Arriva la Prima Edizione di Vin’Aia: il vino naturale incontra la convivialità in un evento agricolo in vigna, a due passi da Roma Arrow Right Top Bg

19 Maggio, 2026

Arriva la Prima Edizione di Vin’Aia: il vino naturale incontra la convivialità in un evento agricolo in vigna, a due passi da Roma

  Il 23 maggio, nell’azienda di Malauva, il vino naturale si racconta insieme al cibo, tra vignaioli indipendenti,  produttori agricoli e una pausa immersa nella natura  a cielo aperto   Il vino naturale torna al suo contesto originario e lo fa insieme al cibo. Succede con Vin’Aia, l’evento organizzato sabato 23 maggio da Solovino in collaborazione con l’azienda Malauva situata a Castel Giorgio (TR), ai margini dell’Alfina, tra Umbria, Lazio e Toscana. Un evento all’aperto che supera il format della degustazione tecnica per costruire un’esperienza diretta, agricola e conviviale, dove il vino si misura nel suo rapporto più naturale: quello con la cucina. Tutto nasce dall’incontro tra Solovino e Malauva – una realtà che da anni lavora a stretto contatto con vignaioli artigiani e una cantina agricola indipendente – e da una visione condivisa: promuovere il vino naturale attraverso relazioni dirette con i produttori e creare occasioni autentiche di incontro. “Vin’Aia rappresenta la naturale evoluzione di questo percorso: portare fuori dalla città lo spirito di Solovino e inserirlo nel contesto agricolo della vigna, dando vita a un’esperienza aperta e partecipata” dichiarano gli organizzatori. E così il 23 maggio si potrà prendere parte a una giornata di convivio, racconto e condivisione, costruita attorno a una lunga tavola dove produttori e pubblico si incontrano senza filtri.  Il nome stesso dell’evento racconta molto del suo spirito. L’aia è uno spazio aperto, rurale, luogo di passaggio e d’incontro. È lì che il vino torna a essere quello che è sempre stato: parte di un contesto vivo, agricolo, umano. Il programma della giornata Dalle 12:00 alle 19:00 arriveranno produttori da diverse regioni italiane, amici prima ancora che espositori, pronti a versare i loro vini e a condividere storie, percorsi e visioni. Il pubblico potrà muoversi liberamente, senza percorsi obbligati. Accanto al vino, il cibo avrà un ruolo centrale: una proposta gastronomica diffusa accompagnerà tutta la giornata grazie alla presenza di realtà agricole e artigianali come Fattoria Pulicaro, Fattoria Il Secondo Altopiano, Gli Integrali e Pica Pau, in dialogo continuo con i vini in degustazione. L’atmosfera sarà volutamente informale. Non sono previste postazioni rigide né rituali codificati: chi partecipa è invitato a portare con sé un telo da picnic e vivere gli spazi della cantina in libertà, tra un assaggio, una chiacchiera e una pausa sotto il cielo aperto. Durante la giornata sarà anche possibile entrare nella cantina Malauva, visitare gli spazi di lavoro di Giovanni ed Elisa, i proprietari, e assaggiare i vini direttamente dalle botti, osservando da vicino un processo vivo, in continua evoluzione. Poi, con il tramonto, Vin’Aia cambia passo. La dimensione della degustazione lascia spazio a quella della festa: musica, bar attivo, bottiglie speciali e cibo accompagneranno la serata in un clima più leggero e spontaneo. Gli organizzatori di Vin’Aia Solovino è un’enoteca romana specializzata in vino naturale e un’organizzazione attiva nella creazione di eventi dedicati al vino artigianale. Dal 2021 promuove Vini Selvaggi e, tra le varie iniziative, ha collaborato a progetti come QuartiereVino Pigneto e Convivium Renaissance. Malauva è una cantina agricola fondata nel 2017 a Castel Giorgio (TR), con 4 ettari di vigneti coltivati in biologico. Produce vini senza filtrazioni né aggiunte, attraverso fermentazioni spontanee, valorizzando varietà autoctone come Procanico, Drupeggio, Verdello, Malvasia e Sangiovese. Per partecipare a Vin’Aia è possibile acquistare il ticket al seguente link: https://www.eventbrite.it/e/biglietti-vinaia-terra-vino-amici-1986973370840
Orario degustazioni 12:00 – 19:00
A seguire: festa serale con musica, food e bar attivo Ingresso 25 euro dalle 12:00 – 19:00 (con degustazioni vino incluse) ridotto 10 euro dalle 19:00 in poi La Redazione
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Nel nome dell'arte Arrow Right Top Bg

19 Maggio, 2026

Nel nome dell'arte

  Non sono un astrattista. Non mi interessa il rapporto tra colore o forma o qualsiasi altra cosa. Mi interessa solo esprimere le emozioni umane di base: tragedia, estasi, rovina e così via. M. Rothko   Quella di Rothko (in mostra a Palazzo Strozzi Firenze 14 marzo – 23 agosto 2026) è una dichiarazione che spoglia l’arte di ogni orpello per riportarla a qualcosa di primordiale, quasi inevitabile. Come se tutto il resto, tecnica, teoria, estetica, fosse soltanto un linguaggio secondario, un mezzo che può anche cambiare, ma che non altera la sostanza: ciò che davvero conta è il battito emotivo che attraversa l’opera. La tragedia non è solo dolore: è consapevolezza del limite, è il momento in cui l’essere umano si accorge di non poter controllare tutto. L’estasi, al contrario, è una fuga da quel limite, un’espansione che sembra dissolvere i confini del sé. E poi la rovina, che non è semplicemente distruzione, ma trasformazione, il punto in cui qualcosa crolla per lasciare spazio a ciò che ancora non ha forma. In questo senso, rifiutare il “rapporto tra colore o forma” non significa negare l’importanza del mezzo, ma rifiutare che esso diventi il fine. È un atto quasi radicale: scegliere di parlare direttamente al nucleo dell’esperienza umana, senza distrazioni, senza compromessi. Come se l’artista dicesse: non voglio che tu ammiri, voglio che tu senta. E forse è proprio qui che nasce la vera tensione. Perché le emozioni di base sono universali, ma non sono mai semplici. Sono contraddittorie, stratificate, a volte persino inconciliabili. La tragedia può contenere una forma di bellezza. L’estasi può sfiorare la perdita di sé. La rovina può avere qualcosa di liberatorio. In fin dei conti, ognuno di noi è fatto di tutti i posti che siamo e in cui siamo stati. Firenze, più di altre città, ha questa capacità di essere luogo, tragedia, rovina ed estesi nello stesso istante. Di restare addosso: nella memoria di una visione, nel riverbero dorato dell’Arno al tramonto, nella ruvidità elegante di un bicchiere condiviso senza fretta. Camminare per Firenze è un atto sensoriale prima ancora che culturale. Non si tratta solo di attraversare piazze celebri o infilarsi in vie rinascimentali, ma di lasciarsi guidare da ciò che profuma, sfrigola, fermenta. È una città che si racconta attraverso l’enogastronomia: schietta, stagionale, mai compiacente. Da questo punto di vista Firenze non cerca di stupire, semmai di convincere. E lo fa con ingredienti poveri e tecniche antiche, trasformando pane sciocco e cavolo nero in ribollite che sanno di casa, oppure grappoli scaldati al sole lavorati da mani solcate che raccontano una storia popolare ancora viva. In questo paesaggio di gusto e memoria, nel cuore della città, a pochi passi dal Battistero, c’è un luogo, in cui la materia sembra arretrare e lasciare spazio a qualcosa di più sottile: L’Officina degli Antellesi. Non soltanto un luogo: una soglia. Un locale con un nucleo intangibile, forse persino sacro, dove il gesto quotidiano si trasforma in rito e la convivialità assume un significato più profondo. Varcarne l’ingresso significa entrare in una dimensione sospesa, in cui il tempo non si misura più in ore ma in attese, profumi, trasformazioni. Non c’è ostentazione, bensì ascolto: delle materie prime, delle stagioni, delle storie che ogni ingrediente porta con sé. È una forma di rispetto che si percepisce nei dettagli, nei silenzi tra una bottiglia e l’altra, nella cura con cui ogni bicchiere viene pensato e servito. Il “nucleo sacro” di cui si parla non è qualcosa di dichiarato, ma di manifesto. È nella concentrazione di chi lavora, nella precisione dei gesti, nella scelta di non cedere alla fretta. È un’idea quasi monastica dei luoghi, in cui la ripetizione diventa perfezionamento e la semplicità una forma di disciplina. Il risultato è una proposta enologica che non cerca di stupire con effetti speciali, ma di costruire un’esperienza autentica, stratificata, memorabile. La tradizione toscana, in questo contesto, non viene trattata come un repertorio fisso, ma come un linguaggio vivo. I vini sembrano vivere e piatti con loro dialogano attraverso la memoria collettiva, aprendosi a interpretazioni contemporanee, a contaminazioni leggere, sempre coerenti. Il pane, l’olio, la carne, le erbe: ogni elemento è scelto con attenzione quasi rituale, come se dovesse contribuire a mantenere l’equilibrio di quel centro invisibile che dà senso a tutto il resto. E il vino partecipa a questa dimensione. Non è un semplice accompagnamento, ma un interlocutore. Le bottiglie raccontano territori, annate, intuizioni di vignaioli che lavorano in armonia con la natura. Bere, qui, è un atto consapevole, che completa e amplifica il discorso del cibo. E poi c’è la dimensione umana. L’Officina degli Antellesi è fatta di persone (Alberto e Chiara) prima che di piatti e bicchieri. Di sguardi, di parole misurate, di un’accoglienza che non invade ma avvolge. È in questo equilibrio tra presenza e discrezione che si percepisce davvero quel carattere quasi sacro del luogo: non qualcosa di distante o solenne, ma una qualità dell’esperienza che invita al raccoglimento, alla connessione, alla memoria. Quando nel bicchiere dell’Officina agli Antellesi viene versato GraLo (Graziana e Lorenzo) Franciacorta, questa percezione si amplifica con naturalezza. Ci sono vini che accompagnano una tavola, e poi ci sono vini che trasformano il tavolo in un luogo di appartenenza. È in questo spazio sottile, tra convivialità e rito, che il gesto del versare assume una dimensione quasi sacrale. Il vino non è più soltanto materia liquida: diventa connessione, linguaggio condiviso, nucleo vivo attorno a cui le persone si riconoscono. GraLo Franciacorta Blanc de Noirs Pas Dosé nasce come un gesto creativo prima ancora che enologico: un’opera costruita sul contrasto tra luce e materia, precisione e istinto. Nel Nome dell’Arte significa interpretare il vino come farebbe uno scultore con il marmo o un pittore con il bianco assoluto: togliere il superfluo fino a lasciare solo essenza. Questo Blanc de Noirs Pas Dosé racconta una visione pura della Franciacorta. Le uve a bacca nera, vinificate in bianco, diventano materia elegante, capace di trasformare struttura e profondità in un sorso teso, verticale, senza concessioni zuccherine. Il “Pas Dosé” è una scelta estetica oltre che tecnica: nessun artificio finale, nessuna correzione, solo autenticità. Nel calice l’esperienza è raffinata e luminosa: perlage finissimo e continuo; profumi di crosta di pane, agrumi maturi, mandorla e pietra focaia; sorso asciutto, vibrante, sapido, con finale netto e persistente. L’identità di GraLo richiama un linguaggio contemporaneo: minimalismo, equilibrio, ricerca. Un Franciacorta che non cerca l’opulenza ma la precisione, pensato per chi riconosce il valore del dettaglio e dell’espressione autentica. Nel Nome dell’Arte diventa così manifesto di stile: crea emozione attraverso la purezza. Alla fine, quando si esce dall’Officina, si ha la sensazione di aver partecipato a qualcosa che va oltre una semplice cena. Come se quel nucleo invisibile avesse lasciato una traccia, difficile da definire ma impossibile da ignorare. E forse è proprio questo il senso più profondo degli Antellesi: ricordarci che il vino con il buon cibo, quando sono pensati e vissuti con questa intensità, possono diventare un atto culturale, emotivo, quasi spirituale. Quando si lascia la città, qualcosa resta. Forse è il gusto persistente di un sugo, forse è l’eco di una conversazione attorno a un tavolo. O forse è quella sensazione difficile da definire, ma immediata da riconoscere: non è tragedia, ne rovina, forse è l’estasi di essere stati, anche solo per un momento, esattamente dove si doveva essere. Il tutto Nel Nome dell’Arte.   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Italian Wine Tour La Grande Bellezza Arrow Right Top Bg

18 Maggio, 2026

Italian Wine Tour, La Grande Bellezza arriva a Milano.

  Il mese di maggio è il più “milanese” di tutti. Di pomeriggio il caldo sfiora già l’estate, di sera l’aria fresca la spinge un po’ più in la, anche la luce sembra avere un dimmer, diventando sempre più scenografica. E’ il mese perfetto per serate all’aperto, eventi, degustazioni, presentazioni. Si moltiplicano le occasioni e si riaprono location che anno dopo anno sono sempre più belle. Lunedì 11 maggio è stata una di quelle serate, ai Chiostri di San Barnaba, uno di quei luoghi che ancora riescono a sottrarsi al rumore e caos del traffico. Ci ha pensato Winescritic.com, una piattaforma online dedicata al mondo del vino vissuto a 360 gradi e fondata da due giovani ed entusiasmanti ragazzi, Raffaele Vecchione e Federica Ferone. L’occasione è stata lunedi 11 maggio in occasione dell’edizione 2026 dell’Italian Wine Tour La Grande Bellezza, un evento itinerante in 5 tappe partito da Amsterdam il 24 marzo, a Zurigo il 25 marzo, in aprile, il 27 a Firenze, 11 maggio Milano per concludersi poi il 25 maggio a Napoli. “WinesCritic.com propone giornate all’insegna della conoscenza e “dell’italianità”, con approfondimenti in ogni tappa e la possibilità di degustare grandi vini direttamente con chi ne è l’artefice! La Grande Bellezza vuole guidare, il cliente finale, offrendo una vetrina selezionata di produttori che si sono distinti per personalità, etica, produzione e bellezza.” E che selezione! Raffaele e Federica hanno scelto cantine superlative, a noi è piaciuta molto la freschezza dei vini della cantina Torre Mora, Scalunera Etna Rosso Nerello Mascalese 97% e Nerello Capuccio a saldo, Scalunera Etna Bianco, Carricante 100%; il percorso nel Barolo proposto dalla cantina Damilano in crescendo con Barolo Lecinquevigne, Barolo Cannubi, Barolo Cerequio, la ricchezza aromatica e l’intensità della Lugana Orestilla della cantina Montonale, la profondità e la potenza del Sangiovese attraverso il Brunello di Montalcino di La Rasina e Renieri. Queste cinque cantine sono soltanto appunti sparsi di una serata in cui 23 aziende hanno proposto circa 60 referenze in degustazione, senza trovare mai un vino fuori posto. La Grande Bellezza: Argiano, Capraia, Casanova di Neri, Cirelli, Corte Pavone, Damilano, Fattoria Le Pupille, Feudo Maccari, Fuligni, La Rasina, Montevetrano, Montonale, Pian delle Querci, Podere Sapaio, Renieri, Ridolfi, Rocca di Castagnoli, Ronco dei Pini, Tassi, Tenuta Le Forconate, Tenuta Licinia, Torre Mora, Villa Poggio Salvi.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Relais Poderi Luigi Einaudi, a Dogliani il fascino autentico delle Langhe tra storia, vino e ospitalità di charme Arrow Right Top Bg

18 Maggio, 2026

Relais Poderi Luigi Einaudi, a Dogliani il fascino autentico delle Langhe tra storia, vino e ospitalità di charme

  A Dogliani, nel cuore delle Langhe patrimonio UNESCO, il Relais dei Poderi Luigi Einaudi nasce da una dimora di fine Settecento, storica residenza estiva della famiglia Einaudi, oggi trasformata in relais di charme e profondamente legata all’eredità della storica azienda vitivinicola fondata da Luigi Einaudi nel 1897.   Immerso tra vigneti e colline, accanto alla cantina di famiglia, il relais conserva l’identità di una casa privata dove eleganza, memoria e cultura del vino definiscono ogni dettaglio del soggiorno. Il relais offre un’ospitalità raccolta ed esclusiva: otto camere doppie e due suite arredate con mobili originali provenienti dalle dimore storiche della famiglia Einaudi, pensate per mantenere intatto il fascino di una residenza privata. Le Suite Il Monviso e I Noccioli, entrambe di 60 mq, rappresentano la proposta più ampia, mentre la Junior Suite La Lavanda e le camere Superior e Standard raccontano la stessa filosofia di accoglienza autentica, tra materiali originali, luce naturale e viste aperte sulle colline doglianesi e sulla corona alpina. Tra gli elementi più distintivi del relais spicca la piscina outdoor panoramica dalla celebre forma a bottiglia, affacciata sul paesaggio vitivinicolo delle Langhe: uno spazio scenografico e rilassato che interpreta il legame diretto tra ospitalità e cultura enologica. A completare l’esperienza, il giardino d’inverno per la colazione, il salotto con camino, gli spazi verdi e la possibilità di vivere il soggiorno con il ritmo lento di una dimora di campagna raffinata. Il cuore dell’esperienza resta però il rapporto privilegiato con la cantina Poderi Luigi Einaudi, adiacente alla struttura, dove gli ospiti possono approfondire la storia di quattro generazioni di famiglia attraverso visite guidate, percorsi in vigna e degustazioni dedicate al Nebbiolo, al Barolo e alle principali etichette della maison. La visita consente di entrare nel cuore della produzione, dalla coltivazione alla vinificazione, trasformando il soggiorno in una vera immersione nella cultura del vino delle Langhe. Da qui, il relais diventa anche punto di partenza privilegiato per esplorare le Langhe: Dogliani con il suo patrimonio architettonico, Barolo, Monforte d’Alba, La Morra e i grandi itinerari tra colline, borghi, tartufo e cultura enogastronomica. Il soggiorno si apre così a un territorio da vivere attraverso esperienze personalizzate, attività outdoor, degustazioni e percorsi che raccontano una delle destinazioni più iconiche del Piemonte. Relais Poderi Luigi Einaudi interpreta così un’idea di ospitalità colta e profondamente territoriale: non un semplice soggiorno, ma una porta d’accesso privilegiata all’universo delle Langhe, dove storia familiare, vino e paesaggio si fondono in un’esperienza autentica e memorabile. www.poderieinaudi.com www.relaiseinaudi.com La Redazione
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18 Maggio, 2026

Sassocorno. Il vino è una scelta di passione, non un eredità

  Francesca Ius, Giuliano e Stefano Poser, un ritorno alle radici a Corno di Rosazzo A Rosazzo, all’ombra dell’Abbazia, ci sono filari di Tocai che hanno superato il secolo. Stanno lì in un mezzo ettaro di vigna, viti contorte da una selezione massale antica, e quando ci si entra ad agosto si capisce subito di trovarsi in un posto che chiede rispetto. È da queste viti e da poco più di altri cinque ettari sparsi tra Corno di Rosazzo e Rocca Bernarda che esce Sassocorno, marchio commerciale dell’azienda agricola La Badie. Siamo alle spalle di Villa Nanchini, sede del Consorzio di Tutela dei Colli Orientali del Friuli e Ramandolo, ai confini con Rosazzo, frazione del comune di Manzano. Una zona protetta a nord dalle Alpi Giulie e accarezzata dalle brezze dell’Adriatico, su terreni fatti di stratificazioni di marne e arenarie di antica origine marina. La viticoltura qui è documentata nelle carte dell’Abbazia già nel 1200: vuol dire che le viti, semplicemente, ci sono sempre state. Due strade che convergono al vino Il progetto nasce nel 2017 dall’incontro di persone che al vino sono arrivate da altre strade. Francesca Ius è avvocato — oggi è imprenditrice agricola e amministratore unico dell’azienda. Stefano Poser è medico dello sport, segue personalmente vigna e cantina, cura la parte enologica senza consulenze esterne. Non hanno ereditato la terra, non ci sono cresciuti: l’hanno scelta. È una delle prime cose che ti dicono quando sali con loro tra i filari, e la dicono senza retorica, come si dice un dato di fatto. L’avventura era partita anche con una vigna in affitto presso l’Abbazia, andata persa dopo poco. Una perdita dolorosa, da cui il progetto ha dovuto riassestarsi sui sei ettari attuali, di cui circa due e mezzo coperti da piante che superano abbondantemente i cinquant’anni e in più punti i cento. Tre poderi, un sasso I vigneti sono distribuiti in tre nuclei. A Corno di Rosazzo, attorno alla sede aziendale, si trovano i nuovi impianti del 2018 — Malvasia Istriana, Schioppettino, Refosco dal Peduncolo Rosso — e quelli del 2021 di Pignolo, oltre a mezzo ettaro di viti di cinquantatré anni. A Rosazzo, il mezzo ettaro di Tocai centenario e un altro piccolo appezzamento di viti antiche. A Rocca Bernarda, l’1,3 ettari del podere più grande, con vigne di cinquant’anni circondate da quattro ettari di bosco. È qui che, all’ingresso, si incontra il grande sasso che dà il nome all’etichetta — e all’azienda. Una pietra che non è un vezzo di marketing, è lì da prima di tutti noi. C’è anche un fazzoletto di 0,2 ettari di Traminer piantato nel 2023 vicino alla sede, voluto come un piccolo giardino dove pascolano le api. Un gesto che dice tanto sul modo di stare in vigna di questa gente. La filosofia: meno è meglio In vigna intervento minimo, niente pesticidi, trattamenti ridotti all’osso, basso utilizzo di rame e sovescio tra i filari. Tanta osservazione, perché qui il primo strumento è guardare. In cantina la coerenza è la stessa: vendemmia manuale, vinificazioni parcella per parcella per rispettare ogni terroir, fermentazioni spontanee in acciaio e cemento. Niente enzimi, niente coadiuvanti, e — dato per nulla scontato — la solforosa è stata eliminata per tutto il processo di produzione. Gli affinamenti sono medio-lunghi rispetto alla media della zona, ripartiti tra botti di acacia, rovere, cemento e anfora. Si imbottiglia quando il vino è ritenuto pronto da bere, senza chiarifica e senza filtrazione preventiva — solo una filtrazione molto grossolana per evitare residui macroscopici in bottiglia. La produzione resta volutamente contenuta, spesso sotto le mille bottiglie per etichetta, con rese che si fermano sui venti-trenta quintali per ettaro nelle vigne vecchie e salgono fino a settanta-ottanta per le più giovani. E poi c’è il dettaglio che, da solo, racconta tutta la loro idea di vino: ogni bottiglia riporta in etichetta la posizione del vigneto rispetto alla sede aziendale, distanza in metri e direzione cardinale. Sessantaquattro metri a nord-ovest per la Malvasia di Corno di Rosazzo. Duemilatrecentottanta a nord per i Tocai di Rocca Bernarda. Millenovanta a nord-ovest per il Tocai centenario di Rosazzo. Il terroir come coordinata geografica, prima ancora che come narrazione. Le due gamme Le etichette si dividono in due linee. La conviviale è quella dell’affinamento breve, fatto solo in cemento: il Blancut, uvaggio bianco con Tocai, Malvasia, Ribolla e un tocco di Riesling; il rosato Eresia da Refosco e Schioppettino; il REX da Refosco dal Peduncolo Rosso in purezza. Vini da bevuta vera, immediati ma costruiti con la stessa serietà del resto. La gastronomica è quella dei macerati e dei lunghi legni. Sui bianchi: la Malvasia Istriana macerata due settimane e poi un anno tra anfora e tonneau di rovere; il Tocai ROCHE da Rocca Bernarda, due anni in tonneaux di acacia; il Badie, il Tocai delle viti ultracentenarie di Rosazzo, due anni in botte grande di acacia da quindici ettolitri; il Verduzzo dei filari sparsi, da uve semi-appassite in pianta, macerazione di sei settimane e quattro anni tra barrique di acacia e tonneau di rovere. Sui rossi: il CUAR, uvaggio a base merlot con cabernet franc e altri rossi locali da vigne di cinquant’anni, due anni in tonneaux di rovere usati; e il Merlot in purezza, sempre da Rocca Bernarda, da viti di quarantasei anni, un mese di macerazione e tre anni tra tonneau, botte grande e un ulteriore passaggio in cemento. I vini nel calice Con un quadro tecnico così, il rischio di restare ingolfati nella scheda è alto. Allora vado al sodo, con quelli che mi hanno davvero colpito in più degustazioni. Il Verduzzo 2019 è probabilmente uno dei migliori macerati che abbia bevuto da questo vitigno. Naso fine e complesso, finale lunghissimo. Un Verduzzo che riconcilia con un’uva spesso ridotta a dolce da fine pasto e che qui, in versione secca e macerata, mostra tutta la sua statura. Il Badie, il Tocai delle vigne centenarie di Rosazzo, è un grande macerato. Profondità, materia, una verticalità che le viti vecchie sanno dare e che non si inventa. Il Tocai friulano come lo si vorrebbe sempre. Il CUAR 2020 è un grandissimo vino. Equilibrio e profondità, un Friuli rosso che non insegue Bordeaux ma neanche lo nasconde — lo declina nel suo territorio, con il suo passo. Il Merlot 2019 è il pezzo forte. Speziato, balsamico, teso, minerale, di ottima profondità. Uno di quei Merlot che ti ricordano perché il vitigno, in Friuli, non è una concessione internazionalista ma una tradizione locale fatta di vigne vecchie e di cantina paziente. Anche il 2018, dalla stessa parcella, conferma il livello. Sul fronte conviviale, il nuovo Blancut è un grande vino da bevuta seria. Non macerato, fresco, costruito bene: dimostra che la linea di pronta beva non è la cugina povera della casa, è semplicemente un’altra cosa. Sullo Schioppettino mi riservo il giudizio. L’ho bevuto due volte, mi è parso interessante, ma il vitigno è una bestia complicata e voglio vederlo in altre annate prima di sbilanciarmi. Un progetto da seguire Sassocorno è esattamente quello che la rubrica cerca: una piccola realtà che non ha ereditato nulla, che non sta facendo marketing, che ha scelto un territorio storico e un metodo di lavoro rigoroso. Le coordinate stampate in etichetta non sono un’idea pubblicitaria, sono un manifesto: dimmi da dove vieni, e fammelo verificare sulla mappa. Stefano e Francesca stanno costruendo qualcosa che, sulle viti vecchie di Rosazzo e Rocca Bernarda, ha già una statura precisa. Sul resto — i nuovi impianti di Pignolo, di Ribolla Gialla, del Refosco a Corno — bisogna lasciare il tempo che ci vuole. Ma la direzione è chiara, e il punto di partenza è di quelli che, in Friuli, non si trovano spesso. Tornerò a Corno di Rosazzo, e tornerò volentieri.   Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo    
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Sidro Maley: il Low Alcol per natura che nasce dai ghiacciai Arrow Right Top Bg

17 Maggio, 2026

Sidro Maley: il Low Alcol per natura che nasce dai ghiacciai

  Dalle vette del Monte Bianco al calice: Maley riscrive il futuro del sidro attraverso il recupero dei meleti storici della Valle d’Aosta e un’eleganza cosmopolita.   In un mondo che riscopre la ricerca della leggerezza e l’autenticità delle materie prime, Maley si pone come il punto d’incontro perfetto tra eredità alpina e stile di vita contemporaneo. Non una semplice bevanda, ma il risultato di un progetto di agricoltura eroica della mela, che celebra il sidro come l’alternativa naturale, elegante e intrinsecamente low alcol al vino e alle bollicine tradizionali. Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini: storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, con Maley viene oggi declinata con tecniche moderne. Maley è un’azienda pioniera nella produzione di sidro d’alta quota in Europa: unendo sapienza agronomica e spirito artigianale, produce sidri che sono espressione pura del terroir alpino, esportando il fascino delle mele del Monte Bianco in tutto il mondo. Una storia di confine e di cuore Il nome stesso, Maley, è un omaggio alla storia: era l’antico nome del Malus (la mela), ma richiama anche “lo greu maley”, un grande frutteto che dal Medioevo sorgeva nel comune di Torgnon, di fronte al Matterhorn-Cervino. Il progetto nasce dalla visione del responsabile di Ricerca e Selezione di Proposta Vini, Gianluca Telloli, con l’obiettivo di riportare in vita la produzione del sidro in Italia, trattandolo con la stessa dignità e complessità tecnica di un grande spumante. Maley attraversa i confini, unendo idealmente i versanti del Monte Bianco, dalla Valle d’Aosta alla Savoia francese. Salvaguardia delle mele antiche: biodiversità in ogni sorso Al centro della filosofia di Maley c’è la tutela del territorio. L’azienda si impegna nel recupero di varietà di mele antiche e rare (Raventze, Barbelune, Rodzetta, Calville, Pomma verte, Croison de Boussy, Groin de Veau) e due di pere (Critchen d’hiveur, Maude), coltivate in meleti storici che raggiungono quote altimetriche straordinarie, fino ad oltre i 1500 metri. Questi alberi, spesso centenari, rappresentano un patrimonio genetico unico che, senza l’intervento di Maley, rischierebbe di scomparire. Il risultato è un frutto puro, ricco di acidità e tannini naturali, perfetti per la spumantizzazione. Ogni bottiglia di Maley garantisce la sopravvivenza e la ricerca di nuovi alberi monumentali e la propagazione su franco di cloni rari: anno dopo anno Maley garantisce un futuro a un patrimonio vegetale che rischiava di scomparire dopo il 1950. L’azienda, inoltre, opera con assoluto rispetto della biodiversità, che si traduce in mantenimento dei prati tramite antiche pratiche di irrigazione, pascolo e sfalcio, e nel pieno rispetto della sostenibilità anche sociale. La rinascita del sidro: dall’antichità alla tavola moderna Il sidro non è una novità, ma un ritorno alle origini. Storicamente bevanda nobile nelle corti europee e pilastro della cultura contadina montana, il sidro Maley viene oggi declinato con tecniche moderne in cantina, capaci di coordinare conoscenze enologiche del mondo della spumantistica e mela. Telloli Il sidro sta diventando una “tentazione” per molti settori, dalla birra al vino e questo è un segnale positivo ma anche negativo perché il vero sidro va fatto con le mele da sidro, non con le mele comuni da tavola oggi sempre più utilizzate per la produzione di questa bevanda ma con risultati di qualità nettamente inferiore.  Con il sidro funziona esattamente come il vino: la qualità della mela, come la qualità dell’uva, determina il risultato finale.  Maley non scende a compromessi e nel bicchiere si sente tutta la differenza di un prodotto capace di coniugare facile beva, profondità e lunghezza. Low alcol per natura In risposta alla crescente domanda di bevande a ridotto contenuto alcolico, il sidro Maley emerge come scelta ideale. Con una gradazione che oscilla generalmente tra i 3% e i 7% vol., è il low alcol per eccellenza, non un claim di marketing, ma una proprietà biologica e agronomica che lo distingue nettamente dalle bevande dealcolate o dai cocktail leggeri creati artificialmente. A differenza dell’uva, che può accumulare grandi quantità di zuccheri (che i lieviti trasformeranno in alcol fino a 14-15% vol.), la mela ha un tetto naturale molto più basso. Una mela di montagna contiene una quantità di zuccheri che, una volta fermentati completamente, produce naturalmente tra i 3% e i 7% di alcol. Per i sidri di Maley, non vengono aggiunti zuccheri esterni né acqua per diluire. La gradazione che trovi nel calice è esattamente quella che l’albero ha deciso di produrre nel frutteto. Anche l’altitudine dei meleti di Maley (fino a 1500 metri) gioca un ruolo cruciale: le temperature fresche della Valle d’Aosta e della Savoia permettono fermentazioni molto lente e controllate, un processo che preserva gli aromi primari del frutto che andrebbero distrutti in una fermentazione tumultuosa tipica di bevande a più alto grado alcolico. In queste condizioni, la mela mantiene un’acidità folgorante, rendendo il sorso appagante anche con soli 5 gradi alcolici. Maley Cidre du Saint Bernard Il Cidre du Saint Bernard di Maley, distribuito oggi in Italia da Proposta Vini, non è un semplice sidro: è un’operazione di archeologia botanica e di eleganza alpina, il prodotto che più di tutti incarna la missione di Gianluca Telloli. Il Cidre du Saint Bernard si distingue per una lavorazione che prende in prestito il savoir-faire dell’enologia di pregio. Anzitutto, nasce da un mix di mele antiche della Valle d’Aosta e della Savoia (tra cui la Raventre e la Croison de Boussy), raccolte da alberi spesso centenari che crescono a quote che sfidano la viticoltura tradizionale, garantendo una concentrazione aromatica unica. Il nome è un omaggio a Saint Bernard, patrono degli alpinisti, dei montanari e dei viaggiatori, che da più di mille anni custodisce le nostre valli e i meleti tra Valle d’Aosta e Savoia. Il metodo di produzione è particolare. Nell’arco di 36 ore dalla raccolta, i cassoni di mele vengono assemblati e spediti in frigo in Savoia grazie alla collaborazione con il produttore Philippe Bernot e il supporto di Chantal Lassiaz. Le mele vengono pigiate il giorno successivo all’arrivo in sidreria, i mosti ottenuti, dopo aver riposato, vengono portati alla temperatura idonea di fermentazione senza l’aggiunta di zuccheri in una vasca d’acciaio simile all’autoclave. A raggiungimento della gradazione alcolica attesa, la fermentazione viene bloccata con l’abbassamento di temperatura, quindi si provvede a pastorizzare il sidro con un moderno e delicato sistema di pastorizzazione senza aggiungere solforosa. Una tecnica che si potrebbe definire un ponte tra Metodo Martinotti e Metodo Ancestrale. Cidre du Saint Bernard nel calice, si presenta con un colore giallo paglierino brillante, con riflessi verdolini che tradiscono la sua giovinezza e vitalità. Al naso emergono fiori bianchi, scorza di cedro e, naturalmente, la polpa della mela croccante, accompagnata da una sottile nota minerale di pietra focaia. Al primo sorso, la sensazione non è quella di una bevanda dolce o “piaciona”, bensì di una carezza gelida e profumata. È un sidro che sa di aria sottile, di prati di montagna appena falciati e di libertà. Perfetto per l’appassionato di vino stanco dei soliti schemi, a chi cerca il benessere del low-alcol senza rinunciare al rito del calice, e ai sognatori che amano i sapori che sanno di storia. L’abbinamento ideale? Emozionalmente perfetto con un pezzo di Fontina d’alpeggio o una toma stagionata, tecnicamente sorprendente con un sushi di qualità. La Redazione
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Garda Wine Stories 2026: dopo il successo di Vinitaly torna l’evento che racconta la visione internazionale della DOC Garda Arrow Right Top Bg

16 Maggio, 2026

Garda Wine Stories 2026: dopo il successo di Vinitaly torna l’evento che racconta la visione internazionale della DOC Garda

  Dal 3 al 5 giugno il Lago di Garda torna a essere palcoscenico di Garda Wine Stories, il press tour promosso dal Consorzio Garda DOC dedicato alla stampa nazionale e internazionale. Dopo il successo registrato a Vinitaly, la denominazione rilancia così il proprio percorso di posizionamento con tre giornate di incontri, degustazioni e momenti di approfondimento pensati per raccontare identità, innovazione e prospettive future della DOC Garda.   Cuore del programma sarà il convegno tecnico in calendario giovedì 4 giugno alla Dogana Veneta di Lazise, dal titolo “Garda DOC: strategie di crescita e percezione nei mercati internazionali. Low alcol, versatilità e nuovi trend di consumo”, con il coinvolgimento di esperti e rappresentanti delle testate di riferimento dei mercati target. Paolo Fiorini, Presidente del Consorzio Garda DOC Affrontare oggi il tema dei low alcol significa interpretare con lucidità l’evoluzione della domanda internazionale, comprendere i nuovi stili di consumo e anticipare i cambiamenti che stanno interessando il mercato del vino a livello globale. Sempre più consumatori ricercano prodotti versatili, contemporanei e coerenti con un approccio al bere più consapevole, senza rinunciare alla qualità e all’identità territoriale. In questo scenario il ruolo del Consorzio è quello di guidare il cambiamento con responsabilità e visione strategica. Come Consorzio siamo stati la prima denominazione a inserire questa tipologia in disciplinare: una scelta pionieristica che testimonia la volontà della DOC Garda di innovare, offrendo nuove opportunità ai produttori e risposte concrete ai mercati, restando al tempo stesso saldamente ancorata ai propri valori, alla propria riconoscibilità e al legame con il territorio.   Il confronto si aprirà con l’analisi dell’andamento della denominazione e proseguirà con focus dedicati ai principali mercati esteri quali Regno Unito e Germania grazie al contributo di autorevoli osservatori internazionali. Un’occasione concreta per approfondire nuovi scenari di consumo, opportunità commerciali e leve di crescita per la DOC Garda. Accanto ai contenuti tecnici, Garda Wine Stories conferma la propria vocazione esperienziale con momenti immersivi sul territorio. Nel pomeriggio di giovedì 4 giugno la Rocca di Lonato (BS) ospiterà un walk around tasting con le cantine della denominazione all’interno della Casa del Podestà. La giornata conclusiva di venerdì 5 giugno sarà invece dedicata all’innovazione sensoriale, con la masterclass guidata dal Presidente del Consorzio Paolo Fiorini, Sissi Baratella enologa e Vinitaly Ambassador Garda DOC e Dario Boschetto, formatore e apneista per un’esperienza immersiva che unirà vino, respirazione e percezione sensoriale. Garda Wine Stories si conferma così uno degli strumenti centrali della strategia di comunicazione del Consorzio Garda DOC: un format capace di unire dati, relazioni e territorio per consolidare il posizionamento della denominazione sui mercati italiani e internazionali, valorizzando al tempo stesso il patrimonio paesaggistico e produttivo del Lago di Garda. Le attività si inseriscono nel programma del progetto europeo Euchronicles Eccellenze DOP : un savoir-faire tutto europeo, iniziativa di promozione dedicata alla valorizzazione delle eccellenze agroalimentari europee, con l’obiettivo di rafforzare la conoscenza delle denominazioni tra operatori e consumatori. La Redazione
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Quarteluna. Quattro amici e un sogno Arrow Right Top Bg

16 Maggio, 2026

Quarteluna. Quattro amici e un sogno

  Tra le colline morbide della Franciacorta, dove i vigneti si rincorrono ordinati tra boschi, cascine e riflessi del lago d’Iseo, esistono realtà che sembrano nate per raccontare una nuova idea di territorio ma senza dimenticare la tradizione. Non cantine monumentali o marchi costruiti sulla storicità, ma progetti giovani capaci di interpretare la Franciacorta con uno sguardo contemporaneo, mantenendo intatta quella sensibilità agricola che rende questo angolo di Lombardia uno dei luoghi più affascinanti del vino italiano.
È proprio in questo equilibrio tra ambizione, paesaggio e identità che prende forma Quaterluna Franciacorta, una delle realtà emergenti più interessanti del panorama spumantistico italiano. Arrivare a Erbusco significa entrare nel cuore autentico della Franciacorta. Qui il paesaggio cambia continuamente: colline moreniche morbide, piccoli appezzamenti vitati, cascine storiche e strade che sembrano inseguire i filari.  È una terra elegante, ma ancora profondamente agricola, dove il vino nasce prima di tutto dal rapporto con il territorio. Ed è proprio da un piccolo vigneto che comincia la storia di Quaterluna. Il nostro viaggio inizia da un piccolo vigneto nella contrada Valluna ad Erbusco di proprietà della mia famiglia, racconta Isabella, una delle anime del progetto. Un piccolo appezzamento di Chardonnay di circa 25 anni, situato su un terreno morenico profondo e fertile. Il suolo, formato dalle antiche glaciazioni, è caratterizzato da una composizione unica di sabbie, limi e argille che conferisce ai nostri vini struttura e complessità Mentre attraversiamo i filari, il terreno racconta davvero molto della Franciacorta. La componente morenica, generata dalle antiche glaciazioni che hanno modellato il territorio, regala vini capaci di coniugare tensione e profondità.
Il vigneto Valluna guarda a sud-est, una posizione privilegiata, che garantisce esposizione solare costante e ventilazione naturale. È qui che lo Chardonnay trova una delle sue espressioni più eleganti. Il clima della Franciacorta, temperato e influenzato dal lago d’Iseo, crea le condizioni ideali per la coltivazione dello Chardonnay, che qui trova il suo habitat perfetto. Questo terreno unico, unito alla nostra passione e cura, ci permette di produrre uve di alta qualità che si traducono in vini eleganti e raffinati La sensazione è quella di trovarsi davanti a un progetto costruito lentamente, quasi in maniera artigianale, dove ogni scelta nasce prima dalla vigna che dal marketing. Quaterluna non cerca effetti scenografici o narrazioni costruite: tutto sembra partire dal desiderio di creare vini coerenti con il territorio. Oltre al vigneto Valluna, acquisiamo uve da Maurizio, nostro socio, che coltiva anche lui vigneti a Erbusco, sempre su terreni morenici profondi. Queste uve, sia Chardonnay che Pinot Nero, sono selezionate con cura e contribuiscono a creare i nostri vini, arricchendoli con le loro caratteristiche uniche. La collaborazione con Maurizio ci permette di avere un controllo totale sulla qualità delle uve e di creare vini che siano veramente rappresentativi del nostro territorio È interessante osservare come, in una denominazione importante e strutturata come la Franciacorta, possano ancora nascere progetti così legati a dinamiche umane e personali. Dietro Quaterluna non c’è infatti soltanto una cantina, ma un gruppo di persone unite da competenze diverse e da una visione comune. Siamo Davide, Maurizio, Isabella e Stefano: un gruppo di amici e soci con una passione comune per il vino e la Franciacorta. L’enologo, il vignaiolo, l’amministrativa e il commerciale, uniti dal desiderio di creare vini che parlino di noi e del nostro territorio È Isabella a raccontare con maggiore trasporto la nascita del progetto. Le sue parole restituiscono tutta la spontaneità di un’avventura nata quasi naturalmente, dopo anni trascorsi all’interno del mondo Franciacorta. Mi prendo il merito di aver ideato Quaterluna. Per anni ho lavorato in Franciacorta presso aziende vitivinicole e a un certo punto ho sentito il bisogno di mettere le mie capacità a disposizione di un progetto veramente mio Nelle sue parole non emerge soltanto ambizione, ma soprattutto il desiderio di autenticità. Quaterluna sembra nascere proprio da questa esigenza: produrre vini personali, senza compromessi stilistici, capaci di raccontare il lato più contemporaneo della Franciacorta. In Quaterluna seguo la parte amministrativa, contabile, commerciale e pubbliche relazioni oltre ad aiutare nei lavori manuali in vigneto e in cantina Ed è forse questo uno degli aspetti più affascinanti delle giovani realtà vitivinicole: i ruoli non sono mai completamente rigidi. Tutti fanno tutto. La dimensione umana rimane centrale e il vino diventa davvero il risultato di un lavoro condiviso. Ho trovato in Davide la persona ideale alla quale affidare il processo produttivo. Abbiamo collaborato insieme nella mia ultima esperienza lavorativa e da subito siamo entrati in sintonia: grande stima reciproca. Davide è preciso e puntiglioso ma anche sperimentale e curioso La figura dell’enologo qui assume un ruolo fondamentale. Non soltanto interprete tecnico, ma vero traduttore del territorio.
Lo stile dei vini Quaterluna riflette proprio questa doppia anima: precisione tecnica e desiderio di sperimentazione. La cantina ha scelto una strada particolare e molto identitaria: produrre poche etichette ma fortemente caratterizzate. Non esiste una gamma dispersiva, ma un percorso coerente che ruota attorno al concetto delle “Fasi”. Ogni dégorgement racconta infatti un momento diverso del progetto, dell’annata e dell’evoluzione stilistica della cantina. La “FASE UNO”, oggi sold out, rappresenta il primo capitolo di Quaterluna. Un Franciacorta Extra Brut composto da 82% Chardonnay e 18% Pinot Nero, con dosaggio minimo di 1 grammo litro e 20 mesi sui lieviti. Un vino nato quasi come manifesto iniziale della cantina: verticale, teso, essenziale, capace di coniugare la purezza dello Chardonnay alla struttura discreta del Pinot Nero. Al naso emergono agrumi, mela verde, fiori bianchi e leggere note di panificazione, mentre il sorso si sviluppa con precisione quasi tagliente e finale salino. Con la “FASE DUE” cambia completamente l’equilibrio della cuvée. Qui il Pinot Nero diventa protagonista con il 65%, accompagnato dal 35% Chardonnay. Il dosaggio scende addirittura a zero, trasformando il vino in un  Brut Nature di grande carattere. I 23 mesi sui lieviti donano maggiore ampiezza aromatica e profondità gustativa. Il Pinot Nero regala note più mature e una struttura più ampia, mentre il finale rimane dinamico e vibrante. È forse il vino che più racconta il lato sperimentale e curioso di Davide: un Franciacorta deciso, gastronomico, moderno. La “FASE TRE” rappresenta invece una sintesi molto raffinata dell’identità Quaterluna. La cuvée torna a privilegiare lo Chardonnay, presente al 65%, di cui una piccola parte affinata in barrique, mentre il Pinot Nero rimane al 35%. Anche qui il dosaggio è ridottissimo, appena 1 grammo litro. I 22 mesi sui lieviti permettono al vino di sviluppare una complessità elegante senza perdere slancio. Emergono note di crosta di pane, nocciola fresca, pietra focaia e agrumi maturi, sostenute da una bocca cremosa ma sempre estremamente dinamica. È probabilmente la fase che meglio racconta la maturità stilistica raggiunta finora dalla cantina. E poi c’è la “FASE QUATTRO”, disponibile dal 2026, che già rappresenta un piccolo oggetto di curiosità tra gli appassionati. Il blend vede nuovamente il Pinot Nero protagonista al 58%, con Chardonnay al 42%, mantenendo il dosaggio minimale tipico della filosofia aziendale. Anche qui l’affinamento previsto supera i 22 mesi sui lieviti. Da quanto raccontano in cantina, sarà probabilmente il vino più teso e territoriale mai prodotto da Quaterluna: meno concessioni alla rotondità, più energia, più precisione, più Franciacorta contemporanea. Ma la vera attesa ruota oggi attorno all’imminente uscita del primo Millesimato Dosaggio Zero DOCG.
La prima annata sarà la 2022 e vedrà la luce nella primavera 2026. Un vino che la cantina definisce come “l’espressione più pura dello Chardonnay del vigneto Valluna di Erbusco”. In Franciacorta il Millesimato rappresenta sempre qualcosa di speciale. Non soltanto un vino prodotto da una singola annata, ma la volontà di fissare nella bottiglia il carattere irripetibile di una vendemmia. Il disciplinare prevede affinamenti minimo 30 mesi sui lieviti proprio per permettere maggiore profondità ed evoluzione. Nel caso di Quaterluna il Millesimato assume un significato ancora più importante perché rappresenta il primo vero racconto integrale del vigneto Valluna. Uno Chardonnay in purezza che promette di esprimere tutta la tensione minerale e la verticalità dei suoli morenici di Erbusco. In Maurizio abbiamo trovato supporto logistico. Da lui, oltre ad acquistare delle uve, ci appoggiamo per la vinificazione presso la sua piccola cantina in centro ad Erbusco. Lui inoltre si occupa della gestione dei lavori meccanici in vigneto Anche questo dettaglio racconta molto della natura del progetto.
Quaterluna nasce infatti in maniera profondamente condivisa, quasi comunitaria, dove ogni socio mette a disposizione competenze, strumenti e passione. Ha messo a disposizione del progetto le sue attrezzature oltre chiaramente la sua competenza E poi c’è Stefano. Stefano è mio marito. Al Franciacorta e alla Franciacorta diamo il merito del nostro incontro La dimensione familiare e relazionale emerge continuamente nel racconto.
Non è soltanto un progetto imprenditoriale, ma qualcosa di più personale, costruito sulle relazioni e sulle esperienze condivise. Grande appassionato di vino e cucina, da lui riceviamo un importante sostegno commerciale. Il suo lavoro principale e la sua non timidezza lo portano ad avere una serie di conoscenze che si sono rivelate molto utili per far quadrare i conti Quattro soci, quattro ruoli diversi, una sola visione.
Ed è probabilmente proprio questa armonia tra competenze differenti che rende Quaterluna una delle realtà più interessanti della nuova Franciacorta. In un territorio ormai affermato a livello internazionale, dove il rischio dell’omologazione stilistica è sempre presente, Quaterluna sceglie una strada diversa: piccoli numeri, forte identità territoriale e una lettura contemporanea del Metodo Classico. Lasciando Erbusco, mentre il sole scende lentamente sulle colline moreniche della Franciacorta e la luce accende i filari di riflessi dorati, rimane la sensazione di aver incontrato qualcosa di autentico. Non soltanto una giovane cantina, ma un progetto umano prima ancora che produttivo. Perché in fondo il vino più interessante nasce sempre così: da persone che decidono di trasformare un territorio, un’amicizia e una passione condivisa in qualcosa che possa durare nel tempo.   Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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Nasce il “Maritozzo Estivo” di Iginio Massari alta pasticceria la tradizione si rinnova con il gelato alla fuscella di Napoli frutto dell’incontro con il Gelatiere Raffaele del Verme Arrow Right Top Bg

15 Maggio, 2026

Nasce il “Maritozzo Estivo” di Iginio Massari alta pasticceria la tradizione si rinnova con il gelato alla fuscella di Napoli frutto dell’incontro con il Gelatiere Raffaele del Verme

  Nasce il Maritozzo Estivo di Iginio Massari Alta Pasticceria, una nuova interpretazione che ridefinisce il concetto di freschezza nel mondo della pasticceria. Protagonista resta l’iconico maritozzo del Maestro Iginio Massari: soffice, bilanciato, costruito con precisione assoluta. A rinnovarne l’identità è l’introduzione di una componente fredda, il gelato, pensato per dialogare in modo armonico con la struttura del dolce e amplificarne la piacevolezza.   Ispirazione di questa evoluzione è la Fuscella di Napoli, un particolare latte cotto della tradizione campana, riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale di Sant’Anastasia, alle falde del Vesuvio. A differenza della ricotta, ottenuta dalla ricottura del siero, la Fuscella nasce direttamente dal latte: una lavorazione che le conferisce una struttura più cremosa, un gusto lattico pieno e delicato e una naturale dolcezza. Il nome deriva dal cestello forato — la “Fuscella” — in cui viene fatta sgocciolare. In questa interpretazione, diventa una preparazione leggera e armonica, capace di richiamare la panna in una chiave sempre leggera, con poco zucchero ed elegante al palato. Il progetto nasce da un incontro con il gelatiere Raffaele Del Verme, stimato e apprezzato dalla famiglia Massari per la competenza e l’altissima qualità del suo gelato. Maestro Iginio Massari E’ un’idea nata da un dialogo tra persone che condividono valori e attenzione per la qualità. Il risultato è una preparazione che richiama il latte nella sua espressione più autentica, con una leggerezza che si avvicina molto, non solo esteticamente, alla classica idea di panna del maritozzo. Il maritozzo è un prodotto che può evolvere senza perdere la propria identità. L’inserimento di una componente fredda richiede rigore tecnico: deve integrarsi perfettamente con l’impasto e valorizzarlo. Il risultato è un dolce che conserva equilibrio e struttura, che apre a una nuova esperienza di consumo. Raffaele Del Verme, il gelatiere Il gelato che abbiamo studiato è un prodotto di altissima qualità, inedito, fresco e leggero con sapori del Sud, con la particolarità che non provoca sensazione di sete. Questa nuova veste dell’iconico maritozzo di Iginio Massari è il risultato di un dialogo che mi è apparso subito interessante. Pensato per ogni momento della giornata, il Maritozzo Estivo sarà disponibile da sabato 9 maggio nelle pasticcerie di Brescia, Milano, Verona, Torino, Firenze e Roma. La Redazione
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