Seconda Edizione della Battle Des Chefs by Nicolas Feuillatte Arrow Right Top Bg

4 Luglio, 2026

Seconda Edizione della Battle Des Chefs by Nicolas Feuillatte

  Una sfida gastronomica internazionale in Champagne   Nel cuore della Côte des Blancs, tra i vigneti di Champagne, è andata in scena nel giugno 2026 la seconda edizione della Battle des Chefs, una sfida gastronomica internazionale che ha riunito chef di diverse nazionalità: Malta, Austria, Germania e Italia. Tutti accomunati dal ruolo di ambasciatori dello Champagne Nicolas Feuillatte, hanno partecipato a una competizione amichevole pensata per celebrare creatività, convivialità e passione per la gastronomia. A rappresentare l’Italia sono arrivati Claudio Sadler, dal Ristorante Sadler* di Milano, e Andrea Impero, dal Ristorante Elementi* a Borgobrufa, in Umbria. Inseriti in squadre composte da chef di diverse nazionalità, i due protagonisti italiani hanno contribuito a trasformare la Maison in una vivace cucina internazionale a cielo aperto. Il tema scelto per questa edizione era la cucina fusion: un invito a esplorare l’incontro tra culture, tradizioni e sapori da Abidjan a Bordeaux, da Seul a Roma, dove il kimchi incontra il sugo di pomodoro. Gli spazi della Maison sono diventati un grande mercato internazionale, ricco di ingredienti da ogni angolo del mondo, a cui gli chef hanno potuto attingere liberamente per le proprie creazioni. Ogni squadra ha realizzato un antipasto e un piatto principale, abbinando le proprie creazioni a una delle cuvée Nicolas Feuillatte: Palmes d’Or Rosé Intense, Grand Cru Blanc de Blancs 2016 o Réserve Exclusive Brut, evidenziando la ricchezza espressiva e la versatilità degli champagne della Maison. La giornata si è conclusa con una gala al Château de Sacy, dove sono stati assegnati i premi: Premio Creatività e Rispetto del Tema alla squadra di François Gagnaire e Claudio Sadler; Premio Estetica del Piatto alla squadra di Thomas Morel e Andrea Impero. Dal 1976, Champagne Nicolas Feuillatte celebra nel 2026 il suo 50° anniversario, affermandosi come una delle Maison più riconosciute e apprezzate della Champagne: primo posto in Francia, terzo a livello mondiale (source IWSR Volumes 2025). La Redazione
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Vini Alto Adige, parte la conquista dell’Australia: 30 produttori e 170 vini protagonisti a Sydney Arrow Right Top Bg

4 Luglio, 2026

Vini Alto Adige, parte la conquista dell’Australia: 30 produttori e 170 vini protagonisti a Sydney

  Il Consorzio Vini Alto Adige debutta nel mercato australiano con il primo grande evento dedicato alle eccellenze altoatesine. Parallelamente continuano le attività in Giappone e Corea del Sud, coinvolgendo complessivamente oltre 500 operatori del settore.   L’Australia entra ufficialmente nella strategia di sviluppo internazionale dei Vini Alto Adige. Con un grande evento organizzato nei giorni scorsi a Sydney il Consorzio Vini Alto Adige ha avviato per la prima volta un programma strutturato di promozione nel mercato australiano. In contemporanea sono state intensificate anche le attività in Giappone e Corea del Sud. Eduard Bernhart, direttore del Consorzio Il mercato australiano è estremamente interessante. È il decimo mercato del vino al mondo e continua a crescere, poiché la quota dei vini importati è in costante aumento. Accanto ai mercati europei e nordamericani, l’Australia diventa un nuovo focus delle attività promozionali coordinate dal Consorzio. L’obiettivo è costruire una presenza strutturata e condivisa sul mercato, andando oltre le iniziative delle singole aziende. Dobbiamo far conoscere il nostro territorio e i nostri vini, mettendone in evidenza la qualità e la varietà. Un primo passo concreto in questa direzione è stato appunto compiuto il 23 giugno a Sydney, dove il Consorzio Vini Alto Adige ha organizzato una grande presentazione dedicata ai vini dell’Alto Adige. Trenta produttori erano presenti con circa 170 vini, offrendo a più di 160 operatori del settore – soprattutto del commercio specializzato – l’opportunità di conoscere da vicino la produzione vitivinicola altoatesina. Con questo lavoro di squadra si vuole sostenere l’ampliamento delle reti distributive dei produttori favorendo anche l’incontro tra aziende ancora alla ricerca di un importatore e potenziali partner commerciali. I partecipanti hanno inoltre avuto la possibilità di seguire una masterclass guidata da Matt Irwin, esperto enologico australiano, approfondendo la conoscenza del territorio vitivinicolo altoatesino e delle sue peculiarità. Il programma comprendeva anche un evento esclusivo dedicato ai media specializzati. Bernhart Le mie impressioni sono positive: abbiamo trovato un mercato interessato a scoprire nuove regioni vitivinicole. Il direttore sottolinea inoltre che in Australia esiste un interesse particolare per vini caratterizzati da freschezza. Si tratta di un aspetto che valorizza i nostri vini, anche perché l’Alto Adige viene associato alle Alpi e, soprattutto, alle Dolomiti, quindi in ogni caso a un territorio di montagna. A favore dei produttori altoatesini gioca anche l’elevata presenza della ristorazione italiana in Australia, anche se non mancano le sfide. I dazi rappresentano un ostacolo da non sottovalutare, così come la grande distanza. Parallelamente alle iniziative in Australia, il Consorzio è attivo anche nei mercati più dinamici dell’Asia orientale. Bernhart Lavoriamo sul Giappone e sulla Corea del Sud già da alcuni anni e qui abbiamo ormai costruito solide basi. Sempre in questo mese a Tokyo, 24 produttori hanno presentato i propri vini a circa 250 operatori del settore, mentre a Seoul è stata organizzata una masterclass con circa 100 partecipanti. Complessivamente, le iniziative realizzate nelle tre città hanno coinvolto oltre 500 professionisti del vino tra importatori, distributori, buyer, sommelier e media specializzati. Bernhart Il nostro obiettivo è sostenere i produttori offrendo loro, attraverso eventi mirati, una piattaforma attraverso la quale possano presentarsi direttamente. Questo permette alle aziende di instaurare un dialogo personale con il pubblico professionale e di sviluppare contatti importanti. È proprio questa la nostra forza come organizzazione di riferimento del settore vitivinicolo altoatesino: possiamo unire le risorse, creare visibilità e contribuire, passo dopo passo, all’apertura di nuovi mercati. La Redazione
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3 Luglio, 2026

Osteria Pontina. Dalle radici dell’Agro Pontino a una nuova casa

  Parto da Latina nel tardo pomeriggio. Il traffico lascia spazio ai campi, le case diventano sempre più rare e la strada si infila nella campagna ai piedi dei Monti Lepini. Gli ultimi metri sono su un percorso sterrato circondato dal verde. Quando compare Casal dei Papi, nuova casa di Osteria Pontina, si ha già la sensazione di essere arrivati in un luogo diverso, lontano dal ritmo della città, un posto che chiede di rallenterale e goderselo. Simone è in cucina, Alessandra invece accompagnerà la cena guidandomi nella scelta dei vini e raccontandomi il percorso gastronomico che mi aspetta. Entrando il mio sguardo si posa subito su alcuni vasetti di Masseria Dauna, azienda della mia San Severo. È un dettaglio che mi strappa un sorriso e mi fa capire che qui il territorio non si limita soltanto all’Agro Pontino, ma dialoga con altre realtà che condividono la stessa attenzione per la qualità e per le proprie radici. Lo chef Simone Sorrentino
Cresce in una famiglia di ristoratori: il padre è maître e insegnante alberghiero, la madre cuoca napoletana. Per diverso tempo prova ad allontanarsi da questo mondo, fino ad arrivare in Scozia dove inizia ad aiutare il cugino nella ristorazione. È proprio lì che capisce come la cucina sia l’unico lavoro capace di renderlo davvero felice. La sua cucina porta con sé influenze diverse. C’è quella partenopea della madre, grande cuoca napoletana, ma anche quella francese e inglese maturata durante le sue esperienze professionali. A queste si aggiunge il legame profondo con l’Agro Pontino, territorio che da anni studia, valorizza e racconta attraverso i suoi piatti. La materia prima è sempre il punto di partenza. La sua cucina è guidata dalle influenze che hanno segnato il suo percorso e dalla tradizione pontina, che da tempo rappresenta il motore del suo lavoro. Simone ama recuperare ricette storiche, valorizzare il territorio e reinterpretare il patrimonio gastronomico dell’Agro Pontino. Una vera e propria missione che porta avanti ogni giorno attraverso la cucina. Ama creare contrasti di consistenze e temperature, ma senza rendere i piatti eccessivamente complessi. Il filo conduttore del suo lavoro rimane la ricerca sulla storia gastronomica dell’Agro Pontino e dei Monti Lepini, un territorio che porta con sé influenze diverse: quelle campane e venete arrivate durante la bonifica e la colonizzazione agricola, unite alle tradizioni più antiche dell’entroterra lepino. Così i suoi piatti recuperano ingredienti e preparazioni della memoria, reinterpretandoli in chiave contemporanea e riportando a tavola storie che rischierebbero di essere dimenticate. Il menu

In un territorio che ha costruito la propria identità gastronomica attorno all’agricoltura, alla carne e alla stagionalità, lo chef Simone Sorrentino qui ad Osteria Pontina sceglie di rileggere la tradizione senza tradirla. Il risultato è un menù che si muove tra memoria e contemporaneità, dove ogni piatto sembra voler raccontare un pezzo dell’Agro Pontino attraverso una sensibilità attuale. Prima ancora di arrivare alla cucina colpisce una scelta ancora poco frequente nella ristorazione della provincia di Latina: la carta delle acque. Dal Piemonte arriva Valverde, minimamente mineralizzata, dalle Alpi Pennine Lauretana, disponibile sia naturale sia frizzante, dalla Toscana San Felice, dalle Alpi Francesi Evian, fino alla francese Perrier. Una selezione che va oltre il semplice servizio e che restituisce all’acqua il ruolo di componente integrante dell’esperienza gastronomica. Un dettaglio che racconta attenzione, cultura dell’accoglienza e desiderio di distinguersi. La proposta gastronomica prende avvio da una selezione di salumi di cacciagione e formaggi affinati, introducendo un percorso che pone al centro il valore della materia prima. Negli antipasti convivono tecnica, territorio e suggestioni internazionali. Il carpaccio di Frisona marinato, con sale affumicato Nesler, noci, mousse di ricotta e riduzione di vino rosso interpreta la carne attraverso contrasti e sfumature aromatiche. Le lumache alla bourguignonne richiamano la tradizione francese, mentre il pan brioche di Antiqua Cora con Robiola di Roccaverano, fichi grigliati, miele Oasi delle Api, lardo e noci costruisce un equilibrio tra dolcezza, sapidità e cremosità. Nei primi piatti emerge con chiarezza la filosofia della casa. Le linguine fredde Filotea con pesto di zucchine alla menta, crema all’aglio dolce e limone fermentato propongono una lettura fresca e contemporanea della pasta. Il risotto Margherita Camaroli con zafferano di Cori e Comté 18 mesi mette in dialogo una delle eccellenze del territorio con un grande formaggio francese. Le fettuccine al ragù di agnello con caviale di melanzana, mousse di ricotta e arachidi tostate raccontano una cucina che ama stratificare consistenze e sapori senza perdere leggibilità. I secondi confermano la centralità della carne. Il carré di agnello CBT fritto con purea di melanzane, albicocca piccante e formaggio acido dimostra attenzione alle tecniche di cottura e alla costruzione dell’equilibrio gustativo. Il coniglio ripieno di erbe robuste e guanciale Valle Pepe, accompagnato da peperoni dell’orto, olive e caramello di verdure, riporta invece al centro il patrimonio rurale del territorio attraverso una chiave contemporanea. A completare la proposta troviamo i grandi tagli: tagliata di controfiletto, filetto al lardo e tartufo estivo, costata e fiorentina. Piatti che ribadiscono una filosofia semplice ma sempre attuale: partire dalla qualità della materia prima per costruire l’esperienza. Più che una raccolta di ricette, il menù di Osteria Pontina appare come un racconto gastronomico del territorio. Un racconto che guarda alle proprie radici, ma che non rinuncia a cercare nuove strade per esprimerle. La degustazione Ad aprire la cena arriva il pane caldo di Antiqua Cora accompagnato da burro salato. Un gesto semplice che mette subito al centro l’attenzione per la materia prima e i prodotti del territorio. Lo chef invia poi il suo entrée: un pacchero Filotea panato e fritto, farcito con ricotta di capra Valle Pepe e accompagnato da una maionese alla paprika dolce e gin, maggiorana e olio al basilico. Va mangiato con le mani, con la maionese che sporca le dita per regalare il sapore in un boccone solo. Il contrasto tra la croccantezza esterna e la cremosità della ricotta rende il boccone immediatamente goloso, mentre le erbe aromatiche portano freschezza. Ad accompagnare la degustazione Alessandra mi porta un bicchiere di 448 s.l.m. di Girlan, vino bianco dei Vigneti delle Dolomiti ottenuto da un blend di Chardonnay, Pinot Bianco e Sauvignon Blanc. Nel bicchiere il Girlan si presenta con un colore giallo paglierino brillante. Al naso emergono profumi di frutta bianca matura, con richiami a pesca e albicocca, seguiti da una piacevole nota floreale. Il sorso è fresco, minerale, morbido ed elegante, sostenuto da una buona acidità che dona equilibrio e una leggera componente aromatica. La sua freschezza accompagna bene la componente grassa della ricotta presente nell’entrée dello chef, mentre l’acidità ripulisce il palato dopo la frittura del pacchero. Un vino che riesce ad accompagnare il percorso senza mai imporsi sui piatti, mantenendo sempre armonia ed equilibrio. Arriva quindi Pane e Fagioli. I fagioli vengono proposti in diverse consistenze e incontrano la dolcezza della cipolla caramellata e la sapidità della terra di olive. Il pane raffermo e abbrustolito richiama immediatamente la cucina contadina e regala un crunch saporito. È uno di quei piatti che raccontano bene la filosofia dello chef: partire dalla memoria per costruire qualcosa di attuale. Il Girlan accompagna il piatto con grande naturalezza. La sua freschezza alleggerisce la cremosità dei fagioli, mentre la componente minerale e la buona acidità bilanciano la dolcezza della cipolla caramellata, lasciando il palato pulito e pronto al boccone successivo. A seguire il cervello fritto di mucca con insalatina di asparagi in aceto di bosco, stracciata di bufala e bottarga di muggine. La frittura è asciutta e leggera, il cervello resta morbido all’interno, mentre la bottarga aggiunge una piacevole spinta sapida. Un boccone che va gustato lentamente e un piatto che fa scoprire una parte della mucca che non avevo mai mangiato ma che in bocca invece regala un grande sapore. Qui il Girlan mostra tutta la sua versatilità. La freschezza del vino accompagna la componente grassa del cervello fritto, mentre le note minerali e la buona acidità dialogano con la bottarga e con la parte vegetale degli asparagi. Un abbinamento che riesce a mantenere equilibrio tra elementi molto diversi tra loro. Le fettuccine al ragù di agnello con caviale di melanzana, mousse di ricotta e arachidi tostate rappresentano uno dei piatti più completi del percorso. E’ un piatto della tradizione dei Monti Lepini dove l’agnello regna anche in una sagra solo per lui. Il ragù è intenso ma elegante, la melanzana aggiunge una nota leggermente affumicata e la mousse di ricotta dona morbidezza. Le arachidi chiudono il boccone con una piacevole croccantezza. Anche in questo caso il Girlan accompagna il piatto senza sovrastarlo. L’acidità sostiene la componente grassa del ragù e della ricotta, mentre la sua eleganza mantiene leggibile ogni elemento del piatto. La freschezza finale aiuta a riequilibrare il palato e invita immediatamente al boccone successivo.
Chiude il percorso salato il merluzzo di Goffa di Ponza impanato con cipolline caramellate e maionese alla paprika dolce. La carne è compatta e delicata, mentre la dolcezza delle cipolline trova equilibrio nella leggera speziatura della salsa. Gli ultimi sorsi del Girlan accompagnano il piatto senza sovrastarlo. Ad accompagnare il caffè arrivano infine i biscottini di Antiqua Cora, una chiusura semplice e piacevole. Osteria Pontina continua a raccontare il territorio con una voce personale. Cambia la casa, ma non cambia la filosofia: valorizzare l’Agro Pontino attraverso una cucina che guarda avanti senza dimenticare da dove è partita. Quando la cena termina, però, il ricordo non è soltanto quello dei piatti. Sono le luci soffuse che illuminano il pergolato, il profumo della terra e degli orti che circondano la struttura, il profilo dei Monti Lepini che accompagna lo sguardo e quel cielo che, lontano dal rumore della città, lascia spazio alla luna e alle stelle. Seduti a tavola sembra quasi di trovarsi dentro una cartolina. La natura diventa parte dell’esperienza tanto quanto la cucina, trasformando una cena in un momento da vivere con lentezza. Trovo anche il tempo di alzare lo sguardo dal tavolo e fotografare la luna e le prime stelle che si accendono sopra i Monti Lepini, mentre il tramonto colora il paesaggio di sfumature pastello. Osteria Pontina racconta l’Agro Pontino con coerenza, studio e una cucina che guarda avanti senza dimenticare le proprie radici. In un progetto che pone il territorio al centro del racconto, vorremmo vedere ancora più vini del territorio. Di più rispetto agli ottimi già presenti in carta. Sono certo che Alessandra e Simone continueranno a ricercare ogni tipo di prodotto che possa rappresentare al meglio il territorio e consentire di ritrovare quest’ultimo fino all’ultimo sorso. Il loro impegno è davvero incredibile e non possiamo che augurarci che continuino su questa via. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Venissa presenta i suoi 3 nuovi cru Arrow Right Top Bg

3 Luglio, 2026

Venissa presenta i suoi 3 nuovi cru

  Un racconto di terroir su 3 isole della Laguna Nord di Venezia   In Laguna la geografia è allo stesso tempo destino e storia, perché la Laguna non è solo un paesaggio immobile da ammirare: è un equilibrio instabile. Per questo, per convivere con la laguna e i suoi ritmi, le sue maree, le sue correnti di acqua dolce e salata, bisogna ascoltarla nel modo più radicale possibile, suddividendo le esperienze dell’ascolto. Il Progetto Venusa Cru, di cui fanno parte i 3 nuovi cru, ha proprio questo obiettivo: ascoltare il terroir di Venissa, la laguna e la sua voce. Protagonista sin dall’inizio la Dorona, antico vitigno autoctono considerato estinto dopo l’Acqua Granda del 1966, che cresce in un territorio tanto suggestivo quanto ostile. Il suo recupero è iniziato nel 2001 con la riscoperta di tre esemplari sull’isola di Torcello da parte di Gianluca Bisol ed è proseguito nel 2006 quando è stata reimpiantata la Vigna Murata della Tenuta Venissa, situata proprio sull’isola di Mazzorbo (dove ha sede il wine resort), da cui nel 2010 si è ottenuto il vino Venissa. Poi nel 2017 è stato il momento del Venusa bianco, ottenuto da una diversa selezione delle uve. Successivamente, nel 2020, sono stati piantati due nuovi vigneti su altre due isole dell’area della Venezia Nativa: Torcello e San Maffìo un ulteriore passo nel racconto della Laguna. Il Progetto Venusa Cru – spiega Matteo Bisol, suo ideatore – nasce dall’esigenza di esplorare il terroir della Laguna coltivando la Dorona (l’antico vitigno autoctono della Laguna di Venezia) su tre isole vicine eppure lontane, simili eppure diverse. Qui l’acqua che le separa è nello stesso tempo sia un confine che un mezzo di comunicazione, e questi apparenti contrasti sono stati la forza motrice di questa esplorazione”. Come si è lavorato? Ogni vigneto è stato suddiviso in micro-zone in base a diversi elementi tra cui il principale è il dislivello, dato che su queste isole con uno spazio così limitato per le radici basta una differenza di 40-50 cm per avere un risultato evidentemente diverso. Quindi 3 isole (Mazzorbo, San Maffìo e Torcello), da cui sono nati i 3 cru, le cui differenze nascono proprio da come affondano le radici nel terreno, dalla distanza delle piante dall’acqua, da quei 50 cm di dislivello che hanno le une rispetto alle altre, dall’esposizione ai venti. Micro differenze che rendono quei vini, una volta versati nel bicchiere, veri e propri “sorsi di Laguna”. Se il cru di Mazzorbo nasce dalla vigna più antica, i cru di Torcello e San Maffìo provengono da vigneti più giovani in condizioni che a prima vista potrebbero sembrare simili ma che in realtà sono piuttosto diverse: Torcello è molto più boscoso e quindi più umido e riparato, San Maffìo, al contrario, si affaccia su Venezia, senza ostacoli né zone di protezione, ed è quindi molto più secco ed esposto ai venti; anche il sottosuolo è molto diverso, soprattutto per quanto riguarda il sodio, che è molto più concentrato a Torcello, in parte perché l’acqua salata si trova già a una profondità di 50/60 cm (ancora più superficiale che a Venissa) mentre a San Maffìo è a circa 1,20 m. A Torcello, inoltre, si hanno letteralmente le conchiglie sotto i piedi e la vegetazione è ricca di alofite lagunari come la salicornia e la portulaca, o il limonium, pianta perenne nota anche come “Erica delle barene”, che prosperano in questo ambiente, mentre a San Maffìo sono completamente assenti perché le condizioni sono “più semplici”, e così, ad esempio, ci sono molte più canne di bambù. Secondo la letteratura scientifica, un vigneto può generalmente prosperare purché il valore di ppm (parti per milione, ovvero il rapporto tra mg di sale per kg di terreno) non superi i 150–200; se si considera che il numero presente nel nome di queste tre nuove etichette fa appunto riferimento a questo valore del cloruro di sodio (ISM 603 per San Maffìo; TRC1037 per Torcello; MZB 506 per Mazzorbo), si capisce facilmente che si tratta di vini nati in condizioni uniche grazie alla Dorona che riesce ad esprimersi laddove altri vitigni non riuscirebbero a sopravvivere. L’ambiente lagunare, ostile per la viticultura, rende il lavoro del vignaiolo eroico. Sulla suggestiva etichetta oltre alla quantità di sodio presente, è disegnato il numero atomico simbolo del cloruro di sodio (cerchi concentrici con diversi puntini) mentre una pennellata ad acquarello con infinitesime sfumature richiama la laguna in cui la vite affonda le sue radici. Diversi disegni dal tratto sottile rappresentano inoltre quella vita dagli insetti alle alghe) che prolifera silenziosa a pelo d’acqua. Il tappo di ogni bottiglia viene protetto da un’elegante ceralacca “blu laguna” con la “V” di Venissa incisa. Sono tutti vini naturali, che prevedono 2 giorni di macerazione sulle bucce e 1 anno di affinamento in anfora per arrivare a circa 400 bottiglie per tipologia di cru. Vini che richiedono tempo e calma per essere degustati, per consentire al palato di cogliere le sfumature e appezzare la loro “indagine” lagunare. Si bevono a Venissa, e si possono acquistare nello shop locale e online.   ISM603 (Cru dell’Isola di San Maffìo)   Avamposto della laguna nord, sospeso tra barene e Venezia che guarda proprio in faccia, San Maffìo custodisce una memoria fragile dove la vite resiste affacciata alla sua storia. Qui, nel 1298, fu fondato un monastero benedettino da suore poi costrette alla fuga da un’isola che stava sprofondando; mentre l’acqua saliva, salvarono una sola cosa: la loro conoscenza della vite. Nel 1927, un canale la separò definitivamente dal resto dell’isola. E oggi, il vigneto cresce in cima a quell’isola spesso battuta dal vento (è inoltre la più alta, circa 1,5 m sul livello del mare), come un guardiano della laguna settentrionale. Il terreno – come si legge nel nome del cru- contiene 603 ppm di sale. Qui la Dorona è in equilibrio e l’acqua salata è più profonda che a Torcello. La resa è sorprendentemente generosa per un ambiente lagunare. Nel bicchiere è composto, con una sottile salinità, un’elegante tensione e un accenno di note floreali. Al naso è vegetale, sa di salicornia e di barena, chiudendo gli occhi ciascun veneziano rivive la propria infanzia. Un vino che non mostra forza ma piuttosto grazia, tuttavia è energico, vibrante, come si è nella gioventù piena.   TRC1037 (Cru dell’isola di Torcello)   Culla della Venezia Nativa, Torcello affiora dalle acque come origine e confine, dove la viticoltura sfida il limite estremo della laguna. Prima di Venezia, c’era Torcello. Ventimila abitanti: spezie, commercio, potere; il vigneto si trova sulla “Fondamenta dei Borgognoni” perché lì si insediarono monaci provenienti dalla Borgogna, portando con sé la cultura e le tecniche viticole. Il terreno contiene 1037 ppm di sale; qui, la Dorona lotta e resiste. Le rese sono estremamente basse: Torcello è il limite. Presenta evidenti note di pietra focaia, una nota solforosa dovuta a una vena di acqua sulfurea che scorre sotto al vigneto: note quasi primordiali che emergono già durante la fermentazione; man mano che il vino si ossigena, si ammorbidiscono. Nel bicchiere è verticale, austero, puramente minerale, intenso e caratteristico, un concentrato di “umami di laguna”. Se fosse un uomo, sarebbe molto sicuro di sé, anche un artista estroso ma deciso.   MZB506 (Cru dell’isola di Mazzorbo)   Isola di antica vocazione vinicola, Mazzorbo è la radice del progetto, dove la vigna più storica preserva nei secoli un’identità autentica e profondamente agricola. Il nome antico è Magna Urbs, la grande città verde, e qui non c’erano solo attività commerciali, ma anche orti e frutteti recintati (come a Venissa) e coltivazioni. È il vigneto più antico del progetto, il più “consapevole” (dalle vigne più giovani nasce invece il Venusa bianco) e quello con il maggior significato storico; nel bicchiere troviamo più volume, più corpo, più rotondità e morbidezza; è un vino con una forte identità; la salinità (valore 506) è integrata, non aggressiva. È un vino con profondità e continuità. Un vino che ha vissuto, e che oggi è risolto. Prezzo al pubblico: 80 euro In vendita nello shop di Venissa oppure online su www.venissa.it La Redazione
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Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra Arrow Right Top Bg

3 Luglio, 2026

Tenuta Casachiara. Il richiamo della terra

  Non sempre sono le persone a scegliere la terra. A volte accade il contrario e dei luoghi che continuano a farsi sentire, anche dopo anni, fino a trasformarsi in una direzione da seguire. È da questo richiamo che prende forma la storia di Tenuta Casachiara, un racconto di famiglia, memoria e identità che trova nel territorio il proprio punto di partenza e la propria ragione d’essere.   Richiamo. Chiamata alle armi. Vocazione. Chi più ne ha, più ne metta. Perché limitarsi? Quello che conta è che arriva un momento nella vita di ciascuno in cui il richiamo, o come diavolo lo volete chiamare, arriva. Non bussa alla porta, non chiama al telefono. Si insinua, lento, nei silenzi. Nei ritorni a casa che durano un weekend e sembrano durare molto di più. Nelle passeggiate tra i filari che non si sono mai smessi di conoscere anche quando si viveva altrove. Spesso sono attimi fugaci. Di quelli che arrivano in vacanza o durante gli incontri con gli amici durante i quali ci si promette di rivedersi per concretizzare il sogno. Solo che poi passa e non torna. Non si sedimenta.  Piergiorgio Mandolesi quel momento lo ha riconosciuto durante il COVID. Ma era lì, sotto traccia, da decenni. Manager, con una lunga carriera nel settore finanziario, Piergiorgio è uno di quegli uomini che hanno costruito la propria vita con metodo, visione, concretezza. Il tipo di persona che si capisce subito, quando parla, che non si muove per impulso. Eppure c’è una parte di lui, quella che ogni tanto tornava a Teramo, guardava i terreni di famiglia a Castellalto e non riusciva del tutto a stare ferma. Quella parte ha aspettato. Ha aspettato decenni. Poi ha vinto. Ne parliamo in una di quelle conversazioni che iniziano come un’intervista e diventano qualcos’altro. Come succede quando di fronte hai qualcuno che non recita un copione ma racconta semplicemente quello che è. Il nonno Bernando e i fazzoletti di terra Tutto comincia, come spesso accade nel vino italiano, da una storia familiare. Dal nonno materno Bernando, che negli anni sessanta, partendo da quei pochi ettari lasciati in eredità, amplia piano piano l’azienda agricola fino agli attuali 65 ettari nella provincia di Teramo. Seminativi, uliveti. Poi, in un angolo, in meno di cinque ettari, un vigneto. Una parte sempre coltivata, sempre curata, ma con l’uva conferita a terzi. Così aveva fatto il nonno, così aveva continuato il padre, medico in pensione che ha sempre tenuto insieme camice bianco e stivali da campagna con quella rara grazia che appartiene ai veri uomini di terra. Piergiorgio aveva provato a dire la sua, molto prima Gli ho sempre chiesto a mio padre: ma perché non proviamo a fare qualcosa noi? E lui mi rispondeva: tu parli facile, vai all’università a Milano, a Roma, fai solo teoria. Così quell’idea era rimasta lì. Sopita ma non spenta. Come i cerchi concentrici di un tronco che crescono anche nell’anno più difficile, anche quando nessuno li vede. La scintilla e come funziona davvero Si parla spesso del COVID come di una parentesi, un guasto da riparare. Ma per alcune persone è stato qualcosa di diverso: uno specchio. Il momento in cui la distanza dalla propria vita normale ha rivelato cosa di quella vita si volesse davvero tenere e cosa, invece, si portava soltanto per inerzia. Ero a Teramo, avevo tempo, avevo silenzio. E ho pensato: quella cosa che volevo fare tanti anni fa, mi piacerebbe davvero farla. Allora mi metto avanti con quello che posso. Mi sarebbe facile romanzare troppo, fare di questa storia il classico racconto del manager che lascia tutto per la vigna. Ma Piergiorgio non ha lasciato niente. Ha aggiunto. E questa differenza è importante, più di quanto sembri. Il vino che produce Casachiara non è una fuga dalla realtà, è una costruzione parallela. Con le stesse competenze che usa nel settore finanziario, visione, progettualità, gestione del rischio, trasferite in un contesto che parla un’altra lingua, quella della terra e delle stagioni. Una lingua che, a quanto pare, Piergiorgio masticava già. Casachiara: una dedica, un simbolo, una quercia Il nome dell’azienda è una storia dentro la storia. Chiara è sua madre. Il cui nome di battesimo, in realtà, è Anna Rosaria. Ma tutti, proprio tutti e da sempre, la chiamano Chiara. Banalmente perché così la chiamava la nonna. Una di quelle cose che nelle famiglie diventano verità per pura forza affettiva. Senza saperne realmente il perché. Senza farsi troppe domande. Mia nonna materna, ad esempio, si chiamava Antonina ma l’ho sempre chiamata, come gli altri nipoti, Mimma. Semplicemente perché quel Mimma era la storpiatura di “mammina”, meraviglioso vezzeggiativo con il quale la sentivamo chiamare dalle figlie. Doveva chiamarsi Casa Bernardo, in dedica a mio nonno. Ma non andava altrettanto bene. E allora Casachiara: una dedica alla parte materna della famiglia, a mia madre e a lui. Il logo racconta la stessa poetica. Davanti al casolare c’è una grande quercia che campeggia sul vigneto. Quell’albero poteva essere il simbolo perfetto, la forza visiva immediata. Ma rischiava di sembrare troppo simile ad altri. E allora la grafica è diventata concettuale: una sezione di tronco vista dall’alto, con i suoi cerchi concentrici, e sopra la foglia della quercia. Solidità, memoria, crescita silenziosa. C’è dentro tutto quello che Piergiorgio sta costruendo. Naturale. Ma con metodo. Qui arrivo alla parte che più mi ha colpito di questa conversazione. Perché il mondo del vino naturale è attraversato da una contraddizione che pochi ammettono apertamente: l’ideologia del naturale può diventare l’alibi per la sciatteria. Il vino torbido non è romantico. È solo un difetto. La riduzione marcata non è carattere, è un problema tecnico. Piergiorgio, che al vino naturale si è avvicinato per gusto e convinzione, non certo per moda, lo sa perfettamente. Un approccio naturale e artigianale è un approccio comunque tecnico. Non è improvvisato. Per me il vino naturale non giustifica un difetto marcato, una riduzione enorme, un vino completamente torbido. Ecco perché fin dall’inizio si è affiancato a un consulente enologo. Non per delegare le scelte, ma per avere qualcuno che le sue idee sapesse trasformarle in pratica con rigore. Un rapporto fatto di principi fissati in anticipo: nessun legno, solo acciaio e cemento. Tanto per lasciare al vitigno la sua voce senza interferenze. L’accordo iniziale è che io stabilisco i principi, il come mi piace fare le cose, e lui li mette in pratica. Salvo confrontarsi sempre, ovviamente. Il tecnico arriva in vigna con i rifrettometri, misura la gradazione zuccherina, controlla il pH. Poi in cantina l’intervento è prossimo allo zero. È questa la sintesi possibile, l’unica credibile: tecnologia al servizio della natura, non contro. Berni, il Montepulciano che porta il nome del nonno La prima etichetta è uscita nel 2021. Solo Montepulciano, pochissime bottiglie, una produzione quasi sperimentale. Il vino si chiama Berni, da Bernardo, il nonno Fernando, con quel diminutivo affettuoso che nelle famiglie abruzzesi suona come una carezza. Seguono poi il Montepulciano e il Trebbiano d’Abruzzo, costruendo una gamma essenziale, coerente, senza dispersioni. Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane DOCG 2022 Berni Ci sono vini che entrano nel calice come si entra in una stanza buia: con cautela, lasciando che gli occhi si abituino prima di capire cosa contiene quella oscurità. Il Colline Teramane DOCG 2022 di Casa Chiara è uno di questi. Non è un vino che si presenta. È un vino che aspetta. Il colore è nero, quasi impenetrabile, con quei riflessi violacei che nei Montepulciano maturi diventano quasi materici. Un fluido denso, primordiale, che nel calice si muove lento come qualcosa che custodisce qualcosa. E in effetti lo fa. Al naso arriva prima la marasca. Matura, quasi sotto spirito. Poi i legnetti di liquirizia, i fiori nel buio, il cioccolato fondente. E poi, più in profondità, tabacco, chiodi di garofano, e quel tono ferroso, ematico, primordiale che non ha niente di artificioso. È la sincerità di un vino che non ha avuto paura di essere se stesso. La Denominazione d’Origine Controllata e Garantita Colline Teramane è la denominazione che porta il nome dei colli dove il nonno Fernando ha ampliato quei fazzoletti di terra sessant’anni fa. Non è un caso che Casachiara abbia voluto spingersi fin qui. Durante la degustazione ho sentito salire dal calice un balsamico verticale, netto, che apre qualcosa dentro. Una stanza che non sapevi di avere, come succede con certi ricordi familiari che tornano all’improvviso senza preavviso. In bocca è potenza pura. I tannini sono affilati, indomiti, presenti senza mediazioni. Sembrano mettere alla prova. Solo per un attimo, però. Perché poi arriva il ritorno dolce e sapido della ciliegia, che si amalgama lentamente, scalda, abbraccia. Come la mano di un anziano che ha lavorato tutta la vita e non è più morbida come non sarà mai più morbida ma sempre e ancora capace di stringere con un calore che nessuna morbidezza potrebbe restituire. Il nonno Fernando non c’è più. Ma in questo vino, in questi tannini che cedono piano al calore della ciliegia, in questo balsamico che sale fino alle radici, c’è qualcosa che gli assomiglia. Piergiorgio probabilmente lo sa. Forse è proprio per questo che lo ha chiamato Berni. Nel vino sta un’anima che chiede solo di essere ascoltata. Quest’anima è Casachiara. La filosofia di Piergiorgio in materia di etichette è netta e, devo dire, condivisibile in un’epoca in cui molti piccoli produttori naturali sembrano voler competere per il numero di referenze Nel mondo dei vini naturali vedo una tendenza a fare 50.000 etichette. Io penso che anche per chi lavora in modo artigianale, la riconoscibilità sia fondamentale. Fare troppe cose da pochi ettari significa non essere più riconoscibile come brand. Senza un numero sufficiente per bottiglia, non sei conosciuto. Ha ragione. Il vino si deve vendere. Non è una dichiarazione di resa al mercato, è semplicemente il presupposto perché un progetto possa sopravvivere e crescere. I vini in cantina non si raccontano da soli. Montepulciano d’Abruzzo DOC 2021 Lunga macerazione, fermentazione spontanea con lieviti indigeni, nessun solfito aggiunto. Affinamento prolungato in cemento e poi in bottiglia. Il tempo che serve, non quello che si decide a tavolino. Il risultato è un vino che vuole raccontare un territorio. Al colore è rosso rubino intenso, vivido e trasparente, con quella luminosità che nei Montepulciano vinificati senza intervento diventa quasi una firma. Al naso è complesso e mutevole: frutta scura matura, note terrose, spezie sobrie, cenni ferrosi ed erbacei sul finale. Ogni respiro porta con se qualcosa di diverso: la collina, il vento, la luce di quell’annata. In qualche modo è come se la fermentazione spontanea avesse lasciato dentro al vino qualcosa di vivo che continua a muoversi nel calice. Una sensazione che mi ricorda quella della frutta colta sull’albero in campagna confrontata con quella surgelata del supermercato…. In bocca è compatto, asciutto, progressivo. I tannini sono morbidi e levigati, sostengono il corpo senza oppressione. La sapidità e la freschezza guidano il sorso con equilibrio e continuità fino a una chiusura lunga, nitida, che richiama il frutto e la pietra delle Colline Teramane. Non è ancora il vino definitivo di Casachiara. È semmai il vino di un inizio. Di quelli che promettono molto. IGT Colli Appennini Trebbiano 2022 Il Trebbiano d’Abruzzo è uno di quei vitigni che ha dovuto aspettare per essere capito. Per decenni è stato considerato un vino minore comprimario della grande viticoltura italiana. Poi qualcuno ha deciso di prenderlo sul serio e da quel momento il Trebbiano ha risposto come solo i grandi vitigni sanno fare: rivelando una profondità che nessuno si aspettava. Quello di Casachiara nasce sulle Colline Teramane, fermenta con lieviti indigeni, macera sulle bucce per due giorni senza però essere un orange e perdere di scorrevolezza. Anzi, direi che abbia guadagnato in rotondità e presenza. Nessuna chiarifica, nessuna correzione. Il vino fa il vino. Al colore è giallo oro brillante, quasi aranciato, limpido e vivo, con una luminosità che già indica con precisione qualcosa sulla pulizia del lavoro in cantina. Al naso è complesso senza essere ostentato: frutta a polpa bianca, fiori secchi, erbe di campo. Quindi quella mineralità sottile di pietra bagnata e sabbia calda. Infine scorza di limone. Un tutto che cambia ad ogni respiro così da sembrare di non lasciarsi mai afferrare del tutto. Una sorta di modifica sensoriale che si evolve nel tempo. In bocca è asciutto, dinamico, salino, con una persistenza lunga e chiara che chiude su mandorla fresca e un ricordo minerale che parla direttamente dei colli da cui viene. Mandarino, arancia e, soprattutto, uva. Una vera spremuta d’uva impregnata di frutti, di dolcezze, di freschezza, di vita. Un Trebbiano forse divisivo e polarizzante: da una parte chi lo odierà; dall’altra chi lo amerà follemente perché diretto e stratificato, energico e preciso. Un Trebbiano che racconta il carattere del vitigno e del territorio senza cedere a facili compiacenze. Cerasuolo d’Abruzzo DOC 2023 Il Cerasuolo è il vino che l’Abruzzo non smette di sorprendere. Non un rosato, non un rosso leggero: qualcosa di terzo, che non si lascia classificare con facilità. Il nome cerasuolo è la ciliegia, cerasa in dialetto. Anche se in realtà deriva dal latino cerasus, ciliegio. Non so se sia arrivato così per caso o fortemente voluto ma il colore è davvero brillante e luminoso con una tonalità viva che alla vista trasmette energia prima ancora che arrivi qualsiasi profumo. Eppure non sembra un rosato ma nemmeno un Cerasuolo. Ha un colore che definirei un incrocio tra un rosso cardinalizio e un granata. Intenso e capace di stupire. Ottenuto da Montepulciano d’Abruzzo con poche ore di contatto sulle bucce (ovvero il tempo necessario e non un minuto di più) fermenta spontaneamente con lieviti indigeni. Nessuna chiarifica. Neanche lontanamente. Al naso è un bouquet stratificato che si rivela per gradi: ciliegia scura, piccoli frutti rossi croccanti, rosa canina. Poi erbe aromatiche di campo e quella mineralità sottile che non si impone mai. Infine accade che ti trovi al naso un pomodoro rosso e maturo e capisci che c’è un filo che lega ogni sfumatura alla collina teramana da cui viene. In bocca è fresco e armonico, con tannini delicati e levigati che danno sostegno senza irrigidire. La sapidità guida il sorso con leggerezza e precisione, il fruttato, soprattutto il pomodoro, mantiene nitidezza fino alla chiusura lunga, minerale, territoriale. Non appesantisce, non stanca. Ha quella struttura equilibrata che permette di berlo, anche fresco, con piacere immediato e scoprirlo diverso al terzo bicchiere. Un vino che racconta collina, mani e territorio. Con precisione e senza fronzoli. L’ambizione massima è 10.000 bottiglie. Non di più. Una dimensione che permette qualità, controllo, identità. Forse, in futuro, qualche ettaro in più di pecorino. Forse una piccola linea riserva, con anfore o cemento, per chi vuole esplorare. Ma sempre dentro un perimetro chiaro, sempre dentro quella quercia con i cerchi concentrici. Teramo, la famiglia, e il senso del ritorno Piergiorgio vive a Teramo con la moglie e le due figlie. La più piccola ha quattro anni e quando la porta in campagna vuole aiutare in tutto.  La più grande è molto mia madre. Curiosa, attenta, connessa. Sua madre Chiara lo supporta tantissimo, capisce, è parte di tutto questo. Quando vado li, mi rigenero. Alle volte ho proprio bisogno di andare in campagna. Il vino e la campagna diventano cura, ritmo alternativo al mondo della finanza. Non hobby nel senso riduttivo del termine tanto che Piergiorgio stesso rifiuta quella parola. Dimensione parallela che dà respiro all’altra. I weekend, le notti, i ritagli di tempo. Le domeniche a fare travasi, le sessioni pomeridiane ad assaggiare le vasche insieme al consulente. Un mondo dentro l’altro. E poi c’è il futuro. Quello che Piergiorgio enuncia con quella che lui chiama «apprensione tra virgolette», ma che io leggerei come desiderio lucido Tra me e te, io mi vedrei tra qualche anni a dedicarmi al cento per cento all’azienda agricola. Magari prima o poi avverrà. Non sarebbe una sconfitta per me. Sarebbe anche un omaggio alla memoria del nonno. Dove trovare Casachiara I vini di Tenuta Casa Chiara stanno muovendo i primi passi fuori dall’Abruzzo. Roma è il mercato di riferimento, con una distribuzione avviata ormai da un paio di anni. Milano è arrivata più di recente, con Radici e il circuito lombardo-piemontese. All’estero, per ora, c’è la Svezia attraverso una piattaforma che connette produttori direttamente con consumatori finali e piccoli ristoratori. Piccoli numeri ma contatti in crescita. Nessuna fretta. Nessun socio da soddisfare. Un’azienda familiare senza debiti di urgenza, che può permettersi di costruire con gradualità. In un mondo del vino che spesso confonde la velocità con la qualità, questa è forse la libertà più rara. C’è un filo che tiene insieme questa storia: il tempo. Il tempo che Fernando ha impiegato ad ampliare quei fazzoletti di terra. Il tempo che il padre di Piergiorgio ha dedicato al vigneto tra una visita e l’altra. Il tempo che Piergiorgio ha aspettato prima di fare il passo. Il tempo che il vino stesso richiede: un anno per correggersi, un anno per migliorare, sempre un anno. Il vino, in fondo, è una delle poche attività umane rimaste in cui il tempo non si può comprare. Non con i soldi di un fondo d’investimento. Si aspetta, si assaggia, si impara. E poi si aspetta ancora. Piergiorgio Mandolesi lo sa. Lo ha imparato sulla propria pelle, con quella concretezza che lo contraddistingue e che, in un settore pieno di romanticismo improvvisato, vale quanto una buona annata. PS — Il simbolo di Casachiara è una sezione di tronco con i cerchi concentrici e la foglia di quercia. Ogni anello è un anno. Ogni anno è una vendemmia. Ogni vendemmia è una storia nuova. In quella quercia c’è tutto quello che Piergiorgio sta costruendo per sé, per la sua famiglia, per il nonno Fernando che non c’è più. E per quella terra teramana che, alla fine, lo ha sempre aspettato.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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2 Luglio, 2026

Torre Rosazza. Finezza e Tempo

  Se c’è chi chiede tutto e subito, è bene conservare il valore dell’attesa. È la lezione di Torre Rosazza, nei Colli Orientali del Friuli, dove Friulano e Pinot Grigio raccontano come il tempo possa diventare un ingrediente invisibile, capace di amplificare finezza, profondità e memoria del territorio.   Locus iste, quem vides, colitur ab hominibus prudentibus, qui norunt quid sibi quisque debeat.
Seneca, Epistulae Morales, VIII Un nome, un destino Rosa in latino è la rosa, ma rosaceus è ciò che ha il colore della rosa, il tono del laterizio antico, l’incarnato di un tramonto sui colli di ponente. La torre che dà il nome a questa tenuta non è un simbolo scelto a tavolino per fare marketing: è pietra viva, medievale, riportata alla luce nel 2018 durante un restauro che ha restituito al mondo degli affreschi che nessuno sapeva esistessero. Il merlato è riemerso come un segreto sepolto nel calcare, e questa è già una storia degna di un romanzo. Amo le aziende che hanno uno strato nascosto. Quelle dove scavi e trovi ancora qualcosa. L’antico complesso, già fortilizio medievale in località Poggiobello, sorge a poca distanza dall’Abbazia di Rosazzo, fondata nel IX secolo dai monaci agostiniani, ai quali si devono le prime attività di coltivazione della vite e dell’ulivo in questa parte della regione.  Prima i monaci, poi la pietra merlata, poi il vino. Un filo sottilissimo che lega il Medioevo a una masterclass con Riccardo Cotarella che guida una verticale di Pinot Grigio e Friulano come se stesse dirigendo un quartetto d’archi. Il Leone Alato e l’imprenditore che scommette Igor Boccardo non è un uomo che si siede comodamente sui numeri. Quando parla del gruppo Leone Alato del quale è amministratore delegato, sedici mila ettari divisi tra l’anima agricola di Genagricola 1851 e le cinque tenute vitivinicole disseminate in quadro diverse regioni, lo fa con la precisione dell’ingegnere e con qualcosa di più difficile da classificare: una tensione verso il futuro che assomiglia a una scommessa lucida. Cinque cantine. Torre Rosazza nei Colli Orientali del Friuli, Costa Arente in Valpolicella, Duemani in Toscana, Brico dei Guazzi nel Monferrato, Tenuta Sant’Anna ad Annone Veneto. Un gruppo che presidia con rigore i territori del vino italiano senza mai rinunciare a una visione di qualità assoluta. La cifra vera di questo progetto imprenditoriale non è la grandezza del perimetro. È semmai la consapevolezza che il territorio è il valore non copiabile. Che il suolo non si carica su un camion e non si spedisce. Boccardo porta convinamente avanti due pilastri di sostenibilità che non sono slogan. Il primo è la decarbonizzazione: il gruppo è stato infatti una tra i primi in Europa a certificare un obiettivo Net Zero al 2040. Il secondo, più sottile e più rivoluzionario, è la biodiversità misurata. Sensori che contano gli insetti, riconoscono i lombrichi nel suolo grazie all’intelligenza artificiale, mappano l’avifauna e i mammiferi delle tenute. Nelle proprietà friulane sono stati avvistati (e hanno persino figliato) gli sciacalli dorati. Un tempo spia di ecosistemi compromessi, oggi indicatore di un habitat che prospera. Esiste una vecchia idea, cara alle avanguardie del Novecento, che l’arte e la natura si oppongano. Il vino, quando è fatto così, dimostra il contrario. Un suolo sano produce un’uva sana e un’uva sana è la premessa di tutto il resto. Il territorio: la ponca, i ronchi e il Friuli di frontiera Il Friuli è una terra di confine e di avamposto, forte e piena di contrasti.  Basta guardare una mappa per capirlo: le Alpi Giulie a nord, il golfo di Grado a sud, il Natisone che scende verso la pianura, il Collio che sfuma verso la Slovenia. Torre Rosazza è incastonata esattamente in questo punto di tensione geografica, su quella che Giovanni Casati, direttore tecnico delle Tenute del Leone Alato, definisce come “l’ultima collina prima della pianura”. Il termine frontier in inglese porta con sé una doppia valenza: confine, ma anche frontiera aperta, territorio da esplorare. Il Friuli dei Colli Orientali è entrambe le cose. Qui i vitigni si sono incrociati per secoli. Da una parte gli autoctoni come la Ribolla Gialla, il Friulano, lo Schioppettino, il Picolit. Dall’altra, gli internazionali arrivati con i Francesi a metà Ottocento. Non c’era nessuno che potesse tracciare una linea netta tra ciò che è “di qui” e ciò che “viene da fuori”. Il Friulano stesso, considerato il vitigno emblema della regione, è arrivato insieme al Pinot Grigio nell’Ottocento. Ha trovato però questo suolo e non l’ha più lasciato. Il suolo. La ponca. Una stratificazione di marna argillosa alternata a strati di arenaria, ricca di minerali e povera di sostanza organica. Un terreno che si sgretola facilmente, che costringe l’uomo a inventare i terrazzamenti, i ronchi, per tenerlo fermo. Sono proprio i ronchi il paesaggio di Torre Rosazza: colline pettinate come spartiti musicali, dove ogni filare è una nota tenuta a fatica sul pendio. Solo che non è una decorazione. È necessità fisica che è diventata identità culturale. Le radici che penetrano nella ponca alla ricerca dell’acqua trattenuta dall’argilla, le brezze del mare Adriatico che arrivano da sud, le Alpi Giulie che fermano i venti freddi da nord: tutto in questo angolo di Friuli converge verso un equilibrio che non puoi progettare a tavolino. Puoi solo riconoscerlo, rispettarlo, tradurlo in bottiglia. Finezza e tempo. La masterclass Il titolo scelto da Giovanni Casati per la degustazione, “Torre Rosazza: verticali di finezza e tempo”, è di quelli che non si dimenticano subito. Cotarella lo ha citato più volte, compiaciuto. Ha ragione: è un titolo che porta dentro di sé l’intera filosofia di Torre Rosazza. La finezza come vocazione stilistica. Il tempo come argomento da dimostrare, non da dichiarare. La struttura della degustazione era volutamente capovolta: le Riserve prima dei vini classici, le annate più giovani prima delle più vecchie. Un percorso non cronologico ma pedagogico, costruito per mostrare cosa succede quando si dà al vino ciò che il vino chiede. Tempo. Pinot Grigio. Il più famoso, il meno compreso. Cotarella lo ha detto senza giri di parole: il Pinot Grigio è probabilmente il vitigno bianco più frainteso al mondo. Secondo vino più venduto negli Stati Uniti dopo il Prosecco, replicato in ogni latitudine d’Italia con risultati che vanno dall’ottimo al banalissimo, è diventato nei decenni una parola svuotata di contenuto. Torre Rosazza ha scelto un’altra strada. Niente ramato, niente macerazioni lunghe, niente estremismi di nessun tipo. Una vinificazione che rispetta il carattere dell’uva. La buccia colorata porta con sé un tannino impercettibile, una certa corazza olfattiva, una tendenza a manifestarsi lentamente. Oltre che una resa in vigna che punta alla qualità invece che alla quantità. Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Al naso è ancora giovane, espansivo, fresco. Non grida. Ha una profondità che richiede attenzione. Un senso di floreale che sa di frutta non ancora sbocciata. Sono le erbette quelle che dominano. La salvia, la menta, il sambuco. In bocca domina la piacevolezza tipica del vitigno, con quel leggero retrogusto di mandorla che è la firma della Ponca friulana. Quasi cicciotto ma meno prezioso mancando l’idrocarburo. È un vino ancora in costruzione, muscoloso, a cui il tempo darà l’equilibrio che già promette. Mi è venuta in mente la canzone di Francesco De Gregori “La leva calcistica della classe ’68” Il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette,
questo altro anno giocherà con la maglia numero sette Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2022 L’annata ha portato le sue difficoltà: un’estate torrida, poi le piogge di fine agosto. È logico che il vino le porti nel corpo. Più sottile del 2023, con un’acidità più espressa, note balsamiche che percorrono il profilo olfattivo aprendo ai frutti tropicali, alla mineralità, al pompelmo e alla mandorla. Poi in bocca è tagliente, vegetale, con il limone che spicca sapidamente. Eleganza nervosa, da attendere o da bere subito. Dipende. Dipende da cosa si cerca in un vino. In questo io ho amato particolarmente la verticale pulizia, la non lunghissima persistenza, la capacità di farti dire “porca miseria”! Bandaros Pinot Grigio Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2021 Qui il tempo ha fatto il suo lavoro. Cotarella lo ha descritto con un’immagine perfetta: un quadro in cui non si identifica nulla di separato, ma tutto parla insieme. La pesca, la pera, il biancospino, il gelsomino: nessuno domina, ma domina tutto. Armonia olfattiva e gustativa, dolcezza che non è dolcezza ma equilibrio tra acidità e sostanza. Resterà impresso. Mi ha intrigato la fine citrosità, l’idrocarburo interessante, la mineralità quasi salata che persiste a lungo. La nota di mandorla nel finale che qui diventa preziosa piuttosto che appuntita. Un vino che suggerisce giornate ventose, limoni acerbo, il sale che arriva sul palato. Dopo. Un vino verticale ma con la capacità di pulire la bocca in maniera incredibile.  Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il vino che ha convinto l’azienda a fare le Riserve. Otto anni, niente legno, niente macerazione. Il colore è un giallo dorato con riflessi ancora vivi. Il naso è esattamente quello che ti aspetti dai grandi bianchi invecchiati: profondità, armonia, qualcosa di antico che non è stanchezza. È il modello ideale di longevità non costruita ma guadagnata sul campo. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2022 Paradossalmente più aperto e più espressivo della sua Riserva coetanea: al naso è ricco, pieno, immediato, con un carattere varietale che si manifesta senza reticenze. In bocca ha peso e presenza, una certa rotondità che lo rende soddisfacente nell’istante. È un vino realizzato per dare tutto e subito: vigneto diverso, nessuna criomacerazione, produzione pensata per la beva nel breve termine. Devo dire che lo fa con onestà. Non sognerà mai la longevità di una Riserva, ma non è questo che gli si chiede. Nella sua immediatezza dichiarata, c’è una forma di coerenza che vale. Pinot Grigio Friuli Colli Orientali DOC 2024 Il più giovane della batteria. Si sente ma va bene così perché non cerca la complessità ne la simula. Ha un carattere preciso e definito, una finezza molto spinta che si traduce in un’acidità vivace, quasi provocatoria: in bocca fa salivare con una generosità che è già un invito al sorso successivo. Non è un vino esplosivo e non vuole esserlo. È solo (e non è poco) fragranza, pulizia, piacevolezza immediata. Un bianco che non impegna ma non delude, pensato per essere bevuto, ora, nel fiore dei suoi anni. Friulano. Il vitigno che non perdona e non dimentica. Se il Pinot Grigio è il cosmopolita della famiglia, il Friulano è il friulano. Radicato. Esigente. Sensibilissimo al territorio. Molto più sensibile ai cambiamenti di esposizione e di suolo rispetto a qualsiasi altro vitigno della tenuta. Cotarella è categorico: il Friulano è uno dei vitigni più influenzati dal territorio che conosce, in qualunque zona d’Italia. Il cru Masiero, alle spalle del Colle di Santa Caterina, è prodotto da un vigneto composto da quattro cloni, frutto di una selezione massale delle migliori vigne di tutta l’azienda.  Ponca pura, esposizione nord-est, altitudine superiore rispetto ai vigneti del Pinot Grigio. Un vigneto che chiede sole e lo riceve dalla parte giusta. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali DOC 2023 Giovane, quasi infantile nel vocabolario di Cotarella: “tre o quattro anni, una vita davanti”. Il profilo è suadente, più rotondo del Pinot Grigio nonostante la sua totale verticalità. Sarà la giovane età che vi devo dire. Le note sono di mela verde e fiori di sambuco; di erba tagliata e di agrume. In bocca si percepisce appena quella sensazione idrocarburica-vegetale che è la firma evolutiva del Friulano: ancora larvale, ancora nascosta, ma già presente. Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2022 L’annata sottile si fa sentire anche qui, ma con minor intensità rispetto al Pinot Grigio. La varietà copre le debolezze stagionali anche se rimane un certo grado di leggerezza, di forza sommessa. Come se non si avesse voglia, o forse ancora la forza, di spingere. Le note balsamiche e minerali sono in evidenza quel carattere nervoso di un ragazzo che deve ancora farsi tanto che il finale, amarognolo, dichiara al mondo di dover aspettare. Forse arriverà. Anzi, sicuramente arriverà. Solo che occorre del tempo.  Masiero Friulano Friulano Riserva Friuli Colli Orientali 2021 La meraviglia. Un’onda che avanza senza fare schiuma, senza rivoluzioni. Morbidezza e freschezza in perfetto equilibrio, velluto in bocca, naso e palato saturi di qualcosa che non sai nominare ma che riconosci. Il 2021 in Friuli è stato un’annata straordinaria e la complessità di questo vino la evidenzia a pieno. La mandorla salata, il limone antico, la mineralità che fa pensare al mare vicino. Un vino che si espande e si assottiglia allo stesso tempo e che alla temperatura giusta diventa pastoso e ammaliante. Ha la qualità dei grandi bianchi di Borgogna senza volerla imitare: è semplicemente se stesso.   Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2018 Il colore è un giallo paglierino che ha perso ogni sfumatura verdognola e si è orientato verso il dorato, ancora luminoso, ancora vivo. Un’evoluzione cromatica che anticipa ciò che il naso confermerà. Il 2018 è un vino che ha trovato la sua strada senza fretta. Gli idrocarburi vegetali sono presenti facendo registrare quella nota che nei grandi bianchi invecchiati diventa firma. La componente balsamica dosata e la spiccata mineralità attraversano l’intero profilo olfattivo. La mela verde c’è, ma resta sullo sfondo, scalzata da sentori che guardano verso la frutta tropicale matura. Il bouquet è ampio, più che complesso: fine, elegante, costruito su una coerenza interna che non cerca l’effetto ma lo ottiene. In bocca è fresco, secco, verticale. Gli agrumi e i minerali dominano il sorso. La bocca resta pulita in modo quasi insolito per un vino di questa età: nessuna stanchezza ossidativa, nessun cedimento. La persistenza è lunga. Abbastanza da richiedere abbinamenti pensati, perché il vino non lascia spazio all’approssimazione. Un bianco che a sette anni dall’annata ha ancora molto da dire. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2019 Un anno di differenza, un vino completamente diverso. Stesso vitigno, stessa Ponca, altra storia. Se il 2018 è rimasto fedele a se stesso: elegante, verticale, minerale; il 2019 ha imboccato una direzione che sorprende e affascina in egual misura. Il naso è denso, burroso, quasi opulento. Vaniglia, burro, arachidi, rosmarino: una famiglia di sentori che non ti aspetti da un Friulano, eppure qui non risulta forzata. La noce moscata compare e scompare. Sotto tutto c’è qualcosa che ricorda un caramel cremoso, dolce non per zucchero ma per texture olfattiva. Un bouquet molto intenso, costruito su strati che si sovrappongono invece di allinearsi. In bocca la differenza si fa ancora più netta. Dove il 2018 tagliava verticalmente, il 2019 si espande, si apre, riempie la bocca con una pastosità cremosa che porta con sé spezie e frutto. Meno fresco del precedente, con un finale mandorlato che si fa lentamente spazio. La mineralità c’è, ma è la base strutturale di un edificio che ha alzato molto le pareti. La persistenza è lunga anche qui, ma diversa. Più avvolgente, meno tagliente. Friulano Friuli Colli Orientali DOC 2023 Un colore più carico della coetanea Riserva. Al naso sorprende. Più aperto, più ricco, più immediato della sua Riserva gemella. Un paradosso solo apparente, perché senza la protezione della criomacerazione e della struttura superiore della Riserva, il Friulano si manifesta prima e senza filtri. Il risultato è un profilo olfattivo generoso, varietalmente esplicito, che non lascia dubbi su cosa stai bevendo. In bocca è un’irruzione. Il carattere del Friulano si esprime con una forza quasi provocatoria: frutto, mineralità, quella vena agrumata che è il filo conduttore di tutta la gamma. Non c’è la mediazione che il tempo e la struttura della Riserva ancora devono compiere. Con tempo nel bicchiere, si ammorbidisce, diventa più armonioso, meno spigoloso: un segnale preciso di potenziale evolutivo. Un vino che dà molto adesso e promette di dare ancora, a chi ha la pazienza di aspettarlo. Dallo stesso vitigno, sullo stesso suolo, tre annate hanno prodotto tre vini che si riconoscono come fratelli solo da lontano. Il 2018 ha custodito la finezza. Il 2019 ha scelto la ricchezza. Il 2023 l’armoniosità. Dimostrano che il Friulano, quando invecchia su Ponca, non si ripete mai. Cosa rimane Alla fine di una verticale come questa, con sei vini di Pinot Grigio e sei di Friulano che si confrontano attraverso le annate, rimane qualcosa di difficile da sistematizzare. Rimane l’evidenza che il tempo non è un nemico dei bianchi friulani. Rimane la certezza che la Ponca è un suolo che non perdona le approssimazioni ma premia la pazienza. Rimane la figura di Cotarella che porta un bicchiere alla luce, lo osserva, e dice: “Vorrei durare io quanto dura questo vino.” Torre Rosazza è un luogo che custodisce cose emerse dall’oblio: affreschi medievali, vitigni antichi, terrazzamenti che gli uomini hanno costruito per tenere fermo un suolo fragile. Ha la qualità dei posti che sanno aspettare. Come i suoi vini migliori.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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2 Luglio, 2026

Buonissimi 2026, raccolti 268.845 euro nell’evento di beneficenza legato alla lotta ai tumori pediatrici

  Una cifra che conferma il risultato straordinario in Campania per l’evento Buonissimi dell’Associazione OPEN OdV, organizzato da Paola Pignataro e Silvana Tortorella in favore della ricerca scientifica.     Il 22 giugno la lunga darsena ha vissuto l’arrivo di migliaia di presenze per conoscere i protagonisti della manifestazione, uniti dalla solidarietà verso i più piccoli e indifesi: quasi 300 postazioni tra cuochi e chef stellati, pizzaioli, friggitorie, paninoteche, pasticcieri, produttori, viticoltori, birrifici artigianali e bartender e un’attenzione  particolare alla sostenibilità e all’offerta senza glutine. Il risultato di 268.845 euro raccolti riconferma il grande successo di incassi già registrato nella scorsa edizione. Un motivo di orgoglio per tutti, soprattutto perché conseguito in Campania, a testimonianza della straordinaria sensibilità e partecipazione del territorio. Prezioso il supporto del presidente Agostino Gallozzi e di tutti collaboratori  del Marina D’Arechi Port Village. La presidente dell’Associazione OPEN OdV, Anna Maria Alfani, commossa sul palco durante i ringraziamenti di rito, ha ufficializzato la conclusione del progetto Editor in collaborazione con il  CEINGE, l’Istituto di Biotecnologie Avanzate dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, che quest’anno avrà a disposizione tutti i fondi necessari per completare l’attività di sequenziamento genomico volto alla prevenzione e cura dei tumori pediatrici. Determinante anche il sostegno della Camera di Commercio I.A.A. di Salerno che ha svolto un ruolo significativo nel supportare “Buonissimi”, favorendo il dialogo e l’incontro tra le eccellenze del territorio. Un’azione che ha consentito di avvicinare aziende e produttori agli ospiti e agli chef protagonisti della manifestazione, creando una preziosa rete di relazioni, collaborazioni e nuove opportunità di crescita condivisa. Il Professore Associato di genetica medica dell’Università Federico II di Napoli e Principal Investigator di CEINGE, Mario Capasso, ha descritto con minuzia la ricerca su oltre 800 pazienti per le mutazioni del DNA presenti in oltre il 12% dei casi e che predispongono i portatori inconsapevoli allo sviluppo successivo della malattia. Durante la serata è stato consegnato il premio “Franco Ricciardi” alla dott.ssa Fabiola De Gregorio, quale esempio di collaborazione tra clinica e ricerca per l’oncologia pediatrica tra due eccellenze campane come il CEINGE di Napoli e il centro di cura Pausilipon. Roberto Jannelli, Rosario Augusto ed Emiliano Esposito hanno animato sulla Terrazza, tra musica live, cocktail e tanta voglia di divertirsi. Per Paola Pignataro e Silvana Tortorella “Buonissimi 2026 è stato un grande successo, ma la vera soddisfazione è aver visto tanta gente sorridere e stare bene in famiglia in una splendida serata d’amore e gusto”. Tutte le informazioni e l’elenco completo dei partner e dei sostenitori presenti sono disponibili sul sito www.buonissimi.org. La Redazione
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CERASUOLO D'ABRUZZO. Tra identità e futuro. Arrow Right Top Bg

2 Luglio, 2026

CERASUOLO D'ABRUZZO. Tra identità e futuro.

  IL COSA E IL DOVE Lo scorso 18 giugno, gli eleganti spazi di Palazzo Ripetta a Roma hanno ospitato un “Wine Experience” organizzata dal Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo e dedicata a quel Cerasuolo che di questa regione rappresenta la vera anima enoica. Non solo banchi d’assaggio ma un “talk” nel quale, presenti il Presidente del Consorzio Alessandro Nicodemi, il Cerimoniere di Stato Alessandro Scorsone e il sommelier del Ristorante Mirabelle Fabrizio Colaianni, l’attrice e sommelier Francesca Valtorta ha provato a sviscerare la poliedricità di un vino “unico” come il Cerasuolo d’Abruzzo accompagnando i giornalisti presenti in un viaggio tra Storia e storie di un Abruzzo del vino che, facendo leva su qualità e Tradizione, è ormai sempre più lanciato alla conquista di nuovi mercati ed estimatori. IL CERASUOLO D’ABRUZZO In Abruzzo, tra terreni ostinati e contadini poco inclini allo scherzo, nasce lui: “IL” Cerasuolo, quel rosato che per decenni ha recitato la parte del cugino simpatico mentre il Montepulciano si prendeva tutti gli onori, le medaglie e le copertine. Il “Cerasuolo” (dal latino “cerasum”, dal greco “keràsion” o dal napoletano “cerasa”) se ne sta nel bicchiere con quel colore da “ho preso un po’ di sole ma non esageriamo”, un rosa-ciliegia che oscilla tra il carino e il “non voglio sembrare troppo impegnativo ma…”. Tutto grazie al Montepulciano d’Abruzzo, trattato con la delicatezza di chi ha i campi da zappare e poco tempo da perdere. Già Polibio nel II secolo a.C. raccontava che questi vini abruzzesi avevano rimesso in piedi i soldati di Annibale dopo Canne. Traduzione libera: “Senza di noi eravate spacciati, ragazzi”. Secoli dopo Michele Torcia, Panfilo Serafini e vari manuali ottocenteschi citavano Montepulciano e “cerasuoli” o “cerasella” come se fosse la cosa più ovvia del mondo. Per i contadini però non era vino da intenditori con il naso all’insù, era quello di tutti i giorni, quello che tiravi fuori con orgoglio quando arrivava la suocera o il compare importante. Due pigiate leggere, fermentazione express con le bucce, la vecchia “svacata”, magari il salasso e voilà: profumo di ciliegia, frutti rossi, rosa e quella firma vegetale di macchia mediterranea che sa di casa e di fatica. Fresco, beverino (anche), perfetto con arrosticini, pecorino stagionato, brodetto. Il jolly della tavola abruzzese, ignorato dai critici ma amato da chi lavora davvero. Negli anni Sessanta parte la grande epopea della DOC Montepulciano d’Abruzzo. Il Cerasuolo? Dentro anche lui, ma relegato a tipologia di contorno, il classico “fratello minore” che sorride mentre l’altro si prende la scena. Per quarant’anni ha fatto il paziente: “Tranquilli, sto bene qui nell’ombra, voi continuate a farvi belli”. Poi finalmente qualcuno si è accorto che questo vino aveva una personalità tutta sua (roba da matti, eh?). E nel 2010, zac! Nasce la sua DOC indipendente. Meglio tardi che mai, direbbe un abruzzese mentre si versa un altro bicchiere. Adesso può finalmente pavoneggiarsi un po’: Montepulciano almeno 85%, colore da copertina patinata, freschezza che ti schiaffeggia piacevolmente, sapidità da mare e un frutto croccante che fa vergognare tanti rosati da rivista. Ci sono le versioni “tutti i giorni” (le più oneste) e le Superiore che si mettono in tiro e invecchiano pure con una certa dignità inaspettata. Il bello è che non è un vino costruito a tavolino dai soliti guru del marketing. È TERRITORIO vero, con tutte le sue bizze: colline che scendono verso l’Adriatico, suoli lunatici, sbalzi termici da montagne capricciose e brezze che mischiano aria di mare e di pecora. Rustico quando gli gira, raffinato quando vuole fare bella figura, sorride quando Vi sorprende a scoprirlo più serio di quanto eravate disposti a concedergli. Insomma, il Cerasuolo d’Abruzzo è Storia, Storie e un sacco di Emozioni, il tutto condito con un bel “finalmente”. Un vino che ha aspettato il suo momento senza fare troppe scene, ha guardato il Montepulciano prendersi la ribalta e poi si è preso la sua, con calma e un sorrisetto ironico. GLI ASSAGGI Circa venti le Aziende presenti in rappresentanza di molte delle anime produttive della regione e tanti i vini in degustazione (tra cui “anche” il Cerasuolo). Un viaggio davvero interessante tra bianchi, rossi, bollicine e, naturalmente, rosati che Vi riassumo nella mia personalissima “TOP TWELVE”, dodici vini che Vi invito ad assaggiare personalmente per farVi un’idea, qualora non l’aveste già, di quanto l’Abruzzo del vino sia in grado di regalare in fatto di emozioni.   – TERRE D’ABRUZZO IGT BIANCO “MARGENTO” 2025, SIMIGLIANI: Riesling, Traminer, Palava, Pinot Grigio e un saldo di Chardonnay, un’ensemble che unisce acidità teutonica, aromaticità friulana e sapidità abruzzese. Riesling e Traminer guidano un olfatto ricco di pesca, albicocca e pera matura cui seguono pompelmo, cedro, un tocco di spezie… Il Palava aggiunge esoticità, il Pinot Grigio mandorla, erbe aromatiche e mineralità terragna, lo Chardonnay prova a fare da paciere ma…gli altri sembrano avere ciascuno una personalità troppo spiccata. E mentre state ancora ragionando su come la macerazione aggiunga tè nero, spezie dolci e un velo di zafferano, lo assaggiate e rimanete colpiti da come morbidezze e tannini sapientemente estratti si punzecchino simpaticamente. Di adriatica sapidità vive di un’acidità che tiene in equilibrio frutta polposa e ritorni di agrumi ed erbe aromatiche. Chiude lungo su amaricanti piacevolezze di mandorla e pompelmo sottolineate da un tannino che pulisce e invita a un secondo sorso. Un bianco “travestito da rosso” che ben rappresenta l’animo di Francesco, radici miste, curiosità, rispetto per la terra. Un vino sincero, personale e…dannatamente bevibile. Il punteggio? Difficile dirne…è un vino che rifugge gran parte delle categorie. Assaggiatelo e dite Voi. – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “FANFARONE” 2025, SIMIGLIANI: “FANFARONE” è Montepulciano vinificato in rosa con l’intelligenza e la sensibilità di chi sa cosa sta facendo, lontano distanze dai rosati anemici e con la spina dorsale di un rosso “alleggerito”. Il naso è generoso e preciso. Fragola, lampone, ciliegia croccante, melograno… E poi viole, gerani, le erbe mediterranee portate dal vento e quella sapida mineralità che grida “Abruzzo” senza bisogno di etichette. Fresco, invitante, mai scontato, regala un sorso che convince. Struttura, acidità affilata, frutto succoso e croccante, sottolinea la sapidità e chiude con una firma di vegetale amaritudine che è firma di tradizione. Il tannino? Educato. La beva? Pericolosamente fluida. Una piccola cantina a Ripa Teatina e un ingegnere che ha deciso di lasciare le certezze dei calcoli e il porto sicuro di una scrivania e scegliere sudore e mani sporche di terra per produrre un vino autentico e territoriale, fatto con la testa e con il cuore. 86++ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “PORTARISPETTO” 2024, FONTEFICO: un naso che ne racconta l’origine con sincerità disarmante. Profuma di terra lavorata con “rispetto”, di erbe mediterranee, peperone verde e finocchietto selvatico, frutta bianca croccante (pera, mela golden, pesca), soffi d’agrume e quella mineralità sapido-gessosa che arriva dritta dal cuore della terra e dal respiro del mare. Sa di zolle rivoltate, del respiro salmastro del mare, di sole abruzzese. Mai niente di urlato, è tutto autentico, territoriale, senza artifici. E in bocca il legame con la terra si fa ancora più evidente. Struttura importante e morbidezza tenuta a bada dall’affilata e succosa freschezza. Zero effetti speciali, frutto è bianco e maturo e poi sapidità marcata che ricorda il sale delle onde vicine, mineralità profonda e persistente, finale lungo, elegante, con quel tocco leggermente amaricante a chiudere il cerchio. Muta nel bicchiere come la terra con le stagioni. C’è una dimensione profondamente territoriale in questo Trebbiano: non tanto nella forza del racconto, quanto nella sua capacità di evocare un luogo attraverso dettagli, sfumature, sensazioni. Il vento che attraversa le vigne, la vicinanza del mare, la trama minerale del suolo emergono nel vino come tracce discrete ma riconoscibili. È un bianco di misura e profondità, capace di esprimere con chiarezza il carattere della sua terra Non è solo un buon vino: è una dichiarazione d’intenti. Il rispetto, a volte, è una forma di ascolto e qui è il vigneto a prendere la parola. 88/++ – ABRUZZO DOC PECORINO “LA CANAGLIA” 2023, FONTEFICO: ti guarda sfacciato dal calice, come a dire: “eh, che vuoi?” Naso evoluto, da bullo di quartiere: limone e pompelmo sparati, erbe aromatiche che fanno a cazzotti con un tocco balsamico, fiori bianchi un po’ snob e quella mineralità salina che ti ricorda che il mare è lì dietro a fare il bullo pure lui. C’è pure un sottofondo di frutta tropicale che arriva con aria da “tranquilli! C’ho solo quattordicigradi!” Ma è in bocca che “LA CANAGLIA” tira fuori il suo vero talento da delinquente. Attacco fresco e sapido, quasi ti schiaffeggia con la salsedine, poi il sorso si allarga, diventa carnoso, glicerico si ma senza mai scadere nel “guarda quanto sono importante”. L’acidità è una lama, dritta e pronta al duello, che ti tiene sveglio e ti fa chiedere perché mai dovresti bere altro. Chiude lungo, con ritorni di erbe mediterranee, mandorla e quella firma iodata che ti spinge a prenotare un tavolo al mare solo per giustificare l’acquisto. Da una vigna con rese ridicole e suoli ostili un Pecorino lontano cento leghe dalle mode degli hipsters del vino, un birbante che merita il banco dei migliori. 88++ Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO SUPERIORE “LA FOIA” 2023, FONTEFICO: un corpo a corpo sensoriale. Appena lo liberi dalla prigione di vetro non chiede permesso, ti invade. Dopo un colore che sembra un presagio arriva un naso in cui la forza bruta della terra incontra la dolcezza traditrice del miele di castagno. È un profumo che sa di camomilla essiccata al sole, di fiori bianchi che hanno lottato contro il vento salmastro. E proprio quando pensi di averlo addomesticato, ecco un gancio destro di pepe bianco e spezie, un richiamo ancestrale che ti rammenta che questo non è uno scherzo. Il sorso è un corpo a corpo. Cremoso, quasi carnale, una carezza di velluto che nasconde muscoli d’acciaio. Riempie il palato con una corposità sfacciata e ti spiazza con una sciabolata di freschezza improvvisa, una lama acida che taglia la materia e tutto pulisce, lasciandoti addosso un brivido marino. È un equilibrio instabile, eccitante, come camminare su una fune tesa sopra l’Adriatico. La chiusura? Un addio che sa di arrivederci. Una sapidità minerale che ti resta incollata alle labbra, un finale lungo, lunghissimo, che sussurra storie di vigne vecchie Un vino da vivere. 87++ Punti. – CARASUOLO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “FOSSIMATTO” 2025, FONTEFICO: c’è del sano, bellissimo delirio in un Cerasuolo che rifiuta di recitare la parte del “rosato leggero da terrazza”. “FOSSIMATTO” è Montepulciano in purezza che ha deciso di vestirsi di rosa senza rinunciare alla schiena dritta, alla carne, alla terra e al carattere abruzzese. Un vino che guarda il mare ma affonda le radici nella roccia. Un Cerasuolo come pochi, lontano dai “rosati e dai compromessi tra rosso e bianco; un vino a sé, pieno, identitario, quasi arrogante nella sua capacità di riempire il calice e il pensiero. È presenza pura. Al naso è un’esplosione che racconta l’Abruzzo senza filtri: il ribes rosso maturo, il lampone selvatico, la fragola sotto il sole, poi erbe mediterranee, un soffio di terra umida dopo la pioggia, quel fondo minerale ferroso che sa di colline battute dal vento e dal sale dell’Adriatico vicino. Un bicchiere di Territorio, senza trucco e senza inganno. In bocca è strutturato, carnoso, vivo. L’acidità vibrante tiene in piedi una materia densa e succosa, i frutti rossi croccanti si intrecciano a una sapidità che arriva dritta dal mare, i tannini “forti e gentili” danno nerbo e un allungo che non finisce subito. Un vino in rosa che ha l’anima di un rosso e la freschezza del vento costiero. “FOSSIMATTO” è per chi cerca un vino con la spina dorsale. Perché certi vini non si bevono, si incontrano. 88–Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC “COCCA DI CASA” 2022, FONTEFICO: C’è un Abruzzo che non ha bisogno di urlare per farsi sentire. È quello che guarda il mare dalla Costa dei Trabocchi, dove il vento salmastro, la pietra e l’argilla decidono tutto. Nel calice: passione mediterranea che si fa seta Olfatto generoso ma senza strafare; non urla, racconta. Il naso è un abbraccio che avvolge, un intreccio di frutti rossi maturi, di prugna succosa, di ciliegia sotto spirito, che danzano con note più scure di liquirizia e un tocco balsamico che ricorda il sottobosco dopo la pioggia. Non mancano sfumature speziate, un pepe nero appena macinato che stuzzica e invita. In bocca si rivela con una struttura imponente ma mai sgarbata. Il sorso è pieno, avvolgente, con un tannino che morde con eleganza, ben integrato nel velluto della trama. La freschezza, pur non essendo protagonista assoluta, si fa sentire, bilanciando la potenza e invitando al secondo calice. Lungo e persistente il finale, con ritorni fruttati e una scia minerale che pulisce il palato lasciando un ricordo indelebile di terra e passione. Un vino che non ha fretta. Un vino che emoziona perché è sincero, che non vuole piacere a tutti i costi ma solo essere sé stesso. 88 Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO 2025, TENUTA I FAURI: Il naso è un cantiere aperto, un groviglio di sensazioni che sgomitano per uscire dal calice, un olfatto irrequieto, in continuo movimento. L’incipit sembra quasi rassicurante, con dolcezze di mela Granny Smith e pera Williams non ancora matura, ma è…un inganno. Perché gli agrumi alzano la voce: l’asprezza tagliente del limone, l’amaritudine della scorza d’arancia e un accenno di cedro che sferza le narici. E mentre cerchi di rimettere in ordine i pensieri, le ossa di pietra della Majella si immergono nel respiro salmastro dell’Adriatico ed emerge una sapidità quasi palpabile di sassi rimescolati dalle onde mescolata a folate di menta selvatica, timo e una mandorla tostata che sa di fine estate. In bocca è un duello. Una lama dritta, a doppio filo, freschezza citrina che agita le papille e sapidità che prosciuga il palato. Ma non è un vino esile; sotto la corazza nervosa c’è polpa, materia, l’anima di un territorio che regala sostanza senza mai appesantire. Il sorso si distende con prepotenza, svelando un dinamismo che gioca tutto sul contrasto tra la succosità del frutto e l’irruenza del sale. La chiusura è lunga, testarda, e lascia sul ring un ricordo di agrume spremuto e un’amaritudine di osso di pesca che ti costringe a cercare subito il sorso successivo. Figlio di un’annata che ha finalmente fatto pace con il calendario, di un’annata di redenzione, pecca forse di arrogante gioventù, ma è proprio questa sua schiettezza ruspante a renderlo irresistibile. Un vino che non chiede scusa e non fa prigionieri, non bussa prima di entrare e si siede a capotavola 88- punti – CERASUOLO D’ABRUZZO DOC “BALDOVINO” 2025, TENUTA I FAURI: il naso è un viaggio a ritroso nel tempo, un ritorno ai pomeriggi d’estate passati a rubare le ciliegie dall’albero del vicino. C’è il profumo dei duroni maturi, della melagrana che scrocchia sotto i denti e di quei piccoli frutti che i rovi provano a far crescere di nascosto. Ma basta un attimo perché il racconto si faccia più profondo, svelando note di radice di liquirizia, di pepe rosa e quel sentore di geranio selvatico che cresce lungo i fossi. È un olfatto che non si accontenta di apparire, ma vuole trascinarti dentro la vigna, tra la polvere e il vento che profuma di mare. In bocca è carezza ruvida e abbraccio energico, ti scuote e ti rassicura allo stesso tempo. Entra con una struttura che non ti aspetti, solido, materico, per poi esplodere in una freschezza acida che sembra un lampo improvviso in una notte d’agosto. La sapidità è la vera protagonista, una scia minerale che sa di argilla e di sale, un richiamo costante alla terra. Il sorso corre veloce, dinamico, quasi impaziente, e chiude con quell’amarognolo di mandorla che è come l’ultima pagina di un libro che non vorresti mai finire di leggere. Un calice in cui si agita una storia antica fatta di vigne a tendone e di mani che sanno di terra. Un vino che ha il cuore grande, un Montepulciano che ha scelto di rimanere adolescente (forse). 88 Punti. – ABRUZZO DOC PECORINO “EKWO” 2022, TERRAVIVA: e poi arriva lui, “EKWO”. Dicono che significhi equilibrio, dal latino aequus. Ma l’equilibrio, si sa, è una bestia rara, soprattutto quando hai a che fare con la vita. Questo Pecorino, nel bicchiere, non è un tipo che ti urla in faccia le sue virtù. Ti sussurra, con una voce roca, verità che non ammettono repliche. L’olfatto è un pugno di mediterraneità, un diretto di scorza di limone e pompelmo, amaro quanto basta. Poi senti le erbe officinali, salvia e timo e quella nota di pietra focaia, quasi un odore di scintilla che ti dice che qui c’è qualcosa di vivo, di elettrico, sotto la superficie. Non è un profumo da annusare e basta, è da respirare a pieni polmoni, come l’aria dopo un temporale. In bocca, è un sorso di mare agitato che ti lascia il sale sulle labbra e un sapore di avventura. La sapidità è prepotente, ti prende e non ti molla, sostenuta da un’acidità citrina che ti pulisce la bocca come una promessa mantenuta. C’è polpa, certo, pesca gialla e nespola ma affatto svenevoli. È la trama tattile, quasi gessosa, che ti fa sentire la terra, la fatica, la verità. Un vino che ha un piglio rustico, ma con un’eleganza che non si compra, che non cerca di compiacere nessuno. Va dritto al punto, come un ubriaco che sa dove vuole andare. La chiusura è lunga e ti accompagna con un ammandorlato che ti ricorda che la vita, nonostante tutto, ha i suoi piccoli piaceri. E poi quel ritorno balsamico, come un sospiro profondo, che ti fa venire voglia di quell’altro sorso di cui hai bisogno. Un vino che non teme il tempo, perché ha già visto abbastanza ma che oggi, in questa bottiglia del ti racconta la freschezza di una gioventù che ha già capito come gira il mondo. In enoteca? Un prezzo… onesto. Non ti rapina, ti offre un pezzo di verità per quello che vale. Da bere ascoltando “SULLE LABBRA” dei COMA_COSE, ma con un bicchiere in mano e lo sguardo perso nell’orizzonte, dove il blu del mare si confonde col cielo, e pensi che, in fondo, non è andata poi così male. 88+ Punti. – TREBBIANO D’ABRUZZO DOC SUPERIORE “MARIO’S 49” 2021, TERRAVIVA: un olfatto che si apre piano, con quella lentezza che solo il tempo e il rispetto possono regalare. La frutta matura è la prima ad arrivare portando in dote pera Williams appena colta, pesca bianca e una mela golden che va scivolando verso la confettura. Sono poi gli agrumi ad alzare la tensione, quelli luminosi e con la buccia spessa ed è perfettamente a fuoco l’immagine dei fiori di ginestra bagnati dalla rugiada del mattino mentre dal fondo del calice si alza quella mineralità bagnata di pietra focaia e sale marino che parla chiaro delle colline abruzzesi affacciate sull’adriatico. Non è un bouquet urlato, è un sussurro che si fa via via più profondo, stratificato, quasi tridimensionale. In bocca entra con una verticalità sorprendente. L’attacco è sapido, fresco, quasi tagliente nella sua pulizia, eppure subito avvolgente. L’acidità è viva, vibrante, di quelle che danzano sul palato senza mai stancare, sostenuta da una struttura che rivela l’origine montana del vitigno. Il frutto si fa più denso, la pera e la pesca si fondono con note di mandorla fresca e un lieve idrocarburo che affiora discreto, segno di una complessità destinata a evolversi ancora negli anni. Il finale è lungo, salino, con un ritorno di timo e salvia selvatica e una persistenza che invita a riavvicinare il bicchiere, lentamente, senza fretta. “MARIO’S 49” non è solo un vino: è un atto di resistenza al tempo veloce. Un vino che parla di radici, di vigne alte che sfidano il vento, di un territorio che non ha bisogno di mode per raccontare la sua verità. Lo bevi e capisci che certi bianchi non si limitano a dissetare, accompagnano il pensiero, rallentano il respiro, e ti lasciano con quella sensazione rara di aver toccato qualcosa di autentico, di vivo, di destinato a migliorare ancora nel bicchiere e nella memoria. Un abbraccio lento all’Abruzzo in forma liquida. Da aprire senza fretta. 89– Punti. – MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOP 2022, OLIVIA: c’è qualcosa di profondamente abruzzese in questo Montepulciano. Non il solito rosso robusto e un po’ rustico che tante volte si incontra nella regione, ma un vino che racconta una storia di terra, vento salmastro e cura artigianale. Al naso non si perde in eccessi. La frutta rossa matura emerge con i toni della prugna quasi passita e delle more dolci mentre le spezie, gentili, stendono un tappeto di vaniglia, pepe nero e cacao raccontando del breve viaggio nel legno. È un bouquet complesso ma non urlato, elegante nella sua espressività mediterranea. Il sorso conferma morbidezza e struttura, i tannini sono vellutati e ben educati e la viva acidità viva tiene tutto in equilibrio senza mai stancare. Il frutto è croccante e succoso, tornano la ciliegia nera e la liquirizia mentre sei indeciso se il salato sia mare o roccia. Lungo quanto deve e con un finale pulito giocato tra spezie e soffi balsamici. Non un urlo di potenza, ma un respiro profondo, il canto sommesso di una terra sospesa tra mare e montagna. Certo non un vino “da meditazione” ma un Montepulciano intelligente, quotidiano e di carattere. Da aprire senza troppe cerimonie, ma con il rispetto che si deve a chi sa raccontare un Territorio in silenzio. 87++ Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE intanto al Consorzio Tutela Vini d’Abruzzo per avermi voluto ospitare a questo bell’Evento. È stata una esperienza molto ben organizzata e ricca di spunti di approfondimento che forse avrei preferito più “centrata” su quel Cerasuolo che doveva essere la “star” della serata e che invece, ai banchi d’assaggio, mi è sembrato recitare la parte del comprimario ma che ha avuto comunque il pregio di alzare il livello di attenzione e stimolare la curiosità dei numerosi winelovers intervenuti accendendo uno spot su un vino unico e poco incline a essere inquadrato nella famiglia dei “rosati modaioli”. Grazie anche a tutte le Aziende presenti e naturalmente a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino a qui Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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Sicilia DOC dà il benvenuto all’estate Arrow Right Top Bg

1 Luglio, 2026

Sicilia DOC dà il benvenuto all’estate

  Tre vini, tre momenti, un’unica anima mediterranea   L’estate in Sicilia è un invito a rallentare e a vivere il territorio attraverso i suoi paesaggi, i suoi sapori e le sue tradizioni. È il momento in cui spiagge, borghi, vigneti e città d’arte si animano di viaggiatori alla ricerca di esperienze autentiche e in cui il vino diventa un naturale compagno di scoperta del territorio, capace di raccontare l’isola attraverso i suoi paesaggi, le sue tradizioni e la sua straordinaria cultura dell’ospitalità. Dall’aperitivo al tramonto tra i vigneti ai pranzi all’aperto nelle campagne siciliane, fino ai fine settimana alla scoperta delle coste e dei borghi dell’isola, il vino diventa parte integrante dell’esperienza di viaggio. Una tendenza confermata anche dai numeri: secondo il primo report sul mercato turistico del vino realizzato da Wine Monitor, l’Osservatorio di Nomisma dedicato all’andamento del mercato del vino, nel 2025 il turismo del vino ha generato oltre 3 miliardi di euro di valore per le cantine italiane, contribuendo mediamente al 21% del loro fatturato. Cresce inoltre la domanda di esperienze sempre più immersive, capaci di mettere in relazione degustazioni, paesaggio, cultura e gastronomia. È proprio in questo contesto che i vini Sicilia DOC diventano compagni ideali per vivere e raccontare l’isola. Tre vini simbolo della denominazione, tre interpretazioni diverse della Sicilia e tre occasioni che richiamano altrettante esperienze che si possono vivere durante la stagione estiva. Per celebrare l’arrivo dell’estate, il Consorzio di Tutela Vini DOC Sicilia propone tre vini simbolo della denominazione, tre interpretazioni diverse dell’anima mediterranea dell’isola, capaci di accompagnare altrettanti momenti della stagione. Il primo è quello dell’aperitivo al tramonto. Quando il sole scende lentamente sul mare e la luce si fa dorata, il protagonista è l’Insolia Sicilia DOC. Un vino che racconta il lato più aromatico della Sicilia con profumi di fiori bianchi, agrumi e macchia mediterranea, una freschezza elegante e una piacevole immediatezza che invita alla convivialità. Per i pranzi all’aperto, tra tavole condivise, piatti di mare e giornate immerse nella luce estiva, la scelta è il Grillo Sicilia DOC. Vitigno identitario della regione, esprime nel calice tutta la sua personalità mediterranea attraverso una vibrante sapidità, note agrumate e una piacevole struttura che richiama la brezza marina e i paesaggi assolati dell’isola. Per le serate estive da vivere in compagnia, il Nero d’Avola Sicilia DOC vinificato in rosato rappresenta invece l’espressione più fresca e contemporanea del vitigno simbolo della regione. I suoi profumi di fragoline, melograno e piccoli frutti rossi, uniti alla piacevole freschezza e alla versatilità negli abbinamenti, lo rendono il compagno ideale delle giornate estive, dalla spiaggia all’aperitivo vista mare. Dalle coste accarezzate dal mare ai vigneti che disegnano l’entroterra, ogni calice di Sicilia DOC racchiude il carattere autentico dell’isola: un invito a vivere l’estate con gioia, lasciandosi guidare dai profumi, dai sapori e dalle emozioni di una terra che sa trasformare ogni momento in un’esperienza da ricordare. La Redazione
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