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29 Marzo, 2024
Francesco De Angelis. L’ingegnere dell’Asprinio
Ci sono territori che rimangono dentro di noi per svariati motivi. Possono anche non essere eccelsi, ma, per qualche recondito motivo, sono in noi con un misto di nostalgia e felicità.
La zona del casertano è nella mia mente e nel mio cuore perché li c’erano i miei nonni materni. Un piccolo paese, Camigliano: grande per un bambino piccolo, piccolo per un bambino grande.
Li ho trascorso le estati, le feste, i fine settimana. Li nonno Antonio mi portava in campagna a sentire gli odori.
Il dialetto, l’intercalare della parlata. I sorrisi e i discorsi delle meravigliose persone di quelle zone.
Ogni cosa è dentro di me.
Sarà per questo, anche per questo che quando incontro Francesco De Angelis, ingegnere e vignaiolo, mi sembra di ripiombare indietro nel tempo. La sua parlata, dove vive, come si pone. Tutto sa del mio passato. Ne rimango affascinato ed è bello che sia così.
Siamo a Casal di Principe, un luogo che deve purtroppo la sua notorietà a questioni legate alla Camorra. Mio zio Pasquale, avvocato del Foro di Santa Maria Capua Vetere, mi portava qui narrandomi da un lato storie di Camorra, dall’altro di quanto le persone fossero in realtà persone per bene. Luoghi che sembrano non offrire nulla ma che in realtà hanno rappresentato negli anni la culla dell’agricoltura campana.
Le persone che ho incontrato da piccolo e adesso, sono uniche e splendide. Tutte legate dalla grande capacità di amare questo territorio fin nel midollo.
Zio Pasquale studiava la storia. Andava a fondo animato da profonda curiosità. Cercava, proprio nella storia, le origini del territorio che viveva. La grande fertilità, i meravigliosi prodotti, avevano sicuramente fatto gola ai nobili di un tempo.
I terreni di Casal di Principe, fanno parte dell’Agro Aversano la cui enorme fertilità è il risultato delle attività vulcaniche di Rocca Monfina e dei Campi Flegrei. Il primo con la sua ultima attività oltre 50.000 anni fa, il secondo ancora attivo. Minerali e, appunto, tanta fertilità dovute anche all’essere state zone paludose bonificate durante durante il fascismo.
Fertili terre abbandonate per concentrarsi maggiormente sulla cantieristica e l’allevamento delle bufale (producendo tra l’altro una meravigliosa mozzarella!).
Il vitigno di questo luogo è un vitigno vigoroso. Così vigoroso che si sviluppa in altezza con le alberate che raggiungono i venti metri di altezza. L’Asprinio è così. Si sviluppa in altezza per la sua capacità di crescere e produrre. Gli anziani lo legavano ai pioppi o lo appoggiavano alle mure di cinta creando la “maritata”, lo sposalizio.
Un tempo l’abbondanza era grande cosa. Una pianta che produce anche 100 kg di uva non poteva che risultare affascinante. Anche se poi arrampicarsi sulle scale di legno per portare giù quei grandi grappoli non era cosa per tutti.
Il vino che se ne ricava, l’Asprinio è un vino secco. Così secco che Mario Soldati scriveva “Non c’è bianco al mondo così assolutamente secco come l’Asprinio: nessuno”. Secco e di grande impatto di abbinamento.
Troppo difficile però coltivare un vitigno come l’Asprinio nella sua accezione antica. Solo il doversi arrampicare come ragni su quelle pericolanti scale avrebbe scoraggiato chiunque. Anche il papà di Francesco che sulle terre di famiglia si accontentò di coltivare le mele Annurche, la pesca Puteolana, i pomodori. Ma non il vigneto. Troppo difficile.
Francesco si trova anni fa a capire cosa farne dei tre ettari del terreno di famiglia. Ne parla con un amico, anzi, come dice lui, un parente, agronomo.
Parlando con un parente agronomo mi disse “ma perché non metti un vigneto?” Mi ricordai di quando ero piccolo che avevo questo scalone per raccogliere le uve. L’Asprinio. Le scale le appoggiavamo al muro. Nonno poi mi facevo pigiare l’uva.
Francesco è per prima cosa un ingegnere e io, da ingegnere, so come ragiona un ingegnere. Per lui, fare una vigna come si faceva un tempo e produrre un vino come fanno tutti, non gli passa manco per la capa (come direbbero qui). Un ingegnere ha la testa che gli frulla come un mulino a vento e ha in mente solo due cose: innovazione e qualità. Non si scappa. Non si possono fare cose che non siano di qualità come non si possono fare cose vecchie o meglio, allo stesso modo di come si sono sempre fatte. Fino ad un certo punto o meglio coniugando le cose di un tempo con la tecnologia moderna.
Lo faccio ma con il mio modo di vedere le cose. Tecnico tra virgolette. Faccio un impianto ex novo a spalliera e biologico. Anche prima era biologico perché i nonni utilizzavano solo zolfo e rame. In più come mio nonno non usava i concimi io non li uso. O sovescio o Bioma.
Asprinio con impianto a spalliera? Sembra, almeno per queste zone, una bestemmia. Ma vallo a contestare ad un ingegnere che prima di cominciare la sua attività di vignaiolo ha usato il metodo ingegneristico: studio, sperimentazione, documentazione, confronto.
Studia tutto ciò che trova da studiare documentandosi senza limite. Si confronta con agronomi ed enologi. Sperimenta quanto sperimentabile!
Ho studiato. C’erano dei corsi della regione Campania. Chiedevo consigli ad un amico enologo ed agronomo appassionato di biologico. Le terre c’erano ma prima dovevo capire come partire. Da noi la spalliera non è un tipico impianto. C’è l’alberata ma è difficile. Mi sono studiato i sistemi a spalliera e ho individuato quale potesse andar bene. Ho impiantato la barbatelle scegliendo le gemme con una ricerca tra le varie tipologia di asprinio. Mi servivano i paletti in acciaio per la spalliera ma qui non ci sono nemmeno sistemi per impiantare i paletti. Ho dovuto prendere una impresa che impianta i paletti sull’autostrada. Insomma ho coniugato le capacità del territorio con quello che mi serviva. Insomma, ho fatto la scelta di tutto da ingegnere. Sono partito da solo con un agronomo che suggeriva. I primi anni con grande difficoltà perché senza esperienze. L’esperienza ce l’aveva il nonno.
Un ingegnere si annoia a fare le cose allo stesso modo o le solite cose. Fare una cosa ex novo non era nelle sue corde. Impossibile solo a pensarlo. Ma anche insolito.
Ora, immaginatevi la scena. Francesco che è nella sua vigna in costruzione con tanto di paletti in acciaio e le persone del luogo che passando non potevano che pensare quanto fosse insolita e insensata la sua idea.
Ingegnè ma chi to fa fa. ..mi prendevano in giro. Però i consigli sono serviti e le piante sono cresciute con l’uva bellissima. Quelli che mi prendevano in giro si fermavano “ingegnè hai fatto una bella uva”. Una bella soddisfazione.
Se anche gli anziani del luogo davano il proprio consenso, allora non si poteva che essere sulla strada giusta.
La campagna, la vigna. Si per Francesco sono importanti. Salire sul trattore come saliva da bambino è per lui una felicità immensa. Uno svago, un modo per evadere.
L’attività professionale è da libero professionista. Oggi cuba abbastanza ma le tempistiche mi permettono di muovermi. Le lavorazioni in campagna si fanno molto presto. La sera dopo le 20 nel periodo estivo o sabato e domenica. Ricordo da bambino quando giocavo sul trattore. Quando ci salgo sopra ritorno bambino. La manualità non è solo quella dei tasti del computer. È quella della vigna della etichetta.
Ma non è la campagna la vera passione di Francesco. Sentendolo parlare ci si accorge di quanto sia attento allo studio e alla sperimentazione vera e propria. Il suo mondo è la cantina. Qui può sperimentare e capire. Non con l’ambizione di “creare” qualcosa ma di modernizzare quello che si faceva un tempo.
Volevo solo l’Asprinio. Non faccio solo il vino. O meglio faccio il vino fermo e frizzante, tre tipi di spumante, la grappa, sto cercando di fare un brandy. Ho ancora altre idee. Cerco di trasformarlo in tutti i modi che mi vengono in mente. A me piace molto la storia che c’è dietro.
La storia appunto. Come quella che ha ispirato Terzo Farnese prendendo il nome da Papa Paolo III Farnese che nel 1585 si recò a Napoli per una delle sue visita. Ora, Paolo III era un cultore del buon cibo tanto da avere e portarsi dietro un cuoco, tale Bartolomeo Scappi. Allo stesso modo era un cultore del buon bere. Il suo bottigliere personale, Sante Lancerio aveva il compito di scegliere una bottiglia di vino per ogni ora del giorno, per ogni mese, per ogni anno. Portando delle motivazioni al Santo Padre. Non è dato sapere se fosse sempre lucido. Di certo, apprezzava e comprendeva il buon vino. Sante Lancerio, proprio nel viaggio a Napoli, gli propose una bottiglia di Asprinio proveniente da una fresca di grotta dell’Agro Aversano.
Ora, se pensiamo che a quel tempo i vini potessero essere come quelli odierni, sbagliamo di grosso. Per forza doveva ad esempio essere non filtrato e per forza doveva essere frizzante: non potevano certo governare il processo di fermentazione.
Così è quindi Terzo Farnese. Ha il sapore del vino con della storia dentro.
Sempre ricordando la storia ho fatto Nobir che è una piccola bottiglia con un prodotto frizzante non filtrato.
Nobir è un omaggio alla “foglietta” ovvero alla misura di mezzo litro introdotta da Papa Sisto V nel 1588: al fine di porre fine alle frodi degli osti romani, ordinò di sostituire le brocche in coccio (che finiranno tutte a generare il Monte dei Cocci a Testaccio) con quelle di vetro in misure determinate. Tra queste proprio la foglietta (in romanesco “fojetta”.
A Napoli si beveva l’Asprinio e le signore bevevano la foglietta.
Nobir è un mezzo litro di vino Asprinio.
Sono curioso perché leggo tanto. Mi chiedo se questa cosa si può fare, mi interfaccio con il cantiniere e l’enologo e chiedo se si può fare. Così faccio. L’enologo si diverte perché sperimentiamo. A me piace uscire dai canoni attuali. Volevo ad esempio avere uno spumante ancestrale come quello dei nostri nonni ovvero ottenuto da una unica fermentazione. Così ho bloccato la fermentazione mentre diventava vino. Ho travasato tutto in una bottiglia lasciando completare la fermentazione. Poi sboccato come se fosse un metodo classico al fine di togliere quasi tutte le fecce. Il risultato è un prodotto senza zuccheri aggiunti e senza solfiti aggiunti: ha una specificità e la storia. Senza cattivi odori.
I volumi sono pochi e non può che essere cosi. Tre ettari garantirebbero anche rese molto interessanti in un territorio del genere. Ma Francesco ha in mente solo la qualità.
I tre ettari sono tutti vitati ma con Guyot c’è si qualità ma meno produzione. Questa pianta è forte perché da uva fino a 15 metri di altezza e ne può produrre anche un quintale per pianta. Io ne faccio fare circa 4 kg. Questo influenza molto la qualità del prodotto. I territori sono ricchi di sali minerali perché siamo in una ex pianura alluvionale con i vulcani di Rocca Monfina e del Vesuvio. L’alta concentrazione di sali minerali si concentrano nei pochi chicchi. È possibile che nelle bottiglie si trovino ad esempio cristalli di calcio e potassio. La concentrazione è talmente alta che per toglierli dovrei fare tante filtrazioni. La mia idea è di ottenere un prodotto che rispecchi l’Asprinio di una volta con la tecnologia che abbiamo adesso.
7 sono i prodotti realizzati anche se Francesco ne ha in mente molti di più.
Cisavolpe, metodo ancestrale (3000 bottiglie);
Terzo Farnese (3000 bottiglie)
Nobir (3000 bottiglie)
Primo, Asprinio fermo (1300 bottiglie)
DEA, Spumante Charmat (2300 bottiglie di uno spuntante non canonico già da colore);
Metodo classico Mattia (dal nome del papà per 1000/1500 bottiglie).
Con questi volumi, fare l’investimento della cantina non sarebbe stato possibile. Ecco che Francesco si serve di una cantina limitrofa per vinificare. Cantina alla quale va tutta la mia comprensione per riuscire a star dietro un vulcanico pensatore come Francesco!
A 300 metri da casa mia c’è una cantina sociale che ha i mezzi e lavoro solo le mie uve. Faccio li tutti gli esperimenti. Faccio dei prodotti che sono in controtendenza.
Per tutti i vini la pressatura è soffice a una atmosfera grazie ai macchinari. Questa è la tecnologia. Nel passato il torchio andava ben oltre le 100 atmosfere (anche 400!). Una bella differenza.
Il pressato diventa di un colore arancione. Sembra un orange, un macerato. Già li perdiamo prodotto. Prendiamo solo il fiore. Otteniamo pochissime bottiglie cosi che con la qualità posso competere. Il massimo della qualità. Così è il mio prodotto. In alcune bottiglie non c’è solfito. Nel Terzo Farnese siamo sotto i 10mg litro cosa che potremmo scrivere “senza solfiti”. Prodotto dal sapore riconoscibile. Quello è asprinio De Angelis.
In effetti, avendo assaggiato anche altri Asprinio, la differenza è evidente proprio a partire dalla colorazione. Gli odori vengono fuori ancorché l’Asprinio non abbia particolari sentori. Quello di Francesco ha una sapidità spaziale. In bocca l’alcol sembra non esserci grazie alla sapidità. La tipologia di prodotti è cosi particolare ed identitaria che il primo sorso non è sufficiente per apprezzarli. Il secondo però comporta il non potersi più fermarsi per via di una pazzesca fruibilità . Sono vini da pasto poiché la grande freschezza necessita di un abbinamento che, qualora corretto (pesce in frittura, frittura in generale, formaggi freschi, mozzarella di bufala, pizza base bianca), fornisce una pulizia del palato unica nel suo genere.
Mattia è una esperienza. Un Asprinio che non ti aspetti. Eppure la generosa spalla si presta benissimo alla spumantizzazione. Un metodo classico che mi ha stregato già da quel colore intenso e vivo come se fosse un macerato (ma il contatto con le bucce nemmeno lo ha visto). I sentori di albicocca, pesca e mandarino spiccano anche se ingannano per la loro freschezza e semplicità. In bocca infatti Mattia da il meglio di se e degli altri con una pazzesca mineralità dunque sapidità. Il gusto che ricorda la albicocca disidratata e mandarino si uniscono alla proverbiale freschezza dell’Asprinio ma con un perfetto bilanciamento. Perlage finissimo grazie ai 30 mesi di affinamento: in bottiglia!! Finale fantastico e persistenza lunga ne fanno un prodotto che ho sposato con vari tipi di pizza. Un vero matrimonio ben riuscito.
Dal punto di vista commerciale ho un amico, parlo sempre di amici, che mi cura l’etichetta e un pò di sponsorizzazioni su vari canali. Poi c’è il passaparola. Sono arrivato anche sulle Alpi. Un signore mi ha inviato una foto del mio primo spumante che non si chiamava DEA ma Francesco De Angelis del 2019 bevuta adesso. Mi ha chiamato perché gli era piaciuto tantissimo. Ne ha volute quattro casse. Ne era rimasto colpito. Vorrei piazzare i miei prodotti subito ma senza incrementare le bottiglie. Non voglio diventare industriale ma rimanere artigianale.
Questo è Francesco De Angelis e la sua Asprinio De Angelis. Una persona schietta, divertente, viva. Una di quelle persone con le quali zio Pasquale si sarebbe messo a parlare di storia bevendo un bicchiere di Asprinio. È un pò quello che ho fatto io, con tutto il cuore, con Francesco.
Perché qui le persone sono come lui. Sembra che ci si conosca da sempre.
L’Asprinio di Francesco è come lui: vero e unico, ma non per tutti.
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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28 Marzo, 2024
Aglianico MEMINI - 2006 - GUASTAFERRO
L’Aglianico racconta l’Irpinia nel bicchiere dall’alto di una storia millenaria e di un oggi appenappena iniziato.
Un oggi firmato da numerosi Produttori illuminati, consci di un Territorio che nulla ha da invidiare a quelli di più nordici blasoni, capace di regalare vini inossidabili.
Non conosco la cantina GUASTAFERRO se non per le poche parole dell’amica che m’ha fatto stappare ‘sta bottiglia di emozioni.
E proprio perché non la conosco mi limito alle scarne notizie che il web mi concede con la promessa di approfondire il discorso relativo all’Uomo passando, spero, per gli altri vini che produce.
10ha nell’Irpinia di Taurasi, lì dove mi piace pensare che i piemontesi abbiano spiato l’Aglianico per immaginare il loro Barolo.
10ha con una storia che affonda le radici nelle profondità della viticoltura irpina e con un oggi ventennale guidato da Raffaele.
Ora, non so se “MEMINI” stia per quel latino “ricordare” cui la professoressa voleva facessimo seguire “meministi” e “meminisse”, certo è che, se così fosse, questo Aglianico avrebbe tanto da far ricordare.
Racconterebbe dei vini che furono, sacrificati oggi all’opulenza a scapito di una bevibilità cui lui non ha intenzione di rinunciare.
E racconterebbe dell’Uomo che lo fa.
Quell’uomo che è vero discrimine e componente spesso dimenticata in quel termine “terroir” troppe volte abusato ed usato a sproposito.
Quell’uomo che qui ci mette sotto il naso un fazzoletto di un Territorio che ha forse solo nelle Langhe paragone di complessità e parcellizzazione strutturale.
Si, vabbè, ma il vino?!
Beh, questo “MEMINI”, pur al giro di boa della maggiore età, dimostra tutta l’incoscienza di un monello.
Verticalmente profondo come il cono di un vulcano eppure di grandangolare ampiezza.
Riempie il bicchiere come magma che risale dal centro della terra, dirompente come una nuvola di piroclastica, balsamica freschezza.
Ed ecco che riuscite dunque a catalogare con precisione tutte le erbe alpine che avete messo a macerare per fare il vostro amaro, le balsamicità di tabacco, le ferrose mineralità.
Arrivano poi le grassezze della frutta rossa e nera matura e quelle di un cioccolato che fa comunella con il mentolo per ricordarVi degli “after eihgt” degli anni 80.
E poi un secondo giro di freschezze, stavolta succose di arancia rossa e ombrose di sottobosco umido e terroso (foglie e funghi compresi).
Cupa la chiusura, che ricorda china, radice di liquirizia, goudron, e grafite.
Totemico il sorso, a raccogliere intorno e coinvolgere.
Un druido che racconta di sostanza, sottolineando, qualora ce ne fosse bisogno, che le vigne da cui proviene ‘sto vino respirano l’aria frizzantina di quei 500m che sono quasi montagna.
Dunque: freschezze a gogo!
Da quelle dell’arancia succosa a quelle di un dissetante tè alla menta che ci porta per un istante nello speziato oriente.
I tannini?
Educati ma non proprio con le braccia conserte, che stanno al loro posto ma vorrebbero uscirsene in giardino a giocare a ‘chiapparella con quella sapida mineralità che si impadronisce del lungo finale di bocca.
Da bere ascoltando “B.O.B. (BOMBS OVER BAGHDAD)” degli OUTKAST
Roberto Alloi
VINODENTRO
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27 Marzo, 2024
Costa di Bussia: pionieri del Barolo
L’azienda agricola Costa di Bussia si trova tra Barolo e Monforte d’Alba, il cuore delle Langhe, e vanta quasi 150 anni di storia. Siamo sulla famosa collina della Bussia, circondati da vigne che scolpiscono un panorama dichiarato Patrimonio dell’Unesco: le Langhe.
La cantina viene infatti fondata nel 1874 da Luigi Arnulfo, considerato il Pioniere del Barolo per le sue innovative imprese nel mondo enologico locale e nel mercato internazionale del vino. Pensate, fu il primo produttore ad esportare il Barolo nel Nord America nel 1890!
Visse un’epoca storica piuttosto drammatica per la viticoltura a causa delle epidemie di oidio, peronospora e fillossera, che decimarono i vigneti in tutta Europa. La ricerca di soluzioni a queste calamità produsse grande fervore scientifico e lo stesso Arnulfo viaggiò in Francia per aggiornarsi circa l’utilizzo dell’innesto su viti americane, adottò i moderni strumenti di cura del vigneto e sperimentò nuovi sistemi di coltivazione”. Egli fu, inoltre, pioniere del marketing e delle menzioni geografiche. Già a fine 1900 fece realizzare uno specchio da appendere nelle osterie o nei caffè per pubblicizzare il suo brand.
La sua storia è raccontata nel Museo Storico a lui dedicato, cuore del percorso di visita ideato per mostrare la tenuta e i suoi undici ettari di vigneti, la cantina e le varie fasi di vinificazione e produzione dei vini.
È innegabile che un buon vino nasce in vigna, grazie alle caratteristiche del terreno, all’esposizione al sole ed al clima, fattori naturali che vengono valorizzati da mani sapienti che ne sanno esaltare le qualità. La zona nota come Bussia è un “cru” riconosciuto per la produzione di vino, in particolare di Barolo. Questo terreno argilloso è infatti ricco di sali minerali che vengono trasferiti dalle viti all’uva ed infine al vino, arricchendolo in struttura e complessità. La pendenza dei filari, che difficilmente permette l’uso di mezzi meccanici, esalta però la qualità del prodotto.
La mappa che trovate nella galleria fotografica rappresenta la suddivisione delle vigne attualmente coltivate ed è incredibile come ciascuna porzione abbia delle caratteristiche geo-climatiche proprie che vanno assecondate sia durante i lavori stagionali, sia durante la vinificazione, per poi ritrovarle anche nel bicchiere.
Ed ecco i preziosi prodotti Costa di Bussia: Langhe doc Chardonnay, Dolcetto d’Alba doc, Barbera d’Alba doc, Barbera d’Alba doc vigna Campo del Gatto, Langhe doc Nebbiolo Arcaplà, Barolo docg Bussia, Barolo docg Bussia Campo dei Buoi, Barolo docg Arnulfo (0,75 L e 3 L), Barolo docg Riserva, Barolo Chinato e Grappa di Barolo.
Tra questi vorrei soffermarmi, senza nulla togliere agli altri, sul Barolo D.O.C.G. Bussia Vigna Campo dei Buoi, annata 2016, che ho avuto il piacere di degustare, al quale sento di associare un aggettivo che ne riassume l’essenza: elegante. Un Nebbiolo di grande espressione, uve provenienti esclusivamente dalla vigna storica “Campo dei Buoi”, già menzionata nell’atto di acquisto del 1874, con la citazione “Campo detto terra dei buoi” riprodotta sull’etichetta del vino. Vigna esposta esclusivamente a sud di estensione poco più di un ettaro.
I filari partono da quota di 250m e arrivano fino a 350m. In questa particella, la componente principale è la marna, mentre argilla e arenaria sono minoritarie. L’elevata presenza di carbonati garantisce un perfetto equilibrio idrico, sì da fornire risposte adeguate anche in caso di annate difficili. Le componenti minerali, quali potassio, fosforo, calcio e gli altri elementi, sono ben bilanciate e consentono una perfetta maturazione dei grappoli accompagnata da una ricchezza in componenti.
Ricchezza ed equilibrio che ritroviamo anche nel calice, un vino che tra frutto, spezie, nota balsamica e tannino perfettamente levigato, regala un grandissimo piacere di beva. Abbinato perfettamente ad un filetto al tartufo, puro godimento.
E per chi volesse immergersi a pieno nella vita di Langa, occorre segnalare anche l’Agriturismo Costa di Bussia ricavato in quello che era l’appartamento di Luigi Arnulfo. Un agriturismo immerso nei vigneti in cui rifugiarsi per vivere una vacanza slow, dove il ritmo del tempo è scandito solamente dalla natura che ci circonda.
Una cantina di altissimo livello che produce vini che meritano davvero tanto e che devono essere nella cantina e nel calice di tutti noi appassionati, davvero consigliatissima!
Costa di Bussia: pionieri del Barolo
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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26 Marzo, 2024
Il lusso della Malvasia
Vi voglio raccontare il mio viaggio nel gusto del bere bene veneziano, attraverso la storia di come la Malvasia, arrivata in antichità a Venezia, nei secoli è stata apprezzata così tanto da essere commercializzata in tutto il mondo.
Il racconto parte dalla Scuola Grande della Misericordia, location di Wine in Venice, seconda edizione della kermesse dedicata al vino, grazie alla quale è stato organizzato un tour in esclusiva, alla scoperta dell’antico giardino del monastero di San Francesco della Vigna.
LA MALVASIA GIUNGE A VENEZIA
I primi anni del Medioevo si contraddistinsero per un particolare stato climatico, “Optimum Climaticum” caratterizzato da alte temperature atte a far sì che la vite si potesse coltivare anche sulle Alpi.
Le città assistettero alla formazione di nuove classi sociali più abbienti, desiderose di esprimerne l’appartenenza, mostrando la loro posizione in varie occasioni come a tavola: bere “bene”,
Bere vino buono diventò la dimostrazione di appartenenza alla classe sociale abbiente. Molti di questi vini provenivano proprio dalle terre vicino a Venezia. La Serenissima Repubblica a quell’ epoca era un importante centro commerciale di scambio, per cui la Malvasia poteva essere trasportata facilmente e divenne importante merce di scambio.
Tra il 1200 e il 1300 il clima, purtroppo o per fortuna, cambia. Si abbassano le temperature e la vite diventa incoltivabile in montagna come nelle lagunari.
Nel ‘200 Venezia viene a trovarsi in un periodo di grande albore grazie alla conquista dei territori dell’Impero Romano d’Oriente. Si annette alla Serenissima parte della costa greca, Istria e Creta detta “Candia”, dalla quale importa le barbatelle di Malvasia impiantandole sulle terre emerse della laguna e arrivando ad autoprodurre quello che diventerà il vino di “lusso” dei Veneziani esportato in tutta Europa.
Altra invenzione tutta veneziana è quella di bere vino in calici trasparenti. Ciò comporta che il vino va impreziosito: dovrà essere non solo buono ma anche bello!
L’importanza economica della Malvasia fu così alta che la Repubblica di Venezia creò uno scalo navale chiamato ancora oggi Fondaco della Malvasia.
Diverse le tipologie e i cloni di Malvasia: la Garba più acida, forse di tipo istriano, quella bevuta di più, la più apprezzata; la Tonda, con grappoli rotondi più morbida; la Aromatica, vinificata con macerazione.
LA MALVASIA NELLA VITA QUOTIDIANA DEI VENEZIANI
Per alcuni era la colazione dove inzuppare i biscotti, per altri il vino per festeggiare un’occasione speciale.
Il nome del vino veniva usato per identificare i locali dove lo si poteva degustare e ancora oggi esistono vie, calli e ponti ad esso dedicati.
Nei locali detti appunto “Malvasia”, si poteva trovare il vino, bene di lusso, quindi consumato prevalentemente da persone altolocate. Notevole la differenza con i “Bacari” di oggi: allora si poteva solo bere e per mangiare bisognava recarsi nelle altre botteghe.
Era vietato esporre un’insegna ed i locali per la mescita del vino, si identificavano con un porticato posto di fronte, per fare ombra e da qui derivano i termini “Ombra de Vin”, “Andiamoci a fare un Ombra”!
Il vino Malvasia diventa anche protagonista di un rito di passaggio. A diciotto anni, i giovani nobili , partecipavano ad un sorteggio: il ragazzo che riusciva a trovare, tra tutti i contenitori esposti, il boccettino contenente oro, entrava di diritto e in anticipo nel Maggior Consiglio.
A questa assemblea potevano partecipare i maschi nobili che avessero compiuto ventuno anni e con questo rito uno di loro veniva premiato con l’ingresso in anticipo all’ assemblea.
Per festeggiare l’evento, i nobili si recavano nelle “Malvasie” ed il giovane veniva iniziato non solo all’ingresso in assemblea ma anche al “bere bene”, con un calice (o forse più) di Malvasia.
Assistiamo ad un declino del successo commerciale dei vini Malvasia, con il declino della potenza economica di Venezia e la perdita del controllo del commercio del vino nel Mediterraneo.
La “rivoluzione delle bevande” tra il 1600 ed il 1700, sposta il gusto del consumatore verso bevande differenti e verso i vini di altre zone d’Europa: Sauternes, Porto, vini spagnoli. Nasce il Vermouth e le bevande di fine pasto prendono il sopravvento.
SAN FRANCESCO DELLA VIGNA
Possiamo dunque affermare come il vino a Venezia abbia storia lunga. Solo da pochi anni si stanno recuperando gli antichi vigneti ai quali se ne aggiunge uno segreto nel Monastero di San Francesco della Vigna ovvero del giardino del convento dei Francescani.
Artefice del progetto di recupero è l’azienda Santa Margherita.
Nel 2019, dopo una ricerca volta ad individuare i vitigni già presenti in tempi antichi impianta, in poco meno di un ettaro di terreno, Glera e Malvasia. La prima vendemmia arriva nel 2022.
Poche piante ed un metodo di allevamento molto particolare, studiato appositamente per omaggiare la storia del luogo. Il metodo ad alberello, chiamato “Vincastro o Pastorale”, viene sviluppato in altezza per assumere una forma simile al bastone del Vescovo…
Non voglio svelare di più perché, a partire da Marzo 2024, sarà possibile visitare questa meravigliosa e unica vigna urbana, prenotandosi tramite il sito www.santamargherita.com.
Non credo che sarà possibile assaggiare i vini…pochi ma sicuramente buoni!
LE MALVASIA A WINE IN VENICE
Tra le proposte delle aziende partecipanti alla seconda edizione di Wine in Venice, due sono le Malvasia che mi hanno colpito, sia per tipologia sia per unicità.
L’azienda “Loschi” ,in Val D’Arda, nella regione Emilia Romagna, a Bacedasco Alto, produce il “Vin Santo”, un vino da uve Malvasia di Candia Aromatica che si ottiene tramite appassimento su graticci che dura dalla vendemmia fino alla pigiatura che avviene nella prima settimana di dicembre.
L’ affinamento di 60 mesi avviene poi in 5 caratelli di acacia: uno per anno, al fine di effettuare l’operazione di travaso nel giorno di San Giovanni, il 24 Giugno.
Un vino sicuramente prezioso che all’epoca della “Moda” della Malvasia a Venezia sarebbe andato a ruba.
Il Vin Santo “Doppio Passo” ha un colore dorato tendente all’ambrato, brillante. Il naso complesso di frutta secca e spezie dolci come cannella e noce moscata, si traduce al palato con grande avvolgenza e persistenza e un’ acidità media che ne fanno un vino ideale da abbinare a formaggio per un “bicerin” a fine pasto.
La bottiglia utilizzata è la renana da 0,375, come da disciplinare. Purtroppo, finisce subito!
Cantina Violati
Nella regione Umbria, a San Gemini, la cantina “Violati”, presenta “Kheira”, un interessante vino spumante Metodo Classico dosaggio zero, 33 mesi sui lieviti, 40% grechetto, 40% Sangiovese vinificato in bianco e 20 % Malvasia di Candia. Sorprende per aromaticità, acidità a struttura, esprimendo al meglio le note caratteristiche della Malvasia. “Kheira” può essere abbinato a tutto pasto!
E la tipologia che ho preferito in assoluto?
Siamo ancora alla cantina “Violati“, con la Malvasia “Narni ” I.G.T. ORANGE!! Vinificata con 20 giorni di macerazione sulle bucce, in vasche di cemento in assenza di ossigeno e saturazione d’azoto, successivo affinamento in vasche d’acciaio fino a commercializzazione.
Il naso è intenso e fine, dalle sfumature di spezie dolci e zenzero, albicocca e pesca disidratate e con un accenno di erbaceo, con un finale che ricorda l’idrocarburo. Spiccata acidità e palato lievemente astringente. L’abbinamento è poliedrico.
Me lo immagino con un pecorino di fossa umbro o con un pollo alla cacciatora. Mi piace immaginare che questa fosse la tipologia di vino prodotta in quegli anni in cui la Malvasia veniva così tanto apprezzata dai veneziani!
La Malvasia, dunque, viene prodotta ancora oggi non solo a Venezia, ma in tutte le regioni del mondo, se ne sta rivalutando il “buon gusto” e la sua capacità di stupire essendo versatile ed adatta a diversi tipi di vinificazione, per cui non mi stupirei se nei prossimi anni si tornasse a sentir parlare di nuovi locali, vie o città col nome a lei dedicato e a sentir discorrendo di questo vino come…..Malvasia, vino di lusso!
A cura di Valeria Valdata
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26 Marzo, 2024
Il Taglio d’Amburgo di Fabio Finazzi
Staccarsi per un attimo dai consigli delle guide, partecipare ad eventi che non siano solo quelli specifici del settore e più blasonati…
Forse è questo il modo per lasciarsi sorprendere da produttori spregiudicati nell’accezione più positiva del termine, produttori carichi di audacia ed indipendenza di pensiero.
Audace ed indipendente è Fabio Finazzi, che ho avuto il piacere di ospitare in una manifestazione coordinata assieme all’ideatore giornalista gastronomico Riccardo Lagorio all’interno della 133esima edizione Lombardia Carne, conclusasi lunedì 18 marzo. Nella sua tradizione secolare Lombardia Carne è un punto di riferimento in Franciacorta per l’allevamento e l’agricoltura, e quest’anno in aggiunta – per la prima volta – ha potuto contare sulla presenza di oltre 20 piccoli produttori di eccellenze enogastronomiche da tutta la Regione.
Per la Provincia di Bergamo c’era anche Fabio Finazzi, a rappresentare orgogliosamente Chiuduno, borgo a ridosso della Valle del Fico, un suggestivo anfiteatro naturale affacciato a sud in cui si concentra una biodiversità viticola sorprendente. Raramente capita infatti di trovare tanti vitigni “dimenticati” tutti insieme. Due di questi vitigni compongono il Taglio d’Amburgo 1999 di Fabio, il vino che fece innamorare Luigi Veronelli al punto tale da guadagnarsi l’ambito Sole sulla sua guida: il Moscato Rosso al 90%, completato con un 10% di Merlotì, un clone di Merlot dalla bacca piccola e ricco di tannini, che ben bilanciano l’ampiezza del Moscato.
Solo dopo che abbiamo concluso brevi appassimenti di Moscato Rosso in pianta sappiamo quale Merlotì aggiungere, se d’annata o delle vendemmie precedenti, per ottenere un vino di corpo, lievemente aromatico e piacevole alla beva senza passaggi in legno
Dichiara Fabio Finazzi, vero e proprio custode di tesori rari e liberi, svincolati da disciplinari.
Il Taglio d’Amburgo è infatti un Vino da tavola, che ammette nel proprio assemblaggio solo le uve più sane e naturalmente equilibrate, selezionate con cura e soltanto in determinate vendemmie, per una produzione che in poche annate supera le 1.000 bottiglie.
Una di queste, fortunatamente, riposa già nella mia cantina con la sua etichetta caratteristica, che ritrae i dipinti nella chiesetta della Valle del Fico realizzati dall’artista bergamasco Pietro Brolis, un’amalgama suggestiva di eterea devozione e solido contatto con la terra.
Adele Gorni Silvestrini, marzo 2024
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
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23 Marzo, 2024
Matter of Taste 2024: Trionfo! Parte I
Eccellenze Vinicole a Zurigo con Robert Parker Wine Advocate
Zurigo, una città incantevole avvolta dall’aria frizzante di marzo, è diventata il palcoscenico per uno degli eventi vinicoli più prestigiosi del mondo: la sesta edizione di Matter of Taste, organizzata da Wine Advocate. Questo evento, tenutosi il 2 e 3 marzo, ha attirato una miriade di esperti qualificati e appassionati del vino da ogni angolo del globo.
Giudicati secondo rigorosi criteri di qualità, i vini che hanno superato il punteggio di 90/100 sono stati i protagonisti indiscussi, con l’Italia e la Francia a dominare la scena, seguite da Portogallo, Svizzera e il resto del mondo. Questa varietà internazionale ha offerto un’esperienza senza pari, permettendomi di immergermi nell’eccellenza vinicola mondiale.
Per evitare inconvenienti legati ai voli e per godermi appieno l’atmosfera di Zurigo, sono arrivata in città il giorno precedente. Dopo aver immortalato gli splendidi panorami della città, mi sono concessa un aperitivo in un locale dal fascino propriamente “artistico”, di cui vi parlerò dettagliatamente in un prossimo articolo dedicato alle mie scoperte in questa meravigliosa città. Una cena veloce e poi il mio focus si è spostato sullo studio delle cantine che avrei avuto l’opportunità di degustare il giorno seguente. La lista dei partecipanti ha attirato la mia attenzione in particolare verso i rinomati produttori italiani come Antinori, Tenuta San Guido – Sassicaia con la presenza di Priscilla Incisa della Rocchetta, Feudi di San Gregorio, Poggio al Tesoro, Tenuta di Trinoro, Il Marroneto, Tenuta La Massa, e Zymè, solo per citarne alcuni. Queste aziende rappresentano per me una garanzia di eccellenza, avendo avuto l’opportunità di conoscerle nel corso del tempo. Altrettanto importante è stato per me esplorare il panorama vinicolo francese, con la presenza dei prestigiosi Châteaux bordelesi accanto ad altre rinomate aziende della Champagne, della Borgogna, della Provenza e della Côte du Rhône.
Non potevo certo trascurare di esplorare le cantine provenienti da altre parti del mondo, che hanno suscitato la mia curiosità e che promettevano esperienze sensoriali uniche. Dopo aver delineato un piano d’azione, mi sono ritirata presto per la notte, carica di motivazione e anticipazione per la giornata seguente.
Giunta al Palazzo dei Congressi di Zurigo, il Kongresshaus Tonhalle, sono rimasta affascinata dalla sobria eleganza dell’edificio. Salendo al secondo piano, ho varcato la soglia di un sogno enoico. Le aziende erano nei loro stand e io era pronta a vivere un’esperienza indimenticabile. Alla Scoperta dell’Eccellenza: Cos d’Estournel 2009
Il mio viaggio attraverso l’eccellenza enoica ha preso il via con una memorabile degustazione presso il grandioso Chateau Cos d’Estournel, un’icona tra i Chateaux bordolesi, situata nell’appellazione Saint-Estèphe. Una cantina ricca di storia fin dal 1811, inserito nella classificazione ufficiale dei vini di Bordeaux come 2éme Grand Cru Classé nel 1855.
Oggi dà alla luce quattro etichette, il Cos D’Estournel, in versione rosso e bianco, e il “secondo” vino, chiamato “Les Pagodes de Cos”, in cui confluiscono le uve provenienti dalle viti più giovani. Etichette che continueranno a stupirci, con il proprio stile inconfondibile e la loro inarrestabile evoluzione. La prestigiosa annata del 2009, insignita dei massimi 100/100 punti da Parker, ha dato vita a un’esperienza degna di essere ricordata per sempre. Ho avuto l’onore di assaporare uno dei vini più celebrati al mondo. Ogni sorso del Cos d’Estournel 2009 è stata un’espressione di eleganza e complessità che ha solleticato ogni parte del mio palato. Il vino, con la sua struttura impeccabile e i suoi aromi avvolgenti, ha confermato perché Cos d’Estournel è considerato uno dei pilastri dell’enologia francese. Ogni dettaglio, dalla profondità dei suoi aromi alla sua lunga persistenza in bocca, ha riflettuto il lavoro meticoloso e l’attenzione ai dettagli che caratterizzano questo prestigioso gioiello del patrimonio vinicolo francese. Chateau Troplong Mondot 2009 è un vino di Bordeaux dell’appellazione Saint-Émilion, classificato come Premier Grand Cru Classé B nella Classificazione dei vini di Saint-Émilion. La cantina si trova sulla Riva Destra della regione vinicola di Bordeaux, adiacente a Château Pavie.
Chateau Troplong Mondot 2009 mi ha confermato il valore che un terroir riesce a regalare ai vini donando complessità,
eleganza, persistenza e una trama tannica invidiabile. Ancora più entusiasmante della 2016 e della 2019,
la 2020 annata dal buon andamento che pur mostrando una giovinezza elegante può sfidare il tempo senza esitazioni. Anche Domaines Delon / Léoville Las Cases mi ha impartito una lezione memorabile:
tra un Clos du Marquise 2014 del terroir di Saint Julien e un Nenin 2018 di Pomerol,
ho potuto percepire le sottili sfumature dei diversi blend e terroir e constatare come
nel Potensac 2018 il Cabernet Franc conferisse eleganza al sorso, mentre il
Léoville Las Cases 2017 si presentava già come un’opera d’arte senza tempo. La Provenza ha brillato con Chateau d’Esclans, offrendomi l’assaggio di una serie di rosati che hanno catturato il mio cuore per la loro eleganza e il loro fascino.
Chateau d’Esclans si trova a La Motte En Provence nel dipartimento del Varo poco a nord di Saint Tropez e vicino a Cannes.
Ho assaggiato un’intera gamma di rosé composti dai vitigni tradizionali provenzali: Grenache in primis, Mouvedre, Cinsault, Rolle (una sorta di vermentino) e Syrah.
Tra tutti, il mio preferito è stato il Cotes de Provence Rosè Garrus 2021, da Grenache (90%) e Rollo (10%) provenienti da vigne vecchie tra 90 e 100 anni, le più alte della tenuta. Le note esotiche e le sensazioni fragranti di brioches e gli accenni tostati mi ricordavano uno champagne, risultando al palato corposo e incisivo.
L’etichetta più glamour è sicuramente il Cotes de Provence Rosé Rock Angel 2022, un vino graffiante che nasce da vigne allevate in terreni rocciosi e alti.. Ma è stato l’assaggio dello Chateauneuf du Pape Blanc Cuvée Speciale Vieilles Vignes de Clairette in magnum 2019, della Famiglia Isabel Ferrando, a rapirmi completamente.
Affinato parte in legno e in parte in Bon Bon di vetro, è la bottiglia più rara dell’azienda. Una mangum sensazionale che proviene da piante secolari di Clairette Rosé: è un bianco mozzafiato, ma se ne produce soltanto un tonneau all’anno. Offre una complessità e un’eleganza che hanno deliziato il mio palato e i miei sensi.
Infine, lo Chateauneuf du Pape Colombis 2016 si è distinto tra i rossi, ancora giovani, con la sua identità unica e inconfondibile. Questo viaggio enologico è proseguito, dopo una fugace pausa per il pranzo, con l’assaggio delle prelibatezze offerte da Philipponnat.
Da quasi 5 secoli, questa famiglia vanta una ricca tradizione di vignaioli e negozianti nelle terre tra Ay e Dizy. Per ben 5 generazioni hanno vinificato nelle cantine storiche del XVIII secolo di Chateau de Mareuil.
Gli assaggi dell’Extra-Brut Grand Cru Cuvée 1522 del 2016, Royale Réserve Non Dosé e Blanc de Noirs Extra-Brut 2018 hanno catturato la mia anima enoica con la loro complessità e raffinatezza. Questi vini sono stati caratterizzati da un perfetto equilibrio tra intensità, freschezza e mineralità, accentuato dai dosaggi molto bassi che rendono la bevuta ancora più interessante. Wow, davvero! Un viaggio incantato nel mondo di Niepoort: Eccellenza dal Douro alla Mosella
Sono passata dunque agli assaggi delle cantine iberiche prima fra tutte Niepoort, una vera e propria eccellenza del Douro. Assaggio dopo assaggio, sono rimasta stupita dal fascino unico che questi vini esercitano. I loro bianchi, in particolare, hanno catturato la mia attenzione con la loro sapidità e complessità, soprattutto quelli provenienti dai terreni granitici. Ogni sorso era un’esperienza sensoriale unica, rendendo difficile la scelta del preferito tra tante eccellenze. Ma la sorpresa più grande è stata l’assaggio dei vini provenienti dai loro vigneti in Mosella. Questa nuova scoperta ha arricchito ulteriormente il mio viaggio enologico, offrendomi un’inedita prospettiva della produzione vinicola di Niepoort. La degustazione è stata conclusa in modo memorabile con il Party Port Tawny Reserve in Magnum, affinato a Vila Nova De Gaia secondo la tradizione. Un finale infinitamente delizioso che ha suggellato l’esperienza, lasciandomi desiderosa di continuare il mio viaggio nel mondo dei vini Niepoort. Gli assaggi delle due aziende della Famiglia Alvarez, proprietaria di Vega Sicilia nella Ribiera del Duero dal 1982 e della cantina Tokaj-Oremus, hanno aggiunto un capitolo straordinario al mio viaggio enologico. I vini spagnoli, in particolare Alion 2020, si sono rivelati davvero eccellenti, ma è stato il Tokaji Aszu 5 puttonyos di Oremus del 2000 a lasciarmi senza fiato.
Infatti il Tokaj Aszú è un vino prodotto con un processo meticoloso, reso possibile solo in annate eccezionali e in condizioni uniche che permettono lo sviluppo della muffa nobile. Gli acini botritizzati appassiti vengono posti in apposite gerle chiamate puttonyos (23/25 chili). Una volta ridotti in poltiglia, si ha la pasta di Aszù che viene aggiunta al mosto ottenuto da grappoli non botritizzati nelle botti da 136 litri (gònc). Il numero di puttonyos determina la classificazione del Tokaj Aszù, che può variare da tre a otto: maggiore è la presenza di puttonyos, più dolce ed alcolico sarà il vino prodotto. Durante l’affinamento in botte, interviene un’altra muffa, la “Cladosporium cellare”, che dona al vino note ossidative. Il processo di invecchiamento viene completato in botti da 136 e 200 litri per due o tre anni, seguito dall’affinamento per un ulteriore anno in bottiglia.
Al palato, il Tokaji aszu di Oremus si rivela ricco ed intenso, con un lungo retrogusto. È un vino travolgente, sorprendente, che cattura l’essenza stessa della sua terra d’origine e incanta con ogni sorso grazie alla freschezza gustativa che si beffa del tempo. 24 anni e non sentirli! Un racconto a parte meritano Bodega Chacra e soprattutto le realtà italiane presenti, con le quali ho avuto l’onore e il privilegio di entrare in contatto.
Per oggi mi fermo qui, lasciando il piacere di continuare queste scoperte alla prossima settimana, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.
Non vedo l’ora di condividere con voi gli ulteriori emozionanti dettagli di questa avventura enologica! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Zurigo, una città incantevole avvolta dall’aria frizzante di marzo, è diventata il palcoscenico per uno degli eventi vinicoli più prestigiosi del mondo: la sesta edizione di Matter of Taste, organizzata da Wine Advocate. Questo evento, tenutosi il 2 e 3 marzo, ha attirato una miriade di esperti qualificati e appassionati del vino da ogni angolo del globo.
Giudicati secondo rigorosi criteri di qualità, i vini che hanno superato il punteggio di 90/100 sono stati i protagonisti indiscussi, con l’Italia e la Francia a dominare la scena, seguite da Portogallo, Svizzera e il resto del mondo. Questa varietà internazionale ha offerto un’esperienza senza pari, permettendomi di immergermi nell’eccellenza vinicola mondiale.
Per evitare inconvenienti legati ai voli e per godermi appieno l’atmosfera di Zurigo, sono arrivata in città il giorno precedente. Dopo aver immortalato gli splendidi panorami della città, mi sono concessa un aperitivo in un locale dal fascino propriamente “artistico”, di cui vi parlerò dettagliatamente in un prossimo articolo dedicato alle mie scoperte in questa meravigliosa città. Una cena veloce e poi il mio focus si è spostato sullo studio delle cantine che avrei avuto l’opportunità di degustare il giorno seguente. La lista dei partecipanti ha attirato la mia attenzione in particolare verso i rinomati produttori italiani come Antinori, Tenuta San Guido – Sassicaia con la presenza di Priscilla Incisa della Rocchetta, Feudi di San Gregorio, Poggio al Tesoro, Tenuta di Trinoro, Il Marroneto, Tenuta La Massa, e Zymè, solo per citarne alcuni. Queste aziende rappresentano per me una garanzia di eccellenza, avendo avuto l’opportunità di conoscerle nel corso del tempo. Altrettanto importante è stato per me esplorare il panorama vinicolo francese, con la presenza dei prestigiosi Châteaux bordelesi accanto ad altre rinomate aziende della Champagne, della Borgogna, della Provenza e della Côte du Rhône.
Non potevo certo trascurare di esplorare le cantine provenienti da altre parti del mondo, che hanno suscitato la mia curiosità e che promettevano esperienze sensoriali uniche. Dopo aver delineato un piano d’azione, mi sono ritirata presto per la notte, carica di motivazione e anticipazione per la giornata seguente.
Giunta al Palazzo dei Congressi di Zurigo, il Kongresshaus Tonhalle, sono rimasta affascinata dalla sobria eleganza dell’edificio. Salendo al secondo piano, ho varcato la soglia di un sogno enoico. Le aziende erano nei loro stand e io era pronta a vivere un’esperienza indimenticabile. Alla Scoperta dell’Eccellenza: Cos d’Estournel 2009
Il mio viaggio attraverso l’eccellenza enoica ha preso il via con una memorabile degustazione presso il grandioso Chateau Cos d’Estournel, un’icona tra i Chateaux bordolesi, situata nell’appellazione Saint-Estèphe. Una cantina ricca di storia fin dal 1811, inserito nella classificazione ufficiale dei vini di Bordeaux come 2éme Grand Cru Classé nel 1855.
Oggi dà alla luce quattro etichette, il Cos D’Estournel, in versione rosso e bianco, e il “secondo” vino, chiamato “Les Pagodes de Cos”, in cui confluiscono le uve provenienti dalle viti più giovani. Etichette che continueranno a stupirci, con il proprio stile inconfondibile e la loro inarrestabile evoluzione. La prestigiosa annata del 2009, insignita dei massimi 100/100 punti da Parker, ha dato vita a un’esperienza degna di essere ricordata per sempre. Ho avuto l’onore di assaporare uno dei vini più celebrati al mondo. Ogni sorso del Cos d’Estournel 2009 è stata un’espressione di eleganza e complessità che ha solleticato ogni parte del mio palato. Il vino, con la sua struttura impeccabile e i suoi aromi avvolgenti, ha confermato perché Cos d’Estournel è considerato uno dei pilastri dell’enologia francese. Ogni dettaglio, dalla profondità dei suoi aromi alla sua lunga persistenza in bocca, ha riflettuto il lavoro meticoloso e l’attenzione ai dettagli che caratterizzano questo prestigioso gioiello del patrimonio vinicolo francese. Chateau Troplong Mondot 2009 è un vino di Bordeaux dell’appellazione Saint-Émilion, classificato come Premier Grand Cru Classé B nella Classificazione dei vini di Saint-Émilion. La cantina si trova sulla Riva Destra della regione vinicola di Bordeaux, adiacente a Château Pavie.
Chateau Troplong Mondot 2009 mi ha confermato il valore che un terroir riesce a regalare ai vini donando complessità,
eleganza, persistenza e una trama tannica invidiabile. Ancora più entusiasmante della 2016 e della 2019,
la 2020 annata dal buon andamento che pur mostrando una giovinezza elegante può sfidare il tempo senza esitazioni. Anche Domaines Delon / Léoville Las Cases mi ha impartito una lezione memorabile:
tra un Clos du Marquise 2014 del terroir di Saint Julien e un Nenin 2018 di Pomerol,
ho potuto percepire le sottili sfumature dei diversi blend e terroir e constatare come
nel Potensac 2018 il Cabernet Franc conferisse eleganza al sorso, mentre il
Léoville Las Cases 2017 si presentava già come un’opera d’arte senza tempo. La Provenza ha brillato con Chateau d’Esclans, offrendomi l’assaggio di una serie di rosati che hanno catturato il mio cuore per la loro eleganza e il loro fascino.
Chateau d’Esclans si trova a La Motte En Provence nel dipartimento del Varo poco a nord di Saint Tropez e vicino a Cannes.
Ho assaggiato un’intera gamma di rosé composti dai vitigni tradizionali provenzali: Grenache in primis, Mouvedre, Cinsault, Rolle (una sorta di vermentino) e Syrah.
Tra tutti, il mio preferito è stato il Cotes de Provence Rosè Garrus 2021, da Grenache (90%) e Rollo (10%) provenienti da vigne vecchie tra 90 e 100 anni, le più alte della tenuta. Le note esotiche e le sensazioni fragranti di brioches e gli accenni tostati mi ricordavano uno champagne, risultando al palato corposo e incisivo.
L’etichetta più glamour è sicuramente il Cotes de Provence Rosé Rock Angel 2022, un vino graffiante che nasce da vigne allevate in terreni rocciosi e alti.. Ma è stato l’assaggio dello Chateauneuf du Pape Blanc Cuvée Speciale Vieilles Vignes de Clairette in magnum 2019, della Famiglia Isabel Ferrando, a rapirmi completamente.
Affinato parte in legno e in parte in Bon Bon di vetro, è la bottiglia più rara dell’azienda. Una mangum sensazionale che proviene da piante secolari di Clairette Rosé: è un bianco mozzafiato, ma se ne produce soltanto un tonneau all’anno. Offre una complessità e un’eleganza che hanno deliziato il mio palato e i miei sensi.
Infine, lo Chateauneuf du Pape Colombis 2016 si è distinto tra i rossi, ancora giovani, con la sua identità unica e inconfondibile. Questo viaggio enologico è proseguito, dopo una fugace pausa per il pranzo, con l’assaggio delle prelibatezze offerte da Philipponnat.
Da quasi 5 secoli, questa famiglia vanta una ricca tradizione di vignaioli e negozianti nelle terre tra Ay e Dizy. Per ben 5 generazioni hanno vinificato nelle cantine storiche del XVIII secolo di Chateau de Mareuil.
Gli assaggi dell’Extra-Brut Grand Cru Cuvée 1522 del 2016, Royale Réserve Non Dosé e Blanc de Noirs Extra-Brut 2018 hanno catturato la mia anima enoica con la loro complessità e raffinatezza. Questi vini sono stati caratterizzati da un perfetto equilibrio tra intensità, freschezza e mineralità, accentuato dai dosaggi molto bassi che rendono la bevuta ancora più interessante. Wow, davvero! Un viaggio incantato nel mondo di Niepoort: Eccellenza dal Douro alla Mosella
Sono passata dunque agli assaggi delle cantine iberiche prima fra tutte Niepoort, una vera e propria eccellenza del Douro. Assaggio dopo assaggio, sono rimasta stupita dal fascino unico che questi vini esercitano. I loro bianchi, in particolare, hanno catturato la mia attenzione con la loro sapidità e complessità, soprattutto quelli provenienti dai terreni granitici. Ogni sorso era un’esperienza sensoriale unica, rendendo difficile la scelta del preferito tra tante eccellenze. Ma la sorpresa più grande è stata l’assaggio dei vini provenienti dai loro vigneti in Mosella. Questa nuova scoperta ha arricchito ulteriormente il mio viaggio enologico, offrendomi un’inedita prospettiva della produzione vinicola di Niepoort. La degustazione è stata conclusa in modo memorabile con il Party Port Tawny Reserve in Magnum, affinato a Vila Nova De Gaia secondo la tradizione. Un finale infinitamente delizioso che ha suggellato l’esperienza, lasciandomi desiderosa di continuare il mio viaggio nel mondo dei vini Niepoort. Gli assaggi delle due aziende della Famiglia Alvarez, proprietaria di Vega Sicilia nella Ribiera del Duero dal 1982 e della cantina Tokaj-Oremus, hanno aggiunto un capitolo straordinario al mio viaggio enologico. I vini spagnoli, in particolare Alion 2020, si sono rivelati davvero eccellenti, ma è stato il Tokaji Aszu 5 puttonyos di Oremus del 2000 a lasciarmi senza fiato.
Infatti il Tokaj Aszú è un vino prodotto con un processo meticoloso, reso possibile solo in annate eccezionali e in condizioni uniche che permettono lo sviluppo della muffa nobile. Gli acini botritizzati appassiti vengono posti in apposite gerle chiamate puttonyos (23/25 chili). Una volta ridotti in poltiglia, si ha la pasta di Aszù che viene aggiunta al mosto ottenuto da grappoli non botritizzati nelle botti da 136 litri (gònc). Il numero di puttonyos determina la classificazione del Tokaj Aszù, che può variare da tre a otto: maggiore è la presenza di puttonyos, più dolce ed alcolico sarà il vino prodotto. Durante l’affinamento in botte, interviene un’altra muffa, la “Cladosporium cellare”, che dona al vino note ossidative. Il processo di invecchiamento viene completato in botti da 136 e 200 litri per due o tre anni, seguito dall’affinamento per un ulteriore anno in bottiglia.
Al palato, il Tokaji aszu di Oremus si rivela ricco ed intenso, con un lungo retrogusto. È un vino travolgente, sorprendente, che cattura l’essenza stessa della sua terra d’origine e incanta con ogni sorso grazie alla freschezza gustativa che si beffa del tempo. 24 anni e non sentirli! Un racconto a parte meritano Bodega Chacra e soprattutto le realtà italiane presenti, con le quali ho avuto l’onore e il privilegio di entrare in contatto.
Per oggi mi fermo qui, lasciando il piacere di continuare queste scoperte alla prossima settimana, quando pubblicherò la seconda parte di questo articolo.
Non vedo l’ora di condividere con voi gli ulteriori emozionanti dettagli di questa avventura enologica! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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22 Marzo, 2024
Massimiliano De Juliis. I filari, l’amore
Quando è che siamo tutti uguali? Antonio De Curtis in arte Totò diceva che avveniva solo dinanzi alla morte. Nella sua meravigliosa ‘a livella riportava il dialogo tra Esposito Gennaro, netturbino e il nobile Marchese
Muorto si’tu e muorto so’ pur’io;
Ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale” Si, difronte alla morte siamo tutti uguali. Ma non solo. Per essere meno macabri si potrebbe affermare che dinanzi alla giustizia dovremmo esserlo. Ma caliamo un velo pietoso. Meglio soprassedere. Di certo quando siamo nudi poiché nulla di più del nostro corpo abbiamo. Si potrebbe obiettare, non sbagliando, che il corpo di un nobile o di un ricco sia più curato di quello di un povero. In campagna. In campagna, con una zappa in mano sotto il sole. Li si è uguali. Il sudore è lo stesso, i calli alle mani sono gli stessi: la natura non fa distinzione di sesso, età, religione, stato sociale. È la dura vita del contadino. Sia che lo si interpreti per vivere sia per gestire un hobby. L’unica vera differenza può essere il livello di callosità nelle mani o i solchi lungo in viso (come una specie si sorriso cantava De Andrè). Non c’è in questa storia un nobile ne tantomeno una persona ricca. C’è però Massimiliano De Juliis che nella vita ha due passioni, la vigna e la politica. Ora, per qualunque schieramento politico si possa fare il tifo (e uso di proposito la parola “tifo” perché in Italia non c’è mai un serio ragionamento politico quanto un semplice schieramento nemmeno fossimo al tempo dei Guelfi e dei Ghibellini), l’impegno politico è una vera passione. Specialmente se la fai in Regione o, come Massimiliano, nel Comune di Roma, al IX Municipio dove Massimiliano è Consigliere dal 2008. Parlando con Massimiliano, Max, mi è venuta in mente questa cosa dell’uguaglianza perché spesso si fa confusione tra l’aspetto pubblico di una persona con quello privato. Anche un Consigliere comunale così come un Presidente della Repubblica, possono avere delle passioni che li portano ad essere persone come tutti gli altri. Anche se non te lo aspetti. Si, certo, qualcuno mi dirà che un Consigliere di Circoscrizione non è che sia una carica importante. Vero ma l’impegno politico non si misura con le cariche, semmai con la passione, dunque il tempo che dedichi. Come in tutte le cose. Come nella vigna. È la prima volta che mi racconto. Quando parlo di me e di questa cosa, lo faccio con una certa emozione perché è diventato un sogno dunque mi rendo conto che è realtà. Ho conosciuto Max per caso durante una mia degustazione. Ci ha tenuto a farmi assaggiare due suoi vini. Due creature che produce dalla sua vigna sulla via Ardeatina nel bel mezzo della campagna romana. Il luogo dove Max è vissuto. Dietro la sua casa, il vigneto è nato insieme a lui. Impiantato da papà Antonio, morto purtroppo troppo presto. Papà morì prematuramente e mi sono trovato con quattro ettari e mezzo di vigneto. Non avevo capito di aver acquisito quel pò di conoscenza nel portare avanti la vigna. Io faccio tutt’altro per una grande azienda nel campo dell’energia. Ora Max non me lo dice ma potrei giurarci che la vita lavorativa prima, politica dopo, lo abbia portato lontano da quel vigneto per parecchi anni. È successo anche a me con le terre di papà. Quando lui era in vita, pensava a tutto. Io, come i miei fratelli, andavamo per altri lidi. Poi però ti ritrovi drammaticamente e istantaneamente dinanzi ad una scelta: vendere o continuare. Max sceglie di continuare. I ricordi di lui con il papà tra quei filari non solo sono vivi, gli infondono coraggio. Ne serve tanto per rimettere a posto una vigna ormai stanca. Adesso sono in produzione mezzo ettaro del vigneto originario. Ne avevamo quattro e mezzo. Sono stati espiantati e il prossimo anno entrerà in produzione un altro ettaro tra Malvasia del Lazio e Ciliegiolo. Sono cresciuto insieme alle vigne anche se mio padre non ha mai spinto più di tanto per farmici avvicinare. Gli anni 70 andavano bene poi l’agricoltura nel Lazio non ha avuto un buon momento. Fatica e tanto lavoro non davano alcuna remunerazione. Anche papà faceva altro. Come in molte altre situazioni che ho incontrato nel mio percorso, quei meravigliosi ma crudeli mesi del lockdown hanno generato rinascite. Accanto alle tante morti di persone inermi, molte altre, chiuse nel noioso sicuro delle mura domestiche, hanno avuto la forza di inventarsi, reinventarsi, scoprirsi. Così Max che riprendendo i libri di agronomia ed enologia capisce che, alla fine, non è solo un hobby quello che ha per le mani. Semmai un vero e proprio amore. Quando sei in un vigneto e assisti, giorno dopo giorno, alla magia del susseguirsi del tempo fino ad arrivare alla vendemmia dunque alla cantina, non puoi non rimanerne fulgorato. La vigna è come la passione per le moto. Quando arriva aprile c’è la voglia di mettere il casco anche se la moto te la sei venduta. Per quanto possa sembrare semplice, il paragone di Max è meravigliosamente vero. È una perla di saggezza che sembra uscita dalla voce di Oscar alias Carlo Verdone nel film Troppo forte. Lo dico davvero perché sono quelle frasi meravigliosamente semplici e schiette che ti aprono gli occhi verso qualcosa che è così. È dannatamente così. L’azienda adesso è un lavori in corso. Ho fatto i nuovi impianti tra i quali il Ciliegiolo. Ce ne saranno ancora creando una diversificazione. In produzione mezzo ettaro. L’anno prossimo due e mezzo. Per mia scelta non supereremo i due ettari e mezzo vitati. Malvasia del Lazio con un pizzico di Vermentino. Adoro il Vermentino che ho scelto per cercare di dare una nota diversa e anche ovviare alle estati caldi. Volevo uno spunto in più. Ho scelto un clone che da acidità. C’era poi un vecchio vigneto che per capire di cosa si trattasse ho fatto fare le analisi del dna in Friuli: cinque analisi su cinque hanno confermato essere il Ciliegiolo. Atipico perché creava molto colore. Macchiava il bicchiere. Ho reimpiantato lo stesso clone. In cantina ho delle bottiglie di 15 anni che hanno retto. Riparto da li e non vedo l’ora di cominciare a fare il rosso. Nelle annate migliori usavo una barrique. Tutto artigianale. Era un vino naturale vero. D’altronde, se hai poca terra, sei solo e vuoi fare le cose per hobby, non è che vai ad utilizzare cose strane in vigna no? Max segue tutti i dettami dell’agricoltura biologica anche senza certificazione. Troppa burocrazia da seguire quando sei solo. Già, la burocrazia. Sembra quasi un contrappasso per uno che, con la politica, ci va a braccetto con la burocrazia. Contrappasso ancor più marcato per quello che concerne la realizzazione della cantina. Non voglio accedere a certi contributi. La cantina andava ristrutturata ma ci sono delle problematiche burocratiche. Nel giro di quattro cinque anni dovrei iniziare a fare la produzione artigianale solo nella mia cantina. Con giare di terracotta o cemento. Quattro o cinque anni quando il tempo di realizzazione potrebbe essere materialmente di pochi mesi. Ecco, questa è l’Italia mi viene da pensare. Grande plauso a Max per non aver “sfruttato” nulla della sua posizione. Davvero encomiabile. Ma Max è così. Una persona seria. La vinificazione non può dunque, per il momento, che avvenire conto terzi. Anche se c’è sempre e solo Max a fare le cose. Non imbottigliavo. Da tre anni a questa parte invece imbottiglio. Vinifico conto terzi dove ho i miei recipienti e la mia botte. Questo finche non avrò finito la ristrutturazione. Faccio tutto io in cantina comunque. L’anfora me la assaggio ogni settimana. Adesso produco 1300 bottiglie di Castrum Leonis e 300 di Antonio. Ne ho comprato un’altra. Ora ne ho due una da 500 e una da 300 litri. L’annata non mi ha permesso di riempirle entrambe. Max mi ha donato la bottiglia 267 di Antonio e la 181 di Castrum Leonis. Singolare la scelta dei nomi. Perché se è vero che Castrum Leonis è il nome di una torre sulla via Ardeatina in prossimità del Santuario del Divino Amore, Antonio, nome del papà di Max, nasce per caso. Non è proprio per caso che nascono le migliori cose? Un omaggio al papà non può che essere meraviglioso. “Stavo pensando di farmi aiutare per trovare un nome rappresentativo del territorio e l’artigianalità della produzione. Però parlando con un mio amico mentre ci bevevamo del vino mi sono detto: le viti le ha piantate lui, lui vinificava in cemento e affinava in cemento vetrificato, faceva macerazione delle bucce. Allora lo chiamo Antonio. Almeno rappresenta un territorio e lui. Per Antonio Max ha scelto l’affinamento in anfora di terracotta. Macerazione per un mese, fermentazione spontanea, nessuna filtrazione. Una scelta davvero interessante per uve provenienti da vigne di oltre cinquanta anni, Scelta che ho particolarmente apprezzato. Sentori di mela cotogna, pesca, fiori di camomilla, miele, scorza di arancia, mandarino e alloro. Grande mineralità con la grafite (in fondo siamo ai piedi di un vulcano spento). In bocca si nota la spiccata mineralità e sapidità con la presenza del tannino che impone un abbinamento con qualcosa di consistente tipo una carne bianca (anche per la bassa persistenza). Un vino sul quale Max dovrà lavorarci ancora su ma è già buono cosi. Le vigne ovviamente sono quelle di un tempo quando ci si metteva un pò quello che si trovava. Malvasia del Lazio, Malvasia Puntinata e Trebbiano. Tipici del Lazio in bianco. Oltre quel clone del Ciliegiolo che Max arriverà a produrre. Mi vedo sicuramente con i due bianchi. L’esperimento con l’Antonio lo sto migliorando perché avrebbe bisogno di una macerazione inferiore o un affinamento maggiore. Ma a me piace molto. Poi un rosso o due. Se il vigneto torna ad produrre l’uva di prima, una parte la vorrò fare con un affinamento. Ma non legno piccolo perché altrimenti andrebbe a sovrastare i sentori primari tipici del Ciliegiolo. Una tipologia magari fuori moda. Ma quello mi piaceva. Ho un agronomo che mi è servito per partire che lavorava con Ruggero Mazzilli in toscana. Non voglio fare errori in vigna. Mi da una mano anche per leggere i dati.
Arrivare a due ettari e mezzo non sarà semplice per Max. Specialmente se il tempo da dedicarci è oggettivamente poco. Diviso tra il suo lavoro e la politica. Oltre che la famiglia con la moglie e i due bambini. Gli amori sono quelli che non ti fanno stancare e che ti danno la carica per affrontare sempre le difficoltà. In politica si vince e si perde ma si continua imperterriti sopratutto se hai qualcosa da dire e voglia di fare. Un pò come nel vigneto dove una annata può devastarti ma occorre sempre essere pronti per la successiva. Nel vigneto, quando passeggio tra questi filari, trovo la pace che altrove non trovo. Sei tu, le piante, i vigneti che ti circondano dove riconosci la pianta che ha più difficoltà, quella che cresce più vigorosa. Sembra un racconto, ma quando nel vigneto ci stai tanto, specialmente se fai il biologico, ti accorgi di certe cose che con una agricoltura diversa o un maggior numero di ettari non ti accorgeresti. La trasformazione avviene dopo ma tutta la parte che implica l’ingresso nel vigneto indica che la nuova annata è cominciata. Tutto l’anno che ti porta alla vendemmia è qualcosa che impegna e ti meraviglia. È la prima volta che Max si racconta e racconta la sua esperienza. Per quanto possa essere un politico abituato magari a parlare, è palese la sua emozione. Quella emozione che solo un amore riesce a darti. Stando da solo nel vigneto non puoi che pensare a tante cose ma, soprattutto, a curare ogni singola pianta perché possa stare bene. Quel che produrrà dipende anche, non solo, da questo amore. Già amore. Così visto che Max di amori ne ha due (oltre quelli per la sua famiglia), vigna e politica, quando gli chiedo se lascerebbe la vigna se dovesse arrivare ad avere cariche importanti, la sua risposta è di quelle vere ed emotive. La vigna assolutamente sta con me. La vigna e il vino con produzioni così piccole non le fai per guadagnare ma solo per amore. Se hai un amore non lo puoi lasciare. Dovrò trovare assolutamente il tempo eventualmente con l’aiuto di qualcuno professionalmente preparato e che condivida l’amore. Come Mario, la persone che fa il potatore e lo fa per passione. Quando sta in vigna, alle volte rimango con lui per ammirare la gestualità e la velocità. Sarebbe inimmaginabile per me lasciare la vigna. Una volta un mio amico mi ha visto tutto sporco dopo i rimontaggi e mi ha detto che sembrava che stessi facendo una pozione magica. È una pozione magica che nutre lo spirito ho risposto. Intanto Max continua a lavorare la sua vigna in attesa che possa mettere nella botte (grande) il Ciliegiolo oltre che a lavorare ancora su Antonio. Poi si vedrà. Come si vedrà se ci sarà qualcuno dopo di lui che gli dedicherà un vino. Per adesso non è un problema e non ci si pensa. L’importante è aver messo (o rimesso) le radici. L’importante è esser riuscito a non gettare via la vigna di papà. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Ognuno comme a ‘na’ato é tale e quale” Si, difronte alla morte siamo tutti uguali. Ma non solo. Per essere meno macabri si potrebbe affermare che dinanzi alla giustizia dovremmo esserlo. Ma caliamo un velo pietoso. Meglio soprassedere. Di certo quando siamo nudi poiché nulla di più del nostro corpo abbiamo. Si potrebbe obiettare, non sbagliando, che il corpo di un nobile o di un ricco sia più curato di quello di un povero. In campagna. In campagna, con una zappa in mano sotto il sole. Li si è uguali. Il sudore è lo stesso, i calli alle mani sono gli stessi: la natura non fa distinzione di sesso, età, religione, stato sociale. È la dura vita del contadino. Sia che lo si interpreti per vivere sia per gestire un hobby. L’unica vera differenza può essere il livello di callosità nelle mani o i solchi lungo in viso (come una specie si sorriso cantava De Andrè). Non c’è in questa storia un nobile ne tantomeno una persona ricca. C’è però Massimiliano De Juliis che nella vita ha due passioni, la vigna e la politica. Ora, per qualunque schieramento politico si possa fare il tifo (e uso di proposito la parola “tifo” perché in Italia non c’è mai un serio ragionamento politico quanto un semplice schieramento nemmeno fossimo al tempo dei Guelfi e dei Ghibellini), l’impegno politico è una vera passione. Specialmente se la fai in Regione o, come Massimiliano, nel Comune di Roma, al IX Municipio dove Massimiliano è Consigliere dal 2008. Parlando con Massimiliano, Max, mi è venuta in mente questa cosa dell’uguaglianza perché spesso si fa confusione tra l’aspetto pubblico di una persona con quello privato. Anche un Consigliere comunale così come un Presidente della Repubblica, possono avere delle passioni che li portano ad essere persone come tutti gli altri. Anche se non te lo aspetti. Si, certo, qualcuno mi dirà che un Consigliere di Circoscrizione non è che sia una carica importante. Vero ma l’impegno politico non si misura con le cariche, semmai con la passione, dunque il tempo che dedichi. Come in tutte le cose. Come nella vigna. È la prima volta che mi racconto. Quando parlo di me e di questa cosa, lo faccio con una certa emozione perché è diventato un sogno dunque mi rendo conto che è realtà. Ho conosciuto Max per caso durante una mia degustazione. Ci ha tenuto a farmi assaggiare due suoi vini. Due creature che produce dalla sua vigna sulla via Ardeatina nel bel mezzo della campagna romana. Il luogo dove Max è vissuto. Dietro la sua casa, il vigneto è nato insieme a lui. Impiantato da papà Antonio, morto purtroppo troppo presto. Papà morì prematuramente e mi sono trovato con quattro ettari e mezzo di vigneto. Non avevo capito di aver acquisito quel pò di conoscenza nel portare avanti la vigna. Io faccio tutt’altro per una grande azienda nel campo dell’energia. Ora Max non me lo dice ma potrei giurarci che la vita lavorativa prima, politica dopo, lo abbia portato lontano da quel vigneto per parecchi anni. È successo anche a me con le terre di papà. Quando lui era in vita, pensava a tutto. Io, come i miei fratelli, andavamo per altri lidi. Poi però ti ritrovi drammaticamente e istantaneamente dinanzi ad una scelta: vendere o continuare. Max sceglie di continuare. I ricordi di lui con il papà tra quei filari non solo sono vivi, gli infondono coraggio. Ne serve tanto per rimettere a posto una vigna ormai stanca. Adesso sono in produzione mezzo ettaro del vigneto originario. Ne avevamo quattro e mezzo. Sono stati espiantati e il prossimo anno entrerà in produzione un altro ettaro tra Malvasia del Lazio e Ciliegiolo. Sono cresciuto insieme alle vigne anche se mio padre non ha mai spinto più di tanto per farmici avvicinare. Gli anni 70 andavano bene poi l’agricoltura nel Lazio non ha avuto un buon momento. Fatica e tanto lavoro non davano alcuna remunerazione. Anche papà faceva altro. Come in molte altre situazioni che ho incontrato nel mio percorso, quei meravigliosi ma crudeli mesi del lockdown hanno generato rinascite. Accanto alle tante morti di persone inermi, molte altre, chiuse nel noioso sicuro delle mura domestiche, hanno avuto la forza di inventarsi, reinventarsi, scoprirsi. Così Max che riprendendo i libri di agronomia ed enologia capisce che, alla fine, non è solo un hobby quello che ha per le mani. Semmai un vero e proprio amore. Quando sei in un vigneto e assisti, giorno dopo giorno, alla magia del susseguirsi del tempo fino ad arrivare alla vendemmia dunque alla cantina, non puoi non rimanerne fulgorato. La vigna è come la passione per le moto. Quando arriva aprile c’è la voglia di mettere il casco anche se la moto te la sei venduta. Per quanto possa sembrare semplice, il paragone di Max è meravigliosamente vero. È una perla di saggezza che sembra uscita dalla voce di Oscar alias Carlo Verdone nel film Troppo forte. Lo dico davvero perché sono quelle frasi meravigliosamente semplici e schiette che ti aprono gli occhi verso qualcosa che è così. È dannatamente così. L’azienda adesso è un lavori in corso. Ho fatto i nuovi impianti tra i quali il Ciliegiolo. Ce ne saranno ancora creando una diversificazione. In produzione mezzo ettaro. L’anno prossimo due e mezzo. Per mia scelta non supereremo i due ettari e mezzo vitati. Malvasia del Lazio con un pizzico di Vermentino. Adoro il Vermentino che ho scelto per cercare di dare una nota diversa e anche ovviare alle estati caldi. Volevo uno spunto in più. Ho scelto un clone che da acidità. C’era poi un vecchio vigneto che per capire di cosa si trattasse ho fatto fare le analisi del dna in Friuli: cinque analisi su cinque hanno confermato essere il Ciliegiolo. Atipico perché creava molto colore. Macchiava il bicchiere. Ho reimpiantato lo stesso clone. In cantina ho delle bottiglie di 15 anni che hanno retto. Riparto da li e non vedo l’ora di cominciare a fare il rosso. Nelle annate migliori usavo una barrique. Tutto artigianale. Era un vino naturale vero. D’altronde, se hai poca terra, sei solo e vuoi fare le cose per hobby, non è che vai ad utilizzare cose strane in vigna no? Max segue tutti i dettami dell’agricoltura biologica anche senza certificazione. Troppa burocrazia da seguire quando sei solo. Già, la burocrazia. Sembra quasi un contrappasso per uno che, con la politica, ci va a braccetto con la burocrazia. Contrappasso ancor più marcato per quello che concerne la realizzazione della cantina. Non voglio accedere a certi contributi. La cantina andava ristrutturata ma ci sono delle problematiche burocratiche. Nel giro di quattro cinque anni dovrei iniziare a fare la produzione artigianale solo nella mia cantina. Con giare di terracotta o cemento. Quattro o cinque anni quando il tempo di realizzazione potrebbe essere materialmente di pochi mesi. Ecco, questa è l’Italia mi viene da pensare. Grande plauso a Max per non aver “sfruttato” nulla della sua posizione. Davvero encomiabile. Ma Max è così. Una persona seria. La vinificazione non può dunque, per il momento, che avvenire conto terzi. Anche se c’è sempre e solo Max a fare le cose. Non imbottigliavo. Da tre anni a questa parte invece imbottiglio. Vinifico conto terzi dove ho i miei recipienti e la mia botte. Questo finche non avrò finito la ristrutturazione. Faccio tutto io in cantina comunque. L’anfora me la assaggio ogni settimana. Adesso produco 1300 bottiglie di Castrum Leonis e 300 di Antonio. Ne ho comprato un’altra. Ora ne ho due una da 500 e una da 300 litri. L’annata non mi ha permesso di riempirle entrambe. Max mi ha donato la bottiglia 267 di Antonio e la 181 di Castrum Leonis. Singolare la scelta dei nomi. Perché se è vero che Castrum Leonis è il nome di una torre sulla via Ardeatina in prossimità del Santuario del Divino Amore, Antonio, nome del papà di Max, nasce per caso. Non è proprio per caso che nascono le migliori cose? Un omaggio al papà non può che essere meraviglioso. “Stavo pensando di farmi aiutare per trovare un nome rappresentativo del territorio e l’artigianalità della produzione. Però parlando con un mio amico mentre ci bevevamo del vino mi sono detto: le viti le ha piantate lui, lui vinificava in cemento e affinava in cemento vetrificato, faceva macerazione delle bucce. Allora lo chiamo Antonio. Almeno rappresenta un territorio e lui. Per Antonio Max ha scelto l’affinamento in anfora di terracotta. Macerazione per un mese, fermentazione spontanea, nessuna filtrazione. Una scelta davvero interessante per uve provenienti da vigne di oltre cinquanta anni, Scelta che ho particolarmente apprezzato. Sentori di mela cotogna, pesca, fiori di camomilla, miele, scorza di arancia, mandarino e alloro. Grande mineralità con la grafite (in fondo siamo ai piedi di un vulcano spento). In bocca si nota la spiccata mineralità e sapidità con la presenza del tannino che impone un abbinamento con qualcosa di consistente tipo una carne bianca (anche per la bassa persistenza). Un vino sul quale Max dovrà lavorarci ancora su ma è già buono cosi. Le vigne ovviamente sono quelle di un tempo quando ci si metteva un pò quello che si trovava. Malvasia del Lazio, Malvasia Puntinata e Trebbiano. Tipici del Lazio in bianco. Oltre quel clone del Ciliegiolo che Max arriverà a produrre. Mi vedo sicuramente con i due bianchi. L’esperimento con l’Antonio lo sto migliorando perché avrebbe bisogno di una macerazione inferiore o un affinamento maggiore. Ma a me piace molto. Poi un rosso o due. Se il vigneto torna ad produrre l’uva di prima, una parte la vorrò fare con un affinamento. Ma non legno piccolo perché altrimenti andrebbe a sovrastare i sentori primari tipici del Ciliegiolo. Una tipologia magari fuori moda. Ma quello mi piaceva. Ho un agronomo che mi è servito per partire che lavorava con Ruggero Mazzilli in toscana. Non voglio fare errori in vigna. Mi da una mano anche per leggere i dati.
Arrivare a due ettari e mezzo non sarà semplice per Max. Specialmente se il tempo da dedicarci è oggettivamente poco. Diviso tra il suo lavoro e la politica. Oltre che la famiglia con la moglie e i due bambini. Gli amori sono quelli che non ti fanno stancare e che ti danno la carica per affrontare sempre le difficoltà. In politica si vince e si perde ma si continua imperterriti sopratutto se hai qualcosa da dire e voglia di fare. Un pò come nel vigneto dove una annata può devastarti ma occorre sempre essere pronti per la successiva. Nel vigneto, quando passeggio tra questi filari, trovo la pace che altrove non trovo. Sei tu, le piante, i vigneti che ti circondano dove riconosci la pianta che ha più difficoltà, quella che cresce più vigorosa. Sembra un racconto, ma quando nel vigneto ci stai tanto, specialmente se fai il biologico, ti accorgi di certe cose che con una agricoltura diversa o un maggior numero di ettari non ti accorgeresti. La trasformazione avviene dopo ma tutta la parte che implica l’ingresso nel vigneto indica che la nuova annata è cominciata. Tutto l’anno che ti porta alla vendemmia è qualcosa che impegna e ti meraviglia. È la prima volta che Max si racconta e racconta la sua esperienza. Per quanto possa essere un politico abituato magari a parlare, è palese la sua emozione. Quella emozione che solo un amore riesce a darti. Stando da solo nel vigneto non puoi che pensare a tante cose ma, soprattutto, a curare ogni singola pianta perché possa stare bene. Quel che produrrà dipende anche, non solo, da questo amore. Già amore. Così visto che Max di amori ne ha due (oltre quelli per la sua famiglia), vigna e politica, quando gli chiedo se lascerebbe la vigna se dovesse arrivare ad avere cariche importanti, la sua risposta è di quelle vere ed emotive. La vigna assolutamente sta con me. La vigna e il vino con produzioni così piccole non le fai per guadagnare ma solo per amore. Se hai un amore non lo puoi lasciare. Dovrò trovare assolutamente il tempo eventualmente con l’aiuto di qualcuno professionalmente preparato e che condivida l’amore. Come Mario, la persone che fa il potatore e lo fa per passione. Quando sta in vigna, alle volte rimango con lui per ammirare la gestualità e la velocità. Sarebbe inimmaginabile per me lasciare la vigna. Una volta un mio amico mi ha visto tutto sporco dopo i rimontaggi e mi ha detto che sembrava che stessi facendo una pozione magica. È una pozione magica che nutre lo spirito ho risposto. Intanto Max continua a lavorare la sua vigna in attesa che possa mettere nella botte (grande) il Ciliegiolo oltre che a lavorare ancora su Antonio. Poi si vedrà. Come si vedrà se ci sarà qualcuno dopo di lui che gli dedicherà un vino. Per adesso non è un problema e non ci si pensa. L’importante è aver messo (o rimesso) le radici. L’importante è esser riuscito a non gettare via la vigna di papà. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
21 Marzo, 2024
Vermouth per tutti e in ogni tempo
Non vuole essere una cosiddetta deformazione professionale quella di vedere in ogni gesto della quotidianità profili giuridici e legali. Gustare un bicchiere dei tanti “Vermouth di Torino” che oggi più che mai, è tornato alla ribalta per consumi e scelta, non vi è dubbio appassiona e coinvolge anche un avvocato come me, sempre più attratto dagli aromi, dai colori e dal fascino che questa bevanda è in grado di esercitare. Tanta attrazione ed interesse del mercato, ma anche riflessi in diritto.
Visto che allora l’argomento si presta, mi accingo ad alternare, come inebriato dall’assenzio (appunto “vermuth” in lingua tedesca per indicare questo ingrediente), connotati normativi a quelli storici e di costume i quali contribuiranno, così spero, a far conoscere ed apprezzare il vermouth in molte delle sue declinazioni.
Parto con il riconoscimento ottenuto della IGP italiana del “Vermouth di Torino” negli Stati Uniti ad iniziativa dell’omonimo Consorzio, che già gode della tutela di indicazione geografica protetta, sodalizio che raggruppa ben 35 aziende produttrici di questo vino aromatizzato (ma se le differenzia dagli altri così identificati in quanto la filiera è controllata in tutte le sue fasi e processo produttivo).
La United States Patent & Trade Mark Office costituirà dunque un baluardo all’ingresso del suo territorio del “vero” Vermouth di Torino, impedendo la circolazione a prodotti diversi da quelli che non posseggono la certificazione IGP da parte del Consorzio. Ovviamente a tutta tutela dei consumatori, ma anche dei produttori ed esportatori italiani che negli Stati Uniti hanno da tempo trovato un mercato dai numeri in crescendo tanto che, sempre più spesso, si trovano nuove ed accattivanti etichette di vermouth riferibili a cantine e distributori di vino i quali, forti dell’appeal esercitata da questo liquore speziato, dal sapore e dal suono tutto italico, impongono al cliente statunitense (e non solo) l’acquisto di quantitativi rilevanti anche di prodotto corrente della cantina, se si intende acquistare cartoni di vermouth!
Anche se di tradizioni e ricette antiche risalenti addirittura all’antica Roma (vermuth Absinthium, con assenzio, cannella, mirto e zafferano), il vermouth rimane un prodotto versatile e che nel tempo si è arricchito di altri ingredienti, che ancorché “segreti”, oggi è tornato alla ribalta del buon bere tra le giovani generazioni, ma anche tra quelle precedenti. Tutti vermouth hanno apprezzato le doti di miscelazione con altri liquori per dare vita ai classici cocktail quale il Negroni e le sue declinazioni, il Martini, l’Americano, il Manhattan. Ma anche per essere degustato liscio o quale digestivo di fine serata o di essere addirittura utilizzato in cucina per smorzare o insaporire ripieni, farciture, salse e marinate.
Insomma una molteplicità di opzioni di consumo che fanno del vermouth un prodotto sul quale puntare. Decisamente!
Partendo dalla ricetta originale, collocata nel 1786 dall’erborista farmacista Antonio Carpano, il vermouth ha tenuto il tempo a riprova che oltre a rappresentare uno stile di vita tutto sabaudo, è riuscito ad imporre sulla scena internazionale dei consumi, in questo aiutati anche da pubblicità storiche come il marchio “Punt e Mes”, che nello slang piemontese significa “un punto di dolce e mezzo di amaro” e che Armando Testa ha sintetizzato nella celebre sfera nera raffigurante il “pieno” e la mezza sfera che invece è sinonimo del “mezzo”.
E che dire del cocktail Vesper Martini, che James Bond in Casinò Royal, edizione 2006, richiede al barman con una mezza misura di Kina Lillet Blanc!
Insomma tante etichette, tante formule e miscele per ottenere il “Vermouth di Torino”, il quale, ai sensi dell’attuale legislazione e cioè con l’entrata in vigore dei nuovi obblighi di etichettatura, gli ingredienti possono ancora rimanere “segreti” e al di fuori del QR code, essendo sufficiente indicare solo la “presenza di aromi naturali, spezie, miscele di spezie” lasciando spazio legittimo ad un impiego anche di altre piante officinali non previste dal disciplinare, soluzione che riesce a personalizzare il prodotto in argomento e a fidelizzare il sempre crescente numero di estimatori.
Un vino base dunque, così prevede il regolamento, trattato con una tecnica di produzione che costituisce il know how per la realizzazione del prodotto con l’impiego dell’artemisia, rinvenibile in una zona ristretta del Piemonte.
La protezione IGP punta soprattutto sulla “segretezza” delle regole e delle procedure per ottenere il prodotto finito, posto che noti sono gli ingredienti, ma ignote le ricette in termini di ingredienti e quantità e soprattutto le tecniche utilizzate per ottenere il risultato. In altre parole, anche per il vermouth il successo è assimilabile a quanto accade per la Nutella e la Coca Cola.
Dietro tutta questa lunga tradizione, non sfugge il dato che il prodotto ha retto al tempo e anche sostituendo l’antica “ora del vermouth” nell’ora “dell’aperitivo”, questa bevanda aromatizzata, è apprezzata e assunta soprattutto tra i millennians (coloro che sono nati negli anni 80 e gli anni 90) o quelli della Generazione X (coloro nati dal 1965 al 1980) che nel vermouth ricercano momenti di incontro e di convivialità, mentre per i Boomers (coloro nati tra il 1945 e il 1964) il successo è legato al richiamo della storicità di un vino e di uno stile sempre attuale.
Insomma vermouth per tutti, per tutti i gusti e in ogni tempo.
Avv. Paolo Spacchetti
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21 Marzo, 2024
VINI SELVAGGI 2024
IL COSA E IL DOVE
Nei giorni 10 e 11 Marzo u.s. le ampie sale de SPAZIO NOVECENTO a Roma hanno ospitato la quarta Edizione di VINI SELVAGGI fiera indipendente dei vini naturali organizzata da Lorenzo Macinanti, Giulia Arimattei e Francesco Testa.
Una due giorni pensata per far incontrare chi fa il vino, chi lo racconta, chi lo vende e chi lo beve.
Oltre 100 Produttori provenienti da 9 Paesi hanno dunque potuto presentare i frutti di una viticoltura artigiana e rispettosa del Territorio e dell’Ambiente.
LO STRANO CASO DEL V.A.N.
Alla fiera era presente anche una delegazione V.A.N. e mi sarebbe davvero piaciuto fare due chiacchiere con loro riguardo una brutta situazione che sta andando avanti da tanto, troppo tempo, ma considerando il fattore “folla” ho creduto fosse meglio rimandare ad altro luogo e altra data.
Comunque, per farvela breve, il plot di questo fotoromanzo ha come protagonista un EX tesoriere (Emilio Falcione) che “scappa” portandosi via le credenziali di accesso al sito web e alle pagine social e comincia a emettere comunicati “fantasiosi” a nome di un gruppo che non rappresenta più e di un altro che neppure esiste.
Il V.A.N. si è nel frattempo riorganizzato cercando per quanto possibile di arginare i danni economici e di immagine derivanti da tale comportamento.
Ma nuovo sito internet e nuova pagina ig (https://www.vignaioliartigianinaturali.org/ e https://www.instagram.com/events_van/) poco possono contro il “cattivone” ed ecco dunque che,
mentre l’eco di VINI SELVAGGI 2024 ancora risuona, arriva un nuovo comunicato in puro stile Totò nel quale si invitano i Produttori non a votare Antonio La Trippa ma a ribellarsi al comune nemico, quegli Organizzatori rei, a suo dire, di far pagare gabelle troppo salate in cambio di un tavolo sul quale proporre al pubblico i frutti del proprio lavoro.
E siccome la realtà supera sempre la fantasia, prosegue dettando più che suggerendo, un proprio D.P.E.F. con tanto di tariffario e calcolo dei profitti cui gli “imprenditori” (leggasi coloro i quali mettono su un qualsiasi Evento enoico) dovrebbero attenersi.
Robin Hood scansete proprio!!!!
Vabbè, la faccio breve e mentre concludo sottolineando che la Presidente del V.A.N. (quello VERO) Mariangela Parrilla (di cui qui ospiterei più che volentieri le ragioni) ha subito preso posizione difendendo le fiere e chi le mette in piedi oltreché, ovviamente l’unica e sola Associazione che riunisce i Vignaioli Artigiani Naturali, armato di pop corn e patatine, mi dispongo in trepida attesa di una nuova puntata di questa imperdibile telenovela.
GLI ASSAGGI
Ma ora, dopo la parentesi hollywoodiana, parliamo di vino.
È complicato dirVi dei miei assaggi…
Complicato perché dovevo scegliere tra più di 1000 etichette, complicato perché non è che c’era molta gente…DEPPIÙ!
E complicato perché ben conoscete la mia posizione nei confronti dei vini “naturali”.
Riguardo quest’ultima cosa Vi chiederete (e molti Produttori m’hanno chiesto) che caspita ci fossi andato a fare a un evento dl genere.
Che domande!
Per imparare!
Bisogna essere sempre curiosi, uscire dalla strada maestra, percorrere sentieri tortuosi e essere pronti a meravigliarsi di fronte all’inaspettato.
Armato dunque di tanta buona volontà ho sfidato l’acqua che il cielo elargiva a piene mani per farmi largo tra la folla seguendo estro, fortuna e spazi miracolosamente liberi.
Si, m’ero fatto la mia bella lista di Aziende da “disturbare” ma, come nella migliore tradizione, l’ho dimenticata sul tavolo e allora libero sfogo alla fantasia.
Cosa ho trovato?
Beh, devo ammettere che rispetto a qualche anno fa il livello qualitativo si è decisamente alzato.
Certo questo non vuol dire che l’improvvisazione sia sparita del tutto, ma quelle nebbie di volatile o l’atmosfera “bagni di Tivoli style” che si respiravano tempo addietro si sono notevolmente affievolite.
I Produttori assaggiano, studiano, imparano, a volte sbagliano ma è chiara la volontà di (quasi) tutti di crescere e proporre vini “puliti” al di là delle mode e di quegli appellativi dietro cui mascheravano impreparazione e risultati discutibli.
Vabbè, bando alle ciance.
Vi lascio alla lettura della mia personalissima “TOP SEVEN” (cui, perché non diciate che sono troppo cattivo, ho affiancato 8 “QUASIQUASI”).
Una classifica estrapolata dall’assaggio di una cinquantina di vini, un viaggio tra assaggi “discutibili”, sorsi di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno e perle di assoluto valore.
A proposito: come sempre, degli altri vini potrete leggere qui.
Let’s go tasting!
LA SLOVENIA
JNK
Tre ettari e mezzo dalle parti di Šempas, in quel Collio Goriziano che dall’altra parte dei confini tracciati dall’uomo diventa Goriska Brda.
Sta lì dal 1890 e io è da un po’ di tempo che dico di farci un salto (in fondo sta a un’oretta di macchina da casa) ma i miei soggiorni friulani sono un caos di “saluta qua, saluta là” e il tempo non basta mai.
Qui le macerazioni non sono moda ma tradizione e i risultati lo confermano.
Produzioni tutte da provare, vini cui avvicinarsi curiosi e aperti alle esperienze, senza aver paura di lasciare la propria confort-zone di assaggio.
VIPAVSKA DOLINA ZGP CHARDONNAY 2018: il naso rivela un animo giallo come le mele renette mature, come l’albicocca, come la camomilla, come la scorza d’agrume.
Grasso come il burro, dolce come il miele e la frutta secca in pasticceria, come il profumo dei tigli in fiore portato dalle brezze.
Il sorso è un caldo abbraccio al palato, una carezza glicerica che la freschezza prova a gestire e la sapidità di un mare che era a squarciare.
Finale lungo, lunghissimo, dolce, pulito.
Un vino massiccio eppure incredibilmente scorrevole.
Da bere ascoltando “SMOOTH OPERATOR”di SADE.
VIPAVSKA DOLINA ZGP REBULA 2013: al naso emana un fascino tutto femminile, evidenzia persino il rossetto, la cipria, il fondotinta…
Gli basta una strizzatina d’occhio perché Voi cadiate ai suoi piedi!
Se però doveste riuscire ad aprire gli occhi, scoprireste il fieno con che cela mele messe lì ad appassire, note di frutta secca, fiori gialli, un’idea di rabarbaro, legni nobili…
In bocca il tannino c’è e si sente, nessuna voglia di mascherarlo, Vi schiaffeggia, amplifica le amaritudini di frutta secca e affianca una sapidità profonda non pareggiata dalla pur vivace freschezza.
Un sorso che, se dovesse essere un colore, sarebbe rosso, come la passione.
Da bere ascoltando “LIFE ON MARS?” di DAVID BOWIE.
IL MOLISE
AGRICOLAVINICA
VI.NI.CA. (acronimo di VIttorio, NIcholas e CArola) nasce nel 2007 sulla collinare dorsale appenninica di Ripalimosani da passione e voglia di valorizzare un territorio, come quello collinare molisano, storicamente vocato alla viticoltura.
220ha complessivi di cui il 10% vitato.
Primi impianti nel 2009, grande attenzione alla Tintilia (quella di montagna) ma senza dimenticare gli internazionali Sauvignon, Riesling e Merlot.
SAUVIGNON DEL MOLISE DOC “LAME DEL SORBO” 2020: un naso colorato e caleidoscopico BBOOOMM che oggi se la gioca per il premio “SURPRAIS”.
Il primo colore che mi viene in mente è il verde, quello dell’erba da sfalcio e quello della pesca, dolce ma ancora lungi dall’essere matura.
Poi il rosa del pompelmo, il grigio del camino spento, il bianco dei fiori d’acacia e quella sottile nota foxy che lo rende giustamente rustico facendocelo valutare per un prodotto della fatica e della terra piuttosto che un qualcosa di trascendentale.
In bocca me lo aspettavo più fresco eppure è un bisturi che seziona con cura e a fette sottili i descrittori olfattivi.
Lungo il finale salino di un vino che DOVETE assaggiare assolutamente.
Da bere ascoltando “THINGS ARE LOOKING UP AGAIN” di LYAMBIKO.
VINO FRIZZANTE “OUTSIDER” 2020: beh, questo è un vino di quelli che passano dal naso giusto il tempo di finire in bocca.
È un attimo!
Quel tanto che serve a riempirsi le narici di pompelmo.
Poi è un sorso (il primo), lungo, dissetante…
Ne seguiranno altri senza scuse, per puro piacere.
Da evitare di tenere in frigo quando si ha sete!
Si becca il mio premio “LEVATEMELO”.
Da bere ascoltando “ME SO’ ‘MBRIACATO” di MANNARINO.
LA SICILIA
ETNELLA
Un’Azienda giovane, nata nel 2008 sui versanti Orientali e Nord-Orientali dell’Etna.
Impianti anche secolari (e pre-fillosserici) che sfidano il limite altimetrico della vite e sono praticamente esenti da qualsiasi intervento umano.
Produzioni “artigianali” che in alcuni casi si muovono scaltramente sul filo del difetto e che interpretano benissimo le diverse sfaccettature della lavica mineralità della “Muntagna”.
Sorvolo sui due assaggi di Sidro (il primo a base di mele Gelato Cola il secondo che aggiunge alle stesse il mosto del Nerello Mascalese) perché confesso di saperne meno di quanto sappia di vino e…prima di azzardare parole tocca studiare.
VINO BIANCO “OXYGEN” 2022: Chardonnay da botte scolma a scimmiottare i prodotti del Jura.
Confesso di esserne disorientato!
Ossidazione e volatile menano fendenti a destra e a manca e io sono lì, inerme, preda di sensazioni contrastanti.
Poi scelgo la via dello Zen e mi si schiude un panorama di frutta gialla disidratata e fiori secchi, freschezze d’agrume amaro a irridere dolcezze di vaniglia e albicocca e accompagnare il sale di un mare lontano.
Deve varcare la soglia delle labbra per farVi felici.
Sorso velocissimo e traditore (okkio ai suoi 14° alcolici), complesso eppure di disarmante spontaneità viscerale, privo di dubbi.
Un vino che non comprerei ma che mi piace davvero un sacco.
Da bere ascoltando “OSSIGENO” degli AFTERHOURS.
LA SARDEGNA
DETTORI
Da più di quarant’anni DETTORI rappresenta una splendida realtà di quella Romangia che si affaccia sul Golfo dell’Asinara.
Un mix di studiata biodinamica e libere interpretazioni che, al di fuori delle Denominazioni, valorizza i vitigni autoctoni regalandoci risultati di assoluta eccellenza.
ROMANGIA IGT ROSSO “CHIMBANTA” 2021: Monica e basta.
Il naso vi fa camminare in bosco scuro, resinoso, calcare terra, foglie bagnate, funghi e poi uscite a “riveder le stelle” a respirare brezze salmastre e cespugli di rosmarino, a fumare tabacco…
In bocca la rispondenza è disarmante, strapiombante la freschezza granitica la sapida mineralità, infinita la chiusura.
Bello, bello davvero!
Da bere ascoltando “CHERI CHERI LADY” dei MODERN TALKING.
ROMANGIA IGT ROSSO “DETTORI” 2020: uno dei tre vini provenienti dal CRU BADDE NIGOLOSU (quello prodotto con le uve del vigneto più vecchio).
Tre vini da tre vigneti diversi, tre vini per capire un fazzoletto di Territorio.
L’imprinting olfattivo è di aromatiche dolcezze e sciorina fichi e datteri (forse perché sono appena rientrato dalla Giordania), poi arriva l’arancia a rinfrescare, il mirto a far schioccare la lingua, il tabacco…quello da fumare a fine pasto.
Ed un’eco di mare lontano soffiata dal maestrale che piega i cespugli di macchia mediterranea.
Sorso potente ed elegante, di grande rispondenza e tannini sapientemente smussati e chiusura mentolata.
Un vino per piccoli gesti e grandi amicizie, un vino per i silenzi del fuori pasto, un sorso per sogni e pensieri.
Da bere ascoltando “THE SOUND OF SILENCE” DI SIMON & GARFUNKEL.
I QUASIQUASI
RIEDENGERHOF (ALTO ADIGE)
Piccola realtà che, pur facendo perno su quelli che circondano il maso omonimo, ha vigneti assolutamente “urbani” tra i quali passeggiare visitando Merano.
I vitigni sono quelli classici, gli interventi ridotti all’essenziale (la certificazione BIOLAND è particolarmente rigida) e la produzione artigianale, affatto scontata e…tutta da assaggiare.
DOLOMITI IGT SCHIAVA “FRASCHIATA” 2021: abita da subito i tonneau aperti e ci si chiude poi in letargo per un annetto uscendone fuori carico di ciliegie croccanti, di vispa peposità e di intriganti amaritudini di osso di pesca.
Il sorso è un’armonia di morbidezze e freschezza fino a quel finale così salato da far scuotere la testa!
Chiude amaricante rincarando la dose di freschezza ed invitandoVi a vedere cosa può regalare un vigneto “di città”.
TEREN (FRIULI VENEZIA GIULIA)
Sacile, un pezzo di Friuli che è ancora Veneto.
12ha vitati (più altri 16 dedicati in gran parte a grani antichi su cui mi piacerebbe indagare per saperne qualcosa in più), una storia iniziata trent’anni fa, biodinamica da 4 anni e una produzione enoica che punta alla leggerezza e strizza l’occhio al tempo che fu.
VINO BIANCO “ARGILLA BIANCO” 2022: due le vendemmie più un’altra dedicata a solo tre filari lasciati lì a “surmaturare” per portare a casa questo Tocai Giallo che si lascia andare a dolcezze di acacia e di miele piuttosto che raccontare una mandorla bianca spellata e di dolce mette anche un pizzico di spezia a separare fiori di campo e erbe amare.
Il sorso, di buona freschezza, è segnato da quei tre filari tre che sottolineano le morbidezze, ma non dimentica inserti sapidi e ricordi di mandorla.
BOSSANOVA (ABRUZZO)
Una giovane realtà che, sulle Colline Teramane di Controguerra, alleva vitigni autoctoni seguendo biodinamica e tradizione.
9ha vitati sui 26 complessivi, niente legno e solo cemento per produzioni vibranti come il genere musicale da cui prende nome la cantina.
TREBBIANO D’ABRUZZO DOC 2022: da vigne di cinquant’anni un Trebbiano che si presenta al naso con una riduzione DAVVERO difficile da digerire.
Ma oggi sono nella tana del lupo e pronto a slogarmi il polso a furia di roteare il calice.
Ecco dunque diradarsi le nebbie sulfuree e palesarsi la frutta gialla e i piccoli fiori di campo.
C’è la camomilla ad addolcire ma è il tè che alza la voce mascherando quasi del tutto il calore delle messi assolate.
Sorso che il quid di grappolo intero restituisce più tannico di quanto atteso da un Trebbiano.
Un bel gradino avanti rispetto all’olfatto, maturo, di alcolica, glicerica sostanza, di eleganza contadina, non borghese, piacevolmente sapido e con una chiusura tutta dedicata alla frutta.
Mannaggia a quel naso!
MONTEPULCIANO D’ABRUZZO DOC 2022: le stesse vigne da cui proviene il Cerasuolo ci regalano un che non nasconde affatto il proprio grado di parentela con il fratello “decolorato” (e neppure la firma del Produttore).
Al naso sottolinea il proprio animo green lasciando al frutto (più prugna che ciliegia) ed alla spezia il ruolo di coristi con soffi balsamici a fare da controcanto.
In bocca è agile e scattante, fresco, succoso, piacevolmente grippante, tratteggia un panorama più ampio rispetto al Cerasuolo ma senza vergognarsi del proprio stile naif.
AGRICOLAVINICA (MOLISE)
TINTILIA DEL MOLISE DOC ROSATO “LAME DEL SORBO” 2021: delicato all’occhio, delicato al naso.
Ha un “appena” di tutto, un “appena” di colore, un “appena” di lampone, un “quasi” di agrume, un “soffio” balsamico.
Il sorso è invece una lama, non quella “del Sorbo”, ma quella di una sega.
Affilata ma per un taglio rustico, non come quello di un bisturi, uno zigozago di succosa melagrana e sottili peposità.
Inatteso.
ETNELLA (SICILIA)
TERRE SICILIANE IGT ROSSO “VILLA PETROSA”: 80% di Nerello Mascalese e il resto di Cappuccio provenienti da una piccola vigna in una GRANDE contrada.
Un po’ di volatile è lì a disturbare l’olfatto ma qualche colpo ben assestato al calice e la dovuta “tara” risolvono in fretta lasciando ampio spazio ad un vino duro, pietroso, che mette a fuoco i pochi ciuffi d’erba verde tra gli arbusti secchi e non si dimentica dell’incarnato rosso dei piccoli frutti, della cannella, delle erbe aromatiche.
Sorso profondo come il camino vulcanico, a pescare calore dalle viscere della terra e mixarlo con la freschezza dei quasi mille metri di quota.
Confonde poi il solletico tannico dietro sopite dolcezze e chiude su lunghe aromaticità facendoci alzare lo sguardo verso il cratere.
Gli do il mio premio “MANNAGGIA” per quella volatile che…mannaggia!
DETTORI (SARDEGNA)
ROMANGIA IGT BIANCO “DETTORI BIANCO”: un Vermentino che, in una atmosfera più salmastra che minerale, riempie il naso di fieno caldo e dolcezze di miele e fichi che fanno a sportellate con amaricanti sensazioni balsamiche di finocchietto selvatico per chiudere poi su note di pompelmo maturo e lasciarci lì a pensare a quella nota smaltata che…
Sorso che riserva una carbonica sorpresa (imbottigliato Maggio 2022 quindi ampiamente voluta), ampio, rispondente, fresco e morbido al contempo evidenzia una salinità che sembra cercare lo scontro e conduce invece ad un finale estremamente lungo.
Credo diventi un gran vino ma non ora, non qui.
VINO ROSSO “RENOSU”: metà Cannonau e il resto Pascale e Monica a mezzi per un olfatto mediterraneo che spazia dalle olive ai cespugli di rosmarino e origano passando per dolcezze di spezie e frutta disidratata e chiude lasciandoVi seduti di fronte al camino a mangiare frutta secca.
Sorso di compiacente scorrevolezza e di decisa, minerale sapidità che non si vergogna di ricordarVi, con rustica eleganza, quanto apprezzato dall’olfatto, sottolineando le note vegetali senza dimenticarsi del frutto.
Così “quotidiano” che verrebbe voglia di dimenticarsi del calice e tornare ai cari, vecchi, bicchieri da osteria.
E ORA?
Beh, ora è come sempre il momento dei ringraziamenti, agli Organizzatori per avermi ospitato e ai Produttori per avermi sopportato, avermi insegnato tante cose nuove e avermi fatto conoscere filosofie, territori e stili che saranno motivo di approfondimento nei mesi a venire.
Metto dunque in agenda sin da ora una Edizione 2025 che spero ancora più vivace e nel frattempo cerco di star dietro a un calendario di Eventi che si preannuncia davvero impegnativo.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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