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19 Ottobre, 2025
Le bollicine dell'AIS
Cosa è una bollicina?
Un involucro di anidride carbonica che si forma nel processo fermentativo.
Ci pensate? Sembra una cosa banale ma può dar vita a qualcosa di stupefacente. Quanto è grande? Dipende. Sì, dipende da una moltitudine di fattori che sarebbe troppo complicato e complesso da spiegare. Semplificando però possiamo affermare che quanto più è grande tanta più anidride carbonica contiene all’interno così da offrire sensazioni gustative e olfattive profondamente diverse. Noi però, tutti fini intenditori, abbiamo imparato ad apprezzare le differenze del perlage così come i diversi sentori sviluppati dalla fermentazione. Metodo Classico o Charmat (meglio forse Martinotti) che sia; pas dosè, brut…; lunghi o brevi affinamenti; millesimati o sans année, ecc ecc ecc. Cosa sia meglio? Dipende sempre da cosa si vuole ottenere, da cosa si vuole trasmettere, da quanto tempo si vuole attendere, da cosa si ha per le mani. Grazie all’AIS del Lazio il 28 settembre scorso è andata in scena una entusiasmante anzi, effervescente manifestazione per celebrare le differenti espressioni di Metodo Classico scovati su e giù per l’Italia: l’Altro volto del Metodo Classico. Magari è vero che se non hai in gamma una bollicina, non sei nessuno. E magari è ancora più vero che se non è un metodo classico con almeno 36 mesi di affinamento, meglio non dirlo. Però, in un panorama così vasto di territori e vitigni, l’AIS è stata in grado di scovare etichette e produttori di ottimo, se non eccellente in certi casi, livello. Cosa mi è piaciuto? Anzitutto la location. L’A.Rome LifeStyle Hotel è in una zona tranquilla vicino Villa Dora Pamphilj con buona facilità di parcheggio. Lontano dagli hotel del centro dove, va bene il fascino ma arrivarci e parcheggiare, scoraggia molti. Poi la sala, molto grande e spaziosa. Direi fruibile. Poi le etichette che ho trovato e delle quali parlerò in seguito. Molto interessanti per varietà dei vitigni, per collocazione geografica, per tipologia di affinamento. Insomma, un eccellente modo per esplorare ed avere una panoramica completa delle possibilità del Metodo Classico. Cosa mi è piaciuto meno? Dettagli ma che quando si parla di bollicine potrebbero fare la differenza. In primo luogo, l’identificazione dei produttori e dei territori. L’ho trovato eccessivamente confusionario. Capisco che nella quasi totalità dei casi era presente una sola referenza per produttore, ma occorreva pensare ad altro per valorizzare perlomeno i territori o i vitigni. Poi la scarsa presenza dei produttori magari legata alla singola referenza, chi può dirlo. Però poter parlare con i produttori invece che con il pur sempre preparatissimo sommelier AIS, fa la differenza. Gli assaggi da ricordare Centorame Anna. Pecorino 100%, 48 mesi sui lieviti, Pas dosè. Solo questo mi ha indotto ad inserirlo nella mia lista di assaggi da ricordare. Centorame poi è azienda seria che, in quel di Casoli (Teramo) produce vini provenienti da soli vitigni autoctoni abruzzesi. Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia. Magari con un arrosticino di pecora. Lambrusco DDR 2015 Cantina della Volta. Un Lambrusco che di Lambrusco sa poco. Cosa che per me è un gran complimento. Non perché non ami (come si potrebbe?) il Lambrusco ma unicamente perché da tutti gli altri si distingue e nettamente. Ricorda il Lambrusco come si può ricordare un lontano parente emigrato chissà quanti anni fa. Magari, quando lo rivedi, te lo ricordi ancora. O magari no. In questo DDR, le bollicine sono giuste, i sentori (che non sanno di Lambrusco) sono giusti, il gusto è giusto. Insomma è davvero giusto. MasSim Piazzo Comm. Armando. In Langa ma non in Alta Langa. MasSim è una bollicina che stupisce. Non banale, non civettuola, non scontata. Nebbiolo e un pò di Chardonnay per un olfatto e un gusto che si ispira alla frutta secca tanto che il finale è leggermente amarognolo così da renderlo spettacolare e diverso. Tecnicamente è un rosato ma il colore è tutto da interpretare. Proprio come queste bollicina. Pensi di capirlo, poi non lo capisci. Questo mi ammalia. Rimango in Langa e rimango sul Nebbiolo. Stavolta in purezza e Brut Nature. Enzo Boglietti il produttore. Una bollicina che non ha nulla da invidiare ad un Alta Langa anzi, come si direbbe a Roma glie passa sopra. Nel senso che ha in se le caratteristiche di una grande bollicina con i sentori tutti al posto giusto e un agrumato che da un Nebbiolo forse non ti aspetti. Pensare che con lo stesso vitigno si possa fare un Barolo o un Barbaresco, non ci si crede. Dalle Langhe al foggiano, la strada è lunga ma quando si arriva a Borgo Turrito e c’è un Calarosa Brut Rosè da Nero di Troia, il viaggio non si sente più. Leggero e soave da il meglio di se in bocca con una capacità di rinfrescare eccellente. Più floreale che fruttato l’ho apprezzato per la facilità di beva e la fresca sensazione che lascia in bocca. Mi è toccato (non a malavoglia) ritornare in Langa per il Kashal di Rivetto. Un 60 mesi, sempre da Nebbiolo che ha in se una unica parola: eleganza. Una eleganza che danza nell’equilibrio di una ballerina sul ghiaccio. Nessuna sbavatura, nessun tentennamento. Come se fosse finto e invece è magnificamente vero. Una di quelle bolle che non si può non assaggiare. Chiudo e mi dispiace non citare tutti gli altri, con Mahsarà dell’Azienda Agricola Ornina, giovane realtà biodinamica di Castel Focognano (Ar). Mahsarà è Pinot Nero, Sangiovese e Trebbiano realizzato, a dosaggio zero, con metodo ancestrale. Me ne sono innamorato appena ricevuto nel calice per un colore che sa di rame antico. Poi in bocca (non l’ho nemmeno annusato), deciso, determinato, prepotente ma quanto è stato bevibile! Non per tutti e meno male visto che non credo ne producano tante bottiglie. Tutte le altre? Non sono ruffiano ne pagato da qualcuno e posso liberamente affermare che ho trovato la qualità decisamente alta. Alcune le avevo già assaggiate come il meraviglioso Ebraluce di Roberto Crosio, altre non sono riuscito a provarle. Ma tanto ci sarà la prossima edizione dell’evento Ais! Alla prossima dunque. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Un involucro di anidride carbonica che si forma nel processo fermentativo.
Ci pensate? Sembra una cosa banale ma può dar vita a qualcosa di stupefacente. Quanto è grande? Dipende. Sì, dipende da una moltitudine di fattori che sarebbe troppo complicato e complesso da spiegare. Semplificando però possiamo affermare che quanto più è grande tanta più anidride carbonica contiene all’interno così da offrire sensazioni gustative e olfattive profondamente diverse. Noi però, tutti fini intenditori, abbiamo imparato ad apprezzare le differenze del perlage così come i diversi sentori sviluppati dalla fermentazione. Metodo Classico o Charmat (meglio forse Martinotti) che sia; pas dosè, brut…; lunghi o brevi affinamenti; millesimati o sans année, ecc ecc ecc. Cosa sia meglio? Dipende sempre da cosa si vuole ottenere, da cosa si vuole trasmettere, da quanto tempo si vuole attendere, da cosa si ha per le mani. Grazie all’AIS del Lazio il 28 settembre scorso è andata in scena una entusiasmante anzi, effervescente manifestazione per celebrare le differenti espressioni di Metodo Classico scovati su e giù per l’Italia: l’Altro volto del Metodo Classico. Magari è vero che se non hai in gamma una bollicina, non sei nessuno. E magari è ancora più vero che se non è un metodo classico con almeno 36 mesi di affinamento, meglio non dirlo. Però, in un panorama così vasto di territori e vitigni, l’AIS è stata in grado di scovare etichette e produttori di ottimo, se non eccellente in certi casi, livello. Cosa mi è piaciuto? Anzitutto la location. L’A.Rome LifeStyle Hotel è in una zona tranquilla vicino Villa Dora Pamphilj con buona facilità di parcheggio. Lontano dagli hotel del centro dove, va bene il fascino ma arrivarci e parcheggiare, scoraggia molti. Poi la sala, molto grande e spaziosa. Direi fruibile. Poi le etichette che ho trovato e delle quali parlerò in seguito. Molto interessanti per varietà dei vitigni, per collocazione geografica, per tipologia di affinamento. Insomma, un eccellente modo per esplorare ed avere una panoramica completa delle possibilità del Metodo Classico. Cosa mi è piaciuto meno? Dettagli ma che quando si parla di bollicine potrebbero fare la differenza. In primo luogo, l’identificazione dei produttori e dei territori. L’ho trovato eccessivamente confusionario. Capisco che nella quasi totalità dei casi era presente una sola referenza per produttore, ma occorreva pensare ad altro per valorizzare perlomeno i territori o i vitigni. Poi la scarsa presenza dei produttori magari legata alla singola referenza, chi può dirlo. Però poter parlare con i produttori invece che con il pur sempre preparatissimo sommelier AIS, fa la differenza. Gli assaggi da ricordare Centorame Anna. Pecorino 100%, 48 mesi sui lieviti, Pas dosè. Solo questo mi ha indotto ad inserirlo nella mia lista di assaggi da ricordare. Centorame poi è azienda seria che, in quel di Casoli (Teramo) produce vini provenienti da soli vitigni autoctoni abruzzesi. Anna ha quella grassa essenziale schiettezza propria dell’Abruzzo. Un sorso che non tradisce. Una sensazione di appagamento che non c’è e che costringe a finire la bottiglia. Magari con un arrosticino di pecora. Lambrusco DDR 2015 Cantina della Volta. Un Lambrusco che di Lambrusco sa poco. Cosa che per me è un gran complimento. Non perché non ami (come si potrebbe?) il Lambrusco ma unicamente perché da tutti gli altri si distingue e nettamente. Ricorda il Lambrusco come si può ricordare un lontano parente emigrato chissà quanti anni fa. Magari, quando lo rivedi, te lo ricordi ancora. O magari no. In questo DDR, le bollicine sono giuste, i sentori (che non sanno di Lambrusco) sono giusti, il gusto è giusto. Insomma è davvero giusto. MasSim Piazzo Comm. Armando. In Langa ma non in Alta Langa. MasSim è una bollicina che stupisce. Non banale, non civettuola, non scontata. Nebbiolo e un pò di Chardonnay per un olfatto e un gusto che si ispira alla frutta secca tanto che il finale è leggermente amarognolo così da renderlo spettacolare e diverso. Tecnicamente è un rosato ma il colore è tutto da interpretare. Proprio come queste bollicina. Pensi di capirlo, poi non lo capisci. Questo mi ammalia. Rimango in Langa e rimango sul Nebbiolo. Stavolta in purezza e Brut Nature. Enzo Boglietti il produttore. Una bollicina che non ha nulla da invidiare ad un Alta Langa anzi, come si direbbe a Roma glie passa sopra. Nel senso che ha in se le caratteristiche di una grande bollicina con i sentori tutti al posto giusto e un agrumato che da un Nebbiolo forse non ti aspetti. Pensare che con lo stesso vitigno si possa fare un Barolo o un Barbaresco, non ci si crede. Dalle Langhe al foggiano, la strada è lunga ma quando si arriva a Borgo Turrito e c’è un Calarosa Brut Rosè da Nero di Troia, il viaggio non si sente più. Leggero e soave da il meglio di se in bocca con una capacità di rinfrescare eccellente. Più floreale che fruttato l’ho apprezzato per la facilità di beva e la fresca sensazione che lascia in bocca. Mi è toccato (non a malavoglia) ritornare in Langa per il Kashal di Rivetto. Un 60 mesi, sempre da Nebbiolo che ha in se una unica parola: eleganza. Una eleganza che danza nell’equilibrio di una ballerina sul ghiaccio. Nessuna sbavatura, nessun tentennamento. Come se fosse finto e invece è magnificamente vero. Una di quelle bolle che non si può non assaggiare. Chiudo e mi dispiace non citare tutti gli altri, con Mahsarà dell’Azienda Agricola Ornina, giovane realtà biodinamica di Castel Focognano (Ar). Mahsarà è Pinot Nero, Sangiovese e Trebbiano realizzato, a dosaggio zero, con metodo ancestrale. Me ne sono innamorato appena ricevuto nel calice per un colore che sa di rame antico. Poi in bocca (non l’ho nemmeno annusato), deciso, determinato, prepotente ma quanto è stato bevibile! Non per tutti e meno male visto che non credo ne producano tante bottiglie. Tutte le altre? Non sono ruffiano ne pagato da qualcuno e posso liberamente affermare che ho trovato la qualità decisamente alta. Alcune le avevo già assaggiate come il meraviglioso Ebraluce di Roberto Crosio, altre non sono riuscito a provarle. Ma tanto ci sarà la prossima edizione dell’evento Ais! Alla prossima dunque. Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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19 Ottobre, 2025
Montefili presenta il nuovo sito: un invito nel cuore della sua identità
Vecchie Terre di Montefili lancia il nuovo sito ufficiale, un’esperienza digitale pensata per raccontare con profondità la storia, i vini e la filosofia di una delle realtà più autentiche del Chianti Classico.
Vecchie Terre di Montefili annuncia il lancio della nuova versione del proprio sito, una piattaforma rinnovata nella grafica e nell’approccio narrativo, progettata per rispecchiare i valori fondanti del brand: autenticità, precisione e sobrietà.
Il nuovo design, essenziale ed elegante, accompagna il visitatore in un viaggio tra i vigneti a 500 metri di altitudine, dove la cura artigianale e la gestione biologica si fondono con una visione enologica contemporanea. La narrazione si amplia per esplorare non solo i vini, ma anche il territorio, le persone e il tempo che definiscono ogni annata.
Un elemento centrale dell’esperienza digitale è il Montefili Wine Club, un’area riservata ai clienti più affezionati e ai veri conoscitori. Qui, la scarsità diventa un valore: accesso a release esclusive, verticali riservate ai collezionisti, aggiornamenti diretti dalla cantina e opportunità di acquisto di bottiglie prodotte in piccole quantità. È un invito a vivere Montefili non come semplice consumatore, ma come parte attiva di una storia che si costruisce anno dopo anno.
Il team di Montefili
Abbiamo voluto che il sito non fosse soltanto una vetrina, ma un’estensione della nostra identità. Un luogo dove chi ci segue possa sentirsi parte della nostra storia, con la possibilità di vivere Montefili in maniera autentica, personale e memorabile.
Guidata da Serena Gusmeri, Montefili si distingue per un’identità solida e contemporanea, costruita sull’equilibrio tra tradizione, sostenibilità e precisione enologica. Fondata negli anni ’70, l’azienda è oggi un punto di riferimento per chi cerca vini eleganti, profondamente radicati nel territorio toscano.
Tra le etichette iconiche spicca Anfiteatro, Sangiovese in purezza proveniente da parcelle storiche, che racconta con intensità e finezza la voce più autentica della tenuta. Ogni bottiglia è il risultato di un equilibrio fragile e prezioso tra natura e tempo, un racconto di territorio, visione e futuro.
Montefili guarda al mondo con curiosità e consapevolezza, creando vini che, pur parlando di Toscana, portano un messaggio universale: l’eccellenza nasce dalla pazienza, dalla cura e dal rispetto per il ciclo naturale.
Il nuovo sito è ora online all’indirizzo www.montefiliwines.com, con sezioni dedicate alla storia, ai vini, al Wine Club e ai contatti, arricchite da immagini evocative e testi curati per una navigazione fluida e coinvolgente.
La Redazione
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19 Ottobre, 2025
ErbHosteria. Il pranzo della ripartenza
Erbhosteria. Un secolo di emozioni a Badia Tedalda. A Badia Tedalda, il tempo ha un sapore antico e un'anima profondamente legata alla terra. In questo piccolo borgo, dove la natura incontaminata si fonde con la storia, sorge Erbhosteria, il ristorante della famiglia Valentini. Non è un semplice luogo dove mangiare, ma il punto di arrivo di un percorso lungo oltre un secolo, fatto di sacrifici, amore e una passione per il cibo che si è trasformata in un impegno di vita.
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18 Ottobre, 2025
Andreola Valdobbiadene Rive di Santo Stefano Extra Dry Dirupo ottiene i Tre Bicchieri 2026
La storica cantina celebra per il secondo anno consecutivo uno dei massimi riconoscimenti del vino italiano
La cantina Andreola, simbolo della viticoltura eroica del Valdobbiadene DOCG, festeggia con orgoglio il conferimento dei Tre Bicchieri 2026 al suo Valdobbiadene Rive di Santo Stefano Extra Dry Dirupo Etichetta del Fondatore Nazzareno Pola 2024. Questo spumante rappresenta la selezione più accurata del prodotto Dirupo, con ogni annata che vede la scelta della vigna che meglio esprime finezza ed eleganza; per il 2024 è stata selezionata la storica Rive di Santo Stefano.
Il vino è prodotto principalmente da uve Glera (90%) con piccoli apporti di Bianchetta e Perera, coltivate in vigneti di forte pendenza tra i 200 e i 500 metri di altitudine. Si caratterizza per un perlage fine e persistente, profumi di glicine, biancospino, pera, pesca bianca e delicate note di pasticceria. Al palato risulta pieno e cremoso, con un finale lungo e sapido, tipico delle colline eroiche patrimonio UNESCO del Conegliano Valdobbiadene.
Il premio conferma la capacità di Andreola di combinare tradizione e innovazione nella continua ricerca di qualità, consolidando il ruolo della famiglia Pola come ambasciatrice del Valdobbiadene DOCG nel mondo.
Fondata nel 1984, la cantina Andreola si estende oggi su circa 110 ettari vitati, con una produzione di circa 900 mila bottiglie esportate in oltre 35 paesi. L’azienda è rinomata per la viticoltura eroica, il lavoro manuale sui ripidi pendii e per la valorizzazione delle diverse espressioni del territorio attraverso la produzione di numerose etichette e cru.
La Redazione
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18 Ottobre, 2025
Premio "Next Generation 2026" di DoctorWine a Generazione Next
Il gruppo under 40 di Assovini Sicilia riceve un prestigioso riconoscimento e punta a innovare il linguaggio del vino
Generazione Next, il gruppo di giovani produttori under 40 facente parte di Assovini Sicilia, ha concretizzato un importante traguardo aggiudicandosi il Premio “Next Generation 2026” di DoctorWine. Il premio, destinato a “giovani che si fanno largo in questo mondo con capacità, preparazione, passione e tenacia”, è stato ritirato sabato 4 ottobre a Milano, presso l’Hotel Principe di Savoia, in occasione della presentazione della Guida Essenziale 2026 di DoctorWine.
Generazione Next, composta da ventisei membri già attivi nelle rispettive aziende familiari e in diversi ambiti professionali tra cui export, marketing, enoturismo, produzione e amministrazione, si dedica a valorizzare il territorio e la produzione vitivinicola siciliana, proponendo un linguaggio innovativo, fresco e orientato al futuro. Recentemente il gruppo ha rinnovato la propria governance con l’elezione a presidente di Gabriella Favara e a vicepresidente di Enrica Spadafora, le quali, insieme al Consiglio direttivo, guidano progetti strategici focalizzati su comunicazione, coinvolgimento attivo della Generazione Z, formazione interna e promozione del territorio.
Gabriella Favara, presidente di Generazione Next
Uno dei nostri obiettivi è fornire una chiave di lettura netta sul rapporto tra nuove generazioni e vino: non è ai giovani che va chiesto di cambiare, è il mondo del vino che deve imparare a comunicare meglio i propri valori di autenticità. Sta a noi costruire ponti: un linguaggio più accessibile, esperienze coinvolgenti e una presenza coerente. Serve una comunicazione capace di unire rigore e leggerezza, competenza e immediatezza, evitando tecnicismi inutili e privilegiando storie, sapori e abbinamenti che parlino il linguaggio dell’esperienza.
Enrica Spadafora, vicepresidente di Generazione Next
Ricevere il Premio Next Generation 2026 da Doctor Wine è per noi una grande emozione e dà valore al percorso che stiamo costruendo insieme. Generazione Next di Assovini Sicilia è un progetto corale, nato dalla visione, dalla passione e dalla voglia di mettersi in gioco con uno sguardo rivolto al futuro. Nasce anche dal desiderio di portare avanti l’eredità del lavoro di squadra di Assovini, sviluppando progetti e linguaggi capaci di coinvolgere e avvicinare sempre più i giovani al mondo del vino.
Il gruppo si concentra su settori chiave come management, hospitality, enoturismo e comunicazione, assumendo un ruolo centrale nel dibattito sull’evoluzione della vitivinicoltura siciliana e sul suo dialogo con le nuove generazioni.
Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia
Sul solco di questa continuità con i valori della nostra associazione, Generazione Next porta avanti un progetto che segue i cambiamenti del nostro mondo pur condividendo i valori delle generazioni passate. Il know how e le competenze delle nuove generazioni sono essenziali per la nostra associazione, non solo per mantenere vivi gli obiettivi ma soprattutto per costruire un dialogo proficuo con le nuove generazioni ed intercettare i giovani a vivere ed apprezzare la cultura del vino.
La Redazione
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18 Ottobre, 2025
Réserve de la Terre Rosé. La nuova referenza biologica di Telmont impreziosisce una memorabile serata bolognese
A Casa Azzoguidi, all’interno di uno dei palazzi più antichi del centro di Bologna, la sera del 6 ottobre è avvenuto il lancio ufficiale in Italia di Réserve de la Terre Rosé.
Un evento esclusivo organizzato da Gruppo Montenegro, distributore ufficiale di Champagne Telmont e di tutto il portafoglio Rémy Cointreau in Italia, che ha permesso a stampa, operatori del settore e fortunati appassionati di degustare la cuvée e conoscere da vicino il percorso di eccellenza e responsabilità ambientale intrapreso dalla Maison.
Chiara e forte la dichiarazione d’apertura di Alexis Lyon, global brand manager di Telmont
Intendiamo offrire il miglior Champagne possibile, senza alcun compromesso quando si tratta di sostenibilità.
Fondata nel 1912 da Henri Lhôpital, tra i protagonisti della Rivoluzione dello Champagne del 1911, Telmont è ora arrivata alla quarta generazione, ma la Maison continua a dichiararsi una “century startup”
Stiamo cercando di guidare una seconda rivoluzione, questa volta una rivoluzione verde. Piantiamo alberi e seminiamo colture tra i filari con costanza, ma non basta. Se vogliamo generare un impatto significativo sul territorio, dobbiamo attuare senza compromessi l’agricoltura biologica: nessun fertilizzante chimico, nessun diserbante sintetico, nessun pesticida. In questo modo, il suolo si rigenera e consentiamo alla vite d’interagire con l’ambiente in modo naturale.
Dal 2021, con il progetto In the Name of Mother Nature, Telmont ha avviato la conversione al biologico e all’agricoltura rigenerativa di tutti i vigneti di proprietà e dei partner viticoltori. Oggi il 70% delle vigne è già certificato biologico; l’obiettivo è raggiungere il 100% entro il 2031 e continuare a preservare la biodiversità, riducendo drasticamente le emissioni di carbonio, per arrivare al Net Zero entro il 2050. La sostenibilità, in Champagne Telmont, non si limita infatti al vigneto: tutta l’energia utilizzata nei siti produttivi proviene da fonti rinnovabili e i trasporti aerei sono stati interamente sostituiti da spedizioni via mare o terra. Inoltre, dal 2021, l’azienda ha cessato di proporre cofanetti
Produciamo Champagne, non scatole regalo. Non abbiamo bisogno di edizioni speciali con volti famosi per vendere il vino
Ha incalzato un tagliente Lyon, alludendo alle scelte glamour di celebri marchi che continuano a puntare su campagne pubblicitarie con brand ambassador del mondo della moda e dello spettacolo.
Un volto noto c’è, in realtà, anche nella compagine Telmont, ma riveste un ruolo ben più esteso e determinante di un ingaggio promozionale: l’attore hollywoodiano Leonardo Di Caprio, celebre per il suo attivismo sui temi ambientali, è tra gli azionisti del marchio insieme a Bertrand Lhôpital, grapefather e chef de cave, nonché pronipote del fondatore Henri, Ludovic du Plessis, Presidente della Maison e Rémy Cointreau, azionista di maggioranza che supporta pienamente la missione di sostenibilità e innovazione intrapresa dall’Azienda.
Réserve de la Terre Rosé ora affianca Réserve de la Terre e diventa la seconda cuvée 100% biologica della Maison, riaffermandone la cifra stilistica: nei prodotti Telmont si riconosce uno stile arioso e strutturato, in perfetto equilibrio fra tensione e freschezza, con un’acidità sottile e bilanciata accompagnata da una persistenza memorabile.
Corpo strutturato e leggerezza sorprendente. Può suonare come una contraddizione, ma è proprio in questo magico paradosso che risiede l’unicità di ogni cuvée Telmont, sempre perfettamente descritta su ciascuna etichetta, in ogni minimo particolare.
Il Réserve de la Terre Rosé degustato con i colleghi della stampa a Casa Azzoguidi, grazie all’organizzazione dell’ufficio stampa e PR Alexander Kim, nasceva dal connubio di due annate complementari: il 2020 per un maggioritario 55%, generoso e di apprezzabile qualità, completato per la restante parte dal 2021, anno difficile dal punto di vista della resa, ma straordinario per la qualità delle uve.
Il blend era composto da Chardonnay al 38%, Pinot Noir 35% e Meunier al 27%, con un 15% di vino rosso proveniente dalla Côte des Bars, terroir rinomato per il Pinot Noir. Il risultato è un rosé d’assemblage dal profilo snello, equilibrato tra vitalità e complessità, con una chiusura tesa e vivace. All’olfatto colpiscono le tracce di melagrana e ribes rosso, accompagnate da note tostate; al palato si aggiungono aromi di ciliegia e scorza d’arancia, seguiti da un lungo finale sapido e lievemente speziato.
L’abbinamento della cucina di Casa Azzoguidi è stato trionfale, sia con le portate da sempre associate agli champagne, come ostriche e battuta di gambero, sia con le colonne portanti della cucina bolognese, come le tagliatelle al ragù.
Del resto, se – come recita la filosofia della Maison – lo Champagne Telmont nasce da un suolo vivo per essere pieno di vita, quale cucina può definirsi più ricca di gioiosa vitalità di quella bolognese?
Adele Gorni Silvestrini –Passi in cantina
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini https://adelegornisilvestrini.it/
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17 Ottobre, 2025
40 anni di Riserva Perpetua: la Maison di Champagne Bruno Paillard celebra la sua visione del tempo
40 anni di esplorazione temporale che diventa la chiave della forte identità dei loro vini
Nel 1985 la giovane Maison Bruno Paillard innovò il concetto di riserva creando la Riserva Perpetua, uno degli assemblaggi più antichi in Champagne concepito per evolversi ogni anno con l’inserimento di un nuovo millesimo. Questa pratica riflette la convinzione della Maison che lo Champagne sia un vino vivo, capace di trasformarsi e migliorare nel tempo, garantendone la longevità.
La Riserva Perpetua è un vero archivio sensoriale che contiene i sapori delle annate passate e assicura uno stile coerente, energico e profondo. Diversamente dalle riserve tradizionali conservate per annata, questo assemblaggio continuo viene maturato in botti di quercia e acciaio, unendo vini giovani con quelli di annate precedenti per raggiungere oggi l’insieme di 40 millesimi.
Alice Paillard, proprietaria e direttrice della Maison
Dopo quattro decenni, la Riserva Perpetua incarna la nostra ricerca di uno Champagne vivo, vibrante e preciso, un viaggio attraverso il tempo che invita a scoprire questa memoria in movimento nelle nostre cuvée multimillesimate.
Due espressioni di questa Riserva sono la Première Cuvée Extra-Brut, in cui la Riserva Perpetua rappresenta circa il 33% dell’assemblaggio medio degli ultimi dieci anni, e la Cuvée 72, che rende omaggio a una doppia maturazione prolungata di 36 mesi sui lieviti, seguita da una seconda maturazione di ulteriori 36 mesi dopo la sboccatura, momento in cui il vino si apre completamente rivelando nuove sfumature aromatiche.
La Riserva Perpetua rappresenta una memoria vivente del vino: la lunga permanenza sui lieviti e il successivo periodo di “convalescenza” sono fondamentali per l’evoluzione degli Champagne Bruno Paillard, capaci di sorprenderti anche a distanza di molti anni dalla nascita.
I vini della Maison Bruno Paillard sono distribuiti in esclusiva per l’Italia da Cuzziol GrandiVini Srl, con sede a Santa Lucia di Piave (Treviso).
La Redazione
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17 Ottobre, 2025
Identitari e contemporanei, i vini dei Colli Piacentini convincono anche Parigi
Il percorso di promozione internazionale del Consorzio di tutela vini Doc Colli Piacentini ha fatto tappa il 7 ottobre a “Les Rencontres Vinicoles” a Parigi, evento di grande rilievo nel panorama vinicolo francese. Le eccellenze del territorio piacentino, in particolare la Malvasia, hanno ricevuto ampi consensi durante le masterclass e le degustazioni rivolte agli operatori del settore.
Dopo i successi registrati nelle missioni a Vilnius e Varsavia, volte a valorizzare le produzioni del territorio e a sviluppare relazioni commerciali nei mercati baltico e polacco, il progetto di promozione biennale 2024-2025 del Consorzio di tutela vini Doc Colli Piacentini ha raggiunto la capitale francese con una delegazione di produttori locali.
La 53ª edizione di “Les Rencontres Vinicoles”, evento partner esclusivo dell’Associazione Sommelier di Parigi, ha riunito circa sessanta cantine provenienti da Francia ed Europa. Oltre quattrocento operatori tra ristoratori, distributori, sommelier e giornalisti hanno partecipato a un walk around tasting, degustando numerose etichette e approfondendo le caratteristiche distintive dei vini piacentini.
Nel pomeriggio, durante una masterclass dedicata ai vitigni aromatici, Alexandre Fréguin, Best Sommelier UK 2018, ha guidato la degustazione di una selezione di vini di riferimento, spaziando tra la Malvasia di Candia Aromatica dei Colli Piacentini e il Moscato piemontese. La giornata si è conclusa con una cena di gala riservata a importatori selezionati e stampa francese, consacrando ancora una volta la presenza e il valore dei vini piacentini nella scena internazionale.
Il presidente del Consorzio, Marco Profumo
Parigi è stata l’ultima tappa di un percorso biennale che ci ha visto portare con orgoglio e soddisfazione i nostri vini in alcuni dei più interessanti Paesi europei, spaziando tra mercati emergenti e consolidati. Abbiamo vini di grande qualità, dalla forte identità territoriale e perfettamente in linea con quanto chiedono oggi i consumatori in tutto il mondo. Solo muovendoci insieme come territorio possiamo giocare le nostre carte migliori per ampliare le destinazioni dei nostri prodotti e sostenerne la diffusione in un momento sfidante per tutto il settore.
La missione parigina anticipa la due giorni di degustazioni prevista a Milano il 12 e 13 ottobre per operatori, giornalisti e wine lover nell’ambito del progetto “Oh my Doc!”, finalizzato a presidiare i principali mercati italiani. Inoltre, i vini Doc dei Colli Piacentini saranno protagonisti di uno spazio dedicato alla Fiera dei Vini di Piacenza, in programma dal 22 al 24 novembre a Piacenza Expo.
La Redazione
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17 Ottobre, 2025
Luca e Giuliana. Non separi l’uomo ciò che la Falanghina unisce
Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.
È nel Vangelo secondo Matteo (19,6) che questa frase viene usata da Gesù per sottolineare l’indissolubilità del matrimonio
Mi tirerò certamente dietro le ire di chi votò a favore del divorzio nel referendum abrogativo del 1974. I “no” del 59.3% degli aventi diritto sancì come in uno stato laico non servisse Dio per sciogliere un matrimonio.
Se riuscirò a sopravvivere alle ire dei favorevoli al divorzio, non è detto che sopravviverò a quelle di chi considererà blasfemia l’utilizzo di un vino in una frase direttamente tratta dal Vangelo.
Eppure, la storia che spero vi appresterete a leggere, parte proprio dalla Falanghina.
Solo che in questa storia le storie sono due. Quella di Giuliana e quella di Luca.
Vediamo di raccapezzarci qualcosa.
Luca Paparelli è di Galluccio un piccolo paese del casertano ai piedi del vulcano spento di Roccamonfina. Uno di quei posti che fa parte della mia memoria per via dei racconti di zio Pasquale che era solito andarci in bici per le sue scampagnate. Al ritorno non faceva che narrarne le bellezze.
Luca è figlio di commercianti di prodotti agricoli con, manco a dirlo, la passione del vino. Da queste parti non sei nessuno se non hai almeno un paio di ettari di vigneto.
Non è un chiacchierone e non si perde in tante parole. Ha l’aria pacifica tipica di chi ama starsene per i fatti propri a lavorare su ciò che gli piace. Come la vigna.
Dopo le scuole superiori, vuole costruirsi un mestiere e se ne va in Trentino e Friuli Venezia Giulia ad imparare. Visto che è pure meticoloso, la laurea in enologia e viticoltura se la prende per poi continuare ad imparare con diverse esperienze sia in Italia sia all’estero.
Prevalentemente al sud d’Italia. Dopo la laurea in viticoltura ed enologia inizio a lavorare in diverse cantine, tra cui una non molto lontana da da Galluccio, Tenuta Adolfo Spada, dove oggi produco i miei vini, i miei spumanti.
Insomma una vita tranquilla in un paese tranquillo. 40 anni di vendemmie e non perché sia anziano ma perché i suoi inizi risalgono alla tenera età di cinque anni. Tanta dedizione. Tanto amore per un mestiere che Luca interpreta con quella flemmatica serenità tipica di questi luoghi. Attenzione però a confondere un modo di vita con qualcosa che non ha niente a che vedere con la capacità e l’operosità. Perché qui ce ne è da vendere.
Giuliana è l’esatto opposto di Luca. Lui non parla. Lei si. Lui è sintetico, lei no. Lui sembra flemmatico, lei una esplosione.
Una sorta di compensazione. Compensazione che è motivo ricorrente della loro storia. Ma non è così che si formano le coppie migliori?
Proviene da una famiglia da sempre nel mondo dell’enogastronomia.
Il papà Luigi era per tutti Gigino Cucchiaro, storico ristoratore di Bacoli. Da parte invece di mamma, da tre generazioni nella distribuzione. Dei vini ovviamente.
Lei? Avvocato.
Se ve lo starete chiedendo, si, è una anomalia ma una anomalia per una storia che vuole parlare di vino. Comprendendo bene il contesto nel quale Giuliana è cresciuta, non lo è per nulla. Per i figli, i genitori sperano e cercano sempre un futuro diverso e migliore. Gli ambiti della ristorazione o della distribuzione (con fratelli e sorelle della mamma a riempire la compagine societaria) non sono particolarmente agevoli.
È spesso la vita a decidere cosa sarà del proprio futuro e per Giuliana la vita decide per il fratello Emanuele.
Mio fratello Emanuele decise di iscriversi ad agraria. La sua era una passione per la campagna e i vigneti in particolare. Con mio padre acquistarono già del 2009 dei terreni a Sessa Aurunca impiantando dei vigneti. Nel 2014 la prima vendemmia poi dopo due anni è finito.
Giuliana usa un termine particolare per indicare la morte del fratello. Un evento tragico preceduto da un periodo nel quale Emanuele non poteva recarsi in cantina per via della malattia. Nella tragicità delle cose, è Giuliana chiamata ad effettuare le operazioni di cantina che il fratello le indica. Lo fa con amore e passione. Verso il fratello e probabilmente per rispetto di colui che ha fortemente voluto qualcosa che non riuscirà a vedere realizzata.
Veniva e mi diceva quello che io dovevo fare. Stava lì, insomma, tipo carabiniere a dirmi: devi fare così, devi fare così. Mi ha insegnato chiaramente una serie di cose. Prima di finire mi ha affidato a Bruno de Conciliis e nel 2017 ho fatto la mia prima vendemmia.
Luca entra in questa storia silenziosamente e casualmente. Senza volerlo. Perché anche nel suo caso, il destino decide per lui. È infatti il 2016 quando Giuliana, necessitando di Falanghina aveva chiesto ad un su amico dove potesse acquistarne un pò. Un amico che suggerì proprio Luca per la bontà del suo prodotto.
La Falanghina di Luca mi colpì particolarmente e abbiamo quindi cominciato praticamente poi a conoscerci. Alla fine, insomma, le due cose in qualche modo si sono si sono intrecciate.
Una conoscenza che porta Giuliana, nonostante avesse dei consulenti a passare sempre da Luca prima di imbottigliare.
Chiaramente volevo il suo parere. Al di là comunque del del sentimento che ci lega professionalmente, avevo all’epoca e ho ancora oggi una grandissima stima di Luca. Come enologo e come produttore. La verità è che lo fa con tantissima passione. Quindi riesce anche a far diventare liquidi quelli che sono i miei pensieri.
Ne ho sentite tante di frasi di apprezzamento verso il proprio partner. Dalle più tenere alle più volgari. Fa parte del gioco dell’amore.
Quella che però Giuliana utilizza, oltre ad essere meravigliosa e decisamente carina, disegna anche un punto interrogativo sul mio volto tanto che lei si affretta a specificare.
Allora, ti spiego anche il perché di questa definizione. Non essendo comunque del mestiere, non avendo comunque una preparazione adeguata, io posso avere dei pensieri, delle opinioni sul vino, su quello che poi gli imbottiglia, su quello che deve arrivare insomma il cliente, su come voglio che sia il prodotto ma, tecnicamente ho necessità comunque qualcuno che si metta lì vicino a me con santa pazienza e arrivi ad immaginare insieme a me, a costruire insieme a me quello che può essere il risultato finale. Luca riesce effettivamente a rendere liquidi i miei pensieri. Mi trasforma in una versione liquida. Per me, almeno fa veramente la differenza.
Giuliana è così. Dinamica, forte, determinata. Una donna del sud che sa farsi valere. Lo fa con la sua forza. Lo fa con la dialettica. Lo fa con la dolcezza. Intorno a lei continua a fare capolino la piccola Livia. Una bambina dolcissima, timida solo all’apparenza. È il frutto di quella che è l’amore tra Giuliana e Luca.
Ah l’amore, l’amore. Solo che Luca oltre ad essere stato accalappiato sentimentalmente da Giuliana, ha anche subito una captazione professionale.
Cerchiamo di fare chiarezza.
Luca la sua azienda l’aveva comunque creata prima di Giuliana: Luca Paparelli viticoltore in Galluccio. Cinque ettari e circa 25.000 bottiglie essenzialmente di bollicine da Asprinio, Aglianico, Piedirosso e Falanghina. Si, proprio quella Falanghina galeotta….
Le vigne a Galluccio e la cantina nei locali di quella che era l’azienda per la quale lavorava.
Ho la fortuna di avere i vigneti a Galluccio che sono distanti circa due, tre km e una cantina enorme. La proprietà ha circa 25 ettari che gestisco io ma non producono più vino dal 2021. Dal rapporto, diciamo di fiducia e di stima che c’era tra me e i proprietari, oltre oltre a condurgli i vigneti, mi hanno dato in comodato d’uso la cantina che è di 1.200 metri quadri con 2500 ettolitri di capienza. Quindi ho spazio.
L’azienda di Giuliana invece è Torelle e ha le vigne (quattro ettari) in quel di Sessa Aurunca, piccolo paese del casertano con la cantina a Cascano, poco distante. Due paesi, anche questi nella mia memoria. Quando andavamo al paese dei miei nonni, Camigliano, papà, da Latina prendeva sempre l’Appia nonostante l’autostrada fosse decisamente migliore. Un viaggio che riesco ancora oggi a ripercorrere con la memoria transitando per la costa con Terracina, Sperlonga, Gaeta, Formia, Scauri. Poi, una volta attraversato il Garigliano l’Appia che si inerpica per i paesini dell’entroterra casertano. Il paesaggio da marino diventava collinare e boschivo. Dalle spiagge alle terre in un solo valicar di fiume. È sull’Appia che incontravamo Sessa Aurunca e Cascano.
Dicevamo di Torelle. Una piccola cantina in un casolare dell’800 dove ci si sta stretti. Ma che per adesso basta.
Il territorio identifica direttamente il prodotto. Torelle è un territorio più da rossi, da rossi importanti mentre Galluccio riesce a conservare molto di più l’acidità. Per questo ho cercato di iniziare con le bollicine.
Due territori diversi. Due aziende diverse. Differenze tutte da valorizzare.
Torelle (circa 20.000 bottiglie) con i rossi e il rosato da Aglianico. Poi la Falanghina. Si proprio quella Falanghina galeotta…
Luca Paparelli per gli spumanti.
Diciamo che siamo complementari anche sotto questo punto di vista. Torelle si concentra sui fermi e Luca sulle bolle. D’altro canto c’è questa distinzione comunque importante che ci viene data in maniera del tutto naturale dal territorio. Quindi, in realtà è stato tutto assolutamente casuale. Non c’è stata una scelta ben precisa né di tipo commerciale né altro per riuscire a distinguere le due aziende. Si sono completate a vicenda.
La sorte è che quella Falanghina che li ha fatti incontrare, si quella Falanghina galeotta si chiama Roccamonfina. Non conoscendo il territorio può non dire nulla però, il vulcano spento di Roccamonfina e il paese che da questo prende il nome, è proprio a metà strada tra Cascano e Galluccio. Più che un anello di congiunzione appare un compromesso, un meraviglioso venirsi incontro. Come per chi si sceglie.
Ci siamo conosciuti volevo proprio lì. È per la Falanghina che ci siamo conosciuti e la Falanghina poi ci ha anche uniti.
La Falanghina IGP Roccamonfina Torelle ha il riflesso chiaro della pietra baciata dal sole. Profuma di frutta bianca, di mango maturo, di agrumi ed erbette. La sua è anima minerale che incanta per l’accenno ferroso che sembra fuso nel vino.
Nel calice la semplicità si fa miracolo: è come se un piccolo frammento di metallo antico si fosse sciolto nel liquido. Come se le radici delle viti siano arrivate nelle profondità del vulcano spento succhiandone l’essenza. È così che quel metallo adesso si fa strada tra la pesca bianca e il mango esaltando la sapidità di un vino che è fusione. Semplicità e forza. Dolcezza e determinazione. Sapidità e verticalità. Una fusione tra roccia e cielo, tra terra e fuoco, tra Giuliana e Luca.
Poi devo dire la verità, una cosa che a me diverte tantissimo, io amo assaggiare. Lo facevo sin dall’inizio di andare ogni tanto in cantina da Luca a disturbarlo mentre lui era lì, intento a lavorare in modo serio. All’improvviso irrompevo, prendevo i bicchieri e cominciavo praticamente a farmi a tappeto tutti i serbatoi. Devo dire che poi fatto in questo modo, in realtà il nostro lavoro è anche divertente. La scelta comunque di unire il lavoro e la famiglia è stata secondo me poi anche una scelta vincente perché riusciamo comunque attraverso il lavoro, a divertirci a stare insieme.
Non è un lavoro sostanzialmente neanche adesso è un lavoro. Come devo dire uno si vuole perfezionare nelle annate. Un passettino in più ogni anno. La cosa che mi entusiasma sempre di più è che comunque la qualità dell’uva che si riesce ad ottenere da queste vigne..
Tra i due si percepisce come Luca sia quello tenero, riflessivo, attento; Giuliana spigliata e determinata. Una crasi perfetta poiché Luca si dedica alle vigne e alle cantine per ottenere prodotti davvero eccellenti mentre Giuliana è l’anima commerciale, l’immagine della azienda. Insieme sono qualcosa che vale il prezzo del biglietto.
Giuliana ama stare in cantina mentre in campagna meno.
Sono un pò più cittadina probabilmente come dice Luca. Il problema è che a me stare lì da sola, io e le vigne, nel senso che non posso parlare con mezzo mondo, non posso avere tutti i miei contatti sociali….Mi manca un pò l’aria. Quando ci vado e ci vado anche volentieri, devo dire la verità, avendo comunque una bimba piccina, lei va seguita e dobbiamo dividerci.
Luca se ne sta in campagna tranquillo e rilassato. Nel suo mondo. Con i silenzi e i rumori della natura.
Mi rilassa molto la campagna. È un lato che mi piace tanto perché si ritrova un pò sé stessi sostanzialmente. La natura che si ripete. Accudire le la vigna. Perché comunque la vigna va accudita come tanti piccoli bambini. Ogni passo che si fa a lungo il vigneto fa emergere le differenze che forse altri non noterebbero. Ogni vite dev’essere curata in modo diverso per portarle tutte ad avere lo stesso risultato. A me rilassa tanto. Ci sono i picchi di lavoro che sono stressanti, ma non così tanto diciamo. Il periodo della potatura verde, il periodo della vendemmia…
In vendemmia ci vado eh! In vendemmia vado anche in campagna oltre che in cantina.
Nella cantina di Torelle, quella di Cascano in un casolare del 1800, gli spazi piccoli così che i serbatoi e la barricaia sono incastrati nel tufo di Sessa Aurunca.
Ogni operazione dev’essere fatta chirurgicamente. Come giocare a Tetris.
Il lavoro per entrambi può essere folle con mesi particolari come agosto e settembre scanditi settimanalmente. Sull’azienda Torelle si inizia con il rosato. Poi si prosegue con la Falanghina. Quando si iniziano i rossi a Torelle poi sono quasi pronte le uve a Galluccio. Alternanza tra Sessa Aurunca e Galluccio. Oltre che dai Campi Flegrei dove vivono (così Luca viaggia tra vulcani!).
La prima in assoluto è l’Asprinio per la quale non si va oltre i primi giorni di settembre. Per due mesi Giuliana non lo vede proprio. Spesso non torno a casa per un mese intero. Ottobre il mese nero perché vanno gestite anche le fermentazioni.
Anche perché finché la bambina era piccola, riuscivamo a trasferirsi tutti quanti a Cascano. Iniziando la scuola è diventato problematico.
Semplicità. Finezza ed eleganza nella semplicità. Forza e determinazione. Schiettezza e territorialità. Queste non sono solo caratteristiche dei vini delle due aziende ma anche di Luca e Giuliana. Manca l’estrosità che non si immaginerebbe possa risiedere in Luca. Però sono proprio le persone come Luca, quelle che pensano molto, quelle che riflettono e sognano ad occhi aperti, ad avere la maggiore dose di creatività.
Luca usa quello che tecnicamente si chiama processo di reverse engineering. In genere, per creare un vino, si parte da ciò che si vuole ottenere: caratteristiche gusto olfattive, possibilità di abbinamento, colore, pubblico. Insomma quando si ha una idea si comincia a dare a questa una forma. Luca invece parte da quella che per il resto del mondo del vino è l’ultima cosa: l’etichetta. È davvero l’ultima cosa alla quale in genere si pensa. Nome ed etichetta.
Per Luca non è una esigenza di carattere commerciale. Nella mente di un sognatore quale è Luca, l’etichetta diventa il manifesto d’amore, la dedica non solo di una bottiglia ma di un pensiero. La narrazione che spesso è più viscerale, intrinseca e intima lo porta proprio a raffigurare nella sua mente l’etichetta. Da li parte tutto. Non arriva, parte.
Funambolo ad esempio è l’Asprinio delle Alberate di Luca Paparelli, l’antico metodo dei contadini delle Terre di Lavoro che legavano i tralci ai pioppi così che si sviluppassero in altezza. Bellissimi a vederli e con la rigogliosità che solo uno sviluppo in verticale a catturare sole e salubrità può offrire. Ma scomodi da morire. Dai trattamenti alla vendemmia occorre salire su incerte scale di legno alte fino a venti metri. Arrampicarsi come dei ragni a rischio di cadere da un momento all’altro.
L’Asprinio è uno di quei prodotti che offrono sensazioni incredibili e che solo grazie a viticoltori come Luca non perde la propria identità nota sin dai tempi dei Borboni.
Funambolo dunque è una dedica proprio a quei contadini eroi che rischiano ogni volta che solo pensano di dover salire su quelle scale. Dovreste davvero vederle le scale e io me le ricordo bene perché le aveva anche mio nonno. Non mi ci faceva salire per nessun motivo al mondo e quando, di nascosto, provavo autonomamente, non andavo mai oltre il secondo gradino: traballava tutta!!!
Funambolo non si perde nella ricerca di lunghi affinamenti da metodo classico. L’Asprinio ha la sua particolarità nel frutto aspro e nella capacità di essere verde al naso così come in bocca. Per questo motivo Luca usa il metodo Martinotti. La base è Asprinio all’85% poi Falanghina, si, la Falanghina galeotta. Una base che affina sui suoi lieviti per un anno prima di passare in autoclave per 60 giorni. Un metodo affascinante e ricercato in grado di donare allo spumante una vera autentica e fine unicità.
Il colore è quello dell’ambra che risplende al sole. Il sentore è della pesca gialla percoca di questi luoghi, dell’albicocca disidratata, del limone maturo che non punge, accarezza. Un equilibrio raro, di quelli che non tremano nemmeno su una scala di legno incerta.
In bocca il Funambolo cammina sul filo di una bollicina fine, impalpabile, che non esplode ma accompagna sfidando le rudezze con eleganza, rotondità, senza pesantezza. Un frutto che si fa seta sciogliendosi in una carezza, lasciando pulizia e quel desiderio folle di un altro sorso.
Ogni sorso è un passo sul filo disteso tra cielo e terra che trasforma semplicità in stupore.
Ho fatto anche una bollicina che si chiama Maruzzè, dedicata a Giuliana. Quando ci siamo conosciuti con Giuliana, avevo soltanto due etichette: il Funambolo e il Disincanto che erano uno a base Asprigno e l’altra base Falanghina. Non amavo molto i rosati. Li consideravo un pò dà completamento di gamma, molto di moda.
Ride di gusto Giuliana guardando Luca che parla del vino che le ha dedicato. Lei che invece ama i rosati si diverte a sentire Luca che non amava i rosati
Lei aveva una passione particolare per i rosati provenzali e tra una vacanza a Ischia e l’altra a Ventotene ho creato dall’etichetta un rosato spumante a base Aglianico. Dall’etichetta perché su questa c’è Giuliana in tutù.
Maruzzè è 90% Aglianico e 10% Piedirosso. Uno spumante che ha una lavorazione ancora più particolare fatta di due annate diverse assemblate e rifermentate in breve tempo. 45 giorni al massimo.
Uno spumante Rosè anche se Torelle, un rosato, da Aglianico, lo aveva già.
Il Rosato di Torelle sente e fa sentire l’Aglianico. Non lo nasconde, anzi, lo esalta. Rosato? Si ma molto scarico, alla Provenzale come piace a Giuliana. Luminoso al limite del brillante fa sentire subito di che pasta è fatto con sentori avvolgenti e precisi, delineati come i tratti di una statua di marmo. La rosa, la pesca, le piccole fragoline di bosco. Il floreale che impazza esprimendo una freschezza che il velo di balsamico e la grande, grandissima mineralità, esalta. Una sensualità diffusa da quella statua di marmo che si fa levigata e voluttuosa. Ma determinata anche grazie ad un fresco agrume.
Al sorso, la determinazione appare ancor più evidente. Si tratta pur sempre di un Aglianico e i tannini non possono scomparire così, d’amblè. Verticale e deciso come l’abbraccio di incontro atteso da tempo; avvolgente e passionale come ciò che continua. Sensazioni che proseguono per via di una lunga persistenza e di una sapidità che porta ad avere in bocca il suo sapore anche quando pensi di averlo dimenticato. Finale preciso e caratterizzante di un rosato che ti lascia il ricordo. Per sempre.
In realtà mio fratello ne fece uno nel 2014, ma era della stessa idea di Luca. Quindi, insomma, brutte persone. Questa passione per i rosati in realtà arriva da mia nonna materna. Non passava pranzo o cena che non si beveva almeno un bicchiere di vino. Al deposito, mia mamma dice sempre che i corrieri la prendevano un in giro dicendo: la signora oggi ha bevuto di nuovo acqua Sangemini. Scendeva con queste due schiocche rosse e per lei il vino era immancabile. Amava i rosati della Provenza. Mia madre idem. Anche a me giustamente che non è che insomma avessi questa cultura del vino mi divertiva l’idea del vino rosa. Amavo tanto il colore che mi ha sempre colpito. Quindi, nel 2017, alla mia prima vendemmia, la priorità era fare un rosato di Aglianico ma che fosse scarico come un provenzale. È stato un terno al lotto perché all’epoca non avevo il serbatoio per la fermentazione a temperatura controllata. Cominciamo con questo rosato è in realtà poi venivo un pò derisa per il colore, perché all’epoca nel 2017 ancora non erano di moda i vini provenzali. Nel rosato rivedo una parte di me, soprattutto in quel momento, nel 2017, quando poi ho iniziato a fare questo lavoro. Adesso è il vino praticamente a cui io tengo probabilmente di più e che coccolo di più in assoluto.
Il Maruzzè va beh anche quello.
Il mio rosato è Giuliana messa nella bottiglia. Apparentemente fragile, apparentemente vulnerabile, soprattutto nel momento in cui avevo perso mio fratello. Però poi, quando si assaggia quel rosato, così come quando poi, insomma, si conosceva anche me, in realtà, ci si rendeva conto e ci rende conto ancora oggi che comunque quel rosato arriva dall’Aglianico si sente tutto. Ha tutta la potenza e tutta la forza che comunque un Aglianico deve avere. Potrei quasi definirlo donna perché è astuto e furbo. Ti frega senso che all’apparenza pensi vabbè, ma questo vino è un vino facile è un vino che mi bevo, insomma in maniera anche veloce senza dover necessariamente mangiare un pasto completo. Alla fine invece non è così
La forza di Giuliana c’è e c’è tutta. Caparbietà, ostinazione, forza. Tra le difficoltà si va avanti.
Una forza che ho ritrovato nell’Aglianico Taurasi del Falerno del Massico Torelle. Un vino che dal 2017 con solo un anno di botte grande dimostra come sia ancora un giovanotto indomito.
Rubino intenso e impenetrabile ancorché si capisca quanto sia elegantemente rustico nei suoi sentori. Un vino vegetale e fruttato con la ciliegia ad emergere prepotente. Sentori caldi di cannella, noce moscata, chiodi di garofano e quel gradevolissimo balsamico che diventa mineralità armoniosa, ampiezza che sa di famiglia, di camino, di giornate di festa. Emergono i lamponi, il tabacco trinciato. La ciliegia si fa visciola e sempre quel vegetale rende un vino di una certa età, fresco e vivo.
Sorso ampio, importante a riempire la bocca, a renderla colorata e calda. I tannini che sono li presenti come guardiani di passo. Guardano, osservano ma senza essere aggressivi. La bocca è ampia e si bea di una piacevolezza dove la ciliegia continua a farsi sentire. Senza essere stucchevole perché fresca e quasi croccante.
Ampio e godurioso nonostante un carattere che può sembrare rustico ma non lo è perché vero e in grado di donare uno strano senso di verità, di importanza, di non banalità ovvero di concretezza. Rimane a lungo in bocca accompagnando un pensiero che vola verso ricordi di infanzia, di chiacchiericcio nelle domeniche a tavola, di nonni che ti parlano, di sorrisi e rincorse attorno al tavolo.
Sono certo ci sia anche un vino da dedicare alla piccola Livia.
Ho tante etichette nel cassetto. Cercavo una etichetta che parlasse di Livia e alla fine si dovrebbe chiamare Lotti perché è cosi che chiamavamo Livia nei nove mesi di gravidanza. Quando non sapevamo se fosse maschio o femmina.
L’abbiamo saputo dopo
La vedo con un fondo bianco e un otto messo in orizzontale ovvero con il simbolo dell’infinito tutto con i colori dell’arcobaleno.
Sicuramente utilizzeremo le uve di entrambi. E se Luca ha fatto finta di dimenticarsene io glielo ricordo.
Una giusta crasi tra le due aziende. L’anello di congiunzione di quella Falanghina che si chiama oggi Livia. Un vero blend tra Giuliana e Luca, frutto del loro amore.
Una coppia unita nel vino e con il vino. La passione di Luca, il suo garbo, la grande competenza. La dolce determinazione di Giuliana, la forza che la porta anche a cercare di dissociarsi dalla distribuzione di famiglia. Come se ricercasse una propria identità. Sua e della sua attuale famiglia. Per vincere tutti i pregiudizi di chi non pensava che una donna, avvocato, figlia di persone del campo, non possa farcela da sola. Sola con Luca.
Sì sono trovati, si sono scelti riuscendo, intelligentemente, ad integrare, senza integrarle, le due aziende. Una integrazione nella gestione mantenendo inalterate le peculiarità dei due territori, un sogno nel cassetto: una cantina comune.
Già, perché quella di Cascano è troppo piccola e quella di Galluccio è in affitto. Qualcosa di proprio nella quale Luca possa continuare a sognare etichette e studiare nuovi vini, Giuliana accogliere le persone e assaggiare i vini di Luca, Livia…beh Livia è ancora troppo piccola e sarà lei a scegliere se lasciarsi rapire da un Aglianico o una Falanghina.
Falanghina….galeotta fu la Falanghina!!!
Con questa frase almeno ne i divorzisti ne i cattolici mi odieranno.
Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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