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20 Marzo, 2024
Rocche Costamagna: una storia di eccellenza
Cari amici, appassionati di vino, oggi vi porto in uno dei luoghi di produzione a noi più caro, siamo in provincia di Cuneo, in particolare a La Morra, zona altamente vocata, non a caso il più importante comune della denominazione Barolo in quanto a produzione enologica e numero di viticoltori.
Proprio qui una delle più storiche realtà vitivinicole è rappresentata da Rocche Costamagna, cantina con una storia di dedizione alla vite e al vino che, nel corso del tempo, ha saputo elevare la qualità delle proprie etichette, valorizzando lo straordinario terroir di La Morra e, in particolare, esaltando i frutti del prestigioso cru del Barolo Rocche dell’Annunziata, che l’azienda ha l’onore di coltivare da oltre due secoli.
Le storiche cantine di epoca napoleonica, restaurate e riportate all’antico splendore, ospitano oggi un’elegante struttura ricettiva, dove l’esperienza del Barolo incontra la calda e generosa accoglienza delle Langhe.
Le origino sono rappresentate all’origine dal Regio decreto del 15 maggio 1841, con il quale si concedeva a Luigi Costamagna, figlio di Francesco Antonio, un permesso per il «commercio di vino al minuto […] per il vino prodotto dalle uve dei suoi vigneti” ubicati in La Morra». È il primo documento che attesta la vocazione enologica dell’azienda. Un atto importante perché sanciva limiti quantitativi e geografici dei vini allora prodotti, riconoscendo ai Costamagna un certificato di eccellenza, all’interno di un territorio specifico, quello del comune di La Morra.
Nel 1911, Francesco Costamagna vince la Medaglia d’Oro al Gran Premio dell’Esposizione Internazionale di Torino: un riconoscimento per aver presentato cinquant’anni d’ininterrotta produzione.
Negli anni viene mantenuto saldo il valore delle Rocche dell’Annunziata e dei vigneti lamorresi, trasmettendoli alle nuove generazioni che continuano a coltivarli e vinificarli. Alla fine degli anni ’60 I i vigneti vengono reimpiantati e razionalizzati, le storiche cantine di La Morra ristrutturate e dotate di nuove tecnologie enologiche. Tanta anche la cultura che ruota intorno all’attività agricola, si susseguono negli anni, infatti, manifestazioni culturali che valorizzano il Piemonte sotto gli aspetti dell’arte locale, la microstoria, le minoranze e la cultura enogastronomica, ma anche eventi in cui si discute di enogastronomia attraverso convegni, libri, saggistica. Pionieri anche dell’accoglienza in cantina, con la cantina che era già aperta dalla metà degli anni ’70 per degustazioni e visite guidate.
Gli anni ’80 segnano l’ingresso in azienda di Alessandro Locatelli, oggi titolare dell’azienda.
In quel periodo il Barolo comincia a svelare il suo potenziale e ad affermarsi come uno dei rossi più apprezzati e prestigiosi al mondo.
Segue un periodo dedicato al miglioramento della gestione dei vigneti e alla cura nella vinificazione: anni di esperimenti, di innovazioni in vigna e in cantina, ma soprattutto di esperienze nuove, volte a trovare e sedimentare tecniche in grado di esaltare e sottolineare le già incredibili caratteristiche del terroir di La Morra e la spiccata personalità delle Rocche dell’Annunziata.
Valorizzare i vitigni autoctoni a partire dalla vigna, conoscere bene le parcelle, i filari, i ceppi, i terreni, il microclima, saper adattare tecniche e operazioni in base alle reali necessità delle piante, rispettando il loro naturale equilibrio e portando i frutti a piena maturazione, senza stressare o forzare i ritmi della natura: questa è la sintesi della viticoltura sostenibile adottata da Rocche Costamagna negli ultimi vent’anni.
Una serie di attenzioni e cure per limitare i trattamenti e accudire i vigneti in un’ottica di conservazione nel lungo periodo del patrimonio viticolo inserito nel famoso contesto ambientale e paesaggistico delle Langhe Albesi.
«In vigna è inutile avere fretta. Vige una sola regola: la perfetta maturazione delle uve e la tempestiva raccolta. È questo il punto di partenza da cui nascono grandi vini»
Alessandro Locatelli
La parte verde delle vigne viene attentamente lavorata in ogni fase dell’anno, secondo interventi tempestivi e dedicati, al fine di ridurre i rischi fitosanitari e limitare gli interventi di ogni genere, praticando attenti diradamenti, volti a concentrare la qualità delle uve in pochi grappoli ben maturi.
Le vigne, in buona parte ripiantate a partire dagli anni ’90 dopo un’attenta valutazione del terroir e delle caratteristiche pedologiche di ciascun suolo, sono state preparate con un’impostazione razionale con l’obbiettivo principale dell’uniformità della produzione qualitativa. Per poter contenere il vigore vegetativo da parecchi anni si pratica l’inerbimento, evitando lavorazioni con attrezzature che alterino la struttura del terreno, impoveriscano i suoli e favoriscano l’erosione superficiale.
Un percorso verso la gestione sostenibile dei vigneti, con l’eliminazione del diserbo sottofila e l’impiego privilegiato di rame, zolfo e induttori di resistenza.
La cantina produce diverse etichette, con Nebbiolo, Dolcetto, Barbera, Arneis, ma a risaltare è senza dubbio il Barolo Rocche dell’Annunziata, presente anche nella versione Riserva.
La parcella aziendale, nell’omonima frazione, è posseduta e coltivata dalla famiglia Costamagna fin dall’800. Rocche Costamagna possiede in quest’area un corpo unico di 3,2 ettari coltivato a nebbiolo da Barolo, sormontato dalla Cascina Costamagna.
Si tratta di una parcella stretta e lunga ubicata tra i 350 e i 310 metri di altezza, quindi nella fascia ottimale di produzione del Barolo, con esposizione prevalente a Sud-Est, aspetto caratteristico che rende la zona più fresca rispetto ai versanti esposti ad Ovest, delle stesse Rocche, favorendo maturazioni più lente e tardive.
I suoli, caratterizzati dalla stratificazione di marne e argille grigio-azzurre appartenenti alla formazione geologica denominata “Marne di Sant’Agata Fossili” (tra gli 11 e i 7 milioni di anni fa), hanno una grande capacità di trattenere l’acqua ed evitare gli stress idrici nei periodi di siccità.
I vini qui prodotti hanno un’identità fortissima: eleganti, morbidi e suadenti, sono estremamente complessi nella componente olfattiva, floreale e balsamica, con evidenti note di eucalipto.
I vini di Rocche Costamagna non possono mancare nel vostro bagaglio di degustazione, vini che lasciano il segno, e che vi consiglio davvero di portare nella vostra cantina e nel vostro calice!
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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19 Marzo, 2024
Edoardo Venturini. L’architettura per le cantine
nZEB. Verticalità. Proporzioni auree. Bioarchitettura. Vedere la faccia dei partecipanti ad una Masterclass, dove notoriamente si parla di vino, quando dal palco Edoardo Venturini, architetto, illustrava questi concetti, è stato un vero spasso.
Venezia, Scuola della Misericordia. Era gennaio 2024 e insieme a Cristian Maitan (miglior sommelier d’Italia 2024) e Alessandro Nigro Imperiale (miglior sommelier d’Italia 2022) tenevo la Masterclass di presentazione della Tenuta Planisium (avevo scritto un articolo che trovate qui) nell’ambito di Wine in Venice. Come introduzione mi sembrava coerente far parlare dal meraviglioso palco, Edoardo Venturini visto che aveva progettato la nuova cantina in quel di Volturino in Puglia.
Mentre guardavo le facce degli astanti, interessanti devo dire ma anche un pò spaesati, ascoltavo Edoardo con un profondo interesse.
Una cantina è una cantina ho sempre pensato. C’è chi ha la cantina nel garage, chi nella rimessa. C’è chi l’ha ricavata sotto la propria abitazione e chi se la è trovata dalle precedenti generazioni. C’è pure chi non ce l’ha propria visto che le dimensioni e gli investimenti obbligano a vinificare conto terzi. Campionato a parte giocano poi quelli che le cantine se le sono fatte costruire in maniera faraonica.
Che ci vuole a fare una cantina in fondo? La zona produttiva, la barricaia, lo stoccaggio, la sala degustazioni. Se sei in zone vocate, i graticci per l’appassimento delle uve.
Cosa diavolo serve di altro? Continuavo a chiedermi questo quando poi è arrivata l’ora di continuare la Masterclass.
È così che dopo Wine in Venice ho cercato Edoardo per capire meglio dei suoi concetti e di lui come persona scoprendone una persona meravigliosa.
Edoardo è di Venezia (e questo anche da come parlava me ne ero accorto!). Architetto (altrimenti di che stiamo parlando). Appassionato di vino o forse più che di vino di cantine.
Gli episodi della vita ti segnano c’è poco da fare. C’è sempre qualcosa che accade che poi, giocoforza, ti porti dieto per sempre. Anche un banale trasferimento di casa.
Capita così ad Edoardo che da Mestre dove è nato, va a vivere con i genitori a casa della nonna a Salzano. Come da tradizione, c’è un piccolo vigneto che non può che servire per le necessità della famiglia. Anche se con pochi grappoli la vendemmia si fa sempre. Un torchio sotto il porticato ed il gioco è fatto. Sembra semplice e banale ma se quel meraviglioso momento che è la vendemmia con i suoi colori e se quegli odori che si sprigionano durante le operazioni di vinificazione fanno breccia nel tuo cuore, allora, la vita non può che essere positivamente segnata. C’è poco da fare.
Rimane dentro certo perché quel momento arriva ogni anno. Nel frattempo occorre fare altro. Come studiare e lavorare ad esempio.
Mi piaceva la tecnica, la geometria, il disegno. Naturale approdo è il Geometra. Inizio a lavoro con mio zio che faceva asfaltature. Guidavo delle piccole squadre. La zona in cui lavoravo era la zona della Marca trevigiana. Avevamo la sede a Silea e frequentavo tutte le zone del Prosecco. Ho seguito un sacco di cantine vinicole come geometra. Nel contempo, nell’88 mi iscrivo all’università avendo già in mente la tesi di laurea. Studio e lavoro perché non potevo permettermi gli studi. Uno dei primissimi lavori è stato seguire i lavori come tecnico della cantina Nino Franco, cantina molto di qualità dal punto di vista produttivo. Quel lavoro è stato progettato dal figlio di Carlo Scarpa, Tobia. Da li la scintilla è scoppiata.
Quando hai a che fare con architetti del genere non puoi che rimanere estasiato dalle loro opere. Se poi porti dentro di te una passione innata per le cantine ed il vino, beh la deflagrazione è assicurata. Per Edoardo, persona attenta e meticolosa diventa quasi una ossessione. Positiva bene inteso, ma comunque una vera e attenta voglia di sapere di più di tutto quanto gira attorno ad una cantina.
Lavorando e studiando conosco altre cantine e il territorio della Marca raccogliendo la documentazione che mi ha portato ad avere già il materiale della tesi. Il mio, docente sensibile al tema, mi ha invogliava a raccogliere altro materiale sulle cantine di maggior spessore. Che raccolgo battendo le aree vitivinicole della provincia. Tutte di nobili. Principi, conti, marchesi. Raccontavano la storie delle loro famiglie. Il Castello di Roncade ad esempio. La tenuta Bonotto delle Tezze. Volevo proseguire ma dovevo chiudere per la tesi e per la laurea.
Edoardo, che è uno meticoloso ma meticoloso proprio, non è che si accontenta di raccogliere materiale. Studia e studia tutto ciò che c’è da studiare sulle cantine a partire dalla notte dei tempi. Dalle vasche di pigiatura delle uve dell’epoca pre romana alle cantine attuali. Un viaggio che lo vede ridisegnare tutto ciò che vede.
Viaggiavo tra le cantine. Correvo con la smania di arrivare, riprendere, fotografare. Mi sono disegnato le cantine perché non volevo tediare i titolari. Con le foto le ridisegnavo. Sono venute fuori bei disegni fatti a mano. Con l’intorno e l’interno. Il progetto di Tobia Scarpa mi diede il “la” perché non volevo solo costruirle ma anche progettarle. Volvevo essere l’artefice delle forme, di quei disegni, degli spazi.
Per fare questo Edoardo avrebbe dovuto lasciare il lavoro nella ditta dello zio che certo non versava in buone acque. Era la paura di fallire a fargli tremare le gambe. Papà nella Guardia di Finanza. Mamma con un negozio di antiquariato. I soldi si c’erano ma non è che potesse gravare sulle loro spalle.
Ora, ai più può sembrare facile, ma non è così. Quando sei figlio di un architetto famoso, più che “iniziare” qualcosa, “continui”. Certo, devi essere bravo perché se non sei capace poi il cognome non basta. Se sei però un perfetto sconosciuto, puoi avere anche il sacro fuoco che ti brucia dentro, iniziare qualcosa da zero, non può non far tremare le gambe.
Ora però, non è che Edoardo volesse solo progettare cantine. Meraviglioso quanto vi pare ma di cantine pronte ad investire ne conosco poche. Ricordiamoci che sono sempre i casi della vita a segnarci.
La ditta dello zio faceva strade. E le strade si fanno con l’asfalto.
Lavoravo nel mondo del conglomerato bituminoso. L’asfalto. Nocivo. Sei costantemente immerso in fumi, odori, materiali pericolosi. Possono sorgere allergie importanti. Ancora non soffiava forte il vento della sostenibilità. Facevo già corsi che trattavano il risparmio energetico quindi il recupero dei materiali. Energie alternative. Inizio però a fare i miei approfondimenti appassionandomi davvero scoprendo materiali ecologici come paglia, fibra di legno, calcio silicato. Comprendo, mi insegnano (faccio il corso ANAB che è la più grande associazione nazionale di bio architettura), la forte influenza del materiale sulla salute della persona. Se questa vive in un ambiente sano ha una vita migliore. Era inevitabile io abbracciassi questa disciplina.
Una folgorazione direi. Lo è anche per me. Sapere che ci sono principi per i quali si può vivere meglio in qualunque ambiente quando questo è progettato con metodi e materiali diversi, è una vera scoperta. Magari è lapalissiano, ma chi di noi si informa di come è stato realizzato un edificio prima di entrarci anche ad abitare? Pensare però che la qualità dell’aria che respiriamo negli ambienti dipenda direttamente dalla progettazione e dai materiali utilizzati è pazzesco.
Ero ancora dipendente. Mi licenzio e inizio la storia da libero professionista. Oltre che passione diventa professione. Non avendo conoscenze partivo da zero. Ancora adesso non ho che il passaparola. I miei clienti arrivano dalle conoscenze dagli articoli e dalle conoscenze.
Inizia con solo il suo nome. Poi nasce Architetture del Benessere. Infine Cantine fatte ad arte.
Il benessere come fruibilità degli spazi. Fruibilità e bellezza. Per tutti.
Si sta bene in un edifico se è bello e armonioso con colori e forme appropriate. Con la luce adeguatamente pensata e progettata. Una sorta di psicologia dell’abitare.
Cantine fatte ad arte nasce invece con l’intento di ritornare a realizzare le cose “ad arte” ovvero con mestiere. Gli studi del passato, quando una cantina si faceva per soddisfare le esigenze di praticità, coniugati con le nuove tecnologie e sopratutto con la bio sostenibilità e diversità.
Il primo progetto è stato a Bonotto delle Tezze. Era un borgo di fine 1800 con la villa e le parti rurali dei primi del 1900. Aveva bisogno di una ridisposizione dei locali per dare migliore accesso e funzionalità alle varie parti. Ho ripensato l’accesso, i percorsi perdonali e carrabili. Con questa cantina che fa un Raboso meraviglioso ho creato anche un bel rapporto di amicizia. Si sono succeduti altri progetti anche di design.
Edoardo è un architetto sui generis. Non è un ammaliatore. Semmai lo potrei definire una persona attenta ai particolari che sa ascoltare e osservare il contesto con occhi disincantati. Non ama particolarmente parlare perché usa altri sensi perché vuole comprendere per poi comunicare attraverso i suoi progetti. Ha bisogno di entrare in sintonia con le persone, i committenti come li chiama lui. Solo così riesce a trasformare i pensieri in disegni. Un vero metodo di genius loci.
Prediligo l’aspetto umano di ogni persona. Ogni committente ha una sua sensibilità. C’è chi è più spirituale, chi più pratico. Da li sento una vibrazione e mi metto in empatia. Capire la persona e il lato umano è fondamentale. È il motore per i quali nasce lo spunto progettuale e l’idea della cantina. Una cosa che chiedo è di essere presente sempre. Vorrei che loro vivessero le emozioni che io vivo quando progetto. Dagli schizzi in poi. L’idea di alcune cantine mi è nata semplicemente conducendo una chiacchierata o solo parlando. La foglia di un pampino, della vite che cade in un prato con gli steli del prato che la tengono su. È stata una folgorazione. Il titolare mi stava spiegando che doveva demolire una tettoia a ridosso di un edificio palladiano e doveva creare questo spazio. Sono molto influenzato dall’’ascoltare loro. Ogni committente ha l’idea propria della sua azienda. Hanno delle idee che sono degli ologrammi che si vedono a tratti ma non l’hanno materializzata. Io passo tempo con loro perché mi possano trasmettere le immagini che loro vedranno con schizzi. Materializzo il loro sogno.
Gli spazi e la loro fruibilità. Non solo la parte produttiva ma anche e soprattutto l’accoglienza. Per far vivere gli spazi a chi si approccerà a visitare la cantina in una maniera diversa. Valutare il contesto, scegliere i materiali, immaginare il futuro.
Edoardo mi guarda e vedo che dentro di lui le idee frullano nella mente vorticosamente. Forse avrebbe bisogno di una matita e un foglio di carta per dirmi cosa sta pensando veramente.
Quando ho visto il progetto che aveva fatto per Tenuta Planisium ho capito che avevo dinanzi una persona in grado di guardare oltre. È stato un onore averti conosciuto Edoardo. Aspetto solo di vedere la tua prossima opera.
PS non sono volutamente entrato nell’ambito tecnico poiché oltre a non essere la persona più titolata a farlo ho chiesto ad Edoardo di iniziare a scrivere su questo Magazine. Troverete i suoi articoli, scritti con uno stile davvero interessante, nella rubrica “Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero“. Io non vedo l’ora
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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16 Marzo, 2024
Podere Inferno: eravamo quattro amici al bar!
Il Gusto dei Guidi a Poppi e l’incontro con Podere Inferno
La mia scoperta di Podere Inferno risale a fine estate scorsa, quando ho avuto il privilegio di partecipare come membro della Giuria a un evento di rilievo nel mondo vinicolo: Il Gusto dei Guidi a Poppi. Insieme a giornalisti, enologi ed esperti del settore, ho avuto l’opportunità di immergermi nell’universo dei sapori e delle tradizioni enologiche toscane. Svolto il lavoro in giuria e premiate le aziende vincitrici ho fatto un giro per assaggiare i vini delle varie aziende presenti alla manifestazione. Grande è stata la sorpresa di incontrare Valerio Giusti, collega sommelier e degustatore AIS che, insieme alla moglie, presentavano i vini di questa nuova realtà vinicola.
Rimasi incantata in particolare dalla freschezza e dalla passione che permeava questa nuova realtà mentre la degustazione è stata un’esperienza sensoriale avvolgente, che mi ha catturato attraverso profumi intriganti, sapori complessi e sfumature uniche, proprie di ogni varietà.
Questa esperienza mi ha convinta a condividere le mie impressioni su Podere Inferno, che considero una realtà promettente per molteplici motivi. I loro vini sono testimonianza dell’impegno costante dei loro produttori nel perseguire una vinificazione attenta e rigorosa.
Inoltre sono rimasta affascinata dalla profonda connessione tra il territorio, la tradizione e le profonde radici toscane dei protagonisti. Ma partiamo dall’inizio. Eravamo Quattro Amici al Bar: Podere Inferno, una Passione Radicata nelle Balze del Valdarno”
Il marchio Podere Inferno trae il suo nome dal suggestivo toponimo della vallata situata a nord-est di Terranuova Bracciolini. Queste terre, un tempo fondali marini emergenti a causa delle placche tettoniche in movimento, rientrano fra i territori toscani più vocati. Una storia che si dipana attraverso la formazione di un antico lago le cui sponde accarezzavano le colline circostanti, una terra oggi ricca di fossili marini, tesoro prezioso per le radici delle viti. Questa regione, nota come la porta meridionale delle “Balze del Valdarno“, immortalata anche nel capolavoro di Leonardo Da Vinci, la Gioconda, ha una storia sedimentata nel tempo. L’acqua ha attratto non solo fossili ma anche animali terrestri, spesso intrappolati nel fango. Da qui il nome “PODERE INFERNO”, a sottolineare la sfida di vivere in questa terra tanto difficile quanto affascinante. In questo contesto quattro amici sono cresciuti con un senso di radicamento territoriale molto forte trascorrendo i giorni assolati della loro giovinezza alla ricerca di fossili. Questi terreni, già riconosciuti nel bando di Cosimo III dei Medici del 1716 come luoghi di eccellenza per la produzione vinicola, furono in passato di proprietà del Conte Bettino Ricasoli. Successivamente passarono nelle mani della famiglia dei Marchesi Canevaro, per essere infine acquisite da Trippi Renato nel 1942. I quattro soci della Tenuta la Fratta sas, Giovanna Ghezzi, Rita Giusti, Marco Arnetoli e Valerio Giusti, tutti appassionati sommelier diplomati presso l’Associazione Italiana Sommelier, sono profondamente legati a Terranuova Bracciolini perché cresciuti in questo luogo trascorrendo, come già detto, il tempo della loro gioventù tra le dolci colline che sovrastano il centro abitato, in questi vigneti che rappresentano il Giardino di Terranuova. La preoccupazione per il destino di quei terreni ormai da tempo trascurate, li ha spinti durante una cena a unire le forze e ad agire per ripristinare il loro antico splendore. L’unione delle loro passioni ha trasformato la fatica in un piacere, dando vita a Podere Inferno, un progetto che celebra le qualità enologiche della Toscana e che riflette l’essenza di un territorio ricco di storia e passione. Così, nel 2021, si rilevano quasi 9 ettari di vigne, incolte da ben 3 anni. Una sfida ambiziosa li attendeva, poiché il compito di ripristinare, risanare, ripulire e riportare in produzione le vigne richiedeva un impegno straordinario. Nonostante le numerose fallanze, la terra custodiva un tesoro: “Viti Antiche” con oltre 50 anni di età. Un patrimonio genetico storico composto da vitigni autoctoni come Sangiovese, Trebbiano Toscano, Malvasia del Chianti, Colorino e Foglia Tonda, che sono stati poi vinificati durante la prima vendemmia del 2022, con l’aiuto dell’enologo David Rossi. Gli ingredienti per esprimere una vera identità Toscana ci sono tutti! Questo patrimonio, unico e ricco di storia, è l’anima di Podere Inferno. Qui, la produzione di vino è incentrata sulla sincerità, sulla fragranza e sulla straordinaria bevibilità che solo le vigne di questa terra possono offrire.
La vendemmia del 2022 è stata un’annata molto difficile, caratterizzata da una siccità persistente. Le piogge di settembre hanno fornito un sollievo momentaneo, ma hanno reso complicata l’operazione di raccolta delle uve, completata solo il 10 ottobre. Nonostante le sfide, Podere Inferno ha dato vita a dei vini distintivi. Il Chianti 2022 “CARONTE”, un tipico uvaggio del Chianti di Bettino Ricasoli, è stato vinificato in cemento. L’80% ha affinato in acciaio, mentre il restante 20% ha maturato in barrique nuove. Nonostante la giovinezza, questo vino si presenta con un naso intrigante dominato dal frutto, accompagnato da leggere note speziate e mentolate. Il sorso, succoso e dissetante, invoglia alla bevuta e personalmente considero un vero punto di forza il modesto grado alcolico, soltanto 12,5% vol. alcool. L’IGT Toscana Bianco “RIDDA”, vinificato in acciaio con un blend del 50% Trebbiano Toscano e 50% Malvasia Lunga del Chianti, ha subito una macerazione di 36 ore e un ulteriore affinamento di 4 mesi in acciaio. Un bianco di carattere, che si esprime con profumi di mela golden, fiori di campo e piacevoli note ossidative, da servire a una temperatura compresa tra gli 8°C e i 10°C, con un modesto 12% vol. alcool. Con la presentazione dell’IGT Toscana Rosso “GIASONE” nell’autunno del 2023, Podere Inferno ha dato un ulteriore tocco di magia alla sua collezione di vini unici. Questo rosso avvincente, con un blend equilibrato di 65% Sangiovese, 5% Malvasia Lunga del Chianti e 30% Merlot, rappresenta una fusione armoniosa di profumi che affascinano i sensi.
Il Merlot, con la sua morbidezza e suadenza, si fonde elegantemente con i caratteri più decisi del Sangiovese e la complessità aromatica della Malvasia. Il risultato è un vino che delizia il palato con un sorso fresco, rotondo e dissetante, riflettendo la cura e l’attenzione che Podere Inferno dedica a ogni dettaglio del processo di vinificazione. Fra le tante soddisfazioni che testimoniano le potenzialità tutte in crescita di questa azienda c’é senz’altro la presenza nell’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2024 di Luca Maroni. Che soddisfazione essere rientrati in questa prestigiosa pubblicazione e anche nella guida Veronelli 2024! È un’emozione profonda vedere che i tanti sacrifici compiuti in vigna e in cantina cominciano a dare i loro frutti, manifestandosi attraverso il riconoscimento di qualità da parte di queste importanti guide. Una descrizione accattivante del loro bianco leggermente macerato Ridda regala emozioni che invogliano a fare sempre meglio, generano tanto orgoglio e motivazione per il futuro.
Inoltre da aprile 2023 sono entrati a far parte dell’Associazione Strada del Vino Terre di Arezzo, la più rappresentativa del territorio aretino che si pone l’obiettivo principale di promuovere il territorio e l’Enoturismo quale movimento inteso a valorizzare la produzione vitivinicola nell’ambito di un contesto culturale, ambientale, storico e sociale. Concludendo, questa prima incursione virtuale a Podere Inferno genera un autentico entusiasmo pensando a una prossima visita in vigneto e in cantina. Continuerò dunque a raccontare la storia dell’evoluzione di questi giovani produttori, cogliendo sempre nuove sfumature e dettagli. Stay tuned! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Questa esperienza mi ha convinta a condividere le mie impressioni su Podere Inferno, che considero una realtà promettente per molteplici motivi. I loro vini sono testimonianza dell’impegno costante dei loro produttori nel perseguire una vinificazione attenta e rigorosa.
Inoltre sono rimasta affascinata dalla profonda connessione tra il territorio, la tradizione e le profonde radici toscane dei protagonisti. Ma partiamo dall’inizio. Eravamo Quattro Amici al Bar: Podere Inferno, una Passione Radicata nelle Balze del Valdarno”
Il marchio Podere Inferno trae il suo nome dal suggestivo toponimo della vallata situata a nord-est di Terranuova Bracciolini. Queste terre, un tempo fondali marini emergenti a causa delle placche tettoniche in movimento, rientrano fra i territori toscani più vocati. Una storia che si dipana attraverso la formazione di un antico lago le cui sponde accarezzavano le colline circostanti, una terra oggi ricca di fossili marini, tesoro prezioso per le radici delle viti. Questa regione, nota come la porta meridionale delle “Balze del Valdarno“, immortalata anche nel capolavoro di Leonardo Da Vinci, la Gioconda, ha una storia sedimentata nel tempo. L’acqua ha attratto non solo fossili ma anche animali terrestri, spesso intrappolati nel fango. Da qui il nome “PODERE INFERNO”, a sottolineare la sfida di vivere in questa terra tanto difficile quanto affascinante. In questo contesto quattro amici sono cresciuti con un senso di radicamento territoriale molto forte trascorrendo i giorni assolati della loro giovinezza alla ricerca di fossili. Questi terreni, già riconosciuti nel bando di Cosimo III dei Medici del 1716 come luoghi di eccellenza per la produzione vinicola, furono in passato di proprietà del Conte Bettino Ricasoli. Successivamente passarono nelle mani della famiglia dei Marchesi Canevaro, per essere infine acquisite da Trippi Renato nel 1942. I quattro soci della Tenuta la Fratta sas, Giovanna Ghezzi, Rita Giusti, Marco Arnetoli e Valerio Giusti, tutti appassionati sommelier diplomati presso l’Associazione Italiana Sommelier, sono profondamente legati a Terranuova Bracciolini perché cresciuti in questo luogo trascorrendo, come già detto, il tempo della loro gioventù tra le dolci colline che sovrastano il centro abitato, in questi vigneti che rappresentano il Giardino di Terranuova. La preoccupazione per il destino di quei terreni ormai da tempo trascurate, li ha spinti durante una cena a unire le forze e ad agire per ripristinare il loro antico splendore. L’unione delle loro passioni ha trasformato la fatica in un piacere, dando vita a Podere Inferno, un progetto che celebra le qualità enologiche della Toscana e che riflette l’essenza di un territorio ricco di storia e passione. Così, nel 2021, si rilevano quasi 9 ettari di vigne, incolte da ben 3 anni. Una sfida ambiziosa li attendeva, poiché il compito di ripristinare, risanare, ripulire e riportare in produzione le vigne richiedeva un impegno straordinario. Nonostante le numerose fallanze, la terra custodiva un tesoro: “Viti Antiche” con oltre 50 anni di età. Un patrimonio genetico storico composto da vitigni autoctoni come Sangiovese, Trebbiano Toscano, Malvasia del Chianti, Colorino e Foglia Tonda, che sono stati poi vinificati durante la prima vendemmia del 2022, con l’aiuto dell’enologo David Rossi. Gli ingredienti per esprimere una vera identità Toscana ci sono tutti! Questo patrimonio, unico e ricco di storia, è l’anima di Podere Inferno. Qui, la produzione di vino è incentrata sulla sincerità, sulla fragranza e sulla straordinaria bevibilità che solo le vigne di questa terra possono offrire.
La vendemmia del 2022 è stata un’annata molto difficile, caratterizzata da una siccità persistente. Le piogge di settembre hanno fornito un sollievo momentaneo, ma hanno reso complicata l’operazione di raccolta delle uve, completata solo il 10 ottobre. Nonostante le sfide, Podere Inferno ha dato vita a dei vini distintivi. Il Chianti 2022 “CARONTE”, un tipico uvaggio del Chianti di Bettino Ricasoli, è stato vinificato in cemento. L’80% ha affinato in acciaio, mentre il restante 20% ha maturato in barrique nuove. Nonostante la giovinezza, questo vino si presenta con un naso intrigante dominato dal frutto, accompagnato da leggere note speziate e mentolate. Il sorso, succoso e dissetante, invoglia alla bevuta e personalmente considero un vero punto di forza il modesto grado alcolico, soltanto 12,5% vol. alcool. L’IGT Toscana Bianco “RIDDA”, vinificato in acciaio con un blend del 50% Trebbiano Toscano e 50% Malvasia Lunga del Chianti, ha subito una macerazione di 36 ore e un ulteriore affinamento di 4 mesi in acciaio. Un bianco di carattere, che si esprime con profumi di mela golden, fiori di campo e piacevoli note ossidative, da servire a una temperatura compresa tra gli 8°C e i 10°C, con un modesto 12% vol. alcool. Con la presentazione dell’IGT Toscana Rosso “GIASONE” nell’autunno del 2023, Podere Inferno ha dato un ulteriore tocco di magia alla sua collezione di vini unici. Questo rosso avvincente, con un blend equilibrato di 65% Sangiovese, 5% Malvasia Lunga del Chianti e 30% Merlot, rappresenta una fusione armoniosa di profumi che affascinano i sensi.
Il Merlot, con la sua morbidezza e suadenza, si fonde elegantemente con i caratteri più decisi del Sangiovese e la complessità aromatica della Malvasia. Il risultato è un vino che delizia il palato con un sorso fresco, rotondo e dissetante, riflettendo la cura e l’attenzione che Podere Inferno dedica a ogni dettaglio del processo di vinificazione. Fra le tante soddisfazioni che testimoniano le potenzialità tutte in crescita di questa azienda c’é senz’altro la presenza nell’Annuario dei Migliori Vini Italiani 2024 di Luca Maroni. Che soddisfazione essere rientrati in questa prestigiosa pubblicazione e anche nella guida Veronelli 2024! È un’emozione profonda vedere che i tanti sacrifici compiuti in vigna e in cantina cominciano a dare i loro frutti, manifestandosi attraverso il riconoscimento di qualità da parte di queste importanti guide. Una descrizione accattivante del loro bianco leggermente macerato Ridda regala emozioni che invogliano a fare sempre meglio, generano tanto orgoglio e motivazione per il futuro.
Inoltre da aprile 2023 sono entrati a far parte dell’Associazione Strada del Vino Terre di Arezzo, la più rappresentativa del territorio aretino che si pone l’obiettivo principale di promuovere il territorio e l’Enoturismo quale movimento inteso a valorizzare la produzione vitivinicola nell’ambito di un contesto culturale, ambientale, storico e sociale. Concludendo, questa prima incursione virtuale a Podere Inferno genera un autentico entusiasmo pensando a una prossima visita in vigneto e in cantina. Continuerò dunque a raccontare la storia dell’evoluzione di questi giovani produttori, cogliendo sempre nuove sfumature e dettagli. Stay tuned! Benedetta Costanzo
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15 Marzo, 2024
Arpepe. Il sangue inizia a parlare
Le storie delle famiglie hanno un non so che di magico. Ricordo quando mio nonno Antonio mi teneva sulle ginocchia dinanzi al fuoco del camino raccontandomi le storie di lui giovane, della campagna che era la sua passione nonostante dovesse andare ogni mattina a lavorare al cantiere della Centrale Nucleare del Garigliano. 40 km ad andare e 40 a tornare. In bici.
Ma non voglio perdermi nei ricordi perché questa non è la pagina per nonno Antonio.
Dicevo delle storie delle famiglie. Quelle di un tempo. Quando c’era il capofamiglia. Quando ai figli maschi spettava il lavoro nei campi e alle donne quello di casa. La vita alla fine dell’800 non era semplice in campagna. Figuriamoci poi se i campi giacevano su piccoli lembi di terra strappati alle montagne: le terrazze.
In Valtellina si coltivava e si coltiva così. Certo, non nei pascoli, non nelle valli. Ma quando la montagna inizia la sua salita, le terrazze sono l’unico modo per coltivare. Si coltivava per le necessità di casa ma anche per vendere i prodotti. Si coltivava per tutto. Anche per la vite.
Incontro Isabella Pellizzatti Perego. Insieme ai fratelli Guido ed Emanuele gestiscono Arpepe, l’azienda di famiglia.
Isabella è una di quelle persone che riesce a prenderti per mano e trasportarti nel suo mondo, nella storia della sua famiglia e di un padre verso il quale prova ancora un amore misto ad ammirazione. Sconfinati.
Papà Arturo, una vera Araba Fenice capaci di far rinascere l’azienda di famiglia ormai andata persa.
Simo in Valtellina dove il vino si produce dal tempo degli antichi romani e dove grazie ai monaci arriva stancamente fino al cinquecento. Solo in questo periodo, l’annessione della Valtellina al Cantone dei Grigioni determina il vero sviluppo vitivinicolo della zona. Mica scemi gli svizzeri. Scemi noi che abbiamo dovuto aspettare loro per decretare il successo di una zona meravigliosa. Almeno da un punto di vista commerciale.
La successiva annessione alla Repubblica Cisalpina quindi all’Italia vive sulla traccia della strada aperta dagli svizzeri.
In questi anni, è il 1860, Giovanni Pellizzatti fonda la sua azienda per la produzione di vino.
Oggi, insieme ai miei fratelli Emanuele e Guido portiamo avanti l’azienda che è alla quinta generazione. Esiste dal 1860. Nel 1960 il nostro bisnonno Arturo, figlio di Giovanni, celebrò i 100 anni dell’azienda con uno tra i primi clienti svizzeri. La Svizzera è sempre stato un nostro naturale sbocco mercato. Non so come facesse il trisnonno Giovanni a commercializzare li il vino, magari a dorso d’asino, ma se ci riusciva il nonno anche noi potevamo.
Le storie della famiglia Pellizzatti si intrecciano con quelle dell’Italia e della Valtellina. Salire faticosamente la china e scendere velocemente di quota è un attimo. Certo, se si parla di storia, gli attimi sono anni e negli anni la Valtellina ha visto le epidemie prima (oidio, peronospera e fillossera), le guerre poi, i trasferimenti verso le città. Tutto questo con il risultato di passare da oltre 8000 ettari vitati a circa 850 di oggi (dei quali 160 in mano ad un solo produttore, Nino Negri).
Epidemie e guerre a parte, basta venire da queste parti e alzare lo sguardo verso i pendii per capire il perché solo pochi ardimentosi si cimentano nella viticoltura. Eroica ovviamente.
Eppure oggi di ardimentosi ce ne sono sempre di più. Negli ultimi venti anni le aziende sono passate da venti a circa 50. Chi conferiva ha iniziato a produrre. Magari non ancora ad imbottigliare, ma ci si sta arrivando. In questo modo le micro vinificazioni valorizzano il territorio in tutte le sue sfaccettature: Inferno, Sassella, Grumello, Maroggia, Valgella. Zone tanto meravigliose quanto difficili, complicate e da basse rese: i disciplinari prevedono per il Rosso di Valtellina DOC, 10 quintali per ettaro che diventano 8 per il Valtellina Superiore DOCG. Rese da pazzi.
Nel 1973 nonno si ammala avendo solo papà che lo aiutava mentre le altre persone in famiglia erano interessate solo alla proprietà. Nonno e papà decidono che la soluzione migliore è vendere le cantine. Inclusa quella odierna interamente scavata nella montagna e tale da garantire condizioni perfette di temperatura ed umidità. Odierna perché papà riuscì poi a ricomprarla. Vendono il vecchio marchio, Arturo Pellizzatti, creato dal bisnonno. Per fortuna non vendono le vigne che vengono invece divise tra tutti i membri della famiglia. Papà con la sua parte di vigna decide di ripartire. Erano state affittate per un tempo di dieci anni. Al termine dell’annata agraria 1983 riprende l’attività. Con l’84 riparte. Avendo venduta la cantina ne torna in possesso con difficoltà. Tutte le altre sono state oggetto di speculazione edilizia. Si salva solo quella.
In queste poche righe c’è tutta la storia di una famiglia. Quella del papà di Isabella e dei suoi fratelli Emanuele e Guido.
Non è la prima volta che una azienda non resiste alla propria famiglia. Ne tantomeno sarà l’ultima. Quando viene a mancare il fondatore o la persona che ha portato avanti l’azienda per tanti anni, non è sempre detto che i figli abbiano la voglia di continuarne l’opera. Diverso è l’animo. Diverso è la concezione di futuro. Diverse le necessità economiche.
In questo caso però c’è una lungimiranza davvero notevole. Si può vendere la cantina perché, tanto, non c’è nessuno disposto a portare avanti l’attività. Nessuno tranne Arturo ovviamente che da solo non riuscirebbe mai a farcela. Si può vendere il marchio perché, tanto, non imbottigliando più tanto vale capitalizzare. Di certo, vendere le vigne sarebbe stato un sbaglio: almeno dall’affitto delle stesse ci si sarebbe ricavata una rendita (e i soldi non sarebbero stati sperperati subito).
Affittati per dieci anni. Dieci lunghi anni.
Arturo, il papà di Isabella è uno di quelli tosti. Orgogliosi ma soprattutto con quella voglia di fare che ti brucia dentro fino all’anima. È per questo che deve fare qualcosa e riprendersi i suoi 6 ettari. Già, dei 50 iniziali ne sono rimasti solo 6!
Arturo vuole ripartire e riparte. Aspettando dieci lunghi anni durante i quali, oltre che a rodersi il fegato, si da da fare come può. Come deve. Perché la famiglia da mantenere c’è.
Le vigne ci sono. La cantina è stata ricomprata. Manca il nome. Quello vecchio e storico non c’è più. Andato per sempre con la tristezza di non poter nemmeno utilizzare il proprio nome sulle proprie bottiglie. Allora utilizza l’acronimo Arturo Pellizzatti Perego. ArPePe.
Bene allora si può partire finalmente.
Ehm…no. Come no? Eh no perché Arturo ha una concezione tutta sua del vino. O meglio, ha la concezione di un vino che arriva dal passato, che deve essere aspettato per smussare le asperità di quel meraviglioso vitigno che è il Nebbiolo e che qui chiamano Chiavennasca (chiù vinasca, più vinoso).
Per sei anni lavora e vendemmia senza vendere neanche una bottiglia. Voleva produrre vino con lunghi invecchiamenti come faceva con il nonno. Papà aveva una piccola squadra che venivano per la maggior parte dalla vigna del nonno. Affiancato dalla mamma che lo aiutava per la parte amministrativa. Si improvviserà anche venditrice stupendo il papà per gli ottimi risultati. Furono anni difficilissimi. Ricomprare la cantina con i tassi del mutuo altissimi fu durissimo. Aveva affittato una parte della struttura perché era sovradimensionata per lui all’epoca. Affittò una parte della cantina ad un deposito di acque minerali.
Le parole di Isabella escono come un suono dalla sua bocca. Parlare del papà è come parlare delle radici della vite piantata proprio sui terreni calcarei di queste zone: si va in profondità, si scava piano piano, si arriva al cuore del nutrimento. In fondo. Tanto in fondo. Nel cuore e nell’animo. Quello che Isabella prova per il papà è un misto di ammirazione, amore, devozione.
Le prime bottiglie della neonata ArPePe arrivano a fine anni 90 quando il mondo del vino era qualcosa di profondamente diverso rispetto al passato. Supertuscan, tagli bordolesi, uso di botti, vini e vitigni internazionali. Altro che valorizzazione dei territori e del lavoro di piccoli vignaioli. Posso immaginare quanto sia stata dura andare avanti e farsi strada anche solo per sopravvivere.
Arturo aveva una idea e quella voleva realizzare. Senza sconti per nessuno. Meraviglioso!
Io stavo facendo il liceo insieme a Guido. Abbiamo fatto il liceo classico. Emanuele che è dell’80 nell’84 trotterellava ancora. Papà con grande coraggio si mise in questa avventura. Era del 42 dunque a 40 anni riparte da zero. La mamma lo aiutò a ripartire. Oggi siamo arrivati a 15 ettari. 9.5 nel cuore della Sassella storica, 4.5 nel Grumello ed il resto in zona Inferno. Quello che ho apprezzato di papà è che ci ha lasciato fare il percorso di studi senza mai mettere pressione.
Isabella dopo il liceo classico si trasferisce a Milano per studiare Scienze e Tecnologie alimentari specializzandosi con un Master in Enologia a Piacenza.
È il papà che la spinge ad accettare lo stage in Diageo nella vecchia sede della Cinzano.
Dal 97 al 2001 ho lavorato prendendo ferie per le fiere, le degustazioni importanti in azienda. Volevo esserci. Volevo essere al suo fianco per i momenti cruciali. È stata una bellissima palestra. Quello che ho visto e fatto in quattro anni vale per dieci.
Dopo 4 anni Isabella decide che è il momento delle scelte e della responsabilità. Tornare a casa per usare le propri energie nell’azienda di famiglia. Anche per decidere autonomamente.
Papà volava. Mesi prima diceva di avere la segreta speranza che uno dei tre lo affiancasse. Ma senza mettere pressione. Il primo anno pieno fu il 2002 cercando di assorbire tutto da lui. L’idea era che, con papà che aveva sessanta anni, si sarebbero potute fare tante cose insieme. Lo seguivo in tutte le parti tecniche. Lui che aveva studiato a Conegliano Veneto era presente su tutto. E io su tutto lo aiutavo. Ma anche nella parte commerciale e amministrative.
In tutte le saghe familiari, quando tutto sembra andare per il meglio arriva sempre qualcosa che devasta. Un pò come quando pensi che gli acini stanno crescendo bene e che sarà una meravigliosa annata e invece arriva la grandine che fa portare al macero tutto il raccolto.
L’antivigilia di Natale ha un problema di salute e gli diagnosticano un tumore. Come accadde al nonno. Pochissime speranze di vita.
La prospettiva dell’azienda non può che cambiare drasticamente. Isabella è già dentro e per fortuna. Emanuele, al tempo 22 anni, comprende che anche per lui è arrivato il momento delle scelte. Pur avendo fatto un percorso diverso (geometra, seguendo le impronte materne alla quarta generazione di costruttori stava affiancando lo zio) decide di tuffarsi per dare una mano.
La vigna era ancora al maschile. Papà si sobbarcava di tutti i trattamenti. Il lavoro era impegnativo e pesante e non avrei potuto fare tutto da sola. La cosa bella è che io penso che il sangue inizia a parlare. Emanuele infatti si innamora di tutto affiancando il papà nelle lavorazione della vigna e della cantina. Impara l’abc con lo spirito libero e non condizionato dagli studi. Tuttora lo guardo e gli dico: questo dove lo hai imparato? Ha studiato nella pratica e sui libri di papà. È più enologo di molti altri enologi.
Quanta intimità c’è in questo racconto. Ascoltando Isabella mi sembra quasi di essere un intruso nella loro vita. Ma non lo sono affatto. È proprio Isabella, con la sua grazia e con la tenerezza dei suoi ricordi a coinvolgermi. Lo fa ancor di più dicendomi delle parole del papà poco prima che morisse.
Poco prima che papà venisse a mancare (due anni dopo, prima di natale 2004), lui ci dirà: adesso io sono pronto. Se dovesse essere tra un mese un anno io sono pronto. È stato il suo testamento. Lo pensiamo felice perché portiamo avanti tutto questo all’ennesima potenza cercando di migliorarci mettendo in pratica tutto ciò che ci ha insegnato. Con la certezza che non vogliamo lasciare i fondamentali che ci ha dato. Quando è ripartito tra le mille difficoltà e forse nessuno avrebbe voluto che lui ripartisse, veniva guardato come l’ancien regime del gruppo. L’Arturo che ripartiva con vini tradizionali quando andavano vini che erano tutt’altro. A partire dal colore con la logica che ogni vino deve avere il suo colore. Senza tolettarlo. Senza mettere il fard. Per cui la grande soddisfazione è che i vini del territorio, guardati per anni come fumo negli occhi perché facevano vedere la verità a molti, adesso sono stati apprezzati a tutto tondo. Lui che era considerato l’ultimo è salito agli onori della cronaca postumo. Da qualche parte sta sorridendo.
Una storia raccontata di trasporto. Con grande enfasi. Con il papà ad aver trasmesso il rispetto della materia prima da cui proviene tutto. Il lavoro in vigna come primissima cosa per portare a casa la materia prima più sana possibile. Imparando ogni anno qualcosa di diverso che va raccontato proprio nella bottiglia.
Abbiamo la fortuna di avere il Nebbiolo, la nostra Chiavennasca. Vitigno fortissimo che ci deve insegnare tanto perché quando è in mezzo alle avversità da il meglio di se. Una pianta austera ma che ci regala tanto. Tutta la nostra trasformazione in cantina verte attorno a questo. Non vogliamo rovinare il frutto e la sua integrità in tutte le lavorazioni. Con le macchine di nuova generazione riusciamo a fare questo. Lasciamo l’acino il più integro possibile. Non pigiamo ma diraspiamo. Fermentazione ad acino intero in tini troncoconici piegati a vapore. Questo era un sogno che avevamo nel cassetto con papà che siamo riusciti a realizzare solo dal 2005 perché materialmente non c’erano le possibilità neanche di acquistare questi macchinari. Abbiamo acquistato poco per volta facendo i nostri esperimenti e verificando che quello che si diceva con papà era vero. Il legno è fondamentale per una micro ossigenazione. Non si vuole dare gusti ma solo ossigeno.
Il tempo è sempre il nostro grande amico. Papà ci ha insegnato a rischiare e saper aspettare per raggiungere la maturazione fenolica. Meglio qualche giorno in più che qualche giorno in meno. Il tempo ci deve accompagnare sempre anche nel corso dei lunghi affinamenti. Abbiamo sperimentato anche le lunghe macerazioni senza una ricetta. Occorre usare i propri sensi per capire cosa abbiamo tra le mani.
Isabella aspetta. Si sente in lei la calma serafica di un saggio cinese (valtellinese in questo caso), che aspetta. Senza fretta. Facendo le cose con calma. Senza correre. Senza affanno. Il papà ha aspettato tanto. Così tanto che il tempo che serve per attendere una vendemmia, attendere una macerazione o un affinamento di anni, non è nulla in confronto. Il giusto tempo del Nebbiolo bisogna saperlo aspettare.
I lunghi affinamenti non sono scritti da nessuna parte. Il disciplinare recita un minimo di 12 mesi in botte per il Valtellina DOCG Superiore (che diventano 24) più altri 12 in bottiglia. Alla ArPePe si va molto più su con il tempo.
Noi seguiamo per le riserve il vecchio disciplinare che ci ha insegnato papà ovvero un minimo di cinque anni complessivo tra legno, cemento, acciaio e bottiglia. Noi le riserve le facciamo uscire mediamente dopo sei anni. Per noi è interessante cosi. Prima di tuto c’è la qualità dei nostri prodotti. Noi aspettiamo. È doveroso.
Doveroso. Mi rimbomba in mente questa parola. Mi distraggo un attimo dal racconto di Isabella ma non posso farci nulla. È davvero incredibile come ci siano principi forti come questi. Solo con questa parola finalmente capisco a pieno una cosa che ho visto raramente in un sito Internet. Già, perché ai più attenti non sarà sfuggito notare come nella pagina del sito ArPePe dove ci sono “I Nostri Vini”, proprio in fondo, magari un pò nascosto ma solo per timidezza, ci sia un allegato “annate_vini_arpepe_2022.pdf”: è la tabellina che riporta tutte le annate uscite dalla quale si evince come alcune annate non siano proprio state messe in commercio.
Si certo, magari capita anche ad altre aziende. Però è doveroso non solo farlo ma anche dirlo. Ecco, quella parola mi riporta direttamente al link dell’allegato segno di una statura morale incredibile.
Nel 2008, il sei luglio abbiamo subito una grandinata e abbiamo scelto, nonostante le fatiche immense, di non uscire con nulla. Non è uscita neanche una bottiglia di Rosso di Valtellina. Abbiamo prodotto meno del 20% che non ci soddisfaceva. Così abbiamo venduto il vino a qualche altro. Ma non siamo usciti. Totalmente saltata. Ci ha insegnato molto perché devi essere per forte per assorbire una annata del genere. Da qui i prezzi per la valorizzazione. La Valtellina ha dei costi abnormi per la produzione: abbiamo all’incirca 1500 ore per ettaro per anno mentre, in collina, con un pò di meccanizzazione, siamo intorno alle 500 ore per ettaro. Noi siamo tre volte tanto. È iniziato un lento progressivo lavoro di valorizzazione. È doveroso perché se uno vuole la qualità la devi far pagare.
Anche qui torna “doveroso”. Doveroso rispetto per il lavoro, per la materia prima, per il territorio, per gli investimenti, per la qualità. Per il lavoro.
Non so dire se i vini di ArPePe siano più o meno costosi rispetto ad altri. So di certo che, oltre ad essere fantastici prodotti, provengono da un territorio che si può capire se non vedendolo. Se riesci (perché non è semplice) vedere le viti dalle strade di fondovalle, intuisci qualcosa. Se poi ci sei vicino o addirittura sei sulla terrazza che ospita le viti, ecco, allora capisci quanto sia complicato, impervio e anche pericoloso lavorare li.
Prima di mettere in commercio una annata ci pensi tre volte. Cerchi di dare la giusta dimensione alla annata. È la annata che decide. La prima annata nella quale nasce il rosso di Valtellina è il 2003. Papà fa in tempo ad approvare anche l’etichetta creata a mio marito che è architetto (piemontese che poi ha dato tanto aiuto per realizzare lo spazio di accoglienza per festeggiare i 150 anni). È stata l’etichetta che incarnava la nostra idea di un rosso facile da bere a spingerci a produrlo. Era nato per scherzo in quella annata nella quale l’Intera produzione era di facile beva. Siamo stati spiazzati da una annata del genere ma è stato importante farlo perché è diventato il nostro biglietto da visita. Oggi la gente ci scopre con quello e se piace quello viene voglia di assaggiare gli altri.
ArPePe si estende su tre delle cinque zone della Valtellina: Sassella, Grumello e Inferno. Non è stata una scelta ma frutto semplicemente di quanto toccò ad Arturo in eredità. La filosofia dei figli è stata quella di continuare ad espandersi in zone limitrofe senza cercare di andare in altre. Una filosofa intelligente visto i costi che ci sono da queste parti. Sostenibilità.
Se continueremo ad espanderci lo faremo in queste zone. Non ha senso spostarsi in altre zone. Ha senso consolidare e capire cosa succede accanto a noi. Nei momenti chiave io non manco mai. Poi visto che con papà mi sono dedicata la parte commerciale così come alla accoglienza, posso dire che quello che non era il mio ruolo poi lo è diventato. Mio fratello lo ha affiancato nella vigna e in produzione. Quindi è li. L’altro fratello, Guido, lavora con noi ma in remoto. Lui è architetto e ha studiato più comunicazione per l’architettura. Così si occupa di comunicazione per un gruppo bancario. È lui che è dietro il sito e i social media. Ci aiuta da remoto amplificando quello che facciamo. È sempre al nostro fianco.
Isabella ama in maniera sconfinata il suo lavoro, la sua azienda, le sue uve. Così come ama i suoi prodotti provenienti da questo Nebbiolo delle alpi dotati di freschezza e mineralità con il frutto della montagna che si riesce a cogliere, pieno e integro nel bicchiere.
Devi chiudere gli occhi e vedere la pendenza e la ripidità della montagna che gli sta dietro. Questo deve essere il minimo comune denominatore di tutti. Dopodiché c’è la bellezza di scoprire ogni singola vigna, ogni singola particella. Ogni tanto scherziamo che dovremmo far il vino per ogni terrazzino. Sarebbe la paranoia totale ma è veramente cosi perché ogni angolo ha la sua espressione. Una vigna viene divisa in due botti e ogni botte ha la sua faccia ed è lievemente diversa dell’altra. È una gioia immensa quando ti trovi con le botti e te la ridi perché è il bello di quello che facciamo.
In queste parole c’è non solo il bello di questo amore. C’è la meraviglia e lo stupore di chi riesce a fare e guardare le cose con gli occhi incantati di un bambino. Così, come un bambino sorride quando riesce a farsi capire con la sua lallazione, allo steso modo Isabella e i suoi fratelli quando ciò che loro percepiscono viene riconosciuto anche da una persona che beve un loro vino.
Nessuna voglia di fare qualcosa di diverso. Nessuna voglia di cedere alle sirene delle novità, bollicine in testa. Il solo pensiero di espiantare qualche pianta di Nebbiolo per sostituirla con qualche altra diventa un colpo al cuore per Isabella.
La nostra direzione è chiara. I rosati vanno magari un sacco ma non mi interessa niente. Preferisco fare più bottiglie di Rosso di Valtellina.
Una azienda solida e ben determinata che difficilmente si incontra. Una azienda che può sembrare ferma nel solco della tradizione ma non è affatto così. Ogni annata è certamente diversa. Ogni vino è certamente diverso ma occorre sempre migliorarsi. Isabella, Emanuele, Guido, lo sanno bene. Sanno bene che il sogno del papà non è ancora compiuto.
Nulla è mai compiuto perché c’è sempre da migliorarsi ma è bello che abbiamo dato più voce e più spazio al suo disegno. Non è un quadro finito e non lo sarà mai. Faremo del nostro meglio con le generazioni che verranno che aggiungeranno nuovi tasselli e nuove sfaccettature. Tempo al tempo. Il giusto tempo ci darà le risposte e non dobbiamo avere fretta. Il futuro è con le stesse etichette ma magari con nuove singole vigne. È più facile nascano altre riserve per raggiungere tavole sempre più belle in giro per il mondo. Sono contenta quando una nuova nazione ci viene a cercare. La nostra produzione è piccola perché quando siamo fortunati siamo sulle 100/110 mila bottiglie.
Non abbiamo mai parlato dei vini di ArPePe in queste pagine e non intendo farlo alla fine. Sono vini che vanno scoperti più che raccontati. Espressioni di singole vigne certo ma espressione delle montagne e delle loro pendenze. Bevendoli si potrà apprezzare la loro estrema prontezza nonostante derivino dal Dio Nebbiolo (o Chiavennasca) che in altri palcoscenici assume sembianze totalmente diverse e maggiormente spigolosi. Qui, la grande mineralità offerta dal territorio, il gioco delle temperature e, soprattutto, la lunga attesa, rendono i vini falsamente facili. Falsamente perché in essi si ritrova la complessità del Dio Nebbiolo (o Chiavennasca) legata alla immediatezza del gusto.
Per tutto il resto, posso solo augurare a tutti noi che ArPePe non cambi mai questa filosofia. L’Italia ha bisogno di realtà come questa.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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14 Marzo, 2024
Vini da Terre Estreme 2024
IL COSA E IL DOVE
Nei giorni 25 e 26 Febbraio u.s. le sale dell’Hotel Palatino di Roma hanno ospitato la 13° Edizione di VINI DA TERRE ESTREME, Evento firmato PILOTA GREEN e Andrea Petrini che si propone di far conoscere al grande pubblico (ma anche a tanti operatori dl settore) il lavoro di quel ristretto numero di Produttori che si ostinano a coltivare la Vitis Vinifera là dove la natura fa di tutto per contrastare il loro lavoro.
Dall’ostinato impegno di questi vignaioli nascono bottiglie che raccontano lembi sperduti di Territorio strappati con ferma determinazione boschi e scarrupi per il nostro edonistico piacere, produzioni limitate per emozioni senza fine.
30 Aziende, banchi d’assaggio e masterclass (dedicate pensate un po’ anche all’EVO!) per una due giorni di grande fascino e grande successo.
GLI ASSAGGI
C’era tanto da assaggiare ma io ro ben disposto ed ero pure riuscito ad incastrare l’impegno inderogaBBile delle gare del figlio ma…
C’è sempre un “ma” e, in questo caso, s’è materializzato sotto forma del numero di etichette che ciascun Produttore ha portato: ‘na cifra!!!!!
E quindi addio buoni propositi e spazio all’estro.
Ormai saprete che preferisco assaggiare l’intera produzione di un’Azienda piuttosto che spizzicare qua e là tra quelle presenti ed in questo caso m’è toccato sacrificare alcuni nomi che avevo messo in agenda sull’altare di quella dead-line temporale che mi consentiva di attraversare Roma per raggiungere in tempo la piscina che ospitava l’agone natatorio.
Comunque mica sono stato con le mani in mano!
Date quindi una letta alla mia personalissima “TOP ELEVEN” se non altro per dirmi BBravo e, se non doveste trovare quello che pensavate beh…sarà per la prossima volta o per quando, magari, mi doveste consigliare Voi qualcosa che mi sono perso e che a Vostro giudizio, andava davvero provato (comunque, degli altri vini assaggiati potrete leggere qui).
LA LIGURIA
TENUTA MAFFONE
6ha di piccoli appezzamenti rubati al bosco in Valle Arroscia (IM), a metà strada tra il mare della Riviera di Ponente e le nevi delle Alpi Liguri.
Vecchi vigneti di anche 120 anni (tutti iscritti all’Albo dei Vigneti Storici e dei Vigneti Eroici), spesso a piede franco perché talmente isolati che neppure la fillossera era riuscita a trovarli.
Focus sull’Ormeasco ma senza dimenticare il Pigato.
SPUMANTE METODO CLASSICO ROSÉ “DUEZEROSETTE” 2016: “IL” Metodo Classico da Ormeasco (per il fatto di essere stati i primi a farlo ed essere ancora gli unici).
72 mesi sui lieviti per un naso maledettamente in linea con il “cugino” fermo”.
Intense note di una frutta non dimentica della pasticceria precedono soffi di spezie natalizie in una atmosfera cupa di vegetalità boschive ed amaricante di china e timo.
Sorso cremosissimo e di verticale spinta fresco-sapida per una beva elegante e compulsiva.
Certo che per essere uno spumante di “recupero” (in pieno “stile genovese”) beh…
Si prende il mio premio “GEIMSBOND”
Da bere ascoltando, neanche a dirlo “CREUZA DE MÄ” di FABRIZIO DE ANDRÈ.
IL VENETO
SANDRO DE BRUNO
Dal cuore della Lessinia, 40ha di vulcano dedicati tutti a Durella e Garganega.
Vigneti posti a 600/700m slm, grandi escursioni termiche e conduzione attenta e rispettosa.
LESSINI DURELLO DOC METODO CLASSICO “36 MESI DOSAGGIO ZERO” RISERVA: piacevolissimamente amaricante di nespola eppure dolce di susina, floreale quel tanto che deve ma profondamente minerale e con il giusto di crosta di pane.
Sorso intrigante e ritmato dai continui richiami olfattivi cui va ad aggiungersi un tocco d’agrume.
Lo so, Vi sembrerà essere troppo importante per utilizzarlo tra chiacchiere e amici ma…io ce lo vedo proprio bene.
IL FRIULI VENEZIA GIULIA
GASPARE BUSCEMI
Mica è facile riassumere in due righe il personaggio Gaspare Buscemi e il suo lavoro.
Pensando quindi di dedicargli lo spazio che merita in un approfondimento futuro, Vi dico qui soltanto che siamo a Cormons (GO), che l’uomo si definisce “enologo, vinificatore, artigiano” e che il principio fondante della sua filosofia mi pare possa dirsi essere il “non fare”.
Le sue produzioni non sono “facili” e vanno approcciate con mente libera da preconcetti e cuore aperto alle emozioni.
Provate i suoi vini e poi…parliamone.
VINO FRIZZANTE “PERLE D’UVA” 2002 (MOSTO 2004, SBOCCATURA 2023): sotto quel tappo a corona, sotto il sughero c’è…un naso assoluto!
Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon e Malvasia.
La sottile carbonica della rifermentazione veicola idrocarburi, albicocche disidratate, erbe aromatiche amare, mineralità profonda e poi un infinito corteo di descrittori in continua evoluzione (eh…ad avere più tempo!).
Sorso cremoso, quasi grasso, di eleganza interiore e mai affettata, perfettamente rispondente all’olfatto, sottilmente tannico e di lunghezza ancora da scoprire.
Un’esperienza.
Da bere ascoltando “JUST BREATHE” dei PEARL JAM.
VENEZIA GIULIA IGT “BRAIDE BIANCO” 2021: beh, ‘ste vigne stanno a Colloredo di Monte Albano, proprio dietro casa mia ed ho già messo in agenda di andarmele a spizzare appena possibile.
Assemblaggio di “quel che c’è”, regala un naso fresco, vegetale e balsamico.
Ci trovate il finocchietto selvatico e la mentuccia, una manciata di malva ed un non so che di esotico (che non c’avrei messo ma c’è).
Sorso sottile, scorre via in un attimo e vuole subito un refill per far finta di dover apprezzare meglio quei descrittori che vogliamo per forza trovare nel vino senza pensare al solo piacere di berlo.
Traditore.
Da bere ascoltando “LIFE’S TOO GOOD” degli SUGARCUBES.
VENEZIA GIULIA IGT “BRAIDE ROSSO” 2021: “Anin ta braide co ai di menà dongje la meniche”!
La voce di mio nonno…mi sembra quasi di sentirla…
“Braide” termine friulano per indicare il campo che qui individua un vino di dissacrante immediatezza, terraterra, semplice, artigianale, contadino.
Al naso marasche e prugne, terra umida, muschio, fiori…
Sorso di una immediatezza che fa quasi lacrimare, tannico quanto ci si aspetta e di persistenza ben più che adeguata a versarVi il secondo bicchiere.
Easy, che volete di più?!
Da bere ascoltando “PIANO MAN” di BILLY JOEL.
GLI “OSSIDATI”
VENEZIA GIULIA IGT “SCELTA AMBRATA” 1988: un Pinot Bianco (ossidato non macerato) che non si può descrivere tecnicamente.
Un vino che i “soloni” del bicchiere verserebbero nel lavandino (e in parte, confesso, anche io sarei stato lì lì per compiere il fattaccio).
Ma Gaspare ha la capacità di traghettarci fuori dallo Stige del difetto lasciando entrare le emozioni.
Il naso?
Dai!
Il naso è “finito” (o “sfinito”) ma non rinuncia ad alzare ancora la testa, ostinato nel raccontare chinotto e salvia, zafferano e susine, un gheriglio di noce, un soffio di terra…
In bocca sembra rianimarsi, rialzare la testa in un sussulto di freschezza.
Un sorso di dolcezze mai scontate in un’atmosfera di incensata sacralità.
Un vino che ha una storia da raccontare ad orecchie che la vogliono ascoltare (e le mie non sono ancora sicuro che possano intendere).
Da bere ascoltando “THE END” dei DOORS.
VENEZIA GIULIA IGT VERDUZZO SECCO 1988: come dal bruco la farfalla, da uno “sbaglio” un vino che il tempo e l’ossigeno hanno reso praticamente privo di alcol, con un olfatto da paura!
Un incipit di pienezze mentolate introduce ad un infinito corteo di descrittori.
E allora ecco, in parata, uva sultanina, canditi, lieviti appena dolci, noce, liquirizia, erbe officinali…
Il sorso?
Uno strapiombo di acidità e comparabile spalla sapida e poi…un baratro nero che Vi lascia con poco o niente in mano.
Detta così dovrei dire: “peccato”!
Eppure mi vien da pensare che con qualche formaggio particolarmente “strong” possa dire la sua.
Magari riuscirò a fare la prova.
Gli do il mio Premio “SOCRATE” confidando in futuro di riuscire ad essere più filosofo negli assaggi rassegnandomi al “sapere di non sapere”.
Da bere ascoltando “HIGH AND DRY” dei RADIOHEAD.
BORTOLUSSO
45ha di terra di confine in una regione di confine.
L’estremo di coltivare la vite lì dove il sale dell’alto Adriatico caratterizza l’assaggio.
Qui, in anteprima, le annate 2023 che pagano lo scotto di un equilibrio ancora non raggiunto.
TRE VENEZIE IGT VERDUZZO 2022: l’olfatto, dolce e grasso, rivela mela golden matura e miele d’acacia ma già preannuncia le sorprese dell’assaggio con quella nota iodata di fondo ed un fumé traditore.
Sorso morbido e succoso che, mentre vive delle sportellate tra i rimandi delle dolcezze olfattive ed una marina, impetuosa salinità, affonda il piede sull’acceleratore di quella nota affumicata che ora vuole assolutamente dire la sua.
Un vino da provare senza preconcetti e ri-provare per il piacere di farlo.
Bello.
Da bere ascoltando “BITTER SWEET SYMPHONY” dei VERVE.
GIOVANNI DRI IL RONCAT
10ha in quel di Ramandolo (che è frazione di Nimis e unico paese del Friuli a dare il proprio nome ad un vino).
Una produzione che da cinquant’anni racconta il territorio centrata in primis su quel Verduzzo che deve la propria fama essenzialmente a Giovanni (vabbè, anche a Dario che gli sta di fronte).
RAMANDOLO DOCG 2021: in una atmosfera forse boschiva e di soffusa mineralità e, il naso è un sabba dolce-amaro di pesche succose e mandorle amare, scorzette d’agrume e miele.
Sorso avvolgente segnato dalle sportellate tra glicerica dolcezza e tannini da “rosso mancato”.
Fresco quanto deve e lungo di più chiude vegetale.
Lui vince il mio premio “LEVATEMELO” e voi…provatelo con la carbonara.
Da bere ascoltando “SUGAR MOUNTAIN” di NEIL YOUNG.
IL LAZIO
CASALE DEL GIGLIO
Dal 1967 un pezzo di storia vinicola del Lazio.
Un’Azienda che ha scommesso su un areale strappato alla palude come quello della Pianura Pontina su cui nessuno avrebbe mai posato gli occhi per impiantare vigneti.
Una produzione che non fa figli e figliastri tra vitigni autoctoni e internazionali e che oggi è sinonimo di classica eleganza.
LAZIO IGB BIANCO BIANCOLELLA “TORRE DELLA GUARDIA” 2022: naso ripido e marino che racconta ginestre, cespugli e timo serpillo prima di concentrarsi sulle dolcezze della frutta gialla matura (anche esotica).
Sorso caldo ma che la tirrenica sapidità rende particolarmente coinvolgente, ben ritmato nei rimandi olfattivi e con una chiusura di ottima persistenza.
Un sorso diverso da una cantina spesso troppo classicheggiante.
Da bere ascoltando “ALL AROUND THE WATCHTOWER” di JIMI HENDRIX.
LA BASILICATA
NIMA
Poco più che un fazzoletto di terra in quella Melfi (PZ) che mise nero su bianco uguaglianza di diritti e sostegno all’agricoltura.
Aglianico, Moscato e Malvasia per Tradizione e conduzione biologica per rispetto.
BASILICATA IGT AGLIANICO “CAMARDA” 2022: le dolcezze ed il loro contraltare.
Il bosco e il suo limitare, le bacche nere, i cespugli di rosa canina (spine comprese), le spezie, le prugne mature…
Il sorso accosta la freschezza delle alte vette a una mineralità da centro della terra che i tannini non ancora domi amplificano vieppù.
Chiude speziato chiedendo un altro sorso.
Da bere ascoltando “SONGS FROM THE WOOD” dei JETHRO TULL.
E ORA?
Ora è il momento dei ringraziamenti, agli Organizzatori per avermi ospitato e ai Produttori per avermi sopportato.
Ed è il momento delle riflessioni sul valore di quanto assaggiato e sull’impegno che mi toccherà profondere per raccontare e approfondire.
Beh, intanto metto in agenda una Edizione 2025 che spero sia ancora romana e poi…mi metto al lavoro.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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13 Marzo, 2024
Francesco Rosso: tradizione di famiglia nel cuore del Roero
Ci sono cantine che scelgono l’autenticità e fanno del rispetto della propria filosofia un caposaldo della produzione, e noi appassionati di vino non possiamo che esserne felici. Parliamo dell’Azienda agricola Francesco Rosso. Siamo a Santo Stefano Roero, appunto nel cuore della produzione dell’omonima denominazione, dove la famiglia Rosso ha sempre avuto uno stretto legame con la terra e con l’agricoltura che si tramanda da generazioni.
A partire infatti da Nonno Francesco, che lasciò prova del suo amore per la vigna e per la produzione di un “buon Nebbiolo”, come traspare da un vecchio quaderno tuttora conservato in cantina, passando a Papà Domenico, che scelse di privilegiare il settore degli ortaggi, fino ad oggi, arrivando a Francesco, che dal 2001 conduce l’azienda seguendo le orme del nonno arrivando nel 2012 alle prime etichette di vino del Roero firmate con il proprio nome. Oltre alla sua mano tutto il lavoro di produzione si svolge insieme ad una piccola grande squadra di famiglia composta dalla moglie Maria, i due figli Alex e Giulia, e la nonna.
Ma appunto la filosofia di questa realtà è la cosa che risalta assolutamente e che la distingue dagli altri.
la cantina, volutamente di piccole dimensioni (3 ettari e mezzo di vigna), segue la filosofia della gestione interamente familiare;
tutti i principi della lotta integrata vengono seguiti anche senza avere la certificazione biologica poiché si ritiene che non vi sia alcun bisogno di una certificazione se è il vino a dare tutte le risposte (tra le altre cose, i livelli di solforosa hanno valori conformi ad un vino certificato);
la tecnica di mantenimento delle piante è la stessa utilizzata per sé stessi: “non crediamo nelle medicine, ma all’occorrenza, se ci ammaliamo e abbiamo bisogno di antibiotici, ci curiamo. Così con la vigna: anziché riempirla di sostanze nella speranza che non si ammali mai ce ne prendiamo cura con estrema attenzione, per poi trattarla quando insorgono problemi.”;
prima di tutto consumatori dei propri vini oltre che produttori! i vini prodotti devono piacere prima di tutto a loro;
il vino non è prodotto “in serie”: una produzione intorno alle 15.000 bottiglie annue realizzate unicamente con l’uva delle proprie vigne, mai perfettamente uguale da annata ad annata, con ogni raccolto che viene gestito individualmente;
l’affinamento dei vini viene fatto con legni grandi o piccoli a seconda di quanto si voglia agire sul risultato finale, inoltre vengono utilizzati solo legni francesi, Allier se si vuole preservare la rigidità del tannino, rendendolo più deciso, Fontainebleau, se l’intento è quello di dare una maggior morbidezza, arrotondare un tannino particolarmente aggressivo.
Andiamo quindi a scorrere i vini che l’azienda propone e che ho avuto modo di provare in prima persona. Tutti delineano i tratti di una produzione di altissima qualità. Vini veri, che hanno la vivacità e la freschezza come tratto comune, insieme al grande carattere.
In particolare a farla da padrone è il Nebbiolo in purezza declinato in quattro diverse versioni, il Roero Riserva DOCG, il Roero DOCG ‘Nciarmà, il Nebbiolo d’Alba Superiore DOC Bastianetto e il Nebbiolo d’Alba DOC, seguono poi Barbera d’Alba Superiore DOC Cichin e Barbera d’Alba DOC. Passando infine per l’unico a bacca bianca, Roero Arneis DOCG Madonna delle Grazie presente anche nella versione dolce dello stesso vitigno, con il Langhe Arneis Passito DOCG.
Questa è solo una carrellata dei vini prodotti ma invito tutti voi a visitare il loro sito che riporta nel dettaglio estremo tutte le importanti variabili tecniche utilizzate in vigna, nella vinificazione e nell’affinamento, nonché tutte le analisi.
Una cantina consigliatissima, cari amici appassionati di vino, e se questa filosofia vi ha ispirato non vi resta che degustare queste meraviglie dal tratto unico, vini che possono catalogarsi secondo la migliore accezione dell’artigianalità!!
Francesco Rosso: tradizione di famiglia nel cuore del Roero
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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12 Marzo, 2024
Rome Wine Expo: che evento!
Gli eventi del vino a Roma sono sempre una grandissima opportunità di incontro. Il mercato della Capitale offre certamente degli stimoli importanti che non possono che transitare attraverso momenti di aggregazione e presentazione dei prodotti.
Rome Wine Expo, giunta ormai alla terza edizione, è stata proprio una fantastica occasione in tal senso.
Gli oltre 1.000 visitatori hanno avuto la possibilità di incontrare le 65 cantine presenti provenienti dalle regioni italiane e da Georgia e Catalogna. Proprio questa ultima regione è stata attivamente presente sia con la Delegazione del Governo della Catalogna in Italia sia con la INCAVI, l’Istituto Catalano della Vite e del Vino.
Le Masterclass hanno avuto il merito di attirare l’attenzione dei partecipanti (tutte sold out!) su alcuni territori importanti ma visti in maniera diversa dal solito.
La Masterclass della Valpolicella ha messo a confronto, alla cieca, otto cantine della Valpolicella “allargata”: Valpolicella Superiore, Valpolicella Ripasso, Amarone. Una sfida, un confronto, una scoperta. Comprendere i territori e le loro sfumature ha offerto grandi spunti di discussione.
La Francia ed in particolare Champagne e Borgogna hanno evidenziato, qualora ce ne fosse ancora bisogno, le potenzialità dei territori e del marketing di questi. Ancora poco sviluppata in Italia.
Il Trebbiano Spoletino non è un vino banale. Purtroppo, alle volte serve “dimostrarlo” e la Masterclass che ha messo a confronto, alla cieca, vecchie annate di questo elegante vitigno, è servita allo scopo.
Il bistrattato territorio del Lazio merita una vera riscoperta poiché giovani e meno giovani imprenditori stanno cercando, faticosamente, di cambiare il percepito dei consumatori. Emiliano Fini con i suoi Lavente da Malvasia e Cleto da Grechetto ha dimostrato nella Masterclass dedicata come questi due vitigni possano offrire evoluzioni interessantissime (dal 2017 al 2022).
Come annunciato nel precedente articolo Rome Wine Expo è stata occasione anche per premiare alcuni vini.
LE ECCELLENZE PREMIATE
Migliori Vini Spumanti:
GOLD MEDAL – Metodo Classico Extra Brut Rosé Cesare 2017 di Piana dei Castelli – LAZIO
SILVER MEDAL – Franciacorta Brut di Coronea – LOMBARDIA
BRONZE MEDAL – Prosecco di Valdobbiadene Extra Dry di Castellalta – VENETO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Spumante Brut Chardonnay 616 di Truant, Friuli Venezia Giulia e Spumante Brut 5.0 di Vigneti Fontana, Lazio Migliori Vini Bianchi: GOLD MEDAL – Frascati Superiore Riserva Docg 2021 di Casata Mergè – LAZIO
SILVER MEDAL – Quattroventi 2022 di Ramaddini – SICILIA
BRONZE MEDAL – Zio Carlo 2021 di Tre Cancelli – LAZIO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Pinot Grigio “Grigio” 2019 di Piana Dei Castelli, LAZIO e Fiano “Notamento” 2022 di Tenuta Planisium, PUGLIA. Migliori Vini Rossi: GOLD MEDAL – Brunello di Montalcino 2019 di Poggio Lucina – TOSCANA
SILVER MEDAL – Amarone della Valpolicella 2020 di Terre di Rizzato – VENETO
BRONZE MEDAL – Nocchino 2018 di Podere Ema – TOSCANA
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Montepulciano d’Abruzzo DOC Biologico “AUÀ” 2018 di Fattoria Gaglierano, ABRUZZO; Primitivo Montorso 2022 di Tenuta Planisium, PUGLIA; Saperavi 2018 di Two Sommeliers, GEORGIA. Migliori Vini Speciali (Dolci o Fortificati): GOLD MEDAL – Elixir Bianco al Miele 2023 di Apicoltura Pacienza – CALABRIA
SILVER MEDAL – Moscato di Noto Passito Al Hamen 2022 di Ramaddini – SICILIA
BRONZE MEDAL – Passito Pater 2023 di Tre Cancelli – LAZIO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Elixir Rosso al Miele 2022 di Apicoltura Pacienza, CALABRIA e Vino Ambrato Fortificato “Khardanakhi” 2018 di Khardanakhi 1888, GEORGIA. WINE CHALLENGE Miglior Vino Spumante – Franciacorta Brut di Coronea – LOMBARDIA.
Menzioni Speciali – Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Dry “Col Canut” di Castellalta, VENETO e Metodo Classico Extra Brut Rosé Cesare 2017 di Piana dei Castelli – LAZIO
Miglior Vino Bianco – Orzalume di Castello di Corbara – UMBRIA
Menzioni Speciali – Soave Classico 2022 di Terre di Rizzato, VENETO; Trebbiano Spoletino 2022 di Le Cimate, UMBRIA; Gajardo 2022 Monte Crocetta, VENETO.
Miglior Vino Rosato (parimerito) – Cerasuolo D’Abruzzo Biologico 2021 AUA’, Fattoria Gaglierano, ABRUZZO; Merlot Rosato 2022 di Terre di Rizzato, VENETO.
Menzioni Speciali – Julius Rosato 2022 di Tenuta Lungarella, LAZIO; Emira 2022 di Tre Cancelli, LAZIO.
Miglior Vino Rosso – Lago di Corbara Doc “Calistri” 2019 di Castello di Corbara, UMBRIA.
Menzioni Speciali – Brunello di Montalcino 2019 di Canalicchio di Sotto, TOSCANA; Amarone della Valpolicella 2020 di Terre di Rizzato, VENETO.
Miglior Vino Speciale (Macerato/Ambrato, Dolce, Fortificato) – “Scarpe Toste Unplugged” 2022 di Cantina Le Macchie – LAZIO.
Menzioni Speciali – Vino Ambrato Fortificato “Khardanakhi” 2018 di Khardanakhi 1888, GEORGIA; DO Tarragona “Macabèlius” Passito di Celler Pallarades, CATALOGNA. Insomma, non possiamo che darci appuntamento alla prossima edizione o comunque ad un nuovo evento di Riserva Grande. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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SILVER MEDAL – Franciacorta Brut di Coronea – LOMBARDIA
BRONZE MEDAL – Prosecco di Valdobbiadene Extra Dry di Castellalta – VENETO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Spumante Brut Chardonnay 616 di Truant, Friuli Venezia Giulia e Spumante Brut 5.0 di Vigneti Fontana, Lazio Migliori Vini Bianchi: GOLD MEDAL – Frascati Superiore Riserva Docg 2021 di Casata Mergè – LAZIO
SILVER MEDAL – Quattroventi 2022 di Ramaddini – SICILIA
BRONZE MEDAL – Zio Carlo 2021 di Tre Cancelli – LAZIO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Pinot Grigio “Grigio” 2019 di Piana Dei Castelli, LAZIO e Fiano “Notamento” 2022 di Tenuta Planisium, PUGLIA. Migliori Vini Rossi: GOLD MEDAL – Brunello di Montalcino 2019 di Poggio Lucina – TOSCANA
SILVER MEDAL – Amarone della Valpolicella 2020 di Terre di Rizzato – VENETO
BRONZE MEDAL – Nocchino 2018 di Podere Ema – TOSCANA
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Montepulciano d’Abruzzo DOC Biologico “AUÀ” 2018 di Fattoria Gaglierano, ABRUZZO; Primitivo Montorso 2022 di Tenuta Planisium, PUGLIA; Saperavi 2018 di Two Sommeliers, GEORGIA. Migliori Vini Speciali (Dolci o Fortificati): GOLD MEDAL – Elixir Bianco al Miele 2023 di Apicoltura Pacienza – CALABRIA
SILVER MEDAL – Moscato di Noto Passito Al Hamen 2022 di Ramaddini – SICILIA
BRONZE MEDAL – Passito Pater 2023 di Tre Cancelli – LAZIO
MENZIONI SPECIALI (parimerito) – Elixir Rosso al Miele 2022 di Apicoltura Pacienza, CALABRIA e Vino Ambrato Fortificato “Khardanakhi” 2018 di Khardanakhi 1888, GEORGIA. WINE CHALLENGE Miglior Vino Spumante – Franciacorta Brut di Coronea – LOMBARDIA.
Menzioni Speciali – Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Docg Extra Dry “Col Canut” di Castellalta, VENETO e Metodo Classico Extra Brut Rosé Cesare 2017 di Piana dei Castelli – LAZIO
Miglior Vino Bianco – Orzalume di Castello di Corbara – UMBRIA
Menzioni Speciali – Soave Classico 2022 di Terre di Rizzato, VENETO; Trebbiano Spoletino 2022 di Le Cimate, UMBRIA; Gajardo 2022 Monte Crocetta, VENETO.
Miglior Vino Rosato (parimerito) – Cerasuolo D’Abruzzo Biologico 2021 AUA’, Fattoria Gaglierano, ABRUZZO; Merlot Rosato 2022 di Terre di Rizzato, VENETO.
Menzioni Speciali – Julius Rosato 2022 di Tenuta Lungarella, LAZIO; Emira 2022 di Tre Cancelli, LAZIO.
Miglior Vino Rosso – Lago di Corbara Doc “Calistri” 2019 di Castello di Corbara, UMBRIA.
Menzioni Speciali – Brunello di Montalcino 2019 di Canalicchio di Sotto, TOSCANA; Amarone della Valpolicella 2020 di Terre di Rizzato, VENETO.
Miglior Vino Speciale (Macerato/Ambrato, Dolce, Fortificato) – “Scarpe Toste Unplugged” 2022 di Cantina Le Macchie – LAZIO.
Menzioni Speciali – Vino Ambrato Fortificato “Khardanakhi” 2018 di Khardanakhi 1888, GEORGIA; DO Tarragona “Macabèlius” Passito di Celler Pallarades, CATALOGNA. Insomma, non possiamo che darci appuntamento alla prossima edizione o comunque ad un nuovo evento di Riserva Grande. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
11 Marzo, 2024
È così facile
Le storie delle persone che ho incontrato hanno cambiato la mia vita, mi hanno aiutato a comprendere qualcosa in più di me, del mondo, degli altri. Non esiste la Verità, ma le storie che incontriamo, leggiamo, che ascoltiamo attraverso i linguaggi dell’arte, della poesia e della creatività ci aiutano a dis-velarla, a scoprire sempre qualcosa di inatteso, inaspettato, che va oltre la nostra esperienza. Spesso crediamo sia, facile, così facile, vivere alcune emozioni, determinati eventi che hanno l’impatto di far sembrare il niente reale. Di rendere l’attesa inutile ancor prima di iniziare ad essere. È così facile! È Cencio che dice a Straccio che Ora non è Ora, che non è più e che forse, se, sarà! Già forse!
Il viaggio è un soccorso, un assetto mentale, l’arte che si apprende direttamente sulla strada, a contatto con le persone e le più distinte culture. Saper viaggiare significa prima di tutto fermarsi e osservare.
Quale luogo migliore a Roma per un viaggio, se non il Rione Monti. Elegante ed austero ha custodito per secoli i segreti di una Roma silenziosa che con il tempo, ha condiviso la Suburra con il Vintage, la Fontana dei Catecumeni con Totti.
È nel Rione più esteso della città che troviamo dal 2007, con l’Enoteca Fàfiuchè, il Piemonte a Roma. Locale dai “Grandi Vini e dalla Piccola Cucina” con una proposta enologica unica e di altissimo livello. Qui Gianmarco, insieme alla sua famiglia, descrive esperienze e sensazioni, generando un sentimento di curiosità attraverso il racconto delle emozioni provate da chi ha frequentando un luogo, da chi ha visto e sentito. In concerto la scelta è: Bricco Appiani 2009 dell’Azienda Vinicola Flavio Roddolo. Uve 100% Cabernet Sauvignon, annata dalla quale sono state ricavate solo 2700 bottiglie. Un vino che è cultura, storia, civiltà, lavoro, sacralità, convivialità, progresso e tradizione, territorio e conoscenza. In una parola, è identità.
Ognuno basa il pensiero sul proprio vissuto, sull’esperienza di una vita o di poche ore. Funziona così: si genera la consapevolezza di un “luogo”, ognuno di noi è pronto a descriverlo e raccontarlo avendolo sperimentato anche solo per pochissimo tempo. Possiamo intervenire per facilitare il racconto di queste esperienze, non inventando ciò che non siamo ma valorizzando ciò che abbiamo: storia, spazi, pensieri, vino e cibo, attraverso la creazione di qualcosa che sia possibilità di incontro, di condivisione, di accoglienza delle persone.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di 20 Vini in mescita, divisi in bollicine (italiane e Francesi), Vini fermi (Bianchi e Rossi) e Dopo Cena, accompagnati da piatti della tradizione Piemontese e non solo (riso patate e cozze).
Marco Sargentini
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Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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9 Marzo, 2024
Francesca Pagnoncelli Folcieri: il Moscato di Scanzo è Donna!
Il Moscato di Scanzo di Francesca Pagnoncelli Folcieri
Oggi vi guiderò attraverso un viaggio unico alla scoperta di Francesca Pagnoncelli Folcieri e del mitico Moscato di Scanzo, un gioiello viticolo situato alle pendici delle Prealpi Orobiche, nel suggestivo paesaggio collinare di Scanzorosciate.
La DOCG si sviluppa su una superficie limitata di soli 31 ettari, a una altitudine che oscilla tra i 300 e i 500 metri di altitudine, estesa lungo la dorsale dei colli da ovest ad est con un’ideale esposizione a sud.
Tre le microzone: Scanzo, Rosciate e Tribulina. Questo vino, di grande pregio, è ottenuto dall’unico moscato a bacca nera coltivato esclusivamente quì e iscritto nel Registro Nazionale della vite solo nel 1981: grappoli spargoli, allungati, alati, con acini piccoli e di colore scuro. La vendemmia in surmaturazione avviene tra settembre e ottobre, seguita da un attento processo di appassimento delle uve per almeno 21 giorni.
Il Moscato di Scanzo, conquistata la propria Doc nel 2002 e diventa DOCG nel 2009, allora la più piccola d’Italia. La sua produzione limitata lo rende un prodotto di nicchia, esclusivo e ricercato. Il disciplinare di produzione prevede che il vino resti in vasche d’acciaio per almeno 2 anni per affinare le sue qualità, prima di essere imbottigliato e conservato in condizioni ambientali favorevoli per diversi anni. La storia del Moscato di Scanzo è antica e affonda le radici nell’epoca proto-veneta. Le tradizioni viticole a Scanzorosciate sono tramandate da secoli, attraverso prove storiche, toponomastiche e testimonianze dei popoli che hanno dominato questa terra. Dalla presenza dei greci all’epoca romana, le radici del Moscato di Scanzo si intrecciano con gli eventi storici, dalle invasioni barbariche alle lotte tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Qui la vite è stata protagonista di una storia millenaria. Una storia di resilienza e passione nel mondo del vino
La storia che vi presento io non ha radici antiche o testimonianze di secoli passati, ma inizia nel 2020, un anno che sarà ricordato per le sfide imposte dalla pandemia globale. Con il suo lock-down e le restrizioni, è stato un periodo difficile per tutti!
Tuttavia, la passione per il vino si è rivelata un faro, una forza positiva che ha continuato a sostenermi e a canalizzare energie verso la crescita personale. In questo contesto, ho avuto l’opportunità di acquisire nuove competenze, esplorare nuovi orizzonti e stringere legami significativi.
Grazie al format “Buongiorno in vigna” è stato possibile connettermi in diretta con persone sparse per il mondo sostanzialmente attraverso una piattaforma radiofonica. Mentre ero confinata tra le mura di casa o dell’ufficio, ho avuto il privilegio di interagire con appassionati di vino e vignaioli che si trovavano spesso tra i vigneti scambiando opinioni e pensieri sul vino e sulla vita. Sono seguite delle degustazioni online con i produttori, un vero e proprio rifugio, e la degustazione del Moscato di Scanzo è stata un momento indimenticabile.
Ricordo vividamente l’arrivo a casa di una cassetta di legno contenente il prezioso Moscato di Scanzo, un second vin (come direbbero i nostri cugini francesi) denominato “Rosso di Sera” a base di merlot e un 10-15% di moscato, un CD e una presentazione che hanno contribuito a rafforzare la mia determinazione nel conoscere appieno questa affascinante realtà vinicola. Il primo incontro con Lady Moscato
Il mio primo incontro con Francesca si è svolto a Sestri Levante durante un evento di grande importanza per me. In quell’occasione, è nata la promessa di una futura visita in cantina, che si è finalmente concretizzata la scorsa estate, durante un approfondimento territoriale in Lombardia alla ricerca di perle rare da raccontare. Francesca è una donna straordinaria, in grado di conciliare molteplici ruoli nella sua vita frenetica. Laureata in architettura, è anche moglie, madre e, da qualche anno, co-titolare dell’azienda di famiglia insieme al marito, ex grafico pubblicitario. Ma non è finita qui: fa parte dell’Associazione Donne del Vino e si distingue ulteriormente per il suo impegno come Presidente del Consorzio Tutela del Moscato. La sua capacità di gestire tutte queste responsabilità mi ha portato a sospettare che possa avere dei veri e propri superpoteri! Sempre sorridente e positiva, nonostante la complessità dei suoi incarichi, Francesca mostra una dedizione ineguagliabile alla sua famiglia, all’azienda e alla comunità vinicola. Il suo amore per il vino è radicato profondamente nel passato. Fin da piccola, partecipava all’eroica vendemmia del Moscato insieme alla sua famiglia. Un ricordo di quel periodo è la pigiatura dell’uva con i piedi nudi. Un’operazione che richiedeva impegno, specialmente considerando che avveniva in un periodo dell’anno piuttosto freddo, rendendo l’esperienza ancora più memorabile. Nel tempo, il suo amore per il vino è cresciuto. Nonostante le opportunità lavorative l’avessero portata lontana da casa, ogni anno, senza eccezioni, Francesca insieme al fratello e ai cugini ritornavano alla loro terra per partecipare all’irrinunciabile vendemmia, un rituale che ha legato indissolubilmente il vino alla sua stessa identità. L’evoluzione di questa passione ha portato Francesca e suo marito Massimo a compiere una scelta audace: rilevare l’azienda di famiglia. Questa sfida, impegnativa ma stimolante, li ha coinvolti completamente nel mondo del vino. Massimo, si dedica al vigneto ormai da più di 9 anni, partendo praticamente da zero. Senza competenze agronomiche ed enologiche, ha imparato il mestiere da Angelo, uomo di fiducia che si occupava dei vigneti di famiglia. Oggi, con quattro anni di esperienza autonoma, Massimo si è affermato come il custode eroico dei loro vigneti. La sua dedizione si è rivelata fondamentale soprattutto in annate difficili come la 2023, che hanno presentato sfide legate alle condizioni meteorologiche. Queste avversità non hanno fatto altro che accrescere la sua conoscenza e la sua determinazione a fare sempre meglio. Peculiarità dei vigneti: pendenze mozzafiato e Pietra Matta
L’esperienza di visitare i vigneti con Francesca si rivela incantevole godendo di paesaggi che si distinguono per pendenze mozzafiato, che richiedono una gestione attenta e appassionata. Una maestria agronomica che tende alla costante ricerca di un’armonia perfetta tra vigna e paesaggio. Il clima mediterraneo, testimoniato dalla presenza delle viti, si manifesta anche attraverso gli ulivi che punteggiano il terreno. Altra caratteristica distintiva del suolo è la presenza del “Sass de Luna”, una roccia marnosa conosciuta anche come pietra matta, in quanto, pur essendo durissima, con l’effetto del sole, diventa friabile e si sfalda in particelle molto piccole che conferiscono una forte mineralità al terreno. La pietra matta ha la sorprendente capacità di trattenere il calore durante il giorno e rilasciarlo gradualmente durante la notte, offrendo alle viti un ambiente termico favorevole. Questa caratteristica si rivela preziosa, soprattutto quando le temperature scendono, permettendo alle uve di affrontare il freddo e giungere a una maturazione ottimale. Tra viti e canapa: un progetto ambizioso per un terroir sostenibile
Meno di un ettaro vitato in cui ogni vigna racconta una storia avvincente di dedizione e rispetto per la terra, un racconto che si evolve attraverso la continua ricerca di nuove tecniche per preservare la salute del terreno che con il passare del tempo, ha accumulato eccessi di rame, una sfida comune per molti viticoltori. Tuttavia, la determinazione e la ricerca incessante di soluzioni innovative, hanno portato a un progetto che cattura l’immaginazione: l’introduzione della canapa tra le viti, una pianta capace di assorbire la CO2 atmosferica contrastando il cambiamento climatico nonché gli eccessi di rame dal terreno. Oltre ad essere un’opzione ecologica e sostenibile, si rivela una scelta strategica per promuovere la biodiversità. Inoltre si eseguono altre pratiche attente come l’utilizzo di sovesci e una meticolosa lavorazione del terreno, incarnando la volontà di creare un ambiente viticolo equilibrato e sostenibile. Massimo e la passione per la Pergola Bergamasca
Parlando con Max risulta evidente la profonda passione per il Moscato e un amore particolare per la pergola bergamasca. In uno dei loro vigneti di oltre 40 anni, ha personalmente curato la trasformazione in questo antico sistema di allevamento. La pergola bergamasca, con le cure giuste, si rivela essere la scelta ideale per un’uva così produttiva. L’obiettivo è ottenere grappoli sani, perfetti per il processo di appassimento. Ecco che la pergola, mantenendo i grappoli alti rispetto al suolo e con la sua struttura aperta, offre una distribuzione ottimale della luce del sole e una circolazione dell’aria favorevole, elementi chiave per mantenere la sanità delle uve. Un altro elemento centrale nel vigneto è l’impiego del metodo rispettoso della vite Simonit & Sirch che mira a preservare la salute delle viti, evitando tagli invasivi che potrebbero creare ferite profonde e compromettere il flusso linfatico della pianta. Villa Pagnoncelli Folcieri: un tesoro storico nel cuore di Scanzorosciate
Dopo l’emozionante visita ai vigneti, ci troviamo di fronte a Villa Pagnoncelli Folcieri, un’autentica meraviglia dell’architettura e della storia bergamasca. Questa antica residenza estiva della nobiltà locale cattura immediatamente l’attenzione con la sua bellezza intramontabile.
Impossibile non rimanere colpiti dalla sontuosità degli affreschi settecenteschi, dagli arredi d’epoca e dai dipinti che adornano le pareti di questa villa che un tempo era circondata da vasti terreni e possedimenti. Oggi, immersa nel centro storico di Scanzorosciate, a pochi chilometri da Bergamo, continua a stupire con il suo fascino senza tempo. La storia della famiglia Pagnoncelli Folcieri è parte integrante di questa villa. Giunta a Scanzorosciate poco prima dell’Unità d’Italia, la famiglia si è radicata in questa terra, mantenendo salda la propria presenza nel tempo. Dopo quattro generazioni di farmacisti, la produzione di Moscato di Scanzo è diventata un’autentica passione, trasformandosi da semplice hobby a vera e propria attività. Il primo a produrre Moscato, nel 1962, è stato Giancarlo Pagnoncelli Folcieri, farmacista di terza generazione e nonno di Francesca. Le uve provengono da un vigneto situato in una posizione collinare privilegiata, noto allora come “il vigneto del parroco”, e successivamente come “vigneto del farmacista”. Dopo aver contribuito insieme a pochi altri a salvare questo vitigno prezioso, passa il testimone al figlio Maurizio, anch’egli farmacista, coinvolgendo l’intera famiglia, per giungere infine a Francesca e Max. La villa e la cantina: scrigni perfetti per il Moscato di Scanzo
Un temporale estivo arriva all’improvviso, scatenando profumi e atmosfere romantiche che avvolgono Villa Pagnoncelli Folcieri in un’aura di mistero. In questo scenario incantato, decidiamo di visitare la villa e poi la cantina, due tesori preziosi incastonati l’uno nell’altro. La villa è un’autentica meraviglia architettonica e si svela a noi con un tocco di suggestione. Ma è all’interno della cantina che la magia del Moscato di Scanzo prende davvero vita. Dai locali di vinificazione con i tini in acciaio in cui avvengono le fermentazioni e gli affinamenti, saliamo verso un ambiente particolare dove le uve appassiscono delicatamente su telai artigianali e ceste di plastica, dando vita al processo di appassimento che conferirà al Moscato di Scanzo la sua straordinaria complessità. In questa fase di produzione diventano cruciali la ventilazione forzata e le escursioni termiche tra giorno e notte che aiuteranno a fissare gli aromi raffinati che contraddistinguono questa chicca enologica. Raggiungiamo poi la parte della cantina in cui riposano le bottiglie, ognuna con una storia unica da raccontare. Qui il tempo è un ingrediente prezioso. Le bottiglie devono attendere pazientemente almeno due anni prima di essere pronte per il mercato, un periodo che contribuisce a enfatizzare le caratteristiche distintive del Moscato di Scanzo. In un angolo, scopriamo poche bottiglie riservate alle preziosissime verticali di Moscato, testimonianza dell’attenzione e della cura che la famiglia dedica alla conservazione di questi tesori enologici nel tempo. Qui, ogni bottiglia diventa un capitolo di una storia più ampia, segnata a mano con il numero totale di bottiglie, (meno di 100 nelle annate più vecchie) rivelando il carattere limitato e prezioso di questo vino straordinario. Ma la cantina nasconde anche un tesoro particolare: le ultime bottiglie di Moscato bianco, create in esclusiva dal nonno per la sua dolce metà. Ogni bottiglia è un omaggio a un amore eterno, un gesto di dedizione che va oltre il semplice atto di produrre vino. Alla ricerca di un vino tradizionale ma più gastronomico e moderno Parliamo di una produzione unica, caratterizzata da una variazione significativa nei numeri in base all’annata, da un minimo di 500 bottiglie in anni avversi a oltre 2000 bottiglie in annate particolarmente favorevoli. Lo stile della produzione sta attraversando un’evoluzione, con una tendenza sempre più marcata alla riduzione del residuo zuccherino superando di poco i 50g/litro. Questo cambiamento mira a creare un prodotto più contemporaneo e gastronomico, una proposta più equilibrata e versatile in grado di sposarsi perfettamente con pietanze raffinate e anche speziate. E così, con il cuore gonfio di emozioni, ci ritroviamo a tavola, pronti ad assaporare il frutto di tante fatiche e passioni, accanto a prelibatezze locali di estrema qualità: formaggi DOP dalle antiche radici bergamasche e salumi locali creano un trionfo di sapori e profumi che incantano il palato e rievocano antiche tradizioni culinarie. Sirio: Un Viaggio Aromatico tra Note Tropicali e Freschezza Inimitabile
Ma la cena non sarebbe completa senza l’accompagnamento perfetto, e quindi iniziamo la degustazione con una birra IGA: proprio una bella scoperta! Sirio, nata nel giugno 2019, è frutto della collaborazione stretta tra Massimo Barlocco, marito di Francesca, e il mastro birraio Giovanni Marsan, ed è realizzata in stile #Iga, Italian Grape Ale. Con le sue note spiccate di frutta tropicale, Sirio crea un connubio irresistibile con più piatti, rendendola la compagna perfetta per molteplici occasioni gastronomiche: aperitivi, piatti leggeri e crudité di pesce. La complessità aromatica e la freschezza delle note gusto-olfattive si rivelano il complemento ideale per esaltare i sapori dei piatti e amplificare l’esperienza gastronomica. Moscato di Scanzo 2017 e i diari del nonno
Il culmine di questa avventura sensoriale è raggiunto con il Moscato di Scanzo 2017, un vino che incarna l’eleganza e la raffinatezza di un territorio unico. Note di rosa, ciliegia sotto spirito, erbette aromatiche cme la salvia, solleticano il naso per poi tuffarmi in assaggio corposo e coerente che esprime piacevolezza e persistenza gustativa.
Questa esperienza, però, va oltre il semplice godimento del palato. In un’atmosfera carica di emozioni, decidiamo di arricchire l’esperienza sfogliando le pagine del diario del nonno, un tesoro scritto che racconta l’andamento delle annate e delle vendemmie in periodi così lontani da rendere il momento ancora più intenso. Le annotazioni del nonno diventano un ponte che collega il presente alle radici profonde della famiglia Pagnoncelli Folcieri, offrendo una panoramica affascinante sul passato viticolo e sulle tradizioni del Moscato di Scanzo. La degustazione si trasforma così in un viaggio attraverso il tempo, un’occasione unica di connessione con le radici storiche di questa denominazione e dell’azienda familiare. Ogni sorso diventa un tuffo nelle storie e nelle fatiche di coloro che hanno custodito e coltivato questa tradizione con dedizione e amore. Un grazie colmo di gratitudine a Francesca e a Max per avermi accolta: spero di tornare per fare gli assaggi da vasca promessi e svelare altri nuovi progetti che a Villa Pagnoncelli Folcieri non mancano ai! Cin!!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Oggi vi guiderò attraverso un viaggio unico alla scoperta di Francesca Pagnoncelli Folcieri e del mitico Moscato di Scanzo, un gioiello viticolo situato alle pendici delle Prealpi Orobiche, nel suggestivo paesaggio collinare di Scanzorosciate.
La DOCG si sviluppa su una superficie limitata di soli 31 ettari, a una altitudine che oscilla tra i 300 e i 500 metri di altitudine, estesa lungo la dorsale dei colli da ovest ad est con un’ideale esposizione a sud.
Tre le microzone: Scanzo, Rosciate e Tribulina. Questo vino, di grande pregio, è ottenuto dall’unico moscato a bacca nera coltivato esclusivamente quì e iscritto nel Registro Nazionale della vite solo nel 1981: grappoli spargoli, allungati, alati, con acini piccoli e di colore scuro. La vendemmia in surmaturazione avviene tra settembre e ottobre, seguita da un attento processo di appassimento delle uve per almeno 21 giorni.
Il Moscato di Scanzo, conquistata la propria Doc nel 2002 e diventa DOCG nel 2009, allora la più piccola d’Italia. La sua produzione limitata lo rende un prodotto di nicchia, esclusivo e ricercato. Il disciplinare di produzione prevede che il vino resti in vasche d’acciaio per almeno 2 anni per affinare le sue qualità, prima di essere imbottigliato e conservato in condizioni ambientali favorevoli per diversi anni. La storia del Moscato di Scanzo è antica e affonda le radici nell’epoca proto-veneta. Le tradizioni viticole a Scanzorosciate sono tramandate da secoli, attraverso prove storiche, toponomastiche e testimonianze dei popoli che hanno dominato questa terra. Dalla presenza dei greci all’epoca romana, le radici del Moscato di Scanzo si intrecciano con gli eventi storici, dalle invasioni barbariche alle lotte tra le fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Qui la vite è stata protagonista di una storia millenaria. Una storia di resilienza e passione nel mondo del vino
La storia che vi presento io non ha radici antiche o testimonianze di secoli passati, ma inizia nel 2020, un anno che sarà ricordato per le sfide imposte dalla pandemia globale. Con il suo lock-down e le restrizioni, è stato un periodo difficile per tutti!
Tuttavia, la passione per il vino si è rivelata un faro, una forza positiva che ha continuato a sostenermi e a canalizzare energie verso la crescita personale. In questo contesto, ho avuto l’opportunità di acquisire nuove competenze, esplorare nuovi orizzonti e stringere legami significativi.
Grazie al format “Buongiorno in vigna” è stato possibile connettermi in diretta con persone sparse per il mondo sostanzialmente attraverso una piattaforma radiofonica. Mentre ero confinata tra le mura di casa o dell’ufficio, ho avuto il privilegio di interagire con appassionati di vino e vignaioli che si trovavano spesso tra i vigneti scambiando opinioni e pensieri sul vino e sulla vita. Sono seguite delle degustazioni online con i produttori, un vero e proprio rifugio, e la degustazione del Moscato di Scanzo è stata un momento indimenticabile.
Ricordo vividamente l’arrivo a casa di una cassetta di legno contenente il prezioso Moscato di Scanzo, un second vin (come direbbero i nostri cugini francesi) denominato “Rosso di Sera” a base di merlot e un 10-15% di moscato, un CD e una presentazione che hanno contribuito a rafforzare la mia determinazione nel conoscere appieno questa affascinante realtà vinicola. Il primo incontro con Lady Moscato
Il mio primo incontro con Francesca si è svolto a Sestri Levante durante un evento di grande importanza per me. In quell’occasione, è nata la promessa di una futura visita in cantina, che si è finalmente concretizzata la scorsa estate, durante un approfondimento territoriale in Lombardia alla ricerca di perle rare da raccontare. Francesca è una donna straordinaria, in grado di conciliare molteplici ruoli nella sua vita frenetica. Laureata in architettura, è anche moglie, madre e, da qualche anno, co-titolare dell’azienda di famiglia insieme al marito, ex grafico pubblicitario. Ma non è finita qui: fa parte dell’Associazione Donne del Vino e si distingue ulteriormente per il suo impegno come Presidente del Consorzio Tutela del Moscato. La sua capacità di gestire tutte queste responsabilità mi ha portato a sospettare che possa avere dei veri e propri superpoteri! Sempre sorridente e positiva, nonostante la complessità dei suoi incarichi, Francesca mostra una dedizione ineguagliabile alla sua famiglia, all’azienda e alla comunità vinicola. Il suo amore per il vino è radicato profondamente nel passato. Fin da piccola, partecipava all’eroica vendemmia del Moscato insieme alla sua famiglia. Un ricordo di quel periodo è la pigiatura dell’uva con i piedi nudi. Un’operazione che richiedeva impegno, specialmente considerando che avveniva in un periodo dell’anno piuttosto freddo, rendendo l’esperienza ancora più memorabile. Nel tempo, il suo amore per il vino è cresciuto. Nonostante le opportunità lavorative l’avessero portata lontana da casa, ogni anno, senza eccezioni, Francesca insieme al fratello e ai cugini ritornavano alla loro terra per partecipare all’irrinunciabile vendemmia, un rituale che ha legato indissolubilmente il vino alla sua stessa identità. L’evoluzione di questa passione ha portato Francesca e suo marito Massimo a compiere una scelta audace: rilevare l’azienda di famiglia. Questa sfida, impegnativa ma stimolante, li ha coinvolti completamente nel mondo del vino. Massimo, si dedica al vigneto ormai da più di 9 anni, partendo praticamente da zero. Senza competenze agronomiche ed enologiche, ha imparato il mestiere da Angelo, uomo di fiducia che si occupava dei vigneti di famiglia. Oggi, con quattro anni di esperienza autonoma, Massimo si è affermato come il custode eroico dei loro vigneti. La sua dedizione si è rivelata fondamentale soprattutto in annate difficili come la 2023, che hanno presentato sfide legate alle condizioni meteorologiche. Queste avversità non hanno fatto altro che accrescere la sua conoscenza e la sua determinazione a fare sempre meglio. Peculiarità dei vigneti: pendenze mozzafiato e Pietra Matta
L’esperienza di visitare i vigneti con Francesca si rivela incantevole godendo di paesaggi che si distinguono per pendenze mozzafiato, che richiedono una gestione attenta e appassionata. Una maestria agronomica che tende alla costante ricerca di un’armonia perfetta tra vigna e paesaggio. Il clima mediterraneo, testimoniato dalla presenza delle viti, si manifesta anche attraverso gli ulivi che punteggiano il terreno. Altra caratteristica distintiva del suolo è la presenza del “Sass de Luna”, una roccia marnosa conosciuta anche come pietra matta, in quanto, pur essendo durissima, con l’effetto del sole, diventa friabile e si sfalda in particelle molto piccole che conferiscono una forte mineralità al terreno. La pietra matta ha la sorprendente capacità di trattenere il calore durante il giorno e rilasciarlo gradualmente durante la notte, offrendo alle viti un ambiente termico favorevole. Questa caratteristica si rivela preziosa, soprattutto quando le temperature scendono, permettendo alle uve di affrontare il freddo e giungere a una maturazione ottimale. Tra viti e canapa: un progetto ambizioso per un terroir sostenibile
Meno di un ettaro vitato in cui ogni vigna racconta una storia avvincente di dedizione e rispetto per la terra, un racconto che si evolve attraverso la continua ricerca di nuove tecniche per preservare la salute del terreno che con il passare del tempo, ha accumulato eccessi di rame, una sfida comune per molti viticoltori. Tuttavia, la determinazione e la ricerca incessante di soluzioni innovative, hanno portato a un progetto che cattura l’immaginazione: l’introduzione della canapa tra le viti, una pianta capace di assorbire la CO2 atmosferica contrastando il cambiamento climatico nonché gli eccessi di rame dal terreno. Oltre ad essere un’opzione ecologica e sostenibile, si rivela una scelta strategica per promuovere la biodiversità. Inoltre si eseguono altre pratiche attente come l’utilizzo di sovesci e una meticolosa lavorazione del terreno, incarnando la volontà di creare un ambiente viticolo equilibrato e sostenibile. Massimo e la passione per la Pergola Bergamasca
Parlando con Max risulta evidente la profonda passione per il Moscato e un amore particolare per la pergola bergamasca. In uno dei loro vigneti di oltre 40 anni, ha personalmente curato la trasformazione in questo antico sistema di allevamento. La pergola bergamasca, con le cure giuste, si rivela essere la scelta ideale per un’uva così produttiva. L’obiettivo è ottenere grappoli sani, perfetti per il processo di appassimento. Ecco che la pergola, mantenendo i grappoli alti rispetto al suolo e con la sua struttura aperta, offre una distribuzione ottimale della luce del sole e una circolazione dell’aria favorevole, elementi chiave per mantenere la sanità delle uve. Un altro elemento centrale nel vigneto è l’impiego del metodo rispettoso della vite Simonit & Sirch che mira a preservare la salute delle viti, evitando tagli invasivi che potrebbero creare ferite profonde e compromettere il flusso linfatico della pianta. Villa Pagnoncelli Folcieri: un tesoro storico nel cuore di Scanzorosciate
Dopo l’emozionante visita ai vigneti, ci troviamo di fronte a Villa Pagnoncelli Folcieri, un’autentica meraviglia dell’architettura e della storia bergamasca. Questa antica residenza estiva della nobiltà locale cattura immediatamente l’attenzione con la sua bellezza intramontabile.
Impossibile non rimanere colpiti dalla sontuosità degli affreschi settecenteschi, dagli arredi d’epoca e dai dipinti che adornano le pareti di questa villa che un tempo era circondata da vasti terreni e possedimenti. Oggi, immersa nel centro storico di Scanzorosciate, a pochi chilometri da Bergamo, continua a stupire con il suo fascino senza tempo. La storia della famiglia Pagnoncelli Folcieri è parte integrante di questa villa. Giunta a Scanzorosciate poco prima dell’Unità d’Italia, la famiglia si è radicata in questa terra, mantenendo salda la propria presenza nel tempo. Dopo quattro generazioni di farmacisti, la produzione di Moscato di Scanzo è diventata un’autentica passione, trasformandosi da semplice hobby a vera e propria attività. Il primo a produrre Moscato, nel 1962, è stato Giancarlo Pagnoncelli Folcieri, farmacista di terza generazione e nonno di Francesca. Le uve provengono da un vigneto situato in una posizione collinare privilegiata, noto allora come “il vigneto del parroco”, e successivamente come “vigneto del farmacista”. Dopo aver contribuito insieme a pochi altri a salvare questo vitigno prezioso, passa il testimone al figlio Maurizio, anch’egli farmacista, coinvolgendo l’intera famiglia, per giungere infine a Francesca e Max. La villa e la cantina: scrigni perfetti per il Moscato di Scanzo
Un temporale estivo arriva all’improvviso, scatenando profumi e atmosfere romantiche che avvolgono Villa Pagnoncelli Folcieri in un’aura di mistero. In questo scenario incantato, decidiamo di visitare la villa e poi la cantina, due tesori preziosi incastonati l’uno nell’altro. La villa è un’autentica meraviglia architettonica e si svela a noi con un tocco di suggestione. Ma è all’interno della cantina che la magia del Moscato di Scanzo prende davvero vita. Dai locali di vinificazione con i tini in acciaio in cui avvengono le fermentazioni e gli affinamenti, saliamo verso un ambiente particolare dove le uve appassiscono delicatamente su telai artigianali e ceste di plastica, dando vita al processo di appassimento che conferirà al Moscato di Scanzo la sua straordinaria complessità. In questa fase di produzione diventano cruciali la ventilazione forzata e le escursioni termiche tra giorno e notte che aiuteranno a fissare gli aromi raffinati che contraddistinguono questa chicca enologica. Raggiungiamo poi la parte della cantina in cui riposano le bottiglie, ognuna con una storia unica da raccontare. Qui il tempo è un ingrediente prezioso. Le bottiglie devono attendere pazientemente almeno due anni prima di essere pronte per il mercato, un periodo che contribuisce a enfatizzare le caratteristiche distintive del Moscato di Scanzo. In un angolo, scopriamo poche bottiglie riservate alle preziosissime verticali di Moscato, testimonianza dell’attenzione e della cura che la famiglia dedica alla conservazione di questi tesori enologici nel tempo. Qui, ogni bottiglia diventa un capitolo di una storia più ampia, segnata a mano con il numero totale di bottiglie, (meno di 100 nelle annate più vecchie) rivelando il carattere limitato e prezioso di questo vino straordinario. Ma la cantina nasconde anche un tesoro particolare: le ultime bottiglie di Moscato bianco, create in esclusiva dal nonno per la sua dolce metà. Ogni bottiglia è un omaggio a un amore eterno, un gesto di dedizione che va oltre il semplice atto di produrre vino. Alla ricerca di un vino tradizionale ma più gastronomico e moderno Parliamo di una produzione unica, caratterizzata da una variazione significativa nei numeri in base all’annata, da un minimo di 500 bottiglie in anni avversi a oltre 2000 bottiglie in annate particolarmente favorevoli. Lo stile della produzione sta attraversando un’evoluzione, con una tendenza sempre più marcata alla riduzione del residuo zuccherino superando di poco i 50g/litro. Questo cambiamento mira a creare un prodotto più contemporaneo e gastronomico, una proposta più equilibrata e versatile in grado di sposarsi perfettamente con pietanze raffinate e anche speziate. E così, con il cuore gonfio di emozioni, ci ritroviamo a tavola, pronti ad assaporare il frutto di tante fatiche e passioni, accanto a prelibatezze locali di estrema qualità: formaggi DOP dalle antiche radici bergamasche e salumi locali creano un trionfo di sapori e profumi che incantano il palato e rievocano antiche tradizioni culinarie. Sirio: Un Viaggio Aromatico tra Note Tropicali e Freschezza Inimitabile
Ma la cena non sarebbe completa senza l’accompagnamento perfetto, e quindi iniziamo la degustazione con una birra IGA: proprio una bella scoperta! Sirio, nata nel giugno 2019, è frutto della collaborazione stretta tra Massimo Barlocco, marito di Francesca, e il mastro birraio Giovanni Marsan, ed è realizzata in stile #Iga, Italian Grape Ale. Con le sue note spiccate di frutta tropicale, Sirio crea un connubio irresistibile con più piatti, rendendola la compagna perfetta per molteplici occasioni gastronomiche: aperitivi, piatti leggeri e crudité di pesce. La complessità aromatica e la freschezza delle note gusto-olfattive si rivelano il complemento ideale per esaltare i sapori dei piatti e amplificare l’esperienza gastronomica. Moscato di Scanzo 2017 e i diari del nonno
Il culmine di questa avventura sensoriale è raggiunto con il Moscato di Scanzo 2017, un vino che incarna l’eleganza e la raffinatezza di un territorio unico. Note di rosa, ciliegia sotto spirito, erbette aromatiche cme la salvia, solleticano il naso per poi tuffarmi in assaggio corposo e coerente che esprime piacevolezza e persistenza gustativa.
Questa esperienza, però, va oltre il semplice godimento del palato. In un’atmosfera carica di emozioni, decidiamo di arricchire l’esperienza sfogliando le pagine del diario del nonno, un tesoro scritto che racconta l’andamento delle annate e delle vendemmie in periodi così lontani da rendere il momento ancora più intenso. Le annotazioni del nonno diventano un ponte che collega il presente alle radici profonde della famiglia Pagnoncelli Folcieri, offrendo una panoramica affascinante sul passato viticolo e sulle tradizioni del Moscato di Scanzo. La degustazione si trasforma così in un viaggio attraverso il tempo, un’occasione unica di connessione con le radici storiche di questa denominazione e dell’azienda familiare. Ogni sorso diventa un tuffo nelle storie e nelle fatiche di coloro che hanno custodito e coltivato questa tradizione con dedizione e amore. Un grazie colmo di gratitudine a Francesca e a Max per avermi accolta: spero di tornare per fare gli assaggi da vasca promessi e svelare altri nuovi progetti che a Villa Pagnoncelli Folcieri non mancano ai! Cin!!! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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