Arrow Right Top Bg

5 Agosto, 2024

Stefano Camilucci. Precisione ingegneristica e pensiero controcorrente in Franciacorta

Da 25 ettari vitati Stefano Camilucci ha ricavato 35 vigneti e a ciascuno di questi ha dedicato un percorso a sé, con un monitoraggio delle rese ed una pianificazione della produzione scrupolosi per esaltare al massimo le potenzialità produttive di ogni appezzamento, fino a quando ciascuna delle 110mila bottiglia mediamente in commercio ogni anno può raccontare il suo stile e la sua storia. Una storia di vignaioli illustri, di quelli che per primi hanno contribuito alla svolta di qualità decisiva in Franciacorta. Stefano è infatti figlio di Giulia Pezzola, fondatrice insieme al fratello Eugenio dell’azienda “La Valle” di Rodengo Saiano. Stefano ha seguito negli anni vari aspetti della vista aziendale, amministrativi, produttivi, commerciali… fino al 2018, quando unisce tutte queste esperienze alla sua personale d’ingegnere edile specializzato in sismica ed energetica, e firma la sua prima annata di Franciacorta nell’azienda di Erbusco che oggi porta il suo nome. Dopo una breve visita ai locali produttivi e di stoccaggio, Stefano si siede con il nostro gruppo, una quindicina di ospiti, in una degustazione che conduce con entusiasmo e franchezza, ironizzando argutamente su scelte enologiche che sembrano talvolta dettate da vere e proprie mode: Complice il cambiamento climatico, pare che negli ultimi anni ci sia una gara a chi vendemmia per primo. La ricerca spasmodica dell’acidità ad ogni costo, spinge certi produttori a vendemmiare uve – di fatto – acerbe, ammaliati forse dalla prospettiva di una pagina sensazionalista su qualche giornale. Spesso venivo beffeggiato dai coltivatori di zona, che vedevano i miei grappoli ancora in pianta quando nei campi confinanti tutto era stato raccolto, ma sorridevo con loro e andavo avanti con la mia idea: da sempre ho voluto usare tutto il patrimonio aromatico delle mie uve. Non solo in vigneto, anche in cantina Stefano Camilucci fa scelte coraggiose e senza compromessi: nessuna malolattica, nessun arricchimento zuccherino del mosto, nessuna aggiunta di liqueur. Tutte le sue etichette sono infatti Dosaggio Zero. La linea d’entrata “Ammonites”, il cui nome rende omaggio ai fossili d’origine oceanica ritrovati nei vigneti, è interamente percorsa, sia nelle versioni blanc de blancs sia nel Rosé, da una piacevole nota agrumata, che buona parte del gruppo ha ritrovato anche negli assaggi successivi più evoluti. Da 18 mesi di affinamento passiamo ad oltre 36 con le versioni Blanc e Noir della la linea “Anthologie”, che porta meritatamente il suo nome dal greco antico tradotto con “raccolta del fiore”. Assembla infatti solo il primo 25% della prima spremitura dei migliori appezzamenti. Ci apprestiamo a concludere con travolgenti esperimenti sensoriali dati da Perpetuelle 14/18, in cui l’approccio selettivo dell’Anthologie Blanc si fa ancora più stringente e unisce mosto fiore 100% Chardonnay di 5 annate (dal 2014 al 2018, appunto) in una sorta di “metodo solera” in acciaio, con sboccatura 2022. Infine S.T., Sboccature Tardive dell’Anthologie Blanc proposte in solo 1.000 bottiglie l’anno, di cui Stefano ne firma per noi alcune prima di congedarci. Una degustazione memorabile di cui ringrazio per l’invito Monica Rosetti, enologa italo-brasiliana con oltre 40 vendemmie condotte tra l’Europa ed il Sud America, premiata insieme a me ed altre professioniste del settore poche settimane fa, alla quarta edizione della Notte Rosa del Vino di Trebisacce. Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina
Leggi
Arrow Right Top Bg

5 Agosto, 2024

Viaggio nel Cuore della Tuscia da Sergio Mottura

Viaggio nel Cuore della Tuscia da Sergio Mottura. Scoprire per degustare. Ci sono esperienze che segnano il percorso di un'appassionata, e per me, la prima volta in cui ho rivestito il ruolo di degustatrice accanto ai miei maestri dell'AIS, è stata davvero emozionante
Leggi
Arrow Right Top Bg

3 Agosto, 2024

Calici di Stelle a Roma: che fascino

Di manifestazioni con il vino protagonista ne ho fatte tante. Alcune più, altre meno interessanti da un punto di vista enologico. Poche, pochissime quelle meritevoli anche da un punto di vista della location. Combinare le due cose, è impresa praticamente impossibile. Quando però ci si trova a Roma, al tramonto, guardando il lento scorrere del Tevere dalle arcate di un affascinante come ponte il ponte Armando Trovajoli alias Ponte della Musica, con una piacevolissima musica di sottofondo e tra le mani un calice di interessantissimo vino, beh, come non rimanerne affascinati? Dimenticavo, un elemento importante: le persone. Già, perché cosa sarebbe un così incantevole combinazione senza la presenza di fantastiche persone? Produttori con i quali dialogare di vino; turisti stranieri con i quali scambiarsi opinioni in inglese sui vitigni autoctoni; amici che si incontrano casualmente. Ecco, questo il mix perfetto. Questo è stato Calici di Stelle a Roma. Oltre 1500 visitatori, 50 cantine presenti, una associazione, Rosae Maris che raccoglie da sola 23 produttori maremmani e oltre 30 vini rosati. Una chicca! Anche sul ponte si è poi scoperto come si possano tenere delle masterclass. Grazie dunque ad Angelo Petracci, referente Guida Vitae AIS del Lazio e all’enologo Pierpaolo Pirone, per aver sottolineato (anche con degustazione alla cieca) i vitigni autoctoni d’Italia. Insomma, peccato dover attendere un anno per ripetere una simile esperienza. Grazie a Decanter Wine Academy! A proposito, grazie anche al maestro Federico Brucato per le note della sua musica: soave, interessante, coinvolgente, mai invasiva. Volete sapere di più dei vini? Nelle storie del mio blog Instagram @ivan_1969     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Arrow Right Top Bg

2 Agosto, 2024

Cantina Cerbero. Alea iacta est

  Mettere insieme Dante Alighieri e Giulio Cesare non sarà una cosa semplice. Eppure è quanto occorre fare per capire bene questa storia. Mi viene il mal di testa solo al pensiero del lettore che cercherà di raccapezzare qualcosa. Cominciamo da Dante Alighieri. Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa. Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.   Nel Sesto Canto dell’Inferno Dante e Virgilio incontrano Cerbero, il cane a tre teste del quale parla Virgilio stesso nel VI libro dell’Eneide come custode degli inferi. Nella Divina Commedia Dante lo pone nel III Cerchio, quello dei golosi per ferirli, squartarli. Così come in vita avevano loro fatto con il cibo. Le tre teste simboleggiano la superbia, l’invidia, l’avarizia o, in maniera diversa, i tre modi propri del vizio di gola: quantità, qualità, continuità. Dante sottendeva anche ad una allegoria politica riguardante le lotte tra le diverse fazioni dell’epoca. Mettiamolo per un attimo da parte e veniamo a Giulio Cesare. Alea iacta est. Il dado è tratto. La decisione è presa. È la frase attribuita da Svetonio a Giulio Cesare e pronunciata il 10 gennaio del 49 a.C. nell’atto di attraversare il fiume Rubicone (torrente della provincia di Forlì-Cesena) dando così vita alla seconda guerra civile contro Pompeo. Tunc Caesar: “Eatur,” inquit, “quo deorum ostenta et inimicorum iniquitas vocat. Iacta alea est”, inquit Mettiamo da parte anche Giulio Cesare perché non siamo sul Rubicone, tantomeno nel girone dei golosi, ma a Cupra Marittima. Qui le colline degradano rapidamente verso il mare dove lasciano spazio alle spiagge assalite dai bagnanti durante il periodo estivo. I venti dell’Adriatico si incanalano verso l’interno lambendo i pendii un tempo parte dello stesso mare. Le Marche, una regione estremamente particolare per una tradizione, un pò come l’Abruzzo, più improntata alla terra che al mare nonostante si affacci per tutta la sua lunghezza su quest’ultimo. Una regione che ha in se un patrimonio ampelografico interessantissimo e variegato nonostante poi sia conosciuta prevalentemente per i bianchi da Verdicchio, Passerina e Pecorino dimenticando così come non solo vi sia la DOCG della Vernaccia di Serrapetrona ma anche le importanti espressioni di Sangiovese e Montepulciano (nella DOCG Rosso Conero). Marianna La famiglia Marinangeli la terra l’ha sempre coltivata qui e qui, come da tradizione, il vino era quello di casa e per casa. I pochi filari utili per il fabbisogno della famiglia costituivano comunque una ricchezza e una buona scusa per festeggiare durante la vendemmia. All’inizio degli anni 2000 nostro nonno espiantò il vigneto perché la tradizione della vendemmia, con il vicinato che conferiva il vino alle cantine sociali che in quel periodo sorgevano come funghi, era finita. C’è stato un periodo, fino al 2009 dove non abbiamo più fatto vino in casa. Nel 2009 abbiamo acquistato un terreno adiacente e papà disse: sa che c’è, qua ci faccio una vigna e poi una cantina con le palle. Voglio fare vino a livello professionale. Voi siete d’accordo?. Sul fare vigneto eravamo d’accordo. Sul fare cantina eravamo scettici perché il mondo è difficile. Lui disse: l’importante è crederci poi il resto viene da se. Papà Vittorio. Vittorio Rivosecchi. Marito di Marianna, la proprietaria della cantina. Vittorio Mamma ha sempre avuto l’azienda agricola poi quando ci siamo dedicati alla cantina è rimasta titolare dell’azienda dunque della cantina. Ci tengo sempre a precisare che la nostra è una cantina a gestione familiare. Siamo in quattro e portiamo avanti il progetto in quattro senza prevaricare nessuno. Samuele Rivosecchi è la persona che incontro. Lui insieme al fratello Fabio e al papà Vittorio rappresentano a pieno la gestione dell’azienda Cerbero. Nostra mamma adesso si gode la cantina perché nella azienda agricola si è rotta la schiena. Con quattro ernie al disco ha il diritto di fare un pò la reginetta godendosi la cantina. Sembra la burattinaia che tira le file di noi burattini. Samuele è un ragazzone con un innato sorriso stampato sul viso. Felice di fare quello che sta facendo, con la voglia di parlare, di trasmettere la sua passione, di avere un riscontro dei vini che produce. Quando papà Vittorio decide di iniziare l’avventura enologica, Samuele ha solo tredici anni. Fabio diciotto. Troppo piccoli per capire davvero l’idea del padre. Fabio con poca voglia di studiare è ansioso di iniziare; Samuele che preferirebbe godersi la vita con i suoi amici continua a studiare e a lamentarsi. Ricordo di quando i miei compagni uscivano ed andavano al mare mentre io stavo sempre li in mezzo. C’è stato un piccolo odio perché pensavo a quanto avrei dovuto essere spensierato e invece lavoravo. Però guardandomi indietro capisco che all’epoca non avevo la maturità giusta.   Fabio Come poter biasimare un ragazzino di tredici anni? Impossibile. Sentendolo però parlare Simone, quei ricordi che potrebbero essere rimpianti, non esistono più. Forse rimossi. Forse seppelliti dalla frenesia di voler fare e fare bene. Ha capito non solo quanto gli piaccia questa vita ma, soprattutto quanto papà Vittorio abbia fortemente voluto tutto ciò non per se stesso ma per i figli. Solo per loro, cercando di trasmettere, intatti, i ricordi della sua infanzia. Gli odori, i profumi, i gesti, l’allegria. Tutto ciò che una vendemmia poteva portare di buono, papà Vittorio ha cercato di trasmetterlo. Tutto, tranne il gusto del vino.
In che senso? Nel senso che papà Vittorio è astemio. Non beve vito. È appassionato quasi a livello sensuale. Gli piace fare cantina e vigneto. A lui non piace l’alcol. Ad assaggiare e capire ci penso io. Lui ama la campagna. Ama pressare, pigiare, travasare. Adesso sta iniziando ad assaggiarlo perché lo prego i ginocchio. Si occupa del vigneto e dice sempre: quando arriviamo sulla soglia della cantina finisce il mio comando e inizia il tuo. Assiste sempre perché adora sentire quei profumi che magari gli ricordano la gioventù quando si faceva tutto a mano. Mi racconta che lui veniva utilizzato da tutto il vicinato per pulire i serbatoi in quanto piccolo. Di alcol ne so annusato tanto nella vita adesso basta. Gli ettari che possono dedicare alla vigna solo solo due e mezzo. Pochi ma particolari perché papà Vittorio si rende subito conto di ben quattro tipologie diverse di terreno. Dobbiamo fare vini di qualità perché con due ettari e mezzo siamo obbligati. Cerchiamo fino dall’inizio a fare le cose per bene. Piano ma fatte bene. Così diceva papà. La prima vendemmia c’è stata infatti undici anni dopo. Nel 2020. Piccoli passi per fare grandi cose. Piano piano. Senza fretta. Ricercando in maniera minuziosa la qualità. O aspettando il momento giusto.
Già perché forse Simone non me lo dice o forse non lo sa. Magari è una mia intuizione, non so, ma forse papà Vittorio, prima di fare le cose sul serio, ha voluto attendere che i figli fossero davvero consapevoli di quanta potenzialità avessero tra le mani.
Undici anni durante i quali papà Vittorio si rilassa sui campi (anche se rilassarsi per una coltivazione è un concetto filosofico che nulla ha a che vedere con la dura realtà delle cose vere) dopo il lavoro e Fabio scorrazza sui trattori. Simone, invece cosa fa? Certo, aiuta in azienda come è giusto che sia per una azienda familiare, però studia. Da geometra. Ovvio direte voi. Con il papà impegnato in una azienda edile ed il fratello Fabio che aveva pure lui iniziato li, tutto lasciava presagire un futuro nell’edilizia. Fabio ha studiato da alberghiero ma non è portato per la scuola. Appena finito le superiori ha iniziato a lavorare con papà. Quando è stato lanciato il progetto della cantina era contento di poter creare qualcosa di nostro. Un brand nostro. Ha sempre affiancato papà nel lavoro. Non voleva studiare. Non mi mandate a scuola diceva. Faccio tutto nel vigneto ma non mi fate studiare. La terra e il progetto di papà potevano anche essere qualcosa da far venire su piano piano. Come voleva il papà in fondo. Iniziai le superiori a fare il Geometra e sono uscito pure bene con 98/100. La scintilla c’è stata quando facevo il quinto superiore. Avevo legato con un professore che mi disse: mi hai detto che stai facendo la cantina, hai mai pensato di buttarti a capofitto in quel settore? Quello che stai studiando tu sta diventando una professione strana con tutta la burocrazia. Lui era vecchio e mi diceva che non provava più la stessa gioia degli inizi. Tra una settimana la scuola organizza una trasferta presso l’università politecnica delle Marche. Insomma una opportunità di conoscere qualcosa per il futuro. Samuele Io l’ho sempre detto che il caso muove il mondo. Spesso si pensa che certe cose accadano per intercessione di qualcuno, che qualcuno pensi a come modificare il mondo con ragionamenti così arzigogolati che possono trovare spazio solo nella mente di qualche terrapiattista. No, spesso le cose accadono per caso. Senza che lo vogliamo. Una volta lessi di una persona che si era fatta male ma molto male perché un cane gli era caduto addosso dopo un volo di quattro piani. Cosa è questo se non il caso? Mentre visitavo la facoltà di Agraria su consiglio del professore, mi fecero fare il test di ingresso dove io dissi: non sapevo qui si facesse un test di ingresso, non ho studiato nulla. Ma fallo! mi risposero. Male che fa lo rifai a settembre. L’ho provato. C’erano domande di biologia e scienze. Mentre tornavamo mi è arrivata l’email che avevo superato la prova ed ero stato ammesso alla facoltà di Agraria. Quando glielo dissi al professore mi disse che era un segno del destino. Fai tu ma sappi che nulla succede per caso. Decisi di fare agraria con la specializzazione in enologia. Li ho cambiato il punto di vista e ho capito l’obiettivo di vita. Mi sono buttato a capofitto nell’azienda. I malpensanti diranno che il professore ci mise lo zampino. Magari sarà pure stato così ma il mio lato romantico continua a farmi essere convinto che solo il fato può creare queste cose. Poi si, il libero arbitrio ci da comunque la possibilità di scegliere, ma è il caso che ci pone dinanzi a certe scelte. Da li ho fatto un tatuaggio sul braccio “alea iacta est”, il dado è tratto, perché avevo cambiato completamente strada. Comincia la sfida come disse cesare attraversando il Rubicone. Ecco dunque spiegato il perché di Giulio Cesare.
Eh, Simone è uno che pensa sempre verso il futuro. Come insegna papà Vittorio in fondo. Guardare alle cose non con l’occhio miope dell’oggi o del domani. Ma di parecchio in avanti. Un tatuaggio del genere, con questo significato, indica solo quanta voglia di sfidare il mondo abbia questo ragazzo e la sua famiglia. Un coraggio che li porta ad aspettare a lungo la prima vendemmia. Undici anni! Volevamo che il vigneto alla prima vendemmia fosse già solido e con un apparato radicale altrettanto solido. Poi ci sono voluti i tempi per la cantina. Nel frattempo conferivamo le uve alle cantine limitrofe. Ce le strapagavano perché erano uve di qualità. Ci pagavano la Passerina allo stesso prezzo del Pecorino pagato agli altri. In altri casi, nell’attesa di costruire la cantina, si va a vinificare presso altri. La passione vera di Vittorio non poteva però prevedere questa prospettiva. Si sarebbe tolto tutto il gusto di quegli odori che in qualche modo dovevano essere ad esclusivo godimento della sua famiglia. Abbiamo solo adesso ultimato il locale di lavorazione e dobbiamo finire quella turistica. Quando finiremo la cantina sarà vostra. Voi la vedrete nel pieno splendore e la tirerete avanti. Così ci diceva papà. Vittorio, un uomo che ha la sua impresa edile e lavora per questa. Ama il vino nella sua essenza. Quella essenza che deriva dalla terra e dall’opera dell’uomo. Dalla manualità di questo. Ama gli odori. Ama le sensazioni. Lui guarda al futuro. Sa che il tempo non gli concederà di godere a pieno quello che ha in mente. Poco importa, se lo godrà il sangue del suo sangue. Conta solo questo in fondo. Quando gli diciamo di chiamare qualche ditta per aiutarci a finire prima la cantina lui ci dice: no perché loro non lavorano come dico io e se io lavoro per me so come lavoriamo. Ci mettiamo più tempo ma sarà meglio. In effetti la cantina è splendida. Si capisce che è fatta con il cuore. Papà ha iniziato a 16 anni nella azienda edile. La sera quando stacca, sta in campagna. Cosa questa che ci ha trasmesso anche a noi. Io mi stacco da lui per gestire la cantina. Tranne nei momenti di raccolta dove siamo tutti in vigna. Fabio aiuta papà nei trattamenti e nelle lavorazioni con il trattore. È veramente abile mentre io quella abilità non la ho. Samuele alla fine studia Agraria ed Enologia ad Ancona ma è solo nella azienda di famiglia e da chi ne sa più di lui che impara. Quello che ho imparato sui libri è servito a poco. Soprattutto quando cerchi di fare prodotti differenti. L’ho trovato frequentando fiere e conoscendo persone. Facevo un pò la pulce ascoltando dalle persone. In cantina ho fatto esperimenti, rischiando perché abbiamo partite molto piccole. Mi piace la sperimentazione. Noi abbiamo quattro vini. Passerina, Pecorino, Montepulciano e Sangiovese più Cannonau. Per i primi tre l’obiettivo era di massimizzare la qualità di vitigni autoctoni con prodotti mono varietali senza bisogno di tagliarli con altro. Ovviamente i costi di produzione sono più alti. La battaglia più grande l’abbiamo vinta con la Passerina perché da tutti vista come vino semplice da aperitivo. Tutte le persone che venivano in cantina volevano iniziare con il Pecorino. Noi io inizio dalla Passerina. Uscivano con la scatola di Passerina. Ma li abbiamo sbalorditi. Prima di addentrarmi nella descrizione dei vini e, soprattutto dei metodi che Simone ha voluto utilizzare, è bene svelare il perché della citazione dantesca. Sin dall’inizio sapevamo che avremmo fatto vini alcolici ed importanti da vendemmia tardiva. Non di facile beva. Vini tannici. Belli colorati e strutturati. Cercavamo un nome importante. Il mercato italiano però è alla ricerca di vini immediati. Allora ci siamo resi conto che serviva un nome internazionale per andare a vendere il nostro vino all’estero. Abbiamo scelto il Cerbero perché il cane a tre teste rappresenta mio padre, mio fratello ed io che, uniti, vogliamo far crescere questa cantina. Cerbero ci rappresenta perché è uno dei personaggi della Divina Commedia conosciuta in tutto il mondo. Di impatto perché non è mansueto. Insomma da visione nefasta ancorché allegorica di Dante Alighieri alla positività della famiglia Rivosecchi. Un passaggio complicato ma che ci può stare. In realtà anche sul nome della Azienda Cerbero c’è molto che sa di futuro. Un nome che strizza l’occhio a qualcosa di altisonante e soprattutto internazionale. Cerbero come difesa di vitigni autoctoni ma anche all’attacco verso l’esterno per far comprendere come anche a Cupra Marittima si possano fare vini buoni. Se sei di Cupra Marittima infatti e vuoi produrre vino hai si il vantaggio di poterti affacciare sul mare Adriatico ma anche il grande svantaggio di essere a poca distanza dalla DOCG di Offida che con i suoi Pecorino, Passerina e Rosso Piceno (Montepulciano e Cabernet Sauvignon) esercita un discreto strapotere nelle Marche.
Poter dimostrare di essere non solo all’altezza dei vicini ma anche di poter esprimere qualcosa di unico, vuol dire andare all’attacco. Nel nostro primo obiettivo c’era la volontà di dimostrare che anche a Cupra Marittima riusciamo a fare vini di qualità rispetto a territori vicini già noti. Lo facciamo insieme a due cantine di Cupra. La prima è Oasi degli Angeli che produce il Kurni e il Kupra, due bottiglie famose e poi Macondo, una cantina che produce il Bianko che ha vinto parecchi premi. Anche le bottiglie e le etichette di Cerbero hanno una chiara impronta comunicativa. Tutte recano la ceralacca a protezione del tappo. Tutte non evidenziano il nome del vino ma solo quella della cantina. Per scoprire di che vino si tratta, occorre prenderla in mano e girarla. Non vi sembra una genialata di marketing? L’idea è nata dalla conversazione con un designer di Tolentino. Una persona con una storia. Ci diede il consiglio di prendere il brand e metterlo sulla bottiglia con una etichetta di impatto. Doveva essere riconoscibile sullo scaffale di una enoteca. Non leggendo che vino è il consumatore prende la bottiglia e se ne interessa. Ecco, qui è sintetizzato un pensiero strategico. Un modo di pensare verso il futuro. Qualcosa che non si ferma all’oggi ma si proietta verso il domani. Il tempo che scorre verso un obiettivo chiaro con prodotti che devono si rappresentare il territorio ma con qualcosa di diverso rispetto ai “vicini” come li chiama Simone.
Studiare e sperimentare per distinguersi.
Simone me lo ha già detto chiaro: i loro vini provengono tutti da surmaturazione.
Ma prima c’è il lavoro in vigna. Il lavoro, il passatempo, il relax, chiamatelo come volete di papà Vittorio coadiuvato da Fabio. Dall’origine si guarda al futuro. Dalla gestione della vigna. Due potature invernali ed estiva scegliendo i grappoli migliori per portarli alla vendemmia. Dalla potatura invernale impostiamo la vigna perché faccia una bella produzione. Al momento della invaiatura andiamo a togliere i grappoli in eccesso. La vite ha sviluppato un impianto vegetativo in grado di soddisfare molti più grappoli di quelli che lasciamo. L’apparato fogliare lavora per pochi grappoli arricchendo molto quest’ultimi. Poi facciamo la vendemmia tardiva. Una volta che il grappolo ha raggiunto la maturazione è la pianta che tira acqua dal grappolo. L’estrazione di acqua da parte della vite garantisce un maggiore arricchimento del grappolo. In cantina usiamo poi lieviti selezionati perché la cantina è nuova. Non mi sento di prendere il rischio ora. Un piccolo assaggio del modo di agire di questa azienda con le parole di Simone, pronunciate con grande padronanza. Senza la voglia di dimostrare di sapere ma solo con l’intento di far capire quanta passione e quanta arte la famiglia immette in questa avventura. Per la Passerina, come per gli altri, la raccolta è a mano selezionando i grappoli. Iniziamo all’alba e alle 10 siamo in cantina. Stratifichiamo l’uva con il ghiaccio secco. Mettiamo un telo a protezione creando così sotto una micro atmosfera. In un ambiente saturo di CO2 inizia la macerazione carbonica cosa questa che fa concentrare le sostanze. Poi pigiadiraspatrice per far uscire circa il 50% del mosto. Quindi mosto e pigiato insieme per la macerazione a freddo a 5 gradi per 15 giorni. La fermentazione ovviamente non parte. Facciamo la sgrondatura per gravità e andiamo in pressa a 0.6 bar per tirare via il fiore del mosto. Torniamo in limpidezza e abbastiamo la temperatura di un grado. La polpa estratta si decanta sul fondo come feccia non fermentata. Nella parte superiore del serbatoio, essendo a quasi zero, il liquido si cristallizza e questa parte serve come ulteriore arricchimento del mosto. La feccia viene separata dalla massa liquida e filtrata con un filtro a farina poi inserita nella massa. Spegniamo i gruppi frigo e a 11 gradi inoculiamo i lieviti selezionati per far partire la prima fermentazione fredda (mai sopra i 14 gradi). Successivamente facciamo un travaso post fermentazione. Da quel travaso fino all’imbottigliamento solo un altro travaso e nel mentre batonnage periodici (per la Passerina una volta al mese, per il Pecorino una volta al mese per i primi due mesi poi una volta ogni due mesi). In etichetta non c’è la certificazione biologica perché stiamo aspettando la certificazione della cantina. Il vigneto è bio dal 2014. La stabilizzazione del vino viene fatta solo con il freddo. Durante l’affinamento passa circa quattro mesi a sei gradi dove sul fondo cristallizzano tutti i tartrati. Come solforosa siamo bassi. Abbiamo avuto la soddisfazione di far ribere vino bianco a chi lo aveva abbandonato per i fastidì della solforosa. Siete riusciti a leggere tutto? Avete capito Simone? Gongola quando parla con me. Sa di aver fatto un buon lavoro e non posso non confermarlo. L’assaggio della Passerina Beatrice (nomen omen) si rivela davvero interessante.
A Beatrice Dante Alighieri dedica forse la Divina Commedia. A lei la 𝘾𝙖𝙣𝙩𝙞𝙣𝙖 𝘾𝙚𝙧𝙗𝙚𝙧𝙤 dedica questo vino. Come la musa di Dante, è delicato già dai sentori, pungente come la Commedia. La frutta tropicale come il mango, il frutto della passione, l’ananas e la pesca. Lo iodio che spinge e punge a diventar balsamico. Poi fiori di biancospino, macchia mediterranea e mentuccia.
In bocca diventa freschezza sapida e calda. Una bocca pulita e lunga per via della persistenza. Pulizia e verticalità con un meraviglioso agrumato che termina con un che di vegetale ad impreziosirne il sorso.
Come tutti gli amori, va gustato alla giusta temperatura per evitare di diventare troppo amaro. Insomma, un vino da amare e da bere con la persona amata. Per farla/ farlo innamorare ancora e ancora. Il Pecorino è lavorato nello stesso modo tranne qualche parametro perché l’acino è più piccolo Se Beatrice, tenue ed eterea, si abbinava perfettamente alla Passerina, per il Pecorino, certamente più intenso e volitivo, serviva un nome di impatto. Caronte, il traghettatore delle anime!
Ne ho provati due, il 2021 e il 2022. Entrambi si presentano nel calice con un paglierino molto vicino al dorato. Scelgo di partire con il 22 che dona immediate sensazioni di piacevolezza grazie al connubio tra timo, salvia, lime e mentuccia impreziosito da un cenno di incenso. I frutti (pera Smith, mela, agrumi) spiccano per intensità con una maturazione ancora non perfetta. Poi miele e resina rendono burroso i sentori. Ciò che però mi ha meravigliato è un sentore di wasabi così intenso da fungere da incredibile balsamico.
Il 21 è molto più burroso e legnoso anche se non ha fatto legno. Le note sono meno fresche del 22 e la sensazione, pur mantenendone la stessa matrice, è di note più “cotte” dal sole (o dal tempo).
La differenza di “cottura” è chiara anche al sorso ancorché la matrice comune è la freschezza, l’avvolgenza e l’estrema pulizia di bocca finale. Freschezza e avvolgenza che sono rispettivamente maggiore e minore nel 22.
Insomma, il 22 pronto ma meno impegnato e meno strutturato; il 21 più complesso e avvolgente. Mi sono molto piaciuti per la piacevolezza in bocca, per la persistenza non eccessiva, per un gusto agrumato non invadente. Bellissime espressioni di Pecorino difficili da replicare. Due vini che sono certamente in grado di traghettare una cena scegliendoli opportunamente proprio come dicono i versi di Dante Per un’altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare;
più lieve legno convien che ti porti Per i rossi il discorso è diverso. Fermentazione alcolica in acciaio. Per il Sangiovese c’è un affinamento di sei mesi in legno nei mesi estivi. Rovere francese. Volevamo che la malolattica si facesse in botte così da avere sentori legnosi ma non aggressivi. Nella 2021 abbiamo ridotto la permanenza a quattro mesi per far spiccare meglio il frutto. Lo preferisco. Luca Maroni li ha valutato per il 2020 95/100. Un bel premio per essere la prima annata. Il primo rosso non può che essere dedicato al Maestro di Dante, Virgilio. Vitigno? Beh, per essere un Maestro occorre essere importante ma non altezzoso; comune ma non banale. Ecco che allora il Sangiovese si presta benissimo.
Un Sangiovese con vendemmia tardiva è già atipico. Coltivato su terreni calcarei e sassosi con influenza del mare, ancor di più. Quello che ne deriva è però qualcosa di intrigante, interessante, invitante.
Il colore di quello che ho provato, anno 2020, è di un rubino intenso, pulitissimo, quasi luminoso. Una piccola unghia porpora evidenzia la sua giovinezza.
Un delicato velo di balsamico apre il naso scoprendo piccoli frutti rossi con delle fragoline di bosco ad erigersi protagonista. Violetta e rosa canina si inseguono. Giaggiolo, prugna e ciliegie (quelle bianche e rosse) completano e addolciscono. Poi un lieve sottobosco rinfresca prima che le note di speziate e di tostatura (tabacco da pipa, chiodi di garofano, cannella, vaniglia) arrivino ad imprimere il loro timbro sensoriale. Sentori bilanciati, puliti e con una rotondità che evidenzia a pieno la surmaturazione. 
Il sorso invece è una vera sorpresa, come se il Maestro voglia farci capire che la complessità è sempre dietro l’angolo. L’immediata sensazione quando il vino arriva in bocca è di una stupenda aranciata. Il tannino è evidente ma piacevolissimo. Secco e non particolarmente caldo. Persistenza non lunga a sfatare il mito di una surmaturazione stucchevole. Non c’è particolare struttura, c’è tanto fascino intrigante. Il naso dice una cosa, il sorso ti spiazza.
Virgilio ne sarebbe entusiasta e, per quello che può valere, anche io. Per il Dante, facciamo sempre vendemmia tardiva (siamo sulle 5 tonnellate per ettaro). L’unica piccola accortezza è andare con una pinza da ferramenta, quindici giorni prima della raccolta, a snervare i piccioli dei grappoli che secondo noi non sono ancora arrivati a maturazione. Questo termina il processo di scambio tra vite e grappolo facendo iniziare l’appassimento. Così si evitano sentori erbacei. Non c’è posto migliore di un appassimento in vigna. Così ci sono anche dei sentori di passito. Il vino di punta non poteva che essere dedicato al Sommo Poeta Dante. Tanto per ribadirne il valore, il vino è custodito in una bella confezione. La bottiglia è di quelle massicce dunque con un certo peso. Rispetto alle altre, il nome del vino, Dante, appare già sul frontale. Nel retro invece fa bella mostra l’immagine di Dante Alighieri. Davvero suggestiva. Già nel calice il vino da una bellissima impressione per quel suo colore rubino, vivo e luminoso: la vendemmia tardiva è li in bella mostra. 
I sentori avvolgono per la loro pastosità di una ciliegia, marasca, molto matura; prugna e melograno; mela cotta nella vaniglia e cannella con gli immancabili chiodi di garofano; cioccolato e tabacco. Poi un tocco di balsamico arriva a far aprire il naso consentendo di apprezzare ancor di più i meravigliosi e ampi sentori nonché l’inevitabile alcol tipico di una surmaturazione. Tutto è sapientemente bilanciato tanto che le evidenti note speziate non infastidiscono anzi, intrigano.
Il sorso lo definirei completo e grandioso. Fresco nonostante i suoi 4 anni (ho provato la 2020) e secco. Pastoso, perfettamente bilanciato con una piacevole altalenanza di note fresche e dolci. Ampio, grandemente ampio e d spessore, con le note fruttate che intrigano, meravigliano, stregano. Sembra di bere un Amarone che grazie al Montepulciano e soprattutto al Cannonau, risulta meno pastoso. Finale, lasciatemi dire, memorabile.
Può essere bevuto anche da solo purché non da soli. Una simile perla, va condivisa o, perlomeno, usata in meditazione In questo spicchio di terra, il mare dista solo 500 metri. I pendii formano una vallata che si apre verso il mare stesso consentendo ai venti dell’Adriatico di cullare i grappoli e le foglie delle viti. Qui un tempo molto ma molto remoto, c’era solo mare. Abbiamo trovato proprio le conchiglie nel sistemare i terreni. La componente iodata è pazzesca. Stiamo progettando di impiantare un nuovo vigneto a circa 2 km, completamente esposto alle correnti marine. Però stiamo facendo analizzare il terreno cosi da capire. Li impianteremo del Syrah e del Bordò. Bordò?
Alle volte le stranezze raccontano storie. Storie che occorre andare a ricercare nei ricordi di persone anziane. Di quelle che oggi non sono nemmeno ascoltate perché “vecchie”. Eppure io ancora oggi ricordo, dopo oltre cinquanta anni, le storie che mi raccontava nonno Antonio quando mi teneva sulle gambe dinanzi al camino. Impresse indelebilmente nella memoria. Lo ringrazio per questo ma devo ringraziare soprattutto i miei genitori che mi hanno insegnato ad ascoltare le persone anziane avendone rispetto.
Cupra Marittima come tutte le Marche erano nel passato culla di pastorizia. Al pari dell’Abruzzo insomma. Ma anche al pari della Sardegna. Regioni famose e note per le pecore al punto da creare scambi commerciali dedicate a queste. Nei ricordi dei pastori sardi e dei contadini marchigiani c’è proprio una vite che chiamavano “sa vide burda”, “questa vite selvatica”, una vite selvatica che cresceva vigorosa proprio in Sardegna e che, magari legata proprio al commercio degli ovini, arrivò nelle Marche oltre trecento anni fa. Solo che nelle Marche la lingua sarda non poteva certo trovare dignità così quel “burda” passando di bocca in bocca, diventa “bordò”. Nome legato al colore degli acini. Bordeaux.
Il Bordò, poco noto e certamente non fine per il nome dialettale che portava, venne via via espiantato a vantaggio del Montepulciano e del Sangiovese molto più commerciale e adatti alle cantine sociali della zona. Solo studi recenti hanno evidenziato come quello che poteva sembrare un vitigno autoctono marchigiano altro non era che il clone 158 del Grenache sardo, ovvero Cannonau. Grazie a pochi produttori locali che hanno compreso come il Bordò, alias Grenache, alias Alicante, alias Garnacha, alias Tocai rosso poteva trovare in questo territorio una espressione capace di dire la propria nel panorama enologico nazionale ed internazionale, è stato finalmente rivalutato. Si deve forse a Marco Casulanetti di Oasi degli Angeli l’aver ritrovato un vigneto abbandonato per produrre il suo Kupra. Un vino spettacolare. Vogliamo ricalcare il passato del territorio. Abbiamo trovato le marze e stiamo facendo fare la preparazione massale per impiantarlo nel nuovo vigneto. Cerbero, una azienda che attualmente produce circa 10.000 bottiglie l’anno, vinificando tutta la produzione con rese bassissime (degne del Bordeaux, quello francese…). Con il Bordò, quello marchigiano, arriveranno a circa 18.000 bottiglie. Poche, molte, non so. Di certo se manterranno (anzi aumenteranno come sostiene Samuele) il livello qualitativo, andranno lontano. Il nostro obiettivo è di far terminare il lavoro da costruttore a papà così che possa dedicarsi a pieno alla cantina e all’enoturismo. Lui dice che nel vigneto siamo lui, Fabio. io i cagnolini e le forbici mentre in cantiere è un gran casino. Ecco, questa è la famiglia Rivosecchi. Papà Vittorio è felice perché sta piano piano costruendo il suo sogno. Fabio è felice perché non ha dovuto studiare e può scorrazzare sul trattore. Simone è felice perché ha di che sperimentare e far si che il dado tratto sia sempre più di stimolo. Mamma Marianna forse è la più felice. Perché che ha tutti a casa così che la famiglia è sempre unita. A Simone, vista proprio la felicità che regna in famiglia, voglio dare un consiglio per un atro tatuaggio una frase di Marco Tullio Cicerone Qui beatus est, non intellego, quid requirat, ut sit beatior. Non comprendo cosa voglia cercare per essere più felice chi è già felice.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Arrow Right Top Bg

1 Agosto, 2024

BALAN Wine Day 2024

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 17 Giugno, i panoramici spazi della TENUTA DI FIORANO a Roma hanno ospitato il BALAN WINE DAY, Evento organizzato dal noto Produttore/Distributore per promuovere le eccellenze enologiche delle Aziende presenti nel proprio catalogo. Oltre cinquanta Aziende provenienti dall’Italia e dal Mondo, vini, distillati, birre… In una parola Qualità.   GLI ASSAGGI Il tempo a mia disposizione era purtroppo limitato causa altro Evento nel pomeriggio cui dover presenziare e la quantità di etichette giocava contro di me ma… Ho fatto del mio meglio, saltando con stoica risoluzione tutti i nomi conosciuti e concentrandomi solo su quanto colpiva l’occhio o stuzzicava la fantasia. Io, dal mio consueto recit de dégustation, ho come sempre estrapolato la mia personalissima classifica. Una “TOP SIX” che, una volta tanto, mi ha fatto sentire il peso di lasciare giù da podio vini che altrove avrebbero avuto vita facile (e, siccome mi dite che sono troppo cattivo, ve ne propongo altri sette che…”QUASIQUASI”). Prendete spunto dalle prossime righe e correte a ficcare il naso di persona in quello che Vi sembra essere più interessante. LA TOP SIX COLLIO DOC CHARDONNAY “GMAJNE” 2019, PRIMOSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): a chi si domandasse cosa ci fa lo Chardonnay in un Collio che di autoctoni ne avrebbe da regalare a chi ne volesse, suggerisco di andarsi a cercare notizie circa i vecchi impianti di Pinot Bianco in Friuli…scoprirà cose interessanti. A chi invece interessa molto più pragmaticamente quello che c’è nel bicchiere posso dire che qui, lo Chardonnay interpreta il Territorio come pochi altri vini saprebbero fare. L’olfatto è profondo come le radici che cercano la propria strada nella ponca. Se fate un carotaggio trovate grassezze di inattesa agilità, strati di dolcezze rivelano miele e agrumi canditi, ananas e scaglie di frutta secca da pasticceria in una matrice di gessosa sapidità di mare antico. In bocca è grandangolare ma la freschezza è un teleobiettivo potente. Sapido quanto si conviene, nel finale evidenzia tostature e una pienezza d’agrume che non vuole chinare il capo. Da bere ascoltando “PEEK A BOO” dei DEVO. (88+ Punti). COLLIO DOC RIBOLLA GIALLA 2019 RISERVA, PRIMOSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA): Oslavia e la Ribolla sono due anime che si incontrano lì dove i confini sono solo roba da uomini e la botte grande ne celebra il matrimonio tra la luminosità dei fiori gialli e la freschezza delle scorze d’arancia candita. Dolci larghezze di mela cotogna e albicocca precedono poi l’oriente delle spezie mentre l’atmosfera si riempie di minerale sostanza. Sorso tangibile, materico, tattile, che evidenzia una fruttata morbidezza cui l’agile e scattante sapidità e il grip tipico dei “vini arancioni” fanno da contraltare. Certo non un vino per tutti i giorni, ma in certi giorni… Da bere ascoltando “GOLD” degli SPANDAU BALLET. (Non ci arriva a 90 Punti ma davvero per poco). FRANCIACORTA DOCG BRUT “RISERVA 940” 2016, LE QUATTRO TERRE (LOMBARDIA): prodotto solamente tre volte, riempie il naso con calore di frutta gialla matura (anche esotica) e poi lo sferza con zenzerose piccantezze e frescosità amaricanti di chinotto prima di imboccare la strada delle golosità di pasticceria secca ricoperta di scaglie di mandorle e nocciole tostate e chiudere decisamente eucaliptico. Sorso avvolgente e materico con la cremosa effervescenza a veicolare con eleganza i ritorni olfattivi conducendo a un finale sapido, agrumato e minerale. (89 Punti). SPOLETO DOC TREBBIANO SPOLETINO “LE TESE” 2021, ROMANELLI (UMBRIA): proveniente in parte da 13 viti centenarie esprime un naso dirompente improntato principalmente sulle freschezze. Ci potete trovare respiri di eucalipto e morsi di foglia di menta, salvia, timo, mandorla, radici, corteccia e, se frutta deve essere, che sia nespola! In bocca ritrovate la stessa freschezza delirante dell’olfatto e una sapidità mai doma a contornare ricordi di grano che, a bicchiere vuoto, chiamano nuovamente in causa l’olfatto lasciando il posto a note di camino spento. Da bere ascoltando “DANCE ALL NITE” di LU COLOMBO. (89 Punti). MONTEFALCO SAGRANTINO DOCG “MEDEO” 2019, ROMANELLI (UMBRIA): ha un naso nero come l’etichetta, fatto di prugne e terra umida, pepe e liquirizia, china e legna arsa. Il sorso è assoluto e non c’è un tannino fuori posto! Davvero fresco, si lascia andare all’importante sapidità enunciando in chiusura un lungo rosario di spezie. 20 filari per un vino “maravilloso“, anche con questo caldo! Da bere ascoltando “GOLD” degli SPANDAU BALLET. (93/94 Punti). VALLÉE D’AOSTE DOP BLANC DE MORGEX ET DE LA SALLE “LO PRIÉ” 2020, DOMAINE QUINSON (VALLE D’AOSTA): due parole sull’Azienda mi corre dirle. Qui a Morgex, all’ombra del “tetto d’Europa” i Quinson strappano lembi di terreno coltivabile ai ripidi pendii sin dai primi anni del secolo scorso. Solo Prié Blanc, solo a piede franco e riprodotto per propaggine (roba che neanche Columella si ricorderebbe più). Biologico, biodinamico, inerbimento e vigneti sfiorano i 1300m/slm facendosi beffe (o quasi) del riscaldamento globale con risultati nel bicchiere tutti da assaggiare. ASSOLUTAMENTE! E il vino? Beh, qui c’è da restare senza fiato. E non è solo colpa dei vigneti più alti d’Europa (quelli dove la vite fa fatica non solo a farsi strada tra le pietre ma anche a respirare), è anche merito. Merito del più dimenticato dei fattori che compongono il famigerato “terroir”: l’uomo, quello che “fa” il vino. Se l’annata 2022 lasciava spazio alla fantasia, qui non c’è che concretezza. StendeteVi su un prato, tra arnica e camomilla e dimenticate la frutta (a parte la buccia di limone).  Troverete la realtà aumentata di una lastra di granito arroventata dal sole e anche il “puzzo” pirico che riempie l’aria dopo una frana. Non è Riesling e non vi fa visualizzare il nodo infinito dei meandri della Mosella ma…qui c’è ben più “benza” che in tanti Riesling che ho assaggiato ultimamente e che, più che agli idrocarburi, fanno pensare alle TESLA. Il sorso? Un “copia-incolla” dell’olfatto, di materica, liquida sostanza. Scorrevolissimo, invogliante, irriverente, molto più che erotico. Da bere ascoltando “FATHER TO SON” dei QUEEN. (93 Punti, almeno). I QUASIQUASI PRIMOSIC (FRIULI VENEZIA GIULIA) COLLIO DOC MALVASIA 2022: regina di questi colli, la Malvasia si colora qui del giallo dei fiori e della mela cotogna, larghezze dolci che la freschezza del rosmarino e un’atmosfera che sa di mare in burrasca pareggiano con leggiadria. Sorso fresco, scorrevole, coerente e con una balsamicità impertinente che affianca la salata persistenza. (87+ Punti). COLLIO DOC PINOT GRIGIO “SKIN” 2020: c’è forse un po’ troppo di tropicale nell’olfatto carico altrimenti di amaricanti sensazioni di noce e mughetto. Un olfatto in cui la mela è un dettaglio e il salmastro una coltre avvolgente. Sorso sostanzioso e materico, ricco di rimandi fruttati e intriso di freschezza e sapidità. (87+ Punti) FATTORIA CORZANO E PATERNO (TOSCANA) TOSCANA IGT BIANCO “IL CORZANELLO” 2023: l’elenco dei vitigni che lo compongono è lungo ma merita di essere enunciato: Trebbiano, Verdicchio, Petit Manseng, Sauvignon, Chardonnay e Semillon (me li hanno elencati con tale precisione che ho avuto il pudore di non chiederne le percentuali). Il naso, complesso e intrigante, è un ingorgo di grassezze, vegetalità, frutta matura e sottesa mineralità sassosa. Ci trovate agrumi, pera (vabbè, qualcosa di esotico non si nega a nessuno), mentuccia e gelsomini. Il sorso denota un gran bel gioco di squadra tra l’assoluta morbidezza e le larghe spalle fresco-sapide e scorre libero e giocondo riproponendo con coerenza i descrittori olfattivi. (85+ Punti). TOSCANA IGT SANGIOVESE “I TRE BORRI” 2021: fulgido esempio di come si debba avere il coraggio di “declassare” un vino per mantenere il nome del vitigno in etichetta e salvaguardare un Territorio. Un olfatto disteso e bilanciato, assolutamente dimentico del tonneau e ricco di note boschive (dai piccoli frutti alla corteccia passando dalla resina). Poi dolcezze di spezie (vaniglia), tabacco e pasticceria (ciambellone) a spintonare una ferrosa mineralità. Sorso ansioso di comunicare tutta la freschezza delle vecchie vigne esposte a Nord, tannico quanto si conviene e con un allungo imperioso fatto di sapidità e corrispondenze. (86 Punti). ROMANELLI (UMBRIA) MONTEFALCO DOC ROSSO “CAPO DE CASA” 2020: Sangiovese, Sagrantino e Merlot. Il naso percepisce dolcezze di mirtilli e freschezze di arancia sanguinella mentre quel quid di macchia mediterranea viene tenuto a bada da un legno appenappena troppo piacione. Sorso fresco e morbido, che evidenzia come il Merlot poco possa contro gli altri due compari e in cui il tannino si mette d’accordo con la sapidità per invogliare la beva di un vino che fa quasi quotidianità. (86+). MONTEFALCO SAGRANTINO DOCG PASSITO “COCRÈ” 2018: tante le dolcezze al naso, dalla confettura di piccoli frutti al cioccolato, dalla cannella al miele. In bocca i 100gr/l di zuccheri sono ben gestiti dalla freschezza e dal tannino mai domo e la lunghissima chiusura è dedicata ai ritorni di cioccolato e frutta. Da provare, perché no, con i fegatelli “per vedere il tannino l’effetto che fa”. (86 Punti). DOMAINE QUINSON (VALLE D’AOSTA) VALLÉE D’AOSTE DOP BLANC DE MORGEX ET DE LA SALLE “LO PRIÉ” 2022: “LO PRIÉ” sa già di Vallée e patois prima di assaggiarlo. Il naso è freschissimo, sa di alpeggio grasso e frutta bianca spaccottella. Lo annusate sfalciando il prato, ammucchiando covoni di fieno, guardando la Grivola e immaginando un Monte Bianco che è granitica presenza nel calice. Sorso dinamico e grintoso, una corsa nei prati con tanto di affanno e riposo finale appena fumé. (87+ Punti). E QUINDI? E quindi…QUE VIVA BALAN! Grazie per avermi ospitato a un Evento così ben organizzato! Ora non mi resta che aspettarne l’Edizione 2025 sperando di poter dedicare tutta la giornata alla qualità Roberto Alloi VINODENTRO  
Leggi
Arrow Right Top Bg

29 Luglio, 2024

Le scoperte enoiche di Benny School: il terroir e i suoi segreti

Le scoperte enoiche di Benny School: il terroir e i suoi segreti. L'influenza del suolo sul vino Il vino è una delle espressioni più affascinanti della natura, e uno degli elementi che più lo influenzano è il terroir. Ma cos'è esattamente il terroir? Non è solo il tipo di suolo, ma un concetto complesso che include il clima, la topografia, l'esposizione al sole e l'intervento umano, tutti fattori che si combinano per dare al vino un carattere unico e inconfondibile.
Leggi
Arrow Right Top Bg

27 Luglio, 2024

Cirò Wine Festival. Torna ad Agosto

La Calabria è La terra del vino. Terreni meravigliosi, esposizioni perfette, clima stupendo. Eppure pochi conoscono i vini calabresi che hanno invece espressioni di indubbio valore. Occasioni come quella del Cirò Wine Festival di Agosto hanno il grandissimo pregio di portare alla ribalta i vini di Calabria e farli conoscere a chi si avvicina a questo mondo senza pregiudizi. Cirò è la terra del vino per vocazione. Da secoli sulle colline che guardano il mare, produttori illuminati e famiglie da sempre dedite all’agricoltura, hanno impiantato vigne che si trasformano nel vino calabrese più conosciuto al mondo. Una tradizione che oggi unisce storiche cantine ai giovani vigneron che con lo stesso spirito intendono valorizzare e promuovere quella storia millenaria che oggi trova la casa comune nel “Consorzio di tutela e valorizzazione dei vini Cirò Doc e Melissa Doc”, presieduto da Raffaele Librandi, che ad agosto da diversi anni, organizza il Cirò Wine Festival evento di promozione della Doc (in attesa di diventare docg) più antica di Calabria. Dal 1 al 10 agosto dunque le cantine che aderiscono al Consorzio di tutela, guidato da Raffaele Librandi animeranno il territorio dello storica Doc calabrese, prima della grande festa finale a Madonna di Mare. Degustazioni nelle cantine, tour tra le vigne, la Masterclass (il 9 agosto alle 16.30) con Matteo Gallello sui caratteri identitari del Cirò e il talk con la stampa Enogastronomica e i social media wine della Calabria. Oltre alla Masterclass seglialiamo, sempre il 9 agosto a partire dalle 18:30 il talk che vedrà al centro il Cirò e le sue radici. Il Gaglioppo e le altre uve autoctone diventano il pretesto per focalizzare l’attenzione su un territorio straordinario, ricco di biodiversità, cultura e gastronomia in un mix perfetto che fa da catalizzatore per una grande settimana dedicata al vino e ai suoi protagonisti. Un evento dunque  con un ricco programma tra vigne e cantine che si chiuderà, come ormai da tradizione, il 10 agosto, nella notte delle stelle cadenti, nello spazio dei Mercati Saraceni a Madonna di Mare, con i banchi d’assaggio delle cantine aderenti al consorzio, il cibo del territorio e l’immancabile musica con il concerto dei Ricci di mare. Una vera festa per celebrare la Calabria, il cibo, il vino.  
Leggi
Arrow Right Top Bg

26 Luglio, 2024

Papalino. Di padre in figlio. Con entusiasmo

L’entusiasmo è quella forza che muove il mondo. L’energia vitale e propulsiva in grado di farci arrivare laddove non avevamo nemmeno idea si potesse. C’è chi ce l’ha innata e chi deve far ricorso ad aiuti più o meno leciti per farla propria. Solo che se si è in questa seconda modalità, finito l’effetto, altro che entusiasmo, si cade nella depressione.
Certo però che per creare e gestire una azienda, qualunque essa sia, l’entusiasmo da solo non basta. C’è bisogno, ad esempio, di soldi così come di capacità e professionalità. Oltre che una bella dose di fortuna. Per non parlare di tanta ma tanta forza. Erminio Papalino è una di quelle persone che racchiude in se tutte queste caratteristiche. Personalmente, lo definirei più propriamente un rullo compressore. Un pò come si immagina che sia un venditore di Folletto o di auto usate: provate a rimanere qualche minuto soli con un personaggio del genere e vi ritroverete con un aspirapolvere nuovo o una vettura usata.
Erminio sì magari vuole vendere le sue bottiglie, ma quello che prima di tutto vuole far emergere è il suo territorio e la sua azienda che ora è intestata al figlio Gabriele. Coinvolgendolo, integrandolo, contaminandolo con tutto il suo entusiasmo. Di padre in figlio L’azienda agricola Papalino nasce dall’idea di mio padre quando nel 1960 con le agevolazioni dell’epoca della Piccola Proprietà Contadina, ha acquistato tredici ettari a Castiglione in Teverina. Insomma un finanziamento le cui ultime rate del mutuo sono state estinte nel 1990. Ultime rate che ho pagato io. Quattro milioni e centomila lire. Ho ancora l’atto originale. Finanziamento a trenta anni. Centomila lire all’anno. Papà faceva il bracciante agricolo, il fattore di un “sor”, un benestante. È diventato proprietario. Lui ha sempre fatto produzione di cereali, olive e uva. I filari erano a coltura promiscua a 12 metri di distanza per avere le coltivazioni in mezzo. Le viti erano a stucchio ovvero maritate. L’albero veniva potato cosi che sui quattro rami venivano messe le trecci di filari. Un pò per volta. Mettiamo le cose in fila perché se avessi avuto una telecamera per filmare il nostro incontro avreste visto Gabriele ed il sottoscritto ammutoliti ad ascoltare il racconto di Erminio. L’entusiasmo appunto. Quello di un uomo che dal padre, con il padre e con il figlio, ha fortemente voluto valorizzare un investimento che aveva rappresentato lo smarcarsi dal lavoro sotto padrone.
Tredici ettari, diventati poi la metà alla morte del padre poiché divisi con la sorella, sono per Erminio prima, Gabriele poi, un cruccio. Tenerli senza valorizzarli non aveva proprio significato.
Storia comune. Già vista si direbbe. La solita storia di un figlio che gioca a fare il vignaiolo mantenendo il suo lavoro principale.
Sarà certamente la solita storia ma quando ti ritrovi così pochi ettari di terreno non è che puoi fare altrimenti. Al massimo vendi la terra e amen.
Ricordo che pure mio papà acquistò un pezzo di terra a Latina. Ne aveva tanta a Santi Cosma e Damiano, il paese nel quale era nato. Tanta con piante di olivi su terreno scosceso. Lavorare li era difficile e soprattutto lontano. Così un pezzo di terra vicino casa poteva essere un ritorno alle origini. Durò poco e il terreno rimase incolto fino alla sua morte. Con i miei fratelli lo vendemmo per evitare che il Comune continuasse a multarci perché diserbavamo in ritardo (però il Comune stesso lasciava le aiuole e i giardini pubblici come se fossero giungla). La terra del papà di Erminio era un pò così. Anche se non così incolta. C’erano le piante di olivo. Anche quelle trecento impiantate nel 1995, anno di nascita di Gabriele. Piano piano le forze del babbo sono venute meno. Ho sempre dato una mano ma mai a pieno. I filari di coltura promiscua, sempre meno redditizi, vennero estirpati. Rimanemmo con 5000 mq di vigneto. Ecco che l’entusiasmo arriva. Non lo vedi arrivare. Non te ne accorgi. Ti coglie come una folata di vento che sposta le tende arrivando a farti vedere fuori dalla finestra senza che lo hai veramente voluto. Gli occhi guardano e se hai l’entusiasmo, vai in una direzione. Altrimenti nell’altra. Cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore
Che mi fa cantare e amare sempre più
Perché domani sia migliore, perché domani tu
Strada facendo vedrai
Perché domani sia migliore, perché domani tu Il vigneto non era più sostenibile. Ho pensato di fare tre ettari di vigneto specializzato. Elevare la mentalità vecchia dell’azienda. Solo vitigni autoctoni. Sangiovese, Montepulciano, Grechetto, Malvasia, Trebbiano, Merlot. Nel frattempo il babbo se ne era andato. Mia sorella si è venduta la parte spettante e io sono rimasto con i miei sette ettari di terreno e il casolare preso con il conguaglio. Piuttosto che conferire le uve alla cantina sociale volevamo fare qualcosa di più redditizio. Abbiamo preso un enologo, Maurilio Chioccia, un personaggio importante che crede in ciò che fa e soprattutto ci siamo trovati. Io a causa delle mie dimensioni, non ho voglia di vendermi per quello che non sono. Con i miei tre ettari ti potevo dare solo la qualità e ciò che sono. Erminio l’entusiasta. Con il sorriso e gli occhi che gli sorridono ricorda quei tempi. Era il 2009. Ne parla come se fosse accaduto da poco. L’entusiasmo nel rivivere quei momenti è palese. Lui è un Caterpillar. Un fiume in piena che ha bisogno di raccontarsi e raccontare per far si che il suo entusiasmo possa fluire liberamente. Magari contagiando il figlio Gabriele che un pò si sente investito da una responsabilità importante non essendo ancora pronto (deve ancora laurearsi!). Perché ti serve la mia collaborazione? Guarda, fino al taglio dell’uva ce la faccio da solo perché sono un perito agrario, il resto, in cantina non sono in grado. Aò, guarda che io in cantina il vino te lo rovino e basta. Il lavoro lo devi fare tu in campo. Aiutami a mettere nella bottiglia le caratteristiche del vitigno e il territorio dal quale proviene. Ma tu lo sai cosa mi stai chiedendo? Sarà una impresa ardua perché il mercato non è pronto per capire cosa può raccontare un territorio. Maurilio io in testa ho questo. Vediamo cosa possiamo fare. Erminio che è si entusiasta, è si un Caterpillar, è si un idealista ma soprattutto è uno che non vuole fare le cose tanto per farle. Sa cosa vuole. Essere un rappresentate gli fa capire che nel mondo se vuoi avere successo devi differenziarti. Se poi sei piccolo, devi anche rappresentare qualcosa. Altrimenti chi ti calcola?
Esaltare le caratteristiche del vitigno e del territorio diventa non solo una esigenza stilistica ma l’unico vero modo di emergere. Nel 2014 abbiamo vinto la medaglia ai Vini buoni d’Italia come miglior Grechetto. Questo ci ha permesso di affinare di più la caratteristica di vini che somigliassero sempre di più al territorio di provenienza. Abbiamo concentrato le forze sul Grechetto. Vediamo cosa possiamo fare, ci siamo detti. Oggi facciamo una vendemmia a scalare ovvero con diversi stati di maturazione e concentrazione zuccherina anche in surmaturazione. Tre vendemmie con fermentazione in acciaio e una piccola parte in tonneau in media tostatura con rovere francese. Dopo l’assemblaggio di fermentazioni separate con prove e controprove. Poi affinamento sulle fecce fini per otto/nove mesi circa. In effetti l’Ametis che ho assaggiato (annata 2021) l’ho trovato davvero interessante nella sua semplicità. I sentori sono semplici è vero ma due cose hanno catturato la mia attenzione. Anzitutto la croccantezza dei frutti e la freschezza dei fiori. Poi la nota balsamica che è di quelle che ti invita a respirare a pieni polmoni.
Il sorso poi mi ha entusiasmato per l’estrema sapidità e la grandissima freschezza amalgamati da un agrume che pulisce la bocca in maniera egregia. Il finale lievemente ammandorlato identifica e marchia il Grechetto. Verticalissimo e pulitissimo richiama al morso qualcosa di carnoso come una aragosta così da bilanciare perfettamente il percorso che ha in bocca il vino: partenza morbida, salivazione abbondante, freschezza, pulizia di bocca, amarognolo finale. Fantastico e unico. Un pò forzatamente un pò per mezza passione ho coinvolto Gabriele che è il titolare dell’azienda. Si divide tra università ed il trattore. Anche con le scaramucce padre figlio. Mi da una mano sulle vendite. Lui si occupa del marketing. Gabriele Ringrazio il supporto del babbo ma il mio contributo si limita al marketing e alla comunicazione. Sul resto, ovvero la parte commerciale, sulla quale si dedica da trent’anni può insegnarmi molto. Sul campo sto muovendo i primi passi. A seguito del diploma scientifico girovago tra branding, storytelling, ecc. è importante ma il contesto è familiare e va adattato bene. Avere a che fare con un papà come Erminio non deve essere stato semplice per Gabriele. Non che sia invadente o pressante ma essendo un Caterpillar il rischio è di coinvolgere in maniera involontariamente dirompente. Il babbo anche per vicissitudini personali ha sempre cercato di coinvolgermi. Ricordo una scenata tipica tra mamma e babbo quando a quattro anni papà mi ha fatto salire sul trattore. Fino al 2004, abbiamo vissuto qui al casale. Poi ci siamo trasferiti ad Orvieto. Durante la vendemmia diamo una spolverata e dormiamo qui. A dieci anni mi ha costruito una casa sull’albero. Con la sega potavo qualche ramo sulla casa. Insomma tutto è avvenuto in maniera graduale. Diciamola tutta però, i lavori agricoli li sta portando avanti lui. Adesso la mamma non si arrabbia più perché sto sul trattore. Semmai perché non rispondo al telefono in quanto sul trattore. In cantina, quando io sono impegnato, fa anche lui. Ha bisogno di essere seguito perché gli manca la formazione tecnica. L’enologo ci da le dritte ma poi ci sono delle cose per estro, come per il Violone ovvero il Montepulciano della Tuscia. Finita la fermentazione il 25 ottobre abbiamo svinato ed è rimasto sulle fecce fino a marzo. L’enologo mi chiamava per invitarmi a svinare. Poteva andare in riduzione. Assaggiavo il prodotto ogni settimana e dicevo all’enologo: devi stare tranquillo. Il vino ha un’altro sapore rispetto all’anno precedente. È stata una sfida con il patema d’animo. Insomma ci mettiamo del nostro. Un vero duetto quello di Erminio e Gabriele. Me ne sto in silenzio e lascio che siano loro, padre e figlio ad esprimersi. Da un lato Erminio con la sua forza giocosa che con orgoglio coinvolge Gabriele. Gabriele che ha la voglia di non deludere il padre ma, soprattutto, l’umiltà per imparare piano piano. Una umiltà che è anche di Erminio. Non c’è niente in loro che sappia di diverso. Ho delegato la potatura due anni fa e non mi è piaciuto. Adesso la facciamo noi. Bello vederli insieme. Bello capire quanto questo progetto sia qualcosa di famiglia e quanto la terra possa unire padre e figlio. Costruendo senza fretta, nel tempo. Seguendo le vendemmie come si segue un figlio nella sua crescita. La terra, la vigna, il vino. È capace anche di questo. La forza dirompente di un amore che può unire come dividere. Senza mezze misure. Il Grechetto è quello dove ci mettiamo molto impegno. Una sfida. Poi Lazolum che è Procanico e Malvasia. È il vino più semplice nonostante ha i suoi 14 gradi. Un pò in controtendenza rispetto ai vini moderni. Un vino di struttura nonostante la sua complessità. Lazolum è un vino che è si strutturato per un bianco ma al contempo semplice e piacevole. Un bianco che sa di bianco. Diretto e senza fronzoli. Colore da bianco ovvero paglierino al limite del verdognolo. Sentori di entusiasmante mela verde Granny e pera Smith; lime, mentuccia e salvia. Insomma, freschezza e piacevolezza.
Sullo stesso piano si presenta in bocca con però la struttura che si fa sentire proprio nella croccantezza di quella mela scoperta al naso. Bellissima la sensazione agrumata che offre una eccellente pulizia di bocca e una inaspettata morbidezza finale che definirei vellutata. Fresco, secco, sapido e non particolarmente persistente. Insomma, molto ben equilibrato, molto semplice, molto piacevole. Morbido il giusto, fresco il giusto.
Con una pasta fredda al pesto e pomodorini sta da Dio. Ametis, Grechetto in purezza, che fa della semplicità, non banalità, la sua forza. I suoi sentori esprimono ancora la croccantezza della pera e della mela verde; la freschezza degli agrumi e dell’erba tagliata che diventa fieno. I fiori di campo sono così vivi da fornire la sensazione dell’incontro tra la brezza del mare e il venticello del campo dove sbocciano. Sentori delicati che si amplificano grazie a quel velo di balsamico che aggiunge alla semplicità, pienezza.
Il sorso è secco e fresco, caldo e così sapido da esaltare in bocca la pulizia che il senso di agrumi fornisce. Un vino fresco, verticale, che lascia la bocca pronta e vogliosa del nuovo sorso, impaziente di addentare qualcosa di carnoso come una aragosta. Il finale leggermente mandorlato (tipico del Grechetto) rende le sensazioni intriganti e non banali. Solidago, Violone in purezza. Fermentazione e affinamento in acciaio. Credo che rispecchi bene il territorio. Un rosso che rappresenta la zona. Ci sono ancora margini di miglioramento. Magari una riserva. Quest’anno è entrata in produzione una area di due ettari piantata da me e Gabriele. Tutto da soli nel periodo del covid. 6666 barbatelle. Una ammazzata. Questo l’abbiamo fatto noi. Arriviamo sempre lunghi con le lavorazioni perché entrambi abbiamo a fare. Siamo orgogliosi di dire che il vino che sta dentro questa bottiglia è garantito per il controllo della filiera. “Credo che rispetti bene il territorio”. Parto da questa affermazione di Erminio per descrivere il Solidago che ho assaggiato nella versione 2021. La Tuscia è un territorio semplice, scelto dagli Etruschi per il loro stanziamento. Pochi fronzoli e tanta concretezza condita da prodotti genuini ottenuti anche grazie alla lontananza dai grandi centri. Così è il Solidago. Un vino semplice, schietto, sincero, con pochi fronzoli. Non è necessario accompagnarlo con cibi particolari perché basta una tagliatella al ragù così come uno spaghetto al pomodoro; un tagliere di formaggi e salumi così come una carne alla brace.
Non serve mettere il naso a lungo nel calice per carpire chissà quale complessità nei sentori perché questi sono vivi di frutta croccante e non particolarmente matura (arancia, ciliegia, prugna); di fiori rossi senza strafare; di un leggero sottobosco; di un balsamico che fa ricordare come si è in aperta campagna.
Non serve ragionare tanto sul sorso perché fresco, secco, con il tannino maturo ma non invadente; morbidezze e durezze che si bilanciano armoniosamente e una struttura non altezzosa ma nemmeno banale; caldo, il giusto; un finale che timidamente vorrebbe andare verso l’amarognolo ma per mantenere la semplicità, non ci va proprio.
Insomma un bel vino, ben fatto, ben calibrato. Rappresenta la Tuscia a pieno nella sua semplicità e nel modo di non apparire. Con sostanza Il Senauro è il blend di Sangiovese e Merlot. Barricato. Abbiamo sei barrique in genere. Quest’anno quattro. 1780 bottiglie. Finito quello non c’è più. Il Grechetto a seconda della richiesta facciamo tremila duecento o seimila seicento bottiglie. Finito non c’è più. Se inizio ad andare ovunque non sono più io. L’enologo mi dice che devo essere credibilità. Tutto il business si basa sulla credibilità. Con tre o cinque ettari di vigneto non puoi avere tanti vini. Rubino con unghia granata nel calice. Non serve avvicinare il naso per sentirne gli effluvi. Avete presente quando Abus Silente agita la bacchetta nell’aria e da questa escono magiche scie? Ecco, questa è la sensazione avuta nel versare Senauro nel calice venendo avvolto nei suoi sentori di ciliegia e prugna matura. Sensazione arricchita poi dall’arrivo dell’immancabile violetta e di tanti fiori in potpurri. C’è sì dolcezza ma anche tanta freschezza così da creare una convincente avvolgenza. Tabacco, cannella e noce moscata sono la dolcezza; un che di vegetale, pepe e chiodi di garofano la pungenza. Piccoli spruzzi di balsamico allargano le narici e facilitano l’olfazione.
Nonostante i suoi 4 anni (ho aperto la versione 2020 che ha fatto 10 mesi di barrique), c’è al sorso una bella freschezza accompagnata da tannini maturi non invadenti. Secco, sapido e con un calore percepito inferiore ai 14.5° dichiarati. Persistenza buona, equilibrio raggiunto e, soprattutto, un finale di bocca molto gradevole che amplifica la voglia di continuare a berlo. Con una tagliatella al ragù, lo vedo perfetto Abbiamo la certificazione SQNP e siamo ecosostenibili. Ero sostenibile da quindici anni e non lo sapevo. Da dodici anni non uso più diserbo. Ho sempre cercato di fare qualcosa di naturale. Abbiamo il protocollo per il terreno e uno per la cantina. La scelta di Erminio e Gabriele è affidarsi per la distribuzione ad un partner di fiducia, Partesa che è sì un colosso ma di qualità. Legarsi in esclusiva può sembrare insolito, ma non per uno come Erminio che sa bene cosa voglia dire il mercato e la distribuzione. Partesa sta mettendo in piedi un team di wine specialist per aggredire il mercato con le peculiarità del territorio. Il vino di Papalino è rappresentativo di Viterbo e provincia. Quando sono venuti gli ho fatto assaggiare prima le vasche in modo da far sentire che non c’è tanta differenza. La base è la stessa. Sei assaggi di vasca, sei vini diversi. Non c’è un vino uguale all’altro. Così mi hanno detto. Tutto quello che gli avevo detto lo hanno ritrovato nella bottiglia. È stato bello perché hanno riconosciuto la peculiarità e la corrispondenza tra vasca e bottiglia. Un grosso vanto. Siamo una azienda che lavora correttamente e crediamo in quello che facciamo. È quando si parla di futuro che le differenze di vedute, figlie di generazioni diverse ma anche di formazione diversa, vengono (e meno male) fuori. Non divergenze ma approcci diversi. Che arricchiscono invece di provocare contrasti. Erminio che guarda Gabriele orgoglioso di ciò che dice e pensa. Anche se poi si fa come dice lui. Nella mia testa l’idea è di rendere questa azienda economicamente sostenibile. Abbiamo bisogno di aumentare le vendite ed essere presente sul mercato. Aumentare il fatturato insomma. Nel prossimo futuro aumentare la numerica delle bottiglie senza diventare un grandissimo produttore. Qualche situazione confinante da acquisire. Io più che sulla numerica delle bottiglie investirei sull’esperienza del territorio. Con il babbo ci litigo spesso su sta cosa. Io non credo che noi possiamo diventare l’Antinori della Tuscia. Castiglione è un posto piccolo e non si può tralasciare il territorio. Mi piacerebbe poter trovare il modo di riportare in vita due tre filari di quella vecchia vite e condurli come li conduceva il nonno. Ho un ricordo di nonno che andava a fare i vinchi legando i capi. Una esperienza da ripetere e da fare vivere. Potenziare il lato esperenziale e valoriale. In fondo, non è detto che l’una escluda l’altra. Certo, per fare quello che Gabriele ha in mente occorre la sostenibilità dell’azienda. O forse, per raggiungere quest’ultima, serve proprio la parte esperenziale. Una sfida che solo il tempo potrà validare. Di certo, questa azienda si basa su fatti concreti che sono principalmente la qualità dei prodotti per i quali Erminio ha voluto scegliere nomi evocativi. Se li è studiati e li ha fortemente voluti così. Un vero venditore! Per i bianchi Ametis e Lazolum, pietre preziose.
Ametis richiama l’Ametista la pietra legata al vino per via di Ametista, la ninfa che, perseguitata dalla corte e non gradita al dio Bacco, chiese disperata a Diana di trasformarla in cristallo. Bacco, adirato da questo le scagliò contro il suo calice pieno di vino dando vita al colore violaceo del cristallo. I Greci e i Romani credevano che proteggesse dagli effetti inebrianti del vino così che durante i banchetti offrivano quest’ultimo in coppe di cristallo.
Lazolum è la Lazulite che richiama il lapislazzulo, la stupenda pietra azzurra usata anche da Michelangelo per affrescare la Cappella Sistina. Scoperti più di seimila anni fa i lapislazzuli erano usati in Mesopotamia e dagli antichi Egizi per adornare gioielli e monili come simbolo di potere e immortalità. I Romani li usavano, in polvere, come afrodisiaco. Nel Medioevo, sempre in polvere, come pigmento per dipingere.
Solidago è la Verga d’oro, è una pianta la cui infiorescenza è così particolare da sembrare dorata. Cresce tipicamente nell’alto Lazio e in Toscana.
Senauro è il nome arcaico del Cinabro ovvero del minerale costituito da solfuro di mercurio dal tipico colore rosso. Si estraeva in grandi quantità sul Monte Amiata ed era la base di tutti i manufatti rossi nonché materia prima della pietra filosofale.
Calus infine. Erminio dice che significa per gli antichi Etruschi “buono, eccellente”. In realtà Calus per gli Etruschi era il mondo dell’oltretomba e degli Inferi. La scelta dei nomi dei vini è lo specchio della personalità di un personaggio come Erminio, di un entusiasta come Erminio, di un sognatore come Erminio. Ha contagiato Gabriele e contagerà anche chi si avvicinerà ai suoi vini che fanno della semplicità e schiettezza la loro forza ed unicità.
Perché per sognare, non occorre fare cose fantastiche ma solo semplici. Con entusiasmo.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
Leggi
Arrow Right Top Bg

25 Luglio, 2024

L'altro volto del Metodo Classico (by AIS LAZIO)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 14 Giugno, l’AIS LAZIO ha chiuso in bellezza il proprio Anno Sociale con un Evento completamente dedicato agli Spumanti Metodo Classico che ha riempito le sale del ROMA LIFESTYLE HOTEL di Roma. Una serata nella quale il numerosissimo pubblico accorso rischiava di perdersi d’animo non sapendo da dove cominciare. Una serata come poche, una serata davvero irrinunciabile.     GLI ASSAGGI 119 Aziende, 122 Etichette… Tanto, troppo, soprattutto per uno solo come me che, per dipiù, doveva anche andare ad un altro evento e c’aveva i minuti contati. Confesso che avrei ficcato il naso ovunque ma ho dovuto fare di necessità virtù e scegliere saltando a piè pari quanto già conoscevo e affidandomi a estro, occhio e fortuna. Certo era difficile sbagliare (anche se qualche passaggio a vuoto c’è stato) comunque, dal mio taccuino di appunti, Vi propongo le mie note d’assaggio dalle quali ho estrapolato la consueta, particolarissima e, ancora una volta, cattivissima classifica. Dategli una letta, prendetela per quello che è e correte ad assaggiare. IL PODIO LAMBRUSCO DI SORBARA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO DOSAGGIO ZERO MILLESIMATO 2018, SILVIA ZUCCHI (EMILIA ROMAGNA): si apre al naso su note di more, fragoline di bosco e lamponi che sono quasi caramelle per proseguire lungo un sentiero che attraversa fresche succosità di mandarino, mineralità gessose e vegetalità neanche troppo latenti di erba da sfalcio. Sorso che i piccoli frutti riempiono e che quella spuma quasi croccante e la progressione sapida rendono quasi compulsivo. Un vino che Vi porterà sulla cattiva strada da spendere al pasto ma anche solo per liberare i pensieri. Si becca il mio premio “LEVATEMELO”. Da bere ascoltando “Ancora, ancora, ancora” di Mina. (92 Punti). SPUMANTE METODO CLASSICO “MONTMARY” EXTRA BRUT ROSÉ, GROSJEAN (VALLE D’AOSTA): Pinot Nero batte Chardonnay 60 a 40. L’impatto olfattivo è di amaricanti balsamicità. Segue poi il lungo corteo di quei piccoli frutti rossi che riempiono il sottobosco e una freschezza agrumata che ricorda il mandarino. Il sorso è cremoso, equilibrato e corrispondente con l’imperiosa sapidità minerale a segnare la strada dell’assaggio e una freschezza alpina a cercare di tenerle botta. (Quasi 90 Punti). Da bere ascoltando “REVEREND LEE” di DIANE SCHUUR (GRP LIVE IN CONCERT). VALLE D’AOSTA BLANC DE MORGEX ED DE LA SALLE DOC SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “GLACIER” 2020, CAVE MONT BLANC DE MORGEX ET LA SALLE (VALLE D’AOSTA): solo Prié Blanc per un naso “boom” tutto erbe e alpine e pascoli verdi. Genepy e genziana affiancano i fiori di campo, nocciole fresche, agrumi e quella mineralità che lavora nell’ombra e affianca un ‘idea di perlinato da rifugio alpino. Sorso di granitica verticalità, coerente, identitario, affilato e ben deciso a richiamare la frutta secca e gli agrumi. (90 Punti, non di più ma certamente non di meno). Da bere ascoltando CANTO D’INVERNO” dei FUROR GALLICO. I QUASIQUASI LAMBRUSCO DI SORBARA DOC SPUMANTE METODO CLASSICO “TRENTASEI”, CANTINA DELLA VOLTA (EMILIA ROMAGNA): vendemmiato nel 2015 e sboccato lo scorso Dicembre vi lascia apprezzare una deflagrazione di lamponi e ciliegie, la schioccante freschezza della melagrana e una ben più che una nota di macchia mediterranea. Il sorso è inarrestabile e godurioso, fin troppo preciso nella coerenza con l’olfatto. Forse (FORSE) un pochino brusco in chiusura ma…ne vorrete ancora. Da bere ascoltando “36-22-36” degli ZZ TOP. (88/89 Punti). SPUMANTE METODO CLASSICO PAS DOSÉ “120+1”, MONTALBERA (PIEMONTE): propone un naso complesso ma di sbarazzina dinamicità che fa leva su pastefrolle lievitate e scaglie caramellate di frutta secca per introdurre agrumi e piccantezze che sanno di spezia e mineralità. Sorso coerente, moderno, quasi salato e ben fresco cui una carbonica un po’ meno esuberante avrebbe fatto guadagnare un bel paio di punti. (88 Punti).   SALENTO IGT BIANCO D’ALESSANO E FIANO SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT MILLESIMATO 2013 (MAGNUM), ANTICA MASSERIA JORCHE (PUGLIA): sullo sfondo minerale si intravedono i fiori bianchi ma la vera sorpresa è una nota intensa e profonda di cenere e camino spento, quasi un invito alla calma con la quale sgranocchiare la frutta secca che apprezzate in chiusura. La verticalità del sorso viene gestita in maniera egregia dalla cremosa effervescenza che veicola i sostanziosi richiami fruttati. Ne risulta un assaggio gastronomico ma affatto borioso. Da bere ascoltando “LU RUSCIU TE LU MARE” degli ALLABUA. (88 Punti). SPUMANTE METODO CLASSICO “SOGNO” DOSAGGIO ZERO MILLESIMATO 2017, CIROTTO (VENETO): un “SOGNO” fatto di solo Manzoni Bianco che è iniziato per “sbaglio” nel 2008. Un olfatto dalla dimensione onirica, che culla con gentilezze di rosa e scuote con unghie affilate d’agrume e pot pourrì di erbe officinali. Sorso agile e scattante, cremoso quanto serve, fresco quanto deve, forse un po’ troppo brioso nel riproporre l’agrume paragonandolo all’olfatto. Sicuramente un bel bere ma…senza quel “plus emozionale” che mi sarei aspettato. (88 Punti). E ORA? Ora è intanto il momento di ringraziare l’AIS LAZIO per avermi ospitato e di ringraziare tutti i Produttori presenti (anche e soprattutto quelli che avrei voluto ma non ho potuto). Ed il momento dell’attesa: di una Edizione 2025 cui prometto sin d’ora dedicherò il tempo che merita e degli altri Eventi che l’Associazione organizzerà. “Last but not least” permettetemi di complimentarmi con l’amico Umberto (BEBBO) Trombelli che, nel corso della serata, è stato nominato MIGLIOR SOMMELIER DEL LAZIO. Roberto Alloi VINODENTRO
Leggi