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8 Marzo, 2024
Tenuta Santo Stasi. Rosario torna a casa
Nostalgia, nostalgia canaglia……
Che succede?
Succede che sono tornati insieme.
Ma chi?
Come chi. Sono tornati insieme. Insieme. E io non sapevo nulla….mi sono perso tutto questo. È proprio vero che la vita è tutta un film. O forse sono i film che raccontano, semplicemente la vita, le storie delle persone. Ricordo che Carlo Verdone diceva sempre che le sue caricature, i suoi personaggi erano ispirati a persone vere. Osservare la realtà. Basta solo questo. Non guardare il cellulare ma alzare lo sguardo per capire le vite delle persone che ci sono intorno. Ascoltare, parlare. Riempirsi di tanta umanità. Non so se Checco Zalone per il suo film “Quo vado?” si sia ispirato ad una o più storie vere. Ciò che so è che parlando con Rosario Epifani la scena che ho avuto dinanzi agli occhi era proprio quella del prologo. Oltre all’immagine di Checco Zalone con il pizzetto biondo da vichingo (bene inteso che Rosario non ce l’ha!). Rosario Epifani è il titolare della Tenuta Santo Stasi. Siamo a Sava un comune nemmeno tanto piccolo a circa 30 km da Taranto e a soli 6 da Manduria, la patria di quel meraviglioso e versatile vitigno che è il Primitivo. Di Manduria appunto. La faccia sorridente, l’animo mite. Riservato e anche impacciato per certi versi. Ma sereno. Così è Rosario. Eppure, se vai a scavare, come al solito, le persone riservano mille sorprese. Che Rosario abbia un fisico da atleta te ne accorgi subito. Quando poi ti dice che è stato un calciatore in varie squadre italiane a livello giovanile, inizi a capire. Anche professionista nella Serie B svedese. Prego? Svezia? In che senso? Sono nativo di qua ma sono stato fuori parecchio. Anche a Perugia a studiare giurisprudenza. La mia testa mi porta a fare cose diverse e così me ne sono andato 9 anni a Stoccolma. Andai a salutare un amica e sono rimasto 9 anni. Li giocavo a pallone ma non è che si può solo giocare a pallone. Bisogna fare anche altro. Mi sono diplomato (in lingua svedese) e mi sono iscritto all’università, ingegneria civile. Mi mancavano pochi esami ma ho deciso di tornare in italia perché comunque sia prima o poi in italia ci sarei tornato. Pari pari Checco Zalone. Ti invaghisci della svedese prima, della Svezia poi. Ma prima o poi qualcosa inesorabilmente scatta. Non è fisicamente possibile per un italiano, del sud poi, vivere li. Troppo perfetto, oltre che freddo. E poi, senza Albano e Romina e il Festival di Sanremo!!! Rosario decide che è meglio tornare in Italia e finire l’università a Bari. Qui si incastra nelle maglie burocrazia italiana e nelle deficienza di qualcuno che promette la convalida degli esami a fronte della rinuncia agli studi. Dopo anni di attesa il Rettore che mi aveva convinto a fare la rinuncia agli studi promettendomi che mi avrebbe convalidato tutti gli esami non me ne convalidò nemmeno uno. Nemmeno quello di inglese. Dopo un anno decisi di smettere. Non mi andava di ricominciare tutto daccapo a 27 anni. In Svezia avevo fatto 24 esami. Io ero uno studente svedese in pratica. Potrei partire con una invettiva contro qualcuno, ma lasciamo perdere. Dico solo che in Italia se ti laurei all’estero, anche in università farlocche, va tutto bene. Ma se provi a tornare nel mentre, sei spacciato. 24 esami di ingegneria buttati. Un sacrilegio. Ma non è che puoi lottare contro i mulini a vento. Rosario si dispiace e rammarica. Mica tanto però. A lui piaceva fare altro. Piaceva e voleva stare in campagna. Volevo stare in campagna. Non ci sono arrivato subito. I miei zii erano agricoltori. Grossi agricoltori ma non mi è stato mai concesso andare in campagna. Ero il primo figlio, il primo nipote e avrei dovuto fare una vita diversa. Quando loro andavano al lavoro, partivano di notte perché altrimenti io mi infilavo in qualche cabina con loro. Tornato a Sava, qualcosa si deve pure inventare. Vorrebbe la terra ma non ci sono i soldi. Decide allora di aprire un supermercato utilizzando i soldi dei piani di sviluppo (Sviluppo Italia). Mi andò bene. Appena risparmiavo qualcosa, compravo qualche terreno. Per la felicità di mia moglie che mi ucciderebbe anche ora. Nel frattempo infatti mi sono anche sposato con Antonella, che all’epoca aveva una bellissima bambina, Alena, di due anni e che ora ne ha 18. Poi è nato Mathias, 8 anni. Il supermercato Rosario lo apre partendo da zero. Giocava a calcio ed era studente; in Svezia professionista si, ma sempre in Svezia. In sostanza, soldi pochi, davvero pochi. Dura 12 anni il supermercato. Di più Rosario non riusciva a tenerlo. Un pò le difficoltà nel trovare le persone, un pò le terre che si accumulavano e lo richiamavano inesorabilmente. Nel 2022 decide di cederlo. Abbiamo deciso di venderlo perché avevo 10 ettari di terreno. Avevo già un pò di terra, tre ettari da mio suocero. l resto li ho comprati. Circa 7 ettari sui quali ho impiantato vigneto. Rosario non compra per investimento ma per qualcosa “che non potevo scegliere”. La prima vendemmia arriva nel 2021. C’era già da tempo nell’aria l’idea di vendere il negozio e programmare il futuro è stato più facile. Sono socio di una cantina a Sava e quindi conferivo le uve. Non un granché perché avevo i 3 ettari di mio suocero con vigne molto vecchie che non espianterò mai, mentre i restanti erano liberi e ho piantato da zero. 3 ettari di vigne storiche di circa 50 anni. Quelle di famiglia. 7 ettari impiantati da zero con primo impianto nel 2018. Fin qui le basi. Agricole ovviamente. Che poi è quello che ama fare Rosario. Che tipo che è Rosario! Parlando con lui si percepisce come nelle terre, tra i filari, nella solitudine del mestiere, abbia trovato il suo spazio. Il suo mondo. La sua identità. Il vino certamente gli interessa e pure tanto poiché quello vuole fare. Ma la terra, lui la terra la ama. Ama le piante che cura ad una ad una senza identificarsi propriamente in una terminologia ormai collaudata. Convenzionale? Biologico? Biodinamico? Integrata? Io guardo pianta per pianta. Quasi le conosco. Cerco di aiutarle a crescere nel modo più corretto. Assecondo ogni loro bisogno. La loro voglia di crescere. Nei miei vigneti ci devo stare io e non voglio usare nulla per far seccare l’erba. Non faccio tutto con la zappa. Se non è necessario dare qualcosa, non lo do. Uso prodotti biologici perché non mi piacciono quelli chimici. La natura non è nata con il chimico. Cerco di fare il meglio per le piante. Il modo più semplice possibile. Alle volte diamo per scontato delle parole non prestando attenzione al vero significato delle stesse. Quando una persona lavora in campagna da solo, vivendo della terra e dei suoi frutti, prendendosi cura delle piante ma anche di se stessi, allora, non c’è filosofia o terminologia che tenga. Conta solo quanta passione e lavoro e sudore e caparbietà ci si mette nelle cose. In fondo, se nostro figlio deve prendere un antibiotico, non è che non glielo diamo perché è chimico. Allo stesso modo, usando sempre e preferibilmente prodotti e rimedi naturali, qualcosa alla pianta ogni tanto bisogna dare. Tutti i miei sforzi erano atti ad imparare come si conduce un vigneto. Qui è diventata normale che le persone si fanno fare conto terzi. A me piace viverlo il vigneto. Adesso faccio tutto io. È complicato. Ogni tanto qualcuno mi aiuta. La potatura secca e qualcosa di più importante la faccio solo io. Ho imparato inizialmente da mio suocero però aveva tecniche talmente antiche che non si sposano più con le situazioni moderne. Ora va tutto più velocemente. Ora non è cosi. Dieci ettari prima erano impensabili. Ho guardato mio suocero per quattro cinque anni. Poi ho preso una persona e l’ho pagata per guardarlo lavorare. Lo fermavo in continuazione per spiegarmi cosa stesse facendo. La spiegazione si può fare anche sui libri ma all’atto pratico cambia. Umiltà. Ci vuole tanta umiltà nella vita. Ci si può reinventare certo. Si può cambiare andando in Svezia o in Norvegia ma una volta li, la lingua la devi imparare e per farlo devi sudare ed essere umile. In campagna è la stessa cosa. Devi studiare la lingua delle piante. Entrare in simbiosi con loro capendone l’essenza. Senza dimenticare la loro fonte di nutrimento: il terreno. Un complesso ecosistema che muta con le stagioni e con gli anni per via di una moltitudine di fattori esogeni. Poche, pochissime bottiglie prodotte da Rosario. Il resto è uva da conferire. Sapete quale è il bello però? È che ho avuto come l’impressione che ne produca poche perché non è che gli vada tanto di andare in giro a venderle. I contatti e la conoscenza della lingua al nord Europa fanno si che riesca ad esportare gran parte della produzione. Il resto tocca venderlo in zona togliendo tempo alla campagna. Tre etichette da due vitigni emblema della Puglia: Fiano per il bianco, Primitivo per rosato e rosso. Semplice. Semplicissimo e senza fronzoli. Come le etichette. Un solo nome per tre vini: Feeling. Se avessi fatto solo un vino sarebbe stato complicato per la commercializzazione. A me piace l’agricoltura e invece mi devo necessariamente concentrare sulla vendita. Giro i locali per vendere il vino e devo farlo in continuazione. Il tempo non lo ho. Ho iniziato a fare qualche fiera in Estonia e in Danimarca con mia moglie. Mi fanno un quantitativo di vino che posso esportare. Nessuno mi conosce qui. Non ho vinto premi. Devo migliorare un sacco. Con tre etichette sono più credibile. In cantina ovviamente c’è un enologo al quale Rosario è arrivato tramite amici. Si è fatto guidare nella produzione denotando un ulteriore livello di umiltà. Umile si ma con tante idee in mente. Per indole ho sempre un sacco di idee. In silenzio perché sono taciturno. Mi frullano le idee. Mi fido di questo ragazzo anche se il mio obiettivo non è fare solo questo tipo di vino. In questo momento mi sono lasciato trascinare. Il passaggio in botte ad esempio lo ha scelto l’enologo. Neanche con tanti mesi. Bisogna fidarsi. Ci sono tanti tuttologi. Il rosato nasce da una necessità commerciale ma anche naturale. Poi il Fiano emblema della Puglia. Il nome è colpa di Antonella. Affidarsi ad una agenzia per la realizzazione dell’etichetta e la scelta del nome è stato un passo obbligato. Peccato che i tempi si sono allungati e per fare prima si è usata la stessa etichetta anche se con colore diverso e stesso nome. Perchè Feeling? Io penso di saperlo. Mi ha fatto una proposta e l’ho accettato di buon cuore. C’è molta complicità tra me e mia moglie in tutto ciò che facciamo. Pur essendo completamente diversa. Forse è per quello. Se invece vi starete chiedendo da dove arriva il nome della Tenuta, ovvero Santo Stasi, anche qui, è nato un pò per gioco un pò per caso. Come in molte delle cose di Rosario. Certo, lui dice sempre così, ma io mica ci credo più di tanto. Il nome dell’azienda è il nome di una contrada dove sta il primo appezzamento che acquistai. Vicino a mio suocero che è ancora bello forte di tempra. Per lui eravamo diventati grandi imprenditori così che mia moglie lo prendeva in giro dicendo “guarda che tenuta abbiamo comprato” e lui si arrabbiava ancora di più. Così la abbiamo chiamato Tenuta Santo Stasi. Solo che mio suocero non beve il mio vino. Lui fa il vino per conto suo. A casa. E non berrebbe mai il mio vino. Ha detto “non ha niente a che vedere con il mio” Di sogni nel cassetto Rosario sembra non averne. Fatta eccezione per la voglia di fare un Primitivo forte e longevo. Forte nel senso di almeno 15 gradi e longevo che possa durare oltre i dieci anni. Sotto sotto però lui, che è uno di quelli che nella solitudine della campagna pensa e sogna, sogna e pensa, di idee ne ha da tirare fuori. Come quella di vinificare tutta la sua produzione. Anche se poi si snaturerebbe un pò. Dovrebbe stare quasi più in cantina che in vigna. Mai dire mai. Di certo, la cosa più bella di questa chiacchierata è vedere la serenità di una persona, Rosario, che ha trovato il suo spazio. Mettersi alle spalle il calcio (non ci gioca proprio più), la Svezia e una laurea mancata per poco (un pò gli brucia ancora), non renderebbe sereno nessuno. Nessuno tranne Rosario. Una serenità, schiettezza e umiltà che ho ritrovato nei suoi vini a cominciare dal Primitivo DOP. Un vino che (la recensione è sul mio blog) ha un unico difetto: crea dipendenza! Anche se, come dice lui, si è fatto guidare dall’enologo per produrli, l’amore che ha per la terra e le piante ha certamente contribuito a portare in cantina uve perfette. Lui non lo dirà mai perché tende a minimizzare. Adesso ho 42 anni. Sono nato annusando la campagna. Da piccolino ero io tra i tanti nipoti ad andare ad aiutare nonna a fare i pomodori. Che cosa vuoi fare da grande? Il veterinario o il fruttivendolo. Ma come? L’avvocato o l’ingegnere devi fare. E invece Rosario si è trovato, per scelta e direi vocazione, a fare il vignaiolo. Anzi, contadino prima, vignaiolo poi. Per chiudere e augurare a Rosario di continuare a vivere il suo sogno e noi di poter continuare a bere i suoi ottimi vini (dunque Rosario non smettere!!) mi è venuta in mente un’altra frase sempre del film di Checco Zalone “Quo vado?” quando va a mangiare in un ristorante pseudo italiano e, scioccato dalla assoluta lontananza del gusto da quello italiano, si fa dare dal ristoratore una scala e un giravite. Con questi smonta l’insegna del locale e grida al proprietario del locale: Non si scrive l’Italia invano. Sei un vichingo. Sei un vichingo. Perché chiudo così? Perché sono convinto che la terra vada coltivata solo ed esclusivamente da coloro che la amano. Come Rosario. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Succede che sono tornati insieme.
Ma chi?
Come chi. Sono tornati insieme. Insieme. E io non sapevo nulla….mi sono perso tutto questo. È proprio vero che la vita è tutta un film. O forse sono i film che raccontano, semplicemente la vita, le storie delle persone. Ricordo che Carlo Verdone diceva sempre che le sue caricature, i suoi personaggi erano ispirati a persone vere. Osservare la realtà. Basta solo questo. Non guardare il cellulare ma alzare lo sguardo per capire le vite delle persone che ci sono intorno. Ascoltare, parlare. Riempirsi di tanta umanità. Non so se Checco Zalone per il suo film “Quo vado?” si sia ispirato ad una o più storie vere. Ciò che so è che parlando con Rosario Epifani la scena che ho avuto dinanzi agli occhi era proprio quella del prologo. Oltre all’immagine di Checco Zalone con il pizzetto biondo da vichingo (bene inteso che Rosario non ce l’ha!). Rosario Epifani è il titolare della Tenuta Santo Stasi. Siamo a Sava un comune nemmeno tanto piccolo a circa 30 km da Taranto e a soli 6 da Manduria, la patria di quel meraviglioso e versatile vitigno che è il Primitivo. Di Manduria appunto. La faccia sorridente, l’animo mite. Riservato e anche impacciato per certi versi. Ma sereno. Così è Rosario. Eppure, se vai a scavare, come al solito, le persone riservano mille sorprese. Che Rosario abbia un fisico da atleta te ne accorgi subito. Quando poi ti dice che è stato un calciatore in varie squadre italiane a livello giovanile, inizi a capire. Anche professionista nella Serie B svedese. Prego? Svezia? In che senso? Sono nativo di qua ma sono stato fuori parecchio. Anche a Perugia a studiare giurisprudenza. La mia testa mi porta a fare cose diverse e così me ne sono andato 9 anni a Stoccolma. Andai a salutare un amica e sono rimasto 9 anni. Li giocavo a pallone ma non è che si può solo giocare a pallone. Bisogna fare anche altro. Mi sono diplomato (in lingua svedese) e mi sono iscritto all’università, ingegneria civile. Mi mancavano pochi esami ma ho deciso di tornare in italia perché comunque sia prima o poi in italia ci sarei tornato. Pari pari Checco Zalone. Ti invaghisci della svedese prima, della Svezia poi. Ma prima o poi qualcosa inesorabilmente scatta. Non è fisicamente possibile per un italiano, del sud poi, vivere li. Troppo perfetto, oltre che freddo. E poi, senza Albano e Romina e il Festival di Sanremo!!! Rosario decide che è meglio tornare in Italia e finire l’università a Bari. Qui si incastra nelle maglie burocrazia italiana e nelle deficienza di qualcuno che promette la convalida degli esami a fronte della rinuncia agli studi. Dopo anni di attesa il Rettore che mi aveva convinto a fare la rinuncia agli studi promettendomi che mi avrebbe convalidato tutti gli esami non me ne convalidò nemmeno uno. Nemmeno quello di inglese. Dopo un anno decisi di smettere. Non mi andava di ricominciare tutto daccapo a 27 anni. In Svezia avevo fatto 24 esami. Io ero uno studente svedese in pratica. Potrei partire con una invettiva contro qualcuno, ma lasciamo perdere. Dico solo che in Italia se ti laurei all’estero, anche in università farlocche, va tutto bene. Ma se provi a tornare nel mentre, sei spacciato. 24 esami di ingegneria buttati. Un sacrilegio. Ma non è che puoi lottare contro i mulini a vento. Rosario si dispiace e rammarica. Mica tanto però. A lui piaceva fare altro. Piaceva e voleva stare in campagna. Volevo stare in campagna. Non ci sono arrivato subito. I miei zii erano agricoltori. Grossi agricoltori ma non mi è stato mai concesso andare in campagna. Ero il primo figlio, il primo nipote e avrei dovuto fare una vita diversa. Quando loro andavano al lavoro, partivano di notte perché altrimenti io mi infilavo in qualche cabina con loro. Tornato a Sava, qualcosa si deve pure inventare. Vorrebbe la terra ma non ci sono i soldi. Decide allora di aprire un supermercato utilizzando i soldi dei piani di sviluppo (Sviluppo Italia). Mi andò bene. Appena risparmiavo qualcosa, compravo qualche terreno. Per la felicità di mia moglie che mi ucciderebbe anche ora. Nel frattempo infatti mi sono anche sposato con Antonella, che all’epoca aveva una bellissima bambina, Alena, di due anni e che ora ne ha 18. Poi è nato Mathias, 8 anni. Il supermercato Rosario lo apre partendo da zero. Giocava a calcio ed era studente; in Svezia professionista si, ma sempre in Svezia. In sostanza, soldi pochi, davvero pochi. Dura 12 anni il supermercato. Di più Rosario non riusciva a tenerlo. Un pò le difficoltà nel trovare le persone, un pò le terre che si accumulavano e lo richiamavano inesorabilmente. Nel 2022 decide di cederlo. Abbiamo deciso di venderlo perché avevo 10 ettari di terreno. Avevo già un pò di terra, tre ettari da mio suocero. l resto li ho comprati. Circa 7 ettari sui quali ho impiantato vigneto. Rosario non compra per investimento ma per qualcosa “che non potevo scegliere”. La prima vendemmia arriva nel 2021. C’era già da tempo nell’aria l’idea di vendere il negozio e programmare il futuro è stato più facile. Sono socio di una cantina a Sava e quindi conferivo le uve. Non un granché perché avevo i 3 ettari di mio suocero con vigne molto vecchie che non espianterò mai, mentre i restanti erano liberi e ho piantato da zero. 3 ettari di vigne storiche di circa 50 anni. Quelle di famiglia. 7 ettari impiantati da zero con primo impianto nel 2018. Fin qui le basi. Agricole ovviamente. Che poi è quello che ama fare Rosario. Che tipo che è Rosario! Parlando con lui si percepisce come nelle terre, tra i filari, nella solitudine del mestiere, abbia trovato il suo spazio. Il suo mondo. La sua identità. Il vino certamente gli interessa e pure tanto poiché quello vuole fare. Ma la terra, lui la terra la ama. Ama le piante che cura ad una ad una senza identificarsi propriamente in una terminologia ormai collaudata. Convenzionale? Biologico? Biodinamico? Integrata? Io guardo pianta per pianta. Quasi le conosco. Cerco di aiutarle a crescere nel modo più corretto. Assecondo ogni loro bisogno. La loro voglia di crescere. Nei miei vigneti ci devo stare io e non voglio usare nulla per far seccare l’erba. Non faccio tutto con la zappa. Se non è necessario dare qualcosa, non lo do. Uso prodotti biologici perché non mi piacciono quelli chimici. La natura non è nata con il chimico. Cerco di fare il meglio per le piante. Il modo più semplice possibile. Alle volte diamo per scontato delle parole non prestando attenzione al vero significato delle stesse. Quando una persona lavora in campagna da solo, vivendo della terra e dei suoi frutti, prendendosi cura delle piante ma anche di se stessi, allora, non c’è filosofia o terminologia che tenga. Conta solo quanta passione e lavoro e sudore e caparbietà ci si mette nelle cose. In fondo, se nostro figlio deve prendere un antibiotico, non è che non glielo diamo perché è chimico. Allo stesso modo, usando sempre e preferibilmente prodotti e rimedi naturali, qualcosa alla pianta ogni tanto bisogna dare. Tutti i miei sforzi erano atti ad imparare come si conduce un vigneto. Qui è diventata normale che le persone si fanno fare conto terzi. A me piace viverlo il vigneto. Adesso faccio tutto io. È complicato. Ogni tanto qualcuno mi aiuta. La potatura secca e qualcosa di più importante la faccio solo io. Ho imparato inizialmente da mio suocero però aveva tecniche talmente antiche che non si sposano più con le situazioni moderne. Ora va tutto più velocemente. Ora non è cosi. Dieci ettari prima erano impensabili. Ho guardato mio suocero per quattro cinque anni. Poi ho preso una persona e l’ho pagata per guardarlo lavorare. Lo fermavo in continuazione per spiegarmi cosa stesse facendo. La spiegazione si può fare anche sui libri ma all’atto pratico cambia. Umiltà. Ci vuole tanta umiltà nella vita. Ci si può reinventare certo. Si può cambiare andando in Svezia o in Norvegia ma una volta li, la lingua la devi imparare e per farlo devi sudare ed essere umile. In campagna è la stessa cosa. Devi studiare la lingua delle piante. Entrare in simbiosi con loro capendone l’essenza. Senza dimenticare la loro fonte di nutrimento: il terreno. Un complesso ecosistema che muta con le stagioni e con gli anni per via di una moltitudine di fattori esogeni. Poche, pochissime bottiglie prodotte da Rosario. Il resto è uva da conferire. Sapete quale è il bello però? È che ho avuto come l’impressione che ne produca poche perché non è che gli vada tanto di andare in giro a venderle. I contatti e la conoscenza della lingua al nord Europa fanno si che riesca ad esportare gran parte della produzione. Il resto tocca venderlo in zona togliendo tempo alla campagna. Tre etichette da due vitigni emblema della Puglia: Fiano per il bianco, Primitivo per rosato e rosso. Semplice. Semplicissimo e senza fronzoli. Come le etichette. Un solo nome per tre vini: Feeling. Se avessi fatto solo un vino sarebbe stato complicato per la commercializzazione. A me piace l’agricoltura e invece mi devo necessariamente concentrare sulla vendita. Giro i locali per vendere il vino e devo farlo in continuazione. Il tempo non lo ho. Ho iniziato a fare qualche fiera in Estonia e in Danimarca con mia moglie. Mi fanno un quantitativo di vino che posso esportare. Nessuno mi conosce qui. Non ho vinto premi. Devo migliorare un sacco. Con tre etichette sono più credibile. In cantina ovviamente c’è un enologo al quale Rosario è arrivato tramite amici. Si è fatto guidare nella produzione denotando un ulteriore livello di umiltà. Umile si ma con tante idee in mente. Per indole ho sempre un sacco di idee. In silenzio perché sono taciturno. Mi frullano le idee. Mi fido di questo ragazzo anche se il mio obiettivo non è fare solo questo tipo di vino. In questo momento mi sono lasciato trascinare. Il passaggio in botte ad esempio lo ha scelto l’enologo. Neanche con tanti mesi. Bisogna fidarsi. Ci sono tanti tuttologi. Il rosato nasce da una necessità commerciale ma anche naturale. Poi il Fiano emblema della Puglia. Il nome è colpa di Antonella. Affidarsi ad una agenzia per la realizzazione dell’etichetta e la scelta del nome è stato un passo obbligato. Peccato che i tempi si sono allungati e per fare prima si è usata la stessa etichetta anche se con colore diverso e stesso nome. Perchè Feeling? Io penso di saperlo. Mi ha fatto una proposta e l’ho accettato di buon cuore. C’è molta complicità tra me e mia moglie in tutto ciò che facciamo. Pur essendo completamente diversa. Forse è per quello. Se invece vi starete chiedendo da dove arriva il nome della Tenuta, ovvero Santo Stasi, anche qui, è nato un pò per gioco un pò per caso. Come in molte delle cose di Rosario. Certo, lui dice sempre così, ma io mica ci credo più di tanto. Il nome dell’azienda è il nome di una contrada dove sta il primo appezzamento che acquistai. Vicino a mio suocero che è ancora bello forte di tempra. Per lui eravamo diventati grandi imprenditori così che mia moglie lo prendeva in giro dicendo “guarda che tenuta abbiamo comprato” e lui si arrabbiava ancora di più. Così la abbiamo chiamato Tenuta Santo Stasi. Solo che mio suocero non beve il mio vino. Lui fa il vino per conto suo. A casa. E non berrebbe mai il mio vino. Ha detto “non ha niente a che vedere con il mio” Di sogni nel cassetto Rosario sembra non averne. Fatta eccezione per la voglia di fare un Primitivo forte e longevo. Forte nel senso di almeno 15 gradi e longevo che possa durare oltre i dieci anni. Sotto sotto però lui, che è uno di quelli che nella solitudine della campagna pensa e sogna, sogna e pensa, di idee ne ha da tirare fuori. Come quella di vinificare tutta la sua produzione. Anche se poi si snaturerebbe un pò. Dovrebbe stare quasi più in cantina che in vigna. Mai dire mai. Di certo, la cosa più bella di questa chiacchierata è vedere la serenità di una persona, Rosario, che ha trovato il suo spazio. Mettersi alle spalle il calcio (non ci gioca proprio più), la Svezia e una laurea mancata per poco (un pò gli brucia ancora), non renderebbe sereno nessuno. Nessuno tranne Rosario. Una serenità, schiettezza e umiltà che ho ritrovato nei suoi vini a cominciare dal Primitivo DOP. Un vino che (la recensione è sul mio blog) ha un unico difetto: crea dipendenza! Anche se, come dice lui, si è fatto guidare dall’enologo per produrli, l’amore che ha per la terra e le piante ha certamente contribuito a portare in cantina uve perfette. Lui non lo dirà mai perché tende a minimizzare. Adesso ho 42 anni. Sono nato annusando la campagna. Da piccolino ero io tra i tanti nipoti ad andare ad aiutare nonna a fare i pomodori. Che cosa vuoi fare da grande? Il veterinario o il fruttivendolo. Ma come? L’avvocato o l’ingegnere devi fare. E invece Rosario si è trovato, per scelta e direi vocazione, a fare il vignaiolo. Anzi, contadino prima, vignaiolo poi. Per chiudere e augurare a Rosario di continuare a vivere il suo sogno e noi di poter continuare a bere i suoi ottimi vini (dunque Rosario non smettere!!) mi è venuta in mente un’altra frase sempre del film di Checco Zalone “Quo vado?” quando va a mangiare in un ristorante pseudo italiano e, scioccato dalla assoluta lontananza del gusto da quello italiano, si fa dare dal ristoratore una scala e un giravite. Con questi smonta l’insegna del locale e grida al proprietario del locale: Non si scrive l’Italia invano. Sei un vichingo. Sei un vichingo. Perché chiudo così? Perché sono convinto che la terra vada coltivata solo ed esclusivamente da coloro che la amano. Come Rosario. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
7 Marzo, 2024
Anteprima L'Altra Toscana 2024, ovvero quello che assaggeremo.
IL COSA ED IL DOVE
Toscana sugli scudi nei giorni dal 14 al 19 Febbraio u.s.
Una settimana intensissima dedicata alla presentazione delle nuove annate da parte dei diversi Consorzi della Regione.
Ecco dunque il Chianti Classico (in grande spolvero come sempre), Il Vino Nobile di Montepulciano, Il Morellino di Scansano e l’Altra Toscana (quella dell’IGT e delle Denominazioni “minori” (mi si perdoni l’aggettivo).
Considerato l’impegno che avrebbe richiesto seguire l’intero palinsesto ho dovuto necessariamente operare delle scelte e, navigando come sempre in direzione ostinata e contraria, ho deciso di concentrarmi sulla Toscana degli altri.
Ed è stato così che il 19 mi sono seduto ad uno dei tavoli del Palazzo degli Affari di Firenze con intenzioni piuttosto bellicose.
GLI ASSAGGI
Organizzazione di rara perfezione quella dell’Evento: tavoli da 6, sommelier dedicato e…una carta di 360 vini a completa disposizione.
Confesso che la Toscana è per me, dal punto di vista enologico, terra in gran parte inesplorata e, dovendo scegliere il percorso di degustazioni da seguire ho pensato essere cosa giusta affidarmi al caso.
Nessun preconcetto, nessun favoritismo, nessuna attenzione alla fascia prezzo, nomi noti e misconosciuti nello stesso calderone.
Un bel respiro e..VIA!
Tempo a disposizione ce n’era tanto (anche se una dead line dettata dall’orario del treno che mi avrebbe riportato a Roma l’avevo comunque dovuta tracciare) ma mica potevo assaggiare tutto!
In ogni caso ho fatto la mia parte ed ho ficcato il naso in 98 etichette (in realtà 94 perché 4 vini li ho assaggiati 2 volte essendo tra i protagonisti della masterclass dedicata al Consorzio Valdarno di Sopra e condotta da Daniele Cernilli).
Cosa ho trovato?
Beh, la Qualità non era certo oggetto di discussione ma sorprese ce ne sono state comunque diverse.
Sorprese assolute le ha regalate il Syrah che ha dimostrato di trovarsi particolarmente a proprio agio nell’areale di Cortona.
Poi Carmignano ci ricorda che tutti dovremmo fare più attenzione a quella che, in fondo in fondo, è la più vecchia DOC(G) del mondo).
E l’IGT Toscana, costellata di luminosissime stelle.
La parte meno “simpatica” l’hanno invece recitata tutti quei vini (e ne ho trovati tanti) che sembrano preferire una sorta di “omologazione” al tradizionale “gusto toscano” piuttosto che brillare di luce propria.
Comunque, dovendo tirare le somme e raccontarVi dei vini, una classifica l’ho dovuta stilare (eh già, m’è toccato mettere nuovamente mano a quei punteggi che tanto odio) e…mi sa che sono stato un po’ cattivello.
Solo 12 i vini che troverete nella mia personalissima “TOP TWELVE”, quelli cui ho dato almeno 90 Punti (7 hanno sfiorato il risultato ma “nun je l’hanno fatta”).
E gli altri?
Per carità, il livello medio è stato davvero alto ma in molti casi m’è sembrato si badasse più al tecnicismo che all’emozione.
Vabbè, mo bando alle ciance: leggete, prendete le mie considerazioni con le molle e…correte ad assaggiare di persona.
LA MIA “TOP TWELVE”
CONSORZIO DI TUTELA DEI VINI CARMIGNANO
FATTORIA AMBRA
25ha dedicati non “al” Carmignano (inteso come Denominazione) a “A” Carmignanointeso come Territorio.
Dagli anni ’50 del secolo scorso un pezzo di Storia di un angolo della Toscana troppo spesso dimenticato.
CARMIGNANO DOCG “MONTALBIOLO” RISERVA 2020: al naso si propone con un complesso catalogo di piccoli frutti selvatici, ora freschi come le more (di cui conserva anche le spine), ora in confettura come le marasche.
Ma quello che colpisce è il palcoscenico scuro e balsamico di tabacco e liquirizia ed una nota d’argilla umida e ferrosa che sembra voler smentire il Galestro nel quale le viti affondano le proprie radici.
Vegetale quanto s’addice all’eleganza contadina si lascia poi sedurre da smancerie di violetta.
Sorso austero che i tannini ancora birbanti rendono nervoso e più scorrevole di quanto l’estratto farebbe supporre.
Il finale?
Un acuto di freschezza che Vi farà metter mano nuovamente alla bottiglia.
(90/91 Punti).
CONSORZIO VINI CORTONA
FABRIZIO DIONISIO
Al giro di boa del quarto di secolo di storia l’Azienda interpreta al meglio 15ha di Territorio cortonese di cui, colpevolmente, solo la geologia dell’Università mi ricorda qualcosa.
Una produzione variegata quanto il terreno che ospita gli impianti con un focus su quel Syrah che è stato, per me, la vera sorpresa di questa manifestazione.
CORTONA DOC ROSSO “IL CASTAGNO” 2021: nome di fantasia azzeccatissimo per un vino che vive del bosco che racconta con il dettaglio di un realista russo.
Ecco i piccoli frutti e poi l’humus che s’avanza calpestando le foglie secche, scostando le felci, chinandosi a raccogliere i funghi.
L’aria, già fresca di spezia, si riempie infine di balsamici soffi di china.
Sorso caldo ed accondiscendente nonostante il tannino imperioso ed una freschezza che sprinta per staccare di ruota l’arrembante sapidità.
Chiude ricordando la frutta.
Da bere ascoltando “RUSSIANS” di STING.
(92/93 Punti, appena meno del vino di cui leggerete subito sotto, ma appenaappena).
STEFANO AMERIGHI
Mi fa quasi strano dover decantare le lodi di un Produttore che ho scoperto essere biodinamico (ma proprio di quelli che: a luna, i pianeti in quadratura, gli scarabei che s’accoppiano, corno letame et similia…).
Eppure il suo lavoro ce l’ho qui, davanti agli occhi e sotto il naso.
Una decina di ettari di quella Cortona che ho appena scoperto e di quel Syrah (qui figlio del Rodano) che sembra esserne l’interprete migliore.
Mi toccherà indagare di più.
CORTONA DOC ROSSO “APICE” 2020: l’atmosferica è carica di…
Non lo so, ma intanto che ci penso catalogo il resto: un bosco ben presente, completo di tutto, dai piccoli frutti agli aghi di pino, le erbe aromatiche, le spezie del vin brulé, mineralità di pietrisco e…
Ecco quello che proprio l’evidente presenza nascondeva e che il mio amico fondo del bicchiere rivela lasciandoVi di stucco: un netto, fantastico, richiamo di oliva in salamoia.
Il sorso è abbraccio d’amante, i tannini carezze, sospiri la mineralità e la freschezza.
Nel complesso un urlo di passione che sembra non voler finire.
Irrinunciabile.
Si becca il mio premio “WOW”.
Fatene scorta.
Da bere ascoltando “KOYAANISQATSI” di PHILIP GLASS.
(94/95 Punti).
CONSORZIO DEL VINO ORCIA
DONATELLA CINELLI COLOMBINI
35ha a trazione femminile in quel di Montalcino condotti con cura ed estro, puntando sulle classicità del Territorio ed azzardando digressioni.
Conduzione biologia e risultati di eccelsa fattura.
ORCIA DOC “CENERENTOLA” 2019: il naso regala da subito dolcezze selvatiche di gelso e mirtilli ma vira prestamente sui toni ombrosi del bosco e della spezia scura, poi una rinfrescata di liquirizia ed il relax del tabacco.
Sorso cristallino come la scarpetta del personaggio disneyano da cui trae il nome di fantasia, una danza di freschezze con un principe dall’abbraccio solido ma morbido e con un finale che, anche dopo la mezzanotte, trasforma affatto la carrozza in una zucca.
Un vino da favola.
(90/91 Punti).
CONSORZIO SUVERETO VAL DI CORNIA
TUA RITA
Dopo quarant’anni, dall’iniziale dimensione “garagista” ai 60ha attuali, nulla è cambiato nella gestione di un’Azienda la cui produzione, basata sulla maniacale gestione dei vigneti, rivela grande passione ed identità territoriale.
TOSCANA IGT SANGIOVESE “PERLATO DEL BOSCO ROSSO” 2021: mentre confesso che l’annata 2020 non mi aveva particolarmente emozionato, sono qui a fare ammenda e raccontare il Territorio con la sua profonda, ferrosa mineralità e le brezze salate del Tirreno.
Ci trovate poi freschezze di succosa arancia rossa, spezie e tè su un fondo scuro e balsamico di china e liquirizia.
Sorso che denota una muscolatura fresco-sapida tonica ed affatto pompata, educatamente tannico e di pregevole rispondenza all’olfatto.
Vedete cosa vuol dire riassaggiare?!
(92 Punti).
CONSORZIO VINI TERRE DI PISA
BADIA DI MORRONA
Beh, qui si parla di grandi numeri: una storia che ci porta indietro all’anno 1000, una dimensione che abbraccia 600h (110 vitati e 40 di uliveto), grande rispetto per il Territorio ed interventi minimali per una produzione molto identitaria.
TERRE DI PISA DOC SANGIOVESE “VIGNAALTA” 2020: inizia con amaritudini di rabarbaro, genziana ed anice e quando sembra aver trovato una quadra sulle dolcezze di more e mirtilli maturi ecco che inverte la rotta raccontando come di legno bruciato, china e liquirizia (epperò ci stanno pure i chiodi di garofano).
Sorso tesissimo che, come la torre, pende verso la freschezza mentre la sapidità fa da contrappeso mantenendo viva l’attenzione nel lungo finale.
(90 Punti).
MARINA ROMIN
Una storia di donne dietro quest’Azienda pisana.
10ha vitati di pura passione, conduzione biologica e solo vitigni autoctoni (anche poco comuni).
COSTA TOSCANA IGT BIANCO COLOMBANA “DAMA BIANCA” 2020: l’olfatto è un sabba di profumi che bisogna dirimere con pazienza.
Ed allora ecco timo, erbe officinali, macchia mediterranea, fieno, frutta e fiori gialli, tè, cannella ed un quid di selvatico maledettamente intrigante.
Il sorso è una lama a doppio filo, quello della citrina freschezza e quello dell’astringenza tannica, eppure caldo ed ammaliante.
Amaricante sui toni delle erbe aromatiche la chiusura che poteva essere appena più lunga (ma nell’imperfezione, a volte, si cela la malia).
Intrigante.
Si becca il mio premio SURPRAIS.
(91 Punti).
CONSORZIO VALDARNO DI SOPRA
IL BORRO
Una realtà di 700ha (90 vitati) che fu della Famiglia Savoia-Aosta e che negli anni ’90 fu acquistata da un nome molto noto della moda italiana.
Qui, vitigni autoctoni ed internazionali coltivati in regime biologico, convivono fianco a fianco regalando produzioni molto territoriali.
TOSCANA IGT ROSSO “IL BORRO” 2020: naso ampio e complesso che rivela una netta base di violetta prima di raccontare a voce alta la scura balsamicità di tabacco, liquirizia e cuoio ed i piccoli frutti (principalmente ciliegia).
Sorso nobile, elegante ma affatto borioso, di equilibratissima architettura fresco-sapida e con una persistenza tutta da provare.
Sicuramente NON uno dei miei vini ma…INDISCUTIBILE.
(93 Punti).
CONSORZIO VINO TOSCANA IGT
CASTELLO DI FONTERUTOLI
Un’Azienda che, dal cuore del Chianti Classico, dimostra ancora una volta (come se ce ne fosse bisogno) che la Denominazione è solo un acronimo e che Qualità e identità territoriale fanno capo alla filosofia produttiva di persone illuminate.
Una storia lunga 600 anni ed una dimensione importante (110ha), il Sangiovese sugli scudi ma occhio attento anche agli internazionali.
TOSCANA IGT ROSSO “SIEPI” 2021: olfatto monumentale!
Una ridda di spezie, fiori e piccoli frutti tenuti insieme da una atmosfera balsamica carica di incenso, resina e chi più ne ha più ne metta che cela l’asso nella manica, il colpo del KO: quella sottile nota selvatica che lo riporta sulla terra donandogli un tocco di eleganza contadina.
Sorso severo nel dimostrare equilibrio da funambolo senza rete e tannino di medievale nobiltà, generoso nell’elargire i richiami olfattivi in quel finale che…dura tutt’ora.
Sicuramente non il più emozionante ma, forse, il migliore della giornata.
Tanta roba.
Da bere ascoltando “SILVER BIRD” di MARK LINDSAY.
(94/95).
CASTELLO DI RADDA
Realtà con una storia relativamente recente, molto attenta al Territorio, con una produzione chiaramente incentrata sul Chianti ma che, come vedrete, non disdegna di uscire dal seminato.
TOSCANA IGT ROSSO “GUSS” 2016: il naso?
Empireumatico e di una balsamicità che apre i polmoni come, da piccolo, faceva “il buco con la caramella intorno”.
Poi una stilettata di confettura di frutti di rovo ed ancora freschezze di liquirizia sotto una cappa di spezie.
Sorso severo ma giusto, sostanzioso ma fresco, scattante, con tannini muscolosi ma intriganti ed un coerentemente lungo finale.
(91 Punti).
TENUTA DI ARCENO
I 92ha vitati rappresentano meno del 10% di un’Azienda che fu di un’importante nobile Famiglia e che oggi, “nonostante” l’internazionalità del team che segue la produzione, confeziona vini di grande identità territoriale.
TOSCANA IGT ROSSO “ARCANUM” 2020: balsamico e speziato, accosta con sapienza dolcezze di piccoli frutti di bosco a sapidità d’oliva, macchia mediterranea ad elegante vegetalità, sensazioni terragne a sbuffi incipriati.
Sorso morbido ma profondamente maschio, segnato da una galoppante progressione fresco-sapida, da tannini solletichevoli e da una chiusura balsamica degna di un maratoneta.
Bellobello!
(92 Punti).
VALLEPICCIOLA
In quel di Castelnuovo Berardenga, nella culla del Sangiovese, un’Azienda che pone sugli scudi i vitigni internazionali.
Ecosostenibilità e rispetto per l’ambiente sono poi un plus da accostare a risultati tutti da assaggiare.
TOSCANA IGT ROSSO “MIGLIORÈ” 2020: all’interno di un confine grafitico si muovono agili frutta in confettura e spezie dolci, freschezze di lavanda e balsamicità d’alloro mentre la brezza sparpaglia pot pourri tutt’attorno.
Assaggio semplice (e non è poco) ed elegante, suadente la carezza dei tannini e di profonda balsamicità il lungo finale.
(90/91 Punti).
QUELLI CHE “QUASI NOVANTA”
CONSORZIO DI TUTELA DEI VINI CARMIGNANO
TENUTA CERI
Quella di Edoardo Ceri è una storia di amore per il Territorio di Carmignano e per il vino.
Una storia fatta di rispetto per la natura, di duro lavoro e di risultati di altissimo livello qualitativo.
Una storia che guarda lontano.
CARMIGNANO DOCG “RIGOCCIOLI” 2021: beh, che Edoardo Ceri amasse carnalmente Carmignano e che questo suo sentimento profondo per il Territorio lo volesse imbottigliare sotto forma di emozioni l’avevo capito assaggiando “casualmente” quel capolavoro che è “L’ARRENDEVOLE”.
Questo RIGOCCIOLI” è un vino diverso, più luminoso e, forse, meno ordinato ma non per questo meno affascinante, anzi…
Sta forse in quel suo naso non “precisino” parte della sua malia.
Non è facilissimo districare la massa dei piccoli frutti di bosco, le loro dolcezze da una nota più arcigna di nocciola fresca ma poi Vi mettete il cuore in pace e Vi lasciate accarezzare da una cascata di fiori rossi.
Ma solo per un attimo, che poi arrivano affumicature leggere e spezie, scure e orientali.
Il sorso è succulento, piacevolissimo, carico di suadente dolcezza eppure tannico quanto serve a destarVi dal sogno.
Chiude in progressione, senza cedimento alcuno, sottolineando di nuovo le dolcezze (ecco, di queste, a questo punto, avrei fatto a meno).
Un giovin signore.
(Più 90 Punti che 89, ma a 90 non ci arriva).
CONSORZIO TUTELA VINI DELLA MAREMMA TOSCANA
SASSOTONDO
Una storia iniziata 25 anni fa, una storia di ritorno alla campagna.
Iniziata con un ettaro di vigneto e tantotanto da risistemare.
Estrema la cura in vigna ed il Ciliegiolo “osservato speciale”.
Siamo nella Maremma vulcanica, quella dei tufi che racchiudono cantine, quella che regala vini così, di profonda immediatezza.
MAREMMA TOSCANA DOC CILIEGIOLO BIO “VIGNA SAN LORENZO” 2020: l’etichetta rivela il colore dell’olfatto.
Annusate viole e genziana, e poi la cioccolata che cela la ciliegia (ma ci sta pure un tocco di fragola) ed una fresca ventata di incenso e liquirizia.
Intorno la Maremma, quella della macchia piegata dal vento, del salmastro del mare lontano del rustico, selvatico incedere di cavalli curiosi.
Sorso coinvolgente, succoso, birbante, con freschezza d’avanzo e tannini in sintonia ed una balsamica chiusura.
Siete pronti per il terzo bicchiere?
(Quasi 90 Punti).
CONSORZIO SUVERETO VAL DI CORNIA
GUALDO DEL RE
Azienda storica di quella Val di Cornia che guarda l’Isola d’Elba, una delle prime a credere nel Territorio di Suvereto.
SUVERETO DOCG SANGIOVESE 2017: una profonda, resinosa balsamicità è solo l’incipit di un olfatto che comunica il bosco in toto, dai piccoli frutti ai funghi prima di ingentilirsi di violette e soffermarsi sul tabacco.
Sorso di inattesa semplicità, compostamente tannico e di succosa sapidità, caratterizzato da una lunga coerenza che invita ad alzare i calici.
(89/90 Punti).
IL FALCONE
10ha a conduzione femminile.
Una Storia secolare, conduzione biologica, Sangiovese in primis ma senza dimenticare gli internazionali (soprattutto il Syrah).
SUVERETO DOCG “BOCCALUPO” 2019: piccoli frutti ed amarene propongono una succosità quasi ferrosa e, mentre Vi distrae un sottile accenno di pelliccia, tabacco e liquirizia si fondono in un mix balsamico malioso ed intrigante.
L’assaggio, di grande sostanza, propone un frutto carnoso che accompagna tutto il sorso fino alla chiusura che lascia intravedere il caffè.
(89/90 Punti).
CONSORZIO DI TUTELA VINI TERRE DI CASOLE
PODERE STEBBI
Spazio bianco sulla mappa!
Un’Azienda avvolta nel mistero, di cui non m’hanno saputo dire e di cui ho trovato praticamente nulla.
Me ne scuserete, me ne scuseranno.
Indagherò, perché mi pare che ne valga davvero la pena.
TOSCANA IGT ROSSO “DIAMINE” 2016: che volete che Vi dica di questo vino!?
Davvero non vorrei dirVi nulla per stuzzicare la Vostra curiosità ma qualcosa Vi devo comunque dire.
E allora vi dirò che m’ha sorpreso non tanto per quei descrittori che, a leggere anche con poca attenzione, anche uno stupido capisce essere sempre gli stessi (qui un floreale intenso, il frutto rosso, un turbine salino, una campagnola selvaticità, il fumo di un camino), ma per come sa essere cartina tornasole di un Territorio.
L’alta Val d’Elsa è un paesaggio turrito e geologicamente variegato e ‘sto vino svetta e in parte pende.
E proprio il fatto che chini il capo verso la terra e il sudore lo rende affascinante.
Non vedete l’ora di assaggiarlo e quando lo fate vi esce quel: “Ahhh” di dissetante soddisfazione.
E siccome ‘sta bottiglia è traditrice, la sua piccante sapidità farà si che ne apriate un’altra.
2016?!
Spettacoloso!
Si becca il mio premio “PORCAPALETTA”.
Da bere ascoltando “FEVER” di PEGGY LEE.
(89/90 Punti, perché “tecnicamente” così è, ma se fosse per il cuore…”DIAMINE”).
CONSORZIO VALDARNO DI SOPRA
TENUTA SETTE PONTI
Una storia iniziata negli anni ’50 che scomoda anche la Famiglia Savoia -Aosta ed un oggi targato 1998 fatto di sostenibilità e vini di grande successo.
VALDARNO DI SOPRA DOC SANGIOVESE “VIGNA DELL’IMPERO” 2019: ampiamente boschivo, racconta di resina, bacche, radici e dei rovi fruttati al limitare degli alberi.
Segue il corteo delle dolcezze di spezie e cioccolato cui fanno da contraltare stuzzichevoli note di arancia rossa ed un che di pietrisco.
Molto elegante il sorso, che srotola senza intoppi il ricamato tessuto tannico raccontando con dovizia di particolari i descrittori olfattivi.
(Quasi 90 Punti, ma confesso che cominciavo ad essere stanco, quindi…lo riassaggerei).
CONSORZIO VINO TOSCANA IGT
MARCHESI ANTINORI
Dal 1385: un’avventura lunga più di 600 anni.
Un’Azienda che rappresenta un bel pezzo di storia della Toscana del vino (e non solo).
TOSCANA IGT BIANCO “MEZZO BRACCIO TENUTA MONTELORO” 2020: l’incipit è un’esplosione di frutta bianca (la pera in primo piano) sostenuta da pepose piccantezze, segue un intrico di gelsomini, una manciata d’agrume candito ed una pirica mineralità soffusa ma ben presente.
Sorso d’acchiappo, con calore e freschezza in evidenza e ben equilibrati ed un lungo finale minerale che non disdegna di sottolineare vegetalità di sambuco.
Forse off-topic ma proprio per questo gli do il mio premio “OLÈ”.
(89/90 Punti)
Roberto Alloi
VINODENTRO
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6 Marzo, 2024
Castello di Razzano: Monferrato da scoprire
Esistono luoghi ricchi di storia, arte e architettura e soprattutto natura e vocazione per la produzione di grandi vini: il Monferrato. Siamo in Piemonte, tra le zone comprese principalmente all’interno delle province di Alessandria e Asti, zona che, assieme a Langhe e Roero, giusto per parlare di zone naturalmente vocate alla produzione di grandi vini, fa parte lista UNESCO dei beni del Patrimonio dell’Umanità.
Ed è qui, ad Alfiano Natta, che nel 1927 la famiglia Olearo entra nel mondo del vino, quando Ernesto Olearo insieme alla moglie Clementina Razzano, costruiscono la prima cantina di piccole dimensioni presso l‘attuale Tenuta Cà di Corte, dando inizio alla produzione e commercializzazione di vini. L’azienda cresce nel tempo e si sviluppa considerevolmente a partire dagli anni ‘40 grazie alla determinazione e alla spiccata capacità imprenditoriale del figlio Eugenio Olearo, il quale sviluppò l’attività di distribuzione, instaurando numerose e diversificate relazioni commerciali e ampliando azienda con l’acquisto di nuovi terreni e proprietà, tra cui la Tenuta Castello di Razzano nel 1968 e la Tenuta Campasso nel 1975, localizzate entrambe a poche centinaia di metri dalla principale Tenuta Cà di Corte.
La grande svolta arrivò negli anni ’80 con l’entrata in azienda della terza generazione rappresentata da Augusto Olearo, figlio di Eugenio, il quale a seguito degli studi di enologia presso la scuola di Alba, con grande sagacia impianta numerosi ettari di vigneto volti ad una produzione di qualità.
Nel 2002 Augusto Olearo con lungimiranza avvia il progetto di completa ristrutturazione del Castello di Razzano; dopo 7 anni di lavori, l’edificio ritorna al suo originale splendore, con l’apertura di un Relais di charme e l’installazione del Museo ArteVino Razzano.
La tradizione familiare non si ferma e i figli di Augusto, Riccardo e Federico, entrano in azienda nel 2006 spinti dalla passione per la storica attività di famiglia. Entrambi hanno assorbito la determinazione, l’audacia, lo spirito imprenditoriale e il coraggio delle generazioni passate e guardano insieme verso il futuro dell’azienda.
Nei seminterrati del Castello sono state mantenute le originali cantine con mattoni a vista, ambiente pieno di fascino ideale per l’affinamento di grandi vini in botti di rovere, oltre all’incantevole “infernot”, galleria scavata nel sottosuolo, dove vengono custodite le bottiglie delle migliori annate. Al piano superiore, a disposizione dei visitatori, si trova l’enoteca ed una grande sala degustazione dove è possibile scoprire i vini prodotti.
Ovviamente sul loro sito è possibile scoprire tutta la gamma dei vini prodotti grazie anche allo shop online, prenotare esperienze e approfittare della loro meravigliosa ospitalità prenotando direttamente.
Andando ai vini prodotti che dire, servirebbe un articolo di 8 pagine per descrivere tutte le grandi referenze che vengono prodotte dall’azienda, si spazia dagli spumanti metodo classico, ai vini a bacca bianca, sia internazionali che della tradizione, ai rosati, per poi passare ai grandi rossi, con Barbera e Nebbiolo tra i principali vitigni utilizzati e declinati in varie versioni, insieme al Ruchè, Cabernet, Croatina e Merlot.
Il tratto principale della produzione è improntato su una produzione di qualità garantita dall’impegno costante e totale in tutte le fasi di lavorazione, a partire dalla cura dell’uva nel vigneto, fino alla conservazione del vino in bottiglia nelle cantine. Quotidiano è il lavoro nelle vigne, dove, al fine di ottenere un’uva di ottima qualità, ingrediente essenziale per ottenere vini di pregio, le piante non vengono sottoposte a forzature nel pieno rispetto dei loro ritmi biologici, utilizzando concimi naturali organici e l’inerbimento naturale tra i filari.
Provenienti da un luogo distinto dal caratteristico terreno argilloso, calcareo con fondo marnoso, ecco alcune delle produzioni che ho avuto il piacere di degustare:
“Nero di Razzano” – Monferrato D.O.C. Nebbiolo Superiore: Nebbiolo 100% coltivato ad una altitudine di 300 metri con esposizione Sud, Sud-Ovest. Produzione di 45 hl per ettaro con diradamento estivo: dal 20% al 30% per concentrare qualità e sentori. La vinificazione avviene in vasche di acciaio a temperatura controllata di 30° con macerazione sulle vinacce per 8 gg, segue poi un affinamento in barrique nuove di rovere francese per ben 3 anni! Ne deriva un vino dalla grande longevità, ricco di sentori di spezie scure, chiodi di garofano e una grande balsamicità, carattere che si esplica con un sorso caldo, strutturato e dal tannino ben fitto che si dispiega su un finale vellutato che richiama la nota speziata e di tostatura;
“Campasso” – Barbera d’Asti Superiore D.O.C.G.: Barbera in purezza coltivato ad una altitudine di 290 metri con esposizione Sud. Produzione di 50 hl per ettaro con vinificazione in acciaio inox a temperatura controllata. Lunga macerazione sulle vinacce per 40 gg e affinamento in botti di rovere francese da 20 HL per 3 anni. Vino di grande struttura ben coniugata alla piacevolezza di beva, sentori di ciliegia e lampone accompagnano un sorso rotondo e sapido con un bel finale sul frutto;
“Valentino Caligaris” – Barbera d’Asti Superiore D.O.C.G.: 100% Barbera, altitudine di coltivazione sempre 300 mslm, con esposizione Sud, Sud-Ovest. In questo caso abbiamo una produzione più bassa, 30 hl per ettaro, e grande concentrazione grazie anche al diradamento estivo che va dal 30% al 50%. La vinificazione avviene in tini di legno e permane sulle vinacce per 50 gg. Affinamento in barrique nuove di rovere francese per 15 mesi. Al calice, grazie anche alla mancanza di filtrazione, ha una grandissima intensità e lo rende impenetrabile, profumi di marasca e mirtillo a cui seguono sentori vanigliati e di pepe nero, un vino dal corpo importante che però non trascura la piacevolezza, anche in questo caso la sapidità è ben presente anche sul finale.
Una grande realtà nel panorama vinicolo che mi piacerebbe approfondire anche di persona prima o poi vista anche la grande offerta di ospitalità, i vini prodotti rappresentano confermano la grande qualità e dedizione a cui si accompagna, e non è trascurabile, un prezzo davvero molto interessante rispetto all’alto tenore di quanto si ha nel calice, una cantina che vi consiglio vivamente!!
Castello di Razzano: Monferrato da scoprire
A cura di Giuseppe Petronio
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5 Marzo, 2024
Villa Trasqua: eccellenza italiana e precisione svizzera
Un’esperienza che rimarrà nel cuore, questa Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua che ha ospitato il format dei due geniali Fabio Gobbi e Francesco Bonomi giunto ormai con successo alla sua 16° edizione. Se vuoi sapere come si svolge leggi qui la mia esperienza precedente. Sotto la guida attenta di Andrea Contarino, Direttore Tecnico, abbiamo trascorso 24 ore immersi nella realtà di questa azienda.
VILLA TRASQUA – IL TERRITORIO
Villa Trasqua si trova a Castellina in Chianti su di un antico altopiano da cui prende il nome, che pare derivi dal latino “intra aquas”, data la particolare posizione tra le acque dei torrenti Gena e Staggia. Le prime tracce di questo territorio provengono dall’epoca longobarda, intorno all’anno 1000. Da quel momento in poi il toponimo Trasqua appare in tutti i lasciti e atti notarili come “terra vignata”. Siamo infatti nel cuore del Chianti Classico DOCG “Gallo Nero”, la più antica DOCG d’Italia, tra dolci colline, uliveti e vigneti dove le terre rosse di Siena cominciano a colorare il paesaggio. La vista a trecentosessanta gradi è spettacolare e si perde tra vigneti e colline, arrivando alle vicine Siena e Monteriggioni.
La proprietà si estende per oltre 120 ettari tra vigne, uliveti e aree boschive. Questa ricchezza paesaggistica, che viene meticolosamente curata e preservata secondo la regola della sostenibilità, fa si che il territorio sia ideale per coltivazioni in linea con la sostenibilità ambientale. Abbiamo potuto apprezzare durante il nostro giro in vigna la costante ventilazione mentre ci veniva spiegato che sono presenti nel sottosuolo falde acquifere e sorgenti d’acqua che garantiscono che il terreno non vada mai in sofferenza a causa della siccità.
Le vigne, per un totale di circa 55 ettari, sono situate lungo dolci declivi che favoriscono il naturale defluire dell’acqua piovana, evitando fenomeni erosivi. I terreni sono fertili, ricchi di humus e di sostanze minerali e conservano una buona permeabilità, creando il giusto ambiente per la crescita delle uve di Villa Trasqua. Il suolo è eterogeneo, essendo composto da argille rosse e gialle, sabbia, limo e pietre di alberese e galestro.
IL SUOLO
La peculiarità del suolo è che a volte è diverso anche all’interno dello stesso vigneto. E’ questa la bellezza della UGA Castellina che si divide in 13 suoli diversi. La scelta di avere la cantina vicino alle vigne fa ulteriormente capire quanta cura si impiega nell’evitare che la materia prima sia sottoposta a stress. La lavorazione parte direttamente in vigna, dove la raccolta è quasi tutta manuale e si svolge in più fasi, raccogliendo a mano solo le uve già mature per una vinificazione dedicata per ciascun vigneto; per gli ‘entry level’ è stata invece introdotta la raccolta meccanizzata. La vinificazione avviene secondo i metodi tradizionali. Tuttavia, ci si avvale delle più moderne attrezzature, nel pieno rispetto delle uve ed esaltandone le caratteristiche proprie.
Disposta su più livelli, per sfruttare la gravità e stressare il meno possibile le uve, la cantina ha iniziato la conversione nel 2012 e dal 2016 è a conduzione biologica in seguito a una precisa scelta di sostenibilità integrale. Durante la visita in vigna con Andrea ci siamo soffermati sul Vigneto Fonterosi, dove è stata fatta la selezione clonale del Sangiovese aziendale. Da questo vigneto, nel 2021 è nato un nuovo progetto che per ora è top secret…Speriamo di saperne presto di più!
Il simbolo dell’azienda è un antichissimo leccio, pare il più vecchio di Castellina, sotto il quale si trova una panchina da dove si può godere un panorama bellissimo.
PROPRIETA’ SVIZZERA, ECCELLENZA ITALIANA
Quando ho saputo che Villa Trasqua è di proprietà di imprenditori svizzeri, da Italiana mi sono dispiaciuta. Tuttavia, nel corso della giornata ho avuto modo di cambiare idea, avendo visto come la famosa precisione svizzera viene applicata in ogni azione finalizzata al rispetto della terra, del suo prodotto e della tradizione, con l’intento di tutelare e valorizzare l’eccellenza italiana.
Gli investimenti importanti si toccano con mano, a cominciare dalla scelta di farsi seguire da uno dei più importanti enologi italiani, Franco Bernabei. Fondatore di Enoproject, il suo mantra è “prima il vitigno, poi il vino”. Insieme al suo team, Bernabei studia con precisione capillare i vigneti e gli impianti, per poi passare a monitorare le uve e i mostri, analizzando l’andamento di crescita dell’uva per determinare il miglior momento per la raccolta. Niente viene lasciato al caso!
Anche la cantina e le case coloniche sono state ristrutturate e dotate di ogni comfort con estrema attenzione al dettaglio, completando il processo di valorizzazione nel suo insieme. Durante la nostra visita abbiamo avuto modo di conoscere Sven, il figlio di Hans Hulsbergen, che trovò qui il modo di realizzare il suo sogno nel cassetto, ovvero di produrre vino. Da sempre innamorato della Toscana, acquistò Villa Trasqua nel 2001. Da allora, insieme ai figli, non ha mai smesso di puntare all’eccellenza. Innamorato della storia e della tecnologia e grande appassionato di auto d’epoca, Hans ha gareggiato in diverse edizioni della Mille Miglia. Oltre a partecipare alla kermesse con una scuderia di oltre 40 auto, dal 2017 Villa Trasqua è l’Official Wine Sponsor della manifestazione, stabilendo anche il record storico della vittoria delle ultime 4 edizioni.
BLIND BLOGGER TASTING: UN PICCOLO SPACCATO
Divisi in due squadre, abbiamo quattro batterie da analizzare. Non si deve perdere troppo tempo…Che la “competizione” abbia inizio! Avviciniamo impazienti i nasi ai calici, iniziando così una degustazione in questo caso ancora più attenta del solito, dovendo individuare la tipologia del vino. Inspiriamo per qualche secondo e restiamo in attesa che la nostra mente unisca alla memoria le molecole rilevate dal nostro olfatto. È lì, in quel territorio indeterminato, che la percezione si espande come una nuvola, invisibile e calda, sempre sospesa tra lo studio e il piacere. Cerchiamo similitudini con esperienze pregresse, prima di passare all’assaggio.
Come si può riconoscere quel determinato vino? La discussione anima il gruppo, mentre dobbiamo passare alla batteria successiva. Confrontiamo impressioni, esperienze e ricordi per tornare a ciò che non è espresso da un punto di vista soggettivo, ma emerge dalla sua genesi organolettica. Ipotizziamo il vitigno, il territorio, il clima e la coltivazione, e avanti con la prossima batteria.
I PROTAGONISTI
Per dovere di cronaca riporto i vini protagonisti della Blind Blogger Tasting con accanto il nome del blogger che lo ha presentato:
Vini Vannelli, Brugnoli bio, Lazio igt Trebbiano giallo 2019, 100% Trebbiano giallo, alc 13% – @sommelierzeta
Tasca d’Almerita, Sicilia doc “Nozze d’Oro” 2016, 73% Inzolia 27% Sauvignon Tasca, alc 13% – @federica_foodandwinelover
Bossanova, Cerasuolo d’Abruzzo 2022, 100% Montepulciano, alc 13,5% – @ciarita_
Antonella Pacchiarotti, Lazio igt rosato “Ramatico” 2016, 100% Aleatico, alc 13% – @winestreamer
Azienda Agricola La Torre, Valtenesi doc “Huna” 2022, 100% Groppello di Mocasina, alc 13,5% – @merati_wine
Le piane, Boca doc 2017, 85% Nebbiolo 15% Vespolina, alc 14% – @_theartofwine_
Convento S. Lorenzo, Valtellina sup. Sassella riserva “Clos Convento S. Lorenzo” 2018, 100% Chiavennasca, alc 15% – @alby91mame
Fattoria Zerbina, Romagna Sangiovese doc riserva “Monografia” 2017,100% Sangiovese, alc 14,5% – @chiaracoma
Sesta di sopra, Brunello di Montalcino “Magistra” 2018, 100% Sangiovese (clone bbs11), alc 14,5% – @pilloledivino
Villa Trasqua, Chianti classico 2016, Sangiovese 80%, Merlot 10%, Cabernet Sauvignon 10%, alc 14% – @villatrasqua
Alvaro Palacios, Priorat doq “Les Terrases” 2018, 55%, Garnacha 45%, Carinyena, alc 14,5% – @mi.esquina.gastro
Marco Antonelli, Olevano romano doc Cesanese riserva “Kosmos” 2016, 100% Cesanese di Affile, alc 14% – @robdelvino
Cantine Paolo Leo, Primitivo di Manduria doc riserva “Giunonico” 2017, 100% Primitivo di Manduria, alc 15% – @corcy4wine
Frecciarossa, Pinot Nero Oltrepò pavese doc “Giorgio Odero” 2012, 100% Pinot Nero, alc 14% – @notjustasommelier
Casetta dei Frati, Romagna, Sangiovese Modigliana doc “Framonte” 2008, 100% Sangiovese, alc 13% – @crivads
Pagnoncelli Folcieri, Moscato di Scanzo docg Pagnoncelli 2018, 100% Moscato di Scanzo, alc 15,5% – @tannina.it
Fongaro, Lessini Durello vsq “Nera riserva” brut 2014, deg. 06/22, 100% Durella, alc 12,5% – @marcoandwine
TUTTI UN PO’ VINCITORI
Abbiamo quindi tutti avuto modo di assaggiare delle “chicche” enoiche in cui non è facile imbattersi. Ognuno di noi ha colto il guanto di sfida cercando di raccontare, attraverso il vino, il suo territorio. Un gruppo disomogeneo e vario in provenienza, età e formazione, che si è compattato per magia. Perchè come giustamente ha scritto Fabrizio, alias @winestreamer, “Il vino unisce oltre la terra e al di là del tempo”. Anche se alla fine degli assaggi si decreta un vino vincitore (e credo di parlare a nome di tutti), nessuno si sente perdente. Questo proprio perché ognuno di noi ha vinto una possibilità di creare nuove amicizie, rinforzare le vecchie e scoprire territori attraverso gli assaggi.
SATURDAY NIGHT FEVER
Per questa Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua è stato richiesto espressamente un dress code elegante. Scendendo in cantina, siamo stati accolti e intrattenuti dai bravissimi ballerini di Tuttifrutti di Siena che hanno danzato per noi, emozionandoci con sensuali passi di musica latinoamericana. Ed è stato così che, circondati da musica, energia e dall’arte di Sara Cafarelli, e travolti dall’entusiasmo collettivo, è iniziata una serata che difficilmente dimenticheremo. La cena è stata servita in una diversa parte della cantina dove, in mezzo alle botti, troneggiava una meravigliosa tavola elegantemente preparata. Altra sorpresa è stata la presenza di Luca Grippo, che durante la cena ci ha allietato con alcuni racconti relativi alle referenze della cantina assaggiate in abbinamento.
BLIND BLOGGER TASTING – LA VERTICALE DI NERENTO
La ciliegina sulla torta del 16° Blind Blogger Tasting a Villa Trasqua è stata la Verticale di Nerento guidata da Luca Grippo. Con una lunga esperienza in fatto di vini, giornalista esperto di vino e olio evo, dopo un passato nella redazione di Bibenda Editore è ora tra i giudici del Concorso Mondiale di Bruxelles. Un grande conoscitore del patrimonio enologico nazionale e non solo. Accanto a lui, Franco Bernabei, enologo dal 2014 della Cantina senza bisogno di tante presentazioni. E’ da oltre trent’anni uno dei professionisti più esperti del settore vitivinicolo ed è noto con il nickname di “Mister Sangiovese” per la sua familiarità e grande passione per questo vitigno.
UN PO’ DI STORYTELLING
Luca Grippo ci ha fatto immergere nella bellezza del Chianti, un’area del nostro paese che può vantare grande ricchezza di paesaggi, complessità di territorio, cultura e storia. Partendo proprio dalla storia, ripercorriamo le guerre tra i Guelfi fiorentini, alleati del Papa, e i Ghibellini senesi, alleatisi con l’imperatore. Tante sono le leggende che si raccontano a proposito del simbolo del Gallo Nero. Quella che mi piace di più risale all’epoca medioevale quando Firenze e Siena, ormai stremate dalle continue e sanguinose lotte per il controllo del territorio chiantigiano, decisero di risolvere la questione con una sfida.
Le due città avrebbero scelto come rappresentanti due cavalieri. Non appena questi avessero udito il canto del gallo, si sarebbero lanciati al galoppo l’uno verso l’altro e il nuovo confine tra i comuni sarebbe stato fissato nel punto del loro incontro. L’idea era quella di dividersi il territorio più o meno al 50%. Teoricamente, partendo circa alla stessa ora, i due fantini si sarebbero incontrati a metà strada. I senesi scelsero un gallo bianco, che nella giornata precedente fu ben nutrito al fine di farlo svegliare allegro, in forze e di buon mattino. I fiorentini invece scelsero un gallo nero che tennero a digiuno e che, a causa dei morsi della fame, cominciò a cantare molto prima dell’alba. Partendo molto prima, il cavaliere fiorentino arrivò quasi sotto le mura della città di Siena, motivo per il quale (secondo la leggenda) il confine è così “spostato” da quella parte.
IL GALLO NERO E IL CONSORZIO DEL CHIANTI
Nel 1384 Il gallo nero venne scelto come simbolo della Lega del Chianti, importante istituzione politico-militare della Repubblica Fiorentina. Inizialmente, esso simboleggiava soltanto la specifica zona del Chianti, ma ben presto divenne rappresentativo del territorio di produzione del vino omonimo. Nel 2005, il simbolo fu adottato anche dal Consorzio Chianti Classico, nato nel 1924 a Radda in Chianti in seguito a un decreto che voleva ‘punire’ il territorio negando il nesso tra denominazione e origine geografica.
Il Consorzio si riunì con lo scopo di tutelare il prodotto e promuovere lo sviluppo del Chianti secondo i confini definiti già dal 1716, anno del cosiddetto “Bando Mediceo” di Cosimo III de’ Medici. Tale bando stabiliva infatti una severa normativa per la produzione ed il commercio dei vini realizzati nei suoi possedimenti e i fissava confini delle quattro aree geografiche di appartenenza: il Chianti, il Pomino, il Carmignano e il Valdarno superiore. Queste quattro aree ricevettero così per la prima volta al mondo una sorta di denominazione di origine controllata. Da quel momento in poi questo territorio sarà il pioniere della storia del vino italiano.
Nel 1932, un decreto ministeriale riconosce al vino prodotto nella zona originaria del Chianti, quella stabilita dal decreto dei Medici, la possibilità di utilizzare l’attributo “Classico”, differenziandosi così dal Chianti delle zone limitrofe. Nel 1967 nasce la DOC (Sangiovese tra il 50% e l’80%), mentre il 1984 vede apparire la DOCG (Sangiovese tra il 75% e il 90%). Da 1996 è stata autorizzato l’uso della sola uva Sangiovese al 100%, fino ad arrivare alla creazione delle UGA nel 2023.
VILLA TRASQUA – LA VIGNA
La vigna da cui nasce il Nerento Villa Trasqua è un fazzoletto di terra situato tra un bosco e un oliveto ed è sempre stato considerato fin dall’antichità un territorio di produzione eccellente. Pare che il nome venga dalla tipologia del terreno a “sassi neri”. Il suolo è infatti composto da alberese e galestro, con la presenza di ciottoli e sabbia. Dal 1854, questo territorio acquisisce ancora più prestigio, in seguito al suo inserimento nelle mappe catastali con l’indicazione di una delle zone più produttive e vocate di quest’area. Questo avviene anche in virtù di importanti fattori come l’esposizione, che garantisce costante ventilazione, la luminosità, la già citata composizione dei terreni e la presenza di sorgenti acquifere, che mantengono i terreni ben idratati. La produzione di questa vigna è dedicata al Chianti Classico DOCG Gran Selezione Nerento, 100% Sangiovese, affinamento di 30 mesi in tonneaux di rovere francese da 500 litri e almeno 12 mesi in bottiglia.
LE ANNATE E GLI APPUNTI
2013 – raccolta tardiva, tannini eleganti, sorso composto, intenso.
2014 – quest’annata, che è stata molto difficile, non è stata prodotta per la volontà di mantenere alta la qualità.
2015 – sorprendente ritrovare ancora una grande freschezza.
2016 – la mia preferita, di equilibrio ed eleganza assoluta.
2017 – produzione ridotta a causa di un’estate torrida e siccitosa.
2018 – in anteprima, promette benissimo!
2019 – in anteprima, scalpitante e giovane.
Il fil rouge è rappresentato da una sapidità e un’eleganza che accompagnano ogni sorso. Felici e arricchiti di nuovi assaggi e scoperte ci confrontiamo tra di noi mentre l’orario di partenza si avvicina. Franco Bernabei, nel salutarci,ci dice: “Voi che comunicate il vino, fate capire che il vino italiano è buono!”. Una frase che condivido. Facciamo conoscere e apprezzare la bellezza e la bontà che ci circonda, perchè evidentemente all’estero tutto questo è già chiaro!
RINGRAZIAMENTI
Un ringraziamento speciale ad Andrea, che con passione e pazienza ci ha preso per mano e ci ha mostrato il territorio e la cantina, assecondando anche le strane richieste mie e di Anna (i risultati qui e qui). Andrea, siciliano d’origine, conquista con un calore che ha nel DNA e trasmette in modo inequivocabile l’amore per questa terra che lo ha accolto e saputo valorizzare. Tanto da portarlo a tatuarsi il simbolo del Chianti Classico sul braccio.
Di questa blind tasting e della mia esperienza a Villa Trasqua ho molto apprezzato lo studio del dettaglio, la delicatezza del ghiaccio “fiorito” che abbelliva le glacettes, le camere curate dotate di tutto il necessario, i fiori di campo presenti ovunque e che hanno colorato le nostre ore. Un plauso doveroso ai ragazzi che per due giorni hanno lavorato duramente, sempre con il sorriso sulle labbra, affinché tutte le nostre attività si svolgessero al meglio: Francesco Salvestrini, Tommaso Mariotti, Niccolò Cinatti, Giulio Rabagli e Gabriele Agnelli (entrambi tirocinanti dell’Istituto Tecnico Agrario di Siena) e Adina Calin.
Ancora una volta ho avuto prova che il luogo comune per cui i giovani non hanno voglia di fare è in bocca a chi non ha la curiosità e l’attenzione necessarie per vedere cosa fanno!
Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads
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4 Marzo, 2024
Una passione, una famiglia, un successo: Il metodo Marcalberto.
Una passione, una famiglia, un successo: Il metodo Marcalberto.
Il Piemonte è una regione infinitamente sorprendente, non le manca nulla: cibi ottimi, paesaggi mozzafiato, antiche tradizioni e, ovviamente, vini incredibili. Niente Barolo, Barbaresco o Gattinara per questa volta, bensì un altro dei caposaldi della produzione vinicola regionale: il metodo classico di Langa. Quale fra le infinite realtà ho selezionato per voi? La cantina della quale sto per narrarvi oggi, si trova proprio tra questi dolci colli delle Langhe, a Santo Stefano Belbo, ed è una piccola realtà a conduzione famigliare che produce esclusivamente spumanti Metodo Classico: L’Azienda Agricola Marcalberto. Tutto ebbe inizio nel 1993 quando Piero Cane, affermato enologo, decide di dar vita ad un primo embrione di produzione vinicola che, già da lì a pochi anni, si evolverà in una piccola serie dalla distinta identità; per diversi anni è rimasta una modesta produzione di nicchia, finché, nel 2008, i due figli Marco e Alberto hanno dato il via ad un piccola rivoluzione. Con gli occhi pieni di entusiasmo e di amore per la loro realtà, i figli sono riusciti a rendere quell’ investimento paterno una vera e propria azienda a conduzione familiare, dove qualità e genuinità sono le colonne portanti. Quali sono le unicità di questa azienda? In questa realtà giovane e dinamica, c’è un evidente sguardo alla metodica francese che mi si palesa immediatamente con la pressa Coquard, una meravigliosa macchina in legno che ho avuto modo di vedere solo nelle piccole cantine dello Champagne, capace di regalare una spremitura delle uve dolce e soffice, ottima per ottenere un mosto chiaro e limpido.
Già il mio sguardo si colma di gioia nel vedere una tale attenzione e ricercatezza. Partenza al top! Oltre ad una strumentazione di tutto rispetto, c’è un altro lato dell’azienda che rimane certamente degno di nota: la cantina ottocentesca sita proprio sotto l’abitazione di famiglia dove ‘le ragazze’ passano il periodo di maturazione sui lieviti. Davvero interessante, perché oltre ad essere un ambiente molto suggestivo, fra pupitre e scaffali, le bottiglie affrontano qui il loro invecchiamento senza timore di sbalzi termici, data l’impercettibile differenza di temperatura fra estate ed inverno. Quali sono i vitigni impiegati? Pinot Nero e Chardonnay sono i re della produzione, con diverse etichette e diverse sfumature che si esprimono al meglio in gioco di dosaggi e affinamenti. Particolarmente da me apprezzato il Sansannée, un vino che si preannuncia come un “base” ma che forse, fra tutti – proprio per le “minori” aspettative che nutrivo – mi ha lasciata più di stucco.
È un blend Pinot nero e Chardonnay, senza annata come suggerisce il nome, ma che risulta davvero freschissimo, sapido e con una acidità incredibilmente bilanciata. Altro gioiellino interessante l’Alta Langa 2019, una pungenza verticale, una sapidità che chiama un altro sorso, una acidità dolce che pulisce il palato ma, soprattutto, un naso bello evoluto, con note travolgenti di crosta di pane leggermente abbrustolita. Una nota la devo fare anche per il Blancdeblacs di Chardonnay, non proprio il mio genere di bollicina, ma che al naso si è presentato subito diretto e protagonista, mentre in bocca ha preferito un passo delicato, fresco, decisamente minerale e con un finale di vaniglia così gentile che chiamava il sorso successivo solo per poterla risentire. Mi é rimasto un grande punto interrogativo sul Brut Nature di Pinot Nero, che sulla carta ha tutte le prerogative per divenire il mio preferito, ma che, ahimè, era terminato. Eh niente, tocca tornare per assaggiare anche l’ultimo cucciolo di casa. UNA PASSIONE, UNA FAMIGLIA, UN SUCCESSO. Per chiunque cerchi vini raffinati, bilanciati, sinceri e seri, consiglio una capatina da Marcalberto; ottima qualità a prezzi giusti! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
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Il Piemonte è una regione infinitamente sorprendente, non le manca nulla: cibi ottimi, paesaggi mozzafiato, antiche tradizioni e, ovviamente, vini incredibili. Niente Barolo, Barbaresco o Gattinara per questa volta, bensì un altro dei caposaldi della produzione vinicola regionale: il metodo classico di Langa. Quale fra le infinite realtà ho selezionato per voi? La cantina della quale sto per narrarvi oggi, si trova proprio tra questi dolci colli delle Langhe, a Santo Stefano Belbo, ed è una piccola realtà a conduzione famigliare che produce esclusivamente spumanti Metodo Classico: L’Azienda Agricola Marcalberto. Tutto ebbe inizio nel 1993 quando Piero Cane, affermato enologo, decide di dar vita ad un primo embrione di produzione vinicola che, già da lì a pochi anni, si evolverà in una piccola serie dalla distinta identità; per diversi anni è rimasta una modesta produzione di nicchia, finché, nel 2008, i due figli Marco e Alberto hanno dato il via ad un piccola rivoluzione. Con gli occhi pieni di entusiasmo e di amore per la loro realtà, i figli sono riusciti a rendere quell’ investimento paterno una vera e propria azienda a conduzione familiare, dove qualità e genuinità sono le colonne portanti. Quali sono le unicità di questa azienda? In questa realtà giovane e dinamica, c’è un evidente sguardo alla metodica francese che mi si palesa immediatamente con la pressa Coquard, una meravigliosa macchina in legno che ho avuto modo di vedere solo nelle piccole cantine dello Champagne, capace di regalare una spremitura delle uve dolce e soffice, ottima per ottenere un mosto chiaro e limpido.
Già il mio sguardo si colma di gioia nel vedere una tale attenzione e ricercatezza. Partenza al top! Oltre ad una strumentazione di tutto rispetto, c’è un altro lato dell’azienda che rimane certamente degno di nota: la cantina ottocentesca sita proprio sotto l’abitazione di famiglia dove ‘le ragazze’ passano il periodo di maturazione sui lieviti. Davvero interessante, perché oltre ad essere un ambiente molto suggestivo, fra pupitre e scaffali, le bottiglie affrontano qui il loro invecchiamento senza timore di sbalzi termici, data l’impercettibile differenza di temperatura fra estate ed inverno. Quali sono i vitigni impiegati? Pinot Nero e Chardonnay sono i re della produzione, con diverse etichette e diverse sfumature che si esprimono al meglio in gioco di dosaggi e affinamenti. Particolarmente da me apprezzato il Sansannée, un vino che si preannuncia come un “base” ma che forse, fra tutti – proprio per le “minori” aspettative che nutrivo – mi ha lasciata più di stucco.
È un blend Pinot nero e Chardonnay, senza annata come suggerisce il nome, ma che risulta davvero freschissimo, sapido e con una acidità incredibilmente bilanciata. Altro gioiellino interessante l’Alta Langa 2019, una pungenza verticale, una sapidità che chiama un altro sorso, una acidità dolce che pulisce il palato ma, soprattutto, un naso bello evoluto, con note travolgenti di crosta di pane leggermente abbrustolita. Una nota la devo fare anche per il Blancdeblacs di Chardonnay, non proprio il mio genere di bollicina, ma che al naso si è presentato subito diretto e protagonista, mentre in bocca ha preferito un passo delicato, fresco, decisamente minerale e con un finale di vaniglia così gentile che chiamava il sorso successivo solo per poterla risentire. Mi é rimasto un grande punto interrogativo sul Brut Nature di Pinot Nero, che sulla carta ha tutte le prerogative per divenire il mio preferito, ma che, ahimè, era terminato. Eh niente, tocca tornare per assaggiare anche l’ultimo cucciolo di casa. UNA PASSIONE, UNA FAMIGLIA, UN SUCCESSO. Per chiunque cerchi vini raffinati, bilanciati, sinceri e seri, consiglio una capatina da Marcalberto; ottima qualità a prezzi giusti! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito
2 Marzo, 2024
Esperienza Unica tra Vigneti e Cantina: San Luciano Vini dal 1972 – parte II
Esperienza Unica tra Vigneti e Cantina: San Luciano Vini dal 1972 – parte II
La Straordinaria Degustazione a San Luciano con Eleonora e Stefano Ziantoni
Dopo l’emozionante tour tra i vigneti e le cantine di San Luciano, Eleonora e Stefano Ziantoni ci guidano in un’esperienza di degustazione indimenticabile, un viaggio avvolto nei profumi seducenti e nei sapori ricchi dei loro vini. Ci accomodiamo ad una tavola imbandita con prodotti locali a km 0, pronti ad assaporare ogni sorso con l’anima della Toscana. L’inizio di questa straordinaria degustazione è segnato da tre vini bianchi, ognuno dotato di etichette che vanno ben oltre la semplice identificazione del prodotto. Esse sono un’esperienza visiva e tattile tridimensionale, arricchite da tocchi di oro e messaggi che si intrecciano con la filosofia dell’azienda, la passione e le emozioni che si svelano nel godere di ogni sorso. Ciascuna etichetta racchiude una storia unica, pronta a essere svelata ai visitatori che si immergono nell’atmosfera magica di San Luciano.
Notti Bianche: Un Inno alla Freschezza e alla Tipicità Toscana
Cominciamo con “Notti Bianche”, un vino prodotto da uve Chardonnay e Grechetto provenienti dai vigneti Castellani e Tre Colli. La fermentazione avviene a temperatura controllata in acciaio, seguita da un periodo di affinamento in bottiglia. Questo vino si distingue per la sua grande pulizia al naso, con note floreali e di frutta a polpa bianca. Fresco e beverino, esprime appieno la tipicità della zona dell’alta Val di Chiana.
Abbraccio 2022 Vermentino Toscano: Una Nuova Emozione da Scoprire
Proseguiamo con “Abbraccio 2022 Vermentino”, una produzione in purezza che rappresenta la prima annata di questo vino. La macerazione di 5 giorni sulle bucce conferisce al vermentino una straordinaria complessità. Il naso intrigante, caratterizzato da note di fiori e frutta esotica nonché la dinamica di bocca, ravvivata da una leggerissima sfumatura tannica, lo rendono un vino gastronomico di grande fascino. Privo di note ossidate, ma arricchito da nuance leggermente speziate, questo Vermentino macerato è un vino capace di adattarsi a diverse situazioni culinarie. L’etichetta brillante come il vino che luccica nel calice, è un preludio all’emozione di un caloroso abbraccio che questo vino sa regalare.
Orum: Un Vermentino che Sfida il Tempo
La degustazione prosegue con “Orum”2019, un vino che fino a qualche anno fa veniva prodotto in esclusiva per il Giappone. È concepito per sfidare il tempo, come abbiamo potuto intuire grazie alla prova di botte fatta poco prima in cantina con Stefano ed Eleonora. Ora però nel calice ci troviamo di fronte all’annata 2019, e questo ci permette di apprezzare appieno il percorso evolutivo che può compiere questo straordinario vino. La maturazione in botte di acacia conferisce a Orum una complessità unica, con le sue note di biancospino e miele di acacia che rendono il vino versatile e originale. Il nome “Orum”, che significa seta, è un omaggio alla sensazione che ogni sorso regala alla lingua, creando un’esperienza coinvolgente e avvolgente. La sua complessità olfattiva si materializza pienamente in bocca, offrendo un assaggio complesso ed emozionante. È davvero un vino da provare per credere!
Ardhia e il riconoscimento di Tachis
Prima di addentrarci nella degustazione dei vini rossi, una bottiglia posizionata su di una mensola cattura la nostra attenzione: “Ardhia”. Stefano con orgoglio e un pizzico di divertimento condivide la storia affascinante di questo vino, mettendo in risalto l’etichetta che risale ai suoi primi esperimenti giovanili al computer, ispirata agli etruschi in quanto “Ardhia” è il nome di un antica anfora di argilla etrusca in cui si conservava il vino! Giacomo Tachis, il rinomato enologo che non necessita di presentazioni, ebbe occasione di assaggiare questo vino, rimanendo colpito sia dalla potenzialità del giovane vignaiolo che stava sperimentando l’uso della barrique sia dalla “bruttezza” dell’etichetta. Un aneddoto che sottolinea la crescita e l’evoluzione dell’azienda nel corso degli anni evidenziando le esperienze formative e le sfide superate con orgoglio.
Le nuove Creazione di Eleonora e Stefano: I Rossi di San Luciano
La sezione dedicata ai rossi si apre con “La Cresta del Gallo 2017”, un blend straordinario composto per l’80% da Sangiovese e per il restante 20% da Montepulciano. Con una maturazione di 4 mesi in barrique e altrettanti in bottiglia, questo vino incarna la freschezza inconfondibile del Sangiovese e la robusta fruttuosità del Montepulciano. La sua sincerità e la capacità di adattarsi alle diverse combinazioni gastronomiche lo rendono un vino versatile, concepito per esaltare i sapori tipici della Toscana. Un vino mutevole, simile al rosso che in base alla luce, rivela mille sfumature diverse.
Boschi Antichi 2016: Eleganza e Respiro Internazionale
Passiamo poi a “Boschi Antichi 2016”, composto per l’85% da Sangiovese e il 15% da Cabernet Sauvignon. Dopo 8-9 mesi in barrique di rovere francese, questo vino mostra un profilo più elegante e un respiro internazionale. I tannini, seppur di impatto, sono resi più godibili grazie al legno, conferendo al vino un’armoniosa eleganza. Una scelta perfetta per chi cerca un rosso meno rustico e più raffinato.
Amor Oris: Il Montepulciano di Massima Espressione
E giungiamo ad “Amor Oris” 2017, un autentico piacere per il palato, realizzato con uve di Montepulciano in purezza. Con un periodo di affinamento di 18 mesi in barrique di rovere francese, questo vino incarna l’apice dell’espressione di San Luciano. Robusto, corposo e persistente, Amor Oris pone al centro l’equilibrio tra il frutto e il tannino. La bravura di Stefano si manifesta nel gestire con maestria questo vitigno impegnativo, creando un vino toscano potente e allo stesso tempo piacevole. L’accostamento con cacciagione da pelo promette emozioni gustative intense e appaganti.
D’Ovidio toscana Rosso IGT 2007: omaggio al fondatore
Come epilogo di questa straordinaria degustazione, Stefano ed Eleonora ci riservano un regalo davvero speciale: “D’Ovidio Toscana Rosso IGT 2007”. Questa bottiglia è un omaggio al fondatore Ovidio, una testimonianza di esperienza e passione che continua a evolversi nel tempo. Ottenuta da uve selezionate di Sangiovese, Montepulciano, Cabernet e Merlot, rappresenta un’eccellenza di rara espressività. Il processo di produzione, attento e meticoloso, culmina in un vino che incanta il palato con la sua complessità e raffinatezza. Ogni sorso è un viaggio sensoriale che avvolge il palato con tannini ormai vellutati e una nota balsamica finale che emoziona e rende omaggio all’esperienza e alla passione della famiglia Ziantoni.
Una sorpresa inaspettata!
Infine, una sorpresa inaspettata che sottolinea l’autenticità di un luogo in cui la biodiversità è una realtà tangibile: l’incontro casuale con una tartaruga, immortalato in una foto insieme ai padroni di casa, chiude con dolcezza e originalità questa straordinaria esperienza a San Luciano. Con gratitudine, ringraziamo Stefano ed Eleonora per aver condiviso con noi la storia e l’anima dei loro vini straordinari. Non resta che rimanere sintonizzati per altri emozionanti capitoli di avvincenti narrazioni enologiche! Cin!
Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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1 Marzo, 2024
Edoardo Ceri: farò il miglior vino al mondo
Quante bischerate si fanno da ragazzi. Magari ci si lascia influenzare dal “branco” e si finisce nei guai senza neanche saperne il perché. Disagi. Disagi della crescita. Disagi in famiglia. Disagi nella vita.
Da giovani poi non si è ancora capito quale sia la propria strada che, si spera o almeno i genitori lo sperano, sia diversa da quella che si frequenta con gli amici. Facendo bischerate.
Occorre però guardare dietro, nel passato, per capire certe cose. Per avere delle spiegazioni. Senza dare giudizi di nessun genere. Solo per capire.
Edoardo Ceri ha solo dieci anni quando i genitori decidono si separarsi. Capita. Capita a molti. Spesso è la cosa migliore anche per i figli. Solo che loro lo capiscono dopo e nel frattempo, alcuni di questi, vivono nel disagio.
Il disagio è una sensazione che ho parlando con Edoardo. Spero che non me ne voglia a male leggendo queste righe. Ma è quello che ho percepito dalle sue parole.
Un bambino di dieci anni che vede un padre tanto più grande di lui e non solo in termini anagrafici; una madre meravigliosa con una vita da gestire tra tante difficoltà; una nonna di quelle toste che sopperisce a molte mancanze.
Ci piaceva tanto stare per la strada. Fare le cose di strada. Si facevano le cose che si fanno a quella età li. Non cose di cultura. Bischerate. Non sono mai stato un buonissimo studente. Mio padre si diede da fare per darmi una strada. All’inizio nella sua attività. Mia madre era molto brava ma poco presente. Mi faceva stare con mia nonna che aveva due palle grosse così e mi ha tenuto fermo. Altrimenti potevo essere un’altra persona oggi. La ringrazio molto.
Il papà di Edoardo non è uno qualsiasi. È Luca Ceri che, per chi si occupa di architettura (specialmente di interni), è una punto di riferimento. Nel 1991 crea lo Studio Ceri e realizza progetti in tutto il mondo.
Un tecnico, un creativo, un professionista, un imprenditore.
Ecco, io me lo immagino Edoardo. Il mito del padre, l’ombra del padre. La paura di non essere mai come lui.
Non sono psicologo ne mi permetto di esserlo. Però dalle parole di Edoardo, dal suo tono di voce, percepire questo, è stato immediato. È l’inizio della storia però. L’inizio di un qualcosa che per Edoardo è quasi una rinascita. In tanti sensi.
Nel 2006 infatti, quando Edoardo aveva 17 anni, Luca decide di acquistare un podere a Carmignano. Si era appassionato della vigna e quello sembrava essere, oltre che un ottimo investimento, anche un modo per, magari, avviare il figlio a qualcosa.
Quel qualcosa arriva inaspettato tanto per Luca quanto per Edoardo.
Era il 2006 e io avevo 17 anni. Mi sono voluto rivalere sul babbo dimostrando che anche io ero capace di fare certe cose. Così ho rimesso mano a tutto. Piano piano. Dal 2010 ad oggi. È stato veramente un tassello per volta. Un tassello per volta. Un tassello per volta.
Edoardo inizia a lavorare in azienda da quasi subito. 35 ettari di proprietà. Tanti, forse troppi per uno come lui che non è abituato a questa vita. Eppure ci si dedica. Lo appassiona. Lo prende.
Prende le redini dell’azienda nel 2014 perché ha un sogno. Un sogno come lo hanno in molti magari. Ma è un sogno e sognare non costa nulla.
Mi sono dato l’obiettivo di creare veramente il vino più buono del mondo. Io farò il vino più buon del mondo. Lo farò. Non tra dieci anni, non tra venti anni, non tra trenta anni, ma lo farò. Avrò 80 anni ma lo farò. Su Wine Spectator il vino più buono del mondo sarà il mio.
Ora, ai più queste potranno sembrare le parole di un giovane che sta sognando sapendo di sognare. Parole gettate al vento da uno che è borioso. Un figlio di papà che non sa cosa sta dicendo.
Edoardo non è così. È una persona umilissima. Di quelle che non parlano mai a voce alta ne dicono cose nelle quali non credono. Fermamente. Edoardo vuole realizzare il suo sogno. Non solo per una “rivalsa” come la chiama lui verso il padre. Lo vuole per lasciare qualcosa a sua figlia e alla sua famiglia.
Come è potente un sogno. Come è potente la terra. Come è potente la vite. Così come quest’ultima penetra con le sue radici il terreno per trovare il nutrimento anche a metri di profondità, è penetrata nell’animo di Edoardo. Per fargli trovare una strada prima, un sogno poi.
Ho preso le orme iniziali di papà e poi mi sono più affinato al lavoro, alla vigna, alla cantina. Lui aveva i vigneti per produrre e vendere uva. Io ho iniziato ad imbottigliare chiamando anche altri personaggi del mondo del vino come agronomi ed enologi per gestire meglio la cosa.
La grande proprietà della Tenuta Ceri, non può che conferire l’uva. 35 ettari non si gestiscono facilmente. Eppure il territorio di Carmignano è di quelli incredibili dove l’uva è spettacolare e ciò che se ne produce ancor di più.
Vedevo tutta questa uva spettacolare che veniva venduta a poco prezzo. Mi piangeva il cuore. Facciamo qualcosa anche noi mi sono detto. Era più una questione morale che passione.
Assistere al cambiamento di Edoardo, a questa infusione di viticoltura, di passione e amore per la vigna ed il vino, deve essere stato per chi lo osservava, fantastico. Incredibile. Anche perché lui vuole imparare per creare. È quasi elettrico. Ha necessità di realizzare qualcosa di incredibile.
Sono andato a fare una esperienza a Castello Banfi a Montalcino dove ho fatto il cantiniere. Ho capito come si gestisce a pieno la pulizia della cantina. Si faceva mattina, pomeriggio e sera. La disciplina dello stare in cantina. In un mese avevo capito come fare.
Se papà Luca, al ritorno di Edoardo dall’esperienza esterna, decide di assecondarlo nell’acquisto delle attrezzature per produrre vino, è perché ha capito il cambiamento. Capisce quanto Edoardo abbia voglia di spaccare il mondo.
Nel 2016 ho fatto la mia prima vinificazione. Nel mentre ho fatto delle prove in altre cantine a Carmignano. All’inizio ero un pò discolo. Ero cosi cosi, come la tenuta. Poi è cresciuta in base al mio giudizio e la fiducia è cresciuta di pari passo con l’interesse che mettevo nell’azienda.
Edoardo fa il passo e si fa avanti per gestire lui in prima persona tutto. Se la sente sua l’azienda come suo il progetto. Inizia a fare i vini e gli vengono anche bene.
Anche prima che facevo questi vini di garage, venivano bene. Erano fatti da qualcuno che non aveva mai fatto niente nella vita. Venivano bene. Si sentiva la sapidità, acidità, alcolicità, tannino. Lavorato bene. Una bella maturazione. Le persone, non tutte certo, mi davano dei pareri positivi.
Edoardo incappa in uno di quei simpatici enologi che consigliano, ai più sprovveduti, di mettere nel vino tutto ciò che la legge consente (poi ci si lamenta delle inchieste di Report…).
Tutto ciò che bisognava aggiungere all’uva, io l’aggiungevo. Nutrienti, tannini, solforosa, lieviti selezionati, correzioni di acidità, acido ascorbico, acido succinico. Tutto. Venivano fuori vini buoni ma simili ad altri vini. Questa cosa non mi piaceva.
Edoardo è lucido. Non vuole scorciatoie. Non vuole vini omologati. Il suo sogno non è questo. Lui ha bisogno di altro. Se bara, se fa qualcosa che non lo faccia riconoscere, ha perso in partenza. E lo sa. Non può dunque che ripartire dalla campagna e dalla vigna.
Ho iniziato a lavorare con l’uva in campagna pensando al prodotto che verrà fatto senza aggiungere nulla in cantina. Prevedendo l’epoca di vendemmia per capire come gestire l’uva in cantina.
Carmignano è un territorio importante. Una zona meravigliosa con nobili espressioni di vini che devono essere aspettati. Ecco, Edoardo non vuole aspettare. Non ci riesce perché ha fretta di realizzare il suo sogno. Ma impara anche da questo.
All’inizio occorreva aspettare il vino. Ero sempre ad assaggiare il vino. L’ho gestita sempre in maniera frenetica. L’attesa è veramente una ‘osa cruciale che ho imparato nel tempo. Restando tranquillo senza affrettarsi a fare le cose. Vederle con lungimiranza. Ho alle spalle 13 vendemmie dal 2010 ad oggi. Ci sono momenti da fare le cose veloci e dei momenti le cose con più esperienza e calma. Invece di fare le cose oggi, aspetti domani cosi la fai meglio.
Facevo tutto prima e sbagliavo.
Si evolve Edoardo. Come un buon vino. Matura. Cresce. Nell’animo e nello spirito.
Quel bischero che era da ragazzino non c’è più. C’è un uomo che affronta la vita con il ritmo della natura.
La campagna. Li le lavorazioni meccaniche tu alle volte le azzecchi, alle volte no. Si mettan le barbatelle di marzo. Dopo una settimana iniziano a germogliare e arriva la gelata. Così partono le madonne. Anche perché arriva quello che dice “dovevi aspettare”. E grazie! L’anno dopo dici: le pianto ad aprile cosi evito le ghiacciate. Che succede? Che marzo non viene le ghiacciate, piove. Bene. Da aprile in poi non piove per un mese e mezzo e le barbatelline non ce la fanno. È una lotteria.
Quattro i vini prodotti da Edoardo.
Barbocchio da Sangiovese (70%), Cabernet Sauvignon (20%) e Merlot (10%) con sei mesi di botte da 20 hl per il 50% della massa. Un vino di ingresso. Con carattere.
Rigoccioli, il Carmignano DOCG con Sangiovese (90%) e Cabernet Sauvignon (10%) che riposa in botti da 20 hl per 12 mesi. Qui il carattere aumenta.
Le Barze, da Cabernet Sauvignon (70%) e Sangiovese (70%) a riposo per 12 mesi sulle fecce fini per regalare fascino.
L’Arrendevole, la Riserva di Carmignano DOCG con Sangiovese (90%) e Cabernet Sauvignon (10%), 18 mesi in botti da 20 hl per realizzare un vero capolavoro (sul mio blog Instagram la recensione completa). Questo il vino che secondo me, prima o poi, realizzerà il sogno di Edoardo.
Adesso imbottiglio tutto. 50mila bottiglie.
Edoardo sa che manca ancora tempo per arrivare al suo sogno. Ci sono altri vini importanti e deve confrontarsi ancora molto. Manca ancora qualcosa.
Devo lavorare più sui vigneti. Sulle vendemmie portando le uve in cantina con l’acino più perfetto possibile. Stiamo andando incontro a calamita di luce incredibili. Quando c’è il grappolo rivolto alla luce diretta del sole si vede che gli acini sono diversi rispetto a quelli in ombra. Occorre scartare il chicco secco. Ti fa fare un altro vino.
Tutte le vigne hanno già i loro anni si invecchieranno ancora donando vini di ancora maggiore qualità avvicinandolo alla meta.
La convinzione di Edoardo è tanta.
La mia è una sorta di richiamo, una cosa che sento dentro. Io faccio questo lavoro perché è una cosa che sento dentro. È un lascito che voglio lasciare alla famiglia, ai nipoti. Io voglio lasciare qualcosa. Si morirà tutti. Vedo gente che ha fatto questi grandi vini ma io vorrei un giorno, quando non ci sarò più, che si dica: guarda che vini che faceva sto stronzo. Basta, niente più. Quando il mio vino sarà nei migliori ristoranti. Quando le persone mi reputeranno un bravo viticoltore. Quando avrò un riconoscimento. Conoscendomi non sarò mai contento.
Edoardo non sarà mai contento e vorrà fare sempre meglio. Dimostrare al padre e alla madre che vale molto di più. Una dimostrazione ma anche un valore.
Sono sempre il figlio di Luca Ceri però adesso quando lui va nei ristornati è diventato il babbo di Edoardo Ceri.
Per Edoardo è impossibile non raggiungere il suo obiettivo.
Aldilà però nel riuscire a produrre il migliore vino al mondo, continuerà a produrre degli ottimi vini. Di quelli che offrono sensazioni. Ma che bello non accontentarsi.
Il papà continuerà ad essere presente. Nelle lavorazioni per la cantina, nell’agriturismo, nello show room.
La parte progettuale l’ha gestita tutta lui. Lui è partito veramente da zero e ha creato il suo impero.
Pure tu lo stai facendo Edoardo. Piano piano. Ce ne sarà di tempo. In fondo, anche papà Luca non credo che a 33 anni sia stato avviatissimo. Per poter dire che il babbo ha creato tanto, più di te Edoardo, occorre aspettare. Continuare a lavorare e a crederci.
Non fermarti. Non lo fare mai.
Sono sicuro che non lo farai e non vedo l’ora di leggerti su Wine Spectator.
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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29 Febbraio, 2024
I Migliori Vini Italiani 2024
IL COSA ED IL DOVE
Dal 16 al 18 Febbraio gli ampi ed eleganti spazi del Salone delle Fontane all’EUR (Roma) hanno ospitato l’Edizione 2024 (23a della serie) de I MIGLIORI VINI ITALIANI, manifestazione ideata ed organizzata dal sempre vulcanico LUCA MARONI e da sua sorella FRANCESCA ROMANA per presentare le migliori produzioni enologiche dello stivale italico (quelle che poi potrete ritrovare nell’omonima Guida).
Una kermesse dedicata alla Cultura del vino con un programma ricco di appuntamenti (laboratori, workshop, presentazioni, degustazioni libere e guidate) che ha visto la partecipazione di un grandissimo numero di addetti del settore e winelovers.
GLI ASSAGGI
Quanto c’era da assaggiare?
Tanto, troppo, soprattutto per uno solo come me.
Si, m’ero fatto una sorta di tabellino, ma se è vero che “delle buone intenzioni è lastricato l’inferno” beh…se io non sono belzebù poco ci manca.
E quindi mi sono ritrovato a zigzagare più o meno senza meta lasciandomi trasportare dall’onda del folto pubblico soffermandomi là dove i marosi me lo consentivano, scegliendo ora l’approdo sicuro di un Produttore amico ed aggrappandomi altre volte al salvagente dell’intuito o dell’occhio.
Ed è stata una bella avventura, vissuta tra nomi noti e volti nuovi, tra estro e banalità, tra Qualità assoluta e sorsi (anche quelli immancabili) di cui avrei potuto tranquillamente fare a meno.
Comunque, spero che le mie consuete note d’assaggio (quelle che ormai avrete imparato a NON prendere per buone) possano, se non esserVi in qualche modo d’aiuto, almeno suggerirVi qualche sentiero da percorrere.
Qui di seguito troverete quelle relative alla mia personalissima “TOP TEN” (magari non ci crederete, ma trovare qualcosa di sorprendente non è stato facile), mentre degli altri miei assaggi potrete leggere, come di consueto, qui.
Leggete, assaggiate, condividete e…fatemi sapere!
IL PIEMONTE
ANTONIO BELLICOSO
Beh, di Antonio avrete già letto altre volte, 5ha dedicati ai vitigni tipici dell’astigiano (Barbera, Grignolino, Freisa) ed un amore passionale per i vini ed il proprio lavoro.
GRIGNOLINO D’ASTI DOC “DOMINE VITES” 2022: 4000mq di viti vecchie e stanche comprati “per forza” sono i genitori di un Grignolino fuori dagli schemi.
Il colore, il grado alcolico (16°) che la voluttuosa dinamicità dimostrata nel calice si ostinano a non dimostrare anche meccanicamente…
Al naso, tra gerani e rosa canina spuntano i ribes ma è quell’idea di corteccia che colpisce e Vi si scolpisce in testa.
E poi il lungo corteo fresco-balsamico di liquirizia, china, tabacco mentolato che ne fanno una sorta di laudano curatutto (alché Antonio dovrebbe vestire bombetta e farfallino ed andarlo a promuovere in giro per il far west)
Sorso panoramico, completo, che in tesa progressione fresco-sapida ripropone i toni olfattivi sottolineando i piccoli frutti rossi.
Ne scriverò ancora (stay tuned), per ora gli ammollo il mio premio SURPRAIS.
FREISA D’ASTI DOC 2022: “LA” Freisa è donna (ché solo “LA” Barbera è femmina”) ma qui, l’etichetta disegnata da un famoso pittore astigiano, sembra voler dire di virili discussioni magari al tavolo di un’osteria.
Ed invece di donne parliamo, dolci come i lamponi, misteriose come i chiodi di garofano, frizzanti come le erbe aromatiche.
Il sorso è un chiacchiericcio da “salotto sabaudo” di freschezze e tannini solleticosi che rivelano, mettendosi la mano davanti alla bocca quasi vergognandosene, un animo profondamente mediterraneo.
Da bere ascoltando “EBBEN NE ANDRÒ LONTANA” da LA WALLY (atto 1°) di ALFREDO CATALANI, cantata da MARIA LUIGIA BORSI, LONDON SIMPHONY ORCHESTRA.
BARBERA D’ASTI DOC “AMORMIO” 2022: se ci ficcate il naso dentro riuscite a vedere quello che l’impenetrabile colore nasconde all’occhio.
Ed allora trovate il richiamo delle sirene dei polputi e succosi frutti neri e vi lasciate traviare dall’erotismo di rabarbaro e pepe.
E il sorso…Vi frega!
Perché dopo averlo assaggiato capite che ‘sta barbera è una Jessica Rabbit che Voi, poveri Baby Herman, a parte le voglie di un cinquantenne, non avete “armi” per soddisfare.
Non per tutti.
Da bere ascoltando, manco a dirlo “AMOR MIO” di MINA.
BARBERA D’ASTI DOCG “MERUM” 2021: con l’umiltà del non avere la pretesa (e la volontà) di inventare qualcosa di nuovo, Antonio ci propone questa Barbera da 16.5°.
Niente appassimento (per non uscire dalla Tradizione) solo amore e la pazienza di seguire il frutto fino alla sua estrema maturazione.
Qui, signori miei, si ragiona di boa di piume di struzzo e lustrini!
Dell’erotica eleganza delle attrici degli anni ’20!
Le more abbandonano i rovi e s’ammorbidiscono in confettura, i fiori si appassiscono in un pot-pourri di profonda, scura luminosità ed il bosco, scuro anche lui, cela il lupo di un assaggio che avreste osato far precedere all’analisi olfattiva.
Si, perché l’occhio aveva percepito l’inattesa cinetica di un vino impetuoso.
Ed allora cercate conferma e Vi fate frustare dalla materia tannica, ammanettati ad una freschezza che strizza l’occhio alla sostanza di un estratto che è materia palpabile.
Vabbè, ne avevo già scritto ma…sorprendente!
Ancora una volta sorprendente!
L’ALTO ADIGE
FRANZ HAAS
Un nome che va a braccetto con una viticoltura che respira l’aria rarefatta di quelle alte quote che il recentemente scomparso proprietario visualizzava come unica salvezza per le proprie viti alla luce di un futuro climaticamente complicato.
60ha e quasi mezzo milione di bottiglie non sono poche, soprattutto quando comunicano certi messaggi.
ALTO ADIGE SÜDTIROL DOC PETIT MANSENG 2022: che spettacolo!
Il naso è un sabba di dolcezze ed amaritudini: burro e vaniglia di quasi pasticceria vs. rosmarino, agrume amaro vs. frutta gialla con una mineralità che…levateve proprio!
Sorso succoso e di dolce, fruttata impronta ma con una sapidità di fondo che è come il mugghiare di un mare lontano, come maroso che avanza…
Bello davvero, si becca il mio premio “CEDETE LO PASSO”.
Da bere ascoltando “DALLA PACE DEL MARE LONTANO” di SERGIO CAMMARIERE.
LA LOMBARDIA (E L’EMILIA ROMAGNA)
CASTELLO DI LUZZANO
Tra l’Oltrepò Pavese ed i Colli Piacentini, tra i Galli ed i Romani, tra le argille ed il calcare, un po’ lombarda ed un po’ emiliana.
110ha (75 quelli dedicati ai vigneti), 2000anni di storia ed oltre 100 quelli di un oggi che ha nell’entusiasmo di Giovannella Fugazza l’incentivo maggiore ad approfondire la conoscenza ed il racconto di una variegata produzione.
BONARDA DELL’OLTREPÒ PAVESE DOC “SOMMOSSA” 2022: rivoltoso sin dall’olfatto, accosta amarene e suco di prugna e lampone a gentilezze di viola ed umidità di terra senza dimenticarsi della firma amaricante della salvia.
Sorso che ammalia e travia chiedendone subito, con urgenza un secondo e poi un terzo…
DimenticateVi dei descrittori e bevetelo in leggerezza peccando per il piacere di farlo.
Si becca il mio premio “HARDCORE”.
Da bere ascoltando “DON’T DRINK THE WATER” della DAVE MATTEWS BAND.
IL FRIULI VENEZIA GIULIA
VIE DI ROMANS
Tra l’Alto Adriatico e la Slovenia l’Azienda racconta, da oltre un secolo, un Territorio unico attraverso vini prodotti con cura maniacale e pazienza non comune.
Sorsi che sanno di attesa e sfide future.
FRIULI ISONZO DOC SAUVIGNON BLANC “PIERE” 2021: fumoso a primo naso, rivela poi un animo di fresche vegetalità giocato tra mentuccia ed agrumi verdi.
Un mazzetto di mughetti introduce poi a dolcezze d’acacia e frutta esotica squarciando un sipario sapido che ricorda il mare che fu e quello poco distante.
Sorso dinamico e ritmato che scandisce un inarrestabile susseguirsi di freschezze e mineralità facendoci allungare la mano per un secondo bicchiere.
Da bere ascoltando “I’M SHIPPING UP TO BOSTON” dei DROPKICK MURPHYS.
FRIULI ISONZO DOC CHARDONNAY “VIE DI ROMANS” 2021: si propone al naso con la sua mole grassa sorprendendoci per l’agilità con cui passa dalle note fresche e vegetali di menta e sambuco a quelle dolci di pesca e vaniglia, farcendo il tutto con una sottile piccantezza di zenzero.
Sorso caldo, che riempie ed accarezza accompagnandoci per mano ad un finale salato e piacevolmente amaricante.
L’UMBRIA
LA MADELEINE
Nata 3 lustri fa per volere di un nome noto della politica italiana, dimostra oggi come tenacia e lungimiranza consentano possano raccontare in un calice le potenzialità qualitative del territorio di Narni.
IGP ROSSO “NARNOT” 2019: scoprire che è tra i vini premiati mi fa quasi strano…
Scuro eppure luminoso, il naso di questo Cabernet Franc srotola freschezze di lavanda e conifere, amaritudini succose di chinotto e colorati lamponi.
Il sorso ripropone l’olfatto con didascalica precisione sottolineando l’agrume amaro ed un tannino che fa comunella con la sapidità per far schioccare la lingua chiedere un altro bicchiere.
Il fondo del calice…quello rivela la vera essenza di un vino e qui, pur sotto nobili spoglie, si cela la preziosità di un animo contadino.
Unica live stonatura, quella chiusura su inaspettati toni dolci che gli vale il mio premio “PECCATO”.
Da bere ascoltando “DEVIL INSIDE” degli INXS.
LA CAMPANIA
MASSERIA FRATTASI
Dalla fine del ‘700 (ma con un oggi poco più che ventennale) un punto di riferimento per la viticoltura “eroica” di quel Taburno di cui parlava anche Virgilio (se non sbaglio sono loro i vigneti più vecchi della Campania).
AGLIANICO BENEVENTANO IGP “KAPNIOS” 2019: L’olfatto dimostra manifesta superiorità.
Un ampio palcoscenico scuro con un tavolato di legni nobili sul quale si affacciano personaggi che si chiamano prugna, ciliegia nera, mirtillo…
E mentre l’orchestra suona un sottofondo balsamico ecco gli assoli di tabacco mentolato, grafite e pepe.
Il sorso?
Semplice, potente, lungo, coerente, succoso di arancia rossa e rinfrescante d’eucalipto.
Bella prova davvero!
Da bere ascoltando “GOD’S AWAY ON BUSINESS” di TOM WAITS.
ED ORA?
Beh, ora è il momento dei ringraziamenti: agli Organizzatori per avermi ospitato in una manifestazione di cui ho già messo in agenda l’Edizione 2025 e che rientra ogni anno di più tra quelle irrinunciabili del panorama romano (e non solo); ai Produttori: per aver sopportato le mie considerazioni sui frutti del loro duro e pregevole lavoro ed a Voi per aver letto (spero) fin qui le parole che, come sempre, mi fa una gran fatica scrivere
Roberto Alloi
VINODENTRO
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28 Febbraio, 2024
Cibaria, l'eccellenza in tavola
Amatriciana, cacio e pepe, carbonara, gricia. Tutte paste della tradizione romana. Cosa hanno in comune? Il pecorino romano ovviamente!
Roma, la città eterna. Meta di pellegrinaggio prima e di turismo oggi. Orde di turisti oggi invadono le strade di Trastevere, Testaccio, Monti, Prati, Esquilino e ogni dove ci sia qualcosa da vedere. Ovvero tutta Roma che è un vero museo a cielo aperto. Prima, tanti anni fa, si mangiava solo agli orari canonici ovvero dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 23. Se volevi mangiare fuori orario, occorreva accontentarsi di un pezzo di pizza. Il che non era male comunque!
Seduti al ristorante o in trattoria, preferibilmente all’aperto visto il clima di Roma, non può certo mancare un ricco piatto di pasta. Pecorino. Tanto pecorino. Nell’anima del piatto come in una cacio e pepe o a guarnizione, abbondante, per gli altri.
Pecorino. Pecorino e ancora Pecorino. Romano dop? Vallo a capire….
Difficile alzarsi da tavola senza una sensazione di arsura in gola. Complice la sapidità del Pecorino Romano. E dire che anche nelle ricette che si trovano sul web c’è sempre indicato di fare attenzione alla salatura della pasta vista la sapidità del formaggio.
Nessuno si è mai posto la domanda: ma perché diavolo un formaggio del genere debba essere così salato?
In realtà uno se l’è posta. Rocco Lutrario, fondatore e gestore, insieme alla figlia Priscilla, di Cibaria. Parlare con Rocco è tornare indietro nel tempo a quella Roma che non c’è più. Alla integrità delle persone. A quegli odori e sapori che caratterizzavano le strade. Alla vita di un tempo.
Il racconto di Rocco è di quelli pacati e gentili. Come il suo animo.
Con le sue parole mi trasporta negli anni sessanta del secolo scorso quando, a 17 anni, inizia a lavorare come fatturista in una azienda di medicinali a Monteverde vecchio. Così si faceva all’epoca. Occorreva lavorare per sbarcare il lunario. Per crearsi un futuro. Il boom economico andava assecondato non certo ostacolato. La sera o a pranzo scendevo a Trastevere per mangiare. Venivo dai Castelli e occorreva nutrirsi. Li sentivo gli odori veri di una volta specialmente del pecorino prodotto a nord di Roma e in provincia di Latina nell’agro pontino. Rocco conobbe la cucina romana degli osti esperti. DI quelli che cucinavano con sostanza e tradizione servendo i loro piatti in quelle osterie in gran parte rimaste come all’ora. A Roma trovare un locale rinnovato rispetto a quei tempi è una impresa. Il “romano” li ama così e per i turisti è una manna. Tutti avevano il problema di gestire un prodotto salato e grasso. Noi siamo in una splendida zona sul lago di Castelgandolfo. All’epoca si vangava e si lavorava duro. Tornavano a casa e la necessità per i lavoratori era reintegrare quanto consumato con le fatiche della giornata: grasso e salato. Oggi esce poco e bisogna rimettere poco. La tradizione romana affonda le sue radici proprio tra i lavoratori dell’agro. Tra quelli che dovevano mangiare in maniera robusta perché robuste erano le fatiche. Il grasso del guanciale, il salato del pecorino tanto per intenderci. Rocco non amava molto il suo lavoro nell’azienda farmaceutica. Quel vendere medicine lo considerava poco onorevole. Come dargli torto in fondo!
Quando ha 25 anni, si licenzia e inizia a fare il rappresentante di saponette. Già qui si denota lo spirito di intraprendenza di Rocco. Certo, siamo nel boom economico e trovare lavoro piuttosto che inventarsene uno non è complicato. Ma la voglia di rimboccarsi le maniche e di lavorare la devi avere. Rocco ce l’ha e tanta. Battendo il marciapiede arriva ad avere oltre 600 clienti.
Nei suoi giri non può non imbattersi nei mille rivoli della vita di Roma di quei tempi con tutti i suoi artigiani e commercianti. Le alimentari ad esempio. Di queste rimane affascinato tanto da capire che potevano far parte del suo futuro. Acquista un piccolo magazzino dove stoccare la merce e cambia dalle saponette al cibo. Facevo le fatture di notte con una Olivetti a manovella. Ognuno di noi pensa che o è di famiglia e mio padre faceva il sarto dunque non ne parliamo neanche oppure occorre avere fortuna. Ho conosciuto un mentore. Uno di quelli che già praticava negli anni 40 il concerto di slow food. Vide la mia voglia di fare e di come lo facevo e si innamorò di me. Mi vendeva anche dei prodotti come parmigiano, alici, prosciutto. Me li spiegava sempre con tanti particolari. Iniziò insomma una collaborazione che fu la mia scuola di specializzazione. Ero bravo a vendere ma non avevo emozioni. Guadagnavo si. Ero contento si ma senza emozioni. L’emozione iniziò quando vendetti un prodotto che non si vendeva in zona e mi venne riordinato. Hanno creduto in me, pensai. Rocco si fa strada nel mondo del food. Vende quanto serve alle alimentari romane per servire i loro clienti. Merce buona. Cibo buono. Inizia anche una intensissima collaborazione con Reggiani che produce il prosciutto di Bassiano, collaborazione che dura ancora oggi. Non sono mancati i consigli di uno che lavora sulla strada. Roma è diversa e ha bisogno di meno sale gli dicevo. Una collaborazione che è stata volta a migliorare e continuare. Cordialità di rapporti. Inizia poi una collaborazione con Malandrone, per un Parmigiano dalla lunga stagionatura (fino a 120 mesi). Un “sognatore” come lo definisce Rocco, capace di produrre un prodotto unico nel panorama nazionale.
Rocco, che non sta fermo un istante, intuisce anche le potenzialità di un altro prodotto: il baccalà. Solo che quello che si trova in giro è salato. Tanto salato che se non lo si lascia a bagno per giorni (cambiando pure spesso l’acqua) è immangiabile. Conosce Riccardo Monti che con i suoi fratelli e la Food Import importano pesce essiccato. Sul baccalà abbiamo iniziato a collaborare con la Food Import. Ormai collaboriamo da 45 anni . Abbiamo realizzato un prodotto dissalato primi in Europa. Arriva anche nei supermercati e nella ristorazione con l’1% di sale. Il piacere di mangiare qualcosa di unico. Senza problema e senza sale. C’era necessità di averlo perchè solo se hai un ascendente caprino serve sale? Lo si mette dopo magari. Negli anni la sperimentazione di un costosissimo processo ha però permesso alla Food Import di essere i leader in questa tecnologia. Riccardo veniva a Roma e affinavamo il processo. Rocco ricorda anche di quando venivano a Roma i produttori che rappresentava e gli chiedevano di portarli a mangiare la “cofana di Amatriciana”. Andava tutto bene e, sempre come si dice a Roma, “se la scofanavano tutta”. Peccato che poi il mattino dopo li ritrovava con gli occhi di fuori. Ho svuotato il frigorifero. Ma sto cazzo di sale! Non c’avete un pecorino con meno sale. Non lavoravo il pecorino perchè non mi piaceva. Il Pecorino Romano si produce tipicamente nel Lazio, in Sardegna e in Toscana a Grosseto. La produzione annua si attesta sui 280/300 quintali e quasi metà se ne va negli USA per essere usato principalmente come taglio di altri formaggi. Un formaggio che tipicamente è molto sapido. Priscilla ed io eravamo stati invitati alla inaugurazione di Eataly a Parigi dove abbiamo conosciuto l’ambasciatrice italiana. Era aprile e a giugno ci sarebbe stata una sorta di esposizione per imprenditori francesi. Quando lei ha assaggiato il nostro pecorino e parmigiano ha fermato il suo codazzo per prendere i nostri recapiti “Ho assaggiato cose straordinarie e vorrei che il 2 giugno fossero nostri ospiti per presentare i loro prodotti. Prodotti di questo genere che rappresentano l’Italia al massimo livello qualitativo devono essere fatti assaggiare. Non possono mancare”.
Così ci siamo trovati con 1800 persone che ci hanno massacrato perché non facevano altro che chiederci da dove venivano questi prodotti. Rocco lo dice con una punta di orgoglio. Così come con orgoglio parla di sua figlia Priscilla. Nella vita bisogna essere fortunati. Nel lavoro e nella moglie. Se si ha la fortuna di avere figli come Priscilla è il massimo Lo dice a tutte e tre. Tre sorelle ma solo Priscilla impegnata in azienda come Direttore Marketing.
Ma ritorniamo al pecorino e alla sua nascita.
Rocco si mette alla ricerca di qualche pastore produttore che abbia voglia di realizzare qualcosa di diverso. Meno ma molto meno sale di quello che fino ad allora c’era sempre stato.
Un pastore “intelligente e sensibile” lo trovano. Di quelli che però ti devono mettere alla prova. Un pò perché non si fidano del primo che arriva. Un pò perché Rocco gli chiede qualcosa che va oltre. Mi ha capito al volo dicendo “Ci chiedete di cambiare la ricetta che da secoli portiamo avanti? Si. Allora mi ha guardato e ha detto: “ci date fiducia”. Una svolta che consente a Rocco di realizzare il pecorino Cibaria. Fiore all’occhiello e vanto di tutta la produzione poiché davvero straordinario. Così tanto che anche altri produttori iniziarono a seguire questa svolta.
Al pecorino, al prosciutto di Bassiano, al baccalà e al Parmigiano, Cibaria (questo è il nome della ditta che Rocco fonda nel 1976) aggiunge al suo catalogo di prodotti di eccellenza da distribuire anche altro. Sempre orientati al basso contenuto di sale per esaltarne i sapori e ritornare a far scoprire quelli di un tempo. Abbiamo connotato i nostri prodotti con bassa salinità. Per il salumi non è l’1% come il Pecorino ma rispetto ai prodotti in giro c’è il 30% in meno di sale. Attenzione alla qualità delle carni e dei prodotti. Noi trattiamo solo ed esclusivamente carni di origine nazionale lavorate entro due giorni ma sempre conservate a freddo. Ricette di tutto rispetto per sentire il salume nostrano del Lazio e di Roma. Il piacere di una volta. Con carni superiori a quelle di una volta. Controlliamo anche il grasso che ci deve essere in una giusta misura per dare sapore. Senza grasso e di origine estera non possono dare sapore anche con la lunga stagionatura. La salumeria romana ha una lunga tradizione anche se poco nota. Non si sono mai fatti grandissimi prodotti perché, crocevia di mille tradizioni, non ha fatto altro che importare prodotti altrui. Qualche salsiccia secca o piccante magari e la spianata ovvero un salume ottenuto attraverso una prima parte della stagionatura con un peso sopra (da cui spianata). Dopo tre anni di sperimentazioni e prove abbiamo l’anno scorso creato la perfetta spianata romana, simbolo della tradizione romana. Così come una mortadella alla quale non aggiungiamo grasso. In genere lo si aggiunge ma noi non lo facciamo per dare ai nostri clienti qualcosa di unico. Nasce per la salumeria il brand “San Rocco” che affianca Cibaria come marchio di proprietà. Due brand nati in epoche diverse perché come dice Rocco La nostra ditta non nasce con progetti fatti a tavolino. Nel caso di San Rocco, avevamo pensato a tutto tranne che al nome. Poi, prima di spedire i primi prodotti ci fu la necessità di un collarino con il nome del marchio chiesto dal cliente. La vestizione era l’ultima cosa alla quale avevamo pensato. Allora il tipografo disse: aò te chiami Rocco, mettiamo San Rocco. Rocco non si ferma mai. Con le sue idee travolge Priscilla che a sua volta ha portato in azienda un punto di vista diverso. Quello di una consumatrice moderna, una donna, una mamma che deve fare la spesa. Tempi e quantità diverse per adattare il brand alle esigenze dei consumatori. Cibaria si rivolge maggiormente alla ristorazione ma sempre con un occhio attento alla distribuzione selezionata. Penso di dare un punto di vista differente e più contemporaneo. Sono una mamma con due bambini piccoli che fa la spesa alle sei di sera al supermercato. Deve essere una spesa veloce. Il cliente finale cosa vorrebbe? Mi faccio queste domande. Packaging differenti? Comunicazioni differenti. Mi guardo attorno e mi confronto con Rocco per capire cosa accade se facessimo le cose in maniera differente. Una domanda in più. Lavoravamo la spianata in maniera bellissima ma era di due kg. Abbiamo deciso di farla più piccola per renderla più gestibile. In due riusciamo a stare sempre di più al passo. Lui mi ha insegnato tutto anche se ogni due per tre esce qualcosa di nuovo. Nel futuro l’idea è di allargare ancora il portafoglio della salumeria romana con qualche ulteriore prodotto o il modo per presentarlo. Così come un Pecorino Romano Dop di montagna per il quale Rocco sostiene che sarà un tuffo al cuore per chi lo assaggerà. I parametri per un prodotto cibaria sono complessi. Tutto deve seguire la nostra filosofia. Nel nostro magazzino anche il più piccolo vasetto di alici ha un motivo per stare li. Tutto questo è Cibaria. Una bella, bellissima realtà guidata dal tandem Rocco e Priscilla con un team davvero incredibile. La nostra squadra è magnifica e con persone motivate. I nostri agenti sono motivatori. Sono tutti coinvolti ma se dovessimo immaginare un incremento dell’organico, avremmo problemi. Torna l’annoso problema di trovare personale che sappiano, così come fece Rocco, rimboccarsi le maniche e partire dal basso. L’esempio non vale per chi resta sul divano.
Poco importa almeno per ora. Grazie al grande affiatamento e alla grande umiltà di Rocco e Priscilla, sono certo che tra due anni Cibaria festeggerà i 50 anni di attività. Non so dire se in maniera sfarzosa o sobria. Di sicuro ci saranno tanti salumi e tanto pecorino. Ma non abbiate paura, non avrete sete il mattino dopo! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Roma, la città eterna. Meta di pellegrinaggio prima e di turismo oggi. Orde di turisti oggi invadono le strade di Trastevere, Testaccio, Monti, Prati, Esquilino e ogni dove ci sia qualcosa da vedere. Ovvero tutta Roma che è un vero museo a cielo aperto. Prima, tanti anni fa, si mangiava solo agli orari canonici ovvero dalle 12 alle 14 e dalle 19 alle 23. Se volevi mangiare fuori orario, occorreva accontentarsi di un pezzo di pizza. Il che non era male comunque!
Seduti al ristorante o in trattoria, preferibilmente all’aperto visto il clima di Roma, non può certo mancare un ricco piatto di pasta. Pecorino. Tanto pecorino. Nell’anima del piatto come in una cacio e pepe o a guarnizione, abbondante, per gli altri.
Pecorino. Pecorino e ancora Pecorino. Romano dop? Vallo a capire….
Difficile alzarsi da tavola senza una sensazione di arsura in gola. Complice la sapidità del Pecorino Romano. E dire che anche nelle ricette che si trovano sul web c’è sempre indicato di fare attenzione alla salatura della pasta vista la sapidità del formaggio.
Nessuno si è mai posto la domanda: ma perché diavolo un formaggio del genere debba essere così salato?
In realtà uno se l’è posta. Rocco Lutrario, fondatore e gestore, insieme alla figlia Priscilla, di Cibaria. Parlare con Rocco è tornare indietro nel tempo a quella Roma che non c’è più. Alla integrità delle persone. A quegli odori e sapori che caratterizzavano le strade. Alla vita di un tempo.
Il racconto di Rocco è di quelli pacati e gentili. Come il suo animo.
Con le sue parole mi trasporta negli anni sessanta del secolo scorso quando, a 17 anni, inizia a lavorare come fatturista in una azienda di medicinali a Monteverde vecchio. Così si faceva all’epoca. Occorreva lavorare per sbarcare il lunario. Per crearsi un futuro. Il boom economico andava assecondato non certo ostacolato. La sera o a pranzo scendevo a Trastevere per mangiare. Venivo dai Castelli e occorreva nutrirsi. Li sentivo gli odori veri di una volta specialmente del pecorino prodotto a nord di Roma e in provincia di Latina nell’agro pontino. Rocco conobbe la cucina romana degli osti esperti. DI quelli che cucinavano con sostanza e tradizione servendo i loro piatti in quelle osterie in gran parte rimaste come all’ora. A Roma trovare un locale rinnovato rispetto a quei tempi è una impresa. Il “romano” li ama così e per i turisti è una manna. Tutti avevano il problema di gestire un prodotto salato e grasso. Noi siamo in una splendida zona sul lago di Castelgandolfo. All’epoca si vangava e si lavorava duro. Tornavano a casa e la necessità per i lavoratori era reintegrare quanto consumato con le fatiche della giornata: grasso e salato. Oggi esce poco e bisogna rimettere poco. La tradizione romana affonda le sue radici proprio tra i lavoratori dell’agro. Tra quelli che dovevano mangiare in maniera robusta perché robuste erano le fatiche. Il grasso del guanciale, il salato del pecorino tanto per intenderci. Rocco non amava molto il suo lavoro nell’azienda farmaceutica. Quel vendere medicine lo considerava poco onorevole. Come dargli torto in fondo!
Quando ha 25 anni, si licenzia e inizia a fare il rappresentante di saponette. Già qui si denota lo spirito di intraprendenza di Rocco. Certo, siamo nel boom economico e trovare lavoro piuttosto che inventarsene uno non è complicato. Ma la voglia di rimboccarsi le maniche e di lavorare la devi avere. Rocco ce l’ha e tanta. Battendo il marciapiede arriva ad avere oltre 600 clienti.
Nei suoi giri non può non imbattersi nei mille rivoli della vita di Roma di quei tempi con tutti i suoi artigiani e commercianti. Le alimentari ad esempio. Di queste rimane affascinato tanto da capire che potevano far parte del suo futuro. Acquista un piccolo magazzino dove stoccare la merce e cambia dalle saponette al cibo. Facevo le fatture di notte con una Olivetti a manovella. Ognuno di noi pensa che o è di famiglia e mio padre faceva il sarto dunque non ne parliamo neanche oppure occorre avere fortuna. Ho conosciuto un mentore. Uno di quelli che già praticava negli anni 40 il concerto di slow food. Vide la mia voglia di fare e di come lo facevo e si innamorò di me. Mi vendeva anche dei prodotti come parmigiano, alici, prosciutto. Me li spiegava sempre con tanti particolari. Iniziò insomma una collaborazione che fu la mia scuola di specializzazione. Ero bravo a vendere ma non avevo emozioni. Guadagnavo si. Ero contento si ma senza emozioni. L’emozione iniziò quando vendetti un prodotto che non si vendeva in zona e mi venne riordinato. Hanno creduto in me, pensai. Rocco si fa strada nel mondo del food. Vende quanto serve alle alimentari romane per servire i loro clienti. Merce buona. Cibo buono. Inizia anche una intensissima collaborazione con Reggiani che produce il prosciutto di Bassiano, collaborazione che dura ancora oggi. Non sono mancati i consigli di uno che lavora sulla strada. Roma è diversa e ha bisogno di meno sale gli dicevo. Una collaborazione che è stata volta a migliorare e continuare. Cordialità di rapporti. Inizia poi una collaborazione con Malandrone, per un Parmigiano dalla lunga stagionatura (fino a 120 mesi). Un “sognatore” come lo definisce Rocco, capace di produrre un prodotto unico nel panorama nazionale.
Rocco, che non sta fermo un istante, intuisce anche le potenzialità di un altro prodotto: il baccalà. Solo che quello che si trova in giro è salato. Tanto salato che se non lo si lascia a bagno per giorni (cambiando pure spesso l’acqua) è immangiabile. Conosce Riccardo Monti che con i suoi fratelli e la Food Import importano pesce essiccato. Sul baccalà abbiamo iniziato a collaborare con la Food Import. Ormai collaboriamo da 45 anni . Abbiamo realizzato un prodotto dissalato primi in Europa. Arriva anche nei supermercati e nella ristorazione con l’1% di sale. Il piacere di mangiare qualcosa di unico. Senza problema e senza sale. C’era necessità di averlo perchè solo se hai un ascendente caprino serve sale? Lo si mette dopo magari. Negli anni la sperimentazione di un costosissimo processo ha però permesso alla Food Import di essere i leader in questa tecnologia. Riccardo veniva a Roma e affinavamo il processo. Rocco ricorda anche di quando venivano a Roma i produttori che rappresentava e gli chiedevano di portarli a mangiare la “cofana di Amatriciana”. Andava tutto bene e, sempre come si dice a Roma, “se la scofanavano tutta”. Peccato che poi il mattino dopo li ritrovava con gli occhi di fuori. Ho svuotato il frigorifero. Ma sto cazzo di sale! Non c’avete un pecorino con meno sale. Non lavoravo il pecorino perchè non mi piaceva. Il Pecorino Romano si produce tipicamente nel Lazio, in Sardegna e in Toscana a Grosseto. La produzione annua si attesta sui 280/300 quintali e quasi metà se ne va negli USA per essere usato principalmente come taglio di altri formaggi. Un formaggio che tipicamente è molto sapido. Priscilla ed io eravamo stati invitati alla inaugurazione di Eataly a Parigi dove abbiamo conosciuto l’ambasciatrice italiana. Era aprile e a giugno ci sarebbe stata una sorta di esposizione per imprenditori francesi. Quando lei ha assaggiato il nostro pecorino e parmigiano ha fermato il suo codazzo per prendere i nostri recapiti “Ho assaggiato cose straordinarie e vorrei che il 2 giugno fossero nostri ospiti per presentare i loro prodotti. Prodotti di questo genere che rappresentano l’Italia al massimo livello qualitativo devono essere fatti assaggiare. Non possono mancare”.
Così ci siamo trovati con 1800 persone che ci hanno massacrato perché non facevano altro che chiederci da dove venivano questi prodotti. Rocco lo dice con una punta di orgoglio. Così come con orgoglio parla di sua figlia Priscilla. Nella vita bisogna essere fortunati. Nel lavoro e nella moglie. Se si ha la fortuna di avere figli come Priscilla è il massimo Lo dice a tutte e tre. Tre sorelle ma solo Priscilla impegnata in azienda come Direttore Marketing.
Ma ritorniamo al pecorino e alla sua nascita.
Rocco si mette alla ricerca di qualche pastore produttore che abbia voglia di realizzare qualcosa di diverso. Meno ma molto meno sale di quello che fino ad allora c’era sempre stato.
Un pastore “intelligente e sensibile” lo trovano. Di quelli che però ti devono mettere alla prova. Un pò perché non si fidano del primo che arriva. Un pò perché Rocco gli chiede qualcosa che va oltre. Mi ha capito al volo dicendo “Ci chiedete di cambiare la ricetta che da secoli portiamo avanti? Si. Allora mi ha guardato e ha detto: “ci date fiducia”. Una svolta che consente a Rocco di realizzare il pecorino Cibaria. Fiore all’occhiello e vanto di tutta la produzione poiché davvero straordinario. Così tanto che anche altri produttori iniziarono a seguire questa svolta.
Al pecorino, al prosciutto di Bassiano, al baccalà e al Parmigiano, Cibaria (questo è il nome della ditta che Rocco fonda nel 1976) aggiunge al suo catalogo di prodotti di eccellenza da distribuire anche altro. Sempre orientati al basso contenuto di sale per esaltarne i sapori e ritornare a far scoprire quelli di un tempo. Abbiamo connotato i nostri prodotti con bassa salinità. Per il salumi non è l’1% come il Pecorino ma rispetto ai prodotti in giro c’è il 30% in meno di sale. Attenzione alla qualità delle carni e dei prodotti. Noi trattiamo solo ed esclusivamente carni di origine nazionale lavorate entro due giorni ma sempre conservate a freddo. Ricette di tutto rispetto per sentire il salume nostrano del Lazio e di Roma. Il piacere di una volta. Con carni superiori a quelle di una volta. Controlliamo anche il grasso che ci deve essere in una giusta misura per dare sapore. Senza grasso e di origine estera non possono dare sapore anche con la lunga stagionatura. La salumeria romana ha una lunga tradizione anche se poco nota. Non si sono mai fatti grandissimi prodotti perché, crocevia di mille tradizioni, non ha fatto altro che importare prodotti altrui. Qualche salsiccia secca o piccante magari e la spianata ovvero un salume ottenuto attraverso una prima parte della stagionatura con un peso sopra (da cui spianata). Dopo tre anni di sperimentazioni e prove abbiamo l’anno scorso creato la perfetta spianata romana, simbolo della tradizione romana. Così come una mortadella alla quale non aggiungiamo grasso. In genere lo si aggiunge ma noi non lo facciamo per dare ai nostri clienti qualcosa di unico. Nasce per la salumeria il brand “San Rocco” che affianca Cibaria come marchio di proprietà. Due brand nati in epoche diverse perché come dice Rocco La nostra ditta non nasce con progetti fatti a tavolino. Nel caso di San Rocco, avevamo pensato a tutto tranne che al nome. Poi, prima di spedire i primi prodotti ci fu la necessità di un collarino con il nome del marchio chiesto dal cliente. La vestizione era l’ultima cosa alla quale avevamo pensato. Allora il tipografo disse: aò te chiami Rocco, mettiamo San Rocco. Rocco non si ferma mai. Con le sue idee travolge Priscilla che a sua volta ha portato in azienda un punto di vista diverso. Quello di una consumatrice moderna, una donna, una mamma che deve fare la spesa. Tempi e quantità diverse per adattare il brand alle esigenze dei consumatori. Cibaria si rivolge maggiormente alla ristorazione ma sempre con un occhio attento alla distribuzione selezionata. Penso di dare un punto di vista differente e più contemporaneo. Sono una mamma con due bambini piccoli che fa la spesa alle sei di sera al supermercato. Deve essere una spesa veloce. Il cliente finale cosa vorrebbe? Mi faccio queste domande. Packaging differenti? Comunicazioni differenti. Mi guardo attorno e mi confronto con Rocco per capire cosa accade se facessimo le cose in maniera differente. Una domanda in più. Lavoravamo la spianata in maniera bellissima ma era di due kg. Abbiamo deciso di farla più piccola per renderla più gestibile. In due riusciamo a stare sempre di più al passo. Lui mi ha insegnato tutto anche se ogni due per tre esce qualcosa di nuovo. Nel futuro l’idea è di allargare ancora il portafoglio della salumeria romana con qualche ulteriore prodotto o il modo per presentarlo. Così come un Pecorino Romano Dop di montagna per il quale Rocco sostiene che sarà un tuffo al cuore per chi lo assaggerà. I parametri per un prodotto cibaria sono complessi. Tutto deve seguire la nostra filosofia. Nel nostro magazzino anche il più piccolo vasetto di alici ha un motivo per stare li. Tutto questo è Cibaria. Una bella, bellissima realtà guidata dal tandem Rocco e Priscilla con un team davvero incredibile. La nostra squadra è magnifica e con persone motivate. I nostri agenti sono motivatori. Sono tutti coinvolti ma se dovessimo immaginare un incremento dell’organico, avremmo problemi. Torna l’annoso problema di trovare personale che sappiano, così come fece Rocco, rimboccarsi le maniche e partire dal basso. L’esempio non vale per chi resta sul divano.
Poco importa almeno per ora. Grazie al grande affiatamento e alla grande umiltà di Rocco e Priscilla, sono certo che tra due anni Cibaria festeggerà i 50 anni di attività. Non so dire se in maniera sfarzosa o sobria. Di sicuro ci saranno tanti salumi e tanto pecorino. Ma non abbiate paura, non avrete sete il mattino dopo! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969