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16 Novembre, 2024
Sparkle 2025: è tempo di bollicine
87 I VINI PREMIATI CON LE “5 SFERE” DALLA VENTITREESIMA EDIZIONE DELLA GUIDA AI MIGLIORI VINI SPUMANTI SECCHI ITALIANI
Andrà in scena a Roma, sabato 30 novembre 2024, la presentazione di Sparkle 2025, 23esima edizione della guida ai migliori spumanti secchi italiani, edita dalla storica rivista di enogastronomia Cucina & Vini.
A partire dalle ore 13.30, presso il The Westin Excelsior Hotel, saranno premiate con le ambite “5 sfere” 87 etichette tra le 936 presenti in guida, prodotte dalle migliori aziende vitivinicole del Bel Paese.
La regione più rappresentata è la Lombardia, grazie ai 33 riconoscimenti ricevuti, 29 appartenenti alla denominazione Franciacorta DOCG, 2 all’area dell’Oltrepò Pavese; a quota 19 il Trentino, con soli Trento DOC; segue, con 16 premi il Veneto, 13 Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, due Lessini Durello DOC e un Asolo Prosecco Superiore DOCG; quindi Piemonte (7), Alto Adige (3), Abruzzo (3), Puglia (2), Friuli Venezia Giulia, Toscana, Lazio e Sicilia con un 5 sfere.
Francesco D’Agostino, curatore della guida Sparkle
Ormai i nostri assaggi sono compressi nel periodo estivo e nella prima parte dell’autunno. Anche questo è un indice dell’incremento di qualità del vino spumante italiano. È necessario infatti aspettare un tempo più lungo dall’imbottigliamento (nel caso dei vini realizzati con metodo Charmat) o dalla sboccatura (per il metodo classico) rispetto a quanto accadeva dieci anni fa. Non solo, oggi sono vini capaci di mantenere la loro qualità in bottiglia per anni. Alla fine del nostro lavoro di ricerca e selezione sentiamo l’esigenza di confrontarci con i dati, con le dichiarazioni di spumantizzazione fatte da tutti i produttori italiani e collezionate da Icqrf per ogni annata vitivinicola, dal primo agosto 2023 al 31 luglio 2024 in questo caso. I produttori italiani hanno spumantizzato l’equivalente di oltre un miliardo e ottanta milioni di bottiglie segnando un decremento dello 0,5%. È l’indicazione chiara di un settore in ottima salute che trova riscontro nei dati Istat di export da gennaio a luglio del 2024 che registrano un totale di un miliardo e duecentonovantasette milioni di euro, segnando una crescita del 7% sullo stesso periodo del 2023 e del 213% rispetto al 2014 (sempre gennaio-luglio). Unico neo è che quest’anno alla crescita in valore è corrisposta una crescita in volume
percentualmente superiore e quindi un piccolo decremento in valore della bottiglia, oggi a 5,69 euro, lo scorso anno 5,87. Si partirà alle 13.30 con la presentazione dell’edizione 2025 della guida Sparkle e la relativa consegna delle ambite 5 sfere (in allegato l’elenco completo). E poi, come di consueto, alle 16 inizia la grande degustazione di bollicine italiane con l’apertura al pubblico. Un’appassionante degustazione con oltre duecento tra i migliori spumanti secchi italiani, tra quelli presenti in guida, tutti da scoprire e degustare attraverso un percorso strutturato in base all’appartenenza territoriale. Anche quest’anno possiamo contare sul supporto di importanti brand nazionali e internazionali che hanno scelto il nostro evento come occasione di comunicazione e promozione. Per la parte tecnica, un’importante conferma è la presenza consecutiva da ben 12 anni di Diam, marchio leader nella produzione di tappi tecnici in sughero presente in qualità di sponsor sin dalle prime edizioni del nostro evento. E poi la parte food che registra la quinta partecipazione di una grande famiglia dell’industria alimentare italiana di qualità. Parliamo di Antica Pasticceria Muzzi dal 1795, l’azienda dolciaria umbra leader nella produzione della pasticceria delle ricorrenze e non solo. Quest’anno, si unisce alla squadra di SparkleDay un altro noto marchio del made in Italy, parliamo di Caffè Toraldo, la storica torrefazione di Napoli che dal 1968 porta l’espresso napoletano in tutto il mondo. Tutte le info su come partecipare ed elenco delle aziende presenti in aggiornamento su www.cucinaevini.it. La guida Sparkle 2025 è in vendita sul sito www.shop.cucinaevini.it. GUIDA SPARKLE 2025
Presentazione riservata alla stampa e agli addetti ai lavori
Sabato 30 novembre 2024, ore 13.30
The Westin Excelsior Hotel (Via Vittorio Veneto, 125), Roma
In vendita su www.shop.cucinaevini.it. SPARKLEDAY
Sabato 30 novembre 2024, dalle ore 16.00 alle 22.00
The Westin Excelsior Hotel (Via Vittorio Veneto, 125), Roma
Costo ingresso € 30,00 (sono inclusi calice e sacca porta bicchiere)
info@cucinaevini.it, 0698872584
Biglietteria on line: www.shop.cucinaevini.it
Riduzione sommelier: € 20 presentando la tessera associativa in biglietteria il giorno dell’evento.
Operatori: richiedere accredito scrivendo a: eventi@cucinaevini.it Di seguito i vini che hanno ottenuto le cinque sfere. La Redazione PIEMONTE Alta Langa Blanc ’d Blanc Brut 2018 Giulio Cocchi Alta Langa TotoCorde Brut 2018 Giulio Cocchi Alta Langa Riserva Zero 140 Pas Dosé 2010 Enrico Serafino Alta Langa Riserva Zero Pas Dosé 2018 Enrico Serafino Alta Langa Riserva Cuvée 60 Mesi Brut 2013 Gancia Soldati La Scolca D’Antan Brut 2012 La Scolca Soldati La Scolca D’Antan Rosé Brut 2012 La Scolca LOMBARDIA Franciacorta Satèn Edizione 2020 Barone Pizzini Franciacorta Pas Operé Extra Brut 2018 Bellavista Franciacorta Riserva Palazzo Lana Extrême Extra Brut 2013 Guido Berlucchi Franciacorta Rosé Extra Brut 2020 Bosio Franciacorta Riserva Cuvée Annamaria Clementi Dosage Zéro 2015 Ca’ del Bosco Franciacorta Riserva Cuvée Annamaria Clementi Rosé Extra Brut 2014 Ca’ del Bosco Franciacorta Riserva Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2015 Ca’ del Bosco Franciacorta Nero Zero 2019 Colline della Stella Franciacorta Blau Blanc de Noir Extra Brut 2016 Corte Aura Franciacorta Riserva Raramè Dosaggio Zero 2012 Corte Aura Franciacorta Rosé Brut Corte Fusia Franciacorta Le Millèsimé Brut 2015 Derbusco Cives Franciacorta Riserva 33 Non Dosato 2016 Ferghettina Franciacorta Riserva Extra Brut 2016 Ferghettina Franciacorta Satèn 2020 Freccianera Fratelli Berlucchi Franciacorta Riserva Capitolo II Dosaggio Zero 2016 Le Vedute Franciacorta Superno Dosaggio Zero 2016 Marzaghe Franciacorta Satèn 2020 Mirabella Franciacorta Satèn 2020 Mosnel Franciacorta Riserva Villa Crespia Millè Brut 2014 Muratori Franciacorta Satèn 2020 Tenuta Ambrosini Franciacorta Ricciolina Satèn Terre d’Aemòr Franciacorta Rosé Extra Brut 2020 Terre d’Aemòr Franciacorta Comarì del Salem Extra Brut 2017 Uberti Franciacorta Dequinque Cuvée 15 Vendemmie Extra Brut Uberti Franciacorta Magnificentia Satèn 2020 Uberti Franciacorta Cuvette Brut 2019 Villa Franciacorta Franciacorta Diamant Pas Dosé 2019 Villa Franciacorta Franciacorta Riserva Nobile Alessandro Bianchi Rna 15 anni Extra Brut 2007 Villa Franciacorta Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero Riva Rinetti Pas Dosé 2019 Calatroni Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero Dasdòt Pas Dosé 2019 Fradé Lugana Brut Nature 2013 Perla del Garda Mattia Vezzola Grande Annata Brut 2018 Costaripa TRENTINO Trento Riserva Collezione Luciano Lunelli Rosé Brut 2009 Abate Nero Trento Riserva Graal Brut 2017 Altemasi Trento Brut Balter Trento Riserva Pas Dosé 2017 Balter Trento Riserva 907 Extra Brut 2018 Cantina di Isera Trento Riserva Brezza Riva Pas Dosé 2019 Cantina di Riva Trento R Rosé Brut Cantina Rotaliana Trento Riserva R Brut 2016 Cantina Rotaliana Trento Riserva OroRosso Dosaggio Zero 2018 Cembra Cantina di Montagna Trento 1673 Rosé Brut 2017 Cesarini Sforza Trento Riserva Lunelli Extra Brut 2016 Ferrari Trento Riserva Masnen-Vignal Blanc de Blancs Extra Brut 2019 Klinger Trento Riserva del Fondatore 976 Brut 2013 Letrari Trento Riserva Dosaggio Zero 2019 Maso Martis Trento Brut Nature 2018 Moser Trento Riserva Tracce Extra Brut 2016 Moser Trento Riserva Flavio Brut 2016 Rotari Trento Maso Nero Dosaggio Zero 2019 Zeni Trento Riserva Maso Nero Extra Brut 2017 Zeni ALTO ADIGE Alto Adige Riserva Extra Brut 2018 Arunda Alto Adige Riserva 600 Blanc de Blancs Extra Brut 2018 Cantina Kurtatsch Alto Adige Riserva 1919 Extra Brut 2018 Kettmeir VENETO Asolo Prosecco Superiore Extra Dry 2023 Commendator Pozzobon Rosalio Valdobbiadene Rive di Colbertaldo Vigneto Giardino Asciutto 2023 Adami Valdobbiadene Rive di Santo Stefano Dirupo Nazzareno Pola Etichetta del Fondatore Extra Dry 2023 Andreola Valdobbiadene Rive di Soligo Mas de Fer Extra Dry 2023 Andreola Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2023 Andreola Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Soligo Extra Brut 2023 BiancaVigna Valdobbiadene Prosecco Superiore BandaRossa Vigna di Collagù Extra Dry 2023 Bortolomiol Valdobbiadene Prosecco Superiore Ius Naturae Brut 2023 Bortolomiol Valdobbiadene Coste di Mezzodì Dry 2023 Col Vetoraz Valdobbiadene Rive di Vidor Tittoni Dry (2013-2014-2021-2023) La Tordera Valdobbiadene Prosecco Superiore Cruner Dry Le Colture Conegliano Valdobbiadene 20.10 Extra Dry 2023 Le Manzane Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry 2023 Rebuli Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Farrò Particella 232 Extra Brut 2023 Sorelle Bronca Lessini Durello Riserva Amedeo Evolution Pas Dosé 2012 Ca’ Rugate Lessini Durello Riserva Amedeo Pas Dosé 2018 Ca’ Rugate FRIULI VENEZIA GIULIA Dom Jurosa Blanc de Blancs Extra Brut 2018 Lis Neris TOSCANA Bolle di Borro Rosé Brut 2018 Il Borro LAZIO Alarosa Brut Vigne del Patrimonio ABRUZZO Nicola Di Sipio Brut Di Sipio Brut Marramiero Rosé Brut Marramiero PUGLIA Daunia Bombino Bianco RN Brut 2019 d’Araprì Gianfranco Fino Rosato Dosaggio Zero 2019 Gianfranco Fino SICILIA Etna Gaudensius Blanc de Noir Brut Firriato
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percentualmente superiore e quindi un piccolo decremento in valore della bottiglia, oggi a 5,69 euro, lo scorso anno 5,87. Si partirà alle 13.30 con la presentazione dell’edizione 2025 della guida Sparkle e la relativa consegna delle ambite 5 sfere (in allegato l’elenco completo). E poi, come di consueto, alle 16 inizia la grande degustazione di bollicine italiane con l’apertura al pubblico. Un’appassionante degustazione con oltre duecento tra i migliori spumanti secchi italiani, tra quelli presenti in guida, tutti da scoprire e degustare attraverso un percorso strutturato in base all’appartenenza territoriale. Anche quest’anno possiamo contare sul supporto di importanti brand nazionali e internazionali che hanno scelto il nostro evento come occasione di comunicazione e promozione. Per la parte tecnica, un’importante conferma è la presenza consecutiva da ben 12 anni di Diam, marchio leader nella produzione di tappi tecnici in sughero presente in qualità di sponsor sin dalle prime edizioni del nostro evento. E poi la parte food che registra la quinta partecipazione di una grande famiglia dell’industria alimentare italiana di qualità. Parliamo di Antica Pasticceria Muzzi dal 1795, l’azienda dolciaria umbra leader nella produzione della pasticceria delle ricorrenze e non solo. Quest’anno, si unisce alla squadra di SparkleDay un altro noto marchio del made in Italy, parliamo di Caffè Toraldo, la storica torrefazione di Napoli che dal 1968 porta l’espresso napoletano in tutto il mondo. Tutte le info su come partecipare ed elenco delle aziende presenti in aggiornamento su www.cucinaevini.it. La guida Sparkle 2025 è in vendita sul sito www.shop.cucinaevini.it. GUIDA SPARKLE 2025
Presentazione riservata alla stampa e agli addetti ai lavori
Sabato 30 novembre 2024, ore 13.30
The Westin Excelsior Hotel (Via Vittorio Veneto, 125), Roma
In vendita su www.shop.cucinaevini.it. SPARKLEDAY
Sabato 30 novembre 2024, dalle ore 16.00 alle 22.00
The Westin Excelsior Hotel (Via Vittorio Veneto, 125), Roma
Costo ingresso € 30,00 (sono inclusi calice e sacca porta bicchiere)
info@cucinaevini.it, 0698872584
Biglietteria on line: www.shop.cucinaevini.it
Riduzione sommelier: € 20 presentando la tessera associativa in biglietteria il giorno dell’evento.
Operatori: richiedere accredito scrivendo a: eventi@cucinaevini.it Di seguito i vini che hanno ottenuto le cinque sfere. La Redazione PIEMONTE Alta Langa Blanc ’d Blanc Brut 2018 Giulio Cocchi Alta Langa TotoCorde Brut 2018 Giulio Cocchi Alta Langa Riserva Zero 140 Pas Dosé 2010 Enrico Serafino Alta Langa Riserva Zero Pas Dosé 2018 Enrico Serafino Alta Langa Riserva Cuvée 60 Mesi Brut 2013 Gancia Soldati La Scolca D’Antan Brut 2012 La Scolca Soldati La Scolca D’Antan Rosé Brut 2012 La Scolca LOMBARDIA Franciacorta Satèn Edizione 2020 Barone Pizzini Franciacorta Pas Operé Extra Brut 2018 Bellavista Franciacorta Riserva Palazzo Lana Extrême Extra Brut 2013 Guido Berlucchi Franciacorta Rosé Extra Brut 2020 Bosio Franciacorta Riserva Cuvée Annamaria Clementi Dosage Zéro 2015 Ca’ del Bosco Franciacorta Riserva Cuvée Annamaria Clementi Rosé Extra Brut 2014 Ca’ del Bosco Franciacorta Riserva Vintage Collection Dosage Zéro Noir 2015 Ca’ del Bosco Franciacorta Nero Zero 2019 Colline della Stella Franciacorta Blau Blanc de Noir Extra Brut 2016 Corte Aura Franciacorta Riserva Raramè Dosaggio Zero 2012 Corte Aura Franciacorta Rosé Brut Corte Fusia Franciacorta Le Millèsimé Brut 2015 Derbusco Cives Franciacorta Riserva 33 Non Dosato 2016 Ferghettina Franciacorta Riserva Extra Brut 2016 Ferghettina Franciacorta Satèn 2020 Freccianera Fratelli Berlucchi Franciacorta Riserva Capitolo II Dosaggio Zero 2016 Le Vedute Franciacorta Superno Dosaggio Zero 2016 Marzaghe Franciacorta Satèn 2020 Mirabella Franciacorta Satèn 2020 Mosnel Franciacorta Riserva Villa Crespia Millè Brut 2014 Muratori Franciacorta Satèn 2020 Tenuta Ambrosini Franciacorta Ricciolina Satèn Terre d’Aemòr Franciacorta Rosé Extra Brut 2020 Terre d’Aemòr Franciacorta Comarì del Salem Extra Brut 2017 Uberti Franciacorta Dequinque Cuvée 15 Vendemmie Extra Brut Uberti Franciacorta Magnificentia Satèn 2020 Uberti Franciacorta Cuvette Brut 2019 Villa Franciacorta Franciacorta Diamant Pas Dosé 2019 Villa Franciacorta Franciacorta Riserva Nobile Alessandro Bianchi Rna 15 anni Extra Brut 2007 Villa Franciacorta Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero Riva Rinetti Pas Dosé 2019 Calatroni Oltrepò Pavese Metodo Classico Pinot Nero Dasdòt Pas Dosé 2019 Fradé Lugana Brut Nature 2013 Perla del Garda Mattia Vezzola Grande Annata Brut 2018 Costaripa TRENTINO Trento Riserva Collezione Luciano Lunelli Rosé Brut 2009 Abate Nero Trento Riserva Graal Brut 2017 Altemasi Trento Brut Balter Trento Riserva Pas Dosé 2017 Balter Trento Riserva 907 Extra Brut 2018 Cantina di Isera Trento Riserva Brezza Riva Pas Dosé 2019 Cantina di Riva Trento R Rosé Brut Cantina Rotaliana Trento Riserva R Brut 2016 Cantina Rotaliana Trento Riserva OroRosso Dosaggio Zero 2018 Cembra Cantina di Montagna Trento 1673 Rosé Brut 2017 Cesarini Sforza Trento Riserva Lunelli Extra Brut 2016 Ferrari Trento Riserva Masnen-Vignal Blanc de Blancs Extra Brut 2019 Klinger Trento Riserva del Fondatore 976 Brut 2013 Letrari Trento Riserva Dosaggio Zero 2019 Maso Martis Trento Brut Nature 2018 Moser Trento Riserva Tracce Extra Brut 2016 Moser Trento Riserva Flavio Brut 2016 Rotari Trento Maso Nero Dosaggio Zero 2019 Zeni Trento Riserva Maso Nero Extra Brut 2017 Zeni ALTO ADIGE Alto Adige Riserva Extra Brut 2018 Arunda Alto Adige Riserva 600 Blanc de Blancs Extra Brut 2018 Cantina Kurtatsch Alto Adige Riserva 1919 Extra Brut 2018 Kettmeir VENETO Asolo Prosecco Superiore Extra Dry 2023 Commendator Pozzobon Rosalio Valdobbiadene Rive di Colbertaldo Vigneto Giardino Asciutto 2023 Adami Valdobbiadene Rive di Santo Stefano Dirupo Nazzareno Pola Etichetta del Fondatore Extra Dry 2023 Andreola Valdobbiadene Rive di Soligo Mas de Fer Extra Dry 2023 Andreola Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry 2023 Andreola Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Soligo Extra Brut 2023 BiancaVigna Valdobbiadene Prosecco Superiore BandaRossa Vigna di Collagù Extra Dry 2023 Bortolomiol Valdobbiadene Prosecco Superiore Ius Naturae Brut 2023 Bortolomiol Valdobbiadene Coste di Mezzodì Dry 2023 Col Vetoraz Valdobbiadene Rive di Vidor Tittoni Dry (2013-2014-2021-2023) La Tordera Valdobbiadene Prosecco Superiore Cruner Dry Le Colture Conegliano Valdobbiadene 20.10 Extra Dry 2023 Le Manzane Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry 2023 Rebuli Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Farrò Particella 232 Extra Brut 2023 Sorelle Bronca Lessini Durello Riserva Amedeo Evolution Pas Dosé 2012 Ca’ Rugate Lessini Durello Riserva Amedeo Pas Dosé 2018 Ca’ Rugate FRIULI VENEZIA GIULIA Dom Jurosa Blanc de Blancs Extra Brut 2018 Lis Neris TOSCANA Bolle di Borro Rosé Brut 2018 Il Borro LAZIO Alarosa Brut Vigne del Patrimonio ABRUZZO Nicola Di Sipio Brut Di Sipio Brut Marramiero Rosé Brut Marramiero PUGLIA Daunia Bombino Bianco RN Brut 2019 d’Araprì Gianfranco Fino Rosato Dosaggio Zero 2019 Gianfranco Fino SICILIA Etna Gaudensius Blanc de Noir Brut Firriato
16 Novembre, 2024
Le scoperte enoiche di Benny School: i Grands Crus Classés
Le scoperte enoiche di Benny School: i Grands Crus Classés
1855 La Nascita di un Mito
Quando pensiamo ai vini di Bordeaux, l'immagine che ci viene in mente è spesso quella dei Grands Crus Classés del 1855. Ma cosa rende questa classificazione così speciale e duratura?
La loro storia affonda le radici nella visione di Napoleone III. In vista dell'Esposizione Universale di Parigi del 1855, l'imperatore chiese di creare una classificazione ufficiale dei migliori vini di Bordeaux. L'obiettivo era presentare al mondo una lista autorevole e definitiva, che servisse da guida per i visitatori stranieri. I commercianti e i courtiers (intermediari) di Bordeaux furon o incaricati di stilare l'elenco, basandosi sulla fama e sul prezzo che i vini avevano raggiunto negli anni precedenti.
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15 Novembre, 2024
Marco Mascellani. L’enologo delle permutazioni
622.614.630
È il numero delle combinazioni possibili per realizzare il fatidico sei al Superenalotto. Portarsi a casa il montepremi è, sempre, una questione di mera fortuna. Pensare solo di creare un sistema per la certezza di vincere, è impossibile. Non fosse altro perché sarebbe troppo oneroso.
Seicentoventiduemilioni di possibili combinazioni. 90 numeri su 11 ruote.Un numero esorbitante.
Se avessimo la capacità di usare i 545 vitigni censiti in Italia per creare blend con 2, 3, 4 varietà, si potrebbero realizzare 390.545.692 diverse combinazioni. Ovvero diversi vini. Quando si parla di “combinazioni” è bene precisare che l’ordine con il quale gli elementi vengono posizionati non è rilevante. Sarebbe come dire vinifichiamo prima un Cabernet, poi un Pinot, poi un Merlot e infine un Sangiovese oppure scegliamo una diversa sequenza, senza che il risultato cambi. Visto che questa affermazione potrebbe essere tranquillamente considerata una eresia, occorre parlare di “permutazioni”: il numero di elementi possibili salirebbe alla astronomica cifra di 87 miliardi. Immaginando poi uno stesso vitigno coltivato in diverse zone (un Grillo coltivato in Sicilia miscelato con uno coltivato in Puglia) sarebbe come aggiungerne altri vitigni ai 575 censiti in Italia con la conseguenza di aumentare il numero di possibili blend.
Infinite possibilità insomma. Il mondo del vino offre infinite possibilità.
Teoria certo. Follia anche. Impossibile direbbero in molti. Che senso avrebbe? Tutta la narrazione dei terroir andrebbe a farsi benedire in un nanosecondo. Tutto il pathos del territorio e delle aziende che lo rappresentano, finirebbe all’istante.
Eppure, riflettiamo. Pensiamo alle possibilità che 575 vitigni offrono. Cosa si genererebbe assemblando uve di Cabernet Sauvignon e Malvasia? Quali precursori si attivano? Cosa si genererebbe invece assemblando mosti o vini?
Una nuova frontiera per alcuni. Una eresia per altri.
Nascerebbero vini Frankestein oppure grandi vini?
I blend ci sono dagli albori del vino anche se è solo nell’800 che si sviluppano come tecnica enologica vera e propria volta a creare nuovi vini, stabilizzarne altri, correggerne altri ancora. Già, perché, senza fare i puristi, spesso si assiste all’utilizzo del blend per correggere difetti o portare le caratteristiche del prodotto al livello voluto.
Dove voglio arrivare? Semplice: miscelare con sapienza e conoscenza vini, mosti e uve può essere una vera grande opportunità per il mondo del vino. Unico vero problema (con tutto ciò che ne conseguirebbe) sarebbe il vedere camion refrigerati andare su e giù per la penisola carichi di uve, mosto o vino (quest’ultimo già accade…). Un pò come capita ora per le acque minerali: in Italia ci sono 140 stabilimenti di produzione per un totale di 256 differenti marchi e circa l’80% è trasportato su gomma ovvero non si consuma nella regione di produzione…
Marco Mascellani è un giovane enologo romano nato e vissuto per gran parte della sua giovinezza a Ostia (che è un quartiere di Roma non un comune a parte.. anche se nel tempo ci si è provato a farlo visto che conta più 90.000 abitanti e dista da Roma 29 km…).
La prima vigna la vedo a 17 anni quando con la famiglia ci trasferiamo in Umbria. Non avevo minimamente idea che sarei finito a fare vino. I miei aprirono un ristorante ad Orvieto e da li iniziai nel mondo enogastronomico.
Ostia è una realtà difficile a Roma, ma se sei un ragazzo stai bene dovunque. In estate poi, quando Ostia si trasforma nel Paese dei Balocchi, cosa vuoi di più dalla vita. Un trasferimento a 17 anni non può che essere traumatico. Ostia prima, Orvieto poi. Dura, davvero dura. Ma tocca dare una mano al ristorante. C’è poco da stare arrabbiati.
La passione per l’enologia nasce per caso. Inizio infatti il corso da sommelier per aumentare le conoscenze nel mondo del vino per un maggiore supporto al ristorante. Mi piaceva stare in sala.
Alle volte la propria vocazione, la strada verso il futuro, è la vita che te la serve. Magari fosse in un calice di vino. A Marco succede e, oltre a berlo, ha bisogno di capire cosa ci sia realmente in quel bicchiere. Un colpo di fulmine che lo teletrasporta a Perugia a studiare enologia (magari pure per riprendersi un pò di vita).
Il bicchiere di vino che ti offre la vita, devi riempirlo. Altrimenti quando finisce, è finita proprio.
Il Marco che ho conosciuto è persona determinata. Schematica. Metodica. Precisa. Ma anche un sognatore dinamico. Di quelli che non possono stare fermi per la voglia di imparare e fare. Di mettersi in gioco e non tirarsi mai indietro.
A pochi km da casa dei miei genitori stavano costruendo l’azienda Falesco. Di famiglia Cotarella. A Montecchio insomma. Si parlava tanto di Cotarella in quel territorio. Re indiscusso di quella zona. Fu la prima porta cui andai a bussare per fare il tirocinio. Parlai direttamente con Pier Paolo Chiasso che era il direttore generale. Andai li con il curriculum. Lui (Cotarella) insegnava a Viterbo.
Poi andai a Montefalco nell’azienda Terre della Custodia che aveva avviato da poco il processo della vinificazione. Serviva un consulente interno e io ero molto giovane. 22 anni. Mi mandò li a fare esperienza.
22 anni. L’indole di chi ha voglia di spaccare il mondo. Ma con calma. Solo quando si sarebbe sentito pronto intendendo per questo l’aver maturato le competenze necessarie.
Iniziai a scalpitare e sempre con lui ho avuto l’opportunità a 26 anni di essere catapultato in Puglia. Prese la consulenza da Leone de Castris e mi chiese se ne volevo diventare l’enologo responsabile. Per me fu una bellissima sfida. La accettai pensando di andare a farmi una esperienza lavorativa nel Salento per qualche anno. Invece poi ci sono rimasto. Abbastanza felicemente.
10 anni li in azienda. Un percorso che consente a Marco di capire che se voleva dar sfogo a tutta la sua voglia di fare occorreva intraprendere un altro percorso. Un percorso al quale aveva già pensato ai tempi della Facoltà a Perugia ma senza esperienza non si poteva proprio fare
Volevo fare il consulente. Perché ti permette di avere una esperienza incredibilmente maggiore rispetto a lavorare nella stessa aziende con le stesse uve, gli stessi vigneti. Quando ho iniziato il percorso di studi era quello che volevo fare.
Chi sa fa. Chi non sa, insegna. Non so se sia un vecchio adagio o un modo di dire che mi è entrato nel cervello da lungo tempo. Però mi è venuto in mente mentre parlavo con Marco.
Nella mia vita professionale ho avuto a che fare con tanti consulenti. Alcuni bravi ed illuminati, altri meno. Ho sempre apprezzato poco i teorici, quelli che ti dicevano le cose per come si imparano ai corsi di management o di marketing perché poi, calate nella realtà, trovavano poco spazio. Un pò di più lo trovavano le loro parcelle.
Marco è pacato. Possa le parole che comunque emergono spontanee. Semplice nelle espressioni. Determinato ma sempre con posatezza. Direi gentilezza che il tono della sua voce, ancora con forte influsso romano, mostra.
È una persona che programma. Che sa a aspettare. Senza essere impulsivo. Ha programmato anche l’essere un consulente enologico. Il tempo giusto. I modi giusti.
Quando ci si interfaccia con i produttori è sempre bene sapere come funzionano le cose. Nel 2018 mi sono dimesso da Leone de Castris iniziando la libera professione. Con con Cotarella i rapporti siano ottimi tanto che conservo ancora un paio di consulenze in Puglia.
Si fa presto ad essere stregati dal Salento e dalla Puglia. Non è solo sole e spiagge. Il Salento è il cuore pulsante della Puglia. Un tamburellante ritmo vitale che la Taranta rappresenta. La gioia di vivere che si incunea nei corpi delle persone abituate qui, da sempre, a lavorare la terra. Gli olivi, le masserie, le vigne. Ogni pietra sa di sale e sole. Sa di mare e di vento. Lu sule, lu mare, lu ientu.
Marco vive a Lecce con la moglie e i due figli. In Puglia ha il grosso delle sue consulenze.
Salento, Valle di Itria, Gioia del Colle, Nero di Troia. La percorro tutta. Lavoro in Abruzzo, Sicilia e Toscana. Faccio venti vendemmie in una. Cosi ho una visione più ampia.
Attitudine personale. Ci sono enologi che hanno impiegato la loro vita in maniera splendida facendo crescere la cantina e il territorio. Persone che si sono dedicate anima e corpo ad un produttore, ad un territorio, ad alcuni vitigni. Con forza e dedizione, con costanza e caparbietà.
Per come sono fatto io ho fame di nuove cose. Le alternative erano due: cambiare una azienda ogni tre anni ma difficile per la famiglia o fare il consulente. Se hai voglia di conoscere nuovi territori, nuovi produttori che se ne escono con delle idee per le quali tu dici “non ci avevo mai pensato” o per le quali sei costretto a dire che non si può fare. Questo ti da una linfa variegata. Io sento questa necessità.
Marco non solo vive l’azienda ma la vive, grazia al suo pragmatismo, per la parte che realmente gli interessa: quella enologica.
Per uno dinamico e bonariamente irrequieto, il lavoro in cantina non poteva essere propriamente per lui. Quando si sta in cantina come enologo, è impossibile fare solo quello. In cantina si fa di tutto ed è giusto sia così altrimenti non ci si starebbe con i costi. Il consulente gli consente invece di dedicare tutta la sua attenzione e determinazione nel modo che ama.
Potendo scegliere, scelgo di occuparmi quasi esclusivamente della parte tecnica. Fisicamente faccio sempre il giro dei vigneti, assaggio delle vasche per vedere delle criticità. Si possono fare dei lavori in cantina laddove non sono mai stati svolti. Si formano i cantinieri per materiali o pratiche mai arrivati in cantina. Io sono uno strumento pensante nelle loro mani.
I vini sono delle aziende. Le aziende rimangono gli enologi passano. Se ad un vino viene associato il mio nome, ne sono contento ma il vino non deve essere mio. Deve rimanere dell’azienda. È proprio questo il lavoro.
Ecco Marco. Non una prima donna, non un comprimario. Forse un ghostwriter. Un suggeritore di battute. Avete presente a teatro quella buca posta proprio al centro del palcoscenico? Li dentro c’è il suggeritore. Un personaggio fondamentale per gli attori che vedono in lui l’amico, l’ancora di salvataggio per i momenti, che ci saranno, di totale appannamento. Lui è la sicurezza per il semplice fatto che c’è.
Il suggeritore può decretare il successo o l’insuccesso di uno spettacolo. È il regista occulto. Colui che può tranquillamente cambiare le sorti della serata.
Ricordo un bellissimo episodio del film Una estate al mare di Carlo Vanzina (2008) nel quale il grandissimo Gigi Proietti, grande anche come doppiatore (sapevate che è lui che doppia Sylvester Stallone in Rocky e grazie a lui abbiamo quel meraviglioso Adrianaaaaa?) interpreta il conte Duval che, smemorato, deve ricorrere al suggeritore per recitare nella commedia La signora delle Camelie. Lo trovate a questo link. Quando smetterete di ridere (ci vorrà un po’ di tempo, tornate a leggere l’articolo!
Ho dei vini modello in testa come stile. Che rispecchiano la contemporaneità. Più verticali, dinamici, non opulenti. Vini che possono saper supportare l’invecchiamento ed evolversi in maniera migliorativa senza essere vinoni che stancano.
Marco ha le idee chiare in fatto di vini. Le tira fuori quando servono e quando qualcuno gli chiede di fare qualcosa per lui.
Da quando ho cominciato il percorso del consulente, delle venti aziende che collaboro, più della metà sono nuovi progetti. Nati con me. Mi hanno detto: ho la vigna, ho venduto l’uva fino all’altro ieri e adesso voglio fare vino. Non sono stati tanti i vini che mi sono trovato già fatto. Da una parte mi fa piacere dall’altra non mi ha permesso di entrare in una azienda con un background produttivo serio.
Il sogno di molti enologi o almeno di quelli che amano mettersi in gioco. Occorre stare spalla a spalla con il produttore. Non tirarsi indietro rispetto alle decisioni. Saper dire dei no.
È difficile anche mettere mano a vini già consolidati. Marco è riuscito anche in questo.
Con Vallone per il Graticciaia, è uno di quei vini sui quali abbiamo fatto un lavoro di make-up spogliandolo rispetto allo stile opulento ed ossidativo. Su quel vino, gradualmente, abbiamo sempre di più tirato fuori il frutto, abbassando il residuo zuccherino nonostante sia un vino da uve appassite. Facciamo svolgere quasi completamente la fermentazione alcolica mentre prima era un vino molto molto morbido con uno stile ossidativo. Un vino che ha una storia abbastanza importante per la Puglia (più di trenta vendemmie). Ho fatto proprio una analisi scientifica attraverso lo storico delle etichette. Una super verticale delle trentadue andata di Graticciaia. Lo stile di trenta anni fa va interpretato. I primi Graticciaia erano secchi. Poi negli anni 90 sono aumentati i residui zuccherini, poi sono discesi. Adesso sono scesi ancora. Ecco questo è un tipo di vino dove, d’accordo con le proprietà abbiamo lavorato di fino. Smussando gli angoli. Rendendolo più bevibile e più verticale.
Poi i nuovi vini e le nuove aziende.
Un’azienda salentina che imbottigliava ma era poco considerata è Marulli. Piccolina perché fa 70mila bottiglie. Cresciuta tanto in termini di visibilità e percezione del mercato. Era considerata una azienda fai da te. I risultati sono arrivati. Abbiamo creato un vino da Negramaro e Montepulciano, Malassiso. Non esisteva e ci sta portando grandi soddisfazioni.
Ho iniziato a lavorare con la cantina Curtomartino di Gioia del Colle, un territorio magico dove abbiamo lavorato per la doc con il bianco, il rosato che non fa nessuno, il Primitivo, l’Aleatico passito. Siamo usciti adesso con i primi due vini. Poi la riserva 2022. sono convinto che mi darà soddisfazioni.
Sull’Etna ho creato un vino da un vigneto di un ettaro che si trova a 1000 metri sul versante sud ad Adrano. Dove ha investito anche Gaja. 5000 bottiglie di uvaggio diverso a piede franco. C’è del Nerello Mascalese, Greanche, Pinot Nero. Materia, struttura, eleganza e sinuosità
Quando poi gli chiedo circa la sua filosofia in cantina mi da una risposta che mi fa letteralmente scoppiare a ridere.
Sono democristiano. Sto nel mezzo. Il mondo non è bianco e nero. L’essere estremisti non porta mai a decisioni sagge. Sulle fermentazioni spontanee se il territorio ti consente di avere delle uve con parametri analitici corretti e la cantina ha livelli di pulizia adeguati, si può fare. Nei territori dove lavoro non c’è questa possibilità. Nel centro sud Italia è tutto più difficile. L’utilizzo dei lieviti è secondario. Ne sono convinto. Sono importanti perché ti danno una garanzia fermentativa e sono uno strumento che hai a disposizione per guidare da un punto di vista micro biologico la fermentazione alcolica essendo sicuri che lo zucchero si trasforma. Hanno un impatto aromatico ma fino ad un certo punto. Da un Trebbiano non uscirà mai un Sauvignon. Dove posso utilizzo lieviti che valorizzano la varietà dell’uva. Sulle varietà a carattere tiolico, cerco di utilizzare lieviti che lavorano sui precursori aromatici dei tioli. Se si utilizzassero lieviti indigeni con ph 3.30 e ph 6.5 c’è il rischio di penalizzare le potenzialità dell’uva e del territorio. Al tempo stesso cerco di non conciarlo il vino. Senza che abbia difetti. Ci sono tanti modi per proteggere il vino ma questo valorizza il territorio se non ha difetti altrimenti lo si rende uguali.
Ecco, una risposta del genere fa capire quanto Marco abbia testa sulle spalle. Il suo essere “democristiano” lo porta a scegliere il meglio per i propri clienti. Senza estremismi e senza pensare che le cose si debbano o si possano fare solo in un modo. Alle volte si demonizza l’utilizzo dei lieviti selezionati ma è un modo poco intelligente di guardare alle cose. Specialmente quando non sono le proprie. I lieviti indigeni, quando ci sono, quando le condizioni di vigna e di cantina lo consentono, sono una ottima soluzione perché è segno che li si può fare. Non sempre però ci sono proprio le condizioni e in questo caso, occorre agire diversamente. Agire.
Siete riusciti ad inquadrare bene Marco e la sua esperienza? Perché solo così si può capire perché abbia deciso di intraprendere una propria avventura che da consulente per i produttori lo fa diventare proprio produttore.
Era un pò che ci pensavo. Poco prima della passata vendemmia mi si è accesa la lampadina e mi sono detto: voglio provare a farlo. Più per gioco. Ho la necessità di trovare una zona franca. Sono molto schematico nel mio lavoro. Ho tutti file excel. Abbastanza scientifico. Il lavoro deve essere il più sistematico possibile e avevo bisogno di una zona franca. Selvaggia.
Mi trovavo a fare tagli finali in cantina e pensavo a come ci sarebbe stato bene un ulteriore uvaggio. Complessità. Dobbiamo sempre valorizzare il territorio e i vitigni che coltivano ma avere la possibilità di avere qualcosa che sia estetica e basta, edonostica, organolettica, togliendo dalla testa il territorio ma seguendo l’istinto. Mi piaceva l’idea di cambiare ogni anno in funzione dell’annata. Quest’anno magari un bianco, il prossimo un rosso…
Ora però non è ancora il momento di continuare. Le luci si spengono come nella canzone di un pugliese doc, Domenico Modugno, L’uomo in frack
È giunta mezzanotteSi spengono i rumoriSi spegne anche l’insegnaDi quell’ultimo caffèLe strade son deserteDeserte e silenzioseUn’ultima carrozzaCigolando se ne va
Il fiume scorre lentoFrusciando sotto i pontiLa luna splende in cieloDorme tutta la cittàSolo va un vecchio frack
Lasciamo che passi la notte e aspettiamo l’aurora per svelare il progetto di Marco. Un indizio, nel prologo di questo articolo, così come nel titolo, già c’è.
Tra un paio di settimane, il nuovo articolo. Anzi, la prima permutazione.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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14 Novembre, 2024
Life of Wine XIII edizione. Viaggio nelle età del vino
Un viaggio unico alla scoperta dell’evoluzione del vino
Si terrà domenica 24 novembre la XIII edizione di Life of Wine, evento unico dedicato all’affinamento dei vini in bottiglia di affermate cantine italiane, che prenderà vita negli splendidi spazi dell’Hotel Villa Pamphili a Roma. Ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica , agenzie di Firenze specializzate in comunicazione e organizzazione di manifestazioni enogastronomiche, in collaborazione con il giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere, riunirà anche quest’anno circa 50 aziende da tutto il Bel Paese, chiamate per far degustare al pubblico annate in commercio ed annate precedenti, per un singolare viaggio alla scoperta dell’evoluzione del vino attraverso lo scorrere del tempo. Protagoniste di questa nuova edizione di Life of Wine saranno: AGRICOLA MEVANTE
ANTONELLI SAN MARCO
BADIA A COLTIBUONO
BEL COLLE
BOSCARELLI
CAIAROSSA
CANTINA DI PRISCO
CANTINA DI VENOSA
CANTINA KALTERN
CANTINA SANTADI
CANTINE DEI
CANTINE DEL NOTAIO
CANTINE LUNAE BOSONI
CANTINE MARISA CUOMO
CAPANNELLE
CAPEZZANA
CASALE DEL GIGLIO
CASATA MERGÈ
CERULLI SPINOZZI
COLLI DI CASTELFRANCI
COLOGNOLE
CORTE DEI VENTI
ERSTE+NEUE
FARAONE
FATTORIA SELVAPIANA
FATTORIA VARRAMISTA
FATTORIA ZERBINA
FONTANA CANDIDA
GINI
IL BORRO
LA STRADINA
LAMOLE DI LAMOLE
LETRARI
LISINI
MORISFARMS
MUSCARI TOMAJOLI
PIAN DELLE QUERCI
PLONERHOF
POGGIO AL TESORO
POGGIO BONELLI
RIDOLFI
SALVATORE MOLETTIERI
SANTA BARBARA
SARDUS PATER
SECONDO MARCO
TENUTA DI FIORANO
TRAERTE – VADIAPERTI
VILLA SALETTA Ogni cantina, presente al proprio banco di assaggio, porterà di almeno una etichetta almeno due annate meno recenti oltre all’annata in commercio, dando la possibilità ai presenti di immergersi in numerose ed intriganti micro verticali. Oltre a questo si potranno degustare anche altre etichette in commercio, per avere un quadro esaustivo della produzione di ogni singola realtà. Alcune bottiglie, a discrezione dei produttori che parteciperanno a questa nuova edizione, potranno anche essere acquistate dal pubblico presente. Life of Wine aprirà le porte alle ore 10 di domenica 24 novembre. Dalle ore 10 fino alle ore 13.30 l’ingresso sarà riservato a sommelier tesserati che, esibendo alla cassa la tessera, pagheranno un prezzo ridotto di 25 euro invece di 35 euro, ed a stampa, comunicatori ed operatori solo di settore vinicolo che potranno richiedere l’accredito recandosi sul sito www.lifeofwine.it (sezione ingressi). L’accredito avrà validità solo se confermato via mail dall’organizzazione. Dalle 13.30 le porte si apriranno anche agli appassionati e l’evento si concluderà alle ore 19. Il biglietto di ingresso è di 35 euro da pagare in loco e consentirà l’assaggio di tutti i vini presenti. Per la lista delle aziende e dei vini (in fase di aggiornamento) si rimanda al sito www.lifeofwine.com Facebook: https://www.facebook.com/Life-of-Wine-249159771798182/?ref=br_rs Instagram: https://instagram.com/lifeofwine_vecchieannate?utm_medium=copy_link Info: www.lifeofwine.it | 329.9293459 – 347.0613646 | info@studioumami.com La Redazione
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Si terrà domenica 24 novembre la XIII edizione di Life of Wine, evento unico dedicato all’affinamento dei vini in bottiglia di affermate cantine italiane, che prenderà vita negli splendidi spazi dell’Hotel Villa Pamphili a Roma. Ideato da Studio Umami e Roberta Perna Comunicazione Enogastronomica , agenzie di Firenze specializzate in comunicazione e organizzazione di manifestazioni enogastronomiche, in collaborazione con il giornalista Maurizio Valeriani, direttore della testata Vinodabere, riunirà anche quest’anno circa 50 aziende da tutto il Bel Paese, chiamate per far degustare al pubblico annate in commercio ed annate precedenti, per un singolare viaggio alla scoperta dell’evoluzione del vino attraverso lo scorrere del tempo. Protagoniste di questa nuova edizione di Life of Wine saranno: AGRICOLA MEVANTE
ANTONELLI SAN MARCO
BADIA A COLTIBUONO
BEL COLLE
BOSCARELLI
CAIAROSSA
CANTINA DI PRISCO
CANTINA DI VENOSA
CANTINA KALTERN
CANTINA SANTADI
CANTINE DEI
CANTINE DEL NOTAIO
CANTINE LUNAE BOSONI
CANTINE MARISA CUOMO
CAPANNELLE
CAPEZZANA
CASALE DEL GIGLIO
CASATA MERGÈ
CERULLI SPINOZZI
COLLI DI CASTELFRANCI
COLOGNOLE
CORTE DEI VENTI
ERSTE+NEUE
FARAONE
FATTORIA SELVAPIANA
FATTORIA VARRAMISTA
FATTORIA ZERBINA
FONTANA CANDIDA
GINI
IL BORRO
LA STRADINA
LAMOLE DI LAMOLE
LETRARI
LISINI
MORISFARMS
MUSCARI TOMAJOLI
PIAN DELLE QUERCI
PLONERHOF
POGGIO AL TESORO
POGGIO BONELLI
RIDOLFI
SALVATORE MOLETTIERI
SANTA BARBARA
SARDUS PATER
SECONDO MARCO
TENUTA DI FIORANO
TRAERTE – VADIAPERTI
VILLA SALETTA Ogni cantina, presente al proprio banco di assaggio, porterà di almeno una etichetta almeno due annate meno recenti oltre all’annata in commercio, dando la possibilità ai presenti di immergersi in numerose ed intriganti micro verticali. Oltre a questo si potranno degustare anche altre etichette in commercio, per avere un quadro esaustivo della produzione di ogni singola realtà. Alcune bottiglie, a discrezione dei produttori che parteciperanno a questa nuova edizione, potranno anche essere acquistate dal pubblico presente. Life of Wine aprirà le porte alle ore 10 di domenica 24 novembre. Dalle ore 10 fino alle ore 13.30 l’ingresso sarà riservato a sommelier tesserati che, esibendo alla cassa la tessera, pagheranno un prezzo ridotto di 25 euro invece di 35 euro, ed a stampa, comunicatori ed operatori solo di settore vinicolo che potranno richiedere l’accredito recandosi sul sito www.lifeofwine.it (sezione ingressi). L’accredito avrà validità solo se confermato via mail dall’organizzazione. Dalle 13.30 le porte si apriranno anche agli appassionati e l’evento si concluderà alle ore 19. Il biglietto di ingresso è di 35 euro da pagare in loco e consentirà l’assaggio di tutti i vini presenti. Per la lista delle aziende e dei vini (in fase di aggiornamento) si rimanda al sito www.lifeofwine.com Facebook: https://www.facebook.com/Life-of-Wine-249159771798182/?ref=br_rs Instagram: https://instagram.com/lifeofwine_vecchieannate?utm_medium=copy_link Info: www.lifeofwine.it | 329.9293459 – 347.0613646 | info@studioumami.com La Redazione
14 Novembre, 2024
I Vini dell'EMILIA ROMAGNA (by GoWine)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 24 Ottobre le sale dell’Hotel SAVOY di Roma hanno ospitato l’ennesimo evento dell’infaticabile GOWINE, dedicato questa volta ai vini dell’Emilia Romagna.
Una serata che ha visto la partecipazione di una ventina di Aziende e che ha consentito agli addetti del settore e al pubblico dei winelovers romani di mettere a fuoco le produzioni di una regione vitivinicola troppo spesso dimenticata.
GLI ASSAGGI
Beh, non mancavano certo le etichette e chi si aspettava solo Lambrusco sarà rimasto deluso.
Il Sangiovese ho potuto mostrare il proprio carattere e l’Albana è riuscita a stupire anche con interpretazioni che esulavano da quella passita.
Dunque, tra bolle e vini fermi, sorprese e spunti di approfondimento non sono mancati.
Di seguito trovate una “TOP TEN” suddivisa per Aziende, all’interno della quale dovrete andarVi a cercare i vini con la musica e i vini che la musica non se la sono meritata, i punteggi buoni e i punteggi meno buoni…
Tutto rigorosamente personale e suscettibile, mi auguro, delle Vostre critiche.
Leggete, assaggiate, condividete e…siate curiosi, SEMPRE!
TORRE FORNELLO
SPUMANTE METODO CLASSICO “OLUBRA” BRUT 2016 (Sbocc. 03.24): da un’Azienda che è in Emilia Romagna ma “quasi” in Piemonte, “quasi” in Liguria, “quasi” in Lombardia, un vino fatto con un Marsanne che è sicuramente francese ma “quasi” autoctono.
Arrivato al seguito delle truppe napoleoniche, ha seguito l’imperatore fino al suo esilio toscano e qui, assieme a un saldo di Malvasia di Candia Aromatica raccolta precocemente solo per dare un po’ di spalla acida al risultato finale, finisce in bottiglia per scontare la propria pena di 80 mesi sui lieviti.
Il naso propone un grandangolare panorama marino fatto di scogli, muscoli e bisso che cerca di zittire i toni acuti di una frutta secca che scandisce nocciole e arachidi tostate.
Frutta e fiori bianchi sono un dettaglio trascurabile e il sorso, che s’approccia con fascino cremoso, diventa ben presto una lama dritta e affilata, di potente sapidità e freschezza appena in affanno.
Certamente un vino da assaggiare, non fosse altro che per la sua assoluta unicità (Enrico Sgorbati è l’unico al mondo a produrlo).
(87+ Punti).
SPUMANTE METODO CLASSICO “ILBERTÈ” PAS DOSÉ 2010 (Sbocc. 07.22): 132 mesi sui lieviti, un lungo esilio per questo Pinot Nero che al naso rivela già il proprio animo cremoso ma…
Sembra vergognarsene e allora sciorina una lunga lista di sottili vegetalità, balsamico mentolate, aromatiche di salvia, appena “green” di raspo prima di dedicarsi alla pasticceria tostata e chiudere su mineralità quasi piccanti.
In bocca è morbido abbraccio e verticale, tagliente freschezza che incita l’urgenza della sete e pareggia una sapidità che fa schioccare la lingua.
Forse (ma “FORSE”) un appena più corto di quanto mi sarei aspettato ma…
(89- Punti).
COLLI PIACENTINI DOC MALVASIA “DONNA LUIGIA” 2021: tutta Malvasia di Candia Aromatica ma…
Da tre vigneti (uno di 97 anni e uno attaccato dalla Botrytis) e 4 vinificazioni differenti.
Il naso è un ossimoro dolce/salato, fruttato/vegetale, racconta cenere spenta e cipria, menta, anice, frutta tropicale matura e…un qualcosa che sarà ma che già accenna all’idrocarburo.
Sorso strutturato e ciccione ma di grande dinamicità, dell’olfatto sottolinea la frutta ma, in chiusura, pone l’accento su un agrume che è quasi arancia e s’allunga su aromatiche balsamicità.
Strizza l’occhio e fa fare pazzie, dolce come un bacio, graffiante come un’avventura.
Un vino che credevate donna ma si rivela femmina.
Un vino per fare pensieri impuri.
Da bere ascoltando L.A. WOMAN dei DOORS.
(90/90+ Punti).
COLLI PIACENTINI DOC MALVASIA “UNA” ORANGE WINE 2020: un vino “dimenticato” in vigna e in cantina, un vino che vuole pazienza.
Quella di aspettare l’aggressione della Botrytis, e quella di pazientare ben 13 mesi perché la fermentazione si compia.
Il naso è un’ampia tavolozza di dolcezze: il tiglio, l’albicocca disidratata, un tocco di cera d’api e “LO” ZAFFERANO!
Ed è la sorpresa di un’animo vegetale, quasi muschiato, sottilmente erbaceo, certamente balsamico.
Il sorso è un morbido abbraccio dalle unghie sapide, fresco quasi quanto servirebbe per renderlo equilibrato e con un finale in aromatica progressione.
Se V’aspettavate un “Sauternes de noartri” rimarrete delusi, se sapete meravigliarVi di fronte all’inaspettato lo amerete.
Da bere ascoltando ONE dei METALLICA.
(89/89+ Punti).
GUTTURNIO DOC “DIACONO GERARDO 1028” 2016 RISERVA: prugne e ciliegie mature e in confettura precedono spezie e note scure e boschive di humus e resine in una atmosfera intrisa di mineralità mentre laggiù, nel fondo del bicchiere, dietro sottili balsamicità e tostature, s’acquatta un quid di sana rusticità che quasi unisce il medioevo dei cavalieri a quello dei contadini.
Sorso sostanzioso che, appena sbilanciato sul piano delle morbidezze, fa leva sui tannini per mantenere il precario equilibrio.
Certo non un vino per tutti i giorni ma…
(88- Punti)
NERO DEL BUFALO
RAVENNA IGT ROSSO “NERO DEL BUFALO” 2023: Merlot con saldo di Cabernet e Ancellotta per un naso di romagnolo, rutto rose rosse e ciliegie croccanti ma…
Con un bel “ma” di sottobosco e note balsamiche di tabacco e ginepro, vegetali di sambuco e…un tocco “pellicciosamente” rustico a unire il tutto.
Il sorso?
Sostanzioso ma scorrevole, dinamicizzato dalla freschezza e da quei tannini da balera che coinvolgono, traviano, portano sulla via di un “dopo vino” che sa di peccato e nessun pentimento.
Si meriterebbe più degli 87 Punti che gli do, e basta che assaggiate la 2012 (cui per cattiveria ho assegnato solo 88 Punti perché mi è sembrato indeciso se prendere la strada dell’eleganza o mantenere il punto e rimanere orgogliosamente contadino) per capire le potenzialità di un vino che va preso per le corna.
Da bere ascoltando FOR WHAT IT’S WORTH dei BUFFALO SPRINGFIELD.
FONDO SAN GIUSEPPE
RAVENNA IGT ROSSO “COLLANIMA” 2022: Albana Nera (con un saldo di Centesimino) che ce la mette tutta per staccarsi da terra ma, per fortuna, non ce la fa.
Niente di aulico dunque, non l’amarena ma la visciola, la liquirizia che è radice e non girella, propone succosità d’arancia, graffi speziati, pellame, noce, fungo, dura mineralità pietrosa, pagine di libro e pensieri.
Sorso che riempie e sazia ma senza inutili opulenze, scorrevole, fresco, sicuramente sapido e con tannini dalle gambe ben ferme a favorire la persistenza e spingerci a fare la faccia rossa per chiederne un altro bicchiere.
Da bere ascoltando SOUL OF HIRE di ELVIS COSTELLO.
(Si becca 88 Punti e il mio premio “SURPRAIS”).
LA TOSA
COLLI PIACENTINI DOC “SORRISO DI CIELO” 2023: sotto un cielo azzurro seguite il rincorrersi di nuvole nelle quali la vostra fantasia immagina di vedere fiori d’acacia e mughetti, pesche e susine, cirri d’agrume…
Profumato, non “profumoso”.
Sorso fresco, allegro, piacevolmente bilanciato e che, nel finale, Vi porge con un sorriso un bel mazzo di fiori.
(87+ Punti)
TRE MONTI
ROMAGNA DOC SANGIOVESE “SERRA” “CLASSE ’33” 2021: un Sangiovese senza sconti e affatto scontato.
Forse avrei preferito le visciole alle amarene e alle ciliegie ma quel lungo corteo di erbe aromatiche mi fa dimenticare questo dettaglio e poi…quel mazzolin di fiori fatto di rose e violette esprime troppa gentilezza perché mi possa arrabbiare.
Il sorso coinvolgente, semplice ma non “facile”
“33”, la metà del mio “66”, e proprio per questo dovrò berne il doppio.
(88 Punti)
ALBANA DOCG SECCO “VITALBA” 2022: un caleidoscopio di profumi si prende gioco del naso irretendolo con i tropici per poi riderne e tornare con i piedi per terra raccontando pesca e agrumi (ma disidratati).
E quando pensavate di aver finito…l’affondo della frutta secca, delle erbe aromatiche e quell’atmosfera quasi marina che è sorpresa finale.
In bocca è un caldo e morbido abbraccio dato da chi ha spalle fresco-sapide larghe e muscolose.
Tanta freschezza, sapidità salina a bilancio e poi il lungo fluire dei ricordi olfattivi di frutta gialla, fresca e matura in un finale che…prima o poi finirà (a patto che non finisca prima la bottiglia).
Da bere ascoltando NEBOLOUS DAWN dei TANGERINE DREAM.
(89+ Punti).
E QUINDI?
E quindi è il momento di ringraziare GOWINE per avermi ospitato ancora una volta e tutti i produttori che hanno avuto la bontà di sopportare le mie chiacchiere ma…
È anche il momento di fare una considerazione: manca la Curiosità!
Si, perché a questa interessante degustazione c’erano davvero pochi appassionati, a dimostrazione che solo i grandi nomi sembrano meritare l’attenzione del pubblico.
Per fortuna, il mondo del vino va oltre le cantine più blasonate e il numero di piccole Aziende che, con tanta fatica si impegnano a comunicare Territorio e Qualità è in continua crescita.
Tante piccole realtà che però hanno bisogno dell’attenzione e della Curiosità di tutti, della stampa, degli addetti del settore e dei semplici winelovers.
Ricordate: se non imparerete a essere curiosi non imparerete
Roberto Alloi
VINODENTRO
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11 Novembre, 2024
Stella riconfermata per Il Fagiano*
Chef Maurizio Bufi ed il mio memorabile inizio d’autunno al Grand Hotel Fasano
Con i suoi 136 anni di vita, il 5 Stelle Lusso Grand Hotel Fasano di Gardone Riviera rappresenta un unicum nel panorama dell’hôtellerie italiana.
Di proprietà da tre generazioni della famiglia Mayr, fu costruito come residenza di caccia per la famiglia reale austriaca ed è da sempre simbolo della pionieristica vocazione turistica della Riviera del Garda, intesa come ricerca di armonia, quiete e leggerezza.
Ancora oggi, passeggiando in tutti i suoi locali, si respira aria di “Belle Époque”.
Tra i ristoranti all’interno del Grand Hotel Fasano, Il Fagiano* è quello guidato dall’Executive Chef Maurizio Bufi che, dopo soli due anni di lavoro all’interno della struttura, ha ottenuto la prima stella Michelin nella storia dell’albergo il 14 novembre 2023, nella maestosa cornice del Teatro Grande di Brescia in cui si teneva la cerimonia della ‘rossa’.
Pochi giorni fa il Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena ha accolto il gotha della ristorazione italiana per la presentazione della settantesima edizione della Guida Michelin, e lì Il Fagiano ha visto riconfermare la propria stella.
Autentico faro per la ristorazione gardesana (già nel 2017 aveva conquistato una stella a Villa Giulia di Gargnano) e nazionale, Chef Bufi propone una cucina mediterranea, etica e consapevole, che valorizza le materie prime nel loro momento di massima espressione.
Nei piatti sono protagonisti ingredienti dai sapori ricchi e avvolgenti, come carne di selvaggina, zucca e porri. I tre percorsi degustazione sono un racconto della mia cucina, passata e presente, e del mio forte attaccamento al mondo vegetale.
Nel mio soggiorno di fine settembre, fra i 3 menu degustazione dell’autunno 2024 ME morie (6 portate), Sensazioni (6) e Dalla Terra (5), scelsi il primo.
Calamaro, animelle e anacardi
M’interessava infatti approcciarmi alla cucina di Chef Bufi attraverso i suoi piatti più identitari: dopo Calamaro, animelle e anacardi, il secondo piatto Soqquadro, capriolo, cavoletti e tartufo esalta un singolare formato di pasta dell’azienda teramana Verrigni, il Soqquadro appunto, condito con ragù di capriolo, realizzato con cacao e frutti di bosco, cavoletti di Bruxelles e scaglie di tartufo fresco.
Soqquadro, capriolo, cavoletti e tartufo
Cartellata, luccio, patata affumicata, capperi, olive
Fagiano, castagna e zucca
Memorabile anche il piatto “tributo” al Grand Hotel Fasano e alla sua storia di resistenza di caccia: Fagiano, castagna e zucca, vero trionfo d’autunno come il dessert Bombolone, zucca e zabaione, appositamente pensato per divertire: il soffice impasto fritto viene portato in tavola ancora caldo, e lì viene completato prima di essere servito. Non con una classica crema, ma con una ganache alla zucca. Sopra, una spolverata scaglie di cioccolato Valrhona fondente 100%.
Bombolone, zucca e zabaione
Anche l’abbinamento al dessert è stato memorabile: il passito rosso M della cantina San Michele di Capriano del Colle è un crescendo vellutato e persistente di profumi che non eccede mai nell’opulenza ingombrante, ma anzi sorprende per eleganza, freschezza e precisione.
Merito delle appassionate ricerche sul territorio del maître e sommelier Nicola Filippello, autore di una carta vini ricca e coinvolgente, studiata per l’esigente clientela italiana ed internazionale che sceglie il Grand Hotel Fasano.
Un’esperienza di gusto emozionante e ricca di personalità che mi auguro di replicare presto, con i prossimi menu di Chef Bufi.
Arrivederci alla prossima stagione, Maurizio!
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in cantina
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9 Novembre, 2024
Lucca Comics & Games 2024
Lucca Comics & Games 2024.
Tra fumetti e calici di vino.
C'è un appuntamento che, più di ogni altro, scandisce il mio autunno e accende la mia fantasia: il mitico Lucca Comics & Games. E sì, Lucca, una delle perle della Toscana, non è solo storia e arte, ma anche un croceolo vibrante di eventi che la rendono unica al mondo. Prima di immergerci tra cosplayer e graphic novel, concedetemi un calice virtuale alla sua storia.
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8 Novembre, 2024
Tenuta Iacoangeli. Il luogo sicuro: la famiglia
Il 2025 sarà l’anno del Giubileo. Ai milioni di turisti che ogni anno visitano la città eterna, si affiancheranno i pellegrini per l’indulgenza plenaria. L’apertura della Porta Santa nelle quattro basiliche di Roma (San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura, Santa Maria Maggiore) darà il via ad un rito, quello che porta alla remissione dei peccati per se stessi e per i defunti, riconosciuto da ogni religione del mondo.
È sempre stato così e spero vivamente lo sarà per sempre.
Da due millenni i pellegrini arrivano a Roma. Da due millenni Roma necessita di posti letto, cibo, acqua, vino. In così grandi quantità che gli osti, da sempre, si sfregano le mani pensando ai guadagni e non alla qualità dell’offerta.
È per questo che il vino laziale non è mai stato troppo considerato. In Italia come all’estero era visto come il vino dei Castelli, l’urina degli Dei, il vino annacquato degli osti romani. Tanto era diffusa la pratica di allungare il vino con l’acqua da parte degli osti che Papa Sisto V, nel 1588, impose di servirlo non più nelle storiche brocche di coccio ma in quelle trasparenti di vetro. Come ogni legge che si rispetti, anche questa ebbe delle conseguenze.
Anzitutto gli osti, non potendo più usare acqua, aumentarono il prezzo del vino. Cosa che non dispiacque affatto alla Chiesa dell’epoca.
Poi accadde che il Monte dei Cocci (o Monte Testaccio), notoriamente usato per smaltire le anfore che attraccavano al vicino porto sul Tevere, subì una inaspettata crescita.
Infine, vi fu un elevato ingresso di risorse per le casse dello Stato Pontificio e dell’unico produttore delle caraffe in vetro, l’ebreo Meier Maggino di Gabriella. Come dire che a pensar male si fa peccato però a volte ci si azzecca.
Conseguenze a parte, l’elevato consumo e la richiesta di una bassa spesa indussero per anni, centinaia di anni, i produttori delle aree adiacenti a Roma a realizzare grandi quantità di vino a prezzi decisamente bassi.
Mio padre e i fratelli hanno preso lavori diversi. Prima non era tanto semplice che venissero coinvolti nell’attività. Nonno aveva le sue idee e papà si andò a scontrare. Papà voleva fare nel 1982 il metodo classico e nonno gli rispose: ma che voi fa la Romanella? Mo se mettemo a fa la romanella…
La Romanella. Che ricordi. La si beveva quando ero ragazzo nelle fraschette di Ariccia. Un vino dolce, frizzante, senza impegno. Si beveva quasi come una birra per accompagnare i piatti tipici dei Castelli Romani e l’immancabile porchetta. Si narra che fosse il soprannome di Giovanna Rinaldi, perpetua del Cardinale Ferdinando Taverna che, sbagliando, provocò la rifermentazione di una damigiana.
Mettersi a fare la Romanella non era nemmeno nell’anticamera del cervello di qualunque produttore dei Castelli. Per loro il vino era fermo. Meglio se bianco. Ma comunque fermo. Le bollicine le lasciavano alle acque.
Incontro Paolo Iacoangeli e il padre Mauro. Loro, insieme all’altro fratello di Paolo, Matteo, sono la Tenuta Iacoangeli in quel di Genzano di Roma. Esattamente nel cuore dei Castelli Romani.
Nella canzone Nannì gita ai Castelli, pietra miliare della canzone popolare romanesca scritta nel 1926 da Franco Silvestri, Genzano viene citata dopo Frascati e Marino, prima di Arbano (Albano)
Guarda che sole ch’è sortito, Nannì
che profumo de viole, de garofoli e panzè,
com’è tutto ‘n paradiso, li Castelli so’ così.
Guarda Frascati ch’è tutto un soriso,
‘na delizia, ‘n’amore, ‘na bellezza da incantà.
Lo vedi, ecco Marino,
la sagra c’è dell’uva,
fontane che danno vino,
quant’abbondanza c’è;
appresso viè Genzano
co’r pittoresco Arbano;
su viette a divertì,
Nannì, Nannì. Per inciso, se vi venisse in mente di organizzare una gita sui Castelli, consiglierei di partire o arrivare proprio da Genzano. Se non altro per questioni logistiche. Canzoni come queste se da un lato hanno rappresentato la popolarità e la schiettezza di questi luoghi quindi dei vini che si producono, dall’altro hanno contribuito a relegare quest’ultimi tra i vini mediocri. Ma si sa, non occorre mai fare di tutt’erba un fascio. Non tutti i produttori hanno sposato il Dio quantità a scapito della qualità. Così come, ai giorni d’oggi, non sono poche le aziende che, grazie alle nuove generazioni, stanno cercando di riportare i vini dei Castelli ai meritati fasti dell’antica Roma. Qui i terreni sono a matrice vulcanica. L’influsso dei laghi di Albano e Nemi, rende il clima particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Il mare dista pochi chilometri. I venti spirano dal mare e dagli Appennini. Le altitudini dei vigneti sono ideali. Per l’idealità non so davvero cosa manchi. Noi siamo una piccola azienda. Sei ettari di vigneto. Diviso in cinque varietà. Cabernet Franc, Petit Verdot, Viognier, Bellone, Malavasia Puntinata. Nel 2020 abbiamo ricominciato la vinificazione. Prima vendevamo le uve a varie aziende locali importanti. Abbiamo deciso di metterci in gioco e riprenderci quello che mio nonno già faceva. Ha sempre prodotto vino. Mio padre con i fratelli scelsero strade diverse. Una attività iniziata con il trisavolo Giovanni ai primi del 900 o forse anche qualche anno prima fino ad arrivare al nonno, Renzo, l’ultimo a produrre imbottigliando. Mauro, il papà di Paolo e Matteo (ma anche di Camilla, ancora troppo piccola per lavorare in azienda), era quello che voleva fare il metodo classico. Non la Romanella. La passione per la vigna tanta ma il non poter afre le cose come avrebbe voluto non ha prodotto altro che un allontanamento. Almeno fino alla morte di Renzo. Papà faceva l’agente di commercio e vendeva macchine industriali. Alle quattro andava in vigna poi alle otto tornava a casa e partiva per farsi le sue due regioni: Lazio e Abruzzo. Ha fatto tanti sacrifici e ha portato avanti il vigneto anche quando nonno è morto. Il vigneto lo ha ereditato lui. È sempre stato quello più appassionato dei fratelli. Dal abbiamo iniziato a riconvertire i vigneti. Siamo entrati anche io e mio fratello. Eravamo piccolini ma già andavamo ad aiutare. Parlare con le persone aiuta a capire. Si capiscono le storie, i trascorsi, le vite. Le difficoltà, i momenti belli e quelli meno belli. Ti accorgi di tante cose che capitano anche nella tua vita o magari di qualcosa che hai sempre pensato essere lontano milioni di chilometri da te. Parlare con le persone aiuta a capire come si superano le difficoltà. Abbiamo levato il vecchio tendone ormai fuori uso. Dal 2008 al 2013 era stato un pò abbandonato per via di un tumore al cervelletto dei mio fratello. Non è stato un periodo semplice e la vigna venne abbandonata. Nel 2013 la riconversione partendo dai bianchi. Nel 2016 abbiamo levato i kiwi (due ettari e mezzo) e messo i rossi. Dal 2020 abbiamo acquistato il locale dove siamo adesso per fare il punto vendita. Poi il covid e non c’era nessuno per continuare i lavori. Così abbiamo deciso di allestire la cantina nel locale acquistato in paese. Nel 2020 la prima vendemmia cosi che la nostra avventura è partita. Paolo mi parla con una serenità di animo incredibile per un ragazzo come lui. Ma rileggendo bene il virgolettato, la tragedia è tra le righe. Quella di un bambino, quella di una famiglia tutta. Superata si certo, ma comunque una tragedia. Che aiuta a crescere. Che solidifica. Ma che segna. Riconvertire è comunque la parola d’ordine. Non si tratta solo di convertire una vigna ma un modo di fare le cose. Prima di vino se ne faceva tanto e se ne vendeva ancora di più. Adesso se ne sarebbe prodotto poco e forse venduto ancora meno. Ma non poteva che essere così. Lo voleva papà Mauro. Neanche tanto per se stesso quanto per i suoi figli. Le prime annate le abbiamo imbottigliata subito. Erano tremila bottiglie per tre etichette. 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. L’annata 2020 di Cabernet Franc ha vinto anche la medaglia d’argento alla Città del Vino. Da lì abbiamo ampliato la produzione cosi da essere a 15000 bottiglie. Non imbottigliamo solo. Vendiamo in baking box. Queste ci hanno dato il pane quotidiano grazie al covid anche. Paolo è un ragazzo che sprizza felicità. Lo vedi schizzare da una parte all’altra della cantina. Lo incontri alle fiere del vino che saluta tutti con quel suo sorriso sornione. La voce squillante di chi fa qualcosa che lo fa stare bene. Lo completa. Una passione sconfinata che nasce durante il liceo scientifico. Erano gli anni della riconversione del vigneto. In primo liceo mi hanno bocciato. Avevo altre priorità. Pensavo ad un’altra cosa. Non che ora non ci penso. In estate mi sono fatto tutta la vigna per espiare le mie colpe. Invece è stata la miccia che ha scatenato tutto. Ho capito quanto possa essere bello stare immersi nella natura. Tutta la fauna che c’è. Siamo in una parte selvatica. Ci sono gli istrici, le poiane, i falchetti, le volpi, i cinghiali. Poi c’è la pace. Da li è partito tutto. Quando Paolo parla di “un’altra cosa” ridiamo di gusto. I miei ricordi di quando avevo quindici anni con gli ormoni in uno stato di elevato subbuglio mi fanno solidarizzare immediatamente con lui. Le bocciature non si giustificano mai ma se non altro si comprendono. Se non altro però, l’espiazione della colpa ha generato davvero una redenzione. Ho continuato a fare il liceo ma ogni anno ero sempre più attivo. A settembre andavo in vigna e qualche giorno a scuola lo prendevo come pausa. Pause senza dispiaceri ovviamente. Però la passione per la vigna, l’aria aperta, la libertà, prendeva sempre più piede. Sarà che Paolo capisce che, come dice un vecchio proverbio romano Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate. (Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete). È meglio insomma entrare in azienda se davvero i vuole divertire con il vino. Sono entrato sempre di più in azienda fino a quando, da maggiorenne, sono entrato a tutti gli effetti. Finché conferivamo le uve il lavoro era in inverno. La vendemmia era molto più immediata. Raccoglievamo con la macchina. Adesso abbiamo risparmiato questa sofferenza alle viti perché la macchina le fa soffrire e tanto. Raccogliamo a mano e in cassette da venti chili, mai come così da avere grappoli interri evitando fermentazioni spontanee. Ogni anno abbiamo imparato cose nuove. Dal 2021 abbiamo iniziato a fare le fiere. Abbiamo vinto la menzione speciale come migliore azienda familiare del Lazio. È il 2016 quando Paolo entra in azienda. Papà, Mauro si barcamena tra la lavoro e azienda. Rispettato dai figli che, dotati (cosa rara) di una buona dose di umiltà, hanno sempre visto in lui capacità ed esperienza Noi non avevamo esperienza e lui ci ha insegnato. Papà faceva il rappresentante ma per la vigna ci è sempre morto. La mia è una storia di sacrifici. Adesso ho smesso di fare il rappresentante. È meglio stare in vigna. Ancora mi pago l’Enasarco. Però non si poteva abbandonare quel poco che avevamo costruito. Sia mia madre sia mio padre erano due famiglie che facevano il vino. Da sempre. Con mio padre c’è stato quell’attrito che ci ha allontanato. Poi mio fratello ha messo i kiwi, i babaco, le serre. Per me c’era solo il vino. Il kiwi viene dalla Nuova Zelanda ma che c’entra con noi? È vero che chi li ha fatti c’ha fatto i soldi però è pure vero che chi gestiva queste cose non sempre dava i soldi. I babaco ci hanno portato via tanti soldi. La pianta era favolosa me il frutto non era sto granchè. Un peperone dolce. Ha richiesto tanti soldi. Papà faceva il vino e lo metteva in bottiglie. Nel primo impianto venduto da queste parti con la sterilizzazione e non la pastorizzazione è stato il suo. Avevamo una tecnologia sull’imbottigliamento innovativa per queste parti. Il padre di mia moglie aveva fatto la pastorizzazione solo che rendeva i vini morti. Mantenere un vino era difficile specialmente dalla parti nostre con i bianchi. Che meraviglia ascoltare questi ricordi. Mauro parla con la sua voce acuta e squillante. In poche parole Mauro descrive una storia. La storia della sua famiglia. Le difficoltà. Le speranze. I sacrifici. I contrasti. Tutti passati. Tutti messi da parte perché alla fine, gettare via tutto non si poteva. Per la famiglia. Per i figli. C’è un velo di sofferenza nel suo tono di voce. Qualcosa che arriva da dentro. Dal passato. Una tristezza latente. Papà ha studiato agraria ed era partito per fare questo. Poi i casi della vita.. Nonno gli ha insegnato tutto. Con lui aveva un rapporto bellissimo. Ha imparato tutto dal nonno e adesso sta insegnando a noi. Piano piano ci ha dato più responsabilità. Ora in cantina c’è mio fratello Matteo mentre io mio occupo della parte commerciale e del vigneto insieme a papà. Sono diventato anche potatore. Ho imparato tante nuove tecniche. Abbiamo un consulente enologico ma Matteo ha studiato per questo. Ha fato agraria e Velletri. Piano piano sta studiando o meglio stiamo spingendo perché diventi enologo. Camilla ha sedici anni e pare che non ne voglia sapere nulla di vino. È presto per coinvolgerla ma la capacità delle donne in una azienda sono oro. Danno sempre una spinta propulsiva incredibile e instancabile Infine mamma Martina, la più contenta di tutti che vede una famiglia unita e coesa. Soprattutto felice. Non mi posso lamentare de sti ragazzi. Gli manca solo la responsabilità. Ancora non hanno capito che certe volte devono mettere al primo posto il loro futuro. Io cerco solo di indirizzarli. I vini li decidiamo insieme. Alle volte faccio degli errori e invece vengono ottimi vini. Prendo un pò dell’esperienza che mi hanno dato mio papà e mio nonno. Prima il vino era molto duro. Non era cosi. Adesso i profumi sono intensi. La bevibiiltà è fantastica. Prima si sentiva molto la solforosa. A me dava fastidio e ancora oggi mi da fastidio. Prima avevamo delle vigne con tutto dentro. Malvasia, Bellone, Trebbiano. La fermentazione era a temperature elevate. Adesso fermenta a tredici gradi uniformemente e lentamente. Se avessi detto a nonno di fermentare nel frigo mi avrebbe tirato una botte in testa. Nel 1982 volevo fare il metodo classico. Avevo preso le informazioni. Avevo i preventivi. Mio padre mi disse: ma come pretendi di mettere il vino nelle bottiglie e vende ‘na Romanella? Mio padre non capiva sebbene lui fosse stato uno molto avanti. Per lui però era una cosa che non andava. Quest’anno abbiamo imbottigliato la base per fare il metodo classico con il Bellone. Però non mi non mi pronuncio perché dobbiamo imparare. Prima ce lo beviamo noi. Sentire parlare Mauro con tutta la sua vibrante schiettezza è un tuffo nel passato. I ricordi di bambino, di quando mio padre mi portava a prendere il vino nelle cantine sociali dei castelli o nelle piccole botteghe. Le pizzerie con la Romanella e il vino nelle caraffe. Tutto mi sa di passato. Ma anche di grande modernità. Capire, nelle poche parole, la difficoltà di un uomo che avrebbe voluto fare cose diverse e innovative per l’epoca ma non era possibile. Si è sempre fatto cosi magari si sarà sentito rispondere Mauro. Produrre in maniera diversa, magari diradando in vigna o affinando in vino in cantina erano cose fuori dal mondo. Figuriamoci tenere le bottiglie ferme per qualche anno per produrre il metodo classico. Noi ci siamo dati un obiettivo. Offrire ad ogni cliente ma un prodotto che sia non dico perfetto ma quasi. Cerchiamo di fare ogni lavoro in modo rigoroso e pulito. Sulla pulizia siamo intransigenti. Siamo affetti da un disturbo compulsivo della pulizia. Tipo Malati di Pulito. Quello che fanno in televisione. Mio fratello ci fa arrivare certe bollette della luce e dell’acqua. Abbiamo tecniche di santificazione a vapore. Abbiamo investito tanto per ottenere vini puliti. Vogliamo trasmettere emozioni e far vivere la nostra storia fatta di travagli e di peripezie. Di varie generazioni che ci sono succedute e hanno lasciato un piccolo segno in questo ambito. Vogliamo far vivere ai nostri clienti tutta la nostra storia. È anche un’arma a doppio taglio perché non possiamo fare il vino come lo faceva nostro nonno. Non mi piace però definirli clienti ma persone. C’è solo una cosa di filosofia. L’amore per la vigna e per il vino È quello che stavo dicendo papà. Me interrompi sempre. Eh sono il papà. Sette i vini bianchi prodotti dalle Tenute Iacoangeli. Quattro bianchi e tre rossi. Tre vini bianchi in purezza da Malvasia, Bellone e Viognier; un blend, Roma DOC con Bellone (55%), Viognier (15%), Malvasia (30%). Due rossi da Cabernet Franc e Petit Verdot in purezza e un blend tra gli stessi due. Io ne ho assaggiati quattro. Il primo è il Bellone Roma DOC. Un vino essenziale e diretto. Sapido e fresco con sentori essenziali di limone e della sua foglia; salvia e timo. Poi una bella e spiccata mineralità. Infine sentori di mandorla. Fresco, tutto molto fresco con la nota di mandorla dolce a creare un piacevole equilibrio.
Anche in bocca freschezza e mineralità sapida si sentono esaltando la facilità di beva. Va giù come una lama e lascia la bocca fresca e vogliosa grazie all’agrume che c’è in maniera equilibrata e sobria. Molto intrigante proprio perché essenziale e non piacione. Persistenza bassa così da renderlo perfetto anche per un semplice aperitivo. Non è un vino da sensazioni particolari ma è così immediato e decisamente essenziale che a bottiglia si finisce con estrema facilità! Sempre in tema di Roma DOC, la Malvasia Puntinata, un vino che definisco immediatamente, anticipando il giudizio finale, da applausi. Perché?
Già dal colore che è un bellissimo dorato. Lo si versa nel calice e c’è il primo wow. I sentori di mela, miele, mandorla, salvia, mentuccia, timo, agrumi, frutti tropicali, zenzero creano un meraviglioso mix che esplode anche per via del terreno vulcanico riconoscibile da un accenno di pietra focaia. Secondo wow.
Il sorso è ampio, fresco, caldo con i suoi 15 gradi, molto sapido e tanto minerale. L’agrume che c’è nel sottofondo contribuisce a rinfresca e rigenerare la bocca. Il vegetale delle foglie di limone pulisce e dona equilibrio a qualcosa che dovrebbe, nell’immaginario, partire molto dolce. Terzo wow.
Intriga, strega e ammalia anche grazie ad un finale che vorrebbe andare verso l’amarognolo della mandola ma proprio non ce la fa. Applausi dunque. Questi territori, prima del bianco erano da rossi. Il mercato ha portato ai bianchi. Qui si è sempre piantato rosso. Mio padre ha sempre avuto una parte di rosso in gamma. Noi ci abbiamo sempre creduto. Qui si piantava il Merlot, il Sangiovese, il Ciliegiolo. Adesso stanno prendendo vitigni importanti. Sta arrivando il Cesanese, il Cabernet Franc. Il rosso è il 1571, blend di Cabernet Franc e Petit Verdot con affinamento in acciaio (ho provato la versione 2021).
Colore rubino con un lievissimo riflesso porpora. I sentori sono immediatamente freschi e verdi con la frutta rossa non ancora matura che viene fuori roteando il calice: ciliegie belle e croccanti, prugna, sottobosco. Quello che mi piace di più è proprio la nota erbacea che impreziosisce confondendo il naso. Una intrigante sensazione di finezza. Sentori che diventano prima densi per poi trasformarsi in vivi e freschi.
Anche il sorso sa di verde sa di fresco. Sa di tannini maturi ai quali non posso che associare il colore verde. C’è pienezza di bocca ed una ottima sapidità che si trasforma però in elegante finezza verticale ma anche spigolosità. Come se fosse un caldo abbraccio nel quale le unghie nella carne sanno di passione. Un vino che si dimostra dunque estremamente interessante nel suo sapere di terra, di verde, di vigoria, di impatto. Fine per la sua persistenza non particolarmente elevata ma comunque di rispetto. Due vitigni particolari che legati senza legno e con solo acciaio ne fanno una bottiglia da ricordare. Infine un rosato, Diana, da Petit Verdot che è bello dal colore, affascinante dai sentori, convincente dal sapore.
Il colore è cerasuolo. Bello e limpido
I sentori sono di piccola frutta rossa come fragoline di bosco, ribes, arancia. Ma quello che spicca e mi lancia un bellissimo parallelo è che sembra di avere il naso in un bicchiere con del Campari dentro. Affascinante. Un Campari con sentori vinosi e un mix di dolce ed amarognolo.
In bocca ritorna il Campari con il finale lievemente amarognolo che si arricchisce grazie alla marcata mineralità cosa questa che, insieme al suo essere secco e fresco, comporta una buona persistenza.
Può accompagnare una pasta ma anche un aperitivo. Semplice, versatile, ben equilibrato. Cosa si può volere di più? Convincente! Come espansione di terreno non abbiamo bisogno. Dobbiamo aumentare la qualità. Con i terreni possiamo arrivare fino a sessantamila annuali. Se capitano occasioni ci penseremo. A me piacerebbe il Semillon o il Petit Manseng. Ma vogliamo investire sull’ampliamento della nostra capacita di fuoco. Ad esempio il Viognier in purezza è stata una sperimentazione. Le ultime due annate sono state troppo calde con un vino da 16 gradi. Noi vogliamo fare un passo per volta. In queste zone l’errore fatto è stato quello di grosse estensioni per poi non sapere cosa fare del prodotto finito. Cosi che facevano scendere il prezzo. Noi siamo contrario a questo. Prima devo conquistare il mercato soddisfacendo i clienti. Se aumentano i clienti allora bisognerà aumentare la quantità La saggezza del padre. Di colui che ha vissuto il passato di queste zone. Lo scotto di aver sentito per tanto, troppo tempo, la stessa di Franco Silvestri. Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è Non se ne poteva più di vedere imprenditori che acquistavano terreni con l’unico scopo di produrre di più a basso costo (e bassa qualità). I contrasti con il papà saranno stati anche per questo. Quando siamo usciti con il Cabernet Franc sfuso ci hanno preso per matti. Veniamo da un paese dove vendono lo sfuso a 1.80 a litro mentre noi lo abbiamo messo a 5 euro al litro. A meno di quello non esce. In un mese abbiamo finito tutto. Le persone sono molto attente a quello che vogliono bere. Non c’è più l’osteria perché si bevono tanti litri a settimana. Un cambio netto di filosofia, del modo di pensare e fare. Dal “tanto per farne tanto” a “poco per farlo di qualità”. Che però nessuno in nessuna zona d’Italia si azzardi a parlare. Qui, sui Castelli, si faceva esattamente come si è sempre fatto in ogni parte d’Italia. L’unica differenza è il tempo e la vicinanza di un bacino come quello di Roma che, per inciso, tutti i produttori vorrebbero frequentare. Ci tenevo a dire che siamo responsabili pure se papà dice il contrario. Dice cosi perché poi usciamo la sera a quando torniamo tardi abbiamo difficoltà ad alzarci ma ci alziamo lo stesso. Che bello vederli battibeccare. Con il sorriso. Con gli sguardi compiaciuti di un padre che sa di avere avuto una immensa fortuna con due figli completamente immersi nell’azienda; con quelli di un figlio che non solo fa le cose con amore e passione ma vede riflesso negli occhi del padre, tanta soddisfazione. Il padre di mia moglie ha un negozio di abbigliamento e sarebbero potuti andare li a fare una vita meno dura e invece sono qui. Sono molto contento. Non abbandoniamo quello che è stato sempre fatto. Mauro se ne è andato in fine dei conti per dei contrasti ed è tornato quando aveva la consapevolezza di poter fare. Mollando tutto per star qui. Andare e tornare. Andare per poi tornare. Cosa è questo se non un vero insegnamento per i ragazzi? Si può scappare ma solo se si torna si ha il vero coraggio di affrontare la vita. Ed è per questo che a Mauro dedico una poesia di Trilussa, Vino bono. Non già perché beve del vino di Frascati ma per il finale che sa di luogo sicuro, di famiglia. Mentre bevo mezzo litro,
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co’ le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant’è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cor salnitro e co’ la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una specie d’animale:
pare un’aquila reale
co’ la coda de cornacchia.
Là c’è un orso, qui c’è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s’intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l’Amore e da la Fede…
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento:
sarò sbronzo, ma me sento
più tranquillo e più sicuro. PS I premi non hanno tardato ad arrivare! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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che profumo de viole, de garofoli e panzè,
com’è tutto ‘n paradiso, li Castelli so’ così.
Guarda Frascati ch’è tutto un soriso,
‘na delizia, ‘n’amore, ‘na bellezza da incantà.
Lo vedi, ecco Marino,
la sagra c’è dell’uva,
fontane che danno vino,
quant’abbondanza c’è;
appresso viè Genzano
co’r pittoresco Arbano;
su viette a divertì,
Nannì, Nannì. Per inciso, se vi venisse in mente di organizzare una gita sui Castelli, consiglierei di partire o arrivare proprio da Genzano. Se non altro per questioni logistiche. Canzoni come queste se da un lato hanno rappresentato la popolarità e la schiettezza di questi luoghi quindi dei vini che si producono, dall’altro hanno contribuito a relegare quest’ultimi tra i vini mediocri. Ma si sa, non occorre mai fare di tutt’erba un fascio. Non tutti i produttori hanno sposato il Dio quantità a scapito della qualità. Così come, ai giorni d’oggi, non sono poche le aziende che, grazie alle nuove generazioni, stanno cercando di riportare i vini dei Castelli ai meritati fasti dell’antica Roma. Qui i terreni sono a matrice vulcanica. L’influsso dei laghi di Albano e Nemi, rende il clima particolarmente idoneo alla coltivazione della vite. Il mare dista pochi chilometri. I venti spirano dal mare e dagli Appennini. Le altitudini dei vigneti sono ideali. Per l’idealità non so davvero cosa manchi. Noi siamo una piccola azienda. Sei ettari di vigneto. Diviso in cinque varietà. Cabernet Franc, Petit Verdot, Viognier, Bellone, Malavasia Puntinata. Nel 2020 abbiamo ricominciato la vinificazione. Prima vendevamo le uve a varie aziende locali importanti. Abbiamo deciso di metterci in gioco e riprenderci quello che mio nonno già faceva. Ha sempre prodotto vino. Mio padre con i fratelli scelsero strade diverse. Una attività iniziata con il trisavolo Giovanni ai primi del 900 o forse anche qualche anno prima fino ad arrivare al nonno, Renzo, l’ultimo a produrre imbottigliando. Mauro, il papà di Paolo e Matteo (ma anche di Camilla, ancora troppo piccola per lavorare in azienda), era quello che voleva fare il metodo classico. Non la Romanella. La passione per la vigna tanta ma il non poter afre le cose come avrebbe voluto non ha prodotto altro che un allontanamento. Almeno fino alla morte di Renzo. Papà faceva l’agente di commercio e vendeva macchine industriali. Alle quattro andava in vigna poi alle otto tornava a casa e partiva per farsi le sue due regioni: Lazio e Abruzzo. Ha fatto tanti sacrifici e ha portato avanti il vigneto anche quando nonno è morto. Il vigneto lo ha ereditato lui. È sempre stato quello più appassionato dei fratelli. Dal abbiamo iniziato a riconvertire i vigneti. Siamo entrati anche io e mio fratello. Eravamo piccolini ma già andavamo ad aiutare. Parlare con le persone aiuta a capire. Si capiscono le storie, i trascorsi, le vite. Le difficoltà, i momenti belli e quelli meno belli. Ti accorgi di tante cose che capitano anche nella tua vita o magari di qualcosa che hai sempre pensato essere lontano milioni di chilometri da te. Parlare con le persone aiuta a capire come si superano le difficoltà. Abbiamo levato il vecchio tendone ormai fuori uso. Dal 2008 al 2013 era stato un pò abbandonato per via di un tumore al cervelletto dei mio fratello. Non è stato un periodo semplice e la vigna venne abbandonata. Nel 2013 la riconversione partendo dai bianchi. Nel 2016 abbiamo levato i kiwi (due ettari e mezzo) e messo i rossi. Dal 2020 abbiamo acquistato il locale dove siamo adesso per fare il punto vendita. Poi il covid e non c’era nessuno per continuare i lavori. Così abbiamo deciso di allestire la cantina nel locale acquistato in paese. Nel 2020 la prima vendemmia cosi che la nostra avventura è partita. Paolo mi parla con una serenità di animo incredibile per un ragazzo come lui. Ma rileggendo bene il virgolettato, la tragedia è tra le righe. Quella di un bambino, quella di una famiglia tutta. Superata si certo, ma comunque una tragedia. Che aiuta a crescere. Che solidifica. Ma che segna. Riconvertire è comunque la parola d’ordine. Non si tratta solo di convertire una vigna ma un modo di fare le cose. Prima di vino se ne faceva tanto e se ne vendeva ancora di più. Adesso se ne sarebbe prodotto poco e forse venduto ancora meno. Ma non poteva che essere così. Lo voleva papà Mauro. Neanche tanto per se stesso quanto per i suoi figli. Le prime annate le abbiamo imbottigliata subito. Erano tremila bottiglie per tre etichette. 1000 di Petit Verdot, 1000 di Roma DOC Malvasia Puntinata e 1000 di Cabernet Franc. L’annata 2020 di Cabernet Franc ha vinto anche la medaglia d’argento alla Città del Vino. Da lì abbiamo ampliato la produzione cosi da essere a 15000 bottiglie. Non imbottigliamo solo. Vendiamo in baking box. Queste ci hanno dato il pane quotidiano grazie al covid anche. Paolo è un ragazzo che sprizza felicità. Lo vedi schizzare da una parte all’altra della cantina. Lo incontri alle fiere del vino che saluta tutti con quel suo sorriso sornione. La voce squillante di chi fa qualcosa che lo fa stare bene. Lo completa. Una passione sconfinata che nasce durante il liceo scientifico. Erano gli anni della riconversione del vigneto. In primo liceo mi hanno bocciato. Avevo altre priorità. Pensavo ad un’altra cosa. Non che ora non ci penso. In estate mi sono fatto tutta la vigna per espiare le mie colpe. Invece è stata la miccia che ha scatenato tutto. Ho capito quanto possa essere bello stare immersi nella natura. Tutta la fauna che c’è. Siamo in una parte selvatica. Ci sono gli istrici, le poiane, i falchetti, le volpi, i cinghiali. Poi c’è la pace. Da li è partito tutto. Quando Paolo parla di “un’altra cosa” ridiamo di gusto. I miei ricordi di quando avevo quindici anni con gli ormoni in uno stato di elevato subbuglio mi fanno solidarizzare immediatamente con lui. Le bocciature non si giustificano mai ma se non altro si comprendono. Se non altro però, l’espiazione della colpa ha generato davvero una redenzione. Ho continuato a fare il liceo ma ogni anno ero sempre più attivo. A settembre andavo in vigna e qualche giorno a scuola lo prendevo come pausa. Pause senza dispiaceri ovviamente. Però la passione per la vigna, l’aria aperta, la libertà, prendeva sempre più piede. Sarà che Paolo capisce che, come dice un vecchio proverbio romano Chi a Roma vvò gode s’ha da ffa frate. (Chi si vuole divertire a Roma deve farsi prete). È meglio insomma entrare in azienda se davvero i vuole divertire con il vino. Sono entrato sempre di più in azienda fino a quando, da maggiorenne, sono entrato a tutti gli effetti. Finché conferivamo le uve il lavoro era in inverno. La vendemmia era molto più immediata. Raccoglievamo con la macchina. Adesso abbiamo risparmiato questa sofferenza alle viti perché la macchina le fa soffrire e tanto. Raccogliamo a mano e in cassette da venti chili, mai come così da avere grappoli interri evitando fermentazioni spontanee. Ogni anno abbiamo imparato cose nuove. Dal 2021 abbiamo iniziato a fare le fiere. Abbiamo vinto la menzione speciale come migliore azienda familiare del Lazio. È il 2016 quando Paolo entra in azienda. Papà, Mauro si barcamena tra la lavoro e azienda. Rispettato dai figli che, dotati (cosa rara) di una buona dose di umiltà, hanno sempre visto in lui capacità ed esperienza Noi non avevamo esperienza e lui ci ha insegnato. Papà faceva il rappresentante ma per la vigna ci è sempre morto. La mia è una storia di sacrifici. Adesso ho smesso di fare il rappresentante. È meglio stare in vigna. Ancora mi pago l’Enasarco. Però non si poteva abbandonare quel poco che avevamo costruito. Sia mia madre sia mio padre erano due famiglie che facevano il vino. Da sempre. Con mio padre c’è stato quell’attrito che ci ha allontanato. Poi mio fratello ha messo i kiwi, i babaco, le serre. Per me c’era solo il vino. Il kiwi viene dalla Nuova Zelanda ma che c’entra con noi? È vero che chi li ha fatti c’ha fatto i soldi però è pure vero che chi gestiva queste cose non sempre dava i soldi. I babaco ci hanno portato via tanti soldi. La pianta era favolosa me il frutto non era sto granchè. Un peperone dolce. Ha richiesto tanti soldi. Papà faceva il vino e lo metteva in bottiglie. Nel primo impianto venduto da queste parti con la sterilizzazione e non la pastorizzazione è stato il suo. Avevamo una tecnologia sull’imbottigliamento innovativa per queste parti. Il padre di mia moglie aveva fatto la pastorizzazione solo che rendeva i vini morti. Mantenere un vino era difficile specialmente dalla parti nostre con i bianchi. Che meraviglia ascoltare questi ricordi. Mauro parla con la sua voce acuta e squillante. In poche parole Mauro descrive una storia. La storia della sua famiglia. Le difficoltà. Le speranze. I sacrifici. I contrasti. Tutti passati. Tutti messi da parte perché alla fine, gettare via tutto non si poteva. Per la famiglia. Per i figli. C’è un velo di sofferenza nel suo tono di voce. Qualcosa che arriva da dentro. Dal passato. Una tristezza latente. Papà ha studiato agraria ed era partito per fare questo. Poi i casi della vita.. Nonno gli ha insegnato tutto. Con lui aveva un rapporto bellissimo. Ha imparato tutto dal nonno e adesso sta insegnando a noi. Piano piano ci ha dato più responsabilità. Ora in cantina c’è mio fratello Matteo mentre io mio occupo della parte commerciale e del vigneto insieme a papà. Sono diventato anche potatore. Ho imparato tante nuove tecniche. Abbiamo un consulente enologico ma Matteo ha studiato per questo. Ha fato agraria e Velletri. Piano piano sta studiando o meglio stiamo spingendo perché diventi enologo. Camilla ha sedici anni e pare che non ne voglia sapere nulla di vino. È presto per coinvolgerla ma la capacità delle donne in una azienda sono oro. Danno sempre una spinta propulsiva incredibile e instancabile Infine mamma Martina, la più contenta di tutti che vede una famiglia unita e coesa. Soprattutto felice. Non mi posso lamentare de sti ragazzi. Gli manca solo la responsabilità. Ancora non hanno capito che certe volte devono mettere al primo posto il loro futuro. Io cerco solo di indirizzarli. I vini li decidiamo insieme. Alle volte faccio degli errori e invece vengono ottimi vini. Prendo un pò dell’esperienza che mi hanno dato mio papà e mio nonno. Prima il vino era molto duro. Non era cosi. Adesso i profumi sono intensi. La bevibiiltà è fantastica. Prima si sentiva molto la solforosa. A me dava fastidio e ancora oggi mi da fastidio. Prima avevamo delle vigne con tutto dentro. Malvasia, Bellone, Trebbiano. La fermentazione era a temperature elevate. Adesso fermenta a tredici gradi uniformemente e lentamente. Se avessi detto a nonno di fermentare nel frigo mi avrebbe tirato una botte in testa. Nel 1982 volevo fare il metodo classico. Avevo preso le informazioni. Avevo i preventivi. Mio padre mi disse: ma come pretendi di mettere il vino nelle bottiglie e vende ‘na Romanella? Mio padre non capiva sebbene lui fosse stato uno molto avanti. Per lui però era una cosa che non andava. Quest’anno abbiamo imbottigliato la base per fare il metodo classico con il Bellone. Però non mi non mi pronuncio perché dobbiamo imparare. Prima ce lo beviamo noi. Sentire parlare Mauro con tutta la sua vibrante schiettezza è un tuffo nel passato. I ricordi di bambino, di quando mio padre mi portava a prendere il vino nelle cantine sociali dei castelli o nelle piccole botteghe. Le pizzerie con la Romanella e il vino nelle caraffe. Tutto mi sa di passato. Ma anche di grande modernità. Capire, nelle poche parole, la difficoltà di un uomo che avrebbe voluto fare cose diverse e innovative per l’epoca ma non era possibile. Si è sempre fatto cosi magari si sarà sentito rispondere Mauro. Produrre in maniera diversa, magari diradando in vigna o affinando in vino in cantina erano cose fuori dal mondo. Figuriamoci tenere le bottiglie ferme per qualche anno per produrre il metodo classico. Noi ci siamo dati un obiettivo. Offrire ad ogni cliente ma un prodotto che sia non dico perfetto ma quasi. Cerchiamo di fare ogni lavoro in modo rigoroso e pulito. Sulla pulizia siamo intransigenti. Siamo affetti da un disturbo compulsivo della pulizia. Tipo Malati di Pulito. Quello che fanno in televisione. Mio fratello ci fa arrivare certe bollette della luce e dell’acqua. Abbiamo tecniche di santificazione a vapore. Abbiamo investito tanto per ottenere vini puliti. Vogliamo trasmettere emozioni e far vivere la nostra storia fatta di travagli e di peripezie. Di varie generazioni che ci sono succedute e hanno lasciato un piccolo segno in questo ambito. Vogliamo far vivere ai nostri clienti tutta la nostra storia. È anche un’arma a doppio taglio perché non possiamo fare il vino come lo faceva nostro nonno. Non mi piace però definirli clienti ma persone. C’è solo una cosa di filosofia. L’amore per la vigna e per il vino È quello che stavo dicendo papà. Me interrompi sempre. Eh sono il papà. Sette i vini bianchi prodotti dalle Tenute Iacoangeli. Quattro bianchi e tre rossi. Tre vini bianchi in purezza da Malvasia, Bellone e Viognier; un blend, Roma DOC con Bellone (55%), Viognier (15%), Malvasia (30%). Due rossi da Cabernet Franc e Petit Verdot in purezza e un blend tra gli stessi due. Io ne ho assaggiati quattro. Il primo è il Bellone Roma DOC. Un vino essenziale e diretto. Sapido e fresco con sentori essenziali di limone e della sua foglia; salvia e timo. Poi una bella e spiccata mineralità. Infine sentori di mandorla. Fresco, tutto molto fresco con la nota di mandorla dolce a creare un piacevole equilibrio.
Anche in bocca freschezza e mineralità sapida si sentono esaltando la facilità di beva. Va giù come una lama e lascia la bocca fresca e vogliosa grazie all’agrume che c’è in maniera equilibrata e sobria. Molto intrigante proprio perché essenziale e non piacione. Persistenza bassa così da renderlo perfetto anche per un semplice aperitivo. Non è un vino da sensazioni particolari ma è così immediato e decisamente essenziale che a bottiglia si finisce con estrema facilità! Sempre in tema di Roma DOC, la Malvasia Puntinata, un vino che definisco immediatamente, anticipando il giudizio finale, da applausi. Perché?
Già dal colore che è un bellissimo dorato. Lo si versa nel calice e c’è il primo wow. I sentori di mela, miele, mandorla, salvia, mentuccia, timo, agrumi, frutti tropicali, zenzero creano un meraviglioso mix che esplode anche per via del terreno vulcanico riconoscibile da un accenno di pietra focaia. Secondo wow.
Il sorso è ampio, fresco, caldo con i suoi 15 gradi, molto sapido e tanto minerale. L’agrume che c’è nel sottofondo contribuisce a rinfresca e rigenerare la bocca. Il vegetale delle foglie di limone pulisce e dona equilibrio a qualcosa che dovrebbe, nell’immaginario, partire molto dolce. Terzo wow.
Intriga, strega e ammalia anche grazie ad un finale che vorrebbe andare verso l’amarognolo della mandola ma proprio non ce la fa. Applausi dunque. Questi territori, prima del bianco erano da rossi. Il mercato ha portato ai bianchi. Qui si è sempre piantato rosso. Mio padre ha sempre avuto una parte di rosso in gamma. Noi ci abbiamo sempre creduto. Qui si piantava il Merlot, il Sangiovese, il Ciliegiolo. Adesso stanno prendendo vitigni importanti. Sta arrivando il Cesanese, il Cabernet Franc. Il rosso è il 1571, blend di Cabernet Franc e Petit Verdot con affinamento in acciaio (ho provato la versione 2021).
Colore rubino con un lievissimo riflesso porpora. I sentori sono immediatamente freschi e verdi con la frutta rossa non ancora matura che viene fuori roteando il calice: ciliegie belle e croccanti, prugna, sottobosco. Quello che mi piace di più è proprio la nota erbacea che impreziosisce confondendo il naso. Una intrigante sensazione di finezza. Sentori che diventano prima densi per poi trasformarsi in vivi e freschi.
Anche il sorso sa di verde sa di fresco. Sa di tannini maturi ai quali non posso che associare il colore verde. C’è pienezza di bocca ed una ottima sapidità che si trasforma però in elegante finezza verticale ma anche spigolosità. Come se fosse un caldo abbraccio nel quale le unghie nella carne sanno di passione. Un vino che si dimostra dunque estremamente interessante nel suo sapere di terra, di verde, di vigoria, di impatto. Fine per la sua persistenza non particolarmente elevata ma comunque di rispetto. Due vitigni particolari che legati senza legno e con solo acciaio ne fanno una bottiglia da ricordare. Infine un rosato, Diana, da Petit Verdot che è bello dal colore, affascinante dai sentori, convincente dal sapore.
Il colore è cerasuolo. Bello e limpido
I sentori sono di piccola frutta rossa come fragoline di bosco, ribes, arancia. Ma quello che spicca e mi lancia un bellissimo parallelo è che sembra di avere il naso in un bicchiere con del Campari dentro. Affascinante. Un Campari con sentori vinosi e un mix di dolce ed amarognolo.
In bocca ritorna il Campari con il finale lievemente amarognolo che si arricchisce grazie alla marcata mineralità cosa questa che, insieme al suo essere secco e fresco, comporta una buona persistenza.
Può accompagnare una pasta ma anche un aperitivo. Semplice, versatile, ben equilibrato. Cosa si può volere di più? Convincente! Come espansione di terreno non abbiamo bisogno. Dobbiamo aumentare la qualità. Con i terreni possiamo arrivare fino a sessantamila annuali. Se capitano occasioni ci penseremo. A me piacerebbe il Semillon o il Petit Manseng. Ma vogliamo investire sull’ampliamento della nostra capacita di fuoco. Ad esempio il Viognier in purezza è stata una sperimentazione. Le ultime due annate sono state troppo calde con un vino da 16 gradi. Noi vogliamo fare un passo per volta. In queste zone l’errore fatto è stato quello di grosse estensioni per poi non sapere cosa fare del prodotto finito. Cosi che facevano scendere il prezzo. Noi siamo contrario a questo. Prima devo conquistare il mercato soddisfacendo i clienti. Se aumentano i clienti allora bisognerà aumentare la quantità La saggezza del padre. Di colui che ha vissuto il passato di queste zone. Lo scotto di aver sentito per tanto, troppo tempo, la stessa di Franco Silvestri. Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è Non se ne poteva più di vedere imprenditori che acquistavano terreni con l’unico scopo di produrre di più a basso costo (e bassa qualità). I contrasti con il papà saranno stati anche per questo. Quando siamo usciti con il Cabernet Franc sfuso ci hanno preso per matti. Veniamo da un paese dove vendono lo sfuso a 1.80 a litro mentre noi lo abbiamo messo a 5 euro al litro. A meno di quello non esce. In un mese abbiamo finito tutto. Le persone sono molto attente a quello che vogliono bere. Non c’è più l’osteria perché si bevono tanti litri a settimana. Un cambio netto di filosofia, del modo di pensare e fare. Dal “tanto per farne tanto” a “poco per farlo di qualità”. Che però nessuno in nessuna zona d’Italia si azzardi a parlare. Qui, sui Castelli, si faceva esattamente come si è sempre fatto in ogni parte d’Italia. L’unica differenza è il tempo e la vicinanza di un bacino come quello di Roma che, per inciso, tutti i produttori vorrebbero frequentare. Ci tenevo a dire che siamo responsabili pure se papà dice il contrario. Dice cosi perché poi usciamo la sera a quando torniamo tardi abbiamo difficoltà ad alzarci ma ci alziamo lo stesso. Che bello vederli battibeccare. Con il sorriso. Con gli sguardi compiaciuti di un padre che sa di avere avuto una immensa fortuna con due figli completamente immersi nell’azienda; con quelli di un figlio che non solo fa le cose con amore e passione ma vede riflesso negli occhi del padre, tanta soddisfazione. Il padre di mia moglie ha un negozio di abbigliamento e sarebbero potuti andare li a fare una vita meno dura e invece sono qui. Sono molto contento. Non abbandoniamo quello che è stato sempre fatto. Mauro se ne è andato in fine dei conti per dei contrasti ed è tornato quando aveva la consapevolezza di poter fare. Mollando tutto per star qui. Andare e tornare. Andare per poi tornare. Cosa è questo se non un vero insegnamento per i ragazzi? Si può scappare ma solo se si torna si ha il vero coraggio di affrontare la vita. Ed è per questo che a Mauro dedico una poesia di Trilussa, Vino bono. Non già perché beve del vino di Frascati ma per il finale che sa di luogo sicuro, di famiglia. Mentre bevo mezzo litro,
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co’ le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant’è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cor salnitro e co’ la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una specie d’animale:
pare un’aquila reale
co’ la coda de cornacchia.
Là c’è un orso, qui c’è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s’intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l’Amore e da la Fede…
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento:
sarò sbronzo, ma me sento
più tranquillo e più sicuro. PS I premi non hanno tardato ad arrivare! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
7 Novembre, 2024
TOSCANA IGT (by Gambero Rosso), ma non solo...
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 17 Ottobre, GAMBERO ROSSO e il CONSORZIO VINO TOSCANA hanno organizzato, negli spazi della GAMBERO ROSSO ACADEMY di Roma, una bellissima masterclass per scoprire i tesori vinicoli di “un’altra” Toscana, quella che con l’acronimo IGT mette in bottiglia Qualità senza compromessi.
LA MASTERCLASS
23 i grandi vini presentati da Marco Sabellico (Gambero Rosso) e Stefano Campatelli (Direttore del Consorzio Vino Toscana).
23 Vini per raccontare i diversi territori di una delle più importanti regioni vinicole d’Italia e le diverse tipologie consentite dai 97 vitigni autorizzati.
Una storia che inizia con un “vino da tavola” targato “SASSICAIA” 1968, prosegue con la lunga serie dei “SUPERTUSCANS” e con l’istituzione nel 1992 dell’IGT, attraversa un oggi di indiscussi successi, abbraccia oltre 1500 Aziende (dai “grandi nomi” ai piccoli artigiani) e guarda al futuro senza soggezione alcuna nei confronti delle altre Denominazioni regionali più blasonate.
Nel mio personalissimo report NON troverete alcuna classifica stilata ma solo i vini elencati in rigoroso ordine cronologico.
Certo ci saranno i consueti punteggi che non vedrete l’ora di criticare, ci saranno vini “raccontati” e vini “taciuti”, vini “con la musica” e vini muti…
Vabbè, detto così pare complicato ma…leggete, assaggiate, criticate e condividete (è più facile farlo che dirlo).
GLI ASSAGGI
1- TOSCANA IGT BIANCO “QUATTRO CHIACCHIERE A OLTREPOGGIO” 2022, COLOGNOLE:
(87+ Punti).
2- TOSCANA IGT ROSSO “ACCIAIOLO” 2020, CASTELLO DI ALBOLA: (84 Punti).
3- TOSCANA IGT ROSSO CABERNET SAUVIGNON “FARNITO” 2019, CARPINETO: tra i piccoli frutti di bosco, la frutta che spicca è la ciliegia di cui è ripieno il boero e, mentre Vi rilassate con una bella presa di tabacco, non potete non far caso al sottobosco intricato e appena umido, ai cespugli di rosmarino e a quella sottile rusticità che evita di renderlo troppo aulico.
Sorso sicuramente morbido ed elegante, dinamicizzato da una triade freschezza-sapidità-tannini che batte il tempo lasciando che stia sempre sul pezzo.
Chiude su amaritudini che fanno schioccare la lingua e pensare se chiedere ancora da bere.
(88 Punti).
4- TOSCANA IGT ROSSO “OLMAIA” 2018, TENUTA COL D’ORCIA: (86 Punti).
5- TOSCANA IGT ROSSO “ARCANUM” 2019, TENUTA DI ARCENO: tutto Cabernet Franc per un naso
verticale e freschissimo che spazia dal green della foglia di peperone al nero della pietra focaia e delle olive passando per sacralità d’incenso e note ben più profane di mare lontano.
Il sorso ha potenza da vendere e il controllo necessario per gestirla, compone e scompone spigoli e rotondità a suon di morbidezze di vago cioccolato e tannini educatissimi ma affatto silenziosi.
Chiude lungo tra ricordi balsamici e di piccoli frutti peccando appena di quella sapidità che l’olfatto aveva fatto presagire.
Un vino maledettamente esplicito, altro che “arcano”!
Un vino per i pazzi e per le pazzie.
Da bere ascoltando MISTERIOUS TRAVELLER dei WEATHER REPORT.
(Gli do 91 Punti ma…non doveva farmi quello scherzo riguardo la sapidità).
6- TOSCANA IGT ROSSO “VAS” 2019, VILLA A SESTA: (84+ Punti).
7- TOSCANA IGT ROSSO “GUARDIAVIGNA” 2019, PODERE FORTE: dalla “valle dell’oro” (quella delle messi calde al sole) un Cabernet Franc di grande freschezza, che racconta di boschi resinosi e piccoli frutti (magari un po’ troppo maturi), di succosa melagrana, di un oriente speziato e di pietrisco bagnato.
Sorso coinvolgente, che associa morbidezza glicerica a tagliente mineralità per mezzo di tannini “davverodavvero” e chiude sottolineando china e liquirizia.
Un vino che ha tutto al posto giusto, forse troppo.
(88 Punti).
8- TOSCANA IGT ROSSO “AURITEA”, 2018, TENUTE LUNELLI TENUTA PODERNUOVO: un Cabernet Franc scuro come l’etichetta, che con grande dinamismo sciorina ricordi di piccoli frutti neri, bacche, tè, china…
Apre i polmoni con ventate marine e freschezze d’eucalipto per chiudere poi con un bell’allungo speziato senza dimenticarsi di un rustico tocco di fattoria che lo mantiene con i piedi per terra.
Sorso grintoso, esuberante, fresco, tannico quanto serve ed educato quanto deve, glicerico quel tanto che serve a smussare gli spigoli del vitigno.
Un vino di polso.
Da bere ascoltando LOCOMOTIVE BREATH dei JETHRO TULL.
(90 Punti sarebbero troppi, quindi gliene do 89).
9- TOSCANA IGT ROSSO “FSM” 2019, CASTELLO DI VICCHIOMAGGIO: (86 Punti).
10- TOSCANA IGT ROSSO “ORENO” 2022, TENUTA SETTE PONTI: (84- Punti).
11- TOSCANA IGT ROSSO “PRIMA PIETRA” 2021, TENUTA PRIMA PIETRA: (86 Punti).
12- TOSCANA IGT ROSSO “GHIAIE DELLA FURBA” 2020: TENUTA DI CAPEZZANA: (87- Punti).
13- TOSCANA IGT ROSSO “MONTETI” 2019, TENUTA MONTETI: 55 parti di Petit Verdot, 25 di Cabernet Sauvignon e 20 di Cabernet Franc che vanno d’amore e d’accordo e propongono un naso forse meno tirrenico di quanto mi sarei aspettato.
E, se spiccano le dolcezze della cannella e dei piccoli frutti, le freschezze boschive di felci e muschi ben pareggiano il conto lasciando che la chiusura sia compito di neanche troppo sottili balsamicità mentolate e relax di tabacco.
Sorso dinamico, sostanzioso ma mai eccessivo, tenuto vivo dai fitti tannini e che s’allunga nella continua memoria dei piccoli frutti.
Un vino che lascia immaginare ampi spazi.
Da bere ascoltando ROMEO AND JULIET dei DIRE STRAITS.
(88+/89- Punti).
14- TOSCANA IGT ROSSO CILIEGIOLO “BANDITACCIA” 2023, LE ROGAIE: un Ciliegiolo che va ben oltre la ciliegia.
Se non fosse perché della Maremma ha dentro anche i butteri, su quel cavallo che lascia immaginare lanciato al galoppo ci starebbe bene un cavaliere medievale.
Cappa e spada, sudore e ferro, riverente e guascone placa dopo poco la propria irruenza procedendo al piccolo trotto tra macchia mediterranea e foglie secca ammucchiate da un’intensa brezza di marina sapidità che lascia dimentichi dei piccoli frutti.
Chiude lasciando memoria di un sottile sgarbo acetico che il sorso, succoso e birbante cancella nell’immediato lasciando libera la mano di allungarsi per chiedere un secondo bicchiere di freschezze e solleticanti tannini.
Se volessi trovargli un difetto direi che è troppo GGiovane, me è dal suo essere scapestrato che questo vino trae forza, quindi…
Da bere ascoltando WILD HORSES dei ROLLING STONES.
(92 Punti)
15- TOSCANA IGT ROSSO “IL PODERONE” 2021, TERRE DELL’ETRURIA: (87/88 Punti).
16- TOSCANA IGT ROSSO “IL LEGATO” 2020, CINCINELLI: Mammolo in purezza che all’occhio sembra si vergoni a mostrarsi, con quel suo colorito “timidotimido” che non può non farmi pensare ai sette nani e alle loro lunghe giornate in miniera.
Il naso è invece brillantissimo nell’esposizione dei piccoli frutti rossi, di quelle sottili vegetalità boschive di cassis, della dolce speziatura orientale, delle note balsamiche di tè…
Sorso birbante, discolo, scorrevolissimo e, seppur fresco, decisamente saporito e lungo giusto quanto serve a versarsene un altro bicchiere.
Un vino “differente”, e vuol dire tanto!
Da bere ascoltando JOU’RE LOVE’S A CRIME dei WHT.RBBT.OBJ.
(88+ Punti).
17- TOSCANA IGT ROSSO “GIRAMONTE” 2021, MARCHESI FRESCOBALDI: (85- Punti)
18- TOSCANA IGT ROSSO “CONCERTO DI FONTERUTOLI” 2021, CASTELLO DI FONTERUTOLI: Sangiovese con un 20% di Cabernet Sauvignon a saldo che mixa con grande sapienza le amaritudini delle erbe aromatiche con la dolcezza delle spezie lasciando che passi quasi inosservata quella frutta rossa matura che anche le freschezze balsamiche, la china e la liquirizia contribuiscono a zittire.
Sorso ben più rotondo di quanto lasciato presagire dall’olfatto, di grande equilibrio, reso vieppiù scorrevole dall’arazzo dei tannini e da una diffusa mineralità che allunga il ricordo e fa ricordare.
Gran bel vino.
(89 Punti, ma con un -).
19- TOSCANA IGT ROSSO “MODUS” 2020, RUFFINO: (Quasi 83 Punti).
20- TOSCANA IGT ROSSO “BALIFICO” 2020, CASTELLO DI VOLPAIA: (86 Punti).
21- TOSCANA IGT ROSSO “ISACCO” 2020, TENUTA MATTERAIA: per metà Merlot e per il resto Teroldego (sic.), regala al naso aromi concentrati di piccoli frutti selvatici maturi ma soprattutto intriso di un fitto sottobosco cespuglioso e fungino, pimpante nel proporre macchia mediterranea e balsamicità di alloro e menta con il fondo del calice che porta in dote un po’ di sana rusticità.
Sorso dinamico, avvolgente nel suo fitto tessuto tannico, di fruttata freschezza e lungo nel proporre il ritmato continuum dei rimandi olfattivi.
A parte la storia aziendale, il Teroldego lo rende molto poco “toscano” ma, forse proprio per questo, siamo di fronte a un vino con un’anima.
Da bere ascoltando WE ARE ALL MADE OF STARS di MOBY.
(89 con forse un + Punti).
22- TOSCANA IGT ROSSO “BADESCO” 2019, BONACCHI: (86+ Punti).
23- TOSCANA IGT ROSSO “SOLENGO” 2019, ARGIANO: per metà Cabernet Sauvignon, il resto lo lascia al Petit Verdot (25%), al Merlot (20%) e a quel Sangiovese cui spetta il compito di chiudere a 100.
Naso elegantissimo che, tra rose e viole, lascia che spicchino l’amarena e il tabacco e un ché di resinoso rinfreschi l’atmosfera.
In bocca è potente ma evidenzia un deciso spirito minerale che rende il sorso mai faticoso, anzi.
Chiude lungo su freschezze e ricordi boschivi.
Forse un po’ troppo incravattato per i miei gusti ma…davvero un bel vino.
(88+/89- Punti).
E PER QUELLI CHE, INVECE…TREVINITRE dal CHIANTI CLASSICO DAY
Trevinitre tra i tanti assaggiati all’Evento organizzato dal Consorzio Chianti Classico all’Hotel Rome Cavalieri.
Tre vini che vale la pena ascoltare.
CHIANTI CLASSICO DOCG 2022, POMONA: una superanteprima appena imbottigliata e con un vestito nuovonuovo davvero figo.
Un vino da due vigneti è perfetto per sposare l’adagio “l’unione fa la forza”.
Un vino che lo avvicini al naso e vorresti subito bere (NON “assaggiare” e ancor meno “degustare”).
Fresco di arancia, rustico di marasca e cuoio, pensieroso come un vecchio libro da cui soffiar via la polvere, ruvido come il cemento, scuro di liquirizia, appena dolce per colpa (o merito) delle spezie.
Sorso impellente e godurioso, dritto, semplice, privo di inutili sovrastrutture.
Tannino e potenza, perfetto con pane e salame, disegnato per le tavole importanti.
Naturale?
No, ARTIGIANALE.
Da bere ascoltando DOG EAT DOG degli AC/DC.
(89 Punti ma…dategli un po’ di vetro e diventano 91).
CHIANTI CLASSICO DOCG “IL PARGOLO” 2022, PODERE LA VILLA: non so dove si trovi il vigneto ma so per certo che nel bicchiere c’è un bosco intero che, insieme alla ferrosa mineralità, rende cupa e intrigante l’atmosfera mentre la frutta, boschiva e di rovo anch’essa s’accompagna per mano a balsamicità di china e sospirati riposi di tabacco.
In bocca vorrebbe atteggiarsi a fruttato e morbidoso ma ben presto la lama, sguainata e tagliente, della freschezza Vi fa cambiare idea e, in singolar tenzone con lo spiccato ma educato scudo tannico, s’allea a un ché di arancia rossa per rendere il sorso scorrevolissimo e di grande piacevolezza.
Peccato per uno sgarbo d’alcol che graffia il naso ma…
Da bere ascoltando 99 LUFTBALLOONS di NENA.
(87 Punti perché sono cattivo ma, dando tempo al vetro, potrebbero essere 88).
CHIANTI CLASSICO DOCG 2022, PODERE TERRENO ALLA VIA DELLA VOLPAIA: PODERE TERRENO…un nome che lascia viaggiare la fantasia…
Certo il fratello maggiore (2021 RISERVA) è un gran bel Chianti ma è qui, nei vini con i piedi per terra, che si gioca la partita più interessante.
L’olfatto è dritto e tagliente, fresco come l’aria di Radda, metallico come l’atmosfera prima del temporale.
Ci racconta di prati di erba medica sfalciati di fresco, la menta, le bacche scure del bosco, una frutta piccola e croccante che avrei preferito fosse visciola ma è ciliegia e amarena (ma anche arancia)…
In bocca è teso e affilato, i tannini sono piacevolmente ruvidi come il cemento che li ha custoditi per un anno (ma già si capisce quale ne sarà l’evoluzione), il sottofondo è sanguinolento e, mentre Vi dissetate di freschezza e sapidità, il finale Vi ricorda quanto percepito al naso.
Da bere ascoltando TAKE ME TO CHURCH di HOZIER.
(Si becca 90+ Punti e il mio premio SURPRAIS).
E QUINDI?
E quindi grazie innanzitutto agli organizzatori di questi due importanti Eventi per avermi ospitato e a tutti i Produttori che hanno avuto la pazienza di sopportarmi, a Francesco Vignali che mi ha cortesemente fornito le foto relative alla masterclass (altrimenti impossibili da scattare) e poi…
Poi c’è da fare qualche considerazione su una Toscana che, come già mi era sembrato nel corso dell’anteprima fiorentina cui avevo partecipato, dice di volersi differenziare da quella “solita” del Chianti ma spesso dimostra di non avere ancora le ali per volare in alto verso una propria identità.
Sull’altro versante, quello del Chianti Classico, qualcosa sembra muoversi e alcune nuove realtà provano a emergere con risultati, in alcuni casi, già molto interessanti.
Nel complesso, quello che mi lascia ancora perplesso è il pubblico, che continua a dimostrare poca Curiosità verso il nuovo e affolla con noia i banchi dei soliti nomi.
Un’altra Toscana c’è, ma ci vuole coraggio da parte di tutti perché possa emergere
Roberto Alloi
VINODENTRO
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