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9 Aprile, 2024

Vignamaggio: sintonia con la natura

Realtà come Vignamaggio non possono assolutamente mancare nel nostro bagaglio di conoscenza, ecco perché ve la racconto oggi. Adagiata sulle colline del Chianti, tra boschi e ruscelli, Vignamaggio rappresenta un grande giardino dove il vigneto è parte integrante di un sistema agricolo biologico in cui uomo e terra vivono in sintonia in una comunità sostenibile, reinterpretando la tradizione policolturale delle tipiche fattorie toscane. Una tenuta di 400 ettari tra Greve e Panzano in Chianti, patrimonio condotto a regime biologico che si integra con il paesaggio circostante all’interno di una visione policulturale e che, oltre alla centralità del vino, comprende la cura del bosco, gli uliveti, i cereali, gli orti, l’allevamento di maiali di Cinta Senese e di pecore. Osservando il loro marchio si possono scorgere tutti questi elementi, infatti insieme alla Villa, simbolo di accoglienza e dell’offerta di ospitalità che offre Vignamaggio, ci sono la vigna, il giardino riqualificato, gli olivi, simbolo della produzione storica, e i cereali, rappresentativi della diversificazione colturale, tutti a testimonianza della molteplice attività dell’azienda. Oggi Vignamaggio è un microcosmo produttivo retto da un ecosistema autosufficiente: un laboratorio di biodiversità che pensa al presente per progettare il futuro di un’agricoltura sostenibile, il più possibile varia e interconnessa. Le cantine quattrocentesche della villa di Vignamaggio costituiscono il punto di partenza di un lungo percorso cominciato più di 600 anni fa. Oggi Vignamaggio è una fattoria biologica con una cantina all’avanguardia e produce vini di alta qualità, esprimendo le peculiarità dei diversi terroir della tenuta. La prima attestazione della produzione vitivinicola a Vignamaggio risale al 1404. In una pergamena dell’epoca venuva pianificava l’utilizzo delle botti vuote a disposizione e stabiliva quanto vino elargire all’assetato destinatario della lettera. I vigneti di Vignamaggio coprono una superficie di oltre 70 ettari, coltivati secondo i principi dell’agricoltura biologica. Sangiovese, Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Malvasia Bianca e Trebbiano costituiscono i vitigni principali della tenuta, ma un particolare riguardo è stato rivolto al recupero di alcune varietà di viti locali come il Canaiolo nero e il Mammolo. Nella cantina di Vignamaggio si svolge tutto il processo di vinificazione, dalla selezione delle uve raccolte all’affinamento del vino in barriques e in grandi botti di rovere. Durante la vendemmia, sulla terrazza superiore, che costituisce il tetto della cantina stessa, vengono selezionate le uve; da qui esse scendono per caduta nei serbatoi in acciaio sottostanti, dove inizia il processo di fermentazione. Vignamaggio è una delle più antiche aziende agricole d’Italia, annoverata tra le aziende fondatrici del Consorzio del Chianti Classico, di cui è ambasciatrice nel mondo con i suoi prodotti d’eccellenza tra cui il Chianti Classico Riserva Gherardino e il Gran Selezione Monna Lisa. Il nome del CHIANTI CLASSICO DOCG RISERVA GHERARDINO è dedicato a Gherardino Gherardini capostipite della illustre casata che edificò Vignamaggio nel XIV secolo. Questo vino viene prodotto con uve Sangiovese per l’80-90% e Merlot per il 10-20%. Dopo le fasi di raccolta e vinificazione, si effettua un affinamento di circa 18-20 mesi in botti e barrique di rovere. Le uve provengono dai vigneti del Prato (Ovest), Solatio (Sud-Ovest) e di Querceto (Ovest/Sud-Ovest). Il CHIANTI CLASSICO DOCG GRAN SELEZIONE MONNA LISA: la villa rinascimentale di Vignamaggio è opera della famiglia Gherardini, la cui fama è legata alla figura leggendaria di Monna Lisa de Gherardini, la celebre Gioconda ritratta da Leonardo da Vinci tra il 1503 e il 1506. Folclore e storia si fondono e confondono nei secoli a venire: l’assonanza tra Via Maggio a Firenze (luogo di nascita di Monna Lisa) e Vignamaggio, unita al paesaggio ritratto da Leonardo, hanno portato molti a ritenere erroneamente che la Gioconda fosse nata qui. Per questa ragione, ancora oggi, la figura della Monna Lisa è legata a Vignamaggio, che ha voluto dedicarle questo vino. Il Chianti Classico Gran Selezione viene prodotto solo nelle annate migliori, con le uve aziendali provenienti dai vigneti più vocati, ovvero quelli del Prato (Ovest), Solatio (Sud-Ovest) e Querceto (Ovest / Sud-Ovest). L’uvaggio è costituito da Sangiovese per il 95% e da Cabernet Sauvignon per il 5%. Il vino è affinato in parte in barriques di rovere francese per 18-20 mesi e in parte in botti più grandi. L’affinamento complessivo minimo è di 30 mesi, di cui almeno 6 in bottiglia. Di grandissimo pregio anche le espressioni internazionali di Vignamaggio. IGT TOSCANA ROSSO CABERNET FRANC DI VIGNAMAGGIO è un vino storico dell’azienda, il Cabernet Franc di Vignamaggio viene prodotto con uve provenienti da viti di oltre quaranta anni, riscoperte per caso negli anni ’90 nei vigneti Solatio (Sud-Ovest) e Orto (Est). Il vino che si ottiene sfugge agli schemi tradizionali, infatti le bassissime produzioni per pianta e il clima piuttosto caldo della zona, rendono questo vino pieno e ricco di tannini eleganti. Il vino è affinato per 18-20 mesi in barriques di rovere francese, in parte nuove e in parte di secondo impiego, per poi proseguire con un lungo affinamento in bottiglia. L’IGT TOSCANA ROSSO MERLOT DI SANTA MARIA: Dopo oltre 25 anni di coltivazione del Merlot a Vignamaggio, l’azienda ha deciso di dedicargli un cru, espressione del vigneto migliore chiamato appunto Santa Maria a Petriolo, situato poco distante dalla Villa ed esposto ad ovest. Il Merlot di Santa Maria unisce alle note fruttate del vitigno, l’eleganza e la freschezza tipiche di Vignamaggio e del territorio di Greve. Il vino è affinato per circa 20 mesi in barriques di rovere francese, in parte nuove e in parte di secondo impiego, e successivamente per almeno 6 mesi in bottiglia. I vini di Vignamaggio vogliono esprimere l’essenza stessa di questo territorio con l’obiettivo di trovare persistenza, colore, equilibrio, profumo e storia, in un unico sorso, vini da non perdere e che non possono mancare nel vostro bagaglio di conoscenza! Vignamaggio: storia e qualità in sintonia con la natura A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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8 Aprile, 2024

Franchini, il vino tra i mosaici

Un viaggio sensoriale che celebra la cultura del vino e la bellezza del territorio veronese Nella pittoresca cornice della Valpolicella, dove il verde dei vigneti si estende a perdita d’occhio e le colline si susseguono in un abbraccio armonioso, sorge la Cantina Franchini. Un’oasi di pace e di tradizione, dove il tempo sembra rallentare e l’anima si lascia incantare da un’esperienza sensoriale unica e indimenticabile. I mosaici di Villa Franchini: un tuffo nella storia e nella cultura romana Varcando la soglia di Villa Franchini, si viene immediatamente rapiti dalla bellezza dei mosaici di Cortesele. Un tesoro archeologico di inestimabile valore, risalente al IV secolo d.C., che offre una finestra preziosa sulla vita quotidiana, le attività agricole e la cultura vitivinicola dell’epoca romana. Scene di caccia, di vita quotidiana e di mitologia si dispiegano in un tripudio di colori e di forme, raccontando storie di uomini e di donne, di divinità e di creature fantastiche. Le tessere di pietra policroma, disposte con maestria e precisione millimetrica, creano un effetto di vivacità e di realismo che lascia senza fiato. Un legame indissolubile tra uomo e terra: le radici profonde della tradizione vitivinicola Ogni mosaico è più di una semplice opera d’arte: è una testimonianza tangibile del profondo legame che da sempre unisce l’uomo alla terra in questa zona. Le scene raffigurate, infatti, celebrano la dedizione al lavoro agricolo, la fatica e la passione che si celano dietro ogni bottiglia di vino. La filosofia Franchini: un terroir unico che si esprime in vini pregiati La stessa filosofia che anima la cantina Franchini, dove la cura artigianale e il rispetto per la natura si traducono in vini pregiati e di grande personalità. Dalle uve autoctone della Valpolicella, come Corvina, Rondinella e Molinara, nascono Amarone, Recioto, Valpolicella e Ripasso, vini che racchiudono in sé l’essenza del territorio e la maestria di una famiglia di vignaioli. Un’eredità di generazioni che si tramanda di padre in figlio, un sapere antico che si rinnova di anno in anno, in un costante dialogo tra tradizione e innovazione. Degustazione storica: un itinerario emozionante tra arte e sapori La degustazione storica proposta dalla cantina Franchini è un vero e proprio viaggio nel tempo e nel gusto. Un’occasione imperdibile per assaporare i vini pregiati della Valpolicella accompagnati dalle affascinanti storie raccontate dai mosaici. Un percorso emozionante che coinvolge tutti i sensi, alla scoperta di un territorio ricco di storia, cultura e sapori autentici. Un’esperienza unica che si snoda tra le suggestive sale della villa, dove i mosaici incorniciano le degustazioni, e la cantina, dove il fascino della tradizione si mescola alle moderne tecnologie di produzione. Un’esperienza da non perdere per gli appassionati di vino, di storia e di bellezza Che siate appassionati di vino, di storia o semplicemente di arte e cultura, la degustazione storica della cantina Franchini è un’esperienza che non dovete perdervi. Un’occasione unica per immergervi nella bellezza della Valpolicella, per conoscere la storia millenaria della viticoltura locale e per degustare vini di altissima qualità. Oltre il vino: un’immersione nella cultura e nella tradizione veronese Franchini non è solo una cantina, ma un luogo dove la tradizione si fa esperienza viva. Un luogo dove il fattore umano e la passione per il vino si traducono in un’accoglienza calorosa e in un’atmosfera familiare. Un luogo dove il tempo sembra rallentare e dove ci si può perdere tra i profumi e i sapori di una terra autentica. Un invito a tutti gli appassionati Se siete alla ricerca di un’esperienza che vada oltre il semplice assaggio di un vino, se desiderate immergervi nella cultura e nella storia di un territorio unico, allora la cantina Franchini vi aspetta. Lasciatevi guidare dalla passione e dalla genialità italiana, per un viaggio indimenticabile tra mosaici e vini pregiati. Un’esperienza che arricchisce l’anima e il palato, un ricordo indelebile che vi accompagnerà per sempre.     Cristina Mascanzoni Kaiser Titolare di WineHO ® www.wineho.it Autrice di “Wine Hospitality – Quando il fattore umano e la genialità Italiana cambiano il marketing” Mi trovi su Instagram    
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6 Aprile, 2024

Aprile, aprile, ogni goccia fa barile!

Questa volta, sono entusiasta di condividere con voi un articolo un po' diverso dal solito. Piuttosto che raccontare di una visita in cantina o di un evento enoico specifico, ho il piacere di introdurvi a una selezione di etichette che ho personalmente gustato e apprezzato enormemente.
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5 Aprile, 2024

Michele Petri. Tra i grandi Supertuscan, ci sarà il mio

Cosa facevo io a 25 anni? Ero a Torino a lavorare da mamma Fiat. Come ingegnere, ancorché aeronautico, lavorare per Fiat era un onore. Bellissimo periodo della mia vita. La prima esperienza lontano, l’addio a casa di mamma e papà, la grande città dove tutto è nuovo e bello, un lavoro fantastico, dei colleghi accomunati dagli stessi obiettivi. Insomma una vera figata. Anche perché andavo in giro a scoprire il mondo. Non solo Torino.
Il ragazzo che ero voleva conquistare il mondo. Aveva il carattere e la preparazione per farlo. Aveva l’energia e la voglia. Aveva soprattutto il tempo per farlo. Michele Petri ha anche lui 25 anni e il suo obiettivo è quello di portare i suoi vini allo stesso livello di quelli più blasonati. Vorrei arrivare che tra i grandi Supertuscan ci sia anche il mio. Per ora è un segreto. Non credo sia impossibile ma credo che la strada sia tanta. Guadagnare, vivere bene, avere una vita felice. Certo. Ma la soddisfazione lavorativa è pensare che c’è il Sassicaia, il Solaia, il Tignanello, l’Ornellaia e poi il mio. Questo mi scalda il cuore. Sognare non costa nulla. Sognare è qualcosa che se manca rende la vita piatta e stanca. Il sogno invece arde dentro di noi e ci porta a lavorare per questo. In maniera forte e determinata. Senza patemi magari ma lottando per raggiungere un risultato. Senza questo cosa saremmo se non persone che affrontano l’oggi solo perché passi? Michele ha solo 25 anni. Terzo di tre figli (Sofia e Pietro) è quello che si potrebbe definire figlio d’arte. Papà Alessandro è agronomo e prima di mettersi a fare il docente all’istituto agrario di Portoferraio è stato per oltre trent’anni il responsabile agronomo di Tenuta San Guido. Non “uno qualsiasi” insomma. Mamma Anna, agronoma pure lei, tiene in piedi la tenuta di famiglia, Azienda Agricola Lombardi Anna in quel di Suvereto (LI): 4 ettari e mezzo di vigna, 8 di uliveto, 4 di seminativo. Tanto per non farci mancare niente anche Sofia è agronoma e adesso cura l’uliveto.
Cosa può studiare uno che proviene da una famiglia del genere? Enologia ovvio! La terra che lavoro io è di mia madre. Arrivata a lei dal nonno che l’aveva comprata ad un’asta giudiziaria. Nicolò Incisa della Rocchetta, il terzo genito di Mario chiese di impiantare dell’uva a casa nostra. “Abbiamo bisogno di uva per fare le difese. Te la pianteresti a casa tua?”
Mio padre era interessato. Più che del vino della vigna e della sua coltivazione. Si decise di piantarla. La vera colonna portante era mia madre che da sola coltivava tutto per tutto l’anno dedicato. Per me era una cosa eroica. Con una famiglia così (solo Pietro ha scelto di fare altro, il musicista) non puoi che respirarla la vite ed il vino. Magari può non piacerti a tal punto che vuoi scappare. O puoi innamorartene perpetuamente così da far diventare l’amore, la tua stessa vita. E se fossero entrambe le cose? Facevamo poca roba a livello di casa. 300/400 bottiglie. Mia zia ha 12 figli. A natale siamo in 50 e serviva il vino. Così mi sono appassionato alla vera enologia. Vedere l’uva nel tino, la fermentazione roboante che però da vita a qualcosa di elegante. Mi affascinò. In casa mia si è sempre parlato di vino e papà portava a casa anche vino dalla Francia. Anche se i princìpi a casa ci facevano stare sempre con i piedi per terra. I valori erano alti. A 14 anni Michele non può che stare in cantina con il papà. Ve li immaginate padre e figlio a sperimentare, provare? Un modo per legare. Per creare un rapporto meraviglioso, quel legame padre-figlio che può diventare indissolubile. Michele, come tanti ragazzi nella sua stessa situazione, impara, si pervade di una cultura che diventa sua. E cresce. Io spendo tanto in vino. Se trovo un Sassicaia me lo compro. Per fare un vino super devi assaggiare vini super altrimenti non hai in bocca il gusto di ciò che deve i creare. L’intelligenza di Michele arriva a fargli capire che se vuole essere annoverato tra i grandi del vino deve prima conoscerli. Non si può e non si deve essere autoreferenziali. C’è bisogno di confrontarsi. Lavorando e lavorando tanto. Il lavoro è un modo di unire le persone. Come toscani non andiamo sempre d’accordo ma la visione è la stessa. Fare un prodotto eccellente che rispetti le cose dette. Facciamo 6000 bottiglie e non vogliamo prendere in giro nessuno. Io mio occupo della parte di cantina e di commercializzazione. Faccio tutti i processi di cantina. Faccio le pubbliche relazioni. Poi manovalanza quando ce ne è bisogno. Siamo una cantina familiare. Bisogna fare le cose manuali. Forse non tutti capiscono cosa voglia dire lavorare in vigna ma quando entri in un vigneto e in fondo alla fila ti giri e vedi tutto sistemato pensi: questo l’ho fatto io. Ti stai prendendo cura di qualcosa. Questo è legato alle persone che usufruiranno del tuto prodotto. Questo è il bello. Un ragazzo molto maturo per la sua età. Si racconta con un tono che sa di gioia nell’avere qualcuno cui poter raccontare di ciò che prova. Sa che quello che lo aspetta è un percorso lungo e faticoso. Ma ce la può fare. Ha il tempo e la voglia dalla sua. Mamma ha 61 anni. È una vita che spero continui per poco. Se stai in ginocchio in vigna il fisico ti dice basta. Papà insegna all’agrario a Portoferraio. È un divulgatore per eccellenza. Non sa stare zitto. Deve cercare qualcosa dove la gente lo ascolta. Poi aiuta in cantina. La cosa che mi spaventa è che ha sempre dato molto spazio. Quando vado a chiedere un consiglio mi dice “fai te”. Questo fai te un pò me la fa fare sotto. Vuol dire sia “mi fido di te” sia “sei grande e la responsabilità” è tua. Ho fatto i miei errori, ho avuto le mie delusioni, ho detto basta questa cosa non la faccio più, rinuncio e punto a capo sono qui a combattere. Michele fa il capo scout. Ha a che fare con ragazzi dagli undici ai sedici anni. Li, nella filosofia di di Robert Baden-Powel gli scout sono un posto dove non solo si può sbagliare, ma si deve. Perché nella vita in ogni luogo dove si sbaglia, c’è una conseguenza, cosa questa che non ti fa vivere serenamente. Come puoi imparare se c’è sempre qualcuno o qualcosa che ti penalizza? Negli scout ti si insegna a sbagliare. Anche se quando sbaglio mi lecco le ferite e riparto. Michele ha imparato in poco tempo che in cantina il suo non deve essere una invasione ma una osservazione. Lasciar parlare il vino mettendosi da parte. Quando c’è bisogno del mio intervento, intervengo. Se le barrique sono buone, i batonnage sono giusti, le proteine sono giuste, non c’è molto da fare. Aggiungere qualcosa vuol dire che non si è fatto un buon lavoro prima e non è il terroir che parla ma l’enologo. Ammazza che maturità questo ragazzo di 25 anni. Non vuole scorciatoie ne le cerca. Perché non è con le scorciatoie che si arriva prima. Voler fare un vino di eccellenza non è una gara a tempo. È una competizione sulla lunga distanza. Più con se stessi che con il mondo intero. Anche se è questo che deve poi giudicarti. Io ho filosofia di farmi da parte. Mi sento un dottore per il vino. Se il paziente sta bene non lo devo curare e lui va alla grande. Se sta male tocca intervenire perché stai facendo bene al vino e a le tue tasche. L’importante è che ci sia il terroir. Sono importanti le persone senza però che mettano la propria l’impronta. Dei custodi di ciò che ci è stato dato. Alzo le mani dianzi ad un simile pensiero. Non è quello di un ragazzo di 25 anni. Non può essere. È davvero intenso. Intenso e incredibilmente vero. Ha in se quella consapevolezza che non è superbia. Il suo modo di parlare è di quelli entusiastici di un ragazzo di 25 anni. Modestia e tanta voglia di cimentarsi. Lavorando e sudando.
Michele capisce anche che lavorare solo nella sua azienda non gli fa bene. Ha bisogno di altro per crescere. Confrontarsi non basta. Deve e vuole imparare. Non fosse altro perché la teoria dell’Università necessita di un pò di sana pratica. Mi sentivo un bambino sperso. L’unico modo che potevo fare era mettere le mani in pasta e capire come funziona. Mi sono così fatto sei mesi di esperienza alle Ripalte all’Elba. Uno dei soci è Piercarlo Meletti Cavallari che ha inventato il Grattamacco ed è uno dei fautori della doc Bolgheri. Poi sono andato da Casadei a Suvereto. Ho fatto il cantiniere. Stare accanto ad enologi importanti è stato importante perché mi sono reso conto che fare l’enologo professionista non è una cosa che mi interessa. Te pensa che nel mio anno eravamo in 70 e se ne sono laureati 30. Un enologo può tenere anche 60 cantine. Una jungla. È una vita che non mi appartiene. Non mi interessa risolvere i problemi alle cantine o mettere una mano per farli diventare buoni al pubblico. Io voglio fare buoni vini. Non oso dire grandi perché la strada è lunga. Un padre importante nel mondo del vino. Una madre con tanta esperienza. Una sorella maggiore che potrebbe supportarlo. Invece Michele sceglie di andare a fare una esperienza fuori dall’azienda. Un misto di paura e voglia di crescere. Paura di non essere all’altezza della sua famiglia. Paura di fallire. Paura di non riuscire.
Andare all’Elba vuol dire lontano. L’isola mette il mare tra lui e casa. L’isola non consente di tornare quando si vuole.
Nonostante ciò, Michele deve tornare perché la responsabilità della cantina comunque è sua e solo sua. Rientravo una volta a settimana dall’Elba e facevo i travasi. Ho cercato di stargli dietro il più possibile. Cosa è mancato? Il batonnage giornaliero. Piccole accortezze che forse danno una marcia in più. Non è stato particolarmente destabilizzante per il prodotto perché i miei genitori mi hanno dato una mano. Tenere mano ai travasi è complesso ma bello. Serve che sai le cose con cognizione di causa altrimenti devi seguire la scheda. Oppure puoi giocare sapendo le cose. Un ragazzo come Michele è veramente da lodare. Ha fatto le sue scelte con uno scopo ben preciso in testa. La paura gli è rimasta e probabilmente gli rimarrà sempre. Ma ha dalla sua sani principi e dei genitori che hanno saputo instradarlo correttamente. Consentendogli di sbagliare e di decidere, da se, del proprio futuro.
Adesso è consapevole. Sa cosa succede. Ha capito che senza esperienza, ma anche senza studio, manca comunque qualcosa. Adesso sono estremamente più pronto. Anche più sicuro di cosa devo fare. È stato un anno complesso perché lavorare dipendente vuol dire prendere pochi soldi. Sono ambizioso e voglio molto di più dalla mia vita. “Ma a me cosa piace?” mi sono iniziato a dire. Mettermi in gioco anche se sono un vero “cagasotto”. Ma ho voglia di sfidarmi. La risposta era a casa. Son fuggito da casa per sapere di più. Poi mi sono reso conto che il fallimento è solo una ripartenza. Me ne sono andato per paura. Ma anche per imparare. Se me ne fossi andato per imparare sarei andato vicino casa. All’Elba era più per scappare. In questo la grande maturità di un ragazzo che di vendemmie dinanzi a se ne ha davvero tante da fare. Vendemmie così come tanto altro. Perché Michele sa che oltre a produrlo il vino, occorre anche venderlo. E li ha molto ma davvero molto da costruire.
Le idee comunque sul futuro sono chiare. Piccoli passi da compiere ma sicuramente chiari. Il vigneto ha un anno meno di me, 24 anni. Andrebbe con calma espiantato e rifatto. La qualità che facciamo è ottima. Si potrebbe far di più ma abbiamo paura che non porti bene a maturazione l’uva. Ci sono poi altri 4 o cinque ettari da piantare. Che pianteremo alla grande. Piano piano. Siamo tutti molto bravi a livello tecnico ma a livello commerciale siamo disastrosi. Abbiamo ripiantato 2.5 ettari di Cabernet Sauvignon che entra in produzione quest’anno. Poi abbiamo un Syrah che ha bisogno di essere ripiantato. Facciamo il rosato al quale tengo particolarmente perché è stata la mia tesi di laurea. Il rosato è il vino nostro più bello poiché particolare. Tre i vini in lista. Ancora magari pochi ma di assoluto spessore e identità.
Il rosato, La dama del lago da Syrah è assolutamente particolare forse anche grazie al suo periodo di immersione nel lago (dopo la fermentazione viene messo in damigiane sigillate e via, giù nel lago!).
Le gatte bigie è un blend Cabernet Sauvignon e Merlot con 18 mesi di affinamento. Potrebbe essere tranquillamente un DOCG Suvereto ma la caoticità di Michele si è un pò persa nelle questioni burocratiche (come non comprenderlo”).
Infine Le rotte del vento, un blend di Cabernet Sauvignon e Merlot che, insolito in Toscana, affina in anfora. Sul mio blog la recensione completa di questa chicca. Una scelta quella dell’anfora per puntare a rendere qualcosa dall’anima bordolese, più tagliente. L’altra parte del nostro piano prevede che il terreno che abbiamo a Segalari, sopra Bolgheri. È in una delle zone più belle di Bolgheri con l’altitudine che Mario incisa aveva pensato. Uno dei miei sogni è di poter creare lavoro. Mi preme molto. Vediamo se arriverà. Nella mia idea futura vorrei aprire una enoteca di vini di pregio. È tosta ma voglio farlo. Michele Petri. 25 anni. Vignaiolo. Segnatevi su un taccuino questo nome perché nel giro di dieci anni ne sentiremo parlare. I vini che ho avuto il piacere di assaggiare lasciano presagire uno sviluppo degno di nota.
Segnatevi questo nome, sentite a me. Michele, capisco che hai tante cose che magari ogni tanto ti provocano affanno ma cerca sempre di pensare che occorre mettere proprio le cose da fare, una dietro l’altro. Come una fila di formichine che si aiutano reciprocamente. Una cosa dopo l’altra. In fila, fanno meno paura.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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4 Aprile, 2024

ROSA, ROSATI, ROSÉ la Guida 2024 (by Decanter Wine Academy)

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 16 Marzo, Renato Rovetta e DECANTER WINE ACADEMY hanno organizzato la presentazione alla Stampa e ai Produttori della Guida 2024 ROSA, ROSATI, ROSÉ. Sede dell’Evento il Ristorante Domus Magnanimi di Roma, all’interno del quale sono stati allestiti i banchi d’assaggio destinati ad accogliere il grande pubblico di winelovers intervenuti e organizzate le masterclass dedicate ai Territori più vocati per la produzione di vini rosati. GLI ASSAGGI Oltre 150 le etichette in degustazione a rappresentare da Nord a Sud l’intero stivale italico attraverso un caleidoscopio di interpretazioni “en rose” del vino. Beh, dato per scontato che non avrei mai potuto assaggiare tutto, sono partito da casa con la mia “road map” di degustazioni e…ovviamente ho poi fatto di testa mia. Cioè, non proprio completamente, diciamo che ho deciso di dare priorità a quelle Aziende delle quali fosse presente il Produttore e affidarmi poi all’estro. Cosa ho trovato? Mhhhh…nella mia solita, totale, sincerità Vi dico che m’aspettavo non “qualcosa” ma “MOLTO” di più! Il mondo dei vini rosati sta giustamente cavalcando la moda del momento ma credo che questo non debba essere un alibi per la produzione di vini “omologati”. Accostarsi a un bicchiere dovrebbe essere solo un primo passo, stimolare la curiosità del consumatore all’approfondimento, alla conoscenza di uomini, Storia, storie, Territori. Mi duole invece dire che, in troppi casi, ho trovato anonimato e facili piacionerie di cui il mondo del vino, nel 2024, non ha bisogno. Comunque, bando alle ciance! Di seguito troverete il mio consueto e incompleto “recit de dégustation” oltre ad una personalissima (e forse troppo cattiva) classifica che Vi invito a discutere e confutare (tra l’altro mi sono reso conto di aver “premiato” solo vini di una Regione che non ha una grandissima tradizione di vini rosati). Dategli una letta e correte ad assaggiare! LA “TOP FOUR” LA TOSCANA AZIENDA GUIDO F. FENDI Una giovane (2009) Azienda a conduzione familiare molto attenta al Territorio, piedi ben piantati nella Tradizione ma sguardo rivolto al futuro. TOSCANA IGT ROSATO “CHICCA ROSATO” 2022: 90% Grenache e il saldo di Syrah regalano un naso di respirosa balsamicità, fresco d’agrume e di una menta che sembra quasi di masticare. La fragola ci sta bene e, ben disegnata, s’accosta a friccicori piccanti di pepe rosa. In bocca mette da parte le durezze balsamiche e si concentra sulle succosità fruttate. Fresco e di comparabile sapidità dimostra grande equilibrio e un finale da acquolina in bocca. Da bere ascoltando “DIRTY BOULEVARD” di LOU REED. VALDONICA Proprietà austriaca per questi 15ha di campagna grossetana con vista sulle Isola del Giglio e Isola d’Elba. Vermentino, Ciliegiolo e Sangiovese, produzioni succose che raccontano il Territorio con dovizia di particolari e spirito moderno. VINO ROSATO FRIZZANTE “COCO” 2021: acronimo di COoperazione tra uomini e COllaborazione con la natura (ma a me piace leggerlo come “COCO CHANEL o, in maniera molto più terraterra come il protagonista di un noto film di animazione). Via di mezzo tra la ricercata eleganza di un Metodo Classico e la rustica semplicità di un “rifermentato” si propone con vegetalità così intense da quasi nascondere i colori della frutta accostandole a note di frutta secca. In bocca è spiritoso ma dimostra sostanza, comandano quei lieviti che sottolineano la nocciola ma emergono intriganti piccantezze a prendere per mano i ricordi fruttati. Chiude leggermente fumé lasciandoVi col dubbio di quanto Vi piaccia e, nel dubbio, allungate la mano per chiederne ancora. Da bere ascoltando “GET THE PARTY STARTED” di PINK. POGGIO L’APPARITA Appena un ettaro e mezzo tra le DOC Maremma e Montecucco che da vent’anni raccontano il Sangiovese(anche in bianco). MAREMMA TOSCANA DOC ROSATO “SAN MICHELE N. 3” 2023: un Sangiovese che non si vergogna della propria anima vegetale e la accosta orgoglioso ai piccoli frutti rossi, all’arancia tarocco, al melone, agli sguardi marini, a un tocco di intrigante fumosità. Sorso di decisa sapidità, che la freschezza pareggia a stento ma cui le morbidezze vengono in aiuto. Chiude saporito e invogliante facendoVi allungare la mano. Peccato non averlo assaggiato tra qualche mese! Da bere ascoltando “MICHAEL” dei FRANZ FERDINAND. I VINI DI MAREMMA Fondata nel 1959, la cooperativa raccoglie oggi 215 soci distribuiti sull’intero territorio della provincia di Grosseto. Grande attenzione alla tradizione vinicola locale e occhio attento alla sostenibilità ambientale. TOSCANA IGT ROSATO “TRAMONTO DI MAREMMA” 2022: completamente differente da quello della precedente annata, si dimostra di marina completezza, affatto dimentico di una nota (fidateVi, non avevo bevuto troppo) di come pesce azzurro propone poi i caratteri varietali del vitigno esaltando in egual misura il frutto rosso e le aromatiche vegetalità in una atmosfera vagamente fumé. Sorso di grande sostanza ed equilibrio, che il connubio “piccantezze di pepe rosa-carezza tannica” spingono a ripetere più e più volte. Fatene scorta! Da bere ascoltando “DIRTY BOULEVARD” di LOU REED. GLI “INSEGUITORI” IL CIPRESSO (LOMBARDIA) 7.5ha che da vent’anni sono dedicati principalmente al Moscato di Scanzo. BERGAMASCA IGT ROSATO “ROSARIO” 2023: un naso tutto da sgranare quello di questo Merlot che, orgoglioso del proprio animo vegetale, non lo nasconde dietro il sipario del frutto rosso ma lo esalta con accenti d’agrume, mandorle ed erbe aromatiche. Sorso sostanzioso (ma davvero sostanzioso!), riempie, disseta e invoglia a sedersi con le gambe sotto il tavolino perché qui, a occhi chiusi, sbaglieremmo colore! TOSCANA IGT ROSATO “ROSAJO” 2023, VALDONICA (TOSCANA): naso ombroso per un rosato! Ben più che sottilmente affumicato Vi mette sotto il naso l’intrico di una macchia boschiva non dimentica di foglie secche, nocciole e forse anche funghi mentre la luce la portano le bacche di corniolo e rosa canina. Sorso di tagliente, verticale freschezza, sottilmente sapido, fin troppo rigoroso nel ricordaVi le acidità della frutta e con un finale che ancora una volta Vi fa stare seduti davanti a un camino spento. LE MARCHE TENUTA BARBAROSSA Siamo a Pesaro sotto quel Castello di Candelara che ospitò “IL” Barbarossa in fuga dopo essere stato sconfitto dalla Lega Lombarda. Una storia recente fatta di recupero di vecchi vigneti, valorizzazione dei vitigni del Territorio, rispetto per l’Ambiente e sostenibilità ai massimi livelli. MARCHE IGP ROSATO “R OSÈ” 2022: un Sangiovese dal naso timido, che sembra vergognarsi di fronte all’invito della bella donna in copertina. Dei gerani e dei ciclamini richiama più la parte erbacea del gambo che la gentilezza delle corolle e arrossisce proponendo fragole e ciliegie. In bocca è vivo il contrasto tra la salata sostanza del sorso e l’accentuata dolcezza di quei richiami fruttati che suggerirebbero un certo residuo zuccherino. Chiude goliardico e quasi vinoso nel sottolineare i sapori dell’uva. E ORA? Adesso è il momento dei ringraziamenti, a DECANTER WINE ACADEMY per avermi ospitato e ai produttori per avermi sopportato. Metto sin da ora in agenda l’Edizione 2025 di una manifestazione che mi auguro che mi piacerebbe potesse contribuire a un successo dei vini rosati che vada al di là delle mode del momento, un successo che deve però necessariamente passare dalla presa di coscienza da parte delle Aziende delle potenzialità delle produzioni “en rose” Roberto Alloi VINODENTRO    
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3 Aprile, 2024

Le Masche: qualità dal cuore dell’Alto Canavese

Cari amici, oggi parliamo di un territorio meno usuale del solito, siamo in Piemonte, nella zona nord della Provincia di Torino, in particolare, sulle colline dei comuni di Levone e Rivara. Qui nel 2007 nasce l’Azienda agricola Le Masche, dal desiderio del giovane Lorenzo Simone che, mosso da una grande passione per il proprio territorio e per la viticoltura, recupera all’avanzare del bosco circa 10 ettari di terre vitate. Nel 2013 terminati gli studi di agraria, decide di intraprendere in maniera concreta questa esperienza professionale realizzando la sua cantina. Egli stesso segue costantemente tutte le fasi del ciclo produttivo dal vigneto alla cantina puntando sempre ad esprimere al massimo le qualità dei suoi vigneti e del suo vino, con l’obiettivo di valorizzare le denominazioni della Doc del Canavese producendo un vino che possa diventare immagine del suo territorio. Il vitigno più rappresentativo, il Nebbiolo, lo ritroviamo nel Vigneto “Gaiarda”. Sul versante con esposizione a Sud / Est della collina di Rivara caratterizzato da un terreno sabbioso ghiaioso. Questo versante grazie alla sua esposizione permette un clima ventilato e mite durante tutto l’anno che conferisce una maggior sanità e maturazione delle uve. Le vigne storiche e più antiche sono situate sulla collina di Rivara in località Vigna Grande e Vigna Veja dove i vitigni principali: Barbera, Freisa, Uva rara, Neretto, Chatus ed altre varietà autoctone producono il Canavese Doc. Ulteriori vigneti di Barbera, Pinot e Cortese sono situati nel comune di Levone, sul versante Est del Monte Sepegna rivolti verso la collina di Pescemonte, vigneti scoscesi caratterizzati dalla presenza di rocce di tufo emergenti ai bordi dei vigneti che catturano il calore durante il giorno per rilasciarlo durante la notte. L’azienda, a testimonianza del rispetto per l’ambiente e autenticità del prodotto, accompagnato da passione e ricerca di qualità, è certificata SQNPI – Sistema di qualità nazionale di produzione integrata. Come detto, a farla da padrone è il Canavese Nebbiolo DOC, prodotto nelle versioni Gaiarda, macerazione a contatto con le bucce circa tre settimane in vinificatore controllato e affinamento di 18 mesi in legno e almeno 12 mesi di bottiglia, Gaiarda A l’è Chièl, macerazione sulle bucce più lunga, di circa 50 giorni cui segue poi un affinamento di 18 mesi in barrique di rovere e almeno 12 mesi di bottiglia, versioni che risaltano le tipicità del nebbiolo con una distinta nota speziata balsamica, e il Roccia, versione più giovane e delicata che fa solo acciaio. Molto interessante per eleganza e struttura anche il Piemonte pinot nero DOC spumante 1474, uve in purezza vendemmiate tra la fine di agosto e la prima settimana di settembre, rapida e delicata pressatura delle uve senza sgretolamento della massa e avvio della fermentazione alcolica a temperatura controllata e fermentazione di circa 10-15 giorni. Affinamento sui lieviti in vasca di acciaio per 4-5 mesi. In bottiglia affina poi per un minimo 36 mesi. Notevoli infine il Canavese Barbera DOC Bonaveria, l’Erbaluce di Caluso DOCG Antonia e il Canavese rosato DOC Francesca prodotto da Barbera e Nebbiolo. Un viaggio davvero notevole in una zona del Nebbiolo diversa dal solito, vini realizzati con cura e sapienza, testimoni del territorio, da non perdere! Le Masche: qualità dal cuore dell’Alto Canavese A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio OLYMPUS DIGITAL CAMERA
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2 Aprile, 2024

Senza far rumore

La consapevolezza si manifesta quasi sempre all’improvviso, in uno di quei giorni di Marzo in cui il sole splende e il vento soffia freddo: quando è estate nella luce e inverno nell’ombra. Può arrivare la notte, Senza far Rumore, alle 1.05 a.m. e fa male. Barcolli, vacilli, ti si apre una voragine sotto i piedi. Ti costringe ad una prospettiva diversa. Ti arriva addosso ed è una mazzata. Lo senti mentre sei ancora li. Il freddo. Una sensazione pungente sulla pelle scoperta, forte e decisa come se non ci fosse niente altro, come se niente altro ci fosse mai stato. Lo percepisci con tutte e cinque i sensi, lo vedi nel vapore che ti esce dalla bocca, lo avverti dal rantolo affannato dalla mano che stringe la gola, lo inali come una frustata dalle narici. Lo tocchi sul tuo corpo, inerme, Ruvido. Ti alzi di scatto, ti guardi attorno, disorientato. Man mano che arretri una voce lontana cerca di venire a galla. È l’avanguardismo della mente. Consapevolezza e avanguardia. I capisaldi con i quali, Alessandro, Yari e Luca hanno aperto, nel 2023, in una traversa di Via Gallia, importante direttrice nella zona dell’Appio Latino (Roma), l’Enoteca Ruvido. Qui l’assenza di orpelli e suppellettili rappresenta decisione e immediatezza. La Carta dei vini, concettuale e ricercata, è composta da più di trecento etichette esposte in una parete realizzata conblocchi di cemento. Essenza del design e dell’architettura dell’enoteca, i blocchi permettono un’occupazione dello spazio minimale e concettuale degna di un Emilio Prini prime edizioni; dove il retaggio della pop art e degli anni ‘80 è dinamico ed evidente. Lo sviluppo logico espresso da Ruvido è riconoscibile in ogni vino dell’enoteca e trova la sua summa in quello che Alessandro ha scelto di degustare insieme: Okùs(Gusto in Sloveno) Bianco Venezia Giulia 2022. Vino friulano Uve 100% Tocai, macerate in tino per 8 giorni con fermentazione spontanea da lieviti indigeni, affinate in acciaio inox. 1850 bottiglie per la vendemmia 2022, di vino succoso e vibrante, con una nota acida ammaliante che rappresenta perfettamente l’intraprendenza di un giovane produttore come Luca Dellisanti www.okus.it Da Ruvido si raccontano persone e pensieri. Al centro del tavolo conviviale, una scacchiera in legno. Metafora del mondo e della vita. La partita ed il suo evolversi come lo scorrere del tempo della singola esistenza, dettata da eventi (mosse) conseguenti. Quando la partita inizia è come nascere è come un libro ancora da scrivere. La partita ha inizio, le pagine della vita cominciano ad essere riempite, ad ogni mossa di uno c’è la mossa dell’altro, come ad ogni evento ne consegue un altro, e se a quel punto la mossa è diversa (l’evento è diverso), cambia la mossa successiva (e quindi l’evento che ne deriva). Dall’esterno non arriva nulla. È così quando fa freddo. Dimenticati di respirare. Senza far Rumore, dentro di me si fece largo l’idea dell’apnea come un luogo, un corridoio vero e proprio, un passaggio per accedere a un altrove. Il respiro, se sarà, lo racconterò dopo……su una terrazza aperta e un bicchiere di vino. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di circa 15 Vini in mescita: Bollicine (italiane e Francesi), Vini Fermi (Bianchi, Orange, Rossi e Rosati). Ad accompagnare i vini una serie di piatti di qualità, le materie prima sono frutto di grande cura, e ricercatezza come: Tramezzino semintegrale (PANIFICIO MARÈ), Pancia di Nero Casertano, Rosolaccio, Uovo sott’aceto (UOVO DI SILVIA O) e Maionese. Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino  
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31 Marzo, 2024

Costruzioni enotecniche o Cantine vinicole?

La bona cantina fa el bon vin
(la buona cantina fa il vino buono) Gli aneddoti di vita vissuta cui sono stato investito da quando professo nel mondo del vino, cioè dal 1988, sono numerosi e fra questi ce ne sono alcuni troppo divertenti e altri d’inverosimile tristezza. Avremo modo di passarli tutti in rassegna quelli attinenti al tema, con lo spirito goliardico che mi caratterizza, per servirci di essi e raccontare cosa sono e come dovrebbero essere costruiti quei ” …(.).. locali necessari all’arte di ben fare e conservare il vino” e cosa sono diventati. Ad accompagnarci e a coadiuvarci ho dovuto accogliere, mio malgrado, due special guest star che hanno insistito così tanto e preteso di intervenire durante i racconti, perché asseriscono che senza la loro memoria storica la rubrica non si avvarrebbe di alcuna scientificità. E del resto, considerato tutto quel che quei due narcisi di Dioniso e Bacco hanno vissuto, e soprattutto bevuto, come potevo dare loro torto. Dionysos seduto che tende un kantharos. Interno da un piatto attico a figure nere, ca. 520-500 a.C. Da Vulci. All’apparenza sovrapponibili, entrambi Dei del vino con le medesime funzioni, ma con importanti discrasie caratteriali e di sostanza, celate dietro le loro orge e baccanali. I classici e la letteratura antica ci ricordano che, mentre Dioniso risulta essere personaggio nobile, gioviale e rispettoso delle regole, Bacco invece ha un caratterino che non ti dico, vendicativo, scostumato e amante degl’happy hour. Non oso prefigurare cosa ci aspetta. Questa è la squadra, quindi avanti con il primo racconto. Il primo aneddoto su cui oggi voglio, ehm scusate…, vogliamo concentrarci fa tappa nel lontano 2003. Appena dopo la Laurea, tutto eccitato presi il coraggio di scrivere una sorta di recensione della mia tesi di ricerca, “La Cantina: storia, ambiente e progetto. Quindici cantine della Marca trevigiana“, nello spazio dedicato ai lettori di un quotidiano on-line dedito al mondo del vino sul web, nella speranza di incontrare qualcuno interessato per mettere a frutto uno studio durato ben 48 mesi di vita. Oggi, purtroppo, tale quotidiano non è più attivo. La brevissima recensione illustrava succintamente lo studio e gli argomenti della Tesi, mettendo in luce gli aspetti interessanti poco noti anche agli operatori del settore, soprattutto tecnici, come la storia e l’evoluzione tipologica e costruttiva delle Costruzioni Enotecniche. Costruzioni enotecniche, esordisce Dioniso ? Si, avete letto bene! Cioè delle cantine, sbotta Bacco,? Si, quelle vinicole! Ah! Fatto sta che l’utilizzo del titolo “costruzioni enotecniche” a surroga di cantine vinicole, saltò subito all’occhio anche al direttore del quotidiano on line che decise di contattarmi personalmente per farmi prima i complimenti di circostanza, ma soprattutto, immediatamente dopo, ammonirmi piccatamente perché non avrei dovuto usare il termine succitato in quanto non consono né d’uso corretto. Insomma, secondo il direttore avrei commesso un errore colossale! Ci confrontammo piacevolmente con grande apertura mentale e ognuno portò la propria esperienza. A distanza di più di vent’anni la questione si ripresenta ed è un bene perché in questo modo provvediamo a fare chiarezza. Per i non addetti ai lavori, ma soprattutto per gli addetti ai lavori. Ebbene, il tema che affrontiamo oggi è la dicotomia tra Costruzioni enotecniche e cantine vinicole e cosa ammettono, o escludono, le prime rispetto le seconde. Ci hanno insegnato che le cose vanno chiamate con il loro nome, per darne un senso; e dunque anche la giusta definizione e l’inquadramento dei vari locali oggetto di studio hanno bisogno di essere individuati nel corretto modo. Ma c’è chi, invece, preferisce o si sente obbligato a conformarsi alla contemporaneità, seguire le semplificazioni semantiche dell’era moderna e considerare le abbreviazioni, il far presto, valori da inseguire. Intanto, Dioniso scalpita e ondeggia la testa su e giù in segno di approvazione; Bacco, sornione, accenna un ghigno di disprezzo e scuote la testa a destra e sinistra in segno di contrarietà. Si stanno consumando strappi. Senatore Conte Vincenzo Dandolo, 1812 La letteratura moderna e contemporanea di settore non menziona e non illustra il perimetro funzionale delle costruzioni enotecniche/cantine vinicole, perché ad un certo punto del cammino enologico ci si è concentrati più sulle apparecchiature che sugli involucri edilizi enotecnici, mentre invece lo fa compiutamente, e bene, la letteratura storica ed antica. Non l’avessi mai detto, mi tocca cedere la parola a Dioniso che si sente investito dall’alto uffizio d’intervenire e m’impone di fermarmi perché, dice, deve ricordare ciò che nell’anno 1812 scriveva un suo lontano amico sui luoghi da fare i vini: ..(.)..In ogni arte si è dovuto prima trovare e fissare il modo con cui preparare la materia prima, costruire e apprestare gli strumenti o utensili propri a modificarla, e i locali atti all’esercizio dell’arte stessa e alla migliore conservazione del prodotto ottenuto…. (.)..   Continua Dioniso. Il Senatore Dandolo, non a caso cita un elenco degli strumenti e locali all’uopo adibiti: Primo. Degli utensili.
Secondo. Della mondezza degli utensili.
Terzo. Della Capanna.
Quarto. Della Tinaja.
Quinto. Della Cantina É con la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento che si viene a delineare precisamente la definizione di Costruzioni enotecniche, grazie a tre importanti studiosi come il prof. Cerletti G. B., prof. Giuseppe Mina e prof. Salvatore Mondini, che rispettivamente nel 1885, 1892 e 1910, pubblicano tre fondamentali libri sull’enotecnica dal titolo “Le costruzioni enotecniche”. Manco a dirlo, Dioniso s’immedesima colle parole del prof. Mondini e le recita: Sotto la denominazione generica di costruzioni enotecniche vanno considerati tutti quei fabbricati destinati alla lavorazione delle uve, per la fabbricazione e conservazione del vino, e per l’esercizio delle industrie derivate… (.)… Occorre, quindi, stabilire anzitutto una netta distinzione fra i locali da adibirsi alla trasformazione dell’uva in vino, che prendono il nome di tinaie, da quelli destinati alla conservazione ed all’invecchiamento del vino, che costituiscono le vere cantine. Queste (ultime) reclamano particolari esigenze, secondo che debbano servire ad un limitato, ovvero ad un prolungato soggiorno del prodotto. Donde l’opportunità di distinguerle in cantine di elaborazione ed in cantine di conservazione…(.)..>> Potremmo, pertanto, desumere che chi utilizza il titolo “Cantine vinicole“, riferendosi all’insieme dei luoghi atti al'” l’arte di fare, conservare e far viaggiare i vini...”, lo fa in modo inappropriato. Spesso inconsapevolmente, di rado, molto di rado, consapevolmente. Come guardo Bacco, che fin qui se ne è stato beatamente in ascolto, alza il ditino di sfida coll’intenzione di profferire solo poche parole, dice,: Signore e Signori, il termine “cantine vinicole” è spesso utilizzato in modo generico per indicare non solo le strutture di stoccaggio e invecchiamento del vino, ma anche tutte le altre costruzioni enologiche coinvolte nel processo di produzione del vino. Ci sono diverse ragioni per cui questo titolo viene comunemente impiegato per riferirsi all’intero complesso delle strutture enotecniche. Vado ad elencarle. Tradizione e storia: il termine “cantina” ha una lunga storia nel contesto vinicolo e ha radici profonde nella tradizione enologica. Nel corso dei secoli, le cantine sono state le prime strutture utilizzate per la produzione e lo stoccaggio del vino, e questo termine è diventato ampiamente accettato per descrivere tutto il complesso delle strutture enotecniche. E poi, sembrerebbe che l’etimologia del titolo “costruzioni enotecniche” risalisse a meno di centocinquant’anni fa. Consuetudine del settore: nel linguaggio comune del settore vinicolo, il termine “cantina” è diventato un modo conveniente per riferirsi all’insieme delle strutture enotecniche. Questo è particolarmente vero in alcune regioni vinicole tradizionali, dove il termine è radicato nella cultura e nella pratica quotidiana dei viticoltori e degli enologi. Versatilità: il termine “cantine vinicole” è versatile e può adattarsi a una vasta gamma di strutture, indipendentemente dalle loro specifiche funzioni. Questo lo rende utile quando si fa riferimento a diverse fasi del processo di produzione del vino, comprese la vinificazione, l’imbottigliamento e lo stoccaggio. Semplificazione e comunicazione: utilizzare un termine generico come “cantine vinicole” semplifica la comunicazione e facilita la comprensione, specialmente per il pubblico non specializzato. Piuttosto che dover spiegare ogni singola struttura enotecnica (come la tinaia, la sala di fermentazione, la sala di elaborazione, la sala di imbottigliamento, ecc.), il termine “cantine vinicole” copre tutte queste strutture in modo conciso.>> Lapalissiano, no?! Dopo questa ultima parte di lezione pragmatica, ci permettiamo sommessamente (sommessamente per non ricominciare la diatriba tra Dioniso e Bacco) un ultimo inciso cui vale la pena ricordare. Da quando il fenomeno dell’enoturismo ha aperto le porte delle cantine vinicole agli amanti del turismo del vino, e non solo, le varie strutture per l’accoglienza si sono sempre più organizzate e specializzate per dare servizi all’altezza. A mio avviso, nuove strutture come: sale degustazione, tasting room, punto vendita, wine shop, enoteche, microsuite per l’enoturismo, alloggi nelle botti, SPA del vino, etc., rientrano di buon grado nel gruppo delle costruzioni enotecniche. E voi, miei diletti lettori, che ne dite? Vi sentite di sostenere di più le tesi del millennials Bacco o del boomer Dioniso? A voi l’ardua sentenza.   Arch. Edoardo Venturini Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero   Fonti bibliografiche:   Dandolo (C.te) Vincenzo, 1812, “Enologia ovvero l’arte di fare, conservare e far viaggiare i vini del Regno”, Parte I, Ed. Silvestri, Milano, pp. 104-283;
– Mina Giuseppe, 1892, “Le costruzioni enotecniche ossia guida pratica per l’impianto di enopolii e cantine sociali, per la costruzione delle cantine, dei vasi vinari e dei fabbricati d’appendice degli stabilimenti enologici”, Ulrico Hoepli Editore- Librajo della Real Casa, Milano; Mondini Salvatore, 1910, “Costruzioni enotecniche”, Ulrico Hoepli Editore-Librajo della Real Casa, Milano. Fonti immagini: {{BritishMuseum |Psiax |Dioniso seduto che tende un kantharos. Interno da un piatto attico a figure nere, ca. 520-500 a.C. Da Vulci; Senatore Conte Dandolo Vincenzo, (copertina libro): Commendatore dell’ordine della Corona di Ferro, Cavaliere della Legion d’Onore, Membro dell’Istituto reale, uno de’ quaranta della Società Italiana delle Scienze, e socio di molte Accademie nazionali e straniere. Per approfondimenti, mi trovi qui:
– Cantine fatte ad Arte (link Sito Web)
– Cantine fatte ad Arte (link Linkedin)
– Cantine fatte ad Arte (link Instagram)
– Cantine fatte ad Arte (link Facebook)     PS: La rubrica raccoglie spunti, consigli, suggerimenti e altro ancora attinente al tema e soprattutto segnalazioni di titoli di testi antichi sulle costruzioni enotecniche e cantine vinicole. Grazie!
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30 Marzo, 2024

Matter of Taste 2024: Trionfo! Parte II

Dove eravamo rimasti?
Riprendiamo il racconto di Matter of Taste interrotto la scorsa settimana perché ho proprio tanta voglia di proseguire. Quest’esperienza, finora raccontata attraverso le eccellenze francesi e non solo, mi ha calato in uno scenario d’élite: assaggi superlativi con vini di elevato punteggio ma anche di pari qualità. Faccio fatica a definire il vino come un semplice prodotto; è molto di più! In questa realtà ho trovato connessioni inaspettate, luoghi non ancora visitati sono stati scoperti, storie studiate e sognate hanno finalmente trovato riscontro, facendo volare la mia anima enoica.
Ricominciamo quindi il racconto, partendo dall’Italia che in quest’evento non ha sfigurato. Anzi! Le eccellenze del Belpaese erano talmente numerose da non permettermi di assaggiarle tutte. Tuttavia, ho fatto del mio meglio e qui racconterò gli assaggi che ho trovato più emozionanti e coinvolgenti.   La Toscana in testa alle eccellenze italiane
La regione che ormai mi ha adottata, la Toscana, ancora una volta, si è dimostrata la regina indiscussa, rappresentando il meglio che l’Italia ha da offrire. Da Montalcino alla Maremma, dal Chianti Classico a Bolgheri, la regione, con ben 14 su 23 aziende italiane premiate, si conferma come il fiore all’occhiello del panorama vinicolo italiano. La straordinaria varietà di territori e vini, ciascuno con la propria storia e carattere unico ha espresso Montalcino tramite  Col d’Orcia raccontato dal Conte Marone-Cinzano in persona e Il Marroneto con Alessandro Mori; Nel Chianti Classico, aziende come Fontodi con il Chianti Classico Gran Selezione Vigna del Sorbo e Flaccianello della Pieve, Tenuta La Massa e Bibi Graetz hanno esibito la quintessenza del Sangiovese. A Bolgheri, Tenuta San Guido, Poggio al Tesoro e Marchesi Antinori Guado al Tasso hanno trasportato i presenti con storie di passione tramandate attraverso le generazioni. Petrolo in Valdarno ha dimostrato di produrre solo vini di eccellenza con il suo Galatrona e le tre versioni di Boggina A, B e C, incantando con potenza e finezza. Fattoria Le Pupille, con la Signora del Morellino Elisabetta Geppetti, ha esaltato l’eleganza del territorio. Infine, da Tua Rita, il Giusto di Notri e il Redigaffi hanno rappresentato la quintessenza della qualità e dell’artigianalità toscane. Oltre la Toscana
Le regioni che seguono mantengono un’elevata rappresentanza di eccellenze italiane. Nel Piemonte langarolo, aziende come Domenico Clerico, Paolo Scavino ed Elio Grasso si distinguono con i loro prestigiosi Baroli, regalando al territorio un’eccellenza ineguagliabile. Nel Veneto, spiccano gli Amarone di Masi e Zymé, che confermano la grandezza enologica della regione. Il resto d’Italia è ben rappresentato da Feudi San Gregorio – Tenute Capaldo per la Campania e l’Irpinia, da Tenute San Leonardo con il suo 2016 da punti 97+ orgoglio per il Trentino e da Cantina Terlano per l’Alto Adige (Alto Adige Terlaner Grand Cuvée Primo RP 97+).   Basta indugi e iniziamo con gli assagg!
Partiamo dal cuore stesso del dibattito enologico: il celebre Sassicaia. Questo vino è da sempre oggetto di discussioni accese e polarizzanti. Alcuni lo amano senza riserve, mentre altri lo criticano con una fermezza quasi dogmatica. Personalmente, credo che sia essenziale mantenere un approccio obiettivo quando si valuta un vino di tale prestigio. Le stesse regole dovrebbero applicarsi a tutti i vini: considerare l’annata e scegliere il momento ideale per assaporarlo al meglio. Cominciamo con Guidalberto, vino più accessibile della Tenuta San Guido. Ho avuto il piacere di degustare la sua annata 2021: un vino con un carattere distintivo, caratterizzato da un ingresso in bocca soddisfacente e una chiusura sapida che lascia un’impressione duratura. Passando al famoso Sassicaia, ho avuto l’opportunità di assaggiare la sua annata 2017. Quest’annata in Toscana è stata caratterizzata da temperature più elevate rispetto alla media, dando vita a un vino notevolmente diverso rispetto al suo predecessore del 2016. Fa presagire una longevità minore in quanto già piacevole ed equilibrato al palato. Una sosta indimenticabile a Poggio al Tesoro di Marilisa Allegrini,
Qui l’enologo Christian Coco mi ha guidato attraverso una serie di degustazioni che hanno espresso l’autenticità e l’eleganza del territorio. Abbiamo iniziato con il Vermentino da clone corso “Solosole 2022”, un vino fresco e vibrante che ha catturato l’anima della costa toscana. Successivamente, ci siamo lasciati incantare dal “Bolgheri Rosso Il Seggio 2021” e dal “Bolgheri Superiore Sondraia 2020”, vini che hanno raccontato la storia e la potenza dei grandi rossi bolgheresi. Infine, il culmine dell’esperienza è stato l’assaggio del mio preferito, il Cabernet Franc “Dedicato a Walter 2020”, con un punteggio di 94 da parte di Robert Parker. In tutto questo, l’eleganza del sorso è stata il filo conduttore che ha legato ogni degustazione, lasciandomi con un ricordo indelebile di questa straordinaria esperienza enologica. Il vino è arte
Un salto per salutare Bibi Graetz, il rinomato viticoltore che riempie di ‘Colore’ la Toscana (cit. Forbes 2021). Ho avuto l’onore di assaggiare l’eccellenza del suo “Testamatta” 2021, che ha ottenuto un incredibile punteggio di 96 da Robert Parker. Ma soprattutto, ho avuto il privilegio di degustare il leggendario “Colore”, la massima espressione del suo sogno. Realizzato con uve tradizionali toscane provenienti da alcuni dei vigneti più antichi e rari della regione, questo vino incarna la quintessenza della Toscana. Il Sangiovese conferisce struttura e potenza, il Colorino dona frutta e tannini vellutati, mentre il Canaiolo contribuisce con mineralità e intensità. Solo le migliori botti dell’intera produzione diventano “Colore”. E anche quest’anno, la 2021 ha raggiunto un incredibile punteggio di 98+ da parte di Robert Parker. Alessandro Mori: un’esperienza al di là delle mie aspettative!
Quest’uomo ha trasformato Il Marroneto in un’icona del Brunello, un vino premiato e idolatrato dalle guide e dai critici enoici più prestigiosi al mondo. Situate sul pendio nord della collina di Montalcino, nelle vicinanze della cinta muraria della città, le vigne del Marroneto rappresentano un luogo di magia e tradizione. Alessandro mi ha spiegato l’importanza del rispetto per l’uva, per la terra e per i valori profondamente radicati in lui che lo hanno spinto, nel 1994, ad abbandonare una carriera legale per diventare vignaiolo. I suoi vini sono veri e autentici, urlano l’identità del territorio. Nel Madonna delle Grazie 2019, con un punteggio di 99 da parte di Robert Parker, ho colto la commovente riconoscibilità di un Brunello “puro”, che incarna l’anima di Montalcino. Anche i rossi di Montalcino Ignaccio 2021 e Iacopo 2021 hanno catturato la mia attenzione per la loro personalità accattivante e la versatilità.
Tenuta La Massa:  gemma nel cuore del Chianti Classico
Ho il privilegio di incontrare il carismatico proprietario, Giampaolo Motta, che condivide con me la sua filosofia: utilizzare la conoscenza del territorio non solo per migliorare la produttività, ma per creare vini capaci di un’autentica interpretazione territoriale. Giampaolo ha rilevato l’azienda nel 1992, avviando un lungo processo di ripristino dei vigneti e delle cantine, con il sogno di trasformarla in un paradiso irraggiungibile. Nel calice, l’ottima qualità dei vini cattura il mio cuore: il Giorgio Primo 2019 (con un punteggio di 97+ da Robert Parker) e il Carla 6 2019 (con un punteggio di 96) dimostrano che la Toscana continua a essere una terra di straordinaria bellezza e qualità enologica. La Tenuta di Trinoro, dove la Toscana si unisce all’Umbria e al Lazio.
Un’esperienza unica con gli assaggi dei vini nati dalla filosofia e dalla forte personalità di Andrea Franchetti, uno dei più anticonformisti protagonisti del panorama vinicolo italiano. Produttore di assoluta eccellenza sia nella Val d’Orcia, patrimonio Unesco, con la Tenuta di Trinoro, che sull’Etna, con Passopisciaro, Andrea Franchetti, scomparso nel 2021, ha lasciato un’eredità indimenticabile. Oggi, le aziende sono portate avanti dal figlio Benjamin, affiancato da un team giovane tutto under 35. Tra gli assaggi offerti, ho avuto il privilegio di degustare Le Cupole 2021, un blend bordolese diverso ogni anno, che si distingue nel calice per uno stile internazionale ormai “toscanizzato”. Caratterizzato da freschezza gustativa e gradevolezza di beva, Le Cupole 2021 ha ottenuto un punteggio di 94 da Robert Parker, confermando l’eccellenza della Tenuta di Trinoro anche sotto la guida della nuova generazione. Bodega Chacra: Alla scoperta del Terroir Patagonico
La storia di Bodega Chacra e di Piero Incisa della Rocchetta è un viaggio di passione e scoperta che ha inizio nel 2001, quando Piero si innamora di un vino assaggiato alla cieca. Da questo momento, nasce un sogno che lo porterà a lasciare Tenuta San Guido per acquistare nel 2004 terreni in Patagonia, nell’Alta Valle del Rio Negro, con vigneti risalenti fino al 1932 a piede franco. Oggi, circa 45 ettari di vigneti sono gestiti secondo i principi dell’agricoltura biodinamica. In Patagonia, una “chacra” è un pezzo speciale di terra destinato alla pomologia, ma è anche un centro energetico vitale che ci connette con l’intero universo. Questa filosofia si riflette nei vini di Bodega Chacra, dove il vino diventa compagno di piacere e sensibilità, nutrendoci e connettendoci con tutto ciò che vive e vibra. I vini di Bodega Chacra mi hanno davvero stupito. Nascono da un clima secco, con escursioni termiche da zona desertica e costante irraggiamento solare, e si distinguono per la completa assenza di malattie fitosanitarie e per il rispetto del territorio in cantina, con fermentazioni spontanee, nessuna chiarifica e filtrazione. Diversi assaggi e tante emozioni. I miei “Chacra” preferiti
Il Bodega Chacra – Mainqué Chardonnay 2018 è un’esperienza di eleganza, sapidità e spinta minerale, frutto di fermentazione in legno e affinamento di 11 mesi in barrique di primo, secondo e terzo passaggio. Mentre il Bodega Chacra – Barda 2018, prodotto al 100% da Pinot Noir proveniente dalle vigne più giovani, si distingue per la sua purezza, leggerezza e succosità, con tannini carezzevoli e straordinaria bevibilità. Un inizio indimenticabile in questo viaggio alla scoperta del Terroir Patagonico.   In conclusione
Matter of Taste è stato un vero e proprio sogno, un’immersione che ha stimolato ogni fibra del mio essere. Mi ha svelato il vero potere del vino nel trasportare mente e anima in terre di puro piacere e meraviglia. Torno a casa arricchita da un’esperienza davvero straordinaria grazie al livello superlativo dei vini. Per oggi da Zurigo è tutto… passo e chiudo! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo  
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