Decanto protagonista alla IX edizione di In Vino Civitas e anteprima di “Untold 2026” Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Decanto protagonista alla IX edizione di In Vino Civitas e anteprima di “Untold 2026”

  In occasione del prestigioso Salone del Vino di Salerno, nello splendido scenario del Tempio di Pomona, il gruppo editoriale Decanto ha presentato in anteprima per il secondo anno consecutivo la nuova guida “Untold – Quello che non è stato ancora detto del vino”, giunta alla seconda edizione, dedicata ai distretti del vino italiano.   La pubblicazione 2026, che sarà ufficialmente lanciata a novembre, continua a distinguersi per il suo approccio esperienziale e contemporaneo, raccontando territori, vignaioli e produzioni autoctone. Con 300 aziende e 600 referenze, la guida amplia la propria visione includendo nuove tendenze, enoturismo integrato, hospitality di qualità e aziende che fondono identità territoriale e innovazione produttiva. Durante In Vino Civitas, Decanto ha proposto la selezione delle etichette premiate con i Tre Cavatappi in una degustazione dedicata a operatori, stampa e pubblico, favorendo il dialogo e la valorizzazione della qualità diffusa nei territori italiani. Tra le cantine firmatarie della degustazione Untold 2026 figurano realtà di spicco come La Tordera, Tenuta Le Quinte, Solis Terrae, Vignaioli del Morellino di Scansano, Santa Barbara, Tenuta Pescarina, Cantina del Mandrolisai, Tommaso Bussola, Castello La Leccia, Ramello Gianni e Matteo, Terenzi, Pasquale Pelissero, Pesolillo, Armando Coppola, Fattoria Ambra e Leone de Castris. Luigi D’Acunto, direttore editoriale di Decanto Partecipare a manifestazioni come In Vino Civitas significa essere al centro del racconto del vino italiano contemporaneo. Presentare Untold 2026 è condividere passione, ricerca e qualità in dialogo diretto con produttori, operatori e appassionati. Con oltre 70 espositori e buyer internazionali da Europa, Stati Uniti e mercati strategici, In Vino Civitas 2025 si conferma uno degli appuntamenti più rilevanti del panorama vitivinicolo italiano. La Redazione
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Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Back to the Wine. A Venezia il 9 e 10 novembre. Vien voglia di andarci

  Che momento è quello del vino oggi? Si sta indubbiamente vivendo una crisi profonda dei consumi in parte dovuta ad una evidente crisi di identità del settore. Due crisi che si inseguono vicendevolmente per capire chi dei due sia responsabile dell’altro. C’è una crisi dei consumi ed è innegabile. C’è una crisi di identità ed è altrettanto innegabile.  Partecipo a tantissimi eventi che hanno il vino per protagonista e cerco di osservarne i contorni, i contenuti, i produttori, i partecipanti. Si dividono fondamentalmente in due grandi categorie. La prima è quella delle fiere generiche ancorché tematiche dove i produttori hanno la postura seria e posata di chi non ambisce altro di far conoscere il proprio vino ad un distributore, un ristoratore, un enotecaro. Lo riconosci perché quando arrivi al suo banchetto è già pronto con la bottiglia in mano per versare il calice. Lo interpreto come: mi ha classificato in un non addetto al settore. Quando poi mi presento come giornalista, Direttore di un Magazine, ritraggono la bottiglia e chiacchierano. Se non mi presento, la faccenda si conclude in pochi minuti con il produttore che se ne sta sulle sue con lo sguardo alla ricerca di distributori. Come se sapesse riconoscerli. La seconda è quella dei vini naturali o artigianali che dir si voglia. Non c’è una definizione chiara e forse è anche questo il bello. Si lavora secondo coscienza. Si lavora in piccole quantità cercando di usare solo quello che la natura offre. In manifestazioni orientate al vino naturale o artigianale non trovi nessuno che sia pronto a versare il vino. Spesso il produttore è ad assaggiarne altri cosi che il banco risulta vuoto. Altre volte chiacchiera con il vicino. Se è impegnato a parlare di vino con altre persone, cambiate banco: la cosa richiederà del tempo. Alle manifestazioni di vino naturale o artigianale, c’è bisogno di tempo: ogni produttore ha voglia e bisogno di parlare e confrontarsi. Andrea Marchetti è la mente di uno degli eventi più apprezzati che vertono proprio sul vino naturale o artigianale: Back to the Wine in scena a Venezia il 9 e 10 novembre prossimi al Terminal 103. Andrea è Romagnolo, anzi no, Emiliano. Vallo a capire. È che vive a cavallo tra le due zone. Uno che nasce come appassionato di vino ma poi ne fa una professione.  Questa passione va avanti da tantissimo tempo, potrei anche dire vent’anni, anche se forse sono più 30. Quindi, è un interesse che coltivo da un sacco di tempo. Ho sempre cercato di amplificarlo e di portarlo anche a un livello professionale. A un certo punto, ho anche abbandonato quello che facevo prima e ora mi occupo di vino a tempo pieno. Ho anche una piccola produzione di vino che faccio.  Da impiegato tecnico a negotiant e organizzatore di eventi il passo è lungo. Almeno se non hai la passione.  Seleziono piccole parcelle di uve e vinifico in due cantine: una qui vicino a Brisighella, in Romagna, l’altra in Lombardia, al confine tra le province di Verona e Brescia. Va in giro a selezionare vigne per produrre poche ma qualificate bottiglie. Affascinato dell’Albana, secco, e del Trebbiano così come dei vini derivanti da blend di uve. Non è tanto un vezzo quanto il rifarsi al mondo contadino di un tempo dove si piantavano le barbatelle che si riuscivano a trovare. E non è che si trovavano sempre le stesse. I campi erano blend di loro così che il vino non poteva che essere una conseguenza. Ho anche un vigneto a Bardolino in cui c’è comunque il classico uvaggio della Valpolicella quindi Corvina Corvinone, Rondinella, Molinara. Anche lì comunque c’è la tradizione no del misto. La Valpolicella è l’emblema della vigna mista. Tre, se non quattro, uvaggi diversi che con il tempo si sono fregiati della DOCG diventando con l’Amarone riconosciuta in tutto il mondo. Come a dire che con la tradizione contadina si possono realizzare anche eccellenze.  La mia filosofia nella produzione del vino è la stessa che c’è poi nella manifestazione. Adesso si sta un pò abusando con il termine naturale che non ha dei confini precisi. Probabilmente una definizione più corretta potrebbe essere un vino a basso interventismo o comunque il rifarsi alla sapienza tradizionale, al recupero del valore tradizionale e culturale. Tutto ciò a mio avviso si fa con un basso interventismo in vigna e in cantina dove non bisogna demonizzare la solforosa ma nemmeno abusarne.  Il principio che dovrebbe guidare tutti i produttori è sempre il buon senso e la giusta quantità. Bandendo il più possibile la chimica. Poi sta alla coscienza di ciascuno l’applicazione o meno di rigidi processi e filosofie.  C’è il cattolico osservante così come quello ortodosso così come quello praticante o non praticante. Tante sfumature presenti in ogni religione. La matrice è comune ma le interpretazioni sono diverse e tutte lecite.  Back to the Wine, fiera orientata ai vini naturali e artigianali è la materializzazione della capacità organizzativa di Andrea. Non nuova.  Io in realtà prima facevo anche un’altro evento, Vinessum.  Vinessum era una piccola, ma manco tanto, manifestazione che si svolgeva in Emilia, in varie sedi. Nata un pò per caso con l’idea di portare alla ribalta vignaioli con specifiche caratteristiche legate al vino naturale o artigianale. Piccole aziende che avevano voglia di emergere.  Ne sono state fatte sei edizioni edizioni dal 2014 al 2019. Un evento quasi estivo con sempre una location di carattere storico architettonico.  Il passaggio a Back to the Wine avviene quando Andrea, forte della sua esperienza e dei successi, viene chiamato dalla Fiera di Faenza, per organizzare un evento legato al vino in sostituzione di Enologica, una importante manifestazione legato al vino trasferitasi a Bologna.  L’intenzione era di realizzare comunque un evento sul vino a Faenza. Venni incaricato da questa nuova gestione della fiera di esserne il curatore avendo completamente carta bianca. Loro volevano solo fare un evento sul vino e sono poi che ho portato il mio concetto di vino, i produttori con i quali avevo le mie relazioni. Era il 2016 e Andrea si trovò a gestire, pur in periodi diversi, due diverse manifestazioni decisamente simili. Un doppione? Magari si però questa cosa mi ha fatto molto riflettere.  Innanzitutto per i produttori che comunque sentivano forte il bisogno di emergere e comunicare. Non bastava dunque un solo momento nell’anno. Poi per i partecipanti che bramavano di scoprire nuovi vini e nuovi produttori. Infine per l’organizzazione perché se produttori e consumatori partecipavano in massa alle due fiere gemelle era segno do come si trattasse di qualcosa di ottimo livello. Come poi è capitato spesso, il COVID ci ha messo lo zampino. La Fiera di Faenza da impraticabile dunque inutile durante la pandemia, diventa centro vaccinale per ritornare poi inutile subito dopo. Non è che il Comune, proprietario della Fiera, potesse tenerla solo per Back to the Wine! Nonostante le migliaia di ingressi, i distributori dal Giappone, le oltre 180 aziende presenti, per il Comune era impossibile. Chiuso baracca e burattini e amen. Nel 2022 abbiamo detto: cosa facciamo è un peccato perdere tutti questi anni di lavoro però non c’è più la possibilità fisica proprio. Ci fu un’edizione interlocutoria a maggio 2022, a Bologna. In genere si faceva a novembre e l’ultima si era tenuta nel 2019. Poi siamo andati in cerca di location interessanti trovando Venezia. Rimanere stregati da Venezia è semplice. Il fascino della laguna e dai calli non ha eguali. Lontano dalle zone turistiche, là dove la notte si avvolge di nebbia, i bacari offrono cicchetti e vino. Ragazzi di Venezia (pochi) e del Veneto (tanti), van per bacari curiosi di assaggiar vini diversi e divertenti. Non altisonanti ne artefatti. Qualcosa che sappia delle loro tradizioni che non è la birra. Hanno voglia di vita. Hanno voglia di ritornare a quella natura che in parte gli è stata negata dalle generazioni precedenti. Venezia non è solo la slot machine ingorda di turisti ai quali servire cibi e vini scadenti. È arte e cultura che si intreccia con mondanità popolare.  Ecco perché Venezia rappresenta il luogo ideale per un evento che guarda ai vini naturali e artigianali. Ai giovani ma non solo. Ai curiosi e bramosi di vita. A mio avviso è una città simbolo per quello che è il nostro prodotto, quindi vino artigianale e naturale. Tanti locali, ristoranti, enoteche, bacari interessati a questo tipo di prodotto. È innanzitutto un buon mercato. Poi ci sono le città limitrofe come Padova e Vicenza, altrettanto importanti per questo tipo di vino. Abbiamo anche due aeroporti internazionali e se uno vuol prendere un aereo da Amsterdam non è tanto diverso da prendere un treno da Roma. Una scelta di livello ma anche volutamente orientata al business così da offrire ai produttori una vetrina efficace. Una semplice chiave di successo che ha garantito ad Andrea di arrivare alla ottava edizione. Niente male davvero. Noi facciamo la fiera domenica e lunedì e non ci penso neanche lontanamente di farla sabato e domenica perché non vuole assolutamente essere solo per privati. La domenica è orientata più al privato, il lunedì per gli operatori professionali. Particolarità di Back to the Wine è il mercato. Nel grande hangar del Terminal 103, quello dove un tempo attraccavano le navi da crociera, sarà facile imbattersi in persone che gironzolano tra i banchi di degustazione con piccoli carrelli della spesa. L’idea di base è consentire l’acquisto del vino e il carrello risulta utile per portarsi comodamente in macchina i cartoni. Essendo un terminal commerciale ci si può infatti arrivare direttamente in auto senza il rischio di non trovare posto. A Venezia! E se arrivaste in treno, non preoccupatevi: al banco Mail Boxes Etc si potranno spedire gli acquisti direttamente a casa. Una formula semplice ma allettante sia per i partecipanti che per i produttori.  Il pubblico che viene a Back to the Wine generalmente è un pubblico comunque di qualità. Anche il privato è di qualità: è più facile che ci sia fila al mattino che non all’aperitivo.  Un pubblico attento non solo al vino ma anche a capire di più del vignaiolo, della sua terra, della sua esperienza. Si torna finalmente all’essenza del vino, nato per far parlare, per allietare il cibo e la convivenza. Non si beve tanto per bere ma per parlare. Evviva! Il pubblico appunto è molto curioso, attento. Cerca vino di questo tipo, ma anche il prodotto food, perché noi abbiamo anche dei prodotti food. Ad esempio viene il famoso, adesso scomparso, Gregorio Rotolo: un’azienda abruzzese che fa formaggi considerati formaggi tra i più eccezionali d’Italia. Per quanto riguarda i professionisti al lunedì, abbiamo messo su una organizzazione specifica per invitare e far partecipare tanti clienti professionali. Creiamo un lista che forniamo qualche giorno prima dell’evento agli espositori. Probabilmente a Back to the Wine continueranno a partecipare quelle persone che ritrovano nei vini naturali o artigianali che dir si voglia, una sorta di aderenza alla propria filosofia di vita. Dal mio punto di vista, eventi come Back to the Wine dovrebbero essere punti di attrazione per chi ha bisogno di saperne di più e avere un consumo consapevole. Non si tratta di qualcosa che fa più o meno bene di un prodotto industriale. Non è questo. È il capire, dalla viva voce del produttore che gestisce il più delle volte in proprio l’intera azienda, che cosa c’è dentro la bottiglia. Non parlo solo di vino. Quel meraviglioso e incredibile liquido che c’è dentro una bottiglia rappresenta il punto di arrivo di una annata, di lacrime e sangue, di sudore e scottature, di sole e di pioggia, di ansie e di felicità. Sensazioni, emozioni, pensieri che si possono trasmettere e far comprendere solo parlando. Ogni vignaiolo è una scoperta al pari dei loro vini. Ogni singolo vino che troverete a Back to the Wine è un unicum che solo attraverso il dialogo con il produttore potrete apprezzare al meglio. Non troverete vini fatti male, vini che puzzano o hanno colori improponibili. Sono finiti quei tempi, non fosse altro perché si è capito che un vino che puzza è un vino difettoso. Punto e basta.  La tecnologia o meglio il suo utilizzo consapevole e i tanti studi che sono nati a contorno del vino naturale ed artigianale hanno permesso di produrre oggi vini fantastici. Vini che attendono solo di essere scoperti. Senza pregiudizi e senza tante voglie di sperimentare. Con spensieratezza e la voglia di dialogo. Con un sorriso, una stretta di mano e la promessa di rivedersi. Avete ancora dubbi se partecipare o meno a Back to the Wine?     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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Vendemmia 2025 in Lugana: annata di alta qualità e crescita della sostenibilità Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Vendemmia 2025 in Lugana: annata di alta qualità e crescita della sostenibilità

  La vendemmia 2025 del Lugana DOC si è conclusa confermando l’eccellente stato di salute dei vigneti gardesani e un impegno ambientale sempre più diffuso. Con il 87% dei vigneti certificati secondo protocolli di sostenibilità (SQNPI, Equalitas, Biologico), il territorio dimostra una maturità collettiva nella produzione responsabile.   L’annata ha visto maturazioni anticipate di circa 10 giorni, accelerate da un caldo giugno, seguite da condizioni equilibrate con un luglio fresco e un agosto stabile e soleggiato, che hanno favorito un ideale bilanciamento tra zuccheri e acidità. La qualità delle uve si presenta elevata, con vini freschi, vivaci e longevi. Il quantitativo di uva è stato leggermente inferiore alla media per una minor fertilità primaverile, ma le intense piogge di settembre hanno richiesto una gestione attenta dei vigneti, con selezioni rigorose per garantire la qualità e la sanità delle uve, specialmente per le versioni Superiore e Riserva. Fabio Zenato, presidente del Consorzio Tutela Lugana DOC Il Lugana si conferma un territorio all’avanguardia, capace di unire qualità enologica e rispetto ambientale. Le aziende hanno gestito con maestria una stagione impegnativa, mantenendo standard altissimi. Il consistente aumento delle certificazioni testimonia una cultura della sostenibilità ormai radicata e condivisa. Il Lugana, nato dalle colline del Lago di Garda con vigneti di Turbiana, è noto per le sue espressioni fresche, eleganti e longeve, e rappresenta una delle denominazioni più dinamiche nell’enoturismo e nella promozione della viticoltura sostenibile. La Redazione
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Edi Keber. Il Rinascimento del Collio Arrow Right Top Bg

4 Novembre, 2025

Edi Keber. Il Rinascimento del Collio

  Melting Pot è una espressione inglese nata per identificare una multietnia all’interno di una cultura e di una società, spesso etnie radicate da decenni o secoli. É un’espressione che ben rappresenta il territorio del Collio, terra di confine da sempre, era la frontiera per l’Impero Romano contro i Barbari, di Venezia contro l’Impero Austro Ungarico, la porta tra l’Est e l’Ovest, una linea di guerre, divisioni, annessioni. Qui i cognomi hanno origini eterogenee, così come la cultura che famiglie e comunità hanno portato, austriaca, serba, croata, slovena, italiana, fusa in un unica convivenza, un autentico blend! Territorio ambito tanto dall’Impero Austro-Ungarico quanto dalla Serenissima, il Collio è da sempre vocato alla coltivazione agricola, frutta e viti soprattutto. Fino alla fine degli anni Sessanta del Novecento, i vitigni presenti sono in larga parte autoctoni: Malvasia Istriana, Ribolla Gialla e Ribolla Nera, Tocai Friulano e Verduzzo. In quegli anni prende forma l’organizzazione del territorio viticolo: nel 1964 nasce il Consorzio del Collio e, pochi anni dopo, nel 1968, viene istituita la DOC Collio con un disciplinare che prevedeva esclusivamente l’uso dei vitigni autoctoni per il blend principe, il Collio Bianco, composto da Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla. A partire dagli anni Settanta però inizia a crescere la richiesta per le varietà bordolesi rosse ma soprattutto bianche, presenti in questo territorio già dalla meta del 1800, il Sauvignon Blanc, il Pinot Bianco, lo Chardonnay, il Pinot Grigio, in particolare nella sua versione ramata, raggiungono vertici qualitativi assoluti, diventando modelli di riferimento, tanto che negli anni 90 del novecento si modifica il disciplinare per riconoscere ed accogliere questi vitigni, ormai parte integrante dell’enologia del territorio, nella composizione del blend Collio Bianco. Questo porta ad un aumento della produzione di bottiglie, è vero, ma al tempo stesso si corre il rischio di perdere un’identità radicata da secoli. Dopotutto, Tocai, Malvasia Istriana e Ribolla Gialla non hanno nulla da invidiare a nessun altro vitigno, specialmente se nascono su un terreno stratificato da marna, arenaria ed argilla che è una macchina naturale perfetta per la vite, la Ponca, un distillatore di acqua senza pari. E’ un pensiero che inizia a farsi strada tra i viticoltori, è l’inizio di una piccola rivoluzione, si capisce quanto sia importante e determinante produrre un vino che identifica il territorio con le varietà storiche. Uno dei principali artefici di questo Rinascimento, e determinante in questo contesto, è senz’altro Edi Keber, appartenente ad una famiglia di origine austriaca radicata nel Collio da piu di 300 anni. E’ il 1994 quando Edi compie una scelta radicale, quella di espiantare tutti i vitigni internazionali per continuare a produrre solo due bianchi: il Tocai friulano e il Collio Bianco da uve autoctone, il suo è un gesto che straripa di poesia, una vera dichiarazione d’amore in un momento in cui il mercato chiede altro, per lui Il modello da seguire non sono gli altri, ma il lavoro dei padri e dei nonni. In questa scelta c’è il senso più profondo del Rinascimento del Collio, c’è la voglia, il credo, la passione, l’umanità e la libertà di un uomo che vede nelle origini la massima forma di avanguardia. Sublima poi questo suo percorso nel 2008 quando decide di produrre un solo vino, il Collio Bianco da uve autoctone. Dopo qualche anno, nel 2012, terminati gli studi e le esperienze all’estero in Australia e Georgia, il figlio Kristian entra definitivamente in azienda, lo abbiamo incontrato in cantina in una giornata che ricordiamo tra le più significative ed emotive. Kristian è una persona solare, positiva, determinata e sognatrice, le mie domande servono a poco, inizia raccontandoci un po’ la storia del Collio e della sua famiglia, da sempre viticoltori e agricoltori, certo, non come li conosciamo oggi, ci ricorda come dopo le due guerre, che qui in molti considerano come un unica grande guerra, l’ambizione più grande dei nonni era prima di tutto sollevare dalla miseria la propria famiglia, il vino, l’uva, gli animali, l’orto, servivano a garantire questo obbiettivo con una concretezza quotidiana, prima ancora che per un sogno. La produzione di vino diventa la prima attività di famiglia con il padre, Edi, che abbiamo avuto il piacere di incontrare, stesse caratteristiche di Kristian, solare, positivo, determinato e sognatore, che riesce ad affermarsi come uno dei più grandi bianchisti italiani. La giornata è bella, fresca e piena di sole, Kristian ci guida in una passeggiata in vigna. Qui a Zegla, Collio italiano, possiede circa 10 ettari vitati, più altri ettari con boschi ed alberi da frutta, ci spiega che tutte le lavorazioni sono eseguite in ottica biologica e biodinamica, certificata Bio e certificata Demeter, ente nato dai seguaci di Rudolf Steiner teorizzatore dell’agricoltura biodinamica. Nei primi 15 anni di vita del vigneto utilizza il sovescio per arricchire ed equilibrare i terreni, dopodiché una volta riequilibrati lascia alla natura il compito di nutrirli al meglio, per esempio evitando di tagliare le erbe spontanee, facendo pascolare tra i filari gli animali che possiede, questo per muovere in modo non invasivo il terreno e per una concimazione naturale, aiutandosi anche con le tecniche della biodinamica, il corno letame, il corno silicio, etc. Kristian è appassionante, ti coinvolge e conquista in un attimo. Conosce le sue viti una ad una: dalla dimensione del tralcio riesce a intuire cosa si nasconde sotto terra, argilla, marna o roccia. Da questa conoscenza nasce la sua scelta, nei nuovi vigneti acquisiti, di coltivarli pianta per pianta, selezionando per ciascuna la varietà che meglio si adatta al terreno. Io la chiamo intuizione, ma per lui è semplicemente il ritorno all’esperienza dei nonni e dei bisnonni, che già seguivano lo stesso principio. Parliamo anche di permacultura… una parola che, in realtà, non descrive nulla di più di ciò che si faceva abitualmente in campagna, lo ricordo anch’io con i miei nonni: ciò che raccogli dai campi o dagli orti alla fine torna nei campi e negli orti, in un ciclo naturale, semplice e completo. Prima di entrare nella sala degustazione visitiamo la cantina in ogni sua parte, dalle vasche di cemento, ad un emozionante archivio storico, si vede anche uno spaccato di Ponca, volutamente lasciata a vista per capire meglio di cosa si sta parlando. Tra taglieri di salame, formaggio ed un prosciutto crudo strepitoso, dolcissimo con una vena appena affumicata iniziamo la degustazione, in sala siamo in tanti una ventina e si crea anche un piacevole dialogo. I vini assaggiati sono tutti Collio Bianco da Uve Autoctone, dicitura aggiuntiva importante e molto sentita da Kristian, promotore con altre cantine di questa etichettatura per differenziarsi dal Collio Bianco prodotto anche con uve internazionali, ammesse dal disciplinare. La prima annata è la 2023, Friulano 70% Ribolla 15% e Malvasia 15%, vinificate separatamente, elevazione in cemento un anno e poi sei mesi in acciaio, senza filtrazione per tutti i vini. E’ l’annata corrente, belli e chiari i descrittori di fiori e frutta, mughetto, sambuco e camomilla, la mela e la pera in evidenza, note di pepe bianco e maggiorana, una presenza di pietra focaia e mandorla nel finale, un finale persistente ma non lunghissimo. L’equilibrio e l’eleganza in bocca sono notevoli, caratteristica dei suoi vini. Dopo la passeggiata nei filari sembra di sentire tutti i profumi dei fiori. La 2022, stesso uvaggio, si dichiara subito più intensa, sia nel colore che nei sentori, la frutta è matura, melone, ed i fiori sono gialli, più pungenti le spezie, l’agrume lo riconosco nel cedro, e la pietra focaia è ben evidente, il sorso qui lo ritrovo molto lungo. Bellissima beva! E’ un vino che conquista facilmente, a tavola si presta a molti abbinamenti sia di terra che di mare. Pur essendo un vino verticale lascia la bocca piena di ricordi “succosi”, i bicchieri qui si rincorrono….. Si passa poi alla 2019, si evidenzia per il cambio del colore, qui siamo sull’oro, si sente la frutta cotta e l’ananas maturo, la magnolia ed il gelsomino, la struttura è maggiore con spezie come il pepe rosa, acidulo e che sa di limone, presente anche la noce moscata, l’acidità mineralità e sapidità tutte in equilibrio, in bocca è setoso, intenso e caldo, la persistenza è ottima, non finisce, lo sto degustandolo accompagnato dal prosciutto crudo ed è fantastico. L’annata 2017 mi ricorda molto la 2022, piu calda ed evoluta, va beh con 5 anni in più ci sta, mi colpisce come la freschezza non sia mai in discussione, l’acidità si ammorbidisce ma il sorso rimane teso e sempre molto piacevole, non cala mai nulla e la persistenza al contrario aumenta, sono vini che si completano con il tempo, come l’ultimo che assaggiamo della cantina di Edi, l’annata 2007. Qui c’è anche un piccola percentuale di Sauvignon. C’è una leggera ossidazione ma che assolutamente non disturba, tutt’altro, si sente una pasticceria secca, frutta secca, vino con una dimensione corposa nel bicchiere e che si muove lento, acidità e sapidità sono bilanciate da un residuo zuccherino ancora presente, questo chiama pietanze di struttura, formaggi molto stagionati, erborinati, pietanze succulente, pesce alla brace,  perfetto anche come vino da meditazione. La degustazione si chiude con il Brda 2022, un vino che merita una introduzione. Siamo nel 2012 e Kristian riceve in eredità dal nonno materno, vignaiolo anch’esso, quasi due ettari di viti a Medana, nella vicinissima Slovenia, in linea d’aria 300 metri in macchina forse due o tre kilometri, decide di continuare qui la raccolta e la vinificazione ma con un grande sogno sempre in testa, e se una persona è solare, positiva, determinata e sognatrice…… poi dico tutto. Beh, il Brda 2022 possiede sempre lo stesso uvaggio ma con percentuali che sono 50% Ribolla, 40% Tocai friulano, 10% malvasia. Ha una macerazione di due settimane con il raspo che conferisce tannino e polifenoli che” allungano” la vita e la persistenza al vino, poi si eleva per due anni in botti grandi. Non subisce filtrazioni, il colore è un bel ambra, fiori di acacia, ginestra, scorza di arancia, miele, lime e cedro, mineralità calcarea, ha un tannino appunto derivante dal raspo ma ben mitigato dall’acidità e dalla salinità che prospettano una lunga lunga vita, in bocca è tagliente, e la persistenza è molto lunga. Importante per sentirlo al meglio la temperatura di servizio, piu simile ad un rosso che ad un bianco a mio avviso. Ok, adesso Kristian ha un jolly pazzesco, il suo sogno è stato inaugurato quest’estate. Trifolium, il nome è un omaggio ad uno dei pionieri dell’agricoltura biodinamica, Alex Podolonsky che durante una sua visita invita Kristian a preservare il trifoglio bianco presente nelle sue vigne. Ci siamo spostati in macchina nel Collio sloveno, a Medana, per visitare questa meraviglia, la nuova cantina che ben sintetizza in modo formale il pensiero, la filologia e le sue ambizioni. Progettata insieme allo studio austriaco lendarchitektur,, si sviluppa tutta nell’ipogeo della proprietà, una scala in ferro corten e cemento armato ci accompagna nel cuore della struttura, a forma di trifoglio con una cupola centrale, dal sapore francescano, la luce arriva tramite dei tunnel di luce alle pareti ed un opaion all’apice della cupola, aperto, come nel Pantheon assume il significato simbolico di collegamento tra terra e cielo, oltre che raccogliere le acque piovane e trasferirle in un pozzo sotterraneo. Non esiste un impianto elettrico se non tre pannelli fotovoltaici, il mosto e l’uva si spostano per gravità, la temperatura è costante tutto l’anno. Il grigio monocromo del cemento, la luce fioca, la ponca che affiora invitano al silenzio, gli unici rumori sono i passi, i gesti di chi lavora, lo scorrere del tempo è misurato con la lucentezza o il pallore della luce. Come ogni cantina che si rispetti avrebbe anche una sala degustazioni, beh…..degustazione ok, ma la parola sala è un po’ ingannevole in verità, si tratta di due tavoli di arenaria pura, due blocchi ciclopici completamente en plein air, adiacenti alla cantina, sotto una pergola con una vista sui vigneti e su un cervo luccicante di acciaio, simbolo iconografico dell’agricoltura biodinamica. Bellissimo! Quella che doveva essere una degustazione ed incontro conoscitivo in realtà sono state cinque ore trascorse parlando e soprattutto ascoltando. Ci rimane il ricordo di una giornata di aneddoti, ricca di poesia, spesso struggente come raramente capita. Ho definito il gesto di Edi Keber quando ha espiantato i vitigni internazionali per proseguire solo con un bianco, straripante di poesia, sono sicuro di usare le stesse parole per descrivere anche ciò che sta facendo Kristian. Mi piace chiudere con due cose, una è la sua frase riportata sul retro della bottiglia del Collio Bianco da Uve Autoctone: Nel vicino passato il mio bisnonno coltivava promiscuamente numerose varietà di uve, ma anche frutta, ortaggi e animali, tutto in armonia. A questo modello di biodiversità cercherò di ritornare. Può essere chiamata “permacultura” o nei casi migliori, “agricoltura del non fare”, ma io la chiamo Futuro. La seconda è una frase estratta da una poesia di Wang Chi poeta cinese del VII secolo, ben si adatta a questa giornata: Dimmi un poco, che può desiderare un uomo più che sedersene solo, sorseggiando il suo vino?
Vorrei mi venisse gente a discuter di filosofia.
Transiterei allora, adagio, cent’anni felici
E non avrei bisogno alla fine d’un Paradiso   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
Mi trovi su Instagram come  @atti_a_divenire          
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Stravino 2025 Arrow Right Top Bg

3 Novembre, 2025

Stravino 2025 – Toscana Fair a Pistoia: il festival del vino sabato 8 e domenica 9 novembre

  Pistoia si prepara ad accogliere la terza edizione di Stravino, il festival interamente dedicato agli amanti del vino, in programma sabato 8 e domenica 9 novembre 2025 presso il Toscana Fair.   L’evento è pensato per aziende, operatori, sommelier, appassionati e neofiti, offrendo un’esperienza unica tra degustazioni illimitate, incontri con produttori, masterclass e workshop tematici.
Il biglietto d’ingresso include un calice serigrafato Stravino, che rimane come ricordo dell’evento, e permette di accedere liberamente a tutti i banchi d’assaggio.   Programma e attività Orari: dalle 11:00 alle 21:00 sia sabato 8 che domenica 9 novembre. Degustazioni illimitate ai desk di oltre 60 cantine provenienti da tutta Italia. Acquisto diretto di vini a prezzi promozionali. Area food con proposte gastronomiche selezionate per accompagnare la degustazione. Masterclass e workshop con esperti del settore per approfondire tecniche, territori e tendenze. Accesso riservato agli operatori Gli operatori del settore possono accedere gratuitamente acquistando solo il calice, previa valutazione da parte dell’organizzazione, richiedendo l’accredito via mail a info@stra-vino.it. Un’esperienza di vino e cultura Stravino si conferma un punto di riferimento per la promozione dell’enologia italiana, capace di coinvolgere sia il pubblico generalista che gli addetti ai lavori, con un format conviviale, dinamico e ricco di contenuti di qualità. La Redazione
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Nel cuore dell’Irpinia, l’azienda Fonzone Caccese produce vini sartoriali che raccontano il territorio ricercando l’eccellenza Arrow Right Top Bg

3 Novembre, 2025

Nel cuore dell’Irpinia, l’azienda Fonzone Caccese produce vini sartoriali che raccontano il territorio ricercando l’eccellenza

  Sulle colline tra 360 e 650 m slm delle campagne di Paternopoli, nel cuore della DOCG Taurasi, si trova la moderna cantina Fonzone Caccese, simbolo di una viticoltura sartoriale, sostenibile e di alta qualità in Irpinia.   Fondata nel 2005 da Lorenzo Fonzone Caccese, medico chirurgo appassionato di vino, l’azienda coltiva circa 30 ettari di vigneto con Aglianico, Falanghina, Fiano d’Avellino e Greco di Tufo. Vini che esprimono il rispetto per il territorio e l’amore di una famiglia le cui nuove generazioni, guidate da Silvia Campagnuolo Fonzone, portano avanti con passione un progetto sostenibile che comporta il rispetto del suolo, la biodoversità, l’inerbimento e un controllo attento delle produzioni. La cantina è supportata dall’enologo Luca D’Attoma, esperto di viticoltura biologica e biodinamica, e dall’enologo residente Francesco Moriano. La filosofia produttiva mira all’equilibrio tra tradizione e innovazione, producendo vini unici e longevi. I vini prodotti sono dieci, con punte di eccellenza nelle quattro versioni di Aglianico (tra cui il nuovo Legare Taurasi DOCG Riserva), nelle bianche Falanghina, Fiano e Greco di Tufo, e nell’esclusivo progetto Elle Effe Ci, un vino da micro vinificazione in mille bottiglie, dedicato al fondatore. La cantina, di quasi 2.000 mq, è in gran parte ipogea, progettata per integrarsi e dialogare con il paesaggio collinare circostante, con spazi di grande fascino visivo per degustazioni e ospitalità. Fonzone Caccese è un esempio emblematico di come territorio, passione e sostenibilità possano coniugarsi per produrre vini di grande personalità e storicità, divenendo ambasciatori dell’Irpinia nel mondo. La Redazione
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Torrevilla, tra il successo della vendemmia e il boom di richieste di adesione Arrow Right Top Bg

3 Novembre, 2025

Torrevilla, tra il successo della vendemmia e il boom di richieste di adesione

  La vendemmia 2025 di Torrevilla, storica cantina sociale dell’Oltrepò Pavese, si conferma molto soddisfacente nonostante un andamento climatico altalenante e un inizio precoce l’11 agosto.   Il presidente Massimo Barbieri dichiara: Le uve di Pinot Nero hanno mostrato qualità eccellente con un equilibrio zuccherino e acidico ideale per basi spumante di grande finezza e rossi promettenti. Le uve rosse Croatina e Barbera hanno subito una leggera flessione, in linea con l’andamento territoriale, mentre le bianche Moscato, Riesling e Pinot Grigio sono andate molto bene. La vendemmia si è svolta in modo ordinato, con raccolta anticipata delle uve rosse a causa del meteo, ma con risultati positivi complessivi. La cooperativa ha registrato un significativo aumento delle richieste di adesione di nuove aziende agricole. Un segnale positivo che sottolinea il ruolo di Torrevilla come punto di riferimento vitivinicolo locale. Le nuove adesioni rispondono a una crescente esigenza commerciale di vini di alta qualità e al contempo supportano la mission sociale della cooperativa, offrendo a più produttori la possibilità di valorizzare le proprie uve. Cantina Torrevilla: radici antiche e numeri rilevanti Fondata tra le colline dell’Oltrepò Pavese, nella cittadina di Torrazza Coste, Torrevilla è una delle più storiche cantine sociali della zona. Con circa 600 ettari vitati distribuiti in 9 comuni tra Lombardia e Piemonte, produce oltre 2,5 milioni di bottiglie. I comuni includono Codevilla, Torrazza Coste, Retorbido, Montebello della Battaglia, Borgo Priolo, Montesegale, Rocca Susella, Godiasco Salice Terme e Mornico Losana. La produzione annua si attesta su circa 60 mila quintali di uva, capace di esprimere l’autenticità e la tradizione dell’Oltrepò Pavese. La Redazione
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3 Novembre, 2025

Uva Fiera. Alla scoperta dei propri gusti

  Una volta un vignaiolo mi disse che il vino naturale non esiste. Un toscanaccio di quelli super simpatici. Un carissimo amico che sostiene come il vino non sia altro che un prodotto di trasformazione e come già in questo non abbia nulla di naturale.  In fondo, come dargli torto? Non è che beviamo il vino direttamente dalla pianta. L’uva va coltivata e già qui si potrebbe anzi, si dovrebbe entrare nel merito del come. Poi una volta raccolta, viene trattata per trasformarla in vino. Qui si aprirebbe un capitolo infinito.  Se l’uva non si lascia fermentare, non ci sarebbe mai un vino. Ma se l’uva la si lascia fermentare così, da sola (sempre che parta la fermentazione), con tutta probabilità verrà fuori qualcosa di difettato e imbevibile. Occorre curare ogni fase del processo di trasformazione. Si può ottenere ciò che la natura consente di ottenere da quel terreno, in quella stagione, con quell’uva oppure qualcosa di diverso, forzato.  Comunque vada sarà stato l’uomo il vero artefice del risultato. Che può essere modificazione per ottenere qualcosa di innaturale o magia per naturale.  Solo l’uomo e non la natura nel senso allargato del termine, può guidare quella trasformazione che la natura stessa consente.  Allora, è come quando la natura offre allo scultore un blocco informe di marmo. Le mani, gli arnesi, il talento, il cuore dello scultore possono trasformarlo in un’opera d’arte. Da solo il marmo rimarrebbe informe.  Avete mai visto la Pietà di Michelangelo custodita a San Pietro in Vincoli a Roma o il Cristo velato nella Cappella Sansevero a Napoli? Sembrano irreali eppure è stata la mano di un artista a realizzarle (rispettivamente Michelangelo Buonarroti e Giuseppe Sammartino). La mano e lo scalpello. Non una macchina. Non l’intelligenza artificiale. Il mistero dell’arte è lo stesso di un vino naturale: dobbiamo scoprirlo sorso dopo sorso. Dobbiamo trovare un gusto che non è quello omologato ma quello vero che il vignaiolo ha voluto imprimere con il suo estro. Scevro da difetti perché quando un vino è fatto male e ha difetti, naturale o convenzionale che sia, fa schifo e basta.  Incontro Pasquale Livieri che insieme a Pecora Nera Editore organizzano a Roma Uva Fiera che quest’anno si svolgerà il 30 novembre e 1 dicembre negli spazi del Monk. Uva Fiera non nasce semplicemente da una mia idea. Siamo partiti con vini derivanti da uve taglio e poi ci siamo allargati strizzando l’occhio ad una tipologia di vinificazione cosiddetta naturale o forse meglio dire etiche. Mi piace coinvolgere chi lavora bene.  Pasquale è uno che gira molto. La Francia e l’Italia in particolare. Curioso, attento, sperimentatore. Il mix giusto per chi si vuole approcciare ad un mondo diverso e che si richiama alla autenticità.  La mia prima bottega era tra le botteghe consigliate dalla Pecora Nera. La frequentazione, l’amicizia. Loro organizzano eventi sull’olio, sui salumi e formaggi. Ci siamo trovati. Insieme a loro abbiamo aperto il canale per la candidatura spontanea da parte dei produttori.  Così nasce Uva Fiera. Ma sapete quale è la vera differenza tra una manifestazione come Uva fiera e le altre? Qui non troverete mai sommelier al servizio. Ci sono i produttori e qualcuno dice che non gli interessa, allora forse è meglio non spendere i soldi del biglietto.  Personalmente quando vado ad un evento di vino, prima di qualunque assaggio ho necessità di parlare con il produttore. Capirne la filosofia, capire da dove arriva, cosa anima l’attività. Solo per ultimo, cosa mi verrà versato nel bicchiere. Voglio sentirlo però da colui che coltiva la terra, che ha i calli sulle mani perché è colui o colei che scolpisce gli acini.  Ad Uva Fiera ci sono proprio loro. Le persone. Ecco perché se avete solo voglia di bere qualche calice, non è il posto giusto. I produttori sono sono innanzitutto gran belle persone che ci mettono la faccia e non hanno il manager import/export. Sono aziende piccole o medio piccole. Sono lì al banchetto per raccontare storie. Il contatto umano. Perché il vino, dalla notte dei tempi, serve a rallegrare i contatti umani. Non è una macchina che li produce (almeno qui) e non è una macchina alla quale sono destinati. Serve a far stare insieme le persone perché parte dalle persone. Quelle che piantano le barbatelle, che le curano mentre crescono, che vendemmiano, che producono il vino.  Un calice di vino, di una bevanda così particolare e così diversa da bottiglia a bottiglia, suscita sempre e comunque curiosità. Oggigiorno i vini sono decisamente tutti buoni. Non tutti fatti secondo etica però buoni. Cosa ci fa scegliere allora aldilà del prezzo? La conoscenza intesa non solo con il conoscere quel vino perché già bevuto ma la storia che c’è dietro. Quella ci convince. Una storia che però non deve essere la favoletta creata per ammaliare bambini ma qualcosa di vissuto.  Sono proprio quei calli sulle mani dei vignaioli e delle vignaiole che testimoniano la veridicità dei racconti.  Vogliamo guidare il pubblico alla scoperta di altri prodotti che qui possono anche acquistare. Nelle altre edizioni i produttori sono stati soddisfatti dalla vendita di vino che c’è stato. Tanti ne approfittano pure per fare visita agli operatori di Roma.  Detto in altri termini, fanno personalmente le consegne. Magari abbinano anche qualche serata, qualche evento. Si massimizza l’occasione di stare a Roma. Non hanno un import/export manager.. Quest’anno ci saranno anche degli approfondimenti con dei seminari, delle verticali.  Non voglio chiamarle con il termine inflazionato delle Masterclass.  Non me lo dite. Io ormai partecipo difficilmente ad una Masterclass. Si perde tempo a decantare il vino con termini poco comprensibili quando invece occorrerebbe intrattenere il pubblico con storie. Perlomeno a me piace condurle così. Un duetto con il produttore parlando di storie. Il vino? Si, importante. Come conseguenza però. Il vino diventa quasi un come un soprammobile: ci deve essere ma non è la parte più importante. Venire ad Uva Fiera non è solo scoprire qualcosa. È una finestra che si apre sulla Capitale con un parterre di vignaioli dove poter tarare proprio palato e andare alla scoperta di quello che potrebbe essere il proprio gusto con vini che non fanno male ne alla salute na al pianeta. Ecco. Alla fine questi sono i vini naturali. Vini che non fanno male ne alla salute (sempre moderando il consumo di alcol!) ne al pianeta. Cose queste non banali e che si possono realizzare solo se quel meraviglioso percorso di trasformazione si attua con etica e rispetto.  Ci sono uvaggi che prima erano utilizzati da taglio e ora in purezza. Restituire dignità alle persone e a quello che hanno fra le mani. Lasciare esprimere le uve per ciò che sono. Lasciar esprimere le persone per ciò che pensano. Così non solo si agisce con etica ma si ha la possibilità di scoprire i propri gusti rispetto a quanto proposto.  Uva Fiera racconta storie e mette sul banchetto esperienze di vita e prodotti che arrivano dal cuore e dall’anima delle persone. I vini non sono che espressione di persone e per apprezzarli occorre sedersi allo stesso tavolo, parlare della vita e bere insieme. L’essenza della vita è in questo senza che per questo si debba intendere bere vini che hanno difetti, che puzzano, che sono troppo acidi.  Se ti servono un pezzo di carne frollata male, ma che te lo mangi? Pasquale è così schietto e vero che non si può non sorridere a queste battute. Battute che nascondono grande verità. Perché all’inizio, i vini naturali erano davvero imbevibili e se provavi a dire che non erano buoni era come sostenere ad una manifestazione pro Palestina che anche Israele ha diritto di esistere. Venivi cacciato e messo al bando d novelli Francesca Albanese.  Oggi invece, con iniziative come Uva Fiera, si ha l’opportunità non solo di scoprire i propri gusti ma anche di allenarli. Ogni giorno escono 100 vini e mi piacerebbe poterli assaggiare tutti. Ogni giorno qualcuno sperimenta con espressioni, caratteristiche, sapori diverse. Questo vino non è mai definito perché non ha standard: acciaio, legno e poi bottiglia. Cosa mi vuoi raccontare con questo vino? Non c’è un compitino da svolgere nel fare questo tipo di vini. C’è una interpretazione diversa e personale che ha davvero poco di commerciale. Un vino che magari non si ripete ma si cambia per con gli anni e cambia anche nel tempo. Non è per chi mangia da sempre allo stesso ristorante il solito piatto di pasta.  Spesso è colpa degli enologi che una volta sperimentato un metodo lo riportano ovunque e con qualunque produttore dando vita a prodotti decisamente simili. Altre volte è colpa dei produttori che vogliono un vino “come quello li”. Altre ancora si cerca di imporre il prodotto come se si stesse vendendo una CocaCola. E la magia del vino dove va a finire? Uva Fiera alla fine è un evento dove ci sono le differenze e solo sperimentando si può mettere alla prova i propri sensi. Il nostro cervello in fondo ragiona per ricordi e differenze.  I ricordi sono quelli che abbiamo vissuto. Spesso nelle degustazioni che conduco trovo nel calice qualcosa che mi ricorda il mio passato. Ricordi che cerco di condividere. Spesso altri non sentono nulla e quello capita unicamente perché quel particolare sentore non lo si è mai incontrato prima così che il nostro cervello non riesce a metterlo in relazione con un ricordo. Le differenze sono quelle che ci fanno dire ad esempio non che una cosa sia buona in assoluto ma che è più buona rispetto a qualcos’altro.  Ecco allora che solo allenando i nostri sensi saremo in grado di capire effettivamente cosa ci piace e cosa ci fa star bene.  Uva Fiera è questo.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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3 Novembre, 2025

Il mio primo Trentodoc Festival

Quest'anno, per la prima volta, ho avuto il privilegio di immergermi nell'atmosfera vibrante del Trentodoc Festival.
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