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26 Maggio, 2025
Arena di Verona e Vinitaly danno vita alle degustazioni prima dell'Opera
L’eccellenza vitivinicola, gastronomica e musicale si fonde in una nuova esperienza. Cresce il progetto Arena Opera Festival Experience gestito da Infront Italy
Una degustazione delle migliori etichette nazionali, accompagnata dai prodotti dell’eccellenza gastronomica, abbinata ad una serata d’opera nel teatro all’aperto più grande al mondo. Nasce Vinitaly, the Opera’s Ouverture, un’esperienza sensoriale, una celebrazione del made in Italy. Fondazione Arena di Verona e Vinitaly arricchiscono l’offerta dell’Arena Opera Festival Experience, progetto gestito da Infront Italy.
A pochi passi dall’Arena, nel palazzo seicentesco della Gran Guardia, prende vita un’esperienza esclusiva. Dal 4 luglio al 31 agosto, per ben 38 serate, il vino italiano diventa protagonista di un percorso di degustazione pre-opera. Dal giovedì alla domenica e durante alcune serate di Gala, l’esclusiva buvette che si affaccia su piazza Bra ospiterà una selezione delle cantine del territorio, guidata dallo sponsor Sartori di Verona, official supplier del Festival lirico, e dalle cantine che hanno aderito al progetto 67 Colonne per l’Arena di Verona. Ma non solo. Sarà, infatti, presente un’area dedicata alle migliori etichette selezionate da Vinitaly. Cambieranno così, di sera in sera, le cantine e i vini in degustazione. Ad accompagnare i calici una cena a passaggio di alta qualità, pietanze abbinate ai vini presenti, un omaggio alla cucina tricolore, candidata a Patrimonio dell’Umanità.
L’esperienza prenderà il via dalle ore 19 e durerà fino all’inizio dello spettacolo. Oltre all’ingresso singolo, che può essere acquistato sul sito www.arena.it in abbinamento allo spettacolo, saranno due le modalità di partecipazione per la clientela business: abbonamenti corporate da 80 o 100 ingressi e carnet flessibili da 40 accessi, pensati per offrire alle aziende massima libertà di fruizione. Su richiesta, sarà inoltre possibile arricchire l’esperienza con un momento introduttivo all’opera, realizzato da Fondazione Arena per guidare il pubblico allo spettacolo in scena quella sera. Per prenotare è possibile inviare una mail all’indirizzo hospitality.italy@infrontsports.com.
Cecilia Gasdia, Sovrintendente di Fondazione Arena
Puntiamo ad un’offerta completa di altissima qualità, in primis dal punto di vista artistico per soddisfare melomani e appassionati di musica, ma anche attraverso nuove esperienze che regalino al pubblico straniero un’immersione di italianità e alle aziende e ai loro clienti una serata indimenticabile. Come diciamo sempre l’Arena è il luogo più italiano sulla Terra, grazie alla collaborazione con prestigiose realtà, come Veronafiere e Vinitaly, lo è sicuramente ancora di più.
Federico Bricolo, presidente dei Veronafiere
Questa iniziativa nata dalla partnership tra Veronafiere e Fondazione Arena rappresenta un esempio vincente di sinergia nella promozione di due eccellenze del nostro territorio e ambasciatori del made in Italy: il vino e la cultura . Vinitaly, la più importante manifestazione dedicata al nostro vino, e l’Arena, uno dei templi più straordinari della musica e dell’opera, si uniscono per promuovere non solo eventi, ma un’esperienza italiana a tutto tondo che parla al grande pubblico internazionale.
Alessandro Giacomini, Managing Director di Infront Italy
Con Vinitaly, The Opera’s Ouverture vogliamo rafforzare ulteriormente il legame tra cultura, ospitalità e territorio. L’Arena di Verona è un simbolo del nostro patrimonio, e creare un’occasione di incontro tra imprese e istituzioni nella sua cornice significa valorizzare il meglio dell’identità italiana: arte, relazioni e ospitalità.
La Redazione
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26 Maggio, 2025
ViniAmo 2025
Il 4 e 5 maggio, si è svolta la terza edizione di ViniAmo, evento organizzato da Minelli Wine Events, di Stefano Minelli, che condivide vari aspetti del mondo vinicolo soprattutto a Roma e nella Regione Lazio. Il luogo scelto è stato l’Hotel Cristoforo Colombo, nel quartiere romano dell’Eur, dotato sia di una grande sala congressi, che di uno spazio esterno con tavolini e ombrelloni. Sono state organizzate anche alcune masterclass ed erano presenti vari banchi di assaggio. E’ stato anche fornito, su prenotazione, un servizio navetta gratuito da e per la stazione metro Eur Fermi.
Questa volta, poiché la domenica ero impegnata, sono potuta andare il pomeriggio del secondo giorno, lunedì 5 maggio. Il primo impatto è stato estremamente positivo: temperatura interna perfetta, afflusso numeroso di persone che mi ha permesso comunque di parlare con chi rappresentava le aziende presenti. Ero appena uscita dall’ufficio e d’impulso ho diretto la mia attenzione soprattutto alle bollicine.
Inizio ottimo con Cantina Messori, situata a Correggio (Reggio Emilia). Nata nel 1916 come azienda agricola e poi conferitrice di uve alle cooperative vinicole, negli ultimi anni, grazie soprattutto alla svolta imprenditoriale di Elena Messori, si è dedicata alla produzione di vini che esaltano molto la territorialità. I vigneti sono nella Pianura Padana, tra il Modenese e il Reggiano, con suoli ricchi di argilla e sabbia e in cui il Lambrusco è predominante.
Ma non solo. Il primo assaggio, infatti, è Ribelle, ottenuto da Pignoletto (vitigno autoctono emiliano a bacca bianca che spesso è vinificato fermo). In questo caso il nome di fantasia, deriva dalla spumantizzazione con il Metodo Charmat (rifermentazione in autoclave), che evidenzia le note olfattive di fiori di campo. Al sorso freschezza e sapidità sono equilibrate. Ho proseguito con il “re” di queste zone: il Lambrusco. Ne ho degustate due versioni: Gasato, frizzante a base di Lambrusco Salamino, in cui i sentori di frutti di bosco, sono seguiti da un gusto fine; Spettinato, frizzante ottenuto con metodo ancestrale (fermentazione in bottiglia sui lieviti, non filtrato) da Lambrusco Grasparossa, che si caratterizza per una freschezza accattivante. Tre espressioni territoriali vivaci e agili, raccontate con entusiasmo dalle giovanissime Messori presenti all’evento.Abbinamento musicale forse ovvio, ma giusto omaggio a una terra ultimamente colpita duramente da frequenti alluvioni: Lambrusco & Pop Corn di Luciano Ligabue, nativo proprio di Correggio.
Altre bollicine che mi hanno colpito sono quelle dello Spumante Rosè Brut della Cantina Sabaini. Siamo in Veneto, nella Val d’Illasi, zona Valpolicella, in provincia di Verona, dove quest’azienda a conduzione familiare, è nel mondo del vino da fine Ottocento. Dal 2006 c’è stata una grande crescita nel marketing e nella produzione, grazie anche ai giovani Matteo e Riccardo (con quest’ultimo ho avuto il piacere di parlare allo stand) Sabaini. Ho percepito il suo entusiasmo nello spiegarmi e mostrarmi alcune tipologie dei territori di loro proprietà: ben eiTenute, in cui si spazia da suoli alluvionali, fertili, a suoli vulcanici, calcarei e argillosi, su cui sono coltivati vigneti che rendono i prodotti ottenuti molto particolari. Il Rosè assaggiato, infatti, è ottenuto da uve dell’Oasi Musella, nel Parco Naturale San Martino Buon Albergo, un insieme di biodiversità che arricchisce il vitigno Molinara, solitamente utilizzato in blend, ma leader indiscusso in questa bottiglia. Sono rimasta piacevolmente stupita: il Metodo Charmat lungo utilizzato, ha ammorbidito la freschezza e donato cremosità al gusto, anticipati da un olfatto delicato in cui le fragoline di bosco si percepiscono con immediatezza. Il bel colore rosa brillante ispira romanticismo e quindi il mio pensiero va a un poeta antico nato a Verona: Gaio Valerio Catullo, i cui versi d’amore ancora echeggiano nel tempo.
Mi aggiro tra molte bottiglie e arrivo virtualmente in Liguria, per l’esattezza nella Frazione Acquetico, a Pieve di Teco in provincia di Imperia. Qui si trova la Tenuta Maffone, azienda agricolagiovane, incastonata nella zona boschiva della Valle Arroscia. Eliana Maffone e Bruno Pollero dal 2009 si dividono tra uliveti e vigneti, coltivati tra i 500 e 600 metri sul livello del mare. Sono stata attratta da Duezerosette Spumante Millesimato Pas Dosè, prime bollicine ottenute dal vitigno autoctono a bacca nera Ormeasco, appartenente alla stessa famiglia del piemontese Dolcetto. Il Metodo Classico (rifermentazione in bottiglia) con oltre 60 mesi sui lieviti, conferisce struttura e rotondità al palato. Colore rosa cristallino, al naso note leggere di visciole, viola e crosta di pane. Perlage fine e persistente. Contenta per la piacevolezza dell’Ormeasco spumantizzato, non resisto e assaggio anche un altro vino rosato ottenuto da questo vitigno: Ormeasco di Pornassio DOC, Sciacc-Trà. Il nome è puro dialetto ligure: “schiaccia e tira”, un invito a pigiare e svinare prima che le bucce colorino il vino. Affinamento in acciaio, con sentori di ciliegia e more, seguite da freschezza e leggera sapidità e da una buona persistenza. Espressioni territoriali eccellenti, soprattutto se si pensa alla conformazione geografica spesso in pendenza della regione, in cui la viticoltura eroica prevale. Coraggio e forza fisica necessarie, che mi ricordano un film di spionaggio del 2002 di Doug Liman, con protagonista Matt Damon, le cui scene iniziali sono state girate a Imperia: The Bourne Identity.
Concludo con un distillato mia grande passione: la grappa. Qui ho assaggiato il prodotto dall’azienda Bepi Tosolini, Mastro Distillatore in Udine, in Friuli-Venezia Giulia, per l’esattezza a Marsure di Povoletto. La famiglia Tosolini, dal capostipite Bepi in poi, si dedica ai liquori dagli anni Quaranta, e negli anni Cinquanta, fonda la distilleria a Udine, con una cantina di grappa, che inizia a pubblicizzare in tutta Italia. Agli inizi degli anni Settanta, è aperta la grande distilleria a Povoletto con gli alambicchi tradizionali a vapore e bagnomaria. Inizia così il grande successo dell’azienda, grazie anche alla selezione delle uve, coltivate nelle zone friulane del Collio e dei Colli Orientali. I passaggi sono: pigiatura, mosto fiore” e distillazione della vinaccia, seguiti da altri processi di lavorazione. Ho assaggiato l’Agricola ® Grappa Friulana, a base di uve di Cabernet, Merlot e Refosco. Colore bianco cristallino, note leggere di frutti di bosco e gusto morbido, che pulisce il palato con una lunga persistenza. Sensazioni durature, che portano a pensieri e riflessioni, come accade leggendo il libro I fantasmi di pietra di Mauro Corona, che racconta il paese friulano abbandonato di Erto.
In questo articolo ho descritto ciò che mi ha impressionato di più, ma sottolineo che ho rilevato un’alta qualità anche in altri vini degustati. Sono rimasta molto contenta per l’entusiasmo delle persone presenti ai banchi di assaggio, sia agenti di zona, che esponenti delle aziende produttrici. Percepivo la soddisfazione nello spiegare il territorio di origine e la storia familiare. Come dico spesso: La bottiglia è solo l’ultimo tassello di un lungo percorso.
Biancamaria Caroli
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25 Maggio, 2025
Alla scoperta di Argillae e Sirio Anfore - parte I
Un’esperienza formativa nel cuore dell’Umbria
Un sole primaverile ha incorniciato un’esperienza formativa ed entusiasmante per i sommelier dell’AIS di Arezzo. Questa giornata speciale di formazione è nata da un incontro significativo avvenuto lo scorso dicembre. grazie a press tour organizzato da Multimedia Milano in Umbria, ho conosciuto Giulia Di Cosimo di Argillae e Fabrizio Ratti di Sirio Anfore.
Fin da subito con Giulia abbiamo concordato sull’importanza di una comunicazione efficace sia sul ruolo delle anfore come contenitore vinicolo, sia sulla straordinaria qualità dei vini che se ne possono ricavare. Chiarezza sul mondo dell’anfora Giulia e Fabrizio credono fermamente in un programma didattico, rivolto non solo alle scuole e alle associazioni di sommelier, ma anche a giornalisti ed esperti del vino. Il fine è fare chiarezza sul complesso mondo dell’anfora. Attualmente, infatti, regna una certa confusione in merito, non solo tra il grande pubblico. Lo scopo di questo programma è fornire nozioni tecniche precise sui materiali, le cotture e la porosità di questi contenitori. Sirio Anfore: trai più importanti Players mondiali È fondamentale anche prendere in considerazione i vari players presenti in Italia e nel mondo: Sirio Anfore è uno dei pochi produttori italiani di anfore tecniche per vino, insieme a realtà come Artenova (Impruneta, Firenze) e Tava (Trentino). A livello mondiale, i produttori più noti si trovano in Georgia (dove le anfore, o qvevri, sono parte di una tradizione millenaria, con produttori come Twins Wine House o Mildiani Family Winery). In Portogallo (Talha, ad esempio con Rocim) e in Spagna (Tinajas, come la fabbrica Moreno Leon). In questo panorama, Sirio Anfore si posiziona come un attore di rilievo, riconosciuto per la sua innovazione e la capacità di rispondere alle esigenze specifiche dei produttori, definendo gli standard delle anfore tecniche moderne. Fabrizio Ratti: l’umile artigiano della tradizione La giornata è iniziata a Città della Pieve, dove ad accoglierci c’era Fabrizio Ratti, anima di Sirio Anfore. Questa realtà opera in ben 21 paesi nel mondo, producendo anfore di ceramica microporosa di altissima qualità. Fabrizio si definisce un semplice artigiano, nonostante la sua visione lungimirante e il successo internazionale. La nascita di Sirio Anfore è stata una risposta creativa a un periodo di significativo calo nel settore edilizio. La sua famiglia gestisce da oltre 35 anni una fornace specializzata nella produzione di mattoni e pavimenti in cotto, materiali che per decenni hanno rappresentato un punto fermo nel settore edilizio. Negli ultimi anni, il comparto ha subito una profonda crisi, causando un drastico calo della produzione. Fabrizio ha così provato a reinventarsi, sfruttando la sua innata creatività e la profonda conoscenza dell’argilla per esplorare nuove opportunità e riconvertire una parte dell’attività di famiglia, che tuttora continua a produrre laterizi tradizionali. Partire dall’acqua per la riconversione Il percorso di Fabrizio verso le anfore vinicole non fu immediato. Il suo primo tentativo di diversificazione lo vide impegnato nella creazione di vasi in ceramica per la depurazione dell’acqua. Questo progetto si basava sull’idea di un ingegnere guatemalteco, ispirata agli antichi filtri d’acqua in ceramica di origine Maya, noti per la loro efficacia nel purificare l’acqua attraverso la filtrazione microporosa. Nonostante il potenziale sociale del progetto, Fabrizio non riuscì a ottenere il sostegno economico necessario da parte di enti e fondazioni, e fu costretto ad accantonarlo. Dall’acqua al vino: l’incontro decisivo con Michele Bean Fu proprio in questo momento di passaggio che avvenne l’incontro cruciale con l’enologo Michele Bean. All’epoca, Michele collaborava come consulente per Giovanni Bulgari, il celebre gioielliere e vicino di casa di Fabrizio, proprietario dell’azienda agricola Podernuovo a Palazzone a San Casciano dei bagni (SI). Michele, un enologo friulano con un’ampia esperienza internazionale, stava affrontando notevoli problemi con i contenitori vinari in Sicilia, spesso difettosi e difficili da gestire. Riconoscendo la straordinaria competenza di Fabrizio nella lavorazione dell’argilla e la sua abilità nel creare ottimi manufatti, Michele gli propose una sfida ambiziosa: realizzare vasi vinari tecnici, in grado di garantire un affinamento del vino controllato e senza difetti. Questa proposta ha segnato l’inizio di una collaborazione fruttuosa che avrebbe portato alla nascita di Sirio Anfore. La filosofia di Sirio Anfore e tecnologia high-tech Fondata dunque a maggio 2014, più di 10 anni fa, Sirio Anfore porta avanti due aspetti fondamentali. Il primo è un richiamo evocativo al passato, un legame con la storia del vino, poiché le anfore sono stati tra i primi contenitori utilizzati per accogliere e conservare il prezioso nettare. Il secondo aspetto è di natura tecnica, legato alla specifica tipologia di affinamento ed elevazione che questi contenitori conferiscono al vino grazie alla loro microporosità, e al loro utilizzo sia per la fermentazione che per l’affinamento dei vini. La loro produzione rappresenta una tecnologia high-tech che sposa l’antica artigianalità con strumentazioni all’avanguardia, garantendo precisione e risultati di eccellenza. Uno degli aspetti più affascinanti di Sirio Anfore è la sua capacità di ascoltare attentamente le esigenze dei produttori. Proprio da questo dialogo e dalla volontà di soddisfare richieste specifiche, nascono spesso nuove versioni di anfore uniche, come quelle realizzate su misura per Giulia e la sua azienda Argillae. Produzione delle anfore Sirio: dalla ceramica microporosa la chiave della traspirazione La realizzazione delle anfore Sirio richiede un processo preciso, dove il controllo di temperature, assemblaggio ed essiccazione è fondamentale per le proprietà traspiranti del materiale.
La ceramica microporosa nasce da una miscela di argille cotta tra i 900°C e i 1200°C. Questa forbice di temperature è cruciale influenzando direttamente la dimensione e la distribuzione dei pori. Temperature più basse aumentano la porosità, mentre quelle più alte la riducono, rendendo il materiale meno traspirante. A differenza della ceramica tradizionale, qui si cerca di non vetrificare il materiale per mantenere i pori aperti, consentendo uno scambio do ossigeno simile a come accade con i contenitori in legno, ma senza cessioni. Assemblaggio ed essiccazione: fasi delicate L’assemblaggio delle anfore Sirio avviene unendo le singole sezioni (corpo, collo, base) con la barbottina, una “colla” d’argilla. È fondamentale che le superfici siano pulite e umide al punto giusto per un’adesione perfetta. Successivamente, l’essiccazione è la fase più critica: l’acqua deve evaporare lentamente e uniformemente, in ambienti controllati o ventilati. Questo previene deformazioni o crepe. La durata varia da giorni a settimane. Solo quando l’anfora è completamente asciutta è pronta per la cottura finale, che le conferirà la sua struttura e le sue proprietà definitive. Questo processo meticoloso garantisce che le anfore Sirio siano perfette per la micro-ossigenazione e la maturazione dei vini. La Creatività di Fabrizio: Innovazione e Accessori per Sirio Anfore La visione di Fabrizio Ratti non si limita alla produzione delle anfore in sé, ma si estende all’ideazione di soluzioni innovative e accessori che ne migliorano l’utilizzo e l’efficacia. La sua innata creatività lo ha portato a sviluppare piccoli brevetti che dimostrano una profonda comprensione delle esigenze del settore enologico.
Tra questi spiccano i colmatori in vetro di Murano, prodotti da Sirio Anfore con il marchio SIRIO GLASS. Questi colmatori, realizzati interamente a mano da maestri vetrai di Murano con vetro temperato, sono un esempio di come l’arte tradizionale si fonda con la funzionalità enologica. Disponibili in diverse dimensioni e colori (trasparente, verde e ambra), sono progettati per adattarsi a vari tipi di contenitori, dalle botti in legno ai tini in acciaio e cemento, garantendo un’integrità e un controllo ottimali durante l’affinamento del vino. Kit specifico per la pulizia delle anfore, consulenze a tanto altro Inoltre, Fabrizio ha sviluppato un kit specifico per la pulizia delle anfore, dimostrando attenzione anche alla praticità e all’igiene. Questo kit, insieme alla possibilità di utilizzare zolfo o ozono tramite apposite apparecchiature fornite come accessori, semplifica le operazioni di manutenzione, assicurando che le anfore Sirio siano sempre nelle condizioni ideali per l’affinamento dei vini, con procedure di pulizia efficaci e semplici da attuare, come l’uso di soda caustica e acido citrico o tartarico per la neutralizzazione.
Questi dettagli rivelano non solo la competenza artigianale di Fabrizio, ma anche la sua capacità di anticipare le necessità del mercato e di offrire un sistema completo e all’avanguardia per la vinificazione e l’affinamento in anfora. Argillae: un mosaico di biodiversità per vini eccellenti Dopo l’interessante immersione nel mondo delle anfore di Sirio a Città della Pieve, ci siamo diretti ad Allerona, dove si estende l’Azienda Agricola Argillae. Questa vasta tenuta copre circa 220 ettari complessivi, ma solo 15 di questi sono dedicati ai vigneti. I restanti ettari sono un prezioso scrigno di boschi, un lago e altre forme di biodiversità, elementi essenziali che contribuiscono a creare un ecosistema equilibrato e a garantire la produzione di uve eccellenti. Nel prossimo articolo, proseguiremo il nostro viaggio addentrandoci nella visita e nella degustazione presso l’azienda agricola Argillae, in compagnia di Giulia Di Cosimo, per scoprire ulteriori dettagli sull’applicazione pratica di queste innovative tecniche. Benedetta Costanzo Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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Fin da subito con Giulia abbiamo concordato sull’importanza di una comunicazione efficace sia sul ruolo delle anfore come contenitore vinicolo, sia sulla straordinaria qualità dei vini che se ne possono ricavare. Chiarezza sul mondo dell’anfora Giulia e Fabrizio credono fermamente in un programma didattico, rivolto non solo alle scuole e alle associazioni di sommelier, ma anche a giornalisti ed esperti del vino. Il fine è fare chiarezza sul complesso mondo dell’anfora. Attualmente, infatti, regna una certa confusione in merito, non solo tra il grande pubblico. Lo scopo di questo programma è fornire nozioni tecniche precise sui materiali, le cotture e la porosità di questi contenitori. Sirio Anfore: trai più importanti Players mondiali È fondamentale anche prendere in considerazione i vari players presenti in Italia e nel mondo: Sirio Anfore è uno dei pochi produttori italiani di anfore tecniche per vino, insieme a realtà come Artenova (Impruneta, Firenze) e Tava (Trentino). A livello mondiale, i produttori più noti si trovano in Georgia (dove le anfore, o qvevri, sono parte di una tradizione millenaria, con produttori come Twins Wine House o Mildiani Family Winery). In Portogallo (Talha, ad esempio con Rocim) e in Spagna (Tinajas, come la fabbrica Moreno Leon). In questo panorama, Sirio Anfore si posiziona come un attore di rilievo, riconosciuto per la sua innovazione e la capacità di rispondere alle esigenze specifiche dei produttori, definendo gli standard delle anfore tecniche moderne. Fabrizio Ratti: l’umile artigiano della tradizione La giornata è iniziata a Città della Pieve, dove ad accoglierci c’era Fabrizio Ratti, anima di Sirio Anfore. Questa realtà opera in ben 21 paesi nel mondo, producendo anfore di ceramica microporosa di altissima qualità. Fabrizio si definisce un semplice artigiano, nonostante la sua visione lungimirante e il successo internazionale. La nascita di Sirio Anfore è stata una risposta creativa a un periodo di significativo calo nel settore edilizio. La sua famiglia gestisce da oltre 35 anni una fornace specializzata nella produzione di mattoni e pavimenti in cotto, materiali che per decenni hanno rappresentato un punto fermo nel settore edilizio. Negli ultimi anni, il comparto ha subito una profonda crisi, causando un drastico calo della produzione. Fabrizio ha così provato a reinventarsi, sfruttando la sua innata creatività e la profonda conoscenza dell’argilla per esplorare nuove opportunità e riconvertire una parte dell’attività di famiglia, che tuttora continua a produrre laterizi tradizionali. Partire dall’acqua per la riconversione Il percorso di Fabrizio verso le anfore vinicole non fu immediato. Il suo primo tentativo di diversificazione lo vide impegnato nella creazione di vasi in ceramica per la depurazione dell’acqua. Questo progetto si basava sull’idea di un ingegnere guatemalteco, ispirata agli antichi filtri d’acqua in ceramica di origine Maya, noti per la loro efficacia nel purificare l’acqua attraverso la filtrazione microporosa. Nonostante il potenziale sociale del progetto, Fabrizio non riuscì a ottenere il sostegno economico necessario da parte di enti e fondazioni, e fu costretto ad accantonarlo. Dall’acqua al vino: l’incontro decisivo con Michele Bean Fu proprio in questo momento di passaggio che avvenne l’incontro cruciale con l’enologo Michele Bean. All’epoca, Michele collaborava come consulente per Giovanni Bulgari, il celebre gioielliere e vicino di casa di Fabrizio, proprietario dell’azienda agricola Podernuovo a Palazzone a San Casciano dei bagni (SI). Michele, un enologo friulano con un’ampia esperienza internazionale, stava affrontando notevoli problemi con i contenitori vinari in Sicilia, spesso difettosi e difficili da gestire. Riconoscendo la straordinaria competenza di Fabrizio nella lavorazione dell’argilla e la sua abilità nel creare ottimi manufatti, Michele gli propose una sfida ambiziosa: realizzare vasi vinari tecnici, in grado di garantire un affinamento del vino controllato e senza difetti. Questa proposta ha segnato l’inizio di una collaborazione fruttuosa che avrebbe portato alla nascita di Sirio Anfore. La filosofia di Sirio Anfore e tecnologia high-tech Fondata dunque a maggio 2014, più di 10 anni fa, Sirio Anfore porta avanti due aspetti fondamentali. Il primo è un richiamo evocativo al passato, un legame con la storia del vino, poiché le anfore sono stati tra i primi contenitori utilizzati per accogliere e conservare il prezioso nettare. Il secondo aspetto è di natura tecnica, legato alla specifica tipologia di affinamento ed elevazione che questi contenitori conferiscono al vino grazie alla loro microporosità, e al loro utilizzo sia per la fermentazione che per l’affinamento dei vini. La loro produzione rappresenta una tecnologia high-tech che sposa l’antica artigianalità con strumentazioni all’avanguardia, garantendo precisione e risultati di eccellenza. Uno degli aspetti più affascinanti di Sirio Anfore è la sua capacità di ascoltare attentamente le esigenze dei produttori. Proprio da questo dialogo e dalla volontà di soddisfare richieste specifiche, nascono spesso nuove versioni di anfore uniche, come quelle realizzate su misura per Giulia e la sua azienda Argillae. Produzione delle anfore Sirio: dalla ceramica microporosa la chiave della traspirazione La realizzazione delle anfore Sirio richiede un processo preciso, dove il controllo di temperature, assemblaggio ed essiccazione è fondamentale per le proprietà traspiranti del materiale.
La ceramica microporosa nasce da una miscela di argille cotta tra i 900°C e i 1200°C. Questa forbice di temperature è cruciale influenzando direttamente la dimensione e la distribuzione dei pori. Temperature più basse aumentano la porosità, mentre quelle più alte la riducono, rendendo il materiale meno traspirante. A differenza della ceramica tradizionale, qui si cerca di non vetrificare il materiale per mantenere i pori aperti, consentendo uno scambio do ossigeno simile a come accade con i contenitori in legno, ma senza cessioni. Assemblaggio ed essiccazione: fasi delicate L’assemblaggio delle anfore Sirio avviene unendo le singole sezioni (corpo, collo, base) con la barbottina, una “colla” d’argilla. È fondamentale che le superfici siano pulite e umide al punto giusto per un’adesione perfetta. Successivamente, l’essiccazione è la fase più critica: l’acqua deve evaporare lentamente e uniformemente, in ambienti controllati o ventilati. Questo previene deformazioni o crepe. La durata varia da giorni a settimane. Solo quando l’anfora è completamente asciutta è pronta per la cottura finale, che le conferirà la sua struttura e le sue proprietà definitive. Questo processo meticoloso garantisce che le anfore Sirio siano perfette per la micro-ossigenazione e la maturazione dei vini. La Creatività di Fabrizio: Innovazione e Accessori per Sirio Anfore La visione di Fabrizio Ratti non si limita alla produzione delle anfore in sé, ma si estende all’ideazione di soluzioni innovative e accessori che ne migliorano l’utilizzo e l’efficacia. La sua innata creatività lo ha portato a sviluppare piccoli brevetti che dimostrano una profonda comprensione delle esigenze del settore enologico.
Tra questi spiccano i colmatori in vetro di Murano, prodotti da Sirio Anfore con il marchio SIRIO GLASS. Questi colmatori, realizzati interamente a mano da maestri vetrai di Murano con vetro temperato, sono un esempio di come l’arte tradizionale si fonda con la funzionalità enologica. Disponibili in diverse dimensioni e colori (trasparente, verde e ambra), sono progettati per adattarsi a vari tipi di contenitori, dalle botti in legno ai tini in acciaio e cemento, garantendo un’integrità e un controllo ottimali durante l’affinamento del vino. Kit specifico per la pulizia delle anfore, consulenze a tanto altro Inoltre, Fabrizio ha sviluppato un kit specifico per la pulizia delle anfore, dimostrando attenzione anche alla praticità e all’igiene. Questo kit, insieme alla possibilità di utilizzare zolfo o ozono tramite apposite apparecchiature fornite come accessori, semplifica le operazioni di manutenzione, assicurando che le anfore Sirio siano sempre nelle condizioni ideali per l’affinamento dei vini, con procedure di pulizia efficaci e semplici da attuare, come l’uso di soda caustica e acido citrico o tartarico per la neutralizzazione.
Questi dettagli rivelano non solo la competenza artigianale di Fabrizio, ma anche la sua capacità di anticipare le necessità del mercato e di offrire un sistema completo e all’avanguardia per la vinificazione e l’affinamento in anfora. Argillae: un mosaico di biodiversità per vini eccellenti Dopo l’interessante immersione nel mondo delle anfore di Sirio a Città della Pieve, ci siamo diretti ad Allerona, dove si estende l’Azienda Agricola Argillae. Questa vasta tenuta copre circa 220 ettari complessivi, ma solo 15 di questi sono dedicati ai vigneti. I restanti ettari sono un prezioso scrigno di boschi, un lago e altre forme di biodiversità, elementi essenziali che contribuiscono a creare un ecosistema equilibrato e a garantire la produzione di uve eccellenti. Nel prossimo articolo, proseguiremo il nostro viaggio addentrandoci nella visita e nella degustazione presso l’azienda agricola Argillae, in compagnia di Giulia Di Cosimo, per scoprire ulteriori dettagli sull’applicazione pratica di queste innovative tecniche. Benedetta Costanzo Le scoperte enoiche di Benny
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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25 Maggio, 2025
Giovanni Minetti è il nuovo Presidente del Consorzio Alta Langa. Gianmario Cerruti, vicepresidente
Cambio della guardia ai vertici del Consorzio Alta Langa: il nuovo presidente è Giovanni Minetti (Tenuta Carretta). Ad affiancarlo come vicepresidente Gianmario Cerutti (Coppo). Minetti succede a Mariacristina Castelletta, che ha guidato la compagine nell’ultimo triennio.
Presidente e vice sono stati eletti dal Consiglio di Amministrazione dell’ente, scelto a sua volta nell’Assemblea dei Soci del 5 maggio scorso.
Oggi, nel CdA guidato da Minetti e Cerutti siedono: Giovanna Bagnasco (Agricola Brandini), Piero Bagnasco (Fontanafredda), Alberto Cane (Marcalberto), Luca Cigliuti (Contratto), Antonio Deltetto (Deltetto) Domenico Conta (Enrico Serafino), Carlo Galliano (Borgo Maragliano), Roberto Garbarino (Roberto Garbarino), Andrea Farinetti (Casa E. di Mirafiore), Orlando Pecchenino (Pecchenino).
Il nuovo presidente Giovanni Minetti è una figura di riferimento nel panorama vitivinicolo italiano, con una lunga carriera dedicata alla valorizzazione dei territori e delle denominazioni d’origine. Dottore agronomo specializzato in viticoltura ed enologia, ha ricoperto ruoli di primo piano in importanti aziende del settore, unendo competenze tecniche, visione strategica e una profonda conoscenza del mercato nazionale e internazionale del vino. Tra i soci fondatori del Consorzio Alta Langa, già presidente del Consorzio di Tutela del Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, e in passato alla guida di realtà storiche come Fontanafredda, attualmente a Tenuta Carretta, Minetti ha contribuito in modo determinante alla promozione dell’identità del Piemonte e alla crescita della qualità produttiva della zona, anche nel ruolo di amministratore delegato dell’ATL Langhe Monferrato Roero. Minetti è anche presidente dell’Associazione Grand Wine Tour, un network di aziende vitivinicole italiane che alla qualità dei vini uniscono quella dell’ospitalità. Oggi continua a mettere la propria esperienza al servizio di progetti che coniugano sostenibilità, cultura del territorio e innovazione, affermandosi come interlocutore autorevole nelle dinamiche di sviluppo del comparto vitivinicolo.
Giovanni Minetti
L’eredità che raccolgo è importante, e per questo il grande lavoro fatto sulla denominazione da chi mi ha preceduto rappresenta una grande responsabilità. Si è trattato di un lavoro di crescita progressiva, sia sul piano quantitativo che qualitativo, nonché di valorizzazione di un prodotto straordinario, destinato a rappresentare in modo sempre più significativo il patrimonio vitivinicolo piemontese. Un vino che raccoglie la preziosa eredità del passato (il Piemonte ha dato i natali allo spumante italiano nella seconda metà dell’800) e che rappresenta, nel suo sviluppo, anche un elemento di riscatto rilevante per territori che erano stati marginalizzati e che invece presentano caratteri di assoluta straordinarietà. Come avevamo pensato sin dalle origini della Denominazione, sempre più dovremo lavorare per rendere l’Alta Langa DOCG un prodotto strategico e rappresentativo dell’alta qualità del panorama vitivinicolo piemontese.
Il vicepresidente Gianmario Cerutti, diplomato alla Scuola “Umberto I” di Alba è direttore tecnico della storica Cantina Coppo di Canelli e guida l’azienda di famiglia Cascina Cerutti, specializzata in Moscato d’Asti Canelli DOCG e in Alta Langa DOCG. È attualmente presidente dell’Associazione Produttori Moscato Canelli e membro del CdA dell’Associazione Nizza. È stato consigliere della Fivi e tra i fondatori della Federazione.
I PROSSIMI EVENTI DEL CONSORZIO ALTA LANGA
Lunedì 26 maggio prossimo la Regione Piemonte presenterà ufficialmente a Torino l’Alta Langa DOCG “Vino dell’Anno Regione Piemonte” 2025 insieme al nuovo marchio dedicato alle produzioni di qualità agroalimentari “Piemonte is – Eccellenza Piemonte”.
Dopo il successo dell’edizione 2025 de La Prima dell’Alta Langa a Torino, torna nella Capitale Alta Langa Roma la manifestazione B2B dedicata alle Alte Bollicine Piemontesi. L’appuntamento è per lunedì 16 giugno, dalle 10.30 alle 17.30, allo Spazio Field a Palazzo Brancaccio – con ingresso da via Merulana 248. Più di 30 produttori associati al Consorzio presenteranno al pubblico una selezione delle loro cuvée attualmente in commercio. L’evento è riservato a operatori del settore Horeca e stampa; è gratuito ed è richiesta la registrazione a questo link. Nel corso della giornata si terranno tre masterclass condotte da Marco Reitano, sommelier del ristorante La Pergola *** (Rome Cavalieri – The Waldorf Astoria).
Il 17 e 18 giugno il Consorzio Alta Langa sarà main sponsor della manifestazione Buonissima Summer Edition a Torino.
La Redazione
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24 Maggio, 2025
Fèlsina a VinoVip al Forte 2025
Fèlsina sarà tra i protagonisti della prossima edizione di VinoVip al Forte, summit enologico organizzato da Civiltà del bere l’8 e il 9 giugno a Forte dei Marmi. Due giornate all’insegna dell’eccellenza vinicola italiana in una delle cornici più eleganti della Versilia, tra degustazioni, incontri e momenti di dialogo dedicati a professionisti e appassionati.
L’azienda di Castelnuovo Berardenga porterà in degustazione una selezione di etichette che raccontano le diverse espressioni di Sangiovese, vitigno d’elezione di Fèlsina, oltre a una particolare edizione dello Chardonnay I Sistri.
VinoVip al Forte si aprirà domenica 8 giugno con un talk show presso la Fondazione Villa Bertelli con la conferenza “Stili e tendenze dei grandi bianchi del mondo” moderata dal giornalista Aldo Fiordelli, che sarà seguita dal wine tasting “I fine wines bianchi italiani”, dove Fèlsina sarà presente con I Sistri Collezione Privata 2020, monovitigno Chardonnay.
In serata l’appuntamento sarà con la cena in spiaggia, dove l’azienda porterà in degustazione lo Spumante Brut Sboccatura Tardiva 10 Anni, metodo classico da Sangiovese, Pinot Nero e Chardonnay, e Rancia Chianti Classico Riserva 2009, espressione autentica della longevità del Sangiovese di Castelnuovo Berardenga.
L’evento continuerà quindi lunedì 9 giugno con il talk “Il futuro del vino raccontato da chi lo farà”, mentre il pomeriggio sarà dedicato al Grand Tasting, appuntamento cardine di VinoVip, nel parco della Villa Bertelli dalle 17:00 alle 21:00. In occasione del Grand Tasting Fèlsina presenterà Rancia Chianti Classico Gran Selezione Docg 2021 e Fontalloro 2021, due diverse sfaccettature di Sangiovese in purezza. Accanto ai vini rossi ci saranno I Sistri Collezione Privata 2020 e lo Spumante Brut Sboccatura Tardiva 10 Anni.
Giovanni Poggiali, alla guida di Fèlsina.
Partecipare a VinoVip al Forte è per noi un’occasione speciale per raccontare il nostro territorio, la nostra storia e la nostra visione del vino a un pubblico di appassionati e operatori di alto profilo. Siamo entusiasti di portare il Chianti Classico e le nostre bollicine in riva al mare, in una celebrazione che unisce cultura, piacere e convivialità.
Per maggiori informazioni: www.vinovipalforte.it
La Redazione
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24 Maggio, 2025
In cantina si arriva dall’alto
Cantine Goretti, perla dell’enoturismo umbro
Un secolo di storia tra tradizione e innovazione
Nel cuore dell’Umbria, tra le dolci colline di Perugia e Montefalco, la Cantina Goretti rappresenta da oltre un secolo un punto di riferimento nel panorama vitivinicolo italiano. Fondata nei primi anni del Novecento, l’azienda ha saputo tramandare di generazione in generazione la passione per la viticoltura, unendo sapientemente tradizione e innovazione.
Oggi, sotto la guida delle esuberanti sorelle Sara e Giulia Goretti — in arte Goretti Sisters — la cantina continua a crescere, mantenendo salde le radici familiari e lo sguardo rivolto al futuro.
La tenuta e la torre trecentesca: simboli di un’eredità
La tenuta di Pila, a pochi chilometri da Perugia, è il cuore pulsante dell’azienda. Qui sorge la storica torre del XIV secolo, un tempo osservatorio della città di Perugia, oggi emblema delle etichette Goretti e fulcro delle attività enoturistiche. Restaurata con cura, la torre ospita sale degustazione e camere per accogliere visitatori da tutto il mondo.
Accanto ad essa, la moderna Sala Marcella, dedicata all’amata nonna Marcella, offre spazi per eventi, degustazioni e cooking class, con una cucina professionale attrezzata per valorizzare al meglio la tradizione culinaria umbra.
Esperienze enoturistiche: un viaggio sensoriale in Umbria
Cantina Goretti non è solo produzione vinicola, ma un’esperienza autentica e immersiva nel cuore verde d’Italia. Le attività proposte spaziano dalle degustazioni guidate ai tour in cantina, dalle passeggiate tra i filari — a piedi o in e-bike — fino alle lezioni di cucina tipica.
Durante la pandemia, l’azienda ha saputo reinventarsi, portando le proprie esperienze anche online, con degustazioni e cooking class virtuali che hanno fatto viaggiare l’Umbria nel mondo, restando fermi a casa.
Sostenibilità: un impegno concreto per il futuro
La sostenibilità è un valore cardine della filosofia Goretti. Dal 2021, l’azienda è ufficialmente una Società Benefit, integrando obiettivi sociali e ambientali nella propria missione quotidiana.
Tra le pratiche adottate:
uso della lutte raisonnée per ridurre al minimo i trattamenti chimici;
energia fotovoltaica che copre oltre l’80% del fabbisogno aziendale;
veicoli elettrici e colonnine di ricarica a disposizione degli ospiti;
filiera corta e fornitori attenti alla sostenibilità.
I vini: identità, territorio, eleganza
Goretti è sinonimo di qualità e identità territoriale. Ogni etichetta racconta l’Umbria con sincerità e carattere.
Tra le icone dell’azienda:
L’Arringatore, il “Super Umbro”, un rosso elegante e strutturato che rappresenta lo spirito audace della cantina.
Montefalco Sagrantino DOCG, vino potente e meditativo, radicato nella storia vitivinicola della regione.
Grechetto DOC, bianco versatile e profumato, perfetto compagno delle giornate umbre, capace di sorprendere ad ogni sorso.
Oltre al vino, la produzione si estende anche a olio extravergine, miele e aceto balsamico: piccole grandi eccellenze che completano l’offerta e raccontano una tradizione gastronomica profonda e genuina.
Nonna Marcella: “l’anima della cucina umbra in 14 lingue”
Figura amatissima, Nonna Marcella è la custode della tradizione familiare. Da oltre cinquant’anni accoglie i visitatori con calore, insegnando ricette tramandate nel tempo, con gesti precisi e pieni d’amore. Il suo libro, tradotto in 14 lingue, è molto più di un ricettario: è un ponte culturale tra cucina, vino e musica italiana. Un’esperienza che si vive a tavola, ma che rimane nel cuore.
Un’ospitalità che guarda in alto — letteralmente
E come se non bastasse, c’è un dettaglio che fa sognare: Cantina Goretti dispone di un eliporto privato. Sì, hai capito bene!!!
I visitatori possono arrivare anche dal cielo, atterrando direttamente tra le vigne umbre. Un’opportunità unica per chi cerca un’esperienza diversa, o per chi desidera regalarsi — o regalare — un momento davvero fuori dal comune. È anche possibile prenotare un tour panoramico in elicottero, per ammirare le colline umbre da una prospettiva irripetibile.
Perché a Cantina Goretti, l’enoturismo non è solo accoglienza: è stupore, bellezza, e — a volte — anche vertigine.
Eccellenza che vola alto
Cantina Goretti ha dimostrato di essere un esempio virtuoso di come innovazione, accoglienza e rispetto per la terra possano coesistere in perfetto equilibrio.
Le Goretti Sisters capaci di farti sentire a casa, in una dimensione che esprime emozioni storiche, innovazione, territorio, indennità e personalità dell’Umbria, in un calice di vino.
Un luogo dove la tradizione incontra il futuro, e dove ogni visita si trasforma in un viaggio, da qualunque punto tu arrivi. Anche… dall’alto.
Francesco Aiello
@wineeventi_italy
Percorsi d’assaggio
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23 Maggio, 2025
Ventiventi. Il sogno di una famiglia, il respiro di una terra
C’è un momento in cui il sogno smette di essere solo immaginazione e diventa radice, fiore e frutto. Ventiventi è questo momento. Non una semplice cantina, ma il ritratto di un’idea audace e visionaria, germogliata nel cuore del distretto vitivinicolo a nord di Modena. Qui, dove l’Emilia-Romagna abbraccia le sue radici, la famiglia Razzaboni ha trasformato il sogno in realtà. La fantasia ha ispirato il progetto, la pragmatica determinazione gli ha dato forma e la tenacia ha reso possibile tutto questo.
Non è un caso che la cantina porti il nome Ventiventi”. L’anno 2020 non è solo una data, è un simbolo, un momento di svolta: la piena operatività della cantina e l’inizio ufficiale di un’avventura familiare che ha scelto di esprimere la propria identità attraverso il Metodo Classico, il massimo rispetto del territorio e una filiera produttiva completamente controllata. Un progetto in cui l’uomo e la natura dialogano, senza forzature, con reciproca armonia.
Al centro di tutto c’è la famiglia Razzaboni: Vittorio e i suoi figli Riccardo, Andrea e Tommaso. Ognuno con un ruolo essenziale, ognuno con una parte della visione che si intreccia con quella degli altri. “Ventiventi per me è affidabilità, qualità e novità”, afferma Riccardo, il primogenito, responsabile commerciale e marketing. Con una formazione in economia e marketing, Riccardo si occupa di posizionare il brand sul mercato e di curare le relazioni con importatori e distributori.
Riccardo – Responsabile Commerciale e Marketing. Sottolinea come il suo contributo sia fondamentale per presentare al mondo un’azienda che vuole essere percepita come innovativa, affidabile e umana.
In Ventiventi porto la mia attenzione ai dettagli e la mia passione per il progetto.
Se Riccardo apre le porte ai mercati, Andrea ne custodisce l’anima. “Mi rivedo in Ventiventi per l’innovazione e la costante ricerca di miglioramento”, spiega l’enologo della famiglia, che dopo gli studi a Cesena e una significativa esperienza in Trentino-Alto Adige, ha scelto di tornare a casa e dedicarsi alla produzione. Con energia e creatività, Andrea guida ogni fase produttiva, dalla vendemmia alla vinificazione, fino all’affinamento. “Il nostro obiettivo è creare una nuova espressione del vino emiliano, non riducendo la reputazione dei vitigni locali a un semplice rapporto qualità/prezzo, ma valorizzandoli con eleganza e pulizia”, precisa. Determinato e critico verso sé stesso, Andrea non teme di mettere in discussione le proprie scelte per ottenere il meglio, convinto che il tempo e la costanza portino sempre risultati.
Tommaso, il più giovane dei tre, rappresenta il futuro di Ventiventi e l’apertura alla sperimentazione.
Sono impaziente e curioso, ma ho voglia di mettermi in gioco. Mi incuriosisce sperimentare con mio fratello Andrea in un mondo di tradizione come quello del Lambrusco.
Ancora in formazione come enologo, Tommaso porta in azienda freschezza e ambizione, spingendo il progetto verso nuove prospettive. La sua passione per il vino nasce dal desiderio di reinterpretare i vitigni autoctoni con un tocco personale, portando il Sorbara, il Salamino e il Pignoletto a esprimere tutto il loro potenziale, non solo in chiave tradizionale, ma anche in versioni moderne e distintive.
Tre fratelli, tre visioni che si intrecciano in un unico progetto. Ventiventi non è solo un’impresa familiare, ma la testimonianza di come il legame tra le persone e la terra possa generare un’identità forte e autentica. “La possibilità di lavorare con un team giovane e crescere insieme a loro è la cosa che più mi motiva”, conclude Andrea, riconoscendo l’importanza del contributo di tutto il gruppo. Insieme, i tre fratelli Razzaboni non si limitano a produrre vino, ma costruiscono ogni giorno il racconto di un territorio, con il coraggio di innovare e la saggezza di chi sa custodire il valore delle proprie radici.
DAL SOGNO ALLA REALTÀ, DALLA REALTÀ AL FUTURO: IL PERCORSO DI VENTIVENTI
Il viaggio di Ventiventi è solo all’inizio, ma i passi compiuti finora raccontano già una storia di visione chiara e determinazione incrollabile. Ogni tappa segna una conquista, ogni sfida affrontata rappresenta un’opportunità per crescere. Tutto ha inizio nel 2014 con l’acquisizione dei terreni, un atto che è una dichiarazione d’intenti: radicare un sogno nella terra emiliana e dargli vita con la forza delle idee e la solidità del lavoro. Con il primo impianto nel 2016, le radici non sono solo quelle delle viti, ma quelle di una famiglia pronta a prendersi cura di ogni filare, di ogni tralcio, consapevole che la pazienza è il primo ingrediente del successo. La prima vendemmia del 2018 rappresenta il frutto di anni di attesa e lavoro, ma è solo l’inizio. La vera svolta arriva nel 2020, l’anno che non a caso dà il nome alla cantina. Con la commercializzazione ufficiale dei primi vini, Ventiventi fa il suo ingresso sul mercato e inizia a farsi strada in un settore competitivo e in continua evoluzione. La scelta del Metodo Classico, l’impegno verso la sostenibilità e l’attenzione maniacale alla qualità si rivelano la chiave per distinguersi. L’approccio basato sulla valorizzazione dei vitigni locali, come il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Salamino, il Pignoletto e l’Ancellotta, si affianca alla scelta di coltivare varietà internazionali come il Pinot Bianco e lo Chardonnay, arricchendo il progetto con uno sguardo aperto e inclusivo. Il pubblico inizia a riconoscere il valore di un prodotto che non segue le mode, ma definisce il proprio stile. Se il 2020 è l’anno della nascita commerciale, il 2023 è l’anno della proiezione verso il mondo. Con il primo export in Cina, Ventiventi varca i confini nazionali e si prepara ad affrontare il mercato globale. L’apertura ai mercati europei nel 2024 segna un’ulteriore espansione, spostando il baricentro dell’azienda verso un panorama internazionale sempre più ampio. L’Olanda e l’Inghilterra sono le prime porte che si aprono, ma non le uniche: Ventiventi punta anche ai mercati emergenti dell’Europa dell’Est e alla Croazia, esplorando nuove rotte commerciali con l’obiettivo di testare il potenziale internazionale dei propri prodotti. Il 2025 non sarà solo un altro anno, ma una nuova fase di crescita. L’obiettivo è chiaro: rafforzare la presenza sul mercato italiano, non come semplice attore, ma come protagonista di una narrazione che parla di qualità, sostenibilità e identità territoriale. L’espansione internazionale non sarà solo geografica, ma anche culturale: portare nel mondo la storia di Ventiventi, raccontare l’unicità della sua terra e il valore di una produzione che punta all’eccellenza. Per raggiungere questi traguardi, la famiglia Razzaboni sa che è necessario crescere su più fronti. Non basta produrre più bottiglie, occorre far crescere la percezione del marchio, rafforzare la rete di contatti e consolidare il dialogo con importatori, distributori e giornalisti. A questo proposito, il 2025 vedrà l’avvio di incontri e degustazioni su misura, eventi dedicati ai media e un dialogo più stretto con le guide enologiche di riferimento. Partecipare a fiere strategiche e intensificare la presenza nelle principali manifestazioni internazionali del settore rappresenta un ulteriore passo per affermare la propria identità. L’ingresso nella Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) ha già segnato un importante passo in questa direzione, favorendo il confronto con altre realtà di valore e portando Ventiventi a essere parte di una comunità di produttori accomunati da obiettivi di qualità, autenticità e trasparenza. Il futuro è una linea aperta, ma Ventiventi ha ben chiaro il sentiero da percorrere. Da un lato, c’è la volontà di aumentare la produzione, proseguendo la crescita iniziata con le 35.000 bottiglie del 2020 e arrivate oggi a oltre 66.000 bottiglie tra Metodo Classico, Charmat e vini fermi. L’approccio produttivo si distingue anche per scelte tecniche e produttive di grande valore, come la bassa resa in pressatura (45%) e l’utilizzo del mosto fresco dell’annata per la seconda fermentazione, elementi che garantiscono l’autenticità e l’eleganza dei vini firmati Ventiventi. Dall’altro, c’è l’obiettivo di ampliare la presenza sui mercati esteri e di rafforzare la distribuzione interna con partner selezionati e importatori di nicchia. Non si tratta solo di aumentare le vendite, ma di farlo mantenendo intatta l’identità dell’azienda, quella di una realtà indipendente, autentica e sostenibile, capace di mantenere il controllo totale su ogni fase della produzione. I fratelli Razzaboni Il nostro progetto si distingue perché rappresenta la sintesi di tre visioni e di tre approcci differenti. Lavorare come fratelli non è sempre semplice, ma proprio in questa complessità troviamo la nostra forza. L’entusiasmo per la sfida si riflette nell’intera filosofia produttiva, che vede nell’approccio giovane, dinamico e familiare un valore aggiunto capace di tradursi in proposte di mercato uniche. l sogno della famiglia Razzaboni non è solo quello di produrre vini d’eccellenza, ma di portare il nome di Ventiventi fuori dai confini locali, in Italia e nel mondo, e di essere riconosciuti come un simbolo di autenticità e qualità. La visione non si esaurisce con l’export o la crescita delle bottiglie prodotte, ma abbraccia l’idea di raccontare il vino emiliano in una chiave inedita: elegante, contemporanea e inclusiva. Non c’è fretta, non c’è ansia di accelerare il percorso: come insegna il Metodo Classico, il tempo è un alleato prezioso. E come ogni grande vino, anche il futuro di Ventiventi saprà maturare nel tempo, affinando la propria identità e conquistando traguardi sempre più ambiziosi. LA TERRA COME ORIZZONTE, LE RADICI COME GUIDA
Il racconto di Ventiventi inizia nel 2014, con l’acquisto dei terreni che oggi ospitano i vigneti e la cantina. La scelta della terra non è casuale. La tessitura alluvionale, con il 45% di argilla, 47% di limo e 8% di sabbia, offre un habitat ideale per la vite. Il primo impianto arriva nel 2016, poi la prima vendemmia nel 2018. Da qui, il percorso è tracciato: la famiglia produce con le proprie uve e costruisce l’identità dei suoi vini sulla qualità e sul controllo totale della filiera, dal grappolo alla bottiglia. La scelta di radicare la cantina in un territorio segnato dal terremoto del 2012 non è solo una decisione strategica, ma un gesto di resilienza e visione a lungo termine. La volontà di riportare vita e valore a queste terre testimonia un profondo legame con il territorio e un impegno verso la rinascita. Un impegno che si traduce anche nella scelta di promuovere, fin dalla messa a dimora delle prime vigne, l’agricoltura biologica. Le varietà coltivate raccontano di un dialogo costante tra identità locale e vocazione internazionale. Accanto a simboli del territorio come il Lambrusco Salamino di Santa Croce, il Sorbara, l’Ancellotta e il Pignoletto, troviamo Chardonnay, Pinot Bianco, Cabernet Sauvignon e Traminer, in una sintesi che unisce passato e visione futura. La combinazione di vitigni autoctoni e internazionali è il riflesso di una filosofia produttiva che unisce radici e orizzonti, conferendo ai vini di Ventiventi un’impronta stilistica unica e riconoscibile. L’azienda conta oggi 70 ettari di proprietà, di cui 30 vitati, dove ogni scelta agronomica segue una filosofia chiara: il rispetto per la natura e la valorizzazione delle sue risorse. METODO CLASSICO: LA SCELTA DEL TEMPO
Ventiventi ha scelto il Metodo Classico, il “padre dei metodi”, per costruire la propria identità. Questo processo, nato in Francia e reso celebre dallo Champagne, consiste nella rifermentazione in bottiglia e nell’affinamento prolungato sui lieviti. Ma per Ventiventi non si tratta solo di una tecnica, è una scelta di filosofia. Il Metodo Classico rappresenta una sfida e un’opportunità. La resa da uva a mosto, volutamente contenuta al 45%, è una scelta precisa per garantire un prodotto di alta qualità, permettendo di limitare le chiarifiche in vinificazione e preservando la freschezza e acidità delle uve. Dopo la raccolta, l’uva viene trasferita direttamente alla pressa, dove avviene un’ulteriore selezione. La vendemmia è condotta con una macchina innovativa chiamata Select Process, che integra una mini-diraspatrice con fori piccoli, selezionando accuratamente i singoli acini e preservando l’integrità del frutto. Questo processo consente di ridurre gli interventi manuali e lo stress per le viti, garantendo una materia prima impeccabile. Il 90% del processo produttivo avviene in acciaio, sfruttando tecnologie avanzate per garantire temperatura costante e per ottimizzare la movimentazione e il battonage continuo. Durante i 7-8 mesi di affinamento delle basi, i lieviti vengono mantenuti in sospensione, contribuendo a costruire struttura e complessità nei vini. Per la seconda fermentazione, non viene utilizzato mosto concentrato, ma un mosto fresco dell’annata, conservato a 0°C da settembre a primavera. Questa pratica preserva l’identità e le caratteristiche uniche di ogni vendemmia, riducendo l’uso di solforosa e rafforzando il legame tra il vino e il territorio di origine. Dall’avvio di questo progetto, la produzione è cresciuta costantemente, passando da 20.000 bottiglie a 66.000 nel 2023, a cui si aggiungono 9.000 bottiglie con il Metodo Charmat e circa 5.000 di vini fermi. Negli ultimi anni, la cantina ha investito in una nuova linea per la sboccatura e in una macchina per il riempimento, rendendo Ventiventi autosufficiente anche nelle fasi di tiraggio e imbottigliamento. L’ampliamento degli spazi produttivi ha previsto la creazione di nuove celle e una zona dedicata ai tonneaux, utilizzati per la preparazione del vino da liqueur e, in prospettiva, per affinare parte delle riserve. UN IMPEGNO QUOTIDIANO: LA SOSTENIBILITÀ COME PROMESSA
Ventiventi ha scelto di essere “green” fin dal primo giorno, non per seguire una tendenza, ma per affermare una visione profonda e coerente. La certificazione biologica, sia in vigna che in cantina, non è un semplice riconoscimento formale, ma un simbolo di responsabilità e rispetto verso la terra, le persone e il futuro. Ogni decisione, ogni gesto, ogni processo è guidato dall’impegno quotidiano di ridurre l’impatto ambientale, promuovendo un equilibrio autentico tra uomo e natura. La sostenibilità di Ventiventi si fonda su tre pilastri essenziali: agricoltura biologica, energia rinnovabile e innovazione tecnologica. Fin dal primo impianto, Ventiventi ha scelto di abbracciare l’agricoltura biologica, rinunciando a sostanze chimiche di sintesi e preferendo metodi di coltivazione naturali. Ogni vite cresce rispettando i cicli della natura, protetta con cure attente e pratiche agronomiche che salvaguardano la biodiversità e il benessere del suolo. Non meno importante è il traguardo raggiunto in termini di energia rinnovabile. Dal 2019, l’azienda ha progressivamente potenziato il proprio impianto fotovoltaico, passando da una capacità iniziale di 29 kW a quasi 100 kW. L’obiettivo a lungo termine è l’autosufficienza energetica, un traguardo che la cantina intende raggiungere nel prossimo futuro, riducendo l’impatto ambientale e le emissioni di CO₂. A completare questa visione di sostenibilità, c’è un’innovazione che non si vede, ma che fa la differenza a ogni goccia: il sistema di irrigazione di precisione, frutto della collaborazione con Irritec. Questa tecnologia consente di distribuire l’acqua in modo mirato e calibrato, riducendo gli sprechi e limitando l’impiego di sostanze nutritive. L’acqua non è mai troppa, mai troppo poca: è esattamente quella che serve, nel momento in cui serve. Simbolo tangibile di quella cura puntuale e minuziosa che contraddistingue Ventiventi, questo sistema contribuisce a mantenere in equilibrio le risorse naturali. I fratelli Razzaboni Il nostro obiettivo non è solo produrre vino, ma custodire la terra e garantire un futuro più sostenibile, un sorso alla volta. L’attenzione a preservare l’identità del vino, a esaltarne le caratteristiche naturali e la personalità unica, viene espresso anche attraverso un approccio alla fermentazione che prevede l’uso di mosto fresco dell’annata per la seconda fermentazione. Ogni elemento di questo approccio si fonde con gli altri in un equilibrio consapevole e solido, dove nulla è lasciato al caso e tutto risponde a una promessa chiara: custodire la terra, proteggere il presente e costruire un futuro più sostenibile. La strada è tracciata e il traguardo è chiaro: trasformare ogni bottiglia in un simbolo di eccellenza, autenticità e rispetto per la natura. DOVE IL VINO INCONTRA LE PERSONE: IL SAPORE DELL’ACCOGLIENZA
Non una semplice visita in cantina, ma un’esperienza che immerge il visitatore nel cuore pulsante di Ventiventi. Settant’ettari di tenuta, trenta di vigneti vitati e un progetto che abbraccia sostenibilità, innovazione e cura artigianale: è questa la cornice in cui si muove l’accoglienza della famiglia Razzaboni. La cantina apre le sue porte con un approccio che va oltre la semplice degustazione, trasformando ogni visita in un viaggio conoscitivo. L’esperienza proposta da Ventiventi è un racconto a tappe che parte dai filari e arriva fino al calice. L’ospite è guidato in un percorso che tocca con mano le scelte produttive, il lavoro in vigna, l’adozione di tecnologie innovative e la filosofia di sostenibilità che permea ogni fase della produzione. L’itinerario si snoda tra vigneti condotti con agricoltura biologica certificata e spazi dedicati alla lavorazione delle uve, per comprendere cosa significa controllare l’intera filiera produttiva. Ma non è solo una visita tecnica. L’accoglienza è anche incontro, condivisione e narrazione, un momento in cui il vino diventa un ponte tra la famiglia e i visitatori. Chi visita Ventiventi non assiste solo a una degustazione: ascolta le voci di chi il vino lo vive ogni giorno. “Non vogliamo solo mostrare la cantina, vogliamo raccontare chi siamo”, spiegano i fratelli Razzaboni. Passeggiando tra i filari, scoprendo i segreti della cantina e dialogando con chi lavora ogni giorno tra viti e vasche d’acciaio, il visitatore percepisce l’essenza più autentica del progetto Ventiventi. Al centro dell’accoglienza, c’è la degustazione, il momento in cui ogni racconto diventa assaggio. I vini non si bevono soltanto: si interpretano, si ascoltano e si comprendono. Dal Blanc de Blancs al Rouge de Noirs, dal Rosé alle etichette ancestrali, ogni bottiglia si inserisce in una narrazione più ampia, quella di un progetto familiare che ha scelto il Metodo Classico e il controllo totale della filiera come segno distintivo. L’approccio non è formale, ma neanche improvvisato: è una narrazione autentica e spontanea, che punta a far vivere l’esperienza del vino come un racconto condiviso. L’obiettivo è chiaro: far percepire il valore della cura e della sostenibilità, trasmettendo la consapevolezza che ogni etichetta è il risultato di un equilibrio complesso tra natura, tecnica e tempo. L’attenzione riservata ai visitatori è la stessa dedicata alla vigna e al vino. Un’accoglienza che non è solo turismo enogastronomico, ma anche occasione di confronto con appassionati, giornalisti e operatori di settore. Ventiventi ha scelto di fare dell’enoturismo un punto cardine della propria strategia, consapevole che raccontare la propria storia in modo diretto e trasparente sia il modo migliore per consolidare la propria identità e rafforzare il posizionamento sul mercato. Un’accoglienza giovane, dinamica e aperta al futuro, che segue il ritmo del territorio ma guarda oltre i confini locali. Ventiventi non vuole essere solo una tappa, ma un’esperienza che resta impressa e che trasforma ogni visita in un racconto da portare con sé. UNA RETE CHE UNISCE, UN’IDENTITÀ CHE SI RAFFORZA Dal novembre 2023, Ventiventi entra a far parte della FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, una scelta che rafforza l’identità dell’azienda e ne certifica l’approccio autentico e trasparente. Far parte della FIVI significa aderire a una visione produttiva in cui il vignaiolo coltiva le proprie vigne, produce il proprio vino e ne cura la vendita in prima persona. Un modello di filiera corta e controllata che garantisce qualità, coerenza e totale tracciabilità. L’adesione alla FIVI non è solo un riconoscimento formale, ma l’ingresso in una rete di produttori che condividono gli stessi valori. Trasparenza, indipendenza e responsabilità diretta sul prodotto sono i pilastri di questa comunità, che promuove un dialogo costante tra i suoi membri, favorendo confronto e crescita collettiva. Per Ventiventi, l’ingresso nella FIVI rappresenta un’ulteriore affermazione della propria identità di vignaioli artigiani, impegnati a custodire il territorio e a portare nel calice la sua espressione più autentica. created by dji camera VENTIVENTI ALLA LONDON WINE FAIR 2025 – Dal 19 al 21 maggio 2025 La cantina Ventiventi è lieta di annunciare la sua partecipazione alla London Wine Fair 2025, che si terrà dal 19 al 21 maggio presso l’Olympia London. Sarà presente allo stand K34B, dove presenterà le sue etichette di punta, tra cui il Ventiventi Pas Dosé Metodo Classico 2020, frutto di un blend raffinato di Pinot Blanc, Chardonnay e Lambrusco di Sorbara. In concomitanza con la fiera, Ventiventi parteciperà alla Wine Travel Awards Ceremony 2024–2025, prevista per il 20 maggio dalle 10:30 alle 12:30 nella Gallery Suite dell’Olympia London. Il Walk-Around Tasting dei Wine Travel Awards rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della London Wine Fair 2025, offrendo ai partecipanti un’opportunità unica per esplorare una selezione di vini provenienti da tutto il mondo. Durante questo evento, i visitatori possono degustare liberamente le etichette presentate dai membri della comunità WTA, interagendo direttamente con produttori, ambasciatori del vino e rappresentanti delle destinazioni enoturistiche. La presenza di Ventiventi a questi due prestigiosi appuntamenti sottolinea l’impegno della cantina nel promuovere l’eccellenza del vino italiano e nel valorizzare il territorio emiliano attraverso esperienze enoturistiche di qualità. La cantina Ventiventi presenterà una raffinata selezione di etichette che esprime appieno la sua vocazione per l’eleganza e l’innovazione, con un focus sui loro Metodo Classico, vero fiore all’occhiello della produzione. Riccardo Razzaboni – Responsabile Commerciale e Marketing Il Metodo Classico non è solo un processo, è il tempo che diventa ingrediente, è il rispetto della materia prima, è il desiderio di esaltare l’autenticità senza compromessi. Ventiventi ha scelto di costruire la propria identità sulla freschezza, sulla mineralità e su una visione che valorizza la leggerezza senza mai rinunciare alla profondità. Il risultato è una gamma di spumanti che esprimono la vocazione del territorio modenese con una veste nuova, dove il Metodo Classico non è un semplice omaggio allo stile internazionale, ma un’interpretazione autentica delle radici emiliane. Tra i vini protagonisti della fiera ci sarà il Ventiventi Blanc de Blanc, espressione di purezza e finezza, ottenuto da sole uve Pignoletto e perfetto esempio dell’equilibrio tra struttura e freschezza. Accanto al Blanc de Blanc, il Ventiventi Brut e il Ventiventi Pas Dosé rappresentano due diverse interpretazioni del Metodo Classico: il primo più rotondo e accessibile, dove lo Chardonnay incontra il Lambrusco di Sorbara; il secondo più secco ed essenziale, blend di Pinot Bianco, Chardonnay e Lambrusco di Sorbara, è pensato per gli amanti della verticalità e della precisione gustativa. Non mancherà il Ventiventi Rosé, un elegante rosato Metodo Classico dal profilo fruttato e minerale, e il più intenso e strutturato Rouge de Noirs, ottenuto con Lambrusco Salamino Santa Croce, raffinato, profondo e sorprendentemente verticale, sfida l’idea che questo vitigno sia destinato esclusivamente ai vini rossi frizzanti. Accanto alla linea spumantistica, La Vie e Happy Selvaggio Ancestrale completano il racconto della cantina. Il primo è un spumante prodotto con metodo Charmat dallo stile contemporaneo, il secondo un ancestrale vivace e autentico, che racconta il lato più spontaneo e artigianale del progetto Ventiventi. La Redazione
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Il viaggio di Ventiventi è solo all’inizio, ma i passi compiuti finora raccontano già una storia di visione chiara e determinazione incrollabile. Ogni tappa segna una conquista, ogni sfida affrontata rappresenta un’opportunità per crescere. Tutto ha inizio nel 2014 con l’acquisizione dei terreni, un atto che è una dichiarazione d’intenti: radicare un sogno nella terra emiliana e dargli vita con la forza delle idee e la solidità del lavoro. Con il primo impianto nel 2016, le radici non sono solo quelle delle viti, ma quelle di una famiglia pronta a prendersi cura di ogni filare, di ogni tralcio, consapevole che la pazienza è il primo ingrediente del successo. La prima vendemmia del 2018 rappresenta il frutto di anni di attesa e lavoro, ma è solo l’inizio. La vera svolta arriva nel 2020, l’anno che non a caso dà il nome alla cantina. Con la commercializzazione ufficiale dei primi vini, Ventiventi fa il suo ingresso sul mercato e inizia a farsi strada in un settore competitivo e in continua evoluzione. La scelta del Metodo Classico, l’impegno verso la sostenibilità e l’attenzione maniacale alla qualità si rivelano la chiave per distinguersi. L’approccio basato sulla valorizzazione dei vitigni locali, come il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Salamino, il Pignoletto e l’Ancellotta, si affianca alla scelta di coltivare varietà internazionali come il Pinot Bianco e lo Chardonnay, arricchendo il progetto con uno sguardo aperto e inclusivo. Il pubblico inizia a riconoscere il valore di un prodotto che non segue le mode, ma definisce il proprio stile. Se il 2020 è l’anno della nascita commerciale, il 2023 è l’anno della proiezione verso il mondo. Con il primo export in Cina, Ventiventi varca i confini nazionali e si prepara ad affrontare il mercato globale. L’apertura ai mercati europei nel 2024 segna un’ulteriore espansione, spostando il baricentro dell’azienda verso un panorama internazionale sempre più ampio. L’Olanda e l’Inghilterra sono le prime porte che si aprono, ma non le uniche: Ventiventi punta anche ai mercati emergenti dell’Europa dell’Est e alla Croazia, esplorando nuove rotte commerciali con l’obiettivo di testare il potenziale internazionale dei propri prodotti. Il 2025 non sarà solo un altro anno, ma una nuova fase di crescita. L’obiettivo è chiaro: rafforzare la presenza sul mercato italiano, non come semplice attore, ma come protagonista di una narrazione che parla di qualità, sostenibilità e identità territoriale. L’espansione internazionale non sarà solo geografica, ma anche culturale: portare nel mondo la storia di Ventiventi, raccontare l’unicità della sua terra e il valore di una produzione che punta all’eccellenza. Per raggiungere questi traguardi, la famiglia Razzaboni sa che è necessario crescere su più fronti. Non basta produrre più bottiglie, occorre far crescere la percezione del marchio, rafforzare la rete di contatti e consolidare il dialogo con importatori, distributori e giornalisti. A questo proposito, il 2025 vedrà l’avvio di incontri e degustazioni su misura, eventi dedicati ai media e un dialogo più stretto con le guide enologiche di riferimento. Partecipare a fiere strategiche e intensificare la presenza nelle principali manifestazioni internazionali del settore rappresenta un ulteriore passo per affermare la propria identità. L’ingresso nella Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti (FIVI) ha già segnato un importante passo in questa direzione, favorendo il confronto con altre realtà di valore e portando Ventiventi a essere parte di una comunità di produttori accomunati da obiettivi di qualità, autenticità e trasparenza. Il futuro è una linea aperta, ma Ventiventi ha ben chiaro il sentiero da percorrere. Da un lato, c’è la volontà di aumentare la produzione, proseguendo la crescita iniziata con le 35.000 bottiglie del 2020 e arrivate oggi a oltre 66.000 bottiglie tra Metodo Classico, Charmat e vini fermi. L’approccio produttivo si distingue anche per scelte tecniche e produttive di grande valore, come la bassa resa in pressatura (45%) e l’utilizzo del mosto fresco dell’annata per la seconda fermentazione, elementi che garantiscono l’autenticità e l’eleganza dei vini firmati Ventiventi. Dall’altro, c’è l’obiettivo di ampliare la presenza sui mercati esteri e di rafforzare la distribuzione interna con partner selezionati e importatori di nicchia. Non si tratta solo di aumentare le vendite, ma di farlo mantenendo intatta l’identità dell’azienda, quella di una realtà indipendente, autentica e sostenibile, capace di mantenere il controllo totale su ogni fase della produzione. I fratelli Razzaboni Il nostro progetto si distingue perché rappresenta la sintesi di tre visioni e di tre approcci differenti. Lavorare come fratelli non è sempre semplice, ma proprio in questa complessità troviamo la nostra forza. L’entusiasmo per la sfida si riflette nell’intera filosofia produttiva, che vede nell’approccio giovane, dinamico e familiare un valore aggiunto capace di tradursi in proposte di mercato uniche. l sogno della famiglia Razzaboni non è solo quello di produrre vini d’eccellenza, ma di portare il nome di Ventiventi fuori dai confini locali, in Italia e nel mondo, e di essere riconosciuti come un simbolo di autenticità e qualità. La visione non si esaurisce con l’export o la crescita delle bottiglie prodotte, ma abbraccia l’idea di raccontare il vino emiliano in una chiave inedita: elegante, contemporanea e inclusiva. Non c’è fretta, non c’è ansia di accelerare il percorso: come insegna il Metodo Classico, il tempo è un alleato prezioso. E come ogni grande vino, anche il futuro di Ventiventi saprà maturare nel tempo, affinando la propria identità e conquistando traguardi sempre più ambiziosi. LA TERRA COME ORIZZONTE, LE RADICI COME GUIDA
Il racconto di Ventiventi inizia nel 2014, con l’acquisto dei terreni che oggi ospitano i vigneti e la cantina. La scelta della terra non è casuale. La tessitura alluvionale, con il 45% di argilla, 47% di limo e 8% di sabbia, offre un habitat ideale per la vite. Il primo impianto arriva nel 2016, poi la prima vendemmia nel 2018. Da qui, il percorso è tracciato: la famiglia produce con le proprie uve e costruisce l’identità dei suoi vini sulla qualità e sul controllo totale della filiera, dal grappolo alla bottiglia. La scelta di radicare la cantina in un territorio segnato dal terremoto del 2012 non è solo una decisione strategica, ma un gesto di resilienza e visione a lungo termine. La volontà di riportare vita e valore a queste terre testimonia un profondo legame con il territorio e un impegno verso la rinascita. Un impegno che si traduce anche nella scelta di promuovere, fin dalla messa a dimora delle prime vigne, l’agricoltura biologica. Le varietà coltivate raccontano di un dialogo costante tra identità locale e vocazione internazionale. Accanto a simboli del territorio come il Lambrusco Salamino di Santa Croce, il Sorbara, l’Ancellotta e il Pignoletto, troviamo Chardonnay, Pinot Bianco, Cabernet Sauvignon e Traminer, in una sintesi che unisce passato e visione futura. La combinazione di vitigni autoctoni e internazionali è il riflesso di una filosofia produttiva che unisce radici e orizzonti, conferendo ai vini di Ventiventi un’impronta stilistica unica e riconoscibile. L’azienda conta oggi 70 ettari di proprietà, di cui 30 vitati, dove ogni scelta agronomica segue una filosofia chiara: il rispetto per la natura e la valorizzazione delle sue risorse. METODO CLASSICO: LA SCELTA DEL TEMPO
Ventiventi ha scelto il Metodo Classico, il “padre dei metodi”, per costruire la propria identità. Questo processo, nato in Francia e reso celebre dallo Champagne, consiste nella rifermentazione in bottiglia e nell’affinamento prolungato sui lieviti. Ma per Ventiventi non si tratta solo di una tecnica, è una scelta di filosofia. Il Metodo Classico rappresenta una sfida e un’opportunità. La resa da uva a mosto, volutamente contenuta al 45%, è una scelta precisa per garantire un prodotto di alta qualità, permettendo di limitare le chiarifiche in vinificazione e preservando la freschezza e acidità delle uve. Dopo la raccolta, l’uva viene trasferita direttamente alla pressa, dove avviene un’ulteriore selezione. La vendemmia è condotta con una macchina innovativa chiamata Select Process, che integra una mini-diraspatrice con fori piccoli, selezionando accuratamente i singoli acini e preservando l’integrità del frutto. Questo processo consente di ridurre gli interventi manuali e lo stress per le viti, garantendo una materia prima impeccabile. Il 90% del processo produttivo avviene in acciaio, sfruttando tecnologie avanzate per garantire temperatura costante e per ottimizzare la movimentazione e il battonage continuo. Durante i 7-8 mesi di affinamento delle basi, i lieviti vengono mantenuti in sospensione, contribuendo a costruire struttura e complessità nei vini. Per la seconda fermentazione, non viene utilizzato mosto concentrato, ma un mosto fresco dell’annata, conservato a 0°C da settembre a primavera. Questa pratica preserva l’identità e le caratteristiche uniche di ogni vendemmia, riducendo l’uso di solforosa e rafforzando il legame tra il vino e il territorio di origine. Dall’avvio di questo progetto, la produzione è cresciuta costantemente, passando da 20.000 bottiglie a 66.000 nel 2023, a cui si aggiungono 9.000 bottiglie con il Metodo Charmat e circa 5.000 di vini fermi. Negli ultimi anni, la cantina ha investito in una nuova linea per la sboccatura e in una macchina per il riempimento, rendendo Ventiventi autosufficiente anche nelle fasi di tiraggio e imbottigliamento. L’ampliamento degli spazi produttivi ha previsto la creazione di nuove celle e una zona dedicata ai tonneaux, utilizzati per la preparazione del vino da liqueur e, in prospettiva, per affinare parte delle riserve. UN IMPEGNO QUOTIDIANO: LA SOSTENIBILITÀ COME PROMESSA
Ventiventi ha scelto di essere “green” fin dal primo giorno, non per seguire una tendenza, ma per affermare una visione profonda e coerente. La certificazione biologica, sia in vigna che in cantina, non è un semplice riconoscimento formale, ma un simbolo di responsabilità e rispetto verso la terra, le persone e il futuro. Ogni decisione, ogni gesto, ogni processo è guidato dall’impegno quotidiano di ridurre l’impatto ambientale, promuovendo un equilibrio autentico tra uomo e natura. La sostenibilità di Ventiventi si fonda su tre pilastri essenziali: agricoltura biologica, energia rinnovabile e innovazione tecnologica. Fin dal primo impianto, Ventiventi ha scelto di abbracciare l’agricoltura biologica, rinunciando a sostanze chimiche di sintesi e preferendo metodi di coltivazione naturali. Ogni vite cresce rispettando i cicli della natura, protetta con cure attente e pratiche agronomiche che salvaguardano la biodiversità e il benessere del suolo. Non meno importante è il traguardo raggiunto in termini di energia rinnovabile. Dal 2019, l’azienda ha progressivamente potenziato il proprio impianto fotovoltaico, passando da una capacità iniziale di 29 kW a quasi 100 kW. L’obiettivo a lungo termine è l’autosufficienza energetica, un traguardo che la cantina intende raggiungere nel prossimo futuro, riducendo l’impatto ambientale e le emissioni di CO₂. A completare questa visione di sostenibilità, c’è un’innovazione che non si vede, ma che fa la differenza a ogni goccia: il sistema di irrigazione di precisione, frutto della collaborazione con Irritec. Questa tecnologia consente di distribuire l’acqua in modo mirato e calibrato, riducendo gli sprechi e limitando l’impiego di sostanze nutritive. L’acqua non è mai troppa, mai troppo poca: è esattamente quella che serve, nel momento in cui serve. Simbolo tangibile di quella cura puntuale e minuziosa che contraddistingue Ventiventi, questo sistema contribuisce a mantenere in equilibrio le risorse naturali. I fratelli Razzaboni Il nostro obiettivo non è solo produrre vino, ma custodire la terra e garantire un futuro più sostenibile, un sorso alla volta. L’attenzione a preservare l’identità del vino, a esaltarne le caratteristiche naturali e la personalità unica, viene espresso anche attraverso un approccio alla fermentazione che prevede l’uso di mosto fresco dell’annata per la seconda fermentazione. Ogni elemento di questo approccio si fonde con gli altri in un equilibrio consapevole e solido, dove nulla è lasciato al caso e tutto risponde a una promessa chiara: custodire la terra, proteggere il presente e costruire un futuro più sostenibile. La strada è tracciata e il traguardo è chiaro: trasformare ogni bottiglia in un simbolo di eccellenza, autenticità e rispetto per la natura. DOVE IL VINO INCONTRA LE PERSONE: IL SAPORE DELL’ACCOGLIENZA
Non una semplice visita in cantina, ma un’esperienza che immerge il visitatore nel cuore pulsante di Ventiventi. Settant’ettari di tenuta, trenta di vigneti vitati e un progetto che abbraccia sostenibilità, innovazione e cura artigianale: è questa la cornice in cui si muove l’accoglienza della famiglia Razzaboni. La cantina apre le sue porte con un approccio che va oltre la semplice degustazione, trasformando ogni visita in un viaggio conoscitivo. L’esperienza proposta da Ventiventi è un racconto a tappe che parte dai filari e arriva fino al calice. L’ospite è guidato in un percorso che tocca con mano le scelte produttive, il lavoro in vigna, l’adozione di tecnologie innovative e la filosofia di sostenibilità che permea ogni fase della produzione. L’itinerario si snoda tra vigneti condotti con agricoltura biologica certificata e spazi dedicati alla lavorazione delle uve, per comprendere cosa significa controllare l’intera filiera produttiva. Ma non è solo una visita tecnica. L’accoglienza è anche incontro, condivisione e narrazione, un momento in cui il vino diventa un ponte tra la famiglia e i visitatori. Chi visita Ventiventi non assiste solo a una degustazione: ascolta le voci di chi il vino lo vive ogni giorno. “Non vogliamo solo mostrare la cantina, vogliamo raccontare chi siamo”, spiegano i fratelli Razzaboni. Passeggiando tra i filari, scoprendo i segreti della cantina e dialogando con chi lavora ogni giorno tra viti e vasche d’acciaio, il visitatore percepisce l’essenza più autentica del progetto Ventiventi. Al centro dell’accoglienza, c’è la degustazione, il momento in cui ogni racconto diventa assaggio. I vini non si bevono soltanto: si interpretano, si ascoltano e si comprendono. Dal Blanc de Blancs al Rouge de Noirs, dal Rosé alle etichette ancestrali, ogni bottiglia si inserisce in una narrazione più ampia, quella di un progetto familiare che ha scelto il Metodo Classico e il controllo totale della filiera come segno distintivo. L’approccio non è formale, ma neanche improvvisato: è una narrazione autentica e spontanea, che punta a far vivere l’esperienza del vino come un racconto condiviso. L’obiettivo è chiaro: far percepire il valore della cura e della sostenibilità, trasmettendo la consapevolezza che ogni etichetta è il risultato di un equilibrio complesso tra natura, tecnica e tempo. L’attenzione riservata ai visitatori è la stessa dedicata alla vigna e al vino. Un’accoglienza che non è solo turismo enogastronomico, ma anche occasione di confronto con appassionati, giornalisti e operatori di settore. Ventiventi ha scelto di fare dell’enoturismo un punto cardine della propria strategia, consapevole che raccontare la propria storia in modo diretto e trasparente sia il modo migliore per consolidare la propria identità e rafforzare il posizionamento sul mercato. Un’accoglienza giovane, dinamica e aperta al futuro, che segue il ritmo del territorio ma guarda oltre i confini locali. Ventiventi non vuole essere solo una tappa, ma un’esperienza che resta impressa e che trasforma ogni visita in un racconto da portare con sé. UNA RETE CHE UNISCE, UN’IDENTITÀ CHE SI RAFFORZA Dal novembre 2023, Ventiventi entra a far parte della FIVI – Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, una scelta che rafforza l’identità dell’azienda e ne certifica l’approccio autentico e trasparente. Far parte della FIVI significa aderire a una visione produttiva in cui il vignaiolo coltiva le proprie vigne, produce il proprio vino e ne cura la vendita in prima persona. Un modello di filiera corta e controllata che garantisce qualità, coerenza e totale tracciabilità. L’adesione alla FIVI non è solo un riconoscimento formale, ma l’ingresso in una rete di produttori che condividono gli stessi valori. Trasparenza, indipendenza e responsabilità diretta sul prodotto sono i pilastri di questa comunità, che promuove un dialogo costante tra i suoi membri, favorendo confronto e crescita collettiva. Per Ventiventi, l’ingresso nella FIVI rappresenta un’ulteriore affermazione della propria identità di vignaioli artigiani, impegnati a custodire il territorio e a portare nel calice la sua espressione più autentica. created by dji camera VENTIVENTI ALLA LONDON WINE FAIR 2025 – Dal 19 al 21 maggio 2025 La cantina Ventiventi è lieta di annunciare la sua partecipazione alla London Wine Fair 2025, che si terrà dal 19 al 21 maggio presso l’Olympia London. Sarà presente allo stand K34B, dove presenterà le sue etichette di punta, tra cui il Ventiventi Pas Dosé Metodo Classico 2020, frutto di un blend raffinato di Pinot Blanc, Chardonnay e Lambrusco di Sorbara. In concomitanza con la fiera, Ventiventi parteciperà alla Wine Travel Awards Ceremony 2024–2025, prevista per il 20 maggio dalle 10:30 alle 12:30 nella Gallery Suite dell’Olympia London. Il Walk-Around Tasting dei Wine Travel Awards rappresenta uno degli appuntamenti più attesi della London Wine Fair 2025, offrendo ai partecipanti un’opportunità unica per esplorare una selezione di vini provenienti da tutto il mondo. Durante questo evento, i visitatori possono degustare liberamente le etichette presentate dai membri della comunità WTA, interagendo direttamente con produttori, ambasciatori del vino e rappresentanti delle destinazioni enoturistiche. La presenza di Ventiventi a questi due prestigiosi appuntamenti sottolinea l’impegno della cantina nel promuovere l’eccellenza del vino italiano e nel valorizzare il territorio emiliano attraverso esperienze enoturistiche di qualità. La cantina Ventiventi presenterà una raffinata selezione di etichette che esprime appieno la sua vocazione per l’eleganza e l’innovazione, con un focus sui loro Metodo Classico, vero fiore all’occhiello della produzione. Riccardo Razzaboni – Responsabile Commerciale e Marketing Il Metodo Classico non è solo un processo, è il tempo che diventa ingrediente, è il rispetto della materia prima, è il desiderio di esaltare l’autenticità senza compromessi. Ventiventi ha scelto di costruire la propria identità sulla freschezza, sulla mineralità e su una visione che valorizza la leggerezza senza mai rinunciare alla profondità. Il risultato è una gamma di spumanti che esprimono la vocazione del territorio modenese con una veste nuova, dove il Metodo Classico non è un semplice omaggio allo stile internazionale, ma un’interpretazione autentica delle radici emiliane. Tra i vini protagonisti della fiera ci sarà il Ventiventi Blanc de Blanc, espressione di purezza e finezza, ottenuto da sole uve Pignoletto e perfetto esempio dell’equilibrio tra struttura e freschezza. Accanto al Blanc de Blanc, il Ventiventi Brut e il Ventiventi Pas Dosé rappresentano due diverse interpretazioni del Metodo Classico: il primo più rotondo e accessibile, dove lo Chardonnay incontra il Lambrusco di Sorbara; il secondo più secco ed essenziale, blend di Pinot Bianco, Chardonnay e Lambrusco di Sorbara, è pensato per gli amanti della verticalità e della precisione gustativa. Non mancherà il Ventiventi Rosé, un elegante rosato Metodo Classico dal profilo fruttato e minerale, e il più intenso e strutturato Rouge de Noirs, ottenuto con Lambrusco Salamino Santa Croce, raffinato, profondo e sorprendentemente verticale, sfida l’idea che questo vitigno sia destinato esclusivamente ai vini rossi frizzanti. Accanto alla linea spumantistica, La Vie e Happy Selvaggio Ancestrale completano il racconto della cantina. Il primo è un spumante prodotto con metodo Charmat dallo stile contemporaneo, il secondo un ancestrale vivace e autentico, che racconta il lato più spontaneo e artigianale del progetto Ventiventi. La Redazione
23 Maggio, 2025
Van Thiel. Lussuria e leggerezza
C’è chi l’amore lo fa per noia
chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione Noia. Professione. Passione. È sempre e comunque un modo per iniziare a fare le cose. La noia probabilmente è per chi cambia in continuazione. Troppo preso dal volere che le cose accadano di continuo e diversamente. Sperimentare. Cambiare. La professione. Ciò che un pò accomuna gran parte delle persone. Sì sceglie di fare qualcosa come fonte di reddito. Non si vive ne bene, ne male. Forse si sopravvive e basta. La passione. Quando arriva la passione si smuovono le montagne. Spesso si fanno pure fesserie tanto è l’ardore di veder realizzato un proprio sogno. Quante volte ci siamo trovati a tavola tra amici a fantasticare sul futuro. Scrivere progetti tra sorrisi e calici di vino. Parlare di quanto sarebbe bello se. Ecco se. Quel se che poi blocca ogni progetto perché coinvolti e presi dalla vita di tutti i giorni. Dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia. Francesca Vannetiello e Riccardo Clemente si conoscono da quando ne hanno ricordo. I loro genitori da ancor prima. È come se fossero cugini così che gran parte del tempo libero, lo trascorrono insieme. Prima a Montesarchio (AV) come ragazzi quindi a Roma come studenti di giurisprudenza. Riccardo proviene da una famiglia produttrice di vino da generazioni: Masseria Frattasi. Laureato in giurisprudenza, è stato risucchiato nell’azienda di famiglia con il fratello che invece lavora li da tempo. Francesca ha scelto di studiare diritto sia per una innata voglia di concretezza sia perché, vivendo in una casa dove si mangia probabilmente pane e codici visto il papà Dario, noto penalista italiano, era difficile scegliere altro. Anche se di esercitare la professione forense percorrendo le orme paterne non sembra assolutamente essere interessata. Negli anni ho sviluppato la passione per il mondo del vino. Probabilmente per influssi esterni. Papà è un avvocato ma è amico di Pasquale, un viticoltore campano che è Masseria Frattasi. Sono amici di infanzia. Io sono automaticamente amica dei figli di Pasquale. Riccardo è attualmente il mio socio. Siamo quasi cugini. Facciamo vacanze insieme. Anche lui laureato in giurisprudenza a Roma. Andiamo molto d’accordo. Tutto inizia per scherzo. Proprio nelle sere d’estate trascorse all’aperto mangiando e bevendo vino. Quelle dove ci si rilassa dopo una calda giornata. Si ride. Sì fanno discorsi che nascono da dentro ma si nascondono tra le pieghe della leggerezza estiva. Nelle sere d’estate del 2019 ci vedevamo in Masseria da Riccardo. Cenavamo e facevamo degustazioni. Riccardo si lamentava perché a tavola mancava sempre il Primitivo. Ero molto interessata alla diatriba che si creava. Mi divertiva. Nel tempo Riccardo scherzava dicendo che lo dovevano fare pure loro mentre il padre rispondeva che non esisteva, che serviva la vigna ad alberello, il terreno giusto. Zio Dario bisogna fare qualcosa diceva allora Riccardo a mio padre. C’è una fase della vita, arriva intorno ai due anni, durante la quale si forma la personalità dell’individuo. In quel momento si manifesta il pronome personale “io”. Avviene attraverso la richiesta di voler fare autonomamente le cose. Il genitore, premuroso e attento ad evitare disastri, prova a spiegare che non è possibile ma, nel caso di esserini molto determinati, si rischia di finire allo scontro per via delle grida disumane che non tardano ad arrivare. Ecco allora che si concede la possibilità di sperimentare già conoscendone comunque l’esito. È in questa fase che l’esserino sperimenta e inizia a fregarsene di sbagliare. Tanto, lo sa, anche se inconsciamente, che prima o poi riuscirà nel proprio intento. Nel medesimo arco temporale, inizia a farsi strada nel genitore l’idea che quell’esserino non ce la farà mai: è piccolo! Il problema è che sarà piccolo per sempre. Non fosse altro perché la differenza anagrafica con il genitore non si allevierà mai. Da qui spesso si generano quei pazzeschi problemi interazionali che si vedono in giro. Tutto questo panegirico perché mi sono immaginato la scena di Dario e Pasquale, rispettivamente genitori di Francesca e Riccardo (che avevano già deciso di fare vino insieme. Certo, Riccardo un pò di dimestichezza l’aveva pure essendo nato in una famiglia di viticoltori ma Francesca, vendemmie e amicizie a parte, poco o niente) che si trovano dinanzi ad una idea strampalata, impegnativa e poco percorribile con dunque la possibilità di farsi una risata oppure rifletterci su. Probabilmente nella testa di Pasquale non si era creato nemmeno il più flebile dei pensieri relativo al produrre un Primitivo nelle terre della Masseria di famiglia. Così come in quella di Dario che la figlia si mettesse a produrre vino in generale. Però, perché non assecondare i sogni dei propri figli? Pasquale e mio papà ne hanno parlato. Abbiamo così fatto cinque sei spedizioni in Puglia girovagando per cercare terreni e cantine dove produrre. Non c’era una idea precisa. È capitata l’occasione perché il figlio della famiglia Centonze era professore alla Cattolica. Sono entrata in contatto con lui attraverso gli studi. C’è stato un avvicinamento e poi la formalizzazione. Insomma trovano la cantina e i terreni? Non proprio. La cantina è parte di un palazzo del 1700, in quel di Squinzano, piccolo e incantevole comune nei pressi di Lecce. I terreni non ci sono più però. Alienati da tempo ai contadini locali che continuano a coltivare l’agognato Primitivo. Solo che lo fanno per loro o per conferire le uve. La storia si ingarbuglia complicandosi non poco. Oppure no. Fare una offerta di acquisto delle uve ai contadini locali non è poi così complicato. Basta comprarne tanta e il gioco è fatto. Si ma tanta per due ragazzi cosa vuole dire? 12.000 bottiglie di Primitivo. Come dodicimila bottiglie? Al primo anno di produzione (2021…)? Eh si. Questo è. Oltretutto i due enologi hanno decretato per per produrre l’unica etichetta dell’azienda, il vino debba stare per almeno tre mesi in botti di rovere. Due enologi? Una sola etichetta? È uno scherzo? C’è una persona del posto e una ragazza laureata in enologia da poco che collabora con Masseria Frattasi. È un modo di procedere proprio come Masseria Frattasi. Cerchiamo sinergia tra le persone e i due sono diversi tra di loro. Una persona del posto e una ragazza con innovazione. Così si fa sinergia. Due enologi per produrre 12.000 bottiglie di un solo Primitivo. Anche buono poi. Quando l’ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di Luca Maroni, ne sono rimasto impressionato. L’ho anche recensito sul mio blog Instagram. Un vino scuro e impenetrabile come la notte e forse per questo, già nel calice, seducente. La profondità dei sentori, con la prugna cotta al sole e l’arancia che si legano indissolubilmente alla cioccolata e alle tostature, inebriano. Quando però è la visciola balsamica a prendere il comando, non c’è più ritorno e il sorso diventa un obbligo. Potente come un abbraccio, caldo come il sole. Impetuoso come il vento, salmastro come il mare. Può alleviare le pene, può stregare. È godurioso. È lussurioso. Uno di quei vini nei quali ci si perde senza saperne il perché. Se lo si assaggia, si capisce perché l’amore esista. Detto così allora si vende facile! Niente si vende facile. Occorre essere ben organizzati. Far fuori dodicimila bottiglie all’anno non è un gioco da ragazzi e per ragazzi. Per la vendita non ci affidiamo a nessuno. Siamo io, Riccardo, papà, Pasquale. Andiamo nei ristoranti a farlo assaggiare. È tutto molto giocoso ed intrigante. Ci siamo noi e solo noi. Gli esperti solo nella produzione. Stiamo costruendo noi da zero. Ora io lo vorrei proprio vedere l’avvocato Dario Vannetiello che va nei ristoranti a vendere il vino! Bene inteso, non lo scrivo ne con fare irriverente ne con incredulità. È che davvero mi piacerebbe vederlo. Così come mi piacerebbe vedere Francesca e Riccardo (Pasquale probabilmente è abituato) all’opera. Questa storia è comunque così surreale da risultare davvero troppo intrigante per me. Ricapitoliamo. Una cantina in un palazzo del 1700 a Squinzano acquistata da due ragazzi di Montesarchio con poca o nessuna esperienza nella filiera del vino. Cantina e palazzo da ristrutturare. Nessun terreno di proprietà. Due enologi. Una sola etichetta. Dodicimila bottiglie. Nessuna rete commerciale. Sembra follia eppure è realtà. Aspettate, non è finita qui. Vi manca di sapere il nome dell’azienda e dell’unica etichetta in commercio, Primitivo in purezza ovviamente (altrimenti di parliamo scusate?): Van Thiel. Mò che c’azzecca Van Thiel? In Puglia poi? Riccardo è un appassionato di storia. La tesi l’ha fatta in Storia del Diritto. Nel periodo dei vari giri per le cantine lui si stava informando sull’origine dei cognomi. Andava all’anagrafe di Montesarchio e dalle fonti che ha trovato dovremmo essere di origini olandesi. Durante la reggenza di Carlo V, dall’Europa del nord sono arrivati soldati tra cui la famiglia Van Thiel. Poi il cognome si è italianizzato e campanizzato in Vannetiello. Anche Vanvitelli ha questa derivazione. Ci è piaciuto il nome perché colpisce. La storia dei cognomi è comunque vera. L’Italia è piena di cognomi la cui derivazioni è al di fuori dei confini. Il papà di Luigi Vanvitelli si chiamava Gaspar van Wittel. Arrivò nel 1674 a Roma cambiando e italianizzando il proprio nome e cognome facendolo diventare Gaspare Vanvitelli. Ciò che maggiormente colpisce è la meravigliosa e coinvolgente leggerezza di Francesca. Una leggerezza di animo che non sa affatto di superficialità. Le scelte sono tutte molto convincenti: una bottiglia importante, una etichetta dal sapore antico e prezioso, un nome che non lascia intravedere nessuna influenza da altre regioni italiane. Come se il Primitivo possa essere il nettare di un nobile trapiantato in terra pugliese. Geniale! Non ci affidiamo a nessuno per il marketing. Sono le nostre idee che cerchiamo di mettere in pratica. Il premio di Luca Maroni è arrivato perché abbiamo solo inviato il vino. Così a Merano e siamo stati premiati. Per noi l’importante è farci conoscere e far si che questa cosa diventi una unione tra di noi e non un lavoro vero e proprio. Se nel tempo viene, lo accettiamo di buon grado. Adesso vedremo le prossime annate. Forse un modo per gettarsi nell’ignoto. Dal rigore degli studi alla possibilità di sperimentare e agire. La ristrutturazione della cantina, la prova dei vini, le fasi di produzione. Mettersi in gioco con la parte creativa, il vino, da contrapporre a quella razionale, la giurisprudenza. C’è tanta sperimentazione e questo li rende differenti. Ma quella leggerezza, quella che li porta a ragionare ed agire senza patemi d’animo dando tanto, anche di più rispetto al richiesto, è davvero sorprendente e invidiabile. Anche se non è detto che i conti economici tornino sempre. Magari è deleterio economicamente parlando, ma si sperimenta. C’è l’impatto con la bella bottiglia e quando me lo dicono ribatto che spero il gusto sia altrettanto impattante. Volevo fare altri vini ma la scelta di un solo vino è stata di Riccardo. Voleva un vino e farlo bene. Risaltare l’uvaggio e il territorio. Si, lo so che in molti staranno pensando ai soliti figli di papà che si mettono a giocare con il vino. L’idea non sta in piedi economicamente o comunque senza gli investimenti dei genitori. Può essere ma, premesso che qualunque investimento, nel mondo del vino a maggior ragione, deve essere valutato in un arco temporale piuttosto lungo, 12.000 bottiglie di un solo uvaggio con terreni non propri, è davvero una genialata. Oltretutto c’è il anche il Palazzo. Parallelamente alla produzione del vino c’è l’accoglienza. Stiamo ristrutturando il livello superiore per adibirlo a b&b. È un palazzo nobiliare. La cantina l’abbiamo immediatamente ristrutturata mente sopra ci sono suite e ambienti per organizzare eventi legati al mondo del vino. Una struttura dunque da adibire a tanto altro Francesca è determinata. Papà Dario l’ha certamente aiutata e supportata ma lei, oltre agli studi giuridici, si è messa sotto a studiare anche il vino. Partendo dal corso da sommelier, ovviamente. Il tempo ci dirà se la vedremo dietro una cattedra universitaria (le aule del tribunale giammai!) o nella cantina di Squinzano (o chissà in quale altra città). Per adesso è importante che la bellezza, freschezza e leggerezza che caratterizzano questo progetto, continuino a sedurre sempre più persone così come fa il Primitivo Van Thiel. Ciò che mi auguro però, è che non spenga mai quelle meravigliose discussioni delle serate estive alla Masseria! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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chi se lo sceglie per professione
bocca di rosa né l’uno né l’altro
lei lo faceva per passione Noia. Professione. Passione. È sempre e comunque un modo per iniziare a fare le cose. La noia probabilmente è per chi cambia in continuazione. Troppo preso dal volere che le cose accadano di continuo e diversamente. Sperimentare. Cambiare. La professione. Ciò che un pò accomuna gran parte delle persone. Sì sceglie di fare qualcosa come fonte di reddito. Non si vive ne bene, ne male. Forse si sopravvive e basta. La passione. Quando arriva la passione si smuovono le montagne. Spesso si fanno pure fesserie tanto è l’ardore di veder realizzato un proprio sogno. Quante volte ci siamo trovati a tavola tra amici a fantasticare sul futuro. Scrivere progetti tra sorrisi e calici di vino. Parlare di quanto sarebbe bello se. Ecco se. Quel se che poi blocca ogni progetto perché coinvolti e presi dalla vita di tutti i giorni. Dal lavoro, dallo studio, dalla famiglia. Francesca Vannetiello e Riccardo Clemente si conoscono da quando ne hanno ricordo. I loro genitori da ancor prima. È come se fossero cugini così che gran parte del tempo libero, lo trascorrono insieme. Prima a Montesarchio (AV) come ragazzi quindi a Roma come studenti di giurisprudenza. Riccardo proviene da una famiglia produttrice di vino da generazioni: Masseria Frattasi. Laureato in giurisprudenza, è stato risucchiato nell’azienda di famiglia con il fratello che invece lavora li da tempo. Francesca ha scelto di studiare diritto sia per una innata voglia di concretezza sia perché, vivendo in una casa dove si mangia probabilmente pane e codici visto il papà Dario, noto penalista italiano, era difficile scegliere altro. Anche se di esercitare la professione forense percorrendo le orme paterne non sembra assolutamente essere interessata. Negli anni ho sviluppato la passione per il mondo del vino. Probabilmente per influssi esterni. Papà è un avvocato ma è amico di Pasquale, un viticoltore campano che è Masseria Frattasi. Sono amici di infanzia. Io sono automaticamente amica dei figli di Pasquale. Riccardo è attualmente il mio socio. Siamo quasi cugini. Facciamo vacanze insieme. Anche lui laureato in giurisprudenza a Roma. Andiamo molto d’accordo. Tutto inizia per scherzo. Proprio nelle sere d’estate trascorse all’aperto mangiando e bevendo vino. Quelle dove ci si rilassa dopo una calda giornata. Si ride. Sì fanno discorsi che nascono da dentro ma si nascondono tra le pieghe della leggerezza estiva. Nelle sere d’estate del 2019 ci vedevamo in Masseria da Riccardo. Cenavamo e facevamo degustazioni. Riccardo si lamentava perché a tavola mancava sempre il Primitivo. Ero molto interessata alla diatriba che si creava. Mi divertiva. Nel tempo Riccardo scherzava dicendo che lo dovevano fare pure loro mentre il padre rispondeva che non esisteva, che serviva la vigna ad alberello, il terreno giusto. Zio Dario bisogna fare qualcosa diceva allora Riccardo a mio padre. C’è una fase della vita, arriva intorno ai due anni, durante la quale si forma la personalità dell’individuo. In quel momento si manifesta il pronome personale “io”. Avviene attraverso la richiesta di voler fare autonomamente le cose. Il genitore, premuroso e attento ad evitare disastri, prova a spiegare che non è possibile ma, nel caso di esserini molto determinati, si rischia di finire allo scontro per via delle grida disumane che non tardano ad arrivare. Ecco allora che si concede la possibilità di sperimentare già conoscendone comunque l’esito. È in questa fase che l’esserino sperimenta e inizia a fregarsene di sbagliare. Tanto, lo sa, anche se inconsciamente, che prima o poi riuscirà nel proprio intento. Nel medesimo arco temporale, inizia a farsi strada nel genitore l’idea che quell’esserino non ce la farà mai: è piccolo! Il problema è che sarà piccolo per sempre. Non fosse altro perché la differenza anagrafica con il genitore non si allevierà mai. Da qui spesso si generano quei pazzeschi problemi interazionali che si vedono in giro. Tutto questo panegirico perché mi sono immaginato la scena di Dario e Pasquale, rispettivamente genitori di Francesca e Riccardo (che avevano già deciso di fare vino insieme. Certo, Riccardo un pò di dimestichezza l’aveva pure essendo nato in una famiglia di viticoltori ma Francesca, vendemmie e amicizie a parte, poco o niente) che si trovano dinanzi ad una idea strampalata, impegnativa e poco percorribile con dunque la possibilità di farsi una risata oppure rifletterci su. Probabilmente nella testa di Pasquale non si era creato nemmeno il più flebile dei pensieri relativo al produrre un Primitivo nelle terre della Masseria di famiglia. Così come in quella di Dario che la figlia si mettesse a produrre vino in generale. Però, perché non assecondare i sogni dei propri figli? Pasquale e mio papà ne hanno parlato. Abbiamo così fatto cinque sei spedizioni in Puglia girovagando per cercare terreni e cantine dove produrre. Non c’era una idea precisa. È capitata l’occasione perché il figlio della famiglia Centonze era professore alla Cattolica. Sono entrata in contatto con lui attraverso gli studi. C’è stato un avvicinamento e poi la formalizzazione. Insomma trovano la cantina e i terreni? Non proprio. La cantina è parte di un palazzo del 1700, in quel di Squinzano, piccolo e incantevole comune nei pressi di Lecce. I terreni non ci sono più però. Alienati da tempo ai contadini locali che continuano a coltivare l’agognato Primitivo. Solo che lo fanno per loro o per conferire le uve. La storia si ingarbuglia complicandosi non poco. Oppure no. Fare una offerta di acquisto delle uve ai contadini locali non è poi così complicato. Basta comprarne tanta e il gioco è fatto. Si ma tanta per due ragazzi cosa vuole dire? 12.000 bottiglie di Primitivo. Come dodicimila bottiglie? Al primo anno di produzione (2021…)? Eh si. Questo è. Oltretutto i due enologi hanno decretato per per produrre l’unica etichetta dell’azienda, il vino debba stare per almeno tre mesi in botti di rovere. Due enologi? Una sola etichetta? È uno scherzo? C’è una persona del posto e una ragazza laureata in enologia da poco che collabora con Masseria Frattasi. È un modo di procedere proprio come Masseria Frattasi. Cerchiamo sinergia tra le persone e i due sono diversi tra di loro. Una persona del posto e una ragazza con innovazione. Così si fa sinergia. Due enologi per produrre 12.000 bottiglie di un solo Primitivo. Anche buono poi. Quando l’ho assaggiato la prima volta ad una degustazione di Luca Maroni, ne sono rimasto impressionato. L’ho anche recensito sul mio blog Instagram. Un vino scuro e impenetrabile come la notte e forse per questo, già nel calice, seducente. La profondità dei sentori, con la prugna cotta al sole e l’arancia che si legano indissolubilmente alla cioccolata e alle tostature, inebriano. Quando però è la visciola balsamica a prendere il comando, non c’è più ritorno e il sorso diventa un obbligo. Potente come un abbraccio, caldo come il sole. Impetuoso come il vento, salmastro come il mare. Può alleviare le pene, può stregare. È godurioso. È lussurioso. Uno di quei vini nei quali ci si perde senza saperne il perché. Se lo si assaggia, si capisce perché l’amore esista. Detto così allora si vende facile! Niente si vende facile. Occorre essere ben organizzati. Far fuori dodicimila bottiglie all’anno non è un gioco da ragazzi e per ragazzi. Per la vendita non ci affidiamo a nessuno. Siamo io, Riccardo, papà, Pasquale. Andiamo nei ristoranti a farlo assaggiare. È tutto molto giocoso ed intrigante. Ci siamo noi e solo noi. Gli esperti solo nella produzione. Stiamo costruendo noi da zero. Ora io lo vorrei proprio vedere l’avvocato Dario Vannetiello che va nei ristoranti a vendere il vino! Bene inteso, non lo scrivo ne con fare irriverente ne con incredulità. È che davvero mi piacerebbe vederlo. Così come mi piacerebbe vedere Francesca e Riccardo (Pasquale probabilmente è abituato) all’opera. Questa storia è comunque così surreale da risultare davvero troppo intrigante per me. Ricapitoliamo. Una cantina in un palazzo del 1700 a Squinzano acquistata da due ragazzi di Montesarchio con poca o nessuna esperienza nella filiera del vino. Cantina e palazzo da ristrutturare. Nessun terreno di proprietà. Due enologi. Una sola etichetta. Dodicimila bottiglie. Nessuna rete commerciale. Sembra follia eppure è realtà. Aspettate, non è finita qui. Vi manca di sapere il nome dell’azienda e dell’unica etichetta in commercio, Primitivo in purezza ovviamente (altrimenti di parliamo scusate?): Van Thiel. Mò che c’azzecca Van Thiel? In Puglia poi? Riccardo è un appassionato di storia. La tesi l’ha fatta in Storia del Diritto. Nel periodo dei vari giri per le cantine lui si stava informando sull’origine dei cognomi. Andava all’anagrafe di Montesarchio e dalle fonti che ha trovato dovremmo essere di origini olandesi. Durante la reggenza di Carlo V, dall’Europa del nord sono arrivati soldati tra cui la famiglia Van Thiel. Poi il cognome si è italianizzato e campanizzato in Vannetiello. Anche Vanvitelli ha questa derivazione. Ci è piaciuto il nome perché colpisce. La storia dei cognomi è comunque vera. L’Italia è piena di cognomi la cui derivazioni è al di fuori dei confini. Il papà di Luigi Vanvitelli si chiamava Gaspar van Wittel. Arrivò nel 1674 a Roma cambiando e italianizzando il proprio nome e cognome facendolo diventare Gaspare Vanvitelli. Ciò che maggiormente colpisce è la meravigliosa e coinvolgente leggerezza di Francesca. Una leggerezza di animo che non sa affatto di superficialità. Le scelte sono tutte molto convincenti: una bottiglia importante, una etichetta dal sapore antico e prezioso, un nome che non lascia intravedere nessuna influenza da altre regioni italiane. Come se il Primitivo possa essere il nettare di un nobile trapiantato in terra pugliese. Geniale! Non ci affidiamo a nessuno per il marketing. Sono le nostre idee che cerchiamo di mettere in pratica. Il premio di Luca Maroni è arrivato perché abbiamo solo inviato il vino. Così a Merano e siamo stati premiati. Per noi l’importante è farci conoscere e far si che questa cosa diventi una unione tra di noi e non un lavoro vero e proprio. Se nel tempo viene, lo accettiamo di buon grado. Adesso vedremo le prossime annate. Forse un modo per gettarsi nell’ignoto. Dal rigore degli studi alla possibilità di sperimentare e agire. La ristrutturazione della cantina, la prova dei vini, le fasi di produzione. Mettersi in gioco con la parte creativa, il vino, da contrapporre a quella razionale, la giurisprudenza. C’è tanta sperimentazione e questo li rende differenti. Ma quella leggerezza, quella che li porta a ragionare ed agire senza patemi d’animo dando tanto, anche di più rispetto al richiesto, è davvero sorprendente e invidiabile. Anche se non è detto che i conti economici tornino sempre. Magari è deleterio economicamente parlando, ma si sperimenta. C’è l’impatto con la bella bottiglia e quando me lo dicono ribatto che spero il gusto sia altrettanto impattante. Volevo fare altri vini ma la scelta di un solo vino è stata di Riccardo. Voleva un vino e farlo bene. Risaltare l’uvaggio e il territorio. Si, lo so che in molti staranno pensando ai soliti figli di papà che si mettono a giocare con il vino. L’idea non sta in piedi economicamente o comunque senza gli investimenti dei genitori. Può essere ma, premesso che qualunque investimento, nel mondo del vino a maggior ragione, deve essere valutato in un arco temporale piuttosto lungo, 12.000 bottiglie di un solo uvaggio con terreni non propri, è davvero una genialata. Oltretutto c’è il anche il Palazzo. Parallelamente alla produzione del vino c’è l’accoglienza. Stiamo ristrutturando il livello superiore per adibirlo a b&b. È un palazzo nobiliare. La cantina l’abbiamo immediatamente ristrutturata mente sopra ci sono suite e ambienti per organizzare eventi legati al mondo del vino. Una struttura dunque da adibire a tanto altro Francesca è determinata. Papà Dario l’ha certamente aiutata e supportata ma lei, oltre agli studi giuridici, si è messa sotto a studiare anche il vino. Partendo dal corso da sommelier, ovviamente. Il tempo ci dirà se la vedremo dietro una cattedra universitaria (le aule del tribunale giammai!) o nella cantina di Squinzano (o chissà in quale altra città). Per adesso è importante che la bellezza, freschezza e leggerezza che caratterizzano questo progetto, continuino a sedurre sempre più persone così come fa il Primitivo Van Thiel. Ciò che mi auguro però, è che non spenga mai quelle meravigliose discussioni delle serate estive alla Masseria! Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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22 Maggio, 2025
Tenute Tomasella è pronta ad accogliere appassionati di vino, famiglie e curiosi per l'attesissimo evento Cantine Aperte.
Una giornata tra gusto, natura e divertimento a Mansué (tv), domenica 25 maggio dalle 10:00 alle 18:00
Tenute Tomasella è pronta ad accogliere appassionati di vino, famiglie e curiosi per l’attesissimo evento Cantine Aperte, che si terrà domenica 25 maggio dalle 10:00 alle 18:00. Con la bella stagione torna la voglia di convivialità e di vita all’aperto, e torna Cantine Aperte, la manifestazione giunta alla sua trentaduesima edizione, promossa dal Movimento Turismo del Vino che dal 1993 accompagna enoturisti e winelovers alla scoperta dei territori e dei vini che rendono unica l’Italia.
Un’intera giornata immersi nella bellezza dei vigneti, alla scoperta dei sapori autentici e delle eccellenze del territorio. Situata a Mansué, in provincia di Treviso, Tenute Tomasella si estende su 50 ettari vitati, 10 in Friuli e 40 in Veneto, tra la DOC Friuli e il Prosecco DOC Treviso, incarnando un perfetto equilibrio tra due territori di confine.
Da oltre cinquant’anni, la famiglia Tomasella ha fatto della viticoltura un’arte fondata sul rispetto dei ritmi naturali e sull’ascolto profondo di ciò che la terra è in grado di offrire, un luogo dove la viticoltura segue il ritmo della natura. L’azienda ha avviato il processo di conversione al biologico che si concluderà entro il 2026. In linea con questa visione sostenibile, ha investito nella creazione di un’oasi apistico-arborea e nell’innovativo robot ibrido Icaro X4, che utilizza raggi UV-C per proteggere le viti dai principali patogeni, riducendo l’utilizzo di pesticidi.
Tenute Tomasella è molto di più di un’azienda vinicola, è un luogo da vivere. La villa, affiancata dalla cantina che ospita la sede, è circondata da un bellissimo parco dove, in occasione di Cantine Aperte, si svilupperanno attività e giochi anche per i più piccoli. Il programma della giornata prevede anche le visite in cantina adatte a diverse esigenze. Proprio in cantina, il legame con la terra si farà portavoce di storie di tradizione e passione che danno vita alla migliore espressione enologica di un territorio di confine. Ogni vino di Tenute Tomasella rivela un’identità forte, in cui le caratteristiche di questi territori vengono esaltati nella loro unicità.
Il programma di “Cantine Aperte” di Tenute Tomasella è ricco di esperienze coinvolgenti: visite guidate in cantina con degustazioni, tour tra i vigneti a bordo dell’apecar o in bicicletta, per scoprire il territorio in modo autentico e divertente. Con l’acquisto del calice sarà possibile degustare i vini dell’azienda, serviti da un sommelier che accompagnerà l’assaggio con spiegazioni e curiosità.
Numerosi gli intrattenimenti per grandi e piccini:
Giochi e laboratori con L’Arte del Gioco;
Truccabimbi per i più piccoli;
Passeggiata a cavallo con il Circolo Ippico di Conegliano;
Dj set e sax live con Bruno Del Ben.
Una giornata all’insegna del gusto con partner gastronomici quali Bar Popular, MOV bistrot-cocktails, Lucchese Panificio Pasticceria Caffetteria, Gelateria Amore Bio di Pordenone.
All’ingresso sarà possibile acquistare il calice per le degustazioni al costo di 6 €. Parte del ricavato sarà devoluto in beneficenza.
La prenotazione è gradita. Per informazioni: tel. 0422 850043; whatsapp. 338 6618051, mail. cantina@tomasella.it La Redazione
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La prenotazione è gradita. Per informazioni: tel. 0422 850043; whatsapp. 338 6618051, mail. cantina@tomasella.it La Redazione