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28 Aprile, 2022
Uno straniero chiamato XINOMAVRO
Uno straniero chiamato XINOMAVRO, originario del nord della Grecia ed in particolar modo della regione della Macedonia, lo Xinomavro è spesso citato come uno dei più nobili vitigni a bacca nera del paese ellenico ed altrettanto spesso paragonato con il nebbiolo in quanto in grado di fornire serbevoli vini da invecchiamento con vesti poco pigmentate, simili corredi acido-tannici e sensazioni organolettiche paragonabili.
Lo Xinomavro è un vitigno che dà infatti origine ad un vino duro sin dal nome. “Xino” significa acido, aspro mentre “Mavro” può essere tradotto in scuro, nero. Dunque “acido scuro”. Sull’acidità, dubbi non ne abbiamo: molto alta, da che ne deriva una versatilità in grado di tradursi in una vasta gamma di stili di lavorazione: con lo Xinomavro potremmo creare un percorso di abbinamento dallo spumante fino al dessert, ed è proprio quello che in Aprile abbiamo fatto a Firenze, grazie ad Haris Papandreou, segretario del Consolato Onorario di Grecia presso Firenze, appassionato e ed estremamente competente nel mondo del vino e soprattutto persona di spessore morale e buoni sentimenti come poche se ne trovano.
Haris ha in mente molti e pregevoli iniziative per portare in Italia un po’ di cultura del vino greco ed in Grecia quella del vino italiano ed è quello che fa da alcuni anni.
E’ solo grazie a lui se siamo riusciti a riunire alla stessa tavola ben 22 referenze di Xinomavro proveniente dalla zona tipica in cui viene coltivato: la Macedonia centro occidentale. Siamo nel nord della Grecia, dove le temperature si fanno più fresche e dove attorno a Naoussa, considerata la zona di provenienza, lo xinomavro si è diffuso verso est e sud ovest, fino alla Tessaglia e oltre.
Abbiamo potuto apprezzare le diversità degli stili e della provenienza in quanto abbiamo raccolto campioni rappresentativi di tutti gli areali di produzione, incluse le 4 principali denominazioni: Naoussa, Amynteo, Goumenissa (Macedonia) e Rapsani (Tessaglia) ed una più piccola serie di PGI. Naoussa sta allo xinomavro così come Barolo sta al nebbiolo, è la denominazione più storica e celebre e si concentra sullo xinomavro in purezza, così come Anynteo, mentre Goumenissa prevede un taglio con negoska e Rapsani un blend da xinomavro, krassato e stavroto. Gli stili dei rossi, come potrete immaginare, variano dalle più serbevoli espressioni in purezza da invecchiamento fino a quelle ammorbidite con i citati vini autoctoni (o merlot, cabernet sauvignon e syrah) e lavorate in modo da essere commercializzabili ed apprezzabili in tempi molto più ridotti.
Effettivamente abbiamo potuto renderci conto della versatilità di questo istrionico vitigno partendo da uno spumante MC rosè, proseguendo con una Retsina (particolarissimo tradizionale stile di vino greco aromatizzato con resina di pino d’Aleppo) ed ancora un BdN fermo, prima di cominciare con i classici rossi e concludere con un dolcissimo bel passito da vendemmia tardiva.
Istrionico ma non troppo perché alcuni tratti della sua forte personalità, comunque, lo xinomavro tende a mantenerli, a partire dall’acidità scontrosa e quel corredo tannico tanto difficile da domare, per non parlare di quelle tipiche note organolettiche che più rustiche, che spesso richiamano il pomodoro ed altri sentori vegetali molto identificativi e che nelle espressioni in purezza, sopravvivono anche dopo anni e anni di invecchiamento e raggiungono livelli espressivi davvero affascinanti.
Insomma ha un bel caratterino questo Xinomavro; ma non mentite, spesso siamo attratti dall’indomabile, e sono convinto che un po’ di voglia di approfondirlo vi sia venuta…
Allego per completezza l’elenco delle aziende di Grecia che hanno contribuito alla giornata e tutti i partecipanti ed approfitto per ringraziare per aver contribuito alla realizzazione di questo bellissimo evento Haris Papandreou, Chiara Dionisio e Olga Sofia Schiaffino
Domaine Karanika (Macedonia)
Kechris Winery (Macedonia)
Alpha Estate (Macedonia)
Patistis Wines (Tessaglia)
Oenops Wines (Macedonia)
Kotoulas Wines (Macedonia)
Mikro Ktima Titos (Macedonia)
Kourtis Estate (Macedonia) Tsantali (Tessaglia)
Dougos Winery (Tessaglia)
Kir-Yianni Winery (Macedonia)
Thymiopoulos Vineyards (Macedonia)
Diamantakos Winery (Macedonia) E l’elenco dei partecipanti all’evento in ordine alfabetico: Alessandra Pierotti Andrea Molinari Chiara Dionisio Clara Iachini Claudia Riva di San Severino Dalila Grossi Daniel Monticelli Davide Gilioli Denise Oriani Fabiana D’Aniello Fabio Gobbi Federico Barbieri Francesca Mafrici Francesco Bonomi Haris Papandreou Luca Grippo Marco Porini Mariella De Francesco Matilde Cappelli Nello Gatti Nicola Fadda Olga Sofia Schiaffino Peggy Petrakakos Principessa Coralia Pignatelli della Leonessa Stefano Franzoni A cura di Stefano Franzoni “The Voice of Blogger” è una rubrica di Winetales Magazine coordinata da Stefano Franzoni
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Kechris Winery (Macedonia)
Alpha Estate (Macedonia)
Patistis Wines (Tessaglia)
Oenops Wines (Macedonia)
Kotoulas Wines (Macedonia)
Mikro Ktima Titos (Macedonia)
Kourtis Estate (Macedonia) Tsantali (Tessaglia)
Dougos Winery (Tessaglia)
Kir-Yianni Winery (Macedonia)
Thymiopoulos Vineyards (Macedonia)
Diamantakos Winery (Macedonia) E l’elenco dei partecipanti all’evento in ordine alfabetico: Alessandra Pierotti Andrea Molinari Chiara Dionisio Clara Iachini Claudia Riva di San Severino Dalila Grossi Daniel Monticelli Davide Gilioli Denise Oriani Fabiana D’Aniello Fabio Gobbi Federico Barbieri Francesca Mafrici Francesco Bonomi Haris Papandreou Luca Grippo Marco Porini Mariella De Francesco Matilde Cappelli Nello Gatti Nicola Fadda Olga Sofia Schiaffino Peggy Petrakakos Principessa Coralia Pignatelli della Leonessa Stefano Franzoni A cura di Stefano Franzoni “The Voice of Blogger” è una rubrica di Winetales Magazine coordinata da Stefano Franzoni
26 Aprile, 2022
Carlotto - L’ eccellenza del Pinot Nero
Carlotto – L’eccellenza del Pinot Nero
Piccole produzioni, gran contenuto e paesaggi unici da visitare
Nei miei itinerari DiVini ho avuto modo di parlare già in altre occasioni del Trentino e dell’Alto Adige, tuttavia vi avevo sempre suggerito delle realtà che si trovano a Ovest dell’Adige.
Oggi vi porto a est, o meglio su quella parte della Valdadige che è orograficamente a sinistra del fiume stesso.
Ci troviamo tra Trento e Bolzano nel territorio di Egna e di Ora e più precisamente nella frazione di Mazzon.
E’ qui che da ormai oltre 80 anni la famiglia Carlotto si impegna da tre generazioni con lavoro e passione nel settore viticolo.
L’attività ebbe inizio con Umberto Carlotto nel 1940 quando prese a mezzadria l’azienda Schloβhof a Mazzon, presso il Castel Caldiff
Per 50 anni ne coltivò assieme al fratello e al figlio Ferruccio i vigneti, di proprietà della famiglia Praxmarer, fino ad arrivare al 2000, quando Ferruccio Carlotto , assieme alla figlia Michela iniziano a vinificare in proprio le uve.
La metodologia di produzione è rimasta fedele nei decenni con quella fedele e precisa applicazione delle buone pratiche di campagna e di cantina tramandate di generazione per mantenere nel vino le caratteristiche del luogo d‘origine.
La filosofia Carlotto è: coltivare il vitigno giusto nel posto giusto, dare valore e quindi trasmettere la zona di coltivazione.
La proprietà vitata è relativamente piccola, si tratta di circa 6 ettari di terreno dove il Pinot Nero è il principe con oltre il 70% di presenza, seguito dal Lagrein (25%) e Schiava (5%)
Il Pinot Nero, in particolare è proprio il prodotto di Mazzon ed il prodotto principale: il “Filari di Mazzon” è coltivato sulla collina di Mazzon, ai piedi del Parco Naturale “Monte Corno” e culla, di questo vitigno così delicato. La natura argillosa e calcarea del terreno, sono un’ottima premessa per la produzione di un Pinot nero sapido, rotondo, finemente tannico e fruttato con note di lampone e cassis. Caratteristiche tipiche del Pinot nero di Mazzon sono: al naso frutto dolce, in bocca sapidità e tannino fitto.
Gli altri prodotti come dicevamo sono:
– il Lagrein “di ora in ora”: un vino ottenuto da uve Lagrein che maturano ad Ora, su terreno alluvionale del Rio Nero.Essendo una varietà a maturazione medio tardiva richiede zone calde ma ciò che fa la differenza è il terreno: la natura alluvionale ricca di scheletro, fa si che nel periodo di maturazione (fine sett- iniz ottobre) le piogge non raffeddino troppo il terreno ciò che sicuramente avviene in suoli più compatti, più freddi come quelli argillosi o limosi anche se situati in zone più calde. Vitigno storico dell’ Alto Adige da origine ad un vino dalla caratteristica mora al naso mentre in bocca, un tannino ricco, richiede una vinificazione mirata per l’ estrazione della sola parte fine. Un vino il cui punto di forza è la freschezza.
– La Schiava: Le uve per la produzione della Schiava provengono da un vigneti piantati ad Ora, nella zona Raut e Tschint, su terreno alluvionale del Rio Nero. Vitigno storico e nobile dell’Alto Adige da origine ad un vino dal carattere semplice, finemente fruttato, di ottima freschezza, poco alcolico ed insostituibile nelle occasioni dove il bere viene prima del degustare.
Alla prossima “scoperta” e al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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25 Aprile, 2022
Folklore Contemporaneo
Nella piccola cittadina britannica è Folklore Contemporaneo, si svolge il Sicily Fest.
Epifania di colori, suoni, usanze e luoghi comuni, visti in chiave moderna. Si, perché non esiste un’evoluzione di settore a sé stante, ma collettiva e culturale e, anche il luogo comune sul bistrattato siciliano, ha la sua ragione evolutiva.
In questo caos di festeggiamenti ci si ritrova a celebrare ed esaltare, eventualmente, la cultura, la tradizione e l’evoluzione di un popolo; di una regione, che fonda le sue radici in un terreno importante e multistrato.
Il mondo è cambiato. E noi con lui. Così mi faccio un giro. Mi fermo agli stands. Parlo con le persone. Trovo amici e persino fornitori.
E poi vedo anche il famoso pistacchio di Bronte.
La fiera è un agglomerato di persone e cose, che gravitano gli uni attorno agli altri. Un po’ in disparte, ma non troppo da essere considerato “esclusivo”, trovo la ragione principale per cui ho deciso di affrontare la Northern line direzione Angel.
La Wine Experience è lì, dove non te l’aspetti. In mezzo a quel caos atomico, pur mantenendo il suo angolino di quasi quiete. Fisso con sguardo dubbioso e poi mi presento, tanto per sciogliere il ghiaccio.
Mi ricordo d’essere italiano, e con me la brava e un po’ spaesata Federica, AIS educator qui a Londra, e facciamo dello spirito di adattamento il nostro mantra per tutto il resto della durata della “Experience”.
Per “accedere” hai bisogno di un braccialetto di colore rosso, che ti dà diritto di prelevare un calice e reclamare la tua mescita.
In abbinamento troviamo i piatti cucinati da Enzo e il suo team, presidente della federazione Italiana cuochi UK: capponata tradizionale accompagnata da due tortillas (confezionate) e un raviolo fritto di ricotta e funghi con del miele leggermente piccante, un crumble di pistacchi (di Bronte?) E del rosmarino fritto.
Entrambi i piatti vengono accompagnati dal Rosematte 2021 di Le Casematte, un Nerello Mascalese rosato di primo pelo, con un corpo pieno e una beva divertente.
Proseguiamo con un rosato dedito più al frutto e alla rotondità. Le Rose 2020, Regaleali, vigne di Nerello Mascalese selezionate da il Conte Tasca d’Almerita.
Le due note di, più o meno, merito vanno a due rossi.
Laetitya 2020 di Casa Grazia, Frappato in purezza, che strizza l’occhio alla struttura, ma che ha ancora tanta bottiglia da fare
Etna Rosso 2020, Masseria Setteporte, Nerello Mascalese e Cappuccio. Un entry level (con molta probabilità sarà presente nella mia carta), che non vuole pretendere d’essere qualcun altro, ma che fa’ della sua umiltà la sua grande forza. Regala un buon sorso ora e uno migliore a chi lo sa aspettare un paio di anni in più.
Dulcis in fundo:
Sarebbe bello poter vedere e vivere un evento ragionato. Avere lo spazio da dedicare a un live cooking piuttosto che a un percorso nel mondo del vino, che giustifichi tale promozione, e senza che attorno ci sia musica ad elevatissimo livello sonoro o altre fastidiose distrazioni.
La sensazione (confermata) è che si sia fatto tutto un po’ così, alla buona. 4 etichette messe lì da parte e una piccola cucina da battaglia.
L’italiano però, in un modo o nell’altro, la porta sempre a casa e, grazie all’improvvisazione, la tenacia e la passione di chi ha lavorato, si è riusciti a chiudere con un grande sorriso.
A Cura di Francesco Fantinel
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22 Aprile, 2022
Lungarotti è #vinosostenibile
Nel mio percorso di racconto di vino sostenibile incontro un nuovo esempio e posso affermare con entusiasmo che Lungarotti è vinosostenibile
Impossibile non aver mai sentito parlare di Lungarotti, azienda che rappresenta l’eccellenza enologica umbra, famosa per le importanti pagine scritte nella storia del vino.
Ci troviamo a Torgiano, piccolo borgo rurale a pochi passi da Perugia e Assisi, nel cuore verde d’Italia, luoghi a cui sono molto legato avendo trascorso diversi anni di studi universitari proprio nella città di Perugia.
Anche se molto conosciuta, è doveroso fare cenno alla storia di questa azienda. Un percorso che inizia negli anni ’60 con Giorgio Lungarotti, pioniere della moderna enologia italiana, e che prosegue oggi grazie all’impegno, la passione e la competenza dalle figlie Chiara e Teresa, mantenendo una forte impronta familiare basata sul rispetto dei valori che uniscono tradizione, storia e territorio.
Occorre ricordare che fu grazie a Giorgio che, a partire dalla vendemmia 1962, anno in cui creò i suoi primi vini, Rubesco e Torre di Giano, la zona di produzione conseguì uno dei primi riconoscimenti a DOC italiani (Rosso e Bianco di Torgiano) nel 1968. Stessa importante sorte per il Rubesco Riserva Vigna Monticchio, Torgiano Rosso Riserva prodotto per la prima volta ne 1964 che divenne DOCG nel 1990.
Giorgio, da sperimentatore ardito, accanto all’opera di recupero e valorizzazione dei vitigni autoctoni, procedette alla selezione e all’adattamento di nuove varietà nel territorio, seguendo e anticipando per molti aspetti le più moderne tendenze dell’enologia.
Oggi Lungarotti oltre alla principale Tenuta di Torgiano, 230 ettari certificata VIVA, produce anche a Montefalco, con 20 ettari a conduzione biologica dal 2010.
La certificazione di sostenibilità VIVA, come sappiamo, si basa sull’analisi di quattro indicatori previsti dal disciplinare: aria, acqua, vigneto e territorio. La Tenuta di Torgiano, nel 2018, è stata la prima ad ottenere in Umbria tale certificazione, nonché la nona in Italia, ed oggi continua ad essere certificata a seguito del recente rinnovo.
I terreni aziendali sono condotti praticando una viticoltura attenta alla sostenibilità e alla biodiversità, oltre che alla valorizzazione dei vitigni autoctoni intervallati da varietà internazionali come Cabernet Sauvignon, Merlot, Chardonnay e Pinot Grigio, introdotte in Umbria da Giorgio Lungarotti sin dagli anni ’60 e ’70.
In campagna è praticata una viticoltura attenta agli sprechi, puntuale e rispettosa dell’ambiente:
alcune zone dei vigneti sono state mappate dall’alto con droni che hanno permesso di creare delle mappe di vigore che, interfacciandosi con trattori con guida satellitare muniti di GPS, consentono di intervenire con precisione aumentando o diminuendo la concimazione o l’apertura degli ugelli in caso di trattamento, consentendo di apportare alla pianta solo quanto a lei strettamente necessario;
presenza di postazioni meteo dislocate nei vigneti che analizzano i dati climatici (temperatura dell’aria e del suolo, umidità dell’aria, pioggia, bagnatura fogliare, irradiazione solare, direzione e velocità del vento) fondamentali per la riduzione del numero dei trattamenti ai fini del controllo delle malattie delle piante, come oidio o peronospora;
intelligente è la gestione delle risorse idriche, nel suolo. Sono infatti presenti dei sensori che verificano la disponibilità idrica del terreno al fine di ottimizzare la pratica dell’irrigazione di soccorso per le uve bianche.
Proprio per questo impegno l’azienda è divenuta capofila del progetto MeteoWine, realizzato in collaborazione con l’Università di Perugia, per la raccolta dei dati climatici da utilizzare per l’elaborazione di modelli meteorologici. Un progetto che negli anni ha visto importanti implementazioni fino alla nascita di una Piattaforma Meteo Regionale che oggi rielabora i dati raccolti in tutta l’Umbria e costruisce modelli, con conseguenti previsioni meteo attendibili, fondamentali per elaborare un DSS (Sistema di Supporto alle Decisioni) per diminuire l’impatto dei trattamenti in agricoltura.
Inoltre, nelle tenute di Torgiano e Montefalco non si utilizza il diserbo, ma si effettua un controllo meccanico delle malerbe, e la concimazione è rigorosamente organica, utilizzando il sovescio e il letame di chianina per preservare la biodiversità del terreno.
Nel 2004 Lungarotti è stata scelta come cantina pilota a livello nazionale dal Ministero delle Politiche Agricole per realizzare il progetto “Energia della vite” ideato dal Centro Ricerche sulle Biomasse dell’Università di Perugia al fine di ricavare energia dagli scarti di potatura attraverso un impianto a biomasse.
Molto importante è anche l’utilizzo di packaging sostenibile, nel febbraio 2021 per il Rubesco e per il Torre di Giano sono state introdotte le nuove bottiglie più leggere, già adottate in passato per quasi tutte le etichette di Lungarotti, che consentono di ridurre fino al 35% le emissioni di CO2.
Importante è anche la generazione di energia per i propri consumi: nel luglio 2018 è stato installato un impianto fotovoltaico sulla copertura degli edifici aziendali che copre il 40% dei fabbisogni di energia con un risparmio di oltre 3.000 ton di CO2. Quest’ultima misura si accompagna all’efficienza nella scelta delle attrezzature, al momento di ogni un nuovo investimento infatti viene posta grande attenzione all’acquisto di attrezzature a ridotto consumo energetico.
In ultimo, viene data grande importanza alla gestione del suolo, effettuando lavorazioni che evitano fenomeni di erosione o di costipazione, ed al mantenimento di boschetti naturali nei terreni aziendali che circondano i vigneti. Tantissime accortezze che si accompagnano ai piccoli gesti di comportamento quotidiano, nel risparmio energetico e nella gestione dei rifiuti.
Fortissimo è quindi lo spirito che guida l’azienda all’attenzione verso la sostenibilità e la tutela dell’ambiente, con il pilastro della qualità legato a doppio filo al concetto che vede la terra come un bene ricevuto in prestito dai nostri figli, da restituire il più possibile integro ed intatto.
Tutto questo impegno mette in secondo piano la qualità? Assolutamente no! Un esempio, dei tanti che si potrebbero fare, è il risultato conseguito dal Rubesco Riserva Vigna Monticchio 2016 arrivato primo nella classifica 2021 dei 100 migliori rossi italiani stilata dal mensile Gentleman. Il vino di punta di Lungarotti è risultato il migliore vino rosso italiano – ex aequo con il Bolgheri Sassicaia 2017 di Tenuta San Guido – incrociando e sommando i punteggi delle sei principali guide italiane.
Oggi il Rubesco è una delle etichette umbre più famose nel mondo, orgogliosamente premiato, orgogliosamente green!
Lungarotti è #vinosostenibile
A cura di Giuseppe Petronio
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19 Aprile, 2022
Le conseguenze per il mondo del vino della guerra Russo - Ucraina
Quali sono le conseguenze per il mondo del vino della guerra Russo – Ucraina ?
Ne parlo in questo articolo, riservandomi di tornare (e completare) sull’argomento del product placement sotto un profilo più tecnico-giuridico, ma non per questo meno interessante, ho pensato che potesse essere per i nostri lettori, tra i quali anche gli imprenditori del vino, assai e più drammaticamente attuali, alcune riflessioni sul rilievo e gli effetti che le sanzioni, sia quelle applicate dall’UE, che quelle USA e britanniche, stanno avendo sulle esportazioni e commercializzazione di “..vini (compresi i vini spumanti), birre, acquaviti e altre bevande contenenti alcol di distillazione…”.
La dicitura è volutamente in corsivo perché rispecchia fedelmente le categorie merceologiche di nostro interesse ricomprese, insieme ad altri beni di altro genere e natura, tra quelli considerati “di lusso”, il cui commercio ha subìto delle restrizioni verso la Russia e la Bielorussia in forza del Regolamento di attuazione n. 428/22 del 15 marzo 2022 emanato dal Consiglio.
Si tratta di un provvedimento meglio conosciuto come “sanzione”, comminata dall’Unione Europea all’indomani delle attività di guerra poste in essere dalla Russia verso l’Ucraina.
È noto che le sanzioni economiche internazionali sono norme restrittive costituite da provvedimenti emanati da autorità (competente in Europa, è il Consiglio, ma responsabili sono i singoli Stati membri in quanto chiamati a recepire dette norme e ad attuarle nelle singole giurisdizioni) le quali hanno come obiettivo quello di svolgere delle pressioni nei confronti dei soggetti contro cui sono emanate affinché gli stessi modifichino determinate condotte per le quali sono previste misure punitive nel caso in cui dette disposizioni siano violate.
Le sanzioni UE produrranno effetti (o dovrebbero produrli) nella Russia e Bielorussia attraverso le pressioni sui soggetti colpiti. In altre parole, non si creano obblighi per le persone e per l’entità di questi Paesi terzi, ma esse sono invece vincolanti per i cittadini di uno degli Stati membri ovunque si trovano soggetti cd. “listati”, oppure per società costituite da uno degli Stati membri e sono altresì vincolanti per ogni attività di affari svolta all’interno di uno degli Stati membri.
Per il settore che ci occupa (e preoccupa), il valore che viene colpito dagli effetti della sanzione applicata, che vieta la commercializzazione del vino italiano e dintorni verso la Russia, aggregato a quello conseguente alle vicende belliche che hanno sconvolto stili di vita, consumi e prospettive future, è oggi stimato in circa 345 milioni di euro (dati 2021), maggiore dei competitori francesi e spagnoli.
Il tenore del Regolamento 428/22 fissa ad €.300,00 il valore al di sopra del quale scatta il divieto di esportazione, ma se così fosse, il deterrente non sarebbe così efficace, tanto che la Commissione Europea è in procinto di chiarire se tale limite investe la singola bottiglia oppure, come sembra, si parla di cassa, cioè la confezione da sei bottiglie.
Non va dimenticato infatti che le misure in argomento tendono a sacrificare il commercio di beni di lusso da parte dei famosi oligarchi che, almeno sulla carta, avrebbero potere di influire sulle decisioni politiche e sociali di coloro che comandano. Altro il problema per l’esercente l’enoteca o la cantina rispetto, ad esempio, all’ipotesi in cui si presenta un cittadino russo (listato o meno) o il titolare di un’azienda russa che vive in Italia o in Svizzera: posso liberamente procedere alla vendita (e in caso affermativo, sapere come paga) o incorro in provvedimenti censori ai sensi del regolamento 428/22?
Strettamente connessa a tale congiuntura che colpisce le transazioni verso i Paesi belligeranti, concorre anche la svalutazione del rublo, al di sotto ormai del 50% del valore che, unitamente alle altre considerazioni, impone agli imprenditori del settore di compiere una veloce ed attenta analisi della propria esposizione con il mercato russo (e anche con l’Ucraina, che comunque ha acquistato nel 2021 vino per oltre 50 milioni di euro).
L’attenzione va rivolta in primis allo strumento contrattuale che lega l’impresa italiana al mercato russo.
Mi riferisco ad ipotesi di accordi di distribuzione tra il fornitore italiano e il retailer russo nei quali, qualora sia prevista una clausola di forza maggiore o di cd. “war” o “sanction clauses”, viene consentito all’azienda italiana di interrompere/sospendere l’esecuzione del contratto il cui adempimento è diventato ancor più oneroso per effetto di un rublo svalutato e per la difficoltà di avvalersi di canali di pagamento chiusi o di difficile accesso per effetto delle sanzioni, che pure hanno colpito questo comparto, indicando nei Regolamenti 260 e 261/2022 le banche e le finanziarie, nonché sistemi di pagamento non più accessibili per le transazioni con Russia e Biolorussia.
L’analisi di ogni singola fattispecie è comunque complicata perché il retail russo non sarà d’accordo con la scelta del partner italiano di sottrarsi alle forniture e si avvieranno inevitabili contenziosi dall’alto valore economico, affidati il più delle volte alla giurisdizione russa, sia dei tribunali che delle corti arbitrali locali.
Se tale scelta contrattuale poteva essere efficace in tempi normali e tesa ad ottenere provvedimenti giurisdizionali eseguibili in loco, in questa occasione si rischia di essere penalizzati per aver optato per una scelta che risulta “punitiva” verso il partner russo, ma di sostegno per il popolo dell’Ucraina.
Accanto a queste riflessioni squisitamente giuridiche, che lo Studio sta affrontando anche per altri prodotti considerati di lusso e presenti nel Reg. 428/22, giocano un ruolo non di poco conto anche le considerazioni del cd. danno reputazionale a cui un brand potrebbe essere sottoposto dalla comunità mondiale dei consumatori, qualora mantenesse rapporti commerciali, anche di significativa rilevanza con la Russia, e non dimostrasse rispetto per la restrizione emanata e per la solidarietà da esprimere al Paese attaccato.
Valutazione metagiuridiche e metaeconomiche, che comunque preoccupano l’imprenditore, sia per l’impatto sul piano dei conti (sia quelli diretti ed indiretti del danno da risarcire al partner russo e della perdita di fatturato), sia per quelli futuri, che coinvolgono la credibilità ed affidabilità del marchio e dell’ immagine dell’azienda.
Grande attenzione va poi riservata nelle soluzioni che con superficialità vengono offerte alle imprese e consistenti nelle cd. “triangolazioni” in quanto l’effetto sanzionatorio colpisce anche il prodotto e la cessione destinata verso la Russia, anche se la spedizione ha uno scalo intermedio presso un Paese terzo. Sull’argomento delicato sta per essere varato (al momento in cui scrivo, la presidente Von der Leyen è in conferenza stampa sull’argomento) un quinto pacchetto di sanzioni che imporranno il blocco dei trasporti navali e terrestri, rendendo ancor più difficoltoso ed irto di insidie le spedizioni dei beni verso i paesi belligeranti.
La pratica illegale del re-routing, pure in auge, operata attraverso Paesi non colpiti da sanzioni e consistente nel rilascio in questi Paesi di nuova certificazione di provenienza e di nuova etichettatura al fine di aggirare il divieto di immissione di determinati beni in Russia, espone l’azienda ad alti rischi in caso di accertamento, con pene da 6 a 12 anni di reclusione e multe sino a 250 mila euro.
Non meno rassicurante quel fronte bancario che ha deciso di finanziare forniture di vino all’export russo: l’ipotesi di imbattersi in banche cd. “listate” presso le quali sono stati aperti crediti documentari potrebbe comportare il congelamento del pagamento della fornitura già evasa o nel caso di crediti documentari confermati, l’impossibilità per la banca italiana di poter chiedere il rimborso alla banca russa di quanto anticipato all’esportatore italiano.
Uno sguardo e un’attenzione va poi riservata al sistema sanzionatorio degli USA, il quale distingue due tipologie di interventi: le sanzioni definite primarie, che sono dirette nei confronti di “US person” e non ci riguardano, le seconde invece, dette secondarie, sono quelle che si applicano a qualsiasi persona o entità che effettui determinati affari con soggetti sanzionati (detti SDN, Specially Designated Nationals), quelli che noi indichiamo nel nostro ordinamento come “listati”, (cioè soggetti, persone fisiche o giuridiche, indicati all’interno di allegati ai regolamenti sanzionatori, nei confronti dei quali viene sancito il divieto di determinati rapporti) indipendentemente dalla nazionalità o dal domicilio e pertanto hanno validità extraterritoriale, in grado cioè di poter coinvolgere ed influire sull’attività di impresa di soggetti di diritto italiano in affari con gli USA.
Il quadro appena accennato (e se di interesse per i nostri lettori, siamo pronti ad approfondirlo), conduce alla riflessione che le operazioni di commercio internazionale, anche per gli operatori del settore vitivinicolo, non possono esimersi dal riservare un sempre maggiore impegno e preparazione con l’adozione di programmi di compliance che si sviluppano su un check quanto mai accurato e approfondito delle proprie controparti economiche e sull’individuazione e classificazione del prodotto esportato o importato in relazione a norme restrittive, vietate, con embargo, congelamento e così via. Il tutto poi da conciliare con specifiche norme inserite nei contratti che possono garantire vie di uscita rispetto ad eventi e situazioni eccezionali ed imprevedibili.
Il perdurare degli eventi bellici ha generato poi in capo al comparto vinicolo un ulteriore imprevisto che è andato e va ad incidere sui costi del prodotto finito e dunque sulla sua redditività.
Si tratta degli imprevedibili aumenti del costo delle bottiglie dovuto al rincaro dell’energia necessaria per la lavorazione del vetro, a cui si aggiunge l’aumento dei trasporti in ogni loro classificazione, aumenti che si riservano sulla logistica, sul prezzo finale del prodotto, sulla contrazione delle vendite e dei consumi e che vedono nell’emanando nuovo Regolamento sanzionatorio ulteriori restrizioni.
Se la situazione non fosse drammatica, seppur con flebili spiragli di soluzione, e lasciandoci andare ad una salvifica vena d’umorismo, sarebbe da auspicare la scesa in campo di James Bond (per rimanere nel tema delle precedenti puntate) ed affidare a lui la soluzione migliore come ci ha abituati nella sua filmografia!
Avv. Paolo Spacchetti
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15 Aprile, 2022
La bolla bianca
La bolla bianca immersa nella calda Puglia: Alberobello.
Ci troviamo nel tacco dello stivale italiano, pieno di tradizione, cultura e vino. Noi di Wine tales non possiamo che provare a raccontare una delle esperienze in giro per il territorio.
Si sa, in Italia, non ci sono luoghi senza una storia, anche Alberobello, così bianca e affascinante, si lascia guardare e ci sorprende ad ogni passo, piena di sali e scendi e gradini mal tagliati.
Il nome Alberobello deriva da silva alboris belli, con il significato di “bosco dell’albero della guerra”, sembra che nel XVI secolo fu dato inizio ad una prima antropizzazione della selva che successivamente diede il via all’urbanizzazione di quest’area con la costruzione di un agglomerato di piccole case.
I trulli, case basse e bianche, furono costruite con pietra calcarea, facilmente reperibile, senza malta come ordinato dal conte Girolamo II per evitare il pagamento dei tributi.
Ed è proprio in centro ad Alberobello, nel corso principale, vicinissimi alla cattedrale dei Santi Cosma e Damiano, in uno dei trulli si legge Amore & Vino.
Amore perché è la passione che trasforma le idee in fatti, una bottega che per cento anni, la SALUMERIA, è sempre stata aperta al pubblico, gente del luogo ma ovviamente anche turisti, oggi diventa la locanda per gustare un aperitivo, un pranzo o una cena.
Vino, perché la Puglia è un’altra regione italiana piena di prodotti tradizionali, di cantine e produttori che con amore coltivano i loro vigneti e fanno emergere quanto di autoctono possa dare la loro terra, dal Primitivo al Negramaro per finire al Nero di Troia.
“Il vino aggiunge un sorriso all’amicizia e una scintilla all’amore!”, è così che, Valerio, proprietario di questa enogastronomia, Amore & Vino, ci accoglie un lunedì sera quando gli altri locali in un periodo di bassa stagione sono quasi tutti chiusi.
Un posto dove gustare prodotti tipici della zona, dai salumi ai formaggi, dalle conserve artigianali di verdure ai nobili taralli, qualche piatto tipico del giorno come fave e cicoria ed una scelta importante di vino. Dimenticavo, non sono riuscita a testare i dolci, le porzioni abbondanti mi hanno fermato.
La locanda, ha anche dei tavoli e può accogliere circa 20-25 persone, non male!
Come sempre non ci siamo tirati indietro nella degustazione di un ottimo Primitivo
Prezzo: da 20 a 25 euro
The Ghost Writer
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14 Aprile, 2022
Degustazioni d'Arte
Il migliore abbinamento con l’Arte è un buon vino, afferma convinto Giorgio Fipaldini, autore di Degustazioni d’Arte, un libro “che si pone come intento quello di distillare piacere”. E se il lettore è un wine lover, e per giunta amante dell’arte – classica o contemporanea, non importa – l’alchimia è assicurata.
Racconta Fipaldini:
“Fin dai tempi in cui ero studente dell’Accademia di Brera avevo un desiderio: sedermi comodamente di fronte al Guernica di Pablo Picasso con un calice di vino. Immaginavo di provare quella sinestesia, invocata da molti artisti, nel degustare un’opera d’Arte; come si fa con il vino: osservando, sentendo e assaporando”.
Il volume, edito da Tapook, realizza su carta questo desiderio: a dieci opere d’arte – trasversali per epoca, genere e corrente – vengono abbinati dalla sommelier Marta Curtarello altrettanti vini, cercando le affinità tra opera e vino, o tra artista e viticoltore. Il tutto raccontando l’opera in modo originale e non accademico (anche grazie alle illustrazioni di Andy Pen) e presentando il vino con linguaggio ben lontano dai tecnicismi delle schede di degustazione. Perché quello che emergono, e uniscono, sono le Storie.
Guernica di Picasso (1937), il quadro simbolo degli orrori della guerra, scaturito da tre giorni di disegno furioso e ininterrotto, viene abbinato a una vicenda di viticultura eroica in senso lato, nel contemporaneo scenario di conflitti in Medio-Oriente. Il Bargylus Rouge, del Domaine Bargylus, è un Grand Vin de Syrie, blend di syrah, cabernet sauvignon e merlot; le uve provengono da vigneti spesso bombardati, che nei momenti più drammatici del conflitto dalla Siria dovevano essere portate (anche in taxi!) in Libano per la vinificazione, dopo rischiosissime vendemmie gestite via telefono da Beirut.
Di tutt’altro tenore le suggestioni che portano ad abbinare l’Autoritratto nella Bugatti verde di Tamara de Lempicka (1929) a una bottiglia di Bollinger R.D.: due icone di eleganza, bellezza e audacia, al femminile.
“Lo Champagne lo bevo quando sono contenta e quando sono triste. Talvolta lo bevo quando sono sola. Quando ho compagnia lo considero obbligatorio. Lo sorseggio quando non ho fame e lo bevo quando ne ho. Altrimenti non lo tocco, a meno che non abbia sete”.
Così parlava Madame Lily Bollinger, donna indipendente e moderna quanto la pittrice di origini polacche, anche lei portatrice di una sana passione per lo champagne.
Altro esempio della eno-divagazione di Fipaldini nella storia dell’Arte, è un abbinamento nel segno della provocazione. Nel 1917 Marcel Duchamp elevava un prosaico orinatoio a opera d’arte: la Fontaine era un oggetto ready-made, ovvero una “scultura già fatta” che sovvertiva come gesto concettuale l’idea stessa di genesi artistica. Con un gioco di parole post dadaista, Benoit Delorme produce in Borgogna un pinot nero biologico etichettato come Orga(ni)sme Cult(ur)e(l) concepito secondo un ideale di naturalezza senza compromessi, come un organismo vivo, sociale e culturale.
Evitando di spoilerare i successivi abbinamenti, lascio al lettore la curiosità di scoprire quali suggestioni enoiche scaturiscano da artisti, loro sì inabbinabili tra loro, come Banksy, Artemisia Gentileschi, Van Gogh, Amedeo Modigliani o Marina Abramović.
Degustazioni d’Arte è una lettura godibilissima, intrigante, inconsciamente sfidante perché stimola il lettore-wine lover a immaginare il proprio abbinamento ideale. Non è questione di cultura o di talento, ma di risonanze, di libere associazioni emotive, memorie uniche e personali. Motivo per cui ognuno può, in base al proprio sentire individuale, generare infiniti abbinamenti, per contrasto o concordanza, sempre plausibili: Guernica può chiamare l’irruenza di un sagrantino esattamente come la carezza consolatoria di un picolit. Questo libro ha il pregio di svelare l’esistenza di una nuova categoria di analisi sensoriale, vero terreno comune tra vino e arte: la persistenza emotiva. E visto che un calice tira l’altro, e un quadro, in un museo, spinge alla vista del successivo, anche questo libro reclama un seguito: è di prossima uscita il secondo volume.
A cura di Katrin Cosseta
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12 Aprile, 2022
Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita
Il Villaggio Narrante – Dove i sogni e le esperienze prendono vita.
Torniamo a parlare di Fontanafredda sotto un altro punto di vista dopo aver approfondito con Giuseppe Petronio il lato sostenibile dell’azienda.
La primavera è la stagione migliore per riscoprire la voglia di muoversi, fare passeggiate e farlo in posti immersivi ed olistici, ricchi di cultura. La cultura a mio parere è di diversi tipi e tra questi la storia unita alla conoscenza e consapevolezza della qualità dell’enogastronomia.
Cosa dunque meglio del Piemonte? Delle Langhe e di quel mondo sabaudo e nobile nella terra e nell’animo di chi lo vive da sempre?
Ci troviamo a Serralunga d’Alba ed è qui che nasce grazie ad Emanuele Alberto un micromondo, che unisce un’azienda vitivinicola, il suo territorio e i luoghi che raccontano la vita di 250 persone, con la scuola, la chiesa, il tabaccaio, il panettiere e un circolo ricreativo, per circa 160 anni.
Il tutto avviene con 13 piccoli racconti per ridare vita al borgo storico alla scoperta degli oltre 160 anni di storia, dove ogni scorcio, ogni pianta ed ogni edificio sono narrati per tutti coloro che entrano a far visita.
Personalmente ci tengo a soffermare la vostra attenzione su quella nobiltà che davvero un tempo fondò il tutto ed in particolare parlarvi di Fontanafredda.
Fontanafredda fu infatti acquistata nel 1858 da Vittorio Emanuele II (futuro primo Re d’Italia) e donata a Rosa Vercellana (la Bela Rosin). E’ quindi una storia d’amore da cui nacquero Maria Vittoria e l’Emanuele Alberto, che come dicevo sopra fondò l’azienda vitivinicola. Oggi con 120 ettari certificati a biologico, Fontanafredda è produttore dei grandi vini delle Langhe che dimorano nelle cantine ottocentesche: un luogo tutto da scoprire tra aneddoti della famiglia reale e curiose abitudini del Re, in cui ammirare la maestosità delle grandi botti di rovere, che rivelano come Fontanafredda sia diventata un’icona del Barolo in tutto il mondo.
Oltre a Fontanafredda nel Villaggio Narrante troviamo anche la cantina Casa E. di Mirafiore. Di 20 anni più recente, fondata nel 1878, Emanuele Alberto Guerrieri conte di Mirafiore, figlio del primo Re d’Italia, realizza una cantina da sempre pioniera e che esprime la vera tradizione enologica delle Langhe. Dal 2018 è un’azienda Agricola Biologica con i suoi terreni nella sottozona di Barolo e Fontanafredda e produce vini esclusivamente da vigneti di proprietà, come due dei migliori cru del Barolo DOCG, Lazzarito e Paiagallo.
Per i gourmet, inoltre, questo territorio è davvero unico e non poteva quindi mancare un ristorante che da solo vale il viaggio e l’esperienza. Vi parlo di Guido ristorante. Ristorante stellato, ospitato nella Villa Reale del Villaggio Narrante e gestito da Piero e Ugo, la seconda generazione degli Alciati, che portano avanti le idee dei genitori, adattandole ai tempi senza mai abbandonare la volontà di offrire ai clienti un’esperienza unica che ricolleghi ad un preciso luogo e a sapori unici. Per chi cerca la semplicità, invece, l’osteria Disguido può splendidamente essere una tappa d’autore.
Infine se dopo tanta degustazione vi volete fermare a dormire ci sono ben 2 hotel all’interno del Villaggio: L’Hotel Le case dei Conti Mirafiore, da cui si vedono gli splendidi vigneti e la Foresteria delle Vigne, che sorge sul “vivaio”, ovvero laddove si coltivavano le barbatelle per le vigne.
Insomma, il Villaggio Narrante, offre una delle più interessanti esperienze olistiche d’Italia.
Un posto da visitare, da gustare e da scoprire.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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5 Aprile, 2022
L’Abruzzo e le sue eccellenze Emidio Pepe
Emidio Pepe – L’Abruzzo e le sue eccellenze enogastronomiche in cui il vino è protagonista
Siamo in Abruzzo, nella sua parte settentrionale, in quella terra che separa l mare Adriatico e il Gran Sasso dall’altro. E’ in questo microclima perfetto per le viti che troviamo la realtà di Emidio Pepe, molto più di una cantina vinicola.
La storia della Emidio Pepe inizia nel 1964, quando il fondatore, omonimo, dopo aver affiancato suo padre e, soprattutto, suo nonno che faceva vino a casa Pepe sin dal 1899 apre l’azienda agricola.
Il successo si deve anzitutto al terroir, a Torano Nuovo, un luogo in cui i terreni ricchi di argilla che drenano l’acqua, la posizione dei vigneti esposti a un grande arco solare, la grande escursione termica tra giorno e notte che aiuta le uve a riempirsi di zuccheri e il vento costante previene batteri e malattie.
Contestualmente viene la lungimiranza in quanto Emidio Pepe, prima di chiunque altro ha creduto nelle grandissime potenzialità del Trebbiano e del Montepulciano d’Abruzzo e ha dedicato tutte le sue energie a questi due vitigni autoctoni, provandone la capacità d’invecchiamento e facendoli conoscere al mondo intero.
Terzo aspetto che si trova in ognuno dei prodotti e delle esperienze che si possono vivere nella realtà Emidio Pepe, la tradizione e la famiglia.
Ancora oggi non vengono utilizzati prodotti chimici, anche negli anni e nelle condizioni più difficili. Nessun lievito selezionato per iniziare la fermentazione alcolica e nessun enzima aggiunto per incoraggiare la genesi dei profumi. Solo prodotti naturali come cristalli di rame, zolfo e preparati biodinamici vengono utilizzati, sia in vigna che in cantina; ed altrettanto non sono mai cambiati il metodo di vinificazione, ancora oggi infatti non vengono utilizzate macchine.
L’azienda agricola Pepe conta quindici ettari che si estendono in piccoli appezzamenti tutti attorno la cantina. La maggior parte dei vigneti è ancora coltivata con l’antico sistema della Pergola.
Questo non solo per rispettare la tradizione ma perché convinti che trattare le uve con delicatezza e manualità sia il modo migliore per raggiungere un livello di qualità e precisione più elevato.
Emidio Pepe e la sua famiglia sono giustamente orgogliosi dei propri territori e si sono organizzati per accogliere tutti coloro che desiderano immergersi in questa eccellenza enogastronomica, realizzando un esclusivo bio-resort con i criteri più aggiornati di eco-sostenibilità.
Ovviamente un’ospitalità d’eccellenza non poteva esimersi da un ristorante e dalle sue opportunità di degustazione, realizzate con prodotti provenienti dall’orto biodinamico situato tra i vigneti.
Il Ristoro di Campagna ospita quindi cene di degustazione con diverse annate di Trebbiano e Montepulciano d’Abruzzo per scoprire i vini insieme alla cucina tradizionale abruzzese.
Quando avrete avuto l’occasione di vivere un’esperienza totalizzante come quella che avrete l’opportunità di sperimentere da Emidio Pepe, scoprirete di voler portare a casa un pezzo di territorio, per farlo mi permetto di consigliarvi di portare con voi non solo i vini, ma anche l’ Olio Extra Vergine, realizzato con varietà autoctone abruzzesi: Frantoio, Leccino e Tortiglione. Le olive vengono raccolte manualmente e spremute a freddo in un vicino frantoio. Il raccolto è portato al frantoio il giorno stesso per mantenere il livello di acidità e preservarne intatta la qualità. Dopo un breve periodo di decantazione, l’olio extravergine di oliva viene imbottigliato in bottiglie 500 ml.
Ed, infine, non potete non prendere la Pasta; il risultato di un nuovo progetto: un campo di grano di un antica varietà chiamata “Senatore Cappelli”, cresce fino a due metri di altezza le cui rese sono molto basse. Viene coltivato secondo i principi dell’agricoltura biodinamica, il grano intero viene macinato in un mulino a pietra per conservare tutte le proprietà nutritive, la pasta è poi trafilata al bronzo ed essiccata per almeno sei giorni a basse temperature.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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