Merano WineFestival Calabria. Essenza del Sud Arrow Right Top Bg

19 Maggio, 2025

Merano WineFestival Calabria. Essenza del Sud

Dal 7 al 9 giugno la prima edizione dell’evento che celebra e valorizza l’identità enogastronomica e la biodiversità della Calabria.   Merano WineFestival approda in Calabria con la prima edizione di “Merano WineFestival Calabria – Essenza del Sud”: da sabato 7 a lunedì 9 giugno, tre giorni alla scoperta delle eccellenze enogastronomiche calabresi, tra degustazioni e approfondimenti. Merano WineFestival, uno degli eventi enologici più prestigiosi in Europa, approda al Sud Italia con la prima edizione di Merano WineFestival Calabria – Essenza del Sud, in programma dal 7 al 9 giugno 2025 a Cirò (KR). Un’opportunità unica per celebrare l’eccellenza vinicola calabrese e il meraviglioso territorio che fu culla della Magna Grecia. La manifestazione nasce dalla partnership tra Merano WineFestival e l’Assessorato all’Agricoltura della Regione Calabria, in collaborazione con l’Azienda Regionale per lo Sviluppo dell’Agricoltura Calabrese e il Consorzio di Tutela Vini DOC Cirò e Melissa. SABATO 7 GIUGNO A CIRÒ: UN OMAGGIO ALLA BIODIVERSITÀ Il festival prende il via sabato 7 giugno alle ore 17.00 nel centro storico di Cirò con la cerimonia del taglio del nastro, cui seguirà un’immersione tra i sapori, le tradizioni e la biodiversità dei territori vitivinicoli del Sud Italia. Il centro storico ospiterà 9 banchi di assaggio, ognuno dedicato a un vitigno autoctono, per un totale di circa 180 etichette selezionate e presentate da sommelier esperti. Tre isole gastronomiche, animate da 10 chef del territorio, racconteranno la Calabria attraverso piatti tipici rielaborati con creatività. Il percorso include anche l’Enoteca di Cirò, un focus sulle biodiversità regionali con la partecipazione di 5 regioni ospiti, il Museo Luigi Lilio e una cornice musicale dal vivo per un’esperienza sensoriale completa. 8 E 9 GIUGNO A BORGO SAVERONA: LE GRANDI FIRME DEL GUSTO Nelle giornate di domenica 8 e lunedì 9 giugno, il Merano WineFestival Calabria si trasferisce nella raffinata cornice di Borgo Saverona a Cirò Marina. Oltre 130 espositori del mondo wine & food accoglieranno il pubblico per due giornate di degustazioni illimitate, showcooking con grandi chef e momenti di intrattenimento. Domenica 8 si comincia con la sciabolata inaugurale e la consegna dei WineHunter Award Calabria 2025 alle migliori eccellenze selezionate. Dalle 18.00 alle 24.00 si alterneranno i banchi di degustazione, le creazioni culinarie, musica dal vivo e lounge a bordo piscina. Dalle 19.30 alle 22.00, il format “Chef on the Table” vedrà protagonisti alcuni tra i più acclamati interpreti della cucina calabrese: Luca Abbruzzino (Ristorante Abbruzzino Oltre), Antonio Biafora (Ristorante Hyle) e Caterina Ceraudo (Ristorante Dattilo), insieme al pizzaiolo Daniele Campana(Campana 12), partner tecnico del forno Moretti. Lunedì 9 giugno, sempre dalle 19.30 alle 22.00, si alterneranno ai fornelli Nino Rossi (Ristorante Qafiz) e Riccardo Sculli (Ristorante Gambero Rosso). Il protagonista della pizza sarà Roberto Davanzo (Bob Alchimia a Spicchi), con una proposta creativa ispirata agli ingredienti del territorio.Elemento distintivo sarà il Social Garden, uno spazio dinamico pensato per connettere produttori, giornalisti, influencer e wine lovers in un’atmosfera rilassata e creativa. Talk e interviste live animeranno le serate, tra musica, aperitivi e mixology d’autore. Tra domenica 8 e lunedì 9 giugno si terrà inoltre il convegno scientifico “Respiro e Grido della Terra”, curato dal professor Attilio Scienza e dalla dott.ssa Anna Schneider, dedicato alla biodiversità vitivinicola del Sud Italia e ai futuri scenari legati alla sostenibilità del comparto agricolo. Il festival si concluderà alle ore 23.30 con “Magna Grecia Metodo Classico”, un brindisi a bordo piscina per celebrare l’eccellenza delle bollicine calabresi. Un evento imperdibile per appassionati, professionisti del settore e turisti desiderosi di scoprire le eccellenze del Sud Italia, che avranno la possibilità di immergersi nella cultura del vino e della cucina calabrese, in un contesto che celebra storia, passione e qualità. Aperta la vendita dei tickets online, nonché le procedure di accredito per la stampa e gli operatori del settore. La Redazione
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Luca Belluzzo. Il coraggio di sognare in grande tra le vigne di Tarcento Arrow Right Top Bg

19 Maggio, 2025

Luca Belluzzo. Il coraggio di sognare in grande tra le vigne di Tarcento

  Luca è un enologo friulano che unisce tecnica e cuore nei suoi vini artigianali, figli di una viticoltura consapevole e profondamente personale. Ci sono persone che, quando le incontri, ti lasciano qualcosa. Non solo per quello che dicono, ma per come vivono il proprio mestiere. Luca Belluzzo l’ho conosciuto lo scorso anno, visitando la sua cantina a Tarcento, nella parte Nord-est dei Colli Orientali del Friuli. Una realtà piccola, ma intrisa di visione, passione e autenticità. Classe 1987, Luca Belluzzo, fa parte di una generazione di vignaioli/enologi di grande talento. Luca ha scelto di ritornare in Friuli dopo un percorso formativo e professionale che lo ha portato tra Francia e Italia a lavorare in prestigiose aziende. Un bagaglio tecnico importante, che oggi mette a frutto non solo nella sua azienda familiare, ma anche nel ruolo di enologo per una delle più importanti cantine del Friuli. Ma è tra le vigne di famiglia che Luca esprime il suo lato più profondo, infatti non è solo un tecnico, ma un narratore, un vignaiolo innamorato del suo lavoro e della sua terra. I suoi vini sono capitoli di una storia che attraversa generazioni, emozioni, incontri. Potremmo dire che Luca è un vignaiolo con una doppia anima: da un lato la precisione e la visione di lungo periodo richieste da una grande azienda, dall’altro la libertà creativa e affettiva del vignaiolo-artigiano. Ci troviamo a Tarcento, quella che attorno al 1930 è stata definita La Perla del Friuli da Chino Ermacora, giornalista, intellettuale, poligrafo negli anni ’30 del Novecento. Zona da sempre dove il vino è stato prevalentemente venduto sfuso. Fino a qualche anno fa anche nell’azienda Belluzzo, prima di Luca. Luca ci accoglie in azienda (ero con mia moglie Tania) una sera, e la prima domanda che gli faccio è come mai ha deciso di produrre vino a Tarcento, non una zona rinomata per il vino in bottiglia. Lui inizia a raccontarmi della storia della famiglia e della zona, e capisco che per lui è una missione ma anche una sfida (vinta) produrre vino da queste vecchie vigne di Tarcento. La storia inizia con il nonno di Luca, Marco, che si traferisce a Tarcento nel 1959 e inizia l’attività di mezzadro, e alla coltivazione di mais e all’allevamento di bovini da latte, nel 1967 pianta il suo primo vigneto, ovvero nove lunghi filari di Merlot (tant’e vero che il vino Origine un Merlot in purezza è dedicato proprio al nonno che ha piantato questi 9 filari). Sarà il figlio di Marco, Graziano, papà di Luca a implementare e diversificare la produzione di vino verso la fine degli anni 80, e come in ogni famiglia contadina di quel tempo i maggiori collaboratori diventarono moglie e figli (storia che conosco bene, essendo figlio di contadini) Oggi, l’azienda Vini Belluzzo si estende su appena 2,7 ettari, frammentati nei dintorni di Tarcento. Un mosaico di suoli: marne, argille, sabbie, calcare. Ogni parcella viene lavorata e vinificata separatamente, per rispettarne l’identità. E’ il papà Graziano che si occupa principalmente della vigna. Le rese sono bassissime (fino a 35 q.li/ha), le raccolte esclusivamente manuali. Nessun diserbo chimico, grande attenzione alla gestione del suolo e della chioma. La viticoltura è pensata per esaltare le caratteristiche dell’annata e del terroir, senza omologare. In cantina si respira un ordine preciso, quasi silenzioso. Tutta la cantina, che era una vecchia stalla, ha una storia, fin dal portone di ingresso. Luca vinifica in acciaio e legno. Le fermentazioni sono svolte con lieviti indigeni quando possibile, a temperature controllate ma non forzate. I rossi fanno affinamenti lunghi: barrique di rovere francese, nuovi e di secondo e terzo passaggio, per non coprire ma accompagnare. Ogni scelta è ponderata. Nessuna chiarifica o filtrazione spinta. I vini riposano il tempo necessario per trovare equilibrio, non per rispettare un calendario commerciale. Tutti i vini, non solo le riserve (la linea più importante), vengono imbottigliate solo se il vino è pronto e della precisone stilistica e pulizia che Luca cerca. Sono in questo angolo del Friuli, dove nascono vini autentici, innovativi dove si uniscono le vecchie tradizioni di famiglia alle moderne conoscenze enologiche.  In questa piccola cantina il vino si fa solo quando la maturazione delle uve è perfetta, quindi solo nelle annate migliori e questo la dice tutta sul grado di qualità raggiunto. I vini che escono, che vi invito ad assaggiare, sono vini che lasciano emozioni, e ogni vino ha una storia da raccontare. Tutti i nomi dei vini hanno una loro storia alla spalle. Luca produce anche due vini “giornalieri” vinificati solo in acciaio dedicati al paese di Tarcento, ovvero il Perla Bianca, blend di uve a bacca bianca locali e Il Perla Nera ovvero un blend di diversi vitigni a bacca rossa (Merlot, Cabernet, Refosco) le cui percentuali variano a seconda dell’annata nel pieno rispetto della tradizione, che ha sempre proposto il vino di ogni giorno frutto di un uvaggio di vitigni rossi; vino di grande rotondità e morbidezza che ha disarmante facilità di beva. Wine Not: prima di parlare del vino c’è da dire che è dedicato ad Azzurra la figlia di Luca. E’ un vino rosso che in tante aziende si direbbe “di ricaduta”; praticamente è un blend di parte delle botti di Merlot e Refosco peduncolo rosso che Luca dopo due anni di affinamento in legno non considera meritevoli di essere selezionate per la produzione delle sue Riserve. La vinificazione segue lo stesso iter delle selezioni. All’assaggio un gran bel vino, piacevole, diretto, facile ma non banale. Il vino che fa capire cosa marca la differenza tra bel vino e grande vino. Note di ciliegia, marasca, bel palato, un vino da carni rosse. White Not: bianco fresco fresco di uscita in commercio, è stato dedicato da Luca alla sua secondogenita Lucia da poco nata. Assolutamente da provare. Origine, Merlot il cui nome é legato al nonno Marco. Vino di grande struttura e morbidezza, che porta in tavola classe, trasparenza e storia, doti rare e bellissime. Lo stile ricercato é quello di Saint Emillon, dove Luca ha lavorato, e si sente tutto. Esce dopo almeno 3 anni di affinamento solo nelle migliori annate. Frutta matura, spezie, palato pieno e appagante, ennesima dimostrazione che se la casa del Merlot è la Rive Droite di Bordeaux, la seconda casa, o casa vacanze è il Friuli Venezia Giulia. Nell’annata 2021 (appena uscita in commercio) vi è anche una dedica speciale a sua madre Bruna, edizione limitata da non perdere. Orgoglio, Refosco dal peduncolo rosso, prodotto solo nelle grandi annate da un vigneto su terreno di pura argilla completamente esposto a sud, lavorato interamente a mano. Affinato in botti piccole di rovere nuovo, Esce sul mercato dopo 4/5 anni; all’olfatto ciliegia, amarena, lamponi, more, mirtilli e a seguire cacao, funghi e liquirizia. Ottima struttura e profondità, buona beva, molto varietale, un vino da gustare e assaporare con calma. Graziano. Prodotto nelle grandi annate, è un Refosco dal peduncolo rosso dalla grande struttura e complessità aromatica, il profumo è ampio, ricco di accenti fruttati, al palato diventa quasi setoso, ottima la persitenza. Affina per 2 anni in botti di rovere ed è Dedicato al papà di Luca, Graziano il deus ex machina delle vigne. Soleva é la Riserva di Bianco da uve 100% Tocai Friulano ed è dedicata  all’amata Eva (sorella di Luca) prematuramente mancata nel giugno del 2017 (quando parla di questo vino la commozione di Luca è evidente). Dopo una macerazione di quattro giorni la fine fermentazione ed affinamento avviene in barrique di rovere francese, per poi proseguire l’affinamento in bottiglia. Commercializzato dopo almeno 2 anni dalla vendemmia. Profumi di agrumi ed erbe mediterranee su tutto, al palato una grande pienezza ed una bevibilità disarmante. Chapeau… Aurum è un vulcano di sapori, nasce dal lento appassimento con botritizzazione del Verduzzo. Conclusione Luca Belluzzo non rincorre le mode. Fa vino per necessità interiore, per raccontare se stesso e le sue radici. Ogni bottiglia è un gesto d’amore per la sua terra, un invito a conoscere Tarcento in primis, ma anche il Friuli, attraverso la sensibilità di un uomo che sa sognare in grande restando ben ancorato alla sua vigna. Un vignaiolo da ascoltare, prima ancora che da bere.     Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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18 Maggio, 2025

Sol2expo debutta a Shenzhen. L’olio d’oliva piace ai giovani cinesi, sempre più attenti alla salute e attratti dalla dieta mediterranea.

Tre giorni di eventi che spaziano da masterclass e degustazioni guidate dei prodotti vincitori del Concorso Sol d’Oro fino alle proposte “mixoilogy” a base di olio extravergine con aziende espositrici da Italia, Spagna, Grecia e Cina.   Gan Lan You (olio d’oliva) è una parola sempre più utilizzata dai giovani cinesi che, dopo la pandemia, sono ancora più attenti alla salute e attratti dalla Dieta Mediterranea. La conferma viene da SOL2EXPO, la manifestazione di Veronafiere dedicata alla filiera oleicolo-olearia che debutta quest’anno a Shenzhen nell’ambito della terza edizione di Wine To Asia (9-11 maggio), promossa sempre dalla Fiera di Verona con la propria società nella RPC, in programma fino a domenica 11 maggio nella città che con Hong Kong e Macao forma il trittico della Greater Bay Area, una delle economie più dinamiche dell’Asia. La rassegna propone un cartellone di eventi che spaziano da masterclass e degustazioni guidate dei prodotti vincitori del Concorso Sol d’Oro, fino alle proposte “mixoilogy” a base di olio extravergine con aziende espositrici da Italia, Spagna, Grecia e Cina. Na Xie -Alvita Shanghai Trading Co. Ltd L’olio d’oliva vergine ed extravergine italiano ha un posizionamento molto alto e un mercato che guarda alla qualità assoluta del prodotto”, conferma Na Xie di Alvita Shanghai Trading Co. Ltd., che importa esclusivamente oli made in Italy ed è anche assaggiatrice del Sol d’Oro, il concorso internazionale di SOL2EXPO. “È fondamentale informare, educare e formare per far conoscere come cucinare e abbinare l’olio d’oliva in particolare con i piatti della cucina cinese ed è parte della mia attività rivolta alla ristorazione e al canale horeca. Il consumatore finale, invece, si raggiunge specialmente online con la piattaforma T-Mall e giocano in questo caso un ruolo importante gli influencer che sono molto seguiti dai giovani. Proprio per questo SOL2EXPO ha puntato su un programma di degustazioni formative guidato da Marino Giorgetti, capo panel del Sol d’Oro, che sta riscuotendo un notevole successo tanto da aver raddoppiato nel primo giorno di rassegna le sessioni inizialmente previste. Marino Giorgetti, capo panel del Sol d’Oro Coinvolgiamo gli operatori e il pubblico dei giovani presenti in sessioni che insegnano come riconoscere l’olio d’oliva, a trovare il “falso olio”, ossia quello difettato, e si conclude con la degustazione di alcuni degli oli extravergine vincitori del Sol d’Oro. Al termine, consegniamo un diploma molto apprezzato dai partecipanti. Anche se è un mercato ancora di nicchia, con circa 200 milioni di euro complessivi di importazione nel 2024 di cui il 10% made in Italy (fonte: ufficio ICE di Guangzhou), l’olio italiano ha un posizionamento di alto livello come conferma Cynthia Wu di Finigate che importa prodotti fine food in Cina. Tra questi, l’olio dell’azienda siciliana Cutrera che espone a Shenzhen: “Il nostro cliente tipo sono gli hotel 5 stelle, l’horeca premium, alcuni ristoranti Michelin e quelli fine dine italiani”. Massimiliano Tremiterra, responsabile dell’ufficio ICE Agenzia di Guangzhou (Canton) Le potenzialità di ampliare il mercato sono reali, ma per farlo bisogna tenere alto il tema della Dieta Mediterranea di cui l’olio d’oliva è percepito dai cinesi, soprattutto dai giovani, come elemento essenziale, un nutrimento salubre e benefico e che traina potenzialmente altri prodotti italiani quali la pasta, il riso, i formaggi e molti ancora. Per Na Xie “è fondamentale promuovere in questa fase l’olio d’oliva proveniente di tutti i paesi” ed è per questo che insieme ai produttori italiani sono presenti anche quelli da Spagna, Grecia e Cina, dove la prima pianta di olivo fu portata nel 1964 dal Presidente della Repubblica Popolare Englai Zhou di rientro da un viaggio in Albania. Xiao Yan Xa, proprietaria della Zhongze Olive Estate Abbiamo 1300 ettari di una cultivar greca e più varietà spagnole e italiane, produciamo in media 460 tonnellate di olio all’anno nel nostro frantoio con tecnologia italiana, oltre a olive da tavola: prodotti destinati prevalentemente al consumo interno, che raggiungiamo attraverso il canale online, alla ristorazione locale e per regali aziendali dove l’olio d’oliva è molto apprezzato. Avere una crescente produzione locale, rende più facile la conoscenza del prodotto sul mercato: per l’olio d’oliva, ora la Cina è più vicina. La prossima edizione di SOL2EXPO a Verona è in programma dal 1 al 3 marzo 2026. La Redazione
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Oriasa nẹs casicẹ. Il vino racconta storie di terre e di cuore tra vigne e sorrisi Arrow Right Top Bg

18 Maggio, 2025

Oriasa nẹs casicẹ. Il vino racconta storie di terre e di cuore tra vigne e sorrisi

  Il vino che abbiamo nel bicchiere nasce nella terra, nei gesti, nei racconti. E a Oriolo dei Fichi, ogni passo tra i filari è un viaggio dentro l’anima di un territorio che sa accogliere con semplicità e meraviglia. C’è un angolo di Romagna dove le colline raccontano storie, e lo fanno attraverso i profumi dei fiori tra i filari, le voci allegre dei produttori e il suono dei passi tra le vigne. È qui, al centro di tutto, ai piedi della suggestiva Torre di Oriolo, che prende vita il Trat-Tour, in programma il 24 e 25 maggio 2025: un fine settimana di vino, tradizione e autenticità, da vivere a passo lento immersi nella natura, nei sapori e nei sorrisi. Il percorso parte dalla Torre, custode silenziosa di secoli di storia, dove viene allestito un punto ristoro con i piatti simbolo della gastronomia locale: piadina calda, salumi stagionati, formaggi di territorio, pasta fatta a mano. È il centro ideale per un tour che è un’ esperienza di degustazione che racconta i vini attraverso un universo multisensoriale e culturale unico. I partecipanti, muniti di calice e mappa, possono scegliere se camminare, pedalare o lasciarsi trasportare su un carro trainato da trattore, o da un trenino lungo un itinerario che tocca otto cantine immerse nel paesaggio collinare. Ogni sosta è un incontro: con un produttore, con un vino, con una storia. Si assaggiano il Famoso, l’Albana, il Sangiovese e il Centesimino, vino autoctono e raro, simbolo di un’identità agricola e di una tradizione che resiste e si innova. Oriolo non è solo un luogo, ma un terroir nel senso più profondo del termine: un ecosistema umano, prima ancora che agricolo. Come scrive Martina Liverani in Oriolo, tra le vigne e le stelle, qui le persone hanno creduto fin da subito che da quella terra potesse nascere qualcosa di speciale, qualcosa di unico al mondo. È questa la forza vera di Oriolo: l’idea collettiva di futuro, il senso di appartenenza, la cura per ogni dettaglio, dalla vigna al bicchiere. Il Trat-Tour ne è la rappresentazione più sincera, un invito a fermarsi, ascoltare e assaporare.     Elisa Nardi Mi trovi su Instagram come @wineeventi_emiliaromagna
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17 Maggio, 2025

Sicilia en Primeur 2025 lancia il manifesto sul futuro del vino a partire dalla tutela del suo valore culturale

Si è conclusa a Modica la XXI edizione dell’evento ideato da Assovini Sicilia. 100 giornalisti da tutto il mondo hanno partecipato ai press tour e al convegno che ha messo al centro il dibattito attuale e l’importanza della cultura del vino come consumo consapevole, enoturismo e sostenibilità Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia La Sicilia del vino, instancabilmente resiliente, riflette sul passato e si proietta con determinazione verso il futuro, trovando nell’associazionismo la forza per avanzare e crescere incessantemente. Il messaggio di Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia, chiude la XXI edizione di Sicilia en Primeur, sottolineando il ruolo centrale dell’associazione nel dibattito globale che riguarda il mondo del vino, definendo un manifesto programmatico che fa leva sul valore culturale del vino e sui fattori principali che oggi lo definiscono: enoturismo, sostenibilità, consumo consapevole, qualità produttiva. È stata la città di Modica e il suo scenario barocco – dal Castello dei Conti al Teatro Garibaldi – ad aver ospitato la più importante vetrina itinerante del vino siciliano, dedicata all’anteprima dell’ultima annata, ideata ed organizzata da Assovini Sicilia sin dal 2004. Un viaggio nel cuore della Sicilia del vino: gli undici enotour che hanno condotto la stampa internazionale alla scoperta delle diverse anime vinicole dell’isola hanno consacrato il successo di un format che fa del territorio il suo protagonista. Oltre trecento etichette, presentate in una degustazione tecnica guidata dall’AIS, hanno offerto una vibrante testimonianza del dinamismo e della qualità che animano i produttori siciliani. Sempre più attenzione ai contenuti, con la nuova formula dei quattro talk che ha permesso di approfondire tematiche attuali come la comunicazione nelle nuove generazioni, il neuromarketing, la tutela e valorizzazione delle produzioni vitivinicole grazie ai nuovi contrassegni di Stato. Con il convegno “La Cultura del vino in Sicilia: una storia millenaria che guarda al futuro”, ospitato presso il Teatro Garibaldi di Modica, Assovini Sicilia punta i riflettori sull’attualità del fattore vino nel contesto economico-politico e sociale, offrendo nuovi spunti e riflessioni.  Moderato da Luciano Ferraro, vicedirettore del Corriere della Sera, il convegno si è aperto con i saluti istituzionali dell’assessore all’Agricoltura Salvatore Barbagallo, e di Felice Assenza, capo dipartimento ICQRF (Ispettorato centrale qualità e repressione frodi) del Masaf, che ha sottolineato l’importanza di “rafforzare i sistemi di tracciabilità e controllo per proteggere l’identità e la competitività del nostro vino nel mondo. Questi controlli – ha affermato Assenza – non solo tutelano il consumatore, ma garantiscono anche una leale concorrenza tra produttori, contribuendo a eliminare dal mercato prodotti contraffatti e a contrastare il fenomeno dell’Italian sounding, particolarmente diffuso all’estero”. A partire dal pay-off di questa XXI edizione, La Cultura del vino in Sicilia: una storia millenaria che guarda al futuro, è la cultura, il leitmotiv e filo conduttore tematico del convegno, declinato nei diversi contributi dei relatori, i quali hanno ragionato, ciascuno secondo la propria area di competenza e azione, su possibili soluzioni e scenari. Mariangela Cambria, Presidente di Assovini Sicilia, nello speech inaugurale ha sottolineato: Oggi, di fronte alle sfide globali che vedono il vino al centro di un acceso dibattito, è fondamentale tornare alle nostre radici per riflettere e rispondere alle sfide future. La prossima sfida per Assovini Sicilia non è solo mantenere alta la qualità della produzione vinicola e investire in sostenibilità, ma anche tutelare il valore culturale contro dinamiche internazionali restrittive, contro un pensiero che criminalizza un prodotto di civiltà, conoscenza, bellezza e tradizione. Il Master of Wine Andrea Lonardi ha gettato le basi per un manifesto programmatico dal titolo Il fattore S: l’unicità del continente vitivinicolo siciliano, e ha esplorato il futuro del vino siciliano attraverso dodici parole chiave che iniziano per “S” – da scenario a sogno – offrendo una riflessione profonda su identità, sostenibilità e visione strategica. Andrea Lonardi – Master of Wine È necessario trattenere i giovani, valorizzare i siti identitari oltre l’Etna, creare vini e narrazioni contemporanei, formare una nuova generazione di viticoltori per affrontare le sfide. Il vino siciliano può rimanere ancora simbolo culturale e sogno condiviso, se guidato da visione e responsabilità ma con preparazione, metodo e disciplina. Si scrive enoturismo e si legge cultura del vino, del viaggio e del territorio. Dalla vigna alla vetrina digitale: il Sud che innova tra eventi, e-commerce e nuovi modelli di accoglienza per l’enoturismo, è stato il titolo dell’intervento dei docenti dell’Università Lumsa, Dario Stefàno e Antonello Maruotti, i quali hanno illustrato e commentato i risultati del focus sulla Sicilia della ricerca condotta dal nuovo Centro Studi Enoturismo e Oleoturismo dell’Università LUMSA, guidato dallo stesso Dario Stèfano. Dario Stefàno, presidente del Centro Studi Enoturismo e Oleoturismo dell’Università LUMSA, e Antonello Maruotti, docente di Statistica (Lumsa Università). L’offerta enoturistica nel Sud Italia, ed in particolare in Sicilia, che emerge dell’indagine del CESEO, disegna un modello dinamico, radicato nella tradizione ma capace di coniugare innovazione ed esperienzialità. Vendita diretta ed e-commerce export si caratterizzano sempre più come canali strategici di crescita economica, con l’online che assume sempre maggiore rilievo nel fatturato Il dibattito si è arricchito con il tema Awareness e cultura del vino: per un consumo informato e consapevole, ovvero il rapporto tra vino e salute, discusso da Sara Farnetti, specialista in Medicina Interna e in Fisiopatologia del Metabolismo e della Nutrizione. Sara Farnetti Il vino è un patrimonio unico, genuino, culturale e come tale va preservato. Non ha senso presentare un divieto di consumare alcolici, sarebbe logico ed efficace rendere consapevoli al consumo, deliberare in modo autonomo una revisione delle abitudini. In tal modo realizziamo un cambiamento culturale, insegniamo il rispetto e la cura dell’individuo. Alessio Planeta Infine, la cultura del vino in Sicilia oggi non può prescindere dal ruolo della sostenibilità e della Fondazione SOStain Sicilia, che si dimostra sempre più uno strumento fondamentale per il presente ed il futuro del vino siciliano. Sul palco di Sicilia en Primeur, Alessio Planeta, consigliere della Fondazione SOStain Sicilia, ha presentato i nuovi progetti come “Honeybees and vineyard” sul ripopolamento ape e biomonitoraggio apistico, e la “Bottiglia leggera – CentoperCento Sicilia” che mira alla riduzione dell’impronta carbonica. La Fondazione SOStain Sicilia, nata dalla volontà e dalla sinergia tra Assovini Sicilia e il Consorzio di Tutela vini Doc Sicilia, conta oggi quarantaquattro aziende associate e 23,6 mila bottiglie certificate SOStain Sicilia. Gran finale al Castello dei Conti di Modica con il walk-around tasting che ha visto 57 cantine associate protagoniste dell’incontro con la stampa, oltre all’eccellenza della produzione vinicola con 300 vini in degustazione. Sicilia en Primeur è stata anche l’occasione della collaborazione tra Assovini Sicilia e La Sicilia di Ulisse, l’associazione che riunisce le eccellenze siciliane nei settori dell’ospitalità, della gastronomia e della viticultura, che ha curato la cena di chiusura della manifestazione. Tony Lo Coco, presidente La Sicilia di Ulisse Sicilia en Primeur è un ulteriore importante tassello nel progetto di collaborazione tra Assovini e La Sicilia di Ulisse finalizzato a promuovere la nostra regione attraverso le sue eccellenze di cibo, vino e ospitalità. Aver offerto agli ospiti l’esperienza dell’alta cucina siciliana, abbinata ai grandi vini del territorio, è stata senza dubbio la più autentica forma di promozione della nostra isola, espressione viva della sua cultura e della sua identità. Altra sinergia messa in campo durante Sicilia en Primeur, è l’evento organizzato insieme all’Enoteca Regionale Sicilia Sud- Est e l’Ats Strade del vino Cerasuolo di Vittoria, dedicato a una delegazione di giornalisti nazionali ed esteri, ospiti di una degustazione alla scoperta dei vini del territorio. Mariangela Cambria – Presidente di Assovini Sicilia Il vino non può essere privato della sua essenza più pura: il suo valore culturale. La nostra cultura del vino promuove il brand Sicilia nei mercati di tutto il mondo, valorizzando la sua storia, diversità e unicità. La Redazione
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17 Maggio, 2025

Made in Italo – il Velletrano. La tradizione si fa rock (ed è buona da morire)

Siamo a Latina Lido in una sera di marzo, un po’ fredda. Il lungomare è deserto, quasi spettrale. Le luci di una insegna attirano la mia attenzione. È un ristorante. Ne ho sempre sentito parlare ma non avevo mai avuto la curiosità di provarlo. Però fa freddo fuori. Mi faccio venire la curiosità e entro. Non potevo immaginare che quella quasi diffidenza potesse nascondere una serata magica. Sulla porta ho il piacere di conoscere Gianluca e Maria, in veste da chef che con savoir faire e simpatia mi accolgono invitando ad accomodarmi per provare e conoscere i loro piatti e la loro cucina. Dal 1968, Made in Italo il Velletrano è molto di più di una semplice insegna: è un pezzo di storia cittadina, un luogo dove sapori autentici, tradizione e accoglienza si intrecciano da oltre cinquant’anni. Con radici ben piantate nella cultura di questo ristorante e uno spirito profondamente legato al territorio, Made In italo il Velletrano è diventato un punto di riferimento per chi cerca qualità, semplicità e quel calore che solo le attività a conduzione familiare sanno offrire. Diciamocelo: in un mondo gastronomico fatto di spume impalpabili e portate che sembrano uscite da un museo di arte contemporanea ogni tanto viene voglia di tornare alle origini, e quando Gianluca racconta che la loro è una cucina tradizionale con un occhio al futuro, felicemente prendo la sieda e mi preparo a scoprirlo Io parlo di quella cucina che sa di casa, ma con un’anima ribelle e a quanto pare sono nel posto giusto. Il nome del ristorante Made in Italo – Il Velletrano è un nome che già di per sé è una dichiarazione d’intenti: qui si fa cucina con orgoglio territoriale, senza troppi fronzoli, ma con una tecnica solida e rispetto maniacale per la materia prima. Come sarà la mia cena degustazione? A breve lo scopriremo, restate con me e nel frattempo vi do un consiglio: se vi capita di passare da Latina, fatevi un favore e prenotate un tavolo. Perché sono sicuro che qui non si mangia solamente ma si gode. In questo articolo vi accompagnerò in un viaggio tra sapori audaci e abbinamenti inaspettati: niente noiose formalità, solo pura estasi per il palato e qualche dritta controcorrente per chi pensa che la cucina debba rimanere in gabbia. Preparatevi a mettere in discussione ogni pregio e lasciatevi travolgere da una serata dove il gusto è sovrano e l’ironia è la migliore delle spezie. Gianluca presenta questa cena come un invito a rompere le regole e a vivere il cibo come un’esperienza irriverente e indimenticabile. Pronti a scoprire il lato ribelle della gastronomia? La serata inizia ora! Si inizia ovviamente con un calice che viene servito di Prosecco Canterini, un blanc de blanc del Valdobbiadene. Una bollicina che incarna la tradizione e l’eleganza del territorio, con un profilo aromatico raffinato e una beva immediata ma mai banale. Al naso si apre con un bouquet delicato di fiori bianchi, acacia e glicine accompagnato da note fruttate di pera Williams, mela Golden e al palato la bollicina è fine e cremosa, avvolgente ma mai invadente. L’equilibrio tra freschezza e morbidezza è ben calibrato, con una chiusura pulita e leggermente sapida che invita subito a farmi riempiere nuovamente il bicchiere. Ed ecco che arriva il primo piatto, prende inizio la serata. Un trittico ben studiato che invita alla fotografia. I calamaretti alla julienne sono un inizio delicato ma intrigante: la loro dolcezza naturale è esaltata da una testura quasi impalpabile che però non perde carattere. La tartare di tonno, morbida e saporita trova contrappunto perfetto nella cialda di alga nori che aggiunge una nota iodica e croccante evocando il mare in tutta la sua essenza e per concludere il tataki di salmone si gioca tutto sulla precisione della cottura: l’esterno leggermente scottato lascia spazio a un cuore ancora crudo, succulento e pieno di sapore, a guarnirlo la cialda di barbietola che porta un tocco di dolcezza terrosa che bilancia la grassezza del pesce mentre il cipollotto fritto aggiunge una spinta aromatica e croccante, regalando un effetto wow al piatto. Gianluca ha dato vita a un piatto ben studiato, dove ogni elemento ha il suo ruolo e la sua voce in un dialogo armonico tra mare e terra, delicatezza e intensità. Il tempo di bere un altro bicchiere di prosecco e arriva il secondo piatto con l’avvertenza che si cambierà bicchiere. Un piatto, un trittico, che sfida il palato con un equilibrio studiato tra dolcezza, sapidità e profondità marina, portando in scena ingredienti di grande pregio in un’armonia sofisticata. I gobbetti si fanno protagonisti di una trama delicata e avvolgente, amplificata dalla mousse velata al caffè, una trovata a dir poco geniale. Un dettaglio audace che gioca sulle sfumature tostate e leggermente amare, creando un contrasto raffinato con la dolcezza dei gobbetti. Il gamberone rosso di Mazzara del Vallo, succoso e carnoso, trova nella salsa di melone una spalla inaspettata soprattutto per me che la gusto, ma sicuramente ben calibrata perché la dolcezza fruttata enfatizza la mineralità del gambero, mentre il prosciutto di Bassino aggiunge un colpo di scena sapido e leggermente affumicato che rende il boccone un tripudio di golosità. Infine, a concludere il piatto lo scampo con uova di lompo, un’esplosione di sapori marini con la delicatezza dello scampo che si fonde con la spinta sapida delle uova regalando al palato un finale intenso e persistente. Anche questo è un piatto che mostra quanto Gianluca in cucina sia audace ma anche molto raffinato con una tecnica che non soffoca la materia prima. E terminato questo piatto così estroso ho il piacere di iniziare a bere il Capolemole bianco di Marco Carpineti. Un vino che è l’espressione autentica e luminosa del territorio di Cori, frutto di una viticultura biologica e di un’interpretazione moderna delle varietà autoctone. Al naso si presenta con un bouquet fresco e avvolgente, con note di fiori bianchi, pesca gialla e agrumi mentre al palato la struttura è equilibrata con una bella spalla acida che dona freschezza e slancio alla beva. Il sorso è morbido e sapido con un finale lungo e leggermente ammandorlato che invita a svuotare il bicchiere per chiedere il bis Con il bicchiere ancora in mano arriva un nuovo piatto davvero ricco. Si inizia con la cialda di pacchero fritto, un’intuizione interessante: croccante, dorata e leggera porta con sé il fascino della tradizione reinterpretata in chiave moderna, trasformando la pasta da semplice supporto ad elemento protagonista. Ad accompagnare il pacchero c’è il salmone macerato alla verza, un incontro tra mare e terra che punta sulla delicatezza: la grassezza elegante del pesce viene smorzata dalla nota vegetale della verza. E non posso non lodare la salsa di aglio e olio che aggiunge un tocco deciso, con una spinta sapida e avvolgente che richiama i sapori della cucina mediterranea mentre il caviale di verza rossa che chiude il piatto regala una nota cromatica intrigane e un’esplosione di gusto leggermente acidula che dona profondità al piatto. Accanto ci sono le seppie e i calamaretti cotti a vapore: mantengono intatta la loro consistenza naturale, la carne risulta tenera ma ancora leggermente elastica, rispettando la materia prima senza forzature. Il vapore tecnica semplice ma raffinata ne preserva i profumi marini e ne amplifica la dolcezza intrinseca, evitando qualsiasi eccesso di grassezza. E la soia fresca che accompagna il piatto a parer mio è una scelta interessante perché la sua nota vegetale e lievemente dolce si intreccia con la sapidità iodata della seppia e dei calamaretti creando un contrasto delicato ma efficace, regalando un tocco di freschezza davvero interessante al palato. Terminato con entusiasmo questo boccone passo alla mazzancolla cotta al vapore, la carne morbida e succosa non perde la sua dolcezza naturale regalando una consistenza che esalta la delicatezza della mazzancolla senza compromettere la struttura. Il gazpacho con la sua freschezza vegetale e la nota acidula crea un contrasto che rinfresca e pulisce il palato, spezzando la dolcezza della mazzancolla con un guizzo di vivacità mediterranea e per concludere il piatto la polvere di lampone diventa un dettaglio che sicuramente mi ha spiazzato e sorpreso. Una nota fruttata e acidula che aggiunge un tocco aromatico sofisticato creando un ponte tra mare e terra in un gioco di contrasti raffinato e mai scontato. Il piatto si conclude con un sol boccone fatto di una frolla con alice marinata e confettura di cipolla di tropea. La base di frolla è sicuramente l’elemento che ha sorpreso e regalato meraviglia: abituato a gustarla nel mondo della pasticceria qui viene reinterpretata in chiave gastronomica salata, offrendo una consistenza friabile e burrosa che avvolge il palato. L’alice marinata porta in scena la sua tipica sapidità marina, amplificata dalla marinatura che ne esalta il gusto senza coprirlo. Il suo carattere deciso trova un contrappunto perfetto nella confettura di cipolla di Tropea che aggiunge dolcezza e una nota leggermente caramellata creando un gioco di equilibri che rende il boccone intrigante e mai monotono. Che dire anche questo un bel piatto che oscilla tra dolce e salato e mostra una grande personalità dello Chef. Con grande sorpresa vedo arrivare Gianluca con in mano un contenitore in vetro, sono pronto per l’effetto wow. Poggia il piatto, solleva la cloche di vetro e dopo la fuoriuscita di una nube di fumo aromatico che avvolge la scena in un velo misterioso, quasi con effetti pirotecnici appare un polpo cotto a bassa temperatura con carciofi affumicato al legno di ciliegio. Un piatto a dir poco sorprendente che mostra tutta l’estrosità di Gianluca. L’impatto visivo e olfattivo è straordinario: il profumo di legno affumicato si diffonde nell’aria amplificando il desiderio di assaggio e creando un’anticipazione quasi scenografica. Un piatto che non si limita ad essere gustato, ma che coinvolge tutti i sensi in un’esperienza teatrale e immersiva. Il polpo cotto a bassa temperatura è pura perfezione tecnica: tenero, ma ancora consistente con una texture che esalta la sua natura carnosa senza perdere compattezza. Ogni fibra trattiene i succhi, regalando al palato un morso succulento e armonioso. Ma quello che per me è un’opera d’arte è l’affumicatura al legno di ciliegio che respiri e godi mangiando il polpo. Aggiunge una dimensione sensoriale profonda: una nota dolce e avvolgente che si insinua tra le sfumature iodate del polpo, arricchendolo senza sovrastarlo. I carciofi con la loro lieve amarezza e la texture carnosa, diventano il compagno ideale, bilanciando il piatto con un bel gioco di sapori. Un piatto che mi ha davvero emozionato, perché ha unito tecnica e suggestione in un boccone che non si dimentica facilmente. Il Capolemole continua a scendere gradevolmente e in arrivo un piatto che preavvisa al primo che arriverà. Un percorso gastronomico che celebra i sapori autentici del mare con eleganza e profondità. Il baccalà mantecato con vellutata di ceci profumato ai carciofi si presenta soffice e avvolgente, esaltato dalla vellutata di ceci, che ne arrotonda la sapidità mentre al naso arriva il dolce profumo dei carciofi che aggiungono un tocco di freschezza e complessità. A seguire in una terrina di coccio con piacere scopro una zuppa di polpo verace ai fagioli, un omaggio alla tradizione marinara, con il polpo cotto alla perfezione, tenero e saporito e i fagioli che accompagnano il polpo con grande eleganza, cremosità e sapore. Non poteva mancare il sauté di frutti di mare, un tripudio iodato, reso ancora più goloso dal pane abbrustolito che a pezzetta accompagna ogni boccone del piatto. Infine, il gioco di consistenze e contrasti raggiunge il culmine con i calamaretti occhi di canna e latterini, fritti con maestria per mantenere leggerezza e croccantezza con una ottima marmellata leggera di peperoncino che regala quel gusto piccante rendendo il piatto audace e a piacevole da gustare. Ed ecco che finalmente arriva il protagonista di questa degustazione, un piatto che gioca su equilibri raffinati e contrasti ben dosati. Lo spaghettone trafilato al bronzo offre una texture perfetta, porosa e avvolgente, valorizzando ogni sfumatura del condimento. I carciofi con il loro gusto leggermente amarognolo donano profondità e freschezza creando un perfetto contrappunto alla ricciola la cui carne soda e delicata aggiunge eleganza al piatto. A parer mio quello che fa brillare il piatto e lo rende unico è la spolverata di bottarga di muggine, che regala una sapidità marina intensa e persistente. Pensavo di non riuscire a finirlo e invece con il sorriso consegno il piatto vuoto. Ci avviciniamo ai nastri di arrivo e viene servito un piatto che gioca su delicatezza ed equilibrio, esaltando la materia prima con abbinamenti ben calibrati. Le mazzancolle, dolci e carnose, sono protagoniste indiscusse del piatto, esaltate dalla freschezza delle zucchine e dalla nota terrosa e leggermente amarognola dei carciofi che regalano al boccone un ottimo sapore. A parer mio la pennellata dello chef è regalata dalla crema di zucca gialla che avvolge il piatto con la sua dolcezza vellutata creando un contrasto armonioso con la sapidità naturale delle mazzancolle. Ed ecco che arriva il dessert, un piatto che gioca sulle consistenze e sull’armonia tra dolcezza e acidità. La Pavlova con la sua meringa croccante fuori e soffice dentro è eseguita con precisione, offrendo il giusto contrasto con la freschezza regalata dai frutti di bosco. Ovviamente da goloso mi lascio sedurre dalla nutella con la sua cremosità avvolgente bilanciata da una crema leggera che rende il piatto armonioso. La cena degustazione che Gianluca e Maria hanno realizzato è un viaggio sincero nella tradizione rivisitata con eleganza. Ogni piatto racconta radici profonde e passione contemporanea. Un’esperienza gastronomica che unisce territorio, tecnica e cuore, lasciando il palato appagato e la memoria colma di sapori autentici. Se sei sul lungomare di Latina, non perdere tempo e passa a trovarli per regalarti emozioni autentiche. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere      
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Concorso Nazionale del Pinot Nero: svelati i vincitori Arrow Right Top Bg

16 Maggio, 2025

Concorso Nazionale del Pinot Nero: svelati i vincitori

  Nuovo record di partecipazione all’evento che anticipa la 27ª edizione delle Giornate altoatesine del Pinot Nero, in calendario dal 16 al 18 maggio. Al concorso sono stati presentati ben 116 vini dell’annata 2022, provenienti da dieci diverse regioni vinicole. Il vincitore è un rappresentante dell’Alto Adige: il Pinot Nero Ludwig di Elena Walch. Il Concorso Nazionale del Pinot Nero, che anticipa le Giornate Altoatesine del Pinot Nero, diventa sempre più importante. Nei giorni scorsi la giuria specializzata e composta da 43 giurati tra enologi, sommelier e esperti del settore di alto calibro provenienti da diverse regioni, ha assaggiato ben 116 vini dell’annata 2022, prodotti in Trentino, Val d’Aosta, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Toscana, Umbria, Sicilia e nella regione ospitante dell’Alto Adige. Ad imporsi è stato il Pinot Nero Ludwig di Elena Walch, seguito a brevissima distanza dal Pinot Nero Riserva Burgum Novum di Castelfeder e dal Pinot Nero Riserva Trattmann della Cantina Girlan che si sono guadagnati rispettivamente il secondo e il terzo gradino del podio. Al quarto posto, invece, festeggiano a pari merito il Pinot Nero Riserva Maglen (Cantina Tramin) e il Pinot Nero Monticol (Cantina Terlano). Oltre ai vincitori della classifica, sono stati premiati anche i migliori vini delle singole regioni vinicole. Quello di Elena Walch è stato, oltre che il vincitore assoluto, automaticamente anche il miglior vino partecipante per l’Alto Adige, mentre per le altre regioni si sono distinti il Grosjean Vins (Valle d’Aosta), il Castello di Spessa (Friuli Venezia Giulia), il Conte Vistarino (Lombardia), il Bricco Maiolica (Piemonte), il Feudo Arancio (Sicilia), il Fattoria di Cortevecchia (Toscana), il Maso Cantanghel (Trentino), il Torre Bisenzio (Umbria) e il Borgo Stajnbech (Veneto). Con i loro Pinot Nero, sono arrivate in finale anche le cantine trentine Furletti e Mori Colli Zugna nonché le aziende altoatesine Tenuta Castel Sallegg, Azienda Agricola Falkenstein, Ferruccio Carlotto, Josef Weger, Cantina Bozen, Cantina Valle Isarco, Cantina Kurtatsch, Weingut/Tenuta Kollerhof, Malojer-Gummerhof, Manincor, Pfitscher, Salurnis, Cantina Colterenzio, Tenuta Ploner, Tenuta Peter Sölva, Pitzner Winery & Suites, Seeperle e Weingut Tenuta Rohregger. Ines Giovanett, presidente del Comitato organizzatore delle Giornate Altoatesine del Pinot Nero, si dichiara molto soddisfatta non solo per il numero dei vini iscritti al concorso, ma soprattutto per la loro qualità Anche quest’anno sono stati nuovamente presentati Pinot Nero straordinari e tipici della varietà. Noi organizzatori siamo estremamente felici quando la gamma dei vini partecipanti riflette la molteplicità della varietà e dimostra quanto il terroir, la tradizione e lo stile influiscano sui vini Come da tradizione la premiazione dei migliori vini avverrà in occasione dell’apertura delle Giornate altoatesine del Pinot Nero. Quest’anno è prevista per venerdì 16 maggio a Castel d’Enna a Montagna. Fino a lunedì 19, presso l’Ospizio di San Floriano a Laghetti tutti gli interessati avranno la possibilità di degustare non solo i vini premiati, bensì tutti i vini presentati al concorso. Gli slot di degustazione devono essere prenotati online (www.blauburgunder.it); i primi slot sono disponibili già nel giorno di apertura.  Anche quest’anno le Giornate altoatesine del Pinot Nero offrono un ricco programma collaterale. Sabato avranno luogo due masterclass: l’enologo Ivan Giovanett di Castelfeder guiderà una degustazione verticale di una selezione degli ultimi quarant’anni di produzione della sua tenuta, mentre la masterclass a cura del Sommelier Roberto Anesi sarà incentrata sulla coltivazione del Pinot Nero in Italia. La serie delle masterclass si conclude domenica con la leggenda del vino altoatesino, Hans Terzer, che presenta l’evento “Top of Pinot Nero Alto Adige”. In programma le escursioni guidate della Pinot Noir Experience a Glen e Mazon e, tra le novità, ricordiamo gli eventi “Pinot Noir & Bike”, previsti per domenica e lunedì, nonché una degustazione di spumanti durante gli slot.  Per ulteriori informazioni, il programma e l’iscrizione alla 27ª edizione delle Giornate altoatesine del Pinot Nero:  Sito web: www.blauburgunder.it   La Redazione
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Demeter Italia lancia “Futuro Bio” Arrow Right Top Bg

16 Maggio, 2025

Demeter Italia lancia “Futuro Bio”: una campagna di sensibilizzazione per promuovere scelte consapevoli e valori condivisi

  Le anime del biologico in un racconto corale per immagini, emozioni e scelte. È questo il cuore di Futuro Bio, la nuova campagna di sensibilizzazione lanciata da Demeter Italia, Associazione per la tutela della qualità biodinamica, con il sostegno del MASAF (Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste). La campagna, ideata da EY Studio, agenzia di comunicazione di Vicenza, si svilupperà su riviste cartacee, web e social (Facebook e Instagram) e darà voce a chi ogni giorno lavora nel rispetto della terra, delle piante, degli animali e dell’uomo, con l’obiettivo di diffondere una cultura del consumo consapevole e valorizzare l’impegno degli agricoltori biologici e biodinamici, – perché ogni produzione biodinamica è anche biologica. Tra i volti protagonisti, quelli di Catia, Stefano, Lorenzo, Marinella, Emanuele, Camillo, Emilio e Anna: imprenditori agricoli, ma soprattutto donne e uomini che incarnano un metodo di coltivazione guidato da valori autentici, capaci di generare cibi sani e di qualità. Il concept è un invito a riconoscere la scelta del biologico come naturale e condivisibile. Le decisioni etiche e responsabili degli agricoltori si intrecciano con quelle dei consumatori, su un piano umano comune. Un’azione culturale che invita a riflettere sulla possibilità di fare della Natura la nostra natura, a recuperare il legame con essa per creare e condividere benessere. Enrico Amico, presidente di Demeter Italia In un mondo dove le proposte sono infinite e preconfezionate accade di dimenticare che ogni scelta è guidata da valori che tracciano un futuro reale. Con Futuro Bio vogliamo raccontare questi valori, restituendo voce e dignità a chi pratica ogni giorno un’agricoltura sana e rispettosa, capace di generare armonia.  In previsione per Futuro Bio, oltre alla comunicazione offline e online, eventi, attività divulgative e momenti di incontro, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Perché, come si legge sul sito futuro-bio.it, “le scelte che facciamo ogni giorno ci permettono di vivere l’agricoltura al meglio, trasformando il presente verso un futuro ricco di possibilità”. La Redazione
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16 Maggio, 2025

Mattia Franzelli. Il racconto del legno

Per fare un tavolo ci vuole il legno
Per fare il legno ci vuole l’albero
Per fare l’albero ci vuole il seme
Per fare il seme ci vuole il frutto
Per fare il frutto ci vuole il fiore
Ci vuole un fiore, ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore
Per fare tutto ci vuole un fiore Quante volte a scuola ci hanno fatto cantare questa canzone! I miei ricordi di bambino si perdono nella nenia della voce di Sergio Endrigo. Un inno alla vita e alla sua circolarità così come al richiamare l’attenzione verso il tutto che dipende da un fiore. La gentilezza come ragione di vita e nascita di vita.  Forse pochi sanno che Sergio Endrigo musicò il testo che era del grandissimo Gianni Rodari. Un accoppiamento niente male. Era il 1974 e nessuno pensava a cosa sarebbe diventato quel tavolo al termine della sua vita. Magari perché, per come era costruito, sarebbe durato una vita e, comunque, sarebbe bastato bruciarlo nel camino. Altri tempi ma, adesso? Cosa ce ne si fa di tutto il legno, spesso trattato chimicamente, dei tavoli esausti?  Nell’attesa di qualcuno che riesca a scrivere e musicare una canzone che parli del riciclo ambientale o comunque di cosa farne, qualcuno ci sta già pensando.  Mattia Franzelli utilizza il legno, quello delle barrique e botti esauste, per creare installazioni di design. Vere e proprie opere d’arte così che una botte possa tornare a vivere non già nella sua interezza dei modi banali che conosciamo. Mattia smembra le botti per assemblarle in opere evocative. Concetti più o meno astratti che vogliono rappresentare la loro provenienza piuttosto che il luogo nel quale hanno svolto il loro lavoro per custodire il vino. Nasco a Bressanone una cinquantina di anni fa. Famiglia italiana. Da sempre attivia nel mondo del commercio. Papà è tra i primi sommelier in Alto Adige sono dunque nato e cresciuto nel mondo del vino. Si può crescere nel mondo del vino in vari modi che vanno dal vignaiolo al semplice appassionato. Quando hai un papà sommelier e commerciante di vino, forse non sarà tanto romantico ma di bottiglie di vino ne vedi e tante. Specialmente se l’attività di famiglia, l’alimentari creata dal nonno, si trasforma in enoteca. Poi da li il passo per fare altro è breve. Il cuore del negozio era diventato l’enoteca. Eravamo tutti entusiasti. Papà ha fatto del vino la sua attività principale.  Mattia inizia, come tutti i ragazzi con una attività di famiglia da portare avanti, a collaborare nel negozio. Una evoluzione naturale. Lavoretti estivi, natale.  Ho interrotto una carriera universitaria che non era nemmeno partita e sono tornato a fare quello che era richiesto. Dare una mano. Poi ho conosciuto i fornitori in enoteca che ci dicevano: Voi giovani di belle speranza, qualche attività di rappresentanza la considerereste? Così siam partiti. Da un paio di aziende sono diventate una agenzia. Io e mio fratello con collaboratore e segretaria. È scanzonato Mattia nel ricordare quei momenti. Una vena di umorismo che è sana allegria. Quella che lo pervade. Una persona positiva che non si rammarica più di tanto di non aver studiato. Il negozio, le cantine, le aziende agricole, la vita da libero professionista in un momento poi di grande splendore del vino. Quanto di più bello un giovane che ama la libertà possa chiedere. Poi come succede nei Gruppi importanti, uno decide di andarsene. Ed ero io. Avevo trovato amore in un’altra provincia. Un’ora e mezzo di strada. Ma si cambiava l’attitudine perché non potevo più fare la attività su Bolzano. Il bivio era rimanere in provincia a fare quello che facevo o raggiungere l’amore che aveva aspettato anche parecchi anni. A Trento.  Ah l’amore l’amore. Cosa non si fa per amore. Un’ora e mezzo di auto può scoraggiare qualcuno? Forse no ma non credo fosse questo a voler far mollare a Mattia l’attività con suo fratello. C’era qualcos’altro che covava in lui. Solo che doveva aspettare perché l’attività di famiglia non poteva essere mollata così all’improvviso.  È stato un lento esodo. Sono sempre andato avanti e indietro. Per non avere una separazione netta e repentina. Poi, con papà in pensione.. anche se ad ottanta anni era ancora li in enoteca. Così abbiamo ceduto l’attività e a quel punto non avevo più legami. Mio fratello aveva l’opportunità di trovare collaboratori e continuare serenamente la sua attività. Serenamente nel senso che ci siamo separati professionalmente ma aveva capito le mie ambizioni, Trento e il mio progettino. Frequentare le cantine si può fare con diversi animi. C’è chi, da commerciale, pensa solo a contrattare ed andare via senza curarsi del contesto. Nessun interesse per il lavoro altrui, benché meno della storia. Se però ci si ferma un attimo a parlare con chi quella cantina l’ha creata o ricevuta in dono dalla famiglia, si verrà pervasi da storie, odori, sapori. Sensazioni. Quelle che ognuno di noi ha ricevuto dai propri nonni. Quegli odori che respiravo sulle ginocchia di mio nonno dinanzi al fuoco mentre nonna, in cucina, preparava il ragù. Ricordi e sensazioni che solo guardando alle cose con la curiosità di un bambino possono penetrare l’animo. Mi piaceva rimanere nel mondo del vino. Enogastronomia ed accoglienza ci appartiene da sempre. Mi sono dedicato al mio hobby di lavorare con il legno. Da sempre frequentiamo le cantine e questo bagaglio di profumi e sensazioni all’interno delle cantine l’ho trasformato in un lavoro invece che in un hobby. Al progetto Mattia inizia a pensare da tempo e nel tempo. Gli odori delle cantine. Quel legno intriso di vino che pervade le narici. Diversi legni. Diverse stagionature. Diverse grandezze. Entrare in una barricata o bottaia che dir si voglia, diventa una esperienza sensoriale ancor prima di spillarne il vino. Ogni botte racconta una storia. C’è chi è appena arrivata da foreste lontane e chi è li da anni. Chi ha visto più vini di più stagioni e chi è così esausta da non aver più nulla da dare. Proprio in quest’ultimo caso, le botti vengono dismesse. Gettate via poiché inutili. Senza neanche quel grazie che si dovrebbe dare a chi ha dato tanto.  Le cose nascono per gioco. Avevamo due enoteche. Dell’arredamento mi occupavo io. C’era la voglia di creare da zero qualcosa a nostra immagine. Ci pensavo io. Carta bianca e tanto legno da utilizzare. Ho così cominciato a fare regali a persone. Regalavo pezzi di legno lavorati. Doghe. Avevo a che fare con cantine e botti e ce l’avevo sempre per le mani. Una botte esausta è come una persona anziana che ha tanto da raccontare. La voce flebile, gli occhi roteanti. Il cervello che va a mille mentre le mani tremano e i passi sono incerti. La voce fioca. Lo sguardo perso. Storie di vita. Storie di altri tempi. Storie che vogliono solo essere ascoltate da qualcuno. Per non andare perse, sepolte dal tempo che passa inesorabilmente. Vedevo il legno e capivo che si poteva fare qualcosa. Sotto casa ho sempre trafficato con il legno. Con mio fratello prendevamo le botti e le regalavamo alle enoteche. Insomma c’è sempre stato un viavai di botti.  Una semplice botte. Un oggetto che girava sempre per casa. Gettato in un angolo senza particolare cura. Come si fa con quelle cose che abbiamo sempre dinanzi agli occhi. Delle quali non ci curiamo fino a quando qualcosa non ce le fa guardare con occhi diversi. Ovvero fino a quando non capiamo che in se hanno ancora tanto da dare.  È così che Mattia inizia a smontare le botti. Come se le singole doghe possano rappresentare qualcosa di particolare o raccontare ognuna la propria storia. Una attività di artigianato dove il cuore è il legno del rovere delle botti. Da artigiano scelgo una unica essenza e un unico tema. Rivalutare un prodotto di scarto. Non vado a cercare di fare altro con altri prodotti.  Una barrique che si trasforma partendo dagli stessi elementi che la compongono. Una sorta di puzzle inverso che dall’insieme tende a valorizzare i componenti.  Se ci pensiamo un attimo, di un puzzle si apprezza la figura finale. Tanti minuscoli pezzettini ognuno dei quali insignificante rispetto al quadro d’insieme. Se fossero invece proprio i singoli tasselli ad avere un significato particolare? Compro le barrique dalle aziende che hanno un ricambio consistente durante l’anno. Cantina di Terlano per esempio. Sono interlocutori che conoscevamo. Anche se ce le fan pagare caro. Quanto costa una barrique? Si potrebbe scrivere un trattato sulle barrique. Tipologia del legno, provenienza, tostatura, materiali utilizzati. Di tutto di più. Ogni singolo componente utilizzato, ogni processo di lavorazione può influire sulla qualità e longevità del vino in esse contenuto. Poi, una volta esaurito il compito ad esse prescritto, dopo vari passaggi di annate diverse e perse nel tempo, vengono dismesse. A quel punto, costano poco. A volte intorno ai 100€. Quando recupero una barrique c’è già una idea. A seconda di quello che mi serve, doghe lunghe, sottili ecc, colori vado a prendere quello che mi serve. L’idea. È qualcosa che balena nella mente. Galleggia, rotea, balla. Prima con un andamento incerto e sfocato. Poi sempre qui concreta, nitida. Diventa realtà prima nell’inconscio, poi magari su carta, infine nella realtà. La mia idea nasce per i vignaiolo. La barrique racconta la sua azienda. Lui conosce quello che potrebbe venir fuori dalla sua barrique. Lui sa cosa voler raccontare con la sua installazione. Un lavoro a quattro mani. Un incontro con il vignaiolo. Un assaggio. Una passeggiata. Tutto nasce cosi. Una installazione dedicata. Il creativo è proprio il vignaiolo. Da qui nasce un progetto. Uno schizzo e una partenza. Ancora più suggestivo. Parlare con le persone. Carpirne i pensieri. Scendere nei ricordi e ancor più giù fino all’anima. Rappresentare le emozioni per poterle plasmare in una forma diversa. Quella del legno. L’ultimo lavoro fatto alla Cantina del Castello di Soave. A parte il legno mi hanno detto: ci piacerebbe considerare il nostro terroir, il territorio, la pietra lavica nel sottosuolo. Abbiamo aggiunto al legno anche il materiale extra legno di pietra nera. Una combinazione arrivata dall’input della cantina. Le opere di Mattia sono realizzate con materiali diversi. Poca colla. Tante viti e oli speciali con terpeni di arancio. Materiali e prodotti scelti con lo scopo di esaltare la venatura. Una ricerca volta alla valorizzazione del materiale con il legno sempre protagonista e per farlo diventare tale, spesso è in abbinamento a qualcosa. Per la realizzazione, siamo io ed un’altra persona. Ci si da una mano. In certi casi più persone per stringere il tempo. Principalmente ci metto le mani io.Per adesso mi occupa il 75% del tempo. Ho un’altra attività che mi porta via del tempo. Ma non tanto. Sette otto anni fa mi sono incasinato l’esistenza con un progetto che non c’entrava niente con il vino. Qualcosa di folle.  C’è poco da fare. Quando pensi di aver inquadrato una persona, arriva qualcosa a spiazzare. Forse è questo il bello del mestiere di giornalista. Occorre entrare in empatia con le persone. Entrare nell’animo per far uscire tutto. Con Mattia è così. Una piacevolissima chiacchierata che poi svolta verso qualcosa di inaspettato. Nel 2015 dopo anni di pensiero ho realizzato un attrezzo sportivo. Una attività di ricerca e sviluppo che mi ha parecchio coinvolto. C’era bisogno da startup per diventare una azienda seria. Per adesso è rimasto un prodotto di nicchia e non faccio il salto di status. Non sono diventato una azienda produttrice Per dedicarmi all’artigiano.  Hai presente i bosu? Semisfere. Sono dei set di semisfere che posizionati in una certa maniera consentono di fare una serie di esercizi per uno sportivo evoluto. Equilibrio, agilità, potenza, resistenza, ecc. Nulla a che vedere con il vino ma, si sa, il genio o comunque la capacità di spaziare con il pensiero, conduce in mondi inesplorati dell’inconscio. È così che nascono le idee e poi, non sempre, trovano la propria realizzazione.  Un attrezzo sportivo? Chi l’avrebbe mai immaginato. Power Stones. Così si chiama. Non c’è mani fine alla creatività! Mattia però rimane una persona semplice. Di quelle che non hanno bisogno di molto per vivere. Se non della realizzazione e della felicità.  L’interior design e l’artigiano ci fa accontentare abbastanza. Lo sviluppo ideale sarebbe una azienda dove ci sono fissi i dipendenti senza che debba chiamarli a spot. Commesse su cui poter contare. Sarebbe bello. Nel frattempo i tempi per l’evoluzione sappiamo essere lunghi. Ma la pazienza, come nel caso del vino, occorre averla.  L’opera va attesa. La pazienza non può che essere la virtù di chi si appresta a realizzare un progetto che va aldilà della materialità. Prendere un pezzo dell’anima e depositarlo su materiali diversi. Come il legno, la colla, i chiodi, la vernice.  Ciò che realizza Mattia può sembrare astratto, etereo. Invece ha un significato. Non immediatamente visibile a chi non ne coglie l’essenza. A chi si approccia alla vita senza guardare dentro se.  Mattia adesso convive con la donna per la quale si è spostato in Trentino in una casetta in mezzo al bosco. Da li guarda gli alberi e quel legno che un giorno sarà barrique e poi parte delle sue opere. È felice. La scelta è stata felice.  Ah, dimenticavo, le opere di Mattia le trovate sul suo sito che consiglio vivamente di andare a visitare: Barriqade Design     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969     .
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