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18 Marzo, 2026
Le Manzane lancia tre nuovi vini: un ritorno alle proprie radici in chiave green.
La cantina trevigiana debutta al prossimo Vinitaly con delle etichette che valorizzano la Bianchetta, uva autoctona del territorio, e il Merlot, vitigno simbolo della storia familiare
Tre nuovi vini e un’unica visione: raccontare il territorio con passione, coerenza e autenticità senza dimenticare le proprie origini. La cantina Le Manzane presenterà ufficialmente al prossimo Vinitaly (Verona, 12-15 aprile, Hall 5, Stand F5) la Bianchetta in purezza e il Merlot declinato in due versioni diverse, entrambe capaci di emozionare.
Le bollicine restano il cuore pulsante dell’azienda trevigiana, una delle più dinamiche e interessanti nel panorama enologico del Conegliano Valdobbiadene, ma il lavoro della famiglia Balbinot, proprietaria della tenuta, non si è mai fermato a un’unica interpretazione del territorio.
Ernesto Balbinot, titolare della cantina Le Manzane
Crediamo fortemente nei vitigni che lo rappresentano davvero, in tutte le sue espressioni. La scelta di vinificare la Bianchetta, vitigno storico delle nostre colline, nasce proprio da qui: dal desiderio di far rivivere un’uva autoctona, spesso silenziosa, ma capace di raccontare finezza, freschezza e autenticità. Accanto a questo, c’è la nostra tradizione con il Merlot, un vitigno che fa parte della storia agricola della nostra famiglia. I due Merlot, nati da parcelle, annate e scelte di cantina differenti, esprimono, invece, due anime dello stesso vitigno: una più immediata, giocata sulla freschezza del frutto, sull’equilibrio e sulla bevibilità, l’altra, nasce da una selezione più accurata delle uve e da un affinamento più lungo, che gli conferisce maggiore struttura, profondità e capacità di evoluzione nel tempo.
Anna Balbinot, responsabile comunicazione e marketing Le Manzane
La Bianchetta, inoltre rientra in un progetto dedicato alla sostenibilità del packaging. Abbiamo, infatti, scelto di utilizzare bottiglie più leggere, realizzate con il 77% di vetro riciclato, così da ridurre il peso del materiale e, di conseguenza, l’impatto ambientale legato sia alla produzione sia al trasporto. Il prossimo Vinitaly sarà anche l’occasione per presentare il Fuscato in versione vegan. In realtà la nostra filosofia produttiva è già da tempo orientata verso pratiche che rispettano questo approccio. Con questo vino abbiamo semplicemente deciso di valorizzare e rendere esplicito un percorso che stiamo portando avanti in cantina.
Informazioni: LE MANZANE – SAN PIETRO DI FELETTO (TV) +39 0438 486606 – info@lemanzane.it – www.lemanzane.com
CARATTERISTICHE ORGANOLETTICHE
Al palato la Bianchetta si presenta morbida, fresca e minerale, con sentori di frutta a polpa bianca in cui spicca un elegante richiamo di pera che accompagna un finale armonico e persistente. Il Merlot, immediato e diretto, si svela al naso con intense note di ciliegia e amarena, arricchite da sfumature di violetta e un leggero accenno speziato. Il Fuscato, ottenuto sempre da uve Merlot, rivela già dal nome la sua maggiore complessità. Al naso esprime profumi ricchi e avvolgenti di frutta rossa matura, dove spiccano amarena, marasca e confettura di frutti rossi, accompagnati da note di cacao, leggere tostature e uno sfondo speziato elegante, con un accenno leggermente infavato.
La Redazione
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18 Marzo, 2026
Artico. Un viaggio tra sensi, storie e condivisione
Mentre il tramonto romano si adagia lentamente sui tetti e sui sanpietrini, le luci calde dell’enoteca disegnano riflessi dorati sul legno del grande tavolo, attorno al quale passeremo le prossime ore.
I partecipanti cominciano ad arrivare, intravedo i primi volti: alcuni curiosi, altri timidi, quasi impauriti nel varcare quella soglia, alcuni già incontrati in precedenti appuntamenti, altri alla loro prima esperienza, attratti semplicemente dal fascino del vino e dalla promessa di una serata fuori dagli schemi.
L’intimità dello spazio, il silenzio denso di attesa e la disposizione raccolta dei posti creano subito una sensazione di familiarità.
In questo scenario sta per prendere vita un nuovo appuntamento con l’ABC della Degustazione, il format che ho ideato per trasformare il vino in qualcosa di più di una semplice degustazione: non è una lezione, né una presentazione tecnica, ma un’esperienza in cui ogni partecipante diventa protagonista di una storia che si scrive attorno al calice, parte attiva di un racconto che si costruisce in tempo reale, intrecciando impressioni, ricordi e sensazioni.
Con ABC della Degustazione il vino diventa ponte tra storie, memoria ed emozioni, dove ogni calice è un invito a fermarsi, a percepire, a sentire.
Do il benvenuto ai partecipanti raccontando brevemente chi sono e come è nato l’ABC della Degustazione, poi presento l’ospite della serata.
Federico Artico, titolare dell’Azienda Agricola Artico (Aprilia – LT), arrivato con le sue etichette e la naturalezza di chi sa raccontare il vino come si racconta un viaggio agli amici.
Federico ci parla subito della sua azienda: di come ogni vite venga curata a mano, di come il sole e il mare della costa laziale influenzino i vigneti, e di come ogni sua bottiglia nasca dall’incontro tra tecnica, passione e un pizzico di intuizione. Ci parla della sua terra ricca di minerali, delle vigne più antiche e di quelle più giovani, e della cura con cui segue ogni fase, dalla potatura alla vendemmia. Racconta di come a volte le annate siano sfidanti, e di come proprio quelle difficoltà possano regalare vini straordinari, ricchi di personalità.
La degustazione inizia con il Sauvignon, luminoso e aromatico. Io e Federico versiamo il vino nei calici e invitiamo i partecipanti a percepirne i profumi senza pensare a termini tecnici, lasciando che emerga spontanea la prima immagine, il ricordo, la sensazione più immediata.
Il silenzio delicato che avvolge il tavolo è rotto da un sorriso accompagnato da un timido mormorio:
Mi ricorda l’odore dell’erba bagnata dalla pioggia
dice una ragazza.
Subito dopo un altro aggiunge: C’è un profumo di fiori appena colti, come se nel calice fosse racchiuso un giardino. Io sorrido, perché questi commenti mi dicono che i ragazzi hanno già capito il senso dell’ABC della Degustazione: dare voce alle sensazioni e condividere cosa provano guardando, annusando e bevendo il vino, senza vergogna né paura di essere corretti o giudicati. Le note agrumate e floreali del Sauvignon si intrecciano con le impressioni dei presenti e la conversazione prende forma tra curiosità, stupore e sorrisi. Federico ci racconta di quanto il Sauvignon richieda delicatezza in vigna e di come, in alcune annate, basti un piccolo vento o un acquazzone a cambiare completamente il risultato finale. Io mi diverto a raccontare il primo sorso di questo Sauvignon: ero su un terrazzo del centro storico, il tramonto tingeva i tetti di rosa, e il vino unito alla meraviglia dei monumenti di Roma fece sospendere il tempo. Ogni nota agrumata apriva in me una finestra di ricordi e suggestioni, confermandomi che degustare è esperienza sensoriale ed emotiva insieme. Con il secondo vino, Amaltea (Trebbiano – Ugni Blanc 100%), la conversazione rallenta, respirando con più attenzione, assumendo toni contemplativi. Il nome stesso apre una finestra su un racconto antico: nella mitologia greca, Amaltea è la nutrice del piccolo Zeus, colei che lo protegge e lo nutre quando è fragile e nascosto al mondo. Alcune versioni parlano di una ninfa, altre di una capra, il cui latte donava al giovane Zeus la forza per crescere. Federico ci spiega che il nome simboleggia nutrimento e protezione, valori che rispecchiano la generosità del Trebbiano, un’uva che per secoli ha sostenuto generazioni di contadini nel centro Italia, portando sostanza e continuità alla vita rurale. Ci racconta anche di come abbia sperimentato passaggi in legno su alcune annate, cercando di valorizzare l’eleganza naturale del Trebbiano. Ho avuto il piacere di assaggiare una di queste dico ai ragazzi la 2019: il legno ha conferito al vino un’armonia sorprendente che ha reso ogni sorso una piccola rivelazione. Mentre parlo noto che alcuni dei partecipanti sono presi ad analizzare il colore di Amaltea, altri lo assaggiano con calma, lasciando che il vino si apra lentamente nel calice. Qualcuno osserva ad alta voce come la sua armonia emerga passo dopo passo, mentre un altro commenta che il vino sembra trovare equilibrio senza fretta, quasi con naturalezza.
In quel momento, tra mito e realtà, l’ABC della degustazione aveva fatto breccia nel cuore dei presenti. Quando arriva Nox (Merlot 50% – Montepulciano 50%), la serata prende una tonalità più intensa. Il nome, in latino, significa “notte”, e non è stato scelto per caso. La prima annata, quella del 2016, fu complessa e sfidante: un’annata in cui il caldo improvviso e le piogge tardive misero a dura prova le vigne. Ma proprio in quella difficoltà, spiega Federico, nacque un vino di straordinaria profondità, elegante e intenso, incarnando perfettamente la citazione che ne ispirò il nome: “Più buia la notte, più luminose le stelle.” Il colore rosso rubino nel calice mostra subito una profondità meditativa. Il primo sorso porta con sé qualche secondo di silenzio, uno di quei silenzi che non nascono dall’incertezza ma dall’attenzione. Qualcuno parla di frutta matura, qualcun altro di spezie appena accennate. Altri restano ancora qualche istante in ascolto, perché hanno capito che alcuni vini hanno bisogno di tempo per rivelarsi completamente. Colgo l’occasione per raccontare la mia prima volta con Nox in compagnia di un semplice filetto di manzo: ricordo che la sua struttura elegante e la profondità dei profumi trasformarono un pasto semplice in un’esperienza memorabile, perché il vino diventa ricordo e sensazione quando incontra la compagnia, il momento o l’abbinamento giusto. Quando sento qualcuno dire che aspetta l’occasione giusta per aprire un determinato vino lo rimprovero, perché in realtà è il gesto stesso di stappare una bottiglia a creare l’occasione, trasformando un momento qualunque in un momento speciale. Per chiudere in bellezza arriva Ossidiana (Merlot 100%), il capitolo finale del percorso. Federico ci spiega che il nome richiama la pietra vulcanica nera e lucida, nata dal raffreddamento della lava, custode della memoria del fuoco della terra. Nei vigneti da cui nasce, dopo la pioggia, il terreno lascia affiorare una polvere scura e brillante: minuscoli frammenti minerali che raccontano l’origine profonda dei suoli. È da quella presenza silenziosa che il vino trae parte della sua identità: una freschezza viva, una tensione minerale che attraversa il sorso e lo rende vibrante. Qualcuno sorride e osserva che i vini più autentici non sono quelli che vogliono piacere a tutti, ma quelli che riescono a imprimersi nella memoria. Un pensiero che raccoglie immediato consenso attorno al tavolo, ma che soprattutto risuona in me, perché è uno dei principi fondamentali dell’ABC della Degustazione. Stiamo per concludere la serata quando una ragazza, con un sorriso curioso, mi interrompe: Ma non ci hai raccontato del tuo primo assaggio di Ossidiana. Io e Federico ci scambiamo uno sguardo divertito, quasi complice. In effetti Ossidiana è stato il primo vino che ho assaggiato tra le sue etichette, e forse proprio per questo è diventato il mio preferito. Mi riporta all’inizio di una bella amicizia fondata sulla stima reciproca e una grande passione in comune, e mi conferma quanto il vino non sia mai soltanto ciò che c’è nel calice. Tra gli ultimi sorsi e commenti, la serata volge al termine con quella sensazione che accompagna sempre gli incontri riusciti: il tempo è passato senza fretta, i calici si sono svuotati lentamente e il tavolo si è riempito di storie. Nell’aria rimane la consapevolezza che il vino, quando viene vissuto così, torna a essere ciò che è sempre stato: un gesto antico che unisce le persone. È questo il cuore dell’ABC della Degustazione: un’esperienza completa, a metà strada tra rito conviviale, gioco sensoriale e momento di scoperta, dove partecipare è naturale, ma condividere diventa inevitabile. Ed è proprio da qui che ripartirà il prossimo appuntamento, con nuovi produttori, nuovi vini e nuove storie da raccontare. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare.
E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
Mi trovi su Instagram come Alessandra.Massimi
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Subito dopo un altro aggiunge: C’è un profumo di fiori appena colti, come se nel calice fosse racchiuso un giardino. Io sorrido, perché questi commenti mi dicono che i ragazzi hanno già capito il senso dell’ABC della Degustazione: dare voce alle sensazioni e condividere cosa provano guardando, annusando e bevendo il vino, senza vergogna né paura di essere corretti o giudicati. Le note agrumate e floreali del Sauvignon si intrecciano con le impressioni dei presenti e la conversazione prende forma tra curiosità, stupore e sorrisi. Federico ci racconta di quanto il Sauvignon richieda delicatezza in vigna e di come, in alcune annate, basti un piccolo vento o un acquazzone a cambiare completamente il risultato finale. Io mi diverto a raccontare il primo sorso di questo Sauvignon: ero su un terrazzo del centro storico, il tramonto tingeva i tetti di rosa, e il vino unito alla meraviglia dei monumenti di Roma fece sospendere il tempo. Ogni nota agrumata apriva in me una finestra di ricordi e suggestioni, confermandomi che degustare è esperienza sensoriale ed emotiva insieme. Con il secondo vino, Amaltea (Trebbiano – Ugni Blanc 100%), la conversazione rallenta, respirando con più attenzione, assumendo toni contemplativi. Il nome stesso apre una finestra su un racconto antico: nella mitologia greca, Amaltea è la nutrice del piccolo Zeus, colei che lo protegge e lo nutre quando è fragile e nascosto al mondo. Alcune versioni parlano di una ninfa, altre di una capra, il cui latte donava al giovane Zeus la forza per crescere. Federico ci spiega che il nome simboleggia nutrimento e protezione, valori che rispecchiano la generosità del Trebbiano, un’uva che per secoli ha sostenuto generazioni di contadini nel centro Italia, portando sostanza e continuità alla vita rurale. Ci racconta anche di come abbia sperimentato passaggi in legno su alcune annate, cercando di valorizzare l’eleganza naturale del Trebbiano. Ho avuto il piacere di assaggiare una di queste dico ai ragazzi la 2019: il legno ha conferito al vino un’armonia sorprendente che ha reso ogni sorso una piccola rivelazione. Mentre parlo noto che alcuni dei partecipanti sono presi ad analizzare il colore di Amaltea, altri lo assaggiano con calma, lasciando che il vino si apra lentamente nel calice. Qualcuno osserva ad alta voce come la sua armonia emerga passo dopo passo, mentre un altro commenta che il vino sembra trovare equilibrio senza fretta, quasi con naturalezza.
In quel momento, tra mito e realtà, l’ABC della degustazione aveva fatto breccia nel cuore dei presenti. Quando arriva Nox (Merlot 50% – Montepulciano 50%), la serata prende una tonalità più intensa. Il nome, in latino, significa “notte”, e non è stato scelto per caso. La prima annata, quella del 2016, fu complessa e sfidante: un’annata in cui il caldo improvviso e le piogge tardive misero a dura prova le vigne. Ma proprio in quella difficoltà, spiega Federico, nacque un vino di straordinaria profondità, elegante e intenso, incarnando perfettamente la citazione che ne ispirò il nome: “Più buia la notte, più luminose le stelle.” Il colore rosso rubino nel calice mostra subito una profondità meditativa. Il primo sorso porta con sé qualche secondo di silenzio, uno di quei silenzi che non nascono dall’incertezza ma dall’attenzione. Qualcuno parla di frutta matura, qualcun altro di spezie appena accennate. Altri restano ancora qualche istante in ascolto, perché hanno capito che alcuni vini hanno bisogno di tempo per rivelarsi completamente. Colgo l’occasione per raccontare la mia prima volta con Nox in compagnia di un semplice filetto di manzo: ricordo che la sua struttura elegante e la profondità dei profumi trasformarono un pasto semplice in un’esperienza memorabile, perché il vino diventa ricordo e sensazione quando incontra la compagnia, il momento o l’abbinamento giusto. Quando sento qualcuno dire che aspetta l’occasione giusta per aprire un determinato vino lo rimprovero, perché in realtà è il gesto stesso di stappare una bottiglia a creare l’occasione, trasformando un momento qualunque in un momento speciale. Per chiudere in bellezza arriva Ossidiana (Merlot 100%), il capitolo finale del percorso. Federico ci spiega che il nome richiama la pietra vulcanica nera e lucida, nata dal raffreddamento della lava, custode della memoria del fuoco della terra. Nei vigneti da cui nasce, dopo la pioggia, il terreno lascia affiorare una polvere scura e brillante: minuscoli frammenti minerali che raccontano l’origine profonda dei suoli. È da quella presenza silenziosa che il vino trae parte della sua identità: una freschezza viva, una tensione minerale che attraversa il sorso e lo rende vibrante. Qualcuno sorride e osserva che i vini più autentici non sono quelli che vogliono piacere a tutti, ma quelli che riescono a imprimersi nella memoria. Un pensiero che raccoglie immediato consenso attorno al tavolo, ma che soprattutto risuona in me, perché è uno dei principi fondamentali dell’ABC della Degustazione. Stiamo per concludere la serata quando una ragazza, con un sorriso curioso, mi interrompe: Ma non ci hai raccontato del tuo primo assaggio di Ossidiana. Io e Federico ci scambiamo uno sguardo divertito, quasi complice. In effetti Ossidiana è stato il primo vino che ho assaggiato tra le sue etichette, e forse proprio per questo è diventato il mio preferito. Mi riporta all’inizio di una bella amicizia fondata sulla stima reciproca e una grande passione in comune, e mi conferma quanto il vino non sia mai soltanto ciò che c’è nel calice. Tra gli ultimi sorsi e commenti, la serata volge al termine con quella sensazione che accompagna sempre gli incontri riusciti: il tempo è passato senza fretta, i calici si sono svuotati lentamente e il tavolo si è riempito di storie. Nell’aria rimane la consapevolezza che il vino, quando viene vissuto così, torna a essere ciò che è sempre stato: un gesto antico che unisce le persone. È questo il cuore dell’ABC della Degustazione: un’esperienza completa, a metà strada tra rito conviviale, gioco sensoriale e momento di scoperta, dove partecipare è naturale, ma condividere diventa inevitabile. Ed è proprio da qui che ripartirà il prossimo appuntamento, con nuovi produttori, nuovi vini e nuove storie da raccontare. ABC della Degustazione
Non limitarti a bere. Impara a degustare.
E ricordati sempre: nessuna bella storia è mai iniziata con “stavano bevendo acqua”. Alessandra Massimi – ABC della Degustazione
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17 Marzo, 2026
Cocchi rende omaggio a uno dei cocktail simbolo del celebre american bar del Savoy Hotel di Londra con il Cocchi Savoy Hanky Panky
Il World Hanky Panky Day sarà festeggiato per la prima volta il prossimo 25 marzo
Cocchi, produttore astigiano di Vermouth di Torino e vini aromatizzati, annuncia una nuova collaborazione con il team dell’American Bar del The Savoy Hotel di Londra per rendere omaggio a uno dei cocktail simbolo del celebre locale londinese: l’Hanky Panky.
Creato nei primi anni del Novecento da Ada “Coley” Coleman, prima donna a ricoprire il ruolo di head bartender all’American Bar, in onore dell’attore Charles Hawtrey, l’Hanky Panky rappresenta ancora oggi un’icona dell’arte della miscelazione del Savoy ed è riconosciuto a livello internazionale come un pilastro della mixology classica.
Per la prima volta, il cocktail sarà celebrato a livello globale con il World Hanky Panky Day, in programma il 25 marzo 2026.
Il Cocchi x Savoy Hanky Panky è realizzato con Cocchi Vermouth di Torino, Cocchi Dopo Teatro, Cocchi Barolo Chinato, Cygnet 22 Gin e Fernet-Branca. La ricetta è stata creata dal precedente bar team dell’American Bar ed è oggi proposta sotto la guida dell’Head of Bars del Savoy, Markus Basset. Il cocktail viene pre-batchato e servito ghiacciato al tavolo in una bottiglia personalizzata e incisa, realizzata da Cocchi e ispirata al motivo distintivo dell’American Bar.
Il team ha scelto di valorizzare tre diverse espressioni Cocchi per costruire un profilo aromatico stratificato ed equilibrato: il Vermouth Amaro Dopo Teatro, che dona struttura e note di amarena e cioccolato fondente; lo Storico Vermouth di Torino, che apporta armonia con sentori di arancia candita e spezie esotiche; il Barolo Chinato, che conferisce profondità, eleganti nuance boisée e un delicato accenno affumicato.
Il Cocchi x Savoy Hanky Panky è disponibile in esclusiva al The Savoy Hotel ed è attualmente presente nella nuova cocktail list dell’American Bar.
Roberto Bava, proprietario e managing director di Cocchi
È per noi un privilegio collaborare con il team del Savoy in vista del nostro 135° anniversario. Essere presenti con i nostri vermouth in un cocktail che occupa un posto così rilevante nella cultura del bere miscelato e nella storia del locale è motivo di grande orgoglio. Continuiamo con convinzione una partnership storica e ci uniamo alle celebrazioni brindando all’eredità di Ada Coleman.
La collaborazione si inserisce in un percorso storico e consolidato tra Cocchi e il Savoy, che ha portato anche alla creazione del Cocchi Savoy Dry Vermouth di Torino, giunto alla terza edizione nel 2025 e disponibile nei bar dell’hotel.
In occasione del 135° anniversario e del lancio del cocktail dedicato, Cocchi inviterà i propri partner internazionali a scoprire e degustare l’Hanky Panky a Londra.
www.cocchi.com | Social: @cocchi1891 #cocchi1891
DAL 1891 A OGGI: I 135 ANNI DI COCCHI
Aperitivi a base di vino e bollicine cento per cento piemontesi: Cocchi produce vermouth e spumanti tradizionali dell’Astigiano. Nata ad Asti nel 1891 grazie al genio creativo e visionario di Giulio Cocchi, giovanissimo pasticcere di origini toscane, oggi il nome di Cocchi è celebre in tutto il mondo grazie alla produzione di metodo classico Alta Langa DOCG e vini aromatizzati – in particolare diversi tipi di Vermouth, il Barolo Chinato, l’Americano. Dal fondatore Giulio Cocchi la casa vinicola ha ereditato un’inesauribile vivacità e una ricerca qualitativa che la porta a essere conosciuta e apprezzata in cinque continenti. A definire lo stile Cocchi sono quindi eleganza e autenticità: la qualità del vino, la maestria e l’esperienza tecnica più che centenaria e una passione e una creatività mai venute meno negli anni. Insieme alle cuvée di Alta Langa, Cocchi è altrettanto noto per i suoi Vermouth e aromatizzati, tra i quali lo Storico Vermouth di Torino, che 15 anni fa innescò la riscoperta della categoria, il DopoTeatro, Vermouth Amaro da sera, l’Aperitivo Americano, che nelle due versioni Bianco e Rosa è il classico aperitivo della città di Asti, aromatizzato con genziana, China e arancio amaro, e il Barolo Chinato, del quale Cocchi è icona dalla fine dell’Ottocento.
www.cocchi.com | Social: @cocchi1891 #cocchi1891
La Redazione
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17 Marzo, 2026
La Doccia di Vinci. Il coraggio di restare
Come due fratelli hanno trasformato l’eredità di un lungimirante contadino toscano in un progetto vitivinicolo autentico, tra le colline che videro nascere Leonardo da Vinci
Dalla vendita di sfuso agli imbottigliatori industriali fino alle prime bottiglie nel 2013: la storia di Sara e Marco Viviani — che si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi, come il loro nonno Cesare — è quella di un ritorno alla terra trasformato in un progetto qualitativo di rara coerenza, capace di esprimere attraverso nove etichette l’anima di un terroir troppo spesso trascurato dalla critica enologica.
Un territorio, una scelta
Esistono luoghi che sembrano nati per fare il vino, dove la combinazione di suolo, esposizione e clima produce risultati che nessuna tecnica di cantina potrebbe replicare altrove. Le colline che circondano Vinci, piccolo borgo medievale in provincia di Firenze famoso per aver dato i natali a Leonardo, appartengono a quella categoria silenziosa di terroir che la grande critica internazionale ha in larga parte ignorato, forse perché troppo decentrati rispetto ai grandi circuiti del Chianti Classico o della Vernaccia di San Gimignano.
Eppure qui, a pochi chilometri dal castello che sovrasta il paese, su una collina chiamata Montrilli, il Sangiovese dà risultati di sorprendente carattere: frutto maturo ma non stanco, acidità vivida, un profilo aromatico terragno e diretto che tradisce la personalità di chi lo ha allevato.
La zona di Vinci sta però attraversando un momento di profonda crisi. Sono rimasti in pochi a darsi da fare e a continuare a proporre sul mercato prodotti di qualità: molti produttori conferiscono tuttora la totalità della produzione ai grossisti, senza investire nella valorizzazione del territorio. Un paradosso evidente lo racconta Marco: qualche anno fa era impossibile trovare una vigna in affitto in zona, una risorsa ambita e contesa. Oggi le trovi quante ne vuoi, ma purtroppo nessuno le vuole.
Sara e Marco, in controtendenza, hanno scelto di conferire ai grossisti soltanto il 60% della produzione, trattenendo il resto per gestirlo direttamente — lavorando meno quantità, ma con attenzione assoluta alla qualità finale. Una parte del prodotto viene anche commercializzata in Bag in Box, formula che consente di monetizzare tempestivamente preservando la freschezza del vino.
La memoria come punto di partenza
Nonno Cesare aveva costruito la sua vita attorno alla terra. Quasi trent’ettari tra vigneti e oliveti, un lavoro incessante che lo aveva accompagnato per decenni fino a quando l’età aveva cominciato a pretendere rispetto.
La figlia Paola aveva sempre affiancato il padre nei campi, ma la prospettiva di gestire da sola un’azienda di quelle dimensioni era fuori discussione. I nipoti, Sara e Marco, erano avviati verso percorsi professionali distanti dall’agricoltura: lei nella ragioneria, lui all’università.
Il momento della decisione arrivò senza drammi particolari, ma con tutta la gravità delle scelte irreversibili. Vendere? Affittare? Cedere a qualche cooperativa o a uno dei grandi imbottigliatori che rastrellano uve sfuse in tutta la provincia? Ognuna di queste opzioni avrebbe significato la stessa cosa: recidere un legame che non era solo economico, ma identitario.
Chiudere con la terra sarebbe stato come perdere una parte della nostra identità. Non era solo un’azienda. La sentivamo una cosa di casa, parte della famiglia
Sara e Marco scelsero di restare. Una decisione presa con la consapevolezza di avere molto da imparare, di dover rimettere in discussione quasi tutto ciò che il nonno aveva costruito — non per mancanza di rispetto, ma per portarlo avanti in una direzione nuova.
Vale la pena ricordare che dove oggi sorge l’azienda agricola, in passato si trovava un frantoio elettrico — ai tempi considerato modernissimo — che serviva tutta la zona lavorando ininterrottamente da novembre a marzo. Con gli anni arrivò la concorrenza, gli impianti invecchiarono e l’intero complesso fu dismesso, cedendo il passo all’attività vitivinicola che oggi conosciamo.
Costruire un’identità: dal 2010 alle prime bottiglie
Il 2010 rappresenta l’anno zero de La Doccia di Vinci come progetto autonomo. Ma prima ancora dell’uscita pubblica, c’è stato un periodo di studio e di assestamento che Marco e Sara descrivono come fondamentale: comprendere i propri vigneti, capire come rispondevano alle diverse tecniche di gestione, individuare le parcelle con più potenziale.
L’approccio agronomico adottato è quello dell’agricoltura integrata: pratiche tradizionali supportate dal metodo scientifico, intervento solo quando necessario e nella misura strettamente indispensabile. In cantina, la filosofia è altrettanto rigorosa: non si acquistano uve né vino da terzi. Ogni etichetta è il frutto esclusivo delle proprie vigne, ogni annata porta con sé la firma indelebile del proprio andamento climatico.
Nel 2013 escono le prime tre etichette: il Montrilli, il Chianti e il Caesar. Lotti piccoli, quasi simbolici, ma che segnano il passaggio definitivo da azienda agricola generica a progetto enologico con un’identità precisa. L’ingresso nella FIVI (Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti) ha poi sancito l’appartenenza a quella galassia di piccoli produttori che in Italia rappresentano il presidio più autentico della biodiversità vitivinicola.
Un omaggio a Leonardo: il progetto grafico delle etichette
C’è un dettaglio che sfugge a chi non conosce la storia de La Doccia di Vinci, ma che racconta forse meglio di qualsiasi altro la profondità del legame di questa cantina con il proprio territorio. Tutte le etichette dei loro vini fanno parte di un disegno preciso: messe insieme, riproducono la tavola 765r (foglio 765 recto) del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci, databile intorno al 1504. Il disegno raffigura il “Molino della Doccia di Vinci”, il mulino idraulico situato nei pressi della casa natale dell’artista, e include gli appunti di Leonardo per macinare i colori ad acqua. Un omaggio silenzioso e colto al genio che ha dato il nome a questo borgo — e a questa cantina.
La cantina e il banco assaggi
Entrando nella cantina de La Doccia di Vinci, uno degli elementi che colpisce immediatamente è il banco assaggi: un pezzo costruito con il legno delle vecchie botti del tris nonno, il nonno di nonno Cesare. Non è solo un arredo funzionale, è un manifesto. La visione d’insieme trasmette la cura dei dettagli e il valore che Sara e Marco sentono di avere ogni giorno davanti agli occhi — la continuità con chi li ha preceduti, trasformata in oggetto quotidiano.
I VINI
Il portfolio de La Doccia di Vinci racconta il territorio con coerenza e curiosità sperimentale. Il cuore è il Sangiovese declinato in tre versioni diverse, ma accanto ai rossi toscani convivono vitigni alloctoni testati con spirito scientifico, un bianco vinificato in arancio e un passito prodotto secondo regole antiche. Quello che accomuna la gamma — tranne alcune chicche di punta — è una filosofia di fondo: vini da abbinare ai cibi di tutti i giorni, capaci di esprimere semplicità di beva senza cercare l’opulenza. Un’impresa difficile che qui riescono nell’intento in modo eccelso.
Montrilli — Il vino identitario
Il Montrilli è il vino che più di ogni altro definisce La Doccia di Vinci. Sangiovese in purezza, prende il nome dalla collina omonima a pochi chilometri dal castello di Vinci, a sud del borgo, dove si trovano la maggior parte dei vigneti aziendali. Il terreno, prevalentemente argilloso con componenti sabbiose, conferisce al Sangiovese un profilo fruttato diretto, una buona struttura tannica e un’acidità vivace che garantisce longevità. Nel calice: rosso rubino brillante, note di ciliegia matura e viola, spezie leggere, finale sapido e persistente.
Caesar — L’omaggio al fondatore
Dedicato a nonno Cesare, il vino da cui tutto è partito, è la versione più ambiziosa del Sangiovese aziendale. Non esce ogni anno: viene prodotto solo nelle annate in cui le uve raggiungono un livello di maturità e complessità sufficienti a giustificarne l’affinamento in legno. La tecnica prevede il riposo in barrique di secondo o terzo passaggio per un periodo variabile dai 9 ai 24 mesi a seconda del millesimo. Tannini maturi, note terziarie di tabacco e spezie dolci, buona capacità evolutiva in bottiglia.
Chianti DOCG — La tradizione reinterpretata
La denominazione storicamente più famosa della Toscana, affrontata con rispetto ma senza riverenza. La base è il Sangiovese, presente in modo pressoché esclusivo, ma l’azienda si riserva la libertà di piccole contaminazioni varietali — Merlot in alcuni anni, perfino Trebbiano in altri — sempre in funzione dell’annata e del gusto personale dei produttori. Tra i vini più strutturati e importanti della gamma.
Non usiamo il Trebbiano per la bottiglia del Chianti.
Usiamo il Merlot, non sempre nella stessa percentuale, circa 5-10% al massimo.
Abbiamo fatto un esperimento con il Syrah e in effetti non è escluso che si possa fare in futuro. Ci piace sperimentare.
Syrah — La scommessa vinta
Syrah in purezza, figlio di una piccola e giovane vigna a Montrilli. La collina si è dimostrata un terroir sorprendentemente vocato anche per questo vitigno di origine francese: frutto scuro, pepe nero, macchia mediterranea, struttura tannica elegante. Una scommessa che il territorio ha vinto.
Merlot — La curiosità scientifica
Merlot in purezza: l’obiettivo era testare se la vivacità che i terreni vinciani trasmettono al Sangiovese fosse ripetibile anche su altri vitigni. Risposta affermativa: profilo morbido e rotondo, frutti rossi maturi, tannicità vellutata, freschezza sorprendente.
Esiste inoltre una versione superiore, il Merlot “Elite”, che rappresenta un’altra piccola gemma del portfolio. Nasce soltanto nelle annate favorevoli e solo quando le condizioni di cantina e di invecchiamento in barrique di rovere possono garantire un risultato di eccellenza. Una versione che porta il Merlot vinciano su un piano di complessità e struttura comparabile ai grandi rossi toscani da invecchiamento.
Albagia — L’Orange Wine vinciano
Il nome viene dal dialetto locale: “albagia” si dice di chi si lancia in un’impresa ambiziosa con la certezza di farcela. La materia prima è il Trebbiano Toscano della Vigna dei Pozzi, impianto del 1988, che produce uve straordinariamente sapide e strutturate.
La genesi di questo vino ha anche una radice tecnica curiosa e rivelatrice: La Doccia di Vinci non dispone di una moderna pressa a membrana. La necessità, come dicevano i nonni, aguzza l’ingegno. Le uve, uscite dalla diraspatrice e separate dai raspi, vengono avviate direttamente al tino per la fermentazione. Le bucce, ancora molto bagnate di mosto, vengono immediatamente separate dal liquido libero: si formano così due tini distinti. Nel primo fermenterebbe il mosto pulito, che darà origine al vino bianco Gora. Nel secondo, le bucce ricchissime di liquido macerano a lungo, rilasciando tannini, polifenoli e colore per dar vita all’Albagia. Una soluzione nata da un limite strutturale che si è rivelata una scelta identitaria.
Il risultato nel calice: toni ambrati, note di frutta secca, miele d’acacia, spezie orientali e una sapidità minerale persistente. Un vino che richiede un palato curioso e non prevenuto.
Gora — Il bianco della memoria
Trebbiano in purezza nella sua versione più tradizionale e diretta. Il nome omaggia il bacino artificiale costruito dai Masetti alla fine dell’Ottocento alle spalle della cantina, che alimentava le macine del mulino locale. Marco e Sara sognano di trasformarla in un anfiteatro all’aperto per concerti estivi — naturalmente accompagnati dal loro Trebbiano fresco.
Gazzara — Il rosato dell’imprevedibilità
Rosato IGT Toscana che non nasce mai due volte nello stesso modo. L’uva cambia — Sangiovese o Merlot — e cambia la tecnica: salasso o vendemmia precoce, a seconda dell’andamento climatico stagionale. Un vino che si lascia determinare dal millesimo più di qualsiasi altro in cantina. Prende il nome da un piccolo podere nella parte bassa della collina di Montrilli.
Vinsanto — Il tempo in bottiglia
Prodotto in purezza da Trebbiano, affinato in caratelli per un minimo di sette anni. Ambrato, complesso, con note di fico secco, nocciola tostata, scorza d’arancia candita, caramello e una dolcezza mai stucchevole.
La storia della nascita del loro Vinsanto è una di quelle che si ascoltano con il fiato sospeso. Tutto è iniziato per caso, racconta Marco: dopo la scomparsa di nonno Cesare, lui e Sara entrarono nella rimessa dove il nonno teneva il trattore e gli attrezzi. Trovarono dei caratelli sigillati, neri come la pece e coperti di polvere. Insieme al loro enologo li aprirono, scoprendo all’interno il Vinsanto segreto del nonno. E come se non bastasse, sul fondo dei caratelli si era perfettamente conservata la “Mamma” — così la chiamano in Toscana — ovvero la madre acetica che permette di ripartire da una base preziosa di microorganismi selezionati. Da quella scoperta fortuita, e da quella Mamma intatta, Sara e Marco hanno ricostruito il loro Vinsanto: un prodotto di pura eccellenza che stupisce per freschezza, per la moltitudine di sentori al naso e in bocca, e per la capacità di conquistare l’assaggio sorso dopo sorso.
Una coccola, una carezza. Un vino che parla di altri tempi, che non si apre tutti i giorni. Ogni bottiglia è un flashback, un’introspezione.
Bustecchio — Il Metodo Classico della sperimentazione
Tra le novità più interessanti emerse dalla visita in cantina c’è uno spumante Metodo Classico che porta un nome inconsueto: Bustecchio. Il soprannome appartiene a Daniele Saccoccio, l’enologo che collabora con La Doccia di Vinci — un omone grande e robusto come un armadio, buono e simpatico, diventato amico di famiglia nel tempo. È uno di quelli che fa ancora il vino alla vecchia maniera, che si prende a cuore le persone e il prodotto, trasformando ogni sfida in un’occasione per dare di più.
Come il Caesar e il Vinsanto, anche il Bustecchio non esce ogni anno: viene prodotto soltanto nelle annate in cui il vino base possiede le caratteristiche giuste per reggere la rifermentazione in bottiglia e il lungo affinamento sui lieviti.
Il millesimo assaggiato in cantina è un 2019, Pas Dosé, a base Trebbiano, con cinque anni sui lieviti. Nel calice si presenta con un bel colore giallo paglierino, una bollicina fine ed educata, un’acidità ben bilanciata e un sentore di ossidazione controllata e piacevole — quella complessità ossidativa che nei grandi Champagne si chiama rancio. Un sorso tira l’altro, e la magia si apre pienamente al naso e in bocca dopo qualche minuto di sosta nel bicchiere.
Avete mai provato solo a pensare di mettere del Vin Santo nel Metodo Classico come liqueur de expédition? …No? Male, avete fatto male… Stay tuned!
Un prodotto nato da un’intuizione giusta che sta appena iniziando la sua ascesa nel mondo delle bollicine artigianali. L’evoluzione futura, con il Vinsanto come liqueur de expédition, promette di essere una delle sorprese più originali del panorama spumantistico toscano.
Marco e Sara oggi: un progetto in divenire
Sono passati più di dieci anni da quando Sara e Marco posarono le forbici della loro vita precedente e le imbracciarono letteralmente in vigna. Nel frattempo, molto è cambiato: nonna Dina e nonno Cesare non ci sono più, Paola si è ritirata dall’attività quotidiana, Marco è diventato padre di Eva e di Anna.
L’azienda oggi si regge essenzialmente su due persone: Marco e Sara. A loro si affianca Gabriele, compagno di Sara, nei momenti in cui il lavoro lo richiede, e la sempre presente Paola Brogi — formalmente in pensione, ma disposta a dare una mano ai ragazzi, soprattutto sul piano morale. Un nucleo piccolo, compatto, che lavora in piena sinergia.
Un dettaglio che Marco e Sara tengono a precisare, e che dice molto di loro: si sentono, e sono, Sara e Marco Brogi. Come il loro grande nonno Cesare. Il cognome Viviani è quello anagrafico, ma l’identità più vera è quella legata alla terra e a chi gliene ha trasmesso il rispetto.
Restano invariati i tratti fondamentali che distinguono questa azienda: la scelta di non acquistare uve esterne, il rispetto per l’annata come narratore principale, la gestione agronomica attenta e non invasiva, la cantina come luogo di ascolto piuttosto che di correzione.
La natura non può essere comandata, ma può essere ascoltata. Farlo bene richiede etica, riflessione, coraggio e molta voglia di lavorare. E un po’ di fortuna.
Uno degli obiettivi più curati è il punto vendita aziendale e l’accoglienza per visite e degustazioni in cantina, per consentire a chi vuole conoscere La Doccia di Vinci di farlo direttamente sul luogo in cui tutto accade, tra le vigne che salgono verso Montrilli e la cantina che odora di legno, di mosto e di anni ben spesi.
Vale infine la pena menzionare un’altra dimensione dell’azienda spesso trascurata: oltre alle vigne, La Doccia di Vinci gestisce circa 1000 ulivi di varie cultivar che producono un olio extravergine di qualità, venduto direttamente a turisti e clienti affezionati. La produzione non è mai sufficiente a soddisfare la domanda, come raccontano Sara e Marco con quella soddisfazione mista a rimpianto che solo chi lavora la terra conosce bene.
SCHEDA AZIENDALE
DENOMINAZIONE
Società Agricola La Doccia di Vinci di Sara Viviani, Marco Viviani, Paola Brogi SS
SEDE
Via Cino da Pistoia, 8 — 50059 Vinci (FI)
SUPERFICIE
Parte dei circa 30 ettari totali aziendali, con circa 1000 ulivi
FILOSOFIA PRODUTTIVA
Agricoltura integrata. Nessun acquisto di uve o vino da terzi. Ogni bottiglia è produzione esclusiva aziendale.
DISTRIBUZIONE
60% conferito ai grossisti; 40% gestito direttamente (bottiglia e Bag in Box)
CERTIFICAZIONI
Membro FIVI — Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti
ETICHETTE
Montrilli, Caesar, Chianti DOCG, Syrah, Merlot, Merlot Elite*, Albagia (orange wine), Gora, Gazzara (rosato), Vinsanto, Bustecchio Metodo Classico* (*produzioni selettive)
CURIOSITA’
Le etichette, messe insieme, riproducono la tavola 765r del Codice Atlantico di Leonardo da Vinci — il disegno del “Molino della Doccia di Vinci” del 1504
CONTATTI
ladocciadivinci@gmail.com — www.ladocciadivinci.it
Lino Vellucci – Le Bischerate di un Sommelier
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16 Marzo, 2026
Salone del Vino Torino 2026. Un segnale
Il Salone del Vino Torino chiude la sua quarta edizione con numeri che fotografano un momento preciso della cultura del vino italiana.
Dal 28 febbraio al 2 marzo, le OGR Torino si sono trasformate in un hub di storie, territori e visioni contemporanee, registrando oltre 19.000 presenze, più di 500 cantine, 2.000 partecipanti alle masterclass e migliaia di persone coinvolte negli eventi diffusi in città. Non solo un evento.
È stato un segnale. Tanti segnali. Già dal sabato pomeriggio, appena aperti i cancelli, si percepiva un’energia diversa.
E soprattutto una presenza netta, evidente, quasi dominante: fascia 25-45. Wine lovers. Persone che il vino lo vogliono capire, scegliere, raccontare. Un pubblico che non cerca l’etichetta da esibire, ma un’esperienza da ricordare. Il Salone non è stato solo banco d’assaggio, ma una vera piattaforma di contenuti.
Il programma di masterclass, talk e momenti di confronto diretto con i produttori si è rivelato particolarmente ricco e strutturato, offrendo ai visitatori occasioni concrete di approfondimento. Oltre 50 masterclass hanno scandito le giornate con degustazioni guidate, focus su territori, vitigni autoctoni e interpretazioni contemporanee del vino italiano.
Spazi di dialogo reale, dove il racconto si è affiancato all’esperienza diretta nel calice. A questo si sono aggiunte aree tematiche dedicate alle nuove generazioni del vino, incontri con produttori emergenti e momenti di confronto pensati per avvicinare linguaggi, visioni e mercati diversi. Un’impostazione che ha reso il Salone un luogo di partecipazione attiva, non una semplice esposizione. Ed è in questo contesto concreto e dinamico che il talk Il Lato Giovane del Vino ha trovato la sua collocazione naturale. Il Lato Giovane del Vino In questo clima si è inserito il talk & degustazione “Il Lato Giovane del Vino”, un format che evita la retorica generazionale e va dritto al punto: il vino non ha età anagrafiche, ha linguaggi. Non ho parlato dei giovani, ma con giovani professionisti che oggi prendono decisioni vere dentro le loro aziende. Produzione, visione, mercato, posizionamento. Nessuna promessa futuristica: presente puro. Tre cantine. Sei vini. Tre storie imprenditoriali che dimostrano una cosa semplice:
il vino sta smettendo di essere spiegato per iniziare a essere desiderato. Poderi Moretti, Tenuta Roletto, Scarzella e la “sfumatura” finale, Z-Rossa. Accoglienza più informale.
Meno distanza tra produttore e consumatore.
Comunicazione diretta.
I social usati come strumento, non come vetrina patinata. Un dialogo da entrambi i lati del tavolo: chi produce e chi sceglie.
Calice alla mano. Senza filtri. I protagonisti nel calice Poderi Moretti (https://www.morettivini.it/)
Alessandra Moretti non parla di futuro. Lo pratica.
Formazione enologica ad Alba, studi in marketing, oggi gira il mondo portando la sua cantina oltre i confini geografici e mentali.
Accoglie gli ospiti come si accolgono gli amici di famiglia e racconta il Roero con un equilibrio raro tra precisione tecnica e calore umano. Tenuta Roletto (https://tenutaroletto.it/)
Enrico Luculano rappresenta quella generazione che non vuole modernizzare a tutti i costi, ma tradurre la tradizione in un linguaggio attuale.
Il suo racconto dell’Erbaluce non è nostalgia, ma consapevolezza territoriale.
Sa che innovare non significa rompere, ma comprendere profondamente ciò che si ha tra le mani. Scarzella (https://www.scarzella.it/)
Alessandro Scarzella ha lo sguardo di chi ha visto il mondo e ha scelto di tornare a casa.
Esperienze internazionali, studi solidi, poi la decisione di lavorare la propria terra insieme ai fratelli.
Sette etichette, ognuna figlia di un terreno diverso. Vitigni autoctoni, agricoltura sostenibile, produzioni limitate.
Non inseguono il mercato. Costruiscono identità. Z-Rossa (https://www.zrossa.it/)
Gianluca Tedeschi è designer nell’anima. E si vede.
Il suo liquore nasce dal vino biologico ma cresce dentro una storia familiare, con la pazienza di nonno Vincenzo.
Z-Rossa non è solo un prodotto: è un ponte tra artigianalità e visione estetica. Una conduzione che guarda avanti: Simona Smeriglio Accanto a me, nella conduzione del talk, Simona Smeriglio.
23 anni. Sommelier AIS. Ma soprattutto una mente curiosa, rapida, affamata di storie vere. Non ama stare in superficie. Scava. Ascolta. Collega. Ha idee chiare su dove stia andando il vino e una sensibilità rara nel leggerne i cambiamenti. Conosce il territorio piemontese come chi lo vive davvero, non come chi lo studia sui manuali. Ne riconosce sfumature, differenze, tensioni evolutive e riesce a raccontarle con un linguaggio contemporaneo, accessibile, mai didascalico. Una presenza giovane, sì. Ma con lo sguardo di chi ha già capito che il vino non è materia da spiegare: è relazione da costruire. Il ritorno alle radici: la nuova generazione in vigna Un’altra attenzione emersa durante il Salone riguarda un fenomeno che attraversa molte regioni italiane e che in Piemonte sta trovando terreno fertile: la nuova generazione è tornata in vigna. Non per replicare modelli passati. Ma per riscoprire vitigni autoctoni abbandonati, reimpiantarli, ridare voce a profumi dimenticati e sapori che rischiavano di restare solo nei ricordi. In un’epoca che ha celebrato forse troppo a lungo sempre gli stessi nomi e vitigni, questi giovani produttori stanno riportando biodiversità, identità e coraggio sulle tavole. Un lavoro silenzioso. Ma decisivo. Ed è anche grazie a loro se oggi certi calici tornano a raccontare storie autentiche. Il vino al centro del progetto Il vino non deve essere trattato come oggetto da vendere. Deve tornare al centro del progetto. E attorno a lui il vero protagonista è il cliente finale: chi sceglie, chi acquista, chi consuma, chi racconta. A lui va dedicata attenzione vera: nella qualità, nel dialogo, nel linguaggio, nell’esperienza, nella comunicazione. Perché il vino del futuro non sarà quello più spiegato. Sarà quello capace di creare relazioni. E Torino, per tre giorni, è stata una conferma chiara di questa direzione. Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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Dal 28 febbraio al 2 marzo, le OGR Torino si sono trasformate in un hub di storie, territori e visioni contemporanee, registrando oltre 19.000 presenze, più di 500 cantine, 2.000 partecipanti alle masterclass e migliaia di persone coinvolte negli eventi diffusi in città. Non solo un evento.
È stato un segnale. Tanti segnali. Già dal sabato pomeriggio, appena aperti i cancelli, si percepiva un’energia diversa.
E soprattutto una presenza netta, evidente, quasi dominante: fascia 25-45. Wine lovers. Persone che il vino lo vogliono capire, scegliere, raccontare. Un pubblico che non cerca l’etichetta da esibire, ma un’esperienza da ricordare. Il Salone non è stato solo banco d’assaggio, ma una vera piattaforma di contenuti.
Il programma di masterclass, talk e momenti di confronto diretto con i produttori si è rivelato particolarmente ricco e strutturato, offrendo ai visitatori occasioni concrete di approfondimento. Oltre 50 masterclass hanno scandito le giornate con degustazioni guidate, focus su territori, vitigni autoctoni e interpretazioni contemporanee del vino italiano.
Spazi di dialogo reale, dove il racconto si è affiancato all’esperienza diretta nel calice. A questo si sono aggiunte aree tematiche dedicate alle nuove generazioni del vino, incontri con produttori emergenti e momenti di confronto pensati per avvicinare linguaggi, visioni e mercati diversi. Un’impostazione che ha reso il Salone un luogo di partecipazione attiva, non una semplice esposizione. Ed è in questo contesto concreto e dinamico che il talk Il Lato Giovane del Vino ha trovato la sua collocazione naturale. Il Lato Giovane del Vino In questo clima si è inserito il talk & degustazione “Il Lato Giovane del Vino”, un format che evita la retorica generazionale e va dritto al punto: il vino non ha età anagrafiche, ha linguaggi. Non ho parlato dei giovani, ma con giovani professionisti che oggi prendono decisioni vere dentro le loro aziende. Produzione, visione, mercato, posizionamento. Nessuna promessa futuristica: presente puro. Tre cantine. Sei vini. Tre storie imprenditoriali che dimostrano una cosa semplice:
il vino sta smettendo di essere spiegato per iniziare a essere desiderato. Poderi Moretti, Tenuta Roletto, Scarzella e la “sfumatura” finale, Z-Rossa. Accoglienza più informale.
Meno distanza tra produttore e consumatore.
Comunicazione diretta.
I social usati come strumento, non come vetrina patinata. Un dialogo da entrambi i lati del tavolo: chi produce e chi sceglie.
Calice alla mano. Senza filtri. I protagonisti nel calice Poderi Moretti (https://www.morettivini.it/)
Alessandra Moretti non parla di futuro. Lo pratica.
Formazione enologica ad Alba, studi in marketing, oggi gira il mondo portando la sua cantina oltre i confini geografici e mentali.
Accoglie gli ospiti come si accolgono gli amici di famiglia e racconta il Roero con un equilibrio raro tra precisione tecnica e calore umano. Tenuta Roletto (https://tenutaroletto.it/)
Enrico Luculano rappresenta quella generazione che non vuole modernizzare a tutti i costi, ma tradurre la tradizione in un linguaggio attuale.
Il suo racconto dell’Erbaluce non è nostalgia, ma consapevolezza territoriale.
Sa che innovare non significa rompere, ma comprendere profondamente ciò che si ha tra le mani. Scarzella (https://www.scarzella.it/)
Alessandro Scarzella ha lo sguardo di chi ha visto il mondo e ha scelto di tornare a casa.
Esperienze internazionali, studi solidi, poi la decisione di lavorare la propria terra insieme ai fratelli.
Sette etichette, ognuna figlia di un terreno diverso. Vitigni autoctoni, agricoltura sostenibile, produzioni limitate.
Non inseguono il mercato. Costruiscono identità. Z-Rossa (https://www.zrossa.it/)
Gianluca Tedeschi è designer nell’anima. E si vede.
Il suo liquore nasce dal vino biologico ma cresce dentro una storia familiare, con la pazienza di nonno Vincenzo.
Z-Rossa non è solo un prodotto: è un ponte tra artigianalità e visione estetica. Una conduzione che guarda avanti: Simona Smeriglio Accanto a me, nella conduzione del talk, Simona Smeriglio.
23 anni. Sommelier AIS. Ma soprattutto una mente curiosa, rapida, affamata di storie vere. Non ama stare in superficie. Scava. Ascolta. Collega. Ha idee chiare su dove stia andando il vino e una sensibilità rara nel leggerne i cambiamenti. Conosce il territorio piemontese come chi lo vive davvero, non come chi lo studia sui manuali. Ne riconosce sfumature, differenze, tensioni evolutive e riesce a raccontarle con un linguaggio contemporaneo, accessibile, mai didascalico. Una presenza giovane, sì. Ma con lo sguardo di chi ha già capito che il vino non è materia da spiegare: è relazione da costruire. Il ritorno alle radici: la nuova generazione in vigna Un’altra attenzione emersa durante il Salone riguarda un fenomeno che attraversa molte regioni italiane e che in Piemonte sta trovando terreno fertile: la nuova generazione è tornata in vigna. Non per replicare modelli passati. Ma per riscoprire vitigni autoctoni abbandonati, reimpiantarli, ridare voce a profumi dimenticati e sapori che rischiavano di restare solo nei ricordi. In un’epoca che ha celebrato forse troppo a lungo sempre gli stessi nomi e vitigni, questi giovani produttori stanno riportando biodiversità, identità e coraggio sulle tavole. Un lavoro silenzioso. Ma decisivo. Ed è anche grazie a loro se oggi certi calici tornano a raccontare storie autentiche. Il vino al centro del progetto Il vino non deve essere trattato come oggetto da vendere. Deve tornare al centro del progetto. E attorno a lui il vero protagonista è il cliente finale: chi sceglie, chi acquista, chi consuma, chi racconta. A lui va dedicata attenzione vera: nella qualità, nel dialogo, nel linguaggio, nell’esperienza, nella comunicazione. Perché il vino del futuro non sarà quello più spiegato. Sarà quello capace di creare relazioni. E Torino, per tre giorni, è stata una conferma chiara di questa direzione. Luca della Regina. Wine Hunter Stories
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16 Marzo, 2026
A Terre di Toscana - Le vecchie annate protagoniste del lunedì
XVIII edizione Terre di Toscana 22-23 marzo 2026 a Lido di Camaiore (LU): 140 cantine, 700+ etichette, lunedì dedicato a 70+ vecchie annate dal 1982.
Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 140 cantine si incontrano a Lido di Camaiore (LU) Hotel UNA Esperienze Versilia Lido | Lido Di Camaiore (LU)
Per Terre di Toscana, giunto alla sua XVIII edizione, il lunedì si conferma la giornata dedicata anche alle vecchie annate. Accanto ai vini attualmente in commercio, molte aziende infatti metteranno a disposizione referenze in grado di raccontare maturità, profondità e longevità, offrendo un confronto diretto tra presente e passato.
Già oltre 70 le vecchie annate in degustazione (lista in continuo aggiornamento), protagoniste di un percorso che si svilupperà dalla vendemmia 1982 fino alla 2021, coprendo un arco temporale ampio e significativo che consentirà di attraversare 40 anni di storia enologica regionale, offrendo ad operatori, stampa ed appassionati l’opportunità di valutare nel calice il potenziale evolutivo e la qualità espressiva dei grandi vini toscani.
Domenica 22 e lunedì 23 marzo gli spazi dell’Hotel UNA Esperienze Versilia Lido accoglieranno 140 produttori accuratamente selezionati, tra nomi storici, cantine di riferimento e vignaioli di nicchia, restituendo una fotografia coerente ed attualizzata della Toscana del vino.
Saranno oltre 700 le etichette in degustazione, tra denominazioni storiche e realtà emergenti, in un dialogo continuo fra tradizione e contemporaneità.
L’ampia proposta si snoderà idealmente attraverso tutta la regione, dalla costa tirrenica di Bolgheri, Bibbona, Suvereto, Riparbella e Val di Cornia, alle grandi interpretazioni di Montalcino e della Val d’Orcia, fino a Montepulciano e alla sua tradizione storica. E poi ancora dal cuore del Chianti Classico al Chianti Rufina, passando per Carmignano, San Gimignano, Lucchesia, Lunigiana, Mugello, Val di Chiana, Colline Pisane e Maremma grossetana. Un mosaico di denominazioni, distretti ed espressioni stilistiche che, riunite in un unico luogo, testimonieranno circa la straordinaria varietà enologica della Toscana.
Ai banchi di assaggio saranno presenti i produttori o i loro più fidati collaboratori, grazie ai quali sarà possibile approfondire territori e annate e conoscere alcune delle realtà più significative della regione e dell’intero panorama nazionale.
Non mancherà una selezione di artigiani del gusto toscani, presenti in uno spazio dedicato per accompagnare il percorso di degustazione con proposte gastronomiche di qualità da assaporare in pieno relax.
Lista vecchie annate in degustazione lunedì 23 marzo (in progress)
ARGENTIERA – Bolgheri Superiore Argentiera 2016
ARGIANO – Brunello di Montalcino Vigna del Suolo 2018
AVIGNONESI – Desiderio 2018
BANFI – Brunello di Montalcino Riserva Poggio all’Oro 1985
BARICCI – Brunello di Montalcino 2007
BECONCINI WINES – Vignalenicchie 2006; Reciso 2004
BINDELLA – Vino Nobile di Montepulciano I Quadri 2015
BOSCARELLI – Vino Nobile di Montepulciano Riserva 2005
BRANCAIA – Ilatraia 2007
BULICHELLA – Suvereto Montecristo 2015
CACCIA AL PIANO – Bolgheri Superiore 2019
CAIAROSSA – Caiarossa 2016; Caiarossa 2005
ANTONIO CAMILLO – Procanico 2018
CAMPO ALLA SUGHERA – Bolgheri Superiore Arnione 2011
CAPANNELLE – Solare 2011
CAPARSA – Chianti Classico Riserva Doccio a Matteo 2005
CAPPELLASANTANDREA – Vernaccia di San Gimignano Rialto 2020
CASTELL’IN VILLA – Chianti Classico Riserva 2008
CASTELLO DEL TERRICCIO – Lupicaia 2011; Castello del Terriccio 2006
CASTELLO DI ALBOLA – Acciaiolo 2015
CASTELLO DI AMA – Chianti Classico Vigneto Bellavista 2006
CASTELLO DI MONSANTO – Chianti Classico Riserva Il Poggio 1982
COLLE SANTA MUSTIOLA – Poggio ai Chiari 2004
COLLEMATTONI – Brunello di Montalcino Albori 2019; Brunello di Montalcino 2010
COLOGNOLE – Quattro Chiacchiere a Oltrepoggio 1996; Chianti Rufina Riserva Riserva del Don 2006
FABRIZIO DIONISIO – Cortona Syrah Il Castagno 2020
FATTORIA AMBRA – Carmignano Riserva Elzana 2003
FATTORIA CORZANO E PATERNO – Il Corzano 2019
FATTORIA DI MAGLIANO – Maremma Toscana Rosso Poggio Bestiale 2014
FATTORIA LE PUPILLE – Morellino di Scansano Riserva Poggio Valente 2013
FATTORIA MONTELLORI – Salamartano 2007
FELSINA – Fontalloro 2011
GIANNI BRUNELLI – Brunello di Montalcino 2019
GIODO – Brunello di Montalcino 2018
GRATTAMACCO – Bolgheri Superiore Grattamacco 2017
I BALZINI – I Balzini White Label 1999
I LUOGHI – Bolgheri Sup. Podere Ritorti 2011; Bolgheri Sup. Campo al Fico 2009
ISOLE E OLENA – Cepparello 2020
ISTINE – Chianti Classico 2013
LAMOLE DI LAMOLE – Chianti Classico Vigneto di Campolungo 2013
LE CHIUSE – Brunello di Montalcino 2014
LE RAGNAIE – Brunello di Montalcino 2008
LE VIGNE DI SILVIA – Bolgheri Rosso Artemio 2021
MALGIACCA – Tingolli 2020
MASTROJANNI – Brunello di Montalcino 2016
MAZZEI – Castello di Fonterutoli Siepi 2010
MONTEMERCURIO – Vino Nobile di Montepulciano Messaggero 2012
MONTEVERRO – Monteverro 2016
PANIZZI – Vernaccia di San Gimignano Riserva 2016
PETROLO – Val d’Arno di Sopra Pietraviva Rosso Torrione 2013
PODERE IL CARNASCIALE – Il Caberlot 2010
PODERE IL CASTELLACCIO – Valente 2017
PODERE MARCAMPO – Giusto alle Balze 2016
PODERE SANT’AGNESE – L’Etrange 2015; Spirto 2003
PODERE SAPAIO – Sapaio 2016
POGGIO AL TESORO – Bolgheri Vermentino Solosole 2019
POLIZIANO – Le Stanze 2016
QUERCIABELLA – Palafreno 2006
RIECINE – Chianti Classico Riserva 2003
ROCCA DELLE MACIE – Chianti Classico Gran Sel. Sergio Zingarelli 2011
SAN GIUSTO A RENTENNANO – La Ricolma 2014
MICHELE SATTA – Giovin Re 2021
TENUTA DI MONTERUFOLI – Val di Cornia Rosso Poggio Miniera 2010
TENUTA DI TRINORO – Le Cupole 2016; Tenuta di Trinoro 2013
TENUTA DI VALGIANO – Colline Lucchesi Rosso Tenuta di Valgiano 2011
TENUTA LA MASSA – Giorgio Primo 2016
TENUTA LE POTAZZINE – Brunello di Montalcino 2017
TENUTA MONTETI – Monteti 2011
TENUTA SAN GUIDO – Bolgheri Sassicaia Sassicaia 2005
TENUTA SETTEPONTI – Crognolo 2016
TERENZUOLA – Colli di Luni Vermentino Fosso di Corsano 2017
TIEZZI – Brunello di Montalcino 2001
VALLE DEL SOLE – H’Ama 2018
Lista aziende partecipanti alla XVIII edizione di Terre di Toscana
Stefano Amerighi, Angelini Wines, Argentiera, Argiano, Avignonesi, Badia a Coltibuono, Banfi, Baricci, Beconcini Wines, Bindella-Tenuta Vallocaia, Boscarelli, Brancaia, Bulichella, Caccia al Piano, Caiarossa, Antonio Camillo, Campo alla Sughera, Capannelle, Caparsa, Cappellasantandrea, Castell’in Villa, Castello del Terriccio, Castello di Albola, Castello di Ama, Castello di Bolgheri, Castello di Monsanto, Castello di Volpaia, Castello Monterinaldi, Castello Tricerchi, Cesani, Chiappini, Col di Bacche, Colle di Bordocheo, Colle Santa Mustiola, ColleMassari, Collemattoni, Cològnole, Contucci, Cupano, Fabbrica Pienza, Fabrizio Dionisio, Fattoi, Fattoria Ambra, Fattoria Corzano e Paterno, Fattoria del Cerro-La Poderina-Tenuta di Monterufoli, Fattoria del Pino, Fattoria di Magliano, Fattoria di Ripa d’Orcia, Fattoria Le Pupille, Fattoria Montellori, Fattoria Sardi, Fattoria Selvapiana, Fattoria Varramista, Felsina, Fontodi, Gianni Brunelli-Le Chiuse di Sotto, Gianni Moscardini, Giodo, Grattamacco, I Balzini, I Luoghi, Il Colombaio di Santa Chiara, Il Marroneto, Il Palagio di Panzano, Il Palagione, Il Rio, Isole e Olena, Istine, L’Erta di Radda, La Gerla, La Tanna, Lamole di Lamole, Le Chiuse, Le Cinciole, Le Ragnaie, Le Vigne di Silvia, Malgiacca, Mastrojanni, Mazzei, Monastero dei Frati Bianchi, Montemercurio, Montepepe, Monteverro, Orma, Panizzi, Patrizia Cencioni, Petra, Petrolo, Piaggia, Pietroso, Pieve Santo Stefano, Podere Fedespina, Podere Il Carnasciale, Podere Il Castellaccio, Podere Le Ripi, Podere Marcampo, Podere San Giacomo, Podere Sant’Agnese, Podere Sapaio, Podere Terreno alla Via della Volpaia, Poggio al Lupo, Poggio al Tesoro, Poliziano, Querciabella, Ricasoli, Ridolfi, Riecine, Rocca delle Macie – Famiglia Zingarelli, Rocca di Castagnoli – Capraia, Ruffino, Salvioni – La Cerbaiola, San Giusto a Rentennano, San Polo, Sancaba, Michele Satta, Sesti, Solatione, Tenuta Col d’Orcia, Tenuta del Buonamico, Tenuta di Biserno, Tenuta di Carleone, Tenuta di Ghizzano, Tenuta di Trinoro, Tenuta di Valgiano, Tenuta La Massa, Tenuta Le Potazzine, Tenuta Lenzini, Tenuta Mariani, Tenuta Monteti, Tenuta San Giorgio, Tenuta San Guido, Tenuta Sette Ponti, Terenzuola, Terreno, Teruzzi, Tiezzi, Toscani, Tua Rita, Valle del Sole.
Gastronomie: Trattoria Peposo, Antica Norcineria Lané, Corzano e Paterno, Tomkat, Tortapistocchi®
Il costo del biglietto per ciascuna giornata, che consente l’assaggio di tutti i vini, è di 40 euro a persona (inclusi diritti di prevendita e commissioni di servizio).
Il biglietto è acquistabile solo in prevendita attraverso il sito www.terreditoscana.info.
Lo stesso dicasi per le richieste di accredito stampa e operatori del settore.
In entrambe le giornate navette gratuite faranno la spola tra la stazione ferroviaria di Viareggio e l’UNA Hotel.
I minibus, facilmente identificabili attraverso il logo della manifestazione affisso all’esterno, stazioneranno fuori dalla stazione ferroviaria e saranno disponibili, traffico permettendo, ogni 15/20 minuti.
Terre di Toscana è un evento organizzato da L’Acquabuona (www.acquabuona.it), testata giornalistica on-line che dal 1999 racconta con passione e professionalità l’enogastronomia e l’agroalimentare del nostro Bel Paese.
Terre di Toscana si avvale del patrocinio del Comune di Camaiore.
La Redazione
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16 Marzo, 2026
Slowine. Il vino veramente giusto
Eccoci, finalmente!
Dopo la ricca preview di metà ottobre 2025 a Milano con circa 400 cantine, tante novità ed anticipazioni, una delle nostre fiere preferite apre le porte ad una tre giorni di vino, cibo, masterclass, degustazioni, conferenze e tanto altro.
Slowine, giunta alla quinta edizione, organizzata da Ente Fiera Bologna con la direzione di Slow Food e sempre in costante crescendo, si presenta con un programma monster: più di 1.200 espositori, oltre 7.000 etichette in degustazione da 27 paesi, oltre il 60% delle cantine in regime biologico, biodinamico o in conversione, tutte portabandiera del Manifesto per il vino buono, pulito, giusto , quest’anno con una interazione totale anche con il padiglione di Sana Food, format sull’alimentazione sana e sostenibile, incentrato sui valori dell’etica e della salute.
Il tema di questa edizione è IL VINO GIUSTO.
Vino giusto inteso sia come prodotto finale per il pubblico ma anche come opportunità di ricchezza, di lavoro, di sviluppo per il produttore, concetto esplicitato chiaramente nel comunicato della Fiera “…mettendo al centro non solo la qualità organolettica e ambientale del vino, ma anche il suo impatto sulle persone e sulle comunità. Un vino davvero buono e pulito, secondo la visione di Slow Food, deve essere anche giusto: prodotto senza sfruttare lavoratori e territori, capace di generare valore condiviso, lavoro dignitoso, inclusione e nuove opportunità.”.
Una edizione di Slowine particolarmente ricca di eventi, su tutti la novità dell’area Banca del Vino – Annate Storiche, una serie di degustazioni, tutte ahimè stra esaurite fin da subito, di etichette rare se non introvabili provenienti dalla Banca del Vino di Pollenzo, sito patrimonio Unesco, inaugurata nel 2004 che custodisce oltre 50.000 bottiglie dal carattere unico.
Riprendendo il tema di quest’anno, Il VIno Giusto, noi andiamo a cercarlo ed a raccontarlo, e ce ne è davvero tanto….
Per esempio la famosa perfezione dei bianchi del Sud Tirolo, vini sempre straordinariamente bilanciati ed ineccepibili, trova una nuova via in un Pinot Bianco quasi…estremo di Hartmann Donà, Donà Lisl, dalla lunga elevazione in botti di legno trae degli aromi e dei sentori che si aggiungono, secondo dopo secondo, ai raffinati e sottili fiori bianchi, mela verde, pera caratteristici del vitigno.
Scopriamo la mela cotogna, con una dolcezza che sfiora il miele, c’è sicuramente la cera d’api, la chiusa è con della frutta secca e personalmente trovo anche dello zafferano e note fumè eleganti. Un Pinot Bianco del 2014! Ancora presente ed in grado di andare ancora avanti con i calendari, senza problemi, forte anche di una buona acidità e salinità che rendono il sorso bello lungo. Complesso e cremoso.
Così come ci sono piaciute le prossime due cantine, arrivano dall’entroterra della Sardegna, tra l’altro a pochi kilometri l’una dall’altra, e presentano dei bianchi e dei rossi autoctoni di forte carattere.
Entrambe raccontano storie di amicizia, Marco, Samuel e Salvatore hanno fondato le Cantine di Neoneli, mentre Francesco e Giovanni Antonio hanno creato l‘Agricola Niuge. Raccontano di sogni e di passione, di tanto lavoro e di tanto orgoglio.
Raccontano di una terra primitiva, che sa esprimere magia ed incanto senza riserve.
Melavaxia, delle Cantine di Neoneli, è il nome con cui i neonelesi hanno sempre chiamato un vitigno autoctono locale a bacca bianca, il Nuragus.
Al naso regala note di fiori di campo e macchia mediterranea, profumi di agrumi e di timo, di mela croccante e un finale vanigliato, eredità dei 10 mesi in tonneaux.
Al sorso l’agrume ed il timo sono subito evidenti, sorprende la persistenza e la morbidezza, è un vino di carattere e penso sposi benissimo degli spaghetti alla bottarga, perfetti insieme.
Il primo rosso si chiama Canales 2021, il vino tipico di Neoneli prodotto ormai da diversi secoli, raccoglie diversi vitigni autoctoni dal Canonau al Cagnulari, dal Muristellu al Monica, dal Nieddu Mannu al Pascale.
Sembra raccogliere anche la forza del sole da ogni vitigno, di grande impatto e corpo, deciso nelle speziature dolci e nella balsamicità, energico e ancora un po’ da addomesticare nel tannino, vira su delle note tenui di china e di arancia tarocco.
La sensazione in bocca è comunque di morbidezza e di gran piacevolezza, ha nel suo fratello maggiore Canales 2020, un riferimento più austero e preciso, un anno in più di vita ed anche una annata climatica differente.
Il secondo rosso delle Cantine di Neoneli è Grughes 2022, da uve Cagnulari, l’elevazione è di 18 mesi in barriques ed altri 8 di bottiglia.
Sa farsi voler bene subito! Amarena, mirtillo, mora, viola, mirto, eucalipto, tostature di caffè, cioccolato, è un vino che riconcilia, molto piacevole e morbido anche nei tannini, con un sorso lungo e avvolgente, me lo immagino con la croccantezza di un maialino arrosto tra alloro e menta.
L’Agricola Niuge ci fa assaggiare un Niuge Bianco 2025, da uve Nuragus, spicca una buona dose di mineralità granitica, di roccia bagnata, accompagnata da profumi floreali di biancospino, di ginestra, di caprifoglio, ha un’anima elegante e fine, i sentori di mela verde e pera giocano con una vivace acidità. Perfetto per piatti leggeri e verdure.
Il secondo vino è un Niuge Rosato 2025, da uve Canonau.
Di colore corallo, luminoso, aromatico con note di macchia mediterranea e ciliegia, un tono dolce anche di albicocca e litchi, ha come caratteristica una bella freschezza ed un finale appena sapido, ci starebbe un gran bene una bella seadas!
Il Niuge Rosso 2022 da uve Muristellu, o Bovale, è un rosso di carattere! Indubbiamente.
Rosso intenso quasi violaceo affina per oltre un anno in barriques e poi in bottiglia per altri mesi, è una esplosione di mirto e more, di confetture e frutta rossa, in seconda battuta esce il pepe nero ed il tabacco, accenti balsamici e minerali, quasi terrosi. Denso, strutturato e di tensione. Ci piace molto.
E’ sempre un piacere incontrare gli amici di Luretta, nel Piacentino, ed è sempre un piacere assaggiare i loro vini.
Poi…noi abbiamo un debole per la loro Malvasia Aromatica di Candia, Boccadirosa, che con l’arrivo in azienda fortemente voluto da Lucio Salamini di due protagonisti delle Langhe l’enologo Francesco Versio e l’agronomo Edmondo Bonelli, diciamo che ha tolto i jeans e le sneakers e si è vestita con un abito da sera, di seta.
Mantiene sempre l’incanto dei fiori di sambuco, dell’albicocca secca, dei fiori di acacia, dell’aromaticità del vitigno, ma rispetto alle annate precedenti l’abbiamo trovata più definita ed omogenea dall’inizio fino alla fine, con un equilibrio di insieme sicuramente più elegante. Eleganza, e gran corpo, che si riscontra anche nel primo vino storico prodotto da Luretta, Come la Pantera e i lupi nella sera.
In Veneto siamo stati dalla cantina Il Filò delle Vigne, che si trova a Baone, nel mezzo dei Colli Euganei, ad accoglierci Matteo, agronomo dell’azienda.
I terreni dei Colli Euganei sono quasi tutti di origine vulcanica, trasmettono quindi una nota di mineralità sapida ai vitigni, espressa poi nel vino.
Casa del Merlo, è un Merlot che affina in barriques di primo e secondo passaggio per circa un anno, completando l’elevazione in vasche d’acciaio per ulteriori 7/8 mesi, dopodiché riposa ancora per una decina di mesi in bottiglia.
Il risultato è un Merlot molto raffinato e di attesa, nel senso che lo si scopre sorso dopo sorso, alla vista è compatto, nonostante sia l’ultima annata già sviluppa un bouquet pieno, magari non omogeneo ma per esperienza diretta più passano gli anni e più si equilibra. Naso e bocca in piena corrispondenza tra confettura di frutta rossa, more, frutti di bosco, viola appassita, spezie dolci di cannella, di pepe, le tostature ed i terziari sanno di cioccolato e caffè, ma sono comprensibilmente sottotono rispetto ai primari.
Solo il tempo trasforma una idea in un vino finito. Giusto aspettarlo.
Il secondo vino è ancora un rosso, un Cabernet Sauvignon Riserva con una percentuale di Cabernet Franc e Carmenere, Borgo delle Casette, affinamento di circa due anni in botti grandi di quercia.
Il profumo è già avvolgente e completo, dai piccoli frutti di bosco come il ribes, mirtillo, alla prugna matura, ad un sottobosco secco, anche in questo caso le spezie sono dolci più sulla noce moscata, mentre si notano bene le tostature di liquirizia, di tabacco.
Avvolgente il profumo ed avvolgente anche l’aroma, al sorso è caldo e morbido, con tannini presenti ma non ruvidi.
Bravissimo Matteo che ci ha fatto assaggiare anche la 2020, ovviamente più equilibrata e matura, ma questi sono vini che daranno il meglio quando ci saranno le prossime Olimpiadi, e le prossime ancora, e le prossime ancora!
Chiudiamo la degustazione con un bianco che è un blend molto particolare, Calto delle Fate, blend di Chardonnay, Riesling e Tai Bianco.
Vino giallo oro con gustosi sentori di frutta tropicale come papaya, ananas, qualche nota di banana, un agrume che potrebbe essere un pompelmo rosa, una nuance di idrocarburo molto elegante, al palato si aggiungono note di frutta secca, anche in questo caso l’esperienza ci aiuta a dire che dopo qualche anno diventa cremoso e molto suadente, servito a 10/12 gradi è perfetto con formaggi o tortelli ricotta e spinaci in burro e salvia. Perfetti proprio.
Alla cantina Il Colombaio di Santa Chiara, di San Gimigniano, abbiamo assaggiato una Vernaccia sontuosa, anzi tre.
Tutte e tre le Vernaccie fanno una macerazione pellicolare ad 8/10 gradi, la prima è la Selvabianca, fermentazione in cemento e poi acciaio. Nel calice presenta un giallo paglierino luminoso e con riflessi verdolini, l’olfatto rivela fiori di campo, erba tagliata, agrumi come il lime e limone, mela croccante e pesca noce si affiancano alle erbe come il timo e la camomilla, mineralità si ma non così evidente come nelle altre versioni, mentre l’acidità c’è e rende bel verticale e vibrante il suo sorso.
La seconda Vernaccia è forse quella più riconosciuta o comunque la prima ad esserlo della cantina, L’Albereta Riserva, qui oltre al cemento si aggiunge un 70% in barrique per circa un anno, poi di nuovo in cemento per 8 mesi circa ed infine in bottiglia per altri 12 mesi.
E’ l’evoluzione della prima Vernaccia, il giallo paglierino diventa oro e le note sono di una frutta più matura, dall’albicocca al melone bianco, dal tiglio alla ginestra, l’agrume sa di cedro e c’è anche un po di ribes bianco, con dei finali balsamici di mentuccia e di mandorla, insomma è un vino con tante sfaccettature, completo, di grande morbidezza, raffinato e persistente che si presta a tanti abbinamenti, di mare e di terra. Ottimo.
Campo della Pieve è l’ultima Vernaccia assaggiata, forse è quella con più eleganza delle tre, almeno a nostro avviso, le note sono più vicine alla Selvabianca, è fresca e leggera, agile in bocca, ma poi succede che…..Giampiero, uno dei tre fratelli fondatori della cantina ci fa assaggiare la 2019, e le cose cambiano radicalmente. L’eleganza diventa sontuosità, eccola qui, gli aromi si moltiplicano ed esce un minerale suadente e raffinato di idrocarburo appena accennato, di zafferano, di sambuco e di fieno, di frutta secca e di focaia, ed è un peccato essere stati in fiera solo il lunedì, il martedì aprivano la 2015… L’occasione crea l’uomo viaggiatore! E allora si andrà in cantina…
Vuoi non fare un salto in Puglia?
Si va alla Masseria Torricella, Alberobello, che dedica attenzione agli autoctoni Verdeca, Minutolo, Primitivo con un’eccezione.
La Verdeca, con il Bombino Bianco, è l’uva a bacca bianca maggiormente diffusa in Puglia.
Gemma è la loro versione più nobile, con una fermentazione e maturazione di 12 mesi tra acciaio e barrique si affina in bottiglia per ulteriori 6 mesi.
Ne risulta una Verdeca color oro, lucente, ricco di frutta e fiori tendente al dolce, anche frutta tropicale, scorza di limone e bergamotto tra gli agrumi, sfiora le note di vaniglia e di miele.
Ha un finale abbastanza acido e una discreta sapidità in chiusura.
Il secondo bianco è Minù, da uve Minutolo, una curiosa versione macerata di questo vitigno.
Dal colore ambrato più che aranciato, l’albicocca matura, il melone, la pesca gialla, il mandarino, la salvia, l’acacia, un po di tannino, sono queste le caratteristiche che subito conquistano di questo vino, di questa versione. Piacerebbe molto assaggiare le vecchie annate per vedere dove arriva e cosa aggiunge.
Dopo due bianchi assaggiamo due rossi, un Primitivo ed un Primitivo con saldo di Cabernet Sauvignon.
U’Mest è un cannone, Primitivo che matura in legno e poi affina in bottiglia per 12 mesi, un trionfo di frutta rossa, dalle prugne sunsweet, alle more di gelso, alle amarene sottospirito, in primo piano anche il mirto ed il pepe, con i fiori di rosmarino e il cioccolato, il centrobocca nonostante la ricchezza di aromi è molto bilanciato. Vino dal gran cuore che ti scalda e ti coccola ad ogni sorso. Di una lunghezza infinita.
Così come Il Sapiente, Primitivo con saldo di Cabernet Sauvignon, stessa maturazione ed affinamento del primo, riserva meno coccole e pretende maggior attenzione, lo troviamo più elegante in bocca. Hanno caratteristiche diverse, uniche per entrambi i vini.
Rimane giusto il tempo per passare in Friuli ed assaggiare un Refosco dal Peduncolo Rosso da Sturm, in pieno Collio, vino che affina in botti di legno e poi altri mesi di bottiglia.
Ricco di colore e di tannini, strutturato e caldo, gioca con le note del chiodo di garofano e del pepe nero ed una mineralità in primo piano come la grafite, la ruggine, la frutta nera arriva in seconda battuta, mirtillo, sottobosco secco, mora e l’acidità del lampone, necessaria e che regala freschezza al palato. Un grande vitigno esaltato in questa espressione, tutta la linea di Sturm si caratterizza per una notevole pulizia ed eleganza.
Tante cantine, tanta qualità, bellissima l’idea della Banca del Vino, anche se purtroppo per noi è rimasta solo l’idea, tanti e tanti giovani produttori, la nota plus della fiera.
Slowine si conferma come un appuntamento imprescindibile ed in fortissima crescita, ed ora aspettiamo la Preview 2027!
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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15 Marzo, 2026
Portorose celebra la malvasia: oltre 60 cantine al 28° Festival della malvasia istriana
Nel primo weekend di primavera più di 160 etichette in degustazione tra Slovenia, Croazia e Italia
Il Festival della Malvasia istriana torna a Portorose con la 28ª edizione, in programma il 20 e il 21 marzo 2026 tra la cantina Vinakoper e Centro Congressi dell’Hotel Slovenija. L’appuntamento cade nel primo weekend di primavera, offrendo anche l’occasione ideale per scoprire l’Istria slovena, territorio dove il vino dialoga da secoli con il mare e con un paesaggio di colline, vigneti e uliveti. La manifestazione rappresenta uno degli appuntamenti più interessanti dedicati alla Malvasia nell’area adriatica, con oltre 60 cantine e più di 160 etichette in degustazione provenienti da Slovenia, Croazia e Italia.
Il 20 marzo: il momento di confronto tra produttori
Il festival prende avvio venerdì 20 marzo alle ore 16, quando la cantina Vinakoper ospiterà un simposio dedicato ai viticoltori, agli operatori del settore e al pubblico specializzato. L’incontro sarà dedicato alla Malvasia, al suo sviluppo e alle prospettive future del vitigno, con un confronto che toccherà anche il tema della nuova legge sul vino. Nei giorni precedenti, inoltre, il calendario del festival si arricchisce con il Malvazija Tour, una serie di serate gastronomiche organizzate in tutta la Slovenia, dedicate agli abbinamenti tra la Malvasia e la cucina del territorio.
Il 21 marzo: oltre 160 Malvasie in degustazione
Il cuore del festival sarà sabato 21 marzo, quando il Centro Congressi dell’Hotel Slovenija di Portorose ospiterà un intero pomeriggio interamente dedicato alla degustazione. Tra le 16.30 e le 20 il pubblico potrà incontrare i produttori e degustare oltre 160 etichette di Malvasia, esplorando le diverse interpretazioni di un vitigno che, pur mantenendo una forte identità varietale, cambia profondamente espressione a seconda dei territori in cui viene coltivato.
Un vitigno, molte identità
La Malvasia è uno dei vitigni più diffusi del Mediterraneo e proprio questa ampia diffusione rende particolarmente interessante il confronto tra territori diversi. Suoli, clima, esposizione e tradizioni enologiche contribuiscono infatti a modellare vini molto differenti tra loro: interpretazioni più fresche e sapide nelle zone vicine al mare, versioni più strutturate e complesse nelle aree collinari o caratterizzate da suoli calcarei. Il festival diventa così una sorta di mappa liquida di diversi terroir, dove è possibile cogliere in modo immediato le diverse anime della Malvasia.
Oltre 60 cantine da Slovenia, Croazia e Italia
La presenza dei produttori riflette questa varietà territoriale. Dall’Istria slovena partecipano 26 cantine, tra cui Santomas, Vinakoper, Korenika & Moškon, Rojac, Gordia, Montemoro e Zaro, accanto a numerose aziende agricole che rappresentano la tradizione vitivinicola della regione.
Il Carso sloveno, territorio di suoli calcarei e forti escursioni climatiche, è rappresentato da cinque produttori, tra cui Vinakras, Vina Kobal e Vina Slamič.
Anche dalla Valle del Vipacco arrivano diverse cantine, tra cui Vipava 1894, Ferjančič, Štokelj e Mihelj Wines e Vina Bric mentre dalla regione di Brda (Collio sloveno) partecipa Marinič.
Completano il panorama oltre venti cantine provenienti da Croazia e Italia, tra cui Damjanić, Degrassi, Tomaz, Veralda e Zigante Vero per l’Istria croata, insieme ai produttori italiani Lenardon, Humar Marino e Venica & Venica. Un osservatorio sul futuro della Malvasia Grazie alla presenza di produttori provenienti da territori diversi ma legati dallo stesso vitigno, il Festival della Malvasia istriana offre ogni anno una fotografia preziosa dell’evoluzione di questo vino. In un unico luogo è possibile, infatti, confrontare stili produttivi, terroir e interpretazioni enologiche, osservando come la Malvasia continui a reinventarsi tra Adriatico e Mediterraneo, mantenendo una forte identità ma rivelando ogni volta sfumature nuove. La Redazione
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Il Carso sloveno, territorio di suoli calcarei e forti escursioni climatiche, è rappresentato da cinque produttori, tra cui Vinakras, Vina Kobal e Vina Slamič.
Anche dalla Valle del Vipacco arrivano diverse cantine, tra cui Vipava 1894, Ferjančič, Štokelj e Mihelj Wines e Vina Bric mentre dalla regione di Brda (Collio sloveno) partecipa Marinič.
Completano il panorama oltre venti cantine provenienti da Croazia e Italia, tra cui Damjanić, Degrassi, Tomaz, Veralda e Zigante Vero per l’Istria croata, insieme ai produttori italiani Lenardon, Humar Marino e Venica & Venica. Un osservatorio sul futuro della Malvasia Grazie alla presenza di produttori provenienti da territori diversi ma legati dallo stesso vitigno, il Festival della Malvasia istriana offre ogni anno una fotografia preziosa dell’evoluzione di questo vino. In un unico luogo è possibile, infatti, confrontare stili produttivi, terroir e interpretazioni enologiche, osservando come la Malvasia continui a reinventarsi tra Adriatico e Mediterraneo, mantenendo una forte identità ma rivelando ogni volta sfumature nuove. La Redazione
15 Marzo, 2026
Monteci Cofanetto Appassimento per la Festa del Papà
Il cofanetto “appassimento” con Amarone e Ripasso
In occasione della Festa del Papà, Monteci propone un cofanetto esclusivo che racchiude due delle sue eccellenze enologiche: l’Amarone della Valpolicella DOCG Classico e il Valpolicella Classico Superiore Ripasso DOC.
L’Amarone della Valpolicella DOCG Classico Monteci, vino simbolo della tradizione veronese, nasce dall’antica arte dell’appassimento delle uve Corvina, Corvinone e Rondinella, trasformando il tempo in struttura e profondità . Dopo un affinamento paziente di oltre quattro anni tra barrique, tonneau e botti grandi, il vino si presenta al calice con un rosso rubino intenso, profumi avvolgenti di ciliegie, frutta rossa e spezie, e un gusto vellutato, elegante e di grande persistenza.
Il Valpolicella Classico Superiore Ripasso DOC Monteci esprime invece la tradizione reinterpretata con maestria: attraverso la rifermentazione sulle vinacce di Amarone e Recioto, sviluppa struttura, intensità e aromatica. Dopo l’affinamento in botti di rovere, si presenta al calice con un bouquet di frutta rossa, delicati sentori floreali e note speziate, pieno e armonico al palato.
Il cofanetto “Appassimento” Monteci è il regalo perfetto per la Festa del Papà, pensato per chi vuole celebrare con stile e gusto un papà speciale, unendo eleganza, raffinatezza e la passione per i grandi vini della Valpolicella.
Il cofanetto è acquistabile sul sito ufficiale di Monteci e in selezionati punti vendita:
Prezzo consigliato al pubblico (www.monteci.shop): 69,50 €
La Redazione
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