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2 Aprile, 2022
Vinifera, dalla parte del vignaiolo
Vinifera, dalla parte del vignaiolo. Quella Vinifera? Vinifera la mostra mercato dei vini artigianali dell’arco alpino alla Fiera di Trento, intendi? Quella dello scorso 26 e 27 Marzo? E ci mancherebbe altro non fosse dalla parte del vignaiolo!
Al tempo, al tempo. Invoco la suppositio materialis: volevo solo intendere che ho visto Vinifera dall’altra parte dello stand, per l’occasione ospite operoso – mescente vini, affabulandone secondo capacità e vezzo, soccorrente il vignaiolo in alcune necessità pratiche connesse all’evento – di Le Driadi Slow Farm, illuminato vignaiolo in Capetaglio di Palazzago – BG.
VINIFERA 2022, TRENTO
Un’occasione così… buttala via. Partenza ore 05:50 AM dalla natia Brianza velenosa, omaggio silenzioso nel transito alla bergamasca lecchese, rendez-vous a un parcheggio in città bassa verso le ore 06:50 con Big Luciano Chenet – sagace demiurgo del motore primo Gabriella Lady G – ecco a voi Le Driadi pittata in quattro parole.
La macchina abbastanza carica di bottiglie e attrezzi per lo stand, il caffè da strozzini a EUR 1.20 in Autogrill, l’ingresso in Trento, la Fiera, l’accoglienza puntuale e precisa. Si scarica la macchina e si monta lo stand: alle ore 09:30 circa è tutto, o quasi, a posto; la fiera inizia alle 11:00 – c’è tempo di fare un giro.
La carta dei valori
Virgoletto gli intenti dell’evento: “Vinifera 2022 sarà la quarta edizione della Mostra Mercato dei vini artigianali dell’arco alpino. Uno spazio di condivisione, educazione, convivialità per scoprire produttori artigianali alpini scelti con cura da Associazione Centrifuga. Una selezione ispirata dalla capacità di far esprimere un territorio attraverso il vino e dalle relazioni umane che ci hanno fatto innamorare di questi produttori.”
Condivisione, educazione, convivialità: la Rivoluzione Francese non è mai morta. Ed in effetti questa carta dei valori ha indirizzato gli spiriti e le gesta per tutte e due le giornate. Posso confermarlo: io c’ero. Ne abbiamo stappate, svuotate, dissanguate, narrate usque ad supermentulam, assaggiate e riassaggiate di bottiglie, perché in fondo“non si sa mai, l’ho appena aperta”.
Sponsor tecnici, quelli veri, da ringraziare: i volontari dell’evento, che hanno riassortito periodicamente lo stand procurando acqua per lavare i bicchieri dei visitatori e svuotando lo sputavino d’ordinanza; hanno anche procurato quel ghiaccio così necessario al servizio dei bianchi e dei vini mossi – pensando che vi erano in fiera più di 100 produttori… chissà in che quantità.
Ancora, il provvidenziale salumiere con i suoi panini di segale dall’imbottitura insindacabilmente secondo disponibilità di giornata: con un solo panino reggevi tutta la giornata, fin verso le 19:00.
Il fascino dello stand
Ma il bello era lo stand, questo banchetto due metri per uno circa con bottiglie per le cinque etichette, cartoline promo, qualche testimonianza sul territorio dell’azienda, gli attrezzi del mestiere, alle spalle la vela-bandiera dell’espositore. Tutto qui.
DETTAGLIO DELLO STAND LE DRIADI
Desolato quando ignorato, isola felice quando visitato. Alla faccia di quelli che pensano che uno sia il solo artefice della propria fortuna. Qui la fortuna ci ha mandato tanti, tanti, appassionati: adepti di Dioniso a vari livelli, dignità e grado. Ognuno ha avuto il bicchiere sciacquato, l’assaggio del vino secondo preferenza, il racconto del vignaiolo, ascolto e risposta alle sue domande, empatia non già etilicamente fine a se stessa, ma espressione di gratitudine e meraviglia per il tempo e la preferenza accordataci.
VISITATRICI
Assieme con loro è pure capitato qualche, inevitabile, mercante nel tempio: sopportato pazientemente anche quest’ultimo.
Negli intermezzi, le visite più o meno diplomatiche (direi proprio meno, qui si sentono tutti membri di una parte comune) agli stand degli altri produttori, assaggi e assaggini, gli scambi bottiglia, le perle di saggezza pratica vicendevolmente sciorinate qua e là e ponderosamente raccolte e messe agli atti.
LA PONDERATA FELICITA’
Flashback
Qualche cammeo: l’accorata ricerca del ghiaccio all’inizio del primo giorno – in transito, ultima notizia nota, da Sommacampagna, roba che il colonnello Buendia si sarebbe poi ricordato fino alla fine; le quattro visitatrici unite dall’Est giunte in gruppo – due dalla Russia, una dalla Bielorussia e una dall’Ucraina – a testimoniarci che le guerre moderne non sono mai guerre di popoli;
MARGHERITA, ANTROPOLOGA E NELL’OCCASIONE FOTOGRAFA
l’antropofotografa Margherita che ha immortalato, nel gesto del sommelier che presenta la bottiglia, una bottiglia ormai felicemente vuota: come dire, ecco la fenomenologia di @bottigliadissanguata.
DAL PROFILO INSTAGRAM DI VINIFERA
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1 Aprile, 2022
Be Brave Be Human
Be Brave Be Human
Non passa giorno senza che le nubi di questo presente così assurdo e incerto non turbino la serenità di un cielo che poche volte è stato a lungo così sereno e povero di cumuli piovosi.
L’aridità della terra sembra rispecchiare, in toto, l’aridità di questi tempi.
Servirebbe silenzio e riflessione, invece le voci che si levano a giudicare, commentare, analizzare, sono così forti e gracchianti che danno noia, disturbano orecchie e mente, creano disordine, sgomento, paura.
Servirebbe rispetto, invece pare che ogni importante conquista sociale, umana, libertaria, sia costantemente minacciata, verbalmente e nei fatti quotidiani…
Fantascienza, non scienza. Siamo protagonisti di un’unica terribile mondiale pellicola cinematografica in cui la trama è un insieme rutilante, delirante, caotico dei più terribili immaginari fantascientifici degli ultimi decenni…
Ci si rivede in matrix, in strange days, in alien…prima o poi la farsa umana si concluderà nello stile “Il Pianeta della Scimmie” se così fosse non ci si dovrebbe stupire più che tanto.
Nonostante ciò il mondo sembra continuare per le strade che conosce, quelle relazionali, comunicative, pubblicitarie.
Nell’universo vino riprendono le tradizionali kermesse, che si vogliono presentare al meglio del loro meglio e che si pubblicizzano con slogan altisonanti, toni che si avvicinano allo stile da propaganda tipico della prima metà del secolo scorso.
Il mondo è cambiato. Non tornerà quello di prima.
Noi siamo cambiati, o dovremo necessariamente cambiare, non torneremo quelli di prima.
Le vicende avvicendatesi sono decisamente troppe per pensare che non abbiano lasciato il segno. Non pioveranno rane, forse. Non si scateneranno le cavallette, forse.
Ma illudersi che il sogno capitalista degli anni ‘80 possa ri-materializzarsi è pura illusione.
Prendere nota di ciò che è già cambiato, adattarsi, scegliere la fluidità – tanto ironicamente raccomandata da Enrico Lucci ultimamente – potrebbe essere una via.
Be brave: essere coraggiosi, il meglio o peggio di noi emerge in situazioni di instabilità, di incertezza, di insicurezza. E di incertezze, soprattutto emotive, ne abbiamo accumulate, ne stiamo vivendo, ci dovremo convivere a lungo, forse.
Be Human: unico modo per non soccombere al nulla che avanza. Anche in questo caso la cinematografia ci aiuta. Il bene e il male, il lato oscuro, le tenebre, mr. hyde, hulk, tutto dentro di noi, tutto da affrontare, da combattere per uscire dalla caverna migliori.
Non ci sono più alibi, non ci si può più nascondere.
In sostanza credo che ognuno di noi abbia un unico grande dovere: cercare l’uomo (per par conditio anche la donna). Proprio come Diogene di Sinope ( basta leggere la sua storia per capire che era una mente modernissima), che secondo il mito si chiuse in una botte – e questo lo lega al mondo del vino di cui amiamo tanto trattare – con una lanterna accesa alla ricerca della vera essenza della propria natura e di quella umana in generale.
Ripartire da qui è necessario, forse non sufficiente.
Francesca Pagnoncelli Folceri
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28 Marzo, 2022
Quattro stagioni alla Trattoria Visconti: Festa di Primavera
Si parte per le Quattro Stagioni alla Trattoria Visconti: ecco com’è andata la recente Festa di Primavera, convivio che vedeva ospite speciale l’oste, recentemente promossosi a emerito, Maurizio Vaninetti da Morbegno.
ALL’INGRESSO DELLA TRATTORIA
Prima di infelicitarvi – italiano certo tentativo, ma storicamente ben attestato: scippato infatti ad Alessandro Barbero in una lettura sulla Prima guerra Mondiale – troppo con riferimenti a Vivaldi, prendiamola da un altro punto di vista.
TRATTORIA VISCONTI
L’eccellenza umana
Giusto una diecina di anni fa, nel 2011, due serissimi professori di filosofia americani, Hubert Dreyfus e Sean Dorrance Kelly se ne sono usciti con un bel libro dal titolo All Things Shining. Reading the Western Classics to Find Meaning in a Secular Age.
Bel libro e di dimensioni ancora umane (meno di 250 pagine in tutto nell’edizione italiana, impreziosita dalla prefazione di Gianni Vattimo). Ma perché ricordarne il titolo in inglese e non quello della versione italiana Ogni cosa risplende. I classici e il senso dell’esistenza ? Perché quello originale spiega ben di più dove si vada a parare.
I nostri autori si occupano di fenomenologia ed esistenzialismo: due filosofi (come li appellerebbe il Filosofo Schopenhauer) da università, di questo ce ne faremo certo schopenaueriana ragione.
Il bel libro ha come tema quale il miglior modo di vivere e di cosa sia fatta l’eccellenza umana: roba grossa.
Maieutica a stelle e strisce
In un testo di filosofia l’importante non è il punto di arrivo (tanto dopo ogni uber-filosofo viene sempre un altro uber-filosofo), ma il percorso che segue.
E in Ogni cosa risplende l’utilizzo dei classici a testimonianza e illustrazione del cammino del pensiero occidentale fino al suo contemporaneo degrado attuale – sospeso tra nichilismo e ritorno a ottusi fondamentalismi – è illuminante.
Insomma, una pars destruens davvero interessante.
Ad essere invece un po’ deboluccia, invece, non è tanto la maieutica proposta a resipiscenza del degrado – abbastanza suggestiva (non entro nei dettagli altrimenti non soffrirete come il sottoscritto – comunque poco – a leggere il testo fino alla fine) ma la fenomenologia antropologica individuata ad illustrazione.
Che gli americani necessitino – come suggerito – del grande evento sportivo per recuperare una qualche briciola di esperienza del senso del sacro è, temo, indice di un rinnovato stato di adolescenza, talvolta inquieta, di un grande popolo.
Se però la questione si risolve in termini di ritornare a provare sentimenti di meraviglia e gratitudine a fronte ad accadimenti dipendenti solo in parte dalla nostra volontà… beh allora niente di meglio di una visita alla Trattoria Visconti.
Festa di Primavera, 21 Marzo
Occasioni propizie? Quante ne vuoi. La settimana scorsa, 21 Marzo, alla Trattoria Visconti di Ambivere, la Festa di Primavera appunto: cena a quattro mani con special guest il Maurizio Vaninetti, storico cuoco dell’Osteria del Crotto di Morbegno.
FESTA DI PRIMAVERA 2022 – MENU’
Attenzione: se lo chiami chef lui ti ricorda che chef è un barbarismo che indica colui che comanda senza però obbligo di azione; preferisce essere visto come oste: già solo questo posizionamento è da applausi a scena ancora aperta.
Quattro mani? Figura meramente retorica: qui c’è un brain trust in azione. Assieme al Vaninetti, l’intellighenzia di Fiorella e Roberto in cucina, la poiesi organizzativa di Giorgio e, nel caso, l’insospettabile afflato di cosmopolitismo panlombardo nella scelta dei vini in abbinamento a cura di Daniele.
TRATTORIA VISCONTI, FIORELLA
Abbinamenti quindi con l’intervento ex-machina di Claudia Crippa herself, che porta le sue meditate espressioni della denominazione Igt Terre Lariane della Az.Agricola La Costa.
Ehi, ma nemmeno i giornalisti del principali quotidiani sportivi usano toni così encomiastici verso le squadre di calcio i cui tifosi costituiscono lo zoccolo duro del seguito della testata.
Ma quando ci vuole ci vuole, vecchio mio.
La perfezione artigiana
È un menù degustazione che traguarda la Primavera, tema svolto con la consueta titanica ricerca della perfezione artigiana nell’interpretazione (quella che, da un imprevedibile punto in poi gli umani riconoscono come arte).
È ciò che contraddistingue la cifra formale della Trattoria, la cura appassionata del dettaglio senza uscire dai binari della fenomenologia da trattoria così come in genere riconosciuta.
Del resto anche l’altrimenti invincibile gigante Anteo, se staccato dalla madre terra, perde i suoi poteri e viene così sconfitto facilmente da Ercole: guai a perdere contatto con l’essenza del piolismo – qui truly berghem-style.
L’entrée è quindi la prima insalata di campo con l’uovo sodo: in Valtellina l’olio era merce forestiera, si condiva con qualcosa di grasso secondo disponibilità: in questo caso, c’è del guanciale croccante.
Madeleine: Madrid 1982
FLAN DI ASPARAGI, BRIGANTE BIANCO
Per antipasto, flan di asparagi (e lunghe julienne di asparagi a movimentare la presentazione del piatto) appoggiato su uno specchio di orobicissimo crema di stracchino all’antica: mostrami Narciso depurato da ogni narcisismo.
Il bilanciamento tra i sapori, non voglio sapere quanto tentativi sia costato ma li è valsi tutti, è da urlo – non da urlo di quadro di Munch, piuttosto da goal dell’azzurro Tardelli – qui scatta il ricordo – nella finale mondiale 1982.
Entrée e antipasto vengono abbinati a Brigante Bianco, uvaggio di Chardonnay e Incrocio Manzoni bianco con una piccola frazione del vitigno autoctono Verdese: floreale di profumo, fresco e sapido al palato, persistente senza essere invasivo.
All’ombra del campanile
Per primo, gnocchi strangolapreti (e nessuno ne faccia motto di spirito con parroco della chiesa del paese, per carità). La Trattoria si trova giusto all’ombra del campanile – un punto di riferimento vecchia maniera per rintracciarla. E gli gnocchi? Ah sì, con germogli dl luppolo selvatico (qui chiamato loertis) e crema di borragine.
STRANGOLAPRETI E LOERTIS, dettaglio
Nel bicchiere, il prezioso riesling renano Solesta, fermentato in acciaio e affinato in acacia: per andare d’accordo con il loertis ci vuole una personalità ben adeguata.
SOLESTA, RIESLING RENANO
Intermezzo con gli ospiti
Ad intermezzo, qualche parola dell’oste prezioso ospite, in sintesi con la cucina, sul menù presentato e in proprio sul significato di fare trattoria e di averla fatta negli ultimi trent’anni. Poi la parola passa al vignaiolo che descrive l’azienda, il territorio e approfondisce sui vini abbinati.
CLAUDIA, DANIELE, MAURIZIO, ROBERTO
Seguono a ripresa della cena degli involtini di coste ripieni di carne e la polenta di mais rosso rostrato di Ambivere. Se gli involtini fossero stati realizzati con la verza si sarebbe trattato dei tipici nosècc (o capù a seconda di quale paese della zona capiti).
NOSECC IN FOGLIA DI COSTA
(a Milano un qualche genialino del marketing li avrebbe tosto battezzati nosècc sbagliati: e avremmo dovuto tutti esteriormente plaudire e portare pazienza nell’intimo per questa scontata boutade)
Torniamo alle cose serie: Roberto conferma sì che il ripieno continua a essere composto da carni bianche e rosse come nei nosècc di verza, ma che le percentuali sono cambiate per adattarsi al diverso sapore della foglia di costa che lo riveste.
LA COSTA, SAN GIOBBE
In abbinamento, il pinot nero San Giobbe, dal più bel vigneto dell’azienda: qui comunque la giri vincono tutti. Impeccabile.
E che dolce!
FRAGOLE E BAVARESE
Al dolce è la volta dell’insalata di fragole, la marmellatina di scorza d’arancia, la bavarese alla vaniglia servita in tazza e decorata da vaniglia candita. In questo caso l’abbinamento con il passito rosso Càlido è reso cogente dalla relativa gioventù del passito stesso – di recentissimo imbottigliamento.
le fragole in dettaglio
Passito che conserva ancora la freschezza necessaria ad equalizzare (in metafora musicale) la frutta e la bavarese senza sovrastarle.
Fuori programma a richiesta
INCREDIBOLL, METODO CLASSICO DI RIESLING RENANO
Finisce qui, ma non ancora. Su richiesta lo (elle-o) stappo fuori programma di Incrediboll, l’ultima etichetta realizzata da La Costa, spumante metodo classico di riesling renano: se non è caso per ulteriore meraviglia e gratitudine questo, io non saprei altro.
Questa è la Festa di Primavera alla Trattoria Visconti: le stagioni sono quattro, si parte benissimo, le altre ci attendono.
Da questo ennesimo felice serialismo elegiaco di Magnosolo, alla prossima.
p.s.: sono tenuto a ricordarvi, per la quarta volta in questo testo, che si è parlato della Festa di Primavera alla Trattoria Visconti (e con questo anche il SEO è contento).
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25 Marzo, 2022
Vino in anfora: non chiamatela moda!
Non chiamatela moda! Le anfore, originarie della Georgia dove sono chiamate Qvevri, sono state utilizzate per secoli per la vinificazione, il trasporto e la conservazione del nostro amato vino e rappresentano il più antico recipiente utilizzato e poi diffuso in Italia dai greci e dagli etruschi.
Senza dilungarci troppo sulla ricostruzione storica e sulle loro evoluzioni, quello che sappiamo oggi è che alcuni pionieri della vinificazione hanno fatto parlare molto dei risultati ottenuti tramite il loro utilizzo e così si sono succeduti negli ultimi anni diversi produttori che hanno saputo valorizzare l’utilizzo dell’anfora moderna e cogliere la potenzialità delle nuove tecnologie a disposizione.
Ma quali sono le principali caratteristiche delle anfore moderne? Le anfore hanno una porosità paragonabile a quella del legno che permette la necessaria micro ossigenazione, utile per favorire l’evoluzione del vino e donargli struttura ed armonia, senza però modificare la composizione organolettica del liquido e senza fornire i tipici sentori del legno e della sua tostatura, rispettando e valorizzando le caratteristiche dell’uva nella sua pienezza.
Altre caratteristiche delle anfore moderne sono:
l’estrema possibilità di pulizia e lavabilità, non assorbono infatti nessuna particella del liquido che viene in esse contenuto, minimizzando quindi anche la possibilità di avere effetti indesiderati come ad esempio la proliferazione batterica;
l’alta coibentazione e la grande capacità di mantenere una temperatura costante;
la lunga durata e quindi una maggiore possibilità di riutilizzo nel tempo;
le forme, che permettono moti convettivi continui che tendono a mantenere in sospensione ed agitazione continua le fecce, con una naturale movimentazione che si può assimilare a una sorta di batonnage continuo;
infine, in alcuni casi, il design.
Ecco le versioni di anfora moderna maggiormente utilizzate:
anfora in ceramica: impasto ceramico cotto ad altissima temperatura, il caso principe su tutti quello del produttore Tava, in Trentino, che ha saputo reinventare l’attività di famiglia fiutando la giusta nicchia di mercato puntando su ricerca e qualità, con successo ormai consolidato e mondiale;
anfora di cocciopesto: miscela di laterizi macinati, sabbia, legante cementizio, scarti lapidei, acqua, fibre di canapa e di cotone, che ripercorre quella tecnica utilizzata dagli antichi romani per creare le strade secondarie a partire dagli scarti. Su tutti l’esempio dell’azienda Drunk Turtle di Pisa;
anfora in grès Clayver: anfora che prende il nome dall’azienda ligure che le produce, un contenitore ceramico studiato espressamente per Ia vinificazione, frutto di un lungo lavoro di ricerca e sperimentazione.
Alcune aziende hanno già portato avanti alcuni progetti, certamente non più solo esperimenti o iniziative secondarie:
Tenuta di Ghizzano, dopo un periodo di ricerca e sperimentazione, ha scelto i vasi vinari in Cocciopesto Drunk Turtle e in terracotta Tava per dare forma ad un nuovo progetto, Mimesi, concretizzato per ora in un primo Sangiovese in purezza DOC Terre di Pisa e un Vermentino in purezza IGT Costa Toscana. L’azienda, sulle morbide Colline Pisane a sud-est di Pisa e a circa 30 chilometri dal Mar Tirreno, segue i dettami dell’agricoltura biodinamica dal 2006. I vini Mimesi sono in perfetta linea con la filosofia dell’azienda: nati da vigne storiche, attraverso il recupero di metodi antichi riproposti in chiave moderna, e dopo un duro lavoro, hanno raggiunto una forte identità territoriale. Il Sangiovese matura per 14 mesi nel vaso vinario “Drunk Turtle” e il Vermentino trascorre 4 mesi in anfora di Terracotta Tava sulle fecce fini.
Altra famosa azienda toscana, questa volta in Maremma, che ha scelto di utilizzare l’anfora, è Fattoria Le Pupille da cui nasce il vino omonimo, Le Pupille, 100% Syrah in edizione limitata, prodotto in circa 3.000 bottiglie per la prima annata, la 2015 e 4.700 bottiglie per la seconda annata, la 2016. Un vino che racconta una storia di duplicità: due sono le creatrici del vino (Elisabetta Geppetti e sua figlia Clara Gentili), due le vigne da cui nascono le sue uve, due le tecniche di vinificazione utilizzate. Le uve ricche di aromi e tannini delicati e dolci della Vigna del Palo sono vinificate in tonneaux aperti da 500 litri. Quelle provenienti dalla Vigna di Pian di Fiora, contraddistinte da una particolare florealità e una fitta trama tannica, preservano queste caratteristiche grazie alla vinificazione in orci di terracotta. Il blend ottenuto dall’unione delle due masse matura per circa 10-12 mesi in piccoli legni francesi da 300 litri di primo e secondo passaggio per poi affinare in bottiglia per altri 20 mesi circa.
Altro esempio, questa volta più “speciale”, è quello di Cantina Kaltern (ve ne ho parlato qui) dove l’appassionato e competente enologo Andrea Moser utilizza le anfore contemporanee Clayver, per il suo Project XXX, nome che deriva da eXplore – eXperiment – eXclusive e identifica vini innovativi, unici, creati in edizione limitata. I primi vini prodotti sono un Pinot Grigio (“Mashed” – 666 bottiglie), che deve la propria struttura e il suo colore inconfondibile alle due settimane di macerazione nell’uovo di ceramica, mentre il secondo vino del Project XXX è un Cabernet Sauvignon Riserva (“One by One”) imbottigliato solo in bottiglie Magnum (150 bottiglie). Gli acini d’uva che hanno dato origine a questo vino, diraspati a mano uno per uno hanno infine fermentato e macerato in Tonneau. Entrambi i vini non sono stati filtrati.
Ultimo esempio, quello di Podere Casaccia, progetto più recente che prende vita ad Anghiari, vicino Arezzo e il confine tra Toscana e Umbria. Il vino, BEBA 99, un blend di uve toscane (Sangiovese, canaiolo nero, colorino, aleatico, ciliegiolo) da vigne vecchie storiche poste in altitudine di 460 metri, riportate alla luce produttiva da Paola De Blasi e realizzato, anche in questo caso, insieme all’enologo Andrea Moser. Dopo le prime vinificazioni in legno, dall’annata 2020 è vinificato e fatto maturare in Anfora Tava testimoniando, rispetto alla parallela e precedente vinificazione in legno, tutta l’espressività storica del blend di uve toscane provenienti da vigne vecchie permettendo loro di esprimere tutte le proprie caratteristiche senza le modifiche indotte dal legno. Una scommessa di due amici enologi che, intrecciando tecnica e sentimento, hanno portato avanti la loro idea per tirare fuori l’anima di viti storiche.
Molto bello anche il significato del nome, BEBA è il soprannome della nonna di Paola che in corrispondenza della prima vinificazione ha compiuto 99 anni.
Le anfore permettono quindi di avere una maggiore pulizia al naso ed al palato, esaltando la naturalezza del vitigno. Ciascun vino è frutto della volontà di un produttore, di un enologo, di un cantiniere oltre che della peculiarità del vitigno, del terreno, del microclima e di fattori esterni come ad esempio l’andamento meteorologico dell’annata. Non esiste certo una ricetta unica e predefinita, ed è forse per questo che ci si innamora di questo mondo. Quello che è certo è che la tendenza all’utilizzo di queste anfore moderne crescerà sempre più e farà esprimere sempre meglio i vitigni, esaltandone le caratteristiche. Prepariamoci quindi a vederle sempre più spesso durante le nostre visite in cantina e a goderne i risultati nei nostri calici!
A cura di Giuseppe Petronio
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24 Marzo, 2022
Golosaria di vini lombardi in rivista
Dici Golosaria e già ci siamo capiti: il divertimento è assicurato. Due giornate a tema vini, il 19 Marzo – vini di Lombardia e (forecoming) il 23 Aprile – vini Emilia Romagna; siamo ben stati alla prima, una golosaria di vini lombardi in parata: comodo arrivarci con i mezzi, Milano MM1 Lotto (Rossa e Lilla), pochi metri per via Masaccio, Hotel Melià.
Il banco accoglienza all’ingresso, il controllo del Green Pass, organizzazione impeccabile. Si salgono le scale, al primo piano si recupera il bicchiere d’ordinanza: un salone sulla destra, una sala più raccolta sulla sinistra. Avanti, siàm pronti: giornata di assaggi liberi e di lezioni tematiche mirate (le chiamano masterclass) a cura degli ospiti.
OSPITANO I DUE GOLOSARI, THEMSELVES
Un girone di respiro dantesco
A proposito di golosi, Dante a guardia di quel girone ci mette Cerbero con le sue tre teste: qui parimenti il patrocinio è triplice: oltre a Golosaria – quelli della guida ilGolosario – Gatti & Massobrio themselves insomma, c’è l’occhio vigile di Ascovilo (Associazione Consorzi Tutela Vini Lombardi a Docg, Doc e Igt) e il supporto di Grana Padano – in fondo l’unico sapore che manca al vino è proprio l’umami.
GRANA PADANO A GOLOSARIA
Cenno pedante di geografia dei vini lombardi
Dell’Associazione Ascovilo partecipano parecchi consorzi vini lombardi, in particolare sono rappresentate quattro delle cinque denominazioni d’eccellenza, le DOCG regionali (da Nord a Sud, Valtellina Superiore e Sforzato di Valtellina, Moscato di Scanzo e Oltrepò Pavese Metodo Classico, manca solo la DOCG Franciacorta e poi il parterre de rois può ben dirsi completo): dai vari Nebbioli delle Alpi, alle Terre Lariane, ai tagli bordolesi della Valcalepio, ai vini del Garda fin giù alla culla pavese del Pinot Nero e all’insospettabile mineralità di certi Lambruschi Mantovani. La varietà ampelografica è impressionante – ve n’è per tutti i gusti.
VINI LOMBARDI, STELLE CADENTI NEI BICCHIERI
Certo in questi lidi l’assaggiatore appena appena accorto non cercherà del Prosecco: il vitigno Glera non è infatti autorizzato alla coltivazione in Lombardia. Qui per l’aperitivo, o anche poi per tutto il pasto, si stappa spumante Metodo Classico (Oltrepò, Franciacorta) o Pinot Nero spumantizzato in autoclave, Metodo Martinotti (oppure puoi anche lanciarti in qualcosa di alternativo, vedi dopo).
Vino e i suoi fratelli
Oltre ai vignaioli, espongono e propongono bocconcini prelibati produttori a selezione ilGolosario.
SALUMI MARCO D’OGGIONO, APPROVATI DA ILGOLOSARIO
Che dite, vi sarà da fidarsi? Certo che sì. Ecco salumieri, panificatori e coltivatori di riso; riso che, come è tradizionalmente noto, nasce e nell’acqua ma deve annegare nel vino – per poi risorgere nel risotto: siamo a Milano, perbacco, tu prova a toglierci il risotto alla milanese e poi vedrai se non ti si parranno innanzi altre Cinque Giornate.
Attenzione quindi a recenti riscoperte di varietà come il Riso Lomello, riso lungo A incrocio tra la Razza 77 (a granello grosso e cristallino) e l’Agostano (a taglia bassa e ciclo vegetativo corto), sviluppato a cavallo tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’50, varietà coltivata solo nei terreni comunali di Lomello, Mede e Semiana e indicata per i risotti, appunto.
AZ.AGR. SANTA MARIA – RISO LOMELLO
All’assaggio, all’assaggio!
Il banco assaggio del produttore è sempre isola felice di prelibatezza, di chiacchiera, in qualche fortunato caso di assaggio più o meno in anteprima di nuova annata o di etichetta, se si vuole si acquista, altrimenti ci si rivede in cantina: la stagione delle visite è appena iniziata.
Tre etichette per raccontarle tutte.
Se già nell’Eneide si citavano Euro, Noto ed Africo dimenticandosi degli altri, beh qui se ne tace di una schiera, almeno, e nella quale certo di meravigliosi. Però per chi come il sottoscritto il vino lo assaggia bevendolo… dopo tre bicchieri cala il sipario sullo spirito geometrico, e con il solo esprit de finesse caro a Biagio Pascal, in questi casi, il rischio di finirne in dionisiaca maniera è tale da poterci scommettere sopra. Il che (il dionisiaco finale) tacita temporaneamente una discreta quantità di problemi esistenziali ma non è metodo atto ad una comunicazione almeno tentativamente oggettivabile, ahimè. Contentatevi di tre etichette, insomma.
Otten, trebbiano raccolto tardivamente e baciato dalla nobile muffa
Produttore della DOC Capriano da colle, finita la Franciacorta e alle porte di Brescia, leggermente a sud, l’azienda agricola San Michele, nelle annate favorevoli raccoglie tardivamente il trebbiano, dopo la metà di Ottobre, lasciando che la vigna venga nel frattempo visitata dalla muffa nobile, Botrytis Cinerea, impreziosendone il raccolto. Il risultato è Otten:3, fermentato in acciaio, affinato in vasche di cemento e poi in bottiglia, acido e salino, importante – dicono abbinarlo con il risotto alla milanese, secondo me volevano intendere quello con l’ossobuco o la variante monzese, quella con la salsiccia, più strutturate. Sottoscrivo comunque: il naufragàr m’è dolce.
DA VENDEMMIA TARDIVA
Tribàle, bianco rifermentato in bottiglia col fondo
Dalla vicina collina di Pontida, tra Bergamo e Lecco, l’Az.Agricola Tosca vini bio propone il suo ultimo (o penultimo, da loro l’inventiva non manca) bianco: etichetta Tribàle, rifermentato in bottiglia col suo fondo – che puoi lasciar posare o rimescolare per godertelo, da uve Chardonnay, Riesling Renano e Solaris: i nostri padri all’osteria prima di pranzo usavano chiedere Pinot frizzante, ai nostri figli lasciamo eredità ben sagacemente sviluppate.
TOSCA TRIBàLE, RIFERMENTATO COL FONDO
L’inedito: appena imbottigliato Albaron, Pinot Nero Riserva Ca del Gè
Il Pinot Nero vinificato in rosso, fermo: croce e delizia del vignaiolo. Qui dall’Az.Agr Ca del Gè, Montalto Pavese, alla terza generazione di vignaioli, un appena imbottigliato e nemmeno etichettato inedito Albaron (si chiama così), riserva affinata in botte media. Assaggiato si rivela – e ci mancherebbe – giovanissimo, per non dire ancora acerbo, ma i profumi e la discrezione dei tannini fanno già pensare con soddisfazione a un prossimo giòvin signore.
UNO DEI PRIMI ASSAGGI PUBBLICI DI ALBARON, CA del Gè
What’s next
Il 23 Aprile la seconda giornata, dedicata all’Emilia Romagna: Si faccia spazio a Lambrusco, Sangiovese e poi… stupiteci ancor di più, mi raccomando. Presenti produttori e l’Enoteca Regionale dell’Emilia Romagna, con altre lezioni tematiche intonate. Secondo fortuna, mi troverete là.
Da Bottigliadissanguata, assaggiatore bevente, passo e chiudo. Alla prossima.
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23 Marzo, 2022
serate assaggio vini Val Pontida
Cinque serate di assaggio vini – dalla Val Pontida: vini potenti et buonissimi. Così recita, a slogan, la memoria del territorio: come guida il commento del sommelier AIS e la disponibilità dei vignaioli a svelarne i segreti (almeno qualcuno). Cinque le etichette in assaggio per ogni serata.
Occasioni per riscoprire un territorio, la collina di Pontida, terra di antichissime tradizioni enologiche, attraverso i vini e l’ospitalità dei suoi viticoltori.
Le date, i temi, le etichette.
Le serate assaggio vini in Val Pontida hanno tutte il medesimo piano lavori: si svolgono presso la sede del vignaiolo ospite e si inizia dalle ore 20:00. Assieme ai vini in assaggio, intermezzi gastronomici intonati.
accoglienza;
assaggio vini: le prime tre etichette, con il commento del sommelier AIS e il racconto del vignaiolo produttore;
il vignaiolo ai fornelli: proposta di abbinamento con un piatto intonato ai vini;
ancora assaggio di vini, le altre due etichette, raccontate e commentate;
dolcetto a sorpresa;
libera convivialità con i vignaioli.
VALPONTIDA ALTERNATIVA, VITIGNI E TECNICHE CURIOSE
Venerdì 8 Aprile – Presso Tosca Vini Bio (Agriturismo Polisena)
Quando il vignaiolo capace non s’accontenta delle proprie consuete vinificazioni, ma sperimenta vitigni e procedimenti nuovi o riscoperti dalla tradizione: sono produzioni di poche bottiglie, ma ben curate, a espressione di quello che il vignaiolo ha piacere di concedersi nel suo lavoro. Ospita Tosca Vini Bio: L’Azienda Agricola Tosca nasce nel 2000, quando i coniugi Tosca e Marco Locatelli, da sempre osservatori attenti e studiosi interessati ai principi dell’agricoltura biologica, decidono, con l’aiuto dei figli, di dedicarsi all’allevamento della vite nei nove ettari di loro proprietà, terreni interamente terrazzati ed ottimamente esposti sulle dolci colline di Pontida, all’ingresso della Val San Martino. • Tosca TriBàle Frizzante Col Fondo. Uve Solaris, Riesling e Chardonnay. • Tellurit Sauvignon. • Driadi Tilamore Vino Bianco. Uve Bronner e Moscato Giallo. • Tosca Col di Frà Igt Bergamasca Rosato. Uve Moscato e Merlot Rosato. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. VALPONTIDA IN BIANCO Giovedì 21 Aprile – Presso Tellurit
La bergamasca è nota per essere terra di vini rossi, la Val Pontida di vini potenti et buonissimi. Qui però ben si rappresenta l’eleganza e la straordinaria suggestione dei vitigni a bacca bianca che crescono sul sasso, sul Flysch di Pontida.
E che ce ne portano freschezza e mineralità. Ospita Tellurit: nel Borgo di Capietaglio (Palazzago), uno degli insediamenti più antichi della zona – risale al ‘200 – almeno in parte ritornato in attività e desideroso di raccontare la sua storia attraverso le proprie produzioni vinicole e olearie e la proposta di ospitalità. • MezzaRipa Metodo Charmat. • Tellurit Incrocio Manzoni. • Driadi Tilamore Vino Bianco. Uve Bronner e Moscato Giallo. • Tellurit Riesling. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. BOLLE IN VALPONTIDA Sabato 7 Maggio – Presso Cascina Drezza
Vignaioli alle prese con il metodo classico – la presa di spuma in bottiglia, oppure, a seconda, con il metodo italiano – la rifermentazione in autoclave.
Lasciate tempo ai lieviti di fare il loro lavoro, quando poi si stappa sarà una festa per tutti. Ospita Cascina Drezza, Società Agricola Semplice: già proprietà del conte Prospero Zanchi di Zan oggi l’erede PierLorenzo Zanchi – per gli amici Peter – ha trasformato la tenuta in un angolo di paradiso all’interno della cornice naturale della Val San Martino. Accanto alla struttura centrale “ruotano” – in fondo Peter è sempre un gentleman driver – gli ulivi, le vigne, gli orti e gli alberi da frutto. • Drezza Brut Blanc de Blancs. • MezzaRipa Metodo Charmat. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. • Tellurit Metodo Classico. • Tosca Kiki V Brut Rosé. VALPONTIDA IN UVAGGIO, VITIGNI IN BLEND Giovedì 19 Maggio – Presso Mezzaripa
Il taglio bordolese, storico uvaggio di merlot e cabernet, è il modello: questa realizzazione è da sempre impegnativa, una sorta di prova d’artista per il vignaiolo – qui i confronti non mancano, e con alcune delle migliori vigne del mondo. Ma niente paura, la Val Pontida è terra di vini potenti et buonissimi: sapranno ben dire la loro. Ospita MezzaRipa. Azienda Agricola Ravasio Fabio: a metà della ripa che congiunge il fondo valle con le dolci colline della Riviera di Pontida, torna a splendere MezzaRipa – ambiente naturale e semplice – dove rigenerarsi attraverso uno dei mestieri di un tempo: raccogliere i frutti della terra. Oggi MezzaRipa offre un assaggio di quello che i viandanti possono trovare nella riscoperta della Valle San Martino: è residenza e cantina per la produzione dei propri vini. • Driadi Rosato Frizzante. • Mezzaripa Riél Acciaio. • Tosca Rosso del Lupo Valcalepio Rosso Doc. • Mezzaripa Caspià Barricato. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. VALPONTIDA IN ROSSO Giovedì 9 Giugno – Presso Le Driadi Slow Farm
Il rosso in purezza, vuoi vinificato in solo acciaio, vuoi impreziosito ulteriormente dalla permanenza nelle botti di legno: la Val Pontida è felice terreno per il vitigno Merlot, qui i vignaioli lo interpretano come un violinista la partitura di un concerto per soli archi: armonia di profumi e di sapori per la gioia del naso e del palato. Ospita Le Driadi Slow Farm: produttori di vino a Palazzago, frazione Capietaglio, sulle colline ad ovest di Bergamo. Conducono la propria vigna certificata biologica in accordo a metodi steineriani, per produrre vini naturali fermentati con lieviti autoctoni e vinificati senza additivi enologici. Nel frattempo ogni tanto aiutano al recupero e alla gestione di vigneti altrimenti poco coccolati nelle vicinanze e sono sempre pronti ad accogliervi per parlare dei propri vini… e ad assaggiarli con voi, ci mancherebbe. • Driadi Driade Felice. • Tellurit Merlot. • Tosca PrimoRò Bergamasca Igt Senza Solfiti. • MezzaRipa Caspià Barricato. • Driadi Alto della Poiana Merlot Barricato. 3-domande-3 al vignaiolo Questa volta tocca a Luciano Chenet di Le Driadi Slow Farm, Presidente dell’Associazioni Viticoltori Val Pontida. La Val Pontida è un territorio di tradizioni vinicole antichissime. Cosa vuol dire per voi recuperarne, almeno in parte, il vitato? Omaggio al ricordo del passato o rinnovato patto con il territorio per il futuro? entrambe le cose. Come si fa a dividere? Il passato lo abbiamo riscoperto anche con la ricerca collettiva. La solidarietà delle vecchie generazioni di locali che seguono il nostro lavoro è il vero testimone tra passato e futuro. I Viticoltori dell’Associazione allevano sia i vitigni storici della bergamasca che alcune varietà piuttosto inconsuete o innovative. Come conducete questo tipo di sperimentazioni e a che scopo? la passione e la voglia di migliorare sempre è il vero motore. La bergamasca non ha una connotazione storica definita. Non ha un sangiovese, un nebbiolo. Non ha un vitigno storico che offra un timone. Ha una doc bordolese che se vuoi nasce più per comodità che per tradizione. In questo modo il desiderio di sperimentare porta a una libertà e se vuoi a una licenza maggiore che porta a sperimentare Bronner oppure moscato di scanzo fuori zona piuttosto che Sauvignon in barrique. Le serate di questa primavera sono una sintesi tra tecnica enologica e convivialità: a chi pensate siano meglio rivolte e chi non vi aspettereste proprio di trovare interessato, sempre disposti a rimanerne felicemente sorpresi? le serate sono una sfida contro noi stessi: è un modo di dire al mondo “ci siamo” e di aprirci al giudizio. Ci aspettiamo curiosi e interessati, ma anche scettici. La sorpresa più bella e la
soddisfazione più bella sarebbe quella di rendere orgoglioso il nostro territorio di quello che facciamo. Sarebbe il massimo per noi permettere a tutti (o convincere tutti) di farsi ambasciatori del territorio in cui vive. “Ecco questo è il vino che fanno nella mia zona!” Le serate di assaggio vini in Val Pontida sono prenotabili presso il produttore stesso che ospita l’evento. (a cura della Redazione)
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Quando il vignaiolo capace non s’accontenta delle proprie consuete vinificazioni, ma sperimenta vitigni e procedimenti nuovi o riscoperti dalla tradizione: sono produzioni di poche bottiglie, ma ben curate, a espressione di quello che il vignaiolo ha piacere di concedersi nel suo lavoro. Ospita Tosca Vini Bio: L’Azienda Agricola Tosca nasce nel 2000, quando i coniugi Tosca e Marco Locatelli, da sempre osservatori attenti e studiosi interessati ai principi dell’agricoltura biologica, decidono, con l’aiuto dei figli, di dedicarsi all’allevamento della vite nei nove ettari di loro proprietà, terreni interamente terrazzati ed ottimamente esposti sulle dolci colline di Pontida, all’ingresso della Val San Martino. • Tosca TriBàle Frizzante Col Fondo. Uve Solaris, Riesling e Chardonnay. • Tellurit Sauvignon. • Driadi Tilamore Vino Bianco. Uve Bronner e Moscato Giallo. • Tosca Col di Frà Igt Bergamasca Rosato. Uve Moscato e Merlot Rosato. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. VALPONTIDA IN BIANCO Giovedì 21 Aprile – Presso Tellurit
La bergamasca è nota per essere terra di vini rossi, la Val Pontida di vini potenti et buonissimi. Qui però ben si rappresenta l’eleganza e la straordinaria suggestione dei vitigni a bacca bianca che crescono sul sasso, sul Flysch di Pontida.
E che ce ne portano freschezza e mineralità. Ospita Tellurit: nel Borgo di Capietaglio (Palazzago), uno degli insediamenti più antichi della zona – risale al ‘200 – almeno in parte ritornato in attività e desideroso di raccontare la sua storia attraverso le proprie produzioni vinicole e olearie e la proposta di ospitalità. • MezzaRipa Metodo Charmat. • Tellurit Incrocio Manzoni. • Driadi Tilamore Vino Bianco. Uve Bronner e Moscato Giallo. • Tellurit Riesling. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. BOLLE IN VALPONTIDA Sabato 7 Maggio – Presso Cascina Drezza
Vignaioli alle prese con il metodo classico – la presa di spuma in bottiglia, oppure, a seconda, con il metodo italiano – la rifermentazione in autoclave.
Lasciate tempo ai lieviti di fare il loro lavoro, quando poi si stappa sarà una festa per tutti. Ospita Cascina Drezza, Società Agricola Semplice: già proprietà del conte Prospero Zanchi di Zan oggi l’erede PierLorenzo Zanchi – per gli amici Peter – ha trasformato la tenuta in un angolo di paradiso all’interno della cornice naturale della Val San Martino. Accanto alla struttura centrale “ruotano” – in fondo Peter è sempre un gentleman driver – gli ulivi, le vigne, gli orti e gli alberi da frutto. • Drezza Brut Blanc de Blancs. • MezzaRipa Metodo Charmat. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. • Tellurit Metodo Classico. • Tosca Kiki V Brut Rosé. VALPONTIDA IN UVAGGIO, VITIGNI IN BLEND Giovedì 19 Maggio – Presso Mezzaripa
Il taglio bordolese, storico uvaggio di merlot e cabernet, è il modello: questa realizzazione è da sempre impegnativa, una sorta di prova d’artista per il vignaiolo – qui i confronti non mancano, e con alcune delle migliori vigne del mondo. Ma niente paura, la Val Pontida è terra di vini potenti et buonissimi: sapranno ben dire la loro. Ospita MezzaRipa. Azienda Agricola Ravasio Fabio: a metà della ripa che congiunge il fondo valle con le dolci colline della Riviera di Pontida, torna a splendere MezzaRipa – ambiente naturale e semplice – dove rigenerarsi attraverso uno dei mestieri di un tempo: raccogliere i frutti della terra. Oggi MezzaRipa offre un assaggio di quello che i viandanti possono trovare nella riscoperta della Valle San Martino: è residenza e cantina per la produzione dei propri vini. • Driadi Rosato Frizzante. • Mezzaripa Riél Acciaio. • Tosca Rosso del Lupo Valcalepio Rosso Doc. • Mezzaripa Caspià Barricato. • Drezza Metodo Classico Brut. Uve Pinot Nero e Chardonnay. VALPONTIDA IN ROSSO Giovedì 9 Giugno – Presso Le Driadi Slow Farm
Il rosso in purezza, vuoi vinificato in solo acciaio, vuoi impreziosito ulteriormente dalla permanenza nelle botti di legno: la Val Pontida è felice terreno per il vitigno Merlot, qui i vignaioli lo interpretano come un violinista la partitura di un concerto per soli archi: armonia di profumi e di sapori per la gioia del naso e del palato. Ospita Le Driadi Slow Farm: produttori di vino a Palazzago, frazione Capietaglio, sulle colline ad ovest di Bergamo. Conducono la propria vigna certificata biologica in accordo a metodi steineriani, per produrre vini naturali fermentati con lieviti autoctoni e vinificati senza additivi enologici. Nel frattempo ogni tanto aiutano al recupero e alla gestione di vigneti altrimenti poco coccolati nelle vicinanze e sono sempre pronti ad accogliervi per parlare dei propri vini… e ad assaggiarli con voi, ci mancherebbe. • Driadi Driade Felice. • Tellurit Merlot. • Tosca PrimoRò Bergamasca Igt Senza Solfiti. • MezzaRipa Caspià Barricato. • Driadi Alto della Poiana Merlot Barricato. 3-domande-3 al vignaiolo Questa volta tocca a Luciano Chenet di Le Driadi Slow Farm, Presidente dell’Associazioni Viticoltori Val Pontida. La Val Pontida è un territorio di tradizioni vinicole antichissime. Cosa vuol dire per voi recuperarne, almeno in parte, il vitato? Omaggio al ricordo del passato o rinnovato patto con il territorio per il futuro? entrambe le cose. Come si fa a dividere? Il passato lo abbiamo riscoperto anche con la ricerca collettiva. La solidarietà delle vecchie generazioni di locali che seguono il nostro lavoro è il vero testimone tra passato e futuro. I Viticoltori dell’Associazione allevano sia i vitigni storici della bergamasca che alcune varietà piuttosto inconsuete o innovative. Come conducete questo tipo di sperimentazioni e a che scopo? la passione e la voglia di migliorare sempre è il vero motore. La bergamasca non ha una connotazione storica definita. Non ha un sangiovese, un nebbiolo. Non ha un vitigno storico che offra un timone. Ha una doc bordolese che se vuoi nasce più per comodità che per tradizione. In questo modo il desiderio di sperimentare porta a una libertà e se vuoi a una licenza maggiore che porta a sperimentare Bronner oppure moscato di scanzo fuori zona piuttosto che Sauvignon in barrique. Le serate di questa primavera sono una sintesi tra tecnica enologica e convivialità: a chi pensate siano meglio rivolte e chi non vi aspettereste proprio di trovare interessato, sempre disposti a rimanerne felicemente sorpresi? le serate sono una sfida contro noi stessi: è un modo di dire al mondo “ci siamo” e di aprirci al giudizio. Ci aspettiamo curiosi e interessati, ma anche scettici. La sorpresa più bella e la
soddisfazione più bella sarebbe quella di rendere orgoglioso il nostro territorio di quello che facciamo. Sarebbe il massimo per noi permettere a tutti (o convincere tutti) di farsi ambasciatori del territorio in cui vive. “Ecco questo è il vino che fanno nella mia zona!” Le serate di assaggio vini in Val Pontida sono prenotabili presso il produttore stesso che ospita l’evento. (a cura della Redazione)
22 Marzo, 2022
Hospitality – Il Salone dell’accoglienza apre all’enoturismo
Hospitality – Il Salone dell’accoglienza 2022 apre all’enoturismo.
Carissimi lettori, oggi desidero parlarvi di rilancio e di ottimismo post Covid.
Lo faccio introducendovi un evento che si svolge nuovamente in presenza a Riva del Garda: la 46a edizione di Hospitality-Il Salone dell’Accoglienza. Lo faccio perché tra le novità di questa fiera storica ci sarà l’area speciale dedicata all’enoturismo.
Saranno presenti oltre 450 aziende espositrici e più di 100 eventi formativi ed il Ministro del Turismo Garavaglia sarà all’inaugurazione insieme al presidente di ENIT Palmucci.
Nonostante il clima di incertezza che purtroppo ci accompagnerà anche nei prossimi mesi, la fiera e gli organizzatori hanno voluto confermare il proprio impegno verso gli operatori del settore, offrendo occasioni di confronto, strumenti e soluzioni innovativi per sostenere la ripartenza.
Il Salone dell’Accoglienza si conferma la manifestazione leader a livello nazionale con 38.000mq espositivi e l’ambizione di attrarre un numero sempre maggiore di professionisti internazionali.
La fiera ha lavorato moltissimo per avere una platea incoming internazionale con l’obiettivo di ampliare ulteriormente il mondo business per gli operatori dell’ospitalità e del turismo,
La Direttrice Albarelli ha ringraziato tutti gli espositori che hanno scelto di partecipare a questa edizione, dimostrando attenzione ad un settore che traina l’economia nazionale e sul quale il Paese punta per la ripartenza.
Un ringraziamento anche agli sponsor e al costante e fondamentale supporto della Provincia Autonoma di Trento, rappresentato da Roberto Failoni, Assessore all’artigianato, commercio, promozione, sport e turismo della Provincia Autonoma di Trento.
Giovanna Voltolini, Exhibition Manager di Hospitality-Il Salone dell’Accoglienza, ha illustrato il format della manifestazione illustrando come le aree storiche si arricchiscono del nuovo spazio Winescape dedicato all’enoturismo. 500 mq all’interno del padiglione B4 ospiteranno, per questo primo anno, dieci selezionate cantine, rappresentative di tutto il territorio italiano, che uniscono alla produzione vitivinicola una proposta turistica con forme di ospitalità in vigna e la valorizzazione del patrimonio culturale, paesaggistico ed economico locale.
Secondo l’ultimo Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano, il numero degli intervistati che scelgono questa forma di esperienza è cresciuto dal 21% del 2016 al 55% del 2021.
Alessandra Albarelli, Direttrice Generale di Riva del Garda Fierecongressi, ha ricorda infatti come l’enoturista voglia comprendere le caratteristiche del vino degustato e ne studia il territorio di provenienza attraverso sapori e profumi, tradizioni e cultura.
Winescape non è solo spazio espositivo ma un laboratorio di idee e strumenti per gli operatori del settore determinati a rendere sempre più attrattiva la propria struttura, sia per coloro che vogliono trasformare ed espandere l’attuale modello di business introducendo nuovi servizi di accoglienza oppure ampliando e diversificando l’offerta.
Infine, grazie alla collaborazione con AIS-Associazione Italiana Sommelier, a Winescape sarà presente anche un’enoteca con le proposte delle dieci cantine oltre a masterclass e tasting per scoprire i saperi e i sapori dei territori: martedì 22, mercoledì 23 e giovedì 24 marzo sono in calendario le degustazioni “I Colori di Bacco” che coinvolgeranno i wine resort presenti in un’esperienza unica di food pairing tra eccellenze vinicole e finger food monocromatici.
Le 10 cantine presenti a Winescape 2022:
➢ AZIENDA AGRICOLA I TAMASOTTI S.S. – Mezzane di Sotto VR (Veneto)
➢ TENUTA DEL BUONAMICO SOC.AGR.S.R.L. – Montecarlo LU (Toscana)
➢ AZIENDA AGRICOLA VALLAROM DI SCIENZA FILIPPO – 38063 Avio TN (Trentino
Alto Adige)
➢ TENIMENTI ROSSI CAIRO – Novi Ligure AL (Piemonte)
➢ AZIENDA AGRICOLA COMAI – Riva del Garda TN (Trentino Alto Adige)
➢ PODERI MORETTI | Monteu Roero CN (Piemonte)
➢ PODERI GRECO WINES – Pezzano Albanese CS (Calabria)
➢ AZIENDA AGRICOLA GRADISCIUTTA DI PRINCIC ROBERT – San Floriano del Collio GO (Friuli Venezia Giulia)
➢ DOMAINE DE LA NAVICELLE – (Le Pradet, Provence, France)
➢ LA COLLINA DEI CILIEGI S.R.L.- CA’ DEL MORO WINE RETREAT – Grezzana VR
(Veneto)
Hospitality è un vero e proprio hub di incontro e confronto: alla proposta espositiva si aggiungono gli appuntamenti con la formazione dell’Academy, in collaborazione con Teamwork, e le numerose iniziative esperienziali, tra educational, masterclass e show-cooking realizzate insieme ad associazioni di settore, bartender, esperti mastri birrai e alcune aziende espositrici.
Io ne sono sostenitrice da sempre: il mix di una wine hospitality di successo deve necessariamente prevedere tra i propri elementi la formazione, cardine imprescindibile di successo.
Per ulteriori dettagli ed informazioni vi rimando al sito ufficiale di Hospitality.
Al prossimo martedì!
Cristina
Itinerari DiVini è una rubrica a cura di Cristina Mascanzoni Kaiser
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20 Marzo, 2022
Antropologia della convivialità brianzola
Antropologia della convivialità brianzola: dove il (poco) difficile è capire di cosa si stia parlando, messo giù così in astratto: dopo diventa tutto (molto più) semplice e gradevole.
Dunque: antropologia, cioè studio dell’essere umano, sotto varie prospettive, indagandone i comportamenti nella società; mentre convivialità, cioè la sostanza di ciò che è conviviale, relativo ai convivi – caratterizzato, per estensione, da allegria e spensieratezza, non impegnativo. E anche oggi il nostro pellegrinaggio quotidiano a Wikipedìa e al Vocabolario Treccani (che sempre ringraziamo) l’abbiamo compiuto.
TARTARE e NEBBIOLO DELLE ALPI
– Ah ok, quindi volevi raccontare qualcosa di non troppo strutturato su come i brianzoli bevono e mangiano. Vabbé, beata semplicità.
– Simple as possible but not simpler, sir. Comunque ho colto il punto: voleremo bassi. Questione di metodo Antropologia, scienza umana; di scienza si dovrebbe trattare quindi: a questo punto con quale metodo? Facciamocelo indicare nientemeno (volare bassi, eheheh, forse #laprossimavolta) dal filosofo dell’amicizia, e di quei piaceri che oggidì, decadendo, definiremmo come sostenibili: quasi un ideologo della convivialità insomma. Dice infatti Epicuro (Lettera a Pitocle, 87): “Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura (phusiologhématos) e si cade nel mito (epì dè tòn mùthon katarrèi)”. VINI SEMPRE PRONTI AL SANTA POLENTA AL BELL’OM Tutto questo atteso e in quest’ottica, una delle cose che mi appaiono più razionalmente consolatorie da compiere ogni tanto e verso sera (trovandosi nelle vicinanze di Lecco, beninteso) è quella di salire di poco nel parco del Monte Barro fino alla frazione Bartesate di Galbiate, parcheggiare la macchina – per chi si può ancora permettere di questi lussi, altrimenti c’è la fermata del bus proprio nello stesso parcheggio – e da lì con pochi passi a piedi fare un salto alla Trattoria Santa Polenta al Bellom. Una vecchia trattoria Nel vecchio borgo, quasi al riparo della chiesa dedicata ai santi Macario e Genesio (chiesa in qualche modo legata ai Borromeo, così testimonia lo stemma “Humilitas” davanti la porta), la trattoria è quella tipica di paese dal millennio passato con la sala del bar generosa nell’esposizione dei vini, la cucina di facile accesso e la sala da pranzo arredata supertradizionalmente con la stufa a legna in un angolo: tutto trasuda ospitalità operosa, il minimalismo razionale lombardo colpisce ancora. SANTA POLENTA AL BELLOM, LA SALA Gli aficionàdos locali sostano in chiacchiere al bar, e si affidano alle proposte in mescita a cura di Alessio e Silvano: gli Springsteen e gli Steven Van Zandt di sala; con Elisa che fa i controcanti alla Patty Scialfa e Tommy, lo chef, che arrangia cucina manco fosse “The Professor” Roy Bittan. E la E-street Band del Bell’Om può con questo dirsi omaggiata. Tra ecumenismo vinario e norcineria applicata Alessio, del vino, ha una visione piuttosto ecumenica, con malcelate simpatie oltremontane: alterna infatti proposte indigene (lombarde, toscane, piemontesi) a escursioni francofone tra lo Champagne, la valle della Loira e la Borgogna (ne dico tre per rappresentarle tutte). Silvano, valtellinese non solum nascita sed etiam mores e prestatosi volentieri alla Brianza, svaria sul tema e, quando vuole stupirci con effetti speciali, si ricorda della sua norcina passione dell’affinare di salumi e chiede alla regia in cucina un campione dei “suoi” affettati per completare/impreziosire l’aperitivo. ALESSO, SI STAPPA Poi uno si stupisce di ritrovare quasi sempre le stesse facce, e tutte allegre: teletrasportassimo il Santa Polenta a Siviglia… bisognerebbe staccare il numero all’ingresso per evitare litigi di precedenza ad entrare. Ma per fortuna siamo a Bartesate, frazione della repubblica di Galbiate (oh, c’è scritto sul muro al parcheggio); in Brianza non siamo così megalomani: al Bell’Om ci si sta tutti, e con la bella stagione il bicchiere si svuota anche meglio all’aperto, in piazza, dove è statisticamente impossibile che passi una macchina e dove l’unica limitazione, ma ormai accade meno di una volta, è nell’opportunità di chiamare l’Altissimo a testimonianza di questa o quella propria asserzione. Punto di vista Il vostro cronista resipiscente prende posto o alla botte numero uno (se in esterno) o di questo periodo ad uno dei (due) tavoli al bar, attende fiducioso e – rara avis – se chiamato in causa conversa, uscendo ottimista dal porto sicuro del silenzio. Il vino è selezionato con disciplina e sentimento, le favelle degli astanti… certo, avrebbero ben indotto Farinata a levarsi nella tomba e a chiedere, le pietanze dalla cucina esprimono ricerca nei materiali (l’importanza di usare burro di qualità nella preparazione dei pizzoccheri, ad esempio, non verrà mai sottolineata a sufficienza), prima consistenza e poi fantasia nelle preparazioni – in Brianza siamo tutti molto sensibili al mito del gigante Anteo, in fondo. Il format crea dipendenza, #sapevatelo. L’ultima volta è stato lo spettacolo del DOCG Valtellina Superiote Grumello “Vigna le Prudenze” di Alberto Marsetti… GRUMELLO VIGNA LE PRUDENZE, DI ALBERTO MARSETTI …e della tartare di vitellone francese dalla Garonna, allevato al fine di esaltare la massa magra della béstia – poco olio a parte, infatti, questa tartare… non serve condirla. TARTARE DI VITELLONE GARONNESE Peccato di gola A seguire, perché un sacrificio in vista della resipiscenza successiva va pur fatto, allora sia la polenta ùncia il nostro peccato di gola. POLENTA, UNCIA Alla fine La ricerca del Senso: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa facciamo nel frattempo. Ecco, al Bell’Om si esemplifica, e mirabilmente, questa modesta antropologia. L’omaggio al Maestro di Samo… l’avrete certo ben còlto. Manca solo la colonna sonora. Scegliete pure tra Working On the Highway, The River e Glory Days: e alzate il volume. Qui @bottigliadissanguata. Il vino è finito, passo e chiudo, alla prossima. p.s.: anche qui paghiamo la tassa al convenzionalismo del SEO e ripetiamo trice: antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola
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– Simple as possible but not simpler, sir. Comunque ho colto il punto: voleremo bassi. Questione di metodo Antropologia, scienza umana; di scienza si dovrebbe trattare quindi: a questo punto con quale metodo? Facciamocelo indicare nientemeno (volare bassi, eheheh, forse #laprossimavolta) dal filosofo dell’amicizia, e di quei piaceri che oggidì, decadendo, definiremmo come sostenibili: quasi un ideologo della convivialità insomma. Dice infatti Epicuro (Lettera a Pitocle, 87): “Tutto, dunque, procede senza turbamento se si risolvono tutti i problemi secondo il metodo delle molteplici spiegazioni in accordo con i dati dell’esperienza, lasciando sussistere in merito, com’è opportuno, le spiegazioni plausibili: qualora invece se ne ammetta qualcuna, ma se ne rifiuti qualche altra, benché sia in accordo anch’essa con i dati dell’esperienza, è chiaro che si esce dall’ambito della scienza della natura (phusiologhématos) e si cade nel mito (epì dè tòn mùthon katarrèi)”. VINI SEMPRE PRONTI AL SANTA POLENTA AL BELL’OM Tutto questo atteso e in quest’ottica, una delle cose che mi appaiono più razionalmente consolatorie da compiere ogni tanto e verso sera (trovandosi nelle vicinanze di Lecco, beninteso) è quella di salire di poco nel parco del Monte Barro fino alla frazione Bartesate di Galbiate, parcheggiare la macchina – per chi si può ancora permettere di questi lussi, altrimenti c’è la fermata del bus proprio nello stesso parcheggio – e da lì con pochi passi a piedi fare un salto alla Trattoria Santa Polenta al Bellom. Una vecchia trattoria Nel vecchio borgo, quasi al riparo della chiesa dedicata ai santi Macario e Genesio (chiesa in qualche modo legata ai Borromeo, così testimonia lo stemma “Humilitas” davanti la porta), la trattoria è quella tipica di paese dal millennio passato con la sala del bar generosa nell’esposizione dei vini, la cucina di facile accesso e la sala da pranzo arredata supertradizionalmente con la stufa a legna in un angolo: tutto trasuda ospitalità operosa, il minimalismo razionale lombardo colpisce ancora. SANTA POLENTA AL BELLOM, LA SALA Gli aficionàdos locali sostano in chiacchiere al bar, e si affidano alle proposte in mescita a cura di Alessio e Silvano: gli Springsteen e gli Steven Van Zandt di sala; con Elisa che fa i controcanti alla Patty Scialfa e Tommy, lo chef, che arrangia cucina manco fosse “The Professor” Roy Bittan. E la E-street Band del Bell’Om può con questo dirsi omaggiata. Tra ecumenismo vinario e norcineria applicata Alessio, del vino, ha una visione piuttosto ecumenica, con malcelate simpatie oltremontane: alterna infatti proposte indigene (lombarde, toscane, piemontesi) a escursioni francofone tra lo Champagne, la valle della Loira e la Borgogna (ne dico tre per rappresentarle tutte). Silvano, valtellinese non solum nascita sed etiam mores e prestatosi volentieri alla Brianza, svaria sul tema e, quando vuole stupirci con effetti speciali, si ricorda della sua norcina passione dell’affinare di salumi e chiede alla regia in cucina un campione dei “suoi” affettati per completare/impreziosire l’aperitivo. ALESSO, SI STAPPA Poi uno si stupisce di ritrovare quasi sempre le stesse facce, e tutte allegre: teletrasportassimo il Santa Polenta a Siviglia… bisognerebbe staccare il numero all’ingresso per evitare litigi di precedenza ad entrare. Ma per fortuna siamo a Bartesate, frazione della repubblica di Galbiate (oh, c’è scritto sul muro al parcheggio); in Brianza non siamo così megalomani: al Bell’Om ci si sta tutti, e con la bella stagione il bicchiere si svuota anche meglio all’aperto, in piazza, dove è statisticamente impossibile che passi una macchina e dove l’unica limitazione, ma ormai accade meno di una volta, è nell’opportunità di chiamare l’Altissimo a testimonianza di questa o quella propria asserzione. Punto di vista Il vostro cronista resipiscente prende posto o alla botte numero uno (se in esterno) o di questo periodo ad uno dei (due) tavoli al bar, attende fiducioso e – rara avis – se chiamato in causa conversa, uscendo ottimista dal porto sicuro del silenzio. Il vino è selezionato con disciplina e sentimento, le favelle degli astanti… certo, avrebbero ben indotto Farinata a levarsi nella tomba e a chiedere, le pietanze dalla cucina esprimono ricerca nei materiali (l’importanza di usare burro di qualità nella preparazione dei pizzoccheri, ad esempio, non verrà mai sottolineata a sufficienza), prima consistenza e poi fantasia nelle preparazioni – in Brianza siamo tutti molto sensibili al mito del gigante Anteo, in fondo. Il format crea dipendenza, #sapevatelo. L’ultima volta è stato lo spettacolo del DOCG Valtellina Superiote Grumello “Vigna le Prudenze” di Alberto Marsetti… GRUMELLO VIGNA LE PRUDENZE, DI ALBERTO MARSETTI …e della tartare di vitellone francese dalla Garonna, allevato al fine di esaltare la massa magra della béstia – poco olio a parte, infatti, questa tartare… non serve condirla. TARTARE DI VITELLONE GARONNESE Peccato di gola A seguire, perché un sacrificio in vista della resipiscenza successiva va pur fatto, allora sia la polenta ùncia il nostro peccato di gola. POLENTA, UNCIA Alla fine La ricerca del Senso: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo, cosa facciamo nel frattempo. Ecco, al Bell’Om si esemplifica, e mirabilmente, questa modesta antropologia. L’omaggio al Maestro di Samo… l’avrete certo ben còlto. Manca solo la colonna sonora. Scegliete pure tra Working On the Highway, The River e Glory Days: e alzate il volume. Qui @bottigliadissanguata. Il vino è finito, passo e chiudo, alla prossima. p.s.: anche qui paghiamo la tassa al convenzionalismo del SEO e ripetiamo trice: antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola, antropologia della convivialità brianzola
18 Marzo, 2022
Bere il Territorio - Raccontare il vino attraverso un viaggio
Raccontare il vino attraverso un viaggio…la nostra rivista non poteva mancare nel divulgare questa bellissima iniziativa: non a caso ci chiamiamo Racconti di vino…quindi questo concorso letterario promosso da GoWine ci accende di entusiasmo creativo che volentieri condividiamo con voi.
Siamo alla ventunesima edizione, e siamo in un periodo in cui le modalità di approccio e di narrazione del vino sono cambiate in modo velocissimo! Approfittate di quest’occasione per mettervi alla prova!
Obiettivi, come da dichiarazione ufficiale di Go WIne:
“ E’ un progetto culturale che ha sempre accompagnato la vita dell’associazione fin dalla sua costituzione e che giunge nel 2022 ad un traguardo importante. La scadenza è fissata al prossimo 30 aprile.
Il Concorso conferma gli obiettivi di sempre che si rinnovano ogni anno e si misurano sempre con nuovi protagonisti: far crescere la cultura del consumo dei vini di qualità e contribuire, mediante il tema della narrazione, a valorizzare storia, tradizioni, paesaggio, vicende socio-culturali dei territori del vino.”
Siamo quindi curiosissimi di seguire il progetto e di capire che risultati darà. Voi intanto, muniti di carta, penna, inchiostro, calamaio, o più facilmente di schermo e tastiera, dateci dentro con la Vostra creatività, con la Vostra passione per il nettare divino: comunicatela, narratela, raccontatela, declamatela!
Raccontare il vino attraverso un viaggio, una bella esperienza che ci giuda e ci porta sempre a fare viaggi meravigliosi con la fantasia sempre con una attenzione meravigliosa con la realtà.
Non finiremo mai di dare voce ai bicchieri riempiti e giovialmente svuotati, Go Wine!
A Cura di Francesca Pagnoncelli Folceri
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