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15 Maggio, 2026
Vinorum 2026: L'Aquila diventa la Capitale del Vino d'Abruzzo dal 15 al 17 maggio.
In occasione dell’anno da Capitale Italiana della Cultura, il centro storico aquilano ospita la seconda edizione del festival con 52 cantine, 250 etichette e un fitto programma di masterclass nei cortili dei palazzi nobiliari. Il cuore dell’evento in Piazza Duomo!
Piazza Duomo si trasformerà nel fulcro della manifestazione con il “Villaggio del Vino”, dove 52 produttori abruzzesi racconteranno le eccellenze regionali attraverso l’incontro diretto con i visitatori. Ad arricchire l’offerta, dieci food truck selezionati proporranno il meglio della gastronomia locale, creando un connubio perfetto tra calice e territorio.
Percorsi culturali e il “Trenino del vino”
Una delle novità più attese è il trenino del vino, un itinerario che attraverserà la città toccando monumenti simbolo come la Fontana delle 99 Cannelle e la Basilica di Collemaggio. Ad ogni tappa, i sommelier guideranno degustazioni a tema, trasformando il patrimonio architettonico aquilano in un palcoscenico eno-culturale unico.
Masterclass e Viticoltura Eroica
I cortili dei palazzi storici (Cipolloni-Cannella, Di Paola, Benedetti e Spaventa) ospiteranno convegni e approfondimenti tecnici. Di particolare rilievo la partecipazione del Cervim per parlare di viticoltura eroica e l’omaggio alla figura di Luigi Cataldi Madonna, pioniere della viticoltura di montagna scomparso nel 2025.
Focus sulle denominazioni
Il programma prevede sessioni verticali su Montepulciano d’Abruzzo, Trebbiano e Pecorino, con un focus speciale sul Cerasuolo e sulle bollicine abruzzesi. Non mancheranno approfondimenti sulla sostenibilità con degustazioni dedicate ai vini biologici e alla neonata DOCG Casauria.
Il programma completo è pubblicato sul sito www.vinidabruzzo.it/vinorum.
Degustazioni e masterclass sono ad ingresso libero ma su prenotazione dal sito vinidabruzzo.it e al link https://www.eventbrite.com/e/biglietti-vinorum-festival-del-vino-dabruzzo-1988164826516?aff=ebdsshcopyurl&utm-campaign=social&utm-content=attendeeshare&utm-medium=discovery&utm-term=
L’ingresso alla Fiera del Vino in piazza Duomo prevede invece un ticket per le degustazioni direttamente negli stand.
Link Utili
Le masterclass sono a ingresso libero su prenotazione. Per la fiera in Piazza Duomo è necessario il ticket degustazione.
Sito Ufficiale: www.vinidabruzzo.it/vinorum
Prenotazioni Eventbrite: Link Prenotazione Vinorum
La Redazione
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15 Maggio, 2026
Nicoletta Madrigali. La custode della Croara
Siamo dei custodi. Non dei proprietari.
C’è una parola che torna spesso nel vocabolario di chi fa vino senza averlo mai programmato. Una parola che suona quasi come una giustificazione, come se il parlante avvertisse il bisogno di spiegare a se stesso, prima che agli altri, come sia finito in mezzo alle vigne. La parola è follia.
La usano tutti. La usano quelli che hanno lasciato un lavoro sicuro per comprare una cantina in Toscana. La usano quelli che hanno piantato vitigni su un terreno ereditato senza sapere bene cosa farsene. La usano i medici, gli avvocati, i finanzieri che a un certo punto si sono ritrovati a parlare di Sangiovese e di potature invernali come se avessero fatto altro tutta la vita. È una parola che nella sua brevità contiene una complicità, un riconoscimento reciproco tra chi sa che certi cambiamenti non si spiegano, si vivono.
Nicoletta Madrigali la usa così. Con naturalezza. Con quel sorriso che si sente nei toni della voce di chi ha già perdonato se stesso per ogni investimento antieconomico. Lo dice lei stessa, senza pudore, quasi con orgoglio. Per ogni mattina passata a potare sotto un vento impetuoso sulle colline di San Lazzaro di Savena, a dieci minuti dal centro storico di Bologna.
Il paesaggio che ti sceglie
Parlando con Nicoletta mi sono accorto di una cosa. Nella storia della Tenuta Santa Cecilia non c’è un momento preciso in cui lei e suo marito Michele hanno deciso di fare vino. Non c’è stata una riunione, un piano d’impresa, un obiettivo dichiarato. C’è stato, invece, un paesaggio. Un paesaggio che si è insinuato nelle finestre di una casa in ristrutturazione e non ha più lasciato andare.
Erano gli anni intorno al 1988. Una casa a Bologna, la ricerca di qualcosa vicino ai genitori, una sorta di buen retiro familiare lontano da Milano. Di fronte alla casa, una vigna vecchia di cinquant’anni. Sulla destra, un filare antico di cipressi. Più su, nascosta nella curva della collina, una piccola vigna chiamata del campanaro, appartenuta a chi custodiva le campane dell’Abbazia di Santa Cecilia, che ancora oggi si staglia come una sagoma familiare sul colle di fronte.
È una piccola valle che rimane un po’ nascosta dalla strada. Un posto abbastanza misterioso. Ed è nata lì la nostra passione per questo luogo, la voglia di salvaguardarlo. Man mano che si mettevano in vendita terreni vicini, di fronte, li abbiamo acquistati.
In quel momento ancora non lo sapevano, ma quel paesaggio aveva già preso la sua decisione.
L’architetto che non avrebbe lasciato
C’è un personaggio che nella storia di Tenuta Santa Cecilia gioca un ruolo fondamentale, anche se probabilmente non avrebbe mai immaginato di contribuire alla nascita di un’azienda vitivinicola. Si tratta di Luigi Caccia Dominioni, il grande architetto milanese del Novecento, colui che diede forma al gusto di un’intera generazione borghese attraverso le sue residenze milanesi, di un’eleganza discreta, mai ostentata.
Caccia Dominioni vede la proprietà in una torrida giornata di luglio. Ha già novant’anni. Eppure l’entusiasmo è quello di un trentenne. In quindici giorni produce schizzi, bozzetti, idee. E tra le tante cose che dice ai nuovi proprietari, una è perentoria: la vigna non la potete togliere. È come una volta, dice, quando casa, orto, giardino e vigneto formavano un unico organismo che aveva senso solo nella sua interezza. Togliere la vigna sarebbe stato un sacrilegio estetico prima ancora che agricolo.
Lui aveva già novant’anni ed era entusiasta. Aveva visto il chiostro di Santa Cecilia, aveva visto l’ambiente, e in quindici giorni aveva già fatto gli schizzi. Quando ci ha detto che la vigna non si toccava, capivamo il perché.
E così la vigna è rimasta. Poi ne è arrivata un’altra. Poi quella sul colle di fronte. Cinque ettari in totale (oggi sei con l’oliveto) in una piccola valle che Nicoletta continua a chiamare misteriosa. Il termine non è scelto a caso. È il mistero della bellezza che si svela lentamente, di un paesaggio che non si offre al primo sguardo dei passanti, che rimane discreto come certe persone che alla quarta conversazione ti cambiano la vita.
Custodi, non proprietari
Quello che emerge con forza dalla storia di questa tenuta è un’etica della custodia che non ha nulla di ideologico né di ostentato. Nasce semplicemente da uno sguardo, quello di Nicoletta ogni mattina dalla finestra, con la sagoma di Santa Cecilia sul colle di fronte.
L’Abbazia fu fondata intorno al 1136. Era un centro ambrosiano, un luogo di cultura e di insegnamento, uno di quelle abbazie benedettine che hanno costruito l’Europa prima ancora che qualcuno sapesse dove l’Europa finisse. I monaci Ambrosoli di Santa Cecilia coltivavano la vite, l’ulivo. Oltre che il sapere. Non è un caso se nelle grandi riunioni dei Vini d’Abbazia, cui Nicoletta ha partecipato, si ritrovano benedettini che in pochi metri quadri di vigna custodiscono una tradizione millenaria.
Quando ho partecipato alle riunioni dei Vini d’Abbazia ho scoperto meglio i monaci Ambrosioli di Santa Cecilia. Erano lì, sullo stesso colle che vedo dalla finestra. E ho capito che noi, in qualche modo, stiamo continuando qualcosa.
Custodi, appunto. Una parola che nel dibattito contemporaneo sul vino naturale, biologico, biodinamico, rischia di diventare un’etichetta ideologica, quasi una fede laica con i suoi ortodossi e i suoi eretici. Qui non c’è nulla di tutto questo. C’è solo la consapevolezza, maturata nel tempo e nel lavoro, che un luogo così raro, una piccola valle nascosta dentro un parco naturale a dieci minuti da una grande città, non appartenga a chi lo abita. Va restituito intatto a chi verrà.
Cerchiamo di mantenere quello che è uno stile di questa zona. Salvaguardare il territorio, il panorama, le costruzioni nell’ambito di quello che ci circonda. E anche quello che si produce deve rispettare tutto questo.
L’azienda è biologica dal 2008. Non irriga così che le radici possano scendere in profondità e trovano da sole le falde sotterranee. Un dettaglio tecnico che diventa quasi una metafora: radicarsi per trovare ciò di cui si ha bisogno, senza aspettarselo dall’esterno.
Gelso, Emilia IGT Rosato da Barbera e Merlot
Il gelso è l’albero della pazienza. Cresce lento, non si affretta. Quando poi, finalmente, porta i suoi frutti, lo fa con una generosità silenziosa che non chiede applausi. Un nome perfetto per un rosato che nasce dall’incontro di due caratteri diversi: la Barbera, con la sua acidità vivace e il suo frutto tagliente; il Merlot, più morbido, più rotondo, capace di ammorbidire gli spigoli senza cancellarli.
Nel calice il Gelso si presenta con un rosa intenso, quasi cerasuolo, con riflessi violacei che tradiscono la presenza della Barbera. Non è un rosato timido, non è di quelli che si scusano del proprio colore. È deciso, luminoso, estivo nel senso più pieno della parola.
Al naso arriva subito la frutta rossa fresca: fragola matura, lampone, ciliegia. Poi la nota floreale sottile che ricorda la rosa canina, quella selvatica che cresce lungo i bordi dei campi. C’è freschezza, c’è immediatezza, ma c’è anche qualcosa di più carnoso che il Merlot porta con sé: una morbidezza fruttata che arrotonda il profilo e lo rende accogliente.
In bocca è asciutto ma succoso, con una buona acidità che tiene vivo il sorso e una struttura più presente di quanto ci si aspetti da un rosato. Non è un vino da sorseggiare distrattamente. Ha una personalità che si fa notare, la sapidità del terreno, la mineralità del gesso, quella vena quasi salina che è il segno distintivo di questa piccola valle. Il finale è pulito, con un ritorno di frutta rossa e una leggera nota ammandorlata che chiude con discrezione.
È il vino dell’estate che non vuole finire. Di quei tavoli apparecchiati fuori, tra i filari, quando la luce scende e non si ha ancora voglia di rientrare.
La donna che non si immaginava coltivatrice diretta
Se si guarda indietro alla vita di Nicoletta, quella precedente alla Tenuta, si vede una donna del tutto diversa da quella che oggi percorre i filari e decide i tempi di vendemmia. Milano, lavoro nell’immobiliare, le figlie da crescere. E poi, determinante come certi incontri che cambiano le traiettorie senza rumore, la frequentazione di Leari, quello spazio pionieristico milanese dove si vendevano prodotti biologici quando in Italia il biologico era ancora una cosa da iniziati. Un luogo dove avvenivano incontri culturali, confronti, consapevolezze.
Non mi sarei mai immaginata coltivatrice diretta. Frequentavo già i negozi biologici a Milano, c’era questa sensibilità che stava crescendo. E devo ringraziare le persone che ho incontrato in quegli anni. Caccia Dominioni, certo, ma anche chi mi ha aperto quel mondo. È stata una preparazione fondamentale, anche se all’epoca non lo sapevo.
La parola preparazione mi colpisce. C’è chi arriva al vino per una illuminazione, chi per un’eredità, chi per calcolo imprenditoriale. Nicoletta ci è arrivata per stratificazione lenta. Come il gesso che si forma nei millenni, strato dopo strato, in silenzio.
Michele, suo marito, non pensava nemmeno lui di guidare un trattore. Poi lo ha fatto, da quell’atavico istinto contadino che aveva già esercitato da giovane nelle campagne delle zie. E le figlie, oggi adulte, che vivono a Londra e a Milano, si sono avvicinate a modo loro: etichette, fotografie, pubbliche relazioni. Non c’è garanzia che continueranno, e Nicoletta non sembra preoccuparsene. Ciò che tiene in piedi questo posto non è una successione pianificata. È qualcosa di più solido.
La bellezza di quello che facciamo è mantenere quello che ci viene dato in custodia. Alla fine siamo custodi di questo terreno, di questo ambiente. Ed è molto bello. Mi arrabbio molto se poi costruiscono intorno delle cose brutte. Purtroppo le hanno fatte.
E allora pianterà alberi. Diventerà, dice ridendo, una monaca benedettina. Perché i monaci dell’Abbazia di Santa Cecilia erano già maestri di silvicoltura, di tagli ragionati, di ripianto, di cura dei boschi. Pionieri di un approccio al territorio che oggi chiamiamo sostenibilità e loro chiamavano semplicemente buon senso.
Viburno. Barbera DOC Colli Bolognesi
Il Viburno prende il nome dal viburno, arbusto selvatico che cresce spontaneo nelle siepi e nei margini boscosi di queste colline, con i suoi grappoli di bacche rosse che d’autunno brillano tra le foglie come piccoli fuochi. Solo il nome sa di paesaggio.
La Barbera in purezza, vinificata in acciaio e affinata in anfore di ceramica per dodici mesi, arriva nel calice con un rosso rubino che ha qualcosa di terso e limpido, come l’aria di queste colline dopo la pioggia. È una Barbera che non cavalca la potenza che il vitigno potrebbe darle su altri terreni. Qui la sabbia e il gesso la addomesticano in modo elegante, la smorzano quel tanto che basta per farla diventare qualcosa di finissimo.
Al naso frutti rossi e neri, ciliegia, mora, con quella nota erbacea-speziata che ricorda il sottobosco autunnale. Poi qualcosa di più morbido, quasi balsamico, che arriva con l’ossigenazione.
In bocca la Barbera della Croara sorprende. L’acidità c’è ma non punge. Accompagna, guida, allunga il sorso in una persistenza lunga e pulita. I tannini, ammorbiditi dal passaggio in anfora, sono vellutati, quasi invisibili. È un vino che si può bere da solo, in concentrazione, ascoltando qualcosa di bello, oppure portare in tavola con carni semplici, con i tortellini in brodo di una domenica bolognese. È versatile come le persone educate. Si adatta senza perdere se stesso.
I nostri vini sono raffinati quanto si può dire di vini così. Semplici, però. Che rispecchiassero la nostra situazione geologica. La sabbia, il gesso danno vini che comunque sono abbastanza eleganti. E noi ci siamo adattati a quello.
Pignoletto Metodo Classico DOCG Colli Bolognesi
Un metodo classico da Pignoletto in purezza con un riposo sui lieviti di circa 5 anni. Versato nel calice mostra un giallo paglierino luminoso con riflessi dorati e una perlage finissimo che sembra salire con la compostezza di un monaco che non ha fretta.
Al naso apre con freschezza agrumata di cedro e limone maturo. Poi arriva la crosta di pane appena sfornata con quella nota briochée che sa di firma dei lieviti. Seguono fiori bianchi di acacia e, in fondo, una traccia sottile di frutta secca che ricorda le mandorle tostate delle colline. Non è un profumo che si esaurisce subito. Richiede di tornare, di aspettare che le bollicine portino altra grazia.
In bocca è secco, affilato, con una mineralità gessosa che percorre il sorso da cima a fondo come una linea dritta. Le bollicine sono vive ed eleganti. Non aggressive. L’acidità è presente e ben calibrata così da tenere tutto in tensione senza mai irrigidire. E poi il finale, lungo e sapido, con quella nota di mandorla che aveva già annunciato il naso e che qui torna a chiudere il cerchio in modo pulito, risolto, soddisfacente.
È il vino delle occasioni che non si annunciano. Non ha bisogno di un brindisi formale né di un motivo speciale. Ha bisogno di silenzio, o di una conversazione vera. Esattamente come il luogo da cui nasce.
Non siamo mai partiti da un desiderio di stile. Non abbiamo detto all’enologo: voglio questo tipo di vino. Abbiamo lasciato che fosse il terreno a decidere. E quello che si produce qui rispecchia la zona. Una zona che per secoli è stata riconosciuta per gli orti, per le verdure, per la sapidità e la mineralità. Quella stessa mineralità si sente nel vino, si sente nell’olio.
Il mercato che rallenta e la bacchetta magica
Anche Tenuta Santa Cecilia ha sentito il vento cambiare. L’export, che aveva funzionato bene per anni, si è fatto più cauto. Il mercato del vino italiano vive una fase di riflessione: i consumi scendono, i grandi mercati stranieri mostrano segnali di saturazione su certi segmenti, e le cantine con le cantine piene fanno prezzi con cui è difficile competere. Non è una novità. Ma è un fatto.
Quello che colpisce, parlando con Nicoletta, è l’assenza di ansia. Non quella dell’incosciente, ma quella di chi ha imparato che la natura non accelera per nessuno.
Il mercato per noi è un po’ fermo. Prima spedivamo all’estero, facevamo tante spedizioni. Adesso è più quieto. Ma non ci sbilanciamo. La natura richiede un tempo, e cercare di forzarla non porta da nessuna parte.
Se avesse una bacchetta magica, dice, farebbe una cosa sola: una cantina vera, lì sul posto. Una cantina progettata per stare in quel paesaggio, tra quelle colline, come parte organica di un luogo che già esiste. Perché vinificare altrove, anche se in una struttura di proprietà, anche se con tutta la cura possibile, è l’unica cosa che si porta dentro come un’imperfezione non ancora risolta. Non una colpa. Un sogno concreto, razionale, che aspetta i tempi e le risorse giuste.
Ci vuole. Ma prima di cambiare bisogna procedere molto lentamente. I cambiamenti improvvisi a me non piacciono. Poi ho fatto dei cambiamenti importanti nella vita, ma sempre passo dopo passo, controllando bene.
Sei etichette. Trentamila bottiglie. Un territorio che in larga parte si auto-gestisce, con quel vento impetuoso che percorre la valle e che, dice Nicoletta con una leggerezza che vale più di molte spiegazioni tecniche, non ha mai avuto bisogno di rame. È quasi un piccolo miracolo raccontato come se fosse la cosa più normale del mondo.
Cosa rimane
Alla fine di ogni conversazione con chi fa vino mi ritrovo a chiedermi cosa cerco davvero in queste storie. Non è la tecnica, anche se la tecnica conta. Non è il punteggio, che da queste parti non esiste e non esisterebbe comunque. È capire se dietro una bottiglia c’è una persona che ha qualcosa da difendere, da preservare, da restituire.
Con Nicoletta la risposta è stata semplice e immediata.
Apre le finestre la mattina e vede l’Abbazia. Vede le colline che ha comprato una a una per evitare che qualcuno ci costruisse qualcosa di brutto. Vede i cipressi antichi della vigna del campanaro. E dice una cosa che suona come una poesia involontaria, come quelle che nascono solo quando si smette di cercarle:
Apro le finestre e sono felice.
Questa è la parola giusta. Felice.
A Roma, dove vivo, si dice chi t’ammazza quando qualcosa è così bello da essere quasi insostenibile.
Nicoletta Madrigali, ex immobiliarista milanese, coltivatrice diretta per destino e per vocazione, custode di una piccola valle nascosta alle porte di Bologna, merita esattamente quello.
Chi t’ammazza, Nicoletta.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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14 Maggio, 2026
Perticaia. Il rinascimento del Trebbiano Spoletino
Le Fiere vinicole sono spesso contesti frammentati e caotici, tra incontri, pause, code, temperature di servizio sbagliate è difficile concentrarsi su ciò che si assaggia, spesso anche solo il dialogo con il produttore diventa una piccola impresa.
Capita sempre però chi riesce ad emergere con chiarezza, chi sa richiamare la tua attenzione e concentrazione, chi sa farsi ricordare con la voglia di proseguire il proprio racconto oltre la fiera.
A noi è capitato a Wine Siena, la Fiera organizzata da Merano Wine Festival nella città toscana, con una cantina dell’Umbria, di Montefalco, non solo per il glorioso Sagrantino ma piuttosto per un vino bianco autoctono, il Trebbiano Spoletino.
La cantina si chiama Perticaia, prende il nome dal termine dialettale locale con cui si indicava l’aratro, è stata fondata nel 2000 da Guido Guardigli, enologo emiliano innamorato dell’Umbria, al quale va riconosciuto il grande merito di aver creduto in questo vitigno e di esser tornato a vinificarlo in purezza sin da subito.
C’è stata poi una seconda nascita, nel 2019, quando l’attuale proprietà, la famiglia Becca, ha potenziato gli investimenti credendo su una squadra giovane e dinamica, con a capo Gabriele di Zacomo entrato in azienda nel 2018 come agronomo e, dal 2022, diventato Amministratore e anima sul campo ed in cantina dell’Azienda, oggi certificata biologica
Perticaia conta su una produzione di 37 ettari, 40 a rotazione, divisi tra i comuni di Montefalco, Bevagna e Spoleto, da questa geografia nasce una produzione di circa 125.000 bottiglie.
Una dimensione importante ma che permette, senza problemi, di avere un approccio da artigiano, ancora da azienda famigliare, di continuare a cercare la massima qualità come principio guida, ad esempio Perticaia è in grado di vinificare in modo particellare tutti gli appezzamenti, ogni varietà viene vinificati singolarmente e poi assemblata per le varie DOC o DOCG, garantendosi la giusta maturazione di ogni piccola parcella.
E’ una filosofia che si riflette in ogni scelta: dalla vendemmia, ancora tutta manuale e spesso suddivisa in tre momenti diversi della stagione, la scelta di una diraspatura e una pressatura molto soffice e controllata per ottenere dei mosti fiore molto puliti e precisi, lo stile di vinificazione in cantina non è mai rigido, ma si adatta di anno in anno alle condizioni dell’uva, seguendo una sensibilità che trova sintesi anche nella consulenza di un enologo di spicco come Luca D’Attoma.
Anche le elevazioni in legno seguono la stessa logica di adattamento stagionale, botti grandi, tonneau e barrique vengono poi assemblate in base alle condizioni climatiche della stagione: se troppo piovosa prevarranno le botti piccole, al contrario se molto secca prevarranno le botti grandi, questo per garantire una linearità e riconoscibilità della cantina, livellando le differenze sostanziali che si possono presentare.
Gabriele ci accompagna poi in una passeggiata tra i vigneti, ed è stata una bellissima lezione di agronomia direttamente sul campo.
Arriviamo al primo impianto di Trebbiano Spoletino presente a Montefalco che è di fatto una memoria viva, dove sono presenti ben 96 variazioni genetiche di questo vitigno, una autentica ricchezza che è servita ad impiantare ulteriori tre ettari per una produzione di circa 30.000 bottiglie.
Quasi tutti gli impianti di Perticaia ormai sono a guyot, scelta che serve a competere con il cambiamento climatico degli ultimi anni. Difatti per la struttura della pianta, il numero di grappoli, il fogliame il metodo guyot garantisce una maturazione più omogenea del grappolo ed una maggior freschezza al vino.
Bellissima la lezione sulla gestione dei tralci e della potatura, con decisioni che vanno ad influire su quale ramo produrrà nel 2026, quale nel 2027, lasciandosi due opportunità di scelta addirittura per il 2028.
Raggiungiamo la struttura per iniziare la degustazione, in terrazza godendo di una vista meravigliosa della campagna umbra, e dei loro vigneti.
Ci raggiunge anche Federica, responsabile dell’accoglienza in cantina, ed iniziamo con Lui, Trebbiano Spoletino 2025, fresco fresco di bottiglia, solo due mesi.
Viene lavorato esclusivamente in acciaio, 4/5 mesi sulle fecce fini e poi imbottigliato.
E’ un giovanotto che si presenta con una sventagliata di frutta italiana per dirla alla Gabriele, pesca bianca, albicocca e melone, di un giallo paglierino luminoso, anche i fiori tendono sul dolce come fiori di acacia e un po di gelsomino, quasi un naso semiaromatico con la presenza di maggiorana e salvia, e un netto pepe bianco.
E’ un vino che si presta ad accompagnare molti piatti, sicuramente con qualche mese di bottiglia in più sulle spalle cambia anche l’assetto gustativo sviluppando quella complessità data dalle fecce fini. Molto piacevole, è un vino verticale di ottima beva e di buona persistenza.
La sottile finezza del Trebbiano chiama subito l’opulenza del Grechetto, la bacca bianca maggiormente diffusa nella regione, sempre annata 2025 ma già si differenzia dal colore che risulta essere quasi dorato, la frutta è più matura e succosa, la pesca a polpa gialla, un buon melone maturo, pera e spezie dolci come noce moscata, si sente anche un leggero tannino ed una leggera vaniglia, riempie bene il palato ed è un vino di corpo succulento.
Gabriele ci invita a risentire però il Trebbiano Spoletino come è cambiato con qualche grado di temperatura in più e come tiene testa anche al Grechetto, vero! Scaldandosi si sprigiona notevolmente, arriva anche il fiore di sambuco ed una mandorla finale.
Federica ci versa un’altro vino bianco, sempre Trebbiano Spoletino, che col disciplinare 2025 potrà chiamarsi riserva, questo è il loro Cru, Del Posto 2023.
Si cambia livello.
Per l’elevazione una parte della massa viene messa in quattro tonneau, di cui una rinnovata ogni anno, e la restante parte in acciaio, affina un anno sulle fecce fini con continui batonnage, poi viene ripulito e riassemblato.
E’ un vino da effetto WOW pieno!
Splendido! Al primo sorso io ed Emma con un rewind temporale di tre mesi siamo tornati a Siena quando, assaggiandolo, ci siamo guardati negli occhi per un paio di secondi e poi girandoci abbiamo incrociato il sorriso sul viso di Gabriele!
Giallo oro, e il colore anticipa quelle che sono note dichiarate e decise di pietra focaia, miele di acacia, addirittura rosmarino, pepe rosa, vaniglia e cannella, scorza di cedro, un delicato tannino, note burrose…. Uno splendido vino, che sposa magistralmente potenza ed eleganza, un vino che nobilita e che viene nobilitato anche nella scelta della bottiglia scura e nel tappo di sughero, lo stesso riservato al Sagrantino.
Dai bianchi passiamo ad un rosato, punto d’arrivo di diverse sperimentazioni e tentativi, Umbria Rosato 2024 è composto da tre bacche rosse e tre bacche bianche, raccolte e vinificate insieme.
Ha un colore non troppo carico, ma è nell’olfattiva che invece sorprende, i profumi sono più da vino rosso, ed anche la complessità in bocca riporta a quella dimensione, l’uvaggio con i tre bianchi comunque regala una bella acidità e slancio nella beva che, secondo noi, legata al tannino dei rossi lo porta avanti anche di qualche anno, può evolversi ancora di più. Anche questo come i vini bianchi appena assaggiati dopo un paio di minuti e con qualche grado in più si apre tantissimo, la beva è davvero piacevole, bicchiere dopo bicchiere.
Federica ci raggiunge con il primo rosso, Montefalco Rosso 2021, Sangiovese, Sagrantino ed un 5% di Merlot.
Nel bicchiere è un luminoso rosso rubino, fresco nei sentori di frutta piccola, ribes, mirtilli e lamponi in primis, anche una prugna susweet, spezie accennate e di media struttura, al secondo sorso noto anche una parte minerale nel finale, il Sangiovese ed il Merlot sono in equilibrio ottimo con il Sagrantino, smussano un po i tannini e donano molta morbidezza.
Per finire Federica ci versa Montefalco Sagrantino 2013, stupendo! Fatto di seta, è nel centro della sua potenzialità, tutto suona insieme, tutto è integrato, succoso.
Sempre piccoli frutti ma più maturi e più neri, more e mirtilli, una rosa appassita e viola, note balsamiche e sentori terziari si rimpallano la scena, uno sfondo di cacao e caffè, liquirizia, cannella e mirto. Omogeneo nel dichiararsi, senza squilli eccessivi e con tutti gli aromi e sentori in ottimo equilibrio.
E’ proprio vero che la differenza la fanno i dettagli, lo ha più volte sottolineato Gabriele durante la nostra visita e lo abbiamo colto anche noi appena arrivati.
Perticaia è una cantina dove ambizione e passione crescono insieme seguendo il desiderio di una continua evoluzione sempre con eleganza, pulizia e precisione nel bicchiere.
Gabriele è generoso e coinvolgente, nel modo in cui accompagna il racconto in vigna e nel modo in cui racconta i vini in degustazione. Sa trasformare la visita in cantina in una esperienza a tutto campo, è’ il vero Plus di Perticaia.
Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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14 Maggio, 2026
Giuseppe Luciano Aieta (Cà du Ferrà) entra nel Consiglio Direttivo del Seminario Permanente Luigi Veronelli.
Giuseppe Luciano Aieta eletto nel nuovo Consiglio dell’Associazione, che celebra il quarantesimo anno dalla fondazione e il centenario dalla nascita di Luigi Veronelli
Il 26 aprile scorso l’assemblea del Seminario Permanente Luigi Veronelli ha eletto il nuovo Consiglio Direttivo, segnando un momento di rinnovamento nel segno della continuità: quest’anno l’Associazione celebra il quarantesimo dalla fondazione e il centesimo anniversario dalla nascita di Luigi Veronelli.
Tra i nuovi eletti figura Giuseppe Luciano Aieta, che insieme a Davide Zoppi conduce Cà du Ferrà, realtà vitivinicola di Bonassola — a due passi dalle Cinque Terre — dedicata alla cura di suoli antichi e vitigni storici del Levante ligure.
La sua elezione si inscrive nella vocazione più profonda del Seminario: dar voce ai vignaioli, figura che Veronelli stesso portò alla ribalta, conferendole lustro e centralità nel dibattito culturale sul vino italiano.
Nato a Como nel 1982, Aieta si è formato in Ingegneria gestionale, conseguendo poi un master in Finanza innovativa. Dopo quasi dieci anni come dirigente in una delle principali multinazionali europee nel settore dell’educazione, ha lasciato la carriera corporate per fondare con suo marito Cà du Ferrà: un progetto nato dalla necessità di mettere in dialogo terre e pensieri, mani e visioni, attraversando culture diverse senza mai tradire l’origine.
La presidenza del nuovo Consiglio è affidata ad Aldo Tagliaferro, giornalista professionista da oltre trent’anni e vice capo redattore della Gazzetta di Parma, già consigliere del Seminario dal 2024. Una scelta che il Seminario stesso definisce un omaggio esplicito alla figura di Veronelli, che rivendicava con orgoglio la propria identità di giornalista e non smise mai di scrivere di vino e di cibo criticamente.
Per Cà du Ferrà si tratta di un riconoscimento che va oltre la persona.
La Cantina
Ci sono riconoscimenti che non appartengono soltanto alle persone. Appartengono alle vigne. Alle pietre. Al sale del mare. Al vento che risale i muri a secco. Alla fatica silenziosa di chi custodisce un territorio senza mai smettere di ascoltarlo. Entrare nel Seminario Veronelli significa sedersi dentro una visione del vino libera, profonda, ostinata. Quella che Luigi Veronelli ha acceso e che ancora oggi continua a illuminare chi sceglie di restare fedele alla terra e alla propria coscienza. Un onore che appartiene prima di tutto a un cammino.
Una responsabilità culturale, dunque, oltre che un riconoscimento: la conferma che il vino, nella visione di Cà du Ferrà, non è un prodotto ma un racconto umano, agricolo e poetico. Un atto di verità e la forza della Liguria più vera.
La Redazione
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14 Maggio, 2026
Festa del Ruchè 2026: il 16 e il 17 Maggio a Castagnole Monferrato la festa che celebra un vitigno simbolo del territorio
Dopo il positivo riscontro ottenuto da Anteprima Ruchè, che ha confermato l’attenzione crescente attorno alla denominazione con la partecipazione di più di 250 visitatori e il coinvolgimento di 16 aziende, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato prosegue il percorso di valorizzazione del Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG con il ritorno della Festa del Ruchè, in programma sabato 16 e domenica 17 maggio 2026 presso la Tenuta La Mercantile di Castagnole Monferrato.
L’appuntamento segue il successo dell’evento Anteprima Ruchè, particolarmente apprezzato per la formula che ha permesso al pubblico e agli operatori di conoscere da vicino le nuove espressioni della denominazione attraverso momenti di degustazione dedicati all’annata 2025, confermando l’interesse che questo vitigno continua a suscitare tra consumatori, stampa specializzata e professionisti del settore.
Il Presidente Filippo Mobrici
Il ruolo del Consorzio è quello di tutelare e promuovere le proprie denominazioni attraverso iniziative concrete che sappiano valorizzare il patrimonio enologico del Piemonte che rappresentiamo e tuteliamo. Eventi come la Festa del Ruchè permettono di mettere al centro i nostri vini, il lavoro dei produttori e l’identità dei territori, creando occasioni autentiche di incontro con il pubblico e con gli operatori. Il Ruchè di Castagnole Monferrato DOCG è una denominazione di forte personalità che supera il milione di bottiglie, legata a un’area produttiva circoscritta nel cuore del Monferrato astigiano. Negli ultimi anni ha saputo conquistare crescente attenzione sui mercati e tra gli appassionati grazie alla sua capacità di coniugare identità territoriale, versatilità gastronomica e contemporaneità di stile. La Festa del Ruchè nasce proprio con l’obiettivo di raccontare questa unicità direttamente attraverso la voce dei produttori.
Promossa dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato in collaborazione con Go Wine, la manifestazione rappresenta ormai un momento di riferimento per il territorio e per tutti coloro che desiderano approfondire la conoscenza di uno dei vini più identitari del Piemonte. Per due giornate, produttori, enoappassionati e visitatori potranno incontrarsi all’interno della storica Tenuta La Mercantile, elegante complesso risalente alla fine del XVII secolo circondato da un raffinato giardino all’italiana, luogo capace di unire fascino storico e vocazione all’accoglienza.
Nel corso di sabato 16 e domenica 17 maggio, la Tenuta aprirà le proprie porte con ingresso libero agli spazi esterni, offrendo un contesto accogliente dove vivere il territorio tra vino, gastronomia e intrattenimento. Cuore della manifestazione saranno i banchi d’assaggio, organizzati nei turni dedicati all’interno delle sale storiche del complesso, dove il pubblico potrà degustare liberamente le etichette presentate dalle cantine associate al Consorzio, incontrare personalmente i produttori, confrontarsi sulle diverse interpretazioni della denominazione e approfondire caratteristiche, annate e stili produttivi.
Gli spazi esterni vivranno di un’atmosfera vibrante con proposte gastronomiche dedicate alle specialità del territorio interpretate da una selezione di ristoranti della zona, pensate per accompagnare al meglio i calici di Ruchè. La serata di sabato sarà ulteriormente animata da musica dal vivo, trasformando la Tenuta in un luogo di incontro e convivialità capace di valorizzare il legame tra vino e cultura del territorio.
L’accesso sarà gratuito, mentre per partecipare ai banchi d’assaggio sarà previsto un ticket degustazione. Il costo è di 25 euro per il pubblico, con riduzione del 10% per l’acquisto online. Tariffa agevolata a 20 euro per i soci delle associazioni di settore AIS, FISAR, Go Wine e ONAV, previa presentazione della tessera in corso di validità al momento del ritiro del materiale degustazione.
Tutte le informazioni sono disponibili sul sito: www.viniastimonferrato.it
Con la Festa del Ruchè, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato rinnova il proprio impegno nella promozione delle denominazioni del territorio attraverso eventi capaci di unire qualità, cultura e accoglienza. Un’occasione preziosa per scoprire da vicino il Ruchè, incontrarne i protagonisti e vivere il Monferrato attraverso uno dei suoi vini più originali e rappresentativi.
IL CONSORZIO BARBERA D’ASTI E VINI MONFERRATO
Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946, ha il compito di tutelare e promuovere le sue denominazioni per garantire la loro diffusione e la loro immagine sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso appositi marchi distintivi. Attualmente il Consorzio conta più di 430 aziende associate e 12 denominazione tutelate.
La Redazione
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14 Maggio, 2026
Alta Langa Roma: cronaca di un Grande Successo.
Alla Terza Edizione 47 Aziende e 115 Cuvèe in degustazione. Con oltre 700 Operatori Accreditati
L’Alta Langa DOCG ancora una volta cattura l’attenzione della Capitale, lunedì 11 maggio, con “Alta Langa Roma”, evento andato in scena allo Spazio Field di Palazzo Brancaccio e rivolto al mondo dell’Horeca e della stampa, organizzato per il terzo anno consecutivo dal Consorzio Alta Langa.
Oltre 700 ospiti accreditati, 115 cuvée in degustazione suddivise tra vini bianchi, rosati e riserve, nella tipologia brut e pas dosé, 47 produttori presenti, tre masterclass sold out guidate da Marco Reitano, sommelier del ristorante Tre Stelle Michelin La Pergola (Rome Cavalieri – The Waldorf Astoria): numeri che testimoniano un successo crescente e un legame sempre più saldo tra Alta Langa DOCG e Roma, frutto di un lavoro attento e puntuale del Consorzio, iniziato già nell’autunno del 2023, con una tappa del format “Alta Langa DOCG: Anima di un Territorio” e proseguito nel 2024 e nel 2025 con le prime due edizioni della manifestazione.
I produttori di Alta Langa DOCG presenti ad Alta Langa Roma
Partiamo dai protagonisti della giornata, i produttori: Abrigo Fratelli, Agricola Brandini, Agricola TT, Anna Maria Abbona, Banfi, Bera, Bosca, Cantina Clavesana, Casa E. di Mirafiore, Colombo, Contratto, Coppo, Cortino, Cuvage, Daffara & Grasso, Deltetto 1953, Duchessa Lia, Enrico Serafino, Ettore Germano, Fontanafredda, Gancia, Garesio, Ghione Anna, Giulio Cocchi, Ivaldi, La Fusina, La Torre di Castel Rocchero, Marcalberto, Marco Capra, Marziano Abbona, Nada Giuseppe, Paolo Ferri, Pecchenino, Pianbello, Piazzo Comm. Armando, Podere Gagliassi, Poderi Cusmano, Poderi Vaiot, Rizzi, Roccasanta, Saffirio, Tenuta Carretta, Tenuta Il Falchetto, Tenuta Langasco, Terre del Barolo, Tosti1820, Vite Colte.
Giovanni Minetti – il Presidente del Consorzio Alta Langa
Oltre al grande afflusso di operatori, in questa edizione di Alta Langa Roma abbiamo raggiunto un numero importante di aziende partecipanti, e il fatto che i nostri produttori abbiano accolto con questo entusiasmo l’invito del Consorzio spiega meglio di tante parole la loro voglia – e l’orgoglio – di presentare al pubblico di esperti e professionisti la propria interpretazione di un prodotto di alta qualità che sta ricevendo sempre più attenzione e apprezzamenti. Il risultato di giornate come queste rafforza la nostra intenzione di consolidare l’appuntamento di Roma come evento promozionale consortile fisso e ricorrente, come momento di confronto con gli operatori e il pubblico professionale e come un’occasione unica per presentare le annate attualmente in commercio di Alta Langa DOCG e le caratteristiche di un territorio di origine unico e straordinario.
Il cocktail: “Torino Royal”
Nel corso dell’evento, Christian Comparone, Bar Manager di Baylon Cocktail Bar&Bistrot ha presentato il cocktail “Torino Royal”: “Il drink – ha spiegato Compratone – nasce come interpretazione contemporanea del Piemonte, proponendo un dialogo tra alcune delle sue espressioni più identitarie: l’Alta Langa Docg, il Vermouth di Torino Igp e il Rosolio di Torino, insieme al liquore alla nocciola, testimonianza liquida della nocciola piemontese. La ricetta dà vita a un equilibrio armonico e stratificato, in cui note agrumate, floreali e speziate si intrecciano con la complessa verticalità del Metodo Classico. Il risultato è un cocktail di grande bevibilità, rotondo e vibrante, capace di valorizzare le caratteristiche distintive dell’Alta Langa e di raccontarne la versatilità anche nel mondo della miscelazione”.
Alta Langa DOCG incontra Roma: dieci locali protagonisti
Nei giorni precedenti l’evento, dieci rinomati locali romani sono stati protagonisti di un servizio fotografico che ha contribuito a diffondere l’allure dell’Alta Langa Docg nella Città Eterna. Il metodo classico piemontese ha incontrato la ristorazione romana per raccontare tante storie di passione e maestria, dalla sala al cuore delle cucine, in un viaggio fotografico che celebra i sapori e insieme con i protagonisti della scena gastronomica romana. Gli scatti sono stati pubblicati sui canali social del Consorzio. I locali coinvolti: Osteria Della Vittoria, Pierluigi, Antico Arco, Il Convivio Troiani, Avenida Caló, Mamma Orso, Al Ceppo 1968, La Quercia, San Baylon e Bylon Cocktail Bar.
Un progetto che già lo scorso anno aveva coinvolto i locali Mirabelle, Follie del Villa Agrippina a Gran Meliá Hotel, L’Arcangelo, Armando al Pantheon, Sushisen, Romané di Stefano Callegari, Baccano, Idylio by Apreda del The Pantheon Iconic Rome Hotel, Ai Piani e Osteria Chiari.
Le Partnership
S.Bernardo rappresenta la perfetta unione di qualità, tradizione ed eleganza. La sua fonte ha origine nelle Alpi Marittime piemontesi, a un’altezza di 1.300 m, in un ambiente incontaminato. Conosciuta sin dal 1926 per la sua leggerezza e per le eccellenti caratteristiche organolettiche, dagli anni Novanta è anche espressione del design italiano, grazie alla sua inconfondibile bottiglia “Gocce”, disegnata da Giorgetto Giugiaro, ancora oggi icona di stile.
La Tradizione, a Roma è una storica bottega gastronomica, riconosciuta per la straordinaria selezione di salumi e formaggi di alta qualità provenienti da tutta Italia e non solo. Un indirizzo iconico che custodisce e valorizza il patrimonio enogastronomico nazionale attraverso ricerca, competenza e attenzione della materia prima.
Olio Quattrociocchi è un’eccellenza dell’olivicoltura italiana, sinonimo di qualità, innovazione e profondo legame con il territorio laziale. Un’azienda di Alatri che, attraverso una filiera attenta e tecniche all’avanguardia, valorizza l’olio extravergine d’oliva come espressione autentica della tradizione e della cultura mediterranea.
IL CONSORZIO ALTA LANGA
Il Consorzio Alta Langa è stato costituito nel 2001, con l’obiettivo di tutelare un prodotto nato dopo molti anni di ricerche e studi sulla vocazionalità delle aree interessate. Uno spumante nato come progetto sperimentale, riunisce oggi viticoltori e produttori appassionati e lungimiranti che, spinti da un grande orgoglio piemontese, hanno fatto crescere questa denominazione giovane ma con radici profonde che rimandano alla seconda metà dell’800. La grande scommessa, che unisce tutti, è quella di produrre ogni anno un vino spumante di grande qualità, importante e identitario. A dicembre 2025 il Consorzio conta 100 produttori e 90 viticoltori associati e vanta una partnership di lunga data con la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, di cui è Main Sponsor e dove l’Alta Langa DOCG è Official Sparkling Wine, e con il mondo Slow Food, in particolare con la Banca del Vino e con l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Il Consorzio è inoltre partner tecnico del Teatro Regio di Torino. L’Alta Langa DOCG è stato nominato “Vino dell’Anno Regione Piemonte” 2025.
L’ALTA LANGA DOCG
L’Alta Langa Docg raccoglie l’eredità e prosegue la tradizione del primo metodo classico d’Italia, nato proprio in Piemonte nella seconda metà del 1800. La denominazione ha ottenuto la Doc nel 2002 e il massimo riconoscimento qualitativo della Docg nel 2011, e oggi ha una produzione ancora molto limitata e rappresentata da circa tre milioni di bottiglie. L’Alta Langa Docg è prodotto con uve Pinot nero e Chardonnay tra il 90 e il 100%, vinificate in purezza o insieme in percentuale variabile; il blend può essere integrato con un 10% di uve da vitigni autorizzati alla coltivazione all’interno dell’area di origine, di colore bianco o nero ma non aromatiche. Le tipologie sono bianco o rosé nelle versioni brut, extra-brut o pas dosé e il vino si avvale di un tempo di affinamento sui lieviti di almeno 30 mesi, come prevede il disciplinare di produzione (60 per la tipologia “Riserva”). Caratteristica distintiva dell’Alta Langa è quella di essere uno spumante esclusivamente millesimato, cioè frutto di un’unica annata: ogni bottiglia riporta sempre in etichetta l’anno della vendemmia, legandosi indissolubilmente alle particolari caratteristiche di quella specifica raccolta, effettuata rigorosamente in modalità manuale e con le uve riposte in piccoli contenitori. Viene prodotto in un territorio alto collinare (440 metri slm l’altitudine media) che abbraccia le province di Alessandria, Asti e Cuneo: una terra che dall’Appennino vede le cime innevate delle Alpi e respira il profumo del mare. Una terra che raccoglie l’eredità tramandata dagli avi e mantenuta intatta per molto tempo senza subire trasformazioni radicali. Un territorio prezioso, da sostenere e da scoprire, con una grande biodiversità. Terra letteraria, terra straordinaria ricca di racconti di resistenza – bellica e culturale -, che ha fatto fronte al cambiamento dei tempi senza perdere memoria e identità.
I NUMERI DEL CONSORZIO E DELL’ALTA LANGA DOCG:
Oltre 100 cantine produttrici associate al Consorzio
500 ettari di vigneto tra le province di Alessandria, Asti e Cuneo
Il “vigneto Alta Langa” è – in via indicativa – coltivato per 2/3 a Pinot nero e per 1/3 a Chardonnay
500.000 bottiglie potenziali prodotte con la vendemmia 2025 (in commercio non prima dell’autunno 2028)
Mercato interno: 85%
Export: 15%
La Redazione
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14 Maggio, 2026
Vinolok rafforza la propria presenza in Italia con l’apertura di Vinolok Italia S.r.l.
Vinolok, leader globale nella produzione di chiusure in vetro premium per il settore del vino e degli spirits, annuncia la costituzione di Vinolok Italia S.r.l., la prima filiale internazionale del gruppo, operativa a partire dal 1° aprile 2026.
La creazione di questa filiale rappresenta una tappa strategica nel percorso di crescita dell’azienda e sottolinea l’importanza del mercato italiano, punto di riferimento per innovazione e qualità nel settore wine & spirits. L’obiettivo è rafforzare la presenza diretta sul territorio e consolidare il dialogo con cantine, distillerie e operatori del settore. La nuova filiale sarà guidata da Filippo Peroni in qualità di General Manager, con la responsabilità di coordinare e sviluppare tutte le attività sul territorio italiano.
Vinolok Italia si fonda su una storia di successo costruita nel tempo, ulteriormente consolidata grazie alla partnership con Amorim Cork Italia. Gli sforzi congiunti dei due team, sotto la guida di Carlos Veloso dos Santos, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’aumentare la notorietà del marchio e nel rafforzare progressivamente la fiducia degli operatori del settore.
Carlos Veloso dos Santos
La nostra collaborazione prosegue e la creazione di Vinolok Italia rappresenta un naturale passo successivo. La nuova filiale permetterà a un team dedicato di concentrarsi sullo sviluppo del mercato italiano, rafforzando ulteriormente le solide basi che abbiamo costruito insieme.
Filippo Peroni
Siamo fiduciosi che questa nuova fase rafforzerà ulteriormente la collaborazione con i nostri partner italiani e sosterrà la crescita continua del mercato delle chiusure in vetro premium in Italia.
La creazione di Vinolok Italia garantirà la piena continuità delle partnership esistenti e delle attuali condizioni commerciali, assicurando stabilità ai clienti e ai partner attuali. Allo stesso tempo, la presenza di una struttura locale dedicata consentirà un approccio ancora più mirato, reattivo e specializzato, supportato da un team interamente focalizzato sul mercato italiano.
Con Vinolok Italia, il gruppo compie un passo significativo nella propria strategia di internazionalizzazione, rafforzando il presidio in uno dei mercati più strategici a livello globale per il settore wine & spirits.
Vinolok
Vinolok, azienda pioniera nel settore delle chiusure in vetro con oltre 20 anni di esperienza, rappresenta un connubio armonioso tra tradizione, innovazione e responsabilità ambientale. Con radici nella Repubblica Ceca, dove si trova la sede centrale, l’azienda è diventata un leader globale e un punto di riferimento per le chiusure in vetro nel packaging alimentare e delle bevande, ridefinendo estetica e funzionalità. Il suo stabilimento produttivo all’avanguardia si trova nello scenario incontaminato e suggestivo dei Monti Jizera, nella Repubblica Ceca. Qui, artigiani altamente qualificati operano all’incrocio tra la rinomata tradizione vetraria del Paese e le tecnologie più avanzate, garantendo che ogni chiusura Vinolok® sia un vero capolavoro. Il risultato sono chiusure in vetro che valorizzano l’estetica del packaging preservando al contempo l’integrità del prodotto. La missione di Vinolok va oltre la semplice funzionalità del packaging, rafforzando l’identità del marchio attraverso chiusure in vetro che non solo offrono elevate prestazioni, ma assicurano anche un impatto iconico ed elegante, nel pieno rispetto degli standard di sostenibilità. Rappresenta un nuovo concetto di chiusura che combina le più esigenti necessità enologiche con un design innovativo e contemporaneo.
La Redazione
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14 Maggio, 2026
BAROLO, BARBARESCO & ROERO 2026. GoWine porta a Roma il Piemonte.
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 21 Aprile, nelle ormai consuete sale dello STARHOTELS METROPOLE di Roma, l’instancabile GoWine ha organizzato l’Edizione 2026 di BAROLO, BARBARESCO & ROERO.
Un Evento dedicato al Nebbiolo, un viaggio sensoriale attraverso Denominazioni e Territori di uno dei vitigni più iconici del patrimonio ampelografico italiano che ha consentito ai numerosi winelovers intervenuti di comprenderne più a fondo caratteristiche e peculiarità.
GLI ASSAGGI
Circa quaranta le Aziende presenti, in parte personalmente in parte come “semplice” selezione al banco enoteca, tante etichette in cui ficcare il naso dribblando per quanto possibile le vecchie conoscenze e concentrandomi invece sulle novità.
Alla fine una quarantina di assaggi che mii hanno regalato una bella panoramica del Territorio e tra i quali ho selezionato la “TOP ELEVEN” che Vi propongo.
Undici vini che Vi invito a provare personalmente criticando le mie scelte e/o suggerendomi qualcosa da tenere a mente per il futuro.
QUELLI DA NOVANTA
– LANGHE DOC NEBBIOLO “CLARÉ J. C.” 2025, G. D. VAJRA: dal Piemonte sabaudo e tradizionalista arriva il vino che non ti aspetti, il “coup de theatre” che scuote alla base i preconcetti sul Nebbiolo e che in una serata in cui ti interroghi su quell’impressione che, come il Brunello dia l’impressione oggi di voler assomigliare sempre più a quel suo “cugino povero” che si chiama semplicemente Rosso, il Barolo pare essersi lanciato sulla strada in discesa della beva rinunciando all’erta della pensosa complessità.
Figlio di carteggi ritrovati, di opinioni presidenziali d’oltre Oceano, di appunti canonici, di pratiche enologiche spesso degne di un druido e dei gusti di un tempo passato spazza via la noia con un olfatto dal varietale detonante.
Violette, frutti di bosco neri e croccanti, arancia rossa, pepe, erbe aromatiche, liquirizia…
Il sorso è un sorriso a trentadue denti stampato in faccia, una corsa agilissima giù dalle colline langarole, ha il rapido e preciso riproporsi delle sensazioni olfattive e un’anima succosa che Vi fa avvicinare più volte il calice alla bocca celando la gola dietro la più consona immagine di chi sembra volerci capire qualcosa in più.
Verticale, godurioso, dissetante, saporito, appagante, godurioso.
Pétillant ma affatto pétulant.
Quasi non ci posso credere ma…per lui mi tocca scomodare uno dei miei tiratissimi 90 Punti (con un +).
Cercatelo e fatene scorta, ché la vita è tanto amara.
– BAROLO DOCG “BRICCO DELLE VIOLE” 2022, G. D. VAJRA: pensando all’annata si rimane sorpresi della freschezza olfattiva viva e luminosa, quasi che il vino voglia dirVi che può farsi beffe del tempo.
La viola è lì, nitida e carnosa, presenza immediatamente riconoscibile, mentre i piccoli frutti rossi conservano succo, polpa e una piacevole croccantezza.
L’anice e l’incenso accompagnano il profilo con discrezione, amplificandone il respiro balsamico; gli agrumi aggiungono tensione e slancio, quasi a far socchiudere gli occhi, mentre le spezie si adagiano su una nota terrosa di sana matericità.
Sorso aristocratico ma privo di distanza o compiacimento.
Profondo e misurato, affascina con la sua semplicità solo apparente e quella trama tannica finemente ricamata che accompagna la progressione con naturalezza verso una persistenza lunga, avvolgente, quasi totalizzante.
Inevitabilmente giovane, conserva qualcosa di appena irrisolto: una lieve indisciplina, quasi una sfrontatezza elegante, che oggi ne alimenta il fascino e lascia intuire molto del suo potenziale.
Da seguire con attenzione, ma senza cedere alla tentazione di rimandarne il piacere, ché già ora ha molto da raccontare.
90 Punti.
GLI ALTRI
– DIANO D’ALBA DOC DOLCETTO “SÖRÌ DEL RICCHINO” 2022, CASAVECCHIA: fresco!
Davvero fresco, di anice e liquirizia, appena terroso, boschivo di fragoline e mirtilli maturi, felce e ciclamini, pensieroso di rabarbaro e spezie sottili…
E in bocca freschezza e dinamica non fallano e danno la mano a ruvide piccantezze di cemento che danno una mano ai tannini nel mantenere vivo un sorso che in chiusura, gioca con sapidità e ricordi d’arancia.
88 Punti (con forse un -)
– ALTA LANGA DOCG “DOSAGGIO ZERO” 2018 RISERVA, SAN BIAGIO: si accende nel calice come una luce d’inverno: chiara, nitida, senza orpelli.
Il perlage sale lento e continuo, come un pensiero ostinato, riportando al naso un racconto essenziale, fatto di dettagli sottili.
L’agrume arriva per primo, vivo, quasi tagliente come l’aria fresca del mattino, la scorza di limone, il cedro.
Poi, con naturalezza, si fanno strada note più profonde, la crosta di pane, il lievito, un ricordo di nocciola, la pudicizia della camomilla e infine quella traccia minerale, asciutta, che sa di pietra e silenzio.
Nulla è in eccesso, nulla fuori posto.
Il sorso è un gesto preciso.
Non accarezza: disegna.
L’assenza di dosaggio lo rende diretto, quasi spoglio ma mai vuoto.
La freschezza lo attraversa come una corrente viva, mentre la bolla si fa carezza sottile accompagnando il vino in un equilibrio fatto di tensione e misura.
È una verticalità che non impone ma guida.
E poi il finale…lungo, netto come una linea tracciata con mano sicura.
Rimangono agrumi e sale a rimandare un’eco pulita che invita al silenzio e subito dopo a un nuovo sorso.
È un’Alta Langa che impressiona ma non vuole piacere a tutti e a tutti i costi, preferisce essere compreso da chi sa ascoltare i vini che parlano piano.
È essenzialità, un vino che toglie invece di aggiungere e, forse proprio per questo, lascia una traccia più profonda.
89 Punti portati con distinta leggerezza.
– VERDUNO PELAVERGA DOC 2024, SAN BIAGIO: la cannella e il pepe sono l’incipit di un olfatto monello, sgambetti speziati al passo ritmato delle rose e delle ciliegie.
E poi origano, salvia, erbe amare, pilastri di una progressione aromatica che non si perde in inutili giri di parole e va diretto al punto; brusco (ma efficace) ecco che mette sul piatto della bilancia il ferro e l’arancia lasciando che immaginiate quant’altro serva, oltre alle roselline selvatiche, per bilanciarne la rustica, tangibile presenza.
E in bocca scorre leggero, con disarmante semplicità.
Un fluire di freschezze e tannini che ci tengono a far sapere che ci sono anche loro, così come quei rovi inscindibili dalle bacche, più che solo un appena di gesso, un pepe sempre in agguato e il rumore delle sedie che spostate con poca grazia quando Vi alzate a versarne ancora.
Un vino per quelli che “solo certi vini”, un vino di cui c’è bisogno.
88++ Punti.
– BARBARESCO DOCG “MONTERSINO” 2019, SAN BIAGIO (PIEMONTE): entra nel calice come una storia di quelle che non hanno fretta di svelarsi.
All’inizio si concede poco, quasi a voler misurare chi ha di fronte.
Poi, lentamente, si apre: la ciliegia croccante, il lampone appena colto, petali di rosa e viola che sembrano portati da un vento leggero.
Un inizio diretto cui seguono sfumature più intime: un’ombra di liquirizia, spezie sottili, una traccia minerale che sa di terra e radici, come se il vino volesse ricordarti da dove viene prima ancora di dirti dove può arrivare.
Il sorso è un passo deciso su un sentiero di collina.
Non cede, non indulge.
La freschezza lo attraversa come una linea tesa, precisa, mentre la gioventù dei tannini ne disegna i contorni con mano ferma.
Non sono lì per compiacere, ma per costruire: danno ritmo, profondità, prospettiva.
E poi il finale, lungo, essenziale, quasi meditativo.
Rimane una scia floreale e balsamica, un’eco asciutta che invita al silenzio più che al commento.
È un Barbaresco che non cerca applausi immediati. Preferisce essere compreso, un sorso alla volta. Qui non c’è esuberanza ma equilibrio in divenire, è una promessa più che una dichiarazione, di quelle che si mantengono solo col tempo.
88++ Punti.
– BAROLO DOCG “RAVERA” 2022, G. D. VAJRA: al naso il quadro è subito leggibile e di bella profondità.
I frutti rossi maturi guidano l’apertura, con una traccia di amarena che richiama quasi la confettura, densa e scura. Poi arrivano spezie pepose, caffè in polvere e un respiro balsamico che alleggerisce e dà slancio, mentre sullo sfondo affiora una violetta discreta, mai invadente.
Ma il punto sembra stare altrove.
Perché a tenere insieme tutto è soprattutto quella firma di mineralità terrosa che attraversa il vino e lo ancora a una dimensione quasi contadina, concreta, profondamente umana.
In bocca mantiene la promessa.
Pieno, equilibrato, di potenza controllata, si muove con sicurezza senza mai eccedere. I tannini, incisi con cura, danno ritmo e vibrazione al sorso, accompagnandone lo sviluppo come un riff ben costruito, nel quale la sapidità sembra davvero essere plettro.
Un vino che non punta tanto sull’effetto, quanto sulla capacità di restare coerente e riconoscibile dal primo all’ultimo sorso.
89 Punti.
– LANGHE DOC NEBBIOLO “CAINASSA” 2024, ADRIANO MARCO E VITTORIO: è il classico vino che appena arriva in tavola sembra già parte della compagnia.
Nessun ingresso teatrale: si stappa, si versa e in pochi minuti c’è già qualcuno che dice “versane ancora un dito”.
Al naso è diretto e invitante, con quei piccoli frutti rossi, la rosa appassita, un po’ di spezie e quella nota balsamica che mantiene il registro teso e ben sveglio.
In bocca ha il passo giusto: fresco, scorrevole, con tannini presenti ma educati abbastanza da non interrompere conversazioni, risate e discussioni sul campionato.
Ha carattere, ma non gli piace essere preso troppo sul serio.
Non è il nebbiolo che pretende contemplazione e sopracciglio corrugato; è più quello che accompagna piatti generosi, pacche sulle spalle, qualche pugno sul tavolo per sottolineare un concetto fondamentale e bottiglie che si svuotano con sospetta rapidità.
Insomma, un nebbiolo sincero e godereccio, di quelli che fanno venire voglia di tagliare ancora una fetta spessa di salame e fare un altro giro.
87++
– BARBARESCO DOCG “BASARIN” 2020 RISERVA, ADRIANO MARCO E VITTORIO: c’è un momento, appena versato nel calice, in cui questo Barbaresco sembra quasi trattenere il fiato, come se il tempo non avesse fretta di raccontarsi.
Poi il vino si apre, piano, come una finestra su una collina di Langa al tramonto.
Arrivano profumi di rosa appassita e viola, sottili ma persistenti, seguiti da piccoli frutti rossi maturi che ricordano mani macchiate di vendemmia.
Ed ecco affacciarsi la liquirizia e il tabacco biondo, in un ben più che solo accenno balsamico che rinfresca il quadro olfattivo rendendolo vivo, pulsante.
In bocca è un racconto sussurrato, non un proclama.
L’ingresso è morbido, avvolgente, con i tannini a tessere trama e ordito, elegantemente presenti, mai ruvidi.
La freschezza guida il sorso con eleganza, tenendo insieme ogni elemento, mentre il vino si allunga con naturalezza, lasciando dietro di sé una scia sottile di fiori e terra, come il ricordo dei passi su un sentiero.
È un Barbaresco che non cerca di impressionare con la forza, ma di sedurre con l’armonia.
Più che raccontare il “BASARIN” evoca: una collina, il silenzio, il tempo che scorre lento.
E tu, nel frattempo, resti lì ad ascoltare, sorso dopo sorso.
88 Punti.
– LANGHE DOC NEBBIOLO “FUSCHÌA” 2023, CORDERO GABRIELE: il naso rivela un Nebbiolo nato per stare a tavola, meglio ancora in compagnia, con quella leggerezza di spirito che non coincide mai con la banalità.
Diretto e invitante, giocato su piccoli frutti rossi, sulla fragolina, la melagrana, la rosa appena sbocciata, con una sottile vena speziata che aggiunge ritmo senza complicare il quadro.
Il sorso è l’asso nella manica: scorrevole, fresco, il tannino c’è, cortese, aiuto, mai ostacolo alla beva.
È succoso, energico, fresco, con una chiusura asciutta quanto serve a pulire il palato e rendere naturale il versarsene ancora.
“FUSCHÌA” interpreta il Nebbiolo in chiave agile e quotidiana, senza rincorrere concentrazione o muscoli.
Un rosso che mette al centro il piacere del gesto, del bicchiere condiviso, della bottiglia che finisce troppo in fretta.
Più che un vino da contemplare, è un vino da vivere: sincero, dinamico, motivo per allungare una conversazione oltre il previsto.
88++
– BAROLO DOCG BUSSIA “DARDI LE ROSE” 2020, PODERI COLLA: c’è una lentezza naturale in questo vino, una calma quasi meditativa che sembra appartenere più al paesaggio che al tempo.
Si apre con gradualità, come fanno le cose che non hanno fretta di rivelarsi e trovano nella misura la propria forma più autentica.
Al naso il primo impatto è delicato, quasi sussurrato: rose e viole appassite, ciliegia rossa, melagrana, scorza d’arancia.
Poi, lasciando emergere foglie secche e terragna ferrosità, tabacco biondo e tè nero, spezie scure, liquirizia e una sottile vena mentolata.
Il sorso è deciso, materico, raccolto, scandito da tannini giovani e ben disegnati, che ne accompagnano lo sviluppo con energia e tensione.
Il frutto resta nitido e succoso, sostenuto da una freschezza vibrante e da una sapidità che dona ritmo e profondità.
Un sorso la cui naturale prosecuzione è un finale che è una scia lunga e pulita di erbe officinali, terra umida, liquirizia, spezie fini e ritorni di piccoli frutti rossi.
Un vino di dettaglio e progressione, costruito su equilibrio, definizione aromatica e profondità gustativa.
Ha ancora molto da raccontare e lo fa intuire con quella compostezza che appartiene ai vini destinati a crescere nel tempo.
89+ Punti.
E QUINDI?
E quindi grazie a GoWine per avermi voluto ospitare ancora una volta e per il grande lavoro che da anni fa per promuovere le piccole Aziende, il Territorio, le storie di uomini che lavorano duro per produrre quel vino che soddisfa il nostro edonismo.
Grazie ovviamente anche a tutte le Aziende presenti, ai Produttori che hanno avuto il buon cuore e la pazienza di sopportare la mia curiosità e grazie a Voi che avete avuto la cortesia di leggermi fino qui.
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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13 Maggio, 2026
Altro, Grottaferrata. L’idea diventa cucina e il gusto trova direzione
A Grottaferrata, nel cuore dei Castelli Romani, Altro cucina e cocktail si muove fuori dalla traiettoria più riconoscibile del territorio, legata a una cucina tradizionale e codificata. Non lo dichiara, lo si percepisce entrando.
Qui non si viene solo per mangiare bene. Si viene per vivere un momento che resta.
In un contesto dove la ristorazione segue spesso una linea riconoscibile, legata alla tradizione, Altro sceglie un altro passo. Sceglie di offrire un esperienza che resta e non va dimenticata.
Si entra e il ritmo cambia in modo naturale. Il giardino d’inverno filtra la luce, il verde entra nello spazio, la sala cocktail accoglie con divani bassi e un’atmosfera più raccolta.
Ci si siede e la sensazione è chiara: qui il tempo scorre per restare e ricordare e forse anche sognare dimenticando di essere ai castelli.
Seduti sui divanetti, insieme ad Anna Risuglia, sommelier che guiderà la degustazione, e a Giorgia Ramelli, titolare, il percorso inizia con un cocktail di benvenuto preparato da Elia Gatta, titolare e restaurant manager del locale.
Un vermouth rosso artigianale Raina, lavorato con acqua brillante e oli essenziali al limone: sorso pulito, aromatico, diretto.
Accanto, una focaccina alle erbe: alta, soffice, leggermente speziata.
È in questo momento che la sala cambia ancora: la distanza sparisce, la serata prende una forma più concreta e le chiacchiere diventano un modo per sentirsi a casa.
Dalla cucina arrivano lo chef Alessio Ciampanella e il sous chef Matteo Ghetta. Si fermano al tavolo, si siedono, e la serata prende un’altra direzione. Inizia una chiacchierata che diventa confronto ma anche scambio di idee, opinioni e punti di vista.
Si parla di cucina, di viaggi, di come nasce un’idea e di come si trasforma in piatto.
E da qui si entra davvero nel loro mondo.
Lo chef Alessio Ciampanella
A dirigere la cucina è Alessio Ciampanella, giovane, con un’energia evidente, affiancato dal sous chef Matteo Ghetta.
Il menù racconta la passione per i viaggi. Ogni viaggio parte dal luogo in cui ci si trova, per poi aprirsi a direzioni meno immediate, fatte di profumi, spezie e sfumature nuove.
Le spezie e le erbe aromatiche sono il filo conduttore della sua cucina. Non un dettaglio, ma una struttura, un elemento essenziale che non può mancare.
Per lui cucinare è gioco, scoperta, esplorazione. È la sua felicità.
Un modo per trovare nuovi equilibri e portarli nel piatto in modo leggibile. L’istinto ha un ruolo centrale. La tecnica è importante, ma resta uno strumento.
Non esiste il piatto perfetto, esiste un equilibrio che cambia. I piatti non nascono dalla materia prima, ma da un’idea precisa, quella dello chef che la traduce in qualcosa di concreto, da gustare. Il menù segue la stagionalità e si muove su due direzioni:
piatti comfort, pensati per avvicinare il cliente alla sua cucina, e proposte più spinte, costruite per far vivere un’esperienza. Se la sua cucina avesse un sapore, sarebbe speziato. Il risotto è il piatto che lo rappresenta più di tutti: con salsa di alapegno, mantecato con ricotta di pecora locale, emulsione di limone lavorata con sale e zucchero, poi affumicata, chiuso con paprika affumicata e lime nero persiano. La carta dei vini è costruita su vignaioli artigianali, piccole realtà che dialogano con i piatti e ne accompagnano il percorso. Ma il vero fiore all’occhiello di Altro è la fusione tra cucina e cocktail. Due mondi che si incontrano, si intrecciano, si esaltano a vicenda.
Ogni piatto che prende forma è accompagnato da un drink che nasce per renderlo unico e riconoscibile. La degustazione Benvenuto dello chef Samosa di maiale laccata in agrodolce, spolverata con tanduri. Il maiale resta succoso e ben lavorato, la laccatura introduce una dolcezza controllata che non domina. Il tanduri entra in progressione, costruendo una piccantezza che accompagna senza coprire. Bao con ragù di polpo e salsa barbecue con acqua di cottura del polpo. Il bao risulta soffice, con una buona elasticità. Il ragù è concentrato, con una sapidità definita ma equilibrata. La salsa barbecue lega il piatto senza appesantire. Foglia di shiso con stracchino di pecora, emulsione di arachidi e limone candito. La foglia apre con una nota vegetale netta, lo stracchino porta cremosità, le arachidi aggiungono croccantezza. Il limone candito chiude con una spinta acida precisa. Il vino Artico Rosé di Federico Artico, IGP rosato. Colore cerasuolo, piccoli frutti rossi e una traccia minerale. L’etichetta, firmata dallo street artist romano Diamond, anticipa il carattere del vino. Lo street food thailandese Pan brioche con gambero rosa, spezie, lime, cipollotto, jus di pollo, salsa yogurt e salsa piccante, con gambero rosa crudo e erba cipollina. Va mangiato con le mani. Il gambero lavora su doppia lettura, il jus porta profondità, yogurt e salsa piccante bilanciano. Il primo Tortelli fatti in casa di fagiano in salmì con brodo di pollo arrosto e olio alle erbe aromatiche Il tortello è ben chiuso, con una sfoglia sottile che regge senza cedere. Il ripieno di fagiano in salmì è concentrato, con una componente selvatica controllata che resta elegante. Il brodo di pollo arrosto lavora in profondità: non è solo accompagnamento, ma parte attiva del piatto. Porta una nota tostata e una leggera grassezza che avvolge il tortello senza coprirlo. L’olio alle erbe aromatiche interviene a completare il quadro: aggiunge una spinta fresca e vegetale che alleggerisce il brodo e ne amplifica la lettura aromatica, rendendo il piatto più dinamico. L’equilibrio sta proprio lì: tra la parte più intensa del ripieno, la struttura del brodo e la freschezza delle erbe, che mantengono il piatto leggibile fino alla fine. Il risotto Le parole dello chef le ritrovo nel piatto: risotto Riserva San Massimo mantecato con ricotta di pecora, emulsione di limone affumicato, salsa di alapegno, paprika affumicata e lime nero persiano Il chicco è lavorato correttamente, resta distinto e mantiene struttura. La mantecatura con ricotta di pecora porta cremosità e una componente lattica piena, mai invadente. La costruzione del piatto si sviluppa in sequenza: il piccante entra subito, diretto ma controllato, mentre affumicatura e agrumi lavorano sul finale, asciugando il palato e lasciando una persistenza più definita. È un piatto costruito per stratificazione, dove ogni elemento entra con un ruolo preciso senza creare confusione. Il vermouth Vermouth Numero Uno Raina – Francesco Mariani. Profilo aromatico complesso, tra spezie e agrumi. L’abbinamento funziona grazie al dialogo con la foglia di shiso. Il secondo Filetto di manzo sulla yakitori giapponese con fondo di spezie asiatiche e foglia di shiso alla base e in fusione La cottura è precisa, il filetto mantiene succosità e una consistenza morbida ma ancora strutturata. La tecnica yakitori lavora sulla superficie, creando una leggera caramellizzazione che amplifica il sapore della carne. Il fondo alle spezie asiatiche è concentrato ma controllato: accompagna senza coprire, costruendo una profondità aromatica persistente. La foglia di shiso è l’elemento chiave del piatto. Introduce una nota vegetale, fresca e leggermente balsamica che alleggerisce il morso e prepara il palato. Ed è proprio qui che entra il vermouth. Il dolce Colomba artigianale fatta da loro con arancia candita e cioccolato fondente, glassa di pasta di mandorle e fave di cacao, accompagnata da rocher al cioccolato fondente, amarena e nocciola La colomba è ben lavorata, soffice, con una struttura che mantiene umidità e leggerezza.
L’arancia candita entra con una nota agrumata netta, mentre il cioccolato fondente porta profondità e una leggera componente amaricante che bilancia il dolce. La glassa di mandorle e fave di cacao aggiunge croccantezza e una spinta aromatica più complessa, rendendo il morso più articolato. Il rocher lavora in parallelo: più goloso, più diretto, con la nocciola che amplifica la parte grassa e l’amarena che introduce una nota acida che pulisce il palato. È un finale che gioca su consistenze e contrasti, senza risultare eccessivo. Altro non è un ristorante dei Castelli. È un posto che ti sposta, ti indica una direzione da seguire e da scoprire. Ti fa uscire da una cucina che conosci e ti porta dentro un percorso fatto di spezie, viaggi, idee. Ma senza mai perdere il contatto con chi hai davanti. La cosa che resta non è solo il piatto.
È il tempo che passi lì. È la sensazione di stare a parlare con Elia, con Anna, con Giorgia, con chi quel posto lo vive ogni giorno, senza distanza, senza costruzioni. Mangiare, bere, ascoltare.
E accorgersi che la serata scorre senza accorgersene. Le luci morbide, il giardino d’inverno, il ritmo della sala: tutto contribuisce a costruire un ambiente che non è solo accogliente, ma vivo e che resta. Altro è questo. Un posto dove entri per cena e ti ritrovi a vivere qualcosa che non è solo un’esperienza gastronomica, ma un momento che porti dentro e non dimentichi. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Un modo per trovare nuovi equilibri e portarli nel piatto in modo leggibile. L’istinto ha un ruolo centrale. La tecnica è importante, ma resta uno strumento.
Non esiste il piatto perfetto, esiste un equilibrio che cambia. I piatti non nascono dalla materia prima, ma da un’idea precisa, quella dello chef che la traduce in qualcosa di concreto, da gustare. Il menù segue la stagionalità e si muove su due direzioni:
piatti comfort, pensati per avvicinare il cliente alla sua cucina, e proposte più spinte, costruite per far vivere un’esperienza. Se la sua cucina avesse un sapore, sarebbe speziato. Il risotto è il piatto che lo rappresenta più di tutti: con salsa di alapegno, mantecato con ricotta di pecora locale, emulsione di limone lavorata con sale e zucchero, poi affumicata, chiuso con paprika affumicata e lime nero persiano. La carta dei vini è costruita su vignaioli artigianali, piccole realtà che dialogano con i piatti e ne accompagnano il percorso. Ma il vero fiore all’occhiello di Altro è la fusione tra cucina e cocktail. Due mondi che si incontrano, si intrecciano, si esaltano a vicenda.
Ogni piatto che prende forma è accompagnato da un drink che nasce per renderlo unico e riconoscibile. La degustazione Benvenuto dello chef Samosa di maiale laccata in agrodolce, spolverata con tanduri. Il maiale resta succoso e ben lavorato, la laccatura introduce una dolcezza controllata che non domina. Il tanduri entra in progressione, costruendo una piccantezza che accompagna senza coprire. Bao con ragù di polpo e salsa barbecue con acqua di cottura del polpo. Il bao risulta soffice, con una buona elasticità. Il ragù è concentrato, con una sapidità definita ma equilibrata. La salsa barbecue lega il piatto senza appesantire. Foglia di shiso con stracchino di pecora, emulsione di arachidi e limone candito. La foglia apre con una nota vegetale netta, lo stracchino porta cremosità, le arachidi aggiungono croccantezza. Il limone candito chiude con una spinta acida precisa. Il vino Artico Rosé di Federico Artico, IGP rosato. Colore cerasuolo, piccoli frutti rossi e una traccia minerale. L’etichetta, firmata dallo street artist romano Diamond, anticipa il carattere del vino. Lo street food thailandese Pan brioche con gambero rosa, spezie, lime, cipollotto, jus di pollo, salsa yogurt e salsa piccante, con gambero rosa crudo e erba cipollina. Va mangiato con le mani. Il gambero lavora su doppia lettura, il jus porta profondità, yogurt e salsa piccante bilanciano. Il primo Tortelli fatti in casa di fagiano in salmì con brodo di pollo arrosto e olio alle erbe aromatiche Il tortello è ben chiuso, con una sfoglia sottile che regge senza cedere. Il ripieno di fagiano in salmì è concentrato, con una componente selvatica controllata che resta elegante. Il brodo di pollo arrosto lavora in profondità: non è solo accompagnamento, ma parte attiva del piatto. Porta una nota tostata e una leggera grassezza che avvolge il tortello senza coprirlo. L’olio alle erbe aromatiche interviene a completare il quadro: aggiunge una spinta fresca e vegetale che alleggerisce il brodo e ne amplifica la lettura aromatica, rendendo il piatto più dinamico. L’equilibrio sta proprio lì: tra la parte più intensa del ripieno, la struttura del brodo e la freschezza delle erbe, che mantengono il piatto leggibile fino alla fine. Il risotto Le parole dello chef le ritrovo nel piatto: risotto Riserva San Massimo mantecato con ricotta di pecora, emulsione di limone affumicato, salsa di alapegno, paprika affumicata e lime nero persiano Il chicco è lavorato correttamente, resta distinto e mantiene struttura. La mantecatura con ricotta di pecora porta cremosità e una componente lattica piena, mai invadente. La costruzione del piatto si sviluppa in sequenza: il piccante entra subito, diretto ma controllato, mentre affumicatura e agrumi lavorano sul finale, asciugando il palato e lasciando una persistenza più definita. È un piatto costruito per stratificazione, dove ogni elemento entra con un ruolo preciso senza creare confusione. Il vermouth Vermouth Numero Uno Raina – Francesco Mariani. Profilo aromatico complesso, tra spezie e agrumi. L’abbinamento funziona grazie al dialogo con la foglia di shiso. Il secondo Filetto di manzo sulla yakitori giapponese con fondo di spezie asiatiche e foglia di shiso alla base e in fusione La cottura è precisa, il filetto mantiene succosità e una consistenza morbida ma ancora strutturata. La tecnica yakitori lavora sulla superficie, creando una leggera caramellizzazione che amplifica il sapore della carne. Il fondo alle spezie asiatiche è concentrato ma controllato: accompagna senza coprire, costruendo una profondità aromatica persistente. La foglia di shiso è l’elemento chiave del piatto. Introduce una nota vegetale, fresca e leggermente balsamica che alleggerisce il morso e prepara il palato. Ed è proprio qui che entra il vermouth. Il dolce Colomba artigianale fatta da loro con arancia candita e cioccolato fondente, glassa di pasta di mandorle e fave di cacao, accompagnata da rocher al cioccolato fondente, amarena e nocciola La colomba è ben lavorata, soffice, con una struttura che mantiene umidità e leggerezza.
L’arancia candita entra con una nota agrumata netta, mentre il cioccolato fondente porta profondità e una leggera componente amaricante che bilancia il dolce. La glassa di mandorle e fave di cacao aggiunge croccantezza e una spinta aromatica più complessa, rendendo il morso più articolato. Il rocher lavora in parallelo: più goloso, più diretto, con la nocciola che amplifica la parte grassa e l’amarena che introduce una nota acida che pulisce il palato. È un finale che gioca su consistenze e contrasti, senza risultare eccessivo. Altro non è un ristorante dei Castelli. È un posto che ti sposta, ti indica una direzione da seguire e da scoprire. Ti fa uscire da una cucina che conosci e ti porta dentro un percorso fatto di spezie, viaggi, idee. Ma senza mai perdere il contatto con chi hai davanti. La cosa che resta non è solo il piatto.
È il tempo che passi lì. È la sensazione di stare a parlare con Elia, con Anna, con Giorgia, con chi quel posto lo vive ogni giorno, senza distanza, senza costruzioni. Mangiare, bere, ascoltare.
E accorgersi che la serata scorre senza accorgersene. Le luci morbide, il giardino d’inverno, il ritmo della sala: tutto contribuisce a costruire un ambiente che non è solo accogliente, ma vivo e che resta. Altro è questo. Un posto dove entri per cena e ti ritrovi a vivere qualcosa che non è solo un’esperienza gastronomica, ma un momento che porti dentro e non dimentichi. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere