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13 Maggio, 2026
Francesco Sedilesu. Teularju: la terra in prestito
Qualunque cosa tu faccia, amala come amavi la cabina di proiezione quando eri piccolo.
È una frase che travalica il cinema e diventa filosofia di vita. È tratta da una scena del film Nuovo Cinema Paradiso che non si dimentica mai del tutto con Alfredo, vecchio e cieco, che parla al piccolo Totò
Mentre chiacchiero con Francesco Sedilesu, titolare dell’Azienda Agricola Teularju di Mamoiada, quella frase mi torna in mente più volte. Francesco ha amato e ama la vigna esattamente così: con l’intensità di qualcosa incontrata da bambino, prima che diventasse scelta consapevole.
Mamoiada è il nome che evoca i Mamuthones, le maschere del carnevale di pietra e pelle, parte di quel rito la cui origine si perde nei ricordi degli anziani del paese. Ancor più vecchio di qualunque memoria.
Accanto al carnevale, c’è un altro rito che qui si celebra ogni anno. Altrettanto ancestrale. Altrettanto corale. È la vendemmia. Settecento nuclei familiari, duemilaquattrocento abitanti, duecentocinquanta cantine domestiche. Quasi un vignaiolo ogni dieci anime. Francesco descrive quel paesaggio sonoro con una precisione che sa di infanzia recuperata.
Da piccolo, quando hai a che fare con l’uva già in vigna, ogni profumo, ogni rumore, ogni musica che in qualche maniera viene dalla natura, ti rimane impressa… ti segna. Entra, si incarna. E quando l’uva veniva portata a casa, messa nel tino, con quei profumi, è chiaro che ti marchiano per sempre.
Proust lo sapeva. La madeleine immersa nel tè che riapre un’intera stagione perduta. Ma qui non è un dolce di pasta frolla: è il vapore acido di una fermentazione spontanea, il crepitio di una pressa, il rumore notturno di un paese che vendemmia tutto insieme.
Il periodo vendemmiale era una specie di musica. Le presse, i pigiatori, i macchinatori dell’uva. Non si dormiva. E ancora oggi i miei figli mi dicono che quella sensazione ce l’hanno. Probabilmente l’avranno anche i miei nipoti. Quella bella sensazione della vendemmia.
Il padre, i fratelli, la stanzetta di venti metri
La nonna di Francesco aveva meno di un ettaro. Il suo giardino di casa. Poi tre botti di castagno in una stanzetta di venti metri quadri. Suo padre faceva un altro lavoro. Come spesso accade nelle famiglie di queste zone interne della Sardegna, la vigna era contorno, integrazione, orgoglio domestico. Nutrimento. Perché il vino era nutrimento, non professione. Poi la vita rimescola le carte.
Mio padre in primis faceva un altro lavoro. Poi lo perse e dovette, per arrotondare, prendere dei vigneti in affitto. Alla fine della sua carriera da vignaiolo, aveva cinque ettari così che produceva un bel po’ di vino. Che vendeva ovviamente e nell’economia funzionava, dai. Ancora oggi, a novantaquattro anni, quando lo incontrano gli chiedono del vino. Gli piacerebbe venire ancora in campagna, ma non ce la fa. È sempre un piacere vederlo contento.
Gli studi agrari per Francesco non per continuare il lavoro del padre ma per seguire il mito familiare del posto fisso, la sicurezza. Sicurezza che trova nell’Agenzia di Sviluppo Agricolo della Sardegna, dove ancora lavora. Il vino, però, non l’ha mai mollato. Come un basso continuo sotto la melodia principale.
Avevo sempre il pallino di fare l’imprenditore. Il vignaiolo, in sostanza. Ma mia madre e mio padre mi hanno quasi costretto a fare i concorsi. Comunque, sono contento: in ritardo di una generazione, i miei figli hanno realizzato quello che io sognavo. Per me questa è una promessa che si compie.
Nel 2002, con i fratelli decidono di tenere insieme i vigneti ereditati dal padre e di imbottigliare. In un ex caseificio abbandonato, quello che la Cassa per il Mezzogiorno aveva costruito negli anni Ottanta accanto a una Cantina Sociale. Entrambe fallite. Francesco non ha pietà nel descrivere il vino di quella cantina sociale
Facevano un vino industriale anche perché tutti davano le uve peggiori alla cantina e le uve buone le tenevano per sé. Forse, meno male che c’è stato questo egoismo perché il paese è rimasto fermo, come in una bolla. Come gli ultimi dei Mohicani. Non era coinvolto da quello che faceva il mondo. I paesi vicini andavano dalle cantine sociali. Da noi, niente. Ed è stata una fortuna.
Nel paradosso, una vera fortuna perché quando il mercato ha cominciato a cercare autenticità, naturalità, fermentazione spontanea, Mamoiada era già lì. Intatta. Pronta. Come quei paesi di montagna che i turisti del boom avevano saltato e che ritrovano poi, con stupore, ancora vivi.
Teularju: il telaio, la trama, il Cannonau
L’azienda che si crea è dunque Teularju, il telaio. Lo strumento con cui si intreccia ordito e trama. Difficile immaginare nome più appropriato per chi ha costruito, in vent’anni, una tessitura di territorio, famiglia e comunità.
65.000 bottiglie l’anno su quattro ettari tutti a Cannonau il vitigno identitario di questa terra rossa e antica.
Solo che la scelta produttiva di Francesco e dei suoi figli è, per Mamoiada, quasi rivoluzionaria: raccogliere in anticipo, puntare su bassa alcolicità, acidità viva, frutto integro.
Passare dai 15-16 gradi ai 13, non è solo una questione tecnica è una dichiarazione di poetica.
Quando fai vini a 15, 16 gradi sono sì buoni con i nostri alimenti territoriali. Però, come espressività, sono un po’ limitati. Oggi il vino non si beve soltanto, lo si degusta. E nella degustazione mostrano tanti limiti. Invece, se si anticipa la raccolta, la spalla acida è più presente, tutto il frutto non è ancora sciupato. È tutto più delicato e secondo me è meglio.
Il processo in cantina è altrettanto radicale nella sua semplicità: fermentazione spontanea, piccoli tini da dieci quintali, follature rigorosamente a mano, nessuna pompa nella fase più delicata. L’unica pompa a disposizione entra in gioco solo sotto la pressa, per portare il vino in botte. Da lì, silenzio.
Meno lo si tocca, meglio è. Il vino ritorna in botte e poi lo si rivede dopo un anno. All’imbottigliamento. Il contatto con l’ossigeno nei tini, che sono molto aperti, lo gestiamo con un telo, aprendolo solo in base alla fase della fermentazione. Tutte fasi molto semplici, ma molto curate. Con attenzione.
Tecniche che non possono arrivare da studi enologici. Sembrano più tradizioni tramandate da saggio a saggio. Spesso senza parlare. Solo osservando.
Capita che io o mio figlio diamo una mano a qualcun altro. Tutta l’esperienza si è sedimentata piano piano, con scambi con altre persone. Non siamo egoisti perché siamo sempre disponibili ad approfondire. Ma poi si fa una sintesi, senza perdere quello che era il proprio bagaglio culturale. L’enologo magari ti dice: è impossibile che non riparta la volatile, con queste condizioni. E noi diciamo: tranquillo, poi facciamo le analisi e vediamo. E non ci credevano. Non riuscivano a capire come avessimo volatili così bassi. Se hai cura, si capisce. Soprattutto col naso.
Francesco e quella sua meravigliosa cadenza sarda. Un intercedere delle parole che sanno di saggezza e vita vissuta, calli sotto le mani, sole sulla pelle. In ogni sua movenza, in ogni piccolo cenno con il volto, nel muovere di una ruga, c’è serenità. La serenità di un intero paese. Del rispetto degli anziani e di ciò che portano con se.
Il naso è uno strumento che hai sempre a disposizione, non hai bisogno di tararlo. Entro in cantina e capisco subito se c’è un problema. È qualcosa di primordiale, ancestrale. Come lavorava mio nonno, come lavorava mio padre. Mai visto un fiasco di aceto. Eppure lavavano le botti con l’acqua e con qualche residuo di aceto come conservante. Cose che oggi una scuola di enologia ti direbbe che sono da pazzi. Eppure funzionava.»
Il vino comunitario
Nel 2015 Francesco è tra i fondatori dell’Associazione dei produttori di Mamoiada. Avevano viaggiato insieme i produttori della zona. Non si poteva non farlo per capire bene il mondo. Langhe, Borgogna, Alsazia, Francia. Avevano visto e imparato come si costruisce un territorio del vino. Erano tornati con una convinzione: anche Mamoiada ce la poteva fare.
Si andava nelle terre del Barolo, del Brunello, in Francia. Avevamo l’idea che anche il territorio di Mamoiada avesse la vocazione. Nel 2015 abbiamo creato l’associazione e in poco tempo i giovani hanno preso coraggio. Abbiamo messa a loro disposizione la nostra esperienza. Sono nate tante aziende. Oggi a Mamoiada sono quaranta le cantine. È un piccolo territorio del vino e rimane quel tessuto comunitario che è la cosa più importante.
Una parola, in tutta la conversazione, mi colpisce più delle altre. Non naturale, non artigianale, non biologico. Comunitario. Come a sostenere ancora una volta la forza di una comunità.
Il nostro è un vino comunitario. C’è una tradizione di una comunità rurale che sostiene il suo vino e il suo vino oggi si sostiene e sostiene la comunità. Così tutti questi giovani hanno lavoro e rimangono nel paese. Non sono costretti ad andare via. Mamoiada è ormai certificato come uno dei pochissimi paesi delle zone interne della Sardegna in controtendenza: non cresce, ma non cala. E già questo è un segnale. Un bel segnale.»
Bob Dylan, nel discorso del Nobel, citò Moby Dick. La nave che insegue qualcosa di impossibile e non smette mai di tracciare la rotta. Francesco non insegue balene bianche. Insegue qualcosa di più concreto e altrettanto difficile: la dignità di un territorio, la sopravvivenza di una comunità, la verità di un vino che sappia ancora di mani e di tempo.
Ma c’è anche la paura. Non del fallimento, che conosce e non teme. Paura degli investitori esterni.
Il pericolo che vedo è adesso che il territorio sta avendo successo. Arrivano gli investitori. Con tanti soldi. Comprano i vigneti non facendo parte di quella comunità rurale che sostiene il vino.
Sull’Etna da tempo sono arrivati i grandi investitori. Hanno certamente incrementato il prezzo del vino per dargli il valore che merita senza che però che di ciò le comunità locali ne beneficiassero. Se non in piccola parte. Le briciole. Si è certamente creato un movimento di persone locali che, sulla scia dei grandi investitori, hanno avuto lo stimolo di iniziare o continuare un lavoro. Ma il grosso era andato. In tutto ciò, un merito a chi ha scosso le coscienze bisogna comunque darlo.
La verità sta sempre nel mezzo. Come spesso accade.
In Costa Smeralda, l’Aga Khan è arrivato, ha costruito villaggi, ha creato sviluppo miliardario. Tutto quello che vuoi. Ma io da giovane ricordo che andavamo li e ci dicevano: nella spiaggia non potete fare il bagno. Non è casa vostra. Oggi un giovane che vuole sposarsi e farsi una casa lì non può farlo. I terreni costano troppo. Quindi tutto quello sviluppo… non so per chi.
Il problema vero è che se arriva un grande investitore, la fermentazione spontanea non te la puoi più permettere. E quella che è un’espressione del territorio viene meno. Il vero problema è che poi gli altri seguono. È che quando si crea un mondo diverso, quello più forte e più spinto ti trascina dentro. A me personalmente non farebbe un baffo — ma ho paura del movimento in generale. La terra è in prestito. Non abbiamo nessun merito particolare per essere nati qui. Abbiamo la responsabilità di conservarla. Non solo per i figli, per tutti.
Responsabilità di conservarla. Non c’entra nulla con il guadagno o la consacrazione di se stessi piuttosto che l’invidia. C’entra quel senso di comunità che Francesco più volte ripete. Qualcosa di molto più alto.
I figli, la vigna, il telaio che continua
La storia più bella però è quella di una famiglia che si moltiplica senza perdersi di vista. Francesco e Rosa hanno quattro figli e di questi, tre sono in Teularju: Giovanni con sua moglie Elisabetta, Giuseppe e Vincenza. Sei persone, tre famiglie, un’azienda. Più un quarto figlio, Simone, che ha scelto di fare un percorso tutto suo. Francesco lo ha sostenuto perché diventa una ricchezza. Per la famiglia e per la comunità. Una famiglia in più che fa parte del territorio. Che sviluppa il territorio.
Una mentalità incredibile. La capacità di guardare oltre. Non solo nel tempo ma nello spazio. Quella della comunità. Che cresce con il crescere delle persone impiegate.
Quando imbottigliavamo nel 2002, i miei figli avevano dai cinque ai tredici anni. Erano tutti lì, ognuno col suo compito. Come in Tempi Moderni ognuno aveva la sua postazione. Ed erano lì e gli è rimasta.
Un meccanismo non perfetto ma magnificamente sincrono. Un formicaio dove ogni membro della famiglia ha il suo compito preciso ancorché pronto a sostituire l’altro. Senza alcun tipo di problema.
Oggi tutti sanno fare tutto. Il bello è questo. Sono vignaioli. Mia nuora è enologa, mia figlia è filosofa, l’altra fa comunicazione e marketing. Ma tutti poi vanno in vigna. Tutti.
Voglio che i miei figli siano liberi. Il notaio, quando gli ho trasferito le quote, mi guardava come se fossi matto. Adesso sono nullatenente. Ho il mio lavoro e loro possono tranquillamente fare quello che vogliono. L’unica cosa è che mi riconoscono un’autorevolezza, da padre. Quindi mi ascoltano. Però vedo che in tante cose hanno imparato e fanno anche meglio di me.
Francesco è una persona mite e sempre sorridente. Sardo di quella Sardegna fatta di persone perbene che hanno a cuore la propria famiglia e la propria comunità. Una unione che diventa inscindibile e irrinunciabile.
Il patriarcato? Qui non sanno neanche cosa possa significare perché è l’amore che domina sopra ogni cosa. Arriva fino ai vini che sono una diretta espressione della famiglia.
Un uomo buono che vuole solo la serenità della sua vita nell’amore e unione della sua famiglia. Null’altro. Piccole cose. Accontentarsi delle piccole cose continuando a dare il proprio contributo. Fino a quando potrà.
Sono come il prezzemolo. Ci sono in tutto e do il mio contributo. Ma sono sicuro che in breve servirò a poco. Gli ho passato tutto, ho fatto tutto e continuerò a dare tutto per quello che vale. Domani faranno loro. E faranno bene. Quello che mi auguro per questa azienda?”
Ripete la mia domanda. Sorride con la semplicità di chi ha già trovato la risposta da tempo.
Fare sempre meglio. Con l’esperienza visto che l’esperienza aiuta ma anche con le intuizioni dei giovani. Pensa: il fatto di raccogliere prima, in maniera anche drastica, passare dai 15 gradi ai 13, da solo, magari non l’avrei fatto. Sono stati loro a dire: proviamoci. E funziona. Con il Cannonau funziona. Questi giovani hanno voglia di fare.
Una famiglia unita e contentissima con tutti i figli e i cinque nipoti, vicini. Una famiglia che si allarga come si allargava una volta nel silenzio lento di una terra che non si vende, non si cede, si tramanda.
È il telaio che continua a funzionare. Incessantemente. Con quel suo rumore caratteristico. Magari lo stesso che si unisce a quello della vendemmia.
Non posso dimenticare i vini ovviamente.
Quando ho assaggiato i vini di Teularju ero a Roma, in una sera che non sapevo avrei dovuto ricordare. Ocruarana e Cara’GonareMi è rimasta in bocca una sensazione insolita. Non la potenza che ti aspetti dal Cannonau ma una tensione, una vitalità quasi nervosa, un frutto che non aveva ceduto alla stanchezza. Era vivo. Preciso. Necessario.
Le due Ghiradas nel bicchiere
Ocruarana. Barbagia Rosso IGT
La pietra verde che dorme sotto il granito ha un nome antico: Ocruarana. Una parola sarda che suona come un respiro trattenuto, come qualcosa di nascosto che aspetta solo il momento giusto per emergere.
La ghirada alta, esposta a nord-ovest, pendenza media del venti per cento, suolo sabbioso di origine granitica con infiltrazioni di quella pietra metamorfica verdognola che ha dato nome al vigneto e al vino. Su questi due ettari a seicento metri di quota il Cannonau impara a non avere fretta. La fermentazione è, manco a dirlo, spontanea, i lieviti indigeni fanno il loro lavoro senza essere sollecitati, la macerazione dura poco meno di due settimane, poi il vino riposa in botte grande di rovere per un anno intero prima di incontrare il vetro.
Nel calice arriva qualcosa di non immediatamente decifrabile, qualcosa che richiede silenzio. Il colore ha profondità, non è ostentato. Al naso si apre uno scenario di macchia, di mirto e viola. La viola soprattutto, che in certi Cannonau di quota compare come una firma segreta insieme a spezie dolci che non sovrastano, accompagnano. C’è una sensazione di libertà nel senso più letterale: aria aperta, vento che scende dal monte, una complessità costruita non in cantina ma nella vigna, nelle pietre, nel tempo. In bocca l’eleganza non negozia con la potenza ma le cammina accanto: freschezza, tannino finissimo, finale che insiste su toni balsamici e speziati, con il pepe che ritorna come una nota bassa, lunga, profonda. Un vino che non urla la sua provenienza — la sussurra. E chi ascolta, non dimentica.
Cara’Gonare. Barbagia Rosso IGT
Il Monte Gonare si vede da lì. La ghirada guarda il monte, il vino porta quella direzione dello sguardo nel bicchiere.
Un solo ettaro, esposizione sud-sud/ovest, suolo sabbioso con sostanza organica e scheletro abbondante nella parte più scoscesa: la Cara’Gonare è la ghirada più raccolta di Teularju, la più protetta, quella che il sole accarezza più a lungo. Stessa cura in cantina ma il vino che ne nasce racconta un’altra storia, appena diversa nel timbro, nella temperatura emotiva.
Nel calice è un rosso che si presenta con una certa compostezza, quasi con riserbo. Le spezie dolci arrivano prima, cardamomo e chiodo di garofano, poi seguono i frutti rossi, ciliegia balsanica, piccole bacche di sottobosco. Insieme costruiscono un profumo che è maturo senza essere stanco. In bocca è ampio, sapido, con quella densità silenziosa che appartiene ai vini di altitudine. Il tannino è ancora vibrante, giovane, ma non aggressivo: è la giovinezza di qualcosa che ha davanti a sé molto tempo per diventare ciò che sa già di poter essere. Il finale è lungo, persistente, e sulla macchia mediterranea torna a chiudere il cerchio. Come se il Monte Gonare, da lì in fondo, rispondesse.
Due vini, due pezzi della stessa terra. Fratelli che si somigliano e si distinguono, come solo sanno fare i figli cresciuti sullo stesso granito.
Viene in mente una canzone di Fabrizio De André, Volta la carta: La vita è un dono, un prestito dal niente. Francesco Sedilesu, che di mestiere sviluppa l’agricoltura sarda e nel tempo libero fa il vignaiolo, o forse è il contrario, oramai quella frase la conosce senza averla mai sentita. La vive. La trasmette. La imbottiglia.
La terra è in prestito. Il vino anche. E i figli pure vengono da te, ma non ti appartengono. La vera filosofia di Teularju è anche un modo dignitoso di stare al mondo.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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12 Maggio, 2026
Bricolo: “Vinitaly rafforza la Strategia Globale su due aree ad Alto Potenziale: Sudamerica e Asia”
Dal Brasile il rilancio nel Mercosur: Wine South America (12-14 maggio) piattaforma chiave per la crescita del vino italiano
In Cina Vinitaly presidia i mercati asiatici emergenti con Wine to Asia (14-16 maggio), hub per domanda e nuovi trend di consumo
Dal Sudamerica all’Asia. Archiviato il 58° Vinitaly, la promozione internazionale del vino italiano riprende da Wine South America (12-14 maggio a Bento Gonçalves) e Wine to Asia (14-16 maggio a Shenzhen). “Sono iniziative che testimoniano il forte e continuo impegno di Vinitaly lungo tutto l’anno a favore del settore, in questo caso rivolto a due aree ad alto potenziale per la crescita del prodotto enologico Made in Italy”, sottolinea il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo.
A riaprire il calendario estero di Veronafiere-Vinitaly, a pochi giorni dall’entrata in vigore provvisoria dell’Accordo di Partenariato UE–Mercosur avvenuta il 1° maggio, è la tappa brasiliana di Wine South America, la principale manifestazione di settore dell’America Latina in programma dal 12 al 14 maggio al Fundaparque a Bento Gonçalves nello Stato di Rio Grande do Sul, primo polo vitivinicolo del Paese. Presenti alla sesta edizione più di 5mila etichette di oltre 400 aziende da 20 Nazioni. Tra queste, l’Italia è raccontata da 30 cantine e 300 referenze da Piemonte, Veneto, Toscana, Sicilia, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna, Abruzzo, Umbria e Marche in un padiglione tricolore realizzato da ITA- Italian Trade Agency.
Per il vicepresidente di Veronafiere, Romano Artoni che rappresenterà la società fieristica veronese: “Wine South America 2026 si consolida come una piattaforma strategica per l’internazionalizzazione del vino italiano, ma non solo, all’interno di un mercato che ora, grazie all’Accordo di partenariato, presenta le condizioni per esprimere tutto il suo alto potenziale di crescita. L’evento consolida il proprio appeal internazionale, intercettando l’interesse di un numero maggiore di aziende del made in Italy e di paesi di ogni angolo del mondo: dalla Macedonia alla Siria, dalla Germania alla Nuova Zelanda. In questo contesto – prosegue il vicepresidente – Vinitaly rafforza il proprio presidio operativo per supportare le imprese nel cogliere le opportunità di sviluppo dell’area”.
Secondo l’Osservatorio Uiv-Vinitaly, non si ferma la progressione della domanda Sudamericana – dal 2019 al 2025 in crescita media annua (Cagr) su scala globale vicina al 4% – per cui è atteso un Cagr a +3% sino al 2029. Ancora più rosee le previsioni import da mondo per lo spumante, tipologia tutto sommato relativamente sottostimata in questo areale ma che, nel periodo, dovrebbe registrare un incremento del +4% in America del Sud.
Attesi, nel corso della rassegna organizzata da Milanez & Milaneze del Gruppo Veronafiere, più di 7mila buyer da tutte le regioni del Brasile e da ulteriori 19 Stati protagonisti di un’agenda business di 2mila appuntamenti per un’aspettativa di affari che punta a superare i 100 milioni di Real brasiliani (più di 17,5 milioni di euro) raggiunti nel 2025.
Quasi in contemporanea, a 18mila km di distanza nel continente asiatico, la promozione del vino italiano prosegue a Shenzhen con Wine to Asia, la quarta edizione dell’International Wine e Spirits Fair (Futian Center) dal 14 al 16 maggio. Realizzata in esclusiva da Veronafiere Asia Ltd, la manifestazione si presenta con un format agile e contemporaneo che spazia dal vino agli spirits fino ai NoLo e alla mixology. Più di 400 gli espositori da oltre 20 Paesi e regioni, tra cui la delegazione italiana di 50 aziende da Piemonte, Veneto, Toscana e Puglia promossa in collaborazione con ITA. Tra le novità della 4^ edizione, il debutto dei Raw Wine con più di 60 produttori in rappresentanza di 15 nazioni e la partecipazione di Isabelle Legeron MW, prima Master of Wine donna in Francia e fondatrice della community dei vini naturali, biodinamici e biologici a basso intervento.
Secondo le analisi dell’Osservatorio Uiv-Vinitaly, in Asia dovrebbe arrestarsi la contrazione della domanda di vini fermi che negli ultimi 6 anni ha viaggiato a un ritmo medio annuo (Cagr) pari al -8,3%. Alla luce di questa previsione i buyer asiatici dovrebbero tornare ad acquistare con un aumento previsto degli ordini dello 0,5% annuo da qui al 2029.
“È fondamentale mantenere il programma di promozione in quest’area caratterizzata da ampi margini di sviluppo – commenta Federico Bricolo, che sarà presente a Shenzhen -. Wine to Asia risponde a questa esigenza e rappresenta l’hub di riferimento per altri mercati che potrebbero riservare prospettive confortanti per il vino italiano come Singapore, Thailandia, Corea del Sud, Vietnam, Indonesia, Taiwan e l’area di Hong Kong dove è stata fatta una specifica campagna di incoming di buyer e operatori del settore horeca”.
In calendario a Wine to Asia – dove si attendono 15mila buyer prevalentemente da Cina, Giappone, Singapore, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Macao – oltre 20 appuntamenti tra masterclass ed experience guidate.
A Wine to Asia non solo vino, spirits e mixology. Torna infatti SolExpo Asia. La manifestazione della filiera dell’olio extravergine di oliva (in calendario a Veronafiere dal 28 febbraio al 2 marzo 2027) fa scalo nella metropoli cinese con un’area dedicata e un cartellone di tasting no stop di 16 oli vincitori del Sol d’Oro 2026 guidati da Marino Giorgetti e da Na Xie, rispettivamente presidente e membro della giuria internazionale del concorso.
Completa il programma la Greater Bay Area Wine Week (11–17 maggio), il fuori salone della manifestazione per appassionati e neofiti che coinvolgerà i locali più trendy delle nove città della provincia di Guangdong e dalle due regioni di Hong Kong e Macao.
Prossimi appuntamenti del calendario estero: VIA Canada con presentazione di Vinitaly.USA a buyer e importatori canadesi (Toronto 22-23 giugno e Ottawa 24 giugno); Vinitaly Kazakistan Roadshow (Almaty, 29 giugno), le presentazioni in avvicinamento a Vinitaly.USA da luglio a settembre a NY, Miami, Houston e Las Vegas, Vinitaly @ IFBS 1-2 luglio a Singapore, Vinitaly @ Wine Vision by Open Balkan (Belgrado 10-12 ottobre), Vinitaly.USA New York (26 e 27 ottobre) in contemporanea a wine2wine Vinitaly Business Forum.
La 59^ edizione di Vinitaly è in programma a Veronafiere dall’ 11 al 14 aprile 2027.
La Redazione
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12 Maggio, 2026
Dimensione Vino al Belstay di Roma
Borges scriveva che una mappa alla scala 1:1 del mondo sarebbe inutile, eppure ogni degustazione tenta esattamente quell’impresa impossibile: restituire un territorio intero nel perimetro di un bicchiere. Il 27 aprile, all’Hotel Belstay di Roma, Dimensione Vino ha aperto le sue porte e con esse una piccola cartografia dell’Italia enologica, del mixology (termine un pò abusato ma che fa riferimento a quei meravigliosi cocktail realizzati da barman che si annoiano a versare le solite cose), dello show cooking (perché anche il cucinare è un’arte).
Mi sono approcciato all’evento con la voglia di scoprire ma non in una rassegna. In una vera conversazione. Scoprire non solo vini ma anche e soprattutto persone.
L’aria dell’evento aveva quella qualità sospesa delle mattine in cui il tempo sembra disposto a trattare. I tavoli, i produttori, il brusio discreto di chi si avvicina con il naso già inclinato verso il calice: tutto concorreva a creare quella dimensione nella quale il vino non è solo un prodotto ma diviene un interlocutore. Ho scelto di ascoltarlo con attenzione, senza fretta, sapendo che ciascuna di queste voci meritava il silenzio necessario a capirla. La particolarità dell’evento di Dimensione Vino è stata proprio la sua dimensione. Una sorta di struttura non altisonante, non schiamazzata, non affollata. Utile, assolutamente utile per capire prima di qualunque altra sensazione.
Ho scelto di raccontare otto vini, otto coordinate geografiche, otto modi diversi di intendere il rapporto tra la terra e chi la lavora.
Il silenzio dell’Oltrepò: Chiara Torti e il suo Metodo Classico da Pinot Nero Nature
Montecalvo Versiggia è un nome che suona come una promessa geologica. Sulle colline argillose e calcaree dell’Oltrepò Pavese, a circa 360 metri sul livello del mare, Chiara Torti è la quarta generazione di una famiglia che ha fatto del Pinot Nero la propria lingua madre. La sua è un’azienda nata con il bisnonno e cresciuta fino alla sua forma attuale con il padre Alessandro, che negli anni Novanta iniziò a scommettere sulla spumantizzazione del vitigno principe di questa terra. Chiara, dopo gli studi in enologia a Milano, ha scelto di tornare, e questo ritorno è scritto in ogni bottiglia che porta il suo nome.
Il Nature è la sua dichiarazione di principio più netta: pressatura soffice a grappolo intero, fermentazione spontanea in acciaio, affinamento sulle fecce fini con bâtonnage, poi tra i 18 e i 24 mesi sui lieviti in bottiglia. Nessun dosaggio, nessuna correzione. Il vino torna al mondo così com’è uscito dalla vigna: verticale, teso, con quella freschezza che sembra nascondere una punta d’orgoglio.
Nel bicchiere, il giallo paglierino racconta l’essenzialità prima ancora che lo si assaggi. Al naso arrivano fiori bianchi, un accenno di agrume candito, qualcosa di minerale che rimanda a pietra bagnata dalla pioggia. In bocca è il contrario dell’indulgenza: struttura precisa, acidità che orienta ogni sorso verso il passo successivo, una salinità conclusiva che invita a non smettere. È un vino che non vuole compiacere. Semmai convincere.
L’ombra preziosa: Parabuio di Castello di Meleto
Il borro di Parabuio è un luogo che quasi si vergogna della propria bellezza. Nascosto tra due colline nella sottozona di Casi, nel cuore del Chianti Classico di Gaiole in Chianti, questo torrente impervio scorre in una gola dove il sole filtra poco e la natura fa da padrona. È qui che Castello di Meleto, tra le realtà più rappresentative di un’area che affonda le radici nel 1256, ha scelto di coltivare l’unico vitigno internazionale dei suoi cru: il Merlot. Una scelta che poteva sembrare un cedimento e che invece si è rivelata una rivelazione.
Il Parabuio è il diamante della tenuta, come lo chiamano a Meleto senza falsa modestia. Le uve vengono vendemmiate a mano in cassette, la vinificazione avviene con grande delicatezza nelle operazioni di follatura, poi segue un affinamento in cemento e barrique per ventiquattro mesi. Il risultato è un vino che ha il peso della storia e la grazia dell’umiltà.
Nel calice, il rosso rubino è profondo e cupo come l’ombra del borro da cui prende il nome. Al naso, prima il cassis e la marasca, quel frutto scuro e pieno che sembra raccogliere la penombra del vigneto. Spezie calde, un tocco di vaniglia e cenere. In bocca è opulento ma non pesante, ricco ma non grasso: la freschezza lo percorre come un filo d’argento dentro un tessuto scuro. I tannini sono vellutati, la chiusura persistente, con un finale che porta ancora frutto. È un Merlot che ha imparato il Chianti e ne porta i geni senza rinunciare al proprio carattere.
La grazia alpina: Schiava Rosato di Cantina d’Isera
Isera è un comune della Vallagarina trentina che vive da secoli in simbiosi con la vite. La sua cantina sociale, fondata nel 1907, è una di quelle realtà che il tempo non ha reso stanca ma caparbia: continua a interpretare il territorio con quella fedeltà che solo chi vi appartiene davvero può permettersi. La Schiava, vitigno probabilmente originario dell’Alto Adige, chiamato in tedesco Vernatsch, è la voce più antica di questa terra: è stata per decenni l’uva più diffusa di tutta la regione, prima di cedere spazio a vitigni di moda. Cantina d’Isera non l’ha mai abbandonata.
La versione rosato è un vino da interpretare con lo stesso sguardo leggero con cui si guarda un paesaggio montano di primavera: niente di greve, tutto al suo posto.
Al colore, un rosa brillante che tende al cerasuolo, vivace, quasi allegro. Il naso è fruttato con eleganza. Lampone, petali di rosa, un richiamo lieve di resina di pino che porta con sé l’aria delle Dolomiti e una mineralità rocciosa sottile che dà profondità senza appesantire. In bocca è dissetante, sapido, dall’acidità fresca e la struttura sottile. Un vino che non chiede di essere analizzato: chiede di essere bevuto, e in questo c’è tutta la sua intelligenza.
Il Collio nel bicchiere: Malvasia di Humar
San Floriano del Collio è uno di quei luoghi dove il confine tra Italia e Slovenia è una linea tracciata dagli uomini su un paesaggio che non ne ha mai avuto bisogno. Le colline di marna e arenaria, i venti che scendono dalle Alpi Giulie e si mescolano alla brezza dell’Adriatico, i microclimi che cambiano di collina in collina: tutto concorre a creare un terroir di rara complessità. È in questo contesto che la famiglia Humar lavora da oltre un secolo. Fondata intorno al 1900 da Antonio Humar, passata ai figli Marcello e Marino, oggi guidata da Dario e dalla moglie Natasa con la collaborazione delle loro figlie, sono proprio loro che hanno voluto questa Malvasia, novità che porta la firma della generazione più giovane.
La Malvasia Istriana è un vitigno che in Friuli ha trovato una delle sue terre d’elezione. Nelle versioni più riuscite, sa essere allo stesso tempo aromatica e minerale, generosa e precisa.
Nel bicchiere di Humar, il giallo paglierino è luminoso, con riflessi che tendono all’oro. Al naso arriva una cascata di profumi: fiori di acacia, pesca bianca matura, un accenno di albicocca, poi quella sottile nota di mandorla amara che è la firma del vitigno. In bocca è strutturata, con una morbidezza che avvolge senza spegnere: la sapidità è viva, il finale persistente, con quel leggero retrogusto amaricante che chiude ogni sorso come una piccola risoluzione musicale. Un bianco che convince non per forza ma per eleganza.
Il vino della memoria: Lison Classico di Ai Galli
Il Lison Classico DOCG è uno di quei vini che si possono raccontare solo partendo dalla storia che portano in corpo. Il Tai, questo il nome con cui si identifica il Tocai in Veneto, è l’uva che ha definito per secoli l’identità enologica del territorio tra Venezia e il Friuli. La denominazione Lison, riconosciuta come DOCG e affiancata dalla menzione Classico per il cuore storico della produzione, è oggi custodita da pochi produttori che ne hanno capito il valore identitario. Ai Galli, di Pramaggiore, è tra questi: oltre sessanta ettari vitati a cavallo tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, una storia di più di quarant’anni, un impegno tenace sulla ricerca dell’eccellenza in un territorio che il mercato ha spesso sottovalutato.
Le uve, 100% Tai, vengono raccolte a mano nella seconda decade di settembre. La vinificazione avviene in acciaio, con macerazione pre-fermentativa a bassa temperatura, affinamento sulle fecce fini. Il vino risposa poi in bottiglia per due mesi prima di uscire.
In bocca arriva con quella franchezza tipica dei grandi bianchi di territorio: fresco, con note di pesca bianca e un profumo pulito di fiori campestri, poi una sapidità che cresce e una chiusura lievemente ammandorlata che è il marchio inconfondibile del vitigno. Semplice? No. Risolto.
L’eccezione come regola: L’Eccezione 60 di La Regola
Riparbella, sulla Costa degli Etruschi, è un luogo dove il vino è di casa da prima della storia scritta: i romani romani trovarono anfore vinarie nel sottosuolo, testimonianza di una vocazione che non ha mai smesso di esprimersi. La Regola, azienda nata nel 1990, prima cantina del territorio, fondata da Luca Nuti e poi affiancata dal fratello Flavio, ha scelto di stare qui con una coerenza che ha il sapore delle scelte vere. Biologica, ecosostenibile, alimentata a energia solare, affrescata dal maestro Stefano Tonelli: un luogo dove il confine tra cantina e opera d’arte è deliberatamente poroso.
L’eccezione 60 è il loro Metodo Classico Brut Nature Millesimato: un vino che porta già nel nome il rifiuto delle regole imposte dall’esterno. Sessanta mesi sui lieviti. Cinque anni in bottiglia a costruire complessità. Prima di tornare alla luce.
Nel calice è tutto ciò che quel tempo promette: un perlage fine e persistente, un colore dorato che tradisce la maturità, al naso sentori di frutta gialla matura, pasticceria, un filo di miele d’acacia e quella tensione minerale che la Toscana costiera sa regalare quando vuole. In bocca è ampio, cremoso, con una struttura che regge senza appesantire: l’acidità fa da ossatura, il finale è lungo e sapido. Un Metodo Classico che non guarda alla Champagne con deferenza, ma la guarda negli occhi.
Il dolce sospetto: L’indagato di Claudio Mariotto
Il nome è una boutade che nasconde una filosofia. L’indagato: come se il vino avesse qualcosa da confessare, qualcosa che non vuole svelare troppo in fretta. Claudio Mariotto, vignaiolo di Vho, sulle colline di Tortona, quarta generazione di una cantina nata nel 1920 con il bisnonno Bepi, è uno dei protagonisti della rinascita del Timorasso nei Colli Tortonesi. Ma L’indagato non è un Timorasso: è un Moscato, interpretato come mosto parzialmente fermentato, con quella dolcezza naturale bloccata dall’interruzione della fermentazione per controllo della temperatura. Un vino da dessert, ma anche da contemplazione.
Le uve provengono dai vigneti di Vho, su suoli calcareo-argillosi a 250-300 metri di altitudine. La pressatura è soffice, la spuma è ottenuta con la presa di spuma classica, e il risultato è una bollicina delicata che avvolge senza stancare.
Nel bicchiere è di un giallo paglierino tenue, quasi timido. Al naso la dolcezza aromatica del Moscato esplode subito. Pesca, albicocca, fiori bianchi di campo, un accenno di salvia. C’è qualcosa di più complesso sotto, come un pensiero che si nasconde in una frase semplice. In bocca è fresco nonostante la dolcezza, con quella naturalezza che solo l’interruzione al momento giusto può garantire. L’indagato, alla fine, si rivela tutto: è colpevole soltanto di essere buono.
La Franciacorta nel nome: Brut di De’Federici
De Federici è una realtà della Franciacorta che porta con sé il peso nobile di una delle denominazioni più riconosciute d’Italia. Il territorio, il microclima temperato dalle correnti del Lago d’Iseo, i suoli ricchi di minerali e morenici lasciati dai ghiacciai. È una di quelle cartoline geologiche che l’Italia sa regalare con generosità inverosimile. Qui, il Metodo Classico non è una scelta produttiva: è un’appartenenza.
Il Brut di De Federici interpreta questo appartenere con rigore e sensibilità. La vinificazione in bianco avviene con pressatura delicata in pressa pneumatica, il mosto viene chiarificato a bassa temperatura, la fermentazione si svolge in acciaio a temperatura controllata. La presa di spuma segna l’inizio del lungo dialogo con i lieviti.
Nel calice, il giallo paglierino brillante con riflessi dorati racconta già il calore del lavoro fatto. Al naso, frutta a polpa bianca, note di lievito gentile, un accenno floreale che apre il bouquet senza dominarlo. In bocca è fresco e sapido, con un perlage fine che porta ogni sorso verso la persistenza. Un Franciacorta che non si esibisce ma convince. C’è in questo Brut quella qualità rara dei vini che sanno stare al proprio posto. Che è un modo nobilissimo di essere esatti.
Otto bicchieri, otto storie, un solo filo rosso. O meglio, un filo bianco e dorato come il perlage di un Metodo Classico che le tiene insieme: la convinzione che il vino non sia mai una risposta, ma sempre una domanda posta alla terra. Dimensione Vino, al Belstay di Roma, quella domanda l’ha moltiplicata per otto. E ogni risposta valeva il viaggio.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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12 Maggio, 2026
In edicola il primo numero monografico de Le Guide de L'Espresso “FORMA E SOSTANZA”
Il design visto dalla prospettiva del food
È in edicola dal 24 aprile, il primo numero monografico de Le Guide de L’Espresso, diretto da Emilio Carelli. È dedicato al design, ma visto attraverso una prospettiva insolita: quella del cibo, del vino, del lifestyle. Perché in Italia la bellezza abita anche lì, in ciò che si mangia e si beve.
Dal 1979, le Guide osservano ristoranti, cantine, luoghi dell’ospitalità, e cercano ogni anno il punto in cui la forma incontra la sostanza, il bello si fonde con il buono.
Il primo monografico avvia un ciclo di uscite trimestrali: ogni numero affronterà un tema diverso con una chiave di lettura culturale e originale, con la stessa capacità di andare oltre il piatto e le ricette, che da sempre distingue le Guide. Il prossimo appuntamento sarà in estate, con uno speciale dedicato al turismo. E il 25 novembre, a Milano, Le Guide de L’Espresso torneranno a riunire il meglio dell’enogastronomia italiana per la serata di premiazione annuale.
Questo speciale si apre con un ritratto di Massimo Bottura – in cover, illustrazione di Alice Iuri – che restituisce qualcosa di raro: lo chef modenese di Osteria Francescana si racconta nella sua dimensione più riflessiva. Bottura si definisce “un allenatore di idee”, parla della cucina come progetto e della sua notorietà come una sfida: “Quando le persone proiettano su di te aspettative e sogni, devi fare attenzione a non credere alla tua stessa leggenda”. Restare autentici è una lotta costante. Il colloquio con Carlo Cracco, oggi al Ristorante Viride di Roma e in Galleria a Milano, porta in primo piano una visione della cucina imperniata sulla squadra. L’eccellenza? È un progetto condiviso con la brigata.
Sulle stesse pagine, il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida racconta il ruolo degli chef come ambasciatori dell’identità italiana nel mondo, il design agricolo della sostenibilità, il cibo come strumento di cultura e di politica.
Lo Speciale dedica ampio spazio alle nuove voci della ristorazione e della viticoltura: tre chef rivelazione, che esaltano il territorio di origine, prediligono la filiera corta e conservano un rapporto autentico con la materia prima. Poi, la selezione di tre cantine rivelazione, scelte per la forza di un progetto vitivinicolo capace di tenere insieme radici e innovazione. Nel numero sono incluse le ricette di Andrea Berton, uno chef che anche attraverso il design è riuscito a nobilitare un piatto semplice come il brodo. Spazio anche alla salute, con un approfondimento scientifico sul rapporto tra alimentazione e metabolismo a cura del professore Antonio Moschetta.
Il numero ospita anche una riflessione di Francesca Barra sul rapporto tra cibo e schermo: come l’estetica del food-porn sui social abbia trasformato l’atto di mangiare in performance, e come questa spettacolarizzazione stia producendo una cultura alimentare sempre più schizofrenica. Completano lo speciale diversi approfondimenti sul Fuorisalone, sul living d’autore, sull’arredo della cucina, sul linguaggio pubblicitario dell’agrifood e sul settore dell’hôtellerie.
La presentazione alla Design Week
Lo Speciale è stato presentato in anteprima ieri, giovedì 23 aprile, alla Rotonda della Besana di Milano, nel cuore della Design Week 2026. Il Rotonda Bistrò di via Besana ha ospitato anche una mostra delle confezioni storiche di Barilla: la storia del design grafico italiano raccontata attraverso un oggetto quotidiano, dal fondo blu al logo ovale di Carboni, fino alla forchetta di Mancini. Una dimostrazione di come la bellezza italiana abiti da sempre le cose di tutti i giorni.
Tra gli ospiti della serata, presentata da Fabiola Fiorentino e Valentina Romagnoli: Massimo Bottura, Carlo Cracco, oltre ad Alessandro Pipero e Guido Paternollo – che hanno firmato anche i piatti in degustazione, rispettivamente la Carbonara a base di tortiglioni Barilla e l’Irish coffee di champignon – e Luca Gardini, alla guida di una wine masterclass con Coppo, Villa Franciacorta e Ronco dei Tassi.
“Forma e sostanza”: il primo numero monografico de Le Guide de L’Espresso in edicola da oggi, venerdì 24 aprile, in allegato al settimanale L’Espresso e poi disponibile per tutto il mese di maggio anche in GDO, librerie, aeroporti e stazioni.
La Redazione
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11 Maggio, 2026
Letrari compie 50 Anni Dal sogno di Leonello alla guida al femminile di Lucia e Margherita 3 Nuovi Trentodoc per celebrare mezzo secolo di storia
Cinquant’anni di storia, tre generazioni e un’unica, incrollabile visione: trasformare l’anima della Vallagarina in vini capaci di sfidare il tempo. La cantina Letrari taglia il traguardo del mezzo secolo di vita, un percorso costruito su passione, rigore e quella competenza enologica che ha segnato profondamente la storia del vino italiano.
Le radici di un mito: da Leonello Letrari al sogno del 1976
Tutto inizia con Leonello Letrari, figura leggendaria dell’enologia trentina. Già nei primi anni Sessanta, Leonello aveva scosso il settore creando il Fojaneghe, uno dei primi uvaggi bordolesi d’Italia, creato per la Cantina Bossi Fedrigotti e destinato a diventare un vino simbolo del territorio.
Ma è dopo un viaggio in Francia che intuisce il potenziale delle “bollicine di montagna”, dando vita nel 1961 all’Equipe 5, il Metodo Classico che segna la storia della spumantistica italiana (e che arriva a vendere mezzo milione di pezzi l’anno).
Nel 1976, insieme alla moglie Maria Vittoria, Leonello decide di dare forma al proprio destino fondando la Cantina Letrari a Palazzo Lodron (Nogaredo). La missione è chiara sin dal primo giorno: fare del Trentodoc il cuore pulsante e identitario dell’azienda, interpretando con eleganza il carattere roccioso e fiero della Vallagarina.
Il passaggio generazionale e la nuova sede
Il 1987 segna l’ingresso in azienda di Lucia Letrari, al tempo tra le poche donne enologo diplomate alla Fondazione Edmund Mach. Lucia porta con sé una nuova sensibilità stilistica, affiancando il padre nella firma delle cuvée che avrebbero consacrato il marchio.
Nel 2000, la crescita dell’azienda porta all’inaugurazione della moderna sede a Borgo Sacco di Rovereto: una struttura sostenibile che fonde architettura rurale trentina e tecnologie d’avanguardia. Con la scomparsa di Leonello nel 2017, la guida passa ufficialmente a Lucia, oggi affiancata dalla figlia Margherita e il fratello Paolo Emilio, consolidando la gestione familiare.
Lucia Letrari
Sono orgogliosa di essere riuscita a raccogliere e tramandare l’eredità di mio padre, trasformando il suo insegnamento in un progetto capace di guardare avanti senza mai perdere il legame con le nostre radici. Cinquant’anni rappresentano per noi un traguardo importante: raccontano una storia di famiglia, di passione e di lavoro, ma soprattutto una visione di futuro da consegnare alle nuove generazioni .
Margherita Letrari
Portare avanti la storia della nostra famiglia significa prima di tutto custodire e valorizzare quanto costruito da mio nonno. Crescere in questa realtà mi ha insegnato il valore delle persone e dell’impegno quotidiano che rendono viva la cantina. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale guardare al futuro con uno sguardo nuovo, giovane e contemporaneo, portando avanti una gestione femminile dell’azienda, oggi guidata da me e da mia mamma. Stiamo lavorando al restyling delle etichette dei vini fermi proprio con questa idea: rinnovare l’immagine senza perdere la nostra identità. L’obiettivo è avvicinare il vino alle persone della mia generazione, raccontandolo in modo più diretto, naturale e attuale, capace di parlare anche ai giovani.
Oggi Letrari può contare su 12 ettari vitati distribuiti lungo la Valle dell’Adige, tra Rovereto, Nogaredo, Avio e Brentino Belluno. Qui i suoli poveri e rocciosi, le forti escursioni termiche e il benefico influsso dell’Ora del Garda creano condizioni ideali per la viticoltura di qualità e per la produzione di spumanti di grande finezza e vini rossi di spessore alpino.
Per celebrare questo importante anniversario, Letrari presenta tre nuovi vini simbolo in edizione limitata: vini che raccontano il tempo, la memoria e l’eccellenza di una famiglia che da mezzo secolo firma alcune delle bollicine più rappresentative del Trentino.
Tre nuovi Trentodoc per celebrare l’anniversario
Non semplici etichette ma un racconto del percorso dell’azienda attraverso il tempo, la memoria e la continua ricerca qualitativa: «Le tre etichette – spiega Lucia Letrari – sono state create appositamente per questo anniversario e sono il simbolo del nostro percorso. Il +4 Rosé Riserva Limited Edition racconta da dove siamo partiti e dove siamo arrivati; il 76 propone una nuova interpretazione dell’attuale Riserva della cantina, con tre vitigni e un passaggio in piccole botti di rovere; il 152 Rosé Extra Brut esprime invece tutta l’eleganza del Pinot Nero valorizzata da un lunghissimo affinamento. Anche le etichette sono state pensate per l’occasione e si ispirano alle lavagnette utilizzate per identificare i prodotti ed il numero di bottiglie sulle cataste dei Trentodoc, un richiamo concreto alla cantina e alla nostra identità».
+4 Rosé Extra Brut Riserva Limited Edition – 50 Anni
Edizione celebrativa che rende omaggio ai cinquant’anni della cantina e alla sensibilità femminile che da sempre accompagna la storia di Letrari. Questo Trentodoc Rosé Riserva Extra Brut nasce dalla vendemmia 2012 da Pinot Nero e Chardonnay e matura sui lieviti per 156 mesi, esprimendo con eleganza il valore del tempo.
Nel calice si presenta con un luminoso colore rosa-arancio vivo, delicato e brillante. Il bouquet è profondo e nitido, con richiami di fragola, ribes, caramella d’orzo e pompelmo. Al palato rivela struttura, equilibrio e dinamismo: il sorso è cremoso, teso e armonioso, sostenuto da una lunghissima persistenza. Un rosé celebrativo che racconta le origini e l’evoluzione di Letrari, prodotto in soli 852 pezzi.
Si abbina a caviale, crostacei, piatti di pesce salsati, anguilla alla griglia, salumi, cotechino, costate di manzo, agnello, paste ripiene, ma anche a sushi, pizza rossa e ai quattro formaggi.
Prezzo in enoteca a partire da 105,00 euro. Letrari 76 – Edizione Cinquantesimo
Prodotto in sole 76 bottiglie Magnum numerate, questo Trentodoc Extra Brut Riserva celebra l’anno di fondazione della maison. L’annata 2019 interpreta il presente di Letrari attraverso un assemblaggio di 50% Pinot Nero, 40% Chardonnay e 10% Pinot Bianco, con affinamento in piccole botti di rovere.
Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati e verdognoli, il perlage finissimo e persistente. Al naso emergono note di agrumi, mela renetta, nocciola, crosta di pane e lievi cenni di affinamento in rovere. Il gusto è sapido e croccante, energico ma preciso, con richiami di pan speziato e lievito tostato. La chiusura è lunga, fresca e autorevole. Una cuvée pensata per raccontare le radici dell’azienda con uno stile contemporaneo.
Si abbina a ostriche, carpacci di ricciola e branzino, scampi crudi, risotti ai crostacei, rombo al forno, pollame nobile, foie gras e formaggi di media stagionatura.
Disponibile in cantina, in enoteca Meregalli e pochi selezionati Amabassador della Maison in Italia. Letrari 152 – Edizione Cinquantesimo
La più rara e iconica tra le etichette celebrative: solo 152 Magnum numerate per questo Trentodoc Rosé Extra Brut, nato dalla vendemmia 2007 e affinato per 212 mesi sui lieviti, oltre diciotto anni di lenta evoluzione. È composto da 90% Pinot Nero e 10% Chardonnay, sintesi perfetta tra struttura e finezza.
Il colore rosa-arancio brillante introduce un profilo olfattivo complesso, dove note floreali eleganti si intrecciano a frutta mediterranea, agrumi, pesca succosa, ribes e sfumature speziate e minerali. In bocca è vibrante, profondo e armonioso, con grande energia gustativa e una trama cremosa che accompagna un finale lunghissimo. Un vino da collezione che testimonia la capacità di Letrari di sfidare il tempo.
Si abbina ad astice, gambero rosso, tonno scottato, tartare di salmone, risotti al tartufo, piccione o anatra rosata, cucina asiatica d’autore e formaggi stagionati.
Disponibile in cantina, in enoteca Meregalli e pochi selezionati Amabassador della Maison in Italia. La Redazione
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Edizione celebrativa che rende omaggio ai cinquant’anni della cantina e alla sensibilità femminile che da sempre accompagna la storia di Letrari. Questo Trentodoc Rosé Riserva Extra Brut nasce dalla vendemmia 2012 da Pinot Nero e Chardonnay e matura sui lieviti per 156 mesi, esprimendo con eleganza il valore del tempo.
Nel calice si presenta con un luminoso colore rosa-arancio vivo, delicato e brillante. Il bouquet è profondo e nitido, con richiami di fragola, ribes, caramella d’orzo e pompelmo. Al palato rivela struttura, equilibrio e dinamismo: il sorso è cremoso, teso e armonioso, sostenuto da una lunghissima persistenza. Un rosé celebrativo che racconta le origini e l’evoluzione di Letrari, prodotto in soli 852 pezzi.
Si abbina a caviale, crostacei, piatti di pesce salsati, anguilla alla griglia, salumi, cotechino, costate di manzo, agnello, paste ripiene, ma anche a sushi, pizza rossa e ai quattro formaggi.
Prezzo in enoteca a partire da 105,00 euro. Letrari 76 – Edizione Cinquantesimo
Prodotto in sole 76 bottiglie Magnum numerate, questo Trentodoc Extra Brut Riserva celebra l’anno di fondazione della maison. L’annata 2019 interpreta il presente di Letrari attraverso un assemblaggio di 50% Pinot Nero, 40% Chardonnay e 10% Pinot Bianco, con affinamento in piccole botti di rovere.
Il colore è giallo paglierino con riflessi dorati e verdognoli, il perlage finissimo e persistente. Al naso emergono note di agrumi, mela renetta, nocciola, crosta di pane e lievi cenni di affinamento in rovere. Il gusto è sapido e croccante, energico ma preciso, con richiami di pan speziato e lievito tostato. La chiusura è lunga, fresca e autorevole. Una cuvée pensata per raccontare le radici dell’azienda con uno stile contemporaneo.
Si abbina a ostriche, carpacci di ricciola e branzino, scampi crudi, risotti ai crostacei, rombo al forno, pollame nobile, foie gras e formaggi di media stagionatura.
Disponibile in cantina, in enoteca Meregalli e pochi selezionati Amabassador della Maison in Italia. Letrari 152 – Edizione Cinquantesimo
La più rara e iconica tra le etichette celebrative: solo 152 Magnum numerate per questo Trentodoc Rosé Extra Brut, nato dalla vendemmia 2007 e affinato per 212 mesi sui lieviti, oltre diciotto anni di lenta evoluzione. È composto da 90% Pinot Nero e 10% Chardonnay, sintesi perfetta tra struttura e finezza.
Il colore rosa-arancio brillante introduce un profilo olfattivo complesso, dove note floreali eleganti si intrecciano a frutta mediterranea, agrumi, pesca succosa, ribes e sfumature speziate e minerali. In bocca è vibrante, profondo e armonioso, con grande energia gustativa e una trama cremosa che accompagna un finale lunghissimo. Un vino da collezione che testimonia la capacità di Letrari di sfidare il tempo.
Si abbina ad astice, gambero rosso, tonno scottato, tartare di salmone, risotti al tartufo, piccione o anatra rosata, cucina asiatica d’autore e formaggi stagionati.
Disponibile in cantina, in enoteca Meregalli e pochi selezionati Amabassador della Maison in Italia. La Redazione
11 Maggio, 2026
Neo mamme e Mom to be in cantina
In occasione della Festa della Mamma, quattro protagoniste del vino italiano si raccontano e ci accompagnano dietro le quinte della produzione vinicola, dove l’amore per la terra si fonde con quello per i figli, tra album di ricordi enologici e l’ambizione di tramandare un mestiere che è, prima di tutto, un atto d’amore.
LA MOM TO BE DEL TRENTO DOC
C’è un filo invisibile che lega il tempo d’attesa di una nuova cuvée a quello di una gravidanza: la cura, la pazienza e l’emozione del veder nascere qualcosa di unico.
Lo sa bene Alessandra Stelzer, futura mamma di Aurora (a giugno 2026), titolare, insieme alla sorella Maddalena, di Maso Martis, prestigiosa maison spumantistica trentina fondata dai genitori Roberta Giuriali e Antonio Stelzer.
Classe 1993 – stesso anno in cui è stata riconosciuta la Doc Trento e in cui la cantina Maso Martis ha rilasciato il suo primo Metodo Classico – Alessandra si occupa di comunicazione e marketing e rappresenta la next generation al femminile del vino in Trentino portando avanti il progetto enologico e “d’amore” avviato dai genitori 36 anni fa sulle colline di Martignano, sopra Trento, a circa 450 metri di altitudine. Sono 12 gli ettari di vigneti coltivati in regime biologico dove la cantina unisce tradizione, sostenibilità e cura artigianale, con l’obiettivo di esprimere al meglio il carattere delle bollicine di montagna.
Alessandra Stelzer
Mi piacerebbe fare un salto tra qualche anno nel futuro per vedere mia figlia e come sono riuscita a coniugare la duplice identità di mamma e produttrice di vino, spero di riuscirci al meglio e sono consapevole che nel mio ruolo dovrò trovare una dimensione che mi consenta di seguire come sempre l’azienda ma anche la famiglia cercando magari di delegare, soprattutto nel primo periodo. Sono fortunata perché posso contare su mia sorella Maddalena, che guida l’azienda insieme a me, sui miei genitori e tutto il team: Maso Martis è una famiglia in tutto e per tutto; quindi, ci stiamo preparando tutti all’arrivo di questa “Madamoiselle” con emozione. Abbiamo anche ampliato l’organico della cantina proprio per continuare il nostro percorso nell’enoturismo su cui stiamo investendo molto, con l’arrivo di Aurora servirà una mano per gestire degustazioni e visite. Ad aiutarmi in questo percorso ho l’esempio straordinario di mia mamma Roberta che è riuscita a essere madre e imprenditrice in un momento cruciale dell’azienda che era appena nata, con pochi collaboratori e tantissime cose da fare. La vigna e la cantina sono parti integranti della mia vita, sono state lo scenario della mia infanzia e ci sono cresciuta, spero anche mia figlia possa amarle come le amo io. Sono felice di poter regalare ad Aurora la gioia e la libertà di vivere immersa nella natura e nelle vigne, dove godere di spazi aperti, dove ogni angolo è una scoperta e soprattutto di poterle fare vivere il mio lavoro, come io ho fatto ai tempi con i miei genitori.
Per celebrare questa nuova vita che entra nella famiglia Maso Martis «mi piacerebbe magari creare una riserva particolare, legata a questa vendemmia, ma vedremo come andrà la stagione. Sarebbe bello creare un vino che poi nei prossimi anni potremo aprire insieme. Durante la gravidanza, che sta giungendo al termine, ho vissuto molte emozioni e parallelismi con la creazione delle nostre bollicine: quando creiamo la cuvée sappiamo un po’ cosa aspettarci ma mai effettivamente quale sarà il risultato finale. In questi nove mesi ovviamente ho fantasticato su come sarà mia figlia, cosa avrà preso da me o da mio marito, ma scopriremo tutto solo quando nascerà: questa sorpresa dell’attesa è emozionante come quando stappiamo una nuova cuvée per la prima volta. La deadline per la “sboccatura” è il 26 giugno e la prossima vendemmia sarà molto speciale, la prima con Aurora che spero sarà una bimba sparkling come le nostre bollicine di montagna».
NINNE NANNE AL SAGRANTINO
Classe 1987 e mamma di Alice (3 anni e mezzo), Vera Lafranconi nasce a Lecco e si laurea in Viticoltura ed Enologia presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Milano. Innamoratasi del Sagrantino di Montefalco durante un tirocinio, si trasferisce in Umbria e dal 2012 è enologa resident e cellar master della cantina Arnaldo Caprai, azienda simbolo dell’enologia regionale e nazionale fondata nel 1971 e guidata da Marco Caprai dal 1988, che oggi condivide l’attività con la famiglia Angelini.
Vera Lafranconi
La cantina e la vigna per la mia bimba, Alice, sono ambienti famigliari e l’ho portata molte volte con me: già da piccolissima riconosceva i rumori della vendemmia, dell’imbottigliamento, delle pompe anzi spesso i suoni della cantina sono stati la sua ninna nanna, durante la gravidanza e anche dopo. Mi ha sempre reso molto felice sapere che la cantina e la vigna, miei luoghi del cuore, lo sono anche per mia figlia in qualche modo. Durante la gravidanza ho sempre continuato la mia attività con serenità, grazie anche al supporto e alle attenzioni di tutto il gruppo di colleghi e dell’azienda Arnaldo Caprai che da 14 anni è la mia casa lavorativa e non solo.
Prosegue l’enologa: «Mia figlia e il mio lavoro sono i due motori delle mie giornate, per me è fondamentale conciliare le due identità di enologa e mamma cercando di ottimizzare i tempi: le parole chiave sono amore e organizzazione, in cantina come in famiglia. La gravidanza prima e oggi la maternità sono momenti impegnativi ma meravigliosi proprio perché ho trovato la chiave per non rinunciare a nulla. Ricordo con grande affetto che proprio due giorni prima di partorire ero in cantina con Michel Rolland a lavorare sugli assemblaggi. Bisogna scoprire il punto di equilibrio, ad esempio, tra i tempi della vendemmia, che sono laboriosi, e quelli della crescita della bambina alla quale dedicare tempo di qualità coinvolgendola il più possibile nella mia professione».
Come dice la piccola Alice orgogliosissima: “Oggi sono stata in cantina perché la mia mamma fa il vino”, «è appassionata del mio lavoro, ma dopotutto già dopo un mese dalla nascita era con me in cantina e ho delle foto di lei che tiene fra le mani un grappolino di Chardonnay e lo getta nella pressa. Le faccio annusare la frutta, i fiori, cerco di farle capire le note aromatiche e lei è molto emozionata ed entusiasta, chissà forse diventerà un’enologa. Ogni anno il primo giorno di vendemmia la porto in cantina, è un momento simbolico che racchiude un anno di lavoro, averla vicino mi fa piacere. Per lei sto anche collezionando una bottiglia di ogni vino che realizzo e poi scatto una sua foto con un grappolino d’uva di quell’annata in mano: un album di ricordi enologici e di vita che vorrei lasciarle in eredità. Ogni vendemmia vivo, in senso lato, una sensazione simile alla maternità: quell’emozione unica di far crescere qualcosa, prendersene cura e farlo nascere. Essere mamma ed essere enologa hanno molti aspetti in comune. Alice mi chiamerebbe forse “la mamma dei vini di Arnaldo Caprai”».
BARBERA E BIBERON
Mamma da soli sette mesi, Federica Grasso conta su marito e sorelle per destreggiarsi tra vita privata e lavoro nell’azienda di famiglia, Cà del Baio. Situata a Treiso, nel cuore delle Langhe, la cantina vanta oltre cento anni di storia e vede oggi impegnata la quarta generazione: Federica, infatti, lavora fianco a fianco con le sorelle Paola e Valentina e i genitori Giulio e Luciana.
Il cuore pulsante della tenuta sono i 30 ettari di proprietà, dove il Nebbiolo regna sovrano dando vita ai pregiati Barbaresco Autinbej, Asili, Pora e Vallegrande. Accanto ai grandi classici del territorio – Dolcetto, Barbera, Moscato e Chardonnay – spicca il Riesling, una scelta distintiva che riflette il desiderio della famiglia Grasso di sperimentare oltre la tradizione. Fedele alla filosofia di The Green Experience, l’azienda pratica una viticoltura sostenibile, attenta all’ecosistema e alla biodiversità, con l’abolizione di concimi chimici e diserbanti, l’uso di lieviti autoctoni, il sovescio tra i filari, la diffusione di insetti pronubi ed essenze floreali, e la collocazione di nidi per gli uccelli funzionali alla coltura.
Federica Grasso
Il mio lavoro è sempre stato la mia passione. La mia vita è decisamente cambiata con l’arrivo, sette mesi fa, di mio figlio Cesare Ernesto. Il nome è dedicato a mio nonno, figura molto importante per me. Di carattere sono una persona precisa a cui piace tenere tutto sotto controllo e durante la gravidanza io e mio marito ci siamo ben organizzati. Questa genitoriale è una nuova fase della mia vita che non sto vivendo da sola: mio marito è mammo al 50% con me! È davvero fondamentale avere un partner di vita che capisce e condivide al 100% questo ruolo di genitore. Affrontare il ruolo da neo mamma è una sfida quotidiana. Ma il fatto di avere le mie due sorelle, con le quali conduciamo la cantina, già mamme mi ha aiutato molto: ho preso ispirazione da loro e mi hanno insegnato a trovare un giusto equilibrio tra la gestione aziendale e quella familiare. Il poter svolgere il lavoro che amo, senza rinunciare alla cura e crescita di mio figlio, è possibile grazie all’ aiuto fondamentale dei nonni e ribadisco di mio marito. Io e le mie sorelle abbiamo avuto la fortuna di crescere con i nonni che insieme ai nostri genitori ci hanno trasmesso la passione e la cura per questo lavoro in modo molto silenzioso. Spero di poter trasmettere a mio figlio lo stesso amore. A fine giornata la cosa che mi riempie di gioia è la visita in cantina di Cesare Ernesto.
PALTRINIERI, FLYING MAMMA
Neo mamma da appena due mesi, Cecilia Paltrinieri vive una nuova stagione della vita con la stessa energia con cui accoglie ogni giorno visitatori e appassionati nella cantina di famiglia, Cantina Paltrinieri, nel cuore della denominazione del Lambrusco di Sorbara. Responsabile accoglienza e prossimamente anche del reparto estero, Cecilia rappresenta una nuova generazione che guarda al futuro senza perdere il legame con le proprie radici.
Cecilia Paltrinieri
Mia figlia Anna è nata a febbraio, quindi per me è ancora tutto molto nuovo. Faccio quello che posso, non sono ancora a pieno regime, ma sto cercando di far conciliare al meglio il lavoro e il mio nuovo ruolo di mamma. Quando rientrerà completamente in azienda, oltre alla supervisione dell’accoglienza seguirà anche il reparto estero, oggi affidato a una consulenza di lunga data: «L’idea è quella di portare sempre più questa gestione all’interno della famiglia. Probabilmente già da questa estate mi occuperò principalmente di questo, continuando a seguire anche l’accoglienza.
Una nuova organizzazione che Cecilia guarda con entusiasmo: È una cosa di cui devo ancora capire bene tempi e ritmi, però il mio lavoro mi piace e vorrei essere nelle condizioni di poterlo svolgere come prima, se non anche meglio.E aggiunge, con uno sguardo rivolto al futuro: «Ho quasi questo presentimento, questo auspicio, che mia figlia possa davvero farmi fiorire ancora di più anche sul lavoro. Giorno per giorno sto cercando di capire come crescere in entrambe le cose.
La prospettiva di lavorare con l’estero, tra possibili viaggi e nuovi impegni, non la spaventa: «Ho la fortuna di vivere in un contesto familiare allargato che mi aiuta tanto. Posso contare sulla mia mamma, la nonna di Anna, e anche su mia nonna, che a 85 anni è ancora molto attiva». Un sostegno prezioso, reso ancora più concreto dal fatto che casa e azienda condividono gli stessi spazi: «Abitiamo proprio di fianco alla cantina, è un’unica proprietà. Per andare al lavoro ci metto dieci secondi. Questo mi permette di vivere la maternità con serenità senza rinunciare alle mie ambizioni lavorative».
La Redazione
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11 Maggio, 2026
Quindici anni di Doctor Wine. Auguri, Daniele ma la prossima volta..
Festeggiare è un atto di civiltà. Non il semplice accumulo di brindisi e sorrisi. È qualcosa di più profondo: il riconoscimento collettivo che qualcuno ha fatto qualcosa che vale la pena ricordare. Per questo, quando Daniele Cernilli mi ha invitato a celebrare i quindici anni di Doctor Wine e della sua Guida dei Vini Buoni d’Italia, ho accettato con la stessa semplicità con cui si dice sì a una cosa giusta. Perché i quindici anni di Daniele sono una cosa giusta e le cose giuste meritano di essere celebrate.
L’appuntamento era all’Hotel Visconti di Roma, sabato 9 maggio. Una degustazione libera, con un parterre di cantine selezionate dalla mano di chi, in materia, non sbaglia o sbaglia raramente. La premessa era ottima. Oltretutto Roma era insolitamente clemente con il parcheggio. Sarà stato perché i romani, nel frattempo, si dividevano equamente tra il Foro Italico per gli Internazionali d’Italia e le spiagge. Nell’aria quella leggerezza di un sabato pomeriggio che predispone al bello.
All’accredito, nel momento in cui ho dato il mio nome, qualcuno ha pensato bene di accogliermi con un epiteto dantesco: “lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.”
L’ho preso come una battuta. Forse avrei dovuto prenderlo come un presagio.
La sala di degustazione era piena. Piena nel senso più letterale, fisico e poco metaforico del termine: troppo piena. Produttori interessanti. Vini certamente degni di attenzione. Cosa questa che non potrebbe essere altrimenti con la firma di Daniele. Tutto però relegato in uno spazio che la folla aveva trasformato in qualcosa di più simile a una metropolitana nelle ore di punta che ad un luogo deputato all’ascolto del vino.
L’aria mancava. Il caldo era reale. Transitare da un banco all’altro richiedeva una pazienza che il contesto non meritava. Calici pieni come la quantità di anidride carbonica presente in sala. Se ci fosse stata la musica i corpi connessi vista la mancanza assoluta di spazio, almeno avrebbero preso a muoversi con un certo ritmo. Che oltretutto il tasso alcolico avrebbe facilitato molto.
Non ho scambiato una parola con nessun produttore. Ho chiesto vini, li ho ricevuti, li ho bevuti. Ma capire quei vini, sentirli, interrogarli, costruire il dialogo silenzioso che è il cuore di ogni degustazione seria, questo non è stato, purtroppo, possibile.
Ho notato, sulle facce di qualche produttore, un’espressione che conoscevo bene: quella di chi ha qualcosa da dire e non trova lo spazio per dirlo. Quella che per dirlo aveva bisogno di alzare la voce. Gridare più che dialogare.
Sia chiaro: non è una critica alla festa. La festa è stata bella e vedere tante persone, molte delle quali non necessariamente, direi giustamente, avvezze al vino, accorrere a un evento di questo tipo è, in sé, una notizia meravigliosa. Il vino ha bisogno di nuovi pubblici, di sguardi freschi, di curiosità non ancora codificate. Di persone che si approcciano allo sconfinato panorama del vino italiano cercando di capire, scoprire, apprezzarne le sfumature. Ma una cosa è la festa, un’altra è la degustazione. E quando le due si sovrappongono senza uno spazio adeguato a contenerle entrambe, è la degustazione a rimetterci. Con lei, un po’, anche i produttori che avevano accettato di esserci.
Daniele Cernilli è una figura di valore indubbio nel panorama critico del vino italiano. Quindici anni di Doctor Wine non si costruiscono per caso: richiedono rigore, coerenza, il coraggio di avere un’opinione e di difenderla. Per questo gli auguro, con sincerità, che ne seguano altri quindici e altri quindici ancora.
Ma la prossima volta, Daniele: una stanza più grande. Che i tuoi produttori possano parlare, che i tuoi ospiti possano ascoltare, che i calici possano respirare. Perché quindici anni di lavoro meritano uno spazio all’altezza. E tu, più di chiunque altro, lo sai.
Tanti auguri.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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10 Maggio, 2026
In Italia è Trend Crémant: Lgcf: +44% Nel primo trimestre del 2026
Tutti pazzi per il Crémant. Lo dicono i numeri: la domanda del Metodo Classico francese prodotto fuori dalla regione della Champagne è in grande crescita, tanto che il mercato globale del Crémant ha stabilmente superato la soglia delle 100 milioni di bottiglie vendute ogni anno.
Anche in Italia il trend è positivo e negli ultimi 4 anni il numero di bottiglie vendute complessivamente è salito da 450 mila fino a oltre 2,5 milioni, per un giro d’affari pari a 13 milioni di euro.
Un exploit che porta in primis la firma di Les Grands Chais de France, che nel nostro Paese lo scorso anno ha venduto quasi 1 milione di bottiglie di Crémant, come confermato dalla Country Manager Romina Romano a Vinitaly. Un dato rilevate, che corrisponde al 25% della quota di mercato di Crémant complessivamente venduto nel nostro Paese.
I numeri del Gruppo francese si confermano in crescita anche nel primo trimestre del 2026, tanto che le vendite di bottiglie di Crémant in Italia segnano un +44% rispetto allo stesso periodo del 2025, per un totale di 250 mila bottiglie vendute da LGCF quest’anno contro le 170 mila di un anno fa.
Romina Romano
L’Italia è un mercato strategico per Les Grands Chais de France e negli ultimi anni abbiamo registrato volumi di vendite in costante crescita. L’Italia vanta una tradizione enologica e una cultura del vino notevole, oltre che una storica passione per la bollicina Metodo Classico, tanto che in questi primi 3 mesi del 2026 le nostre vendite di Crémant hanno superato quota 250 mila bottiglie, vale a dire il 44% in più rispetto allo scorso anno. È un dato importante, che ci rende orgogliosi e che certifica quanto il consumatore italiano sia attento alle produzioni di qualità che il nostro Gruppo offre nelle otto diverse denominazioni di Crémant che produciamo.
Les Grands Chais de France è infatti l’unico produttore di Crémant in tutte e 8 le regioni vinicole dove questa tipologia di Metodo Classico viene prodotto, con 19 milioni di bottiglie commercializzate nel 2025, ed è leader nelle otto regioni francesi DOP del Crémant: infatti, il Gruppo rappresenta il 38% di tutti i Crémants de Bordeaux, il 34% dei Crémants de Loire, il 32% dei Crémants de Jura, il 31% dei Crémants de Die e il 20% dei Crémants d’Alsace.
Sono otto le regioni vinicole francesi che producono Crémant sono: Alsazia, Borgogna, Loira, Jura, Bordeaux, Savoia, Limoux (Languedoc-Roussillon) e Die (Rodano). A caratterizzare ogni Crémant sono i vitigni, che variano da regione a regione: tra i più utilizzati troviamo lo Chardonnay, il Pinot Nero, il Pinot Bianco e lo Chenin Blanc, affiancati in alcune zone da varietà tradizionali locali come il Jacquère, il Clairette o il Mauzac. Questi conferiscono ai vini profili unici, espressioni dirette della ricchezza e varietà dei terroir francesi.
Per ogni regione, Les Grands Chais de France propone diverse interpretazioni di Crémant, ognuna rappresentativa del proprio territorio d’origine.
ORIGINE DEL TERMINE CRÉMANT
Crémant è un sostantivo derivato da un aggettivo, a sua volta derivato dal participio presente del verbo crémer, attestato fin dal 1580 con il significato di “coprirsi di crema”. Che cosa c’entra la crema? In questo caso non si tratta di un prodotto del latte, bensì di un sinonimo di mousse, ovvero “spuma”. Crémant evoca dunque la generosità con cui il vino genera una spuma così delicatamente compatta da aderire al calice e sormontare il liquido. Un’immagine poetica, molto raffinata. Forse però crémant possiede nella lingua di Molière una connotazione leggermente più blanda di mousseux, vocabolo più energico e impetuoso. Non a caso, cento o duecento anni or sono, crémant era impiegato in Champagne per designare vini effervescenti con una minore sovrappressione dei mousseux, dunque in grado di produrre solo una crema, anziché una spuma tumultuosa.
LE 8 REGIONI VINICOLE DEI CRÉMANT
Le 8 regioni vinicole francesi che producono Crémant sono:
Alsazia, Borgogna, Loira, Jura, Bordeaux, Savoia, Limoux (Languedoc-Roussillon) e Die (Rodano), ognuna con vitigni e caratteristiche specifiche, offrendo un’ottima alternativa allo Champagne, spesso con un miglior rapporto qualità-prezzo.
Ecco le principali regioni e le loro peculiarità:
Alsazia (Alsace): utilizza uve come Pinot Bianco, Chardonnay e Pinot Grigio, per uno stile fresco e fruttato.
Borgogna (Bourgogne): spesso a base di Chardonnay e Pinot Noir, offre eleganza e complessità.
Loira (Loire): famosa per i suoi Chenin Blanc e Cabernet Franc, con profumi di mela e agrumi.
Jura: con uve autoctone come il Savagnin, dà vita a Crémant unici e minerali.
Savoia (Savoie): con il suo clima alpino e vitigni come Jacquère, offre freschezza e vivacità.
Limoux (Languedoc-Roussillon): con il Mauzac, Chardonnay e Chenin Blanc, ha origini antichissime (la Blanquette de Limoux).
Die (Rodano): produzione basata principalmente sulla Clairette, per un’opzione leggera e aromatica.
Bordeaux: anche questa regione bordolese produce Crémant, integrando uve locali come Sémillon, Sauvignon e Ugni Blanc.
In ognuna di queste aree, il vino Crémant viene prodotto seguendo il metodo tradizionale, lo stesso adottato per lo Champagne: rifermentazione in bottiglia con aggiunta di zucchero e lieviti, seguita da un affinamento minimo di 9 mesi sulle fecce, che arricchisce il vino in struttura e complessità. Un processo rigoroso, curato minuziosamente in ogni dettaglio.
A caratterizzare ogni Crémant, tuttavia, contribuisce soprattutto la scelta dei vitigni, che varia sensibilmente da regione a regione: tra i più utilizzati troviamo lo Chardonnay, il Pinot Nero, il Pinot Bianco e lo Chenin Blanc, affiancati in alcune zone da varietà tradizionali locali come il Jacquère, il Clairette o il Mauzac. Questi conferiscono ai vini profili unici, espressioni dirette della ricchezza e varietà dei terroir francesi.
Come detto, Les Grands Chais de France è l’unico produttore di Crémant in tutte e 8 le regioni vinicole dove questa tipologia di metodo classico viene prodotto. In gamma si possono trovare dai Crémant più tradizionali ai Crémant biologici, vegani e anche senza solfiti aggiunti.
ALSAZIA
Le influenze tedesche e francesi si fondono, creando vini di grande eleganza e freschezza. Il paesaggio, caratterizzato da colline dolci e terreni vari, contribuisce a una diversità di stili e sapori.
3.900 ettari destinati alla produzione di Crémant, 33 milioni di bottiglie prodotte annualmente. Denominazione nata nel 1976.
Solitamente sono composti da un blend armonioso di Pinot Blanc, Riesling, Pinot Gris, Chardonnay, Auxerrois e Pinot Noir.
1895 Domaine de la Ville de Colmar – Crémant d’Alsace AOC Riesling
Crémant che nasce da uve 100% Riesling, raccolte a mano dopo perfetta maturazione. Vino prodotto con metodo tradizionale, con seconda fermentazione in bottiglia e affinamento “sur lattes” che permette alle bollicine di presentarsi con incomparabile finezza e garantisce una generosa sensazione di morbidezza.
Prezzo: 19,9 euro
Arthur Metz Prestige – Crémant d’Alsace AOP Brut Prestige
Il Crémant Prestige Brut Arthur Metz è prodotto secondo il metodo tradizionale, con affinamento di 12 mesi “sur lattes” che conferisce un perlage di grande finezza e piacevole sensazione di cremosità. Le uve sono raccolte a mano. Di colore giallo pallido con riflessi verdi, questo Crémant presenta note di frutti a polpa bianca, come pera e mela. Vivace, con piacevole finale, si accompagna perfettamente come aperitivo e a piatti di pesce o dessert.
Prezzo: 14,5 euro
BORGOGNA
Questa regione, con la sua ricca storia vinicola che risale ai monaci medievali, produce uno spumante che riflette la complessità e la finezza del suo terroir. Il clima temperato e i terreni calcarei sono ideali per la coltivazione delle varietà utilizzate in questo Crémant.
2.861 ettari destinati alla produzione di Crémant, 19,2 milioni di bottiglie. Denominazione nata nel 1976.
Uve: Pinot Noir e Chardonnay (minimo 30% della cuvée), Pinot Blanc, Pinot Gris, Gamay Noir à jus blanc (massimo 20% della cuvée), Aligoté, Melon e Sacy.
Chartron et Trébuchet Chardonnay Extra Brut – AOP Crémant de Bourgogne
Crémant 100% Chardonnay, prodotto con metodo tradizionale, proveniente principalmente dallo Châtillonnais, a nord della Côte d’Or, e dalla Borgogna meridionale.
Le uve vengono pressate immediatamente all’arrivo in cantina e la fermentazione avviene in tini di acciaio inox. La presa di spuma avviene in bottiglia con affinamento di 12 mesi “sur lattes”, prima del passaggio in gyropallet e della sboccatura, a cui segue l’aggiunta del liqueur d’expédition prima della tappatura.
Il vino si presenta di colore giallo dorato pallido, con bollicine fini e spuma persistente; al naso emergono note sottili di fiori bianchi, nocciola e brioche. È ideale come aperitivo, ma è anche un ottimo Crémant da bere “a tutto pasto” o con dessert a base di frutta.
Prezzo: 19,9 euro
Pierre André Brut – AOP Crémant de Bourgogne
Crémant che nasce da un blend di diversi vitigni – Chardonnay, Pinot Noir, Gamay e Aligoté – provenienti da vigne delle Côtes e Hautes Côtes de Beaune e de Nuits e della Côte Chalonnaise. Vinificato con metodo tradizione, le uve Pierre André Brut vengono pressate all’arrivo in cantina con presse pneumatiche e la fermentazione viene effettuata in tini di acciaio inox. La presa di spuma avviene in bottiglia con un affinamento di 18 mesi “sur lattes” a cui segue l’aggiunta del liqueur d’expédition prima della tappatura.
Il colore è quello dell’oro bianco, impreziosito da bollicine fini. Al naso spiccano piacevoli note di fiori bianchi, fiori d’arancio e brioche fresca. Si presenta fresco ed elegante, con un
eccellente equilibrio tra acidità, potenza aromatica e delicatezza dell’effervescenza. Pierre André Brut è perfetto come aperitivo e si abbina anche a pollame, frutti di mare in salsa e dessert come i sorbetti.
Prezzo: 19,9 euro
LOIRA
Il Crémant de Loire, proveniente dalla pittoresca Valle della Loira, è stato riconosciuto come AOC nel 1975. Questa regione, con i suoi castelli storici e il paesaggio fluviale, vanta una tradizione vinicola che risale all’epoca romana. Il clima varia da continentale a marittimo, influenzando direttamente la varietà e la qualità dei vini prodotti qui.
Uve : Chenin Blanc, Cabernet Franc e Chardonnay.
Marquis De Goulaine Tête De Cuvee – AOP Crémant de Loire Bianco
Questo Crémant nasce nella Valle della Loira da uve Chenin, Chardonnay e Cabernet Franc. Vinificato con metodo tradizionale e rifermentazione in bottiglia per la presa di spuma, viene affinato “sur lattes” in cantina per 18-24 mesi: ciò conferisce al vino complessità, finezza e morbidezza. Di colore giallo pallido brillante con riflessi argentei, in bocca propone note di frutta bianca, pesca, miele e un accenno di gelsomino. È un Crémant raffinato con una buona persistenza e vanta un ottimo equilibrio tra la potenza aromatica e la morbidezza dei frutti a polpa bianca. Perfetto con frutti di mare, ostriche, formaggio di capra.
Prezzo: 17,9 euro
Lacheteau – AOP Crémant de Loire Extra-Sec
Vinificato con metodo tradizionale, prima dell’imbottigliamento viene aggiunto alla cuvée il liqueur de tirage. Le bottiglie vengono poi poste “sur lattes” per la seconda fermentazione e dopo la sboccatura viene aggiunto il liqueur d’expédition. Questo Crémant ha un colore giallo pallido, limpido, mentre le bollicine sono fini e delicate.
I sentori, al naso, riportano a note floreali e di frutta, in particolare pesca bianca e pesca nettarina, con alcuni accenni di frutta secca. In bocca è armonioso, con sentori fruttati.
Da bere come apritivo, si abbina a carni bianche e a insalate.
Prezzo: 10,9 euro
JURA
Questa regione, conosciuta per i suoi vini unici e distintivi, offre un terroir ideale, con un clima fresco e terreni ricchi di marne. La storia vinicola del Jura, ricca di tradizioni e innovazioni, si rispecchia in questo spumante di carattere.
515 ettari, 1,7 milioni di bottiglie. Denominazione nata nel 1995.
Uve : Poulsard, Pinot Noir, Trousseau, Chardonnay and Savagnin.
Per il Crémant du Jura blanc, Chardonnay, Pinot Noir and Trousseau devono essere almeno il 70% della cuvée.
Per il Crémant du Jura rosé, Pinot Noir, Poulsard and Trousseau devono essere almeno il 50% della cuvée.
Marcel Cabelier Vintage – AOP Crémant du Jura
Prodotto con uve Chardonnay provenienti dalla regione della Franca Contea, tra la Borgogna e la Svizzera. Le uve sono raccolte a mano, la pressatura è diretta e la fermentazione avviene in tini di acciaio inox. La seconda fermentazione è in bottiglia e con affinamento sui lieviti per almeno un anno.
Marcel Cabelier Vintage ha il caratteristico colore giallo-verdolino con fini bollicine. Al naso è intenso e presenta un mix di sentori di miele e mela verde con note di brioche. Perfetto come aperitivo o da degustare con il dessert.
Prezzo: 20 euro
BORDEAUX
Il Crémant de Bordeaux è stato riconosciuto come AOC nel 1990. Questa regione, con la sua lunga storia vinicola, mostra un lato diverso con questo spumante. Il clima temperato e i terreni ben drenati sono perfetti per le varietà utilizzate, creando un Crémant che sorprende con il suo carattere fruttato.
Produzione totale 800.000-1 milione di bottiglie circa.
Vitigni: Cabernet Savignon, Cabernet Franc, Merlot, Malbec, Petit Verdot o Carmenere per i Crémant rosati. A questi si possono aggiungere Semillon, Sauvignon bianco o grigio, Colombard, Ugni Blanc e Muscadelle per i Crémant bianchi.
Calvet – AOP Crémant de Bordeaux Extra Brut
Maison Calvet è tra i più antichi négociant della regione di Bordeaux e da oltre 200 anni è un punto di riferimento vitivinicolo d’eccezione.
Questo Crémant de Bordeaux nasce da una selezione delle migliori uve, affinate sur lattes. Si presenta con il caratteristico colore giallo pallido con riflessi verdi e bollicine finissime. Raffinato e fresco, al palato ha note agrumate che lo rendono perfetto come aperitivo o “da tutto pasto” soprattutto con piatti di pesce come il Lamprey à la bordelaise.
Prezzo: 14,9 euro
Timberlay – AOP Crémant de Bordeaux
Blend composto da 60% Sémillon e 40% Merlot, con uve raccolte a mano. Il processo di vinificazione avviene in tini di acciaio inox, a temperatura controllata (tra 16°C e 18°C), seguita dalla rifermentazione in bottiglia, 12 mesi prima della sboccatura.
Timberlay ha un colore giallo pallido con bollicine particolarmente fini. Al naso presenta note di fiori bianchi e agrumi, il gusto è fresco e si abbina perfettamente ai dessert o in accompagnamento a piatti a base di carne.
Prezzo: 11,9 euro
SAVOIA
Situata nelle Alpi francesi, la Savoia è una regione con un paesaggio montano mozzafiato. La viticoltura qui beneficia di un clima alpino, che insieme ai terreni poveri e rocciosi, crea un Crémant dal gusto fresco e vivace, che riflette la purezza e la bellezza della sua regione d’origine.
57 ettari destinati alla produzione di Crémant, 350.000 bottiglie di produzione annua totale.
Denominazione nata nel 2014.
40% minimo di uva Jacquère
G&G Bouvet – Crémant de Savoie
Crémant prodotto da uve Jacquère, Altesse e Chardonnay raccolte a mano e riposte in cassette forate. Le bottiglie riposano “sur lattes” per un minimo di nove mesi, prima di essere sottoposte a remuage e lasciate riposare per altri tre mesi: un periodo di maturazione totale di 12 mesi è essenziale affinché le bollicine si integrino completamente e per ottenere un perlage fine ed elegante. Di colore oro pallido, al naso spicca una freschezza fruttata avvolta da note floreali. I sentori riportano agli aromi di fiori alpini.
Questo Crémant è il compagno ideale per ogni aperitivo.
Prezzo: 14,9 euro
Clos Petraz Maison Du Vigneron – AOP Crémant de Savoie
Crémant che nasce da uve Jacquère, Altesse e Chardonnay raccolte a mano in cassette forate. Clos Petraz è prodotto secondo il metodo tradizionale e un affinamento minimo di 24 mesi dopo l’imbottigliamento. Questo lungo riposo è essenziale per un perlage fine ed elegante. Si presenta di colore oro pallido, al naso si apre con note agrumate completate da fiori bianchi di gelsomino, caprifoglio e fiori di vite.
In bocca gli aromi sono più complessi: albicocche, nocciole tostate e brioch accompagnano il sorso verso un finale dalle note minerali tipiche del terroir di questo Clos.
Si accompagna perfettamente a piatti dalla diversa complessità.
Prezzo: 20 euro
LIMOUX (Languedoc-Roussillon)
Il Crémant de Limoux ha radici profonde nella regione del Languedoc, vicino alla città di Limoux. Si ritiene che qui sia stato prodotto uno dei primi vini spumanti del mondo, già nel XVI secolo. Con il riconoscimento AOC ottenuto nel 1990, il Crémant de Limoux continua la tradizione di un vino che unisce storia e modernità. La regione, caratterizzata da un clima più caldo e terreni diversificati, produce un Crémant distintivo.
1,1 milioni di bottiglie vendute solo da GCF, dati totale non disponibili.
Vitigni: Mauzac, con aggiunte di Chardonnay e Chenin Blanc.
Tholomies – AOP Crémant de Limoux
Tholomies è un blend di uve: 50% Chardonnay, 20% Pinot Noir, 20% Chenin e10% Mauzac. Si tratta di un Crémant prodotto a 25 km da Carcassonne, lungo l’alta valle dell’Aude, tra i plateau del Chalabrais e di Lacamp sul versante orientale.
La pressatura dell’uva è seguita dalla vinificazione a 18°C in tini termoregolati, mentre l’affinamento è in vasca. Il vino viene imbottigliato dopo l’assemblaggio, il collaggio e la filtrazione e successivamente riposa “sur lattes” per 12 mesi.
Di colore oro brillante, presenta inconfondibili note di limone e mandorla dolce. Al gusto è morbido, estremamente rinfrescante e con un finale vellutato. Questo Crémant è perfetto come aperitivo, con pesce, frutti di mare o per accompagnare l’intero pasto.
Prezzo: 9,9 euro
Salasar Carte Azur – AOP Crémant de Limoux
Vino che nasce da un blend di diversi vitigni: 50% Chardonnay, 20% Pinot Noir, 20% Chenin, 10% Mauzac. Alla pressatura dei grappoli segue la vinificazione a 18°C in tini termoregolati. L’affinamento è in vasca. Il vino viene imbottigliato dopo l’assemblaggio, il collaggio e la filtrazione, a cui segue un riposo “sur lattes” per 12 mesi.
Salasar Carte Azur ha un colore oro brillante, con note di limone e mandorla dolce all’olfatto. In bocca risulta fresco, equilibrati e con un finale vellutato. Si accompagna bene come aperitivo o con piatti anche robusti come la cassoulet tradizionale della regione.
Prezzo: 15,9 euro
DIE (Rodano)
Nella Drôme, regione di Rodano-Alpi, troviamo il Crémant de Die, riconosciuto come AOC nel 1993. La storia di questo vino è intrecciata con quella della regione, dove la viticoltura risale ai tempi romani. Il clima mediterraneo e i terreni calcarei e argillosi favoriscono la crescita dell’uva Clairette, che conferisce al Crémant de Die il suo profilo unico.
62 ettari, 100.000 bottiglie all’anno
Vitigni: Principalmente Clairette, che conferisce al Crémant de Die un profilo aromatico distintivo.
Carod Frères – AOP Crémant de Die
Crémant che nasce da un blend di diversi vitigni: 85% Clairette blanche, 10% Aligoté, 5% Moscato secco (Muscat). È prodotto con metodo tradizionale e dopo la pressatura e la fermentazione il vino viene imbottigliato per la seconda rifermentazione per un periodo di almeno 12 mesi.
Si presenta con un caratteristico colore oro pallido; al naso spiccano gli aromi di fiori bianchi, derivanti dall’assemblaggio dei tre vitigni, e la spuma fine e leggera rende questo Crémant estremamente elegante. In bocca è fresco e persistente con aromi di fiori bianchi e un accenno di crosta di pane. Ideale dall’aperitivo al dessert o come base per cocktail, si abbina a formaggi caprini locale e a quiche alle verdure.
Prezzo: 10,9 euro
La Redazione
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10 Maggio, 2026
Il sughero Amorim più in alto che mai: la tecnologia naturale protagonista della missione Artemis II
Amorim Cork Italia celebra la sua materia principe: nata oltre 10 milioni di anni fa e, da sempre, capace di dare un contributo strategico al futuro della scienza
Dalla tradizione alla frontiera dello spazio, il sughero Amorim torna protagonista nelle missioni NASA. Dopo il successo di Artemis I, la casa madre Corticeira Amorim contribuisce anche alla missione Artemis II, fornendo materiali a base di sughero utilizzati nel sistema di protezione termica della navicella Orion, dove svolgono un ruolo fondamentale nel tutelare componenti e strutture critiche dalle temperature estreme generate durante le fasi più delicate della missione, dal lancio al rientro nell’atmosfera terrestre.
Nel settore aerospaziale, il sughero viene trasformato in un composito ad alte prestazioni noto come P50, sviluppato per operare in condizioni estreme e capace di combinare isolamento termico, assorbimento di energia sotto stress meccanico, flessibilità e compatibilità con i più avanzati sistemi compositi. Si tratta di una soluzione che nasce dall’esperienza di Amorim Cork Solutions e da un lungo percorso di ricerca e sviluppo su materiali naturali ad alte prestazioni.
Eduardo Soares, Innovation Director di Amorim Cork Solutions
Il ruolo del sughero è, in fondo, semplice ma fondamentale: proteggere sacrificando sé stesso. All’aumentare delle temperature, il materiale subisce una trasformazione controllata, formando uno strato carbonizzato che rafforza la resistenza termica e protegge le strutture sottostanti. Ciò che rende questi materiali davvero unici è la combinazione tra una materia prima naturale e leganti ad alta resistenza al fuoco, che danno origine a un sistema di protezione termica leggero e affidabile, capace di sopportare livelli estremi di esposizione al calore.
La presenza del sughero nelle missioni Artemis I e Artemis II rappresenta una conferma significativa delle sue prestazioni in ambienti critici, dove ogni materiale è sottoposto a rigorosi processi di validazione e dove la continuità è sempre il risultato di performance già dimostrate.
António Rios de Amorim, Presidente e CEO di Corticeira Amorim
Un contributo che dimostra la sua affidabilità in alcuni degli ambienti più esigenti mai affrontati dall’ingegneria. Nel settore aerospaziale, la continuità non è mai scontata: si conquista attraverso le prestazioni. È un esempio concreto di come un materiale naturale, quando combinato con conoscenza e innovazione, possa soddisfare i più elevati standard tecnologici. Quello che stiamo osservando oggi è che la scienza dei materiali non è più una funzione di supporto, ma un elemento centrale nella progettazione e nell’esecuzione delle missioni spaziali.
Materiale 100% naturale, rinnovabile e riciclabile, il sughero proviene dai montados, ecosistemi unici del bacino mediterraneo, dove la corteccia delle querce da sughero viene estratta senza danneggiare gli alberi, secondo un ciclo sostenibile che si ripete per decenni. In questo contesto, Amorim continua a dimostrare come sia possibile coniugare natura, innovazione e alte prestazioni, portando un materiale tradizionale nei contesti più avanzati e strategici a livello globale. Per Amorim Cork Italia, questo risultato rappresenta un’ulteriore conferma del valore del sughero anche per il mondo del vino, un altro settore dove ogni dettaglio può fare la differenza, dove affidabilità, sicurezza e sostenibilità sono elementi imprescindibili.
Crediti immagini: NASA (Ben Smegelsky – John Kraus – Joel Kowsky)
Il Gruppo Amorim è la prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero, in grado di coprire da sola nel 2024 il 45% del mercato mondiale di questo comparto e il 28% del mercato globale di chiusure per vino; conta un totale di 61 filiali di cui 41 distribuite nei principali Paesi produttori di vino. Il Gruppo Amorim esporta in più di 100 Paesi e ha le sue aziende in 30 Paesi nei cinque continenti.
Amorim Cork Italia, con sede a Conegliano (Treviso) si è confermata nel 2025 azienda leader del mercato del Paese e principale filiale del Gruppo Amorim. Con i suoi 75 dipendenti, nel 2025 ha registrato 74 milioni di euro di fatturato e ha completato il raddoppio della sede produttiva, con un investimento da 6,5 milioni di euro. La leadership di Amorim è dovuta ad una solida rete tecnico-commerciale distribuita su tutto il territorio della penisola, ad un efficace servizio di assistenza pre e post vendita ma anche all’avanguardia dei suoi sistemi produttivi e gestionali e soprattutto del suo reparto Ricerca&Sviluppo, al quale si associa una spiccata sensibilità per la tutela dell’ambiente e in particolare per la salvaguardia delle foreste da sughero. Accento vigoroso anche quello sulle risorse umane, con una serie di iniziative di work-life balance per una migliore armonia tra vita personale e lavorativa della grande famiglia Amorim. Tra gli ultimi grandi traguardi raggiunti, infine, il compimento perfetto dell’economia circolare grazie alla linea SUBER, arredo di design nato dalla granina dei tappi raccolti dalle onlus del progetto ETICO (di Amorim stessa) e riciclati. Un’opera di sostenibilità divenuta anche culturale grazie alle mostre “SUG_HERO – Metaforme – Le mille vite di uno straordinario dono della natura, il sughero” per valorizzare l’elemento sughero e “Il passo del viandante” dedicata al territorio in cui la filiale ha messo radici.
La Redazione
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