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23 Luglio, 2024
Vincent Gallo Blues
Capita a volte di incontrare persone totalmente sconosciute, di cui cominciamo a interessarci al primo sguardo, all’improvviso, prima ancora di dire una parola (Dostoevskij)
Il tempo è passato tanto in fretta, mi sono girato e mi sono ritrovato più vecchio, ma più conscio di quello che è successo, purtroppo, per fortuna, non saprei dire. Spesso la noia viene a tirarmi i piedi, di notte, e nel marasma delle novità, la penna langue, ma scrivo, perché non dovrei? Non ho però più tutto il tempo di una volta.
Ho sempre mal sopportato la retro-mania, fintanto che non mi sono reso conto che, ogni tanto, è necessaria. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo, ed è quella che più facilmente buttiamo via, senza rendercene neanche tanto bene conto. Ci sono delle prove che ci fanno prendere coscienza di come la vita stessa sia una cosa così unica, importante. È un periodo che nei media, in generale, ci sono raramente delle esortazioni ad essere migliori, ma ce ne piuttosto altre ad essere esplicitamente peggiori. Una cosa che mi fa sentire questo periodo molto volgare.
Il fatto di scegliere ed usare un linguaggio, invece che un altro, è legato al desiderio di valorizzare e proteggere le cose che si ritengono importanti. Credo che le cose migliori si salvino così: studiando. Non è una questione di snobismo, piuttosto di preservare qualcosa di sé e della storia comune che si reputa importante, sano. Secondo me è importante occuparsi delle cose grandi, non solo delle cose basse. Oggi c’è un fortissimo stimolo ad essere bassi.
Lo sceneggiatore migliore del mondo è la nostra fantasia, dare delle immagini già fatte mi sembra talvolta riduttivo, rispetto a questo. In quello che scrivo io cerco di mettere moltissime immagini, visioni. È sempre molto difficile fare qualcosa con musica ed immagini. Questa è la civiltà che ha sancito completamente il primato della vista sugli altri sensi, ma trovo infinitamente più discreto l’udito
Arrivare in centro a Roma, alle spalle di Campo de Fiori, è un’immersione di immagini e suoni apparentemente disturbanti per un’anima irrequieta. Un’anima alla quale non è necessario chiedere la propria percezione, perché quell’anima si sente come un Vecchio Blues, come Vincent Gallo Blues. Siamo in Via del Pellegrino, siamo da Vino e Vinili. Qui lo spazio non è vissuto come un mero contenitore ma come un “interlocutore”, Marco e Giovanni “i re della cantina/vampiro della vigna” sono pronti ad accogliere e predisporre per loro stessa natura all’incontro e l’esperienza con il tempo. Nasce un confronto in un ritmo espositivo atemporale, nel quale passato e presente convivono in armonia; una dialettica materica che ne sottende un’altra teorica, fra struttura e sensibilità intellettuale, dove la riflessione sullo spazio fa da contraltare a quella sul tempo. Il loro confronto lascia comprendere che non sono in antitesi né di avere confini tra loro ma che da questo rapporto sono generate potenti suggestioni. Una forma circolare dei componenti che rimanda ad un simbolismo complesso di polivalenze semantiche e semiotiche.
Le note di un giradischi “uso e consumo fai da te” suonano un Vecchio Blues, mentre sorseggiamo un Merlot Colli Orientali Friuli DOC 2020 Vie d’Alt, uve 100% Merlot . Vino dal bel color rubino brillante, dai profumi eleganti e nitidi di frutta e di bosco, dal corpo ben strutturato, caratterizzato da un ottimo equilibrio e da un finale esuberante.
Il vino e la musica stimolano aree diverse del nostro cervello, per cui la loro associazione moltiplica le connessioni e regola una diversa e più ricca percezione dell’essere. Ne esce una degustazione complessa e profonda, che permette di riequilibrare il concetto spazio-tempo, realizzando una dimensione unica e parallela dove gli eventi avrebbero la possibilità di scorrere ordinatamente. Una dimensione temporale dove il tempo non si vede, ma si percepisce.
Tutti viviamo nutrendoci di storie. Vi ricordate la gioia da bambini, quando ci venivano decifrate quelle impronte stampate sulla carta che anni dopo avremmo riconosciuto come lettere e parole? Quello di narrare è un rito che ci portiamo dentro da sempre. Da quando ci siamo riuniti all’interno ad una grotta attorno ad un fuoco per tenere lontano il buio. Ed è quello che cerco di fare io, con i miei racconti. Poco importa che sia per raccontarvi del mito di Crono e della sua reinterpretazione o anche solo di un luogo e del suo di vino che si fa strada in una “foresta”. Il mio desiderio è un altro. È una domanda. Avete voglia, per il tempo di una storia, di sedervi con me attorno al fuoco, e tenere il buio lontano ascoltando le note di un Vecchio Blues? Le note di Vincent Gallo Blues?
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 10 prodotti in mescita: Bollicine (italiane Metodo Martinotti), Vini Fermi Bianchi e Rossi e alcune proposte di rifermentati naturali.
Marco Sargentini
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Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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22 Luglio, 2024
Tributo a Tiziano Bianchi
Un Guerriero del Territorio che resiste
La notizia della scomparsa di Tiziano Bianchi mi ha colpito nel profondo, e l'ho saputo mentre mi trovavo a Berlino. Collaborare con lui nel suo blog "Territorio che resiste" è stata un'esperienza formativa e arricchente. A Tiziano devo la scoperta e l'approfondimento del territorio trentino, un viaggio iniziato nel 2023 che mi ha aperto le porte su un mondo affascinante e vibrante.
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19 Luglio, 2024
Maurizio (Pio) Rocchi. Le mani, l'artista, il vino
Vino d’Artista. Io sono un artista che fa il vino con le proprie mani.
Una volta, tanti anni fa, ero alla Biennale di Venezia e mi imbattei in un’opera di Lucio Fontana. Avete presente quelle tele con un taglio verticale?
Alla Biennale di opere di questo tipo se ne trovano tante. Diverse, strane, stravaganti. Eppure profonde. Con un significato non propriamente immediato. L’arte moderna è questa. Trovare il significato attraverso un percorso. Spesso non visibile. Quasi mai illuminato. Arrivare al significato scavando dentro di se. Trovare la risposta senza che sia qualcuno a fornirla. Ci si può anche ridere e scherzare su opere così. Nel 1978 Luciano Salce dirige nel film ad episodi, Le vacanze intelligenti, Alberto Sordi e Anna Longhi, di mestiere fruttaroli. che…semo fruttaroli?
Si.
Che cosa vuol dire fruttaroli che vi piace la frutta?
Che ce piace…No, no noi la vennemo la frutta Venivano letteralmente spediti alla Biennale e in altri luoghi culturali dai figli emancipati con il risultato di sentirsi, sempre, completamente fuori luogo. Mi sentii anche io così nel non capire il messaggio dietro quel taglio. Dietro. È proprio la preposizione giusta per il significato che Fontana voleva attribuire al risultato del taglio sulla tela. Non un semplice squarcio ma qualcosa oggetto di studio, prove, applicazioni (provate voi a fare un taglio sulla tela con un cutter e vedete cosa esce!). Dietro dicevamo. Voler scoprire ciò che appartiene allo spazio che non è quello immediatamente visibile. La ricerca dell’oltre. Oltre lo spazio. Oltre gli spazi.
Quante volte ci siamo chiesto cosa c’è dopo o semplicemente dietro? Quante volte abbiamo rifiutato l’idea di capirlo? Quante volte ci siamo accontentati di quanto immediatamente visibile ai nostri occhi? Maurizio (Pio) Rocchi mentre mi parla, prende un foglio, lo frappone tra di noi e dice Io non ti vedo. Poi lo strappa in due creando un frastagliata e casuale linea verticale e continua Adesso mi vedi. Questa è una frattura. È tanto grande quanto grande è l’interesse da parte tua, se c’è l’interesse, verso di me. Fratture è la ricerca del nuovo. Il vulcano ad esempio: la lava esce dalla frattura. Esce nuova roccia. È la voglia di rompere la pellicola che ci impedisce di guardare oltre. Nasce dalla mia infinita continua curiosità. Lo premetto, questa storia potrebbe virare da un momento all’altro nel corso della lettura. Ciò a causa del personaggio che incontro per caso ad una fiera del vino. Maurizio Rocchi. Anzi, per la precisione Maurizio Pio Rocchi. O forse ancora meglio Maurizio Ivan Pio Rocchi. Di professione… Ecco di professione difficile da identificare. Almeno in prima battuta. Maurizio è prima di tutto un artista. Poi un vignaiolo. O viceversa vallo a sapere. Sarebbe come risolvere l’eterno enigma se è nato prima l’uovo o la gallina.
Non credo sia possibile. Ti fa subito simpatia Maurizio. Alto, la barba incolta. Abiti normali, quasi grunge forse. Una faccia che ricorda, anche se molto più magro, quella di Carlo Verdone dei primi tempi. Lo guardi e ti fa simpatia. C’è poco da fare. Romano di Roma come si suol dire. Con alle spalle una storia di quelle che ti lasciano con il punto interrogativo sulla faccia. E forse ho proprio quello quando iniziamo la chiacchierata. Anche se al tempo stesso mi viene da ridere perché mi ricorda quel Manuel Fantoni del film Borotalco. Sempre con Carlo Verdone. Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana.
Feci due volte il giro del mondo e non riuscii mai a capire che cazzo trasportasse quella nave, ma forse un giorno lo capii: droga! Sono nato a via dei Banchi Vecchi al numero 53 al terzo piano. Un bel giorno mia madre si presenta con l’uovo, il limone e il caffè dicendo: dobbiamo diventare coltivatori diretti. Tu sei il terzo di cinque. La prima domanda fu: ma perché proprio io? Perché dovevamo diventare coltivatori ancora non l’ho capito. Avevo 19 anni e adesso ancora non l’ho capito . Una famiglia normale. Di quelle di una volta. Figli, figlie. Papà imprenditore edile che dava lavoro a oltre 120 persone. Mamma casalinga che si trova ad ereditare le terre dal proprio padre. Quella casa con la terra intorno dove si andava in vacanza in estate per dovere o per intramezzare le giornate al mare. Avevo sessanta giorni di vita quando mi hanno portato per la prima volta li. Poi ci si andava d’estate dopo la scuola. Ho cominciato ad andarci sempre più spesso e nel 1978 mi sono fidanzato con una ragazza di Tuscania. I flirt estivi. Che ricordi. Che emozioni al solo ricordare quei momenti. Erano flirt che duravano poche settimane o si trasformavano in storie di una vita. Vi ricordate il film Sapore di sale? Ecco così erano le estati. Perfetta rappresentazione di quei momenti. Perché di momenti si trattava.
Quel “fidanzamento” per Maurizio (Pio) non rappresenta certo l’amore della vita. Quello arriverà dopo (abbiate pazienza nel leggere). Di certo segnò il suo destino. La mia prima piccola tela l’ho dipinta il 22 settembre 1979. Ero fidanzato con la nipote di un pittore di Tuscania, Giuseppe Cesetti. Cominciai a dipingere sulle tele che lui scartava. A scuola andavo molto bene e i miei disegni venivano esposti. Ognuno di noi nasce artista ma decide giorno dopo giorno se rimanere tale. La creatività la si mette in tutte le attività che facciamo. Ve l’avevo detto che questa storia poteva prendere una piega inaspettata. Maurizio (Pio) è artista. Nell’animo. Voleva e vuole tutt’ora fare l’artista. Voglia di studiare il giusto e necessità (della quale si deve ancora capirne il perché) di diventare coltivatore diretto. Fatto sta che frequenta la nipote del pittore fino al 1984 quando diventa ufficialmente coltivatore diretto imparando ad essere un coltivatore diretto in tutto e per tutto. C’erano 33 ettari all’epoca. Adesso non c’è più molto. C’era tabacco e tante altre coltivazioni.
Per tutta una serie di coincidenze negative ho comprato l’azienda di mia madre come contadino. Era il 1991. Non volevo smettere di essere artista ma dovevo fare l’agricoltura. Mi ero pure iscritto ad agraria e mi mancano cinque esami per diventare agronomo. Non me ne è più fregato niente. Uno sono! Uno solo ma con tante energie. Maurizio (Pio) fa pure l’attore al cinema. Per nove anni, tra il 1985 e il 1994 partecipa con piccole parti ad una serie di film. Piccoli ruoli. Parlavo. Ho smesso quando Christian De Sica mi disse per te c’è qualcosa e per la prima volta ho fatto la comparsa. Ho detto basta. Ho imparato molte cose. Le maestranza nel mondo del cinema sono artisti. Grazie a quelle esperienze mi sono girato tre video. Ho fatto incontri molto interessanti. No mi sono mai risparmiato. Quando vedo che le cose non marciano come voglio io, lascio. Ci mancava pure il cinema adesso per ingarbugliare la storia. Artista, attore, contadino.
Il vino?
Il vino Maurizio (Pio) inizia a produrlo veramente nel 1991 senza sapere come si facesse. Da bambino entrava nelle botti di cemento per pulirle. Poco altro. Prima mio padre faceva il vino da un ettaro e mezzo vicino casa e legato all’oliveto. Facevamo il nostro vino. Ho ripiantato le varietà che conoscevo. Barbera e Sangiovese per il rosso, Trebbiano, Malvasia e Moscato per i bianchi. Ho imparato tutti gli errori che commettevo dai contadini che lavoravano li. Volevo fare il vino di artista. La prima etichetta era dipinta a mano. Mandai la prima bottiglia ad un dirigente della Regione Lazio. Le prime edizioni delle bottiglie le firmavo e numerate uno ad una. Al primo Vinitaly mi sono portato le bottiglie e le etichette per firmarle e numerarle a mano. Ho scoperto poi finalmente la stazione mobile e non dover imbottigliare ed etichettare a mano è stata una svolta. Nel 94 ho partecipato al mio primo Vinitaly. Alla camera di commercio era rimasto un solo stand. Lo prendo io ho detto. Sono andato con 500 bottiglie di vino rosso fatte a mano. Ne ho vendute 200 ad un signore di Monaco. Grazie a lui ho fatto anche una mostra a Monaco. Grazie al vino. Li mi sono gasato perché funzionava. Ho fatto il secondo nel 1995 ed è stata una esperienza tragicomica. Nel mondo del vino i rapporti tra produttori sono sempre connotati da un filo di ipocrisia. Ma io sono piccolo e non me ne frega nulla. Al secondo giorno mi si presenta Sergio Mottura. Una persona che io stimo tantissimo. Il primo impatto non è stato tanto carino. “Mi fai assaggiare il vino bianco?”. Beve, fa un sorrisetto e se ne va. Dopo tre quarti d’ora torna con un suo amico. “Mi fai assaggiare il vino bianco?”. Bevono, si mettono a ridere e se ne vanno. Dopo due ore tornano in tre. Stessa storia. A quel punto gli ho detto: senti, c’è gente che compra le mie bottiglie a prescindere da quello che c’è dentro. Lui mi disse: voi siete il futuro dunque dobbiamo capire bene. Seppe che mia moglie faceva la grafica. Così è venuto in cantina, ha ribevuto il vino ed è stato zitto perché era veramente buono. Non dico che siamo diventati amici ma abbiamo iniziato a rispettarci. Io lo apprezzo e stimo per le cose che fa. Mia moglie gli ha fatto due etichette. Una è l’istrice che ti guarda. Mia moglie era molto brava poi come mamma ha un po’ smesso. Come può non farti simpatia uno come Maurizio (Pio) Rocchi? Impossibile direi. Lui è uno di quelli con il quale ti ci faresti le serate insieme solo per l’idea che possa raccontare aneddoti come questi. Pezzi di vita vissuta che non puoi non ascoltare ridendo a crepapelle immaginandoti li con lui.
La sua idea di vino è di quelle semplici e soprattutto senza alterazioni che non sarebbe nemmeno in grado di pensare. Io scrivo che sono vini veri. Noi cerchiamo di arrivare con la uva sana e poi assecondo solo la natura. Si aggiunge solo la solforosa per conservarlo. Meno di un terzo di quello che è consentito. Insomma, vini semplici, di quelli che si fanno senza nulla partendo da una agricoltura semplice e sana. Un pò perché è un puro, un pò perché non saprebbe nemmeno come fare diversamente. L’azienda biologica Vino d’Artista, che poi ha sede a Tuscania, ha in gamma solo tre vini: un bianco, un rosso e un rosato. Di farne altri non se ne parla proprio. Io sono con i piedi per terra. Sono un autodidatta. A forza di testate ed errori che mi sono costate anche economicamente perché il vino doveva essere quello mio non quello dell’enologo. Ho fatto talmente tanti errori che ho saputo correggerli. Al Vinitaly facevo domande a mezzo mondo. La cantina professionale mi ha messo sulla giusta via. Senza demonizzare la tecnologia. Insomma non sono un professionista del vino. Non faccio le bollicine perché non sono capace. Ho imparato a fare questo e ho capito che se dovessi evolvermi andrei ad infilarmi in un labirinto che sarebbe difficile. Non voglio smettere di fare l’artista. Ho voglia di sporcarmi con i colori. Mi sono sporcato anche di fango. Sporcarsi con i colori. È quello che fa Maurizio (Pio). Quando parli con una qualunque persona di un argomento e avrei voluto parlare di vino con lui, difficilmente ti trovi a parlare di qualcosa di completamente diverso. Quando capita occorre proprio essere rapiti dall’altro argomento per non avere voglia di ritornare al più presto al punto di partenza. Con Maurizio (Pio) è tutto più fluido. Si passa da un argomento all’altro senza soluzione di continuità. La verità è che lui fa il vignaiolo o il contadino che dir si voglia, solo per poter continuare a fare l’artista. Quella è la sua vera anima. Anzi, adesso ha pure ceduto totalmente l’azienda al figlio Enrico (che scherzosamente chiama “il boss”).
Ha trovato però il suo equilibrio. Nel vino e nella famiglia. L’uomo ha bisogno di un ancoraggio. Adesso che ho imparato a fare il vino voglio rimanere con questo. Potrei sperimentare ma perché? C’è una parte da estendere e una parte di stabilità. I figli sono persone delle quali andare orgoglioso. Con mia moglie abbiamo fatto un lavoro quotidiano. Non li abbiamo mai trascurati. Se non c’era lei, c’ero io. Anche la famiglia ti porta in una certa direzione. I miei fratelli mi prendono ancora in giro perché sono stato l’ultimo a sistemarsi. Le mie sorelle mi prendevano in giro ma io ero uno che telefonava alle ragazze in agenda fino a che trovavo una che usciva da me. Poi non ditemi che non vi viene in mente Carlo Verdone? Se non è così, per cortesia, di corsa a farvi una cultura cinematografica. Nel film “Un sacco bello” Enzo sfogliava la sua agendina chiamando a tutti gli amici per trovare un compagno di viaggio verso la Polonia. Per Maurizio (Pio) la famiglia è un elemento essenziale ed imprescindibile della sua esistenza. Qui punti fermi dei quali anche un uomo curioso e con la necessità di esplorare il “dietro” o il “dopo”, ha necessità. Mia moglie è olandese. Si chiama Petra. Petra – Rocchi è perfetto. Abbiamo messo una pietra enorme davanti casa. L’ho conosciuta in una galleria ad una mostra collettiva a Roma dove esponevo le mie opere. È stato un momento magico della mia vita. Sono andato li con la mia ex e lei con il suo ex. Non ci siamo manco visti. Sono andato a fare una mostra in Danimarca e la gallerista mi chiama per un finissage. Lei era sola, io solo e mi sono detto: chi è sta bionda. Lei stava parlando con un mio amico purtroppo morto, un bravissimo artista. L’ho guardata per trenta minuti fissa. Fino a che non si è separato da lui. Allora sono andato da lei, mi sono introdotto dopo di che sono scappato via. Lei poi mi ha detto che mi è corsa dietro ma non mi ha trovato. Poi mi ha richiamato, ci siamo visti e ci siamo sposati e tutto quello che he abbiamo fatto è stato insieme. Tutti i rischi che abbiamo corso insieme. Petra si occupa del bed&breakfast. Poi fa fotografia e lo fa molto molto bene. Sull’etichetta del rosato, che si chiama Petra, ci sono le sue foto. Adesso sta preparando una mostra a settembre alla camera dei deputati. Facciamo ancora i genitori perché abbiamo un figlio di 16 anni, il terzo. In mezzo c’è la femmina che vive a Roma e frequenta la Lumsa. Enrico è il boss ovvero il responsabile dell’azienda. È in mano a lui. Poi c’è Eloise Dies e Arno Marzio. Fa il portiere di calcio. È un personaggio pure lui. Lo seguo perché sono il suo manager. Parliamo tantissimo. Guardiamo le partite della Roma insieme. Arte e vino si mischiano ma non si contaminano. È come se Maurizio (Pio) le tenesse completamente separate. Il vino che serve per poter fare l’arte. Ma non che l’arte debba in qualche modo avere a che fare con il vino. Se non fosse per le etichette, vere opere d’arte, che cambiano di anno in anno, forse non ci sarebbe nemmeno il sentore di un qualche riferimento artistico. Il vino è stata l’arma di compromesso per continuare a fare agricoltura senza smettere di fare l’artista. È una cosa produttiva che mi fa sta bene con me stesso. In vita mia avrò piantato oltre diecimila alberi. Porto i miei figli nella sugheraia perché i sugheri mi fanno impazzire. Andavamo a portare le ghiande dove le piante non erano cresciute. Io faccio le mie performance che non sono sempre legate al vino. Non mi interessa più tanto fare le mostre. Mi piace il confronto con un altro artista come la danzatrice. Con la musica che è la prima arte. Poi con il pubblico, uscire dalla tranquillità dello studio. Le mie opere si intitolano fratture. Attraverso le fatture io sono futuro. Sono proiettato verso il futuro, verso il domani in una corsa verso il nuovo. La mia vita è sempre stata mettere in gioco quello che avevo creato una ora prima. Non avere paura e cercare qualcosa di nuova. Voglia e coraggio di guardare dietro l’angolo. Avere il coraggio di aprire una porta e se non ti piace chiuderla e aprirne un’altra. Quando si sente di avere un talento, occorre assecondarlo. Far si che abbia il suo sviluppo. Il suo corso. Solo che spesso non è semplice capire quale sia il proprio talento. Alle volte capita che lo si scopra per caso. Altre volte perché stimolati. L’importante, e lo dico da genitore, è di non confondere i propri desideri con quelli dei figli. Uno pensa che l’arte sia dipingere e basta. L’arte è qualcosa di profondo che va a finire nell’anima. Anche un bicchiere di vino ad esempio. L’arte la guardi e basta. Un bicchiere di vino lo guardi, lo annusi, lo assaggi. Quando tu cambi la temperatura di controllo della fermentazione, cambia qualcosa. Il vino lo trasformi e se non lo trasformi bene diventa aceto. La cantina di Maurizio (Pio) è piccola. Una bomboniera di 60 metri quadri dimensionata per fare non più di diecimila bottiglie. Di più, sia per via dei pochi ettari che sono in produzione (2.6) o di quelli che entreranno a breve (1.2), sia per la mancanza di necessità, non se ne vogliono fare.
Nessuna barrique. Solo acciaio. Cose semplici. Tuttalpiù il controllo delle temperature. I vini
Mercurio è il bianco da Malvasia di Candia, Trebbiano e Moscato. Già l’etichetta è bella. Quella del 2020 è diversa da quella del sito (che è del 2017) e da quella che sarà. Tutto cambia in fondo. Il colore è una pennellata d’oro e i sentori si lasciano permeare del Moscato. Poi c’è del miele e della frutta secca insieme a dell’uva passa e ad un pò di vedetele per stemperare ed impreziosire. La pera croccante Smith arriva insieme alla mela granulosa. Poi mentuccia, salvia, fieno. Una altalena di note dolci e pungenti a dimostrare come la sapiente scelta di vitigni a loro modo semplice, porta note di livello.
Il sorso evidenza ancora la nota del Moscato e della Malvasia lasciando al Trebbiano la capacità di essere fresco. In bocca si materializzano i sentori con una freschezza che non ti aspetti da un vino di quattro anni. C’è ancora del vegetale gentile ad impreziosire il sorso. Secco certo ma con la sapidità che irrora la bocca lasciando la bocca pulita e pronta, direi vogliosa, del prossimo sorso. Un gioco di dolcezze e durezze interessantissimo perché giocato su un filo che non si valica mai. Credo che Mercurio rappresenti una porta che si può o meno varcare, ma quando lo si fa, è perché c’è la voglia, anzi l’interesse, di scoprire qualcosa di diverso nella apparente semplicità. Petra, il rosato da Sangiovese e Barbera. Da quando il vino è sceso nel bicchiere, non ho smesso di guardarlo, affascinato da una colorazione che sa di arancia ambrata. Una pennellata di colore ottenuta mischiando del giallo, del rosso, del nero. Come se la luce giocasse donando sfumature di colore diverse. Da arancione diventa ambra per poi cangiare e virare sul mattone per tornare all’arancia. Se si chiudono gli occhi e si avvicina il calice al naso non si può fare a meno di pensare ad un colore proprio ambrato per poi concretizzarlo in una mela annurca, pastosa e intensa che vira verso la carruba rinfrescata dall’arancia. Poi anche l’arancia vira e diventa candita, come quella che si trova sulla cassata siciliana. Vira ancora diventando mandarancio. Timo e salvia insieme alle foglie di limone e mandorla nonché alla violetta, completano un bouquet dal quale non ci si vorrebbe mai staccare perché offre sensazioni diverse ad ogni olfazione. Ha un non so che di avvolgente, vellutato e sensuale come solo l’ambra può rappresentare.
Anche il sorso è definibile come ambrato. Chiudendo gli occhi e riempiendo la bocca di questo meraviglioso liquido, mi viene in mente il brandy. È una avvolgenza incredibile, pazzesca. Qualcosa che dona alla bocca pienezza e corposità. Spessore insomma. Fresco ma non troppo. Secco ma non troppo. Caldo. Sapido. Un insieme di sensazioni e sapori che richiamano perfettamente anche i sentori con la mela annurca e l’arancia, impreziositi da una leggera essenza di menta e liquirizia. Persistenza anche lunga con un equilibrio e chiusura di bocca, pazzeschi. Un vino decisamente memorabile. Ottenuto senza fare botte ma con tanta tanta arte. Rosso del Lupo è infine il rosso da Sangiovese e Barbera. Ho assaggiato il 2019, un vino che al pari degli altri fa solo acciaio. L’etichetta è di quelle che non si guardano, si ammirano. Capisco così perché quando Maurizio (Pio) me ne parlava attribuendola alla moglie Petra aveva gli occhi che brillavano. C’è una sorta di freccia che non, inizialmente, non capisco bene. Ho un déjà vu con le tele di Fontana. Poi, con il naso nel calice, capisco. È quella sensazione di balsamico celata dietro tanto altro. Non arriva, non subito, ma solo dopo ricercandola o meglio quando vuoi respirare dal vino. Incredibile.
Nel calice è rubino con riflessi granata. I sentori sono freschi di piccola frutta nera e rossa con una arancia sanguinella, rossa e polposa che emerge prepotente insieme al melograno. C’è spazio per i fiori di violetta e peonia. Fiori che sembrano quasi in appassimento, come se il sole li avesse avvolti, cotti. Un flebile sentore vegetale dona poi freschezza. La sorprendente balsamicità infine che fa scoprire anche la nota ferrosa e un indimenticabile Mon cheri.
Il sorso è fresco, meravigliosamente avvolgente con i frutti che diventano immediatamente maturi, quasi pastosi. Il tannino è come il lupo che ulula per poi ammansirsi, quasi a chiedere una carezza. La persistenza non è elevata e la bocca è incantevole per un bellissimo equilibrio tra un finale con nota dolce leggermente acidula. Non particolarmente caldo mi ha conquistato per la sua estrema bevibilità e la capacità di accompagnare in maniera egregia una bistecca alla brace. Tutti i vini sono caratterizzati da un incredibile equilibrio. Ancorché instabile. Come se fosse un equilibrista sul filo che oscilla senza cadere, dondola dolcemente come su un’amaca all’ombra di un grande albero. L’equilibrio trovato nel vino. Come la famiglia. L’uomo ha bisogno di un ancoraggio. Adesso che ho imparato a fare il vino voglio rimanere con questo. Potrei sperimentare ma perché? Maurizio (Pio) Rocchi è così. Prendere o lasciare. Amare o odiare. Io sono convinto che quel pezzo di carta che ha squarciato dinanzi i nostri volti è stato come un modo (o una scusa) per aprirsi e raccontare di se e della sua vita. Senza freni e senza paure. Con onestà e voglia di farlo.
Forse per molti aspetti la vita ha scelto per lui. La madre ha scelto lui diventasse agricoltore. Petra lo ha scelto rincorrendolo e richiamandolo. L’uva e la terra hanno scelto di essere plasmati da lui. Ma nella vita niente accade per caso e, generalmente, le cose accadono solo se in qualche modo si pongono le basi affinché accadano. Maurizio (Pio) Rocchi ha sempre guidato la propria vita e lo ha sempre fatto con l’ardore di esprimere e sperimentare la sua curiosità attraverso l’arte. Vignaiolo per necessità, artista per anima.
C’è però una cosa che per Maurizio (Pio) Rocchi è una costante irrinunciabile: la famiglia.
In fondo, l’ancoraggio del quale lui parla, è proprio la famiglia. Il resto, è arte. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Alla Biennale di opere di questo tipo se ne trovano tante. Diverse, strane, stravaganti. Eppure profonde. Con un significato non propriamente immediato. L’arte moderna è questa. Trovare il significato attraverso un percorso. Spesso non visibile. Quasi mai illuminato. Arrivare al significato scavando dentro di se. Trovare la risposta senza che sia qualcuno a fornirla. Ci si può anche ridere e scherzare su opere così. Nel 1978 Luciano Salce dirige nel film ad episodi, Le vacanze intelligenti, Alberto Sordi e Anna Longhi, di mestiere fruttaroli. che…semo fruttaroli?
Si.
Che cosa vuol dire fruttaroli che vi piace la frutta?
Che ce piace…No, no noi la vennemo la frutta Venivano letteralmente spediti alla Biennale e in altri luoghi culturali dai figli emancipati con il risultato di sentirsi, sempre, completamente fuori luogo. Mi sentii anche io così nel non capire il messaggio dietro quel taglio. Dietro. È proprio la preposizione giusta per il significato che Fontana voleva attribuire al risultato del taglio sulla tela. Non un semplice squarcio ma qualcosa oggetto di studio, prove, applicazioni (provate voi a fare un taglio sulla tela con un cutter e vedete cosa esce!). Dietro dicevamo. Voler scoprire ciò che appartiene allo spazio che non è quello immediatamente visibile. La ricerca dell’oltre. Oltre lo spazio. Oltre gli spazi.
Quante volte ci siamo chiesto cosa c’è dopo o semplicemente dietro? Quante volte abbiamo rifiutato l’idea di capirlo? Quante volte ci siamo accontentati di quanto immediatamente visibile ai nostri occhi? Maurizio (Pio) Rocchi mentre mi parla, prende un foglio, lo frappone tra di noi e dice Io non ti vedo. Poi lo strappa in due creando un frastagliata e casuale linea verticale e continua Adesso mi vedi. Questa è una frattura. È tanto grande quanto grande è l’interesse da parte tua, se c’è l’interesse, verso di me. Fratture è la ricerca del nuovo. Il vulcano ad esempio: la lava esce dalla frattura. Esce nuova roccia. È la voglia di rompere la pellicola che ci impedisce di guardare oltre. Nasce dalla mia infinita continua curiosità. Lo premetto, questa storia potrebbe virare da un momento all’altro nel corso della lettura. Ciò a causa del personaggio che incontro per caso ad una fiera del vino. Maurizio Rocchi. Anzi, per la precisione Maurizio Pio Rocchi. O forse ancora meglio Maurizio Ivan Pio Rocchi. Di professione… Ecco di professione difficile da identificare. Almeno in prima battuta. Maurizio è prima di tutto un artista. Poi un vignaiolo. O viceversa vallo a sapere. Sarebbe come risolvere l’eterno enigma se è nato prima l’uovo o la gallina.
Non credo sia possibile. Ti fa subito simpatia Maurizio. Alto, la barba incolta. Abiti normali, quasi grunge forse. Una faccia che ricorda, anche se molto più magro, quella di Carlo Verdone dei primi tempi. Lo guardi e ti fa simpatia. C’è poco da fare. Romano di Roma come si suol dire. Con alle spalle una storia di quelle che ti lasciano con il punto interrogativo sulla faccia. E forse ho proprio quello quando iniziamo la chiacchierata. Anche se al tempo stesso mi viene da ridere perché mi ricorda quel Manuel Fantoni del film Borotalco. Sempre con Carlo Verdone. Un bel giorno senza dire niente a nessuno me ne andai a Genova e mi imbarcai su un cargo battente bandiera liberiana.
Feci due volte il giro del mondo e non riuscii mai a capire che cazzo trasportasse quella nave, ma forse un giorno lo capii: droga! Sono nato a via dei Banchi Vecchi al numero 53 al terzo piano. Un bel giorno mia madre si presenta con l’uovo, il limone e il caffè dicendo: dobbiamo diventare coltivatori diretti. Tu sei il terzo di cinque. La prima domanda fu: ma perché proprio io? Perché dovevamo diventare coltivatori ancora non l’ho capito. Avevo 19 anni e adesso ancora non l’ho capito . Una famiglia normale. Di quelle di una volta. Figli, figlie. Papà imprenditore edile che dava lavoro a oltre 120 persone. Mamma casalinga che si trova ad ereditare le terre dal proprio padre. Quella casa con la terra intorno dove si andava in vacanza in estate per dovere o per intramezzare le giornate al mare. Avevo sessanta giorni di vita quando mi hanno portato per la prima volta li. Poi ci si andava d’estate dopo la scuola. Ho cominciato ad andarci sempre più spesso e nel 1978 mi sono fidanzato con una ragazza di Tuscania. I flirt estivi. Che ricordi. Che emozioni al solo ricordare quei momenti. Erano flirt che duravano poche settimane o si trasformavano in storie di una vita. Vi ricordate il film Sapore di sale? Ecco così erano le estati. Perfetta rappresentazione di quei momenti. Perché di momenti si trattava.
Quel “fidanzamento” per Maurizio (Pio) non rappresenta certo l’amore della vita. Quello arriverà dopo (abbiate pazienza nel leggere). Di certo segnò il suo destino. La mia prima piccola tela l’ho dipinta il 22 settembre 1979. Ero fidanzato con la nipote di un pittore di Tuscania, Giuseppe Cesetti. Cominciai a dipingere sulle tele che lui scartava. A scuola andavo molto bene e i miei disegni venivano esposti. Ognuno di noi nasce artista ma decide giorno dopo giorno se rimanere tale. La creatività la si mette in tutte le attività che facciamo. Ve l’avevo detto che questa storia poteva prendere una piega inaspettata. Maurizio (Pio) è artista. Nell’animo. Voleva e vuole tutt’ora fare l’artista. Voglia di studiare il giusto e necessità (della quale si deve ancora capirne il perché) di diventare coltivatore diretto. Fatto sta che frequenta la nipote del pittore fino al 1984 quando diventa ufficialmente coltivatore diretto imparando ad essere un coltivatore diretto in tutto e per tutto. C’erano 33 ettari all’epoca. Adesso non c’è più molto. C’era tabacco e tante altre coltivazioni.
Per tutta una serie di coincidenze negative ho comprato l’azienda di mia madre come contadino. Era il 1991. Non volevo smettere di essere artista ma dovevo fare l’agricoltura. Mi ero pure iscritto ad agraria e mi mancano cinque esami per diventare agronomo. Non me ne è più fregato niente. Uno sono! Uno solo ma con tante energie. Maurizio (Pio) fa pure l’attore al cinema. Per nove anni, tra il 1985 e il 1994 partecipa con piccole parti ad una serie di film. Piccoli ruoli. Parlavo. Ho smesso quando Christian De Sica mi disse per te c’è qualcosa e per la prima volta ho fatto la comparsa. Ho detto basta. Ho imparato molte cose. Le maestranza nel mondo del cinema sono artisti. Grazie a quelle esperienze mi sono girato tre video. Ho fatto incontri molto interessanti. No mi sono mai risparmiato. Quando vedo che le cose non marciano come voglio io, lascio. Ci mancava pure il cinema adesso per ingarbugliare la storia. Artista, attore, contadino.
Il vino?
Il vino Maurizio (Pio) inizia a produrlo veramente nel 1991 senza sapere come si facesse. Da bambino entrava nelle botti di cemento per pulirle. Poco altro. Prima mio padre faceva il vino da un ettaro e mezzo vicino casa e legato all’oliveto. Facevamo il nostro vino. Ho ripiantato le varietà che conoscevo. Barbera e Sangiovese per il rosso, Trebbiano, Malvasia e Moscato per i bianchi. Ho imparato tutti gli errori che commettevo dai contadini che lavoravano li. Volevo fare il vino di artista. La prima etichetta era dipinta a mano. Mandai la prima bottiglia ad un dirigente della Regione Lazio. Le prime edizioni delle bottiglie le firmavo e numerate uno ad una. Al primo Vinitaly mi sono portato le bottiglie e le etichette per firmarle e numerarle a mano. Ho scoperto poi finalmente la stazione mobile e non dover imbottigliare ed etichettare a mano è stata una svolta. Nel 94 ho partecipato al mio primo Vinitaly. Alla camera di commercio era rimasto un solo stand. Lo prendo io ho detto. Sono andato con 500 bottiglie di vino rosso fatte a mano. Ne ho vendute 200 ad un signore di Monaco. Grazie a lui ho fatto anche una mostra a Monaco. Grazie al vino. Li mi sono gasato perché funzionava. Ho fatto il secondo nel 1995 ed è stata una esperienza tragicomica. Nel mondo del vino i rapporti tra produttori sono sempre connotati da un filo di ipocrisia. Ma io sono piccolo e non me ne frega nulla. Al secondo giorno mi si presenta Sergio Mottura. Una persona che io stimo tantissimo. Il primo impatto non è stato tanto carino. “Mi fai assaggiare il vino bianco?”. Beve, fa un sorrisetto e se ne va. Dopo tre quarti d’ora torna con un suo amico. “Mi fai assaggiare il vino bianco?”. Bevono, si mettono a ridere e se ne vanno. Dopo due ore tornano in tre. Stessa storia. A quel punto gli ho detto: senti, c’è gente che compra le mie bottiglie a prescindere da quello che c’è dentro. Lui mi disse: voi siete il futuro dunque dobbiamo capire bene. Seppe che mia moglie faceva la grafica. Così è venuto in cantina, ha ribevuto il vino ed è stato zitto perché era veramente buono. Non dico che siamo diventati amici ma abbiamo iniziato a rispettarci. Io lo apprezzo e stimo per le cose che fa. Mia moglie gli ha fatto due etichette. Una è l’istrice che ti guarda. Mia moglie era molto brava poi come mamma ha un po’ smesso. Come può non farti simpatia uno come Maurizio (Pio) Rocchi? Impossibile direi. Lui è uno di quelli con il quale ti ci faresti le serate insieme solo per l’idea che possa raccontare aneddoti come questi. Pezzi di vita vissuta che non puoi non ascoltare ridendo a crepapelle immaginandoti li con lui.
La sua idea di vino è di quelle semplici e soprattutto senza alterazioni che non sarebbe nemmeno in grado di pensare. Io scrivo che sono vini veri. Noi cerchiamo di arrivare con la uva sana e poi assecondo solo la natura. Si aggiunge solo la solforosa per conservarlo. Meno di un terzo di quello che è consentito. Insomma, vini semplici, di quelli che si fanno senza nulla partendo da una agricoltura semplice e sana. Un pò perché è un puro, un pò perché non saprebbe nemmeno come fare diversamente. L’azienda biologica Vino d’Artista, che poi ha sede a Tuscania, ha in gamma solo tre vini: un bianco, un rosso e un rosato. Di farne altri non se ne parla proprio. Io sono con i piedi per terra. Sono un autodidatta. A forza di testate ed errori che mi sono costate anche economicamente perché il vino doveva essere quello mio non quello dell’enologo. Ho fatto talmente tanti errori che ho saputo correggerli. Al Vinitaly facevo domande a mezzo mondo. La cantina professionale mi ha messo sulla giusta via. Senza demonizzare la tecnologia. Insomma non sono un professionista del vino. Non faccio le bollicine perché non sono capace. Ho imparato a fare questo e ho capito che se dovessi evolvermi andrei ad infilarmi in un labirinto che sarebbe difficile. Non voglio smettere di fare l’artista. Ho voglia di sporcarmi con i colori. Mi sono sporcato anche di fango. Sporcarsi con i colori. È quello che fa Maurizio (Pio). Quando parli con una qualunque persona di un argomento e avrei voluto parlare di vino con lui, difficilmente ti trovi a parlare di qualcosa di completamente diverso. Quando capita occorre proprio essere rapiti dall’altro argomento per non avere voglia di ritornare al più presto al punto di partenza. Con Maurizio (Pio) è tutto più fluido. Si passa da un argomento all’altro senza soluzione di continuità. La verità è che lui fa il vignaiolo o il contadino che dir si voglia, solo per poter continuare a fare l’artista. Quella è la sua vera anima. Anzi, adesso ha pure ceduto totalmente l’azienda al figlio Enrico (che scherzosamente chiama “il boss”).
Ha trovato però il suo equilibrio. Nel vino e nella famiglia. L’uomo ha bisogno di un ancoraggio. Adesso che ho imparato a fare il vino voglio rimanere con questo. Potrei sperimentare ma perché? C’è una parte da estendere e una parte di stabilità. I figli sono persone delle quali andare orgoglioso. Con mia moglie abbiamo fatto un lavoro quotidiano. Non li abbiamo mai trascurati. Se non c’era lei, c’ero io. Anche la famiglia ti porta in una certa direzione. I miei fratelli mi prendono ancora in giro perché sono stato l’ultimo a sistemarsi. Le mie sorelle mi prendevano in giro ma io ero uno che telefonava alle ragazze in agenda fino a che trovavo una che usciva da me. Poi non ditemi che non vi viene in mente Carlo Verdone? Se non è così, per cortesia, di corsa a farvi una cultura cinematografica. Nel film “Un sacco bello” Enzo sfogliava la sua agendina chiamando a tutti gli amici per trovare un compagno di viaggio verso la Polonia. Per Maurizio (Pio) la famiglia è un elemento essenziale ed imprescindibile della sua esistenza. Qui punti fermi dei quali anche un uomo curioso e con la necessità di esplorare il “dietro” o il “dopo”, ha necessità. Mia moglie è olandese. Si chiama Petra. Petra – Rocchi è perfetto. Abbiamo messo una pietra enorme davanti casa. L’ho conosciuta in una galleria ad una mostra collettiva a Roma dove esponevo le mie opere. È stato un momento magico della mia vita. Sono andato li con la mia ex e lei con il suo ex. Non ci siamo manco visti. Sono andato a fare una mostra in Danimarca e la gallerista mi chiama per un finissage. Lei era sola, io solo e mi sono detto: chi è sta bionda. Lei stava parlando con un mio amico purtroppo morto, un bravissimo artista. L’ho guardata per trenta minuti fissa. Fino a che non si è separato da lui. Allora sono andato da lei, mi sono introdotto dopo di che sono scappato via. Lei poi mi ha detto che mi è corsa dietro ma non mi ha trovato. Poi mi ha richiamato, ci siamo visti e ci siamo sposati e tutto quello che he abbiamo fatto è stato insieme. Tutti i rischi che abbiamo corso insieme. Petra si occupa del bed&breakfast. Poi fa fotografia e lo fa molto molto bene. Sull’etichetta del rosato, che si chiama Petra, ci sono le sue foto. Adesso sta preparando una mostra a settembre alla camera dei deputati. Facciamo ancora i genitori perché abbiamo un figlio di 16 anni, il terzo. In mezzo c’è la femmina che vive a Roma e frequenta la Lumsa. Enrico è il boss ovvero il responsabile dell’azienda. È in mano a lui. Poi c’è Eloise Dies e Arno Marzio. Fa il portiere di calcio. È un personaggio pure lui. Lo seguo perché sono il suo manager. Parliamo tantissimo. Guardiamo le partite della Roma insieme. Arte e vino si mischiano ma non si contaminano. È come se Maurizio (Pio) le tenesse completamente separate. Il vino che serve per poter fare l’arte. Ma non che l’arte debba in qualche modo avere a che fare con il vino. Se non fosse per le etichette, vere opere d’arte, che cambiano di anno in anno, forse non ci sarebbe nemmeno il sentore di un qualche riferimento artistico. Il vino è stata l’arma di compromesso per continuare a fare agricoltura senza smettere di fare l’artista. È una cosa produttiva che mi fa sta bene con me stesso. In vita mia avrò piantato oltre diecimila alberi. Porto i miei figli nella sugheraia perché i sugheri mi fanno impazzire. Andavamo a portare le ghiande dove le piante non erano cresciute. Io faccio le mie performance che non sono sempre legate al vino. Non mi interessa più tanto fare le mostre. Mi piace il confronto con un altro artista come la danzatrice. Con la musica che è la prima arte. Poi con il pubblico, uscire dalla tranquillità dello studio. Le mie opere si intitolano fratture. Attraverso le fatture io sono futuro. Sono proiettato verso il futuro, verso il domani in una corsa verso il nuovo. La mia vita è sempre stata mettere in gioco quello che avevo creato una ora prima. Non avere paura e cercare qualcosa di nuova. Voglia e coraggio di guardare dietro l’angolo. Avere il coraggio di aprire una porta e se non ti piace chiuderla e aprirne un’altra. Quando si sente di avere un talento, occorre assecondarlo. Far si che abbia il suo sviluppo. Il suo corso. Solo che spesso non è semplice capire quale sia il proprio talento. Alle volte capita che lo si scopra per caso. Altre volte perché stimolati. L’importante, e lo dico da genitore, è di non confondere i propri desideri con quelli dei figli. Uno pensa che l’arte sia dipingere e basta. L’arte è qualcosa di profondo che va a finire nell’anima. Anche un bicchiere di vino ad esempio. L’arte la guardi e basta. Un bicchiere di vino lo guardi, lo annusi, lo assaggi. Quando tu cambi la temperatura di controllo della fermentazione, cambia qualcosa. Il vino lo trasformi e se non lo trasformi bene diventa aceto. La cantina di Maurizio (Pio) è piccola. Una bomboniera di 60 metri quadri dimensionata per fare non più di diecimila bottiglie. Di più, sia per via dei pochi ettari che sono in produzione (2.6) o di quelli che entreranno a breve (1.2), sia per la mancanza di necessità, non se ne vogliono fare.
Nessuna barrique. Solo acciaio. Cose semplici. Tuttalpiù il controllo delle temperature. I vini
Mercurio è il bianco da Malvasia di Candia, Trebbiano e Moscato. Già l’etichetta è bella. Quella del 2020 è diversa da quella del sito (che è del 2017) e da quella che sarà. Tutto cambia in fondo. Il colore è una pennellata d’oro e i sentori si lasciano permeare del Moscato. Poi c’è del miele e della frutta secca insieme a dell’uva passa e ad un pò di vedetele per stemperare ed impreziosire. La pera croccante Smith arriva insieme alla mela granulosa. Poi mentuccia, salvia, fieno. Una altalena di note dolci e pungenti a dimostrare come la sapiente scelta di vitigni a loro modo semplice, porta note di livello.
Il sorso evidenza ancora la nota del Moscato e della Malvasia lasciando al Trebbiano la capacità di essere fresco. In bocca si materializzano i sentori con una freschezza che non ti aspetti da un vino di quattro anni. C’è ancora del vegetale gentile ad impreziosire il sorso. Secco certo ma con la sapidità che irrora la bocca lasciando la bocca pulita e pronta, direi vogliosa, del prossimo sorso. Un gioco di dolcezze e durezze interessantissimo perché giocato su un filo che non si valica mai. Credo che Mercurio rappresenti una porta che si può o meno varcare, ma quando lo si fa, è perché c’è la voglia, anzi l’interesse, di scoprire qualcosa di diverso nella apparente semplicità. Petra, il rosato da Sangiovese e Barbera. Da quando il vino è sceso nel bicchiere, non ho smesso di guardarlo, affascinato da una colorazione che sa di arancia ambrata. Una pennellata di colore ottenuta mischiando del giallo, del rosso, del nero. Come se la luce giocasse donando sfumature di colore diverse. Da arancione diventa ambra per poi cangiare e virare sul mattone per tornare all’arancia. Se si chiudono gli occhi e si avvicina il calice al naso non si può fare a meno di pensare ad un colore proprio ambrato per poi concretizzarlo in una mela annurca, pastosa e intensa che vira verso la carruba rinfrescata dall’arancia. Poi anche l’arancia vira e diventa candita, come quella che si trova sulla cassata siciliana. Vira ancora diventando mandarancio. Timo e salvia insieme alle foglie di limone e mandorla nonché alla violetta, completano un bouquet dal quale non ci si vorrebbe mai staccare perché offre sensazioni diverse ad ogni olfazione. Ha un non so che di avvolgente, vellutato e sensuale come solo l’ambra può rappresentare.
Anche il sorso è definibile come ambrato. Chiudendo gli occhi e riempiendo la bocca di questo meraviglioso liquido, mi viene in mente il brandy. È una avvolgenza incredibile, pazzesca. Qualcosa che dona alla bocca pienezza e corposità. Spessore insomma. Fresco ma non troppo. Secco ma non troppo. Caldo. Sapido. Un insieme di sensazioni e sapori che richiamano perfettamente anche i sentori con la mela annurca e l’arancia, impreziositi da una leggera essenza di menta e liquirizia. Persistenza anche lunga con un equilibrio e chiusura di bocca, pazzeschi. Un vino decisamente memorabile. Ottenuto senza fare botte ma con tanta tanta arte. Rosso del Lupo è infine il rosso da Sangiovese e Barbera. Ho assaggiato il 2019, un vino che al pari degli altri fa solo acciaio. L’etichetta è di quelle che non si guardano, si ammirano. Capisco così perché quando Maurizio (Pio) me ne parlava attribuendola alla moglie Petra aveva gli occhi che brillavano. C’è una sorta di freccia che non, inizialmente, non capisco bene. Ho un déjà vu con le tele di Fontana. Poi, con il naso nel calice, capisco. È quella sensazione di balsamico celata dietro tanto altro. Non arriva, non subito, ma solo dopo ricercandola o meglio quando vuoi respirare dal vino. Incredibile.
Nel calice è rubino con riflessi granata. I sentori sono freschi di piccola frutta nera e rossa con una arancia sanguinella, rossa e polposa che emerge prepotente insieme al melograno. C’è spazio per i fiori di violetta e peonia. Fiori che sembrano quasi in appassimento, come se il sole li avesse avvolti, cotti. Un flebile sentore vegetale dona poi freschezza. La sorprendente balsamicità infine che fa scoprire anche la nota ferrosa e un indimenticabile Mon cheri.
Il sorso è fresco, meravigliosamente avvolgente con i frutti che diventano immediatamente maturi, quasi pastosi. Il tannino è come il lupo che ulula per poi ammansirsi, quasi a chiedere una carezza. La persistenza non è elevata e la bocca è incantevole per un bellissimo equilibrio tra un finale con nota dolce leggermente acidula. Non particolarmente caldo mi ha conquistato per la sua estrema bevibilità e la capacità di accompagnare in maniera egregia una bistecca alla brace. Tutti i vini sono caratterizzati da un incredibile equilibrio. Ancorché instabile. Come se fosse un equilibrista sul filo che oscilla senza cadere, dondola dolcemente come su un’amaca all’ombra di un grande albero. L’equilibrio trovato nel vino. Come la famiglia. L’uomo ha bisogno di un ancoraggio. Adesso che ho imparato a fare il vino voglio rimanere con questo. Potrei sperimentare ma perché? Maurizio (Pio) Rocchi è così. Prendere o lasciare. Amare o odiare. Io sono convinto che quel pezzo di carta che ha squarciato dinanzi i nostri volti è stato come un modo (o una scusa) per aprirsi e raccontare di se e della sua vita. Senza freni e senza paure. Con onestà e voglia di farlo.
Forse per molti aspetti la vita ha scelto per lui. La madre ha scelto lui diventasse agricoltore. Petra lo ha scelto rincorrendolo e richiamandolo. L’uva e la terra hanno scelto di essere plasmati da lui. Ma nella vita niente accade per caso e, generalmente, le cose accadono solo se in qualche modo si pongono le basi affinché accadano. Maurizio (Pio) Rocchi ha sempre guidato la propria vita e lo ha sempre fatto con l’ardore di esprimere e sperimentare la sua curiosità attraverso l’arte. Vignaiolo per necessità, artista per anima.
C’è però una cosa che per Maurizio (Pio) Rocchi è una costante irrinunciabile: la famiglia.
In fondo, l’ancoraggio del quale lui parla, è proprio la famiglia. Il resto, è arte. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
18 Luglio, 2024
VFQ: la Catalogna dei Vini fa Qualità.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 10 Giugno la Delegazione del Governo della Catalogna in Italia (presente il Delegato Luca Bellizzi) in collaborazione con INCAVI (Institut Català de la Vinya i el Vi) ha presentato, nel corso di una cena presso il Ristorante Del Frate di Roma, il Progetto VINS DE FINCA QUALIFICADA.
IL PROGETTO VFQ
I vini VFQ rappresentano i vini di punta della Catalogna, simboleggiano prodotti che vantano forti radici e legami con un territorio specifico, fungono da traino a tutto il mondo del vino catalano e ne migliorano il posizionamento sul mercato mondiale.
I Vins de Finca Qualificada (VFQ) sono vini DO (che hanno già ottenuto la Denominació d’Origen), prodotti in tenute ed appezzamenti dalle caratteristiche geologiche e climatiche tipiche, che conferiscono caratteristiche peculiari, uniche, di altissima e comprovata qualità.
L’assegnazione della denominazione VFQ viene riconosciuta da INCAVI unicamente alle aziende che rispondono a rigorosi presupposti di qualità, nell’ambito dell’ambizioso PROJECTE HORITZÓ 2025 voluto dall’INCAVI.
I REQUISITI DI ASSEGNAZIONE
Stringenti i requisiti di cui devono essere in possesso le Aziende per potersi fregiare della Denominazione VFQ: – devono aver ottenuto la Denominazione di Origine (DO) da almeno 10 anni. – Le rese produttive del vigneto da cui provengono i vini VFQ devono essere inferiori del 15% rispetto a quelle stabilite dalla DO relativa. – Devono aver ottenuto un voto più alto da parte del comitato di degustazione rispetto alla DO relativa. – Il proprietario dei vigneti deve coincidere con quello della cantina e la vinificazione deve essere realizzata in una cantina situata nella stessa azienda agricola, o nelle sue vicinanze. – Il vino deve essere prodotto in un ambiente specifico, con caratteristiche edafiche (ovvero corrispondenti e legate alla specificità della natura e dei suoli di quel particolare terreno) e microclimatiche proprie. – La cantina deve avere una storia di prestigio e qualità sul mercato, comprovata e riconosciuta, da almeno 10 anni. – Deve esistere una tracciabilità completa e specifica, dalla produzione alla commercializzazione. – L’affinamento dei vini a denominazione VFQ deve effettuato in botti di rovere, con una capacità massima di seicento litri. GLI ASSAGGI Dopo un anno e mezzo dalla presentazione del Progetto, ad oggi sono solo 19 i vini da singola vigna che hanno ottenuto l’ambito riconoscimento, di questi, sono stati 6 quelli proposti in assaggio nel corso della serata. 6 vini di cui Vi propongo le mie poche considerazioni e cui ho avuto l’ardire di assegnare un punteggio. Voi date una letta alle righe seguenti e, se ne doveste avere l’occasione, ficcate il naso nel calice e assaggiate. 1. DO PENEDÈS “RAÏMS DE LA IMMORTALITAT” 2022, CELLER TORRE DEL VEGUER: fino a questa annata solo Xarel-lo e Xarel-lo Vermel (dalla prossima anche un’iniezione di Malvasia di Sitges) da vigne che hanno dai 49 ai 74 anni di età. Il naso è uno spintonarsi di freschezze balsamico-mentolate e calde carezze estive e dolcione di acacia, mela Golden e Renetta, agrume maturo e frutta secca. I sussurri amaricanti di timo e lo sfondo di sapida mineralità chiudono l’analisi olfattiva di un vino che in bocca comunica calore e gentilezze tanniche. Già centrato sulle dolcezze fa leva sull’importante apporto del legno francese per una sostanziosa addizione di piacioneria che, seppur d’acchiappo, stona abbastanza con una chiusura sapida di quasi mollusco e con quell’incipit di squillante freschezza. (83/84 Punti) 2. DO PENEDÈS “AVI TON” 2021, CELLER EUDALD MASSANA: Xarel-lo e nient’altro per questo vino prodotto da impianti del 1945 (Millenovecentoquarantacinque!). Ahimè, le arrembanti dolcezze sono introdotte da una mela Golden ben più che stramatura (fors’anche macerata) che propone una nota tra il ridotto e il fermentato abbastanza sgarbata. Poi è un profluvio di frutta gialla matura e/o in quasi composta e dolcezze floreali d’acacia e camomilla che neppure il castagno delle botti nel quale avviene la fermentazione riesce a tenere a bada. Il sorso prova a prendere la scia della grande coerenza per cercare di recuperare qualche posizione ma ormai il gruppo dei migliori ha troppo distacco e taglia la linea pur sapida del traguardo in piena crisi esalando un ultimo alito fumé. Forse dovrei assaggiarne un’altra bottiglia ma, dopo la seconda, cedo alla tentazione di NON valutarlo per evitare punteggi imbarazzanti. 3. DOC PRIORAT “COMA BLANCA” 2018, CELLER MAS D’EN GIL: Grenache Bianca e Macabeo da vigne di 75/80 anni svelano l’animo segretamente vegetale, di erbe di campo e aromatiche di un vino che, al naso, s’ammanta d’acacia e non riesce a nascondere i muscoli dell’agrume candito. Chiude poi su note floreali di lavanda e quasi marsiglia introducendo un sorso cinquecentesco, da vera corte di Spagna, firmato un po’ troppo a suon di legno ma con una interessante chiusura di marina freschezza che, per un attimo, Vi trasporta sul ponte di una caravella. (84+ Punti). 4. DO MONTSANT “TEIXAR” 2019, CELLER VINYES DOMÈNECH: Grenache Nigra e Peluda, vigneti con pendenze da ribaltamento e legni francesi si traducono in un mix olfattivo di ciliegiose freschezze e più stanche, secche, prugnosità, rinfrescate da soffi di erbe officinali e brezze balsamiche di liquirizia e tabacco mentolato che, a bicchiere vuoto, lasciano spazio a sapidità di oliva al forno. Sorso fresco, dinamico e coerente, con tannini divertenti anche se un pochino polverosi e una chiusura davvero salata che regala alla gola una piccantezza di quasi pimento. Un vino “onesto” e in gran parte modaiolo penalizzato da una nota smaltata che, sottile ma ben presente, non ha mai abbandonato il calice. (83 Punti). 5. DO EMPORDÀ “V D’O 2” 2017, CELLER VINYES D’OLIVARDOTS: rileggendo le mie note m’ero accorto che, se non avessi conosciuto l’origine del vino, avrei potuto pensarlo come sardo e, saputo che di Carignan si trattava, ho capito che, tutto sommato, non ero ancora del tutto ubriaco. L’olfatto è prepotentemente mediterraneo, intarsiato di macchia e bacche nere di mirto e ginepro. Svela poi freschezze di frutti rossi e neri, cespugli di rosmarino e timo e contrappone, all’eleganza del cioccolatino boero una nota rustica che contribuisce a tenere il vino vicinovicino alla terra da cui proviene e alla fatica dell’uomo che la coltiva. Sorso dritto, di sillogistica coerenza e tannini musicali, succoso, invogliante, stimola la curiosità e fa allungare la mano a chiedere un secondo giro. Difficile starne lontani. Un demonio! Da bere ascoltando “SYMPATHY FOR THE DEVIL” dei ROLLING STONES. (89/90 Punti). 6. DO PRIORAT “CLOS MOGADOR” 2014, CELLER CLOS MOGADOR: Carignan, Cabernet Sauvignon, Cannonau e Syrah per un vino che, già dal nome, tradisce ambizioni e lignaggio. Vigne di anche ottant’anni e legni francesi di diverse dimensioni regalano un naso imponente, ricco di suggestioni di frutta scura (di bosco e non), intarsiato di tè e tabacco mentolato, screziato di After Eight, erbe provenzali e spezie d’Oriente che scomodano addirittura il mitologico cardamomo. In bocca è di sbarazzina giovinezza e lascia che l’occhio si riempia di una vivacità cromatica distante anni luce dal millesimo di produzione. Un quasi capolavoro di equilibrio lascia che morbidezze e verve fresco-sapida procedano spedite e senza incertezza sul filo teso e sottile dell’assaggio. Francia? Spagna? Non è nelle mie corde e non lo comprerei ma…davvero un “vinone”! (93 Punti). p.s. in chiusura, una piccola chiosa per farVi notare come, i due vini “migliori” siano frutto di due annate (2017 e 2014) davvero complicate. In Italia la componente più importante del famigerato “terroir” (leggasi: il cristiano che fa il vino), fu discrimine tra la produzione di vini pazzeschi e vini da dimenticare. Che i vignaioli spagnoli siano bravibravi? IN CONCLUSIONE Beh, intanto lasciatemi ringraziare Saula Giusto e Luca Bellizzi per l’invito a partecipare a questa bella serata e poi fatemi fare dueconsiderazionidue su una Catalogna del vino che certo punta in alto. Confesso che la mia conoscenza dei vini spagnoli è davvero minima e fatta essenzialmente di scoperte casuali frutto di scelte dettate dal packaging. Certo, assaggiare 6 vini come quelli proposti nel corso di questa serata schiude un panorama sul mondo del vino della Catalogna e della Penisola Iberica tutta davvero inaspettato. Qui c’è ambizione e voglia di puntare in alto senza fare sconti seguendo l’esempio di chi già ha imboccato la strada della Qualità senza compromessi (forse, in alcuni casi, anche scimmiottando troppo). Certo il punto prezzo di queste etichette fa pensare… E, personalmente, fanno pensare anche certe “impostazioni enologiche” di cui faccio volentieri sempre più a meno. A me, che apprezzo sempre più quei vini a cui si cerca di “sottrarre” qualcosa anziché aggiungere pesanti costruzioni, alcune proposte sono sembrate fuori tempo ma… Per fortuna di tutti il mondo del vino non va nella mia direzione e il successo di alcune etichette sembra dimostrarlo. Personalmente resterò in finestra cercando di seguire lo svolgersi degli eventi cercando, qualora possibile, di approfondire alcuni argomenti che hanno stuzzicato la mia curiosità Roberto Alloi VINODENTRO
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Stringenti i requisiti di cui devono essere in possesso le Aziende per potersi fregiare della Denominazione VFQ: – devono aver ottenuto la Denominazione di Origine (DO) da almeno 10 anni. – Le rese produttive del vigneto da cui provengono i vini VFQ devono essere inferiori del 15% rispetto a quelle stabilite dalla DO relativa. – Devono aver ottenuto un voto più alto da parte del comitato di degustazione rispetto alla DO relativa. – Il proprietario dei vigneti deve coincidere con quello della cantina e la vinificazione deve essere realizzata in una cantina situata nella stessa azienda agricola, o nelle sue vicinanze. – Il vino deve essere prodotto in un ambiente specifico, con caratteristiche edafiche (ovvero corrispondenti e legate alla specificità della natura e dei suoli di quel particolare terreno) e microclimatiche proprie. – La cantina deve avere una storia di prestigio e qualità sul mercato, comprovata e riconosciuta, da almeno 10 anni. – Deve esistere una tracciabilità completa e specifica, dalla produzione alla commercializzazione. – L’affinamento dei vini a denominazione VFQ deve effettuato in botti di rovere, con una capacità massima di seicento litri. GLI ASSAGGI Dopo un anno e mezzo dalla presentazione del Progetto, ad oggi sono solo 19 i vini da singola vigna che hanno ottenuto l’ambito riconoscimento, di questi, sono stati 6 quelli proposti in assaggio nel corso della serata. 6 vini di cui Vi propongo le mie poche considerazioni e cui ho avuto l’ardire di assegnare un punteggio. Voi date una letta alle righe seguenti e, se ne doveste avere l’occasione, ficcate il naso nel calice e assaggiate. 1. DO PENEDÈS “RAÏMS DE LA IMMORTALITAT” 2022, CELLER TORRE DEL VEGUER: fino a questa annata solo Xarel-lo e Xarel-lo Vermel (dalla prossima anche un’iniezione di Malvasia di Sitges) da vigne che hanno dai 49 ai 74 anni di età. Il naso è uno spintonarsi di freschezze balsamico-mentolate e calde carezze estive e dolcione di acacia, mela Golden e Renetta, agrume maturo e frutta secca. I sussurri amaricanti di timo e lo sfondo di sapida mineralità chiudono l’analisi olfattiva di un vino che in bocca comunica calore e gentilezze tanniche. Già centrato sulle dolcezze fa leva sull’importante apporto del legno francese per una sostanziosa addizione di piacioneria che, seppur d’acchiappo, stona abbastanza con una chiusura sapida di quasi mollusco e con quell’incipit di squillante freschezza. (83/84 Punti) 2. DO PENEDÈS “AVI TON” 2021, CELLER EUDALD MASSANA: Xarel-lo e nient’altro per questo vino prodotto da impianti del 1945 (Millenovecentoquarantacinque!). Ahimè, le arrembanti dolcezze sono introdotte da una mela Golden ben più che stramatura (fors’anche macerata) che propone una nota tra il ridotto e il fermentato abbastanza sgarbata. Poi è un profluvio di frutta gialla matura e/o in quasi composta e dolcezze floreali d’acacia e camomilla che neppure il castagno delle botti nel quale avviene la fermentazione riesce a tenere a bada. Il sorso prova a prendere la scia della grande coerenza per cercare di recuperare qualche posizione ma ormai il gruppo dei migliori ha troppo distacco e taglia la linea pur sapida del traguardo in piena crisi esalando un ultimo alito fumé. Forse dovrei assaggiarne un’altra bottiglia ma, dopo la seconda, cedo alla tentazione di NON valutarlo per evitare punteggi imbarazzanti. 3. DOC PRIORAT “COMA BLANCA” 2018, CELLER MAS D’EN GIL: Grenache Bianca e Macabeo da vigne di 75/80 anni svelano l’animo segretamente vegetale, di erbe di campo e aromatiche di un vino che, al naso, s’ammanta d’acacia e non riesce a nascondere i muscoli dell’agrume candito. Chiude poi su note floreali di lavanda e quasi marsiglia introducendo un sorso cinquecentesco, da vera corte di Spagna, firmato un po’ troppo a suon di legno ma con una interessante chiusura di marina freschezza che, per un attimo, Vi trasporta sul ponte di una caravella. (84+ Punti). 4. DO MONTSANT “TEIXAR” 2019, CELLER VINYES DOMÈNECH: Grenache Nigra e Peluda, vigneti con pendenze da ribaltamento e legni francesi si traducono in un mix olfattivo di ciliegiose freschezze e più stanche, secche, prugnosità, rinfrescate da soffi di erbe officinali e brezze balsamiche di liquirizia e tabacco mentolato che, a bicchiere vuoto, lasciano spazio a sapidità di oliva al forno. Sorso fresco, dinamico e coerente, con tannini divertenti anche se un pochino polverosi e una chiusura davvero salata che regala alla gola una piccantezza di quasi pimento. Un vino “onesto” e in gran parte modaiolo penalizzato da una nota smaltata che, sottile ma ben presente, non ha mai abbandonato il calice. (83 Punti). 5. DO EMPORDÀ “V D’O 2” 2017, CELLER VINYES D’OLIVARDOTS: rileggendo le mie note m’ero accorto che, se non avessi conosciuto l’origine del vino, avrei potuto pensarlo come sardo e, saputo che di Carignan si trattava, ho capito che, tutto sommato, non ero ancora del tutto ubriaco. L’olfatto è prepotentemente mediterraneo, intarsiato di macchia e bacche nere di mirto e ginepro. Svela poi freschezze di frutti rossi e neri, cespugli di rosmarino e timo e contrappone, all’eleganza del cioccolatino boero una nota rustica che contribuisce a tenere il vino vicinovicino alla terra da cui proviene e alla fatica dell’uomo che la coltiva. Sorso dritto, di sillogistica coerenza e tannini musicali, succoso, invogliante, stimola la curiosità e fa allungare la mano a chiedere un secondo giro. Difficile starne lontani. Un demonio! Da bere ascoltando “SYMPATHY FOR THE DEVIL” dei ROLLING STONES. (89/90 Punti). 6. DO PRIORAT “CLOS MOGADOR” 2014, CELLER CLOS MOGADOR: Carignan, Cabernet Sauvignon, Cannonau e Syrah per un vino che, già dal nome, tradisce ambizioni e lignaggio. Vigne di anche ottant’anni e legni francesi di diverse dimensioni regalano un naso imponente, ricco di suggestioni di frutta scura (di bosco e non), intarsiato di tè e tabacco mentolato, screziato di After Eight, erbe provenzali e spezie d’Oriente che scomodano addirittura il mitologico cardamomo. In bocca è di sbarazzina giovinezza e lascia che l’occhio si riempia di una vivacità cromatica distante anni luce dal millesimo di produzione. Un quasi capolavoro di equilibrio lascia che morbidezze e verve fresco-sapida procedano spedite e senza incertezza sul filo teso e sottile dell’assaggio. Francia? Spagna? Non è nelle mie corde e non lo comprerei ma…davvero un “vinone”! (93 Punti). p.s. in chiusura, una piccola chiosa per farVi notare come, i due vini “migliori” siano frutto di due annate (2017 e 2014) davvero complicate. In Italia la componente più importante del famigerato “terroir” (leggasi: il cristiano che fa il vino), fu discrimine tra la produzione di vini pazzeschi e vini da dimenticare. Che i vignaioli spagnoli siano bravibravi? IN CONCLUSIONE Beh, intanto lasciatemi ringraziare Saula Giusto e Luca Bellizzi per l’invito a partecipare a questa bella serata e poi fatemi fare dueconsiderazionidue su una Catalogna del vino che certo punta in alto. Confesso che la mia conoscenza dei vini spagnoli è davvero minima e fatta essenzialmente di scoperte casuali frutto di scelte dettate dal packaging. Certo, assaggiare 6 vini come quelli proposti nel corso di questa serata schiude un panorama sul mondo del vino della Catalogna e della Penisola Iberica tutta davvero inaspettato. Qui c’è ambizione e voglia di puntare in alto senza fare sconti seguendo l’esempio di chi già ha imboccato la strada della Qualità senza compromessi (forse, in alcuni casi, anche scimmiottando troppo). Certo il punto prezzo di queste etichette fa pensare… E, personalmente, fanno pensare anche certe “impostazioni enologiche” di cui faccio volentieri sempre più a meno. A me, che apprezzo sempre più quei vini a cui si cerca di “sottrarre” qualcosa anziché aggiungere pesanti costruzioni, alcune proposte sono sembrate fuori tempo ma… Per fortuna di tutti il mondo del vino non va nella mia direzione e il successo di alcune etichette sembra dimostrarlo. Personalmente resterò in finestra cercando di seguire lo svolgersi degli eventi cercando, qualora possibile, di approfondire alcuni argomenti che hanno stuzzicato la mia curiosità Roberto Alloi VINODENTRO
17 Luglio, 2024
Viaggio sensoriale in Calabria
Come la Notte Rosa del Vino mi ha fatto scoprire l’Alto Jonio cosentino
La Notte Rosa del Vino, che lo scorso 6 luglio ha coronato la sua quarta edizione, nasce da un’idea di Francesco Pingitore, delegato regionale della Scuola Europea Sommelier, con il sostegno dall’Assessorato all’Agricoltura della Regione Calabria, del Comune di Trebisacce e di associazioni del territorio, per celebrare professioniste da tutt’Italia – ed oltre – distintesi per il loro contributo alla filiera produttiva e alla promozione, comunicazione e divulgazione della cultura del vino.
Questa è la doverosa premessa per inquadrare lo scopo istituzionale dell’iniziativa, ma per me la Notte Rosa del Vino è stata molto di più.
Per me è stata una due giorni in cui ho rappresentato la Lombardia in un’esperienza immersiva di gusto, di bellezza e di condivisione.
Nella prima tappa del nostro viaggio veniamo accolte Giuseppe Chiappetta nella sua Azienda Terre di Balbia nei pressi del borgo medioevale di Altomonte in provincia di Cosenza, appunto l’antica Balbia citata da Plinio il Vecchio (23-79 dC).
In questo terroir unico, tra le brezze dello Jonio e le escursioni termiche del Monte Pollino, prendono vita 3 assaggi imperdibili, tutti monovitigno.
Ligrezza, un rosato pieno e persistente da Gaglioppo, poi Fervore, un deciso ma avvolgente rosso Magliocco dolce, ed infine un interessante internazionale: un Merlot dal nome Blandus.
La degustazione serale ha invece visto protagonista la gamma di vini di una delle donne del gruppo, Vincenza Librandi, titolare dell’omonima cantina di Cirò Marina, in una location decisamente inedita: su un veliero al tramonto sui Laghi di Sibari.
Si tratta di un complesso residenziale e portuale creato su laghi artificiali di bonifica, tra i più grandi poli turistici di attracco del Mediterraneo e contornato da gioielli naturalistici come il massiccio montuoso del Pollino.
Un autentico gioiello di natura, luci e colori al tramonto.
La giornata successiva è cominciata con un’escursione guidata da Fernando Di Leo tra le sue coltivazioni di limoni. Lì abbiamo appreso le proprietà del Limone di Rocca Imperiale IGP con una forma allungata, di medie dimensioni, ed una buccia di colore variabile tra il verde chiaro ed il giallo. Si tratta di una varietà praticamente priva di semi, che produce un abbondante succo né acido né amaro, oltre che dal profumo straordinario.
Nel corso dell’anno, il Limone di Rocca Imperiale produce ben tre tipi di frutti derivati da altrettante fioriture: il Primofiore raccolto da maggio a luglio, il Maiolino raccolto da maggio a luglio, ed infine il Verdello raccolto da agosto a ottobre.
Farnando Di Leo e la sua famiglia producono da tre generazioni il rinomato Limone “Oro di Federico”, proprio in omaggio alla città d’origine Rocca Imperiale, fondata dal re Federico II di Svevia.
E appena lasciata l’Azienda Di Leo, anche il nostro gruppo ha voluto rendere omaggio a Rocca Imperiale con una visita!
Ogni anno, nell’ultima settimana di agosto, nel borgo calabrese si celebra il Concorso internazionale di poesia inedita “Il Federiciano”. Questo forte legame con la scrittura in versi spiega la presenza di tante poesie riportate su ceramica decorata tra i vicoli.
Ma torniamo a concentrarci sullo scopo primario della nostra visita, in quanto donne del vino. In un giardino interno nel cuore di Rocca Imperiale ci aspettava Francesco Gabriele Bafaro, archeologo per professione e viticultore per vocazione, che ha fondato la propria azienda archeo-enologica, valorizzando l’uso delle anfore.
La produzione dell’”archo-vino” Acroneo è frutto di uno studio attento delle fonti letterarie, iconografiche e archeologiche di varie epoche. Ogni fase della produzione è curata nei minimi dettagli per ricostruire il processo di vinificazione antico, in un vero e proprio percorso di archeologia sperimentale.
Il “Vino di Raffaele”, Magliocco al 100% degustato dopo la presentazione mi ha colpita per la sua estrema piacevolezza: una potenza alcolica ben bilanciata dalla freschezza piena dei frutti rossi e dall’ingentilimento del passaggio in barriques di rovere francese.
Non si concludono però con l’archeo-enologia le nostre scoperte sensoriali della seconda ed ultima giornata!
La paradisiaca meta conclusiva del nostro breve tour è la Tenuta del Castello di Montegiordano, cantina tra le più antiche della Calabria, al confine con la Basilicata, con vigneti a strapiombo sul mare e dolci colline ricoperte di pini e macchia mediterranea.
Lì ci accoglie calorosamente il titolare Renato Bocca, che ci illustra entusiasta i suoi progetti di sviluppo aziendale in collaborazione con il celebre enologo Riccardo Cotarella e ci fa degustare due splendide interpretazioni d’Aglianico in purezza: il rosato «Pian delle rose» ed il cru rosso «Soprano», affinato in barriques nuove per 18 mesi.
Se puntare sull’Aglianico significa scommettere sul «Barolo del sud», certamente vini rappresentativi come quelli di Tenuta del Castello concorrono alla valorizzazione di un patrimonio enologico ed enoturistico ancora in gran parte inesplorato.
Le mie colleghe donne del vino ed io, ciascuna con i propri canali e con la propria rete di relazioni, abbiamo dato il nostro piccolo contributo alla narrazione del territorio fino alla serata conclusiva di premiazione, in cui siamo diventate ambasciatrici della Calabria attraverso gli abiti di Luigia Granata, stilista identitaria che sui propri capi, tutti pezzi unici realizzati a mano con tessuti pregiati, ritrae le bellezze paesaggistiche e le chicche agroalimentari calabresi.
L’abito turchese che indosso nella foto, per esempio, riporta nella stampa la patata della Sila IGP.
Dopo alcuni giorni di relax al mare sono ripartita, carica di generosi omaggi enogastronomici e desiderosa di tornare a scoprire quella fantastica Regione che è la Calabria.
Adele Gorni Silvestrini
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
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16 Luglio, 2024
Calici di Stelle arriva a Roma
Che m’ha saputo fa nu quarto ‘e luna,
che m’ha saputo fa’ chi voglio bene.
E me turmenta sempe nu pensiero,
nunn’è ‘o vero ca pienze sulo a me.
Comme so’ triste ‘e note ‘e sta canzone,
e comm’è amaro ‘o bbene ‘e chi vuo’ bbene.
Nun me guarda’, si chiagno nun guarda’.
Che m’ha saputo fa’ ‘nu quarto ‘e luna! La notte, quando le stelle brillano nel cielo, non possiamo che stare con il naso all’insù ad osservarle. Se però la luna è piena, la sua luce è così abbagliante che tutto il resto, firmamento incluso, rimane in ombra. Sembra proprio che due meraviglie della natura non possano convivere. Come fossero quasi due aspiranti per occupare la prima fila del corpo di ballo. Quando la luna arriva nel suo ultimo quarto, la luce riflessa del sole assume un bagliore tale che è possibile ammirare anche le stelle del firmamento: ognuna lascia spazio all’altra condividendo il palcoscenico. Quale momento migliore di questo allora per guardare il cielo di notte? Il 27, 28 e 29 luglio la luna sarà proprio nel suo ultimo quarto e al Ponte della Musica Armano Trovajoli a Roma si terrà Calici di Stelle, la storica manifestazione del Movimento Turismo del Vino, in collaborazione con l’Associazione Città del Vino. Calici di Stelle è l’esperienza estiva imperdibile che celebra il connubio tra il fascino dell’universo e la passione per il vino, trasformando le location più suggestive d’Italia in palcoscenici sotto le stelle. Sotto le arcate del Ponte della Musica-Armando Trovajoli che attraversa il Tevere e unisce il quartiere Flaminio al quartiere Della Vittoria sarà possibile, calici in mano, degustare i vini delle cantine presenti e parlare con i produttori. CALICI DI STELLE, la combinazione perfetta tra Vino, Stelle e Convivialità più amata dai winelovers. Programma Sabato 27 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 28 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Masterclass da definire
Prenotazione obbligatoria, posti limitati riservati a chi ha già acquistato il biglietto
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Lunedì 29 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione alla cieca sui vitigni del Lazio guidata da Pierpaolo Pirone di AtWine consulenze enologiche
Prenotazione obbligatoria, posti limitati riservati a chi ha già acquistato il biglietto.
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Costo del biglietto 20 euro Il biglietto comprende il bicchiere, la sacchetta portabicchiere e 10 degustazioni di vini delle oltre 150 etichette presenti. E’ prevista una cauzione di 5 euro. Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto, costo 15 euro presentando all’ingresso la tessera dell’associazione. Codice Sconto S27 S28 S29 a secondo dei giorni Operatori del settore ingresso a 15 euro mandando mail di richiesta a accrediti@decanterwineacademy.org dalla pec della società. Stampa: mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro lunedì 22 luglio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato sull’enogastronomia per i giornalisti. Per i blogger inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 347-6649100 06-86132308 info@decanterwineacademy.org pagina diVino per info e acquisto del biglietto online. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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che m’ha saputo fa’ chi voglio bene.
E me turmenta sempe nu pensiero,
nunn’è ‘o vero ca pienze sulo a me.
Comme so’ triste ‘e note ‘e sta canzone,
e comm’è amaro ‘o bbene ‘e chi vuo’ bbene.
Nun me guarda’, si chiagno nun guarda’.
Che m’ha saputo fa’ ‘nu quarto ‘e luna! La notte, quando le stelle brillano nel cielo, non possiamo che stare con il naso all’insù ad osservarle. Se però la luna è piena, la sua luce è così abbagliante che tutto il resto, firmamento incluso, rimane in ombra. Sembra proprio che due meraviglie della natura non possano convivere. Come fossero quasi due aspiranti per occupare la prima fila del corpo di ballo. Quando la luna arriva nel suo ultimo quarto, la luce riflessa del sole assume un bagliore tale che è possibile ammirare anche le stelle del firmamento: ognuna lascia spazio all’altra condividendo il palcoscenico. Quale momento migliore di questo allora per guardare il cielo di notte? Il 27, 28 e 29 luglio la luna sarà proprio nel suo ultimo quarto e al Ponte della Musica Armano Trovajoli a Roma si terrà Calici di Stelle, la storica manifestazione del Movimento Turismo del Vino, in collaborazione con l’Associazione Città del Vino. Calici di Stelle è l’esperienza estiva imperdibile che celebra il connubio tra il fascino dell’universo e la passione per il vino, trasformando le location più suggestive d’Italia in palcoscenici sotto le stelle. Sotto le arcate del Ponte della Musica-Armando Trovajoli che attraversa il Tevere e unisce il quartiere Flaminio al quartiere Della Vittoria sarà possibile, calici in mano, degustare i vini delle cantine presenti e parlare con i produttori. CALICI DI STELLE, la combinazione perfetta tra Vino, Stelle e Convivialità più amata dai winelovers. Programma Sabato 27 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 28 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Masterclass da definire
Prenotazione obbligatoria, posti limitati riservati a chi ha già acquistato il biglietto
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Lunedì 29 luglio Ore 19.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 19.30 Degustazione alla cieca sui vitigni del Lazio guidata da Pierpaolo Pirone di AtWine consulenze enologiche
Prenotazione obbligatoria, posti limitati riservati a chi ha già acquistato il biglietto.
Ore 24.00 chiusura banchi d’assaggio Costo del biglietto 20 euro Il biglietto comprende il bicchiere, la sacchetta portabicchiere e 10 degustazioni di vini delle oltre 150 etichette presenti. E’ prevista una cauzione di 5 euro. Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto, costo 15 euro presentando all’ingresso la tessera dell’associazione. Codice Sconto S27 S28 S29 a secondo dei giorni Operatori del settore ingresso a 15 euro mandando mail di richiesta a accrediti@decanterwineacademy.org dalla pec della società. Stampa: mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro lunedì 22 luglio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato sull’enogastronomia per i giornalisti. Per i blogger inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 347-6649100 06-86132308 info@decanterwineacademy.org pagina diVino per info e acquisto del biglietto online. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
15 Luglio, 2024
lo champagne: la guida definitiva per saperlo bere
La storia e il territorio dello Champagne sono intimamente legati al suo successo e alla sua reputazione come uno dei vini più prestigiosi al mondo. La sua ricca storia, unita alla maestria dei suoi produttori e alle caratteristiche uniche del terroir, rendono lo Champagne un vero e proprio tesoro enologico da scoprire e apprezzare.
la lunga storia dello Champagne
Nel XVII secolo, la nascita dello Champagne come vino frizzante, attribuita all’abate benedettino Dom Pierre Pérignon, segna una rottura significativa nella storia del vino. Questo vino effervescente è associato per la prima volta a un preciso terroir e vengono utilizzate specifiche tecniche di vinificazione. Il successo dello Champagne si diffonde rapidamente, conquistando prima l’Inghilterra e poi la Francia aristocratica del Settecento. Tuttavia, i produttori di Champagne affrontano sfide tecniche, come la mancanza di conoscenza sulla seconda fermentazione e la fragilità delle bottiglie. Solo dopo decenni di sforzi e innovazioni, come l’uso di sughero e ferro per la tappatura e l’eliminazione dei depositi tramite il dégorgement, lo Champagne diventa il vino della gioia e della festa, simbolo della cultura e dello spirito francese. Nel XIX secolo, le grandi maison diffondono lo Champagne tra le élite aristocratiche di tutto il mondo, mentre nel XX secolo continua la sua ascesa, culminando con la creazione dell’AOC Champagne nel 1936. Oggi, lo Champagne è un universo complesso, popolato da grandi maison commerciali e piccoli produttori artigianali, che hanno contribuito a conferire al vino una nuova vita e prestigio.
territorio
La regione dello Champagne, con le sue specifiche caratteristiche, gode di un clima oceanico che favorisce una perfetta maturazione delle uve, con un’insolazione di 1.600 ore all’anno e una pluviometria relativamente modesta. Le sue diverse sotto-regioni offrono una varietà di terroir unici, ognuno con le proprie peculiarità.
Nella Montagne de Reims, le colline caratterizzate da terreni gessosi assicurano un ottimo drenaggio e una perfetta esposizione al sole. Qui, il vitigno predominante è il pinot nero, e gli Champagne della zona sono rinomati per la loro potenza e struttura. Le sottoregioni includono Montagne de Reims, Piccola Montagna, Massif de Saint Thierry e Monts de Berru.
Nella Vallée de la Marne, le colline sono caratterizzate da terreni argillosi e calcarei, ideali per il pinot meunier. Gli Champagne della Vallée de la Marne si distinguono per il loro bouquet fruttato e la morbidezza. Le sottoregioni comprendono Grand Vallèe de la Marne, Coteaux Sud d’Epernay, Vallèe de la Marne rive droite, Vallèe de la Marne rive gauche, Terroir de Condè e Vallèe de la Marne occidentale.
Nella Côte des Blancs, i terreni gessosi garantiscono elevate riserve d’acqua e trattengono bene il calore, perfetti per lo chardonnay. Gli Champagne della Côte des Blancs sono noti per i loro aromi delicati e la finezza. Le sottoregioni includono Côte des Blancs, Val du Petit Morin, Côte de Sezanne e Vitryat.
Infine, nella Côte de Bar, i terreni gessosi e marnosi sono ideali per il pinot nero, producendo Champagne di carattere e complessità aromatica. Le sottoregioni sono Barsuraubois e Barsequanais, che offrono una varietà di stili e caratteristiche uniche.
classificazione
Le classificazioni sono tre : Grand Cru (100%), Premier Cru (90-99%) e Cru (80-89%).
Le percentuali stanno a significare che le uve provenienti da un comune Grand Cru, la cui classificazione è 100%, saranno pagate esattamente il prezzo stabilito, mentre le uve provenienti da un comune classificato come 85%, saranno pagate per l’85% del prezzo stabilito. I comuni classificati Grand Cru sono 17, quelli Premier Cru 41, quelli Cru 255.
I 17 Grand Cru della Champagne sono: nella Montagne de Reims Louvois, Bouzy, Ambonnay, Verzy, Verzenay, Maill, Beaumont-sur-Vesle, Sillery e Puisieulx; nella Vallée de la Marne Aÿ e Tours-sur-Marne; nella Côte de Blancs : Oiry, Chouilly, Cramant, Avize, Oger e Mesnil-sur-Oger. Metodo di produzione
Uno degli elementi distintivi dello Champagne è il metodo di produzione, noto come “metodo champenoise” che prevede una seconda fermentazione in bottiglia per conferire al vino le sue bollicine effervescenti. È un processo complesso che richiede grande attenzione e precisione in ogni fase.
Le uve raccolte confluiscono in una pressa che viene riempita con 4.000 kg di uva e per legge si possono estrarre 2.050 litri (cuvée) che saranno vinificati, mentre la pressatura successiva produrrà ulteriori 500 litri (taille) meno pregiati e che normalmente vengono venduti. Il resto viene inviato alla distillazione. Le vin clair e la prima fermentazione La cuveé viene quindi sottoposta alla prima fermentazione alcolica, trasformando gli zuccheri in alcol grazie all’azione dei lieviti. Otteniano un vin clair che riposa fino a primavera in vasche di acciaio o botti di legno, svolgendo l’eventuale malolattica. Quindi viene assemblato con altri vini e messo in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage, una miscela di zuccheri, lieviti e sali minerali. In cantina, durante la prise de mousse, avviene la seconda fermentazione che produce CO2, creando le bollicine caratteristiche dello Champagne. Le bottiglie riposano in cantina per un periodo minimo di quindici mesi per i prodotti base e di trentasei mesi per i millesimati. remuage e degorgement: il fascino Dopo il periodo di riposo in cantina, le bottiglie vengono sottoposte al remuage, un processo per far depositare i sedimenti sul collo della bottiglia. Segue il dégorgement, a la volée o tramite una tecnica, sempre più diffusa, che prevede di porre il collo della bottiglia nell’azoto liquido che congela una piccola parte di vino. Ciò permette di aprire la bottiglia e di estrarre le impurità congelate sotto l’azione della pressione interna e senza perdita importante di liquido.. Segue l’aggiunta di rabbocchi o del liqueur d’expédition che definisce il dosaggio finale. L’habillage completa il processo, con la tappatura, l’inserimento della gabbietta e l’etichettatura, preparando gli Champagne per essere apprezzati e condivisi con il mondo. CARATTERISTICHE DEL PRODUTTORE Sulle etichette di Champagne si possono trovare le seguenti sigle che definiscono la natura del produttore:
NM négociant-manipulant: è il caso di una casa produttrice di Champagne che compra le uve e le assembla per elaborare e commercializzare il vino;
RM récoltant-manipulant: sono i vignaioli che elaborano e commercializzano le proprie uve; si tratta in generale di prodotti di alta qualità e di limitata produzione;
CM coopérative de manipulation: gruppi di produttori che associati in cooperativa raccolgono, vinificano e commercializzano;
RC récoltant-coopérateur: viticultori che conferiscono le loro uve a una cooperativa che ha l’incarico di eseguire la vinificazione; le bottiglie vengono quindi restituite ai singoli viticultori per la commercializzazione;
ND négociant-distributeur: un commerciante che acquista le bottiglie pronte per il consumo e le commercializza con il proprio marchio;
MA marque d’acheteur: prodotti creati appositamente per la grande distribuzione. TIPOLOGIE Il processo di produzione e le annate delle uve utilizzate possono identificare lo Champagne come:
Rosé, prodotti con due tecniche: assemblaggio di bianco base con vini rossi, o breve macerazione di uve rosse. Oggi queste tipologie sono molto richieste in quanto a un’immutata qualità e fragranza, uniscono una gradevole nota di colore;
Blanc de Blancs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca bianca chardonnay, anche se di differenti annate;
Blanc de Noirs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca nera pinot nero e pinot meunier, singolarmente o associati, non necessariamente della stessa annata;
Millesimé: vino ottenuto da una sola vendemmia;
BSA brut sans année: Champagne ottenuto con vini base di diverse annate. Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Le percentuali stanno a significare che le uve provenienti da un comune Grand Cru, la cui classificazione è 100%, saranno pagate esattamente il prezzo stabilito, mentre le uve provenienti da un comune classificato come 85%, saranno pagate per l’85% del prezzo stabilito. I comuni classificati Grand Cru sono 17, quelli Premier Cru 41, quelli Cru 255.
I 17 Grand Cru della Champagne sono: nella Montagne de Reims Louvois, Bouzy, Ambonnay, Verzy, Verzenay, Maill, Beaumont-sur-Vesle, Sillery e Puisieulx; nella Vallée de la Marne Aÿ e Tours-sur-Marne; nella Côte de Blancs : Oiry, Chouilly, Cramant, Avize, Oger e Mesnil-sur-Oger. Metodo di produzione
Uno degli elementi distintivi dello Champagne è il metodo di produzione, noto come “metodo champenoise” che prevede una seconda fermentazione in bottiglia per conferire al vino le sue bollicine effervescenti. È un processo complesso che richiede grande attenzione e precisione in ogni fase.
Le uve raccolte confluiscono in una pressa che viene riempita con 4.000 kg di uva e per legge si possono estrarre 2.050 litri (cuvée) che saranno vinificati, mentre la pressatura successiva produrrà ulteriori 500 litri (taille) meno pregiati e che normalmente vengono venduti. Il resto viene inviato alla distillazione. Le vin clair e la prima fermentazione La cuveé viene quindi sottoposta alla prima fermentazione alcolica, trasformando gli zuccheri in alcol grazie all’azione dei lieviti. Otteniano un vin clair che riposa fino a primavera in vasche di acciaio o botti di legno, svolgendo l’eventuale malolattica. Quindi viene assemblato con altri vini e messo in bottiglia con l’aggiunta del liqueur de tirage, una miscela di zuccheri, lieviti e sali minerali. In cantina, durante la prise de mousse, avviene la seconda fermentazione che produce CO2, creando le bollicine caratteristiche dello Champagne. Le bottiglie riposano in cantina per un periodo minimo di quindici mesi per i prodotti base e di trentasei mesi per i millesimati. remuage e degorgement: il fascino Dopo il periodo di riposo in cantina, le bottiglie vengono sottoposte al remuage, un processo per far depositare i sedimenti sul collo della bottiglia. Segue il dégorgement, a la volée o tramite una tecnica, sempre più diffusa, che prevede di porre il collo della bottiglia nell’azoto liquido che congela una piccola parte di vino. Ciò permette di aprire la bottiglia e di estrarre le impurità congelate sotto l’azione della pressione interna e senza perdita importante di liquido.. Segue l’aggiunta di rabbocchi o del liqueur d’expédition che definisce il dosaggio finale. L’habillage completa il processo, con la tappatura, l’inserimento della gabbietta e l’etichettatura, preparando gli Champagne per essere apprezzati e condivisi con il mondo. CARATTERISTICHE DEL PRODUTTORE Sulle etichette di Champagne si possono trovare le seguenti sigle che definiscono la natura del produttore:
NM négociant-manipulant: è il caso di una casa produttrice di Champagne che compra le uve e le assembla per elaborare e commercializzare il vino;
RM récoltant-manipulant: sono i vignaioli che elaborano e commercializzano le proprie uve; si tratta in generale di prodotti di alta qualità e di limitata produzione;
CM coopérative de manipulation: gruppi di produttori che associati in cooperativa raccolgono, vinificano e commercializzano;
RC récoltant-coopérateur: viticultori che conferiscono le loro uve a una cooperativa che ha l’incarico di eseguire la vinificazione; le bottiglie vengono quindi restituite ai singoli viticultori per la commercializzazione;
ND négociant-distributeur: un commerciante che acquista le bottiglie pronte per il consumo e le commercializza con il proprio marchio;
MA marque d’acheteur: prodotti creati appositamente per la grande distribuzione. TIPOLOGIE Il processo di produzione e le annate delle uve utilizzate possono identificare lo Champagne come:
Rosé, prodotti con due tecniche: assemblaggio di bianco base con vini rossi, o breve macerazione di uve rosse. Oggi queste tipologie sono molto richieste in quanto a un’immutata qualità e fragranza, uniscono una gradevole nota di colore;
Blanc de Blancs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca bianca chardonnay, anche se di differenti annate;
Blanc de Noirs: sono prodotti unendo tra loro unicamente vini ottenuti da uve a bacca nera pinot nero e pinot meunier, singolarmente o associati, non necessariamente della stessa annata;
Millesimé: vino ottenuto da una sola vendemmia;
BSA brut sans année: Champagne ottenuto con vini base di diverse annate. Benedetta Costanzo
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12 Luglio, 2024
Pertinace. Al buon senso degno di lode
Al buon senso degno di lode
È una frase scritta su un Sesterzio, antica moneta romana. Difficile trovarne una. È dedicata all’Imperatore romano Publius Helvius Pertinax morto esattamente il 28 marzo 193. Assassinato dai pretoriani. Quegli stessi pretoriani che lui aveva comandato per anni nelle battaglie in giro per il mondo conosciuto. Assassinato tre mesi dopo essere stato nominato da Senato romano, Imperatore. Pertinace era il soprannome di Publio Elvio attribuitogli dal padre che lo vedeva eclettico, determinato, abile nel seguire le proprie orme nella vendita di legna e lana. L’essere di umili origini non gli impedì di riscattarsi diventando insegnante di grammatica prima, coraggioso ufficiale dell’esercito poi. La sua integrità morale ed il rispetto che i suoi uomini mostravano verso il Generale Pertinace gli valsero la nomina a Senatore da parte dell’Imperatore Marco Aurelio. Alla morte di quest’ultimo l’Impero Romano iniziò con il suo successore, il figlio Commodo, un periodo di decadenza. Quando Commodo fu ucciso dal suo istruttore di combattimento a seguito di una congiura toccò al Senato scegliere il nuovo Cesare. Scelse colui che era il migliore e che forse Marco Aurelio stesso avrebbe dovuto nominare alla guida dell’Impero: Pertinace. Pertinace iniziò un certosino lavoro dedicato a rendere l’Impero un luogo più giusto e, forse, proprio per questo venne ucciso. Tre mesi di governo furono pochi per risollevare, con la sua rettitudine, un Regno che non si risolleverà più. Riscatto nella integrità. Riscatto nel rispetto delle regole. Riscatto con il buon senso. Non serve riscattarsi venendo meno ai propri principi morali. Non serve riscattarsi per guadagnare inutili soldi. Ogni Sesterzio onestamente guadagnano potrà essere speso solo con un buon senso, esso stesso degno di lode. Spesso la storia di una persona influisce su tanti. In altri casi, su pochi. Perché pochi sono quelli che lo hanno conosciuto o ne hanno letto. Altrettanto spesso, le persone integerrime non hanno alcuna velleità di insegnare qualcosa e l’importanza che danno all’essere ricordati è pari a zero. Le coincidenze della vita però alle volte sono strane. Ci si sforza spesso di trovare un senso, un significato alle cose, ai fatti, agli avvenimenti. Ma non sempre c’è. Oppure c’è ed è così evidente che non ce ne facciamo una ragione. Publio Elvio Pertinace nacque in un paesino vicino ad Alba, Treiso. Tres come lo chiamavano i romani che lo fondarono. Pertinace è proprio il nome di una frazione di Treiso dove gli storici collocano la nascita di Publio Elvio il primo agosto 126. Essere sindaco di un paesino come Treiso negli anni ‘70, che oggi di abitanti ne conta 765, non era una di quelle cose che necessitasse tanto impegno. Abnegazione, rettitudine ed impegno, si. Mario Barbero oltre ad essere sindaco di Treiso continuava a fare il suo mestiere di informatore medico scientifico. Su e giù per i paesini ad incontrare i medici di famiglia e poi, nel tempo libero ovvero il fine settimana, a lavorare nelle vigne di famiglia.
Coltivare si ma non produrre vino. Non c’era il tempo. Non c’era la cantina. Non c’era la capacità commerciale. Le uve dunque era meglio venderle.
A quei tempi (in parte anche ora!) per vendere le uve ci si rivolgeva ai mediatori. Loschi figuri che facevano attendere i conferitori fino alla fine. Far stare i contadini sulle spine era un modo efficace per spuntare prezzi migliori. Al ribasso ovviamente.
A Mario la cosa non andava giù. Anche perché Treiso insieme a Barbaresco (comune dal quale aveva ottenuto “l’indipendenza” nel 1957) e Neive faceva parte, già dal 1966 della DOCG Barbaresco. Le uve non potevano essere pagate sempre a prezzi ridicoli. Mario capisce che l’unico modo per cambiare le cose è insieme. Insieme a qualcun altro. L’unione fa la forza insomma. Quale miglior cosa se non la cooperativa sociale? Con 12 amici trovarono a Treiso una cantina piccolina che veniva dismessa. L’hanno acquistata iniziando. 12 amici e lui 13. Al tempo per poter fondare una cooperativa occorreva essere minimo in 9. Oggi è 3. Hanno preso vicini di casa, contadini, ecc. C’erano fratelli e cugini. Insomma il gioco delle parentele per aumentare il numero dei fondatori. Cesare Barbero, figlio di Mario, è l’attuale Direttore della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace. Un nome che venne in realtà abbreviato nel 2005 semplicemente in Pertinace. All’estero ci chiamavano solo più Pertinace. Alcuni non riuscivano nemmeno a dirlo tutto. Abbiamo deciso di abbreviarlo in Pertinace. Poi la storia di Pertinace è molto bella e i soci si sono immedesimati. Il figlio di uno schiavo che diventa imperatore. Una storia di riscatto. I contadini che hanno cercato il loro riscatto nell’unione. Pertinace poi è conosciuto per essere una persona corretta. Quando vado all’estero e devo spiegare la parola “pertinace” ne spiego il significato. Una persona pertinace è una persona che non molla e cosi sono stati i soci. Già non mollano. 13 persone che si riuniscono in una cooperativa portando in dote circa 30 ettari di vigne. Tutti conferitori che si impegnano per diventare produttori. 13 famiglie che cominciano una strada insieme e che fanno ritrovare insieme le loro seconde e terze generazioni dopo 51 anni. 13 soci oggi sono diventati 20 aggiungendo altri ettari per un totale di 110. Niente male davvero. All’inizio si vinificava solo uve per il Barbaresco e via via negli anni si sono aggiunte altre uve. Quando comprarono la cantina c’era già del vino dentro e solo la vendita di quel vino servì per pagare l’investimento. La prima vendemmia è del 1973 ma la prima etichetta è del 1969. Da bambino venivo qui con mio padre e mi ricordo le liti che facevano per pigiare. Tutto portato con delle ceste di plastica e pesato sulla basacula ovvero la bilancia a bascula. Salami, formaggi. Durante la pigiatura si faceva questo. Era una cooperativa goliardica, tra amici. Amici, parenti, compaesani. Mettetela come vi pare ma erano persone. Persone che volevano riscattarsi e dire la loro nel mondo. Senza prevaricare nessuno. Senza essere di intralcio. Rispettando il proprio ruolo e soprattutto gli altri. Gli anni ‘80 segnano l’inizio dei primi investimenti strutturali. Aumento soci e aumento delle superfici grazie agli stessi soci che si ingrandiscono acquisendo nuovi terreni. A dimostrazione di come la cooperazione possa davvero funzionare.
Le prime fiere. I primi investimenti commerciali. I Clienti nuovi, anche stranieri. Ma soprattutto l’imbottigliamento. Anche perché fino ad allora si andava in giro a vendere lo sfuso. Mio papà vendeva molto ai medici che andava a visitare. I nostri più grossi clienti erano i medici di paesi. Vendeva mentre era li a promuovere la medicina. Si era innescato un circolo virtuoso. All’inizio erano investimenti per vasche e serbatoi poi di terreni dei singoli soci e la cantina. Adesso produciamo oltre 8000 quintali di uve, ovvero 5000 ettolitri di vino, 750.000 bottiglie. Quegli inizi me li ricordo anche se abbiamo pochi documenti. Nessuno veniva a fare foto. Anche noi siamo stati poco accorti. Nemmeno si pensava di arrivare a questi volumi. C’era un pò di visione certo ma non tanto. Mia mamma dice che lei ogni volta che è uscito un articolo lo conserva. Magari lei ha qualcosa. Cesare ne parla con negli occhi la nostalgia di un bambino ormai cresciuto e un grande rispetto per quelle persone, papà Mario in testa, in grado di creare tutto ciò. Una azienda. Una prospettiva di vita. Una rinascita per quelle tredici famiglie, diventante venti oggi. Iniziarono a fare il Barbaresco perché c’erano le botti. Poi il Dolcetto e noi siamo una cantina conosciuta per questo. Poi viva via gli altri. Un tempo si faceva il Dolcetto Langhe e qualche vino di fantasia come “il vin che bevi” che era fatto con uve di seconda scelta. Un vinello con l’etichetta scritta a mano. O il farinel ovvero nebbiolo vinificato in bianco. Questo nome lo ha registrato un’altra cantina qui. Vuol dire bimbo allegro, bimbo giocoso e pazzerello. Il primo cliente straniero è negli anni 70. Uno svizzero che è stato nostro cliente per 40 anni. Adesso ha chiuso. Ha comprato un terreno adesso e fa del vino a Calosso. Ogni tanto ci sentiamo ancora. Grandi sacrifici, grandi sforzi. Ma anche grandi unioni. I soci, la parte fondante della cooperativa. Il loro affetto verso una azienda che è la loro. Ne supportano lo sviluppo. Ne promuovono la crescita. Ne condividono gli investimenti. Prima i 13, oggi i 20 soci, sono la vera e unica forza di Pertinace. La percezione della proprietà del socio è la chiave di tutto. Essere in grado di far sentire che tutto ciò che si fa per la cooperativa. Lo si fa per se stessi. Perché la cooperativa è di tutti i soci. Un concetto semplice. Così semplice che in Italia le cooperative ci sono dal 1854 e oggi ne contiamo oltre 41.000 in grado di generare un fatturato di circa 1.2 miliardi di € (fonte rapporto Euricse). La Costituzione italiana, ne sancisce, con l’art. 45 l’importanza sociale La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità Ci è capitato che qualcuno si è staccato nel tempo. Ma chi è uscito non è mai uscito completamente. Un socio aveva due figli e solo uno dei due è uscito per mettersi in proprio. Tutti l’anno vista crescere e sanno che fa parte della loro vita. Gli investimenti per fare una nuova cantina sono importanti e chi lo fa deve partire piano piano con molti rischi. Non è un periodo cosi roseo. L’avere la sicurezza di avere un posto dove portare le uve e vedersele pagate bene è molto. Paghiamo sopra il 20/30% del prezzo medio di mercato. Nessuno ha il coraggio di togliersi. Ma è anche una questione affettiva. La forza di una grande cooperativa come Pertinace è avere una grande varietà di terroir in grado di assicurare una importante ed interessante diversificazione. Le vinificazioni separate consentono di esaltare i cru del Barbaresco regolati dal disciplinare. MGA Castellizzano, Marcarini e Nervo per tre vini identitari del territorio. Papà iniziò con i cru. Ne facevamo anche di più ma ora abbiamo ridotto a tre. Riusciamo a farla perché non c’è gelosia tra i soci. I cru vengono liquidati allo stesso modo per equità. Non c’è scontro, non c’è gelosia. Non c’è paura che uno prenda di più perché ha la vigna nel cru. La liquidazione dei soci come elemento necessario per la retribuzione. Certamente non il più importante per l’unione. Un elemento messo a punto in maniera democratica e che riesce a non creare gelosie. Si parte dalla base di mercato e sale. È raro che scenda. Devono essere uve che hanno avuto problemi. Sale secondo dei coefficienti che abbiamo deciso. Qualità visiva, qualità chimica. Più l’uva di qualità più il prezzo si alza in maniera più che proporzionale. Ci sono diversi punti percentuali. La certificazione SGQ è arrivata nel 2018. Con essa un agronomo che si occupa che tutto venga rispettato per la certificazione. Trasmette il calendario del trattamenti, i materiali consentiti. Ma rimane sempre il principio che le singole aziende si autogestiscono e per dubbi chiedono. Il conferimento è qui in cantina. Tutti i soci sono a conferimento totale per le uve rosse. Per le uve bianche noi non abbiamo un grande mercato quindi vinifichiamo quelle che ci servono e le altre le portiamo alle altre cantine collegate a noi. Abbiamo il moscato ma viene tutto conferito a chi interessa. Magari nel futuro. I vini di Pertinace sono decisamente rappresentativi del territorio. Io personalmente li ho trovati essenziali, puliti, vivi. Ecco, la parola migliore è vivi. Mi hanno ricordato e ricondotto in quella parte di Piemonte dove l’allegria sta nel vivere con gli amici a tavola. Quelle tavole dove magari c’era poco cibo. Non certo poco vino. Solo che doveva essere un vino da bere mica con pietanze complesse. Al contrario. Cose semplici. I nostri vini sono molto tradizionali. Sono molto simili a quelli di papà per tempistica di lavorazione. Cappello sommerso. Lunghe macerazioni e invecchiamento in botte grande. In continuità ma abbiamo limato i difetti anche con la tecnologia. Partiamo dal classico Barbaresco 2020. 18 mesi in grandi botti di rovere donano al Nebbiolo una pulizia e limpidezza invidiabili. Questo, come tutti gli altri vini di Pertinace sono contraddistinti dall’essere limpidi e puliti. Scarichi di colore tanto che la mano sotto il calice si vede, sempre, chiaramente, Scarichi di colore ma non certamente di altre sensazioni sensoriali.
Di questo Barbaresco ne ho apprezzato la qualità estremamente fine dei sentori. Un bouquet talmente raffinato da non volerne sentire altri. La piccola frutta rossa e nera quasi in confettura si mescola ai rigogliosi fiori rossi. Poi è un altalenanza di preziose note erbacee e spezie dolci. L’arancia rossa calda e succosa si unisce al cardamomo, alla cannella, ai chiodi di garofano, al pepe inebriando anche grazie al velo di balsamico. Un bouquet che si esala con il tempo. Un Barbaresco ha bisogno di aria e tempo per esprimersi ma quando lo fa, consente di respirare meraviglie. Il balsamico si accentua così che sembra di respirare una caramella alla frutta. Di quelle balsamiche ovviamente. Un accenno di ematite fa comunella con salvia e timo.
La bocca raggiunta dal sorso accoglie finezza e raffinatezza. Fresco e soave, caldo ma non troppo nonostante i suoi 14 gradi. Sapido ma non eccessivamente come si conviene ad un nobile. Secco ma non troppo per preservare il gusto. Persistenza giusta e una bocca che si inebria ed impreziosisce dei piccoli frutti rossi e neri. I tannini sono rimasti in disparte. Presenti ma non invadenti a dirigere le operazioni dalle retrovie. Bilanciamento eccellente e chiusura di bocca che definirei unica. Un vino che avvolgente e coinvolgente che, alla fine non è impegnato e al contrario risulta immediato tanto che con un pezzo di Parmigiano l’ho trovato sublime. Barbaresco Marcarini 2020. Il colore granata già evidenzia che qualcosa di diverso c’è nel calice. La frutta è polposa e decisamente cotta mantenendo una punta di acidità che induce il naso ad attendersi altro. Prugna, ciliegia, ribes, arancia. Il balsamico arriva ad aprirmi le vie aeree ed apprezzare il tabacco, la noce moscata, il pepe, il pellame, il goutron. Un lieve sentore di sottobosco e ferroso donano struttura. Il sentore di mela cotta mi fa venire alla mente quella che mi preparava la nonna: un infuso zuccherino con una parte acida a donare finezza.
Il sorso è immediatamente meraviglioso. Fresco, secco, caldo, decisamente sapido. La percezione di frutta arriva all’istante per poi essere sovrastata dai tannini: decisi, importanti, prorompenti. Il bilanciamento è insolito e interessante. Non arrivano prima le durezze ma al contrario le dolcezze creando la necessità e l’aspettativa di un nuovo sorso. Ecco che se il sorso viene accompagnato da un intrigante cibo, la sensazione che se ne ricava è eccellente. Chiusura di bocca meravigliosa e persistenza lunga. Potrei berlo anche da solo. Barbaresco Nervo 2020. Anche qui colore granata e assoluta finezza sono il biglietto da visita. La frutta cotta c’è. Il balsamico c’è. Tabacco, note ferrosa e sottobosco, ci sono. Qui c’è del pellame e i fiori che sono in potpurri insieme al melograno e alla viola. La complessità e la varietà olfattiva differenzia il cru. Incantando ancora.
Il sorso si evidenzia per i tannini setosi e rotondi che bilanciano la decisa freschezza aumentando la persistenza. La frutta rossa diventa più viva e polposa, stupendo per come si differenzia rispetto alle sensazioni olfattive. Bilanciamento perfetto con un equilibrio fuori dal comune. Questo è uno di quei vini che si iniziano a bere senza volere un accompagnamento. Perché è buono. Tanto buono che non si vuol mischiare con niente. Il calore c’è ma non si percepisce. E non so se questo è un bene o un male visto che la bottiglia si può tranquillamente finire. Ci si abbina un pezzo di salame e formaggio e il gioco è fatto.
Veramente ma veramente convincente per la sua dinamicità e immediatezza. Davvero unica per un Barbaresco. Davvero unica. Nebbiolo 2021. Qui siamo nel Piemonte godereccio. Quando oltre alla Barbera e al Dolcetto occorreva bere il Nebbiolo perché quello c’era. Ma mica si poteva aspettare tanto. Andava bevuto in fretta e in grandi quantità. Si un pò in botte ci deve andare perché sempre Nebbiolo è.
Il colore è rubino e la trasparenza è quella dei vini di Pertinace. Top.
Al naso c’è subito la percezione di una bella alcolicità che la balsamicità amplifica copiosamente. I fiori e i frutti rossi appaiono senza far aspettare. Sono i fiori a prevalere. Arancia e lamponi iniziano poi a virare verso il mirtillo. Il sottobosco non può mancare ad impreziosire. Così come il tabacco e il cioccolato, il pepe rosa e la rosa canina.
In bocca i tannini i presentanTipo una tagliatella al ragù. Ci vuole poco per arricchire il pranzo della domenica. Barbera d’Alba 2021. Barbera appunto. Non poteva certamente mancare. Il bellissimo colore rubino nel calice è un vero e proprio invito a berlo senza passare per i sentori. Non lasciamoci tentare perché ci perderemmo il cesto di lamponi e fragole. Di quei cesti che poi si espongono direttamente sulla tavola. Frutta fresca e croccante appena cotta dal sole ma bagnata dalla rugiada mattutina. Respirare queste sensazioni è inebriante. Una rosa e una peonia arrivano grazie alla consueta balsamicità. Così come l’arancia sanguinella e la prugna. Vivaci e genuini.
Il sorso me lo aspetto di importante freschezza e in effetti non mi delude. I tannini sono anche morbidi e la sapidità è spiccata, cosa questa che mi fa apprezzare maggiormente la frutta croccante che ho in bocca. La sensazione è quella di bere un succo di arancia con i frutti di bosco. Non c’è grande corpo ma la avvolgenza è comunque sì curata. Mi viene voglia di bere questo vino e berlo ancora, con semplicità, senza infrastrutture e senza la necessità di stare con il naso dentro al calice per cogliere chissà quali sfumature. Non voglio studiarlo. Voglio solo berlo. Datemi un piatto di pasta con del ragù semplice o una fetta di salame. Sto bene cosi. L’equilibrio questo Barbera lo raggiunge alla fine, quando le dolcezze sovrastano le durezze. La chiusura di bocca è fantastica e la persistenza non particolarmente lunga. La bottiglia si finisce! Se i 13 soci bevessero i vini attuali li apprezzerebbero anche perché per dirla tutta quel concetto di diradamento che è ben consolidato in quei tempi non era cosi scontato. La qualità del prodotto è dovuto alla qualità dell’uva. Il clima ci ha anche dato una mano. Negli anni 70 c’era grande alternanza qualitativa. 74 buonissima, 78 buonissima. 82 buonissima. 72 declassata. Uno dei motivi perché è stata fondata la cantina. Non è stato fatto ne Barolo ne Barbaresco.
Un bel segno di serietà anche per quei tempi. Qualità e serietà ben radicata sul territorio. I nostri vini seguono le annate però non c’è più quel divario che c’era in quegli anni li. Sono più annate simili adesso. Si possono andare a ricercare le differenze che ci sono ma non sono più quelle di quei tempi li. La forza e la bravura di una azienda è essere costante nella qualità. Pertinace da 51 anni è un riferimento nel territorio e non solo. Sono riusciti a produrre grandi quantità di vino ad una qualità mostruosa. Se siamo conosciuti per un certo livello qualitativo dobbiamo mantenerlo. In quel senso li c’è una standardizzazione verso l’alto. I nostri clienti delle Langhe capiscono che le annate sono diverse. Non vogliamo nasconderle. Non devono essere nascoste perché è una storia in più per ogni annata da raccontare. Valutiamo la qualità del prodotto che abbiamo in casa e decidiamo la destinazione. La forza della cooperazione è che è proprietaria dal vigneto alla bottiglia. Tutta la filiera. Pochi privati possono fare le selezioni che può fare una cantina. Possiamo tenere i nostri vigneti migliori e fare volumi importanti abbiamo la possibilità di selezionare tantissimo. Qualità e quantità si possono fare senza essere necessariamente in contrasto. Pertinace ne è la dimostrazione. La cooperativa e la cooperazione è sempre stata vista di basso livello. Si, magari con un buon rapporto qualità prezzo, ma niente di più. In realtà, il costare meno è, banalmente, una conseguenza che parte dalla possibilità di gestire masse più grandi e prezzi più bassi. Così le cooperative che lavorano bene riescono ad ottenere qualità ben superiore a ciò che si pensa. Siamo sette dipendenti. Io sono uno dei soci e il direttore. C’è un consiglio di amministrazione con presidente e vice presidente. Venti soci. Ci troviamo abbastanza spesso. Siamo una grande azienda o meglio una azienda per lo più familiare. Siamo tutti di Treiso e ci conosciamo da sempre. I confronti sono continui e non abbiamo mai avuto scontri tra fazioni. Non c’è mai stato in cinquantuno anni della cantina. Tutto diventa più facile da gestire. Qualche screzio ci sarà pure stato come è normale che sia. Ma è come litigare tra moglie e marito. L’amore non è bello se non è litigarello. Perché solo così si possono risolvere le cose. Parlando e parlando chiaro. Senza che nessuno si offenda perché non è mai una offesa verso la persona. Si parla, si discute anche animatamente. Ma poi l’azienda è di tutti e la si deve portare avanti. Senza personalismi. Senza la velleità di essere la prima donna. Il bene è per il bene di tutti non del singolo. La particolarità di Pertinace come azienda è la stessa di Publio Elvio Pertinace: si arriva da umili origini e solo la rettitudine può portare risultati. Non ci sono castelli. Non ci sono storie millenarie o nobili. Non ci sono tunnel con barrique lasciate dai bisnonni. Niente di tutto questo. Siamo dinamici e non vogliamo presentarci in maniera storica. Non abbiamo il castello o i tunnel. Abbiamo i vigneti e noi stessi. Questa cosa dei castelli mio papà lì aveva già messa nella prima etichetta. Una frase del tipo “non siamo proprietari di castelli o antiche tenute. Questo vino è frutto esclusivamente del nostro lavoro”. Una frase che riassumeva il pensiero di quei tredici che si sono trovati. Non siamo per i fronzoli. Siamo cosi. La nostra cantina non è vendibile. Quello che vendiamo non è che il vino. I toc. Quando ero in Fiat Auto a Torino i “toc” era chiodo di fisso di tutti. I pezzi. Bisognava fare i toc. Ogni minuto usciva dalla linea di montaggio una vettura. Un pezzo. Un toc. Ogni volta che la linea di produzione si fermava per qualche motivo, era un toc in meno. Un problema. Il piemontese somatizza il problema fino a che è in fabbrica. Poi a casa, un bicchiere di vino e ci si penserà, ai toc, l’indomani. Ma i toc devono uscire. Si pensa ad essere pragmatici sulla linea di montaggio e si pensa ad essere pragmatici a casa: perché tanto una volta andati a casa non è che si possa fare niente per la linea di montaggio.
Cose, se uno il castello non lo ha, si basa, pragmaticamente, sui propri prodotti ovvero sui propri vini. Noi dobbiamo ancora ringraziarli questi fondatori. Sono loro che hanno consentito di dare lavoro a venti famiglie. Per questo siamo molto attivi sul territorio e quando l’amministrazione comunale ha bisogno noi, noi ci siamo. Abbiamo in mente di fare un ampliamento della cantina e poi, quando realizzato, magari qualche nuovo socio. Non è semplice trovare soci in queste aree. Quando tutto va bene nessuno viene. Quando le cose vanno male, qualcuno viene a fare domande. Siamo nelle Langhe e anche chi ha un piccolo pezzo di terra ha il pensiero di mettersi in proprio. Una cantina. Una etichetta. Una attività. Normale in questo angolo di paradiso dove le terre ormai costano un patrimonio. Così come però è assolutamente normale che molti vignaioli continuino ancora a produrre e conferire l’uva. Molto meno stressante. Molto più immediato. In questo contesto cooperative come Pertinace, proprio per il rispetto che ha per i propri soci, paga più del prezzo di mercato attraverso un meccanismo in grado di pagare in funzione della qualità dell’uva conferita. Solo in questo modo si paga seriamente il lavoro svolto in vigna e si ottengono prodotti di eccellenza. Abbiamo bisogno dell’ampliamento per crescere perché siamo a tappo per la trasformazione. Abbiamo lasciato che i nostri soci crescessero e abbiamo cercato di crescere in proporzione. Però sono finite le stanze e allora abbiamo bisogno. La struttura della Pertinace è ai piedi della collina e si è ampliata fino al torrente. Aldilà del torrente stesso è stato acquisito un altro immobile per ampliarsi. Dove potevamo ampliarci lo abbiamo fatto. Abbiamo acquisito un immobile perché chi abitava li ha deciso di trasferirsi altrimenti non avremmo avuto modo. Oggi, cinquantuno anni dopo, i 13 di Terso, fondatori della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace o più semplicemente Pertinace, troverebbero tanto di quello che hanno creato. Non già nelle strutture quanto nelle persone. Unite più che mai. Cresciute di numero. Cresciute nella voglia di fare, insieme, impresa per riscattarsi. Sempre che questo riscatto non sia già avvenuto. Cresciute nella rettitudine e nel merito. L’unica differenza con l’Imperatore Pertinace è l’avere avuto il tempo per costruire qualcosa che potrebbe tranquillamente essere riassunta con “Al buon senso degno di lode”. Mi piace terminare questo articolo con la frase posta a chiusura dell’atto costitutivo del 1973: “L’amore per la nostra terra, ci spinge ad affrontare insieme, con amicizia, fiducia e collaborazione, le difficoltà e i successi per il bene di ciascuno e di tutti” Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Ps nel mio dialogo con Cesare Barbero ho chiesto del perché non fossero citati da nessuna parte tutti i fondatori e tutti quelli che oggi portano avanti l’eredità di quest’ultimi. “Non ci avevo mai pensato” mi ha risposto. Però mi ha inviato questa lista che sento il dovere di pubblicare. I soci fondatori:
Barbero Mario, Vola Luigi, Rosso Luigi, Rapalino Michele, Stella Pasquale, Bongioanni Carlo, Perno Giancarlo, Flori Aldo, Fedele Carlo, Nada Fiorenzo, Dotta Eugenio. Sono 11 perché pochi mesi dopo si sono aggiunti Vola Rita e Ferrero Annibale. Le aziende attuali:
AZ. AGR. CORINO (CORINO DOMENICO)
AZ. AGR. BRICCO MARCARINI (VOLA ALDO E GABRIELE)
BARBERO CESARE
BIOAGRI
BONGIOANNI ANNA
BONGIOANNI ROBERTO
DACOMO GIULIANO
DELLAFERRERA PAOLO
DOTTA PAOLO
DRAGO ALBERTO
FERRERO PAOLO
FLORA MARINA
FLORI ERNESTINO
FLORI ROBERTO
PERNO GIOVANNA
PORTA SERGIO
RAPALINO FLAVIO
TERZOLO MAURIZIO
VOLA FRATELLI
VOLA ROBERTO
ZUNINO SILVANA
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È una frase scritta su un Sesterzio, antica moneta romana. Difficile trovarne una. È dedicata all’Imperatore romano Publius Helvius Pertinax morto esattamente il 28 marzo 193. Assassinato dai pretoriani. Quegli stessi pretoriani che lui aveva comandato per anni nelle battaglie in giro per il mondo conosciuto. Assassinato tre mesi dopo essere stato nominato da Senato romano, Imperatore. Pertinace era il soprannome di Publio Elvio attribuitogli dal padre che lo vedeva eclettico, determinato, abile nel seguire le proprie orme nella vendita di legna e lana. L’essere di umili origini non gli impedì di riscattarsi diventando insegnante di grammatica prima, coraggioso ufficiale dell’esercito poi. La sua integrità morale ed il rispetto che i suoi uomini mostravano verso il Generale Pertinace gli valsero la nomina a Senatore da parte dell’Imperatore Marco Aurelio. Alla morte di quest’ultimo l’Impero Romano iniziò con il suo successore, il figlio Commodo, un periodo di decadenza. Quando Commodo fu ucciso dal suo istruttore di combattimento a seguito di una congiura toccò al Senato scegliere il nuovo Cesare. Scelse colui che era il migliore e che forse Marco Aurelio stesso avrebbe dovuto nominare alla guida dell’Impero: Pertinace. Pertinace iniziò un certosino lavoro dedicato a rendere l’Impero un luogo più giusto e, forse, proprio per questo venne ucciso. Tre mesi di governo furono pochi per risollevare, con la sua rettitudine, un Regno che non si risolleverà più. Riscatto nella integrità. Riscatto nel rispetto delle regole. Riscatto con il buon senso. Non serve riscattarsi venendo meno ai propri principi morali. Non serve riscattarsi per guadagnare inutili soldi. Ogni Sesterzio onestamente guadagnano potrà essere speso solo con un buon senso, esso stesso degno di lode. Spesso la storia di una persona influisce su tanti. In altri casi, su pochi. Perché pochi sono quelli che lo hanno conosciuto o ne hanno letto. Altrettanto spesso, le persone integerrime non hanno alcuna velleità di insegnare qualcosa e l’importanza che danno all’essere ricordati è pari a zero. Le coincidenze della vita però alle volte sono strane. Ci si sforza spesso di trovare un senso, un significato alle cose, ai fatti, agli avvenimenti. Ma non sempre c’è. Oppure c’è ed è così evidente che non ce ne facciamo una ragione. Publio Elvio Pertinace nacque in un paesino vicino ad Alba, Treiso. Tres come lo chiamavano i romani che lo fondarono. Pertinace è proprio il nome di una frazione di Treiso dove gli storici collocano la nascita di Publio Elvio il primo agosto 126. Essere sindaco di un paesino come Treiso negli anni ‘70, che oggi di abitanti ne conta 765, non era una di quelle cose che necessitasse tanto impegno. Abnegazione, rettitudine ed impegno, si. Mario Barbero oltre ad essere sindaco di Treiso continuava a fare il suo mestiere di informatore medico scientifico. Su e giù per i paesini ad incontrare i medici di famiglia e poi, nel tempo libero ovvero il fine settimana, a lavorare nelle vigne di famiglia.
Coltivare si ma non produrre vino. Non c’era il tempo. Non c’era la cantina. Non c’era la capacità commerciale. Le uve dunque era meglio venderle.
A quei tempi (in parte anche ora!) per vendere le uve ci si rivolgeva ai mediatori. Loschi figuri che facevano attendere i conferitori fino alla fine. Far stare i contadini sulle spine era un modo efficace per spuntare prezzi migliori. Al ribasso ovviamente.
A Mario la cosa non andava giù. Anche perché Treiso insieme a Barbaresco (comune dal quale aveva ottenuto “l’indipendenza” nel 1957) e Neive faceva parte, già dal 1966 della DOCG Barbaresco. Le uve non potevano essere pagate sempre a prezzi ridicoli. Mario capisce che l’unico modo per cambiare le cose è insieme. Insieme a qualcun altro. L’unione fa la forza insomma. Quale miglior cosa se non la cooperativa sociale? Con 12 amici trovarono a Treiso una cantina piccolina che veniva dismessa. L’hanno acquistata iniziando. 12 amici e lui 13. Al tempo per poter fondare una cooperativa occorreva essere minimo in 9. Oggi è 3. Hanno preso vicini di casa, contadini, ecc. C’erano fratelli e cugini. Insomma il gioco delle parentele per aumentare il numero dei fondatori. Cesare Barbero, figlio di Mario, è l’attuale Direttore della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace. Un nome che venne in realtà abbreviato nel 2005 semplicemente in Pertinace. All’estero ci chiamavano solo più Pertinace. Alcuni non riuscivano nemmeno a dirlo tutto. Abbiamo deciso di abbreviarlo in Pertinace. Poi la storia di Pertinace è molto bella e i soci si sono immedesimati. Il figlio di uno schiavo che diventa imperatore. Una storia di riscatto. I contadini che hanno cercato il loro riscatto nell’unione. Pertinace poi è conosciuto per essere una persona corretta. Quando vado all’estero e devo spiegare la parola “pertinace” ne spiego il significato. Una persona pertinace è una persona che non molla e cosi sono stati i soci. Già non mollano. 13 persone che si riuniscono in una cooperativa portando in dote circa 30 ettari di vigne. Tutti conferitori che si impegnano per diventare produttori. 13 famiglie che cominciano una strada insieme e che fanno ritrovare insieme le loro seconde e terze generazioni dopo 51 anni. 13 soci oggi sono diventati 20 aggiungendo altri ettari per un totale di 110. Niente male davvero. All’inizio si vinificava solo uve per il Barbaresco e via via negli anni si sono aggiunte altre uve. Quando comprarono la cantina c’era già del vino dentro e solo la vendita di quel vino servì per pagare l’investimento. La prima vendemmia è del 1973 ma la prima etichetta è del 1969. Da bambino venivo qui con mio padre e mi ricordo le liti che facevano per pigiare. Tutto portato con delle ceste di plastica e pesato sulla basacula ovvero la bilancia a bascula. Salami, formaggi. Durante la pigiatura si faceva questo. Era una cooperativa goliardica, tra amici. Amici, parenti, compaesani. Mettetela come vi pare ma erano persone. Persone che volevano riscattarsi e dire la loro nel mondo. Senza prevaricare nessuno. Senza essere di intralcio. Rispettando il proprio ruolo e soprattutto gli altri. Gli anni ‘80 segnano l’inizio dei primi investimenti strutturali. Aumento soci e aumento delle superfici grazie agli stessi soci che si ingrandiscono acquisendo nuovi terreni. A dimostrazione di come la cooperazione possa davvero funzionare.
Le prime fiere. I primi investimenti commerciali. I Clienti nuovi, anche stranieri. Ma soprattutto l’imbottigliamento. Anche perché fino ad allora si andava in giro a vendere lo sfuso. Mio papà vendeva molto ai medici che andava a visitare. I nostri più grossi clienti erano i medici di paesi. Vendeva mentre era li a promuovere la medicina. Si era innescato un circolo virtuoso. All’inizio erano investimenti per vasche e serbatoi poi di terreni dei singoli soci e la cantina. Adesso produciamo oltre 8000 quintali di uve, ovvero 5000 ettolitri di vino, 750.000 bottiglie. Quegli inizi me li ricordo anche se abbiamo pochi documenti. Nessuno veniva a fare foto. Anche noi siamo stati poco accorti. Nemmeno si pensava di arrivare a questi volumi. C’era un pò di visione certo ma non tanto. Mia mamma dice che lei ogni volta che è uscito un articolo lo conserva. Magari lei ha qualcosa. Cesare ne parla con negli occhi la nostalgia di un bambino ormai cresciuto e un grande rispetto per quelle persone, papà Mario in testa, in grado di creare tutto ciò. Una azienda. Una prospettiva di vita. Una rinascita per quelle tredici famiglie, diventante venti oggi. Iniziarono a fare il Barbaresco perché c’erano le botti. Poi il Dolcetto e noi siamo una cantina conosciuta per questo. Poi viva via gli altri. Un tempo si faceva il Dolcetto Langhe e qualche vino di fantasia come “il vin che bevi” che era fatto con uve di seconda scelta. Un vinello con l’etichetta scritta a mano. O il farinel ovvero nebbiolo vinificato in bianco. Questo nome lo ha registrato un’altra cantina qui. Vuol dire bimbo allegro, bimbo giocoso e pazzerello. Il primo cliente straniero è negli anni 70. Uno svizzero che è stato nostro cliente per 40 anni. Adesso ha chiuso. Ha comprato un terreno adesso e fa del vino a Calosso. Ogni tanto ci sentiamo ancora. Grandi sacrifici, grandi sforzi. Ma anche grandi unioni. I soci, la parte fondante della cooperativa. Il loro affetto verso una azienda che è la loro. Ne supportano lo sviluppo. Ne promuovono la crescita. Ne condividono gli investimenti. Prima i 13, oggi i 20 soci, sono la vera e unica forza di Pertinace. La percezione della proprietà del socio è la chiave di tutto. Essere in grado di far sentire che tutto ciò che si fa per la cooperativa. Lo si fa per se stessi. Perché la cooperativa è di tutti i soci. Un concetto semplice. Così semplice che in Italia le cooperative ci sono dal 1854 e oggi ne contiamo oltre 41.000 in grado di generare un fatturato di circa 1.2 miliardi di € (fonte rapporto Euricse). La Costituzione italiana, ne sancisce, con l’art. 45 l’importanza sociale La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità Ci è capitato che qualcuno si è staccato nel tempo. Ma chi è uscito non è mai uscito completamente. Un socio aveva due figli e solo uno dei due è uscito per mettersi in proprio. Tutti l’anno vista crescere e sanno che fa parte della loro vita. Gli investimenti per fare una nuova cantina sono importanti e chi lo fa deve partire piano piano con molti rischi. Non è un periodo cosi roseo. L’avere la sicurezza di avere un posto dove portare le uve e vedersele pagate bene è molto. Paghiamo sopra il 20/30% del prezzo medio di mercato. Nessuno ha il coraggio di togliersi. Ma è anche una questione affettiva. La forza di una grande cooperativa come Pertinace è avere una grande varietà di terroir in grado di assicurare una importante ed interessante diversificazione. Le vinificazioni separate consentono di esaltare i cru del Barbaresco regolati dal disciplinare. MGA Castellizzano, Marcarini e Nervo per tre vini identitari del territorio. Papà iniziò con i cru. Ne facevamo anche di più ma ora abbiamo ridotto a tre. Riusciamo a farla perché non c’è gelosia tra i soci. I cru vengono liquidati allo stesso modo per equità. Non c’è scontro, non c’è gelosia. Non c’è paura che uno prenda di più perché ha la vigna nel cru. La liquidazione dei soci come elemento necessario per la retribuzione. Certamente non il più importante per l’unione. Un elemento messo a punto in maniera democratica e che riesce a non creare gelosie. Si parte dalla base di mercato e sale. È raro che scenda. Devono essere uve che hanno avuto problemi. Sale secondo dei coefficienti che abbiamo deciso. Qualità visiva, qualità chimica. Più l’uva di qualità più il prezzo si alza in maniera più che proporzionale. Ci sono diversi punti percentuali. La certificazione SGQ è arrivata nel 2018. Con essa un agronomo che si occupa che tutto venga rispettato per la certificazione. Trasmette il calendario del trattamenti, i materiali consentiti. Ma rimane sempre il principio che le singole aziende si autogestiscono e per dubbi chiedono. Il conferimento è qui in cantina. Tutti i soci sono a conferimento totale per le uve rosse. Per le uve bianche noi non abbiamo un grande mercato quindi vinifichiamo quelle che ci servono e le altre le portiamo alle altre cantine collegate a noi. Abbiamo il moscato ma viene tutto conferito a chi interessa. Magari nel futuro. I vini di Pertinace sono decisamente rappresentativi del territorio. Io personalmente li ho trovati essenziali, puliti, vivi. Ecco, la parola migliore è vivi. Mi hanno ricordato e ricondotto in quella parte di Piemonte dove l’allegria sta nel vivere con gli amici a tavola. Quelle tavole dove magari c’era poco cibo. Non certo poco vino. Solo che doveva essere un vino da bere mica con pietanze complesse. Al contrario. Cose semplici. I nostri vini sono molto tradizionali. Sono molto simili a quelli di papà per tempistica di lavorazione. Cappello sommerso. Lunghe macerazioni e invecchiamento in botte grande. In continuità ma abbiamo limato i difetti anche con la tecnologia. Partiamo dal classico Barbaresco 2020. 18 mesi in grandi botti di rovere donano al Nebbiolo una pulizia e limpidezza invidiabili. Questo, come tutti gli altri vini di Pertinace sono contraddistinti dall’essere limpidi e puliti. Scarichi di colore tanto che la mano sotto il calice si vede, sempre, chiaramente, Scarichi di colore ma non certamente di altre sensazioni sensoriali.
Di questo Barbaresco ne ho apprezzato la qualità estremamente fine dei sentori. Un bouquet talmente raffinato da non volerne sentire altri. La piccola frutta rossa e nera quasi in confettura si mescola ai rigogliosi fiori rossi. Poi è un altalenanza di preziose note erbacee e spezie dolci. L’arancia rossa calda e succosa si unisce al cardamomo, alla cannella, ai chiodi di garofano, al pepe inebriando anche grazie al velo di balsamico. Un bouquet che si esala con il tempo. Un Barbaresco ha bisogno di aria e tempo per esprimersi ma quando lo fa, consente di respirare meraviglie. Il balsamico si accentua così che sembra di respirare una caramella alla frutta. Di quelle balsamiche ovviamente. Un accenno di ematite fa comunella con salvia e timo.
La bocca raggiunta dal sorso accoglie finezza e raffinatezza. Fresco e soave, caldo ma non troppo nonostante i suoi 14 gradi. Sapido ma non eccessivamente come si conviene ad un nobile. Secco ma non troppo per preservare il gusto. Persistenza giusta e una bocca che si inebria ed impreziosisce dei piccoli frutti rossi e neri. I tannini sono rimasti in disparte. Presenti ma non invadenti a dirigere le operazioni dalle retrovie. Bilanciamento eccellente e chiusura di bocca che definirei unica. Un vino che avvolgente e coinvolgente che, alla fine non è impegnato e al contrario risulta immediato tanto che con un pezzo di Parmigiano l’ho trovato sublime. Barbaresco Marcarini 2020. Il colore granata già evidenzia che qualcosa di diverso c’è nel calice. La frutta è polposa e decisamente cotta mantenendo una punta di acidità che induce il naso ad attendersi altro. Prugna, ciliegia, ribes, arancia. Il balsamico arriva ad aprirmi le vie aeree ed apprezzare il tabacco, la noce moscata, il pepe, il pellame, il goutron. Un lieve sentore di sottobosco e ferroso donano struttura. Il sentore di mela cotta mi fa venire alla mente quella che mi preparava la nonna: un infuso zuccherino con una parte acida a donare finezza.
Il sorso è immediatamente meraviglioso. Fresco, secco, caldo, decisamente sapido. La percezione di frutta arriva all’istante per poi essere sovrastata dai tannini: decisi, importanti, prorompenti. Il bilanciamento è insolito e interessante. Non arrivano prima le durezze ma al contrario le dolcezze creando la necessità e l’aspettativa di un nuovo sorso. Ecco che se il sorso viene accompagnato da un intrigante cibo, la sensazione che se ne ricava è eccellente. Chiusura di bocca meravigliosa e persistenza lunga. Potrei berlo anche da solo. Barbaresco Nervo 2020. Anche qui colore granata e assoluta finezza sono il biglietto da visita. La frutta cotta c’è. Il balsamico c’è. Tabacco, note ferrosa e sottobosco, ci sono. Qui c’è del pellame e i fiori che sono in potpurri insieme al melograno e alla viola. La complessità e la varietà olfattiva differenzia il cru. Incantando ancora.
Il sorso si evidenzia per i tannini setosi e rotondi che bilanciano la decisa freschezza aumentando la persistenza. La frutta rossa diventa più viva e polposa, stupendo per come si differenzia rispetto alle sensazioni olfattive. Bilanciamento perfetto con un equilibrio fuori dal comune. Questo è uno di quei vini che si iniziano a bere senza volere un accompagnamento. Perché è buono. Tanto buono che non si vuol mischiare con niente. Il calore c’è ma non si percepisce. E non so se questo è un bene o un male visto che la bottiglia si può tranquillamente finire. Ci si abbina un pezzo di salame e formaggio e il gioco è fatto.
Veramente ma veramente convincente per la sua dinamicità e immediatezza. Davvero unica per un Barbaresco. Davvero unica. Nebbiolo 2021. Qui siamo nel Piemonte godereccio. Quando oltre alla Barbera e al Dolcetto occorreva bere il Nebbiolo perché quello c’era. Ma mica si poteva aspettare tanto. Andava bevuto in fretta e in grandi quantità. Si un pò in botte ci deve andare perché sempre Nebbiolo è.
Il colore è rubino e la trasparenza è quella dei vini di Pertinace. Top.
Al naso c’è subito la percezione di una bella alcolicità che la balsamicità amplifica copiosamente. I fiori e i frutti rossi appaiono senza far aspettare. Sono i fiori a prevalere. Arancia e lamponi iniziano poi a virare verso il mirtillo. Il sottobosco non può mancare ad impreziosire. Così come il tabacco e il cioccolato, il pepe rosa e la rosa canina.
In bocca i tannini i presentanTipo una tagliatella al ragù. Ci vuole poco per arricchire il pranzo della domenica. Barbera d’Alba 2021. Barbera appunto. Non poteva certamente mancare. Il bellissimo colore rubino nel calice è un vero e proprio invito a berlo senza passare per i sentori. Non lasciamoci tentare perché ci perderemmo il cesto di lamponi e fragole. Di quei cesti che poi si espongono direttamente sulla tavola. Frutta fresca e croccante appena cotta dal sole ma bagnata dalla rugiada mattutina. Respirare queste sensazioni è inebriante. Una rosa e una peonia arrivano grazie alla consueta balsamicità. Così come l’arancia sanguinella e la prugna. Vivaci e genuini.
Il sorso me lo aspetto di importante freschezza e in effetti non mi delude. I tannini sono anche morbidi e la sapidità è spiccata, cosa questa che mi fa apprezzare maggiormente la frutta croccante che ho in bocca. La sensazione è quella di bere un succo di arancia con i frutti di bosco. Non c’è grande corpo ma la avvolgenza è comunque sì curata. Mi viene voglia di bere questo vino e berlo ancora, con semplicità, senza infrastrutture e senza la necessità di stare con il naso dentro al calice per cogliere chissà quali sfumature. Non voglio studiarlo. Voglio solo berlo. Datemi un piatto di pasta con del ragù semplice o una fetta di salame. Sto bene cosi. L’equilibrio questo Barbera lo raggiunge alla fine, quando le dolcezze sovrastano le durezze. La chiusura di bocca è fantastica e la persistenza non particolarmente lunga. La bottiglia si finisce! Se i 13 soci bevessero i vini attuali li apprezzerebbero anche perché per dirla tutta quel concetto di diradamento che è ben consolidato in quei tempi non era cosi scontato. La qualità del prodotto è dovuto alla qualità dell’uva. Il clima ci ha anche dato una mano. Negli anni 70 c’era grande alternanza qualitativa. 74 buonissima, 78 buonissima. 82 buonissima. 72 declassata. Uno dei motivi perché è stata fondata la cantina. Non è stato fatto ne Barolo ne Barbaresco.
Un bel segno di serietà anche per quei tempi. Qualità e serietà ben radicata sul territorio. I nostri vini seguono le annate però non c’è più quel divario che c’era in quegli anni li. Sono più annate simili adesso. Si possono andare a ricercare le differenze che ci sono ma non sono più quelle di quei tempi li. La forza e la bravura di una azienda è essere costante nella qualità. Pertinace da 51 anni è un riferimento nel territorio e non solo. Sono riusciti a produrre grandi quantità di vino ad una qualità mostruosa. Se siamo conosciuti per un certo livello qualitativo dobbiamo mantenerlo. In quel senso li c’è una standardizzazione verso l’alto. I nostri clienti delle Langhe capiscono che le annate sono diverse. Non vogliamo nasconderle. Non devono essere nascoste perché è una storia in più per ogni annata da raccontare. Valutiamo la qualità del prodotto che abbiamo in casa e decidiamo la destinazione. La forza della cooperazione è che è proprietaria dal vigneto alla bottiglia. Tutta la filiera. Pochi privati possono fare le selezioni che può fare una cantina. Possiamo tenere i nostri vigneti migliori e fare volumi importanti abbiamo la possibilità di selezionare tantissimo. Qualità e quantità si possono fare senza essere necessariamente in contrasto. Pertinace ne è la dimostrazione. La cooperativa e la cooperazione è sempre stata vista di basso livello. Si, magari con un buon rapporto qualità prezzo, ma niente di più. In realtà, il costare meno è, banalmente, una conseguenza che parte dalla possibilità di gestire masse più grandi e prezzi più bassi. Così le cooperative che lavorano bene riescono ad ottenere qualità ben superiore a ciò che si pensa. Siamo sette dipendenti. Io sono uno dei soci e il direttore. C’è un consiglio di amministrazione con presidente e vice presidente. Venti soci. Ci troviamo abbastanza spesso. Siamo una grande azienda o meglio una azienda per lo più familiare. Siamo tutti di Treiso e ci conosciamo da sempre. I confronti sono continui e non abbiamo mai avuto scontri tra fazioni. Non c’è mai stato in cinquantuno anni della cantina. Tutto diventa più facile da gestire. Qualche screzio ci sarà pure stato come è normale che sia. Ma è come litigare tra moglie e marito. L’amore non è bello se non è litigarello. Perché solo così si possono risolvere le cose. Parlando e parlando chiaro. Senza che nessuno si offenda perché non è mai una offesa verso la persona. Si parla, si discute anche animatamente. Ma poi l’azienda è di tutti e la si deve portare avanti. Senza personalismi. Senza la velleità di essere la prima donna. Il bene è per il bene di tutti non del singolo. La particolarità di Pertinace come azienda è la stessa di Publio Elvio Pertinace: si arriva da umili origini e solo la rettitudine può portare risultati. Non ci sono castelli. Non ci sono storie millenarie o nobili. Non ci sono tunnel con barrique lasciate dai bisnonni. Niente di tutto questo. Siamo dinamici e non vogliamo presentarci in maniera storica. Non abbiamo il castello o i tunnel. Abbiamo i vigneti e noi stessi. Questa cosa dei castelli mio papà lì aveva già messa nella prima etichetta. Una frase del tipo “non siamo proprietari di castelli o antiche tenute. Questo vino è frutto esclusivamente del nostro lavoro”. Una frase che riassumeva il pensiero di quei tredici che si sono trovati. Non siamo per i fronzoli. Siamo cosi. La nostra cantina non è vendibile. Quello che vendiamo non è che il vino. I toc. Quando ero in Fiat Auto a Torino i “toc” era chiodo di fisso di tutti. I pezzi. Bisognava fare i toc. Ogni minuto usciva dalla linea di montaggio una vettura. Un pezzo. Un toc. Ogni volta che la linea di produzione si fermava per qualche motivo, era un toc in meno. Un problema. Il piemontese somatizza il problema fino a che è in fabbrica. Poi a casa, un bicchiere di vino e ci si penserà, ai toc, l’indomani. Ma i toc devono uscire. Si pensa ad essere pragmatici sulla linea di montaggio e si pensa ad essere pragmatici a casa: perché tanto una volta andati a casa non è che si possa fare niente per la linea di montaggio.
Cose, se uno il castello non lo ha, si basa, pragmaticamente, sui propri prodotti ovvero sui propri vini. Noi dobbiamo ancora ringraziarli questi fondatori. Sono loro che hanno consentito di dare lavoro a venti famiglie. Per questo siamo molto attivi sul territorio e quando l’amministrazione comunale ha bisogno noi, noi ci siamo. Abbiamo in mente di fare un ampliamento della cantina e poi, quando realizzato, magari qualche nuovo socio. Non è semplice trovare soci in queste aree. Quando tutto va bene nessuno viene. Quando le cose vanno male, qualcuno viene a fare domande. Siamo nelle Langhe e anche chi ha un piccolo pezzo di terra ha il pensiero di mettersi in proprio. Una cantina. Una etichetta. Una attività. Normale in questo angolo di paradiso dove le terre ormai costano un patrimonio. Così come però è assolutamente normale che molti vignaioli continuino ancora a produrre e conferire l’uva. Molto meno stressante. Molto più immediato. In questo contesto cooperative come Pertinace, proprio per il rispetto che ha per i propri soci, paga più del prezzo di mercato attraverso un meccanismo in grado di pagare in funzione della qualità dell’uva conferita. Solo in questo modo si paga seriamente il lavoro svolto in vigna e si ottengono prodotti di eccellenza. Abbiamo bisogno dell’ampliamento per crescere perché siamo a tappo per la trasformazione. Abbiamo lasciato che i nostri soci crescessero e abbiamo cercato di crescere in proporzione. Però sono finite le stanze e allora abbiamo bisogno. La struttura della Pertinace è ai piedi della collina e si è ampliata fino al torrente. Aldilà del torrente stesso è stato acquisito un altro immobile per ampliarsi. Dove potevamo ampliarci lo abbiamo fatto. Abbiamo acquisito un immobile perché chi abitava li ha deciso di trasferirsi altrimenti non avremmo avuto modo. Oggi, cinquantuno anni dopo, i 13 di Terso, fondatori della Cantina Vignaioli Elvio Pertinace o più semplicemente Pertinace, troverebbero tanto di quello che hanno creato. Non già nelle strutture quanto nelle persone. Unite più che mai. Cresciute di numero. Cresciute nella voglia di fare, insieme, impresa per riscattarsi. Sempre che questo riscatto non sia già avvenuto. Cresciute nella rettitudine e nel merito. L’unica differenza con l’Imperatore Pertinace è l’avere avuto il tempo per costruire qualcosa che potrebbe tranquillamente essere riassunta con “Al buon senso degno di lode”. Mi piace terminare questo articolo con la frase posta a chiusura dell’atto costitutivo del 1973: “L’amore per la nostra terra, ci spinge ad affrontare insieme, con amicizia, fiducia e collaborazione, le difficoltà e i successi per il bene di ciascuno e di tutti” Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Ps nel mio dialogo con Cesare Barbero ho chiesto del perché non fossero citati da nessuna parte tutti i fondatori e tutti quelli che oggi portano avanti l’eredità di quest’ultimi. “Non ci avevo mai pensato” mi ha risposto. Però mi ha inviato questa lista che sento il dovere di pubblicare. I soci fondatori:
Barbero Mario, Vola Luigi, Rosso Luigi, Rapalino Michele, Stella Pasquale, Bongioanni Carlo, Perno Giancarlo, Flori Aldo, Fedele Carlo, Nada Fiorenzo, Dotta Eugenio. Sono 11 perché pochi mesi dopo si sono aggiunti Vola Rita e Ferrero Annibale. Le aziende attuali:
AZ. AGR. CORINO (CORINO DOMENICO)
AZ. AGR. BRICCO MARCARINI (VOLA ALDO E GABRIELE)
BARBERO CESARE
BIOAGRI
BONGIOANNI ANNA
BONGIOANNI ROBERTO
DACOMO GIULIANO
DELLAFERRERA PAOLO
DOTTA PAOLO
DRAGO ALBERTO
FERRERO PAOLO
FLORA MARINA
FLORI ERNESTINO
FLORI ROBERTO
PERNO GIOVANNA
PORTA SERGIO
RAPALINO FLAVIO
TERZOLO MAURIZIO
VOLA FRATELLI
VOLA ROBERTO
ZUNINO SILVANA
11 Luglio, 2024
I GRANDI BIANCHI D'ABRUZZO (la masterclass)
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso Sabato 8 Giugno è andato in onda ITALIA WINE EXPERIENCE “ABRUZZO EDITION”, giornata organizzata da Saula Giusto e Veronica Laurenza e patrocinato dal CONSORZIO VINI D’ABRUZZO con l’intento di promuovere con eleganza la Qualità della produzione vitivinicola e gastronomica della Regione.
Sede dell’Evento è stata l’Azienda PODERE SANTA LUCIA di Tossicia (TE), scelta appositamente per dimostrare quale sia la capacità ricettiva di un Territorio troppo spesso dimenticato.
L’Evento è stato anticipato il Venerdì sera da un incontro tra Produttori, professionisti della comunicazione e stampa nell’elegante location di CORTE DEI TINI a Villa Vomano (TE).
Evento riuscito e totalmente “plastic-free” grazie agli allestimenti in cartone riciclato dell’Azienda IRONDA che ha viso numerosi winelovers affollare i banchi d’assaggio.
LE MASTERCLASS
3 le masterclass organizzate a latere dell’Evento, la prima dedicata alla DOCG MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE, la seconda ai GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO e la terza agli abbinamenti cibo-vino a “km zero”.
Giuseppe Ialonardi, delegato FISAR di Teramo, ha condotto le prime due (quelle cui ho partecipato) illustrando storia e storie della prima DOCG abruzzese e presentando un’ampia selezione di vini bianchi della regione con un bel focus sul Montonico e senza dimenticare la novità dei PIWI.
I GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO
8 (+1) i vini in degustazione con un occhio di riguardo per quel Montonico che grazie all’impegno di alcuni illuminati Produttori ha saputo ritagliarsi un proprio spazio all’interno del variegato panorama dei bianchi abruzzesi e senza dimenticare tanti vitigni minori che per molto tempo hanno recitato semplicemente il ruolo di ballerini di fila nello spettacolo del Trebbiano d’Abruzzo.
8 vini (+1) cui mi sono permesso di assegnare un punteggio che Vi invito a discutere.
Se doveste pensare che sono stato troppo “cattivo” beh, sappiate che me lo hanno già detto.
Io preferisco dire di essere stato “severo ma giusto”, perché l’Abruzzo del vino non è solo il Montepulciano (e il Cerasuolo) ma anche un mondo di vini bianchi che aspettano solo di essere valorizzati per quello che sono e di occupare il posto che meritano sul podio della Qualità.
1. ABRUZZO DOC SPUMANTE METODO CLASSICO MONTONICO PAS DOSÉ “PILATUM”, CICCONE: 52 mesi sui lieviti (per la precisione: vendemmia 2018, imbottigliamento 2019, sboccatura 2023 per questo Metodo Classico.
L’olfatto propone toni green di prato sfalciato e mela Granny Smith ben prima di quelli quasi nascosti di pesca e frutto croccante cui conduce la sottile scia di lieviti fornai che screzia lo sfondo minerale.
Il sorso è dritto e freschezza e sapidità sono i due tagli della lama di una spada affilata che spartisce, con un colpo forse troppo netto, le dolcezze del frutto dalle amaritudini di un osso di pesca che una sottile tannicità tende ad evidenziare.
(85 Punti ma…da riassaggiare, nel bene e nel male).
2. ABRUZZO DOC MONTONICO SUPERIORE “SANTAPUPA” 2023, VINI LA QUERCIA: m’aspettavo un olfatto vegetale e agrumato e invece ho trovato i tropici (ananas) e la pesca bianca con la mela Fuji a proporre una iniezione di dolcezza croccante.
Sorso decisamente sapido che vira bruscamente su dolcezze femminili e troppo affettate lasciandoci un po’ così…
(83 Punti).
3. ABRUZZO DOC MONTONICO SUPERIORE “EMOZIONE N° 3” 2020, VALENTE: si propone subito pimpante, con piccantezze cementizie che veicolano con piacevole dinamismo pendii sfalciati di fresco, erbe e fiori di campo, una pesca bianca fresca e lungi dall’essere matura e una nota di brace spenta che sa tanto di riposo dopo una giornata di lavoro nei campi.
Il sorso, decisamente fresco e scorrevolissimo, vive del ritmato contrasto tra saporita sostanza e inattese dolcezze chiudendo lungo e quasi piccante
Un’interpretazione che dimostra capacità e conoscenza al servizio della Qualità e della piacevolezza edonistica.
(86/87 Punti).
Da bere ascoltando (e non potrebbe essere altrimenti) “EMOZIONI” di LUCIO BATTISTI.
4. TERRE DI CHIETI IGP COCOCCIOLA BIO “IAVA” 2023, FAMIGLIA DI CARLO (VIGNAMADRE): vispo, si apre al naso su note di melone ma vira presto su più ammiccanti toni esotici di papaia lasciando che, sullo sfondo, le vegetalità si sbraccino per farsi notare.
Molto fresco e decisamente sapido, propone un sorso ben più largo di quanto il naso lasciasse intendere calcando la mano sulle dolcezze di frutta gialla matura e chiudendo un po’ spigoloso.
(84 Punti).
Un’Azienda “unica” quella della Famiglia Di Carlo.
Giannicola crede da sempre nel Biologico e nell’Energia.
Tra i redattori del Regolamento Bio e tra i primi a puntare sulla “confusione sessuale” per proteggere il vigneto dagli insetti “molesti”, ha costruito la prima cantina europea seguendo i dettami della bioarchitettura e crede nella “comunicazione tra le piante attraverso gli apparati radicali.
Ha praticato per molti anni meditazione trascendentale e creato il primo Vigneto Dinamico Energetico assegnando a ciascun filare uno dei 7 colori dei chakra…
Non Vi dico altro.
Pensateci Voi ad approfondire queste storie e a cercare nel bicchiere l’unicità del suo pensiero.
Ne riparleremo.
5. TERRE DI CHIETI IGT PASSERINA 2023, FATTORIA ITALIANA MARTELLI: l’olfatto propone le dolci grassezze di una mela renetta, granulosa e matura, e poi il calore dell’erba secca e della pietra arroventata dal sole.
Sorso fresco, semplice e scorrevole, che ripropone il giallo frutto e vi aggiunge quello della ginestra chiudendo leggermente amaricante.
(82/83 Punti).
6. TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “BARDASCE” 2022, TENUTA DE MELIS: bianco, nel suo abito olfattivo fatto di mela golden, pesca bianca, pera e leziose margherite.
Impatto gustativo segnato da una profonda mineralità gessosa che presto evolve in ricordi di frutta lasciando spazio a soffi di erbe aromatiche e lontani sguardi marini.
(83/84 Punti).
7. TERRE DI CHIETI IGP PECORINO “NUNTIUS” 2021, MASTRANGELO TENIMENTI DEL GRIFONE: ci vuole pazienza e capacità di “fare la tara” per scostare una sottile ma sgarbata nota ossidativa e concentrarsi sull’analisi olfattiva di un vino più complesso di quanto ricordassi.
Ecco dunque sottigliezze selvatiche alternarsi a dolcezze di frutta bianca, amaritudini di gheriglio di noce a un ché di tropicale e quella chiusura salmastra…quasi di mollusco.
Sorso ampio, fresco e scorrevole, decisamente sapido e appena speziato.
Si becca il mio premio “PECCATO” e la promessa di un riassaggio appena possibile.
(84 Punti).
8. TREBBIANO D’ABRUZZO DOC BIODINAMICO “PEPE BIANCO” 2013, STEFANIA PEPE: un Trebbiano che Chardonneggia con troppa disinvoltura e si muove con non troppa circospezione sul filo del difetto.
Propone grassezze di cera d’api e frutta gialla matura, la scorza d’arancia messa sulla piastra dell’economica e un quid di freschezze di erbe aromatiche.
Sorso deciso, fruttato e quasi succoso, giocato tra ricordi di pesca gialla e mandarino cinese, che rimarca con davvero troppa foga le note ossidative percepite all’olfatto.
Certo può piacere ma…
(80/81 Punti).
9. VINO BIANCO PIWI “PETRINO” 2023, PAOLUCCI: quello dei PIWI è per me ancora sentiero in massima parte sconosciuto e certo, questo Soreli, non mi aiuta a dirimere le nebbie.
Il naso mixa dolcezze di frutta estiva matura con una intensa nota di sambuco.
C’è poi un’idea di stoppia e un ché di come lavanda che mi spiazza.
Il sorso denota una muscolatura che va oltre quello che i 12.5° alcolici farebbero supporre, fresco, punta decisamente su dolcezze mielose ma non dimentica graffi amaricanti di erbe aromatiche e mandorla.
Vorrebbe essere territoriale ma, forse per quell’identità che ancora non ha, risulta modaiolo e piacione.
Da riassaggiare insieme ad altre etichette per capire meglio lui e il mondo dei PIWI.
(82 Punti).
IN CONCLUSIONE
In conclusione beh, “I GRANDI BIANCHI D’ABRUZZO” non era forse il titolo più adatto a descrivere questa masterclass.
Va comunque dato merito a chi l’ha organizzata di essere riuscito quantomeno a presentare una visione assolutamente panoramica della produzione bianchista di una Regione che dovrebbe credere di più nelle proprie produzioni tradizionali senza inseguire mode o scimmiottare altri areali.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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