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7 Maggio, 2025
Variazioni di Verduzzo
Ringraziando il direttore Ivan Vellucci, inauguro questa nuova rubrica chiamata Vigne e Orizzonti partendo dalla mia terra. E inizio con due articoli su due vitigni che danno vini che magari sono noti come vini dolci, da fine pasto, ma in realtà sono anche grandi nelle versioni secche: il Picolit e il Verduzzo.
Oggi, il Verduzzo.
Tra i vitigni più interessanti e meno compresi del panorama vinicolo friulano la palma “di vincitore” spetta sicuramente al Verduzzo.
Uno dei vitigni più interessanti del panorama vinicolo friulano, purtroppo negli anni “snaturato” in Veneto e nelle Grave del Friuli, dove è stato utilizzato per produrre vini dolci senza vera anima, dolci per il solo piacere immediato di palati poco allenati. Personalmente ritengo che le versioni secche e soprattutto quelle macerate rappresentino il lato più autentico e affascinante di questo vitigno. Ma prima di parlare del Vitigno andiamo a parlare di un pò di storia Le prime testimonianze scritte che parlano di un vino riconducibile al Verduzzo risalgono al banchetto del 1409 in Friuli in onore di Papa Gregorio XII. Questo evento sottolinea non solo la presenza antica della varietà, ma anche la sua considerazione già in epoca medievale: immaginate un vino locale scelto per essere servito a un pontefice! Anche se nei documenti dell’epoca il termine “Verduzzo” non era ancora standardizzato, è molto probabile che si facesse riferimento a questa varietà o a sue antenate. Alcuni studiosi ipotizzano persino radici ancora più antiche, collegando il Verduzzo alle pratiche vitivinicole dell’epoca romana, anche se la mancanza di documentazione specifica rende impossibile una conferma definitiva. È importante distinguere il Verduzzo Friulano dal Verduzzo Trevigiano: due varietà geneticamente distinte, spesso confuse in passato per via della somiglianza dei nomi, con il secondo molto più produttivo del primo. In Friuli Venezia Giulia il Verduzzo è coltivato nella fascia centrale dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Qui prende anche il nome di Ramandolo, da cui nasce il primo vino DOCG del Friuli: un passito ambrato, alcolico e dolce. Il suolo di questa zona, la celebre ponka (alternanza di marna e arenaria), contribuisce in modo decisivo alla complessità e alla freschezza dei vini. Non mancano esempi eccellenti anche tra i vini dolci fuori Ramandolo (frazione di Nimis in provincia di Udine) basti pensare al Cratis di Roberto Scubla e al Verduzzo di Ronchi di Cialla, un vino “dolce non dolce”, capace di abbinamenti gastronomici sorprendenti come il salmone marinato con lo stesso vino e cotto al forno. Va segnalata anche la nuova strada percorsa da alcuni produttori, come Federico De Luca di Ronc dai Luchis, che ha creato il Nui, un Metodo Classico 100% Verduzzo: una sfida originale e coraggiosa. Però se è vero che il Verduzzo si è sempre prestato naturalmente alla produzione di vini dolci con ottima predisposizione all’invecchiamento, negli ultimi anni alcuni produttori stanno esprimendo il suo potenziale anche nei vini secchi di grande personalità e struttura. Per la sua alta presenza di tannini viene spesso definito il più rosso dei vini bianchi, il che lo rende ideale sia per la macerazione sulle bucce che per la vendemmia tardiva e il successivo affinamento in botte. I vini ottenuti sono fruttati, profumati, tannici e freschi, capaci di raccontare il territorio con grande sincerità. Tra le versioni secche molto interessante il vino de I Clivi di Corno di Rosazzo e l’OgniCost di Marco Pinat a Savorgnano del Torre, il Monsier Verduc di Marco Cecchini un vino dalla breve macerazione. Marco Sara, purtroppo, ha deciso di non produrlo più secco, puntando invece sull’altro bianco, conosciuto per vini dolci, che da grandi risultati secco ovvero il Picolit. Ho avuto il privilegio di organizzare una serata molto speciale presso l’Azienda Agricola Denis Montanar, riunendo attorno a un tavolo alcuni appassionati clienti e quattro produttori che lavorano il Verduzzo in macerazione sulle bucce: Denis e Carlo Montanar Aleks Klinec Stefano Poser di Sassocorno Bressan Mastri Vinai (purtroppo assenti per motivi familiari) I vini degustati, rigorosamente alla cieca, erano: Sassocorno 2018 e 2019 Bressan 2018, 2020, 2021 Montanar 2012, 2015, 2018 Klinec 2003, 2012 Inoltre abbiamo assaggiato una bottiglia straordinaria di Verduzzo dolce 1989 prodotto da Montanar, proveniente dalla più antica vigna di Verduzzo del Friuli, situata a Scodovacca (Villa Vicentina). Questa vigna storica, di circa 110 anni, purtroppo è stata estirpata nel maggio 2024 per fare spazio a un impianto fotovoltaico, nonostante i tentativi dei Montanar di salvarla. Fortunatamente, è stata effettuata una selezione massale, preservando così il patrimonio genetico di quelle piante. Il Verduzzo è una varietà che decide da sola quando è pronta, sia in vigna sia in cantina: questa è stata una delle grandi verità emerse dalla degustazione.
È un’uva che ha bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio: non a caso Montanar ha commercializzato prima la 2019 della 2018, proprio perché la 2018 risultava ancora troppo giovane. Il confronto tra i vini ha mostrato mani diverse e interpretazioni autentiche: Bressan ha regalato vini molto profumati, anche se forse in bocca mancavano della stessa complessità degli altri. Montanar ha presentato 3 annate completamente diverse: il 2012 si è rivelato straordinario, bottiglia strepitosa (vi ricordo sempre che non esistono grandi vini, ma grandi bottiglie) con una leggera nota dolce frutto di una vendemmia particolarmente tardiva da abbinare assolutamente con un Castelmagno d’Alpeggio. Come detto secondo me la 2018 come detto ancora troppo giovane, grande complessità gustativa e olfattiva la 2015. Klinec ha proposto i vini più complessi: il Verduc, così si chiama in Slovenia, (2012 e 2003) è stato un’autentica emozione, con il 2003 dove il naso era un caleidoscopio di sentori in continua evoluzione partendo una grandissima varietà di frutta a guscio, andando a varie tipologie di miele, thè, spezie. Qua probabilmente bisogna mettersi seduti su una poltrona e degustarlo con calma senza dargli una collocazione precisa, un vino da meditazione. Aleks è un produttore che crede molto in questa varietà, ne ha piantato anche di recente. Sassocorno ha confermato grande coerenza tra naso e bocca, con un 2019 particolarmente felice. Poser e Klinec hanno anche sottolineato un dettaglio tecnico importante: nel Verduzzo la macerazione finisce naturalmente con la fermentazione, perché l’uva estrae tutto subito, senza bisogno di forzature. Per accompagnare la degustazione, dopo una selezione di salumi dell’azienda Montanar e di formaggi di Malga, ho fatto preparare anatra nostrana alla pechinese, ovvero laccata all’arancia: un piatto per me perfetto per esaltare la materia tannica e la freschezza dei vini.
In particolare, Sassocorno 2019 e Montanar 2018 si sono dimostrati abbinamenti che rasentavano la perfezione, raggiungendo una sintonia emozionante tra cibo e vino. In conclusione il Verduzzo è un vitigno capace di esprimere potenza, freschezza, tannino e longevità in una sola bottiglia.
Nelle mani giuste, soprattutto nei vini secchi e macerati, sa regalare emozioni uniche e profonde, senza mai diventare banale o costruito.
Il ritorno dell’interesse per queste versioni autentiche lascia ben sperare: il liquido nel bicchiere racconta non solo la storia di un vitigno, ma anche quella di un territorio, di mani che lavorano rispettando i tempi della natura. Il Verduzzo è pronto, ma solo quando vuole lui. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
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Uno dei vitigni più interessanti del panorama vinicolo friulano, purtroppo negli anni “snaturato” in Veneto e nelle Grave del Friuli, dove è stato utilizzato per produrre vini dolci senza vera anima, dolci per il solo piacere immediato di palati poco allenati. Personalmente ritengo che le versioni secche e soprattutto quelle macerate rappresentino il lato più autentico e affascinante di questo vitigno. Ma prima di parlare del Vitigno andiamo a parlare di un pò di storia Le prime testimonianze scritte che parlano di un vino riconducibile al Verduzzo risalgono al banchetto del 1409 in Friuli in onore di Papa Gregorio XII. Questo evento sottolinea non solo la presenza antica della varietà, ma anche la sua considerazione già in epoca medievale: immaginate un vino locale scelto per essere servito a un pontefice! Anche se nei documenti dell’epoca il termine “Verduzzo” non era ancora standardizzato, è molto probabile che si facesse riferimento a questa varietà o a sue antenate. Alcuni studiosi ipotizzano persino radici ancora più antiche, collegando il Verduzzo alle pratiche vitivinicole dell’epoca romana, anche se la mancanza di documentazione specifica rende impossibile una conferma definitiva. È importante distinguere il Verduzzo Friulano dal Verduzzo Trevigiano: due varietà geneticamente distinte, spesso confuse in passato per via della somiglianza dei nomi, con il secondo molto più produttivo del primo. In Friuli Venezia Giulia il Verduzzo è coltivato nella fascia centrale dei Colli Orientali del Friuli, a nord-est di Udine. Qui prende anche il nome di Ramandolo, da cui nasce il primo vino DOCG del Friuli: un passito ambrato, alcolico e dolce. Il suolo di questa zona, la celebre ponka (alternanza di marna e arenaria), contribuisce in modo decisivo alla complessità e alla freschezza dei vini. Non mancano esempi eccellenti anche tra i vini dolci fuori Ramandolo (frazione di Nimis in provincia di Udine) basti pensare al Cratis di Roberto Scubla e al Verduzzo di Ronchi di Cialla, un vino “dolce non dolce”, capace di abbinamenti gastronomici sorprendenti come il salmone marinato con lo stesso vino e cotto al forno. Va segnalata anche la nuova strada percorsa da alcuni produttori, come Federico De Luca di Ronc dai Luchis, che ha creato il Nui, un Metodo Classico 100% Verduzzo: una sfida originale e coraggiosa. Però se è vero che il Verduzzo si è sempre prestato naturalmente alla produzione di vini dolci con ottima predisposizione all’invecchiamento, negli ultimi anni alcuni produttori stanno esprimendo il suo potenziale anche nei vini secchi di grande personalità e struttura. Per la sua alta presenza di tannini viene spesso definito il più rosso dei vini bianchi, il che lo rende ideale sia per la macerazione sulle bucce che per la vendemmia tardiva e il successivo affinamento in botte. I vini ottenuti sono fruttati, profumati, tannici e freschi, capaci di raccontare il territorio con grande sincerità. Tra le versioni secche molto interessante il vino de I Clivi di Corno di Rosazzo e l’OgniCost di Marco Pinat a Savorgnano del Torre, il Monsier Verduc di Marco Cecchini un vino dalla breve macerazione. Marco Sara, purtroppo, ha deciso di non produrlo più secco, puntando invece sull’altro bianco, conosciuto per vini dolci, che da grandi risultati secco ovvero il Picolit. Ho avuto il privilegio di organizzare una serata molto speciale presso l’Azienda Agricola Denis Montanar, riunendo attorno a un tavolo alcuni appassionati clienti e quattro produttori che lavorano il Verduzzo in macerazione sulle bucce: Denis e Carlo Montanar Aleks Klinec Stefano Poser di Sassocorno Bressan Mastri Vinai (purtroppo assenti per motivi familiari) I vini degustati, rigorosamente alla cieca, erano: Sassocorno 2018 e 2019 Bressan 2018, 2020, 2021 Montanar 2012, 2015, 2018 Klinec 2003, 2012 Inoltre abbiamo assaggiato una bottiglia straordinaria di Verduzzo dolce 1989 prodotto da Montanar, proveniente dalla più antica vigna di Verduzzo del Friuli, situata a Scodovacca (Villa Vicentina). Questa vigna storica, di circa 110 anni, purtroppo è stata estirpata nel maggio 2024 per fare spazio a un impianto fotovoltaico, nonostante i tentativi dei Montanar di salvarla. Fortunatamente, è stata effettuata una selezione massale, preservando così il patrimonio genetico di quelle piante. Il Verduzzo è una varietà che decide da sola quando è pronta, sia in vigna sia in cantina: questa è stata una delle grandi verità emerse dalla degustazione.
È un’uva che ha bisogno di bottiglia per esprimersi al meglio: non a caso Montanar ha commercializzato prima la 2019 della 2018, proprio perché la 2018 risultava ancora troppo giovane. Il confronto tra i vini ha mostrato mani diverse e interpretazioni autentiche: Bressan ha regalato vini molto profumati, anche se forse in bocca mancavano della stessa complessità degli altri. Montanar ha presentato 3 annate completamente diverse: il 2012 si è rivelato straordinario, bottiglia strepitosa (vi ricordo sempre che non esistono grandi vini, ma grandi bottiglie) con una leggera nota dolce frutto di una vendemmia particolarmente tardiva da abbinare assolutamente con un Castelmagno d’Alpeggio. Come detto secondo me la 2018 come detto ancora troppo giovane, grande complessità gustativa e olfattiva la 2015. Klinec ha proposto i vini più complessi: il Verduc, così si chiama in Slovenia, (2012 e 2003) è stato un’autentica emozione, con il 2003 dove il naso era un caleidoscopio di sentori in continua evoluzione partendo una grandissima varietà di frutta a guscio, andando a varie tipologie di miele, thè, spezie. Qua probabilmente bisogna mettersi seduti su una poltrona e degustarlo con calma senza dargli una collocazione precisa, un vino da meditazione. Aleks è un produttore che crede molto in questa varietà, ne ha piantato anche di recente. Sassocorno ha confermato grande coerenza tra naso e bocca, con un 2019 particolarmente felice. Poser e Klinec hanno anche sottolineato un dettaglio tecnico importante: nel Verduzzo la macerazione finisce naturalmente con la fermentazione, perché l’uva estrae tutto subito, senza bisogno di forzature. Per accompagnare la degustazione, dopo una selezione di salumi dell’azienda Montanar e di formaggi di Malga, ho fatto preparare anatra nostrana alla pechinese, ovvero laccata all’arancia: un piatto per me perfetto per esaltare la materia tannica e la freschezza dei vini.
In particolare, Sassocorno 2019 e Montanar 2018 si sono dimostrati abbinamenti che rasentavano la perfezione, raggiungendo una sintonia emozionante tra cibo e vino. In conclusione il Verduzzo è un vitigno capace di esprimere potenza, freschezza, tannino e longevità in una sola bottiglia.
Nelle mani giuste, soprattutto nei vini secchi e macerati, sa regalare emozioni uniche e profonde, senza mai diventare banale o costruito.
Il ritorno dell’interesse per queste versioni autentiche lascia ben sperare: il liquido nel bicchiere racconta non solo la storia di un vitigno, ma anche quella di un territorio, di mani che lavorano rispettando i tempi della natura. Il Verduzzo è pronto, ma solo quando vuole lui. Emanuele Muzzo Vigne e Orizzonti
6 Maggio, 2025
Vini Passiti e da meditazione
In 13.000 sono giunti a Volta Mantovana per conoscerli
Una tre giorni interamente dedicata al bere dolce che ha richiamato 13.000 visitatori, arrivati da tutta Italia per conoscere le molte sfumature dei vini passiti e da meditazione. Questo è il bilancio della 21° Mostra dei Vini Passiti e da Meditazione di Volta Mantovana, tenutasi dal 25 al 27 aprile.
L’evento, fortemente voluto dall’Amministrazione Comunale, ha registrato un grande interesse per i produttori presenti, degustazioni sold out e la partecipazione di tutte le autorità del territorio. Il format quest’anno ha saputo rinnovarsi grazie alla collaborazione con ONAV – Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino, che ha curato la selezione delle cantine, le masterclass e il servizio, La Strada dei Vini e Sapori Mantovani, che ha promosso le bellezze del territorio e offerto degustazioni di abbinamento cibo e vino, e il Club Amici del Sigaro Toscano, che ha permesso di scoprire abbinamenti inusuali.
Nelle tre giornate i visitatori, che hanno affollato il Palazzo Gonzaga di Volta Mantovana, hanno scoperto oltre 100 etichette di vini Passiti e da Meditazione al banco d’assaggio, guidati dagli Assaggiatori ONAV, e incontrato 40 produttori presenti in prima persona. Ospite d’onore è stata l’Ungheria, grazie alla collaborazione con il Consolato Generale di Ungheria e l’Agenzia di Promozione del Vino Ungherese, che ha permesso la partecipazione di sei produttori di Tokaji, il vino simbolo del popolo magiaro. La Mostra ha accolto anche un evento d’eccezione: Château d’Yquem la leggenda, presentazione del libro l’autrice Cinzia Benzi.
L’evento si conferma quindi non solo come vetrina per i migliori vini passiti e da meditazione d’Italia, ma anche come palcoscenico per la promozione turistica, culturale ed enogastronomica di Volta Mantovana e, più in generale, della provincia di Mantova, in un contesto sempre più internazionale.
Proprio per questo motivo la manifestazione è stata scelta per inaugurare L’Olimpo dei Vini Lombardi, il nuovo progetto per valorizzare l’enologia lombarda in vista delle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 ideato dall’associazione senza scopo di lucro Terre&Sapori.
L’associazione, fondata dai giornalisti professionisti Riccardo Lagorio ed Alessandra Iannello insieme alla nostra autrice Adele Gorni Silvestrini, ha organizzato una degustazione alla cieca di oltre 40 passiti provenienti da varie Province lombarde.
La giuria di 10 membri, composta per metà da assaggiatori ONAV e per l’altra metà da professionisti horeca dell’alto mantovano, ha collocato nei primi 5 posti in graduatoria il Banino Aureum IGT di Antonio Panigada, il Moscato di Volpara di Poggio Alessi, il Meditando della cantina Panizzari, il Dolce Angelica di Bulgarini ed il Moscato di Scanzo di Ezio Valle.
Le degustazioni successive, in programma fino all’autunno coinvolgeranno altre zone della Lombardia e altre categorie di vini, più precisamente il Consorzio Valtènesi per i rosati, il Consorzio Vini IGT Valcamonica per i bianchi, il Consorzio Volontario Vini DOC San Colombano per i rossi ed infine un’azienda produttrice di Grana Padano per gli spumanti metodo classico.
Le manifestazioni godono infatti del sostegno del Consorzio per la Tutela del Formaggio DOP
Grana Padano, Sponsor ufficiale dei Giochi Olimpici.
L’associazione Terre&Sapori ha inoltre in programma nei primi mesi del 2026 un incontro aperto al pubblico con alcuni sportivi che parteciperanno a Milano-Cortina, con copertura mediatica di giornalisti dalle diverse specializzazioni.
Durante la cena di beneficenza correlata all’incontro, firmata da almeno un paio di noti chef, verranno messe all’asta prestigiose bottiglie di vino, il cui ricavato andrà a beneficio della ricerca sulla fibromialgia.
La Redazione
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6 Maggio, 2025
Deserto
Il passato è una danza tra bene e male, è porzione del tempo, comprendente avvenimenti già trascorsi. In senso cronologico il passato precede il presente, mentre dal punto di vista concettuale è opposto al futuro. Rappresenta un’essenziale parte del nostro essere, ed è un territorio complesso in cui confluiscono ricordi, esperienze ed emozioni. È una trama intricata che ci ha plasmato e ci ha portato fino a dove siamo oggi. Tuttavia, spesso evitiamo di confrontarci con esso, temendo le sue ombre e rimuginando su eventi dolorosi o sbagliati. È essenziale affrontare il passato con coraggio e sincerità, chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia C.Jung. Ciò suggerisce che esplorare i ricordi e le emozioni recondite può portare a una maggiore consapevolezza di sé e al raggiungimento di uno stato di autenticità. Quando affrontiamo il passato, ci permettiamo di esplorare le ferite emozionali, affrontare i traumi e liberare il peso del dolore accumulato.
Una parte cruciale del confrontarsi con il passato è l’accettazione delle esperienze vissute l curativo è possibile solo quando c’è un’autentica accettazione di ciò che è C.Rogers.
Accettare il passato ci aiuta a smettere di lottare contro i ricordi e ci permette di guardare con gentilezza a noi stessi e alle nostre scelte. Questo atto di compassione verso la nostra persona apre la porta alla guarigione interiore. È quel rifiuto della routine, dell’omologazione e della superficialità, elementi che percepiamo come vuoti e privi di significato. La scelta di non scegliere è una fuga da un’esistenza predeterminata che limita la libertà personale e soffoca l’autenticità dell’essere.
Nel Deserto delle giornate va ricercata una terapia, questa è dove il passato incontra la vita: Civico 25. Enoteca Wine Bar a Perugia, nata nei primi anni 2000 con l’idea di portare familiarità e ricerca di prodotto in un contesto studentesco; evolutosi poi in punto di riferimento per la mescita/ristorazione del centro storico della città. Il progetto, oggi gestito da Alberto Noro, frontman vicentino di nascita ma perugino di adozione. Oste dall’anima Veneta che rifocilla, disseta e distende, figura sacra atta a pitturare le sue radici, capace di farci vivere un viaggio nel costume del suo territorio, fatto di luoghi, gestori di trattorie, osterie e bettole che hanno le redini di un microcosmo tradizionale e casereccio che oggi sembra andato perduto. Qui si respira famiglia, ospitalità. La ξενία (xenìa) era una faccenda seria nella cultura greca. Era un diritto e un dovere, un vero patto sociale con regole tra chi ospitava e chi era accolto. La xenìa non era una questione di ricchezza, di classe sociale o di potere; eroi e contadini, fuggitivi e re, dei e mortali, insieme, senza eccessive formalità si riunivano attorno a una stessa tavola a parlare, raccontare, animati solo dalla generosità del momento. L’ospitalità è un topos sacro, ogni ospite era mandato dal diVino, se gli si mancava di rispetto, cortesia o generosità, l’ira degli dei avrebbe fatto il resto. Al Civico 25 l’accoglienza viene vista come simbolo dell’anima autentica dell’oste. Il vino per lui è protezione dell’ospitalità e di tutti quegli antichi valori di collettività cari anche ai greci. Cantare, baciarsi, mangiare, cullarsi per qualche ora nel dolce far nulla che ci invidia l’Europa. Il Civico www.civico25.com è un gradito momento di pausa per il sé nel Deserto, dove accompagnato dal dio Bacco e dal buon bere ritaglia un momento di calma alla follia: Blanquette de Limoux Jean-Claude Mas Le Berceau Brut AOP uve Mauzac (che deve costituire almeno il 90% del vino), Chardonnay e Chenin blanc; la prima e più antica bolla prodotta in Francia https://www.degustibuss.it/blanquette-de-limoux/
Un vino fresco ed equilibrato che presta particolare attenzione alle immagini, ai suoni, ai colori e perfino alle vibrazioni percepibili nell’aria; che da consapevolezza ai modi in cui l’emozione filtra l’esperienza che si sta vivendo. Un prodotto che influenza l’esperienza sensoriale, floreale al naso, inclusi i suoni e gli stati emotivi, realizzando qual capolavoro tra corpo e mente che è volontà di essere.
La funzione primaria del racconto è di svolgere una specie di controllo ad uscire. Come un usciere chi scrive controlla quello che accade, vede chi entra, chi esce, chi si muove e come si muove. Chi racconta, in realtà è come un coniglio: insegue le sue visioni, anche quelle inimmaginabili! A volte, poi, riesce a trovarle. Come si trova la balena bianca. Quello che io cerco di mostrare è il mondo in cui io vorrei vivere; quello dove mi potrei sentire bene, dove le persone siano gentili, dove trovare la via. Certamente c’è, un diario di dolore, con qualche lampo di piacere.
Deserto è il resoconto nudo di un’ossessione assoluta, di un desiderio che la scrittura non doma né sopisce, ma testimonia con bruciante e disperata verità.
Allora perché l’ho fatto? Potrei dare un milione di risposte tutte false. La verità è che sono cattivo, ma questo cambierà, io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxi televisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai. M.Renton
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita di circa 15 prodotti: Bollicine italiane e Francesi. Vini Fermi Bianchi e Rossi Italiani.
Marco Sargentini
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Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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5 Maggio, 2025
Convivio Ampelo. Una serata speciale: grandi vini, grande cucina grandi emozioni
Ogni serata è speciale per qualcosa. Alle volte per la qualità del cibo. Altre per i vini. Altre ancora per un mix di questo. Solo a volte, l’atmosfera si tinge di tinte speciali. Accade quando si sono incontri, racconti, sorrisi. È accaduto al Convivio Ampelo, a Roma, in occasione di una cena degustazione davvero speciale che resterà viva nei miei ricordi.
Ad accogliermi in un locale splendido, studiato in ogni minimo dettaglio, che dire bello non renderebbe l’idea, il simpatico e appassionato Davide, titolare del ristorante, che ha pensato ad un menù studiato con cura, perfettamente abbinato ai vini della cantina Claudio Mariotto, eccellenza enologica dei Colli Tortonesi.
Ogni piatto che vi racconterò è stato un viaggio raccontato direttamente da Davide sempre presente in sala, pronto a descrivere con passione ogni creazione, ogni ingrediente scelto con amore per esaltare l’incontro con i vini di Claudio Mariotto.
La serata è stata impreziosita anche dalla presenza di Claudio Mariotto con il quale ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere e fare qualche selfie tra un calice e l’altro: un uomo autentico, come i suoi vini, capaci di raccontare la terra con sincerità ed eleganza.
A rendere l’atmosfera ancora più frizzante e coinvolgente, la brillante conduzione della serata di Roberta Marchese Ragona, che con la sua allegria, la sua energia contagiosa e la grande capacità comunicativa, ha saputo guidare i commensali attraverso la scoperta dei vitigni e dei vini di Claudio, rendendo la degustazione un’esperienza viva, divertente e profondamente umana.
Roberta, con la sua energia contagiosa, ci accompagna nel primo assaggio della serata: il Colli Tortonesi Doc Freisa “Braghe” 2022 di Claudio Mariotto, versato nei nostri calici con cura da un personale attento ad ogni minimo dettaglio.
La storia affascinante della Freisa, un vitigno antico di oltre cinquecento anni, legato profondamente al territorio dei Colli Tortonesi, un angolo del Piemonte dove la vigna è cultura, storia e vita, è resa vera e vivida dal suo modo di raccontare.
Si comincia con il Braghe, Freisa in purezza, che affina sei mesi in vasche d’acciaio e ulteriori sei mesi in bottiglia così da mantenere intatta tutta la freschezza e l’espressività del frutto. Nel bicchiere si presenta elegante e delicato, con un bouquet raffinato che si apre su profumi di rosa, ciliegia marasca e lampone, per poi evolvere con il tempo in piacevoli sentori muschiati e di sottobosco.
Un vino che incanta per la sua finezza capace di unire la freschezza della gioventù a una profondità che promette emozioni ancora più intense con l’invecchiamento. Un inizio di serata che già preannuncia una degustazione ricca di storie, sapori e suggestioni.
In abbinamento al Braghe, Davide ha pensato a un piatto che ne esaltasse l’eleganza e la freschezza: involtino di carne bianca con lardo di patanegra e radicchio. Un boccone che racconta sapientemente equilibrio e contrasto: la delicatezza della carne bianca, resa succulenta dal velo di lardo di patanegra, si fonde con l’amaro gentile del radicchio, creando un insieme armonioso e mai banale. Il Braghe accompagna il piatto con grazia: i suoi profumi floreali e fruttati accarezzano la dolcezza del lardo, mentre l’acidità naturale pulisce il palato dalla morbidezza della carne, rendendo ogni morso fresco e invitante. Il sottile richiamo ai frutti rossi si sposa perfettamente con le note vegetali e leggermente amarognole del radicchio, completando l’esperienza gustativa in un perfetto gioco di bilanciamenti. Un primo incontro tra cucina e vino che conquista per semplicità apparente e profondità nascosta, esattamente come la serata che prende vita tra racconti, sorrisi e calici alzati.
La serata prosegue con un nuovo protagonista: Il Colli Tortonesi Derthona “Bricco San Michele” di Claudio Mariotto, un Timorasso in purezza, vino simbolo di questo straordinario territorio.
Roberta e Claudio, ormai affiatati come i presentatori di un festival, salgono idealmente sul palco della serata per raccontarcelo.
Con entusiasmo e grande passione ci parlano della storia affascinante di questo vitigno antico, riscoperto dopo anni di oblio grazie al lavoro di vignaioli visionari come Claudio. Il Timorasso, spiegano, è un’uva capace di esprimere con forza l’identità del terroir dei Colli Tortonesi, regalando vini di straordinaria struttura e longevità. Nel calice il Bricco San Michele si presenta con un bellissimo colore giallo oro, nitido e di media intensità, già promessa di complessità. Al naso è un intreccio raffinato di fiori bianchi, frutta matura e una tipica nota minerale che richiama la pietra focaia. Con l’evolversi nel bicchiere emergono sfumature più delicate di camomilla, che aggiungono un tocco di dolcezza aromatica. In bocca si percepisce una sensazione calda, avvolgente ma perfettamente bilanciata della freschezza mentre i sentori minerali regalano profondità e tensione, lasciando il palato pulito e desideroso di un altro sorso.
In abbinamento a questo elegante Timorasso, Davide ha pensato a un piatto capace di esaltarne le sfumature più fini: un flan di zucchine, adagiato su una crema di formaggi stagionati e completato da un crumble al sale che aggiunge un tocco croccante e sapido.
La delicatezza vegetale delle zucchine si unisce alla perfezione con la componente floreale e fruttata del Bricco San Michele, mentre la ricchezza cremosa dei formaggi trova un contrappunto ideale nella mineralità e nella freschezza del Timorasso che riesce ad avvolgere e allo stesso tempo a sostenere il piatto senza mai sovrastarlo. Il crumble al sale, con la sua consistenza fragrante, richiama la sapidità naturale del vino, creando un dialogo continuo tra boccone e sorso, tra morbidezza e tensione, tra cremosità e freschezza. Davide continua a sorprendermi creando abbinamento pensati con intelligenza atti ad esaltare la complessità del vino e al tempo stesso valorizza ogni sfumatura del piatto, rendendo l’esperienza gustativa piena, dinamica e sicuramente appagante per le papille gustative.
Roberta, sempre più show-woman della serata, affiancata da due sommelier presenti in sala, è sempre più travolgente. Scoprire il prossimo vino, il Montemiriano, una Croatina in purezza firmata da Claudio Mariotto, è un normale proseguimento.
Con entusiasmo e un pizzico di teatralità, Roberta racconta la personalità forte di questo vitigno, spesso sottovalutato, ma che nelle mani di un grande interprete come Claudio riesce ad esprimere tutta la sua autenticità.
Il Montemiriano nasce da una lavorazione sapiente: almeno 12 mesi in botti da 500 litri, alternate tra nuove e di primo passaggio, seguiti da ulteriori 6 mesi di affinamento in bottiglia, per raggiungere la giusta maturità ed equilibrio.
Nel calice si presenta con un bel rosso rubino che inizia ad accennare riflessi granata. Al naso è gradevole con richiami leggermente erbacei che aggiungono complessità, mentre al palato si rivela secco, leggermente tannico ma mai spigoloso con una persistenza interminabile che lascia il segno. Un vino di carattere, diretto e sincero che racconta senza filtri il legame profondo con la sua terra.
In abbinamento a questa Croatina di carattere, Davide propone un piatto che sembra danzare sulle stesse corde gustative del vino: un sontuoso risotto vialone nano allo zafferano con selvaggina.
Il riso, mantecato alla perfezione, avvolge il palato con la sua cremosità, mentre lo zafferano regala aromi caldi, avvolgenti, quasi dorati che si intrecciano meravigliosamente ai sentori erbacei e alla struttura decisa del Montemiriano.
La selvaggina, con la sua sapidità intensa e la sua ricchezza, trova nel tannino elegante della Croatina un compagno perfetto: il vino ripulisce il palato ad ogni boccone, esaltando sia la profondità della carne che la delicatezza del risotto. Un abbinamento che Davide ha studiato con cura, dove ogni elemento si completa e si valorizza: il calore dello zafferano, la forza della selvaggina, la freschezza erbacea e la lunghezza interminabile del Montemiriano si incontrano in un’armonia vibrante, rendendo questo momento uno dei più emozionanti della serata.
Un connubio che emoziona e che racconta ancora una volta, quanto amore e pensiero ci siano dietro ogni piatto e ogni calice servito al Convio Ampelo.
Quando pensiamo di aver già toccato vette altissime, Roberta e Claudio presentano il vino che chiuderà in grande stile la serata: il Monleale, una barbera 100%, firmata sempre da Claudio Mariotto.
Nel calice il Monleale, si mostra con un colore rubino brillante, vivo, che anticipa tutte l’energia di questo grande rosso. Al naso è delicato ma generoso, con profumi avvolgenti di tabacco dolce e fragola matura, che si intrecciano a note profonde di frutti rossi e amarena, regalando una complessità aromatica che invita a soffermarsi a respirare lentamente il bicchiere. In bocca il Monleale si conferma un vino di buon corpo, ricco, capace di riempire il palato senza mai appesantirlo. La sua struttura importante è perfettamente integrata da una freschezza viva, tipica della Barbera che lo rende piacevolissimo da bere e che sostiene una lunga persistenza.
Ad accompagnare il Monleale, Davide sceglie un piatto capace di raccontare tutta la profondità e la ricchezza di questo grande vino: uno stracotto di manzo, servito con un purè di patate e una riduzione alla Barbera, preparata proprio con il vino di Claudio.
Lo stracotto, morbido e succulento, si sfalda al solo tocco della forchetta, sprigionando aromi intensi di cottura lenta, di pazienza e tradizione. Il purè di patate, soffice e burroso, accarezza il palato con la sua cremosità avvolgente, mentre la riduzione alla Barbera aggiunge quel tocco vivo e vibrante che lega perfettamente il piatto al vino, creando un filo diretto tra calice e boccone. Il Monleale accompagna questo piatto con naturalezza: la sua struttura importante e la freschezza tipica della Barbera sostengono la ricchezza della carne, mentre i profumi di frutti rossi, amarena e tabacco si intrecciano con le note calde e avvolgenti della riduzione. Un grande abbinamento che regala emozioni, un dialogo continuo tra la potenza e la finezza, tra la cucina e il vino
La cena volge al termine, ma l’energia in sala non accenna a spegnersi. Anzi cresce, si trasforma in quella complicità rara che nasce solo quando cibo, vino e persone si incontrano nel modo più autentico.
Roberta con la contagiosa allegria raccoglie tutti intorno a sé come in un abbraccio. Claudio, con il sorriso di chi sa raccontare la sua terra in ogni sorso, si concede a chiacchiere e brindisi sinceri. Davide, sempre presente e disponibile, si muove tra i tavoli con lo stesso entusiasmo che ha accompagnato ogni piatto, ogni spiegazione, ogni attenzione dedicata a ciascun ospite. I calici si sollevano ancora una volta, i sorrisi si moltiplicano, scattano i selfie: istantanee piene di gioia vera, di quel senso di festa che nasce spontaneo quando una serata non è solo una degustazione, ma diventa un’esperienza da portare nel cuore. Proprio quando sembrava che tutto fosse stato detto e assaporato, il Convio Ampelo ha voluto regalarci un ultimo gesto d’affetto: la dolcezza del convivio, un dessert pensato per chiudere la serata nel modo più dolce, lasciando sul palato e nell’anima un ricordo indelebile.
Al Convio Ampelo in questa serata speciale ho ritrovato il significato più profondo del buon vivere: il piacere semplice di condividere un ottimo vino, un piatto pensato con amore una risata genuina. Ed è questo che resta, più forte di ogni nota di degustazione: il calore di una festa, l’autenticità di un incontro, la magia di sentirsi parte anche solo per una sera di una grande famiglia.
Una serata da ricordare. Una serata da raccontare. Una serata da vivere ancora. Un grazie speciale e infinito a Roberta, Claudio e Davide che mi hanno accompagnato in questa magica serata non facendomi mai sentir solo al mio tavolo, con i loro sorrisi e la loro allegria contagiosa.
Roberto Silvio De Pascale
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Il buon vivere
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3 Maggio, 2025
Vinitaly in pillole. La Cappuccina
Vinitaly in pillole. La Cappuccina.
Elena Tessari: Vini, Amore e la Forza del Cambiamento
Il Vinitaly non è solo un'occasione per degustare grandi vini, ma anche un momento prezioso per incontrare persone speciali e intavolare conversazioni che vanno ben oltre il calice. È sempre un piacere ritrovare Elena Tessari, donna del vino veneto e figura di spicco dell'azienda storica La Cappuccina.
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2 Maggio, 2025
Mauro Ravazzolo. QuiVinanza, la nicchia della qualità
Un tempo le famiglie erano grandi e numerose. Ogni occasione era buona per stare tutti insieme. Fratelli, cugini, zii, nipoti. Nonni, ovviamente. Tante persone che condividevano tutto ma davvero tutto nei giorni di festa così come nelle estati al mare. Alla grande casa dei nonni.
I miei ricordi di bambino si perdono ritrovandosi nelle feste comandate trascorse con tutti i cugini. C’erano i nonni a fare da collante. Vivevamo in città diverse ma quando c’era da festeggiare o trascorrere le estati, stare insieme diventava non un obbligo ma un piacere immenso. Ritrovarsi come se non ci fossimo mai lasciati nemmeno per un secondo. Poi, quando tutto finiva, si tornava alla vita di prima. Magari non ci si sentiva nemmeno. Poco importava. Tutto sarebbe ricominciato da li a breve.
Le estati al mare erano quelle durante le quali con i cugini si andava a dormire tardi e ci si svegliava ancora più tardi. Al risveglio poi, non si faceva rumore. Non tanto per rispetto degli altri quanto perché le forze erano cosi ridotte al lumicino che davvero non ce la si faceva. Così, in spiaggia, si scendeva uno per volta. Come i monaci, diceva mia madre. Tanto l’ombrellone aveva già pensato papà a piantarlo.
Nonna non è che fosse una grande cuoca. Non è annoverabile tra le nonne che si mettevano a cucinare già al mattino. Per certi versi, meno male: al risveglio non c’era alcun odore di ragù o di pesce. Però poi a pranzo e a cena, pochi manicaretti.
35 anni fa avevamo casa al mare a Nettuno. C’era in vita la mia bisnonna, classe 1903. I cugini andavano al mare e io mi alzavo sempre più tardi. Quando mi alzavo la bisnonna stava cucinando. Lei cucinava i brodi, le basi della cucina. Ho iniziato a vedere quelle. Ogni tanto le fregavo da dietro qualcosa che preparava. Pure a natale io mi alzavo tardi. Lei preparava le basi e si avvantaggiava con qualche fritto. Io assaggiavo.
Se una nonna (o bisnonna che sia) amava cucinare, era impossibile non svegliarsi con gli effluvi provenienti dalla grande cucina. Così intensi da coprire l’eventuale aroma di caffè. Le poche volte che mi è capitato devo dire che lo stomaco si è aperto completamente e avrei voluto sostituire la fetta di pane con la Nutella con un pò di polpettone. Mai però mi sarebbe venuto in mente di aiutare la nonna. Capisco però che quando nasci con una inclinazione, quella dello chef ad esempio, tutto diventa più naturale.
Mauro Ravazzolo è uno chef, un sommelier, un distributore di vino, un vignaiolo. Attribuirgli un titolo, non è semplice. Ma neanche obbligatorio. Mauro ha da sempre la passione per la cucina alla quale ha abbinato nel tempo tanto altro fino a crearne una professione e un brand, QuiVinanza. Con questo, gestisce una moltitudine di attività legate al mondo del Wine&Food.
L’aria scanzonata. La parlata romana ma non di quelle di generazioni. A prima vista è una di quelle persone alle quali no si da conto immediatamente. Non perché sia anonimo. Magari incute un pò di timore. Ma poi inizi a parlarci e capisci come sia uno che si spacca la schiena e non è certo tipo da perdersi in chiacchiere.
Nell’andare avanti la voglia di studiare non ce l’avevo. Ho fatto lo scientifico ed ero pure bravo ma in italiano e storia ero una capra. Nelle materie scientifiche ero tra i più bravi della classe.
Non è la scuola che ci contraddistingue. Semmai aiuta ognuno di noi a capire la propria strada. Sperimentare le materie, cimentarsi in ognuna di esse, porta a comprendere le inclinazioni di ciascuno di noi. Anche quando queste si realizzano al di fuori della scuola. Come la cucina. O il cibo in generale
Mi piaceva mangià e ho iniziato a fare sport con una alimentazione più dedicata
Se lo vedeste adesso pensereste che la passione per il cibo non sia mai diminuita. Quella dello sport invece..
Piano piano si è affinata la tecnica. Specialmente sotto le vacanze di Natale quando aiutavo la nonna. A 15, 16 anni sapevo già cucinare. Ero lo chef di casa.
Aiutare le mie nonne non era possibile. Ero troppo piccolo ma non avevo sinceramente l’inclinazione. Peccato, perché specialmente con Mimma, nonna materna, avrei avuto tanto da imparare in termini di tradizioni popolari. Se chiudo gli occhi e mi immagino a Camigliano (CE) nei giorni antecedenti la Pasqua, ho nelle narici l’odore di quello che lei chiamava “soffritto” ma in realtà erano interiora messe a cuocere a fuoco lento nel coccio con un pò di alloro. Bastava solo versarne il contenuto su del pane raffermo e il paradiso arrivava prima della Resurrezione.
Come tutti i geni sono stati bocciati almeno due volte, è toccato anche a me. Andai in una scuola privata abbandonando un pò la cucina fino alla maturità. Dopo la maturità mio padre mi disse: cosa vuoi fare nella vita? Non te vedo all’università.
La saggezza di un tempo. Oggi si tende ad assecondare i figli in tutto e per tutto. Anche nascondendone i limiti. Siamo sicuri che sia la scelta giusta?
Andai a fare l’imbianchino a Monza per schiarirmi le idee. Papà è di Arcore. Nonno aveva il bar a Monza. Li cucinavo anche. Vedevo i ristoranti pieni e mi appassionai anche di più. I grandi chef come Cracco e Cannavacciuolo emergevano ed erano uno stimolo per me.
L’imbianchino. Mauro non è certamente uno che si tira indietro. Sia che serva per schiarirsi le idee come dice lui, sia se si tratta di lavorare a testa bassa. La voglia di fare è in lui e basta parlarci per capire come sia esattamente così. Sincero, schietto, alla mano si direbbe. Con quel sorriso sornione che dice tutto di lui.
Tornai giù dopo 9 mesi volendo intraprendere la carriera da chef. Ma non ero affermato ne avevo riconoscimenti. Feci l’esame alla scuola alberghiera prendendo il diploma. Con questo non ci fai nulla se non operi. Entrai in una catena di Benetton, tipo Autogrill. Un amico mi disse che cercavano chef per gestire i ristornati urbani ed extraurbani dell’Autogrill. Mi mandarono a fare uno stage a Milano. Facevo da mangiare alla mensa dei Benetton. C’erano delle attrezzature all’avanguardia. Così imparai a gestire i grandi coperti seguendo delle regole ben precise.
Grandi o piccoli numeri? Quale è la strada migliore per diventare chef? Cosa si impara in uno o nell’altro senso? Soprattutto, si può convergere verso la qualità?
Difficile rispondere perché non c’è una risposta univoca. Dipende. Dipende sempre dalla capacità e dalla voglia che si ha di imparare e trovare sempre ispirazione. Giorno dopo giorno, esperienza dopo esperienza. Di sicuro, i grandi numeri, impongono processi e organizzazione. Una base fondamentale in ogni cucina. Se hai il caos mentale non riesci neanche a pensarla una cosa del genere. Ma se vuoi imparare, tanto e in fretta, forse è la scelta giusta. Senza in alcun modo metterne in discussione la qualità. Tempo per sperimentare e diventare stellato, sempre che se me sia abbia voglia, può arrivare dopo.
Mi mandarono in un autobar per prendere velocità. Sulla Milano Venezia ad Altavilla Vicentina. Facevo gastronomia e bar. Mi appassionai anche al caffè. Fu grande formazione.
Certo che lavorare in un autobar per prendere velocità, credo che sia davvero il posto giusto!
Nel 2000 tornai a Roma ed entrai in un ristorante sul Grande Raccordo Anulare gestito da Autogrill in franchising. Li imparai a cucinare un pò in maniera maccheronica. Quindi mi mandarono a Termini a gestire il ristorante della stazione con 1500 coperti.
Adesso non so se avete ben chiaro cosa voglia dire gestire 1500 coperti ma vi assicuro essere massacrante. Rispetto delle quantità, dei tempi, dei processi. Grande preparazione della linea. Grande rispetto dei tempi. Ogni cosa deve funzionare al secondo e non sono ammessi errori. Le linee portano con se tanta tecnologia che, si, aiuta, ma la si deve conoscere e saper gestire.
Ogni volta che cambiavo posto era come cambiare marcia e la voglia cresceva. Nel 2002 feci un corso di specializzazione con esame finale. All’esame mi fecero i complimenti. Mi affinai molto. Altro che Masterchef dove sono pronti alla seconda puntata.
La particolarità di Mauro è quella di non fermarsi ma, anzi, di essere bulimico, sempre affamato di imparare qualcosa che lo possa portare ad un livello superiore.
Mi insegnarono anche a decidere le dosi in base all’alimento. Una sorta di sarto della cucina. Sì cucivano i menù attorno ai clienti. A Roma trovi la pasta più al dente e saporita, al nord più delicata e cotta.
Mauro sembra proprio non fermarsi mai. Sa che per imparare deve cambiare e cambiare spesso. Ha un lavoro che lo impegna come cuoco l’intera giornata e si pone il problema di capire come imparare di più. Ci sono enologi che per fare il doppio delle vendemmie si spostano da un continente all’altro. Nel caso di Mauro era sufficiente fare più lavori insieme. Cosa questa che, detta così, sembra facile. Ma andate voi a lavorare in una cucina pranzo e cena. Poi me lo raccontate!
Andai dal direttore dell’epoca e mi misi part time per girare i vari ristoranti. Andavo nei ristoranti, stavo manco un anno e cambiavo. Dall’agriturismo alla novelle cucine. Ne ho cambiati circa 45 dal 2002 al 2016.
Matto da legare ma con tante esperienze. Faticose, magari redditizie, ma con una stanchezza che solo l’adrenalinica voglia di imparare può far passare in secondo piano.
Mi chiedevano cene private e imparai ad essere imprenditore di me stesso. Nel 2016 mi sposai e mia moglie mi disse: devi fare una attività tua.
È qui che Mauro diventa imprenditore di se stesso. Qui capisce che il vero salto consiste nell’essere fautore del proprio destino. Senza avere qualcuno che ti guidi. Complicato, stressante, difficile. Ma dannatamente allettante. Come allettante capisce essere il vino, un mondo nel quale entra nel 2012. Giusto nel mezzo del girovagare per ristoranti e agriturismo. È il lavorare per una cantina toscana con cucina che lo porta, casualmente ad avvicinarsi al vino.
Nella mia ignoranza non sapevo che fosse una cantina di livello. Dal 2012 al 2016 feci l’agente per questa cantina. Avevo una corsia preferenziale nei ristoranti dove lavoravo. Capì che cucinando piatti fantastici era obbligatorio l’abbinamento del vino. Quando mi misi in proprio volli che la mia attività doveva essere fondata sull’abbinamento cibo vino.
Si dice, spesso in senso negativo, come la mela non caschi mai lontano dall’albero. Lo si dice per indicare come un figlio sia spesso simile al padre. A me piace per Mauro utilizzare questo detto per indicare come le esperienze e i suggerimenti del padre lo abbiano indirizzato in maniera forte e ragionata. Come se il padre abbia voluto e potuto mettere a sua disposizione quanto aveva imparato nella gestione di un grande bar a Monza.
Mio padre mi suggerì di diventare distributore. È vero che era nato ad Arcore ma con mio nonno aveva il bar più grande di Monza. Accanto c’era Giuseppe Meregalli che portava i bitter a mio nonno. Papà andò in giro con gli agenti e si fece esperienza dandomi poi consigli che tengo ancora cari.
L’abbinamento cibo vino diventa cosi regola standard. Una regola che non accetta compromessi. Nessun compromesso neanche sulla distribuzione che dunque non può che essere in esclusiva. Come Meregalli insomma. È così che Mauro diventa chef, sommelier, distributore. Insomma, imprenditore. QuiVinanza.
Feci un corso da sommelier e dal 2016 iniziai a cercare le cantine. Innamorato della Toscana perché ancora facevano vini fantastici. Poi optai per il nord Italia. Viaggiavamo con mio padre per cercare cantine piemontesi, trentine, valdostane. Volevo il meglio di ogni regione. La mia attività è strutturata con la consegna entro tre ore dall’ordine. Adesso rappresento su Roma dieci cantine. Piccoli produttori con un massimo di 35000 bottiglie. Tutte in esclusiva nel Lazio.
Mauro è un vero appassionato del Pinot Nero in tutte le sue sfaccettature e sfumature. Va in cerca di produttori che sappiano creare eccellenze territoriali. Piccoli viticoltori emergenti. Di quelli che trasferiscono nelle bottiglie, parte di se. Anche in Borgogna dalla quale importa una delle più brave viticoltrici emergenti.
Con l’attività in proprio inizia ad apprezzare il tempo libero barattandolo con il rischio imprenditoriale. Un rischio che Mauro, tipo sereno e pacato, sembra lasciarsi scivolare addosso. Sarà per una dose di esperienza, tanta passione e si, forse un pizzico di sana follia. Ma cosa sarebbe la vita senza di quella?
L’anno scorso dopo essermi separato feci del salone della mia casa, con molto legno, la mia sede commerciale. I vini che tratto sono tutti nella vetta. I migliori nella loro categoria. Prodotti che colpiscono. Non ci sono vini banali. Era un peccato farli assaggiare in un appuntamento con il ristoratore soggetto a stress. Allora li porto nel mio paradiso. Che è la mia tana. Il mio salone è ora una sala degustazioni.
Social e passaparola per uno chef a domicilio. Non è uno che si fa pubblicità. Per lui parlano i risultati. Nei banchetti dei matrimoni, nelle serate a tema che organizza, nei pranzi di lavoro, nei corsi, nelle degustazioni alle quale partecipa con i suoi clienti vignaioli. È facile incontrarlo ed è altrettanto facile parlare con lui. Lo riconosci solo se è dietro un bancone o un fornello. Altrimenti sembra uno degli astanti.
Adesso siamo in impennata. Prendiamo sempre più clienti importanti. Non voglio prendere più di due clienti per macro zona. Cerco di mantenere i vini per tutto l’anno in carta. Riporto il concetto di esclusività a loro.
Tutti vini di nicchia. Esclusivi ed identitari. Un prezzo giusto che tiene conto dell’esclusività dei vini.
I miei viticoltori li vado a trovare sempre. Magari mi sposterò anche su altre regioni ma il cavallo portante rimarrà il nord italia.
Quando sembra che la conversazione stia volgendo al termine, Mauro inserisce qualche elemento in più. Qualcosa che spiazza e che non ti aspetti. Anche perché da uno che fa l’imprenditore essendo chef, sommelier e distributore non ti aspetti che di tempo libero ne abbia poi così tanto.
Nel 2016 avevo qualcosa da parte. Lavoravo e non spendevo. Innamorato del Pinot Nero e dello Chardonnay mi dissi: quasi quasi mi prendo un pezzetto di terra. Mio padre mi disse: ma tu sei pazzo.
Saggio il papà. Ci vuole tempo per coltivare la terra. Fosse anche mezzo ettaro. Fosse anche il voler sperimentare o togliersi qualche grillo per la testa. Anche perché, chiunque si sia trovato a navigare in qualche modo nel mondo del vino, gli è senz’altro venuto in mente di farselo da solo il vino. Spesso credendo che non ci vuole poi così tanto impegno.
Volevo prendere un quarto di ettaro e chiesi a qualche viticoltore. Volevo un vino particolare da regalare ai clienti o vendere. Tutte in magnum. Un viticoltore che adesso mi cura l’orto mi disse: te l’ho trovato un terreno ma è un ettaro e trenta e sta a 500 e 850 metri di altezza. Sul Monte Calisio con terreno porfido quarzifero.
Mauro vive a Roma mentre il Monte Calisio sta praticamente sopra Trento. Va bene che lui i viticoltori ama andarli a trovare ma coltivare una vigna richiede tempi e impegni diversi.
Era improponibile per il prezzo. Era di un vecchio conferitore per Ferrari e sede di un progetto sperimentale di San Michele all’Adige. Viti vecchie e resistenti. Erano del 1969. Messe a diamante. Una corona sparsa seguendo le pendenze. I terreni stavano andando in disuso. Erano complicati. Gli feci una proposta: io te lo affitto per una ventina di anni. C’erano da fare i lavori. Abbiamo fatto un lavoro prettamente manuale. Chardonnay e Pinot Nero di alta quota. Poi il Müller
Pochi vini di ispirazione Borgogna il che vuol dire passaggio in botte senza vi sia legnosità. Un Pinot Nero con vinificazione e affinamento in legno barrique di media tostatura nuove e di secondo/terzo passaggio prese direttamente in Borgogna (dalla quale arriva anche la consulenza). Un Teroldego ammorbidito dalla malolattica (come per il Pinot). Lo Chardonnay in versione ferma e Metodo Classico Pas Dosè.
4000 bottiglie distribuite (solo da Mauro ovviamente) con il marchio Famiglia Ravazzolo. Un marchio semplice ma che racchiude in se una dedica alla sua famiglia. A quel padre che l’ha sempre consigliato per il meglio (anche se per la vigna lo aveva messo in guardia visto l’impegno che richiedeva).
Era giusto per giocare. Ma cercavo qualcosa di livello per stare al passo con i viticoltori. Tutto è di nicchia. Vignaioli del trentino. Protocolli FIVI. Lavoro sul biologico e li è biologico vero a 1000 metri.
Nessuna voglia di ampliare qualcosa che deve rimanere di nicchia. Nessuna voglia di dedicarsi solo alla vigna. Anche perché Mauro è e rimane uno chef, la sua vera passione. L’impressione che ho avuto è che il vino sia complementare. Importante, fondamentale si, ma concepito con il cibo. Che poi, se vogliamo essere completamente onesti, è ciò che il vino dovrebbe essere.
Come sostengo spesso, il vino rappresenta lo stare insieme in una sorta di socialità attorno ad una tavola dove, ovviamente, c’è anche il cibo. È sempre stato cosi per il vino. Tranne che per qualcuno che vuole portare il vino ad essere il protagonista. Il vino è però complementare al cibo come il cibo è complementare al vino. Abbinare vuol dire esaltare. Unire il gusto del vino a quello del cibo così da fare avvenire la magia ovvero l’esaltazione dei sapori. Un pò quello che accade quando due persone che si amano, si uniscono. Magia. Magia pura. Due meravigliose essenze che unendosi danno vita a quello che non c’era prima.
Mauro, non solo ha capito tutto ciò, ma ne ha fatto un vero e proprio lavoro senza nessuna voglia o ambizione di grandezza. Rimanere di nicchia per assicurare elevati livelli di qualità. La nicchia di qualità insomma.
Bello incontrare persone come Mauro Ravazzolo. Bello sapere che, ancora, esistono.
Permettetemi ora una chiosa diversa. Diversa perché si sente sempre parlare di precariato, stipendi bassi, difficoltà di trovare risorse. Insomma di un mondo del lavoro che ha tante incognite e poche certezze. A guardar Mauro, anzi a parlarci, ciò che si nota è il suo essere sempre a mille. Una ne pensa e cento ne fa. O anche viceversa. Da dipendente ha scelto di diventare imprenditore di se stesso. Rischiando magari ma consapevole di avere una professionalità e del talento. Rischiando comunque di suo. Non si è fermato e non si ferma e non già perché affamato di soldi ma perché quella voglia di fare prevale su tutto. Ecco allora che pensando a lui mentre scrivevo questo articolo mi è venuta in mente, vogliate perdonarmi, una scena di un film che all’epoca (era il 1976) veniva giudicato come un B movie: La poliziotta fa carriera. Di quel film ricordo (oltre ad Edwige Fenech) una sola scena ed è quella nella quale Mario Carotenuto ovvero il Commissario Antinori fa a se stesso una riflessione:
Eh si. È ‘na bella piaga quella dei minorenni che lavorano.
Ma è ‘na bella piaga pure quella dei maggiorenni che non fanno un cazzo Con questo voglio solo dire che ci sono persone che non fanno nulla nella vita per conquistarsi il proprio futuro mentre ce ne sono altre, come Mauro, che dimostrano come invece sia possibile farne più di una. Basta avere voglia e soprattutto volerlo. Bravo Mauro Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Ma è ‘na bella piaga pure quella dei maggiorenni che non fanno un cazzo Con questo voglio solo dire che ci sono persone che non fanno nulla nella vita per conquistarsi il proprio futuro mentre ce ne sono altre, come Mauro, che dimostrano come invece sia possibile farne più di una. Basta avere voglia e soprattutto volerlo. Bravo Mauro Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
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1 Maggio, 2025
Bologna Wine Week, ecco le date della terza edizione!
Da Venerdì 9 a Domenica 11 Maggio 2025, Bologna sarà una piccola capitale italiana del vino con 100 cantine presenti tra Piazza Nettuno, Palazzo Re Enzo e Sala Borsa.
Dopo il grande successo delle prime due edizioni in Piazza Minghetti nel 2023 e nel 2024 che hanno visto la partecipazione di 10.000 partecipanti per anno, ritorna la Bologna Wine Week con una proposta ancora più ambiziosa, capace di unire il grande pubblico e i professionisti del settore in un viaggio sensoriale ed educativo attraverso il mondo del vino. La manifestazione che promuove la cultura del vino e le eccellenze enologiche italiane e regionali si sposta nel cuore di Bologna, tra Piazza Nettuno, Palazzo Re Enzo e Sala Borsa, portando l’attenzione per un’intera settimana sul mondo del vino. A Palazzo Re Enzo saranno presente tra le 80 e le 100 cantine, con una bella rappresentanza dei Colli Bolognesi, ma anche di tutta la regione e oltre, offrendo una panoramica completa della produzione vinicola italiana, con particolare attenzione alle eccellenze locali
Organizzatore Gian Marco Gabarello
L’idea è scaturita dalla volontà di creare un evento che celebrasse l’eccellenza enologica italiana con un’attenzione particolare ai vini dell’Emilia-Romagna. Volevamo offrire sia ai professionisti del settore che al grande pubblico un’occasione per incontrarsi, degustare e approfondire la cultura del vino in un contesto conviviale e accessibile.
La terza edizione della Bologna Wine Week punta ad aumentare la presenza di operatori del settore attraverso pass dedicati a buyer e professionisti, senza però perdere il suo legame con il grande pubblico e gli appassionati potranno partecipare a degustazioni guidate, scoprire nuove etichette e approfondire la cultura del vino attraverso masterclass e incontri con esperti, che accompagneranno i visitatori alla scoperta delle cantine, delle degustazioni e delle varie attività in programma. Tra le novità dell’edizione 2025 un focus dedicato agli spumanti grazie alla partnership con Spumanti Italia, giunta alla sua settima edizione
Andrea Zanfi, fondatore di Spumanti Italia
in questi anni il mondo della spumantistica è cresciuto tantissimo ed oggi sono diverse le cantine che propongono una bollicina nella loro carta dei vini la partnership con la Bologna Wine Week è per noi un modo di unire le forze e proporre un grande evento in questa città.
Ci sarà inoltre una sala dedicata ai distillati, che permetterà ai visitatori di esplorare il mondo della mixology e delle produzioni artigianali, arricchendo ulteriormente l’esperienza della manifestazione. Il programma è in fase di definizione e tutti i dettagli saranno svelati a breve ma si anticipa sin d’ora che tutta la settimana sarà animata dagli eventi OFF nei ristoranti e locali partner, con un focus sui vini regionali: grazie a queste iniziative, la manifestazione amplia la sua offerta e coinvolge attivamente la città, trasformandola in un palcoscenico diffuso dedicato alla cultura del vino.
La manifestazione è ideata e organizzata da Gian Marco Gabarello attraverso la sua società Ebrezze, realtà che unisce ristorazione, accoglienza e cultura del bere. Oltre a dare vita a Bologna Wine Week, la società gestisce Ebrezze, ristorante di pesce e cocktail bar nel cuore della città (Via Castiglione, 11D), ed Ebrezze Giardino, il suggestivo locale estivo sui colli bolognesi. Con questa manifestazione, Ebrezze rafforza il suo ruolo nel panorama enogastronomico, valorizzando il vino come elemento centrale di un’esperienza culturale e conviviale che coinvolge la città intera.
Bologna Wine Week 2025 andrà in scena da Venerdì 9 a Domenica 11 Maggio 2025 e si conferma già come un appuntamento imperdibile per tutti coloro che amano il vino, vogliono approfondire alcune tematiche e vivere un’esperienza autentica tra cultura, sapori e scoperte.
La Redazione
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1 Maggio, 2025
WINE LAB 2025 by PARTESA
IL COSA E IL DOVE
Lo scorso 31 Marzo il WINE LAB di PARTESA (l’Azienda leader nei servizi di vendita, distribuzione, consulenza e formazione del canale Ho.Re.Ca.) ha fatto tappa a Roma.
È stato così che le OFFICINE FARNETO hanno aperto i propri spazi rigenerati a un numero di operatori del settore così grande da far sembrare troppo piccola una location di sicuro fascino.
GLI ASSAGGI
Un’ottantina le Aziende presenti, Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria, Slovenia…c’era un po’ di tutto e davvero troppo in cui ficcare il naso.
Senza nessun programma da seguire (come da copione), ho cercato di dribblare i tavoli più gettonati lasciandomi traviare da quelli meno ingombri in cerca di nuove emozioni (ma anche di vecchie conferme).
Alla fine, dai circa settanta assaggi ho tirato fuori un podio e una decina di altre etichette che mi piace segnalare alla Vostra attenzione.
Date una letta ai miei personalissimi deliri enoici, assaggiate, criticate, suggerite e…condividete!
I PEZZI DA NOVANTA
– SÜDTIROL ALTO ADIGE DOC PINOT NERO “EXCLUSIV” 2021, PLONER (ALTO ADIGE): sono passati un po’ di mesi dall’ultimo assaggio e mi sembra di poter dire che gli siano serviti per darsi un’aggiustatina al nodo della cravatta e lucidarsi le scarpe.
L’abito rusticamente elegante sembra ora averlo dismesso e, anche se questo un po’ mi spiace, quello che indossa oggi sembra essere tagliato con cura sartoriale.
Lamponi e ciliegie mature stirati alla perfezione e, sul bavero, una “gardenia” piccante che ricorda più il kren che le spezie.
Il sorso imprime in bocca la propria rocciosa sapidità mentre la freschezza alpina riempie l’atmosfera e le spezie, ora si, vi guidano sul lungo sentiero della chiusura di bocca.
Forse 91 Punti.
– ETNA BIANCO DOC SUPERIORE 2021, FEDERICO CURTAZ (SICILIA): il nome è cambiato l’anno scorso, beghe di uomini che poco toccano il vino se è vero che rimane grande a prescindere dal come lo si chiami.
Anonimo?
Affatto!
Grida la propria identità, le proprie radici profonde, quelle delle viti e quelle dell’uomo che le alleva.
Della “Muntagna” ha il sulfureo respiro e l’aria frizzante dei quasi 1000, del mare su cui si affaccia Milo la spuma dei marosi e la linea di costa che, lontana, fa gridare “terra” ai marinai.
Freschezze di mela verde, granita e scorza d’arancia, timo serpillo, spezie d’altro continente…
Il sorso ha la scimitarra dei saraceni e la dialettica dei Greci.
Racconta il filo di spada delle laviche geologie con la stessa calma con la quale dice di grassezze di frutta matura e nel finale ha un sussulto d’erbe aromatiche e la necessità di tornare a quel mare dal quale è nato il vulcano.
Un vino che sa di casa lontana, un vino da cui è difficile liberarsi.
Da bere ascoltando “BENE” di FRANCESCO DE GREGORI.
92 Punti.
– ETNA ROSSO DOC “IL PURGATORIO” 2020, FEDERICO CURTAZ (SICILIA): ciliegie, amarene, melograno, eucalipto, violette, lavanda, vaniglia, spezie dolci…
Un tripudio di profumi con la profonda mineralità a mettere d’accordo altezze e sguardi panoramici.
Sorso elegante, sabaudo più che borbonico, di misurata spalla fresco sapida e tannica nobiltà.
Chiude lunghissimo tra sostanze cioccolatose e piccanti impunture.
91 Punti.
GLI ALTRI
– VINO ROSSO DOLCE “ROSEA” 2022, PLONER (ALTO ADIGE): si apre al naso con tappeto di petali di rosa (e un ché di geranio) per poi regalare ciliegie mature e fragoline di bosco e sorprendere con note erbacee e amaricanti di radice di liquirizia e mandorla.
Assaggio di perfetto equilibrio e dolcezza mai sopra le righe; lungo e persistente suggerisce abbinamenti intriganti.
89+ Punti.
– VINO BIANCO DOLCE “NOBLESS”, PLONER (ALTO ADIGE): regala sensazioni di pesca gialla, agrumi, rose (gialle, obviously), erbe officinali e suggestioni di un mare che era risacca e ora è roccia.
Caldo e strutturato, mostra una vivace freschezza che, nel finale, viene bilanciata perfettamente dalla sapidità salmastra e dalle dolci amaritudini aromatiche.
89 Punti.
– TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “LE STAGIONI DEL VINO CAPITOLO 9” 2021, CANTINE SPINELLI (ABRUZZO):fresco e balsamico racconta di agrumi, mentuccia e anice giocando poi sul contrasto dolce-amaricante tra la pesca gialla matura e la mandorla in una atmosfera decisamente campestre.
Sorso di struttura solida eppur lieve, piacevolmente fresco, decisamente sapido e di apprezzabile lunghezza.
87+ Punti.
– IGP BIANCO MALVASIA “COLLEZIONE DI FAMIGLIA” 2021, RONCO DEI TASSI (FRIULI VENEZIA GIULIA): naso importante ed estrattivo, che evidenzia il giallo dei fiori e della pesca, ricami di tè e ingressioni marine in una atmosfera di soffusa, vanigliata dolcezza.
Il sorso moscateggia raccontando acini freschi, una sciarpa di pashmina impreziosita di strass fresco-sapidi.
Decisamente lunga la chiusura che evidenzia il varietale del vitigno.
90–
– IGP BIANCO SAUVIGNON “MADAME SAUVIGNON” 2021, RONCO DEI TASSI (FRIULI VENEZIA GIULIA): 10 mesi di esilio in tonneau hanno arrotondato i suoi spigoli vegetali lasciandogli esprimere freschezze agrumate, note esotiche (invero un po’ troppe) e di erbe aromatiche su un o sfondo bianco di fiori, pepe e zenzero.
La soffusa mineralità introduce a un sorso sostanzioso, caldo e ben equilibrato.
Chiude lungo e sapido ricordando neanche troppo lontanamente la pesca con tanto di buccia pelosa.
89- Punti
– COLLIO DOC ROSSO “CJARANDON” 2019 RISERVA, RONCO DEI TASSI (FRIULI VENEZIA GIULIA): diciamo 60 parti di Merlot, 30 di Cabernet Franc e 10 di Cabernet Sauvignon per un olfatto di grande freschezza gestito da suggestioni officinali, scorza d’arancia, sottobosco umido e alloro cui fanno da corollario piccoli frutti, tabacco e trucioli ferrosi.
Sorso di ampie vedute, coerente, decisamente sapido, ben sostenuto dai fitti tannini e ravvivato da piccantezze speziate.
88+ Punti.
– LAZIO IGT BIANCO “COSTA VECCHIA” 2024, PIETRA PINTA (LAZIO): certo non manca la firma del Sauvignon, vergata a suon di pesca, timo e accenni di nespola e sambuco.
Seguono toni agrumati, fiori di campo, sottile speziatura e diffusa mineralità.
Sorso coerente e scorrevole, fresco, intriso di gustosa sapidità e di apprezzabile lunghezza.
87- Punti.
– LAZIO IGT ROSSO “COLLE AMATO” 2016, PIETRA PINTA (LAZIO): sciorina subito un lungo corteo speziato con in testa araldi balsamici e stendardi di erbe aromatiche e chiuso da una folla urlante di macchia mediterranea, humus, frutti rossi e sensazioni ematiche.
Sorso di ottima corrispondenza, sostenuto da tannini educati ma tutt’altro che domi e con una lunga chiusura di astringente mineralità.
88– Punti.
– LAZIO IGP ROSSO “IL BUON BASTARDO” 2022, CANTINA GAFFINO (LAZIO): decisamente balsamico, respira menta, eucalipto e resina di pino lasciandosi poi andare ai toni decisamente più dolci del degli orsetti di liquirizia.
Al sorso, tannini composti e adeguata sapidità pareggiano materia e calore mentre la chiusura è un lungo riassunto dei ricordi olfattivi.
Un bel vino che però non mi piace…o forse si?!
88- Punti.
– LAZIO IGP ROSSO “OPIMIAM” 2021, CANTINA GAFFINO (LAZIO): un naso ricco e tabaccoso, amaricante di cacao, non dimentico del cuoio, addolcito dalle spezie e reso più invitante da succose amarene.
Sorso di grande morbidezza che, fors’anche eccessiva, lascia i tannini un po’ in ambasce nel tentativo di pareggiare il conto.
Chiude con un guanto di velluto di frutta e spezie ma…senza il pugno di ferro.
88 Punti.
– ETNA ROSSO DOC “CAPU CHIURMA” 2021, FILIPPO GRASSO (SICILIA): sullo sfondo accidentato di una colata lavica che regala ancora esalazioni si affacciano, privi di timidezza, piccantezze di spezia, tabacco, cespugli aggrovigliati di macchia mediterranea, prese di tabacco, erbe officinali…
Sorso di impetuosa, sapida mineralità che freschezza e morbidezze gliceriche pareggiano con disinibita eleganza mentre tannini di non comune eleganza aiutano a tenerne vivo il ricordo nel lunghissimo finale.
90- Punti.
– CORTONA DOC SYRAH “SMERIGLIO” 2022, BARACCHI (TOSCANA): olfatto scuro ma che rimanda solo in parte all’Oriente della scimitarra e del tagelmust, che delle spezie sottolinea il pepe e si dilunga poi a raccontare di viole e prugne, di una presa di tabacco dalla sacca e di terragne sensazioni.
Sorso equilibrato e composto, sicuramente piacevole, fresco, che chiude, lungo, indeciso se evidenziare sapidità o speziatura ma…manca di un po’ di sprint.
Peccato.
87- Punti.
– MONTEFALCO SAGRANTINO DOCG “VIGNALUNGA” BIO 2019, OMERO MORETTI (UMBRIA): l’olfatto è un lungo respiro di prugne secche, origano, liquirizia, frutti di bosco in confettura, after eight, tabacco e chi più ne ha più ne metta, ci sono anche un’idea di salsa di pomodoro (sic) e resinose striature balsamiche.
Sorso potente, fresco, sostenuto da tannini che si impongono all’attenzione con risolutezza ma senza sgambetti inserendosi perfettamente nella struttura di un vino da assaggiare assolutamente e con l’attenzione che merita.
Non per tutti.
88 Punti con, forse, un +.
E QUINDI?
E quindi GRAZIE a PARTESA per avermi ospitato (pesce fuor d’acqua in un mare di professionisti) e a tutte le Aziende che hanno avuto il buon cuore e la pazienza di dedicarmi parte del proprio tempo.
È stata una bella giornata all’insegna della Qualità, una giornata cui spero di poter partecipare anche negli anni a venire.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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30 Aprile, 2025
Accoglienza enoturistica alla Cantina Ventiventi
DAL CALORE DEGLI IGLOO ALLE CENE SOTTO LE STELLE, UN VIAGGIO TRA VINO E TERRITORIO PER VIVERE UN’ESPERIENZA A 360°
Non una semplice visita in cantina, ma un viaggio sensoriale e conviviale che immerge ogni ospite nel cuore pulsante di Ventiventi.
Nata nel 2020 dal sogno della famiglia Razzaboni, Ventiventi è una giovane realtà vitivinicola che, con spirito dinamico e visione innovativa, ha saputo valorizzare il territorio emiliano attraverso una produzione biologica certificata e l’adozione del Metodo Classico come firma distintiva.
Con settant’ettari di tenuta e trenta di vigneti vitati, la cantina abbraccia sostenibilità, ricerca e cura artigianale, controllando l’intera filiera produttiva per offrire vini autentici e di carattere.
L’accoglienza dell’azienda Ventiventi è un percorso che si evolve con le stagioni, offrendo agli ospiti esperienze esclusive e uniche. Durante l’inverno, la cantina apre le sue porte ogni giovedì, venerdì e sabato sera con le cene su prenotazione, proponendo un menu alla carta che celebra i sapori del territorio con un tocco innovativo.
La selezione varia in base alla stagionalità degli ingredienti e può essere accompagnata da un calice, una bottiglia o da speciali pacchetti degustazione, che permettono di abbinare tre vini differenti ai piatti proposti.
Con l’arrivo della bella stagione, l’accoglienza si trasforma e da maggio il format si sdoppia, offrendo al piano terra aperitivi con un menu dedicato a tapas e portate fredde da accompagnare ai vini della cantina, mentre al primo piano, in terrazza, gli ospiti possono vivere l’emozione di una cena con vista sul tramonto, godendo di un’atmosfera raffinata e rilassata.
Le serate estive sono rese ancora più coinvolgenti dalla presenza di DJ set che creano la giusta colonna sonora per accompagnare l’aperitivo al calar del sole e la cena sotto le stelle.
A rendere ancora più speciale il legame tra Ventiventi e il suo territorio sono i Picnic in vigna, organizzati due volte al mese tra giugno e luglio. Un’esperienza immersiva tra i filari, in cui ogni ospite, dopo un calice di benvenuto, riceve un cestino da picnic con il vino prescelto e viene accompagnato in un filare riservato, allestito per garantire privacy e tranquillità.
Due le opzioni di menu tra cui scegliere – tradizionale o vegetariano – entrambi composti da quattro portate e un dolce.
Oltre alle aperture regolari, Ventiventi è la cornice perfetta per eventi privati e aziendali, mettendo a disposizione i propri spazi per team building, meeting, cene aziendali, feste, cerimonie private, matrimoni, compleanni e molto altro. Ogni evento viene curato su misura, garantendo un’organizzazione impeccabile e un’ospitalità che trasforma ogni momento in un ricordo prezioso.
Accogliere significa condividere, raccontare e far vivere il vino in un modo autentico e coinvolgente. Ventiventi non è solo una tappa, ma un’esperienza che resta impressa nella memoria, un viaggio tra le radici di un territorio e l’energia di una realtà giovane e proiettata verso il futuro.
La Redazione
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