Sfumature di rosa: caratteristiche e differenze dei rosati siciliani. Alle 18:30 focus su “Perpetuo e Marsala: due anime, un territorio” con l’enologo dell’IRVO Gianni Giardina e l’head Sommelier Villa Igiea di Palermo Mauro Lo Iacono, si chiude alle 19:30 con  “Vino è geografia: i tanti volti del Nero d’Avola” con Federico Latteri, degustatore e collaboratore di Doctor Wine. Domenica 15 Dicembre al via alle 11:00 con la masterclass “Etna e longevità: il Carricante”, alle 12 apertura dei banchi di assaggio e alle 12:30 “Se fossi vino…i giovani di Generazione Next si raccontano attraverso il vino in cui si identificano” Benedetto Alessandro (Alessandro di Camporeale), Federica Bonetta (Cristo di Campobello), Maria Ausilia Borzì (Serafica Terra di Olio e Vino), Serena Costanzo (Palmento Costanzo), Graziano Nicosia (Cantine Nicosia) e Luigia Sergio (Barone Sergio). Alle 15:00 Cinzia Benzi presenta “Chateau d’Yquem: i segreti di un vino leggendario” (evento gratuito) e alle 17:00 spazio anche agli “Oli monovarietali di Sicilia” a cura di Michele Riccobono, dirigente dell’Organismo di controllo e certificazione oli IRVO. Imperdibile l’appuntamento con Marco Reitano, head sommelier del ristorante “La Pergola” di Roma, 3 Stelle Michelin, che racconterà “Il ruolo del Sommelier: l’importanza della formazione sul campo e della comunicazione efficace”. Dulcis in fundo, Pietro Russo, enologo e Master of Wine, condurrà la degustazione alle 19:30 su “Vino e contemporaneità. Stili e tendenze: come si adatta la viticultura siciliana”. Lunedì 16 Dicembre, giornata dedicata agli operatori del settore Ho.Re.Ca con inizio alle 10:00 ma nel corso della mattinata si proseguirà con diverse masterclass aperte a tutti. Alle 11:00 Presentazione del nuovo numero di UniGusto – il magazine dei professionisti dell’Horeca – e lancio ufficiale di Uniday Expo 2025 (evento gratuito). Alle 12:00 in programma “#fuorizona: degustazione bendata” con Chiara Allibrio, assaggiatrice “fuori zona”, alle 15:00 la masterclass “Oli IGP di Sicilia” a cura Michele Riccobono e, alle 16:00, la presentazione della rivista GEN ZED di Federico Graziani (evento gratuito). Chiusura affidata a Giada Capriotti con la masterclass “Unconventional: vini siciliani tra custodia e ribellione”.   Cantine presenti: Val di Noto: Cantine Marilina, Feudo Maccari, Baroni di Pianogrillo, Angelo Di Grazia, Fausta Mansio, Barone Sergio, Rio Favara, Zisola, Losi Vigne Migranti, Rudinì, Cantine Pupillo, Salvatore Marino, Gurrieri, Feudi del Pisciotto, Casa Grazia e Palmeri.
Val di Mazara: Intorcia, Marco De Bartoli, Cristo di Campobello, Alessandro di Camporeale, Dei Principi di Spadafora, Martinico & Figli, Mandrarossa, Feudo Montoni, Pellegrino, Giuseppe Cipolla, Alessandro Viola, Agricola Fiore, Gaudioso, Bonsignore e Tenute Botticella. Val Dèmone: Caravaglio, Le Casematte, Principi di Mola, Tenuta Enza la Fauci e Vigneti Verzera. Etna: Tenute Nicosia, Tenute Palmento San Basilio, Serafica Terra di Olio e Vino, Cantine Russo, I Custodi delle Vigne dell’Etna, Federico Graziani, Palmento Costanzo, Pietradolce, Cottanera, Masseria Setteporte, SRC, Stanza Terrena, Azienda Agricola Frank Cornelissen, Cantine di Nessuno, Tenute di Fessina, Azienda di Rachele, Zumbo, Al-Cantàra, Le Due Tenute, Giò Emmanuele Etna Wines, Azienda Agricola Raciti, Tornatore  e Vitanova   Le aziende dell’olio: Viveretna, Tondo, Sciabacco e Di Mino. Le aziende partner: Volcano Gin, Distilleria Giovi e Ardeaseal.   Informazioni Pratiche Date: 14-16 dicembre 2024 Location: Antico Mercato di Ortigia Orari: Sabato 14 dicembre: dalle 16:00 alle 20:30 Domenica 15 dicembre: dalle 12:00 alle 20:30 Lunedì 16 dicembre: dalle 10:00 alle 18:00 I biglietti per le degustazioni e l’accesso all’Antico Mercato di Ortigia sono disponibili sul sito dell’evento https://vinacriawinefest.it/ Per accredito giornalisti, press@vinacriawinefest.it; Per accredito operatori Ho.Re.Ca , operatori@vinacriawinefest.it   La Redazione
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11 Dicembre, 2024

I vini di Pertinace incontrano l’arte di Pau

Udito, tatto, vista, olfatto, gusto. I nostri cinque sensi.  L’arte, in ogni sua espressione, cerca di arrivare ai sensi delle persone affinché il loro cervello possa essere stimolato per creare emozioni. Tipicamente attraverso neurotrasmettitori: dopamina (emozioni positive e di piacere), serotonina (benessere), noradrenalina (eccitazione). Senza dimenticare l’acetilcolina responsabile della memoria e dell’apprendimento. Altrimenti l’arte sarebbe puro edonismo. Le esperienze multisensoriali servono a fornire stimolazione di tutti i nostri recettori. Ricordate quando siamo passati dall’ascoltare la musica in modalità “mono” a quella “stereo”? Non ce ne capacitavamo e oggi non riusciamo più a farne a meno. Lo scorso 27 novembre, presso la Galleria d’arte Spazio Cima di Roma, abbiamo provato a creare una esperienza multisensoriale abbinando non solo il vino a delle opere pittoriche ma anche alla musica. Occasione è stato il vernissage di Paolo (Pau) Bruni, voce e fondatore dei Negrita al quale abbiamo affiancato i vini della Cantina Pertinace di Tresio (Asti). Un connubio perfetto tra una meravigliosa voce ed una serie di vini quali: Alta Langa DOCG Metodo Classico (70% Chardonnay, 30% Pinot Nero) con 60 mesi di affinamento
Dolcetto d’Alba DOC, 6 mesi in acciaio
Barbaresco DOCG, 18 mesi in botti di rovere di Slavonia
Barbaresco DOCG MGA Marcarini, 18 mesi in botti di rovere di Slavonia
Moscato d’Asti DOCG 
Grappa di Barbaresco Arte e vino. Vino e arte. I quadri di Pau come nutrimento agli occhi. La sua grande simpatia per il nutrimento dell’anima.  Chiacchierare con lui creava connessioni uditive. Come se sentirlo parlare creasse un click nella mente ricordando parole di canzoni. Che rumore fa la felicità
Mentre i sogni si dissolvono
e gli inverni si accavallano
quanti spilli sulla pelle
dentro il petto sulle spalle,
ma amo il sole dei tuoi occhi neri
più del nero opaco dei miei pensieri
e vivo fino a sentir male
con la gola secca sotto il sole.
Corri amore, corri amore.
Che rumore fa la felicità I vini di Pertinace fornivano gioia all’olfatto ed al gusto per via di sentori e gusti vivi, intensi, avvolgenti. Veri e determinati. Tipici del territorio ma internazionali. Vini che si muovono pacatamente in uno spazio visivo, olfattivo e gustativo entrando nell’animo piano piano, senza fretta, senza quasi voler disturbare. L’Alta Langa dimostra come il Piemonte non sia solo Nebbiolo. Perlage finissimo e tanta fragranza di pane che si trasforma in burrosa squisitezza di crema al limone. Io non so fare a meno di te
All’improvviso
(Niente è per caso) Il Dolcetto. Che gli vuoi dire al Dolcetto? La tradizione piemontese. Quella vera delle gentili asprezze sabaude che non delude mai anzi, eccelle. Leggerezza e spensieratezza che meriterebbe un più ampio palcoscenico. Tu che brilli e il mondo non lo vede
dimmi dai leggera come neve
anima lieve
(Anima lieve) Barbaresco DOCG. Un complesso e aggraziato bouquet di sentori che anela solo di essere respirato. Un gusto che dimostra come un Nebbolo possa essere immediato nella raffinatezza. Con la consapevolezza di non lasciarsi mai guardare dall’alto in basso. L’uomo sogna di volare…
Guardare dall’alto,
planare sul mare
(L’uomo sogna di volare). Barbaresco MGA Marcarini. Finezza, meravigliosa finezza. Raffinatezza, meravigliosa raffinatezza. Eleganza, meravigliosa eleganza. Complessità, meravigliosa complessità. Insomma un vino intrigante e complesso ma che mantiene la grande bevibilità. E sarà come avere una marcia in piùProprio come avere una marcia in piùSpingersi in un salto verso il bluPer precipitare e poi tornare su, più su
(A un passo dalle nuvole) Moscato. Uno di quei vini per i quali dici “no io il dolce no” e ti ritrovi a finire la bottiglia perché diventa droga pura. Voluttuosa e soave fragranza di un vino che scrocchia in bocca come un acino di uva esplodendo in un turbine di meraviglia. La gioia. Gioia infinita Dal coma proverò a riemergereDalle nebbie mie lisergicheOh madonna che ora era?Era oggi o ieri sera?
(Gioia infinita) Grappa di Barbaresco con passaggio in barrique. Quando si dice di come il Nebbiolo sia indomabile, beh anche così mostra la sua impronta. Oltre il muro oltre il confine
oltre il mondo oltre la fine
(Oltre il confine) A chi pensa che in questo turbinio di sensi manchi il tatto, dico “no, proprio no”. Stare insieme con tante interessantissime e competenti persone (sia di arte che di vino) ha visto molte mani stringersi, molti abbracci avvolgersi, molti sguardi intrecciarsi, corpi sfiorarsi. Questo è lo stare insieme. Soffermarsi davanti alle opere di Pau, delle quali sono rimasto sinceramente colpito per la loro dissacrante e colorata espressiva concretezza, con un calice di vino in mano, mi ha donato sensazioni di maggiore appagamento. Come se lo stimolare più sensi contemporaneamente possa aver incrementato ogni stimolo celebrale. Poter conversare di quel quadro con altre persone, sorridendo e sorseggiando una bollicina piuttosto che un rosso, è stato semplicemente appagante. Mi porto a casa da questa fantastica serata che Pau, oltre ad essere insieme a tutti i Negrita, un grande cantante, è uno di quegli artisti che va tenuto d’occhio. Perché i suoi quadri pop sono non sono belli ma hanno in se significati intimi e profondi. Tirarli fuori, non solo con le canzoni, non è semplice, ma se si riesce a mettere su una tela dei sogni, allora si è imparato a sognare.  Ho imparato a sognare
Quando inizi a scoprire
Che ogni sogno
Ti porta più in là
Cavalcando aquiloni
Oltre muri e confini
Ho imparato a sognare da là
Quando tutte le scuse
Per giocare son buone
Quando tutta la vita
È una bella canzone
C’era chi era incapace a sognare
E chi sognava già Mi porto a casa l’aver meglio conosciuto Cesare Barbero della Cantina Pertinace. L’avevo incontrato per scrivere l’articolo “Pertinace. Al buon senso degno di lode” ma, stargli vicino per una serata (era anche con suo figlio Mario che gli somiglia molto) mi ha fatto capire ancor di più di come non sia vero che i piemontesi siano poi così seri. Cesare è una persona vera ed intensa come veri ed intensi sono i suoi vini. Rappresentare una cooperativa di venti soci nel modo con il quale lui lo fa, da onore a lui, al territorio, ai soci stessi e soprattutto alla rettitudine dell’imperatore Publio Elvio Pertinace che proprio a Treiso ebbe i suoi natali.  Mi porto a casa l’aver diviso la serata con un amico, Marco Sargentini, che sa muoversi nel meraviglioso mondo dell’arte come nessun altro. Mi porto a casa tante facce sorridenti, tanti commenti scambiati sui vini, tanti selfie con Pau, tanti bicchieri versati, tante bottiglie stappate.  Mi porto a casa la convinzione che esperienze sensoriali come questa, arricchiscono l’animo in una maniera che poi, non ne riesci più a fare a meno. Brindo a voi e a questa vitaPace amore e gioia infinita     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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10 Dicembre, 2024

WineHo e Mangiabottoni: Innovazione e Inclusione nell’Enoturismo Italiano

  Verona apre la strada a un nuovo modello di accoglienza Un aperitivo speciale presso l’Osteria Mangiabottoni ha segnato l’inizio di una collaborazione rivoluzionaria tra WineHo®, realtà di riferimento nel settore dell’enoturismo di lusso e il Mangiabottoni, progetto di ristorazione inclusiva gestito dalla cooperativa sociale L’Officina dell’Aias nelle persone di Emanuele Germinasi e Mattia Padovani, direttore del Mangiabottoni. Questa partnership ambiziosa punta a creare un nuovo modello di Wine Hospitality Inclusiva, che unisce eccellenza, sostenibilità e inclusione sociale, in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030. L’evento si è avvalso altresì della collaborazione di Monica Rossini per la comunicazione. Inclusione e Alta Cucina: la formula vincente Il progetto si distingue per la capacità di coniugare il meglio della gastronomia con l’inserimento lavorativo di persone appartenenti a categorie vulnerabili, come disabili, ex detenuti e donne vittime di violenza. Il Mangiabottoni, già attivo dal 2019, impiega oggi 34 giovani con disabilità in diverse attività di ristorazione. Tra le loro fila, spiccano cuochi con esperienze presso Alain Ducasse in Francia e Giancarlo Perbellini in Italia. Grazie a questa partnership, il catering per le esperienze enoturistiche in cantina sarà curato dal Mangiabottoni, creando un’esperienza su misura per i visitatori. Le cantine potranno richiedere un servizio completo “on demand”, che includa sia la somministrazione di cibo sia l’intero concept dell’accoglienza. Cristina Mascanzoni Kaiser, titolare di WineHo e goodwill ambassador del Mangiabottoni, Questo progetto nasce per dare risalto a una dimensione umana spesso trascurata. L’inclusione non deve essere solo un valore dichiarato, ma una pratica concreta che arricchisce l’esperienza turistica. Vogliamo portare questo modello in tutta Italia, con l’appoggio delle istituzioni. Un’opportunità per il Veneto e l’Italia L’obiettivo non si limita al territorio veronese, questa iniziativa può diventare un format replicabile in tutta la Regione Veneto e successivamente a livello nazionale. Il coinvolgimento attivo delle cantine e delle strutture ricettive potrebbe generare un impatto sociale significativo, offrendo nuove opportunità a persone in condizioni di svantaggio, facenti parte della cosiddetta zona grigia. Emanuele Germiniasi, Direttore della cooperativa L’Officina dell’Aias, La nostra missione è offrire percorsi di vita e autonomia, con un modello imprenditoriale che garantisca sostenibilità e qualità. Il Mangiabottoni non è solo un ristorante, ma un progetto di vita per chi vi lavora. Turismo ed Inclusione L’inclusione visibile e il turismo responsabile sono temi sempre più centrali nel dibattito internazionale. Questo progetto rappresenta un’opportunità concreta per il Veneto di posizionarsi come avanguardia in questo ambito.       Cristina Mascanzoni Kaiser Titolare di WineHO ® www.wineho.it Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing” Mi trovi su Instagram
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