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18 Luglio, 2025

Vivere Caiarossa: un viaggio nel cuore della Toscana

Dalle degustazioni alle passeggiate tra i filari, dai pic-nic ai laboratori creativi: esperienze su misura per scoprire l’anima biodinamica dell’affascinante cantina della Costa Toscana, che il 6 luglio propone un laboratorio a cura dei maestri profumieri di Ribarbella ispirato ad Aria di Caiarossa    Nel cuore della Costa Toscana, immersa in una natura rigogliosa che guarda il mare, la tenuta Caiarossa propone un ventaglio di esperienze uniche, pensate per far vivere al visitatore un’autentica connessione con il territorio, con la filosofia biodinamica e con l’anima più profonda del vino. Roberta Palma, responsabile marketing di Caiarossa Vogliamo offrire ai nostri ospiti un’immersione autentica in quella che per noi è un’arte del vivere: il vino come espressione del territorio, della cultura agricola, ma anche della bellezza e della lentezza. Ogni visita a Caiarossa – continua – è molto più di una semplice degustazione. È un percorso sensoriale, culturale ed emozionale che si snoda tra vigneti, boschi, colori e profumi, in una cornice architettonica ispirata al Feng Shui, dove la bellezza si fonde armoniosamente con la funzionalità. Ogni esperienza è costruita per raccontare la nostra identità, che si basa sull’ascolto della terra e l’armonia con l’ambiente. Accanto alle proposte legate al vino, Caiarossa apre anche alla creatività con eventi speciali come “Caiarossa in Natura”. Dopo il laboratorio di flower design ispirato alla biodiversità della tenuta che si è svolto lo scorso maggio, il 6 luglio è la volta di “I profumi di Aria di Caiarossa”, in compagnia dei maestri profumieri del prestigioso marchio Source Adage, profumieri di Riparbella, si potrà vivere un’esperienza sensoriale unica, alla scoperta dei profumi della Macchia Mediterranea e dell’anima inconfondibile del vino Aria di Caiarossa. Segue cena a buffet di prodotti locali e a chilometro zero dall’orto biodinamico dell’azienda e wine cocktails con l’accompagnamento di musica dal vivo. Chi desidera un primo contatto con il mondo Caiarossa può scegliere “Un assaggio di Caiarossa”, un’introduzione guidata alla produzione, attraverso una degustazione collettiva di quattro vini rappresentativi, tra cui il celebre Caiarossa Bianco, il Pergolaia, l’Aria di Caiarossa e, naturalmente, l’iconico rosso Caiarossa. Questo percorso, breve ma intenso, permette di apprezzare il carattere dei vini della tenuta, in un’atmosfera conviviale e rilassata. Per chi cerca una scoperta più completa, l’esperienza “Alla scoperta di Caiarossa” offre una visita guidata approfondita ai vigneti, alla cantina e al giardino officinale, con particolare attenzione ai principi della viticoltura biodinamica e all’originale concezione architettonica della struttura. La visita si conclude con una degustazione in terrazza, abbinata a un tagliere di prodotti locali, per un perfetto equilibrio tra gusto e panorama. Gli amanti della natura possono invece vivere Caiarossa in modo immersivo grazie al pic-nic tra i filari, “Uno sguardo sul verde”. Dopo la visita guidata tra i vigneti, con la vista che si apre sulle colline fino al mare, e della cantina, i partecipanti ricevono un cesto con una selezione di prodotti del territorio, primo freddo, acqua, frutta caffè e un dolcetto, da gustare in una splendida terrazza in legno ad uso esclusivo, di fronte al vigneto del Sangiovese che guarda la costa. Tra le proposte più esclusive spicca “La storia di Caiarossa”, una degustazione privata che conduce attraverso diverse annate dello stesso vino, l’iconico Caiarossa, svelandone l’evoluzione nel tempo e la capacità di interpretare le sfumature del terroir. È un viaggio intimo e profondo, ideale per appassionati e collezionisti. Infine, per chi desidera regalare un’esperienza unica, Caiarossa mette a disposizione gift card personalizzabili, che consentono di donare uno dei percorsi disponibili o lasciare la libertà di scegliere a chi riceve il pensiero. Tutte le esperienze sono prenotabili online, tramite il sito ufficiale www.caiarossa.com o direttamente sulla piattaforma dedicata visit.caiarossa.com. I posti sono limitati per garantire un’accoglienza autentica e attenta. Le attività si svolgono in italiano e inglese, e sono pensate per essere accessibili sia a chi si avvicina per la prima volta al mondo del vino, sia a chi cerca esperienze ricercate e coinvolgenti.
CAIAROSSA
Era il 2004 quando Eric Albada Jelgersma decide di acquistare una tenuta in questa parte speciale d’Italia, portando con sè le conoscenze sviluppate negli anni a Bordeaux, con Château Giscours, nota azienda vinicola nella denominazione Margaux della regione francese di Bordeaux.
Eric Albada si innamora infatti di questa piccola ma bellissima cantina, immersa nella macchia mediterranea, sul versante occidentale di una collina che si affaccia sul mare. Oggi, i suoi figli Dennis, Derk e Valérie proseguono sulle orme del padre e continuano a lavorare alla ricerca della massima precisione nella produzione dei vini.
Questa ricerca è volta alla massima connessione con il ritmo della natura, ed è per questo che fin dalla sua nascita la cantina segue i principi dell’agricoltura biodinamica, con l’obiettivo di aumentare la vitalità e la resilienza del terreno. I vini Caiarossa sono unici: raffinati blend delineano una ricerca tra sperimentazione ed equilibrio. Un’armonia che restituisce l’interpretazione virtuosa del territorio con occhi francesi. La Redazione
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Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza Arrow Right Top Bg

18 Luglio, 2025

Luca Mastracci. Il territorio sulla pizza

  Ho imparato a cucinare quando mi stufai di mangiare la pasta al sugo che mia mamma cucinava ogni santo giorno. Non perché le piacesse particolarmente. Piaceva a papà. Lui non mangiava ne riso ne pasta non condita con il pomodoro perché sosteneva di essere stato mesi in ospedale a mangiare solo riso in bianco. La nonna non se ne ricordava ma lui sosteneva fosse così. Quale la verità, non l’ho mai saputo. Di certo lui voleva solo la pasta al sugo. A pranzo. Perché prima, il pranzo non era frugale come adesso. Tutti insieme alle 14, quando papà tornava dall’ufficio. Cascasse il mondo. Così come la cena alle 20.30. Primo, secondo e frutta. Con un bicchiere di vino. Per papà ovviamente.  Fu così che un giorno presi in mano la padella e misi dentro qualcosa per condire la pasta. Da li non mi sono più fermato e mi è servito molto specialmente con le prime esperienze lavorative a Torino quando abitavo da solo. La conseguenza ora è che mia moglie non cucina (e meno male) e dunque tocca a me farlo. Non che sia uno chef, ma mi difendo.  Luca Mastracci ha cominciato a fare la pizza perché a casa sua non si faceva.  Pensate i casi della vita. Ho conosciuto migliaia di mamme che non sapendo fare la pizza, l’andavano semplicemente a comprare in pizzeria. Chissà quanti pizzaioli mancati ci sono al mondo. Già, ma se non scrivo che Luca è un pizzaiolo non si capisce molto il paragone.  Ma si può dire semplicemente pizzaiolo di un ragazzo che a trentacinque anni ha già aperto cinque pizzerie? Un pò riduttivo francamente. Allora potremmo dire un imprenditore pizzaiolo. Non mi piace e non per qualche sotteso significato ma solo perché  quando un ragazzo di un piccolo paese vicino Latina, Priverno, parte da questo per portare in giro la sua idea di pizza con lo scopo di ritornare da dove è partito, allora si tratta di qualcos’altro. Un entusiasta probabilmente. Una persona aggrappata con le unghie alle sue radici nelle quali trova ispirazione per le sue pizze. O forse semplicemente un ragazzo semplice che ha cominciato per caso, ha continuato per caso e ha scoperto di essere bravo. Senza, mai, dimenticare le sue origini.  Ero talmente portato che mi inserirono nel mondo del lavoro in una pizzeria di San Felice Circeo, Il Capriccio. Pizzeria romana. In estate c’era tanto flusso. Giornate impegnative. Non avevo esperienza. Ma mi ha dato tanto. Raccontata così sembra un normale inizio. Un locale, i primi impasti, le prime pizze di prova, i fallimenti, i piccoli passi. Cose normali o comunque come dovrebbero essere. Agli inizi insomma.  Arrivai il giorno di Pasquetta che avevano licenziato il primo pizzaiolo e mi dissero che dovevo fare le pizze. Ricordo i crampi alle mani. Mi chiedo ancora come abbia fatto a portare il servizio a termine.  E se è un pizzaiolo come Luca a chiederselo senza darsi una risposta, chi sono io per farlo? Una prova di quelle degne del più improbo dei talent show. C’era da sentirsi protagonista di una qualche candid camera. Peccato fosse solo vita vera.  Gettato nella fossa dei leoni senza possibilità alcuna di venirne fuori vivo.  Luca dal giorno di Pasquetta non solo ne esce sano, ma gli piace pure.  Il giorno seguente deve cimentarsi con gli impasti poiché è tutta sua ora la responsabilità. Meno male aveva fatto un piccolo corso per la pizza così da avere i primi rudimenti. Da li in poi però solo ulteriore studio e sperimentazione. L’exploit l’ho avuto quando ho iniziato a fare l’impasto napoletano che ancora mi porto dietro. Un bel tratto di riconoscimento. Mi sono messo a studiare. Andavo a mangiare nelle pizzerie di Napoli. Da 50 Kalò. Poi a Roma da Bonci. Cercavo di capire quale fosse la visione di questi pizzaioli che ancora oggi fanno la differenza.  In pochi lo ammettono e coloro che lo fanno sono quelli umili nonché onesti. In ambito marketing si chiama benchmarking e nessuno dico nessuno ne fa a meno. Capire cosa e come gli altri facciano le cose è assolutamente fondamentale. Non già per copiare (chi lo fa vuol dire che non ha idee sue) quanto per apprendere tecniche, carpire l’importanza dei dettagli, il rapporto con il cliente. Soprattutto infine, come ciò che si fa si posiziona rispetto a ciò che si osserva.   Luca è un millennial poiché nato nel 1991. Quando nasce Facebook (2004), ha 13 anni; Instagram (2010), 19. Come quelli, furbi, della sua generazione, sa che i social possono essere un valido aiuto per crescere in notorietà. Devi saper far qualcosa però. Non si diventa noti senza saper far nulla. Perché nulla puoi dare, nulla ricevi.  Con i social hanno cominciato a conoscermi. Così nel 2017, passando per il Mercato Centrale, mi riconosce Gabriele Bonci e mi invita ad andare a lavorare con lui proprio al Mercato Centrale. Stavo già facendo i lavori per aprire una pizzeria a Priverno. Così l’esperienza al Mercato Centrale dura circa sette mesi.  La pizzeria a cui Luca fa riferimento si chiama Pupillo. Un locale, un progetto sviluppato insieme ad altri soci dal quale si separa dopo qualche anno per iniziare la sua avventura personale.  Pupillo è una vera pietra miliare della crescita di Luca.  La sua è una filosofia che unisce all’impasto i prodotti del territorio ciociaro e pontino. Non qualcosa di civettuolo, modaiolo, gourmet ma un autentico sguardo verso la propria terra, i prodotti, i produttori. La partecipe volontà di diventare un punto di riferimento per valorizzare i prodotti del basso Lazio.  Già ai tempi avevo studiato il personaggio di Gabriele Bonci e cercai di portare il mio territorio, la Ciociaria e l’Agro Pontino nelle pizze. La Ciociaria è bestie animali, bufale, latte, ecc. L’Agro pontino verdure, ortaggi, serre. Iniziai a selezionare i fornitori locali. Il territorio è la mia impronta. Avevo e ho amici agricoltori. Persone come  Gaetano Mastrantoni, uno dei primi ad utilizzare la carne di bufala affumicata che ancora oggi va avanti. Fattoria Lauretti e tanti altri. Ricordo che andai in tempi non sospetti da Pupillo proprio per capire le qualità di un tanto decantato pizzaiolo e della sua filosofia legata ai prodotti del territorio. Ne rimasi piacevolmente colpito ma decisi che non era il momento di scrivere di Luca. In troppi scrivevano e forse non volevo essere tra i tanti. Non era un vezzo da parte mia ma ho sempre creduto che la sovraesposizione porta invidia e danni.  A Priverno non c’era nessuno. C’era gente che storceva la bocca cosi come altri che avevano assaggiato il mio prodotto. Non è stato facile ma nemmeno difficile impormi sul mercato della provincia. Priverno era la mecca della pizzeria in provincia. Poi l’anno scorso, senza che lui, Luca, lo sapesse, le nostre strade in qualche modo si sono ricongiunte. È successo quando ha aperto la pizzeria stagionale Tintarella al lido di Latina. Ero curioso e ci sono andato con mio figlio. Ho dovuto aspettare giugno di quest’anno per rimangiare la sua pizza: davvero notevole e, soprattutto, mantiene le promesse. Anche se al mare è complicato proporre tutte le pizze del menù della pizzeria di Frosinone o Aprilia, la semplicità delle pizze tradizionali, merita e merita davvero.  Ah, quasi dimenticavo, ho anche provato un paio di volte la pizza romana di Velo, sempre a Latina. Altra creatura di Luca. Impasto completamente diverso tanto che non è possibile (se qualcuno vi dice il contrario, non credetegli) riconoscerne la mano e pochi riferimenti al territorio. Però veramente buona e digeribile.  La romana era una voglia di imporre quel prodotto su Latina. Mancava quel prodotto ai tempi. C’era stato un exploit di pizze napoletane. Mancava quella romana e abbiamo deciso di imporci ritornando alle origini. La mia pizza è quella napoletana. La romana fa parte dei miei progetti e della voglia di emergere Per un ragazzo che non provava entusiasmo per lo studio, la pizza ed il lavoro diventano una sorta di liberazione. Voleva quello e quello ha fatto. San Felice una opportunità presa senza esperienza e preparazione. Poi tutto il resto. Con tanto studio, tanta passione, tanta bravura, un pizzico di faccia tosta. Soprattutto tanto tanto lavoro. Nel 2019 apro la pizzeria a Frosinone. Nel 2022 inizio il nuovo format con Velo, la pizzeria romana. Nel 2024 apro una seconda pizzeria ad Aprilia e Tintarella, il format estivo. Nel 2025 apro al Mercato Centrale. Così ora dalle 9 fino a pranzo sono al Mercato Centrale. Poi Treno, Priverno e Tintarella al mare fino alle due. Poi casa. Tutti i giorni così. Ovviamente, quando non è stagione per (la) Tintarella, c’è sempre Frosinone, Aprilia e Latina da visitare. Un ragazzo di trentacinque anni, altro che bamboccione nullafacente. Vuoi il successo: te lo devi meritare. E sudare. Luca è molto fiero delle sue imprese. Non si nasconde ne nasconde quelli che sono i suoi traguardi intermedi. Già, intermedi. Perché a trentacinque anni di pizze da fare ne ha ancora tante e la voglia di sperimentare, crescere e far conoscere il proprio territorio è incredibilmente alta. Mettendoci la faccia e il nome. Velo a parte, le pizzerie si chiamano come lui: Luca! Ho portato Frosinone tra le prime 15 pizzerie più gettonate di Italia.  Nonostante i premi, gli spicchi, le classifiche, rimane umile. I social gli hanno certamente dato una mano in termini di velocità di crescita ma perlomeno è consapevole che la stessa velocità può diventa anche caduta. Occorre sempre umiltà e determinazione. Due caratteristiche che sono in Luca. Insieme ad una sana dose di ironia che non fa mai male. Sono altresì convinto che dinanzi al forno la determinazione diventa forza e direttività. Assolutamente necessaria in cucina. Umiltà che c’è anche nel suo essere recalcitrante, quasi intollerante a qualunque accostamento delle sue pizze al tanto di moda gourmet.  Non siamo gourmet ma siamo popolari. Ero contro quella concezione di pizza. Gourmet come qualità ma non è cosi. Popolare è qualità. Popolare significa qualcosa da raccontare. In questo modo e solo in questo modo si può raccontare il territorio.  La Ciociaria, proprio come l’ha definita Luca è pecore, pastori, pascoli, bufale. L’Agro Pontino, serre, ortaggi, mare, pesce, bufale. C’è poco di gourmet da queste parti. Tutto è essenziale. Un pò come l’architettura razionalista delle città pontine, figlie del fascismo che qui ha portato vita. Latina, Aprilia, Pomezia, Sabaudia, Cisterna. Tutte figlie del razionalismo che ancora oggi sopravvive. Sono scomparsi, purtroppo (perché la storia non si cancella) i tombini sui quali era inciso Littoria. Così si chiamava Latina un tempo. Priverno era già lontano da queste logiche. Arroccato sulle colline come gli altri paesi che scendendo da Frosinone si incontrano per arrivare al mare: Roccacorga, Maenza, Prossedi, Sezze Romano. Poi solo pianura con i borghi della malaria. Accampamenti di coloni che avevano nella chiesa, nel bar e nel crocevia di strade, il punto di incontro per i pochi momenti di socializzazione. Fino poi al mare di Terracina passando per Fossanova e la sua Abbazia. Sabaudia era complicato da raggiungere. Latina un pò fuori mano.  A Terracina ci si andava per il pesce, per chi se lo poteva permettere. Per quelle meravigliose e profumatissime uve dorate di Moscato di Terracina divenute vino solo grazie ad ardimentosi vignaioli. Per le fragole Favette, piccole e gustosissime perle. Per i pomodorini che grazie alla terra salmastra regalavano sensazioni straordinarie anche solo con un pò di pane e olio (quando c’era). È proprio con quest’ultimi che Luca realizza la sua pizza simbolo. La margherita bruciata è il fulcro di quello che ho creato. È una pizza semplice con un pomodorino bruciato raccolto dall’Azienda Agricola Ferrante, trasformato da una piccola azienda di Priverno, Adriano Ficarola così che noi lo manteniamo in barattolo per un anno. È quello che vorrei raccontare. Riportare i produttori locali sulla pizza cosi che questa sia un legame con il territorio. Questo è sempre stato importante per me. Un volto alla pizza. Questa pizza è fatta con il guanciale di Antonio Lauretti. Questa con il fiordilatte di Alveti&Camusi. Il volto dei produttori. Il territorio. I prodotti tipici. Valorizzare ogni eccellenza nota solo nello stesso territorio su una pizza per offrire qualcosa di unico. Ogni produttore ha un trascorso fatto di sfide che narrano storie. La difficoltà di emergere per la diffidenza verso un territorio poco noto seppur portatore della vera vena multiculturale. Il territorio ciociaro ricco di tradizioni chiuse tra le montagne, quello pontino che con il mare ha poco a che spartire. In Ciociaria, pastori e pecore sopravvissuti alla storia. Nell’Agro Pontino, coloni provenienti da ogni parte di Italia per la grande bonifica delle paludi che, rimasti aggrappati alle loro origini, hanno continuato a produrre qui quanto già facevano nelle terre d’origine. Alla fine, Luca Mastracci, non è che un collezionista di volti, di sapori, di tradizioni che trovano dignità su una semplice pizza che diventa grande non solo per un impasto incredibile ma anche per quello che riesce ad evocare con sapori veri, mai banali, genuini. Ricchi di storia, anzi, di storie. Non ci sono pizze gourmet perché i prodotti sono semplici. Non ci sono pizze da inventare perché ciò che gli viene in mente, lo realizza.  Se mi viene una cosa in mente vado dai fornitori e la faccio. La pizza peggiore che feci fu fegatini di maiale e spinaci. La misi sul menu. Me la sono mangiata solo io. L’unico vero sogno di Luca è qualcosa di semplice. Come tutto ciò che fa. Voglio riprendermi in mano Priverno. Quello è il mio sogno. Non solo la pizzeria. Tutto il progetto. Il marchio.  Un ritorno al futuro. Un ritorno alle origini. Un ritorno a casa.   Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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17 Luglio, 2025

Santi Quattro. Il cuore giovane della Terracina antica

A volte i luoghi più belli non si trovano: ti trovano loro. Oggi ho deciso di esser trovato da un luogo a sud di Latina che è diventato famoso negli anni e mi concedo una gita con un mio amico. Le località di mare vengono sempre associate alle spiagge, alla brezza salmastra e ai falò di mezzanotte. Di solito la parte storica viene messa in secondo piano e a detta mia e del mio amico è un vero peccato. Spesso i borghi sulla costa racchiudono piccoli e grandi tesori che attendono solo di esser scoperti dagli occhi curiosi dei turisti e visitatori.
È così che in una sera d’estate, mentre con un amico camminavamo tra le pietre antiche del centro storico di Terracina, ci siamo imbattuti in un cortile nascosto, un angolo di calma appena sotto il cielo che sembrava volerci dire: “Fermatevi qui”. Il suo nome? Santi Quattro. Siamo su Corso Anita Garibaldi, la sera è tiepida, il cielo si macchia di rosa. Mentre la città moderna dorme a valle, il borgo alto di Terracina racconta un’altra storia. Guardando l’orizzonte sembra quasi di poter toccare le Isole pontine. E proprio lì, tra vicoli e finestre fiorite, accanto a quel cortile nascosto, scopriamo Bistrot Santi Quattro. Il nome ci incuriosisce e decidiamo di curiosare. Sull’uscio, una ragazza sorridente dal timbro argentino ci accoglie con cortesia e ci invita ad accomodarci. Si presenta sorridendo, il suo nome è  Flor, e sarà lei a guidarci in un viaggio che ha il sapore della scoperta. Subito le chiedo un po’ intimidito “ ma il nome del ristorante da dove nasce?” Lei subito sorridendo ci racconta che il nome del ristorante non è frutto del caso, ma un omaggio alla contrada del Palio in cui ci troviamo: Santi Quattro, come la stradina adiacente. Un dettaglio che ci piace: niente è lasciato al caso, nemmeno le radici. Le chiediamo di portarci del vino possibilmente locale e Flor ci sorprende con una bottiglia di “Ritornato” – un Ottonese dell’azienda agricola Tomei di Sezze, prodotto secondo i principi della biodinamica. Fermentazione spontanea, breve macerazione con le bucce, affinamento in cemento. Nel calice, è dorato e opaco, naturale. In bocca è vibrante, diretto, vero. “Una ragazza argentina che ci serve un vino di Sezze… ormai non c’è più religione,” scherza il mio amico. Il primo piatto arriva con la grazia di una danza studiata. Su un piatto elegante si adagia una millefoglie di patate, dorata e invitante, che alterna strati sottili e croccanti di patate passate nel burro chiarificato per darle quella bellissima e gustosissima crosticina a morbidi veli di tartare di manzo, tenera come una carezza. Tra uno strato e l’altro, una maionese ai capperi fatta in casa aggiunge una nota salina, quasi marina, che punge dolcemente il palato e lo prepara al boccone successivo. Il contrasto è il segreto di questo piatto: la croccantezza esterna delle patate incontra la scioglievolezza della carne cruda, mentre la salsa, delicatamente acida, bilancia il tutto con una freschezza quasi balsamica. Ogni morso è un gioco di texture e di temperature, un’armonia costruita con tecnica e cuore. Un piatto che non urla, ma seduce. Che conquista senza chiedere troppo. E che lascia un ricordo pieno, come certe note basse che continuano a vibrare anche quando la musica è finita. Dopo aver terminato questo splendido piatto viene a farci visita un ragazzo giovane e simpatico, si presenta, è Raffaello, lo chef e titolare. Ha l’aria gentile di chi ama ciò che fa. Gli stringiamo la mano e ci complimentiamo. Poco dopo, arriva Taulant, simpatico e discreto, con un piatto nuovo: al tavolo come un piccolo scrigno dorato c’è una crocchetta di patate ripiena di provola e salsiccia, servita con una maionese alla senape in grani, profumata, calda, con la promessa di qualcosa di buono La panatura è croccante, dorata al punto giusto, croccante al morso e fragrante come pane appena sfornato. Dentro, un’esplosione di sapori che profuma di casa, cuore filante di provola e salsiccia, che si fonde in un abbraccio saporito e avvolgente. La patata, morbida e vellutata, fa da cornice a questo ripieno ricco e goloso, che sa di domeniche in famiglia e di cucine vissute. Accanto, una maionese alla senape in grani che sorprende: pungente, profumata, con quelle piccole perle che scoppiano sotto i denti e rilasciano un’aroma intenso, perfetto per bilanciare la rotondità del boccone. Un antipasto che scalda, che racconta storie. E che fa venir voglia di tornare bambini, quando bastava un profumo buono per essere felici. Flor ritorna con un sorriso. “ vi servirò un piatto della mia terra, delle mie tradizioni un piatto creato da me.” Ed eccola che ci serve un tris di empanadas, un piatto  che parla della sua Argentina che sussurrano storie di infanzia e feste di famiglia: la prima con cipolla e mozzarella; la seconda con spinaci, besciamella e mozzarella; la terza, la più intensa, con carne di manzo, olive, cipolla, uova e cumino. Sono fragranti, avvolgenti, raccontano radici lontane che sanno di conforto. È un tris armonioso, tutte diverse ma accomunate da una sfoglia fragrante, dorata, sottile e croccante, che si spezza sotto i denti rivelando un cuore caldo e avvolgente. Tutte realizzate con farina 00 e poi fritte. La prima empanada è una carezza dolce e vellutata: cipolla cotta lentamente per tre ore fino a diventare una crema setosa, dolce e intensa, abbracciata dalla mozzarella filante che le dona rotondità e tenerezza. È un inizio delicato, rassicurante. La seconda sorprende per la sua freschezza e morbidezza: spinaci, besciamella e mozzarella si incontrano in un ripieno verde e cremoso, vegetale e burroso al tempo stesso. Un equilibrio perfetto tra leggerezza e golosità. E poi arriva lei, la terza, con tutta la forza del carattere argentino: carne di manzo saporita, olive verdi, cipolla, uova sode e una nota decisa di cumino. È profonda, intensa, speziata. Riempie la bocca, scalda il cuore. Un boccone che lascia il segno. Tre piccoli scrigni, tre viaggi diversi, un’unica emozione: quella di sentirsi accolti, ovunque ci si trovi. E il mio amico solleva il calice al cielo ed urla “w l’argentina”. Pensiamo di essere al capolinea, sussurro al mio amico se si sente sazio e lui sorridendo mi dice “credo di aver mangiato troppo”,  ma Flor ci invita a provare il piatto simbolo dello chef Raffaello. Ed eccolo, il piatto che non ti aspetti. Quando pensi che il viaggio sia finito, Flor sorride e porta in tavola il tagliolino al pomodoro bruciato. Già dall’aspetto, capisci che non è un semplice primo: è un racconto. È memoria e innovazione. Il tagliolino è avvolto da una crema di pomodorini cotti ad alte temperature nel forno, fino a raggiungere un punto di caramellizzazione che ne esalta la dolcezza e ne libera una nota affumicata, intensa, quasi balsamica. Il colore è quello del tramonto, tra il rosso e il ruggine, profondo e carnale. I pomodorini poi vengono frullati e passati per rendere la salsa deliziosa. A completare il piatto, un olio aromatico a base di basilici selezionati: greco, artico, viola e il tradizionale. Il naso è travolto da un bouquet verde, fresco, erbaceo, che danza con la dolcezza del pomodoro in un’armonia perfetta. E sopra, come una carezza finale, una generosa stracciatella: cremosa, grassa, avvolgente, che si scioglie sul tagliolino esaltandone la rotondità. Ogni forchettata è un viaggio tra passato e presente: la tecnica moderna incontra il sapore rassicurante del piatto della nonna. È uno di quei primi che ti parlano dentro, che lasciano il segno. Un addio che somiglia più a un arrivederci. Ci alziamo e ci dirigiamo in cucina per ringraziare Raffaello e complimentarci con il suo primo che ci ha ricordato gli spaghetti all’assassina, piatto barese e lui sorridendo ci presenta il suo braccio destro Leonardo. Giovani, sorridenti, appassionati. Ci stringiamo la mano con quella complicità che nasce tra chi sa riconoscere la bellezza in ciò che mangia. Flor ha ancora un colpo in canna: semifreddo al pepe di Sichuan, con yogurt greco, crumble di nocciole e caramello salato. Un dessert elegante, pungente, delicato. Chiude la cena con un equilibrio che non è facile da trovare. Salutiamo uno a uno: Flor, Taulant, Raffaello e Leonardo, che sorridendo alzano le braccia per salutarci e invitandoci a tornare. Ci lasciano un ricordo che sa di umanità, passione e sorpresa. Bistrot Santi Quattro è un luogo dove il cibo non è solo buono: è pensato, è curato, è vivo.
Una piccola squadra affiatata, giovane, gentile, capace di accogliere senza ostentare, di sorprendere senza urlare. E mentre scendiamo le scale che riportano verso il mare, ce lo diciamo entrambi:
è in posti così che si custodisce il futuro della cucina. Dove la qualità incontra il cuore. E dove, alla fine, ti senti parte della storia. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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17 Luglio, 2025

Barbera D’Asti docg, Piemonte doc Rosato e Grignolino D’Asti doc protagonisti dell’estate

  L’estate, con le sue giornate luminose, le tavole all’aperto, i brindisi tra amici e la voglia di momenti leggeri ma autentici, è la stagione in cui il piacere del vino si fa più spontaneo, legato al calore della compagnia e alla bellezza di un paesaggio condiviso.   In questo scenario, i vini del Monferrato, dalla Barbera d’Asti DOCG al Grignolino d’Asti DOC, fino al Piemonte DOC Rosato, si rivelano compagni ideali: freschi, versatili, conviviali. Vini che raccontano una terra generosa e appassionata, ma che sanno parlare il linguaggio del presente, fatto di gusto, semplicità e qualità. Vitaliano Maccario Presidente del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato Le denominazioni del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato rappresentano un modello di equilibrio tra tradizione e innovazione. Come Consorzio, crediamo che la vera modernità stia nel saper offrire vini versatili, riconoscibili e coerenti con le nuove esigenze dei consumatori. La Barbera d’Asti DOCG, il Grignolino d’Asti DOC e il Piemonte DOC Rosato, solo per citarne alcuni, parlano un linguaggio attuale: sono vini autentici, versatili, capaci di adattarsi a stagioni, stili di vita e abitudini nuove, senza perdere identità. La vera forza dei vini del Monferrato sta proprio qui: nell’essere contemporanei per vocazione, senza inseguire mode, ma offrendo risposte concrete a un consumatore sempre più attento alla qualità, alla bevibilità e al valore del vino che sceglie. Fresca e vibrante, la Barbera d’Asti DOCG, dimostra una sorprendente versatilità anche nei mesi più caldi. Servita intorno ai 14–16°C, rivela una personalità fruttata e dinamica, con note di ciliegia, mora, spezie dolci e una caratteristica acidità che dona energia al sorso. Perfetta da condividere nelle sere d’estate, la Barbera d’Asti servita fresca rappresenta una nuova idea di convivialità: più contemporanea, più pop, ma sempre all’insegna della qualità. Un vino che unisce tradizione e modernità, capace di incontrare il gusto di un consumatore curioso, attento e consapevole, che non rinuncia al piacere di un eccellente vino rosso, anche in piena estate. Il Grignolino d’Asti DOC è certamente uno degli antichi vitigni piemontesi che impreziosiscono il panorama vinicolo e trova la sua culla nel territorio compreso tra Asti e Casale Monferrato. La sua anima leggera ma complessa lo rende perfetto per essere servito fresco, tra i 12 e i 14°C. Una temperatura che ne esalta le note fruttate e di sottobosco spesso accompagnate da caratteristici sentori di pepe bianco. rivelandone la sorprendente attitudine contemporanea. Il Grignolino è un vino che gioca con il tempo e con le regole, e che oggi trova nuova linfa in un consumo più rilassato e quotidiano, capace di raccontare la profondità del Monferrato con un linguaggio moderno. Il Piemonte DOC Rosato si caratterizza per un colore che può variare dal rosa tenue al cerasuolo, con un profumo delicato e piacevole, spesso fruttato e floreale. Al palato, è fresco, secco e morbido, con una buona acidità e sapidità. Può essere ottenuto da un assemblaggio di uve tipiche del Monferrato, come Barbera, Dolcetto, Freisa, Nebbiolo, Croatina Cortese e Chardonnay. Delicato, con note di fiori freschi, frutta rossa e talvolta anche di glicine. Fresco, secco, morbido e armonico, con una buona acidità che lo rende piacevole. Ideale anche come aperitivo, si serve generalmente fresco, tra i 10 e i 12°C è il compagno ideale per le serate estive da trascorrere in riva al mare. IL CONSORZIO BARBERA D’ASTI E VINI MONFERRATO Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946, ha il compito di tutelare e promuovere le sue denominazioni per garantire la loro diffusione e la loro immagine sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso appositi marchi distintivi. Attualmente il Consorzio conta più di 421 aziende associate e 13 denominazione tutelate. La Redazione
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Mattia Vezzola ospite d’onore in Provenza al convegno “Matinée Technique 2025” Arrow Right Top Bg

17 Luglio, 2025

Mattia Vezzola ospite d’onore in Provenza al convegno “Matinée Technique 2025”

  L’enologo di Costaripa porta la sua esperienza italiana nel cuore della ricerca francese sui rosé, confermando la Valtènesi protagonista mondiale.   Mattia Vezzola, enologo e anima della cantina Costaripa, è stato il primo italiano ad intervenire al convegno “Matinée Technique 2025” organizzato dal Groupe ICV Provence, principale istituzione francese dedicata alla ricerca enologica sui vini rosé. L’evento 2025 ha affrontato i temi cruciali del cambiamento climatico e il suo impatto sulla viticoltura, con particolare attenzione allo stress idrico, alla selezione di portinnesti innovativi, al contrasto di parassiti come i cryptoblabes e agli odori solforati indesiderati nei vini. Il convegno ha dato particolare rilievo anche agli aspetti organolettici derivanti dalla fermentazione e dall’affinamento in botti di rovere bianco applicati ai rosé d’eccellenza. Vezzola ha condiviso con 60 colleghi il percorso che ha reso Costaripa una voce autorevole nel mondo dei “rosé da viticoltura dedicata”, illustrando il lavoro svolto nei vigneti di Moniga del Garda in Valtènesi. Mattia Vezzola, enologo Per produrre grandi rosé serve perseguire la stessa filosofia adottata nella produzione dei vini dello Champagne, stessa viticoltura e identica enologia. Sottolineiamo come il progetto si concretizzi nel profilo sensoriale e nella struttura del Valtènesi RosaMara, il vino che incarna la massima espressione di questo approccio. La Provenza, epicentro mondiale del rosé, ha sempre contribuito al valore di un progetto che affonda le radici in Valtènesi fin dal 1896. Costaripa ha preservato e innovato pratiche secolari, dando vita a un rosé “straordinariamente gentile” che racconta identità, territorio e visione. La partecipazione al “Matinée Technique” rappresenta per Vezzola e la Valtènesi un riconoscimento internazionale, testimonianza della leadership nel segmento dei rosé di alta qualità, distinti nettamente dai rosé più diffusi altrove. Il direttore del convegno e l’équipe dell’ICV hanno voluto rendere omaggio alla filosofia di Costaripa, dichiarata punto di riferimento mondiale. Mattia Vezzola Il RosaMara è uno dei vini più affascinanti; rappresenta la sintesi perfetta fra la tradizione della mia famiglia e la magia del Lago di Garda. La Redazione
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17 Luglio, 2025

Alta Langa Roma 2025

IL COSA E IL DOVE Lo scorso 16 Giugno, negli eleganti dello SPAZIO FIELD (PALAZZO BRANCACCIO) a Roma, il CONSORZIO ALTA LANGA ha organizzato per il mondo Ho.Re.Ca. e per la stampa una giornata interamente dedicata a quelle bollicine piemontesi di cui, pur essendo il più antico Metodo Classico d’Italia, troppo spesso ci dimentichiamo dell’esistenza. Oltre 700 le presenze, 34 Produttori presenti, 3 masterclass e la presentazione ufficiale del Progetto “ONDE” quale elemento iconico degli Eventi del Consorzio.   L’ALTA LANGA 3 Provincie (Asti, Cuneo e Alessandria), 149 Comuni, 400ha vitati, non meno di 250m/slm la quota degli impianti, oltre 90 Produttori (e 90 viticoltori associati), 160 Etichette, più di tremilionidibottiglie, tutte millesimate e con almeno 30 mesi di permanenza sui lieviti, questi i numeri dell’ALTA LANGA. Nata come consorzio nel 2001 ottiene il riconoscimento della DOC nel 2002 e della DOCG nel 2011 (con retroattività fino alla 2008) vinifica esclusivamente Chardonnay e Pinot Nero in bianco o rosato, Brut o Dosaggio Zero che non esitano a rimarcare la minerale sapidità di un Territorio che dall’appennino guarda le alpi e ascolta il respiro del mare.   GLI ASSAGGI C’era tanto da assaggiare! Tanto da assaggiare ma anche tanta gente in uno spazio che avrei preferito più grande. Dribblando le inevitabili le code ai tavoli dei Produttori più blasonati ho avuto tempo per fermarmi altrove, scoprire nuove realtà, confrontare stesse etichette con assaggi passati, in una parola: imparare. Tra la sessantina di etichette degustate ne ho scelte una quindicina da sottoporre alla Vostra attenzione, date una letta alle mie personalissime note di assaggio, segnalatemi qualcosa tra quello che mi sono perso ma soprattutto assaggiate e condividete! QUELLO DA NOVANTA – ALTA LANGA DOCG “SPECIAL CUVÉE” 2015 RISERVA, CONTRATTO: il naso percepisce distintamente agrumi canditi e intrighi di zafferano, frutta macerata, caramello salato, nocciole di pasticceria, note fumé e un’atmosfera di sottobosco umido e fungino intrisa di salmastre presenze. Il sorso meraviglia e stupisce, elegante, dritto, privo di cedimenti, di inattesa serietà, coerente, centrato sui richiami alla nocciola e vergato con il sale. 90++ Punti.   GLI ALTRI – ALTA LANGA DOCG “FOR ENGLAND ROSÉ” PAS DOSÉ 2021, CONTRATTO: decisamente minerale, racconta gesso e salgemma mentre propone tostature sottili e pasticcerie mandorlate di confetti e marzapane. La freschezza del pompelmo rosa sposa infine un’idea di tavola e vecchi ricordi introducendoci a un sorso teso e affilato. Quasi impaziente di proporre freschezza e sapidità ritma l’assaggio a colpi di piccoli frutti non ancora maturi. L’etichetta? Un plus che acchiappa l’occhio! Da bere ascoltando “ENGLISHMAN IN NEW YORK” di STING. 89- Punti. – ALTA LANGA DOCG “GIULIO I” PAS DOSÉ 2010 RISERVA, TOSTI: olfatto complesso, inizialmente boschivo, balsamico, resinoso, poi floreale d’acacia e profondamente salmastro, poi vanigliato e tropicale. Il sorso ricalca l’olfatto con la classe consumata di un grande vecchio ma si percepisce come un senso di sospirosa stanchezza che freschezza e sapidità non riescono a lenire. S’allunga con resistente persistenza su note amaricanti di liquirizia regalando in chiusura una netta presa di tabacco trinciato che sembra volerci invitare ad un assaggio “assoluto” in compagnia soltanto dei nostri pensieri (e magari di un buon sigaro). 88+ Punti, più che altro per rispetto e con tanta gratitudine per l’esperienza. – ALTA LANGA DOCG “ZERO DE SEIGNÉE SBOCCATURA TARDIVA” PAS DOSÉ 2018 RISERVA, ENRICO SERAFINO: dolcezze di tiglio e miele baruffano con la scorza di cedro e la caramella al limone, mentre in parte se la ridono le nocciole tostate e una conchigliosa mineralità. Sorso teso, una spada fresco-sapida dal doppio taglio affilato che non molla la propria impronta salina neppure nel lungo finale. 87++ Punti.   – ALTA LANGA DOCG “M+M 18 PERPETUELLE SBAGLIATO” EXTRA BRUT 2018, ENRICO SERAFINO: s’approccia al naso con una carezza di vaniglia che… Poi è cedro candito, nocciole tostate, frutta gialla e mineralità soffusa. Sorso di decisa, verticale freschezza, sostenuto dal ritmico incedere di sapidità e note agrumate. Me l’aspettavo forse più lungo, ma mica si può avere tutto! 88 Punti. – ALTA LANGA DOCG “480M” BLANC DE BLANC BRUT NATURE 2020 RISERVA, DELTETTO: olfatto panoramico che abbraccia i tropici ma si focalizza sulla scorza di cedro e sul bianco di pesca, zenzero, meringa e mandorla. Il sorso è, diversamente, decisamente più verticale, ha freschezza da vendere e sapidità sintonizzata, intriga con i richiami fruttati ma non china mai la testa neppure nel finale. 88 Punti.   – ALTA LANGA DOCG “570M” BLANC DE NOIR BRUT NATURE 2020 RISERVA, DELTETTO: al naso gioca sul contrasto tra le dolcezze di pompelmo rosa, mela cotogna e gelso e le amaritudini di anice e mughetto passando per la nocciola, le arachidi e la pasta di mandorle sospeso su una nuvola di pirica mineralità. Sorso di grande piacevolezza, fresco, agrumato e forse ferroso con un finale che ricorda la mela cotogna ma che è una dedica alla minerale sapidità. 88 Punti.   – ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA S2” EXTRA BRUT 2015, MARCO CAPRA: “SEITREMENDA” è un’idea prima che un vino (in realtà una serie di vini e un gioco), un nome che dice dei mesi di affinamento e che è una dedica accorata a (scopritelo Voi). “SEITREMENDA” è la complessa semplicità del “meglio” in quel che nessuno pensa possa avere un “meglio”: il miglior sugo al pomodoro, la migliore camicia bianca, il miglior orecchino di perle… E questo “S2” non sfuggirebbe alla regola se alla frutta secca e alle tre o quattro tipologie di mela che si riescono a identificare, alle lontananze di salvia non anteponesse il respiro profondo degli aromi di pasticceria, la creme brulée, la liquirizia, gli scoppi di pietre sbattute. Il sorso è di birbante saggezza, citrino, minerale, corrispondente, scava nell’anima risvegliando risate e peccati. Con il seguente è forse la sorpresa della giornata, di sicuro un vino che non vedo l’ora di riassaggiare con la calma che merita per dedicargli più di qualche parola buttata lì. 89 Punti. p.s. attenzione all’ALTA LANGA DOCG “SEITREMENDA ROSÉ”! – ALTA LANGA DOCG “NATURE” 2021, MARCALBERTO: già al naso si percepisce che qui sono saltati tutti gli schemi. È un bosco di funghi quello in cui entriamo scavalcando il sottobosco umido di felci, rovi e piccoli frutti. Poi è la volta di un accenno di anice e della ben presente nocciola tostata mentre alla frutta macerata si affiancano sottili peposità. Il sorso inverte la rotta e gioca la carta della delicatezza per amplificare i descrittori olfattivi, calcando la mano sull’agrume maturo e su orientali note speziate. Il sentiero degli zerosolfiti è una cresta affilata che va percorsa con attenzione e qui…non ci sono tentennamenti! 88+ Punti e il mio personalissimo premio “SURPRAIS”. – ALTA LANGA DOCG “AIRALI” PAS DOSÉ 2021, TENUTA CARRETTA: naso intrigante che mixa balsamicità aromatiche a note di pasticceria, scorze di agrumi amari a dolcezze di quasi melone, fiori bianchi a mela grattugiata. Poi camomilla, fiori di campo e nocciole fresche introducono a un sorso cremoso ma accuratamente affilato, di magica coerenza giocato sul ritmico alternarsi di astringenze agrumate, graffi salini e sottili piccantezze. 88+ Punti.   – ALTA LANGA DOCG “AIRALI” BRUT 2021, TENUTA CARRETTA: dalla stessa vigna del “PAS DOSÉ” un vino bicolore, “green” di salvia e scorza di lime e giallo di pesca e frutta tropicale che non dimentica pasticcerie di miele e croccante. Il sorso strizza l’occhio all’equilibrio e fa leva sulla freschezza agrumata per risultare più accattivante. Sottilmente sapido il finale di un bel vino cui manca però un po’ di polso. 87+ Punti. – ALTA LANGA DOCG “COPPO” EXTRA BRUT 2019 RISERVA, COPPO: è subito pasticceria di nocciole tostate, miele e zucchero caramellato, poi nuvole di zafferano, agrumi, lampi gialli di pesca e mimosa e brezze minerali. Sorso saporito, morbido ma che freschezza e sapidità mantengono costantemente vivo. Chiude su ricordi d’agrume e sottolineature sapide invitandoVi a berlo con le gambe sotto il tavolo. 88+ Punti con forse un +. – ALTA LANGA DOCG “SEICENTO” PAS DOSÉ 2020, VITE COLTE: cedri e arance duettano con miele e croccante pasticceria, nocciole e crosta di pane appena sfornato sono vivacizzati da sottili piccantezze e la mineralità e una pirica nube che tutto avvolge. Sorso elegante, intenso e voluminoso, di cremosa effervescenza e centrato sulle note di una frutta secca che, nel finale, regalano anche amaricanti carezze. 88— Punti.   – ALTA LANGA DOCG BLANC DE BLANC 2019, BRICCO MAIOLICA: tra nespole, ananas e bergamotto si fanno strada note pasticcere di biscotti appena sfornati, mandorla tostata e crema d’agrume mentre in chiusura s’affacciano erbe aromatiche e mineralità calcarea. Sorso cremoso e solleticante, agile, di bella progressione fresco-sapida e con un finale di ricordi fruttati e minerali. 88—Punti. E QUINDI? E quindi GRAZIE al CONSORZIO ALTA LANGA per avermi ospitato, a tutti i Produttori che hanno avuto la pazienza di sopportarmi e a tutti Voi che avete avuto la pazienza di leggermi fino qui. Al di là di qualche piccolissima imprecisione è stata una bellissima giornata all’insegna della Qualità e del Territorio, un Evento che si avvia a diventare un appuntamento da non perdere tra quelli dell’ampio panorama romano e di cui, personalmente, metto in agenda sin da ora un’Edizione 2026 che mi aspetto ancora più interessante.   Roberto Alloi – VINODENTRO Su Instagram @eno_evo  
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16 Luglio, 2025

Andrea Rossi nuovo presidente di A.VI.TO. L’Associazione Vini Toscani DOP e IGP

L’Assemblea elettiva di A.VI.TO., l’Associazione Vini Toscani DOP e IGP, ha eletto all’unanimità, questa mattina, Andrea Rossi come nuovo presidente, che succede a Francesco Mazzei, alla guida dell’associazione dal 2019.   Andrea Rossi Neo Presidente È per me un grande onore rappresentare le denominazioni vitivinicole toscane e cercherò di farlo portando l’esperienza maturata nel mio percorso. Devo ringraziare l’assemblea che mi ha votato e che mi ha nominato in questo ruolo; in particolare un ringraziamento che faccio a nome di tutto il vino toscano va al mio predecessore, Francesco Mazzei, capace in questi anni non facili di tenere legata e di rafforzare questa associazione. Il mondo del vino, non solo toscano, sta vivendo un momento molto delicato, per le congiunture dei mercati internazionali, gli assetti geopolitici e le politiche europee. Sarà dunque una sfida che come sistema del vino toscano che rappresentiamo potremo affrontare meglio di qualsiasi altro territorio vitivinicolo italiano, il tutto, me lo auguro, attraverso il dialogo aperto e un confronto costruttivo. Francesco Mazzei, presidente uscente che ha desiderato ospitare l’Assemblea proprio a Castello di Fonterutoli, ha così commentato E’ stata un’esperienza straordinaria poter collaborare in questi anni con tutti i Consorzi. Lascio la guida di A.VI.TO. con la consapevolezza di aver sempre lavorato per costruire un’associazione coesa e rappresentativa delle tante anime della vitivinicoltura toscana. Abbiamo affrontato sfide complesse – a partire dalla pandemia mondiale – e abbiamo sempre avuto un ruolo importante nella discussione e nella negoziazione delle politiche vitivinicole del mercato. Sono certo che Andrea Rossi saprà proseguire questo cammino con determinazione e visione, portando avanti i valori di unità e collaborazione che ci contraddistinguono. L’Associazione ha una valenza non solo regionale ma anche nazionale, sappiamo infatti che la Toscana è, nel nostro settore, ai vertici in Italia per prodotti certificati. La regione infatti, con un totale di 58 Vini DOP IGP, è la Regione numero 2 in Italia. A livello economico, secondo le ultime stime dell’Osservatorio Ismea-Qualivita, il settore del Vino DOP IGP in Toscana vale 1164 milioni di euro. Costituita nel 2016, A.VI.TO. rappresenta il primo organismo unitario di rappresentanza della vitivinicoltura toscana di qualità. Attualmente vi aderiscono 24 Consorzi di tutela, per circa 6.000 imprese e poco meno di 60.000 ettari di vigneto con una produzione che, nel 2024, ha raggiunto circa 260 milioni di bottiglie. Il nuovo Presidente di A.VI.TO. Andrea Rossi, classe 1971, è stato recentemente confermato presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano per il terzo mandato consecutivo. Diplomato al Liceo Classico “A. Poliziano” di Montepulciano, si è laureato in Scienze Economiche e Bancarie all’Università degli Studi di Siena. Da sempre al fianco della famiglia nell’azienda agricola socia di Vecchia Cantina di Montepulciano da oltre trent’anni, guida la cooperativa come presidente, anche in questo caso al terzo mandato. Rossi fa parte del board di Federdoc ed è consigliere del Consorzio Vino Chianti e del Consorzio Vini Cortona. Con Equalitas ha portato il Vino Nobile di Montepulciano a essere la prima denominazione certificata, e recentemente il Consorzio è stato raccontato come modello per la sicurezza sul lavoro nel settore vitivinicolo. Il neo presidente di A.VI.TO può vantare una lunga esperienza politica e amministrativa: nel 2009 e nel 2014 è stato eletto sindaco del Comune di Montepulciano, carica che ha ricoperto fino al 2019. Durante il suo mandato è nato il “Sistema Montepulciano”, un modello di governance condivisa che ha saputo valorizzare le risorse economiche e culturali del territorio, ottenendo riconoscimenti a livello nazionale e internazionale. Elenco Consorzi aderenti a A.VI.TO.: Bianco di Pitigliano e Sovana
Bolgheri e Bolgheri Sassicaia
Brunello di Montalcino
Vino Chianti Classico
Chianti Colli Fiorentini
Chianti Colli Senesi
Vino Chianti
Chianti Rùfina
Vini delle Colline Lucchesi
Morellino di Scansano
Vino Nobile di Montepulciano
Vini di Carmignano
Vini Cortona
Vini Montecucco
Vino Orcia
Valdarno di Sopra DOC
Vino Vernaccia di San Gimignano
Vini della Maremma Toscana
Vino Toscana
Vini Valdichiana
Vini Terre di Pisa
Suvereto e Val di Cornia Wine
Vini Terre di Casole
Vino Pomino La Redazione
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Il Battesimo delle Primogenite Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2025

Il Battesimo delle Primogenite: un’intera comunità si stringe attorno alla Ricerca, celebrata come bene condiviso

Si è svolto il 12 luglio, nell’incantevole scenario di Villa Neviera, il Battesimo delle Primogenite, evento promosso dal Laboratorio di Coltivazioni Arboree del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biologiche e Ambientali dell’Università del Salento, sotto la guida scientifica della Prof.ssa Laura Rustioni, dedicato alla presentazione ufficiale delle prime piantine ottenute da incroci interspecifici tra Vitis vinifera e Vitis arizonica, nell’ambito di una ricerca mirata a contrastare la diffusione della Xylella fastidiosa subspecie fastidiosa. L’iniziativa, promossa da Cantine Due Palme, ha registrato una partecipazione ampia ed eterogenea, riunendo oltre 300 persone tra esponenti del mondo universitario, rappresentanti delle associazioni di categoria, viticoltori, tecnici, studenti e cittadini. Un pubblico attento e partecipe ha conferito all’evento un significato profondo, facendo del “Battesimo delle Primogenite” non solo un momento di alta divulgazione scientifica, ma anche un gesto collettivo di responsabilità e speranza. Per una sera, la Ricerca è divenuta patrimonio comune: condivisa, sostenuta e accolta da un territorio che, segnato dalla ferita della Xylella, guarda ora alla scienza come motore di rinascita e resilienza. Il linguaggio tecnico della genetica e della selezione varietale è stato sapientemente reso accessibile attraverso un impianto comunicativo orchestrato da Paola Restelli, che ha toccato corde emotive oltre che razionali.
Momento centrale della serata è stato il suggestivo rituale del “battesimo: alle nuove piantine, frutto del primo incrocio, è stato assegnato un nome ufficiale – scelto tramite un sondaggio popolare che ha raccolto 3000 voti in tutta Italia – alla presenza di una madrina e di un padrino simbolici: Marzia Varvaglione e Francesco Maci Fortunato, testimoni dell’impegno collettivo verso un’agricoltura più consapevole e sostenibile. La Prof.ssa Rustioni e il suo team hanno illustrato con chiarezza e passione le finalità e le prospettive della ricerca, ponendo l’accento sulla sostenibilità agronomica e genetica delle nuove varietà, concepite per rispondere alle
sfide fitosanitarie e climatiche contemporanee. Gli interventi di numerosi esponenti della filiera vitivinicola hanno arricchito il dibattito, portando brindisi benaugurali e riflessioni sulla necessità di un’alleanza stabile tra
ricerca, impresa e comunità. Sul palco di Villa Neviera nomi di spicco, tra i quali: il Magnifico Rettore UniSalento, Dott. Fabio Pollice, l’esperto di Xylella del CNR Bari, Dott. Donato Boscia, il Presidente di Assoenologi, Dott. Riccardo Cotarella ed il Responsabile del comitato tecnico scientifico di AIS Italia, Dott. Giuseppe Baldassarre. La serata si è conclusa con un momento conviviale animato da musica dal vivo e degustazioni curate da Triticum Catering Brindisi, in un clima di festa condivisa. La Prof.ssa Rustioni La Ricerca ha bisogno di essere nutrita non solo con risorse, ma con fiducia, comprensione e partecipazione. Oggi abbiamo visto che è possibile. Abbiamo piantato semi di conoscenza, ma anche di alleanza umana e civile. L’Università del Salento desidera esprimere la propria gratitudine a tutti coloro che hanno condiviso questa tappa inaugurale di un lungo cammino, auspicando che il dialogo instaurato possa proseguire con la stessa intensità, coesione e consapevolezza.   La Redazione
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Martissima. Marta Venica, fuori dal coro, dentro la vigna Arrow Right Top Bg

16 Luglio, 2025

Martissima. Marta Venica, fuori dal coro, dentro la vigna

    Il Collio è una terra dove il vino è storia, cultura e identità. Un mosaico di colline dorate, di vigne che si rincorrono lungo confini invisibili tra Italia e Slovenia, di famiglie che da generazioni parlano con la lingua della terra. Ma anche nei territori più celebri, ogni tanto, nasce una voce fuori dal coro. E quella voce, oggi, si chiama Martissima. Ci troviamo a Cormons, ed è stata una delle scoperte più belle del 2022. Sto parlando dell’azienda di Marta Venica, un nome che nel Collio non è certo nuovo. Marta porta infatti un cognome importante: Venica, quello dell’azienda familiare Venica & Venica, celebre produttore della zona. È la figlia di Giorgio e la nipote di Daniele, fondatore della storica cantina. Un destino scritto, verrebbe da pensare. Marta, dopo aver curato a lungo la parte agronomica della cantina di famiglia, ha sentito il bisogno – spinta anche dalle esperienze all’estero – di creare qualcosa di suo. Qualcosa che fosse totalmente scollegato dalla realtà in cui era cresciuta. Una visione più personale, libera, istintiva. Si laurea in Viticoltura ed Enologia, viaggia, osserva, ascolta. E nel 2019 nasce Martissima, nel cuore del Collio, proprio a Cormòns. Sono state proprio le esperienze all’estero a darle la spinta. Tant’è vero che, quando parla dell’Argentina, si illumina. Era lì che sognava di produrre un vino. E quel sogno è diventato realtà nel 2022, quando – durante un soggiorno presso la produttrice Paula Michelini, viticoltrice nella Valle de Uco – si è ritrovata davanti a una vigna di Tocai friulano piantata negli anni ’60. E lì è scattato qualcosa. L’Argentina continua a essere una fonte viva d’ispirazione. È stato infatti un produttore italiano trasferitosi laggiù a ispirarla fin dall’inizio: Piero Incisa della Rocchetta, nipote del marchese Mario Incisa — sì, quello del Sassicaia — che in Patagonia guida la splendida Bodega Chacra. Il nostro primo incontro avviene in un vigneto centenario, nel cuore di Cormòns. E lì capisco subito che il suo progetto parte dalla vigna, e in particolare dalla gestione del suolo. Oggi l’azienda si estende su circa sei ettari, divisi tra Cormòns, Corno di Rosazzo e un futuro avamposto a Versa, nel comune di Romans d’Isonzo, dove Marta ha acquistato un casale che sta ristrutturando. Sarà la sua nuova cantina, ma anche una fattoria, un luogo di biodiversità reale, con animali, orti e nuovi esperimenti agricoli. L’agricoltura segue i principi della biodinamica: filari inerbiti, uso di tè, tisane e compost autoprodotto il più possibile. L’obiettivo, oltre alla biodiversità, è ridurre drasticamente l’utilizzo di rame e zolfo. C’è un attaccamento fortissimo alla terra. Ma non è che poi, in cantina, si cambi registro. Anzi. Zero compromessi è il mantra tra le vasche della cantina, dove ci rechiamo per continuare il racconto e iniziare gli assaggi. La cantina attuale si trova a Cormòns. Me l’aspettavo piccola, quasi provvisoria. E invece mi ritrovo in una “grande stanza”, ordinata ma vissuta, con tante piccole vasche in acciaio, botti in legno e anche qualche uovo in ceramica (che però, mi confessa, non ama e non utilizzerà più, almeno per ora). Ogni vigneto viene vendemmiato e vinificato separatamente. Il progetto punta a valorizzare le espressioni del territorio, partendo dal rispetto del vigneto e lasciando in secondo piano la purezza varietale, in favore di una più profonda identità di terroir. In cantina, la parola d’ordine rimane sempre la stessa: zero compromessi — e Marta me lo ripete più volte. Fermentazioni spontanee (che, mi confessa, le creano sempre una certa tensione, perché sono vive, imprevedibili), nessun additivo, nessun enzima, solo pochissima solforosa. Tutto pensato per ottenere un vino il più possibile naturale, sincero, territoriale.   I vini Martissima Collio bianco 2024 – Ribolla Gialla. Le uve provengono da un vigneto in cima alla collina a 170 metri dove la ponca affiora in superficie.  Contatto con le bucce di una notte n pressa e poi fermentazione spontanea in tonneaux e acciaio inox dove segue anche l’affinamento sulle fecce fini per 8 mesi. Segue un anno di bottiglia. Buona acidità e persistenza per questo bel bianco estivo, da beva Martissima Rosato 2024 Igt Venezia Giulia. Da uve Pinot nero pressate sofficemente, vino dai sentori fruttati perfetto per l’estate Martissima Colliop Bianco 2022
Le uve provengono da un vigneto su una collina a Mernico il paese più a Nord della Doc Collio.Un blend di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia. Fiori bianchi, sentori minerali, frutta a polpa bianca come pesca, mela e una leggera pera nel finale. Fresco, sapido e minerale al palato, di ottima beva grazie anche alla sua succosità. Martissima Collio Bianco “Giardino del Monte” 2022 Da un unico vigneto a Cormons di viti centenarie dove questo convivono con molte specie e varietà di alberi da frutto, il tutto circondato da un bosco rendendolo un luogo unico. In questo vigneto tutte le lavorazioni sono fatte a mano E’ un blend classico del Friuli Venezia Giulia degli inizi del 900, che mirava ad unire struttura (tocai friulano) aromaticità (malvasia istriana) e freschezza (ribolla gialla).  Vino di grande impatto e intensità gustativa. Schioppettino Tin Tinut 2022
Altro bel progetto questo dello Schioppettino. Macerazione a grappolo intero e affinamento in barrique per un bellissimo rosso dinamico. Martissima Rosso DOC Collio 2020
Un rosso friulano inaspettato, incredibile, vivo, elegante. Vinificazione di stampo borgognone, a grappolo intero, con uve provenienti da viti di oltre 50 anni coltivate nel comune di Dolegna del Collio.
Le uve — Merlot con piccole percentuali di Refosco e Franconia — vengono vinificate in parte in tonneau e in parte in acciaio. Tanta frutta, un tocco di spezia, e una beva che ti fa tornare voglia di bere rosso in questa fantastica regione. Circa 1.000 bottiglie prodotte. Sempre rimanendo il tema zero compromessi l’annata 2021 non e’ stata imbottigliata perché non ritenuta all’altezza. Uscirà nel 2025 l’annata 2022   Quando torno a casa dopo una visita da Marta, porto con me due cose: il sapore nitido dei suoi vini e l’eco della sua voce quando parla di terra, di fermentazioni, di sogni in Patagonia. I suoi vini mi fanno stare in pace. Mi sorprendono sempre, anche quando penso di conoscerli. Hanno quella rara capacità di parlarmi in silenzio, senza bisogno di spiegazioni. E ogni volta che li riassaggio, ritrovo qualcosa di nuovo: un dettaglio, un’intuizione, una vibrazione. Con Marta ho la fortuna di confrontarmi spesso. Ci vediamo, ci parliamo, condividiamo assaggi. È uno scambio che arricchisce, umano prima che professionale. Marta è giovane, determinata, curiosa, ma soprattutto libera. E i suoi vini lo raccontano con la stessa autenticità con cui lei cammina tra le vigne, senza mai ostentare. In un territorio spesso abituato ai nomi blasonati e ai successi consolidati, Martissima è un gesto nuovo, leggero e profondamente radicato. Se non la conoscete ancora, vi consiglio davvero di andare a trovarla. Ascoltatela, assaggiate, lasciatevi sorprendere. Il Collio ha una nuova voce. E vale la pena ascoltarla. Emanuele Muzzo Su Instgram è semplicemente Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti    
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