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15 Luglio, 2025

Anciova: la Sicilia che profuma di casa, nel cuore di Latina

A volte basta una parola scritta con il gesso per cambiare il corso di una giornata. Stavo passeggiando per il centro di Latina, uscendo felice da un negozio con qualche acquisto sotto braccio, quando una lavagna nera fuori da un locale ha attirato il mio sguardo: “Brioche con gelato”. Una promessa d’infanzia, un richiamo irresistibile. Spinto dalla curiosità – e dalla fame – entro. Il locale si chiama Anciova. Un nome che sa di mare, di dialetto, di Sud. Dentro, luci calde e profumi gentili. Mi accoglie una ragazza bionda, sorridente, con occhi chiari che brillano di entusiasmo. È Federica, anima e voce di questo posto che ha aperto solo da pochi mesi, ma che sembra esistere da sempre. Le chiedo subito: “Davvero fate la brioche con il gelato?”. Lei sorride e con l’accento morbido della sua terra siciliana mi risponde: “Certo! Ci sono tantissimi gusti. Scegli il gusto”. Opto per il mandarino. Quando arriva al tavolo, la brioche è ancora calda, fragrante come pane appena sfornato. Al primo morso, chiudo gli occhi e mi ritrovo in Sicilia, in una mattina d’estate, tra granite, profumi di zagara e brezza salmastra. Le dico sorridendo, guardandola negli occhi, che mi ha regalato un istante di felicità vera, un tuffo nei ricordi della mia gioventù. Lei ride, orgogliosa: “Le brioche arrivano da Canicattì. Per me era importante portare qui la mia terra, ma qui non facciamo solo colazioni ma anche ottimi pranzi”. Accanto, un caffè fumante. Non l’ho chiesto. È un gesto suo, una sua carineria. Uno di quei gesti semplici che raccontano tutto: cura, accoglienza, passione. Federica non è solo padrona di casa. È cuoca, cuore, racconto. Mi racconta che Anciova, in siciliano, significa acciuga, e che il nome viene da una ricetta povera ma potentissima: pasta c’anciova, con acciughe salate, estratto di pomodoro, uvetta e pinoli. “Un piatto che parla di noi,” mi dice, “di chi cucina con poco ma mette dentro tutto.” Sorridendo le dico che dopo le ultime commissioni le prometto che tornerò per pranzo. E lo faccio. Quando rientro per pranzo, il locale è pieno di calore e risate basse, un’atmosfera che ricorda le cucine della domenica. Federica mi accoglie con la stessa gentilezza e mi fa accomodare a un tavolo riservato per me. Mi porta dell’acqua e inizia a raccontarmi il menù del giorno con entusiasmo sincero: ogni piatto è una storia, un pezzo di Sicilia cucinato con le mani e con il cuore. Comincio subito con un piatto che profuma d’estate e di ricordi: una caprese di bufala, semplice solo in apparenza, ma piena di anima. La mozzarella di bufala è fresca, lucida, cremosa e gustosa: si apre sotto il coltello con dolcezza e si scioglie in bocca come una promessa mantenuta. I pomodori, maturi e succosi, profumano di sole e di orto. E poi, come un sussurro salmastro che arriva da lontano, le alici di Sciacca: sapide, sottili, con quella delicatezza che solo il mare sa regalare. Un piatto che non ha bisogno di parole, solo di essere assaporato in silenzio.
Un morso, e sei già in una terrazza vista mare, con il vento che scompiglia i capelli e la luce dorata del tramonto che accarezza la pelle. A seguire Federica mi consiglia un primo piatto che devo assolutamente provare, ed io che ormai mi fido ciecamente di lei la lascio fare senza contraddirla. Il piatto che  arriva tra le sue mani è poesia in forma di pasta: chitarra con pesto di finocchietto selvatico, sarde e mollica atturrata. Appena posato sul tavolo, il profumo del finocchietto riempie l’aria – è verde, aromatico, sa di colline assolate e cucine aperte sul mare. Il pesto è vellutato, avvolgente, con quella punta erbacea che stuzzica e rincuora. Le sarde, sapide e carnose, danno profondità e memoria, riportano al gusto verace della cucina siciliana di una volta. Ma è la mollica atturrata, croccante e dorata, a completare l’armonia: scricchiola sotto i denti, portando con sé un sentore di tostato che accende ogni forchettata. È un piatto che racconta storie di famiglia, di case affacciate sul Mediterraneo, di domeniche lente in cui ogni sapore ha il suo tempo. E poi, come in un crescendo musicale, arriva lei un piatto che ho scelto dopo che Federica mi aveva raccontato della sua spesa in pescheria: la zuppetta di pesce. Un piatto che non entra in punta di piedi, ma conquista con il suo profumo deciso, con il colore profondo del pomodoro che ribolle appena sotto la superficie. La ciotola è calda, generosa, colma di pescato del giorno: scorfano, mazzancolle, calamaretti tenerissimi, gamberi rosa e rossi, vongole e cozze che profumano di scoglio e sale. Tutto è cucinato con rispetto, senza coprire il sapore del mare ma esaltandolo con garbo. Il brodo è intenso, aromatico, leggermente piccante. Si sente l’olio buono, quello che resta sulle dita e sulle labbra. Ogni cucchiaiata è un viaggio tra porto e memoria, tra casa e trattoria di paese. E quando arriva il pane da intingere – croccante, rustico, pronto per la scarpetta – il cerchio si chiude, e il cuore si scalda. È un piatto che non si dimentica.
Uno di quelli che non nutrono solo, ma regalano felicità. Ed eccolo, infine, il gran finale. Il momento in cui ci si rilassa, si sorride piano, e si lascia spazio alla dolcezza. Federica arriva con un piattino semplice, elegante: un cannolo. Ma non uno qualunque. Il cannolo è fatto da loro e la ricotta di pecora toscana – scelta con cura, zuccherata il giusto e congelata in sacca poche per mantenerne la freschezza – viene farcita al momento, come si fa nelle migliori pasticcerie siciliane. Il guscio croccante, si rompe con un suono netto sotto la forchetta. Dentro, la crema è compatta ma setosa, dolce e rotonda, con tutta la profondità di un latte che sa di pascoli e mani esperte. Non servono decorazioni, non servono orpelli. Solo un morso, e sei in un cortile assolato di Palermo, o in una bottega di paese a mezzogiorno, mentre fuori la vita scorre lenta. Il cannolo chiude il pranzo come una carezza antica, come un bacio dato sulla fronte da qualcuno che ti vuole bene. Da Anciova, non si viene solo per mangiare. Si viene per ritrovare radici, calore, verità. Per ascoltare le storie che Federica racconta senza bisogno di parole, solo con i gesti, i profumi, i sapori. Quando esco, l’aria è la stessa di prima, ma qualcosa dentro di me è cambiato.
Porto via il ricordo di una Sicilia gentile, il sorriso di una donna che ha scelto di cucinare il suo cuore.
E la certezza che, qui, tra i vicoli del centro di Latina, esiste un luogo dove la cucina non è mestiere, ma amore. Qui si mangia con il cuore e si esce con un sorriso.
Con l’eco del mare nelle orecchie. E la voglia di tornare. Grazie, Federica.
Per avermi fatto sentire a casa. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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15 Luglio, 2025

Mandami un messaggio

  Le foglie stanno volando via dal mondo e sopra c’erano dei messaggi e degli enigmi che non abbiamo decifrato. G. Ceronetti Viviamo spesso come se la vita fosse una linea retta: un punto di partenza, una direzione, una meta. Ogni orizzonte, geografico, emotivo, professionale, sembra indicare un dopo, una svolta, una conquista che sostituisce quella precedente. E invece no. La verità è che gli orizzonti non cancellano, ma si sommano, come cerchi nell’acqua. Ogni volta che vediamo oltre, non perdiamo ciò che abbiamo visto prima. Al contrario, lo includiamo, lo portiamo con noi. Un paesaggio nuovo non elimina quello vecchio: lo arricchisce.
Un cambiamento non taglia col passato: lo stratifica. Siamo esseri in crescita laterale, non solo frontale. Non lasciamo indietro davvero nulla, anche quando ce ne convinciamo. I luoghi che abbiamo abitato, le persone che abbiamo incontrato, le idee che ci hanno attraversato… tutto resta, in qualche forma, dentro di noi, come Un Messaggio. Il problema è che spesso cerchiamo la novità come se fosse rottura. Quando invece la vita, la vera vita, è somma silenziosa di orizzonti successivi. Non una corsa, ma una sedimentazione. E forse la maturità è proprio questo: accorgersi che i nuovi orizzonti non sono fughe, ma aggiunte. Che il nostro sguardo non si rinnova scartando, ma ampliando. Così, ogni nuovo giorno, ogni luogo, ogni incontro, non è un capitolo a parte, ma una pagina in più dello stesso libro. E solo quando ci fermiamo, anche solo un attimo, a guardarli insieme, scopriamo che il panorama è più vasto di quanto ricordassimo. Perché ogni orizzonte ci ha insegnato a vedere un po’ più in là, oltre la nostra finestra. In un borgo dove la pietra racconta secoli di storia e il vino è cultura prima ancora che bevanda, Opificio 16 è un viaggio tra vino, territorio e sperimentazione. Qui, ogni calice si fa racconto e il vino è come un linguaggio con il quale gli orizzonti si sommano a quelli precedenti. Situato nel cuore di Montepulciano, tra vicoli che profumano di mosto e panorami che si aprono come quinte teatrali sulla Val d’Orcia, Opificio 16 non è una semplice enoteca; è un atelier enogastronomico, dove tradizione e contemporaneità si intrecciano in una narrazione sensoriale che si rinnova momento dopo momento. Ogni bottiglia selezionata racconta una storia, un’annata, un gesto agricolo che si fa cultura liquida. E mentre il bicchiere si riempie, si ha la sensazione che il tempo rallenti, e che l’esperienza vada ben oltre il gusto. Nulla è lasciato al caso. L’idea è quella di una convivialità consapevole, in cui anche il vino più semplice e informale diventi un gesto di conoscenza divenendo il tramite per entrare in dialogo con il luogo e le mille esperienze. Opificio 16 è uno spazio che vive, respira e si trasforma. Un “opificio” nel senso rinascimentale del termine: officina delle idee. In un’epoca in cui l’enogastronomia rischia spesso di piegarsi al turismo frettoloso, questa enoteca sceglie la strada opposta: lentezza, profondità, ascolto. È un orizzonte in più, che si aggiunge a quelli precedenti. Un sapore scoperto, un’etichetta ricordata, una conversazione imprevista. In questo luogo, il vino è un pretesto per viaggiare, per sedimentare esperienze, per costruire, sorso dopo sorso, una memoria condivisa. Perché in fondo, il gusto autentico non è mai solitario: è una storia che si scrive insieme, nello stesso borgo, alla stessa tavola, guardando lontano: Romanese Trento DOC. Vino prodotto secondo il metodo classico, come impone il disciplinare Trento DOC, questo spumante si distingue per la sua finezza minerale, l’equilibrio gustativo e la forte identità territoriale. Le uve, prevalentemente Chardonnay 90% con una piccola percentuale di Pinot Nero 10%, crescono su terreni morenici a circa 500 metri di quota, dove il clima alpino regala escursioni termiche ideali per sviluppare profumi e acidità. Il risultato? Un vino elegante, dal perlage sottile, con note di mela gialla, crosta di pane, fiori bianchi e un accenno di nocciola tostata. In bocca è secco, cremoso, ma di grande freschezza. La foglia, appesa a un ramo sottile, sembrava esitare, combattuta tra la voglia di spiccare il volo e la paura di cadere. Un’attesa che lo teneva sospeso tra il desiderio di un cambiamento e il timore dell’ignoto. Ogni giorno, guardando quella foglia, cercava di capire cosa stesse aspettando. Forse un soffio di vento più forte, forse un raggio di sole più caldo. O forse, semplicemente, il momento giusto. E mentre la osservava, sentiva che anche lui, come quella foglia, stava aspettando il suo momento, forse Un Messaggio. L’attesa, a volte, può essere un viaggio silenzioso, un’esplorazione interiore, un’opportunità per osservare il mondo da una nuova prospettiva, proprio come faceva dalla sua finestra, aspettando che la foglia danzasse e cadesse, e che il suo momento arrivasse. Mandami Un Messaggio “prima che venga domani” è un’esigenza; senza aggiungere altro, nessuna spiegazione, nessuna emoticon. Solo quel bisogno nudo, lasciato lì, come un bicchiere di vino mezzo vuoto sul tavolo della cucina. Paura? Nostalgia? Affetto? O solo la necessità umanissima, di non sentirsi soli esattamente nel punto in cui un giorno muore e un altro non è ancora nato.   LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: L’Enoteca offre alla mescita una proposta ampia e ragionata: Vino Nobile di Montepulciano, ovviamente, ma anche etichette che arrivano da piccoli produttori toscani; e vini da tutta Italia rossi bianchi e bollicine.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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14 Luglio, 2025

Vinitaly and the City torna in Calabria

  Dopo il successo della prima edizione, Vinitaly and the City torna in Calabria dal 18 al 20 luglio, ospitato ancora una volta nel suggestivo Parco Archeologico di Sibari. L’evento, frutto della sinergia tra Veronafiere Spa, Regione Calabria e i Parchi archeologici di Crotone e Sibari, conferma il ruolo centrale della Calabria nel panorama vitivinicolo nazionale e internazionale.
Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria, sottolinea: Dopo il grande successo dell’edizione 2024, siamo orgogliosi di ospitare anche quest’anno in Calabria Vinitaly and the City. Eventi come questo mostrano al mondo il volto vero della Calabria: una terra di eccellenze enogastronomiche, storia millenaria, tradizioni vive e paesaggi unici. L’organizzazione è curata da Arsac, con un programma arricchito da un maggior numero di cantine, un’area food ampliata e iniziative culturali e sensoriali. Gianluca Gallo, assessore regionale all’agricoltura, afferma: Vinitaly and the City tornerà in una veste ancora più ricca, valorizzando l’identità enologica calabrese e confermando Sibari come sede di grande attrattività. Il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo, evidenzia: Il Vinitaly and the City a Sibari rappresenta molto più di un evento dedicato al vino: è un esempio concreto della missione di Veronafiere di valorizzare le eccellenze italiane in scenari unici, dove storia e tradizione vitivinicola millenarie si incontrano. Tra le iniziative collaterali, il Parco Archeologico ospiterà mostre sull’olio nell’antichità, degustazioni e visite guidate, come spiega il direttore dei Parchi archeologici, Filippo Demma: Stabilizzare questo appuntamento a Sibari è una scelta importante per il territorio e per il Parco stesso, che acquisisce uno spessore culturale differente e importante. Infine, Fulvia Caligiuri, direttrice generale di Arsac, sottolinea con orgoglio: La presenza di numerose cantine calabresi, consorzi nazionali e internazionali, e prodotti gastronomici di qualità, unita a masterclass e winetalk, rende questa manifestazione un appuntamento imperdibile. La Redazione
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14 Luglio, 2025

BoscodiVino 2025

  Incanto della Natura, eccellenze Made in Italy da degustare, esperienze pet – friendly sotto le stelle al Parco dei Castelli Romani a Lariano.   Il bosco come esperienza sensoriale ed immersiva unita ad un percorso enogastronomico per la riscoperta del Made in Italy di qualità. Nasce da questo originale binomio la kermesse “BoscodiVino”, giunta alla sua terza edizione che si svolgerà dal 17 al 20 luglio 2025 presso la Fonte Ontanese (all’interno del Parco dei Castelli Romani a Lariano). La magia di ritrovarsi all’interno di un polmone verde secolare con una ricca vegetazione, la possibilità di scoprirne i misteri ed i suoni al calar del sole e quella di far assaporare il profumo di vini regionali e nazionali con delle degustazioni guidate, grazie alla presenza di esperti del settore, sarà per tutti un viaggio stimolante che regalerà benefici alla mente, al cuore e al corpo. Ogni sera una incredibile varietà di sapori e odori in cucina con piatti tipici e gourmet, realizzati da chef professionisti, saranno abbinati ai vini posti in degustazione dalle cantine produttrici con i sommelier della Fisar. L’idea, realizzata dal presidente dell’associazione Ricreativa Culturale Lariano Doc 2023, Avvocato Roberto Ficcardi, unitamente ai soci Gianluca Casagrande Raffi, Vito Bruno, Antonio Montecuollo, Antonio Tagliaferri e Massimiliano D’annibale, si pone lo scopo di far esplorare la magnificenza della natura con la complicità della luna e di creare delle nuove opportunità per le aree naturali raramente frequentate in orari serali. La novità di questa edizione, completamente rinnovata, prevede inoltre la possibilità di condividere il percorso anche con il proprio amico a quattro zampe. I visitatori umani saranno accolti con un calice, mentre i cani con gustosi snack per tutti i gusti e tutte le esigenze. Altra grande opportunità di benvenuto per i quattro zampe una serie di postazioni, dislocate in varie aree del parco, con acqua fresca sempre a disposizione. Coccole ed emozioni, ma anche visite guidate a 6 zampe e bustine in regalo per non lasciare ricordini indesiderati nel bosco, messe a disposizione dal Comune di Lariano, per permettere a tutti di rispettare la natura in tutto e per tutto. Sarà un evento speciale reso possibile grazie ad un valido team e per questo devo ringraziare le istituzioni, il presidente del Parco del Castelli Romani, l’Arsial, la Regione Lazio, le aziende produttrici e gli sponsor e il Sindaco Francesco Montecuollo. Queste magiche notti sotto le stelle saranno per tutti indimenticabili.   Info e prenotazioni: wwww.boscodivino.com La Redazione
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Itinere - iamo Arrow Right Top Bg

14 Luglio, 2025

Itinere - iamo

  Il 14 e il 15 giugno, a Roma si è svolta la seconda edizione di Itinere, evento dedicato a un viaggio, un percorso (significati del latino Itinere) derivanti dall’esperienza di condivisione e connessione attraverso la presentazione di prodotti vinicoli e alimentari. Banchi di assaggio e masterclass hanno offerto questa grande opportunità e sono riuscita ad andare il primo giorno. In questo pomeriggio afosissimo, per usare un eufemismo, mi sono recata al luogo dell’evento, il Ristorante Mike’s, al quarto piano del palazzo COIN nel quartiere San Giovanni. Appena arrivata, ho percepito subito l’accoglienza delle persone che presentavano vini e cibo. Davvero mi sono sentita “accolta” in tutti gli stand in cui mi sono fermata. Tanta gentilezza e professionalità, il top! Racconto questo affascinante tour sensoriale per tipologia di vini. Bollicina Ho iniziato questo itinerario con uno spumante brut che già conoscevo, ma che degusto sempre molto volentieri: Brut di Marramiero, situata a Rosciano, in provincia di Pescara. Metodo classico, ottenuto con rifermentazione in bottiglia, da uve Chardonnay e Pinot Nero, minimo 36 mesi sui lieviti. Le 5 Tenute, Sant’Andrea, Milano, Amarello, Rosciano e Ofena, sono la dimostrazione della grandezza e dell’evoluzione dell’azienda, fondata agli inizi degli anni Novanta. Terreni e climi molto diversi, tra cui ciottoli e forti escursioni termiche, sono sapientemente gestiti con attenzione alla sostenibilità. Ad esempio per lo smaltimento dei rifiuti è attivo un impianto di fitodepurazione e la vegetazione in vigna è irrorata con acqua e ozono, per aiutare, in modo naturale, il mantenimento della vite. Oltre a Chardonnay e Pinot Nero, sono coltivati vitigni autoctoni: Montepulciano, Trebbiano, Pecorino e Maiolica, quest’ultima una vera rarità. Lo spumante ha sentori di mela, frutta secca, crosta di pane, al palato è fresco, cremoso e con una persistenza molto piacevole con leggera nota sapida. La zona mi riporta alla mente Gabriele D’Annunzio, il Vate, nato a Pescara, e autore di liriche e libri molto belli, tra cui Il Piacere di cui ho un bel ricordo. A proposito di bolle, segnalo una perla: Cuvée 36 mesi Alta Langa Brut (Chardonnay e Pinot Noir) di Gancia. Nome importantissimo, poiché Carlo Gancia, che fondò l’azienda insieme al fratello Edoardo nel 1850, aveva trascorso precedentemente alcuni anni in Francia, a Reims, dove aveva appreso le nozioni sullo champagne. Successivamente, nel 1865, personalizzò tali tecniche e creò il primo spumante italiano metodo classico. La cantina storica è in provincia di Asti, a Canelli, località famosa proprio per le cattedrali sotterranee nel sottosuolo, patrimonio mondiale dell’UNESCO. Scavate in passato nel tufo calcareo, garantiscono la temperatura ideale per l’affinamento dei vini. Colore molto luminoso, note olfattive di fiori bianchi, lievito e vaniglia, sono seguiti da un gusto avvolgente e perlage molto fine. Evidenzio che la temperatura di servizio era perfetta, tra 8 e 10 gradi centigradi, dato molto importante, da non sottovalutare soprattutto in questo tipo di eventi. Considerando la zona di provenienza, abbino questa bottiglia elegante, avvolta in una stampa color bronzo, al swing di Via con me di Paolo Conte, bravissimo cantautore astigiano. Bianco Il primo è Lugana DOC di Tenuta La Presa, situata a Caprino Veronese, in provincia di Verona, dove la proprietà è stata acquistata nel 1995 dalla Famiglia Dei Micheli, che da allora si dedica all’azienda con grande impegno. Il territorio è influenzato dal microclima generato dall’insieme della mitezza del Lago di Garda e la ventilazione del Monte Baldo. Il vino è 100% Turbiana, o Trebbiano di Soave, vitigno autoctono molto antico, che rientra nella famiglia dei Trebbiani. Nell’assaggio, sono predominanti odori di agrumi, pesca bianca e gelsomino; al sorso una piacevole freschezza con leggera nota ammandorlata finale. La territorialità degustata, la abbino a un libro in cui Verona è protagonista: Romeo e Giulietta del grande William Shakespeare, che invito a leggere, o rileggere, individuando i luoghi di questa bellissima città. Il secondo è il Lignu Duci Terre Siciliane DOP dell’Azienda Bruchicello, così chiamata dal nome della contrada Vruchicelle, oggi Salavecchia, dove si trovano i filari. E’ situata a Salaparuta, in provincia di Trapani. Nata nel 1976 e a conduzione familiare, è nella zona della Valle del Belice e i vitigni in coltivazione biologica sono: Nero d’Avola, Catarratto (entrambi autoctoni) e Cabernet Sauvignon. Il terreno è a medio impasto, cioè composto di sabbia, limo e argilla, che permette una buona ossigenazione e circolazione idrica, ideali per le uve. Il vino è Catarratto 100% con affinamento in acciaio. Sentori di cedro, pompelmo e zagara, anticipano un gusto fresco, in cui si evidenza anche la finezza. Ringrazio un amico “vinicolo” che ho incontrato e mi ha fatto scoprire questa piccola e bella realtà siciliana. L’abbinamento è con un luogo di quest’area: il Parco Archeologico di Selinunte, patrimonio culturale che racchiude le meraviglie della Magna Grecia. Rosato Sensuade Marche Rosato IGT di Cantina Santa Barbara, guidata dal 1994 da Stefano Antonucci, con intraprendenza e innovazione. Il comune di Barbara è nelle Marche, in provincia di Ancona. I terreni di coltivazione delle uve sono argillosi e ricchi di acqua. La vicinanza al mare, garantisce anche un’ottima ventilazione. La particolarità di questo vino è il blend di tre vitigni autoctoni con affinamento in acciaio: Vernaccia di Pergola, Lacrima di Morro d’Alba e Moscato Rosso, perchè il primo e il terzo sono molto rari. Si ottiene un prodotto dal colore rosa tenue, con sentori di fragoline di bosco e melograno, al palato è vivace con un leggero retrogusto agrumato. Molto piacevole, penso ala spensieratezza estiva e mi torna in mente la canzone dei Beach Boys Barbara Ann, collegata al nome dell’azienda. Rosso Mi sposto in Alto Adige, per l’esattezza a Marlengo, in provincia di Bolzano, dove ha sede l’azienda Ploner. E’ vicino Merano, in una zona con terreni argillosi e ricchi di granito, che, insieme alle basse rese delle uve, al microclima e alle escursioni termiche, garantiscono una qualità eccelsa dei vini prodotti. Il mio assaggio ne è un ottimo esempio: Alto Adige DOC Exclusiv, Pinot Nero Riserva 2021, con affinamento di 24 mesi in botti di rovere piccole e medie. Le parole che subito associo a questa bottiglia sono: estrema eleganza; sia nell’olfatto, ricco di more, ribes, ciliegie, prugne, cannella e liquirizia, sia nel gusto, morbido e molto persistente. Il connubio perfetto è con i Giardini di Sissi, Imperatrice Elisabetta d’Austria, che aveva eletto Castel Trauttmansdorff a proprio domicilio invernale. Luogo ameno e meraviglioso. Passito Concludo con un ottimo vino passito: Veneto IGT Verduzzo di Ai Galli, di Pramaggiore, in provincia di Venezia. L’azienda è situata in una zona al confine tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia. Le viti sono coltivate in un suolo argilloso e minerale, con un sottile strato superficiale chiamato caranto, ricco di carbonato di calcio. Il Verduzzo Friulano, vitigno autoctono, appartiene alla linea Vintage e, dopo l’appassimento, affina per dodici mesi in botti di rovere francese, seguito da un lungo affinamento in bottiglia. Il bellissimo colore dorato, introduce note di pesca, albicocca, pera, miele, vaniglia, a cui segue un sorso morbido e finemente dolce. Bellezza visiva e sensoriale, da degustare con calma, in compagnia di un libro classico di uno scrittore veneto: Dino Buzzati e il suo Il Deserto dei Tartari. Ahimè, anche questo viaggio meraviglioso è terminato, vi aspetto al prossimo!   Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier Dal vino in poi  
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13 Luglio, 2025

Orcia Wine Festival 2025

Venticinque anni di sangiovese e spirito femminile Quest’anno, l’Orcia Wine Festival 2025 per me non è stato solo una celebrazione di ottimi vini; è stato un brindisi a un quarto di secolo di una favola nata nel cuore della Toscana.
Questa denominazione è come una principessa nelle cui vene non scorre sangue blu, ma l’anima vibrante del Sangiovese. Giunta alla sua quattordicesima edizione, quest’anno la “DOC più bella del mondo” (slogan coniato dalla mitica Donatella Cinelli Colombini) festeggia il suo 25° anniversario. È nata proprio il 14 febbraio 2000, una data che la rende, ai miei occhi, anche una DOC intrinsecamente romantica, una favola! Cenerentola in Toscana E parlando di favole, non posso fare a meno di pensare all’incredibile intuizione che ebbe la stessa Donatella, creando il “Cenerentola” Orcia DOC biologico, un vino che incarna perfettamente la famosa fiaba. La più giovane tra le “sorelle” più ricche e celebrate (Brunello e Nobile), “Orcia” si trasforma in principessa grazie alla magica unione del nobile Sangiovese con un vitigno quasi dimenticato, il Foglia Tonda. Donatella, con la tenacia di una fata madrina, ha impiegato ben 15 anni a perfezionare questo blend che unisce eleganza e potenza. Un lavoro premiato da vendite in crescita e da riconoscimenti internazionali. La sua ascesa a principessa è simboleggiata dalla coroncina che, dal 2015, adorna la sua etichetta. Per me, l’assaggio è stata una conferma evidente delle grandi potenzialità che questo territorio può esprimere. Una Favola Spesso al Femminile Quella dell’Orcia DOC è una favola distintamente femminile, portata in vita da un gruppo straordinario di donne che, a mio avviso, hanno plasmato profondamente l’identità di questa giovane denominazione in un territorio così antico. Non è affatto una coincidenza, che a parte il primissimo mandato ricoperto dal Dott. Rossi di Ripa d’Orcia, ogni singolo presidente del Consorzio Orcia sia stata una donna. Ognuna di loro ha portato un tocco distintivo, e ho potuto osservare come abbiano nutrito questa piccola denominazione con incrollabile passione e lungimiranza. La loro leadership è stata, ai miei occhi, strumentale per la crescita costante dell’Orcia sia in qualità che in tipicità, anno dopo anno.
Nella mia mente paragono l’Orcia DOC a un magnifico arazzo intessuto anche con i contributi importanti di gentiluomini produttori e promettenti astri nascenti, tutti dedicati a una visione molto condivisa dell’Orcia.
Ormai, è un rito, quasi una chiusura sacra del festival, scattare una fotografia con le “donne d’oro” dell’Orcia. È molto più di una semplice immagine; è un augurio sentito, profondo, per un futuro ancora più radioso, non solo per questa straordinaria denominazione che amo, ma per le donne ovunque. L’anima antica dell’Orcia DOC L’anno scorso, sulle pagine di Winetales Magazine (qui il link), vi ho guidato attraverso le meraviglie di questa terra, dal 2004 Patrimonio UNESCO, descrivendovi le peculiarità del disciplinare e del vino Orcia. Oggi voglio portarvi oltre. Desidero condividere un po’ della sua storia, filo conduttore tra un passato glorioso e il nostro presente.
Siena è spesso definita “figlia della strada”, ovvero della Via Francigena. Dopo il VII secolo, la guerra tra Bizantini e Longobardi aveva reso impraticabile la via Bologna-Firenze, imponendo un valico appenninico più a Nord. Questo cambiamento segnò la fortuna delle cittadine che si snodavano lungo il tragitto. Queste  si arricchirono di torri, chiese, ospedali, castelli, botteghe artigiane e opere d’arte, trasformandosi in scrigni di immensa bellezza. Ed è proprio seguendo questo storico tracciato che nasce la DOC Orcia, da Buonconvento a Torrenieri, da San Quirico a Castiglion d’Orcia, Abbadia San Salvatore… Basta passeggiare per San Quirico d’Orcia per leggere nei suoi antichi muri le tracce di questo passato glorioso. Leggende della Val d’Orcia Oltre alle testimonianze architettoniche, queste terre custodiscono un patrimonio di storie e leggende che le rendono ancora più avvincenti. Penso al Vescovo Sigerico che nel 990 ripercorreva la Via Francigena, tornando da Roma verso Canterbury. Mi piace ricordare l’arrivo di Federico Barbarossa nel 1155, che rivive nella spettacolare festa in costume che ogni giugno anima il territorio. Voglio citare l’imperatore Arrigo VII, che nel 1313 morì a Buonconvento, secondo la leggenda avvelenato con l’ostia consacrata – un episodio che ha dato vita al colorito detto popolare “buon convento e cattivi frati”. E c’è anche la storia di Enrico di Nassau, capostipite della famiglia regnante d’Olanda, morto su questo percorso nel 1451, per il quale una candela arde ininterrottamente sulla sua tomba, nel pavimento della Collegiata di San Quirico. Ogni volta che ascolto queste storie, sento la densità del tempo e la profondità degli eventi che hanno attraversato queste valli. Non solo pellegrini: le terme e la vita sociale nel Medioevo Ma non era solo il cammino verso Roma ad attirare persone in quest’area. Le terme, nel Medioevo, erano veri centri di vita sociale. Oggi, nel territorio della DOC Orcia, possiamo trovare Chianciano, San Casciano dei Bagni, Bagni San Filippo. Ma il luogo che mi affascina di più è l’antico Bagno Vignoni, un borgo che, quasi miracolosamente, si è conservato intatto fino a oggi, unico centro termale europeo a mantenere la sua vasca originale. Persino Lorenzo il Magnifico e Santa Caterina da Siena (1347-1380) vi fecero il bagno!
E poi penso  a Pio II, il Papa mecenate che a metà del Quattrocento trasformò il suo borgo natio in Pienza, il primo insediamento con un vero e proprio “piano regolatore”, una visione urbanistica incredibile per l’epoca. E c’è Papa Alessandro VII (1655-67), per il quale i suoi ricchissimi e colti parenti banchieri Chigi edificarono lo spettacolare palazzo nel centro di San Quirico dove ogni anno si svolge l’Orcia Wine Festival. Infine, Ghino di Tacco (1290-1313), il “brigante gentiluomo” che dal castello di Radicofani assaltava i viaggiatori sulla Via Francigena. Un personaggio così celebre da essere immortalato in una novella del Decamerone di Boccaccio e citato nel Purgatorio di Dante. Successo strepitoso che batte ogni aspettativa Ma torniamo al presente! L’edizione 2025 dell’Orcia Wine Festival è stata un vero trionfo: oltre 1200 ingressi a Palazzo Chigi, un numero importante  che conferma l’apprezzamento del pubblico per l’evento. È un’esperienza organizzata, come ogni anno, dal Comune di San Quirico d’Orcia in collaborazione con il Consorzio del Vino Orcia. È stato un onore e un piacere, iniziare l’evento con il saluto del Presidente della Regione Toscana Eugenio Giani. Mi sono trovata in perfetto accordo con le parole del Sindaco di San Quirico d’Orcia, Marco Bartoli: OWF è stato un evento enologico capace di unire il valore del vino Orcia alla bellezza unica del centro storico e del paesaggio della Val d’Orcia. È un appuntamento che ormai attrae visitatori e wine lovers da ogni parte d’Italia. Palazzo Chigi si è trasformato in un palcoscenico ideale per il vino Orcia: dalla Cena a Palazzo a ogni singola degustazione, il successo è stato tangibile. Anche le impressioni della Presidente del Consorzio, Giulitta Zamperini, mi trovano pienamente concorde: è stata un’edizione tra le più partecipate, con visitatori che hanno superato ogni aspettativa. Grande apprezzamento per le attività collaterali: le masterclass in collaborazione con Onav sono state tutte sold out. Un segnale fortissimo dell’interesse crescente per questi vini. Anche la Cena a Palazzo ha registrato il tutto esaurito, e questo ripaga la lungimiranza del Consorzio di aver coinvolto per la prima volta i cuochi del territorio, insieme all’Alleanza dei Cuochi di Slow Food. Un lavoro corale che ha saputo raccontare, in modo sublime, ai circa cento presenti, i valori delle eccellenze locali abbinate ai vini. Un programma ricchissimo, con decine di appuntamenti, anche per i più piccoli (Orcia Wine for kids con laboratori di cucina e gaming per bambini) tutti partecipati da un pubblico entusiasta. Le Masterclass: un viaggio sensoriale con ONAV Le masterclass curate da ONAV e guidate magistralmente da Alessandro Brizi, consigliere nazionale ONAV e caporedattore della rivista L’Assaggiatore, mi hanno rapito. Ascoltare Alessandro è sempre un’esperienza avvincente. Riesce a trasportarti indietro nel tempo, a farti comprendere il territorio con una profondità unica, e a concludere il tutto con una degustazione semplicemente coinvolgente.   Ho particolarmente apprezzato la masterclass “Orcia DOC e Pecorini: un viaggio di gusto tra terre e tradizioni“. Avendo da poco raggiunto la qualifica di Maestro Assaggiatore ONAF, ho colto ogni sfaccettatura di questa esperienza. L’obiettivo era chiaro: degustare consapevolmente e abbinare i “caci” di Pienza, divertendoci. Ho pienamente concordato con Alessandro, che ha posto il focus sul tannino.  Il concetto che ci è stato trasmesso, prima ragionando e poi in modo empirico con l’assaggio, è stato quanto sia cruciale il ruolo del tannino nell’abbinamento con il pecorino, formaggio molto sapido soprattutto se stagionato. Abbiamo così valutato “l’idoneità “dei vini Orcia, partendo dai bianchi per giungere ai blend. Ma è stato proprio il Sangiovese dell’Orcia a rivelarsi vincente. Grazie alla buona polimerizzazione dei suoi tannini – frutto di vendemmie che hanno atteso la giusta maturazione fenolica, sfida non facile con il cambiamento climatico – ha creato un’armonia perfetta anche con un formaggio a volte anche salato come quello di Pienza. Questa masterclass mi ha svelato una verità profonda: l’Orcia è un’unicità vincente, proprio perché più versatile. Non può certo essere paragonata ai suoi vicini toscani più blasonati e potenti, e non ne ha bisogno. Partendo dalla genesi quasi etrusca e poi romana del pecorino di Pienza, abbiamo scoperto come l’Orcia DOC si ponga in un dialogo inaspettato e armonioso con questo simbolo della tradizione locale.   Masterclass con i Produttori: Racconti di Vigne e di Vite La seconda masterclass a cui ho avuto il piacere di partecipare mi ha letteralmente incantato: un incontro diretto con i produttori, dove ho potuto ascoltare le storie di ogni singola azienda e i percorsi che ognuno di loro ha compito fino a oggi. Alcune di queste esperienze ve le racconterò nel prossimo articolo, dedicando spazio agli assaggi più significativi. Altre, invece, le potete già trovare nell’articolo dell’anno scorso, dove ho avuto il piacere di incontrare per la prima volta queste splendide cantine. Cena a Palazzo: territorio in tavola La Cena a Palazzo, un appuntamento ormai irrinunciabile dell’Orcia Wine Festival, ha rappresentato ancora una volta un’esperienza magica. Ospite della famiglia Capitoni, mi sono ritrovata tra le sale affrescate di Palazzo Chigi Zondadari. Le portate, veri e propri capolavori di gusto e tradizione, sono state servite ai tavoli nelle suggestive sale, in perfetto abbinamento con i vini delle ventuno aziende partecipanti all’Orcia Wine Festival, creando un’esperienza enogastronomica indimenticabile.
Questo luogo incantevole ha accolto quasi cento persone, creando un’atmosfera unica dove la passione per il buon cibo e il buon vino ha unito anche persone sconosciute creando in un momento speciale. Condividere tali eccellenze ha reso ogni istante più bello e intenso. Riconoscimenti e Collaborazioni Un ringraziamento speciale va all’Amministrazione Comunale per la preziosa collaborazione nell’organizzazione dell’evento, e in particolare alla consigliera Elena Salviucci, coordinatrice della cena. Il suo lavoro, anche quest’anno, è stato impeccabile. Un grazie infinito è dovuto anche agli chef del territorio che hanno deliziato i commensali con le loro preparazioni. Essi sono riusciti a creare una sinergia straordinaria tra le pietanze, prodotte con materie prime tipiche e territoriali, e i vini della Val d’Orcia, conquistando tutti i presenti.   Ampia scelta di vini e il gioco degli abbinamenti L’ampia scelta di vini Orcia DOC per ogni portata ha permesso di sfruttare al massimo l’opportunità di valutare i diversi abbinamenti. È stato particolarmente piacevole scambiare pareri e opinioni con Marco Capitoni, una vera memoria storica della denominazione che mi ha deliziato con tanti racconti e l’ottima compagnia. Dal carpaccio di carne salada al classico peposo al vino Orcia, per concludere con un cremoso al cioccolato fondente, fragole e sorbetto al vino, ci si è davvero sbizzarriti con gli abbinamenti, terminando con un Vinsanto Orcia 2020 dell’azienda Sampieri del Fà. Il mio piatto preferito è stato senz’altro il Risotto mantecato al pecorino stagionato 24 mesi, pepe, baccelli e soppressata toscana. Un vero tripudio di prodotti tipici tradizionali: già dalla foto se ne intuisce la bontà! L’abbinamento ideale  per me è stato con  Banditore Rosso Orcia 2022 di Campotondo. I Protagonisti della Cucina a Palazzo La cena a Palazzo Chigi Zondadari ha visto all’opera un parterre di eccellenze culinarie del territorio, in una splendida collaborazione che ha deliziato i palati dei commensali. Quest’anno per la prima volta si è avuta la partecipazione non solo dei cuochi dell’Alleanza Slow Food, ma anche di chef del territorio. Insieme, hanno dato vita a un menu studiato con maestria, capace di portare in tavola la tradizione culinaria con un tocco sapiente di tecnica e modernità. Tra i protagonisti in cucina, spicca la presenza di Massimo Rossi, delegato AIS Arezzo e patron del rinomato ristorante Belvedere di Monte San Savino, che ha rappresentato l’Alleanza dei cuochi di Slow Food, curando i finger food della Cassetta di Cottura di Slow Food. A seguire, Gianluca Monaci con Enrico e Chiara della Trattoria L’Ombelico del Mondo “Il Barrino” di Montisi hanno contribuito con le loro sapienti preparazioni. Il primo piatto è stato magistralmente cucinato da Matteo e Luciano Antoniello del ristorante dell’Hotel La Posta (Bagno Vignoni). I l secondo è stato affidato alle mani esperte di Luca Vagnoli e Giorgia de La Bottega delle Carni – Sapore di Val d’Orcia (Pienza). Per il dessert, la creatività di Matteo Antoniello ha incontrato il gelato artigianale di Lorenzo Senesi della gelateria Golosi di Gelato (San Quirico d’Orcia). Come di consueto, la dovizia di particolari mi porta a dilungarmi un po’ tanto. Per questo, rimando al prossimo articolo gli assaggi dei vini che più mi hanno colpito. Troverete molte conferme e alcune novità che desidero proprio raccontarvi. Non perdete, quindi, il prossimo articolo sempre su Winetales Magazine e le scoperte enoiche di Benny. A presto e in alto i calici! Benedetta Costanzo
Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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13 Luglio, 2025

Poderi Luigi Einaudi: l’essenza e il fascino delle Langhe

  Poderi, Relais e Wine Experience pensate per gli amanti del buon bere: un’offerta che coniuga cultura e territorio   Ci sono luoghi che non si visitano soltanto, ma si respirano, si vivono, si portano con sé. Relais Poderi Luigi Einaudi è uno di questi: un rifugio immerso nel cuore delle Langhe, una dimora che mantiene intatto il fascino di una casa privata di fine Settecento dove il paesaggio circostante avvolge in una dimensione di quiete, eleganza e autenticità per un’esperienza indimenticabile. Qui il tempo si dilata, ogni angolo racconta una storia e l’armonia tra natura e territorio diventa il filo conduttore di un soggiorno che va oltre l’ospitalità promuovendo il bon vivre di Langa. Le dieci camere, sette doppie, una junior suite e due suite, ognuna panoramica e personalizzata con gusto dalle Signore Einaudi, incarnano il fascino di un passato illuminato, arredate con mobili originali delle dimore storiche della famiglia Einaudi. Il cammino e il giardino d’inverno, la sala per le degustazioni e gli aperitivi, la piscina esterna e il pergolato fiorito affacciati sulle alpi e per questo vocati a lunghe contemplazioni nella quiete più assoluta, completano l’offerta del Relais. Un equilibrio perfetto tra comfort e raffinatezza, in cui ogni dettaglio è pensato per offrire una permanenza autentica; a rendere il soggiorno ancora più speciale è la colazione, un rito che celebra il legame con il luogo attraverso una selezione di materie prime locali e stagionali. Frutta e verdura freschissime, formaggi e latticini delle valli cuneesi e della provincia come la rinomata Toma di Murazzano, biscotti e torte fragranti, marmellate artigianali, succhi di frutta naturali e miele di apicoltura locale. Un percorso di sapori che esalta l’eccellenza e racconta l’anima di una terra generosa. A pochi passi dal Relais si trova Dogliani, un borgo ricco di cultura, tradizione e fervore intellettuale (si pensi all’ormai celebre Festival Della Tv, alle innumerevoli mostre, concerti, eventi). La sua conformazione ad anfiteatro naturale, influenzata dal lavoro del celebre architetto Giovanni Battista Schellino, alterna panorami, monumenti e scorci, per un’atmosfera accogliente. Dogliani, famosa per il suo vino dolcetto (che prende nel 2011 il nome proprio di Dogliani Docg), è anche crocevia di itinerari incantevoli tra chiese e pievi (da esplorare a piedi, in bicicletta o a cavallo), immersi nella cornice suggestiva dei vigneti. Ecco che per gli amanti del vino, Poderi Luigi Einaudi si trasforma in un viaggio sensoriale enogastronomico che fissa la tradizione, parlando il linguaggio della contemporaneità. La cantina accoglie visitatori tutto l’anno, anche nei weekend, su prenotazione, offrendo esperienze su misura per appassionati e wine lover. Percorsi dedicati alle diverse espressioni del Nebbiolo, verticali di annate di Barolo e degustazioni tailor made, pensate per soddisfare ogni curiosità. Per chi desidera accompagnare il vino ai sapori del territorio, sono disponibili selezioni gourmet con proposte della tradizione, provenienti da salumifici e gastronomie locali.
Insomma, assaporare il Relais Poderi Luigi Einaudi in tutte le stagioni significa immergersi in un modo elegante di viaggiare, più raccolto, disteso, autentico e legato al ritmo naturale del territorio. La dimora, adiacente ad un tratto provinciale e raggiungibile comodamente in autostrada (si trova infatti ad appena un quarto d’ora dal casello di Carrù o dal casello di Cherasco), accoglie gli ospiti con la stessa calda intimità di una casa vissuta, ideale per chi desidera una pausa rigenerante lontana dal trambusto quotidiano. Dogliani e i suoi dintorni, l’approfondimento I territori che immediatamente circondano Dogliani, ad esempio, rappresentano il cuore nevralgico della Langa più famosa: Barolo, La Morra, Monforte D’Alba e gli altri comuni della Docg del Barolo e Del Barbaresco, patrimonio dell’Unesco; in pochi minuti si possono comodamente raggiungere gli snodi nevralgici di itinerari enologici, gastronomici, turistici.
Non solo Langa: terra speculare, vicina e situata a Nord, al di là del fiume Tanaro, il Roero è un altro protagonista della viticoltura piemontese e della gastronomia.
Meno battuti poi rispetto ai circuiti più celebri delle Langhe, ma comunque via via sempre più cruciali per un turismo lento e riflessivo. Il Monregalese e il Saluzzese, con i loro borghi medievali e le testimonianze sabaude, rappresentano mete ideali per chi cerca esperienze culturali genuine; la primavera e l’autunno sono i momenti ideali per partecipare alle giornate dei Castelli Aperti, visitando residenze storiche del Piemonte spesso chiuse al pubblico, oppure per immergersi nei paesaggi cangianti del Monviso con escursioni guidate o percorsi panoramici. L’inverno, con la sua atmosfera ovattata e raccolta, regala suggestioni particolari: mercatini natalizi nei borghi, abbazie illuminate per visite notturne, momenti di relax al relais tra un camino acceso e una degustazione riservata, magari accompagnata da specialità del territorio come formaggi d’alpeggio, dolci tradizionali o miele delle valli.
Infine, Torino raggiungibile in poco più di un’ora, arricchisce l’offerta con il suo calendario culturale sempre attivo: dal Torino Film Festival alla Biennale Democrazia, ogni stagione offre spunti per una visita appagante.
Poderi Luigi Einaudi non sono solo locus amoenus dalla vocazione vinicola, ma anche fulcro di opportunità culturali ed enoturistiche, dalla cucina ricca dei sapori di una volta e prodotti d’eccellenza; tra questi, il tartufo e i formaggi occupano una posizione d’onore (da ottobre a novembre, la Fiera del Tartufo ad Alba offre l’occasione perfetta per lasciarsi guidare dal suo inconfondibile richiamo olfattivo), con protagonista assoluto il vino.
www.poderieinaudi.com La Redazione
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Il progetto InnoNDA, percorsi produttivi innovativi e sostenibili per il Nero d’Avola, conclude la ricerca e presenta i risultati Arrow Right Top Bg

12 Luglio, 2025

Il progetto InnoNDA, percorsi produttivi innovativi e sostenibili per il Nero d’Avola, conclude la ricerca e presenta i risultati

  Si conclude il progetto InnoNDA promosso da Assovini Sicilia. La ricerca, condotta dall’Università degli Studi di Milano, con il supporto di ISVEA e quattro aziende siciliane, mette in luce nuove strategie per la produzione di vino Nero d’Avola con specifici focus su biodiversità e sulla riduzione del grado alcolico. InnoNDA si è avvalsa dei fondi PSR Sicilia 2014-2022.   Si conclude oggi il progetto InnoNDA. Il progetto, acronimo di Innovazione del nero d’Avola, è stato lanciato nell’aprile 2024 e ha esplorato nuove strategie produttive per vini ottenuti da Nero d’Avola. Il progetto ha concluso la ricerca formalmente a giugno 2025. Stimolante la sfida: affrontare i cambiamenti climatici e il maggiore grado alcolico, così come dare una risposta alle richieste dei consumatori. Conseguentemente, proporre soluzioni innovative e sostenibili, senza mai perdere di vista l’identità territoriale e la personalità del nero d’Avola, il vitigno a bacca rossa più importante e diffuso sull’Isola. Il progetto, guidato da Assovini Sicilia con il supporto scientifico della Prof.ssa Daniela Fracassetti e della Prof.ssa Ileana Vigentini dell’Università degli Studi di Milano, dei laboratori di ISVEA e di quattro cantine – Tenuta Rapitalà, Feudi del Pisciotto, Dimore di Giurfo e Tenute Lombardo – è stato finanziato nell’ambito della Sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014-2022, ed ha previsto due cosiddette Giornate di Campagna – svoltesi presso Feudi del Pisciotto e Tenuta Rapitalà – durante le quali gli esiti della ricerca sono stati presentati alle aziende siciliane. “InnoNDA è un complesso progetto di ricerca vitivinicolo – afferma Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia – ma anche un esempio concreto di come la collaborazione tra imprese e università possa generare innovazione a beneficio di tutto il settore. Il progetto accende un riflettore su alcune difficili problematiche che le aziende del vino siciliane potrebbero trovarsi ad affrontare in futuro. Al contempo, suggerisce alcune soluzioni nell’arena competitiva, senza tuttavia tradire l’identità del vitigno”. Quattro le aree di lavoro affrontate dal progetto: Strategie tecnologiche per la riduzione dell’alcol Sono state sperimentate tecniche fisiche e a membrana per la rimozione dell’etanolo, come l’evaporazione sotto vuoto, l’osmosi inversa e il contattore membrana, per ottenere Nero d’Avola con gradazioni più basse mantenendo qualità e identità sensoriale. La ricerca ha, tra l’altro, evidenziato come i vini affinati in legno mantengano meglio struttura e complessità rispetto ai vini affinati in acciaio. È stato valutato l’impiego delle tecnologie a membrana che consentono di poter limitare la perdita degli aromi fruttati e floreali, restituendo vini equilibrati e piacevoli. Strategie microbiologiche La ricerca ha indagato il comportamento dei lieviti non-Saccharomyces in combinazione con il ben noto Saccharomyces cerevisiae. Lo studio ha osservato come questi consorzi microbici permettano di ridurre il grado alcolico fino al 2%, migliorando l’intensità aromatica e le note fruttate e floreali, molto importanti per il Nero d’Avola. È stata avviata la ricerca utilizzando la tecnica di Evoluzione Adattativa in Laboratorio (ALE) che consentirà di selezionare ceppi di lievito (non OGM) capaci di produrre meno etanolo e più glicerolo, migliorando le sensazioni morbide e rotonde del vino. Uso delle anfore per macerazione e affinamento Il progetto ha verificato l’impatto della terracotta (anfore vinarie di varie gradazioni di porosità, tradizionalmente realizzate mediante cottura dell’argilla) nella vinificazione. Lo studio ha evidenziato l’efficacia nell’esaltare le note speziate, balsamiche e vegetali. Le macerazioni lunghe, inoltre, hanno condotto a profili particolarmente eleganti e meno amari. Per l’affinamento, l’uso di anfore con diversa porosità ha permesso di ottenere vini maggiormente persistenti, floreali e fruttati, soprattutto se messi a confronto con le produzioni in acciaio. Studio della biodiversità del Nero d’Avola Il progetto InnoNDA ha mostrato la ricchezza genetica e fenolica del Nero d’Avola siciliano. Le vigne vecchie, rispetto a quelle più giovani, sembrano mantenere un contenuto più alto di acidità e una migliore concentrazione di antociani e flavonoidi, tutti elementi decisivi per determinare colore e struttura, ma anche longevità in un vino. Le fermentazioni spontanee, poi, evidenziano un microbiota ricco, diversificato e legato al territorio. Elementi distintivi capaci di caratterizzare il profilo aromatico dei vini. Daniela Fracassetti, responsabile scientifica del progetto Il progetto InnoNDA ha dimostrato la possibilità concreta di ridurre l’alcol nei vini Nero D’avola, rispondendo così alla crescente richiesta di vini a bassa gradazione e offrendo una strategia efficace per contrastare gli effetti del cambiamento climatico. L’utilizzo delle anfore si è rivelato adatto alla vinificazione del Nero d’Avola, valorizzandone le caratteristiche sensoriali tipiche. Inoltre, le differenze osservate nella composizione dei mosti ottenuti da vigneti di età e provenienza diverse indicano l’importanza del terroir e dell’età delle viti sulla qualità finale del vino. La combinazione tra tecniche innovative, riduzione del tenore alcolico e valorizzazione delle peculiarità territoriali contribuisce ad arricchire la conoscenza sul Nero d’Avola e a rafforzare l’identità della viticoltura siciliana. Visti i risultati promettenti raggiunti in poco più di un anno di attività, è auspicabile proseguire la ricerca per consolidare e approfondire le evidenze ottenute. Un modello per il futuro Il progetto InnoNDA muove un passo deciso verso modelli produttivi estesi, apportando innovazione, sostenibilità, e rispondendo ai cambiamenti climatici e alle mutevoli richieste dei consumatori, senza rinunciare all’identità del Nero d’Avola. Il progetto InnoNDA è finanziato grazie alla Sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014-202 Sostegno per la costituzione e la gestione dei gruppi operativi del PEI in materia di produttività e sostenibilità dell’agricoltura; fase 2, Implementazione Piano di Progetto. Bando approvato con D.D.G. n. 3281 del 03/08/2022 – CUP G73D2200065000. Ente finanziatore: Assessorato Regionale dell’Agricoltura, dello Sviluppo Rurale e della Pesca Mediterranea / Dipartimento Regionale dell’Agricoltura. Capofila del progetto InnoNDA: Assovini Sicilia
Partner scientifici: Università degli Studi di Milano, ISVEA
Cantine partner: Rapitalà, Feudi del Pisciotto, Dimore di Giurfo, Lombardo Vini
Finanziato da PSR Sicilia 2014-2022 – Sottomisura 16.1   La Redazione
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12 Luglio, 2025

“Un Senso…”: dove il fuoco della brace incontra l’anima del rock

A Borgo Podgora, appena fuori Latina, c’è un piccolo angolo di mondo dove il profumo della carne alla brace si mescola alle note di Vasco Rossi. È qui che, da novembre 2007, Barbara e Alberico accolgono i clienti nel loro ristorante “Un Senso…”, un omaggio dichiarato al rocker emiliano, ma soprattutto alla cultura del buon cibo e della convivialità. Appena varcata la soglia, è la musica di Vasco a dare il benvenuto. Le sue canzoni riecheggiano tra le pareti ricoperte di foto, citazioni e sciarpette da concerto, mentre il profumo della brace comincia già a raccontare una storia di passione e qualità. Barbara e Alberico ti accolgono con il sorriso di chi ha fatto della ristorazione una missione di famiglia. Incontro subito Alberico e Barbara che mi accolgono con un sorriso discreto e gentile. Alberico mi stringe la mano con fermezza, poi torna subito alla brace, lasciandomi nelle mani di Barbara, che con garbo e gentilezza mi accompagna al tavolo. Nella saletta in cui ci troviamo il locale è intimo, raccolto, con tovaglie a quadri bianche e rosse che ricordano la cucina delle case di una volta, ma poi Barbara mi svela la nuova sala con tavoli e pareti curate, una bellissima novità che sorprende. Mi faccio portare il menù così da scoprire la loro proposta gastronomica  che guarda molto più lontano, spaziando dalle carni italiane a tagli pregiati esteri. Il menù è pensato per tutti i gusti: grigliate miste, tagliate, arrosticini, bistecche, panini imbottiti, piadine e una selezione accurata di contorni e dolci artigianali. Tra le specialità più recenti, Barbara mi racconta della carne di Bisonte, sorprendente per tenerezza e valori nutrizionali. Ricchissima di ferro (il 70% in più rispetto al manzo), povera di colesterolo (appena lo 0,035%), contiene omega-3, omega-6 e vitamine come la B6 e la B12. Una scelta ideale per chi ama la carne ma cerca anche equilibrio e benessere. Dopo aver curiosato nel locale, guardato il menù finalmente Barbara con gentilezza mi fa accomodare al mio tavolo, uno di quelli con la classica tovaglia rossa e bianca a quadri. Mi serve subito un po’ d’acqua e, dopo qualche istante, torna con il primo antipasto: un piatto che è già un piccolo viaggio gastronomico. Arriva una coppa di mangalica, razza suina originaria dei Balcani e diffusa soprattutto in Ungheria, oggi allevata anche in Italia da realtà virtuose come Divina Fortitudo, che ne hanno fatto un prodotto di nicchia nazionale. Questo salume ha una caratteristica inconfondibile: la marezzatura intensa del grasso, che dona alla coppa un sapore rotondo, elegante e persistente. Si scioglie in bocca, sprigionando un profumo ricco ma mai invadente, con note che ricordano la nocciola e le spezie dolci. Accanto, una ricottina di bufala fresca, compatta e cremosa, sormontata da mirtilli rossi che aggiungono un tocco di acidità e dolcezza, giocando con il sapido del salume e la morbidezza del latticino. A completare il piatto, un sorprendente formaggio inglese stagionato e affinato con mango e zenzero: un connubio audace tra la piccantezza aromatica dello zenzero e il fruttato tropicale del mango, che dona al morso un equilibrio tra dolcezza e speziatura davvero inaspettato. Un antipasto che unisce tradizione contadina e sperimentazione gastronomica, raccontando tre mondi diversi in un unico piatto. Il tutto accompagnato da ottimo pane casereccio e un calice di vino scelto con cura, serviti da Barbara con la sua solita attenzione e gentilezza. Poi arriva la tartare di manzo, servita con sobrietà e precisione. La carne, tagliata al coltello, è di una freschezza assoluta: ha un colore vivo, brillante, e una consistenza che si scioglie in bocca. Ogni boccone è un’esplosione di sapore autentico, essenziale, che esalta la qualità della materia prima senza bisogno di troppi condimenti. Un filo d’olio extravergine, un tocco di sale e qualche spezia dosata con misura bastano a completare un piatto che convince per equilibrio e delicatezza. È una tartare che parla di verità, di rispetto per l’ingrediente, e che arriva al palato con la stessa forza con cui la brace racconta la sua storia. A quel punto mi alzo e mi avvicino alla brace, attratto dal profumo intenso che avvolge la sala. Alberico è lì, al centro del suo regno di fuoco, con la camicia leggermente arrotolata e il sorriso di chi sa esattamente cosa sta facendo. Con fare caloroso e orgoglioso, mi mostra un taglio di carne polacca Kimi: 31 giorni di frollatura, una marezzatura perfetta e una consistenza che promette meraviglie. “Guarda qui che spettacolo,” mi dice, mentre fa roteare il pezzo tra le mani. C’è qualcosa di teatrale nel modo in cui lo mostra, come se stesse presentando un’opera d’arte viva, pronta a trasformarsi. Scelgo una costata generosa, che Alberico poggia con rispetto sulla griglia rovente. Il crepitio della carne che incontra il calore è un suono che mette appetito, un preludio a quello che verrà. Lui la gira con calma, controlla ogni lato, annusa l’aria come un direttore d’orchestra annuserebbe le note. La voglio quasi al sangue accenno con voce quasi timida, e lui annuisce con un cenno d’intesa, come a dire “ci penso io”. Quando la carne mi viene servita, il taglio è perfetto, la crosticina esterna è brunita, croccante, mentre l’interno è succoso, tenero, dal colore rosso vivo. Al primo morso sento un’esplosione di sapore: la carne è saporita, avvolgente, con una leggera nota affumicata della brace che si fonde alla dolcezza naturale del grasso ben distribuito. Ogni boccone è pieno, rotondo, appagante. Al fianco della costata, arriva un contorno che è una coccola: patate al cacio e pepe, cremose, calde, con una spolverata abbondante di pecorino e la nota pungente e aromatica del pepe nero appena macinato. Sono l’accompagnamento perfetto, un abbraccio morbido e sapido che esalta ancora di più il carattere deciso della carne. Il finale è degno di nota, una vera esperienza sensoriale che chiude la cena con intensità e stile. Barbara arriva con un distillato ricco e sorprendente: il Caramello Salato Mantovani, un liquore che fonde eleganza italiana e calore caraibico. Composto per il 75% da grappa invecchiata e per il 25% da rum caraibico affinato per 15 anni, è un blend audace e raffinato. Al naso rivela note di caramello, legno dolce e spezie calde, mentre in bocca è cremoso e vellutato, con una nota sapida che equilibra perfettamente la dolcezza. Un distillato avvolgente e armonico, capace di lasciare una lunga scia aromatica, intensa ma elegante. E proprio quando pensi che la cena abbia detto tutto, Barbara torna al tavolo con un ultimo gesto di cura per un ultimo brindisi: “Meno Ventuno”, una specialità glaciale firmata Mantovani. Servito a temperatura sottozero, colpisce per il contrasto fra la freschezza al palato e la profondità del gusto. È un elisir di liquirizia calabrese, intenso ma mai invasivo, con armoniose note di limone che ne esaltano la rotondità e ne amplificano la bevibilità. Un sorso pulito e rigenerante, perfetto per salutare la serata con un sorriso e la promessa di tornare. Fresco, balsamico e sorprendente, questo liquore chiude la cena con una carezza pulita e rigenerante, lasciando il palato appagato e lo spirito leggero. Da “Un Senso…” non si esce solo sazi: si esce avvolti da un’energia calda e familiare, con il sorriso di chi ha appena vissuto qualcosa di autentico. Qui ogni piatto racconta una storia, ogni taglio di carne è una dichiarazione d’amore per la brace, ogni dettaglio – dal vino al dolce, fino all’ultimo sorso – è pensato per accogliere e sorprendere. Se amate il cibo che sa emozionare, i luoghi che parlano di passione e verità, lasciatevi guidare dal profumo del fuoco e dal ritmo di Vasco. Andate a scoprirli. Sedetevi a quel tavolo con la tovaglia a quadri, fatevi raccontare la carne da Alberico e lasciate che Barbara vi coccoli, passo dopo passo. Perché qui il buon cibo non è solo gusto. È memoria, calore, anima.
È un senso. E vale la pena viverlo fino in fondo. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere    
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