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7 Luglio, 2026
Ata, l’Etna Rosato DOC 100% Nerello Mascalese di Iuppa
Ci sono vigneti che guardano il mare. E poi ci sono vigneti che, mentre osservano lo Ionio, custodiscono nel sottosuolo la memoria del fuoco.
È qui, sul versante orientale dell’Etna, che nasce Ata di Cantine Iuppa, distribuito in Italia dal catalogo Espressione di Ca’ di Rajo Group. Un rosato che racchiude due anime opposte e complementari. Da una parte la brezza salmastra che arriva dal mare, dall’altra la forza primordiale delle antiche colate laviche che hanno modellato questi terreni nei secoli.
A Milo, in Contrada Salice, i vigneti di Nerello Mascalese si trovano a 500 metri sul livello del mare, sospesi tra cielo, vulcano e orizzonte marino. Qui la luce è intensa, il vento attraversa i filari e la terra lavica di medio impasto restituisce al vino una tensione minerale raffinata e vibrante.
Ata è un omaggio alla più antica tradizione vitivinicola etnea: il rosato. Nel calice si accende di una luminosa tonalità rosa buccia di cipolla, elegante e delicata. Il profumo richiama fragoline di bosco, ciliegie e lamponi, intrecciati a petali di rosa e a sottili richiami minerali che evocano la pietra lavica.
Al palato racconta con precisione il suo paesaggio: fresco, equilibrato, lungo, attraversato da una sapidità fine che parla del mare e del vulcano insieme. È un vino che nasce dalla verticalità dell’Etna ma guarda lontano, verso lo Ionio. Perfetto come aperitivo, accompagna con naturalezza sushi e sashimi, crudi di pesce, formaggi freschi e pizza gourmet, esaltando ogni abbinamento con la sua energia elegante e territoriale.
About Cantine Iuppa
Cantine Iuppa – i cui vini sono distribuiti in Italia da Ca’ di Rajo Group – sorge in contrada Salice a Milo, l’unico comune sull’Etna a poter vantare il Bianco Doc “Superiore”. I 10 ettari di vigneti terrazzati si estendono tra i 530 e i 750 metri d’altitudine, delimitati dai tradizionali muretti a secco di pietra lavica. I suoli vulcanici e il microclima, influenzato dalla vicinanza al mare, creano le condizioni ideali per la viticoltura. I significativi sbalzi termici favoriscono una maturazione ottimale delle uve, contribuendo all’eleganza e alla complessità dei vini firmati Iuppa. L’azienda – che si avvale della consulenza enologica di Federico Curtaz – coltiva prevalentemente le uve autoctone del territorio quali il Carricante, il Catarratto, il Nerello Mascalese ed il Nerello Cappuccio con il tradizionale metodo dell’alberello etneo e del cordone speronato.
Questa realtà vanta anche un vigneto secolare a piede franco nel quale si coltivano varie tipologie di uve, anche di varietà considerate “reliquia”. Da sempre Cantine Iuppa lavora in regime biologico, applicando una severa selezione delle uve sia in pianta che in cantina. La ricerca dell’eccellenza per Iuppa “non conosce compromessi né scorciatoie”. La produzione attuale è di circa 45000 bottiglie.
La Redazione
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7 Luglio, 2026
C'era una volta. La tradizione romana guarda il mare
In una calda serata di giugno raggiungo San Lorenzo. Da tempo seguivo sui social il lavoro di C’era una Volta e la cucina di Simone De Vito aveva acceso la mia curiosità. Dopo alcuni scambi di messaggi arriva l’invito a conoscere il ristorante e a scoprire un menù costruito per far dialogare due mondi solo apparentemente lontani: la tradizione romana e il mare.
Ad accogliermi ci sono Massimo e Alessandra, che raccontano il locale con la stessa spontaneità con cui ricevono ogni ospite. Poco dopo arriva anche Simone De Vito, lo chef che firma la proposta gastronomica del ristorante. Sfogliando il menù penso subito a quanto sia difficile portare il mare dentro la cucina romana senza snaturarne l’identità. Bastano i primi assaggi per capire che qui non si tratta di sostituire una tradizione con un’altra, ma di trovare un equilibrio capace di farle convivere.
Roma e il mare non sempre si incontrano con naturalezza. Da C’era una Volta, invece, sembrano conoscersi da sempre
Lo chef Simone De Vito
Definire la cucina di Simone De Vito significa entrare in un equilibrio continuo tra innovazione e tradizione. Per lui non esiste una contrapposizione tra questi due mondi: la memoria gastronomica rappresenta il punto di partenza, mentre la ricerca diventa lo strumento per mantenerla viva. I sapori dell’infanzia, quelli che costruiscono il nostro bagaglio sensoriale e restano impressi nella memoria, non devono essere replicati in modo fedele, ma reinterpretati attraverso una lettura contemporanea. È da questo principio che nasce una cucina capace di evolversi senza perdere il legame con le proprie radici.
La materia prima occupa un ruolo centrale. Lo chef preferisce lavorare con pochi ingredienti, selezionati con estrema attenzione, convinto che la qualità del piatto dipenda prima di tutto dalla qualità del prodotto. Per questo la ricerca dei fornitori e la costruzione di un rapporto di fiducia con chi produce rappresentano una parte fondamentale del suo lavoro quotidiano. Prima ancora della ricetta, viene l’ingrediente.
Questa visione emerge con forza anche nei piatti che reinterpretano la tradizione romana attraverso il mare, come il Romaritozzo o le Bussiate cacio e pepe e cozze. De Vito racconta di aver cercato un punto d’incontro tra la propria romanità e la cucina di pesce del ristorante, trasformando ricordi e sapori familiari in una nuova esperienza gastronomica. Per lui giocare con la memoria significa incuriosire il cliente senza disorientarlo, costruendo piatti che sorprendono ma restano immediatamente comprensibili. Anche il nome di una portata diventa parte del racconto, anticipando lo spirito della cucina e creando un dialogo con chi si siede a tavola.
La leggibilità del piatto è infatti uno degli aspetti a cui attribuisce maggiore importanza. Secondo lo chef, il percorso gastronomico comincia già dalla lettura del menu. Il cliente immagina profumi, consistenze e sapori ancora prima dell’assaggio; per questo motivo il piatto deve mantenere la promessa fatta dalle parole. La sorpresa non nasce dal tradire le aspettative, ma dal superarle rimanendo coerente con ciò che è stato raccontato.
La tecnica occupa un ruolo altrettanto centrale, ma non come esercizio di stile. È la base su cui costruire ogni idea, perché significa conoscere davvero la materia prima e saperla valorizzare. Dalle lavorazioni più classiche fino alle tecniche contemporanee come fermentazioni, affumicature, cotture a bassa temperatura, emulsioni e sferificazioni, ogni strumento diventa utile soltanto quando contribuisce a migliorare il risultato finale. L’innovazione, nella sua cucina, nasce dalla padronanza della tecnica e non dal desiderio di stupire.
Se dovesse riassumere la propria cucina in poche parole, Simone De Vito sceglierebbe genuinità, evoluzione, divertimento e radicamento. Quattro concetti che descrivono una cucina essenziale nella scelta degli ingredienti, curiosa nella sperimentazione e profondamente legata alla tradizione. Una cucina che continua a cambiare senza dimenticare da dove è partita.
Il Menù
Per il menù di C’era una Volta, Simone De Vito costruisce una proposta che vive su un doppio binario: da una parte il mare, protagonista di gran parte della carta, dall’altra la tradizione romana, che riaffiora in diverse preparazioni attraverso ingredienti iconici e richiami gastronomici ben riconoscibili. Una cucina che cerca l’equilibrio tra memoria e contemporaneità, alternando piatti di immediata leggibilità a proposte più creative.
Gli antipasti introducono fin da subito questa filosofia. Il Gambero Amatriciano unisce il crostaceo a uno dei simboli della cucina laziale grazie alla presenza della salsa amatriciana, della spuma di pecorino e della terra di guanciale. Il Romaritozzo Coast to Coast reinterpreta il tradizionale maritozzo salato attraverso un pan brioche farcito con mazzancolla, valeriana e salsa cocktail, mentre la Parmigiana di Mare trasporta in chiave marinara uno dei piatti più amati della tradizione italiana. Accanto a queste proposte trovano spazio l’Insalata di mare con verdure croccanti, le Tagliatelle di seppia con sedano croccante e granita di melone, le Polpette alla Luciana di pesce bianco con salsa di pomodoro, l’Estate Romana con fiori di zucca ripieni di ricotta, zucchine e limone e il Vitel Tonné in cottura CBT, servito con salsa tonnata e frutto del cappero.
Nei primi piatti emerge con maggiore evidenza il dialogo tra mare e romanità. Gli Spaghetti alle vongole veraci, con la possibilità di aggiungere bottarga, rappresentano un grande classico della cucina marinara, mentre lo Scialatiello ai frutti di mare e i Ravioli di burrata alla crema di scampi raccontano una cucina che cerca rotondità e intensità gustativa. Non mancano incursioni nella tradizione regionale con le Busiate cacio, pepe e cozze, i Tagliolini alla Nerano, i Mezzi paccheri alla carbonara e i Tonnarelli all’amatriciana, piatti che testimoniano il forte legame dello chef con i sapori del territorio.
I secondi continuano a valorizzare il mare attraverso la Frittura di calamari e gamberi, il Polpo rosticciato con hummus di patate dolci e cime di rapa e il Tataki di tonno panato al sesamo con caponatina in agrodolce. A questi si affianca il Baccalà alla romana in coccio, preparato con pomodoro, capperi, olive e patate, una ricetta che guarda apertamente alla tradizione capitolina. Completano la proposta la Tagliata di manzo e il Galletto al mattone, pensati per chi desidera orientarsi verso la carne.
La sezione dessert alterna richiami alla pasticceria classica e suggestioni più contemporanee. Accanto al Tiramisù e al Pistacchione trovano posto il Sorbetto sedano e lime, la Millefoglie scomposta con caramello salato, pistacchio Dubai e frutti di bosco, la Foresta Nera proposta in versione gluten free e una Cake al mango e passion fruit, anch’essa senza glutine.
Più che una semplice successione di piatti, il menù di C’era una Volta racconta la volontà di Simone De Vito di costruire un ponte tra il mare e la cucina romana, alternando comfort food, tradizione e spunti contemporanei. Una proposta pensata per parlare a un pubblico ampio, senza rinunciare a una propria identità gastronomica ben definita
La degustazione
Il percorso degustazione di C’era una volta, firmato dallo chef Simone de Vito, nasce da un’idea semplice: prendere alcuni sapori che fanno parte della tradizione romana e portarli verso il mare.
Si comincia con il frizzante biologico “Mai Sentito?” de La Staffa che Massimo mi presenta e mi fa conoscere per la prima volta. Un vino dall’etichetta divertente e dal nome inusuale, ma nel calice sa farsi ricordare grazie a una bollicina fine e a una beva piacevole.
Dal colore giallo paglierino velato con un profumo intenso, dinamico e fruttato con sentori di frutta gialla, lieviti, sentori di panificazione e finocchietto selvatico. Al gusto secco, asciutto, molto fresco con sentori agrumati scorrevole e dissetante.
Poi arriva la Parmigiana di Mare. Un sugo di polpo, calamaro, riduzione al Parmigiano, melanzane al forno e croccanti, pomodoro e basilico. Gli ingredienti sono quelli che leggi sul menù, ma a tavola la prima cosa che viene in mente è proprio la parmigiana di una volta. L’abbinamento con il frizzante biologico ‘Mai Sentito?’ funziona per contrasto: la freschezza e la bollicina alleggeriscono la componente sapida del Parmigiano e ripuliscono il palato dopo ogni boccone.
L’Estate Romana mette insieme fiori di zucca con ripieno di ricotta di pecora, zucchine romanesche e limone con pomodorini confit e cialda di parmigiano. Sapori che a Roma conosciamo bene e che qui diventano ancora più immediati e golosi. Il vino continua ad accompagnare il piatto con naturalezza, sostenendo la delicatezza della ricotta e la nota agrumata del limone senza coprirne l’equilibrio.
Poi Massimo apre una bottiglia di Pinot Grigio Specogna dal colore rosa tenue con riflessi ramati tonalità che massimo mi spiega nasce dal periodo di contatto con le bucce dell’uva durante la fase di vinificazione. Al naso presenta note floreali e di frutta come la mela, la pera e la frutta di bosco. Al palato si esprime con note dolci e cremose nelle quali riemergono intense sensazioni fruttate e persistenti.
Poi passa Alessandra mi porta le Busiate cacio, pepe e cozze, probabilmente il piatto che racconta meglio l’idea della cucina di Simone De Vito. La cacio e pepe c’è, ma il mare si fa sentire dal primo boccone. Una cacio e pepe che resta romana nell’anima, ma guarda chiaramente verso il mare. Quello che colpisce è la polvere di cozze che sostituisce il pepe mentre le cozze sono essiccate a bassa temperatura rendendo più saporito il morso. Il Pinot Grigio Specogna accompagna il piatto con eleganza: la morbidezza del vino dialoga con la cremosità della cacio e pepe, mentre la sua freschezza sostiene la sapidità delle cozze.
Arriva poi il Tataki di tonno al sesamo con caponatina in agrodolce, un piatto che convince tanto alla vista quanto all’assaggio. La leggera scottatura lascia il tonno morbido e succoso, mentre la caponatina aggiunge un’alternanza equilibrata tra dolcezza, acidità e una delicata componente vegetale. Con questo piatto il Pinot Grigio Specogna esprime tutta la propria eleganza: la morbidezza accompagna la consistenza del tonno, mentre freschezza e vena fruttata sostengono l’agrodolce della caponatina senza mai sovrastarlo.
Il Sorbetto al sedano e lime chiude il percorso con una freschezza netta e pulita. Il sedano porta una piacevole nota vegetale, il lime regala tensione agrumata e insieme preparano il palato all’ultimo sorso, lasciando una sensazione di leggerezza perfettamente in linea con una cena estiva.
Da C’era una Volta la cucina romana non viene imitata né stravolta. Simone De Vito la utilizza come punto di partenza per costruire un dialogo continuo con il mare, mantenendo riconoscibili i sapori che appartengono alla memoria e accompagnandoli verso una lettura personale. È una cucina che non cerca l’effetto sorpresa a tutti i costi, ma la soddisfazione di ritrovare qualcosa di familiare attraverso una prospettiva diversa. A completare l’esperienza contribuiscono anche l’ambiente raccolto del locale e l’accoglienza di Alessandra e Massimo, capaci di far sentire ogni ospite coccolato e seguito con discrezione e calore.
È anche questo equilibrio tra cucina, ospitalità e identità a rendere il percorso coerente dal primo all’ultimo piatto.
Roberto Silvio De Pascale
Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina
Il buon vivere
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6 Luglio, 2026
Fish & Wine Festival: L’estate di Eataly Roma tra sapori di mare e grandi vini italiani
Dal 9 al 12 luglio quattro serate all’aperto dedicate alle eccellenze enogastronomiche di mare tra street food, musica e dj set
Da giovedì 9 a domenica 12 luglio 2026 il piazzale outdoor di Eataly Roma Ostiense si trasforma in una grande festa del gusto con il Fish & Wine Festival, l’evento estivo dedicato all’incontro tra i sapori del mare e una selezione di vini provenienti da alcune delle più interessanti realtà vitivinicole italiane.
Per quattro serate, dalle 19.00 a mezzanotte, il pubblico potrà vivere un percorso enogastronomico all’aperto pensato per celebrare l’estate romana attraverso freschi vini, piatti espressi e momenti di intrattenimento. Un appuntamento che unisce la qualità delle materie prime, il racconto dei territori e il piacere della convivialità, trasformando gli spazi esterni di Eataly Roma in una vera e propria piazza del gusto.
Accanto all’ampia proposta enologica, il festival mette innanzitutto al centro un ricco percorso dedicato allo street food di mare, con specialità preparate al momento e pensate per essere gustate passeggiando tra gli stand. I visitatori potranno scegliere tra le creazioni di alcuni dei protagonisti della scena gastronomica romana e non solo, in un itinerario di sapori che celebra il mare attraverso interpretazioni creative e contemporanee.
Gli amanti della cucina giapponese potranno assaporare le proposte di Ramè Sushi, con nigiri di ricciola fiammata al tartufo, ventresca di tonno rosso pinna blu e uramaki preparati espressi. Gin Giro porterà una cucina di mare creativa con maritozzi farciti con baccalà mantecato, focaccia con porchetta di tonno, tartare agli agrumi e panzanella di pesce. Grande protagonista sarà anche George Lobster, con gli iconici lobster roll, shrimp toast e golden fries, mentre Lo Stravizio proporrà panzerotti ripieni di baccalà, panini gourmet con polpo alla piastra, gamberi in tempura e sfiziosi spiedini di mare fritti.
Ad accompagnare il percorso gastronomico saranno oltre 30 etichette di vino, selezionate tra cantine provenienti da Lazio, Toscana, Marche, Piemonte, Sicilia, Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Puglia e Trentino-Alto Adige. Un viaggio attraverso il patrimonio vitivinicolo italiano che offrirà al pubblico la possibilità di degustare spumanti, bianchi, rosati e rossi, scoprendo la ricchezza e la varietà delle produzioni nazionali. Tra le aziende presenti figurano Cantine Silvestri, San Giovanni, Celestina Fè, Paolo e Noemia D’Amico, La Torre, Mandrarossa, Tre Botti e una selezione Eataly con importanti etichette italiane, per un’offerta capace di soddisfare appassionati e curiosi.
Non mancherà anche una selezione di cocktail ready to drink firmati JAS – Juicy & Sparkling, con proposte classiche come Gin Tonic, Hugo, Americano, Gin Paloma e Vodka Lime, oltre a una versione analcolica dell’Americano. Completerà l’offerta il Bar Eataly con birre artigianali, bibite, caffè, acqua e distillati.
A fare da cornice all’evento sarà la musica, protagonista di tutte le serate con dj set dal vivo dalle 20.30 alle 23. Si parte il giovedì con Roberto Zanon, che proporrà un mix di deep house e revival contemporaneo; venerdì sarà la volta di DJ Macky, capace di creare un’atmosfera coinvolgente e ricca di energia; sabato salirà in console BR1J, con un viaggio musicale tra rare groove, disco ed elettronica; domenica chiuderà il festival Ayro, con un set dinamico e coinvolgente pensato per accompagnare il pubblico fino all’ultimo brindisi. Durante tutta la manifestazione sarà inoltre disponibile un’area biliardini, dedicata a chi desidera alternare un percorso enogastronomico e momenti di gioco.
Per rendere l’esperienza ancora più speciale, ogni sera i primi 200 ospiti riceveranno in omaggio un calice di vino, un brindisi di benvenuto per inaugurare il percorso di degustazione.
L’ingresso al Fish & Wine Festival è gratuito. Per degustare cibo e bevande sarà possibile acquistare i gettoni presso le casse dedicate, con la formula di 1 gettone = 2 euro. Per chi desidera vivere un’esperienza completa sono disponibili due formule promozionali: #vini&piattini, che comprende 16 gettoni al costo di 30 euro anziché 32, e #fullexperience, con 35 gettoni a 65 euro invece di 70.
Quattro serate per brindare all’estate, scoprire nuove etichette, assaporare il meglio dello street food di mare e vivere un’esperienza all’aperto tra musica, gusto e convivialità nel cuore di Roma.
GIORNI E ORARI
Giovedì 9 luglio | 19.00 – 00.00
Venerdì 10 luglio | 19.00 – 00.00
Sabato 11 luglio | 19.00 – 00.00
Domenica 12 luglio | 19.00 – 00.00 Le casse chiudono 30 minuti prima della fine dell’evento. Per maggiori informazioni: www.eataly.it La Redazione
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Venerdì 10 luglio | 19.00 – 00.00
Sabato 11 luglio | 19.00 – 00.00
Domenica 12 luglio | 19.00 – 00.00 Le casse chiudono 30 minuti prima della fine dell’evento. Per maggiori informazioni: www.eataly.it La Redazione
6 Luglio, 2026
Concorso Enologico Macchia d’Isernia – Premio Ercole
Il Comune di Macchia d’Isernia, insieme alla Pro Loco Maccla, alla Camera di Commercio del Molise e all’Ente Parco Regionale dell’Olivo di Venafro, annuncia l’edizione 2026 del Concorso Enologico “Macchia d’Isernia – Premio Ercole”, manifestazione ufficialmente autorizzata dal Ministero dell’Agricoltura ai sensi del DM 9 novembre 2017.
L’iniziativa nasce con l’obiettivo di valorizzare l’eccellenza vitivinicola molisana, promuovere le tipicità territoriali e sostenere la crescita qualitativa delle produzioni regionali. Il concorso rappresenta oggi un momento significativo per la promozione del vino molisano, un’occasione di confronto tecnico e culturale che coinvolge aziende, esperti, assaggiatori e operatori del settore.
Il Premio Ercole si distingue per l’attenzione alla trasparenza, alla qualità delle valutazioni e al rigore delle procedure, garantite dall’applicazione integrale delle norme previste dal DM 9/11/2017. L’intero processo — dalla ricezione dei campioni alla loro anonimizzazione, fino alla valutazione da parte delle commissioni — è strutturato per assicurare imparzialità, correttezza e massima tutela delle aziende partecipanti.
Il concorso è riservato ai vini DOC della Regione Molise, con particolare attenzione alle denominazioni Tintilia del Molise, Pentro, Biferno e Molise/Del Molise. Le aziende possono presentare più tipologie di vino, contribuendo così a rappresentare la ricchezza e la diversità del patrimonio enologico regionale.
La proclamazione dei vincitori avverrà nel mese di settembre 2026 e sarà seguita da un programma di attività promozionali dedicate ai vini premiati, con l’obiettivo di valorizzarli presso la stampa specializzata, gli operatori del settore e il pubblico nazionale e internazionale.
ESTRATTO DEL REGOLAMENTO UFFICIALE
(ai sensi del DM 9 novembre 2017)
Finalità (Art. 1)
Il concorso è istituito per:
«evidenziare la migliore produzione molisana dei vini ammessi a concorso»;
«valorizzare le tipicità regionali e farle conoscere ai consumatori ed agli operatori»;
«premiare lo sforzo delle Aziende produttrici e stimolare il continuo miglioramento qualitativo»;
«contribuire alla divulgazione del brand Molise in Italia e nel mondo».
Organizzazione (Art. 2)
Il Concorso si svolge sotto la responsabilità del Comune di Macchia d’Isernia quale Organismo Ufficialmente Autorizzato ai sensi del DM 9/11/2017.
Ammissibilità (Art. 3)
Sono ammessi i vini prodotti da aziende vitivinicole site in Molise. L’Organismo effettua controlli e sopralluoghi per verificare la veridicità delle dichiarazioni. Non sono ammessi produttori con condanne definitive per frodi o sofisticazioni.
Categorie di Vini Ammessi (Art. 4)
Il concorso è riservato alle seguenti DOC:
Tintilia del Molise DOC (Rosso, Rosso Riserva, Rosato)
Pentro DOC (Rosso, Rosato, Bianco)
Biferno DOC (Rosso, Rosato, Bianco)
Molise o del Molise DOC (tutte le tipologie previste dal disciplinare)
Campioni e Partecipazione (Art. 5–6)
Ogni azienda deve inviare 3 o 6 bottiglie per ciascun vino iscritto, accompagnate da:
domanda di iscrizione;
certificato di analisi;
certificato di idoneità per i vini DOC;
3 etichette e retro-etichette. Scadenza invio campioni: 7 luglio 2026.
Anonimizzazione dei campioni (Art. 8)
I campioni sono anonimizzati tramite:
un primo codice attribuito dall’Organismo;
un secondo codice attribuito da un notaio, avvocato o pubblico ufficiale estraneo al settore.
Commissioni e Valutazioni (Art. 9)
Le commissioni sono composte da 7 commissari, in maggioranza tecnici degustatori qualificati. Le valutazioni avvengono con metodo Union Internationale des Oenologues, con media aritmetica e esclusione del punteggio più alto e più basso.
Premi (Art. 10)
Sono previsti i seguenti riconoscimenti:
Bollino Ercole Rosso – Premio Ercole (statuetta), attestato, bollino rosso – minimo 88 punti
Bollino Ercole Argento – attestato, bollino argento – minimo 85 punti
Bollino Ercole Bronzo – attestato, bollino bronzo – minimo 82 punti
Proclamazione vincitori (Art. 12)
La proclamazione avverrà nel mese di settembre 2026. I vini premiati saranno oggetto di attività promozionali per tutto l’anno.
Informazioni e contatti
Concorso Enologico “Macchia d’Isernia – Premio Ercole” Comune di Macchia d’Isernia – Piazza Elena, 1 – 86170 Macchia d’Isernia (IS) Tel. 0865 55130 –
Email: comune@comune.macchiadisernia.is.it
Sito ufficiale: www.comune.macchiadisernia.is.it/premioercole
La Redazione
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6 Luglio, 2026
Colli di Conegliano DOCG: il Consorzio traccia la rotta e chiama il territorio a fare squadra
Soci, istituzioni e stakeholder riuniti a Conegliano per condividere obiettivi, visione e strategie di crescita della denominazione
Colli di Conegliano DOCG si presentano al territorio con una visione definita e un messaggio diretto: fare squadra è la chiave per crescere. Questo il filo conduttore della serata che si è svolta, giovedì 25 giugno, presso Tenuta Belvedere a Conegliano, dove il Consorzio ha riunito istituzioni, soci e stakeholder locali per condividere obiettivi e strategie della denominazione.
Un momento di confronto e rilancio, promosso dalla Presidente Isabella Collalto de Croÿ, alla guida del Consorzio dallo scorso dicembre, che ha illustrato davanti a un’ampia platea di autorità, produttori e operatori la direzione intrapresa: rafforzare l’identità della DOCG e costruire una crescita condivisa con tutto il territorio.
Isabella Collalto de Croÿ
I Colli di Conegliano sono una denominazione che ha tutte le carte per emergere, ma il suo futuro dipende dalla nostra capacità di lavorare insieme. Come Consorzio vogliamo essere un punto di riferimento aperto e inclusivo, capace di coinvolgere soci, istituzioni e territorio in un progetto condiviso di valorizzazione. È solo facendo squadra che possiamo dare forza alla nostra identità e costruire una crescita solida e duratura.
Nel suo intervento, la Presidente ha ribadito con forza il posizionamento della denominazione: una realtà piccola nei numeri ma ricca di identità e valore. “La forza dei Colli di Conegliano sta nella sua unicità”, ha sottolineato. “Le grandi denominazioni sono fondamentali per il sistema, ma sono quelle più piccole a custodirne l’anima”.
All’evento hanno partecipato numerosi sindaci dei comuni della zona tipica, insieme a rappresentanti istituzionali di primo piano, tra cui l’Assessore regionale all’Agricoltura Dario Bond e il Presidente del Comitato Nazionale Vini e Vicepresidente di Assoenologi Michele Zanardo, presenti anche esponenti del sistema bancario locale e i soci del Consorzio.
Pur non essendo presenti all’evento, il Presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, e il Presidente del Consiglio Regionale, Luca Zaia, hanno condiviso una nota di adesione e sostegno agli intenti dell’iniziativa.
Al centro della nuova fase del Consorzio, tre direttrici principali: valorizzazione del territorio e delle sue tradizioni, sviluppo di nuove opportunità per le giovani generazioni e rafforzamento dell’attrattività turistica attraverso esperienze autentiche. Un percorso che punta a far emergere, accanto ai grandi nomi del vino veneto, una denominazione capace di sorprendere.
Tra le azioni in programma nei prossimi mesi, la presenza a Vinitaly e alle principali fiere di settore, oltre al coinvolgimento attivo nel programma di Conegliano Città del Vino 2026.
Uno spazio importante è stato dedicato anche al futuro degli Incroci Manzoni, patrimonio unico nato dalla ricerca del professor Luigi Manzoni, per i quali il Consorzio intende avviare una riflessione strategica volta a rafforzarne l’identità sia sotto il profilo normativo sia in termini di posizionamento sul mercato.
Il passaggio centrale della serata è stato l’appello alla collaborazione. La Presidente ha invitato il sistema bancario a sostenere con visione lo sviluppo del territorio e ha chiesto ai sindaci di farsi promotori del percorso di rilancio della denominazione, amplificandone la comunicazione attraverso i canali istituzionali.
Un invito chiaro e condiviso: il futuro dei Colli di Conegliano dipende dalla capacità di fare rete tra imprese, istituzioni e territorio. Un concetto riassunto nell’idea di “re-going” della denominazione, inteso come ripartenza e rinnovata progettualità.
La serata si è conclusa con un aperitivo a base dei vini della denominazione, brindando a un futuro di crescente collaborazione, in cui ogni voce possa contribuire alla valorizzazione del territorio.
La Redazione
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6 Luglio, 2026
Burja. Vento e roccia
Nella Vipavska Dolina, da Primož Lavrenčič
È un sabato di sole quando io e mia moglie Tania decidiamo di scendere sul Carso a prendere qualche bottiglia. Di quelle giornate che sembrano programmate per durare due ore e finiscono con il sole alle spalle e il bagagliaio pieno. Il giro comincia ad Aurisina, da Peter Radovic — di lui ho scritto da poco su questa rubrica — e si infila poi nei sentieri che conducono a un’osmiza.
Le osmize, per chi non le conoscesse, sono la versione carsica delle frasche friulane: case di contadini che, per un periodo limitato dell’anno, aprono al pubblico per vendere il proprio vino e qualche prodotto della casa — un piatto di salumi, un formaggio, un uovo sodo, un bicchiere. Il nome viene dallo sloveno osem, otto: le otto giornate in cui, da editto asburgico, era consentito aprire al pubblico. Sono luoghi dove si sta seduti su panche di legno, sotto una pergola, e si beve il vino della casa parlando con chi te lo ha fatto. Una delle forme più genuine di accoglienza che esistano da queste parti.
Dopo l’osmiza, un saluto veloce a Benjamin Zidarich — uno dei nomi grandi del Carso — e poi via, verso la Vipavska Dolina. È lì che ci aspetta la tappa più importante della giornata: l’azienda Burja, del giovane vignaiolo Primož Lavrenčič.
Una valle di vento
La Vipavska Dolina è una vallata che parte da Nova Gorica e arriva fino alla sella di Resderta, solcata dal fiume Vipacco, affluente dell’Isonzo. Una zona dove la Bora soffia spesso con impeto — ed è proprio dalla Bora che l’azienda prende il nome: burja, in sloveno, è la Bora. Qui il vino è una delle fonti di sussistenza più importanti, e infatti la valle è punteggiata da decine di piccole realtà a conduzione familiare.
La famiglia Lavrenčič è di queste parti da sempre. I documenti più antichi che parlano di loro risalgono al 1499: già allora, in questa valle, si dedicavano all’agricoltura e alla viticoltura. Il marchio Burja, invece, è recente. È la sigla con cui Primož ha deciso di restituire al mondo, in chiave contemporanea, un patrimonio antico.
Avevo conosciuto i vini di Burja qualche anno fa e mi ero ripromesso una visita. Poi, dopo aver parlato con Primož all’Orange Wine Festival, è arrivato il momento.
L’arrivo e una coincidenza che chiude il cerchio
In azienda ci accoglie Mateja, moglie di Primož. Il periodo richiede tanto lavoro in vigna e Primož ha vari impegni, quindi è lei a fare gli onori di casa — e lo fa con una calma e una competenza che si sentono subito. Chiacchierando, scopro un dettaglio che lega l’intera giornata: Mateja è la sorella di Benjamin Zidarich, da cui siamo passati poche ore prima. Il sorriso che ci scappa a me e Tania quando lo capiamo dice molto: queste terre di confine, in fondo, sono un’unica famiglia allargata. Il vino, i maestri, gli allievi, i parenti — tutto si tiene.
Degustiamo l’intera linea produttiva e, prima di scendere in cantina, Mateja ci racconta filosofia e storia dell’azienda. Dai primi sorsi si capisce subito una cosa: l’amore di Primož è per la Borgogna. Ha fatto uno stage lì, e il suo stile rispecchia molto quello borgognone — e di questo, da appassionato di Borgogna, non posso che essere felice.
Il paese, i numeri, la vigna
Il paese è Podnanos. Otto ettari e mezzo di vigna, per circa trentamila bottiglie all’anno, con vigneti sparsi intorno all’abitato. Zona di Zelen e Pinela in primis — i due autoctoni della valle — ma anche di tanti internazionali: Pinot Nero, Chardonnay, Riesling.
In vigna le regole sono il rispetto della natura e della tradizione. L’azienda è certificata biodinamica (associata Demeter): sovesci di varie piante, fasi lunari, niente pesticidi né chimica. Tanta attenzione, tanto lavoro, per portare in cantina uve sanissime. Da qui parte tutto.
Mentre beviamo lo Zelen, chiedo a Mateja del Roza, il rosato da Pinot Grigio che ricordavo bene da una mia bevuta di qualche anno fa. Mi spiega che il vigneto era in affitto, in collaborazione con un’altra realtà, e che quel rapporto è cessato. Il Roza, oggi, non si fa più. Peccato — era un rosato che brillava — ma è anche un dato di onestà: si lavora solo le terre che si possiedono o si controllano davvero, e quando il legame si rompe, si rinuncia.
Il Vipavec e il ritorno alla tradizione
Tra i vini il più importante, dal punto di vista identitario, è il Bela Burja. Era normale, in passato, piantare in vigna più varietà alternate tra loro: si vendemmiavano e si vinificavano tutte insieme, dando vita a un uvaggio di campo che aveva un nome preciso — Vipavec — ed era conosciuto ovunque. Un vino bandiera della valle, andato poi in decadenza. Primož lo ha riscoperto e riportato in vita, vinificandolo come da tradizione, con una breve macerazione e affinamento in uova di cemento e botti grandi usate. Bandita la barrique, che anche qui aveva imperversato negli anni Novanta e Duemila. In Vipava, va detto, si è sempre macerato meno rispetto a Brda e al Carso — è un altro stile, un’altra storia.
In cantina: pulizia e non-intervento
La cantina è moderna, ancora in fase di ultimazione nei dettagli. Acciaio per le vinificazioni, poi uova di cemento e botti in Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Modernità e tradizione che convivono nello stesso spazio. Le fermentazioni sono spontanee, niente additivi, interventi al minimo, niente filtrazione né chiarifica.
La regola più importante, mi spiega Mateja, è semplice: pulizia massima di tutti gli attrezzi, strumenti e botti. È da lì che si previene la maggior parte dei problemi. I due nemici, invece, sono i lieviti selezionati e la barrique nuova — i due fattori che più di ogni altro alterano le caratteristiche del territorio. Nel vino non si deve sentire né l’uomo né la chimica né il legno. Più uomo c’è nel vino, peggio va. L’uomo deve controllare, assecondare, non intervenire invasivamente. Tutto nel modo più naturale possibile.
L’obiettivo è valorizzare ogni vitigno unendo la tradizione della zona con le moderne interpretazioni dell’enologia. Direi obiettivo riuscito: vini di personalità e identità, vere e proprie perle, che rappresentano alla perfezione il terroir della Vipavska Dolina. E parlo proprio di terroir, non di territorio.
I vini
Zelen 2025 — vitigno autoctono della Valle del Vipava. Il nome significa “verde”, è un’uva bianca vigorosa, vendemmiata spesso a metà ottobre. Vino piacevolissimo: fiori e agrumi al naso, poi erbe aromatiche. Al palato fresco, morbido, di buona aromaticità. Mi viene da pensare a un tramonto in riva al mare, un vassoio di crudité di pesce, due calici e una bottiglia di Zelen. Funziona.
Burja Bela 2023 — uvaggio di Malvasia Istriana, Ribolla, Riesling e Zelen. Il vino della tradizione, il Vipavec di Primož: uve dal vigneto misto, fermentate e macerate una settimana insieme, poi otto mesi tra cemento e rovere. Al naso agrumi, frutta, pesca, albicocca, zenzero, erbe aromatiche, pietra. In bocca teso, succoso, sapido, con ritorni agrumati nel finale persistente. È il vino che racconta la valle.
Stranice 2020 — stesso blend del Bela, ma da un unico vigneto di sessant’anni d’età, meno di un ettaro, prodotto solo nelle grandi annate. Rese di ottocento grammi a pianta. Otto giorni di macerazione, ventiquattro mesi in uova di cemento. Erbe aromatiche, sali minerali, pietra, agrumi. Pieno, profondo, sapido, fresco, con un finale lungo in cui la pietra continua a parlare. Una grande bottiglia.
Burja Noir 2023 — Pinot Nero vinificato alla borgognona, con il 20% a grappolo intero, poi un anno in botti di Rovere di Slavonia da dieci-quindici ettolitri. Al naso spezie delicate, fragole, lamponi, tanta frutta. Fresco, elegante, di buona struttura, invitante alla beva. Sa dare filo da torcere a tanti Pinot Nero blasonati. È, oggi, una delle migliori espressioni di Pinot Nero che mi sia capitato di bere fuori dalla Borgogna — tanto che, alla cieca, lo confonderei. Lo dico senza giri di parole.
Burja Reddo 2023 — Schioppettino 50%, Franconia 30%, Refosco 20%. Affinamento di un anno in Rovere di Slavonia. Primož ama lo Schioppettino, e per questo blend si è ispirato dichiaratamente al Sacrisassi Rosso de Le Due Terre. Naso intrigante: pepe e altre spezie, more, lamponi, note di sottobosco. In bocca buona struttura, complessità, acidità viva, tannino elegante che graffia appena, ottima freschezza e persistenza.
Una famiglia, una valle, un vento
Una famiglia innamorata della propria terra, rispettosa della storia e della tradizione, e dichiaratamente innamorata della Borgogna. Vini stupendi. Grazie a Mateja per l’ospitalità, e a Primož — anche se lontano in vigna — per ciò che mette nei calici. Tornerò in Vipava. E magari ripasserò anche per il Carso, dove un sabato di sole può diventare un viaggio dentro un’unica famiglia di terre e di persone.
Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
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5 Luglio, 2026
Vino, il Brunello di Montalcino a bordo dell'Amerigo Vespucci per La Campagna Nord America 2026 Il 5 Luglio a Ny il Consorzio Unico Partner per i Vini Rossi Italiani
Ci sarà anche il Consorzio del vino Brunello di Montalcino a bordo della Nave Amerigo Vespucci che oggi, 5 luglio attraccherà a New York in ambito della campagna Nord America 2026, il progetto istituzionale dedicato alla promozione del Made in Italy promosso dal ministero della Difesa e della Marina Militare e in collaborazione con i ministeri degli Affari esteri e della Cultura e con i ministri dello Sport e dei giovani, della Disabilità e con il supporto di ITA-Italian Trade Agency.
Scelto tra i testimonial dell’eccellenza enologica italiana negli Stati Uniti – primo mercato di destinazione della denominazione – il Consorzio prenderà parte agli appuntamenti ufficiali in programma sul veliero in occasione della presentazione di Vinitaly.USA (26-27 ottobre).
In particolare, l’ente consortile sarà l’unico partner per la tipologia dei vini rossi sia per quanto riguarda il brindisi istituzionale dedicato alla viticoltura italiana che per la cena ufficiale organizzata nella stessa serata, servendo nei calici una selezione di Brunello e Rosso di Montalcino.
Il presidente del Consorzio del vino Brunello di Montalcino, Giacomo Bartolommei
Essere presenti a bordo della Nave Amerigo Vespucci, uno dei simboli più riconosciuti dell’Italia nel mondo, rappresenta un’opportunità di grande valore per raccontare i nostri vini in un contesto che unisce diplomazia, promozione e identità nazionale. Gli Stati Uniti sono il nostro primo mercato di esportazione e iniziative come questa contribuiscono a consolidare il posizionamento della nostra denominazione, rafforzando al tempo stesso il dialogo con interlocutori strategici. Un prologo che precede la nostra partecipazione a Vinitaly.USA.
La Redazione
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5 Luglio, 2026
Les Grands Chais de France: boom dei vini della Valle della Loira in Italia
lgcf: +70% di export verso l’italia nel i° semestre del 2026 il boom dei vini della valle della loira nel nostro paese è trainato dai crè mant, ma la crescita dei bianchi fermi certifica la produzione di vini di altissimo livello
Un mercato vinicolo tra i più dinamici al mondo. È quello della Valle della Loira, la cui quota export nel 2024 ha raggiunto il suo massimo valore negli ultimi 25 anni, per un totale di 200 milioni di euro e una crescita delle esportazioni di vino che sfiora il +6%.
Sono i dati di InterLoire, l’ente che tutela i vini della Valle della Loira e riunisce oltre 3.000 operatori, tra viticoltori e cooperative, che insieme determinano l’80% del volume di produzione di una regione tra le più diversificate e storiche della Francia.
Una crescita spinta dall’aumento della domanda globale di bottiglie di valore superiore, soprattutto nelle categorie dei vini spumanti e bianchi, come certificato anche da Les Grand Chais de France, che in Italia nel primo semestre del 2026 ha registrato un +70% di vendite di vini provenienti dalla Valle della Loira rispetto al 2025. Un boom dovuto in gran parte al successo dei crémant della Loira, sempre più apprezzati anche nel nostro Paese, e da bianchi fermi di grande qualità.
Romina Romano, Country Manager del Gruppo francese per l’Italia, a Vinitaly ha confermato il positivo trend di un mercato enologico che va sempre più incontro ai gusti del consumatore italiano:
La Valle della Loira è una tra le regioni vitivinicole più dinamiche, la terza in Francia per superficie vitata. Si tratta di un mercato che complessivamente produce ogni anno oltre 250 milioni di bottiglie e che all’estero riscuote sempre più successo. Se oggi i crémant sono il volto della regione nel Mondo, i vini bianchi fermi rappresentano la quota più considerevole della produzione enologica della Valle della Loira, trainata in particolare dal Chenin Blanc che produce vini di altissimo livello, sorprendenti come ci piace definire i vini di questa regione.
Al mercato francese è destinato circa l’80% della produzione, mentre il restante 20% viene esportato. Oltre all’Italia, le principali destinazioni dei vini della Valle della Loira sono Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Belgio e Canada: si tratta dei primi cinque mercati, che insieme rappresentano il 70% del valore totale delle esportazioni.
Oggi, le esportazioni sono in crescita anche verso gli Stati Baltici, gli Emirati Arabi Uniti e la Finlandia.
I vini bianchi sono il cuore della produzione, il 45%, trainata da Chenin Blanc, Sauvignon Blanc e Melon de Bourgogne. Il 25% è rappresentato dai rosati, di cui la Loira è la seconda regione produttrice dopo la Provenza. Il 18% della produzione riguarda vini rossi, principalmente a base di Cabernet Franc, mentre il 12% sono bollicine Crémant de Loire, in forte crescita.
Queste evidenze sono emerse anche a Vinitaly, dove LGCF è stata protagonista della Masterclass Sorprendente Loira dedicata ai vini della regione. Sorprendente perché la Valle della Loira è una moltitudine di diversità che non ha eguali, grazie ai vitigni Chenin Blanc, Sauvignon Blanc e Melon de Bourgogne da cui vengono vini bianchi freschi, aromatici e longevi.
LA REGIONE
La Valle della Loira è la terza regione vinicola francese per superficie vitata, dopo Languedoc-Roussillon e Bordeaux, e conta oltre 87 AOC ufficialmente riconosciute, distribuite su 42.000 ettari di vigneti, e divise in quattro grandi zone vinicole: Pays Nantais, Anjou-Saumur, Touraine e Centre-Loire.
La Valle della Loira è un lungo nastro d’acqua che attraversa il cuore della Francia, portando con sé una varietà di stili che ha pochi eguali al mondo. Definita spesso il “Giardino di Francia”, questa zona si estende per oltre mille chilometri, seguendo il corso del fiume dall’Oceano Atlantico fino ai rilievi del Massiccio Centrale. Questa estensione geografica crea un mosaico di microclimi e suoli che permette alla Loira di eccellere in ogni categoria: dai bianchi affilati e salini ai rossi eleganti, dalle bollicine fino ai vini dolci capaci di sfidare il tempo per decenni. Sorprendente.
Pays Nantais
Procedendo da ovest verso est, alla foce del fiume, nel Pays Nantais, domina l’influenza dell’Oceano. Qui il protagonista assoluto è il vitigno Melon de Bourgogne, che dà vita al Muscadet. È un vino che sa di mare, caratterizzato da una freschezza tagliente e spesso affinato “sui lieviti” (sur lie) per acquisire una cremosità che bilancia la sua naturale acidità agrumata. È l’anima atlantica della Loira, essenziale e diretta.
Anjou-Saumur
Proseguendo verso l’interno si arriva nel l’Anjou-Saumur. Il paesaggio cambia e il terreno si arricchisce di scisti e del celebre tuffeau, la pietra calcarea bianca con cui sono stati costruiti i castelli della Loira. In quest’area domina lo Chenin Blanc, un vitigno camaleontico capace di trasformarsi in base alle intenzioni del produttore: può essere un bianco secco e minerale, uno spumante fine o un vino botrizzato sontuoso e mielato.
Touraine
Addentrandosi ulteriormente nella Touraine, la valle si fa più dolce e i vini riflettono questa amabilità. Qui lo Chenin Blanc trova espressioni leggendarie a Vouvray, mentre il Cabernet Franc raggiunge vette di nobiltà a Chinon e Bourgueil. I rossi di questa zona sono celebri per la loro capacità di essere bevuti giovani e freschi, ma anche per la predisposizione a un invecchiamento che ne leviga i tannini rendendoli aristocratici. È anche la terra del Sauvignon Blanc, che qui inizia a farsi strada con aromi di frutta esotica e bosso.
Centre-Loire
Il viaggio si conclude nell’Alta Loira (Centre-Loire), il regno del Sauvignon Blanc. Nomi come Sancerre e Pouilly-Fumé non hanno bisogno di presentazioni: qui il vitigno sposa i suoli di selce e calcare, producendo vini di una purezza cristallina, con note fumé e una mineralità quasi gessosa che li rende inconfondibili.
CHENIN BLANC
Les Grands Chais de France propone diverse interpretazioni di Chenin Blanc, emblema della diversità dei vini della Valle della Loira, provenienti da due delle più rappresentative e storiche aziende vinicole della regione: Château de Fesles e Marquis de Goulaine
Lo Chenin Blanc è uno dei vitigni più nobili e versatili che esistano, capace di produrre una gamma di stili che nessun’altra uva bianca può eguagliare con la stessa coerenza qualitativa.
Sebbene sia coltivato in tutto il mondo, la sua patria spirituale resta la Valle della Loira, dove è conosciuto fin dall’anno 845, citato originariamente con il nome di Pineau de la Loire). Lo Chenin Blanc è lo specchio di questo territorio:
Sui suoli di tufo (calcare) della Touraine (Vouvray) tende a essere più floreale, gessoso e preciso, con un’acidità che taglia come un diamante.
Sui suoli di scisto dell’Anjou (Savennières): diventa più muscolare, potente, con note quasi “affumicate” e una mineralità oscura e profonda.
Lo Chenin Blanc si caratterizza per l’equilibrio tra zuccheri residui e acidità elevata. Questo permette ai produttori di decidere ogni anno, in base all’andamento climatico, quale volto dargli:
Sec è affilato e minerale;
Demi-Sec presenta una leggera nota zuccherina che bilancia l’acidità;
Moelleux (dolce) è ottenuto da uve molto mature o colpite da muffa nobile, la Botrytis Cinerea;
Mousseux (bollicine) è la base dei Crémant de Loire, con una grande freschezza naturale.
Lo Chenin Blanc presenta profili sensoriali differenti: da giovane, al naso dominano la mela verde, la pera, la mela cotogna (suo descrittore tipico) e i fiori d’acacia. Con l’evoluzione sviluppa note terziarie incredibili: miele fuso, cera d’api, zafferano, albicocca secca e una nota di paglia bagnata che lo rende inconfondibile.
Grazie all’acidità proverbiale, i grandi Chenin – specialmente i dolci di Bonnezeaux o i secchi di Savennières – possono invecchiare per 30, 50 o anche 100 anni, evolvendo in complessità senza mai perdere vigore.
LE AZIENDE VINICOLE
Château de Fesles
Situata nel cuore della Loira, originariamente l’azienda Château De Fesles nacque con l’intento di produrre il mitico Bonnezeaux, vino dolce botritizzato.
Con sede a Bonnezeaux, oggi è il punto di riferimento per chi cerca l’eccellenza dello Chenin Blanc. I vigneti dominano la Valle della Loira nell’area del fiume Layon e tutte le lavorazioni sono condotte in biologico e manualmente.
Château de Fesles è una delle tenute più prestigiose e storiche della regione, la cui costruzione risale al 1070. Il castello come lo vediamo oggi fu costruito nel XIX secolo dalla famiglia Boivin, che portò l’azienda a una fama internazionale. Nel 2008, l’azienda è entrata a far parte del gruppo Les Grands Chais de France.
Il segreto di Château de Fesles risiede nella sua posizione geografica unica. La tenuta sorge sulla Butte de Fesles, il punto più alto della denominazione Bonnezeaux, che domina il Layon.
I vigneti godono di un’esposizione a sud che garantisce una maturazione perfetta delle uve.
Il terreno è composto prevalentemente da scisti verdi e porfido, che conferiscono ai vini una mineralità tagliente e una longevità straordinaria.
La vicinanza al fiume favorisce la nebbia mattutina, elemento essenziale per lo sviluppo della Botrytis Cinerea (la muffa nobile), necessaria per i vini dolci.
Il Vino: Chenin Blanc
Château de Fesles – La Chapelle – Chenin blanc
Dal cuore della regione dell’Anjou, un vino 100% Chenin Blanc le cui uve provengono esclusivamente dalla parcella “La Chapelle”, il vigneto di maggior pregio della tenuta Château de Fesles.
Dopo la vendemmia, a mano, il vino riposa per un mese in botti di rovere, con successivo affinamento per 6 mesi sulle fecce fini e bâtonnage settimanale.
Il colore è giallo paglierino con riflessi brillanti e al naso sprigiona un bouquet da cui emergono note di felce, tiglio e sambuco. Al gusto il vino è ben equilibrato con un attacco deciso ma setoso. La complessità aromatica si esprime attraverso note di frutta secca (nocciola, mandorla), sambuco e sentori tostati. Il finale è lungo e persistente.
La Chapelle Chenin Blanc si accompagna magnificamente a pesci in salsa (luccio o salmone al burro bianco, filetto di sogliola, rana pescatrice), crostacei alla griglia o in guazzetto, carni bianche in umido e formaggi di capra.
Marquis de Goulaine
Marquis de Goulaine è una prestigiosa azienda vinicola della Valle della Loira ed è considerata la più antica azienda vinicola ancora in attività in Europa, e la terza impresa più antica al mondo, con una storia che risale a circa l’anno 1000.
Legata allo storico Château de Goulaine vicino a Nantes, produce vini classici della regione, tra cui rinomati Muscadet, Crémant de Loire, Sancerre e Pouilly-Fumé, spesso affinati sur lie.
La famiglia Goulaine ha posseduto la tenuta per oltre mille anni, spesso citata nei libri di economia come uno dei rarissimi casi di continuità familiare e commerciale attraverso i secoli.
Château de Goulaine è un gioiello architettonico in stile Rinascimentale, costruito sulle fondamenta di un’antica fortezza medievale. È uno dei pochi castelli della Loira ancora circondato da paludi protette.
Da anni, Château de Goulaine è parte di Grands Chais de France, che ha permesso una distribuzione globale dei vini, mantenendo l’immagine e il legame storico con il castello di famiglia.
La zona è caratterizzata da suoli ricchi di scisto e granito, che conferiscono una spiccata acidità e sapidità ai bianchi.
In particolare, sebbene oggi l’azienda produca diverse denominazioni della Loira, il suo nome è legato al Muscadet Sèvre et Maine. Château de Goulaine è stato infatti tra i pionieri nel perfezionare la tecnica dell’affinamento sur lie, che dona al vino una leggera cremosità e una freschezza minerale tipica, perfetta per accompagnare le ostriche della vicina Bretagna.
Oltre al Muscadet, Marquis de Goulaine opera oggi come una prestigiosa maison che seleziona e vinifica le migliori uve della Valle della Loira. La collezione include Sancerre e Pouilly-Fumé, eleganti espressioni di Sauvignon Blanc; Vouvray, lo Chenin Blanc in versione secca o leggermente abboccata; Rosé d’Anjou, tra i vini più esportati della maison, noto per la sua morbidezza e i sentori di frutti rossi; il Crémant de Loire, Metodo Classico di grande finezza.
Il Vino: Chenin Blanc
Marquis de Goulaine – Vouvray AOC La Loire Royale 2024
Il Vouvray La Loire Royale Marquis de Goulaine è uno Chenin Blanc in purezza prodotto nella Valle della Loira e precisamente nella regione di Touraine.
Dopo la raccolta le uve vengono prontamente trasportate in cantina per procedere immediatamente alla fermentazione a basse temperature ed evitare la dispersione aromatica. Un breve contatto con i lieviti precede l’imbottigliamento.
Color giallo paglierino con riflessi verdolini, con sentori di mela verde e pera per un attacco vibrante al palato che si risolve gradualmente in morbidezza e cremosità. Sorso rinfrescante corpo medio anticipano un finale medio-lungo.
Vino adatto a pesci alla griglia e carni bianche, è ottimo per aperitivi a base di crudi di pesce.
La Redazione
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4 Luglio, 2026
Seconda Edizione della Battle Des Chefs by Nicolas Feuillatte
Una sfida gastronomica internazionale in Champagne
Nel cuore della Côte des Blancs, tra i vigneti di Champagne, è andata in scena nel giugno 2026 la seconda edizione della Battle des Chefs, una sfida gastronomica internazionale che ha riunito chef di diverse nazionalità: Malta, Austria, Germania e Italia. Tutti accomunati dal ruolo di ambasciatori dello Champagne Nicolas Feuillatte, hanno partecipato a una competizione amichevole pensata per celebrare creatività, convivialità e passione per la gastronomia.
A rappresentare l’Italia sono arrivati Claudio Sadler, dal Ristorante Sadler* di Milano, e Andrea Impero, dal Ristorante Elementi* a Borgobrufa, in Umbria. Inseriti in squadre composte da chef di diverse nazionalità, i due protagonisti italiani hanno contribuito a trasformare la Maison in una vivace cucina internazionale a cielo aperto.
Il tema scelto per questa edizione era la cucina fusion: un invito a esplorare l’incontro tra culture, tradizioni e sapori da Abidjan a Bordeaux, da Seul a Roma, dove il kimchi incontra il sugo di pomodoro. Gli spazi della Maison sono diventati un grande mercato internazionale, ricco di ingredienti da ogni angolo del mondo, a cui gli chef hanno potuto attingere liberamente per le proprie creazioni.
Ogni squadra ha realizzato un antipasto e un piatto principale, abbinando le proprie creazioni a una delle cuvée Nicolas Feuillatte: Palmes d’Or Rosé Intense, Grand Cru Blanc de Blancs 2016 o Réserve Exclusive Brut, evidenziando la ricchezza espressiva e la versatilità degli champagne della Maison.
La giornata si è conclusa con una gala al Château de Sacy, dove sono stati assegnati i premi: Premio Creatività e Rispetto del Tema alla squadra di François Gagnaire e Claudio Sadler; Premio Estetica del Piatto alla squadra di Thomas Morel e Andrea Impero.
Dal 1976, Champagne Nicolas Feuillatte celebra nel 2026 il suo 50° anniversario, affermandosi come una delle Maison più riconosciute e apprezzate della Champagne: primo posto in Francia, terzo a livello mondiale (source IWSR Volumes 2025).
La Redazione
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