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6 Novembre, 2024

Wine Spectator annuncia i 131 produttori di "Vinitaly Operawine 2025"

  La rivista americana del settore vitivinicolo Wine Spectator ha reso pubblico la propria selezione dei 131 produttori di vino italiani per Vinitaly OperaWine 2025 (sabato 5 aprile, Gallerie Mercatali), l’evento di apertura del 57° Vinitaly (Verona, 6/9 aprile 2025). Oggi l’annuncio dei redattori senior Bruce Sanderson e Alison Napjus nel corso di wine2wine Business Forum alla presenza dei vertici di Veronafiere – Federico Bricolo, presidente, Maurizio Danese, amministratore delegato, e Adolfo Rebughini, direttore generale, – e del presidente di ITA – Italian Trade Agency, Matteo Zoppas. Come da tradizione, i 131 produttori della prossima edizione di Vinitaly OperaWine 2025, l’overture della 57^ edizione di Vinitaly (6/9 aprile 2025) sono stati annunciati questa sera nell’ambito del wine2wine Business Forum di Veronafiere e Vinitaly.  Bruce Sanderson e Alison Napjus di Wine Spectator hanno svelato la lista di Vinitaly OperaWine 2025 (in programma alla Gallerie Mercatali sabato 5 novembre) scelti dalla prestigiosa rivista americana alla presenza dei vertici di Veronafiere – Federico Bricolo, presidente; Maurizio Danese, amministratore delegato e Adolfo Rebughini, direttore generale – e del presidente di ITA – Italian Trade Agency, Matteo Zoppas. Vinitaly OperaWine – l’unico evento di degustazione che Wine Spectator organizza al di fuori dagli Stati Uniti – è un’importante collaborazione tra il magazine USA e Veronafiere, rivolto a buyer, horeca e giornalisti internazionali per mettere in risalto le cantine italiane più significative secondo la rivista americana con le loro etichette più iconiche e rappresentative sui mercati mondiali. Per l’edizione 2025 sono 131 le cantine scelte contro 130 nel 2023 e 2022 e le 186 nel 2021 per l’edizione speciale del 10° anniversario. Sono invece due le aziende che esordiranno a Operawine 2025: Borgo del Tiglio e Caprili. L’elenco completo dei produttori vinicoli italiano selezionati da Wine Spectator è disponibile in calce al comunicato e al seguente link: https://www.vinitaly.com/eventi/operawine/.     La Redazione
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6 Novembre, 2024

Ingham, il Marsala Superiore che celebra la Sicilia

La saga dei Florio, narrata da Stefania Auci nei due romanzi I leoni di Sicilia e L’inverno dei Leoni si intreccia con la storia della Sicilia di fine Ottocento. I personaggi della Saga si incrociano nelle vie di Palermo, nei palazzi del potere. Si intrecciando vite, speranze, dolori, successi, insuccessi. Si tessono trame e si creano nuovi affari. Paolo Florio prima, Ignazio poi e infine Vincenzo Florio intrecciarono rapporti con l’inglese Benjamin Ingham, un commerciante tessile che, sulla scia dei Woodhouse iniziò la produzione e il commercio del vino Marsala tanto caro agli inglesi. Vincenzo Fiorio aprì a sua volta una azienda per la produzione del Marsala. Non per contrastare Benjamin ma perché gli pareva un buon affare e un buon modo per entrare nei palazzi nobiliari. Insieme, Vincenzo e Benjamin furono anche soci nella società di navigazione con i battelli a vapore con la quale il Marsala venne trasportato in tutto il mondo. Fu Benjamin Ingham che aprì la mente al giovane Vincenzo: il futuro, le aziende, le macchine a vapore, l’impresa. Persino le donne. Forse, senza Benjamin, Vincenzo Fiorio non sarebbe diventato quel grande imprenditore che tanto ha dato alla Sicilia e al mondo. L’intraprendenza di Benjamin lo portò ad aprire il suo stabilimento di produzione del Marsala (Baglio) a pochissima distanza da quello di John Woodhouse per poi aprirne altri a a Castelvetrano, Campobello di Mazara, Balestrate e Vittoria. Il suo vino, lievemente più dolce di quello di Woodhouse, è noto col nome di «Colli»; le qualità migliori vengono chiamate «London Particular», «Inghilterra» o «Bandiera». Chiamò a se suo fratello Joshua che, grazie alla sua esperienza in Spagna introduce a Marsala il sistema delle Soleras Y Criaders. Una produzione dunque innovativa, presto seguita da tutti gli altri. Purtroppo Benjamin non ha figli e il suo patrimonio passa al nipote Joseph Whitaker, un nome importante per il Marsala siciliano. Purtroppo la Grande Guerra e il Proibizionismo americano portano alla cessione dai Whitaker al gruppo Cinzano. È il 1928.   Oggi Ingham torna a vivere grazie a Vulcanica. Stefano Saccardi, veterano nel mondo degli spirits, e Sonia Spadaro, produttrice vitivinicola etnea, ideatori della pregiata vodka siciliana insieme alla socia Serena Bonetti, nella volontà di trovare un marsala semisecco di qualità che ben si accostasse al carattere di Vulcanica, con la collaborazione di Cantine Florio, hanno deciso di creare un prodotto di eccellenza nato in vigna ma studiato appositamente per la mixology, e per rendere perfetto il loro signature cocktail Sicilian Martini fatto con Vulcanica vodka, Ingham Marsala e il cucuncio tipico Siciliano. Ma che nome dare ad un prodotto così importante se non quello di colui che ha fatto la storia del Marsala nel mondo? Così rinasce oggi Ingham Marsala Superiore. Le uve pregiate È sulla fascia costiera di Marsala, Petrosino e nell’entroterra della provincia di Trapani, che viene coltivato il Grillo per la produzione di questo Marsala Superiore. Un terreno siliceo e ricco di terre rosse, vigneti allevati tipicamente ad alberello marsalese e/o a spalliera bassa con densità di almeno 4000 ceppi per ettaro, e un clima insulare con inverni miti ed estati calde e asciutte, caratterizzate dalla presenza di venti vigorosi. Il processo di produzione Vendemmia manuale e a maturazione avanzata per permettere la concentrazione zuccherina negli acini, che durante la pressatura rilasciano nel mosto le preziose sostanze contenute nelle bucce. Fermentazione a temperatura controllata e preparazione della concia con l’aggiunta di mistella al vino ottenuto, ovvero mosto cotto e alcol di origine vinica, per permetterne la fortificazione. Al termine della fermentazione il vino è pronto per il cosiddetto “innamoramento”, ovvero all’incontro con l’alcol che influenzerà l’evoluzione organolettica. L’innamoramento segna il passaggio tra le operazioni «atte a dare Vino», marcate dalla loro stagione agronomica, a quelle «atte a dare Marsala», caratterizzate dalla somma delle stagioni che si susseguono durante l’affinamento in cantina ed è qui che avviene la nascita di una “nuova creatura”: il Marsala Ingham. La maturazione di Ingham avviene per almeno due anni in botti di rovere.   Come l’ho trovato Il colore ambra, quasi aranciato che appare nel bicchiere è brillante. Coinvolge già quando le prime gocce iniziano ad uscire dalla bottiglia la cui etichetta è un bellissimo tuffo nel passato di fine Ottocento. Quando si prova a mettere il naso nel bicchiere si viene risucchiati come se vi fosse canto di sirene: crema pasticcera, frutta secca, miele di castagno, arancia candita, fichi caramellati, noci, nocciole, bacche di ginepro. Poi ancora un infuso di fiori secchi, noce moscata, chiodi di garofano, vaniglia, pellame, coriandolo. Sono i fichi caramellati che mi rimangono fissi in mente e nelle narici e ricordano quelli di nonna che derivava dai fichi aperti e lasciati seccare al sole. Il pellame è così intenso che sembro essere in un negozio di giubbotti di pelle. Il sorso è ampio, secco e con una nota dolce molto pervasiva ancorché meravigliosa. Il cacao e la noce caramellata vengono fuori attenuati dall’agrume. Non stucchevole e con una lunga persistenza a far rimanere i chiodi di garofano e il dattero ad emergere e stanziare in attesa di un nuovo sorso. La bocca rimane ampia e goduriosa così che questo Marsala conquista, ammalia, strega portando il godimento ad un livello superiore. Gli occhi si chiudono e immagino solo il bacio della mia donna che è necessario per condividere questo stato di grazia .   Da provare il  Il Sicilian Martini Un twist del Martini cocktail, il classico per eccellenza tra i top drink più bevuti al mondo, in una versione intrigante, morbida al palato e autenticamente Siciliana. La ricetta per prepararlo: 6 cl di Vodka Vulcanica 1,5 cl di Ingham Marsala Garnish cucuncio (il cappero gigante tipico siciliano)   Vulcanica Vodka Ingham è commercializzato da Vulcanica Vodka, l’autentica Vodka siciliana artigianale, distillata dal mix di 5 tipologie differenti di grani antichi (Perciasacchi, Russello, Timilia, Maiorca, Margherito) coltivati alle pendici dell’Etna, il più grande Vulcano attivo d’Europa e Patrimonio dell’Umanità. L’unica vodka con queste caratteristiche e proprietà organolettiche già molto apprezzate in diversi Paesi del mondo, primo dei quali in USA. Vulcanica e Ingham sono distribuite, per l’Italia, da Distilleria Nardini.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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5 Novembre, 2024

wine2wine Business Forum: Mercato USA rimane priorità per le aziende italiane. E l'Africa....

Potenziamento delle proprie quote export soprattutto verso gli Stati Uniti, sostenibilità, nuovi canoni di comunicazione e costante osservazione delle nuove tendenze di consumo salvaguardando sempre identità e autenticità. Sono le parole chiave di sette market maker del settore del vino italiano intervenuti il 4 novembre a Verona nella sessione istituzionale “Quale futuro per il vino. Quale vino per il futuro” nell’ambito della prima giornata di wine2wine Business forum in corso a Veronafiere. A confrontarsi in presenza sugli scenari futuri e sulle strategie aziendali adottate per fronteggiare la complessità strutturale del mercato globale sono stati Silvia Franco, (Nino Franco, Veneto), Aldo Vajra (G.D. Vajra, Piemonte), Marina Cvetic (amministratore unico Masciarelli Tenute agricole, Abruzzo), Alberto Lusini (ceo Angelini Wines & Estates) e Adolfo Rebughini, direttore generale di Veronafiere, a cui si sono aggiunti i contributi video di Marco Caprai (Arnaldo Caprai, Umbria), Antonio Rallo (Donnafugata, Sicilia) e Elena Fucci (Elena Fucci, Basilicata). Sul fronte della geografia dell’export, le sette aziende rappresentative del prodotto tricolore di fascia premium confermano ancora il mercato Usa sul podio della loro strategia presente e futura, seguita dall’Asia oltre i confini cinesi. Mentre tra le piazze a maggior tasso di potenzialità si affaccia l’Africa. Base di partenza, le curve dei consumi del vino secondo i dati dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, che delineano una transizione sempre più orientata verso una contrazione volumica dei consumi e una contestuale maggior attenzione verso i segmenti premium dell’offerta globale e in particolare italiana. Una spesa della domanda mondiale di vino, rileva Vinitaly, che è cresciuta molto di più rispetto al trend quantitativo. Discorso a parte invece per il fenomeno spumanti, che, in particolare con la locomotiva Prosecco, ha visto lievitare di oltre il 200% anche i volumi esportati negli ultimi 13 anni. Un fenomeno, a cui sta contribuendo non poco il trend globale dell’aperitivizzazione, che ha generato un sostanziale quanto inedito equilibrio tra le tipologie tricolori destinate all’export: 5,3 milioni di ettolitri per i rossi, 5 milioni per gli spumanti e 4,5 milioni per i bianchi. Per il futuro – secondo l’Osservatorio, la sfida sarà sempre più legata all’attualizzazione delle occasioni di consumo di vino in un contesto di forte competitività, con un mondo delle bevande che si sta dimostrando più pronto ad accogliere i mutamenti di una domanda meno conservativa di un tempo. Il direttore generale di Veronafiere, Adolfo Rebughini – Abbiamo voluto dare voce alle aziende perché Vinitaly è parte integrante della promozione di questo settore fondamentale della nostra bilancia commerciale. In quest’ottica, il piano industriale “One Veronafiere” ha recepito molte indicazioni strategiche provenienti proprio dalle nostre aziende espositrici a partire dal recente esordio di Vinitaly Usa a Chicago. Con le due prossime tappe, ad Almaty in Kazakistan – new entry di quest’anno – e Vinitaly Wine Vision by Open Balcan a Belgrado – ha proseguito Rebughini – iniziamo il percorso di avvicinamento al Vinitaly 2025 che avrà delle novità anche in termini di segmentazione del prodotto. Stiamo infatti chiudendo un accordo per quanto riguarda i raw wine, quindi vini naturali, organici e biodinamici. Seguendo i dati di mercato, è confermata la mixology, una tendenza che inizia ad avere effetto sia sulle curve di consumo che di fatturato mentre stiamo facendo delle valutazioni sui dealcolati. Inoltre, il 2025 segnerà il debutto autonomo del salone dell’Olio che esordirà come Sol2Expo, dal 2 al 4 marzo. I contributi del talk sui social di Vinitaly.   La redazione
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5 Novembre, 2024

Cielo immenso

  Ci si confronta col passato nel momento in cui questo consente la comprensione dell’attualità, a discapito però dell’esperienza connessa a un vissuto che non odora di avvenimenti meritevoli di essere menzionati, bensì di quelle minuzie che fanno di ogni esistenza un racconto degno di essere ascoltato e qualcosa di realmente prezioso. Il non rivelato è l’aspetto magico dell’esperienza che trova il suo punto di forza nell’inespresso, in ciò che non ha voce e acquista significato mentre passa a maturazione attraverso i processi della coscienza analitica. È a partire dall’urgenza interiore del nostro bisogno di pensare, strettamente legata al desiderio e al sogno di una vita soddisfacente, che abbiamo la necessità di tornare a «pensare con il cuore», senza barriere, preconcetti o tabù, e senza altro dogma che la ricerca costante. Così, nel movimento ora logico ora caotico delle nostre esistenze, il ricordo diventa una guida capace di orientarci in quei momenti in cui siamo chiamati a scegliere se resistere strenuamente oppure arrenderci al flusso della vita. Cosa si prova a ricordare? – Questo è l’interrogativo al quale spesso cerco di rispondere. La domanda mi sorge ogni qualvolta un qualcosa passa sopra la mia finestra. Mi teneva sveglio la notte nella speranza che si fermasse a riposare incrociando lo sguardo col mio, spiegandomi cosa si provasse a vedere il mondo diventare sempre più piccolo, sapendo di poter andare ovunque il pensiero si potesse posare.
Forse se fossi cresciuto al cospetto del cielo. Se il mio sguardo si fosse potuto estendere oltre… Forse il significato di confine mentale non sarebbe tanto impresso nella mia anima…
Sono tante le parole il cui significato non sono mai riuscito a comprendere. I legami che non sono mai riuscito a creare, quelli che lentamente ho fatto scivolare fuori dalla mia portata…
Forse se la paura di “uscire” non mi angosciasse per la mia incapacità di andare…
Forse se non fossi nato in questo luogo…
Forse se fossi nato diverso…
Forse se incrociare il mio sguardo non significasse per gli altri spesso trovare niente… Non so quando persi la forza di guardare le nuvole, quando cominciai a maledire il cielo, ma ora, con la coltre rocciosa di case che si tingono di mille diverse tonalità di rosso, non mi pento di potermi concentrare un’ultima volta su questi meravigliosi riflessi di luce. Questo Cielo Immenso non si dimentica. Racchiude in sé l’amore di chi conosce Roma. Il suo fascino. È Il cielo di Roma: nuvole e grigiore raramente lo velano. È di un azzurro intenso, e di un rosso rubino, soprattutto a ottobre o nei mesi invernali, questo cielo romano. Paradossalmente riscalda e ravviva i colori di palazzi e strade. Della città molto amata, filmata e perennemente raccontata. Provate a guardare il cielo romano attraverso le finestre. Da qualunque punto voi lo osserverete, resterete rapiti dalla sua immensa luminosità. La sua magia, la sua atmosfera avvolge, calma, rilassa. Qualcuno più volte ha scritto Ho provato a tradirti Roma capitolina…ma non ci sono riuscito!. Anch’io sono andato, tornato, ripartito e ho detto. Devo andare via dalla mia città ma già quel mia non me l’ha permesso. Almeno mai definitivamente. Mi sarebbe piaciuto poter salutare un’ultima volta il cielo ma le ombre si allungano troppo velocemente e una brezza preannuncia l’arrivo della sera.
Mi sarebbe piaciuto salutarlo, ma forse è meglio così. Forse è meglio che non mi veda, che possa lasciarmi nell’oblio come tutti gli altri. Ti ricordi la prima volta che ci incontrammo!? Quando vedemmo quel Cielo Immenso, senza tempo, senza età. Il cielo di Roma, quel colore unico che ha accolto sotto di sé le luci e la passione della Vinoteca Tempere. Una Intuizione nata nel quartiere Prati (con altre 2 sedi a Piazza Bologna e Villa Torlonia), attorno all’idea di Filippo Pica della Tempere Casa Vitivinicola, Azienda sulle colline del Parco Nazionale del Cilento a ridosso della catena dei monti Alburni, a due passi dal confine che separa la Campania dalla Basilicata e precisamente a Vallo di Diano . Filippo, bevitore occasionale di acqua e ricercatore di tipicità enogastronomiche, come ama definirsi, nel suo locale presenta una molteplicità di prodotti, vini ricercati italiani ed esteri e prodotti tipici e tutelati, tra i quali spicca il Metodo Classico Tempere Cantine Tempere. Uve 100% Aglianico 36 Mesi sui lieviti. Un prodotto che non ti aspetti, una bolla Metodo Champenoise realizzato in terra di Cilento. Colore Giallo paglierino, con un perlage fine e persistente. Il profilo olfattivo è floreale; in bocca strutturato, gastronomico e rotondo, caratteristico come dove essere un Blanc de Noir. Hai intenzione di rinunciare? Ho la vista annebbiata mentre faccio un passo in avanti. Nel suo volto la triste rabbia di chi sa di essere impotente. Lascia cadere a terra il giacchetto di pelle. Due ali cupe come le ombre si allargano con le loro piume martoriate. Ed io finalmente comprendo. Non ho fatto in tempo. Non si tratta di autobiografia, perché l’autobiografia si concentra sugli episodi e sugli eventi. Non si tratta neanche della scrittura come metabolizzazione o elaborazione del lutto. Si tratta invece di ciò che rimane dopo aver usato la materia prima metabolizzata. Non credo ci sia nulla di più chiaro di quanto espresso da Rimbaud con l’esempio della quintessenza. Gli episodi e gli eventi ci sono come noi li abbiamo coltivati, li abbiamo sottoposti a distillazione-metabolizzazione, che può essere anche un procedimento non scritto, ed ecco infine le gocce che scendono dall’alambicco. Sei il mio “niente” quando la gente mi incontra con lo sguardo perduto e mi chiede: A cosa stai pensando?. P. Neruda   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 7 prodotti in mescita: Bollicine e Vini Fermi, Bianchi e Rossi Italiani, tra i quali i prodotti realizzati dall’Azienda Vitivinicola Tempere.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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4 Novembre, 2024

BioQitchen: il catering Bello, Buono e Sostenibile

Il Comitato Tecnico Scientifico di BioQitchen nasce per dare un contributo importante al settore Horeca, con buone pratiche misurabili e replicabili.  Il Gruppo HQ Food & Beverage, azienda specializzata in catering del settore lusso guidata dal CEO Mauro Benincasa, ha nel proprio marchio “BioQitchen– Il catering oltre il biologico” la propria punta di diamante in termini d’innovazione per il settore horeca. L’obiettivo di BioQitchen è ridefinire il concetto di cibo di alta qualità da filiera controllata, superando i luoghi comuni e creando un modello di eccellenza che non solo innova i processi, ma migliora anche l’impatto ambientale delle produzioni. Un obiettivo ambizioso ribadito con vigore lo scorso 29 ottobre all’HangarQ di via Tertulliano a Milano, durante la presentazione del Comitato Tecnico Scientifico di BioQitchen. Commenta Mauro Benincasa Dopo un lunghissimo lavoro di ricerca dei migliori professionisti disponibili, siamo finalmente giunti alla presentazione del CTS, che diventerà uno strumento stabile e dinamico inserito all’interno di BioQitchen in grado di supportarne le attività. Il Comitato è formato da Marco Pietrosante, che ne detiene la presidenza e che ricopre il ruolo di vicedirettore dell’ISIA di Roma, occupandosi da molti anni di food design, Karolin Larsson, responsabile delle linee packaging Ecosostenibili della multinazionale Duni spa e Raffaele Lupoli, docente universitario e Direttore del  giornale Economia Circolare. Il Comitato rileggerà in chiave contemporanea il settore imprenditoriale in cui opera BioQitchen ed andrà ad individuare tematiche di indirizzo teorico-pratico replicabili anche per altre aziende. Secondo Marco Pietrosante Questo lavoro si baserà in primis sul pilastro dell’innovazione della cucina contemporanea, che sta sempre nell’individuazione delle risposte più corrette, date il momento storico, dai valori e dalle sue emergenze. Come per altri ambiti, si dovrebbe leggere la Cucina Green come una filiera complessa, con le sue articolazioni ed i dettagli che la caratterizzano, in modo da poter individuare quelle azioni in grado di rispondere in modo corretto alle domande. Al centro di ogni elaborazione teorica, analisi politico-economica ed attività di formazione curata dal CTS, ci sarà naturalmente la sostenibilità, parola spesso usata e abusata. A tal riguardo Karolin Larsson ha le idee chiare Nella sostenibilità bisogna avere un atteggiamento olistico che non escluda nulla, ma che al contrario consideri ogni parte della catena alimentare: dai cicli di coltivazione, alla scelta delle fonti di energia, ai trasporti e alle lavorazioni, fino al benessere dei lavoratori, alla produttività, al valore economico e a quello ambientale. In ultima battuta anche Raffaele Lupoli, Direttore di Economia Circolare, chiarisce come il lavoro che dovrà essere svolto da BioQitchen per diventare, negli anni, un punto di riferimento nel settore debba passare da buone pratiche, che dovranno essere Misurabili e in grado di coinvolgere gli stakeholder, soprattutto quando le scelte compiute comportino dei cambiamenti di condotta molto netti. Penso alla riutilizzabilità degli imballaggi, all’abbandono dell’usa e getta, alla riduzione del consumo di carne e in generale dei cibi che debbono viaggiare troppo per arrivare sulle nostre tavole. Una sfida ambiziosa per BioQitchen, che anno dopo anno, con il suo Comitato Tecnico Scientifico, dovrà raggiungere questi obiettivi e condividerli con altri operatori leader del settore Horeca, a tutela delle risorse naturali e della biodiversità. Durante l’evento è stato inoltre presentato il QookBook, ovvero la Matrice di Sostenibilità di BioQitchen, che trasforma concetti complessi in ingredienti, tecniche e processi culinari: una guida pratica e ispiratrice per una cucina sostenibile ed attuabile ogni giorno.   Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in cantina
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1 Novembre, 2024

Nina Trinca. Donatella, Andrea, Nina: risorgere

  C’è un prima e un dopo nelle cose della vita. Qualcosa che è accaduto prima. Qualcosa che accade dopo. A volte sono in connessione. A volte no. Un filo rosso, se c’è, occorre individuarlo cosi per provare a collegare quegli invisibili punti che ne tracciano la via.  Cosa è la vita se non un cercare di unire puntini attraverso il tempo, unico elemento che accomuna tutti? C’è un prima e un dopo nella storia di Donatella (Giovannangeli) ed Andrea (Trinca). Anzi, forse c’è pure un prima prima. Quando li vedi insieme, capisci cosa voglia dire l’amore tra due persone. All’apparenza diverse eppure complementari. Donatella studi al DAMS di Bologna. Scenografa prima, impiegata in una società informatica a Roma dopo. Guarda i casi della vita! Andrea di professione “serciarolo” (con la r non con la l di selciarolo). Mastro serciarolo per la precisione. Ora, per i non romani, un serciarolo è colui il quale è specializzato nella posa dei sampietrini (o sanpietrini) alias i blocchetti di leucitite che tanto fanno arrabbiare i romani per via delle strade scomode a piedi e in auto.  Steso er letto de rena, attacc’ar volo
a mette in sito serci… e serci assecco.
Piazza li sampietrini accosti, ar lecco
come blerge a l’accosto sur vetrolo. Così inizia una poesia di Luciano Luciani dedicata a Er serciarolo. Thanks to GalQuadrato, Giulia Iacobelli e Giulia Paiferlman Vignaiola la mamma di Andrea e comunque una famiglia impiegata nell’agricoltura. Famiglia borghese quella di Donatella.  Unione all’apparenza improbabile. Dubbi che al solo vederli insieme scompaiono all’istante. Anche perché tra loro, oltre ad esserci una stupenda intesa corredata di complici sguardi e teneri sorrisi, c’è Nina, una splendida bambina di quasi sette anni. Qualcosa ci deve essere stato prima prima. Qualcosa che li ha resi ancora più uniti. Non mi va di indagare facendo domande inopportune. La giornata è bellissima. Un lieve vento allieta e solleva dal caldo di un sole che splende. Passeggiare per le vigne è fantastico. Perché rovinare questo idillio? Chiacchierando con Donatella e Andrea l’impressione è di due persone che hanno sofferto. Ferite che lasciano il segno sulla pelle penetrando la carne. Ma non l’anima. Che rimane intatta. Tante volte abbiamo letto e sentito delle difficoltà del periodo del lockdown covid. Non mi riferisco al non poter andare al cinema o all’inventarsi runner per uscire di casa o ai ragazzi privati della scuola e della socialità. Mi riferisco alle vere difficoltà. Quelle che ti fanno piangere e disperare perché non sai letteralmente come arrivare a fine giornata. O meglio, neanche sai se ci arriverai. Sotto covid mi sono trovata in cassa integrazione per un anno. I soldi li ho visti dopo sei mesi al trenta percento. Lui con il cantiere fermo per quattro mesi. Dalla sera alla mattina ci siamo ritrovati senza stipendi, con una bambina di due anni e mezzo, mutuo, rate delle macchine, asilo che voleva comunque la quota. Sai che vuol dire piangere tutte le sere? Se non ci fossero stati i genitori non sapevamo come comprarci da mangiare. Poche, sintetiche, dure, angoscianti le parole di Donatella. In due magari te ne freghi ma quando c’è anche una bambina e niente o nessuno che ti possa supportare, il panico è esattamente quello che ti assale bloccando il respiro.   Vita vera. Dura e senza appello. Di quelle situazioni che solo le persone vicine possono in qualche modo conoscere e supportare. Meno male che c’erano i genitori a dare quel minimo di supporto. Santi genitori che in qualche modo ci sono sempre. Ma può l’Italia affidarsi sempre al nucleo familiare? Mah! Prima c’era un prima.  Noi stavamo cercando una casa con il giardino No, noi stavamo a cercare un appartamento più comodo.  Vabbè però io volevo un giardino.  Lui voleva una casa in campagna e io ci so cresciuta. Sono cresciuta nella classica casa di campagna da borghese. Qui vicino. Però i miei genitori avevano uno status che se lo potevano permettere. Giardiniere, golf, baby sitter. Io dicevo a lui: noi abbiamo un lavoro ma non che ci faccia fare la vita da nababbi. La casa in campagna non ce la possiamo permettere a meno che non ci facciamo una attività.  Poi c’è il poi ovvero il covid e altro che casa. Occorre pensare a sopravvivere. Poi se ne parla. Se se ne parlerà.  È la vita che ti riserva un altro puntino. Quello che non conosci ma poi arriva. Inaspettato. Ma arriva.  Mio padre vendette la casa di campagna perché con la mamma volevano ritirarsi in una situazione più al centro del paese e ha dato a me e mio fratello una specie di eredità anticipata che, non ci sono bastati, ma ha permesso di comprare questa casa. Un importante acconto e poi mutuo. Mutuo, prestiti. Di tutto. Ora stiamo tranquilli perché siamo qui. Il qui al quale si riferisce Donatella è Zagarolo, un piccolo paese alle porte di Roma. Magari conosciuto come nome per il film del 1974 con Franco Franchi Ultimo tango a Zagarol. Ecco sì, senza la “o”. Ma tutti se ne fregano e dicevano Zagarolo  Mi tocca mettere un altro “prima”. Però stavolta è un “prima” meno “prima”. Insomma “nel mezzo”. Perché mentre Donatella diceva ad Andrea che un conto era vivere in campagna da benestanti un conto da persone normali ecco che un altro puntino si presenta alla porta. Non ho manco finito di dire sta cosa che beccai l’annuncio di questa vendita. Stava fuori da una settimana perché poi fu assaltata. Ho fatto carte false per prenderla. Tolsero subito l’annuncio. C’era già una offerta in atto. Riuscì a rintracciare il proprietario e fare una offerta più alta. Alla fine.. Una casa di campagna con vigne annesse. Grechetto,  Sangiovese, Malvasia Puntinata. Il vecchio proprietario oltre ad essere in regime biologico aveva pure un piccolo locale che usava da cantina. Tutte le attrezzature ,imbottigliamento incluso. Le vigne non stavano un granché bene. Era solo e faceva ciò che poteva.  Solo che Donatella impiegata, Andrea serciarolo, di vino….poco o niente.  Lui viene da una famiglia contadina. La mamma era vignaiola. Ricordo il nonno si. Però a me piaceva tanto beve er vino A noi c’è sempre piaciuto bere. Zagarolo è terra di vini anche se non l’hanno mai sfruttato. Nel momento in cui ragionavo su cosa poter fare in campagna, comparve questo annuncio. Le cose non accadono mai a caso. Poi una azienda già certificata biologica. Noi cercavamo e lo volevamo fare. Io vengo dal teatro come scenografa. Ho studiato al DAMS di Bologna. Avrei voluto fare arte ma poi la vita mi ha portato in una s.p.a. Avevo la preparazione a livello artistico che serve per un progetto come questo perché ci muoviamo bene a livello di sito, pagine, etichette. Poi anni di esperienza in una spa mi permette di gestire il processo aziendale a livello di carte, progetti Senza di lei io…tante volte dico: ma lasciamo perde famo il vino per noi La gente non pensa ma ci è voluto un anno e mezzo solo di carte… Le ultime carte so arrivate due giorni e mezzo prima di vendemmià lo spumante. Abbiamo perso la prima vendemmia 2021 e rischiato di perdere anche la 22 perché se non hai l’inizio attività non puoi Lei ci si è messa e c’è riuscita Sono diventata la stolker degli uffici romani. Sacro e profano uniti insieme. Divisi a metà. Ognuno con la propria metà del mondo che però combacia perfettamente con l’altra. Decisi, determinati. Forse dettati da una innata disperazione. La voglia di riemergere. Di vivere. Di tornare a vivere. Siamo divisi a metà. Gli dico che non siamo intercambiabili perché io non so fare quello che sai fare tu. Non metto bocca sulla produzione. Il nostro enologo è anche agronomo e m’ha insegnato tanto. I genitori hanno fatto questo tutta la vita. È vero che sono vecchia scuola però il primo anno sono stati un grande aiuto nonostante abbiano una età. La madre è pensionata vignaiola per le vigne dei castelli romani. Andrea che si dedica alla vigna e alla produzione nonostante un lavoro pesante come quello del serciarolo. Vado prima li poi torno li. O il contrario. Diciamo diciotto ore a palla. Però quando io arrivo qui e dopo due ore di macchina, parcheggio, apro lo sportello e cambia il mondo. Lei mi dice che me sono dimenticato di loro. Ma qui c’è tanta roba da fare Alle nove di sera lo chiamo per dirgli: ma vieni a casa? Ascoltarli è qualcosa che merita il prezzo del biglietto. Sono frasi dette in simbiosi e con il sorriso sulle labbra. Sguardi che si incrociano mentre la mia piccola Azzurra gioca con Nina che le fa da sorella maggiore. È un clima meravigliosamente idilliaco. Su Zagarolo ci siamo noi appena nati che facciamo un prodotto che punta alla qualità e qualche altra cantina. Per fare qualità devi lavorare la testa. Lavorare un vigneto in un certo modo.  Prima qui era tutto cordone speronato ma l’enologo mi ha detto che per i bianco dobbiamo fare Guyot. Questo è il terzo anno e piano piano verrà sempre meglio.  Anche l’enologo ci dice che abbiamo fatto cose eccellenti in così poco tempo. Con la prima raccolta ci siamo resi conto che un grappolo stava qui, uno li. Il vecchio proprietario era solo. Faceva il vino lui. Faceva tutto qui. Anche l’imbottigliamento. Quando ho comprato diceva che aveva tutto. L’imbottigliamento qui non possiamo farlo perché non è sterile.  Come fanno qui intorno. Ma cosi le bottiglia non sono mai uguali. Noi abbiamo l’enologo perché io faccio il serciarolo, lei lavora in amministrazione, qualcuno mi dovrà aiutà. Ci posso mette la passione o i libri ma l’enologo ci vuole.  Un confronto ci vuole sempre Le etichette le ho fatte io che vengo dall’arte ma ho pagato per farle perché altrimenti non mi posso criticare. Avevo bisogno di un occhio esperto che fa etichette da tanto tempo. Stessa cosa l’enologo. La cantina è piccola. Poco più di un ufficio. Le botti dove sta riposando il rosso, poi in un’altra stanza i serbatoi per i bianchi. Scatole di vino accatastate con curo. Si vede che Andrea è guidato dalla mano di una donna.  L’anno scorso abbiamo prodotto per diecimila ma non sono uscite. Il metodo classico è in grotta e ci sarà tra poco. Il Cabernet che è stato un anno nel tonneau nuovo. Massimo che possiamo fare sono diecimila bottiglie. C’è anche una cantina che qui si chiama grotta. In effetti ha le sembianze di una grotta perché evidentemente scavata con il piccone. O a mano. Qui a Zagarolo tutte le case ne hanno una. Quando si apre la porta si viene immediatamente accolti da un pazzesco cambio di temperatura. Fuori fa caldo e quando si inizia a scendere la ripida scala. Gli otto gradi arrivano subito a raffreddare tutto e tutti. Uno sbalzo termico indifferente che garantisce la perfetta conservazione dei vini. Ed in effetti nelle nicchie sono riposte le duemila quattrocento cinquantatré bottiglie di metodo classico a riposare beatamente al buio e al fresco. Mi piace tantissimo questa cantina o grotta che dir si voglia. Mi ricorda la cantina del nonno a Camigliano. Nonno Antonio non mi ci faceva mai andare perché pericolosa (come in fondo lo era). Li c’era tutto il suo vino. Quando Mimma (nonna materna) dichiarava che da li a poco si sarebbe mangiato, nonno Antonio diceva che andava a prendere il vino in cantina. Non riemergeva se non quando qualcuno andava a chiamarlo. Unico problema era il cammino, barcollante, tra la cantina e la sala da pranzo. Mimma arrivò a mettere acqua nelle bottiglie provocando uno dei litigi più chiassosi della storia.  È proprio vero che le persone hanno in se tanto. Solo parlando, creando la giusta atmosfera, toccando i giusti tasti, si instaurano dei meravigliosi, seppur brevi rapporti utili ad entrare nell’anima di queste. Quando con Donatella iniziamo a parlare dei vini, delle etichette, dei nomi, è come se ci conoscessimo da una vita. C’è un tale livello di complicità che rimango in pace con me stesso ascoltando le sue parole. I nomi dei vini derivano tutti dalle Sacre Scritture. Noi venivamo dal momento cosi duro e difficile e la promessa che avevo fatto a me stessa fu che mai più ci saremmo dovuti ritrovare in quelle condizioni. In questo progetto abbiamo riposto la nostra speranza più grande. Una sorta di resurrezione.  Resurrezione con tutti i risparmi. Tutte le finanze. Tutto ciò che Andrea e Donatella potevano immettere in questa avventura. Loro stessi. Tutto abbiamo riposto. Noi, le nostre fatiche fisiche e psicologiche. Materiali  Dedicando una azienda a Nina: Nina Trinca.  Con questo cognome c’era poco da pensarci! Piccola digressione. In romanesco il verbo “trincare” non è solo bere. Ma è bere con gusto e quantità. Si dice “te sei trincato un litro de vino” per dire che hai divorato un litro intero.   Ci stavamo impazzendo e avevamo solo lei. Ho una malattia autoimmune con la quale riesco a condurre una vita normale. Ci sono dei momenti difficili nei quali faccio più fatica rispetto ad una persona sana rispetto agli incidenti della vita. Anche un semplice raffreddore, diventa polmonite. Altri figli non li abbiamo potuti prevedere. Comunque è lei, ha il nome, il cognome, si presta. Anche perché un domani sarà tutto suo. Penso che le stiamo lasciando una grande eredità. Penso che le stiamo lasciando il buon esempio perché vede che ha due genitori che le sorridono, che lavorano, che le insegnano tante cose, che la portano in mezzo alla natura. Nelle occasioni anche a visitare posti nuovi. La speranza è che possiamo regalarle non la ricchezza perché siamo talmente piccoli che non succederà. Però il sostentamento, la tranquillità. Noi guadagniamo benino. Io sono un part time e il lavoro di Andrea con tutta la fatica che fa non è tanto ma non è poco ai giorni d’oggi. Se noi riusciamo a guadagnare qualcosa da questo posto lavorando per gli altri, staremo bene. Senti qui che pace. Questo è il progetto nostro.  L’intimità di queste parole è stupenda. Tanti puntini che si collegano insieme. Una coppia che diventa famiglia. Una malattia che è una spada di Damocle. Il covid. I sacrifici. La casa in campagna. L’idea del vino. La voglia di lasciare qualcosa a Nina.  Nina che continua a sorridere scorrazzando per le vigne con Azzurra. Nina che la riconosci come una bambina felice e tranquilla. Due genitori meravigliosi. Innamorati. Infaticabili. Sempre con il sorriso. Donatella che affronta tutta la sua vita con un sorriso disarmante. Provate a vedere la pagina Facebook e capirete. Non c’è voglia di arricchirsi da questa attività. Solo ed esclusivamente quella di lasciare un futuro a Nina ed Andrea. Quando parlo con Donatella, quando scrivo “Nina ed Andrea” capisco. Ma non voglio scriverlo. Noi vorremmo arrivare alla sostituzione almeno di Andrea. Lui che possa dedicarsi solo a questo. I nomi dei vini esprimono comunque concetti di rinascita. Come rinascita, risurrezione, nuova vita è l’intera avventura di questa famiglia. Io conoscevo bene queste storie e ho legato il progetto dal primo momento alla rinascita. Sono molto credente, non cattolica, cristiana. Ho dedicato questa cosa alla spiritualità. Sono profondamente cristiana. Lo sono sempre stata ma l’ho scoperto da tre anni a questa parte. Ho capito che vivevo nei precetti cristiani ma non lo sapevo. Poi ho preso coscienza di questo. Serenità d’animo. Serenità nelle cose che fanno. Serenità nella famiglia come nella coppia. Voglia di rinascita anzi di resurrezione. Speranza di resurrezione.  Eloì che è rosso significa signore mio. È l’unica etichetta che si distingue dalle altre perché ho rappresentato il cervo e non una persona. Cervo è il trionfo Del bene sul male. Un trionfo di uva sempre legato al fatto che mi auguro il trionfo della nostra azienda. Un trionfo non economico che di deve stare ma di tranquillità. Non avidità. Mi dispiace quando la vedo negli altri.  Eloì è il blend paritario di Merlot e Sangiovese grosso con affinamento in solo acciaio.
Pieno è il Merlot, fresco il Sangiovese. Così la teoria, cosi la pratica. Un vino che è cosi schietto che sembra quasi scolastico. Ma scolastico non è. Perché mica è semplice fare un vino che sa di quello dal quale proviene. Il trionfo è proprio il mantenere questi due vitigni uniti nella loro complementarietà. Ci sono tutti i sentori pieni, fruttati e vegetali del Merlot. Ci sono le freschezze e le florealità del Sangiovese. C’è il sorso fresco e pungente del Sangiovese come c’è la morbidezza del Merlot. Il tannino, le noti fresche, la morbidezze, si bilanciano con la sapidità a fare da arbitro. La frutta che è quasi matura al naso, diventa matura in bocca così da donare, unendosi alla freschezza, una piacevole ampiezza. Un vino che vive e vive di vita vera ma che, essendo mortale, non potrà durare a lungo. Del doman non v’è certezza. Talitha è il meraviglioso rosato da Merlot e Sangiovese grosso. Un vino dedicato a Nina già dal nome, di origine aramaica che vuol dire “fanciulla, alzati” (fa riferimento all’episodio della resurrezione della figlia di Giairo, quando Gesù disse: «Talità kum», che significa: Fanciulla, io ti dico: alzati!). Meraviglioso, tenue e incredibilmente delicato. Come una fanciulla. Nel calice è un rosa quasi aranciato. Il naso è incredibile per le sue note di pesca sapientemente miscelate con petali di rosa, fiori di mandorla e di campo. Ne sento la morbidezza che si accentua con i frutti tropicali e la mela e qualche frutto rosso. 
In bocca torna immediatamente la pesca, prepotente e avvolgente. Come se quella fanciulla si fosse veramente svegliata. Mantiene la morbidezza e la tenue freschezza creando un incredibile equilibrio. La sapidità dei terreni di riporto vulcanico, pian piano, emerge lasciando, dopo una discreta persistenza, la piacevolissima sensazione di pesca percoca. Giairo è la Malvasia Puntinata. Giairo, capo della sinagoga e padre della fanciulla risorta, è un nome che in ebraico vuol dire Javhé irradia (dove Javhé è il Creatore).
Questo vino irradia tranquillità. Sarà per gli effluvi della Malvasia o per quel meraviglioso bilanciamento con un finale di mandorla dolce, ma questo Giairo, si finisce. Accompagnandolo ad un pesce (anche un semplice calamaro) o dinanzi alla tv. La suggestione è provarlo con un dolce tipo una tartelletta alla crema. 
I sentori della Malvasia escono puliti dal calice. La delicatezza della pesca bianca, della mela, della pera. La freschezza delle erbe: del tiglio, della camomilla, della saliva. La pungenza del balsamico e della mineralità. La dolcezza elle note vanigliate attenuate dagli agrumi. Voluttuosità, freschezza e tanta morbidezza aromatica che associo, chiudendo gli occhi, al colore giallo.
La dolcezza di sottofondo spicca anche al sorso che si dimostra ampio ancorché verticale. Secco, fresco e decisamente sapido, come se la mineralità dei terreni vulcanici spingesse per emergere e farsi notare. Le note mielose, sempre in compagnia degli agrumi tornano per espandersi bilanciandosi perfettamente e fornendo una sensazione di calda tenerezza. 
Mi abbandono al sorso. Non ne posso fare a meno. Ho assaggiato anche il Cabernet che uscirà a breve. Ancora non è pronto perché è una prova di botte. Ma le prospettive di questo vino sono incredibili. Va aspettato e poi sarà grande.  Trovare e collegare i puntini della propria vita non è semplice. Ci si può perdere. Dinanzi ad una difficoltà o ad una distrazione, perdere la via è un attimo. Da li in poi, trovare il puntino dal quale ripartire, può essere impossibile.  Se hai in te la serenità e la felicità dettata dall’apprezzare ciò che hai intorno, persone o cose che siano, i puntini ti si presenteranno davanti senza sforzo.  Donatella ed Andrea sono così. Felici e sereni. Con una figlia che cresce in un ambiente nel quale anche lei è felice e serena. Se arrivi qui a Zagarolo, sei accolto in famiglia e respiri quest’aria, ne vieni pervaso, ne fai parte. Tutto qui intorno ne fa parte. È così intensa che anche i grappoli ne sono pervasi. Possono i vini non farne parte? Impossibile. Davvero impossibile.  Qui tuto sa di felicità. Quella semplice. Per questo chiudo dedicando a Donatella, Andrea e soprattutto alla piccola Nina una poesia di un poeta romano, Trilussa C’è un’ape che si posa
su un bocciolo di rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa. Thanks to GalQuadrato, Giulia Iacobelli e Giulia Paiferlman     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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31 Ottobre, 2024

L’Italia del Pinot Nero Italiano, buona la prima

Roma, si conclude la due giorni dedicata al Pinot Nero italiano
“L’Italia del Pinot Nero”, alla prima edizione presenti 39 cantine e centinaia di operatori del settore enogastronomico Si è conclusa la prima edizione dell’evento “L’Italia del Pinot Nero”, una vetrina di prestigio dedicata a uno dei vitigni più raffinati e apprezzati al mondo. Centinaia di presenze e tantissimi operatori del settore (ristoratori, enotecari, agenti, distributori) e della stampa alla manifestazione organizzata dalla testata giornalistica “Vinodabere” che si è svolta domenica 27 e lunedì 28 Ottobre al Belstay Hotel di Roma. L’evento ha riunito 39 cantine provenienti da 14 diverse regioni d’Italia e poi da Sud Africa e Argentina. Siamo molto soddisfatti di questa prima manifestazione dedicata al Pinot Nero che ha visto tanta attenzione da parte della stampa e degli operatori di settore . Si tratta di una varietà che ha raggiunto l’eccellenza anche in diversi territori del Belpaese. In questi due giorni abbiamo non solo approfondito la conoscenza delle diverse etichette presenti ma c’è stato un vivo confronto con esperti, comunicatori, viticoltori e appassionati. Precisano gli organizzatori di Vinodabere I produttori provenienti dall’Alto Adige, dalla Lombardia e da altre regioni vocate alla coltivazione del Pinot Nero, hanno presentato le proprie eccellenze enologiche, offrendo ai partecipanti la possibilità di degustare una selezione accurata dei vini derivanti dal più nobile vitigno internazionale a bacca rossa, dai più giovani e freschi alle riserve di lunga maturazione, espressione del terroir e del savoir-faire italiano. Partecipatissima la masterclass “Il giro d’Italia attraverso il Pinot Nero”, guidata dai giornalisti di Vinodabere Antonio Paolini e Maurizio Valeriani, dal giornalista Luca Matarazzo (direttore di 20 Italie) e dal critico Dario Cappelloni (DoctorWine) che ha aperto le due giornate di assaggi. “L’Italia del Pinot Nero” non è stato solo un momento di scoperta e promozione ma anche un’opportunità per rafforzare il dialogo tra produttori, distributori e consumatori, con l’obiettivo di far crescere la cultura del vino di qualità e sensibilizzare il pubblico alle eccellenze del nostro territorio. L’evento ha accolto circa 600 visitatori, tra cui giornalisti di settore, ristoratori, enotecari, agenti, distributori, sommelier e appassionati, confermando l’interesse crescente verso il Pinot Nero italiano, considerato oggi tra i vitigni più versatili e di maggiore espressione in termini di eleganza e complessità aromatica. Su questi spazi a breve gli articoli di approfondimento. La redazione
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31 Ottobre, 2024

VINI D'ITALIA 2025 by GAMBERO ROSSO

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 13 Ottobre, GAMBERO ROSSO ha presentato al pubblico romano la 38° Edizione della GUIDA VINI D’ITALIA. Un Evento attesissimo soprattutto per la degustazione, seguita alla conferenza stampa, di tutti i vini premiati con i prestigiosi TRE BICCHIERI. 498 le etichette premiate (183 quelle “verdi”, 43 sotto i 15€ e 52 quelle nuove), frutto dell’assaggio di oltre 40000 delle quali 24962 (provenienti da 2605 Cantine) finite in Guida. Da segnalare inoltre la riconferma dei vini provenienti dalla BRDA slovena (alias il Collio d’oltre confine) e, novità di quest’anno, 50 “vini rari” (quelli da meno di 3000 bottiglie) segnalati a prescindere dal punteggio. Un lavoro davvero impegnativo per un risultato che fotografa con grande precisione un’Italia del vino accomunata da desiderio di Identità, Rispetto, Visione, Costanza e Coraggio. GLI ASSAGGI Beh, questo è uno di quegli Eventi in cui non si sa davvero cosa assaggiare e da dove partire. Personalmente m’ero fatto una precisa road map ed ero animato da intenzioni bellicose ma il Palazzo delle Esposizioni di Roma si è rivelato essere ancora una volta non proprio adatto a ospitare un Evento di tale portata. Quell’unico piano con qualche sala davvero troppo piccola (come quella che ospitava i “vini rari”) s’è trasformato ben presto in una bolgia infernale e in un continuo chiedere permesso per schivare le lunghe file che, come da copione, si formavano ai tavoli dei vini più “famosi” (o “famigerati”?). Ho dovuto allora armarmi della più sana improvvisazione e fare il possibile dedicandomi alle regioni che conosco meglio (ma saltando a piè pari un Abruzzo che visiterò a breve e che avrò dunque occasione di assaggiare con la dovuta calma e, quasi del tutto, un Lazio che (non unico in verità) sembra reggersi sulle gambe delle Aziende storiche proponendo poche novità (ma in merito si potrebbe aprire un discorso lungo e complesso). Il pomeriggio è dunque vissuto di un’occhiata qua e là in cerca di un’etichetta che mi ispirasse, dell’accorgermi troppo tardi di aver completamente dimenticato qualcosa in cui avrei voluto ficcare il naso, di alcune cose emozionanti, di diversi vini che…anche no e della presa di coscienza che forse è vero quello che dicono di me: sono troppo cattivo. Comunque, di seguito troverete le parole che ho voluto dedicare a 17 vini che, tra gli oltre cinquanta assaggiati, ho creduto meritassero anche la Vostra attenzione (altri 9 ve li nomino soltanto e Vi invito ad assaggiarli senza alcuna indicazione), leggete, assaggiate, criticate, suggerite, condividete ma, soprattutto, siate Curiosi, SEMPRE! I PEZZI DA 90 SÜSTIROL ALTO ADIGE DOC SAUVIGNON “SÀCALIS” 2021 RISERVA, TENUTA ANSITZ WALDGRIES (ALTO ADIGE): il naso è una sommessa, pirica detonazione di elegantissime vegetalità. Peperone, sambuco, un pizzico di foglia di pomodoro, cassis. E poi una pesca bianca che sa già di evoluzione ma se ne sta in finestra ad aspettare sviluppi futuri osservando il lento incedere di sottili idrocarburi. Sorso di suadente morbidezza e grande equilibrio, che evidenzia la sostanza della frutta ma sottolinea la propria appartenenza a un Territorio a colpi di minerale sapidità. Da bere ascoltando LIKE A STONE degli AUDIOSLAVE. (90+ Punti). AMARONE DELLA VALPOLICELLA DOCG “MAI DIRE MAI” 2016, PASQUA (VENETO): il naso è uno scuro palcoscenico sul quale le olive nere candite sono protagoniste. Ma è la “chorus line” (quella del film di Attenborough) a riempire la locandina. Ci danzano il cioccolato fondente degli after eight, il tabacco della nonna, la liquirizia, un sottobosco di funghi e un erbaceo amaricante di quasi cicoria. Il sorso sono 16.5° di abbraccioso calore e unghie di piccante sapidità conficcate nella carne. Un Amarone di disarmante modernità in grado di lasciare a bocca aperta anche quelli che, come me, non amano questo vino. Destabilizzante. Da bere ascoltando, manco a dirlo, MAI DIRE MAI (LA LOCURA) di WILLIE PEYOTE. (93 Punti). COLLIO DOC FRIULANO “KAJ” 2012 RISERVA, PARASCHOS (FRIULI VENEZIA GIULIA): l’olfatto è una spirale che non s’avvolge mai perfettamente su sé stessa partendo da un inizio di camomilla per scostarvisi poi di poco raccontando di tigli. Poi è la bacca di vaniglia, coerentissima, a introdurre un esotico di frutta e un soffio resinoso e di quasi canfora che è balsamico sprint e non nota stonata prima di lasciarci alle prese con la freschezza della lavanda. In bocca riempie con glicerica sostanza e sottolinea sulle gengive la rustica eleganza di un tannino che ci tiene a sottolineare la propria concretezza nonostante un ritorno rotondo di frutta nel lungo, profondo finale. Un vino infinito, come il PI Greco. Da bere ascoltando INFINITE di EMINEM. (91+ Punti). FRIULI ISONZO DOC BIANCO “FLOR DI UIS” 2022, VIE DI ROMANS (FRIULI VENEZIA GIULIA): s’approccia al naso tra smancerie di tiglio e schiaffi vegetali lasciandoVi concentrare sulla netta sensazione di frutta bianca matura appena rinfrescata dal giusto quid di agrume prima che il fondo del calice riveli mineralità di pietra bagnata e un Oriente di resine e chiodi di garofano. Il sorso ricalca l’olfatto senza alcuna incertezza e, mentre sottolinea le gliceriche morbidezze della frutta, non fa sconti alle freschezze menando vergate fresco sapide a destra e a manca prima di chiudere, con misurata eleganza, sottolineando il contrasto tra la dura mineralità conclamata e il dolce abbraccio della frutta. Da bere ascoltando BAKERMAN dei LAID BACK. (93 Punti). BRDA CHARDONNAY “OPOKA JORDANO CRU” 2021, DOMAINE MARIAN SIMČIČ (BRDA-SLOVENIA): da un singolo Cru della parte slovena dell’Azienda uno Chardonnay che strizza l’occhio alla Borgogna con tutto il piglio dei vini d’oltreconfine. Burroso? Certamente, come i biscotti al burro della Bretagna. Dolce come la buccia di una mela renetta ben matura e fresco come l’erba limoncella Vi apre i polmoni con profondi soffi mentolati e vi fa schioccare la lingua con una sapidità di mare fossile che Vi fa visualizzare anche i marosi che furono. Il sorso è viva presenza, un continuo susseguirsi di picchi salati, piccanti, verdi e amaricanti come la menta e la salvia fresche su uno sfondo sostanzioso di pesca matura. Un vino dimenticare in cantina, un vino indimenticabile. Da bere ascoltando DON’T YOU (FORGET ABOUT ME) dei SIMPLE MINDS. (93/94 Punti). ROMAGNA DOC SANGIOVESE DI PREDAPPIO “GODENZA” 2022, NOELIA RICCI (EMILIA ROMAGNA): il bianco e nero lascia posto al colore solo in etichetta, perché il naso è il naso scuro di susine, di bacche, di liquirizia… Ombroso di sottobosco s’illumina poi del rosso dei piccoli frutti e dei fiori prima di aprirsi alle freschezze balsamiche e introdurre un sorso ben più solare dell’olfatto, morbido come l’abbraccio dell’amata, caldo come quello dell’amante, fresco come la corrente tra due finestre, sapido come la vita. Da bere ascoltando IL SALE DELLA TERRA di LIGABUE. (91 Punti). CORTONA DOC SYRAH “SERINE” 2020, STEFANO AMERIGHI (TOSCANA): immagino si chiami così dal più antico clone di Syrah ma, al di là dell’etimo a noi interessa l’emozione e qui…beh, è grande. Un profluvio di fiori dalle romantiche rose a quelli semplici che colorano i campi. Qualche freschezza di gelsomino, il verde tagliente del papavero… Poi un soffio di tè, i graffi delle erbe aromatiche, il giusto di sottobosco, un po’ di pepe, il freddo del ferro e della pietra umida, un appena di fumé e quanto serve di frutto scuro. Il sorso è succoso e slanciato, i tannini mostrano eleganza senza supponenza, si fa strada un tratto d’arancia sanguinella ad accompagnare la viva sapidità e l’allungo se lo giocano a pari e dispari il pepe in grani e gli aghi di pino. Da bere ascoltando LA CASA DI HILDE di FRANCESCO DE GREGORI. (91 Punti). CORTONA DOC SYRAH “CASTAGNINO” 2023, FABRIZIO DIONISIO (TOSCANA): avete presente “IL CASTAGNO”? Beh, questo Syrah lo guarda come un bambino guarda il padre, dal basso verso l’alto ma senza alcuna soggezione. Il bosco è un’ombra lontana, laggiù oltre l’erba del prato. Ne intravedete i cespugli spinosi carichi di more, ne annusate la sottesa umidità ma quell’albero di ciliegie sulla cima del poggio è troppo invitante. La spezia scura e peposa stuzzica il naso e introduce un sorso tenuto vivo dai tannini già ben educati e da un equilibrio che sarà e che ora lascia che sia la sete a dettare legge facendoci allungare la mano per un secondo bicchiere. Un vino di semplicità disarmante e, proprio per questo affascinante. Da bere ascoltando I’M EASY DI KEITH CARRADINE (90 Punti con, forse, un bel +). QUELLI CHE QUASIQUASI SÜDTIROL ALTO ADIGE DOC SPUMANTE METODO CLASSICO PAS SOSÉ “COMITISSA” 2020 RISERVA, LORENZ MARTINI (ALTO ADIGE): al naso è ben presente una frutta secca tostata e salata (avete presente quella degli aperitivi?) e poi…una sorta di atmosfera fumé (che fa aperitivo pure quella). Poi le nebbie si diradano e, tra la frutta tropicale che comincia ad alzare la voce, si fanno strada a spintoni sottili peposità e graffi di erbe aromatiche. Il sorso e di voluttuosa cremosità, fresco, decisamente salato e davvero lungo. Altro che aperitivi! Qui ce n’è per il pasto e anche per dopo! (89/90 Punti). SÜDTIROL ALTO ADIGE DOC PINOT NERO “MATAN” 2021 RISERVA, TENUTA PFITSCHER (ALTO ADIGE): in una atmosfera chiusa, scura e polverosa di quasi soffitta e vecchi ricordi s’affacciano timidamente i piccoli frutti di un sottobosco di felci e le ciliegie fuori, al sole. Lungo, il corteo dei terziari racconta cacao, liquirizia, spezie dolci e, il fondo del calice, propone la gentilezza delle viole per cercare di dare un tocco di elegante femminilità a un Pinot Nero altrimenti maschio e fuori schema. Sorso caldo e ben equilibrato nelle componenti fresco-sapide e che dimostra un lavoro del legno quasi troppo meticoloso nei confronti di quei tannini che risultano poi fin troppo sottili. Una interpretazione del Pinot Nero davvero interessante. (88++ Punti) COLLIO DOC MALVASIA 2023, DORO PRINCIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): la frutta bianca e gli agrumi sono sicuramente la prima cosa che noterete ma questo è un vino che va sfogliato prestando attenzione al Territorio, immaginando l’Istria del mare e il Carso delle rocce dure, entrambi non troppo distanti, entrambi presenti. E allora ecco un vino mediterraneo, nei cespugli della macchia, nelle erbe aromatiche (salvia e rosmarino). E il mare? Assaggiatelo! E quello che sentirete è una risacca pietrificata, il sale della terra a condire i rimandi olfattivi. Eh già…bel vino. (89 Punti). COLLIO DOC CHARDONNAY 2019 RISERVA, PRIMOSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): ne avevo già scritto qui suggerendoVi di indagare riguardo la presenza dello Chardonnay nel Collio…lo so, non lo avete fatto e, siccome sono cattivo, non Vi dico niente a riguardo. Vi dico però di quanto quel mare che era si riesca a percepire nel calice, mancano solo le conchiglie ma…non escludo che avvicinandolo all’orecchio riusciate a sentire la risacca. E in questa atmosfera preistorica si delineano con chiarezza gli agrumi canditi, la frutta secca di pasticceria, la concreta, gessosa mineralità. Il sorso è di rotonda morbidezza, quasi a stridere con quella freschezza cui la sapidità stenta a tener testa. Chiude lungo su richiami pasticceri di frutta secca e agrume candito. (90- Punti…ho controllato: qualche mese fa gliene avevo dati 88+). VENEZIA GIULIA IGT CHARDONNAY 2019, VIGNE DEL MALINA (FRIULI VENEZIA GIULIA): certamente Chardonnay nell’animo non si vergogna di proporre grasse dolcezze di spezie d’Oriente e anche quella frutta un po’ troppo esotica non stona. Ma…l’attesa è l’anima del vino e qui ripaga con una birbante esplosione vegetale di menta fresca cui si aggiungono toni resinosi di conifera. (Si becca 88+ Punti e il mio premio SURPRAIS).   FRIULI ISONZO DOC CHARDONNAY “GLESIE”” 2018, VIE DI ROMANS (FRIULI VENEZIA GIULIA): uno Chardonnay che prova a dissimulare la propria eleganza fatta di pesca gialla aggiungendo al proprio abbigliamento dettagli casual di agrume e cachi, speziate note di curry, amaritudini di erbe montane e rabarbaro, diffusa sapidità e un tocco ammiccante di forse troppo tropicale. La camomilla e una rotonda nota di crema di mandorla chiudono il cerchio dei descrittori olfattivi introducendo un sorso morbido, che riempie, soddisfa e sembra non voler mai lasciare la vostra bocca, quasi fosse un lungo bacio appassionato. Chiude lungo e succoso proponendo asprezze d’agrume e dolcezze d’albicocca oltre a un bel sunto di quanto apprezzato al naso. Un gradino sotto “FLOR DI UIS” ma… (89 Punti). RIVIERA LIGURE DI PONENTE DOC PIGATO “U BACCAN” 2022, BRUNA (LIGURIA): l’olfatto percepisce dolcezze di frutta bianca e buccia di mela, amaritudini di erbe aromatiche, cespugli di macchia mediterranea, accenni di frutta secca e soffi iodati. Poi è il sorso a confermare una verticalità che presto si allarga a percepire, nel vasto orizzonte, la sfericità della curvatura terrestre. La sapidità proposta è quasi piccantezza, ma il lungo finale sfuma in ammiccanti richiami fruttati. (88+ Punti). CHIANTI CLASSICO DOCG LAMOLE 2022, I FABBRI (TOSCANA): il cemento e l’aria leggera di Lamole lasciano che i piccoli frutti rossi restino appena indietro rispetto al sottobosco con le sue ombre, le sue radici e il suo terriccio. Un accenno di grafite accompagna poi la gentilezza delle viole che, in chiusura, cede il passo a fresche brezze balsamiche e a un accenno di spezia. Fresco e dinamico il sorso, tannico quanto deve disseta scorrendo senza attriti e conducendo a un finale sapido in cui la frutta alza un po’ la testa. (89/90) Punti). VALDARNO DI SOPRA IGT SANGIOVESE “VIGNA BOGGINA C” 2021 RISERVA, FATTORIA PETROLO (TOSCANA): “C” come Chianti? Non lo so e poco importa se non per il fatto che, pur non essendo “Chianti” nel nome, lo è nell’anima. Un Sangiovese succoso già al naso che fatica a nascondere la scorza d’arancia dietro la disidratazione di ciliegie e prugne e che, tra le rose e le erbe di campo, strizza l’occhio a queste ultime aggiungendovi il ferro della spada. Sorso leggiadro che, privo di sovrastrutture propone con grazia anche quei tannini ancora non proprio educati e quella punta di nobile rusticità che ne aumenta il fascino e la bevibilità. Più che bello…vero. (89 Punti…almeno). CHIANTI CLASSICO DOCG 2021, POMONA (TOSCANA): nonostante l’annata sembra dimostrare che il Sangiovese non teme particolarmente il caldo. Al naso presenta freschezze che vanno ben oltre quelle dell’arancio, quasi citriche, e poi quelle note silvestri, le spezie… Un rettilineo di profumi che in bocca non rallenta e non mostra incertezze, fresco, verticale, tannico e senza paura di esserlo, polveroso come certi ricordi da cui non ci vogliamo separare. Sostanzioso, birichino come una merenda pane e salame, sorprendente come un cacciucco. In una parola: artigianale, e non è poco. (89/90 Punti). E POI GLI 88 Di seguito “diecivinidieci” che voglio comunque segnalare alla Vostra attenzione e che Vi invito caldamente ad asaggiare: TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “DI-VERTO” 2022, TORRE DEI BEATI (ABRUZZO); BRDA BELA “CAROLINA COSANA I CLASSE” 2021, CAROLINA JAKONČIČ WINERY (BRDA-SLOVENIA); ROMAGNA DOC SANGIOVESE “MODIGLIANA AREA 66” 2022, MENTA E ROSMARINO (EMILIA ROMAGNA); LAMBRUSCO DI SORBARA DOC “LECLISSE” 2023, ALBERTO PALTRINIERI (EMILIA ROMAGNA); COLLIO DOC BIANCO “LUNA DI PONCA” 2021, TENUTA BORGO CONVENTI (FRIULI VENEZIA GIULIA); FRIULI COLLI ORIENTALI DOC SCHIOPPETTINO 2021, TERESA RAIZ (FRIULI VENEZIA GIULIA); LAZIO IGP BIANCO GRECHETTO “POGGIO TRIALE” 2022, TENUTA LA PAZZAGLIA (LAZIO); SAN MARTINO DELLA BATTAGLIA DOC “CAMPO DEL SOGLIO” 2023, PODERE SELVA CAPUZZA (LOMBARDIA); CHIANTI CLASSICO DOCG 2021 RISERVA, L’ERTA DI RADDA (TOSCANA); VALLÉE D’AOSTE DOC PINOT NERO “PIERRE” 2021, CAVE GARGANTUA (VALLE D’AOSTA). E QUINDI? E quindi, dopo i dovuti ringraziamenti a GAMBERO ROSSO per l’ospitalità e ai Produttori per la pazienza dimostrata nel sopportare le mie chiacchiere, è tempo di metter in agenda l’Edizione 2026 e di rimboccarsi le maniche per affrontare con determinazione un Autunno che si preannuncia particolarmente impegnativo e ricco di Eventi di cui dover dare conto Roberto Alloi VINODENTRO  
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30 Ottobre, 2024

No alcol: ma perché?

  Mi sto chiedendo da giorni perché dovrei bere un vino dealcolato. Fa meno male. Certamente. L’alcol può essere un problema sia se assunto in dosi atti a sfidare un alcol test sia in minime quantità. Però è anche vero che, come scriveva Oscar Wilde: Tutto quello che più ci piace o è illegale, o è immorale o fa ingrassare. Sempre lo stesso scrittore soleva dire L’unico modo per resistere alle tentazioni è cedervi. Senza voler dunque entrare nel merito delle disquisizioni giuridico normative circa i vini dealcolati, la domanda che continua a ronzarmi in testa è sempre: perché? C’è il latte senza lattosio. C’è la pasta senza glutine. Ci sono le bevande senza zucchero. Senza lievito. Senza sale. Senza grassi. Senza olio di palma. Senza coloranti. Senza conservanti. Senza zolfo. Senza additivi aggiunti. In tempi andati l’abbondanza era ciò che si chiedeva maggiormente. Quasi una architettura barocca del wine&food. C’erano le barrette con dentro goduria pura (ricordate i Mars?) così come c’erano i vini con tanto legno da farli sembrare masticabili. Oggi sembra che se hai qualcosa, anche di naturale come può essere ad esempio il lattosio, non va bene. Occorre togliere. Less is more. Poi però, se ci si ferma un attimo a pensare, la domanda dovrebbe venire spontanea: come si fa a togliere qualcosa che normalmente c’è? Con la chimica ovviamente. Certo, se non c’è l’olio di palma (che poi, cosa abbia fatto di male l’olio di palma, a parte deforestare alcuni paesi e sfruttarne le popolazioni, non l’ho ancora capito) ci sarà qualche altro olio (sempre ottenuto sfruttando qualche paese povero…). Ma se devo togliere il lattosio al latte o l’alcol al vino, un po’ di chimica devo sempre utilizzarla. Non c’è verso. Ecco allora che si sceglie di togliere qualcosa da un prodotto naturale attraverso un procedimento chimico rendendolo di fatto non più naturale. Per business mica per altro. Immaginiamo i produttori di vino biodinamico che si sono dannati l’anima per realizzare capolavori senza chimica e senza aggiungere nulla al processo produttivo che devono poi usare la chimica per dealcolare i propri vini. Una contraddizione ma anche una impossibilità etica. Anche per i piccoli produttori sarebbe impossibile perché troppo costoso. Ne consegue che saranno a vantaggio di pochi. Sempre i soliti. Come la mettiamo? Poi, problemino etico a parte, c’è pure Oscar Wilde. In che senso? Beh, dalla notte dei tempi si è bevuto il vino per stare insieme in allegria liberando, almeno in parte, i freni inibitori grazie proprio alla presenza dell’alcol.
Bere il vino è piacevole già quando si apre una bottiglia e se ne sentono gli effluvi. Il colore del vino nel calice. I sentori che si sprigionano e che attivano i nostri sensi pronti ad assaporarne il sorso. Il gusto che avvolge piacevolmente la bocca. Un sorso che va dal verticale all’ampio lasciando sensazioni di puro godimento. Il calore. La sapidità. La struttura. Il connubio con il cibo. L’esaltazione. L’euforia. L’allegria. Una poesia. Un gioioso rito. La magia dello stare insieme in maniera spensierata. Apro una bottiglia di dealcolato e tutto questo non c’è più. Svanito nel nulla. Così mi domando: ma che lo bevo a fare se manca tutto questo? Cosa c’è nella vita se mancano momenti di questo genere? Si, ma fa male. Magari si. Ma fa male pure il fumo. Fa male pure lo smartphone. Fa male pure l’aria delle città inquinate. Fa male pure il sole. Allora tanto vale rimanersene in casa a mangiarsi del semolino senza glutine condito con formaggio senza lattosio (anche se a rigor del vero il Parmigiano lo è naturalmente), bevendo acqua senza cloro. Che tristezza! Ve lo immaginate uno come James Bond che invece di ordinare un seduttivo Bollinger del ’67 gli tocca ordinare un dealcolato del mese prima? Sempre che non ripieghi su una Coca Cola. Zero ovviamente. Altro che tristezza.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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