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6 Febbraio, 2026
Lorenzo Fortuna incanta al Sigep 2026 con la sua pizza dolce e i suoi pani cunzati
Il maestro pizzaiolo protagonista con Molino Bruno e Calabria Straordinaria a Rimini
Lorenzo Fortuna maestro pizzaiolo a Rende ha letteralmente incantato il pubblico di quest’ultima edizione del Sigep che si è svolto dal 16 al 21 gennaio a Rimini Fiera.
Nato e cresciuto tra gli impasti, Fortuna è il titolare di Lorenzo Fortuna Pizza Chef a Rende (Cs), maestro istruttore per Accademia Pizza DOC, vincitore di numerosi premi, oggi è tecnico di Molino Bruno, il molino della sua città con cui è stato protagonista al Salone Internazionale della Gelateria, Pasticceria, Panificazione Artigianale e Caffè, come coordinatore del programma e della squadra di pizzaioli e pasticceri calabresi ambassador dello storico molino di Montalto Uffugo.
Lorenzo Fortuna a Sigep 2026
Durante le cinque giornate di kermesse Lorenzo Fortuna ha fatto viaggiare il pubblico di operatori e appassionati lungo un ricco palinsesto con cui Molino Bruno ha animato le cinque giornate del Sigep, tutte segnate da un’affluenza importante e da un vivo interesse verso prodotti e materie prime. Un programma pensato per raccontare l’universo dell’arte bianca in modo trasversale, attraverso i vari formati e stili.
Il maestro pizzaiolo e lievitista Fortuna ha spaziato dai pani, semplici e gastronomici, alla pizza in teglia dolce e salata, ovviamente tutte di ispirazione calabrese. Un racconto dinamico, mai monotono, capace di rinnovarsi giorno dopo giorno alternando temi, preparazioni e suggestioni, mantenendo sempre saldo il filo che unisce gusto, competenza e narrazione. Dalla teglia croccante e alveolata al pane del pasticcere, gli show cooking di Fortuna hanno incantato gli occhi e il palato del pubblico, sia presso lo stand di Molino Bruno che in quello di Calabria Straordinaria, dove si sono succeduti chef, pasticceri e pizzaioli della regione con i prodotti territoriali.
Pani e pizze dolci incantano al Sigep
Grande successo per il pane classico con farina tipo 1 e semola condito con una ricotta mantecata al prezzemolo e cipolla di Tropea caramellata e per il “pane conzatu” con soppressata caciocavallo e pancetta di suino nero in ricordo al casatiello napoletano. Altro assaggio da applauso è stato quella della Pitta con capocollo cipolla di Castrovillari stufata e caciocavallo affumicato.
Fiore all’occhiello di queste dimostrazioni e degustazioni di arte bianca è stata la Pizza dolce (impasto di pizza in teglia leggerissimo, leggermente croccante in superficie, alveolato e scioglievole al suo interno) con una farcitura a base di crema di formaggio dolce, granella di noci caramellate all’Amaro del Capo piccante, riduzione di camomilla, granella di lime, arance disidratate e zeste di arancia realizzata con la collaborazione della giovane pastrychef beneventana Alessia Orrei.
Lorenzo Fortuna, maestro pizzaiolo
Dal mio punto di vista abbiamo raggiunto un risultato particolarmente rilevante soprattutto sul fronte dei lievitati. C’è stata una forte attenzione alla panificazione e all’utilizzo delle diverse farine, abbinate agli ingredienti calabresi, con cui abbiamo dato vita a pani gastronomici identitari.
La Redazione
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6 Febbraio, 2026
Migrante. Michele, la terra affidata
Affidare. Consegnare, attribuire o rimettere fidando nell’altrui capacità.
Un verbo meraviglioso, incredibile che sottende alla generosità di qualcuno verso qualcun altro. Si può affidare un oggetto, un pensiero, una persona. Qualunque cosa faccia intimamente parte di una persona che per amore e generosità pura, la affida a qualcun’altra. Magari generando una catena di generosità. Come nel caso della terra.
Pensateci un attimo. La terra. Un pezzo di terra. Coltivato o da coltivare. Impossibile non andare con il pensiero al concetto di proprietà. La terra appartiene a qualcuno. C’è il catasto. C’è il notaio. C’è un atto. Di proprietà appunto. Eppure, pur avendo quel pezzo di carta che ne attesta il possesso dunque l’utilizzo, chi può dire di poter disporre del bene a proprio piacimento?
La proprietà di un bene ci autorizza a farne ciò che vogliamo. Possiamo alienarlo, finanche distruggerlo. Per la terra invece, la distruzione è impossibile poiché parte integrante di un bene più grande: il pianeta.
È così che la terra può essere solo alienata o tramandata di padre in figlio. Interessante che come modo di dire esclude la prole di sesso femminile. Ma questa è altra storia.
Se dunque si decide di non vendere, la terra, è perché si considera questa come bene fondamentale. Magari necessario al sostentamento della famiglia. Un motivo assolutamente valido per averne cura, per trattarla con tutto l’amore e il rispetto che merita. Un amore che non può essere limitato o egoista. Non si è eterni e trattarla bene vuol dire tramandarla nelle migliori condizioni possibili alle generazioni future. Più che tramandando la, affidandola.
Lorenzo e Luciana scelsero di dedicarsi alla terra. Lorenzo non poteva più continuare il suo lavoro per via di una malattia. La cura delle terre della famiglia di Luciana ad Olevano Romano, divenne una terapia prima, ragione di vita dopo.
La vendemmia del 2003 nasce per un problema di salute di mio marito. Ci voleva uno stimolo ad andare avanti. Un qualcosa che gli desse voglia di guarire. Ed è così che ci siamo inventati questa situazione. Inventati proprio no perché comunque veniamo da una cultura contadina. La mia famiglia ha sempre coltivato la vigna e sempre prodotto vino tranne la parentesi della cantina sociale. Anche se negli anni 60 è stata una gran fortuna averci la cantina sociale, perché altrimenti c’erano i mediatori che stabilivano il prezzo. La cantina sociale è stata una bella parentesi fino a che è stata gestita esclusivamente dai soci ovvero dai coltivatori e dai produttori.
L’incontro con la famiglia Fanfarillo è qualcosa che riporta senza fronzoli alla cultura contadina e familiare. Quella di un tempo. quella vera.. Chiacchieriamo con Luciana e il figlio Michele in attesa che Lorenzo torni dai trattamenti sui campi. Il clima che si respira sa di calore familiare, di schiettezza, di semplicità. Gli occhi di Luciana guardano il figlio Michele colmi di amore e orgoglio per colui al quale hanno deciso di affidare la propria vita, la terra.
Ho fatto il liceo scientifico anche se sono nato e cresciuto in mezzo alla vigna. Dopo la triennale in economia avevo di fronte la scelta tra fare il vino oppure andare a cercare lavori in banca, ufficio o cose del genere. Continuare e farla diventare un lavoro perché mi sono immaginato io proiettato tra 10 anni e stavo meglio in mezzo alla vigna che dentro a un ufficio.
Immaginarsi nel futuro, la routine, le ore trascorse chiusi dentro l’ufficio mentre fuori c’è il sole. Fuori, non dentro. Uno choc dal quale non ci si riprende sapendo che a casa il sole lo hai fuori. Non ci si riprende a meno che non si scelga di cambiare vita prima che sia la vita a cambiare noi.
Paura per la strada da percorrere? Semmai la felicità di una strada diversa. La voglia di una vita all’aria aperta.
Le vigne, in fondo, c’erano già. Così come c’era l’azienda creata da Lorenzo e Luciana nella quale Michele vi inizia a lavorare nel 2019. Non fa neanche in tempo ad iniziare che arriva il covid.
Olevano Romano è un piccolo paesino di circa 6.000 anime posto giusto al centro del cono delle autostrade che da Roma portano a L’Aquila e a Napoli. Sorge su una collina della Valle del Sacco, alle pendici dei Monti Simbruini. Nelle campagne circostanti è facilissimo ai giorni d’oggi imbattersi nelle meravigliose vigne parte della DOC Cesanese di Olevano Romano. Ai giorni d’oggi appunto. Come direbbero a Roma, facile ‘a fa gli splendidi ora con il Cesanese, vino pazzesco che è diventato emblema del Lazio anche grazie alla DOCG di Piglio con il contributo di Affile e Olevano stessa. Prima però le cose non erano affatto così.
La gente ad Olevano scappava per il posto fisso così, chi rimaneva, non poteva che puntare a produrre qualcosa di qualità. Altrimenti era meglio essere quelli che facevano il vino per famiglia e amici. Un mestiere diverso.
Qualità invece che qualità. Un percorso inverso rispetto a quello del dopoguerra.
Olevano non fu particolarmente colpito dal conflitto ma la miseria e lo spopolamento si abbatté qui come in tanti altri paesini italiani. Di vigna e di vino non si parlava proprio, troppo impegnati a produrre qualcosa per sfamare la famiglia.
Nei primi anni 50, mio padre piantò la vigna con filari larghissimi perché in mezzo, tra un filare e l’altro, una fila era dedicata al grano, una a fave, una piselli. Ci doveva essere spazio anche per il sostentamento della famiglia, non solo per il vino.
Spazio sprecato. Terra sprecata. Altro che vino. Occorreva trovare il cibo per sfamare la famiglia. Si piantava ciò che si trovava. Altro che cultivar, vitigni particolari. Altro che Cesanese in purezza. Nelle vigne italiane, così come ad Olevano Romano, c’era di tutto un po’. Quello che si riusciva a rimediare chiedendo in giro. Un altro mondo. Un’altra vita. Niente era come adesso e il vino era solo un alimento, sostentamento della famiglia.
Diciamo che siamo passati dal vino come alimento al vino come esperienza. Ad OIevano c’era vino e olio. Non è come adesso che bisogna mettere i soldi da parte per l’iPhone piuttosto che per la macchina nuova. Si doveva mangiare tutti i giorni. Stabilità era anche era anche piantare i fagioli, il grano per farsi la propria farina.
Luciana, seduta su una sedia, guarda Michele sorridendo. Terzo figlio, il più piccolino anche se è alla soglia dei 30 anni. Quello che è andato all’università ma ha scelto di rimanere a prendersi cura della terra. Una scelta spontanea, indipendente, sentita. Per nulla facile. Davvero per nulla facile.
Gli altri due fratelli, uno 50 e l’altro 43 hanno un altro lavoro ma non fanno mai mancare la loro presenza quando serve.
Serviva uno che portasse avanti tutto.
Già perché non è semplice portare avanti una azienda di tre ettari e quasi 18.000 bottiglie. Tante, troppe cose da fare senza che si finisca mai. Con, in più, anche la necessità di vendere. In più. Come se vendere non debba essere una delle attività primarie per una azienda. Non proprio quello che voleva Michele: l’aria aperta, la libertà, il ciclo della natura. Invece, in un mondo complesso come quello che è l’oggi, vendere diventa ancora più importante della terra.
Quando Michele ha iniziato l’università ero contraria a che si trovasse un lavoretto come tanti. Possiamo mantenerlo noi dicevo a mio marito. Al limite da una mano nel nostro lavoro altrimenti quando studia? Non studia. Con noi invece, insomma, è libero di aiutarci o meno a seconda del momento.
Cuore di mamma. Sacrifici per i figli con la speranza che abbiano un futuro migliore. Una laurea, un futuro.
Io invece ho finito di innamorarmi del frattempo.
L’ho scoperto molto prima di lui che era portato. Quando mi veniva ad aiutare durante il liceo per ottenere la paghetta. Imparava facilmente. Faceva i lavori manuali della vigna con velocità. Aveva occhio. L’ho scoperto prima di te che ti piaceva.
L’occhio della mamma è sempre l’occhio della mamma.
Ricordo la mia. Bastava mi guardasse un istante per capire cosa avessi. Riusciva, anche al telefono e dopo un semplice ciao, a percepire il mio mal di testa. Non potevo nasconderle nulla.
Mi colpisce la frase di Michele: ho finito di innamorarmi.
Migrante Vini non è una azienda grande, non è in un territorio particolarmente rinomato (ancorché meraviglioso e con eccellenti potenzialità), non è in una zona facile (Roma non è mai facile). Michele aveva tutte le potenzialità e gli appoggi familiari per fare altro. Invece sceglie, consapevolmente, di occuparsi della azienda continuando il lavoro dei genitori. Sì per rispetto e senso di responsabilità ma soprattutto per amore. Che forse è un tutt’uno.
Se lui non ci si fosse dedicato, l’avremmo probabilmente lasciata morire piano piano. Alla nostra età non era possibile. Noi ci abbiamo vissuto. Non ci siamo arricchiti. Abbiamo fatto un lavoro che ci piaceva. Soddisfazioni infinite per i premi avuti dalle guide cose, per le degustazioni. Quando uno ha l’interlocutore davanti che apprezza il tuo lavoro, vale molto di più che lo stipendio a fine mese. Mio marito lievitava.
Quando ho conosciuto ad un evento organizzato dai Vignaioli Indipendenti Lorenzo e Michele mi hanno subito fatto simpatia. Papà Lorenzo con il suo faccione sorridente gongolava sotto i baffi ogni volta facevo un apprezzamento (sentito) per un loro vino o quando Michele interloquiva con me con grande enfasi e proprietà di linguaggio. I miei erano complimenti sinceri perché quando si assaggia un vino di Migrante è come fare un tuffo nel loro mondo. Un mondo nel quale vieni accolto sentendoti a tuo agio. Sensazione meravigliosa.
Sigillum Cesanese di Olevano 2014 è uno di quei vini dedicato solo a chi crede che l’essenza non è nel superfluo. Elegante che non grida, concreto che afferma ogni sua caratteristica già dal fine e trasparente color granato.
Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù. Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore. L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo. Equo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese. Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò. Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma. Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”. Facile ricordare Seneca: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato. Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni. Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti. Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare. Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano. Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso. La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro. Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso, Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male. Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo. Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni. Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo. Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita. Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco. Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole. Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza. Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so. Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani. Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo.. Michele è pronto? Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro. Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80. Una bella famiglia. Semplice ed unita. Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Al naso, la maturità del 2014 parla di prugna cotta e ciliegia, un calore saggio, non pesante. Poi, come atti di bene discreti, emergono le spezie: liquirizia, noce moscata, tabacco, un cenno di 𝘔𝘰𝘯 𝘊𝘩é𝘳𝘪. Un sottobosco gradevolissimo, un bouquet che fa del bene all’anima, arricchito da un vento balsamico. Lascia che parlino di complessità; qui c’è una concretezza che è virtù. Al sorso esplode in tutta la sua verità con il morso dei tannini vivaci, la freschezza ancora importante che pulisce la bocca e lo spirito. Non si piega alle mode, sa di vero. La sapidità appagante, la liquirizia, quel vegetale che torna a rinfrescare. Un equilibrio eccellente, un atto di pura integrità. Lascia un segno, non per pesantezza, per una pulizia memorabile.
𝐒𝐢𝐠𝐢𝐥𝐥𝐮𝐦 è un atto d’amore verso la terra e verso chi beve. Un vino che sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Sigilla non con la forza, ma con la grazia di una verità semplice e antica come la pietra. Michele raccoglie ciò che i genitori hanno seminato nel tempo. La voglia di esprimere qualità nel calice. Vini che sanno di vita vera, nessun fronzolo, tanto amore. L’unica cosa ho convinto a fargli fare il rosato. Voglio prendermelo come merito. Anche la procedura per per farlo. Equo, il rosato. Da Cesanese ovviamente. Cesanese di Olevano Romano. Non me lo ha detto Michele ma sono certo che il nome l’ha scelto lui come lui ha scelto di realizzare questo vino. Con le proprie forze e con la forza del Cesanese. Sembrava impossibile che gli Equi, nel loro misero stato, avessero affrontato la guerra basandosi soltanto sulle proprie forze Tito Livio scrive così degli Equi, antico popolo che abitava queste zone prima che Tarquinio Prisco li decimò. Equo ha la sua forza nel sorso più che nei sentori. Un rosa scarico ed effluvi di pesca, albicocca, arancia e tanto floreale sembrano catalogarlo tra eleganza e finezza. Al sorso, pur non perdendo queste caratteristiche, si ricorda di essere un Cesanese facendo emergere il calore e quel poco di spigolosità che l’uso del solo mosto fiore consente. Tanta sapidità e fini agrumi con l’intrigo di un finale di una punta di mandorlato. Sa il fatto suo in termini di pulizia di bocca ed è convincente perché quello che sembra lieve ed evanescente ha in se una forza che non ci si aspetta. Come gli Equi insomma. Il Consilium 2019 di Migrante è uno di quei vini che sembrano prendersi un momento tutto per sé prima di raccontarsi, come se meditassero sul senso del proprio nome latino Consilium, “consiglio”, “deliberazione”. Facile ricordare Seneca: Nessun vento è favorevole per il marinaio che non sa dove andare. Questo Cesanese, invece, sa esattamente dove vuole condurti. Granato, trasparente, elegante, luminoso frutto di uve vendemmiate a piena maturazione per concentrare profumo e carattere. È un colore che richiama ricordi familiari, come quelli dei plaid della nonna: caldi, vissuti, pieni di storie che scaldano l’anima quanto il vino scalda il palato. Al naso il Consilium 2019 si apre con una ricchezza sorprendente considerando che non vede legno nemmeno col telescopio: 24 mesi di acciaio e 12 mesi di bottiglia sono il suo unico percorso di affinamento. Eppure, nel bicchiere esplode in una complessità aromatica fatta di prugne cotte, ciliegia quasi sotto spirito, tabacco, cioccolato, noce moscata. Una vena balsamica allarga il respiro e scalda come un abbraccio. Roteando il calice, continua a raccontare: una nota dopo l’altra, un pensiero dopo l’altro, un fluire ininterrotto di suggestioni. Il sorso è un vero spettacolo: caldo, secco, ampio, avvolgente. Apre la bocca e la mente con solidità e consapevolezza: nobile, elegante, corposo e lungamente persistente. La freschezza è viva e perfettamente integrata così che l’armonia sussurrare di un futuro luminoso. Ciò che colpisce è l’equilibrio tra potenza e quella finezza quasi aristocratica. I tannini sono delicati, levigati, morbidi così che questo Cesanese lo si può amare anche da solo, senza alcun accompagnamento, pur sapendo che la tradizione lo vede perfetto con primi piatti importanti. Il Consilium 2019 è un vino che fa sognare, al naso e in bocca. Complesso ma mai difficile, elegante senza rigidità, caldo ma mai pesante. Ti accompagna, ti avvolge, ti invita a riflettere. Non è solo un vino da bere: è un vino da ascoltare. Poi, il Terre Olibani 2020, un vino che sembra nascere dalla memoria antica del vecchio Castrum Olibani di quel presidio elevato e protetto dell’epoca pre-romana. Un luogo dove dove il tempo scorreva lento e solenne. Historia magistra vitae est un vino, un racconto che si ripete da secoli sulle colline di Olevano. Affina 24 mesi in acciaio e 24 in bottiglia per presentarsi di un granato fine, trasparente, luminoso. La bellezza semplice e nobile di un colore che racconta l’eleganza prima ancora che il vino tocchi il naso. Il profumo è un’esplosione di succosa ciliegia, di arancia rossa, cannella, noce moscata, pepe, tabacco, cioccolata. Una complessità che sorprende perché anche Terre Olibani, come il Consilium, non ha mai visto legno. Il sole che bacia i vigneti esposti a mezzogiorno ha fatto degnamente il suo lavoro e la leggera sfumatura balsamica ricorda l’aria fresca che scende dai rilievi intorno al borgo antico. Poi la prugna cotta emerge con tutta la sua naturalezza donando quella gioia pura di un attimo di godimento che si ripete a ogni respiro. Il sorso è seducente, potente ma fresco, largo, sapido, godurioso. È secco, teso, senza alcuna pesantezza. Quei 13 gradi rimangono nascosti, elegantemente integrati. Il palato si riempie senza mai aggredire. Una struttura importante e al contempo fine, di quel fine che resta per via di un equilibrio raro. Ecco che una volta aperta la bottiglia ti ritrovi a finirla quasi senza accorgertene. Sorso dopo sorso, Terre Olibani 2020 mi ha incantato perché è un vino, al pari degli altri di Migrante, che non ha bisogno di alzare la voce. Parla con forza e naturalezza del suo territorio oltre l’autenticità del Cesanese. Senza stupire. Semplicemente, profondamente, incredibilmente buono Prima non ce n’era la necessità forse. Un’esperienza nuova rinviata a Michele unica speranza della continuità di questa cantina. Ma l’azienda è sua e lui potrà farne ciò che vuole. Nel bene e nel male. Continuare ciò per cui i genitori hanno lavorato e costruito. Su quella terra che deve rappresentare qualcosa che abbiamo in prestito. Non in proprietà. Quando sarà di Michele, lo sarà per un periodo di tempo, perché noi siamo esseri che durano solo poco nell’eternità del tempo. Qui c’è l’amore della famiglia per un figlio che darà loro soddisfazioni. Mi sento abbastanza libero. Non sono loro che mi tengono legato. Semmai sono i tempi che viviamo. Un tempo difficile. Fatto di crisi, di tante cantine, di tante etichette. Di un mercato selvaggio e drogato. Di sciagurati che non lavorano con coscienza e che vedono nel solo Dio denaro la ragione di vita. Il prossimo passo sarà quello di prendere un terreno per piantare la vigna e fare il bianco. Io tra venti anni mi immaginavo un nipotino. Fammelo vedè prima di morire. Ci sono già due nipoti di 14 e 18 ma un piccoletto per casa ci vuole. Una azienda che nella negazione della chimica fa un credo, una ragione di esistenza. Il più possibile possibile biologico senza certificazione biologica. L’ho sempre pensata così non lo so. Arriva Lorenzo. Gongola anche qui vedendo moglie e figlio seduti a chiacchierare con me. È stanco ma felice. Il sorriso è sempre sotto quei baffoni. Non lo nasconde. Va fiero di Michele perché sa che ha affidato quel bene incredibile quale è la terra, in buone mani. Michele deve continuare nel rispetto della natura. Potrebbe provare con la spumantizzazione. Come si dice, una cosa alla volta. Abbiamo iniziato con due etichette poi sono diventate tre, poi ho fatto una vendemmia tardiva che è dal 2011 che non è possibile più farla perché tardiva vuol dire vendemmiare a dicembre no 20 giorni dopo.. Michele è pronto? Abbastanza. L’unica cosa che gli può mancare è di girare per vendere. Era anche la mia timidezza ma prima o poi bisogna farlo. Per quanto riguarda il lavoro nella vigna in cantina, forse è anche più preciso e più appassionato di me. C’è un enologo che ci segue, che è Maurizio Pezza di Velletri. È biologo appassionato di Cesanese. Condividiamo gli stessi principi del lavorare sul naturale. Ci consiglia di anno in anno, a seconda della qualità dell’uva, un lievito neutro. Io so che devo andare a vendere il vino. Se si fosse trovato qualcuno cui venderlo ero più contento. Fino ad un anno fa i clienti erano pure troppi. Il vino non ci bastava. Poi il mercato è crollato e se prima ci bastavano 40 clienti oggi ce ne vogliono 80. Una bella famiglia. Semplice ed unita. Tutto il resto, lasciamolo a qualche altro. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
5 Febbraio, 2026
Tedeschi a Wine Paris: la Valpolicella va in scena a Parigi
Dal 9 all’11 febbraio stand D158 con Amarone Marne 180, Ansari, Monte Olmi
Tedeschi sarà presente a Wine Paris & Vinexpo Paris – dal 9 all’11 febbraio 2026 a Parigi (Padiglione 2.1, Stand D158), vetrina sempre più importante per il mondo del vino, dove presenterà una selezione di vini che raccontano al meglio l’evoluzione stilistica e la profonda connessione dell’azienda con il territorio della Valpolicella.
La partecipazione a Wine Paris sarà l’occasione per continuare a raccontare a un pubblico internazionale il recente rebranding dell’azienda, che affianca alla storica identità enologica una brand image più definita e contemporanea. Il nuovo posizionamento, riassunto nel claim “Dediti alla conoscenza”, interpreta il vino come espressione del sapere e del dialogo continuo tra esperienza, ricerca e territorio, traducendosi in un linguaggio visivo elegante, coerente e riconoscibile sui mercati internazionali.
Sabrina Tedeschi
Wine Paris & Vinexpo Paris sta diventando una vetrina fondamentale per condividere con un pubblico internazionale il legame profondo che ci unisce alla Valpolicella e il percorso di rinnovamento che stiamo portando avanti. Il nuovo posizionamento nasce dal desiderio di rendere ancora più chiaro chi siamo oggi: una famiglia che da generazioni lavora per interpretare il territorio con rigore, sensibilità e visione. Dai grandi Amarone fino ai progetti più recenti come GA.RY, i vini in degustazione raccontano un’identità in evoluzione, fedele alle proprie radici ma capace di parlare il linguaggio del presente.
In degustazione allo stand D158 saranno presenti i grandi Amarone della Valpolicella, cuore storico della produzione Tedeschi, presentati attraverso le interpretazioni di Marne 180, Ansari e Monte Olmi.
Capitel Monte Olmi: cru storico di Pedemonte, eleganza profonda, frutto misurato, note balsamiche, grande struttura
Ansari: colline orientali, personalità equilibrata, balsamicità, precisione aromatica, trama armonica
Marne 180: suoli collinari, profilo verticale fresco, energia acida, vocazione gastronomica
Negli stessi giorni Tedeschi parteciperà anche alla quarta edizione della Fiera Vins du Monde, appuntamento organizzato dall’omonimo importatore, che si terrà nel rooftop Le Perchoir Porte de Versailles il 9 febbraio.
La Redazione
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5 Febbraio, 2026
Crescere investendo nelle persone: la strategia welfare di Amorim Cork Italia
Benessere come fattore competitivo a Conegliano
In un mercato del lavoro che evolve rapidamente, Amorim Cork Italia consolida il proprio modello di welfare aziendale, trasformando l’attenzione alle persone in un vero fattore competitivo. Con certificazioni quali Family Audit, Parità di Genere e il percorso Org+ (Organizzazione Positiva). L’azienda racconta un impegno reale, costruito nel tempo, che dimostra come benessere delle persone e risultati economici possano crescere insieme.
Il primo aspetto determinante da sempre nella storia dell’azienda è la vision dell’a.d. Carlos Veloso dos Santos che dall’ambiente trae origine per arrivare alle persone, proprio come i tappi in sughero che Amorim Cork Italia produce
Quando si parla di sostenibilità si pensa subito all’ambiente, mentre è poca l’attenzione alle persone. Per noi, invece, costituiscono il principale valore. Oggi, poi, ci troviamo di fronte alle nuove generazioni che cercano il ‘purpose’, vogliono che il lavoro sia uno strumento per costruire la loro felicità. Oggi troppe persone vivono il lavoro come un peso: vogliamo cambiare questa situazione”. Per questo abbiamo iniziato un percorso più di 10 anni fa, in parte sintetizzato dai collaboratori a seguire, basato sul benessere in azienda, che darà origine al libro ‘Ho sognato un’azienda felice’, che distribuirò il prossimo anno quando compirò 60 anni
Dennis Tonon, responsabile del team Energizzatori
Il modello di Amorim Cork Italia si basa su solide evidenze scientifiche. Oggi numerose ricerche dimostrano che il benessere delle persone ha un impatto diretto e misurabile su performance e risultati economici. Le aziende che promuovono una cultura positiva ottengono benefici concreti in termini di affidabilità, innovazione, fidelizzazione e qualità delle decisioni. Su queste basi nasce il modello Org+, fondato su tre pilastri: purpose (traducibile come “intento”, n.d.r.) condiviso, leadership positiva e coerenza culturale. Questi principi prendono forma nell’Amorim ImpAct System (AIS), un approccio strategico che integra persone, metodo e sistema per creare risultati sostenibili nel tempo.
Con 61 collaboratori, età media di 44 anni e un equilibrio generazionale che va dai Boomers (2%) alla Gen Z (11%), Amorim Cork Italia ha strutturato un approccio HR completo
Eleonora Moret, responsabile Risorse Umane
Abbiamo il 59% di donne in azienda e per noi una donna incinta è un dono. La nostra politica di neogenitorialità prevede 10 giorni di congedo retribuito al 100% per i padri, a fronte dei 2 previsti da legge, ma anche smart working nel primo mese e bonus di 500 euro per il nascituro. Valorizzare le persone non è solo un’opzione è una strategia, dal processo di selezione trasparente all’onboarding con Welcome Kit, dalla formazione continua con la Cork Academy ai test psico-attitudinali ogni tre anni. Il percorso per la Certificazione sulla Parità di Genere, poi, ottenuta il 10 aprile 2025, è stato il risultato di oltre un anno di lavoro. Abbiamo anche una politica di ‘tolleranza zero’, contro ogni forma di discriminazione.
Dal 2018 l’azienda rinnova anche la certificazione Family Audit della Provincia Autonoma di Trento. Come racconta Marta Donadel, responsabile del progetto:
Sono state attivate oltre 40 misure di conciliazione vita-lavoro, rivolte a tutti i collaboratori. Tra queste:
consegna settimanale gratuita di frutta fresca biologica e a km 0 dalla cooperativa sociale Terra Fertile, che supporta l’inserimento lavorativo di giovani con disabilità;
il pranzo per tutti i dipendenti anche per quelli che abitano vicino all’azienda con la possibilità di scegliere 5 diversi tipologie di locale;
17 biciclette aziendali per la mobilità sostenibile e per spostarsi anche nella pausa pranzo;
lezioni di ginnastica dolce due volte a settimana gratuite per tutti;
check-up sanitari completi annuali che sono un investimento a supporto concreto di un’opera di prevenzione e sostegno alla salute;
team building nella natura e Family Day per favorire il senso di aggregazione e condivisione, sia tra colleghi che con i propri affetti.
Il risultato è un’organizzazione dove ognuno si sente parte attiva di un progetto collettivo di crescita, un luogo dove ogni talento ha spazio per fiorire.
Amorim Cork Italia dimostra, così, che è possibile coniugare eccellenza produttiva e qualità della vita, innovazione e inclusione, risultati economici e felicità organizzativa. Un modello che non solo attrae e trattiene i talenti, ma che trasforma l’azienda in un luogo dove le persone scelgono di crescere, contribuire e realizzarsi. Come il sughero che non disperde nulla di sé e si rigenera sulla quercia ogni nove anni, così l’azienda coltiva una cultura che si rinnova continuamente, mettendo radici profonde nel territorio e guardando al futuro con la consapevolezza che investire nelle persone significa investire nella sostenibilità più autentica: quella che genera valore condiviso e duraturo.
Il Gruppo Amorim è la prima azienda al mondo nella produzione di tappi in sughero, in grado di coprire da sola nel 2024 il 45% del mercato mondiale di questo comparto e il 28% del mercato globale di chiusure per vino; conta un totale di 56 filiali di cui 22 distribuite nei principali Paesi produttori di vino. Il Gruppo Amorim esporta in più di 100 Paesi e ha le sue aziende in 28 Paesi nei cinque continenti, investe ogni anno milioni di euro in ricerca, sviluppo e innovazione (R&S+I), e ha registrato nel 2024 un fatturato consolidato di 939,1 milioni di euro, di cui circa 5,3 miliardi di tappi, che rappresentano il 76,4% delle vendite consolidate.
La Redazione
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5 Febbraio, 2026
La Sardegna di VINODABERE. Un viaggio in un'isola che è un continente.
IL COSA E IL DOVE
Nel fine settimana del 13 e 14 Dicembre scorsi VINODABERE ha organizzato la quarta Edizione de LA SARDEGNA DI VINODABERE, Evento dedicato alla viticoltura di una Regione che è in realtà un caleidoscopio di realtà.
Un “mondo di mondi” che il vino interpreta in maniera magistrale e che le oltre 40 Aziende presenti all’Hotel BELSTAY di Roma hanno presentato al numeroso pubblico intervenuto attraverso oltre 200 etichette.
GLI ASSAGGI
Circa 80 i vini che ho assaggiato, 80 pezzi del “continente Sardegna” a comporre un puzzle che ha soluzione solo se si è disposti a guardare il risultato della composizione con l’occhio di chi vede in Qualità e diversità il vero filo conduttore di un Terroir unico.
Qui Vi presento 17 etichette che ritengo degne della Vostra attenzione, criticate le mie scelte, suggeritemi altro ma soprattutto assaggiate e…condividete!
I PEZZI DA NOVANTA
– BARBAGIA IGT ROSSO “GHIRADA ELISI” 2023, CANTINA FRANCESCO CRISPONI: un vino netto, tagliente, duro come lo sguardo che i quattro mori lanciano allo stivale.
Sa di antico, di contorte radici e preistoriche memorie, fresco di alloro, piccante di spezia, pensieroso di lavoro fatto e camino spento.
Sorso succoso e profondo come solo le radici delle viti prefilosseriche sanno essere, frutto e tannini a dettare il ritmo, la spezia che torna, la terra un ricordo il cuoio una dura presenza quando infili la mano nella bisaccia per trarne fuori la bottiglia.
90 Punti? Sicuramente!
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “GRÀSSIA” 2021 RISERVA, GIUSEPPE SEDILESU: olfatto scuro, di tè nero e liquirizia, mirtilli e cioccolato, fresco di bosco…
Dolce come può esserlo solo la carezza fatta con la mano ruvida di chi sa e trasmette, per alcuni versi brusco, maledettamente attaccato alla terra, non nasconde il sudore e la fatica, da lì viene il vino!
Sorso di infinita, profonda freschezza, reso ancor più vivo dai tannini fin troppo pettinati e dalle impunture sapide che ne ricamano la trama.
Infinito nella sua persistenza balsamica, un vino per perdersi, un vino per ritrovarsi, erotico più che semplicemente passionale, un vino per dire: “Ancora!”
91 Punti.
– VERNACCIA DI ORISTANO DOC “ANTICO GREGORI” 1991 RISERVA, CONTINI: olfatto complesso che vede sfidarsi dolcezze di miele e ridondanze di dattero con amaritudini di mallo di noce, accenni sapidi di arachide con grassezze pasticcere di cioccolato bianco e caramella mou.
Il sorso rivela una inattesa, irriverente gioventù, dinamico, progressivo…infinito e, nell’attesa riempita di chiacchiere, un’anima vermoutheggiante che lascia basiti.
Forse esercizio di stile, forse quotidiana bravura.
90+ Punti.
I QUASIQUASI
– ISOLA DEI NURAGHI IGT BIANCO “LEILA” 2021, ALBERTO LOI: Cannonau…in bianco…
Il naso è un’esplosione che rimescola un universo di dolcezze (acacia, cera d’api, camomilla…) ad amaritudini di erbe aromatiche (salvia, timo…).
Giallo di ginestra e zafferano crea un ponte tra il Mediterraneo e quell’Oriente che la penisola nasconde alla vista tra ricordi di legni nobili e graffi di salgemma.
In bocca freschezza e struttura si danno la mano regalando un sorso dinamico e profondo che sottolinea frutta e spezie prima della lunga chiusura salata e vegetale.
88- – Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC JERZU “CARDEDO” 2019 RISERVA, ALBERTO LOI: mettete da parte le grassezze di prugne, amarene e more mature e concentrateVi sulle balsamicità, di tè e tabacco, sul pepe, la cannella, la noce moscata…
Un quadro orientale sul quale si stagliano note mediterranee di carruba, mirto e ginepro rivelate con genuina, contadina eleganza.
Sorso di grande equilibrio fresco-sapido, trama tannica fitta e sapientemente tessuta e spunti minerali ferrosi che lo rendono maledettamente aderente al Territorio.
Chiude lungo, anche troppo rispetto alla voglia di riempire ancora il calice.
Ad appena un passo da quel numero che tutti vorrebbero e comunque…tanta roba.
89- Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “URÙLU” 2022, CANTINE DI ORGOSOLO: vigne vecchie che respirano l’aria frizzante dei quasi 800m/slm regalano panorami ampi e interregionali, fatti di boschi di conifere e macchia mediterranea, frutti di bosco, liquirizia e sottolineature speziate.
Sorso caldo e avvolgente ma leggiadramente sostenuto dall’arrembante freschezza.
Lungo il finale, dedicato alla frutta e alla sapidità.
88- – Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC CLASSICO “SOROI” 2021, CANTINE DI ORGOSOLO: olfatto potente e concentrato, a sottolineare il nero della frutta in confettura e di un ginepro che aggiunge freschezza balsamica a dolcezze non disdegne del miele.
Sorso di grande impatto calorico e schiaffeggianti contrasti, rude sulle gengive, carezzevole in gola e lungo…molto lungo nel ricordarVi la sostanza della frutta.
88++ Punti.
– VERMENTINO DI GALLURA SUPERIORE 2019 (MAGNUM), TENUTE CAMPIANATU: un vino che ho assaggiato seguendone le età, dallo “JUNIOR” 2024 irriverente nei profumi e quasi dimentico del mare di cui si riempie lo sguardo, passando per una annata 2023 floreale e balsamica ma forse un pochino troppo “caciarona”, la maturità di una 2022 di grande sostanza e il “passo falso di una 2021 spintasi forse un po’ troppo oltre.
Beh, questa 2019 ha una marcia in più; matura ed esotica (forse con la “r”), agrumata, fresca di primavera e macchia mediterranea non ha falsi pudori e scomoda un idrocarburo che sa di fuoribordo lanciato attraverso le onde della Costa Smeralda.
Il sorso è di bilanciato equilibrio, ricco, succoso, disteso tra sontuose dolcezze e concreta sostanza a guardare lontano nell’allungo intriso di fiori e frutta.
90 Punti (con un “forse”).
– VERMENTINO DI GALLURA SUPERIORE “THILIBAS” 2024, CANTINA PEDRES: un Vermentino che
si presenta al naso anteponendo alla frutta le freschezze balsamiche, gli intrichi di macchia mediterranea, le erbe aromatiche e un ché di etereo.
In bocca la sapidità comanda e la freschezza beh…stringe un po’ i denti per non perdere la scia mentre il piacevole finale vede la rivincita della frutta.
88- Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “VISERA” 2023, CANTINA FRANCESCO CRISPONI: intimista, forse terroso in principio, sicuramente speziato in quel suo divenire stentato che sa di rustica timidezza.
Con impegno si riesce a tirargli fuori un frutto denso, quasi appassito…
In bocca è complesso e compresso, eppure succoso, balsamico, decisamente sapido, intrigantemente fumé.
Io lo vedo da bicchiere piccolo, sedie di paglia e parole sussurrate.
88+ Punti.
– BARBAGIA IGT ROSSO “TZAPPU” 2022, SIOTTO: profondamente scuro e speziato, di balsamiche aperture, che della frutta racconta la ciliegia e l’arancia sanguinella mentre lascia intravedere il mare tra gli intrichi di macchia mediterranea.
Sorso teso, pieno, consistente e profondo con un lunghissimo finale cui si arriva percorrendo un sentiero di freschezze agrumate punteggiato di spezie e richiami iodati.
88+ Punti.
– BARBAGIA IGT ROSSO “GHIRADA ELISI” 2023, SIOTTO: olfatto tagliente, le erbe aromatiche in prima fila, i fiori come un tappeto, i piccoli frutti di bosco in lungo corteo, un legno che si traveste da baccello di vaniglia e che è appena troppo evidente…
Sorso diretto, spigoloso eppure elegante, tannini carezzevoli (ma un pochino affettati), freschezza e sapidità continuamente ravvivate a stimolare la beva, lungo…molto lungo nel ricordare la frutta.
88+ Punti.
– CANNONAU DI SARDEGNA DOC “BAKARRU (GHIRADA BUCARRU)” 2022, GIAN PIERO TRAMALONI: da alberelli di ottant’anni 15° alcolici che Vi accolgono con un fiato di lacca che però non deve fuorviarVi.
Frutta e spezie tracciano un sentiero di quasi vin brulé tra cannella e chiodi di garofano e scorza d’arancia.
Visciole e prugne si confondono a vegetalità di sottobosco mentre liquirizia e cioccolato sono il gatto e la volpe.
Sorso profondo e di grande equilibrio fresco-sapido, centrato sul frutto carnoso e tenuto ben vivo da freschezze d’agrume fino alla lunga chiusura che racconta di n uovo erbe e spezie infuse.
88++ Punti
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a VINODABERE e a Maurizio Valeriani per avermi voluto ospitare ancora una volta a un Evento che merita di essere etichettato come uno di quelli “da non perdere” all’interno del vastissimo panorama romano.
GRAZIE anche a tutti i Produttori che hanno voluto condividere con me il loro lavoro, le loro esperienze e la loro passione.
È stata una giornata molto intensa, ricca di stimoli e spunti di approfondimento.
Io ho già messo in agenda la prossima Edizione e, datemi retta, Voi fate lo stesso
Roberto Alloi – VINODENTRO
Su Instagram @eno_evo
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4 Febbraio, 2026
Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo è servito
Entusiasmo
Sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale Definire con una semplice parola un anno intero di lavoro potrebbe essere riduttivo e magari poco gratificante per chi ha lungamente faticato per arrivare alla fine di un percorso. Eppure, è l’esatta parola che mi è venuta in mente riflettendo sulla giornata Un Mare di Foglie dedicata alla consacrazione dei vini biologici e della Guida Bio organizzata da Antonio Stanzione. Entusiasmo che ho respirato nel corso delle due ore intense di discussioni attorno al mondo del biologico in Italia. Entusiasmo durante le premiazioni delle Foglie d’oro, dei vini e delle aziende. Entusiasmo di chi ha partecipato al successivo pomeriggio degustativo. Entusiasmo tra tutti i produttori presenti. Entusiasmo nello staff di Antonio. Entusiasmo in Antonio stesso che credo non abbia mancato neanche una stretta di mano o un sorriso. Un entusiasmo contagioso e diffuso che evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, come il vino prodotto secondo criteri di rispetto per l’ecosistema debba necessariamente essere parte integrante del nostro futuro. Ciò, nonostante vi siano produttori che stanno abbandonando il proprio orientamento al biologico. Occorre parlare chiaro e dire una volta per tutti che il biologico non è per tutti e non si può utilizzare ovunque. A meno di riduzioni delle quantità raccolte. C’è poco da fare. Ci sono infatti luoghi con condizioni pedoclimatiche piuttosto che annate particolari che necessitano numeri consistenti di trattamenti in vigna in assenza dei quali la produzione non può che risentirne. Delle due, l’una: o meno interventi e meno raccolto o più interventi e più raccolto. Tutto ciò si traduce in sostenibilità economica, margini, prezzi e compagnia cantando. L’entusiasmo di un intero movimento che celebra il biologico come ragione dell’essere, va oltre. Va oltre la fatica, le energie, il tempo. Persino i profitti. L’importante è realizzare vini di assoluto livello. Sani. Ecco allora cosa ho scelto nel corso della degustazione pomeridiana. Cà du Ferrà Che dire? Ho riassaggiato i loro vini delle Cinque Terre prodotti a Bonassola (SP): identitari, sapidi, stratificati, vivi. Non posso che rimanerne sempre affascinato. Bonzolae (Vermentino, Albrarola, Bosco), Luccicante (Vermentino) e il mitico Ruzzese Zero tolleranza per il silenzio con l’etichetta che Davide mi ha strappato in diretta. Si strappato! Perché il nome emerge solo tirando un lembo con il movimento di strappare l’etichetta. Sono vini che meritano non solo l’assaggio ma la poesia di essere vissuti ascoltando lo sciabordio delle ombre. Un crescendo di sensazioni senza che l’uno prevalga sull’altro. Un gioco di emozioni che si sussegue, compensando l’altro quel tanto da renderlo diverso e unico. Giusto difronte ho trovato un’altra Cà, Cà Rugate In Veneto, a Montecchia di Crosara (VR) si fanno incontri interessanti, come Michele Tessari con il quale, ridendo e scherzando, ho avuto il grande piacere di assaggiare due vini ed un Vermouth. Già, un Vermouth, oltretutto prodotto con l’Amarone. Da pazzi sì ma il risultato è, appunto, pazzesco, folle. Uno di quei prodotti per i quali la bottiglia da 0.75 non è sufficiente. Ovviamente, se qualcuno pensasse di utilizzare questo Vermouth come base per cocktail, peste lo colga.
Amedeo, il Durello con ben nove anni di affinamento sui lieviti, dimostra ancora una volta come questo vitigno sia del tutto sottovalutato.
Non poteva mancare il Dio Amarone che, in questo caso, arriva dalle zone collinari adiacenti alla Cima Caponiera. Nomen Omen. L’opulenza non appartiene a questo Amarone che fa invece della fresca croccantezza la sua vera forza. Con Rabottini si fa tappa in Abruzzo. A Chieti. Una tappa per la quale occorre prendersi del tempo. Non certo quello che Carlo lascia riposare i suoi vini visto che è molto lungo. I vini di Carlo sono come una di quelle belle donne che amano farsi aspettare e anche quando arrivano, non si concedono subito. Tocca mettercela tutta.
Per iniziare si parte proprio con Per Iniziare. Altro nomen omen della serata. Un Trebbiano del 2017 che quando assaggi ti fa dire solo una cosa: wow. Oltre a dire però la voglia di provare altro è molto ma molto alta. Come le aspettative.
A Salire non può mancare il Cerasuolo. 2019 e 2022. Chi l’ha detto che il Cerasuolo va bevuto giovane? Non certo Carlo. Lui aspetta pure questo. E fa bene perché ciò che emerge sono due evoluzioni che possono far parlare di se. Dopo essersi inebriati di sentori che sanno di attesa. Due espressioni di Cerasuolo da Montepulciano che continuano a farti dire: wow.
Poi per finire c’è Ed in Fine, il Montepulciano 2018 che, con il suo solo acciaio, ha dalla sua una sapidità ed una freschezza così intensa che ne berresti una bottiglia intera.
Ed in Fine è un nome sbagliato perché avrei voluto altri vini. Sempre in Abruzzo, Tenuta Pescarina è a Spoltore (PE). Il Cerasuolo non può mancare e infatti Radusa lo rappresenta appieno. Semplice, sapido, diretto. Non si può volere altro da un Cerasuolo. L’importanza arriva con il Montepulciano Fra Lucerta. Affinato in tino di legno e a fermentazione spontanea spinge e spinge tanto. Ricco e forte grazie ad un tannino che non perdona. La Sicilia è tante cose. L’Etna però, Idda, è qualcosa di più. Il vulcano è vita. Complicata, ma vita. Tenuta Boccarossa di Passopisciaro (CT) è anzitutto Claudia e Michele con il loro sorriso e la loro storia fatta non solo di Italia. I vini sono espressione diretta del terreno vulcanico tanto che l’Etna Bianco Sciara 1911 prende il nome proprio dalla colata lavica (sciara) dello stesso anno. Un Carricante che fa della sapidità minerale delle zagare il suo punto di forza. Poi l’Etna Rosato da Nerello Mascalese che fa sognare i tramonti sul mare di Sicilia. Non può mancare l’Etna Rosso sempre da Nerello Mascalese. Forte come la sciara e caldo come il sole della Sicilia. Tannico, avvolgente. Poi però la chicca vera e propria, il DiRampante, Nerello Mascalese dalle vigne antiche di oltre 130 anni poste in quota. Con una vigna che resiste così tanto, ciò che ne deriva è qualcosa che varrebbe la pena di preservare per sempre. In Trentino Alto Adige, a Lavis (TN) c’è Maso Furli che sfrutta a pieno le montagne e di queste le tradizioni. È così che il Sauvignon transita per parte della massa in legno senza risentirne più di tanto. Anzi, offre qualcosa di più al Sauvignon. L’Incrocio Manzoni, semplice ma particolarmente efficace è giusto preludio al Gewurztraminer. Entrambe non sono assolutamente stucchevoli e la minerale sapidità ne fanno due gioiellini da non mancare. Ho trovato dei vini che meritano di essere raccontati con calma, senza clamore. Così come Marco, timido e riservato ma che nasconde qualcosa di interessante da raccontare. La mia amica Barbara Fracassi ha insistito tanto per portarmi nel foyer per farmi provare Il Borro de Il Borro ovviamente. Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah. Un blend al quale non si può e non si deve dire nulla. Si applaude. Mentalmente e in silenzio. Altrimenti ci si disturba nella degustazione contemplativa. Torniamo alle regioni e via in Friuli Venezia Giulia con Tenuta Stella. Delegna del Collio (GO) dice tutto del dove siamo e cosa si può trovare qui. Il Tocai Friulano ovviamente. Peccato aver perso la diatriba sul nome. Comunque, lieviti indigeni e solo acciaio per ritrovare una mandorla minerale e tanti agrumi di pasticceria che quasi mi dispiace portare il calice in bocca. Meno male che l’ho fatto perché la meraviglia si presente. Chapeau. Anche la Malvasia non sfigura per nulla. Parte della massa passata in botte che all’inizio mi aveva spaventato ma poi in bocca stupisce per la sua struttura senza alcuna stratificazione particolare. Intensamente meraviglioso. Infine Sdencina Rosso che è un ricco blend di tutte le uve a bacca rossa del territorio: Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino. Per domarle ed amalgamarle un doppio passaggio in barrique e botte grande. Il risultato è un vino che ancora non è domato ma ringrazio per questo perché mantiene una intensa freschezza tagliente tipico dei vini di queste zone. Un ritorno in Alto Adige ma più su di prima. Glassierhof è a Neumarkt ovvero Egna. Stefan Vaja con i suoi capelli bianchi, quando ti guarda, sembra metterti in soggezione. Poi però si scopre simpaticissimo. I vini sono una sua propagazione. A partire dal Sauvignon che è semplice, diretto, schietto. Minerale, sapido, fresco. Top.
Vernach è la Schiava che qui coltivano solo chi ama non distaccarsi dalla tradizione senza lasciarsi influenzare dalle sirene dei vitigni che in queste zone la fanno da padrona. Vero, incredibilmente vero. Fresco, incredibilmente fresco. Territoriale. Stop.
Il Pinot Nero Riserva Himalaya 2021 è la esaltazione di questo territorio grazie ai vigneti in altezza, alla fermentazione in barrique e all’affinamento in botti di quercia. Un vino che merita una carne di accompagnamento. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Merlot Riserva 2018. Incredibilmente meraviglioso tanto che non saprei quale scegliere tra i due per una serata dinanzi al camino. El Citera è in Veneto, a Peschiera del Garda. Un nome che andrebbe raccontato con maggiore calma e non è detto non lo faccia a breve. L’esaltazione del Turbiana si fa con due vini: il Lugana DOC, semplice e diretto; l’Artigianale, che invecchiando 24 mesi in cemento (come si faceva una volta!) aumentano la complessità non lasciando andar via la freschezza. Incredibili. Sempre sul Garda, ma a Lonato ovvero in Lombardia, c’è Perla del Garda. Sempre Turbiana, sempre Lugana, stavolta bollicine. E che bollicine. Uno Charmat che fa dell’esaltazione della Turbiana una ragione di vita. Essenzialmente buono!
Poi il Valténesi, Groppello, Marzemino, Sangiovese, Barbera per un rosato Charmat che si berrebbe dall’aperitivo al contorno del secondo senza sosta. Slurp. Podere 109 è in Toscana è a Grosseto Il punto di forza è senza dubbio Peppe Esposito che ha trovato qui il suo buon ritiro producendo vini di una tale schiettezza che mi hanno fatto ricordare quelli campani. In fondo, il nome non tradisce la sua provenienza (di Peppe ovviamente). Il Trebbiano si concede un breve passaggio in legno così da renderlo, oltre che fresco e sapido, anche con un po’ di quella struttura che non guasta. Pur rimanendo schietto!
Il Ciliegiolo segue la stessa strada del Trebbiano dando vita ad un vino sincerissimo comunque dotato di struttura caparbia e ammaliante.
Infine il Sangiovese con passaggio in barrique e tonneaux: ecco un vino che sa di Toscana marittima. Insomma, vini che se si stappano con Peppe, si finiscono chiacchierando della vita! In Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Hic et Nunc. Un nome importante per una giovanissima cantina che produce vini del territorio. Monolite è il Cortese, antico vitigno che se ne sta quasi in disparte ma quando è come questo, meriterebbe la prima fila. Sarà stato il passaggio in legno che l’ha reso più complesso o il Cortese che si esprime benissimo ma i sentori di indrocarburi mi hanno stregato. Alla beve poi, pure!
Altromondo è il Grignolino, altro vitigno tipico della zona. Semplice e di beva semplice. Ma di quella beva che la bottiglia finisce in un nulla. Basta una fetta di salame.
Monumento infine è la Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Il passaggio in legno è d’obbligo così che il risultato è un vino pazzesco. Fresco e tannico. Complesso e super sinuoso. Buono ma buono. Essendoci Villa Bucci non potevo non riassaggiare il Classico dei Classici: il Verdicchio 2024. Un vino che non si smentisce. Certo, magari in alcuni contesti, è sopravvalutato ma secondo me di Verdicchio come questo ce ne vorrebbero e tanti. Senza dimenticare che altri produttori hanno brevettato una bottiglia ma Villa Bucci ha reso grande il Verdicchio. Ecchettelodicoafa! Tenimenti Leoni mi porta nel Lazio, sui terreni vulcanici di Lanuvio. Vulc Num è il Bellone che qui si esalta davvero con la sua fresca sapidità che sa di minerale. Caliga è il blend Vermentino, Bellone e Chardonnay che mantiene la beva del Bellone ma con un bouquet che si arricchisce e tanto. Elegantissimo! L’azienda poi merita una visita per salire fin su la torre che sta li da tempo immemore e dalla cui sommità si può vedere tranquillamente il mare. Il che capita anche nelle giornate nuvolose purché dopo la degustazione. Tornando in Liguria ma molto più a nord, la fermata da Tenuta Maffone è d’obbligo. Il Metodo Classico Duezerosette da Ormeasco con 84 mesi sui lieviti è qualcosa che va necessariamente e assolutamente assaggiato. Così come l’Ormeasco di Pornassio Superiore 2022 Il Meneghin. Provare per credere (e rimanere stupiti). In ogni modo, onore al merito di Eliana e Bruno che con tanta fatica e altrettanta passione hanno recuperato terreni non consentendo loro l’oblio. Stessa cosa per l’Ormeasco di Pornassio che in queste versioni, senza dimenticare lo Sciacchetrà, sono dei vini dal potenziale incredibile. In Veneto ancora, a Brognoligo di Monteforte d’Alpone (VR), c’è Portinari Maria Portinari, una donna di una dolcezza infinita. Soave i suoi modi, Soave i suoi i vini. Vere perle nascoste tra le dolci colline venete. Il Ronchetto è il Soave Classico DOCG, un cru che sa di freschezza e spensieratezza composta. Un vino che quando il sorso va giù non puoi che guardare il calice e sussurrare: però, però!
Il Soave Vigne Le Albare proviene invece da un vigneto posto in pianura. Qui la Garganega si esprime in maniera totalmente diversa dalla collina e la tecnica della Doppia Maturazione Ragionata che consiste nel recidere il tralcio di parte dei grappoli in pianta e lasciarli maturare solo con il sole, dona a questo vino una maggiore rotondità. Al naso la frutta secca fa capolino e al sorso si apprezza una versione di Soave decisamente complessa e avvolgente. Sempre in Veneto a Farra di Soligo (TV) c’è Perlage. Ovviamente bollicine, ça va sans dire. Animae è il Prosecco Superiore DOCG da Glera senza solfiti. Ecco, finalmente qualcosa di diverso da un Prosecco che continua a sapere di Prosecco ma con una meravigliosa sensazione di freschezza. Tanto per continuare a stupire e dimostrare che anche il Prosecco può essere speciale, ecco Col di Manza, Prosecco DOCG Millesimato Extra Dry proveniente da agricoltura biodinamica. Oltre che speciale questo Prosecco è unico e intenso. Da non sprecare! Ecco qui. Questo è stato il mio Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo l’ho ritrovato nei vini che ho assaggiato e in tutti i produttori che ho incontrato. Questo è lo spirito giusto. Questo il futuro sostenibile da lasciare alle nuove generazioni. Solo che, così come ho avuto modo di motivare nel mio personale intervento in plenaria, occorre uscire fuori dal mero ambito agricolo e comprendere che se tutto ciò, se questo incredibile movimento e gli altrettanto incredibili prodotti ha la pretesa di essere di esempio gridando al mondo che un modo diverso di fare vino è possibile, occorre comunicare. Occorre prendersi del tempo per comunicare le proprie storie, quelle di cui la gente si nutre lasciando stare i punteggi e le dissertazioni enfatiche dei vecchi tromboni del vino. Le persone oltre che nutrirsi di cibo e vino, si nutrono di storie. Sono queste che fanno la differenza e creano un ricordo. Quello che poi fa scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra. Comunicare non vuol dire necessariamente utilizzare denaro ma, sicuramente tempo. Tempo per guardarsi dentro e capire cosa si ha da raccontare: la propria anima. In tutti i produttori che ho incontrato qui da raccontare c’è tanto. Sarà perché hanno una grande anima. Buon racconto allora. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Sentimento intenso di gioia, di ammirazione, di desiderio per qualche cosa o per qualcuno, oppure totale dedizione a una causa, a un ideale Definire con una semplice parola un anno intero di lavoro potrebbe essere riduttivo e magari poco gratificante per chi ha lungamente faticato per arrivare alla fine di un percorso. Eppure, è l’esatta parola che mi è venuta in mente riflettendo sulla giornata Un Mare di Foglie dedicata alla consacrazione dei vini biologici e della Guida Bio organizzata da Antonio Stanzione. Entusiasmo che ho respirato nel corso delle due ore intense di discussioni attorno al mondo del biologico in Italia. Entusiasmo durante le premiazioni delle Foglie d’oro, dei vini e delle aziende. Entusiasmo di chi ha partecipato al successivo pomeriggio degustativo. Entusiasmo tra tutti i produttori presenti. Entusiasmo nello staff di Antonio. Entusiasmo in Antonio stesso che credo non abbia mancato neanche una stretta di mano o un sorriso. Un entusiasmo contagioso e diffuso che evidenzia, se mai ve ne fosse bisogno, come il vino prodotto secondo criteri di rispetto per l’ecosistema debba necessariamente essere parte integrante del nostro futuro. Ciò, nonostante vi siano produttori che stanno abbandonando il proprio orientamento al biologico. Occorre parlare chiaro e dire una volta per tutti che il biologico non è per tutti e non si può utilizzare ovunque. A meno di riduzioni delle quantità raccolte. C’è poco da fare. Ci sono infatti luoghi con condizioni pedoclimatiche piuttosto che annate particolari che necessitano numeri consistenti di trattamenti in vigna in assenza dei quali la produzione non può che risentirne. Delle due, l’una: o meno interventi e meno raccolto o più interventi e più raccolto. Tutto ciò si traduce in sostenibilità economica, margini, prezzi e compagnia cantando. L’entusiasmo di un intero movimento che celebra il biologico come ragione dell’essere, va oltre. Va oltre la fatica, le energie, il tempo. Persino i profitti. L’importante è realizzare vini di assoluto livello. Sani. Ecco allora cosa ho scelto nel corso della degustazione pomeridiana. Cà du Ferrà Che dire? Ho riassaggiato i loro vini delle Cinque Terre prodotti a Bonassola (SP): identitari, sapidi, stratificati, vivi. Non posso che rimanerne sempre affascinato. Bonzolae (Vermentino, Albrarola, Bosco), Luccicante (Vermentino) e il mitico Ruzzese Zero tolleranza per il silenzio con l’etichetta che Davide mi ha strappato in diretta. Si strappato! Perché il nome emerge solo tirando un lembo con il movimento di strappare l’etichetta. Sono vini che meritano non solo l’assaggio ma la poesia di essere vissuti ascoltando lo sciabordio delle ombre. Un crescendo di sensazioni senza che l’uno prevalga sull’altro. Un gioco di emozioni che si sussegue, compensando l’altro quel tanto da renderlo diverso e unico. Giusto difronte ho trovato un’altra Cà, Cà Rugate In Veneto, a Montecchia di Crosara (VR) si fanno incontri interessanti, come Michele Tessari con il quale, ridendo e scherzando, ho avuto il grande piacere di assaggiare due vini ed un Vermouth. Già, un Vermouth, oltretutto prodotto con l’Amarone. Da pazzi sì ma il risultato è, appunto, pazzesco, folle. Uno di quei prodotti per i quali la bottiglia da 0.75 non è sufficiente. Ovviamente, se qualcuno pensasse di utilizzare questo Vermouth come base per cocktail, peste lo colga.
Amedeo, il Durello con ben nove anni di affinamento sui lieviti, dimostra ancora una volta come questo vitigno sia del tutto sottovalutato.
Non poteva mancare il Dio Amarone che, in questo caso, arriva dalle zone collinari adiacenti alla Cima Caponiera. Nomen Omen. L’opulenza non appartiene a questo Amarone che fa invece della fresca croccantezza la sua vera forza. Con Rabottini si fa tappa in Abruzzo. A Chieti. Una tappa per la quale occorre prendersi del tempo. Non certo quello che Carlo lascia riposare i suoi vini visto che è molto lungo. I vini di Carlo sono come una di quelle belle donne che amano farsi aspettare e anche quando arrivano, non si concedono subito. Tocca mettercela tutta.
Per iniziare si parte proprio con Per Iniziare. Altro nomen omen della serata. Un Trebbiano del 2017 che quando assaggi ti fa dire solo una cosa: wow. Oltre a dire però la voglia di provare altro è molto ma molto alta. Come le aspettative.
A Salire non può mancare il Cerasuolo. 2019 e 2022. Chi l’ha detto che il Cerasuolo va bevuto giovane? Non certo Carlo. Lui aspetta pure questo. E fa bene perché ciò che emerge sono due evoluzioni che possono far parlare di se. Dopo essersi inebriati di sentori che sanno di attesa. Due espressioni di Cerasuolo da Montepulciano che continuano a farti dire: wow.
Poi per finire c’è Ed in Fine, il Montepulciano 2018 che, con il suo solo acciaio, ha dalla sua una sapidità ed una freschezza così intensa che ne berresti una bottiglia intera.
Ed in Fine è un nome sbagliato perché avrei voluto altri vini. Sempre in Abruzzo, Tenuta Pescarina è a Spoltore (PE). Il Cerasuolo non può mancare e infatti Radusa lo rappresenta appieno. Semplice, sapido, diretto. Non si può volere altro da un Cerasuolo. L’importanza arriva con il Montepulciano Fra Lucerta. Affinato in tino di legno e a fermentazione spontanea spinge e spinge tanto. Ricco e forte grazie ad un tannino che non perdona. La Sicilia è tante cose. L’Etna però, Idda, è qualcosa di più. Il vulcano è vita. Complicata, ma vita. Tenuta Boccarossa di Passopisciaro (CT) è anzitutto Claudia e Michele con il loro sorriso e la loro storia fatta non solo di Italia. I vini sono espressione diretta del terreno vulcanico tanto che l’Etna Bianco Sciara 1911 prende il nome proprio dalla colata lavica (sciara) dello stesso anno. Un Carricante che fa della sapidità minerale delle zagare il suo punto di forza. Poi l’Etna Rosato da Nerello Mascalese che fa sognare i tramonti sul mare di Sicilia. Non può mancare l’Etna Rosso sempre da Nerello Mascalese. Forte come la sciara e caldo come il sole della Sicilia. Tannico, avvolgente. Poi però la chicca vera e propria, il DiRampante, Nerello Mascalese dalle vigne antiche di oltre 130 anni poste in quota. Con una vigna che resiste così tanto, ciò che ne deriva è qualcosa che varrebbe la pena di preservare per sempre. In Trentino Alto Adige, a Lavis (TN) c’è Maso Furli che sfrutta a pieno le montagne e di queste le tradizioni. È così che il Sauvignon transita per parte della massa in legno senza risentirne più di tanto. Anzi, offre qualcosa di più al Sauvignon. L’Incrocio Manzoni, semplice ma particolarmente efficace è giusto preludio al Gewurztraminer. Entrambe non sono assolutamente stucchevoli e la minerale sapidità ne fanno due gioiellini da non mancare. Ho trovato dei vini che meritano di essere raccontati con calma, senza clamore. Così come Marco, timido e riservato ma che nasconde qualcosa di interessante da raccontare. La mia amica Barbara Fracassi ha insistito tanto per portarmi nel foyer per farmi provare Il Borro de Il Borro ovviamente. Merlot, Cabernet Sauvignon, Syrah. Un blend al quale non si può e non si deve dire nulla. Si applaude. Mentalmente e in silenzio. Altrimenti ci si disturba nella degustazione contemplativa. Torniamo alle regioni e via in Friuli Venezia Giulia con Tenuta Stella. Delegna del Collio (GO) dice tutto del dove siamo e cosa si può trovare qui. Il Tocai Friulano ovviamente. Peccato aver perso la diatriba sul nome. Comunque, lieviti indigeni e solo acciaio per ritrovare una mandorla minerale e tanti agrumi di pasticceria che quasi mi dispiace portare il calice in bocca. Meno male che l’ho fatto perché la meraviglia si presente. Chapeau. Anche la Malvasia non sfigura per nulla. Parte della massa passata in botte che all’inizio mi aveva spaventato ma poi in bocca stupisce per la sua struttura senza alcuna stratificazione particolare. Intensamente meraviglioso. Infine Sdencina Rosso che è un ricco blend di tutte le uve a bacca rossa del territorio: Pignolo, Tazzelenghe, Merlot, Refosco dal Peduncolo Rosso, Schioppettino. Per domarle ed amalgamarle un doppio passaggio in barrique e botte grande. Il risultato è un vino che ancora non è domato ma ringrazio per questo perché mantiene una intensa freschezza tagliente tipico dei vini di queste zone. Un ritorno in Alto Adige ma più su di prima. Glassierhof è a Neumarkt ovvero Egna. Stefan Vaja con i suoi capelli bianchi, quando ti guarda, sembra metterti in soggezione. Poi però si scopre simpaticissimo. I vini sono una sua propagazione. A partire dal Sauvignon che è semplice, diretto, schietto. Minerale, sapido, fresco. Top.
Vernach è la Schiava che qui coltivano solo chi ama non distaccarsi dalla tradizione senza lasciarsi influenzare dalle sirene dei vitigni che in queste zone la fanno da padrona. Vero, incredibilmente vero. Fresco, incredibilmente fresco. Territoriale. Stop.
Il Pinot Nero Riserva Himalaya 2021 è la esaltazione di questo territorio grazie ai vigneti in altezza, alla fermentazione in barrique e all’affinamento in botti di quercia. Un vino che merita una carne di accompagnamento. Stesso discorso per il Cabernet Sauvignon Merlot Riserva 2018. Incredibilmente meraviglioso tanto che non saprei quale scegliere tra i due per una serata dinanzi al camino. El Citera è in Veneto, a Peschiera del Garda. Un nome che andrebbe raccontato con maggiore calma e non è detto non lo faccia a breve. L’esaltazione del Turbiana si fa con due vini: il Lugana DOC, semplice e diretto; l’Artigianale, che invecchiando 24 mesi in cemento (come si faceva una volta!) aumentano la complessità non lasciando andar via la freschezza. Incredibili. Sempre sul Garda, ma a Lonato ovvero in Lombardia, c’è Perla del Garda. Sempre Turbiana, sempre Lugana, stavolta bollicine. E che bollicine. Uno Charmat che fa dell’esaltazione della Turbiana una ragione di vita. Essenzialmente buono!
Poi il Valténesi, Groppello, Marzemino, Sangiovese, Barbera per un rosato Charmat che si berrebbe dall’aperitivo al contorno del secondo senza sosta. Slurp. Podere 109 è in Toscana è a Grosseto Il punto di forza è senza dubbio Peppe Esposito che ha trovato qui il suo buon ritiro producendo vini di una tale schiettezza che mi hanno fatto ricordare quelli campani. In fondo, il nome non tradisce la sua provenienza (di Peppe ovviamente). Il Trebbiano si concede un breve passaggio in legno così da renderlo, oltre che fresco e sapido, anche con un po’ di quella struttura che non guasta. Pur rimanendo schietto!
Il Ciliegiolo segue la stessa strada del Trebbiano dando vita ad un vino sincerissimo comunque dotato di struttura caparbia e ammaliante.
Infine il Sangiovese con passaggio in barrique e tonneaux: ecco un vino che sa di Toscana marittima. Insomma, vini che se si stappano con Peppe, si finiscono chiacchierando della vita! In Piemonte, a Vignale Monferrato, c’è Hic et Nunc. Un nome importante per una giovanissima cantina che produce vini del territorio. Monolite è il Cortese, antico vitigno che se ne sta quasi in disparte ma quando è come questo, meriterebbe la prima fila. Sarà stato il passaggio in legno che l’ha reso più complesso o il Cortese che si esprime benissimo ma i sentori di indrocarburi mi hanno stregato. Alla beve poi, pure!
Altromondo è il Grignolino, altro vitigno tipico della zona. Semplice e di beva semplice. Ma di quella beva che la bottiglia finisce in un nulla. Basta una fetta di salame.
Monumento infine è la Barbera del Monferrato Superiore DOCG. Il passaggio in legno è d’obbligo così che il risultato è un vino pazzesco. Fresco e tannico. Complesso e super sinuoso. Buono ma buono. Essendoci Villa Bucci non potevo non riassaggiare il Classico dei Classici: il Verdicchio 2024. Un vino che non si smentisce. Certo, magari in alcuni contesti, è sopravvalutato ma secondo me di Verdicchio come questo ce ne vorrebbero e tanti. Senza dimenticare che altri produttori hanno brevettato una bottiglia ma Villa Bucci ha reso grande il Verdicchio. Ecchettelodicoafa! Tenimenti Leoni mi porta nel Lazio, sui terreni vulcanici di Lanuvio. Vulc Num è il Bellone che qui si esalta davvero con la sua fresca sapidità che sa di minerale. Caliga è il blend Vermentino, Bellone e Chardonnay che mantiene la beva del Bellone ma con un bouquet che si arricchisce e tanto. Elegantissimo! L’azienda poi merita una visita per salire fin su la torre che sta li da tempo immemore e dalla cui sommità si può vedere tranquillamente il mare. Il che capita anche nelle giornate nuvolose purché dopo la degustazione. Tornando in Liguria ma molto più a nord, la fermata da Tenuta Maffone è d’obbligo. Il Metodo Classico Duezerosette da Ormeasco con 84 mesi sui lieviti è qualcosa che va necessariamente e assolutamente assaggiato. Così come l’Ormeasco di Pornassio Superiore 2022 Il Meneghin. Provare per credere (e rimanere stupiti). In ogni modo, onore al merito di Eliana e Bruno che con tanta fatica e altrettanta passione hanno recuperato terreni non consentendo loro l’oblio. Stessa cosa per l’Ormeasco di Pornassio che in queste versioni, senza dimenticare lo Sciacchetrà, sono dei vini dal potenziale incredibile. In Veneto ancora, a Brognoligo di Monteforte d’Alpone (VR), c’è Portinari Maria Portinari, una donna di una dolcezza infinita. Soave i suoi modi, Soave i suoi i vini. Vere perle nascoste tra le dolci colline venete. Il Ronchetto è il Soave Classico DOCG, un cru che sa di freschezza e spensieratezza composta. Un vino che quando il sorso va giù non puoi che guardare il calice e sussurrare: però, però!
Il Soave Vigne Le Albare proviene invece da un vigneto posto in pianura. Qui la Garganega si esprime in maniera totalmente diversa dalla collina e la tecnica della Doppia Maturazione Ragionata che consiste nel recidere il tralcio di parte dei grappoli in pianta e lasciarli maturare solo con il sole, dona a questo vino una maggiore rotondità. Al naso la frutta secca fa capolino e al sorso si apprezza una versione di Soave decisamente complessa e avvolgente. Sempre in Veneto a Farra di Soligo (TV) c’è Perlage. Ovviamente bollicine, ça va sans dire. Animae è il Prosecco Superiore DOCG da Glera senza solfiti. Ecco, finalmente qualcosa di diverso da un Prosecco che continua a sapere di Prosecco ma con una meravigliosa sensazione di freschezza. Tanto per continuare a stupire e dimostrare che anche il Prosecco può essere speciale, ecco Col di Manza, Prosecco DOCG Millesimato Extra Dry proveniente da agricoltura biodinamica. Oltre che speciale questo Prosecco è unico e intenso. Da non sprecare! Ecco qui. Questo è stato il mio Un Mare di Foglie e Guida Bio. L’entusiasmo l’ho ritrovato nei vini che ho assaggiato e in tutti i produttori che ho incontrato. Questo è lo spirito giusto. Questo il futuro sostenibile da lasciare alle nuove generazioni. Solo che, così come ho avuto modo di motivare nel mio personale intervento in plenaria, occorre uscire fuori dal mero ambito agricolo e comprendere che se tutto ciò, se questo incredibile movimento e gli altrettanto incredibili prodotti ha la pretesa di essere di esempio gridando al mondo che un modo diverso di fare vino è possibile, occorre comunicare. Occorre prendersi del tempo per comunicare le proprie storie, quelle di cui la gente si nutre lasciando stare i punteggi e le dissertazioni enfatiche dei vecchi tromboni del vino. Le persone oltre che nutrirsi di cibo e vino, si nutrono di storie. Sono queste che fanno la differenza e creano un ricordo. Quello che poi fa scegliere una bottiglia piuttosto che un’altra. Comunicare non vuol dire necessariamente utilizzare denaro ma, sicuramente tempo. Tempo per guardarsi dentro e capire cosa si ha da raccontare: la propria anima. In tutti i produttori che ho incontrato qui da raccontare c’è tanto. Sarà perché hanno una grande anima. Buon racconto allora. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
4 Febbraio, 2026
L’Altra Toscana quinta edizione: 12 DOP/IGP il 18 febbraio a Firenze
L’ALTRA TOSCANA: ECCO LA QUINTA EDIZIONE
Il 18 febbraio a Firenze un appuntamento esclusivo, riservato alla stampa, dove 8 Consorzi – rappresentativi di 12 Denominazioni DOP e IGP – fanno squadra e accendono i riflettori su un volto diverso ed estremamente variegato della regione.
Torna L’Altra Toscana, l’anteprima che racconta una parte di Toscana meno nota e sempre più rilevante dell’enologia regionale. Giunta alla quinta edizione, la manifestazione – con adesioni già al completo – si svolgerà il 18 febbraio, nell’ormai consueta cornice di Palazzo Affari, e sarà esclusivamente dedicata alla stampa specializzata proveniente da diversi paesi del mondo.
I protagonisti di questa giornata sono alcuni territori meno conosciuti, dove la coltivazione della vite affonda le radici in secoli di storia e dove, accanto ai produttori locali storici, importanti nomi dell’enologia italiana contribuiscono a esprimere nei calici qualità e identità. Il loro lavoro si distingue per una grande attenzione sia in vigna sia in cantina.
Francesco Mazzei (Associazione L’Altra Toscana)
L’obiettivo è offrire nuovi spunti e stimolare la curiosità della stampa internazionale di settore attraverso un viaggio tra Denominazioni nate in territori straordinari, che hanno molto da raccontare.
Bianco di Pitigliano e Sovana, Chianti Rufina, Maremma Toscana, Montecucco e Montecucco Sangiovese, Orcia, Suvereto, Rosso della Val di Cornia e Val di Cornia, Terre di Casole, Vino Toscana: sono queste le DOP e le IGP in degustazione, espressione di un volto diverso e sfaccettato dell’enologia toscana.
Anche per questa quinta edizione, l’evento proporrà focus tematici e percorsi di degustazione guidati, pensati per offrire alla stampa strumenti di lettura approfonditi e chiavi interpretative efficaci di un mosaico enologico complesso e affascinante.
Adesioni complete: focus tematici, degustazioni guidate per chiavi lettura mosaico enologico affascinante.
Le 12 Denominazioni protagoniste
Bianco di Pitigliano e Sovana: Bianchi minerali vulcanici.
Chianti Rufina: Sangiovese elegante, freschezza appenninica.
Maremma Toscana: Rosso vigorosi, mare-montagna.
Montecucco e Montecucco Sangiovese: Colline amiata, struttura fine.
Orcia: Paesaggi Val d’Orcia, armonie UNESCO.
Suvereto: Bolgheri-style, Cabernet potenti.
Rosso della Val di Cornia e Val di Cornia: Minerali Etruschi.
Terre di Casole: Colline senesi, versatilità.
Vino Toscana: IGT trasversali, innovazione.
Francesco Mazzei (Associazione L’Altra Toscana)
In un’ottica di grande sinergia otto Consorzi presenteranno le nuove annate delle rispettive Denominazioni, insieme rappresentiamo oggi quasi il 40% dell’intera produzione vitivinicola toscana.
La regia organizzativa è affidata, come di consueto, a Scaramuzzi Team, realtà fiorentina con una consolidata esperienza nell’organizzazione di eventi legati al mondo del vino. L’Altra Toscana si inserisce, anche quest’anno, nel calendario della Settimana delle Anteprime di Toscana, che sarà inaugurata il 13 febbraio da PrimAnteprima, promossa da Regione Toscana e Camera di Commercio di Firenze insieme a PromoFirenze e Fondazione Sistema Toscana.
La Redazione
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4 Febbraio, 2026
Avize: De Sousa e Bouquin Dupont. Due letture, due interpretazioni, due voci dello stesso gesso
De Sousa e Bouquin-Dupont, nel cuore della Côte des Blancs
Avize è uno di quei villaggi che non hanno bisogno di essere spiegati troppo. Probabilmente conosciuto da tutti per essere il villaggio di Selosse. Però chiaramente non c’è solo Anselme con il suo fantastico Domaine ma anche tante altre bellissime realtà.
Avize è un Grand Cru per diritto e per evidenza nel bicchiere, rappresenta uno dei punti più alti della Côte des Blancs, dove lo Chardonnay trova una delle sue espressioni più rigorose e identitarie. Qui il gesso non è un concetto teorico, ma una presenza concreta che si traduce in tensione, salinità e precisione.
Camminare nel centro di Avize significa comprendere quanto il terroir, pur fortissimo, non sia mai uniforme. Bastano poche centinaia di metri per incontrare interpretazioni diverse, personali, coerenti ma non sovrapponibili. È il caso di De Sousa e Bouquin-Dupont, due cantine vicinissime tra loro, visitate in estate e in autunno, capaci di raccontare Avize con accenti differenti.
Avize tra estate e autunno
La lettura stagionale aiuta a comprendere meglio il villaggio.
In estate Avize appare più aperto, quasi luminoso: il frutto emerge con maggiore immediatezza, la cremosità dello Chardonnay si distende, la tensione resta ma dialoga con una sensazione di maggiore ampiezza.
In autunno, invece, tutto si fa più raccolto: i profili aromatici diventano più sobri, il sorso più essenziale, la mineralità prende il centro della scena. Il gesso si manifesta con maggiore chiarezza, guidando la progressione gustativa. È in questo doppio registro che le degustazioni da De Sousa e Bouquin-Dupont trovano la loro piena leggibilità. De Sousa: energia e materia La visita da De Sousa restituisce un’idea di Avize intensa, dinamica, quasi fisica. Azienda che è praticamente totalmente Biodinamica, rimangono ad ora solo due cuvee “in conversione”. Una volta terminate tutti gli champagne che usciranno sarnno biodinamici. Lo Chardonnay qui non cerca l’esilità: ha corpo, struttura, una materia presente che non rinuncia mai alla tensione. Il sorso è ampio ma sempre sostenuto, con una spinta costante che accompagna la degustazione dall’attacco alla chiusura. In estate, i vini mostrano un profilo più espansivo: agrumi, fiori bianchi, una cremosità ben integrata e una bollicina viva che sostiene il volume.
In autunno, la lettura diventa più severa e profonda: la materia si compatta, la freschezza si fa più incisiva, il finale si allunga su ritorni gessosi e salini più netti. De Sousa interpreta Avize come un equilibrio tra forza e slancio, dimostrando come la verticalità possa convivere con una struttura importante. Bouquin-Dupont: la misura del naturale Bouquin-Dupont è oggi una delle cantine più rappresentative del movimento degli Champagne naturali di altissimo livello, e non per moda, ma per coerenza e rigore. Siamo sempre ad Avize, nel pieno centro della Côte des Blancs, dove lo Chardonnay domina incontrastato. Qui viene utilizzato in purezza: tutti gli Champagne della maison sono Blanc de Blancs, provenienti esclusivamente da uve Chardonnay di proprietà. La produzione è minuscola, quasi eroica. Poco più di un ettaro e mezzo complessivo, suddiviso tra Avize (circa un ettaro), Cramant e Le Mesnil-sur-Oger, coltivato con attenzione maniacale. In alcune annate si arriva a produrre appena 500 bottiglie per singola etichetta, una scelta che riflette una filosofia chiara: meno quantità, massima espressione del territorio. Lo stile è improntato su lunghe soste sui lieviti, che donano una bollicina finissima, discreta, mai invasiva. Il sorso è preciso, continuo, capace di “solleticare” il palato senza mai diventare esibito. I dosaggi bassissimi – spesso estremi – contribuiscono a una lettura asciutta e verticale, dove la complessità nasce dalla base vinosa e non dalla correzione finale. In estate, i vini colpiscono per la loro naturalezza e scorrevolezza, con una tensione sempre presente ma mai aggressiva.
In autunno, la stessa impostazione si traduce in una maggiore austerità: il frutto si ritrae, la mineralità emerge con decisione, il finale diventa lungo, salino, profondamente territoriale. Bouquin-Dupont è Avize raccontata con misura, precisione e rispetto assoluto della materia prima. Una pausa nel villaggio: La Recommandée Tra le due visite, una sosta a La Recommandée, ex ufficio postale nel centro di Avize, completa naturalmente la giornata. Un luogo semplice e autentico, dove si mangiano ottime tartine e crostini, un croque monsieur eseguito come si deve, accompagnati da Champagne del villaggio e dei comuni limitrofi. Una pausa coerente, senza artifici, che permette di restare dentro il territorio anche a tavola. Due interpretazioni, un solo gesso Il confronto tra De Sousa e Bouquin-Dupont dimostra come Avize non sia un’espressione unica e monolitica.
Il terroir è lo stesso, il gesso è lo stesso, ma l’interpretazione cambia. • De Sousa lavora su energia, materia e ampiezza. • Bouquin-Dupont privilegia precisione, misura e verticalità naturale. Estate e autunno aggiungono ulteriori sfumature, mostrando come Avize sappia parlare con voci diverse senza mai perdere identità. Ed è proprio in questo dialogo, a pochi passi di distanza, che si coglie la grandezza autentica di questo Grand Cru. Il racconto però non si esaurisce qui. In primavera, a marzo, ritorneremo ad Avize per vedere cosa avrà ancora da dirci il gesso nel calice Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
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In estate Avize appare più aperto, quasi luminoso: il frutto emerge con maggiore immediatezza, la cremosità dello Chardonnay si distende, la tensione resta ma dialoga con una sensazione di maggiore ampiezza.
In autunno, invece, tutto si fa più raccolto: i profili aromatici diventano più sobri, il sorso più essenziale, la mineralità prende il centro della scena. Il gesso si manifesta con maggiore chiarezza, guidando la progressione gustativa. È in questo doppio registro che le degustazioni da De Sousa e Bouquin-Dupont trovano la loro piena leggibilità. De Sousa: energia e materia La visita da De Sousa restituisce un’idea di Avize intensa, dinamica, quasi fisica. Azienda che è praticamente totalmente Biodinamica, rimangono ad ora solo due cuvee “in conversione”. Una volta terminate tutti gli champagne che usciranno sarnno biodinamici. Lo Chardonnay qui non cerca l’esilità: ha corpo, struttura, una materia presente che non rinuncia mai alla tensione. Il sorso è ampio ma sempre sostenuto, con una spinta costante che accompagna la degustazione dall’attacco alla chiusura. In estate, i vini mostrano un profilo più espansivo: agrumi, fiori bianchi, una cremosità ben integrata e una bollicina viva che sostiene il volume.
In autunno, la lettura diventa più severa e profonda: la materia si compatta, la freschezza si fa più incisiva, il finale si allunga su ritorni gessosi e salini più netti. De Sousa interpreta Avize come un equilibrio tra forza e slancio, dimostrando come la verticalità possa convivere con una struttura importante. Bouquin-Dupont: la misura del naturale Bouquin-Dupont è oggi una delle cantine più rappresentative del movimento degli Champagne naturali di altissimo livello, e non per moda, ma per coerenza e rigore. Siamo sempre ad Avize, nel pieno centro della Côte des Blancs, dove lo Chardonnay domina incontrastato. Qui viene utilizzato in purezza: tutti gli Champagne della maison sono Blanc de Blancs, provenienti esclusivamente da uve Chardonnay di proprietà. La produzione è minuscola, quasi eroica. Poco più di un ettaro e mezzo complessivo, suddiviso tra Avize (circa un ettaro), Cramant e Le Mesnil-sur-Oger, coltivato con attenzione maniacale. In alcune annate si arriva a produrre appena 500 bottiglie per singola etichetta, una scelta che riflette una filosofia chiara: meno quantità, massima espressione del territorio. Lo stile è improntato su lunghe soste sui lieviti, che donano una bollicina finissima, discreta, mai invasiva. Il sorso è preciso, continuo, capace di “solleticare” il palato senza mai diventare esibito. I dosaggi bassissimi – spesso estremi – contribuiscono a una lettura asciutta e verticale, dove la complessità nasce dalla base vinosa e non dalla correzione finale. In estate, i vini colpiscono per la loro naturalezza e scorrevolezza, con una tensione sempre presente ma mai aggressiva.
In autunno, la stessa impostazione si traduce in una maggiore austerità: il frutto si ritrae, la mineralità emerge con decisione, il finale diventa lungo, salino, profondamente territoriale. Bouquin-Dupont è Avize raccontata con misura, precisione e rispetto assoluto della materia prima. Una pausa nel villaggio: La Recommandée Tra le due visite, una sosta a La Recommandée, ex ufficio postale nel centro di Avize, completa naturalmente la giornata. Un luogo semplice e autentico, dove si mangiano ottime tartine e crostini, un croque monsieur eseguito come si deve, accompagnati da Champagne del villaggio e dei comuni limitrofi. Una pausa coerente, senza artifici, che permette di restare dentro il territorio anche a tavola. Due interpretazioni, un solo gesso Il confronto tra De Sousa e Bouquin-Dupont dimostra come Avize non sia un’espressione unica e monolitica.
Il terroir è lo stesso, il gesso è lo stesso, ma l’interpretazione cambia. • De Sousa lavora su energia, materia e ampiezza. • Bouquin-Dupont privilegia precisione, misura e verticalità naturale. Estate e autunno aggiungono ulteriori sfumature, mostrando come Avize sappia parlare con voci diverse senza mai perdere identità. Ed è proprio in questo dialogo, a pochi passi di distanza, che si coglie la grandezza autentica di questo Grand Cru. Il racconto però non si esaurisce qui. In primavera, a marzo, ritorneremo ad Avize per vedere cosa avrà ancora da dirci il gesso nel calice Emanuele Muzzo – Vigne e Orizzonti
Su Instagram è semplicemente Emanuele Muzzo
3 Febbraio, 2026
Nebbiolo nel Cuore XII Edizione: bilancio positivo dal Westin Excelsior
1000 visitatori, sold out masterclass, premiazioni Guida “Il Nebbiolo”
Si è conclusa con un bilancio estremamente positivo la XII edizione di Nebbiolo nel Cuore, l’evento capitolino interamente dedicato al “nobile vitigno” ospitato nelle prestigiose sale monumentali del Westin Excelsior in Via Veneto nelle giornate di sabato 17 e domenica 18 gennaio 2026. La manifestazione, consolidatasi come appuntamento tra i più attesi nella Capitale, in particolare dagli amanti dei grandi vini a base Nebbiolo, ha registrato la partecipazione di circa 1000 visitatori, a cui si è aggiunto un nutrito afflusso di operatori del settore Ho.Re.Ca., stampa e media specializzati.
Marco Cum patron di Riserva Grande e organizzatore della manifestazione
Siamo entusiasti della risposta del pubblico e della qualità dei visitatori che hanno affollato i banchi d’assaggio. Il sold out di tutte le masterclass realizzate è il segno tangibile del profondo interesse che gli appassionati della Capitale nutrono per il nobile vitigno Nebbiolo e per la cultura del vino di eccellenza. Roma si conferma un palcoscenico ideale per celebrare questa varietà in tutte le sue declinazioni territoriali.
Cerimonia di Premiazione e Guida App “Il Nebbiolo”
Domenica 18 gennaio, alla presenza dell’intera redazione della Guida, si è tenuta la cerimonia di consegna dei diplomi per le aziende presenti alla manifestazione. I riconoscimenti attribuiti celebrano le eccellenze che hanno ottenuto i massimi punteggi (Grappolo Oro), il titolo di Coup de Coeur e le menzioni speciali all’interno della Guida Il Nebbiolo, relative agli assaggi effettuati da fine gennaio 2025 ad oggi.
MENZIONE COUP DE COEUR (selezione)
Antoniolo – Gattinara Riserva Osso San Grato 2011, 2020
Arpepe – Valtellina Superiore Grumello Rocca De Piro 2022, Sassella Riserva Rocce Rosse 2018, Stella Retica 2022
Aurelio Settimo – Barolo Rocche dell’Annunziata 2021, Riserva 2019
Bartolo Mascarello – Barolo 2009
Cantina dei Produttori Nebbiolo di Carema – Carema 2021
Cascina delle Rose – Barbaresco Rio Sordo 2022
Cavallotto – Barolo Bricco Boschis 2021, Riserva Vigna S. Giuseppe 2018
Ettore Germano – Barolo Prapò 2007, Vignarionda 2018
Le Piane – Boca Antonio Cerri 2018
Mascarello Giuseppe – Barolo Monprivato 2013, Riserva Cà d’Morissio 2010, Perno 2020, Villero 2020
e molti altri
MENZIONE ORO (selezione)
Antoniolo – Gattinara Riserva 2020, Le Castelle 2020, San Francesco 2019
Arpepe – Valtellina Superiore Inferno Fiamme Antiche 2022, Riserva Sesto Canto 2018, Il Pettirosso 2022
Aurelio Settimo – Barolo 2021, Rocche dell’Annunziata 2021, Riserva 2019
Ca’ del Baio – Barbaresco Asili 2020
Cavallotto – Barolo Bricco Boschis 2020, Riserva Vignolo 2019
G. D. Vajra – Barolo Coste di Rose 2021
Gaja – Barbaresco Sorì Tildin 2022
Pio Cesare – Barolo 2021, Barbaresco 2021
e molti altri
MENZIONI SPECIALI 2026
Migliore Cantina Emergente: La Smeralda, Briona, Piemonte
Migliore Cantina Storica: Cornarea, Canale, Piemonte
Migliore Cantina Etica: Vita Nova, Berbenno in Valtellina, Lombardia
Migliore Etichetta Originale: Langhe Nebbiolo Ne Bis In Idem 2023, Luigi Vico, Piemonte
Migliore Hospitality: Castello di Razzano, Monferrato, Piemonte
Migliore Cantina Sostenibile: Cantina Radìs, Tirano, Lombardia
L’appuntamento è ora fissato per la prossima edizione nel 2027, con l’obiettivo di continuare a promuovere la cultura della qualità e il fascino senza tempo del Nebbiolo attraverso l’attività di Riserva Grande.
La Redazione
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