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14 Maggio, 2025

Le cantine premiate a ViniAmo 2025 con i 4 Cuori

  Un’edizione straordinaria che ha celebrato l’eccellenza vinicola da tutta Italia. Due giornate all’insegna del buon vino con un viaggio che è partito dalla Borgogna e Loira con le emozionanti e incredibili masterclass guidate da Armando Castagno per proseguire poi nella degustazione di tante eccellenze di cantine magari poco note ma con vini incredibili. La giornata del lunedì, dedicata agli operatori, ha visto poi una massiccia presenza di persone qualificate e la masterclass di Gozzelino, interamente dedicata alla diverse espressioni di Barbera condotta da Roberta Marchese Aragona Lunedì è stato anche il momento per premiare i vincitori del Premio 4 Cuori, riconosciuto alle migliori cantine e ai vini più emozionanti e alle realtà emergenti.   Migliori Cantine Nord
▪️ Az. Agricola Ferrero Cristian (Piemonte)
▪️ Gozzelino (Piemonte)
▪️ Cantina Sabaini (Veneto) Migliori Cantine Centro
▪️ Lazzeretti (Toscana)
▪️ Cantina Messori (Emilia Romagna)
▪️ Vinicio Mita (Lazio) Migliori Cantine Sud
▪️ Terre di Maria (Puglia)
▪️ Vigna Nica (Sicilia)
▪️ Vitivinicola Iovino (Campania) Miglior Vino
▪️ Torreclava Primitivo Puglia IGP – Terre di Maria (Puglia) Vino Colpo di Fulmin
▪️ Fiano Tresinus Paestum IGP – Azienda Agricola San Giovanni (Campania) Cantina Emergente
▪️ I Fenicotteri (Umbria) Un brindisi a tutte queste eccellenze che hanno reso ViniAmo 2025 un’edizione indimenticabile! Congratulazioni ai vincitori e a tutti i produttori partecipanti. Siamo certi che il futuro del vino italiano è nelle loro mani ma anche in quelle di organizzatori seri come Stefano Minelli.     La Redazione
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13 Maggio, 2025

Tutela europea per la Barbera d’Asti: registrato il marchio collettivo

Un riconoscimento che rafforza la protezione della denominazione e promuove l’identità del territorio.   Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato è lieto di annunciare che l’Ufficio Europeo per la Proprietà Intellettuale – EUIPO, in data 18 aprile 2025, ha concesso il marchio collettivo n. 018956876 “BARBERA D’ASTI” Vitaliano Maccario Presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato Siamo orgogliosi di aver ottenuto questo marchio collettivo, che sancisce un traguardo importante per il Consorzio Questo riconoscimento rappresenta una pietra miliare per tutte le aziende consorziate che ogni giorno contribuiscono a promuovere questa denominazione e il nostro territorio. Il marchio garantirà una tutela ancora maggiore della Barbera d’Asti sul territorio dell’Unione Europea; tuttavia, stiamo lavorando per estendere questa registrazione anche sui mercati extra europei. Si tratta di uno strumento fondamentale per consolidare e valorizzare il posizionamento della Barbera d’Asti nel panorama internazionale, rafforzando la fiducia dei consumatori e sostenendo la crescita dei nostri produttori sui mercati esteri. Il marchio collettivo rappresenta un risultato fondamentale per il supporto alle aziende socie del Consorzio, che potranno contare sulla incrementata valorizzazione e promozione di un prodotto, il quale ha ormai consolidato la sua posizione sul mercato dei vini, imponendosi per personalità e capacità distintiva. La titolarità del marchio appartiene al Consorzio, quale soggetto che svolge la funzione di garanzia dell’origine, della natura e della qualità dei prodotti contraddistinti dal marchio stesso. La procedura di registrazione è stata curata dallo Studio Legale Merlo di Asti, mandatario del marchio presso l’EUIPO. Il marchio collettivo opera in sinergia con la denominazione geografica (DOCG) e consente ai produttori di Barbera d’Asti di rafforzare e sviluppare la propria presenza commerciale in Europa ed all’estero, con un ulteriore vantaggio competitivo, superando i limiti delle denominazioni, qualificando l’identità e la provenienza del Barbera sul mercato e generando valore per l’intera filiera, dai singoli produttori al Consorzio, alla rete distributiva, fino al consumatore finale. A tal fine, il marchio è stato registrato anche nei settori affini a quello vinicolo e funzionali alla sua promozione, quali i servizi di ristorazione, di hotellerie, di organizzazione di eventi, di formazione e di intermediazione commerciale. Nell’ottica di tutela della denominazione è stato redatto anche un apposito regolamento, che definisce le condizioni di utilizzo e i requisiti di qualità che i produttori devono rispettare, e da un logo distintivo, che rappresenterà visivamente il marchio sia sui mercati europei sia su quelli internazionali, rafforzandone l’identità e la riconoscibilità. Tale regolamento disciplina l’uso del marchio collettivo da parte dei soci del Consorzio, i quali potranno riprodurlo sulle retroetichette delle bottiglie, sulle confezioni e nelle loro comunicazioni aziendali, secondo i criteri stabiliti. Esso definisce gli standard qualitativi e i relativi controlli, in conformità al Disciplinare di produzione. Si tratta quindi di un’ulteriore garanzia per i consumatori che possono verificare che il prodotto sia stato realizzato rispettando regole e standard qualitativi prefissati. Vitaliano Maccario Presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato Parlare di identità significa riconoscere e valorizzare le peculiarità di ogni denominazione, ma anche tessere queste diversità in un tessuto comune piemontese, coeso e unitario. La Barbera non è solo il cuore dei nostri vini, ma anche il vitigno da cui scaturisce la nostra tradizione vinicola. Il logo rappresenta  il simbolo forte di questa visione: l’impronta digitale sul logo non solo certifica l’autenticità e l’unicità del territorio, ma simbolizza anche la comunità – ogni produttore, ogni cittadino che contribuisce alla ricchezza della nostra identità collettiva. Il 2025 prosegue come un anno di grande fermento per il Consorzio del Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, impegnato a valorizzare e tutelare il proprio territorio con l’obiettivo di rendere la Barbera d’Asti e le altre denominazioni tutelate dal Consorzio, un simbolo contemporaneo di eccellenza, convivialità e qualità. IL CONSORZIO BARBERA D’ASTI E VINI MONFERRATO Il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, fondato nel 1946, ha il compito di tutelare e promuovere le sue denominazioni per garantire la loro diffusione e la loro immagine sui mercati nazionali e internazionali, anche attraverso appositi marchi distintivi. Attualmente il Consorzio conta più di 421 aziende associate e 13 denominazione tutelate. La Redazione
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13 Maggio, 2025

Torna il tuscany trail dal 21 al 28 maggio

Un itinerario ad anello di 440 km perfetto per gravel e MTB, con soli 5900 metri di dislivello, in uno dei territori più belli d’Italia. A supporto dell’evento, anche per questa edizione, il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana   Il presidente del Consorzio Francesco Mazzei Il Tuscany Trail vuole offrire un’esperienza inedita e avventurosa, portando il cicloturista a scoprire le terre toscane, senza animo competitivo o agonistico, piuttosto spinto dalla voglia di conoscerne la storia e la natura, dove chilometro dopo chilometro si svelano i luoghi in cui da sempre crescono i nostri vigneti. Un modo di viaggiare, quello in bicicletta, che attira sempre più sostenitori e che trova, nei territori dei vini della Maremma, una meta turistica perfetta. Maggio 2025 – Anche quest’anno il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana è protagonista del Tuscany Trail come sponsor dell’edizione 2025, la dodicesima. Il Tuscany Trail è l’evento bikepacking e gravel più grande al mondo che quest’anno si prepara ad accogliere un record assoluto di iscritti: 6.087 persone pronte a scoprire il meraviglioso territorio della Maremma Toscana in bicicletta. L’evento è sold out da settimane e, come spiega il presidente del Consorzio Francesco Mazzei si inserisce tra i progetti a supporto dell’enoturismo, tema su cui si sta cercando di insistere. Andrea Borchi, fondatore del Tuscany Trail. Siamo felici di consolidare la partnership con il Consorzio: per noi è fondamentale offrire ai partecipanti un’esperienza immersiva nel territorio, prima, durante e dopo l’evento. Grazie ai vini di questa terra, chi pedala potrà non solo ammirare i paesaggi unici della Maremma, ma anche portarseli a casa attraverso il sapore di un calice che racchiude storia e tradizione” Andrea Borchi, fondatore del Tuscany Trail. Si partirà per la prima volta da Campiglia Marittima. Ogni partecipante può scegliere in quale giorno partire tra il 21, 22 e 23 maggio e ha la libertà di vivere l’avventura al proprio ritmo e di organizzare le tappe per raggiungere la meta (entro il 28 maggio). Pedalare in gravel o mountain bike tra gli spazi infiniti della Toscana, percorrendo strade bianche, piccoli borghi e fitte foreste, immersi tra i vigneti. Il Tuscany Trail non è una competizione e non c’è un limite di tempo, ogni partecipante sceglie in totale autonomia dove e quando fermarsi per mangiare e pernottare. Pedalando quindi, oltre ad appagare la vista grazie agli splendidi panorami toscani che si attraversano, si appaga anche il palato con i piatti della tradizione toscana abbinati ai vini del Consorzio Vini della Maremma Toscana. Dai Vermentini in purezza alle varietà rosse autoctone, in primis Sangiovese, Ciliegiolo e Alicante, fino ai blend bordolesi e agli internazionali in purezza (Cabernet Sauvignon, Cabernet franc, Merlot, Syrah, Petit Verdot).   Un viaggio in bicicletta per ciclisti avventurosi ma accessibile a tutti, prova ne è il fatto che tra le novità del 2025, c’è anche un itinerario ridotto di 160 km, ideale per essere percorso in due giorni, per chi è meno allenato ma vuole comunque vivere l’esperienza del Tuscany Trail. https://www.tuscanytrail.it/ CONSORZIO TUTELA VINI DELLA MAREMMA TOSCANA Oggi il Consorzio Tutela Vini della Maremma Toscana conta 473 aziende associate, di cui 341 viticoltori, 1 imbottigliatore e 131 aziende che vinificano le proprie uve e imbottigliano i propri vini – per un totale di poco più di 7 milioni e mezzo di bottiglie prodotte all’anno. La DOC Maremma Toscana è la quinta tra le Denominazioni Toscane per imbottigliamento e si conferma come una delle più dinamiche. www.consorziovinimaremma.it ADVENTURELAB SRL AdvenureLab è una media company specializzata nel turismo in bicicletta che opera nel mercato del cicloturismo in tutta Europa. La sua missione è quella di valorizzare i diversi territori attraverso le due ruote, sfruttando l’unicità di ogni luogo per offrire esperienze cicloturistiche indimenticabili. https://www.tuscanytrail.it La Redazione
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Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro Arrow Right Top Bg

13 Maggio, 2025

Il Picolit: viaggio tra storia, terroir e futuro

  Il vitigno Picolit e il vino dolce che ne deriva vantano una storia affascinante radicata nella regione Friuli-Venezia Giulia, qui nel nord-est d’Italia. Alcuni ritengono che l’uva Picolit fosse coltivata già in epoca romana, suggerendo una storia molto lunga nella regione. Studi recenti indicano fortemente che il Picolit è un vitigno autoctono del Friuli Venezia Giulia, il che significa che ha avuto origine ed si è evoluto qui. Probabilmente discende da una vite selvatica selezionata nei secoli per la dolcezza delle sue uve e per la sua particolare predisposizione alla produzione di vini di grande pregio. Il nome Picolit deriva dalla parola friulana picol o pecol, che significa piccolo: un chiaro riferimento sia alle ridotte dimensioni degli acini e dei grappoli, sia al basso numero di acini per grappolo, dovuto a un fenomeno naturale chiamato aborto floreale. Un’altra teoria lega il nome al peduncolo, che risulterebbe particolarmente corto. Il Picolit era già conosciuto e apprezzato nel XVII secolo, tanto da comparire nella lista dei vini serviti a un sontuoso matrimonio nel 1682. Ma è nel XVIII secolo che questo vino conobbe la sua vera epoca d’oro, grazie alla figura visionaria del Conte Fabio Asquini di Fagagna (1726-1818). A partire dal 1762 circa, il Conte avviò una meticolosa opera di promozione del Picolit, commercializzandolo in tutta Europa, da Londra a Mosca, e posizionandolo come una prestigiosa alternativa al celebre Tokaji ungherese. Non solo: utilizzò bottiglie in vetro di Murano, sottolineando così l’esclusività e il lusso associati a questo vino. Nel frattempo, il grande botanico Giorgio Gallesio, autore del celebre Pomona Italiana, (ossia trattato degli Alberi Fruttiferi) descriveva il Picolit (lo chiamò Uva del Friuli o Piccolitto) come uno dei vitigni più singolari e pregiati della penisola, contribuendo così a diffonderne la fama anche nel mondo scientifico e ampelografico dell’epoca. Per un certo periodo, il Picolit fu considerato uno dei più grandi vini dolci del continente, raggiungendo quotazioni elevatissime. Tuttavia, il suo destino fu segnato da eventi avversi: dopo la morte del Conte Asquini, la fillossera e le difficoltà agronomiche legate alla scarsa produttività della vite portarono a un lento, inesorabile declino, fino quasi a sfiorare la scomparsa nel corso del XIX secolo. All’inizio del Novecento, però, grazie all’impegno della famiglia Perusini, il Picolit conobbe una rinascita. Fu proprio Giacomo Perusini a reimpiantarlo nella storica zona di Rocca Bernarda, oggi riconosciuta come il cuore della produzione di qualità. ( Per informazione ora il castello di Rocca Bernarda, sede storica della famiglia, è passato per legato testamentario da Gaetano Perusini all’Ordine di Malta insieme a parte dell’azienda, nella zona i Picolit da provare sono Rocca Bernarda e Specogna Vignaioli) Fra le prove e ricerche del Perusini, anche quella di trovare una soluzione alla scarsa produttività del vitigno. Dopo la sua morte prematura nella prima guerra mondiale il suo lavoro fu continuato dalla moglie, Giuseppina Perusini Antonini pittrice, scrittrice, ma anche abile donna d’affari, che iniziò il rilancio dei vini friulani nel mercato nazionale ed internazionale. Suo figlio Gaetano, professore all’Università di Trieste, continuò ed ampliò la ricerca sull’agricoltura ed i vitigni tradizionali, mentre l’altro figlio Giampaolo proseguì in particolare la selezione della Ribolla Gialla. Fu Giuseppina, che con i figli, iniziò una produzione continuativa di elevata qualità che colpì appassionati e giornalisti dell’epoca, tant’è che nel 1959, il celebre critico enologico Luigi Veronelli visitò il Friuli appositamente per degustare il Picolit della Contessa Giuseppina Perusini. Ne rimase così colpito che dichiarò: Non credo esista in Italia un vino più nobile di questo… In Italia, le sue qualità lo renderebbero ciò che Château d’Yquem è per la Francia. Un riconoscimento tanto simbolico quanto meritato, che rilanciò l’attenzione su questo grande vino dolce. Nel 2006, il Picolit ha ottenuto ufficialmente la denominazione di origine controllata e garantita (DOCG) per il Colli Orientali del Friuli Picolit, con la zona di Rosazzo che è considerata la più vocata, infatti se trovate delle bottiglie anni 80 e 90 di Abbazia di Rosazzo, quando vinificava Walter Filipputti, avete in mano, conservazione permettendo, un grandissimo vino. Oggi quei vigneti sono gestiti dall’azienda Livio Felluga, e quindi lo dovete provare assolutamente . Nella zona di Cialla è DOCG sottozona Cialla. Con la vendemmia 2025 il Picolit vinificato secco sarà componente della nuova sottozona Savorgnano del Torre, dove si parla di un blend con l’80% di Friulano e il 20% di Picolit: il vini si chiamerà semplicemente Savorgnano. Una delle peculiarità del Picolit è la sua scarsa produttività, dovuta a un fenomeno noto come aborto floreale, che causa una bassa fecondazione dei fiori. Questo rende difficile l’autoimpollinazione, costringendo i coltivatori a favorire la fecondazione incrociata tramite altre varietà, come il Verduzzo Friulano. Tuttavia, questa pratica comporta il rischio di mutazioni genetiche, spingendo alcuni produttori a limitarla. La resa limitata ha però un lato positivo: gli acini, pochi ma concentrati, sviluppano un’elevata dolcezza e intensi aromi. Oggi, il Picolit, vinificato in purezza,  da vita a un vino dolce da meditazione unico e raffinato, con sentori al naso di mandorla, pesca, frutta disidratata, castagno, mentre al palato è pieno, armonioso e alcolico. Spesso viene gustato da solo o in abbinamento a formaggi erborinati e dessert. Le bassissime rese del vitigno, dovute alla naturale scarsità di acini per grappolo, ne limitano la produzione rendendolo ancora oggi un prodotto raro e prezioso, il cui prezzo riflette la complessità e la nobiltà racchiusa in ogni bottiglia. In alcune zone della Slovenia, nella Valle del Vipava, il Picolit è coltivato e conosciuto con il nome di Pikolit. Una giornata dedicata al Picolit: degustazione presso Ronchi di Cialla Per celebrare la storia e la straordinaria identità di questo vitigno, ho avuto il piacere di organizzare e condurre una degustazione tematica nel cuore dei Colli Orientali, presso l’azienda Ronchi di Cialla, una delle realtà che più ha creduto nel valore del Picolit. Tanto che oggi, insieme ad Aquila del Torre, è una delle pochissime aziende che producono un 100% Picolit secco. La degustazione, interattiva e arricchita dalla presenza della famiglia Rapuzzi che ci ha ospitato (la signora Dina, Pierpaolo e il nipote Jacopo) e di Michele Ciani di Aquila del Torre, è stata un viaggio dentro il carattere autentico del vitigno. Due aziende molto diverse per storia e collocazione, ma unite da una filosofia comune: rispetto assoluto del vitigno e della sua espressione più pura. Abbiamo parlato a lungo delle potenzialità del Picolit, soprattutto in versione secca. Come ha sottolineato Michele, in ogni vino si riconosce nitidamente l’impronta varietale, quella firma inconfondibile che questo vitigno lascia nei profumi e nella struttura, al di là dello stile di vinificazione. Interessante anche il tema degli abbinamenti gastronomici: il Picolit è un bianco straordinario, capace di sposarsi tanto con piatti delicati come i crostacei e le ostriche, quanto con portate più complesse come il foie gras o i formaggi stagionati. Giocando con annate, tipologie e temperature di servizio, le possibilità diventano davvero infinite. Ma di questo avremo modo di parlare in una futura degustazione, a cui sto già lavorando… La line up è sta mista ma per praticità parto dai vini di Aquila del Torre, con due annate di Oasi, il Picolit secco che l’azienda produce dal 2010. L’annata 2020 ha mostrato subito muscoli e freschezza, un vino che danza fra energia e sapidità; mentre il 2015 si è rivelato più elegante, con note di albicocca secca e un tocco balsamico che mi ha fatto immaginare abbinamenti perfetti come delle capesante al forno. Per le versioni dolci, il Picolit 2022, giovane e pieno di vita, con profumi di fiori bianchi e mela, sostenuti da una freschezza sottile che impedisce ogni deriva dolce; e infine il Picolit 2013, più ricco e complesso, con aromi di mela candita, zafferano, erbe officinali, e una lunghezza straordinaria sul palato, annate nelle quali Michele appassiva di piu le uve. Poi è stato il momento dei vini di Ronchi di Cialla, dove emerge con forza l’essenza pura del terroir, quel connubio di clima, suolo e mano dell’uomo che la famiglia Rapuzzi custodisce con rispetto assoluto. Abbiamo assaggiato il Ciallabianco, splendido taglio di Ribolla Gialla (60%), Verduzzo (10%) e Picolit (30%), in due annate: la 2021, fresca, elegante, precisa di grande beva e pulizia, e la 2014, più complessa, capace di raccontare profondità anche in un’annata difficile, a dimostrazione della longevità dei bianchi friulani quando nascono da mani sapienti e da vigneti speciali. Il viaggio è proseguito con il Sol, il Picolit secco firmato Ronchi di Cialla.
La 2009 ci ha conquistati con la sua intensità esotica, ricca di fichi secchi, datteri, spezie orientali, il tutto attraversato da una vena salina che rende il sorso teso e avvincente. La 2003, una bottiglia da pelle d’oca, ha regalato profumi stratificati di frutta tropicale disidratata, miele, incenso, con un palato opulento ma mai stanco, dove la mineralità torna a tenere il vino in perfetto equilibrio. A chiudere, due autentiche perle: il Picolit di Cialla nelle annate 2017 e 2005. Il 2017, ancora giovane ma già compiuto, armonioso, vivo, capace di tenere insieme dolcezza e freschezza in un abbraccio perfetto; il 2005, un vero gioiello, profondo e avvolgente, con profumi che spaziano dall’albicocca disidratata alla resina, dal caramello alle spezie dolci. Lo abbiamo abbinato a un piatto sorprendente: anguilla affumicata con confettura di pere. L’incontro fra la dolcezza, la grassezza e la sapidità del piatto e la trama nobile del vino è stato un piccolo miracolo di armonia. Una curiosità interessante emersa durante la degustazione riguarda la denominazione: per i Picolit vinificati secchi non è possibile riportare in etichetta il nome del vitigno. Da qui l’uso di nomi di fantasia come Oasi e Sol, capaci comunque di evocare l’unicità di questi vini. In conclusione, più che una degustazione, è stata una vera e propria immersione nel cuore autentico del Friuli, attraverso uno dei suoi vitigni più rari, difficili e affascinanti. Un viaggio che ha raccontato non solo vini straordinari, ma anche persone straordinarie, capaci di custodire con amore una storia antica e preziosa. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Formula 1. Velocità e Champagne shower Arrow Right Top Bg

12 Maggio, 2025

Formula 1. Velocità e Champagne shower

Ho sempre avuto un debole per il rombo dei motori, fin da piccolo. In casa mia non c’era dubbio: tutti uniti sotto il segno della Rossa di Maranello, la Ferrari. A differenza del calcio, dove ognuno tifava una squadra diversa, la Formula 1 era una passione che ci accomunava. Ricordi ne ho tanti. Dai primi paddock vissuti con mio zio e mio padre, quando da ragazzino mi sembrava di entrare in un universo parallelo fatto di odore acre di pneumatici e carburante, che ti entra nelle vene e ti inebria: adrenalina pura. A Fiorano, anni dopo, come ospite di un collezionista, ho avuto la possibilità unica di “testare” da vicino alcune monoposto guidate qualche anno prima, da Michael Schumacher in persona. Il brivido della velocità, il fascino dei dettagli tecnici, le vibrazioni che senti nelle ossa: impossibile dimenticarli. Ma non sono solo i motori ad attirare il mio sguardo durante un Gran Premio. C’è sempre stata una bottiglia speciale che catturava la mia attenzione: quella che i piloti alzano e spruzzano dal podio, coronando il momento della vittoria. Una tradizione nata per caso, ma diventata iconica. Gran Premio – Monza 1981. Alain PROST   La tradizione dello Champagne shower affonda le radici nel 1967, alla 24 Ore di Le Mans. Dan Gurney, pilota americano, dopo aver trionfato insieme ad A.J. Foyt su una Ford GT40 Mk IV, ricevette la classica magnum di Moët & Chandon sul podio. In un gesto del tutto spontaneo, vedendo Henry Ford II, Carroll Shelby e una folla di fotografi poco
distanti, agitò la bottiglia e la spruzzò con entusiasmo sui presenti. Un’esplosione di gioia, improvvisa ma contagiosa: da quel momento, l’idea di inondare di bollicine il podio divenne un rituale fisso. Sebbene ci sia anche l’aneddoto del 1966, quando a Jo Siffert partì accidentalmente il tappo di una bottiglia probabilmente scaldata dal sole, è l’atto intenzionale e celebrativo di Gurney nel 1967 ad essere universalmente riconosciuto come l’inizio della tradizione. Da lì, il passaggio alla Formula 1 e poi a tutto il motorsport fu naturale: uno spettacolo nello spettacolo, un simbolo iconico della celebrazione della vittoria. Questo brivido, questa emozione, questa adrenalina ho voluto farla ancora più mia, regalandomi una preziosa chiacchierata con chi è stato protagonista negli ultimi quattro anni, chi è sempre andato a podio, con qualsiasi condizione, con qualsiasi tempo, per oltre 73 Gran Premi mondiali: Ferrari Trento. Camilla Lunelli, Direttrice della Comunicazione e delle Relazioni Esterne del Gruppo Lunelli, racconta così questa avventura straordinaria Il primo podio per Ferrari Trento è stato quello di Imola nel 2021. Un’esperienza surreale ed emozionante: il circuito completamente vuoto per il Covid, silenzioso, quasi inverosimile. Solo il rombo dei motori e le nostre bollicine. Ricordo perfettamente il grande cartello davanti al podio, “Formula 1 Welcomes Ferrari Trento”, trasmesso in diretta mondiale. Un momento storico per noi, che portavamo l’Italia e il nostro territorio, Trento e il Trento DOC, su un palco globale Da lì in poi, racconta Camilla, la Formula Uno ha portato Ferrari Trento in tutto il mondo, aprendo porte impensabili. Nel silenzio assordante del Covid abbiamo iniziato, poi da luglio, con l’apertura delle hospitality, migliaia di persone hanno potuto degustare le nostre bollicine direttamente nei circuiti, vivendo il Gran Premio non solo dai social o dalla TV, ma con il calice in mano Ma come racconta Camilla, quello di Imola nel 2021 non è stato in assoluto il primo brindisi Ferrari Trento in Formula 1. Già negli anni ’80, grazie alla visione e alla determinazione degli zii, alcune bottiglie di Ferrari Trento erano finite tra le mani di giganti come Ayrton Senna, Riccardo Patrese, Niki Lauda, Gilles Villeneuve, Eddie Cheever e Alain Prost. Un passaggio storico che, pur non ufficiale, aveva già seminato quel legame tra velocità e bollicine. A distanza di quasi quarant’anni, quel sogno si è concretizzato pienamente, con Ferrari Trento protagonista ufficiale della Formula 1. Gran Premio – Monza. Gilles VILLENEUVE Una spinta fondamentale alla popolarità globale della Formula 1, secondo Camilla, è arrivata anche grazie a Drive to Survive, la celebre serie Netflix che ha trasformato il campionato in un prodotto pop contemporaneo, accattivante e accessibile. Negli Stati Uniti è esplosa una vera Formula 1 mania tra i più giovani. E quando si alza una bottiglia sul podio, inevitabilmente gli occhi si posano anche su di noi Un effetto domino che ha acceso nuove curiosità sul Trento DOC più famoso del mondo, aggiungo io. Un percorso ricco di aneddoti e incontri straordinari A Montecarlo abbiamo ospitato sul nostro yacht personaggi come Erling Haaland. A Miami è passato Donald Trump, tantissimi sportivi del mondo basket e football, star internazionali come Sylvester Stallone. Ogni gara regalava sorprese e incontri speciali Camilla mi racconta anche un curioso retroscena legato al pilota Lando Norris Ogni volta che Lando sale sul podio, ha questa abitudine particolare di sbattere violentemente a terra la bottiglia prima di aprirla. Ogni volta il nostro cuore si ferma per un attimo temendo che possa rompersi. Mio cugino Matteo Lunelli, Presidente del Gruppo, ne ha parlato direttamente con lui, chiedendogli scherzosamente se fosse davvero sicuro che non si sarebbe mai rotta. La risposta di Lando? Se tu che le produci sei sicuro, allora lo sono anch’io!. Ma non solo glamour: Ferrari Trento ha portato avanti iniziative benefiche straordinarie.
Durante questi anni, bottiglie firmate dai piloti sono state battute all’asta per raccogliere fondi destinati alla Croce Rossa Internazionale, alla fondazione di Michael Schumacher e alla tragedia dell’alluvione in Emilia-Romagna, dove Ferrari Trento ha raddoppiato personalmente la cifra raccolta. Un gesto concreto, umano, che racconta tanto dell’anima di questa azienda. MONZA, ITALY . Charles Leclerc (Photo by Clive Rose/Getty Images)   Alla fine, qual è stata la vera grande scommessa vinta da Ferrari Trento con la Formula Uno? In Italia abbiamo vissuto un vero moto d’orgoglio collettivo, tutti si sono sentiti sul podio con noi. All’estero, invece, la nostra notorietà è esplosa, conquistando nuovi mercati come il Messico, diventato improvvisamente strategico proprio grazie alla visibilità data dalla Formula Uno. Abbiamo portato Trento e il Trento DOC nel mondo, sottolineando con forza la nostra identità territoriale George Russell Las Vegas Formula One Grand Prix (Photo by FREDERIC J. BROWN/AFP via Getty Images)   Una storia fatta di passione, emozione e bollicine, dove la velocità incontra l’eccellenza italiana, ricordandoci che dietro ogni grande marchio c’è sempre un grande cuore. Infine, come ci insegna la famiglia Lunelli: aiutare il prossimo non ha limiti di velocità. Cheers!   Luca della Regina. Wine Hunter Stories Mi trovi su Instagram  
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12 Maggio, 2025

Vino, territorio e accoglienza: Suavia racconta il Soave classico dal calice alla collina

Un percorso tra degustazioni, natura e cultura per vivere il Soave in chiave sostenibile ed esperienziale.   Tra le colline di origine vulcanica che circondano l’antico borgo di Soave, là dove la terra nera racconta di oceani scomparsi e vigneti secolari, sorge Suavia. Un luogo dove l’arte del vino si intreccia con la memoria, e dove le sorelle Tessari – Alessandra, Meri e Valentina – custodiscono con passione l’identità di una cantina che è, prima di tutto, casa. È qui che il tempo si dilata, si ascolta, si assaggia. Ed è qui che prende vita l’esperienza enoturistica firmata Suavia: un invito a entrare nel cuore vivo del Soave Classico, a scoprire un territorio che parla attraverso i suoi vini, le sue voci, le sue colline. A Fittà, il punto più alto della denominazione, l’azienda accoglie ogni giorno – su prenotazione e con l’esclusione della domenica – appassionati e viaggiatori del gusto per degustazioni guidate direttamente dalle sorelle Tessari. Un momento intimo, senza mediazioni, dove ogni calice diventa racconto, ogni vino una chiave d’accesso a un patrimonio di cultura, geologia e biodiversità. Si assaggiano i grandi bianchi di Suavia – dal Monte Carbonare al Massifitti, dall’Opera Semplice al Soave Classico – immersi nel paesaggio che li ha generati, avvolti dal silenzio operoso della cantina e dalla narrazione esperta di chi ogni giorno vive quelle vigne e quella terra. Ma l’esperienza a Suavia è anche un punto di partenza: perché il territorio del Soave Classico non si limita alla bottiglia, ma si estende lungo sentieri, borghi, castelli e storie millenarie. Per chi ama unire il vino al movimento e al respiro della natura, è possibile esplorare le colline in sella a una ebike, lungo percorsi adatti a tutti ma capaci di regalare scorci indimenticabili. Due gli itinerari consigliati: La Vecia Via della Lana, un tragitto che attraversa pascoli, boschi e antiche contrade, riscoprendo l’antico cammino dei mercanti di lana; e I 10 Capitelli, un sentiero ad anello punteggiato da cappelle votive e filari che si perdono all’orizzonte, ideale per immergersi nella spiritualità del paesaggio e nella quiete delle sue geometrie rurali. A pochi minuti dalla cantina, il Castello Scaligero di Soave attende i visitatori con le sue torri merlate e le mura che abbracciano il borgo antico. Da qui, una passeggiata nel centro storico di Soave diventa un viaggio nel tempo: tra botteghe artigiane, architetture medievali e profumi di forni e osterie, si respira ancora l’anima autentica del paese da cui tutto ha avuto inizio. Per chi coltiva la passione per la geologia e l’archeologia, un’ulteriore tappa da non perdere è il Museo dei Fossili di Bolca, scrigno straordinario che conserva reperti di pesci, piante e creature marine vissute oltre cinquanta milioni di anni fa in un oceano tropicale. Un luogo in cui la terra racconta il suo passato remoto con la stessa forza con cui oggi nutre le viti di Suavia. Infine, per chi desidera vivere il territorio con lentezza e intensità, è possibile regalarsi un’esperienza equestre tra i vigneti di Soave, lasciandosi cullare dal passo del cavallo attraverso filari ordinati, saliscendi e profili collinari scolpiti dal lavoro dell’uomo e dalla natura. Un’occasione rara per connettersi in modo profondo con il paesaggio, osservandolo da una prospettiva antica e silenziosa. Accoglienza, racconto, territorio: l’enoturismo di Suavia è un’esperienza che parte da un calice, ma si espande come un’eco, toccando corde profonde e offrendo a chi arriva la possibilità di vivere il Soave Classico nella sua forma più autentica. In ogni visita, in ogni sorso, si ritrova quel senso di appartenenza che da generazioni guida le scelte della famiglia Tessari. E ogni incontro diventa, naturalmente, il punto d’inizio di un legame. La Redazione
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12 Maggio, 2025

Paris vous aime

Parigi ti ama   Era da alcuni anni che non andavo a visitare una città europea. A dicembre mi si è presentata l’occasione di poter prenotare una breve vacanza e la scelta è andata su Parigi, la capitale francese, la Ville Lumiere! I primi giorni di aprile li ho trascorsi qui. Giorni prima ho letto alcune informazioni e voilà! Gli orari dell’aereo comodi e puntuali, mi hanno permesso di iniziare subito la visita in questo splendida località. Complice anche un tempo strepitoso che mi ha accompagnata nella mia permanenza, ho camminato tantissimo per beneficiare di tanta bellezza anche con i sensi. E naturalmente ne ho approfittato anche per assaggiare alcuni vini. A Parigi ci sono i bar a vins e cave a vins, locali dove è possibile degustare vini e, nel primo caso, anche cocktails. Ho iniziato quindi il mio soggiorno, dopo una visita alla Basilica del Sacro Cuore e a Montemartre, a Cave Petillance – Champagne et vins fins (vini pregiati) in 19 Rue Condorcet. Posto non grandissimo ma molto curato, con circa 300 etichette soprattutto di Champagne e spumanti. Sono rimasta colpita da una parete con un’immagine in cui è spiegata l’importanza della composizione del territorio, dei vitigni principali (Pinot Noir, Pinot Meunier e Chardonnay) e della produzione dello Champagne. Ho assaggiato un Blanc de Blancs (100% Chardonnay) Eric Legrand Extra Brut Cuvée dell’omonima azienda. Ci troviamo a  Celles Sur Ource, nel cuore della Cote Des Bar, chiamata così perché situata tra due villaggi, Bar-sur-Seine, a sud e Bar-sur-Aube a est.  Siamo nella Champagne meridionale, e la marna (roccia sedimentaria qui prevalentemente argillosa) domina nel suolo calcareo. Eric Legrand ha ereditato le viti e, insieme alla sua famiglia, presta grande attenzione alla coltivazione delle vigne con il sistema ciclico, affinchè le nuove piante provengano dalle migliori viti della sua proprietà. Ha ottenuto l’Haute Valeur Environnementale (HVE), il livello più alto di certificazione ambientale per le aziende agricole. Lo Champagne ha una permanenza sui lieviti di minimo 30 mesi. Colore giallo paglierino, al naso emergono subito sentori agrumati e fiori gialli, seguiti poi da note leggere di frutta secca. Questa cuvée non ha vin de reserve (vino di riserva, cioè vini di annate precedenti non spumantizzati, tenuti appositamente da parte, per dare un’impronta stilistica allo champagne in fase di assemblaggio). Nonostante questa assenza, il dosaggio zuccherino extra brut (3g/l) garantisce freschezza, una leggera sapidità e una buona persistenza. Perlage fine. Vino adatto per un aperitivo. Lo abbino alla canzone degli Oasis Champagne Supernova, un’esplosione stellare piena di bollicine. Il giorno successivo percorro circa 20 chilometri a piedi: Arc de Triomphe, Champs Elysèe, la meravigliosa Cattedrale di Notre-Dame riaperta da poco dopo l’incendio che l’ha quasi distrutta alcuni anni fa. Abbagliata da tanta bellezza, ma bisognosa di riposo, decido di fare una tappa rigenerante a La Cave des Climats, 35 Rue de Verneuil.  Il termine Climat, in Borgogna, indica un determinato terroir utilizzato per un singolo vitigno. Arrivo e il locale ha appena aperto, propendo per un vino borgognese, ma fa caldo e l’effervescenza disseta. Quindi mi dedico ad assaggiare con molta calma uno Champagne: Heritage Brut Nature della Maison Brice, indipendente e a conduzione familiare. E’ situata a Bouzy, villaggio Grand Cru (porzione di territorio molto prestigiosa), zona Montagne di Reims, nel cuore della regione. Dopo vari passaggi di proprietà, con le prime bottiglie di Champagne che risalgono addirittura al 1684, nel 1994 Jean-Paul Brice amplia molto la produzione e la qualità, ottenendo anche la certificazione ambientale l’Haute Valeur Environnementale (HVE). Lo Champagne assaggiato, permanenza sui lieviti di minimo 24 mesi, è composto per il 70% di Pinot Noir e per il 30% di Chardonnay. Il primo fornisce eleganza, il secondo aiuta nell’evoluzione del vino e nel suo equilibrio. L’assenza di residuo zuccherino, esalta alla percezione subito la mineralità, dovuta al gesso presente nel sottosuolo dell’area. Seguono poi note di fiori bianchi, pera e mela. Al palato è fresco e cremoso. Perlage molto fine e persistente. Adatto ad accompagnare pesce grigliato. E in onore degli Impressionisti, che ho ammirato dopo la tappa vinicola al Museo d’Orsay, lo abbino a un libro molto bello, un giallo intitolato Ninfee nere di Michel Bussi, ambientato a Giverny. Qui Claude Monet visse per molti anni dipingendo quadri bellissimi. Il giorno successivo, la mattina, mi dedico a un sogno: la Reggia di Versailles, maestosa e dorata, ambita da quando vedevo il cartone animato Lady Oscar. Il pomeriggio salgo in cima alla Tour Eiffel, imponente simbolo di Parigi e una meraviglia architettonica. Per la mia ultima cena parigina, mi regalo un piatto di ostriche con uno spuntino e concludo il pasto con un liquore leggendario: Chartreuse Verte. La prima versione fu creata nel Settecento, basandosi su una vecchia ricetta di elisir di lunga vita, nel Monastero Certosino di Vauvert a Parigi. Poi, nel 1840, grazie anche alle modifiche apportate negli anni passati nel Monastero della Grande Chartreuse (Certosa) vicino Grenoble (Francia meridionale, regione Alvernia-Rodano-Alpi), fu ufficializzata la ricetta con la formula di 130 erbe che danno il caratteristico colore verde e che ancora oggi è rinomata e tenuta segreta nei dettagli. La produzione oggi avviene a Voiron, vicino il monastero, sempre sotto il controllo dei Certosini. Sono presenti erbe, fiori, spezie e radici. La base è alcol di barbabietola con l’aggiunta di zucchero bianco. 55% di gradazione alcolica con affinamento di minimo 3 anni in botti di rovere francese nelle cantine della Certosa, unico posto in cui il prezioso liquore è prodotto. Dopo il primo sentore fortemente alcolico, si percepiscono note erbacee, salvia, menta, rosmarino, liquirizia e cannella. Complessità aromatica particolare e suggestiva, soprattutto se si pensa a dove avviene la creazione di questo nettare. Il gusto è dolce, con freschezza equilibrata dallo zucchero, nient’affatto stucchevole.  L’ho degustato liscio, con temperatura di servizio di circa 12 gradi, ottimo come digestivo. Lo abbino a un documentario bellissimo del 2005 di Philip Gröning Il Grande Silenzio, che racconta proprio la vita quotidiana dei monaci Certosini che vivono nella Grande Chartreuse. Molto suggestivo. L’ultimo giorno lo dedico alla visita del Cimitero di Père-Lachaise, in cui sono sepolte personalità illustri, tra cui Jim Morrison, cantante dei Doors, da sempre un mio mito. Breve tappa alla Shakespeare and Company, libreria storica che per anni è stata un punto di incontro di scrittori e scrittrici di fama. Prima di dirigermi all’aeroporto, mi dedico un ultimo vino all’Abstinence (ironico nomen omen) 47 Av. de la Motte-Picquet. Anche qui, come  per gli altri assaggi, mi affido al gestore che azzecca quello che voglio. L’ammonite 2022, Domaine de Maltaverne, Pouilly-Fumé (zona della regione della Loira, in cui il vitigno protagonista è  il Sauvignon Blanc). Tenuta situata a Tracy-sur-Loire, sotto la guida di Gilles Maudry che l’ha ereditata dal padre nel 1984, e recentemente si avvale anche della collaborazione del figlio Matthieu,. Entrambi, con grande attenzione, perseguono il corso naturale della produzione; infatti completano la fermentazione malolattica, che alleggerisce l’acidità ed esalta gli aromi dei vini.  Proprio per la conformazione calcarea del suolo in cui sono coltivate le vigne, L’Ammonite (nome di un fossile) al naso presenta leggere note affumicate, seguite subito da sentori di tiglio, pompelmo, pera e ananas. Freschezza, mineralità, sapidità e persistenza lo rendono estremamente elegante. E poiché il viaggio si sta concludendo, lo abbino alla splendida canzone dei The Doors The End.   Merci Paris!     Biancamaria Caroli Mi trovi su Instagram come @bingasommelier    
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11 Maggio, 2025

Vinix by Night a Roma

La rivoluzione producer to consumer (#p2c) torna al Monk Sabato 17 Maggio con un banco d’assaggio aperto a tutti, presenti i produttori (orario 17-24) Si terrà Sabato 17 Maggio 2025, dalle 17 alle 24, presso il Centro Culturale Monk (Via Giuseppe Mirri, 35 – 00159 Roma), la presentazione del catalogo dei produttori della piattaforma Vinix, Beersboard e Specialy. Pensato per favorire l’incontro e le relazioni tra produttori e gruppi di acquisto nati e gestiti direttamente all’interno della piattaforma,  l’evento è aperto a tutti gli appassionati che desiderino conoscerne il funzionamento e i produttori. Come funziona Durante il pomeriggio e la serata, dalle ore 17 alle ore 24 con orario continuato e alla presenza dei produttori, sarà possibile degustare i prodotti in degustazione di alcune delle aziende del market e incontrare i capicordata dei maggiori gruppi di acquisto. Sarà inoltre possibile iscriversi gratuitamente alla piattaforma e naturalmente lanciare cordate in diretta! L’acquisto in cordata (https://www.vinix.com) è un metodo alternativo di acquisto che alle consuete formule del Business to Consumer e del Business to Business, sostituisce il modello Producer to Consumer (#p2c), orientato alla disintermediazione reale. Il sistema è semplice, potendo scegliere da un catalogo di produttori di valore e in costante crescita (oltre 120 da tutta Italia con migliaia di referenze disponibili, al momento), le persone possono aggregarsi alle cordate nella propria zona per ottenere condizioni di acquisto molto convenienti rispetto all’acquisto tradizionale al dettaglio. Non un comune e-commerce quindi ma un sistema di vendita sociale – leale, diretto, dal basso – con prezzi decrescenti all’aumentare delle quantità ordinate ed evidenti benefici ambientali, derivanti sia dalla compartecipazione delle persone alla distribuzione finale, sia dalla logistica ottimizzata, con una drastica riduzione del numero di spedizioni.   Dettagli dell’evento di Sabato 17 Maggio Luogo: Centro Culturale Monk (Via Giuseppe Mirri, 35 – 00159 Roma)
Metro più vicina: Tiburtina
Orari: dalle 17 alle 24, orario continuato
Ingresso: 15 €, gratis per tutti i capicordata d’Italia attivi nell’ultimo anno
Parcheggio: al Monk fino a esaurimento spazi o nelle strade limitrofe
Fornito: calice da degustazione, tracolla e piccoli assaggi Come arrivare Qui di seguito i percorsi più utili per accedere all’evento dalla stazione Roma Termini e dalla Metropolitana più vicina:
Da Stazione Roma Termini al Monk, autobus e tratto a piedi:
https://goo.gl/maps/DzXgzr9LfFtUcMTdA Da Stazione Roma Termini al Monk, in auto:
https://goo.gl/maps/ukH8a5UKoMmPfJsg9 Da Stazione Termini al Monk, solo a piedi:
https://goo.gl/maps/wGiBZ4WzdatA2YPB9 Dalla Metropolitana più vicina (Tiburtina) al Monk a piedi:
https://goo.gl/maps/bzhqbq5rn4vfovy58   Link utili Per conoscere la lista espositori (dal 30 aprile) e tutti i dettagli, clicca qui di seguito:
https://www.vinix.com/post/194685/vinix-by-night-a-roma-sabato-17-maggio/ Come lanciare una cordata di successo:
https://www.vinix.com/post/158388/come-si-lancia-una-cordata-tuttoquello-che-ti-occorre-sapere-per-lanciare-una-cordata-di-successo/ Per informazioni sui produttori del catalogo:
https://www.vinix.com/shop/ Per conoscere in dettaglio il funzionamento del market:
https://www.vinix.com/faq/ Seguire le cordate in diretta su Telegram:
https://t.me/vinixdotcom Gli altri siti / app del network:
Beersboard – https://www.beersboard.com
Specialy – https://www.specialy.com
Fevrly – https://www.fevrly.com   Informazioni e contatti Vinix a Roma è un evento organizzato da Vinix Social Commerce
https://www.vinix.com
info@vinix.com
+39 347 211 9450   La Redazione
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11 Maggio, 2025

Clantenova. L'anima multiculturale del Chianti che parla attraverso il vino

Tra le curve gentili delle colline toscane, poco distante da Firenze, c’è un luogo che racchiude in sé non solo la bellezza del Chianti, ma anche la storia di una famiglia unica, che ha saputo intrecciare culture, generazioni e passioni. Clantenova non è soltanto un agriturismo biologico. È un crocevia di culture, una storia familiare che intreccia la Toscana più autentica con le influenze eleganti del Trentino-Alto Adige e le radici antiche del Libano. A guidare oggi questa realtà sono Henry e Alex Bakhos, padre e figlio, custodi di un’eredità agricola e culturale profonda, trasformata in vini di carattere che parlano il linguaggio del territorio ma con accenti sorprendenti. Le radici di una passione La storia della famiglia Bakhos affonda le sue radici nella campagna toscana, dove la viticoltura è parte della vita quotidiana da secoli. Ma ciò che rende unico il progetto Clantenova è la sua eredità multiculturale. La madre della nonna di Alex era originaria del Trentino-Alto Adige, regione che ha portato con sé un bagaglio gastronomico raffinato e un approccio rigoroso alla gestione della terra. Il nonno paterno, invece, era libanese, e con sé ha portato non solo il cognome “Bakhos” – derivato dal dio romano dell’agricoltura e del vino, Bacco – ma anche una visione spirituale e simbolica del vino come elemento sacro, di legame tra uomo e natura.
Questa fusione di identità, che abbraccia il Mediterraneo, le Alpi e l’Italia centrale, è oggi visibile in ogni angolo dell’azienda: nei dettagli architettonici dell’agriturismo, nella filosofia agricola rispettosa dell’ambiente, ma soprattutto nei vini, che raccontano questa storia con forza e eleganza. Il rispetto per la terra: la scelta biologica Clantenova è un’azienda certificata biologica, con vigneti curati secondo pratiche agricole sostenibili, prive di diserbanti e sostanze chimiche aggressive. La scelta del biologico non è una moda, ma una dichiarazione di rispetto per il suolo, per le piante e per le generazioni future. Il clima del Chianti – con le sue escursioni termiche, il terreno ricco di galestro e la ventilazione naturale – favorisce la produzione di vini espressivi, che riescono a coniugare struttura e bevibilità. La cantina: artigianalità e tempo La filosofia produttiva di Clantenova è orientata alla qualità, non alla quantità. Le fermentazioni avvengono lentamente, con lunghe macerazioni sulle bucce per estrarre il meglio da ogni varietà. L’affinamento viene effettuato in botti di rovere francese selezionate, alcune delle quali ospitano i vini per diversi anni. Il tempo è considerato un ingrediente essenziale, non un nemico: ogni bottiglia viene messa in commercio solo quando è davvero pronta. Le etichette: identità e carattere La degustazione presso Clantenova si apre con tre vini rossi che rappresentano le tre anime dell’azienda: la tradizione del Chianti, la morbidezza di un Superiore, e l’innovazione di un Super Tuscan. Chianti Classico DOCG 2022 Composto al 100% da Sangiovese, questo vino rappresenta l’essenza della denominazione. La fermentazione dura 22 giorni, seguita da un affinamento di 18 mesi in botti di rovere francese. Il naso è intenso: ciliegie mature, cuoio, tabacco e una nota balsamica di cedro. Al palato è corposo, con tannini importanti ma ben levigati, e un finale lungo ed elegante. Abbinamenti consigliati: bistecca alla fiorentina, carni alla brace, Parmigiano stagionato, pici al ragù. Chianti Superiore DOCG 2021 Un blend di 80% Sangiovese e 20% Merlot. Dopo la fermentazione, il vino riposa sei mesi in cemento e un anno in botte di rovere francese. Il risultato è un rosso elegante, con profumi di ciliegie rosse, prugne, spezie dolci e una morbidezza che conquista. In cucina: perfetto con carni arrosto, risotto ai funghi, pecorino stagionato o con piatti di pasta al forno. IGT Toscana Rosso – Super Tuscan 2020 Questo vino esprime la vena più creativa della cantina: 60% Sangiovese, 20% Syrah e 20% Gamay. L’affinamento dura ben 36 mesi in rovere francese, conferendo complessità e profondità. Al naso: more, ciliegie nere, pepe nero, cioccolato ed espresso. In bocca è potente, strutturato, con tannini audaci e un finale lungo e avvolgente. Ideale con: selvaggina, brasati, stufati di manzo, costine, oppure formaggi intensi come Pecorino toscano e Parmigiano ben stagionato. Un riconoscimento che premia la dedizione Nel 2025, Clantenova ha ricevuto un importante riconoscimento dai sommelier della rivista Vinodabere durante la Chianti Classico Collection. Un premio che non solo celebra la qualità dei vini, ma anche l’approccio autentico e trasparente di questa famiglia, che ha scelto di produrre vini in sintonia con la propria storia, senza mai scendere a compromessi. Il Chianti e il mito del Gallo Nero Clantenova si inserisce con orgoglio nella storia del Chianti Classico, una delle denominazioni più antiche e celebri al mondo. Simbolo di questa DOCG è il Gallo Nero, che trae origine da una leggenda medievale. Durante le guerre tra Firenze e Siena, si decise di stabilire i confini del Chianti facendo partire due cavalieri al canto del gallo: il gallo nero fiorentino, tenuto a digiuno per giorni, cantò prima dell’alba, permettendo al cavaliere di Firenze di partire prima e conquistare più territorio. Oggi quel gallo è simbolo di autenticità e orgoglio, e lo si ritrova sulle bottiglie più rappresentative della zona. Ospitalità autentica Visitare Clantenova significa immergersi in un’atmosfera familiare e accogliente. L’agriturismo offre camere con vista sui vigneti, colazioni fatte in casa e la possibilità di partecipare a degustazioni guidate, pranzi tipici toscani, eventi stagionali. Ogni visita è un’occasione per entrare in contatto diretto con chi il vino lo produce davvero, dalla vigna alla bottiglia. Clantenova è più di una cantina: è un luogo dove la storia familiare si fonde con la vocazione agricola, dove ogni bottiglia è un racconto di identità, fatica e amore per la terra. In un tempo in cui l’autenticità è un valore raro, Clantenova riesce a incarnarla con naturalezza, offrendo non solo ottimi vini, ma una vera esperienza umana.   Claudia Maremonti Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier Racconti diVini
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