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22 Luglio, 2025
L’eccellenza del vino è di casa a Verona: Antica Bottega del Vino conquista per il 22° anno il Grand Award di Wine Spectator
Da più di un secolo, l’Antica Bottega del Vino è simbolo di cultura enologica e riceve ancora una volta il massimo riconoscimento internazionale per la sua carta vini.
Per il ventiduesimo anno consecutivo, l’Antica Bottega del Vino di Verona entra nella ristretta cerchia dei locali insigniti del Grand Award di Wine Spectator, un’onorificenza che dal 1981 premia le wine list più complete e raffinate del mondo. Questa selezione è riservata a quelle realtà che offrono una profonda selezione di produttori d’eccellenza, annate d’alto livello, grandi formati in armonia con i menu e presentazioni di alta qualità.
Con oltre 4.000 etichette e una cantina che vanta circa 22.000 bottiglie, la Bottega si conferma una meta imprescindibile per gli appassionati di vino e viaggiatori del gusto provenienti da tutto il mondo.
Simone Isoli, Head Sommelier
La Bottega è un’istituzione riconosciuta a livello internazionale, non solo dai clienti ma anche dai produttori. I grandi nomi italiani e internazionali mettono a disposizione bottiglie rare, spesso annate introvabili sul mercato. La nostra squadra è composta da appassionati qualificati e in continua formazione, che visitano direttamente i territori per offrire non solo competenze tecniche, ma anche racconti di vita e di vigna.
Luca Nicolis, Direttore dell’Antica Bottega del Vino
Ricevere ancora una volta il Grand Award di Wine Spectator, sono solo sei i ristoranti italiani premiati quest’anno, ci conferma come punto di riferimento del vino internazionale, in particolare nel Nord-Est. Siamo il secondo ristorante in Italia per continuità storica in questo premio, con un riconoscimento ininterrotto dal 2004.
L’Antica Bottega del Vino appartiene a dieci soci di Famiglie Storiche, prestigiose cantine della Valpolicella che custodiscono la tradizione enologica dell’Amarone: Allegrini, Begali, Brigaldara, Masi, Musella, Speri, Tedeschi, Tenuta Sant’Antonio, Tommasi e Zenato. Il locale è da sempre un baluardo della tradizione e della cultura del vino a Verona.
Guardando al futuro, l’Antica Bottega del Vino annuncia l’apertura di una seconda sede a Cortina d’Ampezzo, prevista per l’inverno 2025/2026, in vista dei Giochi Olimpici invernali. La nuova carta vini sarà più snella ma manterrà il carattere distintivo della sede veronese, rafforzando l’identità e la qualità del brand.
La Redazione
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22 Luglio, 2025
Vivaldi Restaurant: il gusto va in scena
Ci sono luoghi che, appena ti siedi, sembrano rallentare il tempo.
Vivaldi Restaurant, a Sabaudia, è uno di questi: un angolo incantato incastonato accanto all’Hotel Sabaudia, dove la cucina incontra l’eleganza naturale del verde e il suono rilassante dell’acqua che scorre. Questa volta non sono solo. Con me c’è un amico, e sappiamo entrambi che stasera vivremo qualcosa di speciale Mirko, il figlio dei titolari, ci dà il benvenuto con un sorriso sincero, e Diego Pagliaroli, il restaurant manager, ci accompagna al tavolo con una cortesia fatta di attenzione e misura. In cucina c’è lo chef, Andrea Casale, giovane, creativo e sorridente, firma ogni piatto con mano sicura e spirito curioso. Il nostro tavolo è apparecchiato fronte piscina, con il suono dell’acqua a farci da musica, tra le piante che rendono l’atmosfera intima e rilassante. È qui che inizia un percorso che ha il sapore dell’estate, ma la struttura e la profondità delle grandi stagioni. Diego versa uno Chardonnay 2024 di Alois Lageder, una storica realtà altoatesina fondata nel 1823. Il vino fermenta in acciaio, sulle fecce fini e sui lieviti e racconta il carattere calcareo dei terreni di Magrè e Salorno. Porto il bicchiere in alto per guardarne il colore che è un giallo paglierino brillante, con riflessi dorati. Poi lo porto al naso, è fresco e preciso, con note floreali, mela verde, agrumi e un accenno di erbe alpine. Al palato colpisce per l’equilibrio: è secco, di medio corpo, con una bella acidità che lo rende vibrante e snello. La mineralità finale chiude con eleganza e invita al secondo sorso. In tavola arriva anche un pane a lievitazione naturale integrale, fatto in casa dallo chef. La prima coccola è una bruschetta che sorprende già al naso: il profumo intenso del friggitello fritto si intreccia con la nota marina dell’alice e la dolcezza delicata della maionese al pomodoro.
Al morso, la croccantezza del pane si incontra con la cremosità della salsa e la consistenza setosa del pesce. Il gusto è un piccolo viaggio: il pomodoro, trasformato in maionese, porta con sé una dolcezza rotonda e inaspettata, mentre le alici marinate rilasciano sapidità e carattere. I friggitelli fritti, poi triturati, aggiungono un tocco vegetale e amarognolo che bilancia e completa l’insieme.
Un boccone semplice solo in apparenza, che gioca su contrasti e armonie, lasciando in bocca un ricordo fresco e persistente. Diego, sorridente, porta in tavola un primo che sorprende per intensità e semplicità: linguina del Pastificio Gentile di Gragnano con ragù di cozze e vongole e finocchietto del Parco del Circeo. Appena assaggia la linguina, il mio amico posa la forchetta e mi guarda, serio. Ma… è legale fare una cosa del genere con il finocchietto? Scoppio a ridere, lui continua: È come mangiare il mare al tramonto. Solo che stavolta è nel piatto. Il profumo che si sprigiona è immediato e avvolgente: salmastro, iodato, con quel tocco erbaceo e fresco del finocchietto selvatico che richiama la macchia mediterranea.
La linguina, ruvida e tenace, ha assorbito tutto il sapore del fondo di cottura, dove cozze e vongole hanno rilasciato i loro succhi naturali, creando un condimento essenziale ma potentissimo.
Al palato, il piatto è un’esplosione di mare: il sapore è profondo, vibrante, con punte sapide, una dolcezza marina quasi vellutata e la nota balsamica del finocchietto che chiude ogni boccone con eleganza e freschezza. Il secondo vino è un’altra etichetta firmata Alois Lageder: “Misto Mare”. Anche questa volta sollevo il calice per scovarne il colore, un bianco dal colore giallo paglierino con riflessi verdolini, brillante e limpido.
All’olfatto è intenso e complesso, con note floreali fresche (fiori bianchi, sambuco) e fruttate (pera, mela verde, pesca), accompagnate da sentori agrumati e una sottile traccia minerale.
Al palato risulta secco, di medio corpo, con un equilibrio ben costruito tra acidità vivace e morbidezza. La struttura è snella, fresca, con una chiusura sapida e pulita che richiama il mare e rende il sorso estremamente gastronomico.
Un vino versatile, perfetto in abbinamento con il piatto che Diego mi ha svelato mi porterà. Arriva quindi il polpo: cotto a vapore per mantenerne la morbidezza, poi leggermente fritto in farina di riso, che ne esalta la croccantezza esterna senza appesantirlo. Il profumo è agrumato e fresco, grazie alla presenza del finocchio, delle arance e della polvere di arancia, che restituiscono al piatto una luminosità tutta mediterranea.
La base di misticanza locale aggiunge un tocco vegetale, mentre la crème fraîche, con la sua acidità gentile, lega ogni componente in un equilibrio raffinato tra grassezza, croccantezza e freschezza.
Un piatto elegante, giocato su contrasti armonici e ben bilanciati, esaltato dalla delicatezza del Pinot Grigio Prendina, che accompagna con discrezione, pulendo il palato senza mai sovrastare. Con il polpo croccante ancora tra i denti, il mio amico alza il calice verso di me e dice:
«Se mi fai venire qui un’altra volta, io mi trasferisco. Lo dico sul serio.» Diego ha deciso di sorprenderci con questi vini, pensavo di aver bevuto ormai tutto dopo il Misto Mare e invece il Pinot Grigio Prendina si presenta con un colore giallo paglierino tenue, luminoso e cristallino.
All’olfatto è fine e delicato, con note di fiori bianchi, pera matura, mela verde e una leggera sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso.
Al palato è secco, snello, con una freschezza ben marcata e una struttura leggera, ma non priva di eleganza. Il finale è pulito e leggermente minerale, perfetto per valorizzare la complessità del piatto senza coprirne le sfumature.
Un vino discreto ma incisivo, che accompagna con grazia e valorizza ogni boccone. E mentre arriva il dolce, si appoggia allo schienale, sorride e aggiunge: Questo posto non cucina, questo posto racconta storie. La degustazione si chiude con una Caprese rivisitata, che mantiene intatto lo spirito del dolce della tradizione ma lo eleva con equilibrio e leggerezza. La farina di mandorle dona struttura e umidità, il cacao amaro al 72% regala profondità e intensità, mentre la crema inglese avvolge il palato con una dolcezza setosa. Il gel ai frutti di bosco introduce una nota fresca e acida, che contrasta piacevolmente con la rotondità del cioccolato, rinfrescando e alleggerendo ogni morso. A chiudere il cerchio, un liquore al melograno: profumato, vibrante, con una nota dolce-acidula che richiama i toni del dessert senza sovrastarli. Al naso offre sentori fruttati e balsamici, al palato è vellutato ma deciso, perfetto per accompagnare l’ultimo assaggio con carattere e armonia. Un finale che è insieme memoria e modernità, dove la golosità incontra la misura. Vivaldi Restaurant è molto più di un ristorante: è un’esperienza sensoriale che sa essere al tempo stesso intima, autentica e raffinata.
Come le stagioni da cui prende il nome, è capace di raccontare ogni sfumatura del gusto, con eleganza e naturalezza. A fine serata, non possiamo fare a meno di alzarci e andare in cucina, dove stringiamo la mano allo chef Andrea Casale e ci complimentiamo con lui per la creatività, la tecnica e l’armonia che ha saputo portare in ogni piatto.
All’uscita, un’ultima stretta di mano a Diego Pagliaroli, che ha accompagnato ogni momento della cena con discrezione e attenzione autentica.
E poi, un saluto fraterno a Mirko, per averci accolto come persone di casa. Vivaldi è un luogo che resta, nei sensi e nel cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Vivaldi Restaurant, a Sabaudia, è uno di questi: un angolo incantato incastonato accanto all’Hotel Sabaudia, dove la cucina incontra l’eleganza naturale del verde e il suono rilassante dell’acqua che scorre. Questa volta non sono solo. Con me c’è un amico, e sappiamo entrambi che stasera vivremo qualcosa di speciale Mirko, il figlio dei titolari, ci dà il benvenuto con un sorriso sincero, e Diego Pagliaroli, il restaurant manager, ci accompagna al tavolo con una cortesia fatta di attenzione e misura. In cucina c’è lo chef, Andrea Casale, giovane, creativo e sorridente, firma ogni piatto con mano sicura e spirito curioso. Il nostro tavolo è apparecchiato fronte piscina, con il suono dell’acqua a farci da musica, tra le piante che rendono l’atmosfera intima e rilassante. È qui che inizia un percorso che ha il sapore dell’estate, ma la struttura e la profondità delle grandi stagioni. Diego versa uno Chardonnay 2024 di Alois Lageder, una storica realtà altoatesina fondata nel 1823. Il vino fermenta in acciaio, sulle fecce fini e sui lieviti e racconta il carattere calcareo dei terreni di Magrè e Salorno. Porto il bicchiere in alto per guardarne il colore che è un giallo paglierino brillante, con riflessi dorati. Poi lo porto al naso, è fresco e preciso, con note floreali, mela verde, agrumi e un accenno di erbe alpine. Al palato colpisce per l’equilibrio: è secco, di medio corpo, con una bella acidità che lo rende vibrante e snello. La mineralità finale chiude con eleganza e invita al secondo sorso. In tavola arriva anche un pane a lievitazione naturale integrale, fatto in casa dallo chef. La prima coccola è una bruschetta che sorprende già al naso: il profumo intenso del friggitello fritto si intreccia con la nota marina dell’alice e la dolcezza delicata della maionese al pomodoro.
Al morso, la croccantezza del pane si incontra con la cremosità della salsa e la consistenza setosa del pesce. Il gusto è un piccolo viaggio: il pomodoro, trasformato in maionese, porta con sé una dolcezza rotonda e inaspettata, mentre le alici marinate rilasciano sapidità e carattere. I friggitelli fritti, poi triturati, aggiungono un tocco vegetale e amarognolo che bilancia e completa l’insieme.
Un boccone semplice solo in apparenza, che gioca su contrasti e armonie, lasciando in bocca un ricordo fresco e persistente. Diego, sorridente, porta in tavola un primo che sorprende per intensità e semplicità: linguina del Pastificio Gentile di Gragnano con ragù di cozze e vongole e finocchietto del Parco del Circeo. Appena assaggia la linguina, il mio amico posa la forchetta e mi guarda, serio. Ma… è legale fare una cosa del genere con il finocchietto? Scoppio a ridere, lui continua: È come mangiare il mare al tramonto. Solo che stavolta è nel piatto. Il profumo che si sprigiona è immediato e avvolgente: salmastro, iodato, con quel tocco erbaceo e fresco del finocchietto selvatico che richiama la macchia mediterranea.
La linguina, ruvida e tenace, ha assorbito tutto il sapore del fondo di cottura, dove cozze e vongole hanno rilasciato i loro succhi naturali, creando un condimento essenziale ma potentissimo.
Al palato, il piatto è un’esplosione di mare: il sapore è profondo, vibrante, con punte sapide, una dolcezza marina quasi vellutata e la nota balsamica del finocchietto che chiude ogni boccone con eleganza e freschezza. Il secondo vino è un’altra etichetta firmata Alois Lageder: “Misto Mare”. Anche questa volta sollevo il calice per scovarne il colore, un bianco dal colore giallo paglierino con riflessi verdolini, brillante e limpido.
All’olfatto è intenso e complesso, con note floreali fresche (fiori bianchi, sambuco) e fruttate (pera, mela verde, pesca), accompagnate da sentori agrumati e una sottile traccia minerale.
Al palato risulta secco, di medio corpo, con un equilibrio ben costruito tra acidità vivace e morbidezza. La struttura è snella, fresca, con una chiusura sapida e pulita che richiama il mare e rende il sorso estremamente gastronomico.
Un vino versatile, perfetto in abbinamento con il piatto che Diego mi ha svelato mi porterà. Arriva quindi il polpo: cotto a vapore per mantenerne la morbidezza, poi leggermente fritto in farina di riso, che ne esalta la croccantezza esterna senza appesantirlo. Il profumo è agrumato e fresco, grazie alla presenza del finocchio, delle arance e della polvere di arancia, che restituiscono al piatto una luminosità tutta mediterranea.
La base di misticanza locale aggiunge un tocco vegetale, mentre la crème fraîche, con la sua acidità gentile, lega ogni componente in un equilibrio raffinato tra grassezza, croccantezza e freschezza.
Un piatto elegante, giocato su contrasti armonici e ben bilanciati, esaltato dalla delicatezza del Pinot Grigio Prendina, che accompagna con discrezione, pulendo il palato senza mai sovrastare. Con il polpo croccante ancora tra i denti, il mio amico alza il calice verso di me e dice:
«Se mi fai venire qui un’altra volta, io mi trasferisco. Lo dico sul serio.» Diego ha deciso di sorprenderci con questi vini, pensavo di aver bevuto ormai tutto dopo il Misto Mare e invece il Pinot Grigio Prendina si presenta con un colore giallo paglierino tenue, luminoso e cristallino.
All’olfatto è fine e delicato, con note di fiori bianchi, pera matura, mela verde e una leggera sfumatura agrumata che anticipa la freschezza del sorso.
Al palato è secco, snello, con una freschezza ben marcata e una struttura leggera, ma non priva di eleganza. Il finale è pulito e leggermente minerale, perfetto per valorizzare la complessità del piatto senza coprirne le sfumature.
Un vino discreto ma incisivo, che accompagna con grazia e valorizza ogni boccone. E mentre arriva il dolce, si appoggia allo schienale, sorride e aggiunge: Questo posto non cucina, questo posto racconta storie. La degustazione si chiude con una Caprese rivisitata, che mantiene intatto lo spirito del dolce della tradizione ma lo eleva con equilibrio e leggerezza. La farina di mandorle dona struttura e umidità, il cacao amaro al 72% regala profondità e intensità, mentre la crema inglese avvolge il palato con una dolcezza setosa. Il gel ai frutti di bosco introduce una nota fresca e acida, che contrasta piacevolmente con la rotondità del cioccolato, rinfrescando e alleggerendo ogni morso. A chiudere il cerchio, un liquore al melograno: profumato, vibrante, con una nota dolce-acidula che richiama i toni del dessert senza sovrastarli. Al naso offre sentori fruttati e balsamici, al palato è vellutato ma deciso, perfetto per accompagnare l’ultimo assaggio con carattere e armonia. Un finale che è insieme memoria e modernità, dove la golosità incontra la misura. Vivaldi Restaurant è molto più di un ristorante: è un’esperienza sensoriale che sa essere al tempo stesso intima, autentica e raffinata.
Come le stagioni da cui prende il nome, è capace di raccontare ogni sfumatura del gusto, con eleganza e naturalezza. A fine serata, non possiamo fare a meno di alzarci e andare in cucina, dove stringiamo la mano allo chef Andrea Casale e ci complimentiamo con lui per la creatività, la tecnica e l’armonia che ha saputo portare in ogni piatto.
All’uscita, un’ultima stretta di mano a Diego Pagliaroli, che ha accompagnato ogni momento della cena con discrezione e attenzione autentica.
E poi, un saluto fraterno a Mirko, per averci accolto come persone di casa. Vivaldi è un luogo che resta, nei sensi e nel cuore. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
21 Luglio, 2025
Estate 2025: freschezza, eleganza e biodiversità nei calici di Annalisa Zorzettig
Due etichette per vivere il Friuli: Schioppettino 2023 e Friulano 2024
L’estate è un invito a rallentare ma anche a lasciarsi sorprendere; a godere di momenti autentici e a riscoprire il piacere di stare insieme, magari accompagnati da un fresco calice di vino. Per celebrare la stagione più luminosa dell’anno, Annalisa Zorzettig propone due etichette capaci di raccontare, in modo sincero e contemporaneo, quanto inaspettato, il volto più autentico dei suoi Colli Orientali del Friuli: lo Schioppettino 2023, appagante rosso e il Friulano 2024, immancabile bianco. Due vini che nascono da un impegno profondo per la tutela della biodiversità e per un’agricoltura rispettosa, che pone al centro l’equilibrio tra uomo, natura e territorio.
Annalisa Zorzettig
Credo che il vino debba raccontare non solo il lavoro dell’uomo, ma anche l’anima di un paesaggio, la storia di una comunità e il rispetto per la natura che ci ospita, con uno sguardo al futuro. Con lo Schioppettino 2023 e il Friulano 2024 vogliamo offrire vini che, oltre a rispecchiare le loro radici, parlino di convivialità, freschezza e leggerezza, anche dove non ci si aspetterebbe queste caratteristiche, persino lì dove sorprende trovarle, come in un vino rosso.
Schioppettino 2023: un rosso estivo che sorprende
Lo Schioppettino è uno dei vitigni autoctoni più rappresentativi del Friuli, una varietà capace di esprimere una personalità inconfondibile. L’annata 2023 si presenta in particolare con un colore rubino brillante e un bouquet avvolgente di frutti di bosco freschi, pepe nero e leggere note floreali. Al palato è vibrante e armonioso, con una freschezza sorprendente che invita al sorso successivo. Un rosso versatile, perfetto anche leggermente rinfrescato, ideale per accompagnare grigliate, piatti di carne bianca o semplicemente per un brindisi al tramonto.
Friulano 2024: l’essenza del territorio in un bianco elegante
Il Friulano è il simbolo della tradizione vinicola friulana, un bianco che sa essere al tempo stesso diretto e complesso. Il Friulano 2024 di Annalisa Zorzettig incarna questa doppia anima: al naso rivela note di fiori di campo, agrumi e mandorla fresca, mentre al palato conquista con la sua mineralità, la freschezza e una piacevole chiusura ammandorlata, tipica del vitigno. Perfetto come aperitivo o in abbinamento a piatti di pesce, formaggi freschi e verdure di stagione.
Alla base di queste etichette c’è una filosofia produttiva che guarda oltre il vigneto, abbracciando la visione di un ecosistema agricolo vivo e ricco. Annalisa Zorzettig, da sempre sensibile al tema della sostenibilità, promuove pratiche agronomiche a basso impatto, favorendo la naturale biodiversità del suolo e dell’ambiente circostante. Nei vigneti, siepi, fiori spontanei, alberi da frutto e boschetti convivono con le viti, creando un habitat ideale per insetti utili, uccelli e piccoli mammiferi. Una viticoltura che non si limita a produrre vino, ma che diventa custode di un patrimonio naturale unico, garantendo vini più autentici e legati al territorio.
La Redazione
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21 Luglio, 2025
Only Wine Festival a Città di Castello: un’esperienza da influencer tra giovani innovatori del vino
Lo ammetto: da influencer del vino, raramente un evento mi ha colpito come Only Wine Festival. Partecipando alla XII edizione — svoltasi dal 26 al 28 aprile 2025 a Città di Castello (PG), nella magnifica cornice di Palazzo Vitelli a Sant’Egidio — ho percepito un fermento autentico, fatto di qualità, passione e innovazione. Un festival pensato per premiare con entusiasmo oltre 100 piccoli produttori che si distinguono per grinta, originalità e freschezza.
Un palco per giovani produttori d’eccezione
Only Wine non è una fiera come le altre. È un salone esclusivo dedicato a produttori under 40, aziende con meno di 10 ettari e attive da meno di 10 anni, selezionate non solo in Italia, ma anche a livello internazionale. Quest’anno, per la prima volta, hanno partecipato produttori dalla Champagne, dal Giappone e da altre realtà emergenti, accanto a giovani promesse italiane provenienti da tutte e 20 le regioni.
La manifestazione si è articolata su tre giorni: sabato e domenica aperti al pubblico con banchi d’assaggio e masterclass, mentre il lunedì è stato dedicato agli operatori del settore — buyer, giornalisti, sommelier e influencer.
Perché Only Wine mi ha conquistato
In veste di influencer sono arrivato a Città di Castello con curiose aspettative. Ma è stato lì che ho compreso davvero il valore di un evento costruito per chi ha qualcosa da dire, da inventare, da sperimentare. Only Wine è molto più di una vetrina: è un laboratorio di energia e visione.
Palette di profili inediti: ho potuto assaggiare vini nati da vigneti urbani, grazie alla collaborazione con la Urban Vineyards Association. Un progetto sorprendente, che porta la viticoltura nelle città del mondo.
Masterclass coinvolgenti: Gavi, Champagne, Soave, Schiava, Verdicchio, Barolo — ogni masterclass era un viaggio, tra approfondimenti tecnici e storytelling denso di autenticità.
Incontri autentici: dietro ogni calice, una storia. E ogni storia raccontata da chi ci mette la faccia, il tempo, la terra. Giovani produttori con le mani nel vigneto e lo sguardo rivolto al futuro.
Numeri e atmosfera: un successo che parla da sé
I dati lo confermano: l’edizione 2025 ha superato le 6.000 presenze, con la partecipazione di oltre 160 produttori e centinaia di operatori professionali, tra cui ristoratori, buyer, giornalisti e, ovviamente, content creator come me.
L’atmosfera? Quella di una festa elegante e intima, immersa nel verde e nell’arte rinascimentale di una città che si presta meravigliosamente al vino: Città di Castello. Non mancavano gli eventi off: mostre, degustazioni in piazza, cene a tema. Il tutto con una logistica impeccabile e una comunicazione capillare.
Due sorprese che non dimenticherò
Tra i tantissimi assaggi, ce ne sono stati due che mi hanno davvero colpito.
Il primo è stato il Metodo Classico di Cantine Latini, una realtà svizzera che lavora con Pinot Nero e Chardonnay. Un perlage fine, un equilibrio straordinario, e quella purezza che pochi spumanti riescono a trasmettere con così tanta grazia.
Il secondo è stato Nippo Sakaya, produttore giapponese che ha portato in degustazione alcuni vini delicati e sorprendenti, che parlano una lingua diversa ma perfettamente comprensibile a chi ama la raffinatezza. Un’esperienza che ha ampliato i miei orizzonti gustativi.
Guardando al 2026: cosa possiamo aspettarci?
Dopo un’edizione così riuscita, è lecito sognare. E io sogno in grande.
Più internazionalizzazione: dal Giappone alla Svizzera, abbiamo visto quanto l’apertura arricchisca. Sarebbe magnifico vedere coinvolte anche realtà emergenti da Australia, Argentina, Grecia, Georgia.
Focus su sostenibilità e vitigni resilienti: mi piacerebbe una sezione tematica dedicata alle nuove frontiere della viticoltura naturale e resistente al cambiamento climatico.
Più interazione col pubblico: degustazioni creative, blend personalizzati, giochi sensoriali, magari anche un “Only Wine Lab” dove ogni visitatore può lasciarsi ispirare come fosse parte della produzione.
Il mio finale personale (e un invito…)
Chiudevo ogni giornata dell’evento con un sorriso. Da influencer sono spesso abituato a fare “social reporting”, ma qui ho respirato qualcosa di diverso: una comunità giovane, determinata, legata alla terra e animata dalla voglia di condividere storie.
Only Wine non è solo un evento: è un laboratorio di sogni e di speranze concrete, dove il vino diventa cultura, bellezza, orizzonte. Se stai amando il vino così come lo amo io, non puoi perderti l’edizione 2026. Inizia a pianificare con anticipo: fidati, sarà un’esperienza che ti cambierà.
Ci vediamo l’anno prossimo a Città di Castello… 🍷
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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20 Luglio, 2025
Le bollicine senza confini di Tenute Tomasella
Una linea di spumanti elegante e sostenibile che racconta l’armonia tra Veneto e Friuli, tra tradizione e innovazione
A Mansuè, al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, Tenute Tomasella produce una raffinata linea di spumanti che unisce tradizione e innovazione, esprimendo con eleganza il carattere unico del territorio. La filosofia aziendale si basa su una viticoltura sostenibile e rispettosa della biodiversità, che valorizza ogni varietà con cura artigianale.
La collezione comprende quattro spumanti distinti:
Rigole Pinot Bianco Spumante Brut, elegante e secco, con sentori di albicocca e fiori bianchi, ideale con crudi di mare e pesce alla griglia.
Prò Prosecco Treviso DOC Spumante Extra Dry, vivace e fruttato, perfetto per l’aperitivo e piatti delicati.
Prò Prosecco Rosé DOC Spumante Extra Dry, dal tenue colore rosa, con profumi floreali e fruttati, ideale con sushi e finger food.
Prò Prosecco Treviso DOC Spumante Brut Millesimato, versione più secca e strutturata, con note di mela gialla e un palato asciutto e minerale.
La storia di Tenute Tomasella inizia nel 1965 con Luigi Tomasella a Mansuè. Oggi, sotto la guida del figlio Paolo, l’azienda si distingue per la produzione di vini in bottiglia di alta qualità, con un approccio sostenibile che privilegia il lavoro manuale e la selezione delle uve. Dal 2017 l’azienda è certificata SQNPI e ha avviato la conversione al biologico, che sarà completata entro il 2026.
Questa linea di spumanti racconta con coerenza e passione la terra che li genera, unendo la tradizione vitivinicola a un futuro sostenibile e innovativo.
La Redazione
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20 Luglio, 2025
Orcia Wine Festival 2025. Gli assaggi delle eccellenze
Orcia Wine Festival 2025 - gli assaggi delle eccellenze. I vini dell'Orcia DOC tra novità e conferme
Se le masterclass mi hanno offerto una prospettiva affascinante sul potenziale dell'Orcia DOC, gli assaggi diretti ai banchi di degustazione sono stati un vero e proprio viaggio. Quest'edizione mi ha svelato tante novità, e ogni bottiglia sembrava raccontare una storia unica. Confesso, ci vorrebbe un articolo interamente dedicato per descrivere le mie scoperte!
Per ora, però, voglio condividere con voi le mie impressioni su quei vini che, anno dopo anno, si distinguono per la loro visione e per la capacità di narrare un terroir unico al mondo attraverso questo importante testimone liquido che è l'Orcia DOC.
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19 Luglio, 2025
Sunset live music a tenuta di Castellaro, concerti al tramonto tra la vigna e il mare
Nel cuore della vigna “Anfiteatro”, un palcoscenico naturale sulle isole di Alicudi, Filicudi e Salina, la musica dal vivo si fonde con i colori del tramonto: dal cantautorato siciliano contemporaneo di Brando Madonia, alle evocazioni cinematografiche di Lina Gervasi, passando per l’eleganza di Domenico Quaceci, il fascino acustico di Luca Madonia e le melodie neoclassiche di Galactica
Quando il sole comincia a calare e l’aria profuma di vigna e salsedine, la luce si adagia lenta sui filari di Tenuta di Castellaro, tingendo di oro le isole di Alicudi, Filicudi e Salina. È qui, e precisamente nella vigna “Anfiteatro”, adagiata sulla scogliera come un palcoscenico naturale sospeso tra cielo e mare, che prende vita la magia di Sunset Live Music.
Dal 17 luglio all’11 settembre, ogni giovedì sera, la musica dal vivo e il vento tra i filari accompagneranno gli spettatori in un’esperienza intima e irripetibile.
A raccontarne il senso più profondo è Massimo Lentsch, che ha dato origine alla cantina nel 2005.
Massimo Lentsch
Abbiamo immaginato questo luogo come un punto d’incontro tra paesaggio e musica. La nostra vigna Anfiteatro non è solo un terreno coltivato, ma un’arena naturale che accoglie emozioni. Qui, dove la vista si perde nel mare e l’energia della terra si respira tra i filari, la musica trova uno spazio puro, autentico. Sunset Live Music è il nostro modo per celebrare l’armonia tra l’uomo e la natura.
Sergio Zinna, direttore artistico della rassegna
In uno scenario mozzafiato dove lo sguardo abbraccia le isole di Alicudi, Filicudi e Salina e il tramonto colora ogni cosa di meraviglia, prende vita una rassegna di concerti pensati per fondersi con il paesaggio: nove compositori e musicisti tra neo-cantautorato, musica neoclassica e jazz contaminato.
Il programma si apre giovedì 17 luglio alle 20.22 con Brando Madonia, che porterà tra le vigne le atmosfere del suo album d’esordio “Le Conseguenze della Notte”, finalista al Premio Tenco 2023. Segue, il 24 luglio alle 20.17, Lina Gervasi, maestra del theremin, primo sintetizzatore della storia e strumento che si suona senza alcun contatto fisico diretto e senza alcun riferimento visivo con lo stesso, con “Beyond the Mirror”, un viaggio sonoro tra echi di cinema e vibrazioni dell’anima.
Il 31 luglio alle 20.11, Domenico Quaceci esplorerà le potenzialità narrative del pianoforte con “Unspoken Connection”, tra minimalismo e romanticismo. Giovedì 7 agosto alle 20:04 sarà la volta di Luca Madonia, che racconterà “La Mia Storia”, 40 anni di musica italiana in chiave acustica, dai Denovo a Franco Battiato.
Il 14 agosto alle 19.56, il concerto di Galactica – ovvero Isabella Libra, pianista e compositrice e Giovanni Caruso, percussionista, entrambi docenti al Conservatorio V.Bellini di Catania – propone un viaggio sensoriale attraverso i suoni dell’universo, intrecciando melodie neoclassiche con improvvisazioni sperimentali.
Il 21 agosto alle 19.46, il Rosario Di Leo Trio offrirà con “Homotempus” un intreccio di jazz e suggestioni neoclassiche, tra piano, contrabbasso e violoncello. Il 28 agosto alle 19.36, Luca Di Stefano, giovane rivelazione di America’s Got Talent, emozionerà con “19”, performance voce e chitarra dal cuore soul. Il 4 settembre alle 19.26, Damiano Davide e Cecilia Costanzo proporranno “Musica dal Silenzio”, un dialogo rarefatto tra pianoforte e violoncello, che inizia e si dissolve nel silenzio.
La rassegna si chiude l’11 settembre alle 19.15 con il Bloom Trio, che intreccia jazz americano, soul ed elettronica in una formula ricercata ed elegante.
Gli spettacoli iniziano un’ora prima del tramonto. I biglietti sono acquistabili on line su visit.tenutadicastellaro.it. Il pubblico potrà vivere un’esperienza completa prenotando anche la cena al Castellaro Bistrot, per scoprire il menù dello chef Giacomo Caravello, un tributo alla biodiversità dell’arcipelago eoliano. In caso di maltempo, i concerti si terranno al coperto, nella suggestiva barricaia della Tenuta.
Tenuta di Castellaro: Lì dove il sole cala a picco sul mare e si trasmette la millenaria tradizione della coltivazione ad alberello, sorge su terreno vulcanico Tenuta di Castellaro, un monumento dedicato alla natura, alla cultura, all’architettura. Il progetto enologico, strettamente legato all’ambito storico e paesaggistico, racconta un territorio unico come quello di Lipari, la principale delle isole Eolie. Sono 24 ettari vitati per circa 70mila bottiglie l’anno e una moderna cantina all’avanguardia, oltre a un wine resort e al parco geominerario delle Cave di Caolino, ripulito e bonificato per metterlo a disposizione della collettività: Tenuta di Castellaro è una realtà unica e articolata, che vive da sempre un approccio naturale alla viticoltura, utilizzando protocolli biologici e vegan. Il fascino selvaggio di questo angolo di mondo, incontaminato, remoto e magnetico ha stregato la famiglia bergamasca Lentsch, che nel 2005 ha deciso di intraprendere un grande progetto vitivinicolo e paesaggistico: preservare, valorizzare e far conoscere la bellezza di questo luogo, custodendone le tradizioni e le peculiarità, dando vita a vini realizzati da uve autoctone isolane, a partire dalla Malvasia delle Lipari e il Corinto Nero, che siano puro estratto di un territorio.
La Redazione
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19 Luglio, 2025
Champagne Billecart-Salmon: la cuvée Nicolas François 2012 distribuita da Velier
Un millesimato d’eccellenza che unisce storia, innovazione e tracciabilità, distribuito dal riferimento italiano nel mondo del beverage.
La storica Maison Billecart-Salmon svela in Italia, grazie alla distribuzione di Velier, una delle sue più ambite creazioni: lo Champagne Nicolas François 2012, cuvée de prestige che porta la firma di una tradizione di famiglia lunga oltre due secoli.
Una storia di famiglia oggi più attuale che mai
Fondata nel 1818 nel villaggio di Mareuil-sur-Aÿ dall’unione tra Nicolas François Billecart ed Élisabeth Salmon, la Maison è guidata oggi dalla settima generazione, rappresentata da Mathieu Roland-Billecart. Da sempre, il motto resta invariato: “Privilegiare la qualità, puntare all’eccellenza”. Sulle tavole più celebri al mondo, le bottiglie Billecart-Salmon impreziosiscono ogni celebrazione con classe e raffinatezza, sempre fedeli a un savoir-faire trasmesso di generazione in generazione.
Equilibrio, maturità e raffinatezza: l’annata 2012
La cuvée Nicolas François, creata dal 1964 in omaggio al fondatore, è considerata l’espressione più pura dello stile Billecart-Salmon. Il millesimo 2012 nasce da Grand Cru di Pinot Noir della Montagne de Reims e Chardonnay della Côte des Blancs, offrendo uno champagne dalla personalità decisa e persistente.
Questa annata si è distinta per la qualità delle uve, sane e dal perfetto equilibrio zuccheri-acidità, che hanno permesso la nascita di uno dei migliori millesimati dell’ultimo decennio. Parte della vinificazione avviene ancora in botti tradizionali, regalando un profilo ampio, generoso e di grande finezza.
Al calice, la cuvée Nicolas François 2012 sorprende con il suo colore giallo dorato, una bollicina cristallina e note di frutta matura arricchite da una raffinata persistenza floreale. Il bouquet si completa con una sottile mineralità, richiami di clafoutis alla pera, vaniglia Bourbon ed un finale vinoso, con eleganti sfumature speziate.
Tradizione e innovazione: la trasparenza di “My Origin”
Fedeli a uno spirito che coniuga radici profonde e visione moderna, Billecart-Salmon ha dotato ogni bottiglia del sistema digitale My Origin: un codice a sei cifre sull’etichetta consente infatti agli appassionati di accedere a una carta d’identità unica della cuvée, con dettagli su vitigni, dosaggio e data di sboccatura. Una scelta di trasparenza che unisce il valore dell’artigianalità alla cultura della tracciabilità.
La Redazione
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19 Luglio, 2025
Sisters – Dove l’amore si fa piatto
Dopo una mattinata passata tra le vetrine romane, il caldo di Latina Scalo mi avvolge come una coperta d’estate. Salgo su un taxi, affamato e stanco, con una sola richiesta: “Portami in un posto dove si mangia bene, davvero bene”. Il motore si spegne di fronte a un’insegna semplice ma evocativa: Sisters.
Immagino subito due sorelle. E appena varco la soglia, la realtà supera l’immaginazione: due bellissime gemelle, occhi vispi, sorrisi pieni di luce, mi accolgono con una grazia naturale che scalda il cuore. C’è qualcosa nei loro modi – gentili, accorti, sinceri – che mi fa sentire atteso, come se questo incontro fosse scritto da qualche parte.
Mi fanno accomodare, e tra un sorriso e un bicchiere d’acqua fresca, mi raccontano la loro storia ma prima si presentano: Simona e Stefania. Dal 2009 lavorano fianco a fianco, unite da una passione che non si è mai spenta. Da qualche anno con loro c’è anche Alessandro, compagno di Simona e anima della cucina. Nel marzo 2025, decidono di rinnovare tutto, e non solo nell’arredo: trasformano un sogno in un luogo vero, dove la passione per il cibo e l’accoglienza diventano esperienza viva.
Simona resta con me a chiacchierare, mentre Stefania corre fra i tavoli. Alla mia domanda più intima – “E mamma e papà?” – Simona sorride con dolcezza e dice:“Sono la nostra forza silenziosa. Sempre con noi, in ogni scelta, in ogni piatto, in ogni passo che facciamo. Sono il nostro cuore dietro le quinte. Ci guidano, ci ispirano, ci ricordano ogni giorno da dove veniamo.”
E così, con il cuore già toccato, mi preparo a lasciarmi conquistare dalla loro cucina e chiedo a Simona di decidere lei cosa farmi provare, perché sono sicuro che resterò senza parole.
Si comincia con un piatto di crudi ma Stefania mi sorprende con un calice di Kius Brut dell’azienda Carpineti, servito ben ghiacciato. Bollicine fini, persistenti, quasi timide, che poi esplodono in bocca in un abbraccio elegante e minerale. Al naso, si avvertono note di crosta di pane, fiori bianchi e agrumi: è un vino che accarezza, pulisce, prepara. Un brindisi silenzioso all’eleganza della semplicità.
Questo piatto è un viaggio sensoriale: scampi locali, gambero rosso di Mazara del Vallo, carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, gambero gobbetto, tartare di gambero rosa con mela verde, tartare di tonno rosso con pesca, mela verde e pomodoro concassé.
Quel piatto di crudi è una composizione poetica, una tavolozza di colori marini e accenti fruttati che racconta la cucina di Sisters in tutta la sua eleganza. Gli scampi locali si sciolgono in bocca come seta marina, il gambero rosso di Mazara del Vallo sprigiona dolcezza e sapidità in perfetto equilibrio, mentre il carpaccio di spigola con salsa di ciliegie è un incontro audace, sorprendente, dove il mare si lascia corteggiare da un frutto maturo anche se qualche domanda me la lascia.
Il gambero gobbetto, più delicato e aromatico, prepara il palato alla freschezza brillante della tartare di gambero rosa con mela verde, che gioca sul filo dell’acidità e della dolcezza con raffinata leggerezza. Infine, la tartare di tonno rosso accoglie pesca, mela verde e pomodoro concassé in un abbraccio succoso e profondo: un sorso d’estate che esplode al primo morso.
È un piatto che non racconta solo il pesce, ma la creatività, la tecnica e il coraggio. Un piatto che vibra come una canzone ben scritta: melodico, armonico, memorabile.
Un assaggio e capisci che qui, al Sisters, anche il mare ha imparato a parlare il linguaggio dell’anima.
Faccio un’osservazione a Stefania sul carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, suggerendo un’alternativa agrumata. Alessandro, che viene al tavolo con gentilezza, sorride e mi dice: “Hai ragione. È una modifica che farò sicuramente”.
Questo è il segreto di Sisters: ascoltare, accogliere, migliorarsi con umiltà e passione.
Il ritmo del pranzo è perfetto, come una sinfonia: arriva un soutè di cozze e vongole, caldo, profumato, con un fondo così buono da invocare la scarpetta. Le cozze volano nel piatto come se ballassero, e le vongole sembrano cantare, ma la scarpetta è il gesto che più di tutti suggella l’amore per il piatto.
E poi, su un lungo piatto, si dispongono come per incanto: alici fritte, calamaro alla piastra su purè di patate, carpaccio di polpo, scampi grigliati e un’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro. Ogni elemento è curato, ogni sapore ha il suo spazio.
Quel lungo piatto arriva in tavola come una scena teatrale pronta ad andare in scena: elegante, misurata, vibrante. Ogni assaggio è un atto, ogni ingrediente ha il suo ruolo, e la regia – ancora una volta – è firmata dalla mano attenta e appassionata di Alessandro.
Le alici fritte aprono il sipario con il loro profumo irresistibile: croccanti, leggere, sapide quanto basta, sprigionano tutto il buono del mare popolare, quello sincero, quello che emoziona. A seguire, il calamaro alla piastra è una carezza appena scottata che si adagia su un purè di patate vellutato: la morbidezza del calamaro e il profumo della terra delle patate che abbracciano il mare con delicatezza.
Il carpaccio di polpo racconta di cotture perfette e di marinature discrete: tenero, elegante, con quel gusto minerale che accarezza il palato e invita a chiudere gli occhi. Gli scampi grigliati, profumati e appena bruciacchiati al punto giusto, portano il fuoco in questo viaggio marino, mentre l’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro è un tuffo nei sapori autentici della tradizione, rielaborati con rispetto e gusto.
Un piatto che non vuole stupire con effetti speciali, ma con la forza del saper fare bene, con amore. Tutto è calibrato, tutto è armonico. Come una famiglia che sa stare a tavola insieme, ogni sapore lascia spazio all’altro, in un equilibrio perfetto.
Un piatto che profuma di Mediterraneo e di mani che conoscono il mare.
A seguire, sulle portate di mare più strutturate, Stefania cambia rotta e sorridendo arriva al tavolo e mi versa un Petrara della cantina MonteCorvino, proveniente da Sermoneta, nel cuore pulsante della provincia di Latina. Nel calice, il vino è dorato, con riflessi che ricordano l’ambra e la luce delle isole siciliane. All’olfatto è un viaggio: note di fiori gialli, agrumi canditi, pietra focaia. In bocca è teso, vibrante, con una sapidità vulcanica che sorregge ogni sorso.
Simona mi guarda, con quella luce negli occhi che solo chi ama davvero il proprio lavoro può avere. “Spero di stupirti con il primo, uno dei miei preferiti”, mi dice. E ha ragione.
Le linguine cacio e pepe di scampi sono un’ode alla fusione perfetta tra terra e mare, un’armonia che sorprende e conquista. Il piatto arriva fumante, profumato, avvolto da un’aroma che sa di casa e di viaggi lontani.
La pasta è al dente, ruvida, generosa, abbracciata da una crema setosa di scampi che ne esalta la morbidezza, mentre la nota pungente e persistente del pecorino romano accende il palato con carattere. Il pepe, dosato con equilibrio, risveglia ogni papilla, preparandola alla dolcezza succosa dello scampo fresco, adagiato come un gioiello sulla sommità del piatto.
È un piatto che non chiede permesso: entra in scena con eleganza, ma con tutta la forza del suo sapore. Il mare accarezza il Lazio, e insieme danzano in bocca in un connubio che non vorresti finisse mai.
Un primo da ricordare, un incontro che racconta il territorio, la tecnica e soprattutto la passione di chi lo ha pensato. Un primo che è emozione pura perché riesce a rievocare un piatto della tradizione e renderlo innovatico e sublime.
I secondi arrivano in tavola come un bis sussurrato ma potente, capace di chiudere gli occhi e far sognare.
Il tataki di tonno è un piccolo capolavoro di tecnica e sensibilità: la superficie appena scottata custodisce un cuore tenero, rosso vivo, che si scioglie in bocca come burro. È adagiato su un letto di verdure croccanti tagliate al coltello, che raccontano freschezza e manualità, mentre la menta fresca irrompe nel piatto come un soffio d’estate. A legare il tutto, una salsa agrodolce, intensa ma armonica, che accarezza il palato con un gioco sottile di contrasti: dolce e acido, umami e freschezza. Ogni forchettata è un passo di danza sensoriale, una carezza raffinata.
Accanto, arriva la frittura di calamari e gamberi, dorata e fragrante. Il profumo è quello della felicità semplice, del mare nei giorni di festa. Il morso rivela una croccantezza delicata, una frittura leggera che non unge, che lascia spazio alla dolcezza della carne dei calamari e dei gamberi. È una frittura che sa di artigianalità, di leggerezza, di mani esperte che non hanno fretta. Un secondo che non ha bisogno di presentazioni, perché è sincero, schietto, perfetto.
Due piatti, due anime del mare: una elegante e creativa, l’altra popolare e irresistibile. Entrambe emozionano.
Simona sorridendo mi dice: “ovviamente senza il dolce non puoi alzarti”. E così quasi remissivo le dico ok, procedi pure con il dolce.
Il dolce arriva in punta di piedi, ma conquista il cuore con la forza di una carezza ben assestata.
È una cheesecake al caramello salato, vellutata e seducente. La base friabile accoglie una crema avvolgente, setosa, che profuma di latte e amore. Ma è il caramello salato a firmare l’incantesimo: denso, lucente, con quel tocco sapido che esalta e spezza la dolcezza, rendendo ogni cucchiaio un piccolo, goloso capolavoro.
Un dessert che non chiude, ma prolunga il piacere. Che non spegne, ma accende ricordi. Che lascia sul palato e nel cuore l’eco di una pausa vissuta con intensità.
Una dichiarazione d’amore, sì — per chi cucina, per chi assaggia, per la vita.
Sisters non è solo un ristorante. È una storia di famiglia, di passione, di rispetto
È un luogo dell’anima, dove il tempo si scioglie tra sorrisi sinceri e profumi di casa. È un abbraccio che arriva prima ancora del primo assaggio, è quella luce negli occhi di chi ti accoglie e ti fa sentire parte di qualcosa di autentico.
Qui, ogni piatto ha una storia, ogni ingrediente ha una voce, ogni gesto è un atto d’amore.
E allora vieni.
Lascia fuori la fretta, siediti, respira.
Assaggia il mare, la terra, l’affetto.
Perché da Sisters non si mangia soltanto: si vive un’emozione.
E si riparte diversi, con un pezzetto di bellezza in più nel cuore.
Grazie Simona, Stefania e Alessandro,
per aver messo nei piatti ciò che oggi manca ovunque:
la verità.
Per aver cucinato, per aver sorriso. Ma soprattutto, per averci messo l’anima. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere
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Immagino subito due sorelle. E appena varco la soglia, la realtà supera l’immaginazione: due bellissime gemelle, occhi vispi, sorrisi pieni di luce, mi accolgono con una grazia naturale che scalda il cuore. C’è qualcosa nei loro modi – gentili, accorti, sinceri – che mi fa sentire atteso, come se questo incontro fosse scritto da qualche parte.
Mi fanno accomodare, e tra un sorriso e un bicchiere d’acqua fresca, mi raccontano la loro storia ma prima si presentano: Simona e Stefania. Dal 2009 lavorano fianco a fianco, unite da una passione che non si è mai spenta. Da qualche anno con loro c’è anche Alessandro, compagno di Simona e anima della cucina. Nel marzo 2025, decidono di rinnovare tutto, e non solo nell’arredo: trasformano un sogno in un luogo vero, dove la passione per il cibo e l’accoglienza diventano esperienza viva.
Simona resta con me a chiacchierare, mentre Stefania corre fra i tavoli. Alla mia domanda più intima – “E mamma e papà?” – Simona sorride con dolcezza e dice:“Sono la nostra forza silenziosa. Sempre con noi, in ogni scelta, in ogni piatto, in ogni passo che facciamo. Sono il nostro cuore dietro le quinte. Ci guidano, ci ispirano, ci ricordano ogni giorno da dove veniamo.”
E così, con il cuore già toccato, mi preparo a lasciarmi conquistare dalla loro cucina e chiedo a Simona di decidere lei cosa farmi provare, perché sono sicuro che resterò senza parole.
Si comincia con un piatto di crudi ma Stefania mi sorprende con un calice di Kius Brut dell’azienda Carpineti, servito ben ghiacciato. Bollicine fini, persistenti, quasi timide, che poi esplodono in bocca in un abbraccio elegante e minerale. Al naso, si avvertono note di crosta di pane, fiori bianchi e agrumi: è un vino che accarezza, pulisce, prepara. Un brindisi silenzioso all’eleganza della semplicità.
Questo piatto è un viaggio sensoriale: scampi locali, gambero rosso di Mazara del Vallo, carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, gambero gobbetto, tartare di gambero rosa con mela verde, tartare di tonno rosso con pesca, mela verde e pomodoro concassé.
Quel piatto di crudi è una composizione poetica, una tavolozza di colori marini e accenti fruttati che racconta la cucina di Sisters in tutta la sua eleganza. Gli scampi locali si sciolgono in bocca come seta marina, il gambero rosso di Mazara del Vallo sprigiona dolcezza e sapidità in perfetto equilibrio, mentre il carpaccio di spigola con salsa di ciliegie è un incontro audace, sorprendente, dove il mare si lascia corteggiare da un frutto maturo anche se qualche domanda me la lascia.
Il gambero gobbetto, più delicato e aromatico, prepara il palato alla freschezza brillante della tartare di gambero rosa con mela verde, che gioca sul filo dell’acidità e della dolcezza con raffinata leggerezza. Infine, la tartare di tonno rosso accoglie pesca, mela verde e pomodoro concassé in un abbraccio succoso e profondo: un sorso d’estate che esplode al primo morso.
È un piatto che non racconta solo il pesce, ma la creatività, la tecnica e il coraggio. Un piatto che vibra come una canzone ben scritta: melodico, armonico, memorabile.
Un assaggio e capisci che qui, al Sisters, anche il mare ha imparato a parlare il linguaggio dell’anima.
Faccio un’osservazione a Stefania sul carpaccio di spigola con salsa di ciliegie, suggerendo un’alternativa agrumata. Alessandro, che viene al tavolo con gentilezza, sorride e mi dice: “Hai ragione. È una modifica che farò sicuramente”.
Questo è il segreto di Sisters: ascoltare, accogliere, migliorarsi con umiltà e passione.
Il ritmo del pranzo è perfetto, come una sinfonia: arriva un soutè di cozze e vongole, caldo, profumato, con un fondo così buono da invocare la scarpetta. Le cozze volano nel piatto come se ballassero, e le vongole sembrano cantare, ma la scarpetta è il gesto che più di tutti suggella l’amore per il piatto.
E poi, su un lungo piatto, si dispongono come per incanto: alici fritte, calamaro alla piastra su purè di patate, carpaccio di polpo, scampi grigliati e un’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro. Ogni elemento è curato, ogni sapore ha il suo spazio.
Quel lungo piatto arriva in tavola come una scena teatrale pronta ad andare in scena: elegante, misurata, vibrante. Ogni assaggio è un atto, ogni ingrediente ha il suo ruolo, e la regia – ancora una volta – è firmata dalla mano attenta e appassionata di Alessandro.
Le alici fritte aprono il sipario con il loro profumo irresistibile: croccanti, leggere, sapide quanto basta, sprigionano tutto il buono del mare popolare, quello sincero, quello che emoziona. A seguire, il calamaro alla piastra è una carezza appena scottata che si adagia su un purè di patate vellutato: la morbidezza del calamaro e il profumo della terra delle patate che abbracciano il mare con delicatezza.
Il carpaccio di polpo racconta di cotture perfette e di marinature discrete: tenero, elegante, con quel gusto minerale che accarezza il palato e invita a chiudere gli occhi. Gli scampi grigliati, profumati e appena bruciacchiati al punto giusto, portano il fuoco in questo viaggio marino, mentre l’insalata di mare con cozze, vongole, carote e calamaro è un tuffo nei sapori autentici della tradizione, rielaborati con rispetto e gusto.
Un piatto che non vuole stupire con effetti speciali, ma con la forza del saper fare bene, con amore. Tutto è calibrato, tutto è armonico. Come una famiglia che sa stare a tavola insieme, ogni sapore lascia spazio all’altro, in un equilibrio perfetto.
Un piatto che profuma di Mediterraneo e di mani che conoscono il mare.
A seguire, sulle portate di mare più strutturate, Stefania cambia rotta e sorridendo arriva al tavolo e mi versa un Petrara della cantina MonteCorvino, proveniente da Sermoneta, nel cuore pulsante della provincia di Latina. Nel calice, il vino è dorato, con riflessi che ricordano l’ambra e la luce delle isole siciliane. All’olfatto è un viaggio: note di fiori gialli, agrumi canditi, pietra focaia. In bocca è teso, vibrante, con una sapidità vulcanica che sorregge ogni sorso.
Simona mi guarda, con quella luce negli occhi che solo chi ama davvero il proprio lavoro può avere. “Spero di stupirti con il primo, uno dei miei preferiti”, mi dice. E ha ragione.
Le linguine cacio e pepe di scampi sono un’ode alla fusione perfetta tra terra e mare, un’armonia che sorprende e conquista. Il piatto arriva fumante, profumato, avvolto da un’aroma che sa di casa e di viaggi lontani.
La pasta è al dente, ruvida, generosa, abbracciata da una crema setosa di scampi che ne esalta la morbidezza, mentre la nota pungente e persistente del pecorino romano accende il palato con carattere. Il pepe, dosato con equilibrio, risveglia ogni papilla, preparandola alla dolcezza succosa dello scampo fresco, adagiato come un gioiello sulla sommità del piatto.
È un piatto che non chiede permesso: entra in scena con eleganza, ma con tutta la forza del suo sapore. Il mare accarezza il Lazio, e insieme danzano in bocca in un connubio che non vorresti finisse mai.
Un primo da ricordare, un incontro che racconta il territorio, la tecnica e soprattutto la passione di chi lo ha pensato. Un primo che è emozione pura perché riesce a rievocare un piatto della tradizione e renderlo innovatico e sublime.
I secondi arrivano in tavola come un bis sussurrato ma potente, capace di chiudere gli occhi e far sognare.
Il tataki di tonno è un piccolo capolavoro di tecnica e sensibilità: la superficie appena scottata custodisce un cuore tenero, rosso vivo, che si scioglie in bocca come burro. È adagiato su un letto di verdure croccanti tagliate al coltello, che raccontano freschezza e manualità, mentre la menta fresca irrompe nel piatto come un soffio d’estate. A legare il tutto, una salsa agrodolce, intensa ma armonica, che accarezza il palato con un gioco sottile di contrasti: dolce e acido, umami e freschezza. Ogni forchettata è un passo di danza sensoriale, una carezza raffinata.
Accanto, arriva la frittura di calamari e gamberi, dorata e fragrante. Il profumo è quello della felicità semplice, del mare nei giorni di festa. Il morso rivela una croccantezza delicata, una frittura leggera che non unge, che lascia spazio alla dolcezza della carne dei calamari e dei gamberi. È una frittura che sa di artigianalità, di leggerezza, di mani esperte che non hanno fretta. Un secondo che non ha bisogno di presentazioni, perché è sincero, schietto, perfetto.
Due piatti, due anime del mare: una elegante e creativa, l’altra popolare e irresistibile. Entrambe emozionano.
Simona sorridendo mi dice: “ovviamente senza il dolce non puoi alzarti”. E così quasi remissivo le dico ok, procedi pure con il dolce.
Il dolce arriva in punta di piedi, ma conquista il cuore con la forza di una carezza ben assestata.
È una cheesecake al caramello salato, vellutata e seducente. La base friabile accoglie una crema avvolgente, setosa, che profuma di latte e amore. Ma è il caramello salato a firmare l’incantesimo: denso, lucente, con quel tocco sapido che esalta e spezza la dolcezza, rendendo ogni cucchiaio un piccolo, goloso capolavoro.
Un dessert che non chiude, ma prolunga il piacere. Che non spegne, ma accende ricordi. Che lascia sul palato e nel cuore l’eco di una pausa vissuta con intensità.
Una dichiarazione d’amore, sì — per chi cucina, per chi assaggia, per la vita.
Sisters non è solo un ristorante. È una storia di famiglia, di passione, di rispetto
È un luogo dell’anima, dove il tempo si scioglie tra sorrisi sinceri e profumi di casa. È un abbraccio che arriva prima ancora del primo assaggio, è quella luce negli occhi di chi ti accoglie e ti fa sentire parte di qualcosa di autentico.
Qui, ogni piatto ha una storia, ogni ingrediente ha una voce, ogni gesto è un atto d’amore.
E allora vieni.
Lascia fuori la fretta, siediti, respira.
Assaggia il mare, la terra, l’affetto.
Perché da Sisters non si mangia soltanto: si vive un’emozione.
E si riparte diversi, con un pezzetto di bellezza in più nel cuore.
Grazie Simona, Stefania e Alessandro,
per aver messo nei piatti ciò che oggi manca ovunque:
la verità.
Per aver cucinato, per aver sorriso. Ma soprattutto, per averci messo l’anima. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere