Forse un giorno Arrow Right Top Bg

10 Febbraio, 2026

Forse un giorno

    Quanto buio serve per vedere? La luce impone flussi di pensiero razionali, paradigmi rigidi, tempi scanditi al minuto. Nel giorno siamo chiamati a essere funzionali al contesto sociale che abitiamo: la chiarezza, l’efficienza e la leggibilità diventano norme invisibili che regolano i gesti, le relazioni, perfino il modo in cui guardiamo. La luce pretende una coerenza; in essa tutto deve essere riconoscibile, definito, produttivo. È la notte, invece, che più di qualsiasi altro momento conserva la possibilità di sospendere il ritmo e scandirne quell’obbligo di trasparenza. Nel buio si apre un varco: lo sguardo può vagabondare, lasciando che i margini si allentino e le forme sfumino senza necessariamente convergere in un significato stabile. La notte è un territorio poroso, un luogo in cui le identità diventano meno vincolanti, dove il mondo visibile smette per un istante di pretendere un’interpretazione immediata. In questa soglia la percezione visiva retrocede e lascia emergere altre forme di coscienza: memorie che riaffiorano, pensieri che non seguono linee rette, ricordi, associazioni libere. È un tempo che accoglie chi si ritira e chi si lascia raggiungere da una dimensione di intimità non esibita, non mediata, non performativa. Allo stesso tempo, la notte è immersione, tra corpi, suoni e voci che si incontrano senza il peso delle identità diurne. Il buio opera come forza che dissolve le gerarchie e concede una temporanea sospensione dei confini; nella sua profondità, ciò che di giorno sembra immutabile, può vibrare, trasformarsi, prendere altre direzioni. È il tempo della transizione, dell’indeterminato, dell’imprevisto. Un tempo in cui tutto può accadere ma nulla è imposto, dove il sussurro del singolo può farsi voce collettiva, dove nel buio storico, quello che attraversa la nostra epoca e società, emergono domande come la luce spesso non permette di formulare. La notte non offre risposte, ma restituisce la possibilità stessa del dubbio, quella soglia in cui l’incertezza si fa fertile. A volte basta alzare poco le luci, rallentare il passo e lasciare che siano i sensi a fare il resto. È da qui che parte la visione del viaggio: all’Enoteca Angolo Divino,  tra luci soffuse, in una piccola Via del centro di Roma che unisce Campo de Fiori e Palazzo Farnese. Un luogo dove non si entra solo per bere vino, ma per guardare meglio. Un angolo, non a caso. Uno di quei posti che non gridano per farsi notare. Sta lì, con discrezione, come le cose buone che scopri quando smetti di cercarle. L’atmosfera è raccolta, intima, quasi confidenziale: il genere di buio giusto che non nasconde, ma rivela, aspettando la domanda giusta. Qui il vino non è una lista, è un racconto. Si passa con naturalezza dai grandi classici italiani a scoperte meno scontate, con una predilezione per produttori che lavorano con rispetto e identità. Il bicchiere arriva al tavolo come un invito a fermarsi, ad assaggiare senza fretta, a capire: Venturini Valpolicella Classico Superiore 2020 uno di quei vini che non alzano la voce, ma quando parlano li ascolti. Uve Corvina Veronese, Corvinone e Rondinella fermentate in acciaio a temperatura controllata con macerazione sulle bucce e affinate in botti di rovere di Slavonia e in parte in barrique per circa 12 mesi, seguita da riposo in bottiglia. Nel calice si presenta di un rosso rubino limpido, con riflessi appena granati che raccontano maturità senza eccessi. Il naso è fine e stratificato: ciliegia croccante, marasca, violetta secca e un tocco di spezie dolci e pepe nero. In sottofondo, una nota leggermente ferrosa e di erbe di collina che richiama la Valpolicella più autentica. In bocca è teso, verticale, con una freschezza che guida il sorso e un tannino presente ma ben levigato. Non cerca la potenza, piuttosto l’equilibrio: il frutto resta succoso, l’alcol misurato, il finale è pulito, sapido, con un ritorno di ciliegia e mandorla amara. È un Valpolicella Superiore che dimostra come la denominazione, quando ben interpretata, sappia essere profonda senza essere pesante, gastronomica senza diventare austera. Angolo Divino è anche, in questo caso soprattutto, incontro, come quello casuale con Valpolicella Il Mangiabottoni Podere Castagne 2024 Camerani – Corte Sant’Alda. È  conversazioni che nascono spontanee, come quella con Marinella Camerani, quella sera li presente. Una Produttrice che ha scelto il vino come atto di responsabilità prima ancora che come mestiere. Fondatrice della Cooperativa Sociale L’Officina dell’Aias – Associazione Italiana Assistenza Spastici, che da oltre vent’anni promuove l’inserimento lavorativo di persone con disabilità con l’obiettivo di unire il sapere vitivinicolo al valore dell’inclusione generando un modello produttivo sostenibile anche dal punto di vista umano. Fulcro del progetto il Ristorante Mangiabotti a Verona e Podere Castagnè, 14 ettari nella Val di Mezzane (Verona); luogo dove ha preso forma Il Mangiabottoni Valpolicella Doc 2024. Un vino che non è solo il risultato di un processo produttivo, ma il simbolo di un percorso umano. è un nome che incuriosisce e spiazza, come il vino stesso. Non promette comfort, non ammicca. È un Valpolicella prodotto da uve Corvinone e Rondinella che rifiuta le scorciatoie e rivendica una bevibilità profonda, fatta di equilibrio, energia e territorio. Qui non c’è concentrazione forzata, non c’è maquillage enologico: c’è la vigna, il tempo e una mano che sa quando intervenire e quando farsi da parte. Valpolicella Mangiabottoni si presenta con un rubino vivo, luminoso. Al naso emergono ciliegia fresca, piccoli frutti rossi, note floreali e una traccia erbacea che ricorda la collina dopo la pioggia. In bocca è scorrevole ma non semplice: la freschezza guida il sorso, il tannino è fine, il finale è asciutto, sapido, invitante. Un vino che chiama il secondo bicchiere senza mai perdere precisione. Non è un vino da spiegare troppo. È un vino da bere con attenzione, come si fa con le persone che non parlano molto ma dicono cose importanti. Dentro c’è la Valpolicella che resiste agli stereotipi, la mano ferma di Marinella Camerani e l’idea che il vino, prima di essere giudicato, vada ascoltato. Quanto buio serve, allora? Il giusto. Quello che serve per spegnere il rumore della città e accendere l’attenzione. All’Enoteca Angolo Divino il buio non è assenza, ma spazio: lo spazio necessario perché il vino e le persone possano finalmente farsi vedere per quello che sono. L’Angolo Divino si pone come un dispositivo di rinegoziazione dell’attenzione. Attraverso l’atmosfera che si respira, il buio recupera la sua funzione originaria: non come semplice assenza di luce, ma come spazio di interrogazione, di ascolto e di disorientamento produttivo. Forse Un Giorno accetteremo l’invito a sostare, a rallentare, a lasciarsi toccare da ciò che si mostra immediatamente. Se il giorno spiega, la notte chiede di non farlo, ci costringe a riconsiderare quali strumenti utilizziamo per vedere, per interpretare e per comprendere. Ci sono storie che hanno bisogno di buio e silenzio. Solo dopo tanto tempo, come alcuni vini, potranno essere raccontate. L.Bianchini LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: L’Enoteca alla mescita propone Vino Bianco, Rosso e Rosati, circa 10 referenze, al momento presenti esclusivamente produttori italiani.   Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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Cuzziol Grandi Vini. Selezionare eccellenze, raccontare storie Arrow Right Top Bg

9 Febbraio, 2026

Cuzziol Grandi Vini. Selezionare eccellenze, raccontare storie

  Dopo quasi tre settimane di “Auguri. Grazie anche a voi”, “Per me solo una fettina, grazie”, “Assaggia questo!” e di giornate festive buttate li in mezzo alle settimane che hanno dissolto ogni mio tentativo di dignitoso ritmo lavorativo e ogni mia illusione di “domani ricomincio a correre”, praticamente un enorme tasto PAUSA del telecomando, finalmente abbiamo scavallato il 6 gennaio ed i rassicuranti equilibri quotidiani tornano ad abbracciarmi, con mia felicità. E come sempre Milano si dimostra generosa negli abbracci, con appuntamenti immancabili, che si moltiplicheranno tra qualche giorno in occasione delle Olimpiadi Invernali 2026. Un appuntamento sicuramente immancabile, e la numerosa folla lo testimonia, è la presentazione del catalogo di Cuzziol Grandi Vini, distributore specializzato in vini d’alta qualità con una forte enfasi sulla ricerca territoriale e la proposta di produttori che sanno esprimere sempre una propria unicità. L’azienda, nata negli anni ’50 come distributori di bevande e petroli, si plasma nel tempo con il comparto dedicato ai vini negli anni ’90 e poi con la fondazione nel 2015 di Cuzziol Grandi Vini trasformando la propria identità da realtà locale a protagonista tra le più riconosciute a livello nazionale.   Selezionare eccellenze. Raccontare storie. Diffondere la cultura del vino. Sono queste le fondamenta della loro mission, e come si legge nel loro comunicato “...Il catalogo è un viaggio attraverso terroir e visioni, costruito con passione e rigore, attraverso un lavoro quotidiano di selezione, consulenza e narrazione. Un approccio che consente di garantire un’offerta distintiva e di valore in un mercato in continua evoluzione. Una storia italiana .” Anche la location scelta è un’eccellenza, l’Excelsior Hotel Gallia con le sue sale, icona assoluta dello stile e del lusso che ben rappresenta la storia moderna della città. Con la sua celebre cupola blu in quasi cent’anni di vita la “Porta di Milano”, così chiamato perché era il primo edificio che si incontrava arrivando in città dalla Stazione Centrale, ha saputo integrarsi ai cambiamenti sociali e culturali abbracciando innovazione e tradizione, così come nell’ultima grande ristrutturazione del 2015 in occasione dell’Expo. Tra tante cantine italiane e tante straniere, tra tante conosciute e tante non, l’occasione è ottima per colmare un po’ di lacune, facilitati anche dall’intelligente disposizione per “genere” della cantine proposte, che rende più chiaro e veloce il percorso di assaggio. Il ghiaccio lo rompiamo con una cantina biodinamica francese della Valle del Rodano meridionale, Domaine de Panisse, a Courthèzon. Risalente al XV secolo vanta vigneti secolari, 6,5 ettari per una produzione di due vini rossi. Che colpiscono. Le Mas è una spolverata di vari tipi di pepe e spezie finemente pungenti, molto profumato e con un buon corpo che in bocca si ferma a lungo, tra le spezie in un secondo momento si fa strada la ciliegia, e ci vuole a bilanciare. E’ un uvaggio di Syrah, Cinsault, Mourvèdre e Grenache. Così come è un uvaggio ma stavolta solo di Syrah e Grenache il secondo vino Le Mazet, sempre spezie, frutta rossa e tanto corpo in primis, e nonostante sia un 2024 un tannino a sorpresa già maturo. Passiamo dopo in Slovenia da Marjan Simcic, vini in abito da sera, spiccano tutti per eleganza. Il cuore si apre per un Pinot grigio ramato Cru selection, con macerazione sulle bucce di otto giorni, vitigno espresso a pieno nei sentori di mela rossa, pera, lampone, caprifoglio ed in più un finale da rosso per lunghezza dovuto alla macerazione, con una pietra focaia mista a cannella che chiude il sorso. Ottimo. Così come ottimo il Sauvignon Vert Opoka, uve Friulano, foglie di salvia miste ad agrumi e pesca, ricco di note balsamiche, avvolgente con una mineralità sussurrata ed in equilibrio con tutto il resto. Come dicevo, tutti vini in abito da sera, perfetti. In Alto Adige ci sono particolarmente piaciuti i vini di Strasserhof, su tutti un Sylvaner delle Dolomiti “1”. Con un affinamento in tonneaux per oltre 40 mesi si fa notare per il bouquet di fiori bianchi di campo caratteristico del vitigno, frutta a polpa bianca, la mela verde su tutte, arricchito dal legno con note mentolate, una speziatura leggera dolce e la morbidezza della vaniglia finale. Suadente. Dall’Alto Adige alla Sardegna è un attimo no? Infatti! Alla cantina Pala, siamo appena sopra Cagliari, abbiamo assaggiato un Vermentino, Soprasole, di forte carattere. Tiglio e basilico aprono le porte, poi le note balsamiche allungano il sorso, bella persistenza ed eleganza, rimane sempre fresco e chiude con una mandorla tostata. Abbinamento con il pesce? Senz’altro, ma è il Canonau Centosere che, se servito fresco d’estate abbraccia, forse a sorpresa anche meglio, un bel pesce alla griglia. I piccoli frutti rossi, lamponi e ribes, donano una freschezza di beva che pulisce bene il palato ad ogni sorso, i tannini sono leggeri, è un vino succoso con una speziatura leggera di pepe rosa. Molto fine. Altro registro alla cantina La Rasina, Montalcino, dal Rosso di Montalcino al Brunello declinato poi in due riserve tutta la potenza e la classe di questo incredibile vitigno, il Sangiovese, che anche se ancora molto giovane lascia anticipare l’opulenza che raggiungerà. Di grande classe il Brunello di Montalcino Riserva di Vasco, il finale soprattutto, dove gli garba bene la canfora e la resina, e poi il cuoio, l’eleganza del legno. Bello bello. Quando possiamo e li troviamo o nelle fiere o come in questo caso nella presentazione del loro distributore non manchiamo mai di assaggiare Campanelli, Ottin e Suavia. L’azienda Campanelli, Marche, ha un focus sul Verdicchio estremamente interessante e contemporaneo, quasi tutti Cru, sottolineando le differenze territoriali e climatiche dei suoi appezzamenti che portano nel bicchiere tanto di vegetale, tanto di minerale ad implementare i sentori tipici del vitigno, fiori bianchi, anice, finocchietto, cedro, mandorla. Ogni denominazione ha la sua firma distintiva e chiara. La ricerca della tipicità territoriale è anche la priorità di Suavia, siamo in Veneto nel Soave, Trebbiano di Soave e Garganega trovano espressioni, secondo noi, uniche. I terreni vulcanici del Soave accentuano ogni differenza anche di pochi metri da vigna a vigna, e il concetto di mineralità è ben più che una parola. Da Elio Ottin, Valle D’Aosta, questa volta abbiamo assaggiato la Petite Arvine Nuance, 12 mesi in tonneaux, che dire…..un bianco che emoziona sempre e che sempre assaggiamo volentieri, ci ritroviamo un po’ di frutta esotica a polpa gialla, biscotti secchi, anche del miele, ed una nota fumè nel finale. Da bere incondizionatamente! Ma c’è stata una sezione che più di tutte ci ha colpito moltissimo, incuriositi, affascinati, quella dei Vini Alternativi. Tutte le aziende presenti sono almeno biodinamiche, e penso molto di più, hanno presentato vini decisamente inusuali, fuori da tutti gli schemi, almeno da quelli conosciuti da noi. Abbiamo avuto la sensazione di dover aprire un nuovo file nella memoria ed inserire sapori, profumi, sensazioni che…neanche immaginavamo. Verdure crude, verdure cotte, tessuti, caramelle, carni, insomma ci ha aperto porte nuove e non vediamo l’ora di spalancarle. Johannes Zillinger, Austria, parte forte con Numen Gruner Veltliner, macerazione in kvevri e poi due anni sui lieviti in botti di acacia. Impressiona per quanto sia complesso e sfaccettato, cremoso, con idrocarburi eleganti, spezie scure, il profumo dello zucchero di melassa ma in bocca risulta secco e di buona acidità, la lunghezza è tanta! Sempre suo Revolution, una cuvée di Chardonnay, Riesling e Scheurebe, particolarità è l’utilizzo del metodo Solera per la vinificazione. Subito risulta salato, ma non dispiace, avete presente il croccantino salato? Beh….molto più o meno. Frutta ben matura, note erbaacee, forse anche un po’ di lievito, mineralità senz’altro e note fumé altrettanto Su questa falsariga tutta la produzione di Zillinger ci è sembrata molto interessante. Ci siamo spostati poi da Marcel Deiss, siamo in Alsazia, vino Engelgarten, Riesling, Pinot grigio, Pinot nero, Pinot beurot, Moscato, per un vino che risulta molto fresco e verticale, il Moscato bilancia e sposa bene il Riesling, il profumo di gelsomino e frutta cotta lascerebbero presagire una dolcezza che invece non è così evidente. Chiude su un sentore di pietra bagnata. Rotenberg, blend di Riesling e Pinot grigio, è tutto giocato sull’agrume dolce, buccia d’arancia e mandarino, qui si che il residuo zuccherino si nota, esce poi inevitabilmente la mineralità del Riesling. Chi più di tutti in questa sezione ci ha colpiti ed affondati è stata Zorah, cantina in Armenia che si trova a 1500 metri di altitudine, con alcuni vigneti a volte più in alto! Lavora solo con vitigni autoctoni riconosciuti anche da sei mila anni e che non hanno mai subito la fillossera. Il primo vino che Yeraz e suo marito Zorik, persone deliziose, ci fanno assaggiare è Voski, da uve bianche di Voskéak e Garandmak, sicuramente pesca noce e pera, tante spezie leggere ed erbe aromatiche, ricordo il timo, e frutta secca, e ricordo un che di verdura che non classifico ancora, è proprio Voski che ci suggerisce di aprire un nuovo file per me e per Emma. Misterioso ma talmente piacevole che alla fine ne chiederò un secondo bicchiere. Yeraz è anche un vino che Zorik dedica appunto alla moglie, il vitigno è Areni noir, è un vino di impatto, potente, i tannini hanno bisogno di tempo, si sentono il melograno e le more mature, anche le ciliegie, la viola nei fiori, sicuramente il pepe nero. Potrebbe ricordare il nostro Sangiovese toscano anche se risulta più minerale. Pensiamo che tra qualche anno possa evolversi ed equilibrarsi diventando un vino di assoluto livello. Assaggiando anche gli altri vini in degustazione di Zorah la convinzione è che un viaggetto in Armenia andrebbe organizzato. Per imparare. Selezionare eccellenze. Raccontare storie. Diffondere la cultura del vino, è il perfetto riassunto di una splendida giornata da Cuzziol Grandi Vini.   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Classy Cocktails irrompe a Pitti Uomo con LuisaViaRoma: mixology luxury Arrow Right Top Bg

8 Febbraio, 2026

Classy Cocktails irrompe a Pitti Uomo con LuisaViaRoma: mixology luxury

  Da bancone a brand asset: Patrick Pistolesi firma l’evento adidas   A Pitti Uomo 2026, Classy Cocktails (classycocktails.com) ha elevato il lancio adidas Originals L.A. Trainer nello store LuisaViaRoma di Via dei Tosinghi (Firenze). Ready-to-drink premium personalizzati, ricette di Patrick Pistolesi – bartender icona – trasformano il cocktail in estensione narrativa del fashion luxury. Non servizio beverage, ma esperienza immersiva per media, influencer e ospiti: bottiglie alluminio custom, design sostenibile, integrati con heritage L.A. Trainer (Olimpiadi LA 1984, reinterpretata exclusive). Per appassionati evoluti, è il ponte perfetto tra mixology autore e retail moda, dove un sorso rafforza storytelling brand. LuisaViaRoma, nata 1929 Firenze, è global fashion hub: qui, Classy Cocktails dialoga con estetica luxury, portando “elegance in every sip”. Classy Cocktails: l’arte di Pistolesi in bottiglia RTD Fondato da Patrick Pistolesi – ex Drink Kong Roma, pioniere low-ABV e ingredienti botanici – Classy Cocktails rende mixology d’autore accessibile. Ingredienti premium, proporzioni perfette, bottiglie eco-design: ideali per fashion/lifestyle. Trend 2026? RTD premium +25% (IWSR), con Italia leader export (+18%). “Pistolesi ha ridefinito il cocktail italiano globale” – Gambero Rosso Mixology 2025. Prodotti: Negroni Sbagliato, Martini Essenza – longevi, perfetti cellar beverage collector. La collaborazione: personalizzazione come strategia Bottiglie custom per evento: grafica ad hoc L.A. Trainer, trasformano drink in “brand asset”. «La possibilità di personalizzare le bottiglie dei cocktail ci permette di lavorare con i brand in modo profondo e strategico», commenta Marcello Camellini (Co-founder e CEO di Classy Cocktails). «Non si tratta solo di offrire un ottimo cocktail, ma di costruire un’esperienza coerente con l’identità del partner, capace di rafforzarne il messaggio e di rimanere impressa». Giovanni Gozzi – Co-founder e Sales Director di Classy Cocktails Collaborazioni come quella con LuisaViaRoma dimostrano come Classy Cocktails possa offrire valore reale per brand che cercano soluzioni premium, flessibili e distintive. La personalizzazione dei nostri cocktail è uno strumento potente per elevare eventi, lanci di prodotto e progetti speciali. Esperienza: ospiti sorseggiano RTD mentre esplorano sneaker iconiche – fusione sport, moda, bere bene. Perché conta per collezionisti e operatori Per operatori vino/luxury, synergy fashion-beverage boom: eventi Pitti boost +30% visibilità (Pitti Insights 2026). Collezionisti: Classy come investment RTD – limited edition eventi scalano valore. Italia esporta “cultura bere bene” in contesti nuovi. La Redazione
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8 Febbraio, 2026

Merumalia. L’identità liquida della roccia vulcanica

Dopo l’intensità della presentazione della Guida Bio a Roma (potete leggere il mio racconto [qui]), ho sentito il bisogno di fermarmi. Ho scelto di pernottare a Villa Pamphili, cercando quel silenzio necessario per iniziare la scoperta di un territorio che, pur essendo a due passi dalla Capitale, conosco ancora troppo poco rispetto ad altre storiche zone d'Italia: i Castelli Romani.
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Vino in Circolo. Il vino diventa una scusa per fermarsi Arrow Right Top Bg

8 Febbraio, 2026

Vino in Circolo. Una scusa per fermarsi

Ci sono momenti in cui il vino smette di essere un oggetto da analizzare e torna a essere ciò che è sempre stato: un pretesto. Un pretesto per fermarsi, per ascoltare, per stare insieme. È una sensazione sottile, ma immediatamente riconoscibile, che negli ultimi anni si è fatta sempre più concreta attorno al progetto Vino in Circolo, confermandone la forza e la necessità. Fin dalle prime esperienze, è stato chiaro come togliere il vino dal piedistallo e riportarlo al centro della tavola fosse una scelta non solo simbolica, ma profondamente contemporanea. Vino in Circolo non è nato dall’urgenza di creare qualcosa di nuovo, ma dal bisogno di ritrovare qualcosa che sembrava andare perduto: il tempo condiviso. I risultati, oggi, raccontano una comunità viva e partecipe. La storia comincia con quattro amici – Andrea, Benedetta, Edoardo e Lorenzo – accomunati da una formazione da sommelier e da una passione coltivata negli anni. Dopo i corsi, le degustazioni tecniche e le certificazioni, arriva però una consapevolezza che molti  professionisti e appassionati del vino conoscono bene: studiare non basta, se non esistono luoghi reali dove continuare a vivere ciò che si è imparato. Il vino, per sua natura, è relazione. Ma nella quotidianità fatta di impegni, lavoro, famiglia e ritmi sempre più serrati, anche il vino rischia di diventare un’attività programmata, incastrata tra un appuntamento e l’altro. Così nasce una domanda semplice, quasi spontanea: e se ci fosse un circolo? Un luogo dove tornare a bere e parlare di vino senza fretta, senza obiettivi, senza aspettative. Vino in Circolo prende forma proprio come risposta a questa esigenza. Non un club esclusivo, non una scuola, non un contenitore di eventi, ma una comunità. Un luogo in cui il vino è il mezzo attraverso cui le persone si incontrano, si raccontano e si riconoscono. Qui non conta quanto si sa, ma quanto si è disposti ad ascoltare. Ed è forse questo approccio ad averne decretato il successo. Partecipare a una serata di Vino in Circolo ha significato, per molti, sedersi a un tavolo senza la necessità di dimostrare nulla. Si è parlato di vitigni, territori, pratiche agricole e abbinamenti,
ma sempre con naturalezza, lasciando spazio alle esperienze personali e ai racconti.
L’assenza di barriere tecniche ha reso il progetto accessibile, inclusivo, autentico.
Chiunque è stato il benvenuto, purché portasse con sé curiosità e voglia di condividere. In questo contesto il vino ha smesso di essere un oggetto di giudizio ed è tornato a essere un linguaggio comune.
Un linguaggio capace di unire persone diverse per età, provenienza ed esperienze, creando un terreno di dialogo reale.
Un approccio volutamente distante dai format più strutturati e performativi, che ha scelto la strada della semplicità consapevole e che ha trovato un riscontro evidente nel pubblico. Anche il tesseramento all’associazione segue questa filosofia. Non è una formalità, ma un gesto di appartenenza. I soci vengono aggiornati sulle iniziative e possono partecipare agli eventi organizzati, sempre a posti limitati, ma senza corsie preferenziali o priorità. Tutti partono dallo stesso punto, nel rispetto di un’idea di comunità basata sull’equità e sulla condivisione. All’interno di questo percorso si inserisce VINANDO, l’evento annuale di tesseramento di Vino in Circolo, che nel tempo ne è diventato l’espressione più concreta e riconoscibile.
VINANDO non si è mai presentato come una fiera, né come una semplice degustazione, ma come una vera e propria giornata di incontro. Un momento in cui il progetto ha preso forma, volto e voce. Durante VINANDO, 31 produttori di vino da tutta Italia si sono riuniti per una giornata di degustazioni libere e confronto diretto.
I banchi sono diventati punti di dialogo, non barriere. I produttori, presenti e disponibili, hanno raccontato il proprio lavoro senza filtri e senza formalismi, creando un contatto diretto e autentico con il pubblico. Le degustazioni, libere e senza percorsi obbligati, hanno permesso ai visitatori di muoversi con autonomia, tornare su un vino, fermarsi a parlare, ascoltare storie non previste.
È stata proprio questa libertà a rendere l’esperienza autentica e memorabile, confermando la solidità e il successo del format. La scelta della location rafforza ulteriormente questo approccio. VINANDO si svolge presso la Casa del Popolo di Grassina, uno spazio semplice e accogliente, lontano da contesti patinati. Un luogo che invita alla sosta e alla conversazione, dove il tempo sembra rallentare e lasciare spazio all’incontro. L’ingresso all’evento ha incluso l’accesso alle degustazioni e il tesseramento a Vino in Circolo, sottolineando come VINANDO non fosse un episodio isolato, ma l’inizio – o la prosecuzione – di un percorso condiviso. Un modo concreto per entrare a far parte di una comunità
che, incontro dopo incontro, ha continuato a crescere. In un panorama enologico sempre più affollato di eventi standardizzati, Vino in Circolo e VINANDO hanno dimostrato che esiste un’alternativa possibile e desiderata.  Meno rumore, più ascolto. Meno velocità, più profondità.
Un modo diverso di vivere il vino, che rimette al centro le persone prima delle etichette. Alla fine, ciò che è rimasto non è stato solo il ricordo di un buon assaggio, ma quello di un incontro riuscito.
Ed è forse proprio questo il segno più chiaro che il vino, quando è vissuto nel modo giusto, sa ancora creare legami duraturi.   Elisa Nardi- Oltre le sensazioni del vino
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UN INIZIO 2026 INTENSO PER CAVAZZA Arrow Right Top Bg

7 Febbraio, 2026

Un inizio 2026 intenso per Cavazza

  Tra Taste, Wine Paris e ProWein, la cantina di Montebello Vicentino apre il 2026 con un fitto calendario internazionale   Il 2026 si apre con un’agenda ricca di appuntamenti per Cavazza, storica cantina di Montebello Vicentino, che nei primi mesi dell’anno sarà protagonista di alcune tra le più importanti fiere del settore, in Italia e all’estero. Un percorso pensato per raccontare i vini dell’azienda, le scelte produttive e una visione che affonda le radici nel territorio, aprendosi al confronto con i mercati internazionali. Taste Firenze (7-9 febbraio 2026)
Primo appuntamento Taste Firenze, in programma dal 7 al 9 febbraio 2026 alla Fortezza da Basso. All’interno della manifestazione dedicata al food contemporaneo e alle eccellenze enogastronomiche italiane, Cavazza presenterà una selezione rappresentativa dei Colli Berici e del Gambellara, con un focus sul Creari Gambellara Classico Doc 2023, sul Corallo Tai Rosso Colli Berici Doc 2021 e sul Cicogna Cabernet Colli Berici Doc 2021, espressioni di una viticoltura attenta alla qualità e alla valorizzazione dei territori di origine. Wine Paris 2026 (9-11 febbraio)
Dal 9 all’11 febbraio la cantina volerà a Parigi per Wine Paris 2026, ospitata a Paris Expo Porte de Versailles. La manifestazione, considerata uno degli appuntamenti più strategici per il mercato globale del vino, torna dopo il successo dell’edizione 2025 che ha registrato numeri record in termini di visitatori ed espositori internazionali. Cavazza porterà in degustazione le più recenti annate dei suoi vini identitari, dai Gambellara Classico al Lessini Durello Spumante Brut Millesimato 2024, fino ai Tai Rosso dei Colli Berici, raccontando due territori storici della viticoltura vicentina attraverso uno stile coerente e riconoscibile. ProWein Düsseldorf (15-17 marzo 2026)
Il percorso internazionale proseguirà a ProWein Düsseldorf, dal 15 al 17 marzo 2026, la fiera leader mondiale per vini e spirits e punto di riferimento per operatori provenienti da tutto il mondo. Sarà qui che Cavazza presenterà l’offerta più completa, con particolare attenzione alla nuova annata del Bocara Gambellara Classico 2025, svelata in anteprima esclusiva a ProWein, e alle nuove uscite dedicate ai Colli Berici, tra cui i rossi della linea Cicogna nelle annate 2021. Un inizio 2026 intenso per Cavazza Restyling linea Cicogna
Proprio la linea Cicogna rappresenta uno dei messaggi chiave che Cavazza porta sulle scene internazionali nel 2026. Il recente restyling dell’etichetta segna un passaggio importante nel percorso dell’azienda: un rinnovamento che valorizza l’immagine storica della cicogna, rendendola più luminosa ed essenziale, senza rinnegare le proprie origini. Un segnale chiaro di continuità e visione, che racconta un’azienda fortemente legata al territorio ma attenta alle evoluzioni del gusto e del mercato. Cavazza: 130 ettari tra Gambellara e Colli Berici L’azienda agricola Cavazza nasce nel 1928 a Montebello Vicentino. Da allora è stato uno dei più importanti interpreti della Garganega coltivata nella zona del Gambellara Classico DOC, una piccola denominazione che sorge su un vulcano spento, di antica origine, che ancora oggi conferisce un particolare carattere ai vini che vi si producono. Negli anni ’80 la famiglia decide di puntare su un altro territorio, quello dei Colli Berici, di origine marina e adatto alla produzione di vini rossi identitari sia da uve autoctone come il Tai Rosso che internazionali come il Merlot o il Cabernet Sauvignon. Ad oggi si contano 130 ettari vitati nelle due denominazioni per una produzione di 600.000 bottiglie. L’azienda è certificata SQNPI, ed è molto focalizzata sulla preservazione della biodiversità e sull’utilizzo di risorse energetiche rinnovabili. Per maggiori informazioni: www.cavazzawine.com. La Redazione
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Coppa del Mondo Panettone: i 10 finalisti italiani per Milano 2026 Arrow Right Top Bg

7 Febbraio, 2026

Coppa del Mondo Panettone: i 10 finalisti italiani per Milano 2026

  Finale Sigep epica: da Reggio Calabria a Rimini, eccellenze pronte al mondo   Emozioni alle stelle alla finale italiana Coppa del Mondo del Panettone a Sigep: 10 maestri pasticceri, selezionati da 4 tappe 2025 (Reggio Calabria, Maddaloni, Milano, Rimini), sfideranno il globo il 7-8 novembre a Milano. Giuria top (campioni mondiali, Michelin) ha valutato aspetto, alveolatura, sensoriali su altissima qualità. Per collezionisti lievitati e appassionati vino, è momento clou: panettone artigianale (ricetta originale: farina, burro, tuorli, canditi…) destagionalizza, boom export (+30% 2025, ICE). Pairing luxury? Champagne o Passito abruzzese. Nato da Giuseppe Piffaretti, concorso (5a ed. 2026) promuove cultura italiana globale – Brasile/Perù lo consumano tutto l’anno. Classifica Panettone Tradizionale: i top 5 italiani Riccardo Manduca – Solodamanduca, Aprilia (LT): Volume perfetto, aromi intensi. Roberto Moreschi – Roberto Pastry & Bakery, Chiavenna (SO): Alveolatura stellare. Fiorenze Ascolese – La boutique dei lievitati, San Valentino Torio (SA): Equilibrio canditi. Luigi Vetrella – Visioni Lievitati per Eccellenza, Macerata Campania (CE): Morbidezza top. Matteo Papanice – Cresci di Papanice, Castellana Grotte (BA): Profumi esplosivi.   Classifica Panettone Cioccolato: innovazione pura Armando Pascarella – Pasticceria Armando Pascarella, San Felice a Cancello (CE): Cioccolato dominante. Pompilio Giardino – Panificio Pompilio, Adriano Irpino (AV): Fusione equilibrata. Luigi Avallone – Pasticceria f.lli Avallone, Quarto (NA): Texture vellutata. Andrea Ceracchi – Maciste pasticceria, Cori (LT): Note tostate uniche. Alessandro Slama – Da Slama, Ischia: Freschezza isolana.   Giurie d’élite:   Tradizionale: Giuseppe Mascolo (campione 2022), Jesús Machi (Richemont Spagna), Stefania Mantero (Apei), Oscar Pagani (Maestri Lievito Madre), Gianbattista Montanari (Ampi), Salvatore Tortora (campione 2021), Nicolas Botomisy, Enrico Cerea (3* Michelin). Cioccolato: Josè Romero (Molino Dallagiovanna), Carlotta Filippini (Apei), Marco Predon (Apei), Matteo Cunsolo (Richemont Italia), Angelo Di Masso (Conpait), Matteo Papagno (Conpait), Ezio Marinato, Paolo Staccoli (Apei). La Coppa: da Milano al mondo, destagionalizzazione vincente Ricetta fissa: cupola milanese con uva sultanina, arancia/cedro canditi. Piffaretti organizza masterclass globali. Edizioni: 2009, 2021-2024. Prossime selezioni: Perù, Giappone, Taiwan, Australia. Patrocinio ICE; partner Agrimontana, Molino Dallagiovanna, Corman. Media: Pasticceria Internazionale. La Redazione
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7 Febbraio, 2026

La Mia Cena al Tham. Una sera di magia a Milano

Milano mi accoglie in un freddo pomeriggio di novembre, quello in cui il cielo sembra scendere un po’ più vicino ai tetti e il vento porta con sé un invito a cercare rifugio, calore, sostanza. Avevo passato settimane a studiare la scena gastronomica milanese, sfogliando Instagram come fosse un atlante segreto, e ogni volta tornavo lì: al profilo del Tham. C’era qualcosa in quel luogo — nei colori, nei dettagli delle foto, nei piatti che sembravano raccontare una storia — che mi chiamava. Così, senza più esitazioni, decido: stasera porto Giorgio, Daniele e Marina in Piazza Francesco Guardi.   È Città Studi   mi dicono. Una zona viva, elegante nella sua autenticità, perfetta per ciò che immaginavo. Quando arriviamo, il locale sembra respirare un calore proprio. La porta si apre e, come una promessa, appare Matteo. Lo riconosco subito: ci eravamo scritti su Instagram Matteo, sono Roberto il critico enogastronomico. Quello che ti stressa con le domande sulla cucina. Lui ride, stringendomi la mano. «Finalmente ci conosciamo di persona. Venite, vi porto fuori: fa freddo, ma la Ribolla Gialla scalda più di quanto immaginiate» Ci sediamo all’esterno, avvolti da un’aria pungente che il primo sorso rende improvvisamente più dolce. Matteo si unisce a noi con naturalezza. Intorno, Piazza Francesco Guardi vibra di voci giovani: il chiacchiericcio dei ragazzi davanti ai locali vicini, il brusio di chi arriva e chi riparte, il ritmo leggero della città che si prepara alla sera.
È lì, in quel quadro così vivo e autentico, che mi torna la domanda che avevo in mente da quando avevo scoperto il ristorante Matteo… ma com’è nato davvero tutto questo? Sorride come chi ha una storia che ama raccontare. Eravamo in cinque. Cinque amici, cinque caratteri, cinque visioni. Un giorno ci siamo detti: perché non creare un luogo che sia nostro, ma anche di Milano? Un posto in cui bere bene, mangiare meglio, rilassarsi, festeggiare senza perdere mai classe ed eleganza. Lo guardo mentre parla. È un racconto che vibra, lo vedi dagli occhi: entusiasmo e fatica, sogno e realtà. Certo, non è stato facile. C’erano dubbi, momenti in cui ci sembrava tutto troppo grande. Ma poi… poi Milano ti spinge. Capisci che devi farlo Li immagino, quei cinque amici: seduti attorno a un tavolo pieno di fogli, idee appuntate a matita, schizzi di arredi. Menù scritti, cancellati, riscritti. Piatti provati e riprovati, fino a trovare l’equilibrio. Luci spostate mille volte finché non cadevano esattamente dove dovevano. E così Tham è diventato un luogo vero. Un luogo che non “si presenta”: accade.
Entriamo finalmente all’interno. L’aria è tiepida, soffusa, come un abbraccio. Ragazzi, il tavolo è pronto, ci dice Matteo con un cenno complice. Ci accompagna al centro della sala, dove un tavolo rotondo ci aspetta come una piccola isola di luce. È il tipo di tavolo che invita alla conversazione, alla condivisione, a quella vicinanza che trasforma una cena in un momento da ricordare.
Ci accomodiamo. L’atmosfera è quella delle sere attese, quelle in cui senti che qualcosa rimarrà. Quando Matteo ci porta i menù, Giorgio ha già quell’espressione di chi ha individuato il compagno perfetto per la serata. Io vado su questo dice, toccando con il dito il nome dell’etichetta.
Un Aglianico Irpinia di Mastroberardino. La bottiglia arriva al tavolo e la scena si calma, come se quell’attimo meritasse un suo tempo. Giorgio inclina il bicchiere verso la luce, osserva il rosso rubino farsi vivo, profondo. Poi porta il vino al naso, lentamente, con una concentrazione che contagia anche noi. Sentite? Amarena, mora… e poi questa viola che arriva dopo. Stupendo. Ha ragione. Lo capisco appena assaggio: il sorso è morbido, fine, con quella nota elegante che richiama i frutti di bosco e una fragola in confettura che resta lì, come una firma. È un vino che non cerca di imporsi: ti accompagna e ti prepara, come un preludio che sa mantenere la promessa. Proprio mentre commentiamo il calice, arriva l’entré dello chef:
una polpetta di melanzane con riduzione di zucca. Semplice solo in apparenza. Il morso è morbido, avvolgente, e la dolcezza della zucca danza con l’aromaticità della melanzana. Ragazzi… questa è una dichiarazione d’intenti sussurro. Matteo sorride da lontano: sa perfettamente che con quell’assaggio ci ha già portati dentro la sua cucina. Il pane arriva ancora tiepido.
Lo spezzo con le dita e un profumo caldo, rotondo, quasi casalingo, si apre nell’aria. Che pane meraviglioso… lo fate voi? chiedo d’istinto, mentre ne assaggio un piccolo pezzo. Matteo sorride: Magari. Ce lo prepara un forno artigianale qui vicino. È un po’ il nostro rito d’inizio serata. La mollica è umida, la crosta sottile, e il sapore — semplice ma preciso — ha quella qualità che prepara la bocca a tutto ciò che verrà. Daniele ride mentre ne addenta un altro pezzo: Ragazzi, questo è pericoloso… ce lo finiamo in due minuti. E ha ragione. È quel tipo di pane che non accompagna: introduce. Matteo torna al tavolo con quel modo gentile che non invade, ma accompagna. Allora, avete deciso? Sì, avevamo deciso da un pezzo.
Io, Giorgio e Daniele scegliamo l’uovo croccante con crema di patate e tartufo nero. Marina invece opta per il baccalà mantecato con croccante di mais, puntarelle e salsa di peperone. Quando arrivano gli antipasti, succede quella cosa rara che riconosco sempre più spesso nei ristoranti che meritano:
il tavolo si zittisce. Davanti a me, l’uovo croccante sembra una piccola architettura dorata. Lo rompo con la forchetta e il tuorlo scivola lento, vellutato, abbracciando la crema di patate mentre il profumo del tartufo emerge con discrezione, poi si impone.
Assaggio, e tutto si allinea: croccantezza, morbidezza, calore. Questo è puro comfort… ma firmato Tham dico.
Giorgio annuisce, Daniele sorride senza parlare. Marina osserva il suo baccalà come si guarda un dipinto. Sembra delicatissimo dice. Lo assaggia, chiude gli occhi un secondo. È perfetto. Davvero perfetto. E lo è: la cremosità del pesce, il contrasto croccante del mais, l’amaro elegante delle puntarelle, quella salsa di peperone che unisce senza coprire.
Un piatto costruito con logica, sensibilità e tecnica. Matteo torna al tavolo appena ci vede posare le forchette dell’antipasto. Allora, ragazzi… come proseguiamo? chiede con quel tono leggero di chi sa già che la cucina sta per fare la sua parte. Giorgio non ha dubbi: ordina la pancia di maiale croccante con chutney di mele e prugne e io lo seguo. È un piatto che racconta l’inverno dice Giorgio. E non sbaglia. Daniele invece sceglie la faraona ripiena di guanciale, lattughino e salsa al maracuja. Marina chiude con l’ombrina accompagnata da cavolfiore arrostito e salsa alle mandorle. Questo piatto è femminile dice. Nel senso migliore possibile. E la capisco perfettamente. Quando i piatti arrivano, il tavolo si fa improvvisamente più silenzioso. La pancia di maialino ha una superficie dorata, lucida, che trattiene appena la luce della sala.
Al taglio, la cotenna si spezza in un suono sottile, promettente, mentre la carne sotto è morbida, succosa, quasi vellutata. Il cavolo saltato porta una nota terrosa, pulita, che asciuga il palato e lo prepara al cucchiaio successivo. Il chutney di mele, invece, è la carezza finale: dolcezza calibrata, mai invadente, un tocco che arrotonda senza coprire.
Giorgio mi guarda e annuisce: È un piatto che racconta l’inverno. E non sbaglia. La faraona di Daniele arriva composta, precisa. Al primo taglio il ripieno di guanciale rivela la sua identità: profuma di casa, di tradizione, ma con una grazia diversa. Il lattughino porta freschezza, una pausa verde, mentre la salsa al maracuja è la sorpresa: un’acidità luminosa, tropicale, che non sovrasta ma solleva. Qui c’è tecnica vera dice Daniele, e lo vedo nei suoi occhi: quella soddisfazione che arriva quando un piatto mantiene la sua promessa. L’ombrina di Marina è un dipinto. Il cavolfiore arrosto sprigiona un profumo tostato, quasi nocciolato, mentre la salsa alle mandorle aggiunge una morbidezza elegante, una cremosità che accompagna senza appesantire. Il pesce è cotto alla perfezione: bianco, succoso, netto. Questo piatto parla piano» dice Marina. Ma quando lo ascolti bene… dice tutto. Aveva ragione. Mangiamo così, tra sguardi, commenti e quel silenzio pieno che appartiene solo alle cene ben riuscite — a quelle in cui ogni piatto ha davvero una voce. Matteo torna al tavolo sorridendo, come se sapesse già che la cena ha preso la direzione giusta. Ragazzi, come vogliamo concludere? chiede, con quel tono complice che ha accompagnato tutta la serata. Senza aspettare la risposta, aggiunge: Intanto vi porto un calice di bollicine… è un omaggio. Mi piace accompagnare i dolci così. È un gesto semplice, ma di quelli che rimangono. Il calice arriva, fine, luminoso, con quella verticalità che prepara il palato alla dolcezza senza appesantire. Marina sfoglia la carta dei dessert e si illumina. Io vado sulla crema catalana allo zafferano dice. Una scelta elegante, precisa, che le somiglia. Io, Giorgio e Daniele invece ci ritroviamo subito d’accordo sul cremoso al cioccolato fondente con cialda al cacao, lamponi e arachidi. Questo è da provare dico, e annuiscono tutti e due. Pochi minuti dopo, i dolci arrivano con una cura quasi cerimoniale. Il cremoso al cioccolato è un invito a tono basso: la superficie scura, lucida, raccolta. Al primo affondo della forchetta, la consistenza è quella perfetta — morbida ma non cedevole, avvolgente senza risultare pesante. Il gusto è profondo, pulito, netto: un fondente che non aggredisce, ma accompagna. Il lampone entra come uno squarcio di luce: fresco, acido, un taglio verticale che apre il palato e dialoga con la dolcezza amara del cacao.
Le arachidi, invece, sorprendono: portano una nota salina, croccante, un contrasto che rende il boccone vivo, dinamico, irresistibile. Questo è equilibrio puro mormora Giorgio.
E ha ragione: è un dolce che non chiude, ma prolunga. Davanti a Marina, la crema catalana allo zafferano è un quadro dorato.
La superficie caramellata si spezza in un suono lieve, quasi un sospiro. Sotto, la crema è setosa, calda, attraversata da quella nota speziata e floreale dello zafferano che si fa sentire con una grazia inattesa.
Marina sorride al primo assaggio. È confortante… ma sofisticato. E lo è davvero: un dolce che avvolge, che riscalda, che riporta alla memoria qualcosa di familiare e allo stesso tempo lontano. I calici di bollicine accompagnano tutto questo come un passo leggero: puliscono, sollevano, invitano al sorso successivo. La cena finisce così: non con un punto, ma con una virgola luminosa.
Quella che solo i finali ben costruiti sanno lasciare. E mentre restiamo ancora qualche istante seduti, quasi a voler trattenere l’ultimo respiro caldo della serata, sento che qualcosa si è mosso — in noi, nel modo in cui abbiamo guardato i piatti, nella gentilezza con cui Matteo ci ha accompagnati passo dopo passo. Quando ci alziamo, lui è già vicino alla porta. Spero davvero vi siate trovati bene dice, con quella sincerità che non ha bisogno di essere enfatizzata. Matteo, torneremo rispondo. E non è una promessa da circostanza: è una certezza. Usciamo nel freddo di Milano e la città è ancora quella di sempre: elegante, vasta, tagliente nei suoi angoli d’ombra.
Ma noi siamo diversi.
Portiamo con noi il calore di un luogo che non si limita a nutrire: accoglie.
La storia di cinque amici che hanno creduto in un sogno fino a farlo diventare spazio, luce, voce.
La cura dei piatti, i sorrisi tra un assaggio e l’altro, quel Rêverie che ancora danza nella memoria come una nota che non vuole spegnersi. Tham non è soltanto un ristorante.
È un abbraccio inatteso.
Una storia che continua fuori dalla porta, lungo le strade fredde di novembre.
E una promessa che resta, nitida: tornerò a farmi sorprendere. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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6 Febbraio, 2026

Assovini Sicilia conferma la sua presenza a Wine Paris 2026 con 32 aziende associate

  Appuntamento a Parigi dal 9 all’11 febbraio all’interno della collettiva regionale IRVO   In occasione di Wine Paris 2026, 32 aziende associate ad Assovini Sicilia parteciperanno all’interno della collettiva regionale organizzata dall‘IRVO (Istituto Regionale del Vino e dell’Olio) confermando anche quest’anno la presenza dell’associazione a uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al mondo del vino. La manifestazione si terrà a Parigi dal 9 all’11 febbraio, presso il Paris Expo Porte de Versailles. Wine Paris si è affermata negli ultimi anni come uno degli eventi di riferimento del calendario internazionale del vino. Per l’edizione 2026 sono attesi oltre 6.000 espositori provenienti da circa 60 Paesi e più di 60.000 visitatori professionali da almeno 155 mercati, a conferma della dimensione globale della manifestazione e della sua capacità di attrarre operatori di primo piano da tutto il mondo. Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia Wine Paris è un appuntamento chiave per continuare a raccontare la Sicilia del vino sui mercati internazionali. Le nostre aziende presenti a Parigi – conclude Cambria – raccontano oggi un comparto vitivinicolo regionale in continua evoluzione, orientato alla valorizzazione del territorio e alla sostenibilità. Le 32 aziende di Assovini Sicilia a Wine Paris 2026 Le aziende di Assovini Sicilia presenti a Wine Paris 2026 all’interno del Padiglione Italia 5.2 (tra i corridoi A e B):
I Custodi delle vigne dell’Etna, Caruso&Minini, Horus, Grottarossa Vini, Cusumano, Dei Principi di Spadafora, Tenute Nicosia, Cantine Maugeri, Feudo Disisa, Gambino Vini, Alessandro di Camporeale, Cantine Iuppa, Feudo Montoni, Villagrande Winery, Firriato, Centopassi, Valle dell’Acate, Camporè, Masseria del Feudo, COS, Cottanera, Cantine Fina, Casa Vinicola Fazio, Lombardo Vini, Baglio di Pianetto, Baglio Oro, Vivera, Cantine Brugnano, Rallo, Terra di Costantino, Giovinco Wines, Cantina Chitarra. La Redazione
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