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7 Aprile, 2026
I vini di Salerno. Una strada da percorrere
La provincia di Salerno è un distretto del vino balzato agli onori della cronaca solo negli ultimi vent’anni che offre, per tale ragione, molteplici opportunità di scoperta.
Territorio di sorprendente amenità, si estende nell’abbraccio tra Appennino e Mediterraneo, punteggiato da siti archeologici e complessi ipogei che raccontano una civiltà millenaria.
Salerno è la provincia più estesa della Campania, per lo più composta da dolci colline, coste piene di fascino e numerosi corsi d’acqua.
Il territorio presenta due siti riconosciuti dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità: la Costiera Amalfitana e il Parco Nazionale del Cilento e del Vallo di Diano, primo geoparco nella storia del nostro Paese.
La costa si estende per oltre 200 km, da Positano a Sapri. L’area amalfitana, aspra e frastagliata, concede panorami unici al mondo; la parte centrale è un’ampia spiaggia orlata dalla pineta, mentre la Costiera Cilentana, a Sud, alterna tratti rocciosi, calette selvagge e spiagge incantate.Procedendo verso l’entroterra si incontra l’Appennino lucano con alture che sfiorano i 2000 metri e multiformi colline che collegano i due estremi.
La varietà dei paesaggi e l’eterogeneità dei suoli stanno alla base della complessità ampelografica di quest’area, dove la biodiversità diventa protagonista assoluta dell’inconfondibile e generosa offerta enogastronomica.
Il clima è mite, asciutto e ventilato nella zona costiera, continentale nelle aree più interne, con inverni rigidi e notevoli escursioni climatiche. I venti dal mare e dalla montagna accarezzano i filari, incidendo sulla salubrità delle uve.
Le eruzioni del Vesuvio, che hanno distribuito ingenti quantità di ceneri, lapilli e materiali tufacei anche a lunga distanza, hanno reso parte dei suoli locali fertili e ricchi di minerali.
I circa tremila ettari di vigneto salernitano si arroccano tra le scogliere terrazzate di Amalfi – dove l’approccio si fa eroico – punteggiano le aspre colline cilentane, lambiscono il mare nelle pianure alluvionali costiere e si alternano ai boschi sui versanti montuosi.
Terra vinicola antica
La vocazione marittima e la ricerca di materie prime hanno da sempre spinto le antiche popolazioni dell’Egeo a creare una fitta rete di relazioni commerciali in tutto il bacino del Mediterraneo, favorendo l’interscambio tra Grecia, colonie e popolazioni indigene.
Con il medesimo spirito, alla fine del VII secolo a.C., i naviganti dell’insediamento greco di Sibari approdarono nella fertile valle del Sele, fondando la città dedicata a Poseidone, più tardi ribattezzata Paestum.
I Greci introdussero molte varietà ritenute oggi autoctone e l’influsso della loro cultura enologica preparò le basi per la successiva interpretazione romana.
Dopo la profonda crisi dell’agricoltura nel medioevo, del vino campano si tornò a parlare solo a partire dal 1500.
La successiva emergenza della fillossera favorì la diffusione della coltivazione del tabacco, facendo balzare la regione ai primi posti della produzione nazionale.
La provincia di Salerno ha sofferto più di tutte le politiche agricole intensive avviate nel secondo dopoguerra, con strategie operative orientate a vitigni più produttivi e “rassicuranti” come Sangiovese e Barbera, Trebbiano e Malvasia.
Solo verso gli anni ‘80 l’attenzione si focalizza su uve locali e identità territoriale.
Nascono, di conseguenza, le denominazioni e nuovi imprenditori cominciano ad investire in viticoltura; il boom turistico di Amalfi e del Cilento amplifica il nuovo orientamento.
Oggi, a fianco dei vitigni più noti – Fiano e Aglianico – vanno affermandosi anche uve gregarie, come Piedirosso e Coda di Volpe.
Sono in aumento le produzioni di spumanti, che non sono propriamente parte della tradizione enologica locale, ma stanno raggiungendo livelli qualitativi interessanti.
Cresce il format aziendale a filiera integrata e alcune cantine tendono a spostarsi dalla calda costa verso l’interno, dove i vigneti, però, sono ancora frammentati. Non a caso le grandi aziende cooperative rimangono per lo più concentrate lungo la riviera.
Una bussola per l’identità del luogo
Nel 2012 un gruppo di viticoltori locali decide di associarsi per “fare sistema” dando vita al primo organismo di tutela e valorizzazione dei vini a denominazione ricadenti nella provincia. L’intento è quello di accendere un riflettore sulla produzione salernitana: una luce che possa orientare le linee guida per il presente ed il futuro del comparto.
Marco Serra, Presidente del Consorzio Vita Salernum Vites, spiega che <<grazie al grande lavoro svolto negli anni, siamo riusciti a coinvolgere nel Consorzio la maggioranza dei produttori locali, ottenendo il sostegno di istituzioni nazionali ed europee, contribuendo a rafforzare concretamente l’identità e la qualità dei nostri vini>>
Gli associati del Consorzio sono distribuiti dal fiordo di Furore alle colline cilentane, in rappresentanza di un mosaico di terreni, climi e tradizioni estremamente affascinante e variegato.
Sfumature di Fiano
Maturazione medio tardiva, note varietali di tiglio, ginestra, pera, nocciola o mandorla, il Fiano è l’uva a bacca bianca che più di tutte rappresenta questa terra.
Si esprime con tratti più caldi, densi e floreali rispetto a quelli irpini. Un vitigno che, più di altri, è capace di portare nel calice le sottili sfumature dei luoghi dove viene interpretato.
Le sue migliori espressioni sono capaci di affrontare lunghe evoluzioni che conducono, nel tempo, a complessità a dir poco sorprendenti.
Scopriamo alcune declinazioni salernitane di Fiano che valgono l’assaggio.
Tenuta Mainardi Cairis – Paestum Fiano IGP
Fiano allevato a 500 m di altitudine, nell’entroterra, tra la Valle del Calore e i monti Alburni.
Proprio in queste terre Marco Serra, con i suoi fratelli, realizza il sogno del padre: una cantina autonoma dove trasformare le uve di famiglia. Vinificato in solo acciaio, propone un profilo aromatico croccante e fruttato, giocato sull’agrume e il tropicale, con cenni di fiori bianchi e mandorla verde ed un piacevole tratto minerale.
Tenuta Mazzanova Ziopì – Cilento Fiano DOC
Ci spostiamo nel Parco Nazionale del Cilento, a Perdifumo, terra di fichi, vino, olio.
Il Fiano biologico che produce Tenuta Massanova, anch’esso vinificato in solo acciaio, si contraddistingue per un piacevole tripudio floreale, con sfondo di erbe mediterranee fresche ed un invitante finale salmastro.
Tenuta Cobellis Crai – Cilento Fiano DOC
Parliamo di un’altra azienda cilentana che fa dell’accoglienza il proprio tratto distintivo.
Cobellis interpreta il Fiano esaltandone i tratti balsamici, tra eucalipto e muschio. La tensione gustativa è salina e fa da perimetro alla fragranza agrumata del frutto.
Tenuta Macellaro Ripaudo – Paestum Fiano IGP
Ciro Macellaro è un giovane vignaiolo che, ancor prima dei 30 anni, prende in mano le terre di famiglia in stato di abbandono. Siamo a Postiglione, nell’entroterra salernitano, tra i Monti Alburni e la costa.
Nonostante la vinificazione in solo acciaio, la lunga sosta sulle fecce fini con frequenti bâtonnagedetermina un sorso pieno e avvolgente, con agrumi e zenzero che si intrecciano alle erbe aromatiche. Vino ricercato, dal notevole potenziale evolutivo.
Viticoltori De Conciliis Perella – Cilento Fiano DOC
Sulle colline tra Prignano e Agropoli la famiglia De Conciliis è tra le prime a credere ed esaltare la personalità dei vini cilentani. Vigna Perella è un singolo appezzamento a 300 di altitudine, con esposizione ad Est. Il Fiano che ne deriva viene vinificato con fermentazione spontanea guidata ed un uso discreto del legno. Il vino è profondo e succoso, dai tratti fruttati e dolci, bilanciati da note vegetali e congedo sapido.
Non solo Fiano
Per un inquadramento completo dei vini bianchi salernitani, lasciamo lo sfaccettato mondo del Fiano per scoprire altre referenze locali degne di nota.
Tenuta Palaios 16 – Colli di Salerno IGP
L’azienda più piccola di Salerno si occupa di una singola vigna di 1.2 ettari, dalla quale produce 820 bottiglie che esprimono l’antico uvaggio della zona: Fiano, Falanghina, Trebbiano e Malvasia.
Ci troviamo a Palomonte, nell’entroterra salernitano e il vino di Tenuta Palaios è un’esplosione raffinata di aromaticità, tra fiori bianchi, agrumi e pera, dalla beva agile, per nulla scontata.
Lenza Ida – Colli di Salerno IGP
Più unico che raro il Greco in queste zone, eppure l’azienda Lenza lo vinifica in purezza in una versione “di sole” che porta nel calice l’atmosfera della fertile pianura costiera di Paestum. Partiamo da una sgargiante veste dorata, passando per la maturità del bouquet olfattivo e chiudiamo con la profondità ritmata del sorso. In bocca è al contempo materico e sapido, scandito da una succosa freschezza agrumata.
Giuseppe Apicella Colle Santa Marina – Amalfi bianco DOC Tramonti
Impossibile, in questa carrellata, non contemplare il “blend costiera”.
Falanghina, Biancolella, Ginestra e Pepella compongono un vino complesso e suadente, che profuma di frutta disidratata e marzapane, fieno e grafite, in un equilibrato gioco delle parti che si conferma al sorso: morbido, caldo e sapido.
Ci troviamo a Tramonti, tra suoli dolomitici e polvere di vulcano, dove regnano vitigni autoctoni che non esistono altrove.
L’azienda, nota soprattutto per le sue interpretazioni di Tintore, declina questo blend con macerazione a freddo e maturazione in tonneaux, per un risultato stratificato e suadente, di vero carattere.
Una mappa che respira
Salerno si racconta, si interroga, si fa strada tra mare, roccia e profumi inconfondibili, con l’obiettivo di farsi scoprire, lasciando traccia sul palato e sui mercati internazionali.
Il panorama ampelografico descritto fin ora è geografia viva e intraprendente.
Ora tocca a voi tracciare la mappa di questo territorio, attraverso non solo percorsi di gusto, ma piste di osservazione critica, pause contemplative, incontri con chi interpreta la terra.
Se siete arrivati fin qui, avete già iniziato a percorrere la strada.
Paola Restelli – Identità in fermento
Wine immersion – Su web, Instagram, Linkedin
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7 Aprile, 2026
Franciacorta a Vinitaly 2026. Solidità del comparto e crescita sui mercati internazionali
Franciacorta conferma anche per il 2026 la propria partecipazione a Vinitaly, la più importante manifestazione internazionale dedicata al mondo del vino, in programma a Verona dal 12 al 15 aprile.
Un appuntamento di riferimento per il settore, che offrirà al pubblico e agli operatori l’occasione di scoprire da vicino l’eccellenza delle cantine franciacortine, da sempre espressione di qualità, passione e continua innovazione.
Presente con 22 cantine all’interno del Palaexpo – e altre 14 presenti negli altri padiglioni della Fiera – lo spazio Franciacorta costituisce un luogo di incontro, approfondimento e degustazione. Qui i visitatori potranno conoscere le ultime novità produttive, riscoprire le etichette più rappresentative del territorio e dialogare direttamente con i protagonisti che ogni giorno contribuiscono al successo della Denominazione. Un percorso pensato per raccontare le storie, le persone e i valori che rendono il Franciacorta un unicum nel panorama enologico italiano.
La partecipazione a Vinitaly rappresenta inoltre un’importante occasione per celebrare un heritage prestigioso, consolidato in anni di ricerca e sperimentazione, e per guardare al futuro con rinnovato slancio. Le cantine franciacortine continuano infatti a porre eccellenza, savoir faire e autenticità al centro di ogni scelta produttiva, rafforzando il ruolo della DOCG come riferimento dell’eccellenza italiana nel mondo.
In un contesto che conferma la solidità e la capacità di crescita del comparto Franciacorta, i risultati presentati a inizio anno dall’Osservatorio Economico evidenziano una sostanziale tenuta dei volumi e un prezzo medio stabile, accompagnati da un incremento dell’export verso i principali mercati internazionali. Un quadro che riflette la forza del territorio, la qualità costante delle produzioni e una posizione sempre più centrale nel panorama enologico globale.
Area Franciacorta – Palaexpo – Padiglione Regione Lombardia – Stand B/C2
Antica Fratta – Bonfadini – Bosio – Camilucci – Caruna – Centinari – Corte Aura – Ferghettina – Freccianera Fratelli Berlucchi – Ibarisei – La Fiorita – Lantieri de Paratico – Marzaghe – Monzio Compagnoni – Pietraluce –
Ricci Curbastro – Romantica – Santus – Tenuta Ambrosini – Terre d’Aenòr – Turra – Vigneti Cenci
Aziende in altri padiglioni
Bellavista Pad 7 B3/B4 Terra Moretti
Berlucchi Franciacorta Pad 7 B8
Cantina Chiara Ziliani Pad 7 B2
Castello Bonomi Pad 4 E5
Contadi Castaldi Pad 7 B3/B4 Terra Moretti
Derbusco Cives Pad 7 B6 Cuzziol Grandivini
Lo Sparviere Pad 8 F3/F4 AGB Selezione
Marchesi Antinori Tenuta Montenisa Pad 7 D2 Antinori
Mosnel Pad 8 (FIVI) B8/B9 19
Muratori Pad 7 E9
Piozza Ome Palaexpo Area Valtellina Piozza
Ronco Calino Pad 8 (FIVI) F10/G10 5
San Cristoforo Pad 8 (FIVI) F8/F9 14
Sullali Pad 7 B6 Cuzziol Grandivini
Vezzoli Giuseppe Pad 7 B6 Cuzziol Grandivini
La Redazione
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7 Aprile, 2026
Don Juan celebra il vino al femminile con 3 serate dedicate alle produttrici d’eccellenza tra Italia e Argentina
Dal Veneto all’Argentina fino all’Alto Adige, un ciclo di serate dedicate alla grande enologia internazionale tra degustazioni guidate e menu speciali
Non è sempre facile riunire eccellenze diverse nello stesso scenario, soprattutto in un mercato competitivo come quello del vino e della ristorazione. Eppure Don Juan Milano ci riesce, dando vita a un ciclo di tre serate speciali dedicate al vino al femminile.
Tre produttrici, tre storie di passione e visione, tre territori diversi ma accomunati da una stessa sensibilità: quella di donne che hanno saputo distinguersi nel panorama enologico contemporaneo.
Il ristorante argentino di Via Altaguardia ha aperto le porte a un percorso di degustazione che permette agli ospiti di scoprire grandi vini italiani e internazionali, ascoltare direttamente il racconto delle produttrici e degustare etichette autentiche, abbinate ai piatti intensi e identitari della cucina del Don Juan.
Ogni serata è un viaggio tra territori, storie familiari e scelte produttive, con degustazioni guidate dalle stesse protagoniste.
Dopo il primo appuntamento della scorsa settimana con Anna De’ Besi, anima della Cantina Punto Zero, ecco i prossimi due incontri:
Giovedì 16 aprile – Ore 19:30
Adrianna Catena – El Enemigo Wines
Il secondo incontro vedrà protagonista Adrianna Catena, fondatrice di El Enemigo Wines, progetto nato insieme all’enologo Alejandro Vigil con l’obiettivo di riportare alla luce l’eredità storica del vino argentino.
La cantina nasce a Mendoza e unisce ricerca e tradizione, recuperando tecniche antiche e valorizzando varietà simboliche del territorio.
La famiglia Catena è oggi considerata un punto di riferimento internazionale per il vino argentino di qualità, con una storia costellata di riconoscimenti e premi.
Giovedì 7 maggio – Ore 19:30
Caroline Synn – Cantina Pratenberg
A chiudere il ciclo di incontri sarà Caroline Synn, oggi alla guida della Cantina Pratenberg in Alto Adige, produttrice di uno dei migliori Schiava della regione.
La cantina nasce con l’obiettivo di valorizzare i vigneti di quota e le varietà tipiche del territorio, con un approccio produttivo che unisce attenzione artigianale e visione contemporanea.
Il risultato sono vini nitidi, armoniosi e profondamente legati al loro ambiente naturale. La proprietà ospita inoltre una suggestiva Wine Lodge immersa tra i vigneti, dove gli ospiti possono vivere un’esperienza enologica completa.
Il ciclo di serate organizzato da Don Juan rappresenta un’occasione unica per conoscere tre interpretazioni diverse del vino contemporaneo, tutte accomunate da una forte impronta femminile.
Don Juan – Ristorante Argentino
La Redazione
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7 Aprile, 2026
Cime Tempestose....il vino è il nostro amore tossico?
Cime Tempestose
L’hanno definito “Esagerato!”.
Turba chi non abbia vissuto una storia turbolenta, chi grazie a questa non si sia già fatto un’ autoanalisi e chi non è sceso nel profondo del proprio io per capirne i bisogni.
Il meccanismo è semplice. Incontri l’ amore, quello sconvolgente e se sei una persona poco “risolta” o poco propensa alla esplorazione del tuo essere, si crea inevitabilmente un ciclo di dipendenza da quell’ amore, perchè chi ti legge davvero tocca anche le parti che fanno male: i tuoi bisogni. Quella persona fatta della tua stessa materia diventa l’unico modo per soddisfarli. E non sai perché. E’ un meccanismo inconscio e subdolo, per cui ti rispecchi nell’ altra persona, e riesci finalmente a vedere quel qualcosa di profondo che non avevi mai visto. La cosa drammatica è che lo fai in modo inconsapevole e tutta questa passione diventa un amore cosiddetto tossico.
Siamo noi che cerchiamo la persona e le esperienze correlate per riconoscere i nostri bisogni più profondi, sradicare le convinzioni e svelare le nostre ombre o viceversa?
E se il vino fosse esattamente quella persona che noi cerchiamo ogni volta in un calice differente, se fosse lo specchio dei nostri bisogni, allora che significato avrebbe?
Cosa diventerebbe per noi la bevanda di Bacco?
Dove ci tocca questa bevanda diabolica? Nell’ euforia immediata che dona la serotonina o nella dipendenza data dalla continua richiesta di dopamina?
Qual è la parte di noi che viene attivata maggiormente quando decidiamo di aprire una bottiglia di vino e ci avviciniamo con la bocca al calice?
Questo dovremmo indagare.
Oggi perché scelgo questo vino, con quale motivazione vera? La passione e la curiosità di conoscere un mondo nuovo, culture differenti e territori inesplorati, vite vissute attorno alla vigna e alla cantina oppure scendere nel nostro io più profondo.
Molti di noi dicono che il vino è vita, che il vino è gioia e condivisione, ma in realtà quante volte abbiamo poi condiviso veramente le nostre emozioni più profonde. Cosa rivela di noi quella bottiglia, quel calice?
Quale emozione non vogliamo mostrare e facciamo finta di condividere con post foto condivisioni in parole serate inconcludenti?
Ho guardato cime tempestose e alla fine la prima cosa che mi è venuta in mente è proprio questa: l’abbinamento col vino!
Ho vissuto una storia di amore gravemente tossico, ne sono uscita e come si dice sempre in questi casi, ne sono uscita più forte di prima, ma quello che mi è rimasto è come una sorta di spegnimento delle emozioni delle sensazioni, dei ricordi, dei ricordi evocati ai profumi del vino, dei profumi che riconoscevo perché legati a un vissuto. E’ come se fossi attutita in tutte le mie funzionalità e tutte le mie emozioni fossero smorzate.
Quindi guardando questo film, non mi sono turbata così tanto diversamente dal giudizio della critica mondiale.
Quello che mi resta da fare ora è abbinare un vino alle scene e ai personaggi salienti del film, ricordando le emozioni che mi dava prima del mio amore tossico e cercare di abbinarlo a quelle scene che tanto hanno turbato le persone ancora incolumi a loro stesse, le le persone ancora dall’altra parte della staccionata, le persone ancora ingenue e spensierate.
Vino, scene e personaggi.
Questi vini dovranno sicuramente avere una persistenza romantica, ah no, AROMATICA intensa, un’acidità elevatissima, un tannino tagliente e il calore di quella passione che trasporta nell’ esperienza di un amore impossibile.
Spero che leggerete questo articolo dopo aver visto il film o che andrete al cinema con una curiosità diversa.
La dama di compagnia
Nelly, la dama di compagnia lascia che Caty si sposi con Linton, solo per interessi economici. Per quale motivo secondo voi, pur sapendo che l’amore che prova per Heathcliff sarebbe l’unica cosa a renderla davvero felice e appagata, pur nella povertà?
Si potrebbe pensare che l’abbia fatto per salvare la piccola Caty da una vita disagiata. La realtà è molto più crudele. Nelly capisce che Caty nell’amore avrebbe trovato la pace, la gioia, la ragione di vita e al solo pensiero che un’altra persona diversa da lei stessa potesse provare quella sensazione idilliaca e paradisiaca che solo la pace può dare, agisce con perfidia, volontariamente.
Lo fa al fine di evitare a sé stessa di dover fare da confidente, per tutta la vita, ad una persona felice a differenza sua….questa è l’invidia, la malvagità degli insoddisfatti.
A questa perfidia abbinerei un vino graffiante, intenso e ingannevole.
Nel finale Nelly si pente, ammettendo che con le sue intenzioni malvagie è stata l’artefice del triste destino dei due amanti.
Il Lessini Durello di cantina Franchetto.
Dalla sapidità e freschezza sempre vive, stupisce con note di pane e frutta secca. La tensione al palato viene accompagnata da una struttura che ne maschera le durezze tipiche del Lessini Durello. Un vino infido perché si insinua nel palato e alla fine lascia un sapore intenso di mandorla addolcita, proprio come Nelly quando si pente del suo comportamento e ne ammette le origini.
Uno Spumante stupendo che ti sorprende per la sua dualità.
Caty ( Margot Robbie)
Fragile, frivola, superficiale, golosa, lussuriosa, bambina.
C’è un solo vino che le assomiglia, anche nel rosso rubino delle sue gote: “ASANGUEFREDDO” Vino Spumante di Qualità Brut Antichi Vinai 1877
Nerello Mascalese raccolto alle pendici dell’ Etna, dove le viti scendono con le loro radici fino al cuore della terra, al calore del magma. Lo stesso calore anima Caty, la sua delicatezza del sapore del Nerello, somiglia alle sue fragilità e il gusto sinuoso, al suo coro, quando si abbandona all’ amore con Heathcliff.
Quale nome migliore se non “Asanguefreddo”, per un vino che si gusta nella sua massima espressione, a freddo. Esattamente come la vendetta meditata da Caty, quando capisce che non potrà mai possedere fino alle viscere il suo amato e che lo stesso, non potendo amarla liberamente, a sua volta mediterà la stessa vendetta.
“LUI È MIO!!”
Lo stupido possesso. Il controllo feroce, i subdoli giochi psicologici, tutti riassunti in questa piccola frase.
Ecco!! Questo vino è mio e non toccatelo!
Il vino che fai finta di elogiare per farlo comprare a tutti ma che in realtà vuoi tenere solo per te. Segreto e nascosto.
Il mio è il Lison di Villa Bogdano. L’annata 2019 soprattutto..
Ho come una sorta di possessione per questo vino. È Mio! Sa di frutta esotica, E’ complesso, evolve ad ogni respiro. Il sorso è lungo e goloso, il profumo inebriante. La persistenza rimane impressa nel corpo, come un ossessione. Questo Tai riesce ancora a riportarmi ai ricordi di quel maledettamente insano ma intensamente vivido periodo, di quel ingiusto amore.
Heatcliff
Rappresenta la feccia dell’umanità. Racchiude in sé tutte le ombre oscure che ogni persona può manifestare nel corso di una vita. La gelosia derivata dall’ insicurezza, la rabbia dell’ abbandono, la solitudine di una vita nata dal rifiuto. Come puo’ essere sano l’amore di una persona che ha vissuto senza regole? Senza le regole sociali dettate in primis da una famiglia solida?
Heathcliff ama Caty, perché è l’unica persona che l’abbia mai riconosciuto e accettato. Si sono visti dentro, pensando che la ricerca fosse finita. Ma così si riconoscono due persone che si stanno proteggendo in modo diverso dal dolore del passato e si amano senza capirsi e l’ amore non basta per salvarli.
Dei due Heathcliff è il più debole, lasciando che Caty approfitti del suo bisogno incessante di amore.
Si crea così questo vortice lussurioso di un amore che accende un fuoco incessante.
Lo stesso fuoco di Heathcliff arde in un calice di Primitivo di Manduria collezione Oro, Varvaglione
Colore rosso rubino ipnotizzante, con un cuore nero. Di indole apparentemente docile, al naso si presenta con note di ribes, mora e ciliegia. Suadente al primo sorso, dove i frutti neri di prugna e mirtillo prugna, sposano note tostate e di liquerizia. Coi tannini setosi e una freschezza prolungata chiude lasciandoti senza via di fuga, con un’ acidità e una fermezza di retrogusto di cacao che quasi lascia un piacevole amaro in bocca……..
Edgar Linton, Marito di Caty.
Un personaggio elegante, pulito sincero, dall’amore puro. Prova un amore puro perché Leale, un personaggio che sa mettersi da parte per lasciare spazio alla moglie sofferente, anche se la sofferenza deriva dall’ amore per un altro uomo, Questo uomo paziente è vero e sincero e nella sua eleganza, intenso, come il Pinot Bianco Metodo Classico Brut Nature di Terre San Rocco.
36 mesi sui lieviti. La varietà di profumo di fiori gioca sulla raffinatezza. Al palato mostra una danza fra morbidezza e finale asciutto e secco. Un vino perfetto con la stessa eleganza di Linton.
La morte è la fine?
Perché lei alla fine muore? No non è per dimostrare che l’amore è così struggente da far cedere il cuore…è
per interrompere il ciclo vizioso che l’amore tossico crea.
La scena finale di lei di quel colore cadaverico cenerino in netta contrapposizione con i colori di lui, rosso ardore, amore, passione, struggimento, cuore caldo, cuore infranto, vita interrotta. E’ esattamente quello che succede quando finisce un amore tossico.
La morte rappresenta la delusione di vedere che non c’è speranza di vivere di quell’amore e che niente mai si realizzerà di quello sognato, brucia ancora di più della passione stessa e si trasforma in rabbia fino a rifiutare quell’amore stesso che ci aveva accesi.
Caty muore ma è nella morte che continua a insinuarsi nel cuore di Heathcliff, proprio a significare che questo amore non smetterà mai di essere controllante.
Caty che si spezza lo fa perché è la parte più forte, quella che capisce che quell’amore fatto di bisogni e di ricerca continua nell’altro non può continuare, non può esistere, non può nutrire. Diventa come una cancrena che lentamente consuma. Lascia senza vita, senza colori, senza emozioni. La contrapposizione nelle immagini di cime tempestose è così forte che mi viene in mente un solo vino che potrei abbinare. Un vino che non ho mai avuto l’occasione di assaggiare: “Opus One”.
Lo immagino come un vino meraviglioso. Lo immagino come quell’amore ideale che fa dire wow e che nulla ha a che vedere con l’amore tossico.
Lo abbino come dono di serenità, a Heathcliff affinché il suo cuore trovi pace e di sollievo a Caty, morta nella cancrena riscoprendo una nuova sé.
Di Opus One non conosco né gusto né sapore né profumo, ma vi cito la recensione di Robert Parker dell’annata 2016 che è quella che un giorno vorrei assaggiare, per riconnettermi alle mie sensazioni alle mie emozioni e ai ricordi di profumi che ritrovo attraverso il vino.
Non ditemi che il film è esagerato se prima non avete assaggiato tutti questi vini, se non avete immaginato a quale dei vostri bisogni li accompagnereste e se vi siete scordati di incontrare quella persona….tossica!!
P.S. Questo articolo parla di violenza psicologia mai denunciata..
Valeria Valdata – Riccio Viticcio
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5 Aprile, 2026
Buona Pasqua! Niente uova ma una sorpresa a tutto Slow Wine
Buona Pasqua a tutti i lettori di Winetales Magazine
Oggi, mentre le tavole si imbandiscono e il profumo dell'agnello e delle primizie primaverili invade le case, permettetemi di fare un piccolo strappo alla regola. Dimentichiamo per un attimo le uova di cioccolato e i coniglietti di zucchero; il mio regalo per voi quest'anno è fatto di uva, terra e incontri.
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4 Aprile, 2026
VINIVERI 2026 - I vini secondo natura
Tre giorni di artigiani del vino, eventi ed esperienze: le cene con tre giovani chef, Juri Chiotti, Sara Nicolosi e Cinzia de Lauri, la mostra fotografica “Visages des Vignes” di Gianni Pillon, la presentazione del libro “Lungo i sentieri del Nebbiolo” di Marzia Pinotti, la degustazione verticale con sei annate del Barolo di Giovanni Canonica
Anche quest’anno ingresso ridotto per gli under 25
XXI Edizione
Dal 10 al 12 APRILE 2026 a CEREA (VR)
Elogio dell’attesa
C’è ancora chi sceglie di aspettare. Aspettare che la vigna faccia il suo corso. Che la fermentazione trovi il suo ritmo. Che il vino dica chi è, da dove viene, di che stagione porta il segno. In un’epoca che premia la velocità e la standardizzazione, i vignaioli del Consorzio ViniVeri continuano a percorrere il “saper fare” artigiano, rispettando l’identità del territorio d’origine e i tempi della natura. E da oltre vent’anni, ogni primavera, portano il risultato di quella pazienza a Cerea.
Ventuno edizioni di vino con radici
Dal 10 al 12 aprile 2026 l’Area Exp di Cerea (VR) torna a essere il cuore pulsante del vino artigianale italiano ed europeo. ViniVeri festeggia la sua XXI edizione con oltre cento produttori selezionati, provenienti dalle regioni italiane e dai principali terroir d’Europa: Francia, Spagna, Slovenia, Austria; una comunità di vignaioli accomunati non da un’etichetta, ma dall’adesione a una Regola che è insieme produttiva ed etica.
Nata nel 2004, ViniVeri è stata una delle prime manifestazioni italiane a mettere al centro il concetto di naturalità e rispetto del territorio — quando queste parole erano ancora fuori dal vocabolario mainstream del vino. Oggi quella scelta pionieristica è diventata riferimento culturale: un evento che non è solo fiera, ma incontro tra persone, territori, storie e idee.
Un’esperienza, non solo una fiera
ViniVeri 2026 è un’occasione di immersione: tre giorni in cui il pubblico — appassionati, sommelier, ristoratori, giornalisti, ma anche semplici curiosi — può dialogare direttamente con i produttori, capire le scelte dietro ogni etichetta, scoprire vitigni dimenticati e l’essenza vera dei territori.
Tre giorni di degustazioni guidate, cene di giovani chef con abbinamento dei vini artigianali, momenti di approfondimento, presentazione di libri, mostra fotografica, spazi di confronto tra vignaioli: l’edizione 2026 rafforza la vocazione del Consorzio a essere un progetto culturale prima ancora che produttivo. Confermando Cerea quale punto di riferimento in Italia per la cultura del vino artigianale e sostenibile.
Con uno sguardo particolare ai giovani: anche per questa edizione viene confermata la speciale riduzione Under 25=25€, l’ingresso a ViniVeri per tutti i maggiorenni, fino ai 25 anni, con biglietto dedicato e scontato. Una scelta che vuole favorire la partecipazione delle nuove generazioni, incoraggiandole a conoscere da vicino un modello produttivo fondato su responsabilità, sostenibilità e passione condivisa.
Paolo Vodopivec, Presidente del Consorzio ViniVeri
Il vino è uno specchio del luogo da cui viene: il nostro compito è non appannarlo. ViniVeri nasce da questo impegno — dalla cura in vigna, dalla mano dell’artigiano, dalla consapevolezza che fare vino secondo natura significa prendersi cura di un patrimonio collettivo. Con la ventunesima edizione guardiamo al futuro sapendo che il nostro ruolo va oltre il calice: siamo parte di un dialogo necessario tra produttori, territorio e comunità, perché le sfide che abbiamo davanti — dal clima alla tutela dei suoli, dall’innovazione all’educazione del consumatore — si affrontano solo insieme.
Le cene di Viniveri 2026
Venerdì e sabato, a conclusione della manifestazione, il Ristorante interno di ViniVeri avrà l’onore di ospitare le cene firmate da tre giovani ma già affermati chef, i cui piatti accompagneranno una selezione delle migliori bottiglie di questa edizione.
Venerdì 10 aprile: Juri Chiotti di Reis Cibo Libero di Montagna (CN)
40 anni, ha lavorato per dieci anni in ristoranti blasonati prima di scegliere una strada con meno fronzoli e soprattutto più a contatto con la terra. Nel 2017 da vita a Reis Cibo Libero di Montagna, prima a Frassino poi dal 2021 in borgata Chiot Martin, in provincia di Cuneo. Siamo a 1000 m. in Valle Varaita, con un ettaro di orto e piante da frutto, 10 ettari di bosco, un allevamento di capre, pecore, conigli e galline: proprio da qui lo chef porterà gli ingredienti per la cena, lavorandoli pochissimo o attraverso tecniche vecchie e nuove per lasciare il pieno protagonismo che merita alla natura. Cibo vero per vini veri!
Sabato 11 aprile: Sara Nicolosi e Cinzia de Lauri di AlTatto (MI)
AlTatto è un’esperienza di alta cucina vegetariana e vegana. Propone un percorso gastronomico che nasce dal rispetto per la terra, per il lavoro artigianale e manuale, per le stagioni e per i prodotti del territorio. Sara Nicolosi e Cinzia de Lauri fondano AlTatto a Milano nel 2015 con la volontà di creare un’attività di catering che avesse una proposta innovativa di alta cucina vegetariana e vegana. Da questa esperienza, nel 2019 nasce il Bistrot, con l’intento di sperimentazione culinaria micro stagionale in grado di rivolgersi a un pubblico più ampio di quello del catering. Anni di approfondimento, di tecniche culinarie e accoglienza hanno portato a diversi riconoscimenti, tra cui il Premio “Custodi del Pianeta” agli “Award del Gusto” nel 2024 e il premio “Miglior Chef Donna 2025” per Identità Golose.
La mostra fotografica
ViniVeri ospita per tre giorni, per la prima volta in Italia, la mostra del fotografo Gianni Pillon “Visages des Vignes”. Grande appassionato di vino, Pillon propone una ricca e sorprendente raccolta di ritratti di vignaioli in “chambre photographique”, dalla quale è stata selezionata la serie di 40 foto esposte: i ritratti della mostra sono in prevalenza di produttori italiani, molti dei quali partecipano alla fiera che ha luogo a Cerea, insieme ad altri selezionati anche per il loro valore artistico.
Venerdì 10 aprile, alle ore 18.30, incontro-presentazione nella sala Convegni dell’Area Exp di Cerea dove sarà lo stesso Gianni Pillon – fotografo autodidatta, classe 1964, che vive e lavora in Francia, in Borgogna, e già affermato fotografo di musica jazz – a raccontare il suo lavoro con i vignaioli e a presentare foto inedite scelte dal suo ampio archivio digitale.
L’incontro e la degustazione
Sabato 11 aprile sotto il segno del Nebbiolo
Si inizia alle ore 15 con la degustazione-evento della verticale dedicata al raro e iconico Barolo di Giovanni Canonica. Amato da un altro grande produttore di Barolo, Giuseppe Rinaldi, che del suo vino diceva: “quello di Gianni è il Barolo che vorrei essere capace di fare“, i vini di Canonica in degustazione saranno esclusivamente in formato Magnum delle annate 2015, 2017, 2018, 2019, 2020 e 2021. La degustazione sarà guidata da Giorgio Rinaldi, consigliere nazionale e membro di Giunta A.I.S. e Chevaliers du Tastevin.
Seguirà, dalle ore 18.30, la presentazione da parte della sommelier ed enologa Marzia Pinotti – che da anni intervista vignaioli, cammina tra le vigne e indaga sulla natura profonda dei vitigni – del suo libro “Lungo i sentieri del Nebbiolo” edito da Le Piccole Pagine. Il libro è il resoconto di un viaggio compiuto tra il 2015 e il 2019 attraverso venti denominazioni disseminate tra le Langhe e la Valcamonica in cui Marzia Pinotti segue le tracce del Nebbiolo partendo dalle fonti storiche, dalla geologia dei territori e dagli studi genetici in corso, e ne ripercorre la storia attraverso le memorie e le testimonianze di produttori, vignaioli e interpreti del più nobile dei vitigni. Un itinerario di quasi mille chilometri, che dai fasti del Barolo risale verso le rarefatte atmosfere dei Nebbioli di montagna, raccontato con una scrittura lirica e incisiva in un libro che è insieme romanzo di viaggio, indagine storica e lucida riflessione sul rapido cambiamento del clima e del paesaggio.
L’Enoteca
Come ogni anno, insieme ai banchi vino, non mancheranno gli spazi per l’assaggio e la vendita di produzioni artigianali agroalimentari.
Apprezzata e attesissima da appassionati e wine lovers, anche quest’anno non mancherà all’interno dell’AreaExp l’Enoteca ViniVeri: la vetrina-bottega dove sarà possibile acquistare molte delle selezionate etichette dei tanti vignaioli presenti a ViniVeri a prezzo di cantina. Anche per questa edizione tale prezzo verrà maggiorato di 1€ per ogni bottiglia acquistata: un contributo che il Consorzio devolverà in beneficenza.
Per maggiori informazioni su prenotazioni cene ed eventi: http://www.viniveri.net
Ingresso: €40
Biglietto ridotto Under 25: €25
In prevendita: €35 https://www.ciaotickets.com
ViniVeri 2026 – Vini secondo Natura
Dal 10 al 12 aprile 2026 – Dalle ore 10 alle ore 18
Area Exp – via Libertà, 57 – Cerea (VR)
Facebook: @consorzioViniveri – Instagram: viniveri2026 #Viniveri2026
La Redazione
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4 Aprile, 2026
Resistenza a Xylella in Viticoltura, quale strada scegliere?
La Prof.ssa Laura Rustioni, condividendo lo stato di avanzamento del suo programma di incroci per la selezione varietale per la resistenza a Xylella in viticoltura, lancia un sondaggio per comprendere quali siano le priorità per la produzione viticola pugliese e per la selezione varietale in generale.
Laura Rustioni, Professore Associato di Arboricoltura Generale e Coltivazioni Arboree presso l’Università del Salento, ha iniziato nel 2024 un percorso di selezione varietale per la creazione di vitigni resistenti al patogeno Xylella fastidiosa subsp. fastidiosa, con una costante attenzione alle relazioni con il territorio e alle esigenze pratiche degli operatori coinvolti nella filiera.
La linea di indagine che coordina ha visto nel 2024 i primi incroci tra Vitis vinifera e Vitis arizonica, con la creazione di una prima progenie, chiamata V.I.T.A., che oggi conta 256 genotipi unici.
Recentemente, poi, sono state inserite nel programma di incroci altre 5 specie americane del genere Vitis (V. x champinii, V. cinerea (helleri), V. aestivalis, V. mustangensis e V. muscadinia rotundifolia) potenzialmente portatrici di resistenza a Xylella, che oggi stanno completando la radicazione delle talee, in attesa di creare nuove progenie per incrocio con Vitis vinifera.
La ricerca è sostenuta dalla partecipazione attiva di studenti universitari e dalla preziosa collaborazione di partner pubblici e privati.
In questa fase di avanzamento, iniziando a pianificare i prossimi reincroci con V. vinifera per migliorare la qualità dell’uva prodotta, ci si trova di fronte ad un bivio: dare la priorità alla selezione di cultivar per produzione di uva da tavola o di uva da vino?
Dato che “selezionare” significa in primis “scegliere”, e scegliere qualcosa implica automaticamente anche escludere qualcos’altro, è importante che si comprendano le priorità del comparto viticolo in generale e del territorio pugliese in particolare.
Da questo spunto nasce l’iniziativa odierna: un sondaggio pubblico che si propone di fare un focus sulle esigenze degli operatori del settore, nonché di prendere in considerazione le aspettative di tutte le persone interessate e/o appassionate, con l’obiettivo di supportare le scelte strategiche della ricerca.
Il questionario online, aperto a tutti, è compilabile al seguente indirizzo:
https://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfsC9uzcERxuoQfRwXamiw9r3gFMXqkslSBRZeBHjVD7J3JGw/viewform
Rispondere al sondaggio significa rafforzare la fiducia tra istituzioni accademiche e mondo produttivo, aprendo una stagione di dialogo e cooperazione, in un fronte comune contro il patogeno.
Prof.ssa Rustioni
Coinvolgere la filiera è fondamentale per tradurre la conoscenza in pratiche operative concrete, capaci di rendere la nostra viticoltura più resiliente e competitiva, questo sforzo collaborativo dimostra come la ricerca possa essere guidata dalle esigenze della terra e delle persone che ne vivono, creando valore condiviso dalla vigna alla tavola.
La Redazione
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4 Aprile, 2026
Il mio articolo di apertura
Perciò partiamo che il tempo è tutto da bere
Così gridava a gran voce una stupenda canzone del maestro Francesco De Gregori, Viaggi e Miraggi. Perché alla fine c’è bisogno di immergersi in realtà diverse da noi, lontane dalla nostra quotidianità per poter assaporare meglio i vari sentori di ciò che abbiamo intorno, ma che ormai non vediamo più. Si corre troppo in ogni situazione, settimana dopo settimana.
Bisognerebbe fermarsi, quindi, pensare alla prossima meta: far spaziare i propri sensi, cercando la pace, ma con la curiosità incessante di chi cerca nuovi stimoli. Per questo motivo è nata la mia rubrica. Niente è impossibile: è possibile fuggire in ogni momento in cui è possibile farlo. Fuggire, evadere, andare via, partire e far godere i propri occhi di mondi diversi. Va bene farlo anche per poco tempo anche per un giorno, per un piccolo weekend, per qualche ora, cambierà tutto e avrete come l’impressione che siano passate settimane.
E allora
…Beviamo tutto. Sentiamo il gusto del fondo del bicchiere.
Scopriamo realtà territoriali che ci danno la forza di riflettere e riportare nella nostra quotidianità le storie di chi ha creduto in sé stesso, nel proprio progetto e ha sacrificato tanto pur di realizzarlo. Cantine piccole e grandi che hanno preso decisioni, strade da seguire, rischi e alla fine sono diventate punti di riferimento. Far respirare l’ossigeno delle loro storie a chi crede di non farcela, dimostrare che tutti possiamo avere la vita che desideriamo.
Tutti! Nessuno escluso!
Raggiungere quella felicità che tanto si rincorre, usando la forza dei sogni nel cassetto: prendere spunto e favorire chi lo fa, ammirando il percorso di crescita e dando valore a ogni singolo risultato altrui anche il più piccolo…e perché no alla fine, proteggere!
Proteggere il territorio in cui viviamo condito da tradizioni e folklore incantevole che rende ancora più autentica l’esperienza. Quindi benvenuti nella mia rubrica! Dove il viaggio lungo o breve che sia, incontrerà il vino, la terra, i vigneti, il duro lavoro, i frutti da esso nati e le storie di vita di tutti coloro che hanno avuto il coraggio di crederci e rischiare. Di territori da scoprire per chi, come me, ha bisogno di fuggire dall’ordinario per incontrare lo straordinario almeno una volta a settimana.
Mi troverete sempre pronta a programmare la prossima gita fuori porta e per cantarla nuovamente come De Gregori
…del resto alla fine di un viaggio, c’è sempre un viaggio da ricominciare.
Ilaria Muscio – Il taccuino delle gite (fuori porta)
Su Instagram è @La Vinoteque Ilaria Muscio
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3 Aprile, 2026
Nando, Grottaferrata. L’amore per la pizza romana dove la memoria diventa gusto
Sui Colli Romani, a Grottaferrata, ci sono indirizzi che non cercano di imporsi, ma che finiscono per restare.
Nando è uno di questi.
Il nome non è solo un’insegna: è una storia. Nando era il nonno di uno dei soci, e proprio qui gestiva un ristorante classico. Oggi quello spazio cambia forma, ma non perde identità. La memoria diventa pizza, e la pizza diventa linguaggio contemporaneo.
Qui non si viene per cercare effetti speciali.
Si viene per capire quanto può essere precisa, riconoscibile e concreta una pizza romana fatta bene. IL MAESTRO PIZZAIOLO ALFONSO CORRADO Davanti al forno c’è Alfonso Corrado, pizzaiolo con una formazione che nasce in cucina, ereditata dal padre cuoco, e che nel tempo si è trasformata in un lavoro sempre più profondo sull’impasto. La sua passione per la pizza non è un punto di partenza casuale, ma una scelta precisa. Se la cucina gli ha dato le basi, è nella pizza che trova la sua strada. In particolare, nella teglia — che ancora oggi considera un riferimento fondamentale del suo percorso — dove ha iniziato a lavorare sugli impasti e a costruire una propria identità. Oggi la sua espressione si concentra sulla pizza romana, ma senza dimenticare le origini. In prospettiva, l’idea di tornare anche sulla teglia resta aperta, come naturale evoluzione di un percorso che non si considera mai concluso. La pizza che propone da Nando è chiara nella sua impostazione:
Bassa come la vera pizza romana, Croccante e ricca di gusto. L’obiettivo non è la leggerezza fine a se stessa, ma l’equilibrio: un impasto che si lascia mangiare con facilità, ma che resta riconoscibile per struttura e carattere. Dal punto di vista tecnico, la scelta è quella di un impasto diretto, con circa 24 ore di lievitazione. Una soluzione che gli permette di gestire un equilibrio stabile tra maturazione e lavorabilità. Ma per Alfonso i numeri non bastano. Maturazione e idratazione sono fondamentali, certo, ma non sono ciò che definisce davvero il risultato.
La differenza la fa la cura quotidiana. L’impasto cambia ogni giorno e va seguito, interpretato, accompagnato fino alla cottura. È un lavoro di costanza, più che di intuizione. Fare una buona pizza, per lui, significa tenere insieme tutte le fasi: la gestione dell’impasto la stesura della pizza, la cottura e per finire il condimento. Ogni passaggio ha lo stesso peso. Il gesto tecnico che lo rappresenta maggiormente è legato alla cottura, che considera uno dei momenti più delicati. Ma allo stesso tempo è consapevole che una buona cottura è possibile solo se tutto ciò che viene prima è stato fatto nel modo corretto. Le sue pizze non cercano complessità.
Sono volutamente semplici, costruite su ingredienti chiari e riconoscibili. Il pomodoro, in questo senso, è centrale. Insieme alla mozzarella rappresenta la base della sua idea di pizza: ingredienti fondamentali, apparentemente semplici, ma decisivi per il risultato finale. La scelta delle materie prime segue le stagioni, ma è anche guidata dall’esperienza: negli anni ha imparato a riconoscere ciò che funziona davvero per il cliente, senza perdere la propria identità. Le nuove pizze nascono sempre da un confronto interno.
A volte da un ingrediente.
A volte da un’idea.
A volte da un piatto da reinterpretare. Poi arrivano le prove. E se non convince, non entra in menu. Tra tutte, la pizza che più lo rappresenta è la quattro pomodori con ovolina.
Un progetto su cui ha lavorato a lungo e che continua a perfezionare. Non è un punto d’arrivo, ma un riferimento costante. Se deve definire la sua pizza in tre parole, non ha dubbi: romana, leggera e gustosa. LA DEGUSTAZIONE Si parte con una birra bionda servita ghiacciata. Il bicchiere è freddo, quasi velato, la schiuma compatta. Il primo sorso è netto, pulito, dissetante. Serve a preparare il palato, ad azzerarlo. È l’inizio giusto, quello che non invade ma accompagna. I fritti I fritti arrivano caldi, asciutti, con una doratura uniforme che anticipa già la mano in cucina. Il supplì classico si rompe sotto i denti con una croccantezza sottile, mai aggressiva.
Dentro, il riso è cremoso, avvolgente, e la mozzarella fila con naturalezza, senza eccessi. Il morso è pieno ma equilibrato, e lascia una sensazione pulita. Il tonnarello cacio e pepe fritto gioca su una doppia consistenza.
All’esterno è compatto, leggermente croccante; all’interno resta morbido, con il pepe che arriva subito e il pecorino che chiude il gusto. È un passaggio tecnico che funziona perché non perde identità. Lo zitone con spuntature cambia registro.
Il morso è più deciso, più ricco. L’interno è morbido, quasi cremoso, mentre l’esterno mantiene una croccantezza evidente. Il sapore è profondo, pieno, con un richiamo diretto alla tradizione campana. È il fritto che resta di più. La pizza Tra le quattro pizze consigliate dal maestro — quelle più identitarie, quelle con più carattere — arriva l’Arrabbiatissima. La base è sottile, asciutta, croccante.
Al taglio si percepisce subito la fragranza, al morso si conferma con una struttura precisa. Il pomodoro all’arrabbiata entra deciso, seguito dalla ’nduja che aggiunge profondità e rotondità. Il peperoncino si sviluppa in modo progressivo, senza mai coprire, mentre il prezzemolo e il pecorino chiudono con una nota fresca e sapida. L’assenza della mozzarella è una scelta che definisce il piatto:
il morso è più diretto, il gusto è più leggibile, la pizza resta leggera fino alla fine È una pizza che si mangia con facilità, ma che lascia il segno.
Una di quelle che raccontano davvero la mano del pizzaiolo. Si chiude con il romanozzo, ispirato al maritozzo romano e farcito con Nutella. L’impasto è soffice, leggero, con una struttura ariosa che cede subito al morso senza opporre resistenza. La superficie è appena dorata, mentre l’interno resta morbido e caldo, quasi vaporoso. La Nutella entra piena, avvolgente, con una dolcezza rotonda che si distribuisce in modo uniforme senza risultare eccessiva. Non è una farcitura invasiva: accompagna, non copre. Il contrasto tra la leggerezza dell’impasto e la cremosità della farcitura crea un equilibrio immediato, che rende il morso appagante ma mai pesante. È un finale che funziona perché non cerca di stupire: è goloso, è diretto. è riconoscibile E soprattutto chiude la degustazione con quella semplicità ben costruita che resta. Nando è una pizzeria che lavora sulla precisione, non sull’effetto. Tutto è leggibile: l’impasto, gli ingredienti, le scelte.
Ma quello che resta davvero non è solo la tecnica. È il momento in cui Alfonso lascia il forno, si avvicina al tavolo e ti serve la pizza in prima persona.
C’è un sorriso sincero, mai costruito. Quello di chi sa cosa sta portando e lo fa con orgoglio, senza bisogno di spiegarlo. È lì che capisci tutto. Sui Colli Romani, in un contesto dove la tradizione spesso si limita a replicarsi, Nando riesce a fare qualcosa di più difficile: portarla avanti, con misura e consapevolezza. Se cerchi una pizza romana fatta bene, questo è un indirizzo da segnare. Ma soprattutto, è uno di quei posti in cui torni. Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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Nando è uno di questi.
Il nome non è solo un’insegna: è una storia. Nando era il nonno di uno dei soci, e proprio qui gestiva un ristorante classico. Oggi quello spazio cambia forma, ma non perde identità. La memoria diventa pizza, e la pizza diventa linguaggio contemporaneo.
Qui non si viene per cercare effetti speciali.
Si viene per capire quanto può essere precisa, riconoscibile e concreta una pizza romana fatta bene. IL MAESTRO PIZZAIOLO ALFONSO CORRADO Davanti al forno c’è Alfonso Corrado, pizzaiolo con una formazione che nasce in cucina, ereditata dal padre cuoco, e che nel tempo si è trasformata in un lavoro sempre più profondo sull’impasto. La sua passione per la pizza non è un punto di partenza casuale, ma una scelta precisa. Se la cucina gli ha dato le basi, è nella pizza che trova la sua strada. In particolare, nella teglia — che ancora oggi considera un riferimento fondamentale del suo percorso — dove ha iniziato a lavorare sugli impasti e a costruire una propria identità. Oggi la sua espressione si concentra sulla pizza romana, ma senza dimenticare le origini. In prospettiva, l’idea di tornare anche sulla teglia resta aperta, come naturale evoluzione di un percorso che non si considera mai concluso. La pizza che propone da Nando è chiara nella sua impostazione:
Bassa come la vera pizza romana, Croccante e ricca di gusto. L’obiettivo non è la leggerezza fine a se stessa, ma l’equilibrio: un impasto che si lascia mangiare con facilità, ma che resta riconoscibile per struttura e carattere. Dal punto di vista tecnico, la scelta è quella di un impasto diretto, con circa 24 ore di lievitazione. Una soluzione che gli permette di gestire un equilibrio stabile tra maturazione e lavorabilità. Ma per Alfonso i numeri non bastano. Maturazione e idratazione sono fondamentali, certo, ma non sono ciò che definisce davvero il risultato.
La differenza la fa la cura quotidiana. L’impasto cambia ogni giorno e va seguito, interpretato, accompagnato fino alla cottura. È un lavoro di costanza, più che di intuizione. Fare una buona pizza, per lui, significa tenere insieme tutte le fasi: la gestione dell’impasto la stesura della pizza, la cottura e per finire il condimento. Ogni passaggio ha lo stesso peso. Il gesto tecnico che lo rappresenta maggiormente è legato alla cottura, che considera uno dei momenti più delicati. Ma allo stesso tempo è consapevole che una buona cottura è possibile solo se tutto ciò che viene prima è stato fatto nel modo corretto. Le sue pizze non cercano complessità.
Sono volutamente semplici, costruite su ingredienti chiari e riconoscibili. Il pomodoro, in questo senso, è centrale. Insieme alla mozzarella rappresenta la base della sua idea di pizza: ingredienti fondamentali, apparentemente semplici, ma decisivi per il risultato finale. La scelta delle materie prime segue le stagioni, ma è anche guidata dall’esperienza: negli anni ha imparato a riconoscere ciò che funziona davvero per il cliente, senza perdere la propria identità. Le nuove pizze nascono sempre da un confronto interno.
A volte da un ingrediente.
A volte da un’idea.
A volte da un piatto da reinterpretare. Poi arrivano le prove. E se non convince, non entra in menu. Tra tutte, la pizza che più lo rappresenta è la quattro pomodori con ovolina.
Un progetto su cui ha lavorato a lungo e che continua a perfezionare. Non è un punto d’arrivo, ma un riferimento costante. Se deve definire la sua pizza in tre parole, non ha dubbi: romana, leggera e gustosa. LA DEGUSTAZIONE Si parte con una birra bionda servita ghiacciata. Il bicchiere è freddo, quasi velato, la schiuma compatta. Il primo sorso è netto, pulito, dissetante. Serve a preparare il palato, ad azzerarlo. È l’inizio giusto, quello che non invade ma accompagna. I fritti I fritti arrivano caldi, asciutti, con una doratura uniforme che anticipa già la mano in cucina. Il supplì classico si rompe sotto i denti con una croccantezza sottile, mai aggressiva.
Dentro, il riso è cremoso, avvolgente, e la mozzarella fila con naturalezza, senza eccessi. Il morso è pieno ma equilibrato, e lascia una sensazione pulita. Il tonnarello cacio e pepe fritto gioca su una doppia consistenza.
All’esterno è compatto, leggermente croccante; all’interno resta morbido, con il pepe che arriva subito e il pecorino che chiude il gusto. È un passaggio tecnico che funziona perché non perde identità. Lo zitone con spuntature cambia registro.
Il morso è più deciso, più ricco. L’interno è morbido, quasi cremoso, mentre l’esterno mantiene una croccantezza evidente. Il sapore è profondo, pieno, con un richiamo diretto alla tradizione campana. È il fritto che resta di più. La pizza Tra le quattro pizze consigliate dal maestro — quelle più identitarie, quelle con più carattere — arriva l’Arrabbiatissima. La base è sottile, asciutta, croccante.
Al taglio si percepisce subito la fragranza, al morso si conferma con una struttura precisa. Il pomodoro all’arrabbiata entra deciso, seguito dalla ’nduja che aggiunge profondità e rotondità. Il peperoncino si sviluppa in modo progressivo, senza mai coprire, mentre il prezzemolo e il pecorino chiudono con una nota fresca e sapida. L’assenza della mozzarella è una scelta che definisce il piatto:
il morso è più diretto, il gusto è più leggibile, la pizza resta leggera fino alla fine È una pizza che si mangia con facilità, ma che lascia il segno.
Una di quelle che raccontano davvero la mano del pizzaiolo. Si chiude con il romanozzo, ispirato al maritozzo romano e farcito con Nutella. L’impasto è soffice, leggero, con una struttura ariosa che cede subito al morso senza opporre resistenza. La superficie è appena dorata, mentre l’interno resta morbido e caldo, quasi vaporoso. La Nutella entra piena, avvolgente, con una dolcezza rotonda che si distribuisce in modo uniforme senza risultare eccessiva. Non è una farcitura invasiva: accompagna, non copre. Il contrasto tra la leggerezza dell’impasto e la cremosità della farcitura crea un equilibrio immediato, che rende il morso appagante ma mai pesante. È un finale che funziona perché non cerca di stupire: è goloso, è diretto. è riconoscibile E soprattutto chiude la degustazione con quella semplicità ben costruita che resta. Nando è una pizzeria che lavora sulla precisione, non sull’effetto. Tutto è leggibile: l’impasto, gli ingredienti, le scelte.
Ma quello che resta davvero non è solo la tecnica. È il momento in cui Alfonso lascia il forno, si avvicina al tavolo e ti serve la pizza in prima persona.
C’è un sorriso sincero, mai costruito. Quello di chi sa cosa sta portando e lo fa con orgoglio, senza bisogno di spiegarlo. È lì che capisci tutto. Sui Colli Romani, in un contesto dove la tradizione spesso si limita a replicarsi, Nando riesce a fare qualcosa di più difficile: portarla avanti, con misura e consapevolezza. Se cerchi una pizza romana fatta bene, questo è un indirizzo da segnare. Ma soprattutto, è uno di quei posti in cui torni. Roberto Silvio De Pascale
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