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22 Maggio, 2026
Chi semina utopia, raccoglie realtà. Addio a Carlo Petrini, l'uomo che ci insegnò a mangiare lentamente
La velocità è violenza
Paul Virilio, Velocità e politica, 1977 Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è. Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà. Aveva ragione. Il chiodo contro il vento Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato. Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione. Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale? La terra come vocabolario Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine. Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia. Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata. Terra Madre e il mondo che si connette Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali. Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale. Quello che rimane nei solchi Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me). Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua. Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere. Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile. Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Paul Virilio, Velocità e politica, 1977 Un’idea semplice può essere così semplice da sembrare ovvia a posteriori. Così semplice però da spaccare il mondo in due: prima e dopo. Prima di Carlo Petrini mangiavamo. Dopo, abbiamo cominciato a capire che mangiare è un atto politico, un atto d’amore, un atto di resistenza. Di socialità e condivisione. Non solo con chi sta attorno al nostro stesso tavolo, ma anche con chi ci ha consentito di godere di quanto in tavola c’è. Carlin, come lo chiamavano tutti a Bra, come lo chiamavano i contadini delle Langhe e i filosofi che lo ascoltavano parlare nei convegni con la stessa attenzione, ci ha lasciati nella tarda serata di ieri, 21 maggio 2026. Settantasei anni, una vita intera spesa a seminare utopia. Parola sua, rivendicata con orgoglio, nella certezza che i sogni giusti, quelli vissuti con passione vera, prima o poi diventano realtà. Aveva ragione. Il chiodo contro il vento Era il 1986. A Bra, nelle Langhe, un gruppo di persone fondate sull’amore per il cibo buono e per il vino onesto decideva di alzare un chiodo controvento. L’Italia si stava americanizzando a velocità accelerata: i fast food avanzavano nelle piazze delle città, la plastica sostituiva la terracotta, il ketchup scalzava il sugo della nonna. Il progresso aveva il sapore di un hamburgher surgelato. Petrini capì. Una lucidità tipica di chi viene dalla provincia profonda e non ha paura di sembrare anacronistico. Capì che la velocità stava uccidendo qualcosa di fondamentale. Non soltanto il gusto. Stava uccidendo la relazione. Slow Food nacque così: come atto di resistenza culturale. Non un’associazione di gourmet nostalgici, non un club di anziani che rimpiangono il passato. Una rivoluzione estetica e insieme etica, che metteva al centro del discorso pubblico una domanda che nessuno stava facendo: chi ha prodotto questo cibo, come lo ha prodotto e a quale prezzo umano, ambientale, culturale? La terra come vocabolario Quello che Petrini ha cambiato, nel profondo, è il nostro vocabolario. Prima di lui o meglio, prima che la sua visione si diffondesse come acqua nel terreno, il cibo era soprattutto consumo. Una catena lineare: produzione, distribuzione, acquisto, ingestione. Fine. Dopo Slow Food, il cibo è diventato una mappa. Una mappa del territorio, della memoria, dell’identità. Ogni formaggio racconta un pascolo. Ogni vitigno autoctono porta dentro di sé secoli di adattamento silenzioso tra uomo e clima. Ogni ricetta tramandata è un documento storico più sincero di molti libri di storia. Ho ripensato a questa intuizione tante volte, girando per le cantine d’Italia. Quando un produttore mi parla della sua vigna con la stessa precisione e lo stesso amore con cui un poeta parla di una metafora, capisco che Petrini ha vinto. Ha vinto perché ha convinto una generazione di agricoltori che la loro storia valeva la pena di essere raccontata. E una generazione di consumatori che quella storia meritava di essere ascoltata. Terra Madre e il mondo che si connette Nel 2004 arrivò Terra Madre: la rete internazionale che portò a Torino contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici da tutto il mondo. Da ogni latitudine, da ogni cultura alimentare. Un’operazione che aveva qualcosa di antropologico e qualcosa di liturgico insieme: riconoscersi, guardarsi negli occhi, capire che la battaglia per un cibo buono, pulito e giusto non ha confini nazionali. Nello stesso anno aprì i battenti l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. L’idea che la gastronomia fosse una disciplina degna di studio accademico sembrava, allora, una provocazione. Oggi forma generazioni di professionisti che portano nel mondo una visione del cibo come cultura totale. Quello che rimane nei solchi Mi trovo a scrivere questo pezzo stamattina presto, con ancora addosso la notizia fresca come terra appena rivoltata. E mi rendo conto che il modo migliore per ricordare Carlin Petrini non è elencare i suoi traguardi che sono troppi (e altri lo faranno meglio di me). Il modo migliore è forse fermarsi un momento. Rallentare, appunto. Guardarsi intorno: il vignaiolo che vinifica in anfora per rispettare il frutto, il pastore che porta il gregge sugli alpeggi d’estate, il pescatore che conosce i fondali come le proprie tasche, la nonna che fa la pasta a mano il giovedì. Tutto questo, tutto questo mondo che resiste, che produce bellezza e nutrimento con consapevolezza, è anche, in parte, opera sua. Petrini non ha inventato i contadini. Ha dato ai contadini una voce che il mercato stava togliendo loro. Non ha inventato il territorio. Ha ricordato al territorio che aveva diritto di esistere. Questo, alla fine, è il vero testamento di Slow Food: non un marchio, non un festival gastronomico, non una guida. Ma un cambio di sguardo. Irreversibile. Dormi bene, Carlin. La terra che hai amato tanto sa già come accoglierti. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Maggio, 2026
Terreno. Sofia Ruhne e il giardino impossibile
Avete presente le piante che nascono per strada? Si, quelle dentro i tombini piuttosto che alla base dei pali della luce, dei semafori o semplicemente nelle fessure dell’asfalto. Ogni volta che ne vedo una, mi chiedo come diavolo ci sia finito li un seme. Portato dal vento sicuramente. In ogni modo, resistono. Resistono a tutto. Senza scomporsi, anzi, venendo su rigogliose. Anche con radici forti. Sarà la forza della natura. La voglia di adattamento. La sopravvivenza. Ma anche la gioia di essere al mondo e di trovare un proprio spazio vitale esattamente li dove una folata di vento l’ha portata.
Quando ho incontrato per la prima volta Sofia Ruhne è stato a Roma ad una degustazione del Chianti Classico. Mi è sembrata immediatamente fuori posto. La sua altezza, i capelli biondi, gli occhi chiari, il sorriso incredibile e quell’aspetto tipicamente nordico non propriamente toscano. In mezzo a vignaioli e produttori dall’aspetto inequivocabilmente italico, sembrava fuori posto. O perlomeno anomala.
È per questo che ho voluto approfondire la sua storia scoprendo che è una storia che parla di radici piantate nel posto sbagliato. O forse in quello giusto, solo in modo imprevisto.
Una madre svedese che sognava un giardino, un padre che trasportava banane per mezzo mondo e di una figlia che alla fine ha fatto suo quel sogno traslato, moltiplicato, convertito in bottiglie di Sangiovese.
Stavo preparando due masterclass su Amarone e Langhe, mondi lontanissimi eppure entrambi abitati dallo stesso bisogno: raccontare. Perché il vino, lo dico sempre e non mi stanco, non sopporta la didascalia. Sopporta la storia, il peso specifico di una vita, la voce di chi lo fa. E la voce di Sofia, quando ha risposto alla mia chiamata, aveva quella qualità luminosa che riconosco nelle persone che hanno trovato il loro posto nel mondo. Non senza fatica, non senza dubbio, ma con una chiarezza finale che si sente anche attraverso uno schermo.
Abbiamo finito la raccolta degli ulivi
Una frase che dice del sollievo fisico di chi lavora la terra, il respiro largo di chi sa che qualcosa è stato sottratto all’incertezza e messo al sicuro, in cantina, nel frantoio. Almeno sta tutto in casa.
Terreno
Il nome è già un programma, quasi una dichiarazione poetica. L’azienda sta appena fuori Greve in Chianti, cuore del Chianti Classico e appartiene alla famiglia Ruhne dal 1988. Sofia è la più giovane di quattro sorelle. Le altre tre, quando è arrivato il momento delle scelte, avevano già figli, università, vite consolidate in Svezia. Lei no. E quella differenza, apparentemente casuale, si è rivelata destino.
Ma andiamo con ordine, perché questa è una storia che merita di essere raccontata dall’inizio. Che per Sofia non può che essere Stoccolma.
Ho fatto il liceo in Svezia, ma le vacanze, i periodi liberi, sempre in Italia. Poi dopo il liceo sono venuta qui e la mia vita adulta l’ho fatta più in Italia che in Svezia.
Sette anni a Stoccolma, poi un ping pong transeuropeo fino alla maggiore età, poi la scelta. L’Università a Perugia, una città che di per sé è già una forma di immersione totale nell’italianità più profonda. Studiando Storia. Poi un master in Numismatica a Milano. Poi l’America. Poi ancora la Svezia. Una biografia che somiglia a certi vini giovani: tannini frizzanti, energia dispersa, identità ancora in cerca di forma. Felice della sua vita, del suo sviluppo professionale.
Io pensavo di essere libera di fare altro. Le mie sorelle si occupavano dell’azienda un po’ di più.
Mi viene da sorridere a questa cosa. La libertà come condizione di chi non è ancora stato chiamato. Solo che la chiamata, quando è arrivata, non aveva niente di romantico: i genitori che invecchiano, le sorelle impegnate in Svezia con figli piccoli, l’azienda che non può reggersi sul vuoto.
O qualcuno si trasferisce, o dobbiamo vendere. Quando hanno detto vendere, ho detto: aspettate.
Vendere
Deve aver suonato strano o provocato qualcosa di preciso nell’architettura interna di Sofia. Come una crepa che rivela improvvisamente la struttura portante di un muro. Solo lì ha veramente capito quanto fosse attaccata a quel posto, quanto quel giardino di sua madre, trasformato nel frattempo in vigneti, uliveti, boschi e un lago, fosse diventato anche il suo. O forse proprio il suo.
Noi mediterranei pensiamo che chi vive in un paese nordico sia freddo e non abbia quella voglia di lasciarsi pervadere dalla follia, da quell’istinto primordiale che ci contraddistingue come esseri umani. Io penso sia solo questione di occasione. Di lasciarsi andare quando la vita te ne da l’occasione. Vendere. Un click. Una parola, poi da li tutto. Magari una scelta razionale o irrazionale. Qualcosa che abbiamo dentro e non lo sappiamo fino a che accade qualcosa che lo evidenzia. Come la polvere che non ci fa vedere lo splendore di un oggetto. La luce che emana.
È una parte che a me piace tantissimo. Questa cosa che non puoi controllare. Che non avrai mai in controllo. Il mondo del vino.
Sofia e la sua parte irrazionale iniziata per una necessità razionale. Vendere, non se ne parla proprio. Le estati, i ricordi, la nuova vita. La sua vita.
Suo padre, armatore di navi che trasportavano frutta tropicale, aveva semplicemente avuto la fortuna di potersi permettere un sogno. O magari assecondare quello di sua moglie che voleva un giardino spettacolare. Cosa questa che il clima svedese non consentiva. Trovarono Terreno, posto del quale è facile innamorarsene anche se non sei svedese. Produrre il vino non certo da soli ma con fattori, enologi, consulenti. Non a tempo pieno. Non come ossessione. Ma con rispetto.
Una storia di amore geografico, prima ancora che viticolo
Innamorarsi del Chianti Classico, una delle denominazioni più contaminate, nel senso nobile del termine, non è per nulla complicato. Ha attirato nel tempo sguardi stranieri che hanno portato investimenti, sensibilità, diversità. Inglesi, americani, tedeschi.
Ma svedesi forse un po’ meno.
Sofia ha preso in mano l’azienda nel 2014 dovendo confrontarsi in primis con coloro tra dipendenti, fornitori, interlocutori del territorio, diffidenti all’idea di una donna al comando.
Mi hanno detto: qui, sai, non ascoltiamo mai una donna. Io vengo dalla Svezia. Sono cresciuta con genitori svedesi. Su certe cose non pensiamo nemmeno.
Cose assurde. Parole che dovrebbero far arrabbiare chiunque. Ma non Sofia che ne parla con quella leggerezza tranquilla di chi ha già superato l’ostacolo e non ha più bisogno di arrabbiarsi. Di chi conosce i propri mezzi e con un carattere misto tra forza e tenerezza che non ha bisogno di pacche sulle spalle. DI chi è abituata a confrontarsi alla pari facendosi forza delle proprie capacità.
Sofia Ruhne è la prima donna presidente dell’Associazione Viticoltori di Montefioralle, una delle undici UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, in cui il Chianti Classico è stato suddiviso nel 2021. Una rivoluzione silenziosa e importantissima, quella delle UGA: il tentativo di restituire al vino il senso del luogo specifico, del villaggio, del suolo. Non solo Chianti Classico generico, ma Greve, Lamole, Panzano, Montefioralle. Ognuno con la propria fisionomia, la propria acidità, la propria voce.
Sofia ci ha creduto fin dall’inizio. Ha sostenuto la nascita delle UGA quando ancora erano un progetto. E ora le presiede, almeno una di esse.
Ho fatto dei programmi. Lavoro sempre così.
Me lo dice con semplicità sapendo che dietro questa frase c’è il ritratto di un metodo. Il primo programma quinquennale per sapere e programmare il dove si vuole arrivare in cinque anni. Sistemare i recinti, aggiungere un vigneto in quota per avere Sangiovese con più acidità e freschezza, cambiare la gestione dei vigneti verso una potatura meno invasiva, coprire il suolo per limitare l’evapotraspirazione nelle estati sempre più calde. Poi il biologico, dal 2014, per le vigne mentre gli ulivi erano già certificati bio dal 2010, ancora prima che Sofia prendesse il controllo.
Oggi Terreno è completamente autosufficiente dal punto di vista energetico. Pannelli solari per l’elettricità. Centocinquanta ettari di bosco che forniscono il legno per il riscaldamento invernale. Un lago che alimenta l’irrigazione dell’orto e del giardino. Una circolarità virtuosa che non è solo scelta etica ma racconto coerente: il territorio che si sostiene da sé, il vino che parla di un equilibrio.
Si vede la forza della vite. È molto cambiata da quando eravamo convenzionali. Si vede specialmente sulla foglia.
In cantina, l’approccio è figlio della stessa filosofia: microvinificazioni per ogni singola vigna, per ogni clone, per capire come il lavoro in campo si esprime nel vino. Lieviti indigeni selezionati dalla propria vendemmia. Contenimento del legno, legno grande e neutro. L’obiettivo è fare in modo che siano le vigne a parlare, non la cantina.
Le vigne che parlano. Questa è la differenza.
E poi c’è ASofia. Il vino che porta il suo nome. O meglio, che è il suo nome con una A davanti, una iniziale scritta su una botte da un cantiniere quasi per scherzo: A Sofia, cioè per Sofia, cioè di Sofia. Era una microvinificazione sperimentale di Sangiovese in purezza dalle vigne più vecchie dell’azienda, in un’epoca in cui farlo non era scontato. Le dicevano: i mercati non lo supporteranno. Lei trovava quella risposta assurda.
Se il Sangiovese non può essere qualcosa come varietale puro, cosa dice questo del Chianti Classico?
Il vino è uscito. È cresciuto. È diventato la Gran Selezione più importante di Terreno. Trenta mesi di affinamento in legno neutro da trenta ettolitri, espressione delle vigne su suolo di macigno, quelle che danno al Sangiovese il profumo straordinario per cui sono famose.
Sofia racconta la prima annata degustata in fiera, con quella voce che diventa improvvisamente più lenta, più intensa.
È stato un momento molto importante per me. E ho deciso: lui no, il nome non cambia.
Lui. Il vino come creatura. Quel tipo di relazione che distingue i vignaioli veri da chi fa vino per mestiere.
I vini di Sofia
Chianti Classico Gran Selezione ASofia 2020
Possono esistere vini che si abitano? Secondo me si e ASofia ne è l’esempio.
Il colore è un rubino che ha cominciato a guardarsi dentro: i riflessi granata s’intravedono ai bordi del calice come i primi capelli bianchi di chi è ancora giovane e mostra non segni di declino, ma di profondità che matura.
Poi il naso, dove tutto rallenta. La frutta è intensa. Sembra quasi confettura, eppure la freschezza non cede mai del tutto: prugna, marasca, lampone, more e, su tutto, uno zest d’arancia che taglia l’aria come una lama gentile. La rosa e la viola spingono, sorrette da un balsamico preciso e da quel corteo di spezie (pepe, noce moscata, vaniglia, coriandolo, cannella) che non sovrasta ma accompagna. Come quella colonna sonora che, pur se sai già a memoria, ogni volta ti sorprende. Il sottobosco emerge senza chiedere il palco. Un fondo ferroso, ematico, resta discretamente in quinta come un basso continuo: lo senti senza vederlo come una presenza silenziosa che è nervo, carattere.
In bocca è caldo, ampio, strutturato. Tuttavia non pesa. C’è un calore che avvolge invece di schiacciare, che evoca camini accesi, fili di fumo di pipa, libri sfogliati lentamente senza fretta. La freschezza è reale e non dichiarata: non grida, tiene. La persistenza non è lunghissima e questa è forse la sua mossa più intelligente perché finisce prima che tu voglia che finisca, lasciando in bocca una setosità fruttata che richiama un altro sorso con la stessa urgenza quieta di un bacio salato. Morde le labbra. Vuole tornare.
ASofia è così un vino che conquista con passi lenti. Non si impone, si rivela. E quando capisci cosa hai nel bicchiere, è già troppo tardi: sei già dentro. Ad abitarlo.
Chianti Classico Le Tre Vigne 2022
L’impressione che ho avuto è di un vino che non si annuncia, non si presenta con cerimonia, non aspetta che tu sia pronto. Entra nel calice e dice: eccomi. Sono quello che sono.
Il rubino del Le Tre Vigne 2022 è pulito, vivace, con quella trasparenza che nei grandi Sangiovese significa ancora gioventù. Energia trattenuta. Al naso arriva subito la viola, poi il tabacco, il pepe, la noce moscata, l’arancia. Sono i sentori fondativi di un Chianti che sa di Chianti vero, senza artifici, senza cosmesi. C’è una pungenza vegetale che non disturba affatto: è quel verde quasi primario, sottobosco appena tagliato, che racconta la quota dei vigneti, i suoli calcarei di Greve e Montefioralle. La ciliegia è fresca, vivida, con un lieve velo balsamico che le dà profondità senza toglierle slancio.
In bocca il vino si apre con quella freschezza diretta di chi non ha niente da nascondere. I tannini ci sono e sono vivi, ancora un poco spigolosi. Hanno però già deciso di non fare la guerra. Si lasciano sentire e poi si ritirano, lasciando campo alla sapidità, all’allungo, a una bevibilità che diventa quasi pericolosa nella sua semplicità. Non è un vino che ha bisogno di grandi abbinamenti né di grandi occasioni. La sua sottigliezza è il suo pregio. Si beve con la stessa naturalezza con cui si respira. Per un Chianti Classico è la forma più alta di complimento.
Tre vigne, tre voci, un’unica frase pulita. Buono e vivo. Fine.
Metodo Classico Millesimato Le Quattro Sorelle
Il Sangiovese non è un’uva da bollicine. O almeno, così dice la vulgata. E come tutte le vulgata del vino, merita di essere sfidata. Non per il gusto della provocazione, ma perché il territorio, quando è giusto, trasforma l’impossibile in inevitabile.
Le Quattro Sorelle è un omaggio. Quattro donne, quattro storie, quattro percorsi che si diramano e poi convergono ogni anno sulle colline di Greve. Se non fisicamente, almeno nell’idea che quella terra appartiene a tutte. Sei anni sui lieviti: un tempo lungo, quasi ostinato, che avrebbe senso per uno Champagne da Pinot Noir o per un Franciacorta da Chardonnay. Su un Sangiovese del Chianti Classico diventa una dichiarazione poetica. Una follia consapevole, per usare le parole di Sofia.
Il colore è un rosa antico con riflessi ramati, frutto di quel contatto prolungato con i lieviti che nel tempo restituisce sfumature dorate. Il perlage è fine, persistente, intessuto nella struttura del vino come un filo che non si vede ma tiene tutto insieme. Al naso emergono la crosta di pane, la pasta di mandorle, il lievito che si è trasformato in complessità. Poi, inaspettata, la firma inconfondibile del Sangiovese: ciliegia acida, un tocco di melograno, quella acidità luminosa che nel metodo classico diventa la spina dorsale di tutto.
In bocca è secco, verticale, con una freschezza che le bollicine amplificano senza snaturare. Il finale è lungo e sapido, con un ritorno di frutta che sembra più lontana del solito. Sembra un ricordo preciso invece di una sensazione immediata. Non è un vino facile ne non vuole esserlo. È un vino di famiglia, nel senso più intimo del termine: ci vuole tempo per capirlo, ci vuole affetto per amarlo, e una volta che lo ami non lo dimentichi.
Sei anni di attesa per qualcosa che finisce in un sorso. Come tutto ciò che vale davvero.
C’è una nuova vigna.
A Lamole, la sottozona del Chianti Classico più in quota, la più piccola, la più verticale. Una prima vendemmia nel 2025, il vino che uscirà tra un paio di anni. Sarà il quinto cru di Terreno. E Sofia vuole farlo senza legno. Cemento, probabilmente. Vetro resina, forse. Freschezza pura.
Con i cambiamenti climatici, sono molto curiosa di capire come sarà questo vino.
È una frase che contiene tutto il senso del vignaiolo contemporaneo: guardare avanti con curiosità invece che con paura. Il cambiamento climatico non solo come problema ma come nuovo set di domande, come possibilità di trovare soluzioni che non esistevano prima. Le quote più alte, le UGA più fresche, le vinificazioni senza legno che restituiscono al vino tutta la sua acidità strutturale.
Il Chianti Classico, in questo, ha fatto un lavoro straordinario nell’ultimo decennio. Sofia lo riconosce senza riserve
Ho vissuto quegli anni quando la denominazione si è trasformata in vini veramente belli, di qualità. Il consorzio ha capito che bisognava investire.
Verso la fine della nostra chiacchierata le chiedo come sta. Come persona.
È una domanda che faccio spesso, perché credo che il vino sia sempre lo specchio di chi lo fa. Così che conoscere lo stato di salute emotivo di chi produce sia parte integrante della comprensione del vino stesso. Spesso trovo imbarazzo, resistenza, pudore. Sofia invece risponde senza esitare.
Non voglio andare via. Voglio continuare a fare questo.
E poi aggiunge qualcosa che trovo bellissimo: parla dei nipoti, ormai adulti. Spera che un giorno vogliano prendersi cura di Terreno. Ma li ammonisce già adesso: non venite troppo presto. Fate prima altre cose. Portate qualcosa dall’esterno, qualcosa che non sia solo entusiasmo ma bagaglio, esperienza, visione.
Devi portare qualcosa oltre l’esperienza. La voglia di farlo. Devi essere costretto, nel senso buono. Altrimenti viene male.
Come un tavolino con due gambe invece di tre, aggiungo io. Lei ride.
Esatto
Sofia stessa è arrivata all’azienda di famiglia tardi, per necessità quasi accidentale, dopo un percorso lungo e disperso. Da quella necessità, ha fatto una scelta consapevole, totale, irreversibile. Ora trasmette ai nipoti la stessa legge: il vino non si eredita, si sceglie. Non basta il cognome o il passaporto familiare. Ci vuole la fame.
Il COVID è stato devastante.
Sei completamente isolata al mondo, all’aria aperta sì, ma tutto fermo. Le cose crescono e non vendi.
Un’azienda agricola durante una pandemia è un paradosso crudele: la natura non si ferma, le vigne avanzano, le olive cadono, il tempo non aspetta. Tu non puoi vendere, non puoi incontrare nessuno, non puoi comunicare quello che produci al mondo.
Era importante capire perché lo facessi. Passare quei periodi con una voglia di continuare.
Molti se lo sono dimenticato, quel momento. Io penso che sia stato invece uno di quegli insegnamenti che il tempo conserva nelle sue pieghe, silenziosi ma disponibili quando servono. Il vino stesso insegna questa cosa: la pazienza non è rinuncia, è strategie lunga.
Ogni annata ti ricordi cosa hai fatto, com’era l’azienda, chi lavorava. E capisci cosa devi fare oggi per andare avanti.
Penso a sua madre che cercava un giardino impossibile nel nord e l’ha trovato a Greve in Chianti. Penso a Sofia che da quel giardino ha ricavato vigneti, ha ricavato vini, ha ricavato un’identità così precisa da meritarsi un nome su una botte. A volte le cose più importanti che facciamo nella vita non le pianifichiamo. Le scopriamo nel momento in cui qualcuno pronuncia una parola che non dovrebbe pronunciare, come vendere. Così che qualcosa dentro di noi dice: no, aspettate.
Terreno. Il nome è già un programma.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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21 Maggio, 2026
Best Wine Stars 2026: si conclude con successo la settima edizione della Fiera Internazionale dedicata a wine, spirits e food
Cresce la componente professionale della manifestazione: buyer, stampa e operatori da 50 Paesi del mondo per tre giornate tra degustazioni, networking, masterclass e awards
Si è conclusa con successo la settima edizione di Best Wine Stars, la Fiera Internazionale dedicata a wine, spirits e food ideata e organizzata da Prodes Italia, andata in scena dal 16 al 18 maggio negli spazi del Palazzo del Ghiaccio di Milano, con il patrocinio del Comune di Milano e di ICE – Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, e con il contributo di Regione Lombardia.
Per tre giorni la manifestazione ha riunito aziende italiane e internazionali, buyer, professionisti Ho.Re.Ca., stampa specializzata e appassionati, confermando il ruolo di Best Wine Stars come piattaforma di riferimento per il networking, la promozione e la valorizzazione delle eccellenze del settore.
A fronte di un numero di visitatori complessivamente stabile rispetto alla precedente edizione, Best Wine Stars 2026 registra una crescita qualitativa del pubblico professionale. Gli addetti al settore rappresentano il 47% delle presenze complessive registrate, mentre i buyer raggiungono il 21% e la stampa specializzata l’8%, a conferma del crescente interesse commerciale, mediatico e internazionale verso la manifestazione. Il pubblico lover si attesta al 24%.
La dimensione internazionale della Fiera è stata ulteriormente rafforzata dalla presenza di buyer e operatori provenienti da svariati paesi del mondo, tra cui Stati Uniti, Brasile, Cina, Corea del Sud, Perù, Russia, Regno Unito, Francia, Germania, India, Portogallo, Svizzera, Israele, Taiwan, Tunisia, Turchia, Kenya, Libano, Filippine e numerosi altri mercati internazionali.
Enzo Carbone, CEO di Prodes Italia
Best Wine Stars 2026 conferma la solidità di un format che negli anni ha saputo evolversi mantenendo al centro qualità, relazioni e opportunità concrete per le aziende. La crescita della componente professionale, il coinvolgimento internazionale e l’interesse generato attorno ai contenuti della manifestazione dimostrano quanto oggi sia importante creare occasioni di incontro capaci di unire business, cultura del prodotto e comunicazione. Il risultato di questa edizione rappresenta per noi un punto di partenza importante per continuare a investire nello sviluppo di una piattaforma sempre più dinamica e internazionale, pensata per offrire alle aziende strumenti concreti di visibilità, networking e crescita.
WALK AROUND TASTING, AREE TEMATICHE E NUOVE REALTÀ
Cuore della manifestazione si è confermato il Walk Around Tasting, che ha accompagnato i visitatori attraverso oltre 1200 prodotti in degustazione tra vini, spirits e specialità food, all’interno delle diverse aree tematiche della Fiera.
Particolarmente apprezzata anche l’Area Bronze, collocata al primo piano del Palazzo del Ghiaccio, che ha ospitato realtà emergenti, produzioni di nicchia e aziende provenienti da territori meno rappresentati. Uno spazio che ha attirato l’attenzione di operatori e stampa specializzata grazie alla qualità delle etichette presentate, alla forte identità territoriale e alla presenza di numerose aziende già premiate in contesti nazionali e internazionali.
MASTERCLASS, TALKS E TASTING ROOM
Grande partecipazione anche per il calendario di masterclass, tasting room e talk che hanno animato la Sala Piranesi durante le tre giornate della manifestazione, registrando oltre 750 prenotazioni.
Tra gli appuntamenti più seguiti: la verticale dedicata al Fiorduva di Marisa Cuomo, la masterclass sul vino dealcolato “A Cuor Leggero” firmata Colli Ripani, il percorso dedicato al Custoza DOC promosso dal Consorzio Tutela Vino Custoza, il racconto dei vini della Murgia con Cantina Luca Gentile, la degustazione dedicata al Parmigiano Reggiano e agli abbinamenti con il vino, oltre alla tasting room “Limoncello Lab. Blind Tasting”.
Nella giornata di lunedì 18 maggio si è inoltre svolto il talk organizzato in collaborazione con Italia a Tavola, dedicato al tema “Vino al ristorante: opportunità per tutti o pratica per il cassetto?”, che ha visto la partecipazione di chef stellati, professionisti dell’hospitality e rappresentanti di importanti realtà vitivinicole italiane, tra cui Marchesi Antinori e Consorzio Franciacorta.
MIXOLOGY ARENA
Grande interesse anche per la Mixology Arena, l’area esperienziale dedicata al mondo spirits che ha visto protagonisti sei bartender professionisti di alcuni tra i più noti cocktail bar milanesi: Loris Melis (MaG), Emanuele Cosi (Backdoor43), Carlo Dall’Asta (Iter), Francesco Bonazzi (Tripstillery), Angela Mountassier (Flow Milano) e Beatrice Cremonesi (The Blind Tiger – Leggiuno, Lago Maggiore)
Attraverso live show, momenti educational e degustazioni guidate da Fabio Bacchi, la Mixology Arena ha valorizzato distillati e liquori presenti in manifestazione attraverso il linguaggio della miscelazione contemporanea, offrendo al pubblico professionale un’esperienza immersiva tra tecnica, creatività e promozione del prodotto.
PIATTAFORMA DIGITALE E NETWORKING
Anche la piattaforma digitale ufficiale dell’evento si conferma uno strumento centrale per la gestione delle attività di networking e matchmaking tra aziende, buyer e stampa.
Durante la manifestazione sono stati registrati oltre 18.900 messaggi attraverso il sistema interno di comunicazione, insieme a un’intensa attività di agenda e richieste di appuntamento B2B, consolidando il ruolo della piattaforma come strumento operativo per favorire relazioni commerciali e opportunità di business prima, durante e dopo l’evento.
BEST WINE STARS AWARDS 2026
Tra i momenti più attesi della manifestazione, la Best Wine Stars Awards Ceremony ha celebrato aziende, prodotti e progetti distintisi per qualità, innovazione, sostenibilità e identità territoriale, attraverso 35 riconoscimenti assegnati da una giuria composta da giornalisti, sommelier, buyer e professionisti del settore. Ad aprire la cerimonia è stata Adua Villa, che nel suo intervento ha evidenziato come il concetto stesso di eccellenza stia evolvendo: non più soltanto qualità del prodotto, ma anche capacità di raccontare il territorio, innovare, valorizzare sostenibilità e identità, creando esperienze autentiche e contemporanee.
I riconoscimenti assegnati durante la Best Wine Stars Awards Ceremony hanno così premiato non solo vini e distillati, ma anche progetti capaci di distinguersi per ricerca, visione, ospitalità, comunicazione e valorizzazione del patrimonio enogastronomico.
Per la categoria wine, Stefania Vinciguerra – caporedattore di DoctorWine e della Guida Essenziale ai Vini d’Italia – ha assegnato il premio Best Red a Villa Santo Stefano con “Loto 2022” e il premio Best Rosé a Tenuta Gualtieri con “Tintilia Rosato 2024”.
Valentina Vercelli – giornalista de La Cucina Italiana e Slowine – ha premiato Casa Vinicola Ettore Sammarco con il Best White per “Selva delle Monache DOC Costa d’Amalfi Ravello Bianco” e Tenuta Stante con il Best Deal per il Montepulciano d’Abruzzo.
Adua Villa – giornalista, scrittrice, narratrice digitale e sommelier – ha conferito il Best Sparkling a Vinea Ventis Franciacorta per “Saten Celaris”e Best Vinum Innovation ad AZIENDA AGRICOLA ANTONIO BUCCOLIERO con il Progetto “Innovazione e sostenibilità”, mentre Sara Missaglia – giornalista, wine educator e sommelier – ha assegnato il premio Best International Excellence a MARO Wine per “MURSA Sauvignon Blanc 2024”.
Per il settore spirits, Fabio Bacchi – fondatore di BarTales e Roma Bar Show – ha premiato GIN TODI con il Best Spirit per “Gin Todi Olive Leaves” e Distilleria Alpe con il Best Herbal Liquor per “Herbetet Genepy”. Durante la cerimonia sono stati inoltre assegnati i riconoscimenti Best Logo a GIN TODI, Best Label ad Azienda Agricola Le Lagore e Milano Wine & Spirits Explorer alle realtà selezionate da Prodes Italia per l’eccellenza nell’ambito wine, spirits e hospitality: Asina Luna, DanielCanzian Ristorante, DRYMilano, EL VINATT dal 1964, Flow, ITER, Mag Cafè, MOEBIUS MILANO, Ristorante Abba e Ristorante Torre.
Spazio anche alla Best Buyer Selection, assegnata dai buyer internazionali Per Buhl – CEO e Proprietario di Laudrup Vin A/S, Rosanna Pancotto – CEO di Loamanic Wine & Spirits Inc., Yoshiaki Kobayashi – CEO e Presidente di KOBAYASHI SHOTEN LTD., e Petri Viglione – Proprietario di Winital Oy – che hanno premiato numerose aziende partecipanti alla manifestazione, tra cui VICONARI, Tenuta Fanton, SARTIERI 1931, Azienda Agricola Le Lagore, Petrucca e Vela, Feudo Stagnone, Azienda Agricola Ganaghello di Losi Società Agricola, Azienda Agricola Fontana Reale, Az. Agr. QUATTROQUARTI, Casa Vinicola Ettore Sammarco, Cantina Barbera Sei Castelli e La Cantina dei Colli Ripani.
VISIBILITÀ DIGITALE E COMUNICAZIONE
La manifestazione ha registrato un’importante visibilità anche sul piano digitale, superando 1 milione di visualizzazioni sui canali social ufficiali nel periodo dell’evento e raggiungendo oltre 112.000 account, con una crescita significativa rispetto all’edizione precedente.
La comunicazione social ha coinvolto un pubblico ampio e internazionale, composto per oltre l’84% da non follower, confermando la capacità di Best Wine Stars di intercettare nuovi utenti e professionisti del settore.
Fondamentale anche il contributo dei content creator e dei media partner presenti in manifestazione, che hanno amplificato la visibilità dell’evento attraverso contenuti dedicati, interviste alle aziende espositrici, reel, storytelling e approfondimenti live durante le tre giornate.
Tra i contenuti più condivisi dell’edizione 2026 anche il photowall realizzato da PrintIt3D, technical partner della manifestazione, che ha accompagnato visitatori, creator e operatori del settore nella produzione di contenuti social e storytelling live durante le tre giornate dell’evento.
La settima edizione si chiude confermando la volontà della manifestazione di continuare a evolversi come piattaforma dinamica e internazionale, capace di creare connessioni concrete tra aziende, buyer, stampa e professionisti del settore.
L’appuntamento è ora alla prossima edizione di Best Wine Stars, con nuovi progetti, contenuti e opportunità dedicate al mondo wine, spirits e food.
PARTNER E MEDIA PARTNER
Best Wine Stars 2026 si avvale della collaborazione di importanti realtà del settore
Partner: AGIVI, ASSOENOLOGI, AssoDistil, Consorzio Nazionale Grappa e Assaggiatori Parmigiano Reggiano.
Buyers Partner: Strive International Consulting Ltd., Camera di Commercio Italiana in Ungheria e DANITACOM.
Media Partner: I Grandi Vini, Italia a Tavola, Wine Meridian, DoctorWine, BarTales, Vino News 24, ItalianWineTour, EventiMilano.it, Gazzetta di Milano, Mixology Mag, Vinerespect, Enologonline e Wine Tales Magazine.
Partner Tecnici: LezRent, I Macoritti, Watnext Industries Srl, Enduro Republic, Vinstrip, PrintIt3D.
La Redazione
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21 Maggio, 2026
Casenove di Monteci: il nuovo Bianco Veneto IGT che punta su leggerezza e sostenibilità.
Dalla Valpolicella arriva Casenove, il nuovo Bianco Veneto IGT di Monteci: fresco e leggero, pronto a sorprendere al primo sorso. Un vino che invita a stappare, sorridere e brindare senza pensieri, perfetto per chi ama vivere il momento con spensieratezza.
Nel bicchiere si mostra luminoso, di un giallo tenue che sa d’estate, con profumi di frutta bianca e tropicale, note di mango e delicati richiami floreali. Il blend è 85% Garganega, 10% Sauvignon Kretos e 5% Muscaris: varietà autoctone e resistenti, che regalano carattere, fragranza e un approccio sostenibile alla viticoltura.
La raccolta all’alba cattura la freschezza e l’energia delle uve. In cantina, la vinificazione in acciaio a temperatura controllata e i tre mesi di affinamento mantengono il frutto brillante e croccante, trasformando ogni sorso in un piccolo piacere immediato. Con solo 10% vol, Casenove è leggero e versatile: perfetto per aperitivi che si allungano, brindisi improvvisati e momenti da condividere senza troppi schemi.
Con questo progetto Monteci continua il suo impegno per una viticultura sostenibile: dai vigneti curati con attenzione e arricchiti da siepi, alberi ad alto fusto e prati fioriti che favoriscono la biodiversità, fino alla cantina, dove tecnologia avanzata e materiali rispettosi dell’ambiente – legni di rovere certificati PEFC ed energie rinnovabili – assicurano precisione tecnica e cura del territorio. Ogni gesto è pensato per trasformare la produzione in un atto responsabile, dando vita a un vino autentico, contemporaneo e in perfetto equilibrio con la Valpolicella, pronto a regalare sorprese in ogni calice.
Casenove è un invito a scoprire la Valpolicella con occhi nuovi: un bianco autentico e luminoso, che non resta fermo nel bicchiere ma invita al prossimo sorso. Casenove: un sorso, un sorriso, un brindisi.
Prezzo consigliato al pubblico (www.monteci.shop): € 9,90
Distribuzione: ho.re.ca e www.monteci.shop
La Redazione
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21 Maggio, 2026
VINALIA PRIORA 2026. Il FRASCATI (e il resto del Lazio).
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 23 Aprile, nell’elegante cornice dell’Azienda MERUMALIA, si è tenuta la presentazione alla stampa di VINALIA PRIORA, la due giorni ispirata alle antiche festività romane celebrate in Aprile in onore del vino prodotto con l’uva raccolta l’anno precedente giunta ormai alla sua quinta Edizione e organizzata dal COMUNE DI FRASCATI (con il contributo di REGIONE LAZIO, ARSIAL, MUSEO TUSCOLANO, LAZIO INNOVA, FRASCATI SCIENZA, IPERICO SERVIZI PER LA CULTURA e CONSORZIO TUTELA DENOMINAZIONI VINI FRASCATI).
Nata nel 2022 da un’intuizione dell’assessore all’Agricoltura Claudio Cerroni e fortemente voluta dall’amministrazione comunale guidata dalla sindaca Francesca Sbardella, è cresciuta negli anni grazie anche al fattivo apporto del ricercatore e divulgatore Jacopo Manni fino a varcare i confini dei Castelli Romani per abbracciare la coralità delle produzioni vinicole laziali.
La Menade Tuscolana e le sale del MUSEO TUSCOLANO – SCUDERIE ALDOBRANDINI hanno dunque accolto un gran numero di appassionati, esperti e semplici curiosi che, ficcando il naso tra i banchi d’assaggio e partecipando alle numerose masterclass tematiche, hanno potuto verificare come il vino, oltre che un prodotto di eccellenza, possa essere un legame profondo tra Territorio, Comunità e Tradizione.
103 le Aziende presenti e otre 500 le etichette in degustazione per un evento che quest’anno aveva scelto come tema conduttore le “GEOGRAFIE DEI VINI DEL LAZIO”, scelto proprio per mettere in evidenza come il vino abbia la capacità di raccontare l’Uomo e il Territorio.
Regione che producendo vino da sei ambienti differenti rappresenta davvero un unicum a livello nazionale
I VINALIA PRIORA
Prima del vino nuovo, c’è sempre un gesto antico.
Aprire una bottiglia affinata significa interrompere un lungo silenzio.
Non è consumo, è accesso. Dentro quel vetro c’è un tempo compresso: giorni di luce, notti fredde, mani, scelte, attesa. I Vinalia Priora raccontano proprio questo passaggio.
Il vino dell’annata precedente viene liberato, condiviso, offerto; non come semplice bevanda, ma come materia viva che ha attraversato il tempo. Ogni sorso conserva una memoria: frutto, tensione, evoluzione. Bere, in questo contesto, non è mai un gesto neutro, è un atto culturale, un modo per riconoscere valore alla trasformazione lenta. Prima della promessa della nuova vendemmia si celebra ciò che è già diventato linguaggio. Il vino maturo non cerca di impressionare, chiede attenzione. E forse è questo il senso più profondo dei Vinalia Priora: riconoscere che alcune cose hanno bisogno di tempo per diventare pienamente leggibili. “NELLE ALTIMETRIE LE DIFFERENZE” (LA MASTERCLASS) Se lo scorso anno ci si era concentrati su come i versanti del Vulcano Laziale influenzino le caratteristiche dei vini, quest’anno si è scelto di parlare di quota. Dai circa 110m/slm ai circa 550m/slm, questa la forbice verticale all’interno della quale si trovano i vigneti su un Vulcano dove si può parlare di un vero e proprio “gradiente termico”: 100m = 1 °C. Guidati in una immaginaria scalata lungo le pendici del Vulcano è toccato a Filippo Bartolotta e Jacopo Manni farci da guida e raccontarci come l’altezza influenzi il risultato nel calice. 8 vini per un romanzo narrato più dalla bocca che dal naso; la sostanza prima che il profumo, questo potrebbe essere il riassunto delle caratteristiche organolettiche delle produzioni enoiche dei Castelli Romani. Potrebbe esserlo se non fosse che nel bicchiere ci sono anche luoghi, uomini e Storia e allora…le cose si complicano. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “QUARTO MARCHESE” 2024, CASALE MARCHESE: dai vigneti più bassi della denominazione un vino che sprizza energia da tutti i pori. Si, forse quell’incipit in cui la papaya tende a seppellire la mela verde e a sfocare lo sfondo giallo di mimosa e ginestra è un po’ troppo esotico, ma la progressione aromatica ce ne fa presto dimenticare. Ecco dunque farsi largo le note calde del fieno, quelle aromatiche del finocchietto selvatico e del timo, impressioni nitide che conducono a un intenso finale minerale di pietra bagnata. In bocca convince per la freschezza agrumata e una salinità quasi marina mentre lascia che si ripercorra quanto apprezzato all’olfatto sottolineando note balsamico-mentolate tra nebbie iodate e fumé. 87++/88 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “DANAE” 2025, TENUTA PIETRA PORZIA: caldo, moto caldo, puntigliosamente centrato sul frutto maturo. Pera, mela, pesca…succose e agghindate di tenerezze di fiori di campo e camomilla a sovrastare una mineralità che pare venire da lontano e stenta a farsi spazio. Sorso caldo e morbido in cui la freschezza è aiutata da ingressioni agrumate e la sapidità minerale risulta essere preda dei richiami fruttati che governano un allungo non propriamente “lungo”. 84+ – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2024, FERRI VINI: al naso, sostanza fruttata e vitalità minerale fanno a sportellate. Un po’ troppotroppo di tropici e il giusto di bergamotto rivaleggiano con la pioggia che bagna la pietra ritmando gli inserti di spezie sottili ed erbe aromatiche. In bocca la freschezza cede un po’ il passo alle dolcezze gliceriche lasciando ampio spazio a smancerie d’acacia di cui rimane preda la sapidità. Se solo fosse stato più lungo… 86++/7– – FRASCATI SUPERIORE DOCG “PRIMO” 2022 RISERVA, MERUMALIA: dal centro della Terra un Frascati che del Vulcano Laziale propone il fumo e la mineralità, subito, senza por tempo in mezzo! Poi si lascia un po’ andare e allora ecco arrivare la frutta gialla, la ginestra, le amaritudini di timo e sambuco, la mandorla e un sale che sa di sudore e che gli dona un tocco di rustica concretezza. In bocca la sapidità alza la voce ma la freschezza non “abbozza” e, con la complicità di un’astringenza agrumata, scioglie misura, para i colpi dell’alcolica glicericità, aumenta la distanza dai richiami delle sirene della frutta dolce, e allunga il sorso ricordando che la mandorla è firma autografa della Malvasia Puntinata. 88++/9- Punti – FRASCATI SUPERIORE DOCG “HEREDIO” 2025, CASALE VALLECHIESA: ci tiene a puntualizzare le erbe di campo, quelle aromatiche e la mandorla ben prima di ricordarsi del suo robusto corredo fruttato che, pur calcando la mano su quell’ananas che tanto non ci voleva, non si dimentica della mela renetta e della pesca. La gessosa mineralità che pervade l’olfatto introduce anche il sorso accompagnata da acuti sapidi che ritmano l’assaggio insieme con una freschezza davvero piacevole. Rispetto all’annata precedente risorge in parte dalle proprie ceneri dimostrando che si può assecondare il gusto del mercato internazionale senza perdere la propria identità. 86++ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2023 RISERVA, FONTANA CANDIDA: l’incipit olfattivo racconta erbe aromatiche di norcineria e frutta tropicale. Una strana commistione che sa di gioventù scapestrata e che l’incedere di piccantezze speziate e l’atmosfera minerale e intrigantemente fumé non contribuiscono a dirimere. Il sorso mette tutti d’accordo. Fresco, morbido, materico, sapido… Struttura e scorrevolezza per un sostanziale equilibrio minato appena da una sorta di voglia di apparire delle grassezze che, in chiusura, schiaccia appena la salinità e mette in secondo piano il bel finale che sottolinea frutta secca e agrume 88/+ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2021, VILLA SIMONE: la frutta trova una precisa definizione aromatica all’interno di un quadro olfattivo di chiara matrice mediterranea: gelsomino, timo e salvia disegnano contorni nitidi, accompagnati da richiami boschivi e da una sottile impronta minerale che ricorda il salgemma. Quest’ultima asciuga con decisione le suggestioni più morbide di miele e zucchero di canna, mentre un corredo speziato dai toni dolci e orientaleggianti si intreccia a sfumature fumé e lievemente cinerine. Al sorso emerge con immediatezza una freschezza dinamica e slanciata che intende in tutti i modi primeggiare sulla trama sapida. Ma è proprio la sapidità a rivelarsi l’asse portante del vino, profonda, continua, scandita da un ritmo vulcanico che richiama con forza il territorio d’origine. La progressione è tesa, incalzante, e culmina in un finale lungo, energico e di grande persistenza. Un Frascati dal carattere irrequieto e autentico, poco incline ai formalismi, più interessato a esprimere senza filtri la propria identità che a rincorrere compostezze di maniera. Da un’annata quasi perfetta un vino quasi perfetto. Un Frascati che invita a riflettere su quello che potrebbe essere il Frascati. 90+/1 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2023, VILLA ALDOBRANDINI: la frutta gialla si presenta per prima, quasi con educazione: pesca bianca, susina ancora soda, scorza di cedro. Ma dura poco. Viene presto raggiunta e circondata da una trama più verde e mediterranea, fatta di salvia, timo, e foglia schiacciata tra le dita, quasi Vermouth e sotto…una mineralità di tufo bagnato che porta il vino altrove, lontano dal semplice racconto fruttato. Dopo un ingresso composto, il sorso cambia espressione, la freschezza allunga il passo, prende velocità, e la sapidità lascia il segno: continua, ritmata, quasi martellante, come se il terreno vulcanico volesse ricordaVi a ogni sorso da dove arriva questo vino. Concede poco alle rotondità, preferisce giocare su tensione e sottrazione regalando un finale in progressione continua che richiama la pietra focaia. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE agli Organizzatori di questo Evento che di anno in anno cresce e coinvolge sempre più; GRAZIE al FRASCATI per la sua capacità di riempire i calici di Storia, bellezza, archeologia, Territorio, Uomo e lavoro e per la sua volontà di volare alto per cingersi nuovamente degli allori di un tempo (occhio però a non perdere di vista il Territorio inseguendo il canto delle sirene d’oltreoceano); GRAZIE all’Azienda MERUMALIA per la splendida accoglienza e GRAZIE a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino qui. E ora…quale sarà il tema conduttore della prossima Edizione? Lo sapremo soltanto partecipandovi. Appuntamento al 2027 Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
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Non è consumo, è accesso. Dentro quel vetro c’è un tempo compresso: giorni di luce, notti fredde, mani, scelte, attesa. I Vinalia Priora raccontano proprio questo passaggio.
Il vino dell’annata precedente viene liberato, condiviso, offerto; non come semplice bevanda, ma come materia viva che ha attraversato il tempo. Ogni sorso conserva una memoria: frutto, tensione, evoluzione. Bere, in questo contesto, non è mai un gesto neutro, è un atto culturale, un modo per riconoscere valore alla trasformazione lenta. Prima della promessa della nuova vendemmia si celebra ciò che è già diventato linguaggio. Il vino maturo non cerca di impressionare, chiede attenzione. E forse è questo il senso più profondo dei Vinalia Priora: riconoscere che alcune cose hanno bisogno di tempo per diventare pienamente leggibili. “NELLE ALTIMETRIE LE DIFFERENZE” (LA MASTERCLASS) Se lo scorso anno ci si era concentrati su come i versanti del Vulcano Laziale influenzino le caratteristiche dei vini, quest’anno si è scelto di parlare di quota. Dai circa 110m/slm ai circa 550m/slm, questa la forbice verticale all’interno della quale si trovano i vigneti su un Vulcano dove si può parlare di un vero e proprio “gradiente termico”: 100m = 1 °C. Guidati in una immaginaria scalata lungo le pendici del Vulcano è toccato a Filippo Bartolotta e Jacopo Manni farci da guida e raccontarci come l’altezza influenzi il risultato nel calice. 8 vini per un romanzo narrato più dalla bocca che dal naso; la sostanza prima che il profumo, questo potrebbe essere il riassunto delle caratteristiche organolettiche delle produzioni enoiche dei Castelli Romani. Potrebbe esserlo se non fosse che nel bicchiere ci sono anche luoghi, uomini e Storia e allora…le cose si complicano. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “QUARTO MARCHESE” 2024, CASALE MARCHESE: dai vigneti più bassi della denominazione un vino che sprizza energia da tutti i pori. Si, forse quell’incipit in cui la papaya tende a seppellire la mela verde e a sfocare lo sfondo giallo di mimosa e ginestra è un po’ troppo esotico, ma la progressione aromatica ce ne fa presto dimenticare. Ecco dunque farsi largo le note calde del fieno, quelle aromatiche del finocchietto selvatico e del timo, impressioni nitide che conducono a un intenso finale minerale di pietra bagnata. In bocca convince per la freschezza agrumata e una salinità quasi marina mentre lascia che si ripercorra quanto apprezzato all’olfatto sottolineando note balsamico-mentolate tra nebbie iodate e fumé. 87++/88 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “DANAE” 2025, TENUTA PIETRA PORZIA: caldo, moto caldo, puntigliosamente centrato sul frutto maturo. Pera, mela, pesca…succose e agghindate di tenerezze di fiori di campo e camomilla a sovrastare una mineralità che pare venire da lontano e stenta a farsi spazio. Sorso caldo e morbido in cui la freschezza è aiutata da ingressioni agrumate e la sapidità minerale risulta essere preda dei richiami fruttati che governano un allungo non propriamente “lungo”. 84+ – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2024, FERRI VINI: al naso, sostanza fruttata e vitalità minerale fanno a sportellate. Un po’ troppotroppo di tropici e il giusto di bergamotto rivaleggiano con la pioggia che bagna la pietra ritmando gli inserti di spezie sottili ed erbe aromatiche. In bocca la freschezza cede un po’ il passo alle dolcezze gliceriche lasciando ampio spazio a smancerie d’acacia di cui rimane preda la sapidità. Se solo fosse stato più lungo… 86++/7– – FRASCATI SUPERIORE DOCG “PRIMO” 2022 RISERVA, MERUMALIA: dal centro della Terra un Frascati che del Vulcano Laziale propone il fumo e la mineralità, subito, senza por tempo in mezzo! Poi si lascia un po’ andare e allora ecco arrivare la frutta gialla, la ginestra, le amaritudini di timo e sambuco, la mandorla e un sale che sa di sudore e che gli dona un tocco di rustica concretezza. In bocca la sapidità alza la voce ma la freschezza non “abbozza” e, con la complicità di un’astringenza agrumata, scioglie misura, para i colpi dell’alcolica glicericità, aumenta la distanza dai richiami delle sirene della frutta dolce, e allunga il sorso ricordando che la mandorla è firma autografa della Malvasia Puntinata. 88++/9- Punti – FRASCATI SUPERIORE DOCG “HEREDIO” 2025, CASALE VALLECHIESA: ci tiene a puntualizzare le erbe di campo, quelle aromatiche e la mandorla ben prima di ricordarsi del suo robusto corredo fruttato che, pur calcando la mano su quell’ananas che tanto non ci voleva, non si dimentica della mela renetta e della pesca. La gessosa mineralità che pervade l’olfatto introduce anche il sorso accompagnata da acuti sapidi che ritmano l’assaggio insieme con una freschezza davvero piacevole. Rispetto all’annata precedente risorge in parte dalle proprie ceneri dimostrando che si può assecondare il gusto del mercato internazionale senza perdere la propria identità. 86++ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “LUNA MATER” 2023 RISERVA, FONTANA CANDIDA: l’incipit olfattivo racconta erbe aromatiche di norcineria e frutta tropicale. Una strana commistione che sa di gioventù scapestrata e che l’incedere di piccantezze speziate e l’atmosfera minerale e intrigantemente fumé non contribuiscono a dirimere. Il sorso mette tutti d’accordo. Fresco, morbido, materico, sapido… Struttura e scorrevolezza per un sostanziale equilibrio minato appena da una sorta di voglia di apparire delle grassezze che, in chiusura, schiaccia appena la salinità e mette in secondo piano il bel finale che sottolinea frutta secca e agrume 88/+ Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG “VIGNETO FALCONIERI” 2021, VILLA SIMONE: la frutta trova una precisa definizione aromatica all’interno di un quadro olfattivo di chiara matrice mediterranea: gelsomino, timo e salvia disegnano contorni nitidi, accompagnati da richiami boschivi e da una sottile impronta minerale che ricorda il salgemma. Quest’ultima asciuga con decisione le suggestioni più morbide di miele e zucchero di canna, mentre un corredo speziato dai toni dolci e orientaleggianti si intreccia a sfumature fumé e lievemente cinerine. Al sorso emerge con immediatezza una freschezza dinamica e slanciata che intende in tutti i modi primeggiare sulla trama sapida. Ma è proprio la sapidità a rivelarsi l’asse portante del vino, profonda, continua, scandita da un ritmo vulcanico che richiama con forza il territorio d’origine. La progressione è tesa, incalzante, e culmina in un finale lungo, energico e di grande persistenza. Un Frascati dal carattere irrequieto e autentico, poco incline ai formalismi, più interessato a esprimere senza filtri la propria identità che a rincorrere compostezze di maniera. Da un’annata quasi perfetta un vino quasi perfetto. Un Frascati che invita a riflettere su quello che potrebbe essere il Frascati. 90+/1 Punti. – FRASCATI SUPERIORE DOCG 2023, VILLA ALDOBRANDINI: la frutta gialla si presenta per prima, quasi con educazione: pesca bianca, susina ancora soda, scorza di cedro. Ma dura poco. Viene presto raggiunta e circondata da una trama più verde e mediterranea, fatta di salvia, timo, e foglia schiacciata tra le dita, quasi Vermouth e sotto…una mineralità di tufo bagnato che porta il vino altrove, lontano dal semplice racconto fruttato. Dopo un ingresso composto, il sorso cambia espressione, la freschezza allunga il passo, prende velocità, e la sapidità lascia il segno: continua, ritmata, quasi martellante, come se il terreno vulcanico volesse ricordaVi a ogni sorso da dove arriva questo vino. Concede poco alle rotondità, preferisce giocare su tensione e sottrazione regalando un finale in progressione continua che richiama la pietra focaia. 88–Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE agli Organizzatori di questo Evento che di anno in anno cresce e coinvolge sempre più; GRAZIE al FRASCATI per la sua capacità di riempire i calici di Storia, bellezza, archeologia, Territorio, Uomo e lavoro e per la sua volontà di volare alto per cingersi nuovamente degli allori di un tempo (occhio però a non perdere di vista il Territorio inseguendo il canto delle sirene d’oltreoceano); GRAZIE all’Azienda MERUMALIA per la splendida accoglienza e GRAZIE a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino qui. E ora…quale sarà il tema conduttore della prossima Edizione? Lo sapremo soltanto partecipandovi. Appuntamento al 2027 Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo
20 Maggio, 2026
Elogio della misura. Giornata studio Fondazione Olmo
Partecipare per la seconda volta alla giornata di studi della Fondazione Giuseppe Olmo è stata un’esperienza che definirei rigenerante. In un’epoca dominata da opinioni veloci e spesso prive di fondamento, trovarsi di fronte a dati certi, ricerche validate e relatori di calibro internazionale permette di rimettere a fuoco la realtà. Non è un caso che l’incontro si sia svolto l’8 maggio, una data che richiama la cura e il nutrimento, simboli perfetti per discutere di salute e di quel patrimonio che chiamiamo Dieta Mediterranea.
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20 Maggio, 2026
Valtènesi in…: il territorio si racconta attaverso vino, cucina e cultura del rosé
Prosegue il calendario di eventi promosso dal Consorzio Valtènesi: dal 4 maggio al 30 giugno un programma diffuso di esperienze autentiche sul Lago di Garda
La Valtènesi, culla di uno dei rosé più identitari d’Italia e territorio dalla forte vocazione enoturistica, presenta VALTÈNESI IN…, il progetto che da inizio maggio a fine giugno mette in rete ristorazione, mondo del vino e momenti di approfondimento culturale, offrendo un racconto corale e contemporaneo della Riviera bresciana del Lago di Garda. Un’iniziativa che nasce sotto il segno della valorizzazione dell’identità territoriale, promossa dal Consorzio Valtènesi e sostenuta da partner d’eccellenza, con l’obiettivo di coinvolgere appassionati e operatori in un percorso fatto di gusto e scoperta.
Paolo Pasini, Presidente del Consorzio Valtènesi
Dopo un Vinitaly che ha portato ottimi risultati e nuove conferme, per il Consorzio Valtènesi si apre una stagione ricca di appuntamenti. Eventi diversi tra loro, pensati per raccontare la denominazione in modo aperto e coinvolgente, parlando a pubblici differenti attraverso il vino, la cultura e il piacere della condivisione. Con questo calendario, il Consorzio continua a lavorare su una promozione che mette al centro il vino, le persone e le esperienze, creando occasioni di incontro autentiche e capaci di far vivere davvero il territorio. Un percorso che rafforza il rapporto con il pubblico e contribuisce a rendere la Valtènesi sempre più riconoscibile come un’identità viva, attuale e in dialogo con il panorama vitivinicolo italiano e internazionale.
VALTÈNESI IN… si articolerà in tre diverse iniziative:
Valtènesi in tavola
dal 4 maggio al 2 giugno
Il viaggio di VALTÈNESI IN… si apre con Valtènesi in tavola, l’iniziativa che coinvolge una selezione di 30 ristoranti del territorio, chiamati a proporre menù degustazione ispirati alla Valtènesi e ai suoi rosé. Un invito a lasciarsi guidare, in un racconto dove ogni piatto diventa espressione autentica del paesaggio gardesano. Un dialogo armonico tra cucina e vino capace di restituire tutta l’identità e l’emozione di questa terra affacciata sulla sponda bresciana del Lago di Garda.
Tutte le informazioni e le modalità di iscrizione a “Valtènesi in Tavola” sono disponibili sul sito www.valtenesiintavola.it
Valtènesi in tavola… alla Casa del Vino
21 maggio, 10 giugno, 21 giugno e 30 giugno Casa del Vino a Villa Galnica, Puegnago del Garda
Cuore istituzionale del progetto è la Casa del Vino della Valtènesi, ospitata nella storica Villa Galnica a Puegnago del Garda, sede del Consorzio Valtènesi e punto di riferimento per la promozione della denominazione. Qui prendono vita quattro cene esclusive, riservate a 60 ospiti per appuntamento, realizzate con il supporto del Gambero Rosso, da anni partner strategico nella valorizzazione dei vini Valtènesi a livello nazionale.
Tutte le informazioni e le modalità di iscrizione a “Valtènesi in Tavola…alla Casa del Vino” saranno disponibili, a partire dal 1 maggio, sul sito https://www.gamberorosso.it/valtenesi-in-tavola/
Valtènesi in Rosa
22, 23 e 24 maggio Castello di Moniga del Garda
Momento centrale di VALTÈNESI IN… è Valtènesi in Rosa, la più importante manifestazione nazionale dedicata esclusivamente ai rosé della Valtènesi. L’edizione 2026 si svolge, come da tradizione, nell’incantevole cornice del Castello medievale di Moniga del Garda, affacciato sul lago. L’evento propone tre serate di degustazione consapevole, un format distintivo che prevede l’assaggio di ogni vino una sola volta, per promuovere un approccio responsabile e qualitativo al bere.
Oltre 100 etichette di Valtènesi rosé, aree food con specialità locali e momenti di incontro con i produttori raccontano l’identità di una denominazione che da 130 anni ha fatto del rosé la sua cifra stilistica e la forma originale del territorio. Ad aprire ufficialmente Valtènesi in Rosa, venerdì 22 maggio alle ore 17:00, si terrà un convegno “Valtènesi in rosa: 130 anni dalla nascita del metodo Molmenti” a Villa Brunati Bertanzi, a Moniga del Garda cui seguirà la degustazione guidata, condotta da Artur Vaso, delle etichette finaliste del Trofeo Molmenti, che, sempre giovedì, premierà il miglior rosé della Valtènesi. Un momento di confronto aperto a produttori, istituzioni e stampa, pensato per approfondire il percorso identitario del territorio e il ruolo del rosé come sua espressione distintiva. Al centro del convegno, i contenuti ripercorreranno i 130 anni di storia del rosé in Valtènesi, mettendone in luce l’evoluzione stilistica, il legame con il paesaggio gardesano e le prospettive future in chiave di mercato e comunicazione. Interverranno i rappresentanti del Consorzio, il Sindaco di Moniga e il Presidente del CIVP Provence, a testimoniare e rafforzare un dialogo sinergico tra due territori uniti da una storica vocazione rosé. Con VALTÈNESI IN…, il territorio sceglie di stringere una vera alleanza, mettendo in relazione ristoratori, produttori, istituzioni e pubblico. Un percorso che unisce cultura e promozione del territorio, rafforzando l’immagine della Valtènesi come destinazione di qualità, dove vino e accoglienza dialogano in modo autentico e contemporaneo. CONSORZIO VALTÈNESI Il Consorzio Valtènesi rappresenta una delle espressioni più autentiche del vino rosé in Italia. Incastonata nella DOC Riviera del Garda Classico, questa sottozona vanta una tradizione secolare iniziata nel 1896 con il senatore Molmenti, che per primo codificò la tecnica del rosé. Qui, tra lago e colline, il vino è cultura, identità e ricerca estetica. Grazie al microclima unico del Lago di Garda, la Valtènesi è l’area più a nord d’Europa dove crescono ulivi e limoni. Dal 2010 la sottozona è riconosciuta ufficialmente, consacrando il suo ruolo di patria del rosé autentico. Oggi il Consorzio riunisce 102 produttori, per lo più vignaioli indipendenti, custodi di una filiera corta e sostenibile, che preservano ogni giorno la visione gentile e pionieristica delle origini. La Redazione
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Oltre 100 etichette di Valtènesi rosé, aree food con specialità locali e momenti di incontro con i produttori raccontano l’identità di una denominazione che da 130 anni ha fatto del rosé la sua cifra stilistica e la forma originale del territorio. Ad aprire ufficialmente Valtènesi in Rosa, venerdì 22 maggio alle ore 17:00, si terrà un convegno “Valtènesi in rosa: 130 anni dalla nascita del metodo Molmenti” a Villa Brunati Bertanzi, a Moniga del Garda cui seguirà la degustazione guidata, condotta da Artur Vaso, delle etichette finaliste del Trofeo Molmenti, che, sempre giovedì, premierà il miglior rosé della Valtènesi. Un momento di confronto aperto a produttori, istituzioni e stampa, pensato per approfondire il percorso identitario del territorio e il ruolo del rosé come sua espressione distintiva. Al centro del convegno, i contenuti ripercorreranno i 130 anni di storia del rosé in Valtènesi, mettendone in luce l’evoluzione stilistica, il legame con il paesaggio gardesano e le prospettive future in chiave di mercato e comunicazione. Interverranno i rappresentanti del Consorzio, il Sindaco di Moniga e il Presidente del CIVP Provence, a testimoniare e rafforzare un dialogo sinergico tra due territori uniti da una storica vocazione rosé. Con VALTÈNESI IN…, il territorio sceglie di stringere una vera alleanza, mettendo in relazione ristoratori, produttori, istituzioni e pubblico. Un percorso che unisce cultura e promozione del territorio, rafforzando l’immagine della Valtènesi come destinazione di qualità, dove vino e accoglienza dialogano in modo autentico e contemporaneo. CONSORZIO VALTÈNESI Il Consorzio Valtènesi rappresenta una delle espressioni più autentiche del vino rosé in Italia. Incastonata nella DOC Riviera del Garda Classico, questa sottozona vanta una tradizione secolare iniziata nel 1896 con il senatore Molmenti, che per primo codificò la tecnica del rosé. Qui, tra lago e colline, il vino è cultura, identità e ricerca estetica. Grazie al microclima unico del Lago di Garda, la Valtènesi è l’area più a nord d’Europa dove crescono ulivi e limoni. Dal 2010 la sottozona è riconosciuta ufficialmente, consacrando il suo ruolo di patria del rosé autentico. Oggi il Consorzio riunisce 102 produttori, per lo più vignaioli indipendenti, custodi di una filiera corta e sostenibile, che preservano ogni giorno la visione gentile e pionieristica delle origini. La Redazione
20 Maggio, 2026
La Masserie. Sara Carusone, il vino, un atto d'amore
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Cesare Pavese, La luna e i falò
Ferdinando IV di Borbone diventò Re a soli 8 anni. Grazie ad una incredibile formazione e ad una sua predilezione per l’innovazione fu uno dei monarchi più illuminati (anche se per alcuni era il lazzarone). Dietro la Reggia di Caserta, sulla collina di San Leucio, volle realizzare un incredibile vigneto la cui forma a ventaglio prevedeva dieci raggi, ovvero dieci filari, per contenere tutti i vitigni autoctoni del Regno. Lipari rosso (Corinto), Delfino bianco (Malvasia della Puglia), Procopio (Greco di Bianco, Calabria), Piedimonte rosso e bianco (Pallagrello nero e bianco), Lipari bianco (Malvasia delle Lipari), Siracusa bianco (Moscato), Terranova (Gaglioppo o Greco nero), Corigliano rosso (Magliocco), Siracusa rosso (Nero d’Avola). Ognuno di questi vitigni era identificato da un cippo ovvero da una lapide che ne riportava le specificità
Oggi, le lapidi della Vigna del Ventaglio giacciono abbandonate dentro una villa per cerimonie, vicino Caserta. Nessuna targa, nessun percorso segnalato, nessuna cura. Sara Carusone le ha cercate, le ha trovate, le ha guardate con gli occhi di una ragazza entusiasta. C’era una luce brillava negli occhi e un cuore che si stringeva. Emozione e delusione insieme, due facce di chi ama qualcosa che il mondo ha deciso di trascurare. In quel momento, forse, aveva già capito tutto di sé stessa e del suo futuro.
Sara non se n’è andata nonostante avesse tutte le ragioni per farlo: una sorella a Milano, un concorso da superare, una cantina con i conti che ancora non tornavano, un padre con cui ogni piccola cosa è discussione. Oltre all’essere donna in un mondo dominato dagli uomini. Ha avuto le ragioni e forse anche qualche momento in cui ci ha pensato. Ma è rimasta. Tra i filari di Pallagrello e Casavecchia di Bellona, in quella Terra di Lavoro che i Borboni chiamavano reale e che oggi stenta a farsi sentire oltre i confini campani.
Terra di Lavoro, terra di mezzo
Bellona è un piccolo comune della provincia di Caserta. Non è un posto che trovi facilmente nelle guide turistiche. Non ha la notorietà della Reggia, non ha i panorami della Costiera. È uno di quei luoghi che esistono per chi li conosce davvero, per chi ci è nato, per chi ha imparato a guardare oltre il silenzio apparente dei campi. Io la conosco da sempre.
Antonina detta Mimma, mia nonna materna, era originaria di Bellona. Le sue sorelle vivevano ancora li e ricordo le domeniche nelle quali le andavamo a trovare. Ricordo in particolare di una zia che, attenta ad evitare lo spreco (forse in maniera eccessiva) era solita offrire la colomba a Natale e il panettone a Pasqua. Però il fantastico liquorino alle ciliegie lo aveva sempre. Papà non me lo faceva bere. Solo un sorso. Insieme alla ciliegina che trattenevo in bocca per un bel pò.
Questa era ed è la Terra di Lavoro. Un nome antico e carico di storia per un territorio che si estende tra il Volturno, il Garigliano e le pendici del Matese, capace di produrre vini dall’epoca borbonica, quando Ferdinando IV di Napoli fece impiantare la Vigna del Ventaglio a Caserta Vecchia con i vitigni autoctoni come il Pallagrello e il Casavecchia. Poi è arrivato il Novecento, con le sue semplificazioni, le sue rese, il vino sfuso che si vendeva a damigiane. Il silenzio.
Quante storie simili ho incontrato in questo Paese. Storie di territori che si sono perduti e che qualcuno cerca faticosamente di ritrovare. Non per nostalgia. Per urgenza semmai. L’urgenza di chi sa che non facendolo in questa vita, non lo farà nessuno.
Una laurea in Lettere, una tesi sul Pallagrello e una passione sfuggita di mano
La mia passione è cominciata prima dalla storia, dal vitigno, e poi mi sono appassionata al vino
Sara ha nel tono quella precisione, quasi filologica, che tradisce gli anni di studi umanistici. È infatti laureata in Lettere, poi in Filologia Moderna.
Era una domenica pomeriggio quando lessi per la prima volta la storia del Pallagrello. Qualcosa si mosse. Me ne innamorai, e dissi: voglio ultimare i miei studi con una tesi che sia una storia dal Mezzogiorno sui vini di Terra di Lavoro.
Che meraviglia! Il vino come oggetto letterario prima che enologico. Il territorio come testo da interpretare. Sara, che come i grandi ricercatori, prima si dedica alla lettura, poi alla ricerca, poi, toccando con mano, alla sperimentazione. Ha percorso l’intero tracciato dell’Acquedotto Carolino fino in provincia di Benevento, dove il canale si perde quasi nel nulla. Ha cercato le lapidi della Vigna del Ventaglio, nascoste all’interno di una villa per cerimonie.
Tu non hai idea di quello che provai in quel momento. Da una parte un’emozione fortissima. Dall’altra la delusione. Perché pensai: abbiamo veramente la storia, qui nel nostro territorio, una storia vitivinicola. Perché deve stare così? Perché non si può valorizzare?
Questa è esattamente la domanda giusta. È la domanda che mi faccio quando giro per l’Italia e trovo bellezze architettoniche ridotte a ruderi, tradizioni enologiche ridotte a curiosità, territori ridotti a margine. L’Italia è un Paese che ha il privilegio straordinario di essere nato già capolavoro, e spesso lo spreca con una leggerezza che fa male.
La famiglia, i nonni, il padre che fuggì dal cemento
La storia de La Masserie comincia ancor prima di Sara. I nonni coltivavano la campagna come si faceva un tempo. C’era il pescheto. C’era l’orto. C’era la vigna. Per ultima, per produrre vino sfuso. C’era anche un bisnonno, con un ricordo che nasce nei filari. Poi si interrompe, si disperde, riprende.
Mio padre ha sentito il richiamo delle origini. Ha voluto dare dignità al luogo in cui è nato e a quello che avevano realizzato il nonno e il bisnonno.
Il papà di Sara, prima di tornare alla terra, era imprenditore edile. Forse fuggito. Letteralmente fuggito dalla terra. Erano quelli i tempi delle ambizioni diverse. Della gioventù che ti fa scappare da casa rifiutando tutto ciò che rappresenta. Fino a quando la maturità non ti fa capire che la tua storia richiede più forza e impegno di qualcosa di nuovo. Così è tornato. Nel 2005 aveva rimosso un pescheto davanti all’azienda e impiantato il primo ettaro della nuova generazione. Da lì, a poco a poco, fazzoletti di terra acquistati dai parenti. Sette, otto, nove filari sparsi qua e la attorno Bellona fino ad arrivare ai sei ettari vitati di oggi.
Una dinamica arcaica. Un figlio che scappa, che torna, che vuole redimere il passato. Poi c’è la figlia che non è mai scappata, che è rimasta anche quando non avrebbe dovuto e che ora deve combattere per avere voce in capitolo in qualcosa che, in larga misura ha costruito lei stessa.
Io a volte quello che vorrei è avere un pochettino più di voce in capitolo e smettere di essere figlia. Vorrei essere guardata come una socia. Vorrei che mi responsabilizzasse un pochettino di più.
Non c’è rabbia nel tono. Semmai quella stanchezza lucida di chi ha già fatto i conti con la realtà e ha scelto di stare. Di restare. Io glielo dico chiaramente: suo padre, ne sono convinto, sa benissimo quanto vale. Solo che queste cose, in certi uomini di quella generazione, fanno il giro lungo prima di arrivare alle parole.
Difficile ricordare un bravo da parte di mio padre. Mamma si. La mamma è sempre la mamma. Ma papà era diverso. C’era sempre qualcosa che potevo fare meglio anche se avevo ottenuto il massimo. Lo vivevo male anche se a distanza di anni ho capito quanto grande fosse quell’insegnamento.
Il genere come ostacolo invisibile (ma non troppo)
Non ci si può e non si deve girare intorno: Sara è una donna in un settore che, dovunque e non solo in certe aree del Mezzogiorno, continua ad avere resistenze ataviche verso la leadership femminile. Nelle parole di una persona splendida come Sara, non c’è rancore, non c’è rabbia. C’è solo chiarezza e determinazione.
Nonostante io andassi la mattina, nonostante tornassi la sera, i nonni alla fine dicevano: mannaggia, ma patate c’ha da fa che si mette a piantare tutti sti vigneti quando tene doi figlie femmine.
Ovvero: ma perché tuo padre perché si mette a piantare tutti questi vigneti se ha due figlie femmine?
Una frase che non piò che rimanere impressa come una ferita. Non è cattiveria. Non è arretratezza. È null’altro che l’atavica accettazione del ruolo femminile che non è quello della terra. Le donne dovevano fare altro. Non per scelta ma perché quello era. Ancora oggi le scelte di Sara vengono lette attraverso il filtro del genere.
Ruota tutto intorno a questo. Il fatto che io sia una donna, quella troppo fissata con la pulizia, troppo meticolosa, troppo così.
Pensate a quante volte la cura, la meticolosità, l’attenzione al dettaglio vengono lette come eccesso quando appartengono a una donna e come virtù quando appartengono a un uomo. Sara fa i campionamenti in vigna. Determina l’epoca di vendemmia. Fa le analisi di base di acidità, pH, grado zuccherino, ecc. Segue i travasi, entra nelle vasche per il lavaggio, gestisce le ansie di cantina nel cuore della notte. Eppure non basta. Non basta mai.
Le ansie le sento sulla mia pelle. Sono capace che a mezzanotte chiamo l’elettricista perché dico: devi venire adesso, io non posso lasciare il mio mosto.
I vini trattati come figli. La cantina come luogo di amore assoluto e totalizzante. Questo non è eccesso: è dedizione. È amore puro e incondizionato.
Pallagrello e Casavecchia: vitigni senza rete
Se si vuol capire la difficoltà di produrre vino nella Terra di Lavoro, occorre prima capire cosa significa lavorare con vitigni autoctoni che la maggior parte del mercato non conosce. Il Pallagrello Nero, il Pallagrello Bianco, il Casavecchia: nomi che in Campania oggi iniziano ad avere una certa risonanza ma che fuori dai confini regionali restano quasi sconosciuti.
Paghiamo lo scotto di produrre vini da vitigni sconosciuti. Chi ha la fortuna di produrre vini con vitigni più noti ha un ostacolo in meno rispetto a noi.
È una verità scomoda. Il mercato del vino premia la notorietà del nome prima ancora della qualità del contenuto. Una Barbera, un Primitivo, un Vermentino hanno già una storia raccontata nel mercato, una categoria mentale già aperta nel consumatore. Pallagrello e Casavecchia devono costruire quella categoria da zero, ogni volta, ad ogni degustazione, ad ogni incontro.
Questo non significa che il vino sia meno buono. Significa che il lavoro di comunicazione deve essere doppio. Sara lo sa tanto che è stata lei, d’altronde, a capire per prima che non basta produrre il vino
Ci vuole la comunicazione, ci vuole pazienza con i clienti, ci vuole qualità.
La Vigna del Ventaglio, il Comune di Caserta e i sogni bloccati dalla burocrazia
Nel 2018, il Comune di Caserta indisse un bando per il ripristino delle vigne della Torretta del Pomarello, quelle che si trovavano ai lati dello scalone del Belvedere di San Leucio. La Masserie vinse quella gara.
Sara era euforica. Il relatore della sua tesi era euforico. C’era persino un capitolo finale dedicato al progetto di ripristino. Un sogno accademico e imprenditoriale che si fondevano in una sola storia.
Poi come al solito tutte le cose che riguardano la politica e la burocrazia il più delle volte sono destinate a rimanere così.
Sono passati quasi nove anni. Nulla è stato realizzato. Il Comune, secondo Sara, ha anche arrecato danni d’immagine: la notizia della vittoria era stata diffusa, l’aspettativa era reale. Poi, il niente.
È una storia italiana. Non solo Campana, non solo casertana: italiana. Abbiamo una capacità straordinaria di trasformare i sogni in pratiche burocratiche e poi di dimenticare le pratiche nei cassetti. Si ferma tutto alla conferenza stampa di presentazione o ad un taglio di nastro. Come se la passerella dell’annuncio fosse il punto di arrivo. Di questo anche il settore dei giornalisti al quale appartengo deve fare un mea culpa. Ci si accontenta di scrivere la storiella della conferenza stampa con i fiocchettini solo perché altrimenti non si viene più invitati e non si avrebbe nulla da scrivere. Nessuno si pone la domanda del cosa sia avvenuto a distanza di tempo. Nessuno va a vedere se a quella presentazione sia succeduto un fatto. Troppo scomodo.
Solo che nel frattempo la storia si sgretola, le lapidi della Vigna del Ventaglio continuano a stare abbandonate. Sara ci torna ogni tanto con quel misto di meraviglia e dolore che appartiene a chi ama qualcosa di trascurato.
30.000 bottiglie, sei ettari e il futuro che passa per una bollicina
La Masserie produce oggi circa 30.000 bottiglie l’anno su sei ettari vitati. Un’azienda di medie dimensioni, non una piccola realtà, con tutti gli impegni che questo comporta. Otto etichette in gamma, frutto di una storia aziendale che Sara ha cercato di riordinare e razionalizzare
Penso che dietro ogni etichetta ci debba essere prima una sperimentazione, un progetto, e con conseguente comunicazione e presentazione.
Il rosato da Casavecchia, una scelta della quale dà merito al padre, è uno dei pezzi più interessanti della gamma. Un rosato da un vitigno che solitamente declina al rosso, con tutto l’interesse che ne deriva.
Veritas è Rosato da Casavecchia. IGT Terre del Volturno
Screenshot
In vino veritas, dicevano gli antichi. Nel vino la verità. Nome omen si potrebbe dire per questo rosato. Non mente, non si traveste, non cerca di essere qualcosa che non è. È esattamente quello che sembra.
Rosa antico, vivo, limpido. Il colore di certe sere d’estate quando il cielo non ha ancora deciso se restare o andarsene.
Il naso è un piccolo mercato di frutti freschi e erbe: fragoline di bosco, fragola, ribes, poi una vena agrumata di lime e mandarino. Poi sotto, delicatamente, quasi sussurrata, la mentuccia e la salvia. Tutto è vivo, tutto è fresco. I sentori sono lunghi e gradevoli come una conversazione leggera che però non dimentichi.
In bocca arriva la vera sorpresa. Una freschezza agrumata che pervade il palato e lo lascia pulito, sapido, piacevolmente vivo. Un senso di limone che non abbandona la bocca ma la abita con garbo. Non è un vino complesso e nemmeno non vuole esserlo. Non è strutturato, non è stucchevole, non ha infrastrutture pesanti. È nemmeno vuole esserlo. È semplicemente buono, con quella bontà immediata e senza trucchi che è la più difficile da ottenere. Il tipo di vino che finisce prima che tu te ne accorga, e che cerchi di nuovo nel bicchiere già vuoto.
Il Casavecchia declinato al rosa è una scommessa che Sara ha vinto: dimostrare che questo vitigno antico, robusto, capace di rossi profondi, sa essere anche fresco, beverino, gioioso. Una verità semplice, appunto.
Tres Frigidae. Pallagrello Bianco 2023. IGT Terre del Volturno
Il nome viene da Triflisco, la frazione di Bellona attraversata da ruscelli dalle acque fresche. Era il luogo dove si andava a mangiare la pizza nelle pizzerie che sorgevano (credo abusivamente) proprio su torrente. In estate era un refrigerio che non si poteva non godere. Come dell’acqua fresca che sgorgava dalla fonte.
Tres frigidae, tre volte fresco, dice il latino. E questo vino lo sai già quando lo versi: giallo paglierino quasi dorato, brillante, pulito. Dotato di una luminosità tranquilla che non ha bisogno di imporsi. Ti guarda e ti aspetta.
Al naso arriva con discrezione, come chi ha molto da dire e sa aspettare il momento giusto. Prima il floreale con il glicine e i fiori di mandorla; poi una sottile vena agrumata, limone, qualcosa che ricorda il lime. Poi la frutta: pera, pesca bianca e un accenno di tropicale che si dissolve in melone chiaro, quasi trasparente. Quello che tiene tutto insieme è una mineralità fresca, quasi balsamica, che fa da anello di congiunzione tra il fiore e il frutto come un filo sottile che non spezza mai il tessuto. Un vino suadente, costruito per armonia più che per potenza.
In bocca è dove questo Pallagrello Bianco diventa davvero se stesso. L’ingresso è piacevole, ampio, con una freschezza agrumata che si allarga senza aggredire. C’è un limone dolce. Una dolcezza intrinseca nell’asprezza che è come mordere un agrume appena maturo quindi una sapidità che pulisce e invita. Non è un vino verticale nel senso stretto: è largo, bilanciato, con una persistenza che sorprende per quanto a lungo rimane in bocca, floreale e agrumata, senza mai stancare.
Vinalia. Casavecchia 2021 IGT Terre del Volturno
Le Vinalia erano le feste romane del vino nelle quali si offriva il nuovo mosto a Giove e a Venere. La gente beveva nelle strade, divertendosi senza fine. Un nome che porta il peso della storia con leggerezza.
Il Casavecchia è il vitigno che viene da lontano. Pare che la prima talea sia stata trovata nei pressi di Pontelatone, paese del, accanto ai resti di una casa vecchia. Ecco svelato il nome. È un’uva dura, testarda, radicata nel tufo e nell’argilla di questa terra difficile. Nel bicchiere si presenta con un rosso rubino profondo, quasi impenetrabile, con riflessi violacei che tradiscono la giovinezza.
Il naso è intenso e selvatico: mora, amarena, prugna matura si intrecciano con sentori di macchia mediterranea, erbe di campo, qualcosa di ferroso e minerale che ricorda la terra bagnata dopo la pioggia. Con l’aria si apre e rivela una speziatura scura di pepe e chiodi di garofano accompagnata da una nota erbacea che riporta ai boschi dei Caiatini.
In bocca è tannico, deciso, con una struttura che non concede facilmente. L’ingresso è diretto, quasi brusco, poi si distende su un corpo ampio, con una persistenza che dura e che lascia in bocca il ricordo di frutti neri e terra. Ha bisogno di tempo, nel bicchiere e negli anni. Ma chi aspetta viene ricompensato. Un vino che parla del luogo in cui è nato senza abbellirlo, senza mediarlo. La Terra di Lavoro in tutta la sua selvatichezza.
Volturnus. Pallagrello Nero 2022. IGT Terre del Volturno
Il Volturno è il fiume più lungo del Mezzogiorno continentale. Nasce sull’Appennino molisano, attraversa il Sannio, piega verso sud, scende in pianura e raggiunge il mare vicino a Castel Volturno. Secoli di storia ci sono passati dentro. Annibale lo attraversò, i Romani lo attraversarono, i Longobardi ci costruirono castelli. Volturnus era poi una divinità campana, il Dio patrono del fiume. Un nome che ha il peso delle cose antiche.
Rosso rubino con lievi trasparenze, il colore di chi non ha niente da nascondere. Il Pallagrello Nero che vive qui, sugli Appennini argillosi e sabbiosi di Castel Campagnano, a centocinquanta metri sul mare, è un’uva di carattere, non di prepotenza.
Il naso apre su frutti di sottobosco freschi di mirtillo, mora e gelso. La prugna che si affaccia timidamente. Una sottile vena floreale di violetta appare e scompare quasi subito lasciando spazio a qualcosa di più minerale, quasi di pietra focaia. È un profumo elegante, misurato, che convince.
In bocca è più deciso di quanto il naso lasci presagire: fresco, sapido, con tannini presenti ma mai aggressivi, ben integrati in una struttura snella che favorisce la beva. La persistenza è buona, con quel ricordo di frutta scura e mineralità che torna pulito, senza sbavature. Non ha in se complessità ma una scorrevolezza, una leggerezza di passo che lo rende compagno ideale di una tavola, di una serata, di una conversazione che non finisce.
Matura in acciaio, affina in bottiglia. Raggiunge la sua espressività migliore tre o quattro anni dopo la vendemmia. Ma già adesso, giovane com’è, sa già quello che vuole essere.
Poi, sullo sfondo, c’è l’esperimento che la entusiasma di più: una bollicina, ancora in fase di sperimentazione, che potrebbe entrare in gamma nei prossimi anni.
Le cose ora stanno andando diversamente, come forse dovrebbero andare.
Al suo fianco, in questa fase, ci sono due figure nuove: Benito, il compagno, che ha abbracciato l’attività con entusiasmo genuino; Ernesto Buono, enologo della stessa generazione di Sara, che ha portato energia fresca e voglia di sperimentare.
Non che mi manchi la passione, però le difficoltà sono tante e quando sei in un paesino come il nostro la mentalità non c’è. Ma questo entusiasmo, questa voglia di fare, di sperimentare nonostante tutto mi dà la forza di andare avanti.
Insegnare per campare, vendemmiare per vivere
C’è anche l’altra vita di Sara. Quella che inizia a settembre, quando la vigna è già a riposo e arrivano le prime convocazioni dalle scuole. Per anni è stata supplente. Quella precarietà che, strano a dirsi, le aveva persino fatto comodo: le convocazioni arrivavano a fine vendemmia, quando i vini erano già in cantina.
Prima mettevo i miei bambini a riposo, concludevo la vendemmia, e poi eccomi, mi dedicavo all’insegnamento.
Adesso ha superato il concorso con il massimo dei voti, dopo uno studio matto e disperatissimo (le parole sono sue, e riconosco in esse l’eco del Leopardi che ha studiato, dello Zibaldonee di tutti quei meridionali che hanno fatto dello studio una forma di resistenza) e le cose cambieranno. Non sa ancora dove sarà assegnata. La Campania è grande. Potrebbe capitare ovunque, persino su un’isola.
Una soluzione la troveremo
Sara è così. Meravigliosamente Sara. Una ragazza dolce e delicata, con il sorriso timido e le parole che sembrano sussurrate ma che entrano nel profondo. Una leggera inflessione campana che ho imparato a conoscere dalla mia fanciullezza. Un garbo che è proprio di quelle donne che sanno di dover dimostrare le cose con i fatti, senza urlare, senza agitarsi o alzare la voce. Con la grazia e la forza che solo l’amore e la determinazione può fornire.
Il territorio come responsabilità ereditata
Il mio prodigarmi non nasce soltanto dalla voglia di fare, dalla mia ambizione, dalla voglia di dare un contributo al territorio. È anche voglia di fare del bene. Per lasciare qualcosa a chi viene dopo di noi.
Pensa ai suoi figli che non ci sono ancora, ma che immagina crescere tra quei filari. Pensa ai giovani produttori di Caiazzo, suoi diretti concorrenti ma anche compagni di generazione in una battaglia comune. Cita i grandi che li hanno preceduti: Vestini Campagnano, Terre del Principe così da vedere in loro la spalla sulla quale si regge adesso. Anche se qualcuno di loro non ce l’ha fatta.
Penso che questa nuova generazione stia veramente facendo bene e dando un buon contributo ai vini casertani.
Una generosità in questo sguardo verso il contesto che trovo rara. Non c’è il pensiero piccolo del concorrente da battere, ma quello largo di chi sa che il territorio vince o perde insieme.
L’insicurezza è una forza
Ho conosciuto Sara Carusone come si incontrano le persone vere: di traverso, attraverso le cose che dicono quando non stanno recitando una parte. L’ho vista titubante e sicura nello stesso momento, insicura di sé (sono una persona molto insicura) e fermissima sulla cosa che conta di più (da qua non me ne voglio andare, non ce la faccio neanche ad immaginarlo).
Mi riporta alla mente Pavese, ancora. Non perché Sara sia un personaggio letterario. Lei è viva, concreta, ha le mani che sanno di cantina e la testa piena di filologia e analisi di mosto. Ma perché quel senso del paese come qualcosa di tuo che ti aspetta, qualcosa che non te ne vai mai davvero. Lei lo conosce. Lo ha vissuto al contrario: non è partita, e sa già che non partirà.
A me nelle vene scorre il vino
Dice ridendo a suo padre.
A te scorre il cemento.
Dietro quella risata ci sta tutto. E io, per una volta, non ho niente da aggiungere.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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19 Maggio, 2026
Borgo Conventi: la primavera si vive tra vigneti, musica, cucina e creatività
Nel cuore del Collio, la Tenuta apre le porte a esperienze autentiche tra natura, vino e cultura del territorio
La primavera porta con sé un calendario di appuntamenti che trasforma Borgo Conventi in uno spazio da vivere oltre la degustazione, dove il vino diventa il punto di partenza per esperienze che intrecciano natura, convivialità e scoperta del territorio.
Tra queste, prosegue anche nei mesi primaverili l’iniziativa Vigneti Aperti, promossa dal Movimento del Turismo del Vino: un invito a rallentare e osservare il paesaggio nel momento della sua piena espressione stagionale. Durante i fine settimana è possibile passeggiare tra i filari, visitare la barricaia – dove i vini affinano il proprio carattere – e concludere l’esperienza con una degustazione guidata, accompagnati nel racconto delle varietà e delle sfumature del Collio. La bella stagione porterà anche uno degli appuntamenti più attesi dell’enoturismo italiano, Cantine Aperte, in programma il 30 e 31 maggio. Sabato 30 maggio Borgo Conventi propone un incontro che unisce vino e tradizione gastronomica locale con un laboratorio dedicato agli Žlikrofi, la tipica pasta ripiena del territorio. Sarà un momento pratico e conviviale, in cui imparare a modellare la caratteristica forma “a cappello” e a preparare il ripieno a base di patate, erba cipollina e lardo, per poi scoprire come questi sapori dialogano con i vini della cantina. L’esperienza si completa con la visita alla cantina e alla barricaia e con una degustazione di tre vini accompagnati da stuzzichini locali. Domenica 31 maggio l’atmosfera cambia e si fa ancora più rilassata: le degustazioni saranno accompagnate dalla musica dal vivo di Gabry Sax, creando sonorità eleganti e coinvolgenti che accompagneranno il pubblico in una domenica dedicata al piacere del vino e alla convivialità. Con l’inizio dell’estate prenderanno invece il via le serate musicali con aperitivo, in programma ogni giovedì a partire da giugno: un appuntamento che unisce visita guidata, degustazione di due calici accompagnati da prodotti locali e musica dal vivo. Il programma musicale attraversa atmosfere diverse, dal jazz e swing alle sonorità brasiliane, dal flamenco al pop e soul acustico, fino a suggestioni tra tango, bossa e jazz e a momenti più intimi con arpa e violino. Continua anche in estate gli appuntamenti in collaborazione con OPS!LAB e i laboratori Natur…arte, pensati per i bambini e costruiti attorno a momenti speciali come la Festa della Mamma e il Solstizio d’Estate e altri eventi stagionali. Attraverso albi illustrati, materiali naturali e attività creative, i più piccoli possono vivere un’esperienza immersiva tra natura e fantasia, mentre i genitori si concedono una pausa con una degustazione in cantina. Il calendario degli appuntamenti prevede: Sabato 9 maggio – Mamma: intrecci d’amore | ore 10:00 – 11:30 Sabato 20 giugno – Solstizio d’estate: storie, magie e… colori | ore 10:00 – 11:30 Sabato 25 luglio – Tutti diversi, tutti uguali: l’arte in natura | ore 10:00 – 11:30 La Redazione
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Tra queste, prosegue anche nei mesi primaverili l’iniziativa Vigneti Aperti, promossa dal Movimento del Turismo del Vino: un invito a rallentare e osservare il paesaggio nel momento della sua piena espressione stagionale. Durante i fine settimana è possibile passeggiare tra i filari, visitare la barricaia – dove i vini affinano il proprio carattere – e concludere l’esperienza con una degustazione guidata, accompagnati nel racconto delle varietà e delle sfumature del Collio. La bella stagione porterà anche uno degli appuntamenti più attesi dell’enoturismo italiano, Cantine Aperte, in programma il 30 e 31 maggio. Sabato 30 maggio Borgo Conventi propone un incontro che unisce vino e tradizione gastronomica locale con un laboratorio dedicato agli Žlikrofi, la tipica pasta ripiena del territorio. Sarà un momento pratico e conviviale, in cui imparare a modellare la caratteristica forma “a cappello” e a preparare il ripieno a base di patate, erba cipollina e lardo, per poi scoprire come questi sapori dialogano con i vini della cantina. L’esperienza si completa con la visita alla cantina e alla barricaia e con una degustazione di tre vini accompagnati da stuzzichini locali. Domenica 31 maggio l’atmosfera cambia e si fa ancora più rilassata: le degustazioni saranno accompagnate dalla musica dal vivo di Gabry Sax, creando sonorità eleganti e coinvolgenti che accompagneranno il pubblico in una domenica dedicata al piacere del vino e alla convivialità. Con l’inizio dell’estate prenderanno invece il via le serate musicali con aperitivo, in programma ogni giovedì a partire da giugno: un appuntamento che unisce visita guidata, degustazione di due calici accompagnati da prodotti locali e musica dal vivo. Il programma musicale attraversa atmosfere diverse, dal jazz e swing alle sonorità brasiliane, dal flamenco al pop e soul acustico, fino a suggestioni tra tango, bossa e jazz e a momenti più intimi con arpa e violino. Continua anche in estate gli appuntamenti in collaborazione con OPS!LAB e i laboratori Natur…arte, pensati per i bambini e costruiti attorno a momenti speciali come la Festa della Mamma e il Solstizio d’Estate e altri eventi stagionali. Attraverso albi illustrati, materiali naturali e attività creative, i più piccoli possono vivere un’esperienza immersiva tra natura e fantasia, mentre i genitori si concedono una pausa con una degustazione in cantina. Il calendario degli appuntamenti prevede: Sabato 9 maggio – Mamma: intrecci d’amore | ore 10:00 – 11:30 Sabato 20 giugno – Solstizio d’estate: storie, magie e… colori | ore 10:00 – 11:30 Sabato 25 luglio – Tutti diversi, tutti uguali: l’arte in natura | ore 10:00 – 11:30 La Redazione