Scegli la rubrica
Scegli una categoria
- Acini Rari
- Archivio
- BlendNews
- Bollicine e dintorni
- Buongiorno in Vigna
- Cantine di cui anche Bacco andrebbe fiero
- Confine Liquido
- Dal vino in poi
- Degustazioni Artificiali
- Diario di un sommelier
- Editoriale
- El Gottin
- Food&Life
- Identità in fermento
- Il buon vivere
- Il taccuino delle gite (fuori porta)
- Il viaggio di Francesca
- Il viaggio di Orfeo
- Il Vino in una stanza
- Il vino secondo Mario
- In legge veritas
- InternazionalMente
- Itinerari diVini
- L'ABC della Degustazione
- Le Bischerate di un Sommelier
- Le scoperte enoiche di Benny
- Le storie di Wine in Venice
- Live from
- Oltre la carta dei vini
- Oltre le sensazioni del vino
- Passi in cantina
- Percorsi d'assaggio
- Provato per Voi
- Quelle curiose esplorazioni
- Racconti diVini
- Radici di vino
- Riccio Viticcio
- Riflessioni Enologiche di un Viaggiatore diVino
- Salotto diVino
- Senza etichetta
- Speciale Vinòforum
- Suggestioni di Vino
- The Voice of Blogger
- Vigne e orizzonti
- Vino e dintorni
- Vinodentro
- Wine Hunter Stories
- WineKult
6 Febbraio, 2024
Il vino in trasparenza delle nuove etichette
Era il lontano novembre 2022 quando su questa testata veniva pubblicato un mio intervento dal titolo “Sostenibilità a prova di greenwashing” in cui affrontavo questo fenomeno illecito consistente nel far credere al consumatore che quel prodotto, contrariamente al vero, abbia qualità e virtù ambientalistiche di elevata sostenibilità.
Ancora una volta l’attenzione era rivolta all’etichetta e alle sue molteplici e variegate forme e funzioni, la più importante delle quali è certamente quella di veicolare informazioni di quel vino racchiuso nella bottiglia al fine di consentire al consumatore di compiere una scelta consapevole di quanto si intende bere.
L’etichetta è senza dubbio il mezzo principale con il quale presentare un prodotto (edotti comunque che dalla stessa non ricaveremo la certezza di bere un buon vino) potendo, con i sempre più sofisticati ritrovati comunicativi, trasferire al consumatore le caratteristiche organolettiche, la tipologia del vitigno, la territorialità di origine, i consigli per una migliore assunzione, ma anche, grazie ad esempio alla QR, o alle speaking labels, riuscire a fare immergere il consumatore nella “storia” di quella cantina, nei processi di trasformazione dalla vigna alla tavola, non trascurando le proposte enogastronomiche e gli accostamenti a cibi suggeriti per una piena ed emozionante esaltazione del prodotto, sino addirittura alle proposte turistiche della zona di produzione.
Maggiori sono i ritrovati delle tecnologie in materia di comunicazione legati alla etichettatura, maggiori sono gli impieghi degli stessi per fornire un sempre crescente numero di informazioni al consumatore. Su queste potenzialità, anche il legislatore è intervenuto (e l’intervento è sempre più di dettaglio ed invadente) imponendo al produttore l’inserimento in etichette di informazioni che, a torto o ragione, si ritengono utili ed imprescindibili per un Consumo di vino consapevole, per una salvaguardia dei valori della salute, per una comparazione di proprietà organolettiche con altri similari prodotti enologici. L’ultima integrazione in termini temporali, è la disciplina contenuta nel Reg. n. 2147 del 2021, modificato con la rettifica di luglio 2023 (e ancor prima il Reg. UE n. 1169 / 2011) che si sarebbe dovuta applicare al vino prodotto dopo la data dell’8 dicembre 2023, ma che, come accade di sovente, il termine è stato prorogato all’8 marzo 2024. Produttori e venditori di vini ad altri prodotti vitivinicoli aromatizzati dovranno predisporre delle nuove etichette in cui inserire le dichiarazioni nutrizionali, l’elenco degli ingredienti impiegati, quindi il potere calorico, grassi, carboidrati, zuccheri, proteine, sali…. mentre nell’ambito dell’ingredienti particolare attenzione per quelle sostanze che provocano allergie o intolleranze.
E’ facile comprendere che gli spazi in cui riportare queste informazioni sono sempre più esigui e qui la tecnologia aiuta sia il cantiniere ad adempiere gli obblighi di legge e sia il legislatore a poter richiedere l’introduzione di informazioni sempre crescenti.
Mi riferisco all’utilizzo di mezzi elettronici (QR code in particolare ed e-label) che potranno ospitare la lista degli ingredienti e le dichiarazioni nutrizionali, prevedendo che in etichetta è sufficiente indicare il solo valore energetico dei vini e i soli allergeni utilizzati. Le nuove regole europee così come rinviate, suscitano comunque non poche perplessità non tanto per l’applicazione di precetti normativi per il cosiddetto “vino in trasparenza”, ma anche il dubbio che la potenziale capacità di un numero sempre crescente di informazioni siano davvero in grado di assolvere a tale finalità e se invece non finiscono alla fine per rendere più confusa e complessa la scelta da compiere per un consumatore medio (che poi costituisce la stragrande maggioranza) e di media preparazione rispetto alle note di cui dispone dopo la lettura di una moderna etichetta ed, ancora, se tale modo di vestire una bottiglia di vino non consenta a spregiudicati produttori (o imbottigliatori) di diffondere un prodotto dalle scarse qualità se non addirittura nocive, fidando sui consumi allettati da un’etichetta altisonante seppur non veritiera.
Da qui, secondo me, l’esigenza crescente di acquisire (e far acquisire) esperienza e capacità per riconoscere un buon prodotto, a prescindere da quanto riportato in etichetta, che potrà essere un ottimo ausilio, ma non potrà, a mio avviso, costituire l’unico elemento sul quale basarsi. E su questa linea di formazione ed informazione anche WineTales Magazine svolge una meritevole missione! Avv. Paolo Spacchetti
Leggi
Maggiori sono i ritrovati delle tecnologie in materia di comunicazione legati alla etichettatura, maggiori sono gli impieghi degli stessi per fornire un sempre crescente numero di informazioni al consumatore. Su queste potenzialità, anche il legislatore è intervenuto (e l’intervento è sempre più di dettaglio ed invadente) imponendo al produttore l’inserimento in etichette di informazioni che, a torto o ragione, si ritengono utili ed imprescindibili per un Consumo di vino consapevole, per una salvaguardia dei valori della salute, per una comparazione di proprietà organolettiche con altri similari prodotti enologici. L’ultima integrazione in termini temporali, è la disciplina contenuta nel Reg. n. 2147 del 2021, modificato con la rettifica di luglio 2023 (e ancor prima il Reg. UE n. 1169 / 2011) che si sarebbe dovuta applicare al vino prodotto dopo la data dell’8 dicembre 2023, ma che, come accade di sovente, il termine è stato prorogato all’8 marzo 2024. Produttori e venditori di vini ad altri prodotti vitivinicoli aromatizzati dovranno predisporre delle nuove etichette in cui inserire le dichiarazioni nutrizionali, l’elenco degli ingredienti impiegati, quindi il potere calorico, grassi, carboidrati, zuccheri, proteine, sali…. mentre nell’ambito dell’ingredienti particolare attenzione per quelle sostanze che provocano allergie o intolleranze.
E’ facile comprendere che gli spazi in cui riportare queste informazioni sono sempre più esigui e qui la tecnologia aiuta sia il cantiniere ad adempiere gli obblighi di legge e sia il legislatore a poter richiedere l’introduzione di informazioni sempre crescenti.
Mi riferisco all’utilizzo di mezzi elettronici (QR code in particolare ed e-label) che potranno ospitare la lista degli ingredienti e le dichiarazioni nutrizionali, prevedendo che in etichetta è sufficiente indicare il solo valore energetico dei vini e i soli allergeni utilizzati. Le nuove regole europee così come rinviate, suscitano comunque non poche perplessità non tanto per l’applicazione di precetti normativi per il cosiddetto “vino in trasparenza”, ma anche il dubbio che la potenziale capacità di un numero sempre crescente di informazioni siano davvero in grado di assolvere a tale finalità e se invece non finiscono alla fine per rendere più confusa e complessa la scelta da compiere per un consumatore medio (che poi costituisce la stragrande maggioranza) e di media preparazione rispetto alle note di cui dispone dopo la lettura di una moderna etichetta ed, ancora, se tale modo di vestire una bottiglia di vino non consenta a spregiudicati produttori (o imbottigliatori) di diffondere un prodotto dalle scarse qualità se non addirittura nocive, fidando sui consumi allettati da un’etichetta altisonante seppur non veritiera.
Da qui, secondo me, l’esigenza crescente di acquisire (e far acquisire) esperienza e capacità per riconoscere un buon prodotto, a prescindere da quanto riportato in etichetta, che potrà essere un ottimo ausilio, ma non potrà, a mio avviso, costituire l’unico elemento sul quale basarsi. E su questa linea di formazione ed informazione anche WineTales Magazine svolge una meritevole missione! Avv. Paolo Spacchetti
5 Febbraio, 2024
I Migliori Vini Italiani 2024
Torna a Roma l’atteso evento dedicato al mondo del vino d’eccellenza giunto alla XXIII edizione. Dal 16 al 18 febbraio, il Salone delle Fontane dell’Eur si animerà di workshop, incontri, presentazioni e degustazioni e corsi in pillole curati da Luca Maroni con l’obiettivo di esplorare, un calice alla volta e attraverso laboratori di assaggio, i valori “alla base del piacere”.
L’essenzialità dei sapori primari, la straordinaria ricchezza dei doni della natura, il recupero di ritmi più lenti, il piacere della tavola e la piacevolezza di un calice di vino: da queste istanze, sempre più urgenti, nasce la volontà di vivere esperienze profonde e durevoli in grado di farci riconquistare la gioia che la vita quotidiana spesso allontana dal nostro sentire. Tale bisogno viscerale, dunque, ha guidato Luca Maroni, autore e ideatore de I Migliori Vini Italiani 2024, insieme a Francesca Romana Maroni, CEO di Sens Eventi, al tema fondante di questa XXIII edizione della kermesse capitolina più attesa dell’inverno. “Alla base del piacere”, infatti, sarà il pay off de I Migliori Vini Italiani 2024 che, dal 16 al 18 febbraio, animerà il Salone delle Fontane dell’Eur attraverso un ricco calendario di appuntamenti tra workshop, presentazioni, degustazioni, libere e guidate, con l’obiettivo di esplorare gli aspetti più autentici e naturali che si trovano alla radice del sapore e della percezione di piacevolezza, dalle materie prime frutto della terra al piatto e, soprattutto, al calice.
Fulcro dell’evento saranno i tasting curati personalmente da Luca Maroni: entusiasmanti degustazioni guidate con i produttori che, tra racconti di vigna e aneddoti, riveleranno le caratteristiche organolettiche dei vini in assaggio e il territorio che ne culla l’attività. E più ancora – novità assoluta di quest’anno – gli incontri “Degustare non è assaggiare” in cui lo stesso Luca Maroni racconterà il metodo di degustazione che ha ideato: prenderà per mano i presenti che con lui vivranno un viaggio sensoriale attraverso il vino senza eguali.
La medesima attenzione alla essenzialità dei gusti sarà adottata durante i laboratori: dal dolce al piccante, dall’acido all’umami, saranno tanti i sapori protagonisti degli incontri a tema. Non mancheranno infatti workshop golosi sul cioccolato con Nicola Salvi di Grezzo Raw Chocolate, la prima pasticceria crudista al mondo, ma anche sul latte di bufala e sul suo più celebre derivato, la mozzarella, con Mimmo La Vecchia, mastro casaro del Caseificio Il Casolare. Spazio anche alle olive, e al loro nettare prezioso, l’olio, con il laboratorio di Luciano Stocchi, Presidente della Cooperativa Olivicola di Canino, ma anche ai peperoncini di Paola Peluso dell’Azienda ligure ViviPiccante.
La partecipazione a tutti questi preziosi appuntamenti (degustazioni guidate, metodo di degustazione, workshop) è gratuita ma in numero limitato. Tutti coloro che hanno acquistato il biglietto potranno prendervi parte fino a esaurimento dei posti disponibili.
Il metodo di degustazione di Luca Maroni
La qualità del vino è la piacevolezza del suo sapore, effetto della sua composizione analitica assolutamente virtuosa. Tre i parametri che determinano detta qualità: la consistenza, l’equilibrio, l’integrità del gusto. La consistenza è il volume espressivo del vino, determinato dalla sua ricchezza in estratto secco; l’aspetto quantitativo della qualità, la persistenza e la longevità potenziale del vino. L’equilibrio è l’armonia fra i componenti, l’opportuno dosaggio fra le sostanze compositive tale che il gusto del vino risulti all’assaggio tanto morbido quanto acido+amaro. L’integrità è l’assenza nel gusto-aroma del vino di difetti di trasformazione enologica (sulfureo, acetoso, lattoso, svanito, legnoso) e di ossidazione. La qualità, la purezza, la fragranza dei componenti del vino esprimono la caratura tecnica e la longevità potenziale del vino. Tanto più consistente, equilibrato e integro il gusto del vino in esame, tanta più piacevole il suo gusto-aroma, tanto più alta la sua qualità organolettica e compositiva. La valutazione dell’Indice di Piacevolezza (IP) di qualsiasi vino si ottiene allora assegnando un punteggio da 1 a 33 ad ognuno dei 3 parametri determinanti la qualità: consistenza, equilibrio, integrità: per questo il massimo è 99.
Applicando tale metodo, facile da apprendere, diretto ed immediato eppure di rigorosa impostazione scientifica, ogni individuo è in grado di decodificare le sensazioni olfattive e gustative suscitate da un vino valutando la qualità della sua analitica essenza.
Info utili
I Migliori Vini Italiani 2024
16, 17 febbraio dalle 16:00 alle 24:00 (ultimo ingresso 23:00)
18 febbraio dalle 16:00 alle 21:00 (ultimo ingresso ore 20:00)
Salone delle Fontane – Eur, Roma
Via Ciro il Grande 10/12 – 00144
Ingresso 35 euro a persona
https://roma.imiglioriviniitaliani.com/
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
5 Febbraio, 2024
Nasce Link il collegamento alle Eccellenze Italiane Connesse a Valoritalia
Martedì 30 gennaio 2024 a Roma presso La Lanterna è stato presentato Link, il format social attraverso il quale Valoritalia racconta le realtà aziendali, i progetti e i territori legati al mondo delle certificazioni.
Valoritalia nasce nel 2009 con la specifica missione di garantire qualità e tracciabilità dei prodotti DOP e IGP italiani, a partire da quelli vitivinicoli, con l’obiettivo di consolidare e rendere più competitiva la filiera nazionale. In pochi anni è diventata leader sul mercato italiano nella certificazione dei vini a Denominazione di Origine e Indicazione Geografica, con il compito di fornire a operatori e consumatori la certezza che i prodotti commercializzati rispettino gli standard qualitativi e quantitativi previsti dai disciplinari di produzione stabiliti dai Consorzi di Tutela.
Negli anni ha esteso i propri servizi alla certificazione della produzione biologica, della produzione integrata (SQNPI) e ai più innovativi standard di sostenibilità come Equalitas, oltre alle certificazioni Carbon Footprint e di turismo sostenibile.
Valoritalia non si limita a certificare, ma supporta le realtà territoriali proponendo soluzioni per le certificazioni di gruppo e strumenti di innovazione tecnologica. Attraverso il suo dipartimento di Innovazione & Sviluppo promuove progetti comunitari, nazionali e regionali, con i quali supporta la crescita dei territori rurali.
Ma come fa una realtà come Valoritalia a comunicare all’esterno la complessità del proprio lavoro?
Ed ecco che nasce Link, il progetto condotto da Tinto, conduttore di programmi di successo come Decanter su Radio2, Camper su Rai 1 e Pizza DOC su Rai 2, che attraverso video di un minuto, racconta in modo fresco e frizzante alcune delle realtà aziendali e dei territori che si affidano a Valoritalia per aumentare il valore aggiunto di prodotti e servizi.
LINK è un “puzzle” da costruire, puntata dopo puntata. Un viaggio online che accompagnerà il pubblico di volta in volta all’interno di aziende, denominazioni e scenari sempre diversi, con l’obiettivo di far comprendere l’importanza delle certificazioni alla base del successo di un’organizzazione.
Le aziende certificate e i partner Valoritalia raccontati, sono realtà caratterizzate da una particolare attitudine alla sperimentazione e attenzione ai temi etici e ambientali.
Tinto e Presidente Valoritalia Francesco Liantonio
Ciò che differenzia Valoritalia dai suoi competitor, infatti, è la capacità di interpretare il valore della certificazione non solo in un’ottica di attestazione di conformità alle normative e agli standard esistenti, ma anche di stimolo verso politiche aziendali e territoriali innovative.
Segui la pagina instagram @valoritaliasrl per non perdere neanche una puntata!
Claudia Maremonti
Mi trovi su Instagram come @claudia_sommelier
Leggi
4 Febbraio, 2024
Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia
Esistono alcune realtà che una volta scoperte non si dimenticano, per me una di queste è la cantina Manera, dove il gusto per i vini piemontesi incontra la genuinità e la piacevolezza, il tutto garantito dalla sapiente conduzione familiare da generazioni.
L’Azienda Agricola Manera è situata in Frazione San Rocco Seno d’Elvio a 5 km da Alba ed è costituita da quattro cascine storiche per un totale di circa 20 ettari vitati. È la tipica cantina langarola a conduzione esclusivamente familiare, con tradizioni consolidate che si tramandano di padre in figlio. La coltivazione dei vigneti nella tenuta ha origine negli anni ‘50, quando i fratelli Franco e Luciano, con la moglie Maria, iniziarono giovanissimi con l’unico scopo di produrre e vendere uva.
Pian piano l’Azienda si è ampliata e sono aumentate le varietà di uve coltivate, prendendo sempre più la forma della cantina odierna. Nel 2005, con l’arrivo in azienda dei figli enotecnici Gabriele Daniele e Carlo, inizia la produzione di vino che unisce la tradizione, sempre rispettata, alle più moderne tecniche di vinificazione. Per la cura dei propri vigneti si utilizzano la lotta integrata, pratica di difesa delle colture che prevede una drastica riduzione dell’uso di fitofarmaci e la lotta agli insetti dannosi tramite la confusione sessuale, le concimazioni organiche e si praticano diradamenti fogliari/grappoli in pre-vendemmia, allo scopo di produrre uve migliori per vini unici.
Il territorio è uno dei migliori al mondo, parliamo delle Langhe, con la tipica composizione del suolo langarolo deriva dal ritiro del Mare Padano, iniziato circa 16 milioni di anni fa, con un substrato caratterizzato da argille, marne calcaree e gesso. Qui trovano la perfetta ambientazione con Manera sia i vitigni tipici, Favorita, Moscato e Arneis a bacca bianca, Dolcetto, Barbera e Nebbiolo a bacca rossa, sia i grandi vitigni internazionali come Pinot Nero, Chardonnay e Cabernet Sauvignon. La produzione è di circa 30.000 bottiglie.
In questi freddi giorni ho scaldato le mie serate con alcuni dei loro vini, in particolare:
NEBBIOLO D’ALBA DOC SERRE BUATTO 2021: Nebbiolo in purezza, segue una metodologia classica con l’uva sottoposta a pressatura soffice e diraspatura, con fermentazione alcolica in vasche di acciaio a temperatura controllata per circa 8/10 giorni. Affina poi per dodici mesi in barrique di secondo passaggio e riposa in bottiglia almeno un mese. Al calice si esprime con granata lucentezza, lampone e prugna al naso su uno sfondo di frutta secca che richiama la mandorla, equilibrio fruttato in bocca che si amalgama bene con la trama tannica, lungo, sapido e piacevole il finale;
BARBERA D’ALBA SUPERIORE DOC BRICCO SERAFINO 2021: anche in questo caso si segue una classica vinificazione e affinamento come per il Nebbiolo appena descritto, una Barbera che mi piace sempre accompagnare alla pizza, versatile in quanto di pronta beva ma adatta a lungo invecchiamento, capace sempre di competere con i grandi rossi. Calice rosso rubino intenso, ciliegia e frutti di bosco, pepe nero e una sfumatura balsamica, bella struttura, sapidità e carattere sia in bocca che sul finale;
LANGHE DOC ROSSO FURESTÈ 2019: ideato nel 2008 anno in cui è stato impiantato il primo vigneto di 1,5 ha di Cabernet-Sauvignon con lo scopo di vinificare in purezza questo nobile vitigno in un territorio vocato come quello di Langa. Vinificazione simile ai precedenti vini, a cui segue però un affinamento in legno per 24 mesi. Rosso rubino denso, naso intrigante di marasca e cioccolato fondente, in bocca è speziato e sapido con un tannino fitto che indica il grande potenziale di invecchiamento;
BARBARESCO DOCG RIZZI 2020: coerente nella vinificazione tradizionale, questo vino rappresenta la storia a cui si aggiunge la MGA (menzione geografica aggiuntiva) Rizzi, affinamento sapiente che prevede dodici mesi in botti da 10hl, seguiti poi da ulteriori dodici mesi in barrique di secondo passaggio e un anno in bottiglia. Calice rosso granato con sfumature aranciate, la naso racconta il territorio con amarena, chiodi di garofano, cacao, ricordi di salvia essiccata, percorso che prosegue con un sorso di ampia sapidità e freschezza, piacevolissima scorrevolezza di beva grazie al suo tannino levigato, lungo sul finale speziato.
Un viaggio fantastico tra le vigne delle Langhe con una cantina di famiglia che assicura qualità, genuinità e piacere di beva, vini che raccontano il territorio e che consiglio a tutti di portare nella propria cantina e nel calice!
Manera: le Langhe dal gusto genuino e di famiglia
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
Leggi
2 Febbraio, 2024
Giannicola Di Carlo e il rifugio della natura
La sofferenza. La solitudine. La necessità di crescere in fretta. Il dolore. La rinascita. La morte. Il ricordo che si fa duro. La vita che deve continuare a scorrere.
Ci sono delle cose, dei fatti che quando accadono segnano la vita. Nel momento nel quale accadono e per il resto della vita.
Giannicola Di Carlo ha solo 12 anni quando suo fratello si ammala di leucemia. Una malattia che dura 9 lunghi, lunghissimi, interminabili anni. 9 anni durante i quali la mamma non può esserci per Giannicola. È in ospedale con il fratello. Giorno e notte. Natale, Pasqua e Ferragosto. È giusto così e Giannicola non se ne lamenta.
Il papà deve lavorare nella azienda agricola di famiglia. Io vengo da una storia agricola. Di una famiglia che si è sempre dedicata al mondo agricolo e produttivo. Dal 1830. C’è una lettera dove i miei trisavoli scrivevano al mio bisnonno che avevano portato del vino nel Granducato di Toscana e in Piemonte. Sono i primi anni 80, 30 aprile 1986 per la precisione quando nella centrale nucleare di Cernobyl scoppia il reattore e una nube tossica invade mezza Europa arrivando anche in Italia. Non sapremo mai se questo fu la causa della leucemia. Di certo acuì quel solco che si era già creato nell’animo di Giannicola.
L’azienda di famiglia era grande. Oltre 280 ettari in quel di Ortona (Chieti) diventati oggi 65 di proprietà e 85 in affitto. Non poteva che essere condotta con regole tradizionali. Troppo grande e certamente non compatibile con i tempi.
Giannicola però non ci sta più. Capisce che non può essere questa la realtà. La vita che vuole. I prodotti che si sente di produrre. Deve, assolutamente deve esserci qualcosa di diverso. Ho fatto agraria ma prima di questo avevo il problema familiare. Mia zia di Firenze mi portò, erano gli anni 70, a fare meditazione trascendentale. Maharishi era il guru. L’ho fatto per molti anni. Anche mio nonno si era fatto condizionare da mia zia e aveva provato. Parte da qui ma la sensibilità. Ma devi averla dentro. Ho fatto abbracciare gli alberi ai miei figli ma non tutti proseguono con questo approccio. Quello che ti capita ti segna ma se non hai delle caratteristiche particolari non prosegui. Caratteristiche dice Giannicola. Si certo, l’animo ce lo devi avere. O magari no. Magari proprio quando accade qualcosa di così dirompente, tragico e sconvolgente, capisci. Come un’onda del mare che ti investe facendoti rotolare sulla battigia.
Perdere un fratello e dover crescere in fretta aiuta, o meglio obbliga, ad interrogarsi su quali siano i veri valori della vita. Cosa debba poter essere quello che fa stare bene e in armonia.
Giannicola vive l’azienda agricola che produce vino. Tutto ciò che lo circonda è natura. Creato. Il passo verso l’armonia con ciò che vede ogni giorno è breve. Brevissimo. Nel 1989 ho contribuito a redigere il regolamento 2092/91. Eravamo in cinque in Italia. Regolamento che tracciò le linee guida del biologico in Italia e in Europa. Sono stato il primo presidente dei produttori biologici perché cercavo una condivisione da portare al mercato. Fui il primo presidente di verde Abruzzo per far coltivare vino e ortaggi. Non solo biologico ma anche biodinamico. Dal 1989.
Già me lo immagino il papà di Giannicola che guarda al figlio con un misto di meraviglia, compassione e scetticismo. Ma lascia fare. È lui e solo lui che può portare avanti l’azienda. Forse questo si sarà detto. Mi sono reso conto dopo un pò di anni che il biodinamico era una scelta positiva, un credo. Qualcosa che fa bene all’ambiente e a chi lo consuma. Avevo però bisogno di qualcosa più tangibile e ho progettato, con un brevetto di utilità collettiva, un vigneto biodinamici energetici che lavora con i colori de chakra. Le piante comunicano attraverso le sinapsi vegetali. Loro vivono da molto prima di noi sviluppando un sistema di comunicazione diverso dal nostro. Non possono fuggire dal luogo dove nascono e devono comunicare attraverso l’apparato radicale e le sinapsi vegetali dell’apparato vegetativo superiore. Questo vigneto è fatto da sette colori: giallo, verde, azzurro, arancio , rosso, blu, viola, la parte spirituale. Mi piace inserire la parte spirituale del proprio io e del perché dobbiamo lasciare un segnale, qualcosa di vero, il bene comune. Ogni uomo dovrebbe avere questo obiettivo. I colori hanno la capacità di attirare gli insetti così come di fornire beneficio all’uomo con una sorta di cromo terapia emozionale. La biofilia è un aspetto ancestrale che fa si che l’uomo sia attirato dalla natura. Tutto ciò è calato nel vigneto. Magari queste parole faranno storcere il naso a qualcuno. Forse agli stessi che criticano anche il biodinamico. Eppure ogni cosa qui è intima e profonda. Non ci sono, ne tantomeno Giannicola lo è, fanatici di quelli che se non credi sei un miscredente.
Giannicola è una persona solare. Intima certo. Toccata da un dolore che fatica a non emergere se non con le persone con le quali si sente in sintonia. Mi ha pure confidato che da giovane faceva il DJ ed ama ancora ballare. Ma la terra, la natura, ciò che dona la vita, merita rispetto. Solo questo. Rispetto. Per vivere in simbiosi con essa. Per esserne immersi.
Ciò che realizza Giannicola è frutto di studio. Come la cromoterapia che non è una teoria ma qualcosa sviluppata dallo psicologo francese Christian Agrapart.
Giannicola brevetta il suo vigneto ma non è uno di quei brevetti che gli devono fruttare. Lo mette a disposizione di tutti perché di tutti è la conoscenza e la natura. Tutti pali sono colorati in maniera diversa a seconda dei filari. Le uve che provengono da questi vigneti sono cariche di energia perché provengono da una sorta di biosfera, un tempio del vino. Un tempio naturale dedicato al vino e all’uva. Certo non è l’acqua santa di Lourdes che fa miracoli ma è qualcosa che fa stare bene gli insetti le piante l’uomo Condurre una azienda di queste dimensioni non è semplice. Non lo puoi fare se sei un invasato, un asceta o uno che non pensa alla responsabilità che l’imprenditoria comporta.
Giannicola lo fa con coscienza e responsabilità. Ci crede e ci crede tanto. Le parole nascono solo a seguito di comportamenti. Anche da chi, come lui, ha l’animo tormentato.
È sua la prima cantina europea in bio architettura (1998). Sua l’idea degli impianti elettrici schermati contro i campi magnetici o della musicoterapia negli ambienti di lavoro o della applicazione della cromoterapia. La spa per vino terapia (primi in Italia). La linea cosmetica con cellule staminali derivate da vitis vinifera. Ho fatto il primo vino biologico e l’ho portato in Cina nel 1991 fino al 1994. Facevo degustare il vino e l’olio biologico. Il pazzo ero io. Volevo fargli capire che loro che avevano la chimica non si possono avvelenare. Lo dicevo oltre trenta anni fa. Dobbiamo farci conoscere per quello che siamo ma mi rendo conto che oggi per fare business serve altro. La sostanza non interessa quasi più a nessuno. Serve l’immagine. Negli ultimi anni questo aspetto si è evoluto verso il male. Noi che viviamo di questi principi siamo ai margini. La qualità oggi non quella che interessa di più. 600.000 bottiglie, questa la produzione della Giannicola Di Carlo, sono tante. Davvero tante. In ogni bottiglia c’è un pezzo di Giannicola. Del suo animo. Di ciò che prova. Da qualche anno c’è Terreum, due vini concepiti ed affinati all’interno di un bosco dove c’è un lago dove i miei nonni facevano pesca sportiva di trote. Era il 1975. Avevo dieci anni. In quelle grotte affiniamo il Terreum. Le lasciamo molto selvatiche. A contatto con la natura le piante, gli animali, gli insetti come la libellula che è figlia di questo luogo umido. Animale fragile che vive di essenza vera. È l’etichetta. Il bosco. Il bosco dei Di Carlo. Il rifugio di Giannicola. Quello dove durante il covid si rifugiava per lavorare con la motosega ripulendolo dagli arbusti. Un luogo dove stare da solo. Solo con le sue piante. La natura. La vita che scorre. La vita che è stata tolta al fratello.
Un luogo dove può fare ciò che vuole anche perché lontano da tutto e tutti. Può soffrire senza che debba dare spiegazioni agli altri. Piangere senza vergognarsene. C’è tanto dentro questo uomo. Tanta passione. Tanta voglia di vivere con il rispetto della vita. Il rispetto per qualunque essere vivente sia esso animale o vegetale. Biologico, biodinamico. Poco importa come lo si vuol chiamare. È rispetto per la vita. Quella che Giannicola non vuole e non può farsi scappare. Lo deve a suo fratello. Lo deve ai suoi figli. Quattro. Quattro ragazzi che cerca con forza di portare su una via che, forse, non sarà mai quella sua. Troppo lontani dalla sofferenza. Troppo lontani da una rapida crescita senza paracaduti. I primi due, Daniele e Federico (33 e 30), hanno fatto una esperienza agonistica con il nuoto. Poi sono venuti qui e uno (Daniele) l’ho licenziato e fatto causa dopo due anni. Licenziato perché mancava di umiltà. A 20 anni non puoi essere il Dio sceso in terra. Bisognava avere rispetto per le persone. Mi stavo separando e forse erano spinti in questo. L’ho invitato a fare una sua azienda perché criticava questa. Dopo diciotto mesi l’ho invitato a fare un giro con me in Europa e ci siamo riavvicinati. “Fai un progetto tuo” gli dissi. “Cosa mi dai?” Rispose lui. “Nulla”.
È partito per la Germania dove ha fatto affiancamenti con alcuni agenti. Ha creato poi Abruzzo food and wine. “Tu che mi dai?” mi disse. “Niente. Vai in banca e fatti dare il mutuo”. Voleva un affidamento. Gli ho dato 10.000 euro di vino. “Poi me lo paghi”. Siamo arrivati a 25.000 euro di vino. Non pagava e gli ho fatto causa. Mi disse che aveva trovato un cliente che avrebbe comprato 50mila euro di vino. Io ero scettico ma gli dissi che non avrebbe mai pagato quel cliente. Altri contrasti ma gli fornisco 60mila euro di vino. A scadenza di pagamento il cliente non pagò. Il suo debito arrivò a 110,000 euro. Oggi è il miglior cliente. Ha 8 dipendenti, 4 furgoni, due magazzini. Ha inaugurato il secondo ristorante a Monaco dopo un altro locale a Berlino. A monaco ha aperto Opera, una pizzeria gourmet fantastica. Bellissima Si può intravedere durezza nel modo di fare di Giannicola. Ma un padre non va mai giudicato quando cerca di educare i propri figli. Lui è cresciuto in fretta. Forse troppo in fretta e si è dovuto confrontare con una vita che non si era scelto. Non è solo sopravvissuto ma è diventato un uomo e una persona con una coscienza meravigliosa.
Daniele è diventato un imprenditore adesso. Forse anche grazie al padre.
Federico lavora in azienda da tempo e a detta di Giannicola è bravissimo.
Gli altri due sono troppo piccoli. Camillo fa lo scientifico. Edoardo la terza media. Con loro vorrei avere un rapporto più intimo legato alla vita quotidiana. Li vedo poco. Abitano dentro l’azienda ma riesco a vederli poco. L’azienda dunque. Quella che deve governare nel rispetto dei principi che si è dato. Meno male che la moglie Fania gestisce con sapienza e autonomia tutta la parte della ristorazione. Un lavoro immenso!
Due le linee di prodotto con due marchi diversi. Vigna Madre e Giannicola Di Carlo. Entrambe improntate su vitigni autoctoni (Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina) ma anche di diversa origine (Cabernet, Merlot, Syrah, Primitivo, Pinot Nero, Sangiovese, Chardonnay, Pinot Grigio, Cabernet Sauvignon, Falanghina).
Vigna Madre interpreta i vini in chiave bio. Semplicità e rispetto.
Giannicola Di Carlo è una sorta di sperimentazione con radici ben piantate nel passato. Spiritualità e simbiosi con la natura. Due filosofie ma soprattutto marketing. Entrambe con 3 bicchieri Gambero Rosso. Nobu è ad esempio la linea senza solfiti e fermentazione spontanea. Mi rifiuto di dire vino naturale perché oggi si chiamano vini natural anche quelli con la chimica e senza certificato bio. L’esperienza di 35 anni sul mercato ci ha aiutato a fare delle scelte. Due linee per dare esclusività. Ho avuto modo di recensire Nobu 1830 sul mio blog Instagram e l’ho trovato davvero un gran vino. Nobu, una parla giapponese che vuol dire “proseguire”. Così come la linea che ne rappresenta l’etichetta. È Giannicola che prosegue quanto iniziato dai suoi avi nel 1830. È Giannicola che prosegue con dolore la sua esperienza. Che non può e non deve fermarsi.
Glielo deve a quel fratello che non ha più. Senza il quale è cresciuto senza poter giocare con qualcuno. Confrontarsi. Quel fratello che gli ha tolto anche l’affetto dei genitori perché, giustamente, impegnati nella sua malattia.
La sofferenza che si porta dentro e che ha voluto donarmi nelle lacrime del nostro incontro, lo rende umano e speciale. Uomo. Nella sua forza e nella sua fragilità.
La forza di non mollare neanche un secondo. La forza nel dare ai figli, anche se spesso solo in forma di briciole, quello che lui ha imparato. Sulla propria pelle con le cicatrici a ricordare. Caro Giannicola, sei una persona speciale. Non solo perché produci grandi vini. Non solo perché lo fai nel rispetto della natura. Non solo perché dirigi una grande azienda. Sei speciale per il tuo animo e per ciò che ti porti dentro. La natura è il tuo rifugio. La famiglia, la tua necessità. Il vino, una espressione di te. Tutto, sempre e comunque, nel ricordo di un fratello che vive in te. Con te. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Ps per chi desidera capire meglio circa i colori del Chakra e la cromoterapia, suggerisco di leggere qualche articolo presente anche in rete. Ne riporto qui qualcuno
Onaresponsabilità medica
Cure naturali
Siddhi Yoga
Leggi
Giannicola Di Carlo ha solo 12 anni quando suo fratello si ammala di leucemia. Una malattia che dura 9 lunghi, lunghissimi, interminabili anni. 9 anni durante i quali la mamma non può esserci per Giannicola. È in ospedale con il fratello. Giorno e notte. Natale, Pasqua e Ferragosto. È giusto così e Giannicola non se ne lamenta.
Il papà deve lavorare nella azienda agricola di famiglia. Io vengo da una storia agricola. Di una famiglia che si è sempre dedicata al mondo agricolo e produttivo. Dal 1830. C’è una lettera dove i miei trisavoli scrivevano al mio bisnonno che avevano portato del vino nel Granducato di Toscana e in Piemonte. Sono i primi anni 80, 30 aprile 1986 per la precisione quando nella centrale nucleare di Cernobyl scoppia il reattore e una nube tossica invade mezza Europa arrivando anche in Italia. Non sapremo mai se questo fu la causa della leucemia. Di certo acuì quel solco che si era già creato nell’animo di Giannicola.
L’azienda di famiglia era grande. Oltre 280 ettari in quel di Ortona (Chieti) diventati oggi 65 di proprietà e 85 in affitto. Non poteva che essere condotta con regole tradizionali. Troppo grande e certamente non compatibile con i tempi.
Giannicola però non ci sta più. Capisce che non può essere questa la realtà. La vita che vuole. I prodotti che si sente di produrre. Deve, assolutamente deve esserci qualcosa di diverso. Ho fatto agraria ma prima di questo avevo il problema familiare. Mia zia di Firenze mi portò, erano gli anni 70, a fare meditazione trascendentale. Maharishi era il guru. L’ho fatto per molti anni. Anche mio nonno si era fatto condizionare da mia zia e aveva provato. Parte da qui ma la sensibilità. Ma devi averla dentro. Ho fatto abbracciare gli alberi ai miei figli ma non tutti proseguono con questo approccio. Quello che ti capita ti segna ma se non hai delle caratteristiche particolari non prosegui. Caratteristiche dice Giannicola. Si certo, l’animo ce lo devi avere. O magari no. Magari proprio quando accade qualcosa di così dirompente, tragico e sconvolgente, capisci. Come un’onda del mare che ti investe facendoti rotolare sulla battigia.
Perdere un fratello e dover crescere in fretta aiuta, o meglio obbliga, ad interrogarsi su quali siano i veri valori della vita. Cosa debba poter essere quello che fa stare bene e in armonia.
Giannicola vive l’azienda agricola che produce vino. Tutto ciò che lo circonda è natura. Creato. Il passo verso l’armonia con ciò che vede ogni giorno è breve. Brevissimo. Nel 1989 ho contribuito a redigere il regolamento 2092/91. Eravamo in cinque in Italia. Regolamento che tracciò le linee guida del biologico in Italia e in Europa. Sono stato il primo presidente dei produttori biologici perché cercavo una condivisione da portare al mercato. Fui il primo presidente di verde Abruzzo per far coltivare vino e ortaggi. Non solo biologico ma anche biodinamico. Dal 1989.
Già me lo immagino il papà di Giannicola che guarda al figlio con un misto di meraviglia, compassione e scetticismo. Ma lascia fare. È lui e solo lui che può portare avanti l’azienda. Forse questo si sarà detto. Mi sono reso conto dopo un pò di anni che il biodinamico era una scelta positiva, un credo. Qualcosa che fa bene all’ambiente e a chi lo consuma. Avevo però bisogno di qualcosa più tangibile e ho progettato, con un brevetto di utilità collettiva, un vigneto biodinamici energetici che lavora con i colori de chakra. Le piante comunicano attraverso le sinapsi vegetali. Loro vivono da molto prima di noi sviluppando un sistema di comunicazione diverso dal nostro. Non possono fuggire dal luogo dove nascono e devono comunicare attraverso l’apparato radicale e le sinapsi vegetali dell’apparato vegetativo superiore. Questo vigneto è fatto da sette colori: giallo, verde, azzurro, arancio , rosso, blu, viola, la parte spirituale. Mi piace inserire la parte spirituale del proprio io e del perché dobbiamo lasciare un segnale, qualcosa di vero, il bene comune. Ogni uomo dovrebbe avere questo obiettivo. I colori hanno la capacità di attirare gli insetti così come di fornire beneficio all’uomo con una sorta di cromo terapia emozionale. La biofilia è un aspetto ancestrale che fa si che l’uomo sia attirato dalla natura. Tutto ciò è calato nel vigneto. Magari queste parole faranno storcere il naso a qualcuno. Forse agli stessi che criticano anche il biodinamico. Eppure ogni cosa qui è intima e profonda. Non ci sono, ne tantomeno Giannicola lo è, fanatici di quelli che se non credi sei un miscredente.
Giannicola è una persona solare. Intima certo. Toccata da un dolore che fatica a non emergere se non con le persone con le quali si sente in sintonia. Mi ha pure confidato che da giovane faceva il DJ ed ama ancora ballare. Ma la terra, la natura, ciò che dona la vita, merita rispetto. Solo questo. Rispetto. Per vivere in simbiosi con essa. Per esserne immersi.
Ciò che realizza Giannicola è frutto di studio. Come la cromoterapia che non è una teoria ma qualcosa sviluppata dallo psicologo francese Christian Agrapart.
Giannicola brevetta il suo vigneto ma non è uno di quei brevetti che gli devono fruttare. Lo mette a disposizione di tutti perché di tutti è la conoscenza e la natura. Tutti pali sono colorati in maniera diversa a seconda dei filari. Le uve che provengono da questi vigneti sono cariche di energia perché provengono da una sorta di biosfera, un tempio del vino. Un tempio naturale dedicato al vino e all’uva. Certo non è l’acqua santa di Lourdes che fa miracoli ma è qualcosa che fa stare bene gli insetti le piante l’uomo Condurre una azienda di queste dimensioni non è semplice. Non lo puoi fare se sei un invasato, un asceta o uno che non pensa alla responsabilità che l’imprenditoria comporta.
Giannicola lo fa con coscienza e responsabilità. Ci crede e ci crede tanto. Le parole nascono solo a seguito di comportamenti. Anche da chi, come lui, ha l’animo tormentato.
È sua la prima cantina europea in bio architettura (1998). Sua l’idea degli impianti elettrici schermati contro i campi magnetici o della musicoterapia negli ambienti di lavoro o della applicazione della cromoterapia. La spa per vino terapia (primi in Italia). La linea cosmetica con cellule staminali derivate da vitis vinifera. Ho fatto il primo vino biologico e l’ho portato in Cina nel 1991 fino al 1994. Facevo degustare il vino e l’olio biologico. Il pazzo ero io. Volevo fargli capire che loro che avevano la chimica non si possono avvelenare. Lo dicevo oltre trenta anni fa. Dobbiamo farci conoscere per quello che siamo ma mi rendo conto che oggi per fare business serve altro. La sostanza non interessa quasi più a nessuno. Serve l’immagine. Negli ultimi anni questo aspetto si è evoluto verso il male. Noi che viviamo di questi principi siamo ai margini. La qualità oggi non quella che interessa di più. 600.000 bottiglie, questa la produzione della Giannicola Di Carlo, sono tante. Davvero tante. In ogni bottiglia c’è un pezzo di Giannicola. Del suo animo. Di ciò che prova. Da qualche anno c’è Terreum, due vini concepiti ed affinati all’interno di un bosco dove c’è un lago dove i miei nonni facevano pesca sportiva di trote. Era il 1975. Avevo dieci anni. In quelle grotte affiniamo il Terreum. Le lasciamo molto selvatiche. A contatto con la natura le piante, gli animali, gli insetti come la libellula che è figlia di questo luogo umido. Animale fragile che vive di essenza vera. È l’etichetta. Il bosco. Il bosco dei Di Carlo. Il rifugio di Giannicola. Quello dove durante il covid si rifugiava per lavorare con la motosega ripulendolo dagli arbusti. Un luogo dove stare da solo. Solo con le sue piante. La natura. La vita che scorre. La vita che è stata tolta al fratello.
Un luogo dove può fare ciò che vuole anche perché lontano da tutto e tutti. Può soffrire senza che debba dare spiegazioni agli altri. Piangere senza vergognarsene. C’è tanto dentro questo uomo. Tanta passione. Tanta voglia di vivere con il rispetto della vita. Il rispetto per qualunque essere vivente sia esso animale o vegetale. Biologico, biodinamico. Poco importa come lo si vuol chiamare. È rispetto per la vita. Quella che Giannicola non vuole e non può farsi scappare. Lo deve a suo fratello. Lo deve ai suoi figli. Quattro. Quattro ragazzi che cerca con forza di portare su una via che, forse, non sarà mai quella sua. Troppo lontani dalla sofferenza. Troppo lontani da una rapida crescita senza paracaduti. I primi due, Daniele e Federico (33 e 30), hanno fatto una esperienza agonistica con il nuoto. Poi sono venuti qui e uno (Daniele) l’ho licenziato e fatto causa dopo due anni. Licenziato perché mancava di umiltà. A 20 anni non puoi essere il Dio sceso in terra. Bisognava avere rispetto per le persone. Mi stavo separando e forse erano spinti in questo. L’ho invitato a fare una sua azienda perché criticava questa. Dopo diciotto mesi l’ho invitato a fare un giro con me in Europa e ci siamo riavvicinati. “Fai un progetto tuo” gli dissi. “Cosa mi dai?” Rispose lui. “Nulla”.
È partito per la Germania dove ha fatto affiancamenti con alcuni agenti. Ha creato poi Abruzzo food and wine. “Tu che mi dai?” mi disse. “Niente. Vai in banca e fatti dare il mutuo”. Voleva un affidamento. Gli ho dato 10.000 euro di vino. “Poi me lo paghi”. Siamo arrivati a 25.000 euro di vino. Non pagava e gli ho fatto causa. Mi disse che aveva trovato un cliente che avrebbe comprato 50mila euro di vino. Io ero scettico ma gli dissi che non avrebbe mai pagato quel cliente. Altri contrasti ma gli fornisco 60mila euro di vino. A scadenza di pagamento il cliente non pagò. Il suo debito arrivò a 110,000 euro. Oggi è il miglior cliente. Ha 8 dipendenti, 4 furgoni, due magazzini. Ha inaugurato il secondo ristorante a Monaco dopo un altro locale a Berlino. A monaco ha aperto Opera, una pizzeria gourmet fantastica. Bellissima Si può intravedere durezza nel modo di fare di Giannicola. Ma un padre non va mai giudicato quando cerca di educare i propri figli. Lui è cresciuto in fretta. Forse troppo in fretta e si è dovuto confrontare con una vita che non si era scelto. Non è solo sopravvissuto ma è diventato un uomo e una persona con una coscienza meravigliosa.
Daniele è diventato un imprenditore adesso. Forse anche grazie al padre.
Federico lavora in azienda da tempo e a detta di Giannicola è bravissimo.
Gli altri due sono troppo piccoli. Camillo fa lo scientifico. Edoardo la terza media. Con loro vorrei avere un rapporto più intimo legato alla vita quotidiana. Li vedo poco. Abitano dentro l’azienda ma riesco a vederli poco. L’azienda dunque. Quella che deve governare nel rispetto dei principi che si è dato. Meno male che la moglie Fania gestisce con sapienza e autonomia tutta la parte della ristorazione. Un lavoro immenso!
Due le linee di prodotto con due marchi diversi. Vigna Madre e Giannicola Di Carlo. Entrambe improntate su vitigni autoctoni (Montepulciano, Trebbiano, Pecorino, Passerina) ma anche di diversa origine (Cabernet, Merlot, Syrah, Primitivo, Pinot Nero, Sangiovese, Chardonnay, Pinot Grigio, Cabernet Sauvignon, Falanghina).
Vigna Madre interpreta i vini in chiave bio. Semplicità e rispetto.
Giannicola Di Carlo è una sorta di sperimentazione con radici ben piantate nel passato. Spiritualità e simbiosi con la natura. Due filosofie ma soprattutto marketing. Entrambe con 3 bicchieri Gambero Rosso. Nobu è ad esempio la linea senza solfiti e fermentazione spontanea. Mi rifiuto di dire vino naturale perché oggi si chiamano vini natural anche quelli con la chimica e senza certificato bio. L’esperienza di 35 anni sul mercato ci ha aiutato a fare delle scelte. Due linee per dare esclusività. Ho avuto modo di recensire Nobu 1830 sul mio blog Instagram e l’ho trovato davvero un gran vino. Nobu, una parla giapponese che vuol dire “proseguire”. Così come la linea che ne rappresenta l’etichetta. È Giannicola che prosegue quanto iniziato dai suoi avi nel 1830. È Giannicola che prosegue con dolore la sua esperienza. Che non può e non deve fermarsi.
Glielo deve a quel fratello che non ha più. Senza il quale è cresciuto senza poter giocare con qualcuno. Confrontarsi. Quel fratello che gli ha tolto anche l’affetto dei genitori perché, giustamente, impegnati nella sua malattia.
La sofferenza che si porta dentro e che ha voluto donarmi nelle lacrime del nostro incontro, lo rende umano e speciale. Uomo. Nella sua forza e nella sua fragilità.
La forza di non mollare neanche un secondo. La forza nel dare ai figli, anche se spesso solo in forma di briciole, quello che lui ha imparato. Sulla propria pelle con le cicatrici a ricordare. Caro Giannicola, sei una persona speciale. Non solo perché produci grandi vini. Non solo perché lo fai nel rispetto della natura. Non solo perché dirigi una grande azienda. Sei speciale per il tuo animo e per ciò che ti porti dentro. La natura è il tuo rifugio. La famiglia, la tua necessità. Il vino, una espressione di te. Tutto, sempre e comunque, nel ricordo di un fratello che vive in te. Con te. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Ps per chi desidera capire meglio circa i colori del Chakra e la cromoterapia, suggerisco di leggere qualche articolo presente anche in rete. Ne riporto qui qualcuno
Onaresponsabilità medica
Cure naturali
Siddhi Yoga
1 Febbraio, 2024
Divino Acquario Xmas, un Evento dedicato al Cesanese del Piglio DOCG
IL COSA ED IL DOVE
L’EVENTO
Lo scorso 6 Gennaio, la Befana ha portato in dono ai winelovers romani DIVINO ACQUARIO XMAS, un Evento dedicato interamente al Cesanese del Piglio DOCG ed ai produttori aderenti al Consorzio di Tutela di questo vino.
Una giornata organizzata dal Consorzio (oggi guidato da Pina Terenzi) in collaborazione con l’AIS (grazie al Presidente Regionale del Lazio Francesco Guercilena ed al Delegato di Latina Umberto Trombelli) nei meravigliosi spazi dell’Acquario Romano (oggi Casa dell’Architettura).
Una giornata che ha consentito ai numerosissimi intervenuti di assaggiare non semplici vini ma calici di Ciociaria.
DEL CESANESE
Tra i Monti Ernici ed i Lepini, lungo tutta la Valle del Salto, ci sono 15000 ettari vitati che producono bottiglie che hanno dietro una storia.
Quella di vitigno del quale Piglio ed Affile si disputano la patria di origine (con il primo cui va sicuramente il merito del suo rilancio dopo il secondo conflitto mondiale) ma che a me piace vedere accomunati da quei Romani che ne disboscarono i territori per piantare vigneti (da “silvae caesae” deriverebbe proprio il nome del Cesanese).
Un vitigno che sembra essersi diffuso grazie al fatto che le spose del luogo ne portassero in dote le barbatelle e che pare essere stato tutelato con forza nello statuto del Comune di Affile.
Un vitigno che alla prova del tempo dimostra oggi di essere cresciuto in termini di Qualità, potenza e, soprattutto, rappresentatività di un Territorio.
Dunque: si scrive Cesanese del Piglio, si legge Ciociaria.
GLI ASSAGGI
Banchi di assaggio ed una masterclass nel ricco programma della giornata.
13 le Aziende presenti, tutte con radici ben piantate nella Tradizione e sguardo rivolto al futuro.
13 Aziende per tante diverse interpretazioni di un vino (unico rosso laziale a potersi fregiare della DOCG) che ha scritto un bel pezzo della storia enologica del Lazio.
QUELLI DELLA MASTERCLASS
Per correttezza elencherò tutte le etichette degustate ma poi…dirò solo della mia personalissima “top five” (delle altre potrete leggere qui).
1- CORTE DEI PAPI: CESANESE DEL PIGLIO DOCG “COLLE PICCHIO” 2022
2- RAPILLO: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE 2022
3- MARLETTA TERESA: nata nel 2015, ecco un’altra Azienda a carattere familiare.
CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “BONIFACIO VIII” RISERVA 2020: potrei dirVi del rosso della frutta in diverse consistenze o di quello dei fiori, delle vegetali amaritudini di erbe aromatiche, della sottile vena balsamica ma…
Quello che colpisce davvero è una affatto sottaciuta nota selvatica che gli dona un tocco di elegante rusticità.
Sorso morbido che evidenzia volume, sostanza e freschezza, con la decisa sapidità a far allungare la mano per chiedere un altro giro ed un lungo finale amaricante e ferroso con quell’appena di brett che…
Bello davvero!
Da bere ascoltando “I LOVE ROCK ‘N’ ROLL” di JOAN JETT & THE BLACKHEARTS.
4- FEDERICI: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “NUNC” 2017
5- MARIA ELENA SINIBALDI: Maria Elena ha imparato dal nonno a prendersi cura della vite (e lo scrive pure in etichetta).
Oggi accudisce 3ha in quel di Paliano con una passione che…basta guardarla in viso per capire quanto sia forte.
CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “BIVI!” 2015: lo avvicini al naso e ti viene da dire: “finalmente”!
Semplice.
Nulla di celato, nulla da svelare, didascalico nei descrittori varietali dl vitigno: fiori, frutti rossi, sottili vegetalità di erbe aromatiche, note ferrose, delicate ed inattese tostature, quel quid di “pelliccia” che ci tiene ancorati alla semplicità della campagna.
Sorso freschissimo, schietto, rurale nella sua semplice eleganza contadina, spigoloso quanto serve per stare lontano da piatte omologazioni, dannatamente scorrevole ed accattivante e con una grande chiusura che fa schioccare le labbra senza vergogna.
Si becca il mio personalissimo premio “BBONO” e pure quello “COMMUNICHESCION” per quell’etichetta che zittisce gli svolazzi letterari di quelli che, come me, provano trasformare il vino in parole.
Da bere ascoltando “COMMUNIQUÉ” dei DIRE STRAITS.
6- CASALE DELLA IORIA: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE BIOLOGICO “ZERO S” 2021
7- LUCA SBARDELLA: 10 anni di storia per questo ettaro (solo 1) di Piglio coltivato con rispetto per produzione ridotta ma di Qualità.
CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE 2022: naso pocopoco timido, scuro, appena fumè e dolcemente speziato, rinfrescato da ciliegia, arancia rossa ed un bel respiro balsamico cui un “appena” di brett regala sottile rusticità.
Sorso molto coerente e davvero fresco, garbatamente tannico, che evidenzia succose amaritudini
agrumate e chiude su intriganti, lunghe piccantezze di pimento.
Da bere ascoltando “THE PERSUADERS THEME” di JOHN BARRY.
8- CANTINA SOCIALE CESANESE DEL PIGLIO: nata nel 1960 è stata il primo Socio fondatore del Consorzio e riunisce circa 20 Produttori sotto la guida di Luca Sbardella.
CESANESE DEL PIGLIO DOCG “CERCIOLE” 2022: occhio che Vi vedo che state pensando: “questo l’ho visto al supermercato”.
Beh, ce ne fossero di vini così rappresentativi di un Territorio sugli scaffali!
Naso didattico (beh, forse anche troppo): ciliegie di diverse qualità, pure le visciole, le rose, un tocco di spezia ed uno vegetale, con quell’accento di finocchietto selvatico che fa tanto campagna.
In bocca perde qualche punto atteggiandosi a piacionerie sicuramente commerciali che chiedono il frutto e sacrificano il tannino ma…quel sapido finale gli dà un sussulto di identità-
Merita, davvero.
Da bere ascoltando “CHEAP THRILLS” di FRANK ZAPPA.
9- CANTINA GIOVANNI TERENZI: una decina di ettari a La Forma (Serrone).
Un’Azienda nata negli anni ’50 e che da una trentina d’anni si dedica unicamente a Cesanese di Affile e Passerina.
Conduzione “naturale” per una produzione davvero identitaria.
CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “VAJOSCURO” RISERVA 2021: naso che evidenzia gioventù e…legno non ancora integrato.
Scuro di frutta (prugna e ciliegia matura), dice anche di cioccolato, sottolinea il timbro ematico e chiude su ben più che sottili speziature
Coerente ma più dinamico il sorso in cui la frutta riacquista croccantezza.
La nota erbacea aiuta a nascondere sotto il tappeto l’impronta vanigliata mentre il tannino che parla a voce alta e le sottili piccantezze accompagnano la beva.
Ma…
C’è il “ma” dell’attesa e del bicchiere lasciato lì mentre la degustazione procede.
Ed ecco che il naso si arricchisce di tostature di caffè, di soffi balsamici, di un quid selvatico e qualcosa di grafite.
Dai!
Me so’ sbajato (tranne che per il fatto che mi toccherà assaggiarlo tra qualche anno)!
Crescerà.
Da bere ascoltando “THE CIRCLE GAME” di JONI MITCHELL.
10- L’AVVENTURA: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “AMOR” 2021
11- ANTICHE CANTINE MARIO TERENZI: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “CASAL SAN MARCO” 2020
12- PILEUM: CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “BOLLA DI URBANO” RISERVA 2020
13- PETRUCCA E VELA: CESANESE DEL PIGLIO DOCG “TELLURES” 2018
A LATERE
Di seguito il mio personalissimo “podio” tra i vini che, per ragioni diverse, non erano stati inseriti nella masterclass di cui Vi ho detto sopra.
ANTICHE CANTINE MARIO TERENZI, CESANESE DEL PIGLIO DOCG “CASAL DEI MONACI” 2021: freschissimo il sottobosco che il naso percepisce, complesso nelle sue sfumature di piccoli frutti, humus, felci e foglie umide, gentili le note floreali.
E poi quelle ammiccanti brezze balsamiche che ti fanno girare la testa…
Sorso compulsivo, freschissimo e sostenuto da tannini monelli che danno la mano ai rimandi fruttati.
Niente calice, per vini così ci vuole la cannuccia!
Fatene scorta e bevetelo ascoltando “STREAMS OF WHISKEY” dei POGUES.
CASALE DELLA IORIA, CESANESE DEL PIGLIO DOCG SUPERIORE “TORRE DEL PIANO” RISERVA 2020: fiori, piccoli frutti e vena balsamica si danno la mano in una “chorus line” da cui si alzano acuti di spezie dolci, china, mineralità ed erbe officinali.
Sorso di grande equilibrio fresco sapido ed elegantemente glicerico che ripropone con precisione e corposa sostanza quanto percepito all’olfatto nascondendo con studiata sapienza l’apporto dei piccoli legni dietro i rimandi di spezia d’oriente.
Sorprendente.
Da bere ascoltando “TOWER OF SONG” di LEONARD COHEN.
CANTINA GIOVANNI TERENZI, CESANESE DEL PIGLIO DOCG “VELOBRA” 2022: Cesanese di Affile con un quid di Sangiovese per dare un “aiutino” (in realtà ben evidente) a quella vigna del 1962 che comincia a sentire il peso degli anni.
Giovane e birbante, non si vergogna di sventolarVi sotto il naso un sottobosco sconnesso e fitto di radici, le erbe aromatiche, l’alloro, un pot pourrì di spezie ed una fresca fruttosità che è più quella dell’arancia amara che non quella di prugne e ciliegie.
Sorso fresco, morbido ma non troppo, con quei tannini forse un po’ “campagnoli” ma proprio per questo interessanti ed un finale che rimanda alle spezie ed ai frutti dell’olfatto.
Bella prova.
Da bere ascoltando “FOUND A JOB” dei ALKING HEADS.
E QUINDI?
Beh, se dovessi tirare le somme di questa degustazione mi verrebbe da contraddire parte di quanto asserito nell’introduzione.
Non mi piacciono i giri di parole e non ho dunque nessuna vergogna nel dire che, nel complesso, m’aspettavo “deppiù”.
Vero è che il livello medio si è sicuramente alzato rispetto a qualche anno fa.
Certo, a livello di complessità olfattiva il vitigno non consente di deviare molto dal paradigma della frutta rossa e “l’omologazione” è un rischio concreto.
Il sorso invece racconta di alcol finalmente ben gestito, di tannini finalmente educati ma senza rinnegarne il piglio contadino, di allunghi in molti casi degni di questo nome.
M’hanno invece lasciato perplesso quelle interpretazioni vagamente “superciociars” davvero poco rappresentative di quel Territorio che il Consorzio dice di voler promuovere.
C’erano solo due “riserva” e…ecco, lì mi piacerebbe ficcare il naso con più attenzione.
E mi piacerebbe muovermi “orizzontalmente” tra qualche vecchia annata.
Vabbè, le occasioni non mancheranno.
ED ORA?
Ora aspetto con ansia che l’AIS LAZIO (che qui voglio ringraziare pubblicamente per avermi invitato a questo Evento e per il grande lavoro che sta facendo per la promozione del Lazio e del Territorio) organizzi una nuova manifestazione negli spazi davvero unici dell’Acquario Romano.
Nel frattempo studierò ancora un po’ il Cesanese ed approfondirò la conoscenza di diversi vini ed Aziende di cui ho avuto la fortuna di fare conoscenza.
Roberto Alloi
VINODENTRO
Leggi
31 Gennaio, 2024
Limori: un cognome scippato, un nome guadagnato
Quando ero piccolo, in estate, i miei genitori mi portavano insieme ai fratelli a casa dei nonni materni. A Camigliano. Un piccolo paese in provincia di Caserta. Passavamo li le calde estati durante le quali nonno Antonio mi portava con lui in campagna dove scoprivo gli odori e i sapori di prodotti genuini. Gli stessi che sono ormai incisi nella mia memoria e che, purtroppo, non trovo più ora. Se non raramente.
Dopo pranzo c’era il silenzio. Nonno Antonio dormiva e non si poteva far chiasso. Complicato se ci sono bambini, maschi, urlanti. Mimma (così chiamavamo nonna) per tenerci a bada ci prometteva (non sempre), se avessimo fatto silenzio, una gazzosa o una cedrata.
Quando, riuscivamo, a non fare nulla di chiassoso (e ciò non accadeva spesso), Mimma mi mandava a prendere le bibite in un posto vicino casa. Così, dopo aver preso una banconota da 500 lire (!!!) uscivo con la Graziella rossa (la bici) e mi involavo verso il magazzino. Già un magazzino. Mica una bottega, un negozio, un supermercato. Dovevo bussare ad una porta in legno e, dopo un pò, una persona anziana fuoriusciva dal buio di quello che doveva essere stata una stalla, prendeva da una bacinella colma acqua, ghiaccio e e bottigliette di gazzosa. cedrata e spuma insieme al ghiaccio, le quattro unità a me necessarie.
Stapparle e berle con fratelli e cugini era la cosa più bella del mondo. Quel sapore, il sapore della gazzosa o della cedrata, non l’ho più sentito per oltre cinquanta anni. Non che non abbia riprovato a comprarla. Ogni volta che ci provavo, niente. Di quei sapori, nemmeno l’ombra. Non erano più quelle. Tanto zucchero. Tanto colore ma sapore, quello proprio nulla. C’è voluta la presentazione del Gambero Rosso Top Italian Food 2024 per farmi inaspettatamente ripiombare in questi ricordi. A palazzo Brancaccio conosco infatti Flavio Moretti e le sue bottigliette Limori. Un incontro che mi fa conoscere una splendida e sorridente persona come Flavio. Il suo accento romanesco nemmeno troppo marcato. Il sorriso. La voglia di chiacchierare e di prendere sempre il lato bello della vita. La sua, quella dei Moretti, a Roma, non è solo una famiglia. È una istituzione.
Da sempre distribuiscono bevande. Mi verrebbe da dire, in romanesco che “se a Roma c’hai sete, Moretti te pò da ‘na mano”.
Vero si ma fino ad un certo punto vista la tanta concorrenza che c’è sul mercato del beverage. Ma uno che fa il distributore che c’azzecca con la produzione di bibite artigianali e ingredienti di prim’ordine? Cedrate, gazzose, spume, limonate. Cose di altri tempi!
Soprattutto, Moretti e Limori cosa hanno in comune? Limori. Il nome. Partiamo da qui.
Ora, anche per un romano, potrebbe sembrare facile ma vi assicuro che non lo è. Perché la gente non ha tempo e pensa troppo velocemente. Non si sofferma sui particolari. Soprattutto non conosce il carattere di buontempone di Flavio e suo cugino Alessandro.
Allora, dividete la parola Limori in “Li” e “mori“.
A Roma “li” è un articolo. Più precisamente equivale ad un classico e semplice “i”, articolo determinativo. Dunque se si dice “li mori” si intende “i mori”.
Flavio ed Alessandro fanno di cognome Moretti. Ma i moretti sono pure bambini dai capelli mori.
I moretti. I mori. Li mori. Limori
Facile no?
Ora, vi chiederete perché vi abbia fatto spendere tante righe su un nome.
Dietro un nome c’è una filosofia. Un modo di vivere. Un mondo. Così come il carattere delle persone, la loro storia. Semplice, arzigogolata o bizzarra che sia.
Ma ci arriviamo. Per gradi. Virgilio Moretti, bisnonno dei cugini, all’inizio del 1900 inizia a fare bibite sodate. Piccola linea. Poco smercio. Quanto basta tirare su qualche soldo e iniziare un pò a farsi conoscere. Faceva aranciata, spuma, gazzosa, chinotto e qualche cosina tra soda e sifoni.
Le cose vanno per il verso giusto così che si rende necessaria una piccola linea di produzione. Una fabbrichetta insomma utile anche per imbottigliare (zona di Piazza Pio IX, per chi è pratico di Roma….vicino il vaticano per chi non lo è).
Business chiama business e chi è intraprendente coglie le occasioni che il mercato offre. C’è voglia di vivere e i consumi crescono. Con essi, in assenza di frigoriferi (entrerà nelle case degli italiani, pochi, sono negli anni 40 del secolo scorso) arriva la necessità di ghiaccio. Trasportavamo le colonne di ghiaccio per tutta Roma. Poi l’avvento della plastica e i costi esagerati fanno spostare il business dalle bibite artigianali alla distribuzione di bevande. Oggi abbiamo tre magazzini su Roma , serviamo più di 1000 clienti ai quali portiamo dall’acqua ai succhi di frutta, dai super alcolici al vino. Non da ultimo le nostre bibite. La produzione delle bibite di Virgilio Moretti passata anche per i figli, arriva fino agli anni 80 quando si interrompe la produzione di bevande. Il business si è totalmente spostato altrove. Tempo e forse voglia da parte dei nonni, non c’è.
Il tempo, la frenesia della vita, i ritmi incessanti, le difficoltà del business possono tanto. Mettono senza dubbio in archivio, magari dentro scatole riposte nel ripostiglio, ogni ricordo. Foto, lettere, ricette. “Nonno viene a mancare nel 1999 e nonna nel 2011. Ci troviamo a svuotare casa e saltano fuori i libri con le ricette, i progetti dei nonni. Solo che non c’era più la produzione. A quanti sarà capitato, proprio in un momento così doloroso come la morte di un genitore di dover, sottolineo dover poiché senza nessuna voglia o stimolo, di svuotare casa e trovare qualcosa che, in qualche modo, abbia suscitato ricordi e tanta commozione? Non posso certamente immaginare la faccia di Flavio ed Alessandro nel ritrovarsi i fogli con le ricette dei bisnonni ma la loro commozione si. Mio cugino Alessandro ed io siamo l’ultima generazione. Nel 2012 ci chiediamo “ma perché non le facciamo pure noi le bevande dei nonni? Mica facile. La prima cosa a cui occorreva pensare era la linea di produzione. Impossibile metterla su a Roma. Unico modo era un terzista. Già ma ci voleva un terzista piccolo. Uno che li poteva aiutare dalle ricette all’imbottigliamento. Pochi pezzi per capire la reazione del mercato e al resto ci si sarebbe pensato. Non ci interessava come vero e proprio business principale ma solo per portare avanti una tradizione di famiglia. O la facciamo bene o non la facciamo ci siamo detti. Un prodotto artigianale vogliamo. Non certo commerciale e industriale. Troviamo, su consiglio di un amico, una famiglia a Cingoli, nelle marche. Ci andiamo a pranzo. Troviamo Giovanni Passarelli, una persona simpatica, alla mano, disponibile. Adesso avrà circa 71, 72 anni. Ci dice come no, sono contento e diventa ancora più contento quando gli spieghiamo la storia. Non sono un esperto di ricette di bibite ma produrle fino agli anni 80 era una cosa, produrle ora, altra. Completamente diverse.
Avevamo le ricette ma tanti prodotti che si usavano fino agli anni 80 o non si trovano più o non sono più ammessi. Dovevamo dunque trovare una quadra sulle ricette. Da una base di partenza abbiamo fatto le nuove ricette con ingredienti diversi. Ci doveva piacere. La voglia di conservare una tradizione familiare ti porta a guardare avanti con fierezza. Con la consapevolezza che il tuo cognome è qualcosa che ha attraversato il tempo e lo attraverserà ancora. Ciò che produci ti contraddistingue. Ecco perché Flavio ed Alessandro non accettano compromessi. C’è bisogno di materie prime che siano di qualità. Siamo partiti con quattro prodotti: chinotto, cedrata, spuma, gazzosa. Quelli che pensavamo potessero funzionare. Adesso ne facciamo otto. Trainati dal mercato e vendendo che ci sentivamo consapevoli. Abbiamo aggiunto ginger beer, soda, tonica e limonata. Partono bene i ragazzi. L’animo è quello giusto. I genitori a vigilare ci sono. Anche il produttore, Giovanni, è sempre pronto a dar consigli. Insomma un bel mix che non può che portare a risultati eccellenti. Se ne accorgono pure quelli dell’Expo di Milano. Lo ricordate? Era il 2015. Il titolo era “Nutrire il pianeta”. Bellissimo. Anche se ricordo le code infinite…. Ci chiamano dall’Expo perché assaggiano i nostri prodotti e volevano portarci nella gamma degli sponsor. Per noi era un onore. Sta funzionando bene allora. Fissiamo appuntamento con gli organizzatori, accettiamo la proposta iniziando a programmare. Tra i padiglioni dell’Expo ce ne era uno sviluppato per Birra Moretti, brand del gruppo Heineken. Birra Moretti-Bibite Moretti…..il pasticcio è servito. Multinazionale la prima. Piccolo produttore il secondo. Non può che nascerne una novella disfida Davide contro Golia. Solo che non siamo nell’Antico Testamento ne tantomeno nelle favole. Carte bollate, tribunali, differenti paesi (Heineken ha sede ad Amsterdam) e, soprattutto, una sproporzione di mezzi economici fornisce un esito scontato. Heineken ci fa scrivere da uno stuolo di avvocati per l’utilizzo del marchio. Ma era il nostro cognome e non facevamo prodotti alcolici. Facciamo parlare i nostri avvocati che nemmeno riescono ad imbastire un discorso. Non volevamo cambiarlo. Spendiamo soldi in consulenze. Ma la sfortuna voleva che dagli anni 80 al 2010 abbiamo smesso di fare il prodotto. Senza la continuità avremmo potuto far cambiare il nome a birra moretti. O saremmo diventati miliardari. Il caso ci mette ancora lo zampino. Se avessero continuato a produrre le bevande sarebbe stato il colosso Olandese a dover pagare per l’uso del marchio Moretti.
È anche vero però che avremmo comunque, in qualche modo, la birra ma certamente non avremmo più bevuto le bibite di Flavio ed Alessandro.
Insomma, Davide si arrende a Golia. Una resa che fa male e brucia. Così tanto che si smette anche di produrre le bibite. La sconfitta non è l’aver perso contro qualcosa o qualcuno. È non poter usare il proprio cognome. Continuare qualcosa. Ma tant’è. Non si può far altro che ammettere la realtà dei fatti. Aò ma er chinotto che me davi ‘na volta…‘ndo sta?
Ma ‘a cedrata?
Senti, ma ‘a spuma? E ‘a gazzosa?
Ma perché non le rifate? Quante se lo saranno sentito dire Flavio e Alessandro in quel periodo?
Tante ma tante. Non volevamo più farla perché senza nome non ci sembrava il caso. Ma le persone sia in italia sia all’estero ce la chiedevano. Insomma, metabolizzata la sconfitta e ingoiato il rospo, la mente inizia a ragionare. Chissà, forse pure un senso di riscatto vallo a capire. C’era tutto per ripartire. Tutto tranne un nome. Lasciamo il nostro logo dei due mori (Moretti distribuzione) e facciamo un pò di prove tra i quali “li mori” i mori. Diamo una veste moderna ma legata al vintage. Svecchiata. Ad oggi ringrazio ancora Heineken per averci fatto cambiare nome perché molti clienti ci compravano solo per associazione con la birra. Magari era buono però non lo vedevano come un prodotto artigianale. Sono tante le storie e gli aneddoti di come nasce un marchio ma questo è unico. Ci si prende in giro. Si ride e si scherza in famiglia e nasce qualcosa di unico. Partiamo con Limori e anche i clienti che non la lavoravano prima iniziano a lavorarla perché capiscono la artigianalità. Adesso lavoriamo tanto a Roma, in Francia e in Lettonia. Stiamo prendendo accordi per portarlo in altre zone del mondo. Nel 2022 arrivano i premi del Gambero Rosso e per tre anni Limori vince il premio come migliore spuma e cedrata. Orgoglio e riconoscimento. Non lo dice solo Flavio Moretti che è bono ma anche altri. Di scherzare non hanno finito i Moretti.
“Quando si scherza bisogna esse seri” diceva il Marchese del Grillo.
Così, per scherzo nasce anche il nome per la limonata. Noi facciamo tonica e limonata però una limonata che può essere accoppiata anche con la tonica. Si può bere assoluta o miscelata a qualcosa. Un giorno per scherzare con mio cugino Alessandro, mio padre si chiama Fernando ma per tutti Nando, faccio una battuta e dico: ma perché non facciamo una Limonando? Mi faccio fare Una etichetta con la faccia di mio padre (mia cognata ha una scuola d’arte). Avevo un tir di limonate, ho preso un bancale che è diventato tutto di Limonando. Quando arriva il bancale sono state più le risate che altro. Dura due giorni. Tutti i clienti me la chiedono. Non faccio più la limonata ma la Limonando è quella che si vende più di tutti. Insomma aveva ragione il Marchese. Cosa c’è alla base di tutto questo. La qualità senza dubbio. Ingredienti naturali. Non più sciroppi zuccherosi ma frutta. Limonata? Limone. Spuma? Rabarbaro. Chinotto? Chinotto. Ginger beer? Zenzero. Si sente tanto lo zenzero? Ovvio, c’è lo zenzero. Costa un pò di più magari, ma la qualità richiede questo. Così come richiede di distribuire queste chicche nel modo più opportuno. Senza disdegnare la grande distribuzione. Possiamo pure metterlo in grande distribuzione ma il prezzo non può cambiare. Non voglio svenderlo perché tanto non è il mio business principale. Limori non è un giocattolo per i Moretti. Nemmeno un oggetto di puro business visto la produzione non certo elevata (attualmente 80-100 mila bottiglie l’anno). Non è un passatempo visto il tempo e la passione che ci dedicano. È la loro storia anche se non più con il loro cognome.
Limori è la linea di continuità tra passato, presente, futuro. Il futuro nel quale ci sarà magari anche quell’aranciata già presente nelle ricette del bisnonno. Soprattutto continuerà ad esserci quella qualità e quei gusti che non possono più mancare. Se non altro per evitare l’oblio. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Dopo pranzo c’era il silenzio. Nonno Antonio dormiva e non si poteva far chiasso. Complicato se ci sono bambini, maschi, urlanti. Mimma (così chiamavamo nonna) per tenerci a bada ci prometteva (non sempre), se avessimo fatto silenzio, una gazzosa o una cedrata.
Quando, riuscivamo, a non fare nulla di chiassoso (e ciò non accadeva spesso), Mimma mi mandava a prendere le bibite in un posto vicino casa. Così, dopo aver preso una banconota da 500 lire (!!!) uscivo con la Graziella rossa (la bici) e mi involavo verso il magazzino. Già un magazzino. Mica una bottega, un negozio, un supermercato. Dovevo bussare ad una porta in legno e, dopo un pò, una persona anziana fuoriusciva dal buio di quello che doveva essere stata una stalla, prendeva da una bacinella colma acqua, ghiaccio e e bottigliette di gazzosa. cedrata e spuma insieme al ghiaccio, le quattro unità a me necessarie.
Stapparle e berle con fratelli e cugini era la cosa più bella del mondo. Quel sapore, il sapore della gazzosa o della cedrata, non l’ho più sentito per oltre cinquanta anni. Non che non abbia riprovato a comprarla. Ogni volta che ci provavo, niente. Di quei sapori, nemmeno l’ombra. Non erano più quelle. Tanto zucchero. Tanto colore ma sapore, quello proprio nulla. C’è voluta la presentazione del Gambero Rosso Top Italian Food 2024 per farmi inaspettatamente ripiombare in questi ricordi. A palazzo Brancaccio conosco infatti Flavio Moretti e le sue bottigliette Limori. Un incontro che mi fa conoscere una splendida e sorridente persona come Flavio. Il suo accento romanesco nemmeno troppo marcato. Il sorriso. La voglia di chiacchierare e di prendere sempre il lato bello della vita. La sua, quella dei Moretti, a Roma, non è solo una famiglia. È una istituzione.
Da sempre distribuiscono bevande. Mi verrebbe da dire, in romanesco che “se a Roma c’hai sete, Moretti te pò da ‘na mano”.
Vero si ma fino ad un certo punto vista la tanta concorrenza che c’è sul mercato del beverage. Ma uno che fa il distributore che c’azzecca con la produzione di bibite artigianali e ingredienti di prim’ordine? Cedrate, gazzose, spume, limonate. Cose di altri tempi!
Soprattutto, Moretti e Limori cosa hanno in comune? Limori. Il nome. Partiamo da qui.
Ora, anche per un romano, potrebbe sembrare facile ma vi assicuro che non lo è. Perché la gente non ha tempo e pensa troppo velocemente. Non si sofferma sui particolari. Soprattutto non conosce il carattere di buontempone di Flavio e suo cugino Alessandro.
Allora, dividete la parola Limori in “Li” e “mori“.
A Roma “li” è un articolo. Più precisamente equivale ad un classico e semplice “i”, articolo determinativo. Dunque se si dice “li mori” si intende “i mori”.
Flavio ed Alessandro fanno di cognome Moretti. Ma i moretti sono pure bambini dai capelli mori.
I moretti. I mori. Li mori. Limori
Facile no?
Ora, vi chiederete perché vi abbia fatto spendere tante righe su un nome.
Dietro un nome c’è una filosofia. Un modo di vivere. Un mondo. Così come il carattere delle persone, la loro storia. Semplice, arzigogolata o bizzarra che sia.
Ma ci arriviamo. Per gradi. Virgilio Moretti, bisnonno dei cugini, all’inizio del 1900 inizia a fare bibite sodate. Piccola linea. Poco smercio. Quanto basta tirare su qualche soldo e iniziare un pò a farsi conoscere. Faceva aranciata, spuma, gazzosa, chinotto e qualche cosina tra soda e sifoni.
Le cose vanno per il verso giusto così che si rende necessaria una piccola linea di produzione. Una fabbrichetta insomma utile anche per imbottigliare (zona di Piazza Pio IX, per chi è pratico di Roma….vicino il vaticano per chi non lo è).
Business chiama business e chi è intraprendente coglie le occasioni che il mercato offre. C’è voglia di vivere e i consumi crescono. Con essi, in assenza di frigoriferi (entrerà nelle case degli italiani, pochi, sono negli anni 40 del secolo scorso) arriva la necessità di ghiaccio. Trasportavamo le colonne di ghiaccio per tutta Roma. Poi l’avvento della plastica e i costi esagerati fanno spostare il business dalle bibite artigianali alla distribuzione di bevande. Oggi abbiamo tre magazzini su Roma , serviamo più di 1000 clienti ai quali portiamo dall’acqua ai succhi di frutta, dai super alcolici al vino. Non da ultimo le nostre bibite. La produzione delle bibite di Virgilio Moretti passata anche per i figli, arriva fino agli anni 80 quando si interrompe la produzione di bevande. Il business si è totalmente spostato altrove. Tempo e forse voglia da parte dei nonni, non c’è.
Il tempo, la frenesia della vita, i ritmi incessanti, le difficoltà del business possono tanto. Mettono senza dubbio in archivio, magari dentro scatole riposte nel ripostiglio, ogni ricordo. Foto, lettere, ricette. “Nonno viene a mancare nel 1999 e nonna nel 2011. Ci troviamo a svuotare casa e saltano fuori i libri con le ricette, i progetti dei nonni. Solo che non c’era più la produzione. A quanti sarà capitato, proprio in un momento così doloroso come la morte di un genitore di dover, sottolineo dover poiché senza nessuna voglia o stimolo, di svuotare casa e trovare qualcosa che, in qualche modo, abbia suscitato ricordi e tanta commozione? Non posso certamente immaginare la faccia di Flavio ed Alessandro nel ritrovarsi i fogli con le ricette dei bisnonni ma la loro commozione si. Mio cugino Alessandro ed io siamo l’ultima generazione. Nel 2012 ci chiediamo “ma perché non le facciamo pure noi le bevande dei nonni? Mica facile. La prima cosa a cui occorreva pensare era la linea di produzione. Impossibile metterla su a Roma. Unico modo era un terzista. Già ma ci voleva un terzista piccolo. Uno che li poteva aiutare dalle ricette all’imbottigliamento. Pochi pezzi per capire la reazione del mercato e al resto ci si sarebbe pensato. Non ci interessava come vero e proprio business principale ma solo per portare avanti una tradizione di famiglia. O la facciamo bene o non la facciamo ci siamo detti. Un prodotto artigianale vogliamo. Non certo commerciale e industriale. Troviamo, su consiglio di un amico, una famiglia a Cingoli, nelle marche. Ci andiamo a pranzo. Troviamo Giovanni Passarelli, una persona simpatica, alla mano, disponibile. Adesso avrà circa 71, 72 anni. Ci dice come no, sono contento e diventa ancora più contento quando gli spieghiamo la storia. Non sono un esperto di ricette di bibite ma produrle fino agli anni 80 era una cosa, produrle ora, altra. Completamente diverse.
Avevamo le ricette ma tanti prodotti che si usavano fino agli anni 80 o non si trovano più o non sono più ammessi. Dovevamo dunque trovare una quadra sulle ricette. Da una base di partenza abbiamo fatto le nuove ricette con ingredienti diversi. Ci doveva piacere. La voglia di conservare una tradizione familiare ti porta a guardare avanti con fierezza. Con la consapevolezza che il tuo cognome è qualcosa che ha attraversato il tempo e lo attraverserà ancora. Ciò che produci ti contraddistingue. Ecco perché Flavio ed Alessandro non accettano compromessi. C’è bisogno di materie prime che siano di qualità. Siamo partiti con quattro prodotti: chinotto, cedrata, spuma, gazzosa. Quelli che pensavamo potessero funzionare. Adesso ne facciamo otto. Trainati dal mercato e vendendo che ci sentivamo consapevoli. Abbiamo aggiunto ginger beer, soda, tonica e limonata. Partono bene i ragazzi. L’animo è quello giusto. I genitori a vigilare ci sono. Anche il produttore, Giovanni, è sempre pronto a dar consigli. Insomma un bel mix che non può che portare a risultati eccellenti. Se ne accorgono pure quelli dell’Expo di Milano. Lo ricordate? Era il 2015. Il titolo era “Nutrire il pianeta”. Bellissimo. Anche se ricordo le code infinite…. Ci chiamano dall’Expo perché assaggiano i nostri prodotti e volevano portarci nella gamma degli sponsor. Per noi era un onore. Sta funzionando bene allora. Fissiamo appuntamento con gli organizzatori, accettiamo la proposta iniziando a programmare. Tra i padiglioni dell’Expo ce ne era uno sviluppato per Birra Moretti, brand del gruppo Heineken. Birra Moretti-Bibite Moretti…..il pasticcio è servito. Multinazionale la prima. Piccolo produttore il secondo. Non può che nascerne una novella disfida Davide contro Golia. Solo che non siamo nell’Antico Testamento ne tantomeno nelle favole. Carte bollate, tribunali, differenti paesi (Heineken ha sede ad Amsterdam) e, soprattutto, una sproporzione di mezzi economici fornisce un esito scontato. Heineken ci fa scrivere da uno stuolo di avvocati per l’utilizzo del marchio. Ma era il nostro cognome e non facevamo prodotti alcolici. Facciamo parlare i nostri avvocati che nemmeno riescono ad imbastire un discorso. Non volevamo cambiarlo. Spendiamo soldi in consulenze. Ma la sfortuna voleva che dagli anni 80 al 2010 abbiamo smesso di fare il prodotto. Senza la continuità avremmo potuto far cambiare il nome a birra moretti. O saremmo diventati miliardari. Il caso ci mette ancora lo zampino. Se avessero continuato a produrre le bevande sarebbe stato il colosso Olandese a dover pagare per l’uso del marchio Moretti.
È anche vero però che avremmo comunque, in qualche modo, la birra ma certamente non avremmo più bevuto le bibite di Flavio ed Alessandro.
Insomma, Davide si arrende a Golia. Una resa che fa male e brucia. Così tanto che si smette anche di produrre le bibite. La sconfitta non è l’aver perso contro qualcosa o qualcuno. È non poter usare il proprio cognome. Continuare qualcosa. Ma tant’è. Non si può far altro che ammettere la realtà dei fatti. Aò ma er chinotto che me davi ‘na volta…‘ndo sta?
Ma ‘a cedrata?
Senti, ma ‘a spuma? E ‘a gazzosa?
Ma perché non le rifate? Quante se lo saranno sentito dire Flavio e Alessandro in quel periodo?
Tante ma tante. Non volevamo più farla perché senza nome non ci sembrava il caso. Ma le persone sia in italia sia all’estero ce la chiedevano. Insomma, metabolizzata la sconfitta e ingoiato il rospo, la mente inizia a ragionare. Chissà, forse pure un senso di riscatto vallo a capire. C’era tutto per ripartire. Tutto tranne un nome. Lasciamo il nostro logo dei due mori (Moretti distribuzione) e facciamo un pò di prove tra i quali “li mori” i mori. Diamo una veste moderna ma legata al vintage. Svecchiata. Ad oggi ringrazio ancora Heineken per averci fatto cambiare nome perché molti clienti ci compravano solo per associazione con la birra. Magari era buono però non lo vedevano come un prodotto artigianale. Sono tante le storie e gli aneddoti di come nasce un marchio ma questo è unico. Ci si prende in giro. Si ride e si scherza in famiglia e nasce qualcosa di unico. Partiamo con Limori e anche i clienti che non la lavoravano prima iniziano a lavorarla perché capiscono la artigianalità. Adesso lavoriamo tanto a Roma, in Francia e in Lettonia. Stiamo prendendo accordi per portarlo in altre zone del mondo. Nel 2022 arrivano i premi del Gambero Rosso e per tre anni Limori vince il premio come migliore spuma e cedrata. Orgoglio e riconoscimento. Non lo dice solo Flavio Moretti che è bono ma anche altri. Di scherzare non hanno finito i Moretti.
“Quando si scherza bisogna esse seri” diceva il Marchese del Grillo.
Così, per scherzo nasce anche il nome per la limonata. Noi facciamo tonica e limonata però una limonata che può essere accoppiata anche con la tonica. Si può bere assoluta o miscelata a qualcosa. Un giorno per scherzare con mio cugino Alessandro, mio padre si chiama Fernando ma per tutti Nando, faccio una battuta e dico: ma perché non facciamo una Limonando? Mi faccio fare Una etichetta con la faccia di mio padre (mia cognata ha una scuola d’arte). Avevo un tir di limonate, ho preso un bancale che è diventato tutto di Limonando. Quando arriva il bancale sono state più le risate che altro. Dura due giorni. Tutti i clienti me la chiedono. Non faccio più la limonata ma la Limonando è quella che si vende più di tutti. Insomma aveva ragione il Marchese. Cosa c’è alla base di tutto questo. La qualità senza dubbio. Ingredienti naturali. Non più sciroppi zuccherosi ma frutta. Limonata? Limone. Spuma? Rabarbaro. Chinotto? Chinotto. Ginger beer? Zenzero. Si sente tanto lo zenzero? Ovvio, c’è lo zenzero. Costa un pò di più magari, ma la qualità richiede questo. Così come richiede di distribuire queste chicche nel modo più opportuno. Senza disdegnare la grande distribuzione. Possiamo pure metterlo in grande distribuzione ma il prezzo non può cambiare. Non voglio svenderlo perché tanto non è il mio business principale. Limori non è un giocattolo per i Moretti. Nemmeno un oggetto di puro business visto la produzione non certo elevata (attualmente 80-100 mila bottiglie l’anno). Non è un passatempo visto il tempo e la passione che ci dedicano. È la loro storia anche se non più con il loro cognome.
Limori è la linea di continuità tra passato, presente, futuro. Il futuro nel quale ci sarà magari anche quell’aranciata già presente nelle ricette del bisnonno. Soprattutto continuerà ad esserci quella qualità e quei gusti che non possono più mancare. Se non altro per evitare l’oblio. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
29 Gennaio, 2024
diVino Roma 3-4 febbraio
Torna diVino Roma il 3 e 4 febbraio, nello scenario della meravigliosa Villa Piccolomini, l’atteso evento che lo scorso anno ha accolto oltre 1000 persone.
Decanter Wine Academy ha selezionato oltre 90 cantine da tutta Italia per un totale di oltre 230 etichette da degustare sia negli appositi spazi di Villa Piccolomini sia nel suggestivo giardino che si affaccia sul Cupolone di San Pietro.
Un appuntamento imperdibile per tutti gli appassionati del settore, un tour emozionale tra le cantine d’Italia, la nazione con più vitigni autoctoni al mondo. Il biglietto (costo 30€) darà diritto anche ai finger food.
Per il parcheggio, nessun problema: la villa tra l’altro è dotata di un ampio parcheggio interno, gratuito per gli ospiti della manifestazione.
Programma
Sabato 3 Febbraio
Ore 16.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 17.30 Masterclass “Viaggio alla scoperta dei territori del Cesanese” con Pierpaolo Pirone e Roberto Mazzer enologi AtWine consulenze
Ore 22.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 4 febbraio Ore 16.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 17.30 Masterclass da definire con Angelo Petracci, Guida Vitae Ais Lazio
Ore 20.00 chiusura banchi d’assaggio Di seguito le informazioni di dettaglio per prenotazioni ed agevolazioni. Buona partecipazione! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Info Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto al costo di 20€ presentando all’ingresso la tessera dell’associazione. Stampa e operatori del settore possono mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro
sabato 27 gennaio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato
sull’enogastronomia per i giornalisti, tipo di attività e partita iva per gli operatori del settore. Per i blogger
inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 347-6649100 06-86132308
info@decanterwineacademy.org
pagina diVino per info e acquisto del biglietto online
Leggi
Ore 17.30 Masterclass “Viaggio alla scoperta dei territori del Cesanese” con Pierpaolo Pirone e Roberto Mazzer enologi AtWine consulenze
Ore 22.00 chiusura banchi d’assaggio Domenica 4 febbraio Ore 16.00 apertura banchi d’assaggio
Ore 17.30 Masterclass da definire con Angelo Petracci, Guida Vitae Ais Lazio
Ore 20.00 chiusura banchi d’assaggio Di seguito le informazioni di dettaglio per prenotazioni ed agevolazioni. Buona partecipazione! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 Info Sommelier Ais, Ars, Assoenologi, Assosommelier, Degustibuss, Fis, Fisar, Onav, Ses riduzione del biglietto al costo di 20€ presentando all’ingresso la tessera dell’associazione. Stampa e operatori del settore possono mandare una mail a accrediti@decanterwineacademy.org entro
sabato 27 gennaio, specificando testata, numero di tessera e il link di un articolo firmato
sull’enogastronomia per i giornalisti, tipo di attività e partita iva per gli operatori del settore. Per i blogger
inviare mail che verrà valutata dallo staff. Info: 347-6649100 06-86132308
info@decanterwineacademy.org
pagina diVino per info e acquisto del biglietto online
26 Gennaio, 2024
La luna del Casale. Se una cosa si può fare, la facciamo
E in mezzo a questo mare
Cercherò di scoprire quale stella sei
Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei Sarò un romanticone ma credo che quando un uomo porta la propria donna a vedere la casa che ha scelto per loro, fosse anche per passare i fine settimana o le vacanze estive, queste sono le parole che riecheggerebbero nella testa. La sera dei miracoli di Lucio Dalla.
Siamo alle porte di Roma a Lanuvio. Terra di mezzo tra i colli Albani e Lanuvini e quella che era la palude pontina tanto da essere chiamata Malcavallo o Malpasso già dal medioevo a causa della difficoltà di attraversamento. Terreni fertili con una matrice di riporto vulcanico di ere remote. Una terra di mezzo meravigliosa. Docili colline che rendono il paesaggio armonioso e mai banale.
Luigi e Nicoletta vivono a Roma. Luigi è sempre all’estero con la sua azienda. Necessitano di una casa per quando nei fine settimana rientra in Italia. Roma, il suo caos. Voglia di trovare anche un luogo dove essere tranquilli. Magari la desideri, ma vallo a trovare il tempo di girare nel fine settimana.
Così il caso fa il suo mestiere e Luigi, mentre gira con un suo amico geometra per le campagne Lanuvine, si imbatte in un cartello vendesi. Il casale non è che stia messo proprio bene ma l’occhio di chi fa l’imprenditore edile è tale che vede aldilà dei muri. Amò ho comprato casa Pagherei per essere stato li a vedere la faccia di Nicoletta!
Già perché per Luigi ora arrivava il momento più critico: far vedere il casale alla moglie. Giocando di strategia la porta di sera, quando le stelle brillano nel cielo e la luna è li, nel mezzo del firmamento, ad illuminare quel tanto che basta per vedere. E non vedere.
Per due persone che vengono dalla città, arrivare nel mezzo del nulla, senza quell’inquinamento luminoso che ti impedisce di vedere la distesa di stelle che è sempre li ma che non riusciamo a vedere, deve essere stata una emozione forte. Così forte che quel casale, certo non in ottimo stato, va bene così come è e il nome è preso fatto: La luna del casale. È il 1999 e ci vuole un anno e mezzo per la ristrutturazione. Così come ci vuole ancora meno a capire che un posto del genere non puoi viverlo solo a tratti. Devi viverlo tutto l’anno. Una volta che ti immergi, riemergere diventa impossibile.
C’è già una bambina, Sara e dopo poco arriva Alessandro e poi Sebastian.
C’è anche una vigna anzi due. Una davanti e una dietro il casale. Entrambe abbandonate. Poca uva che si raccoglie più per devozione alla terra che per altro tanto che non si può che conferirla alla locale Cantina Sociale.
Nicoletta però si appassiona alla terra e soprattutto alla meraviglia di questi luoghi che sono poi anche Parco dei Castelli Romani. Mamma si è da subito appassionata al territorio e non voleva vedere le vigne abbandonate. Si è impegnata nel valorizzarle. È partita da astemia. Ha cercato di convertirle e quando è arrivata l’uva per la prima volta l’hanno portata da un vicino per la vinificazione. Alessandro Caverni è il secondo genito di Luigi e Nicoletta. 22 anni. Animo pacato e una modestia che spiazza. Giovane che sa di esserlo. Esperto più di un ragazzo della sua età perché nato qui proprio nel 2001, quando i genitori si sono trasferiti. Tanta voglia di imparare nelle tante vendemmie ancora da fare. Eppure, come tutti i ragazzi, ha da poco scoperto la magia di questo mondo. Come ogni ragazzino non bevevo. Lontano da tutto. Svegliarsi per un mese e mezzo alla 5 per la vendemmia non era il massimo. Poi scopri il fascino del vino e capisci che tutti i lavori che fai hanno un senso. Quando ho iniziato a capire, dai riscontri delle persone, il valore di ciò che stavamo facendo, l’ho apprezzato ancora di più. La prima mini vendemmia è stata quella del 2002 per capire subito dopo come qualcosa di più si poteva ottenere. Magari facendo del vino buono.
Luigi, da imprenditore, pensava che produrre vino potesse tornargli utile per regalarlo a clienti e dipendenti della sua azienda in Romania. Lontano anni luce dal pensiero di diventare una azienda vinicola, comunque le cose si fanno bene. O non si fanno. Così serviva una cantina che si inizia a costruire terminando i lavori nel 2008. Nel mentre, sempre perché le cose bisogna farle bene, la terra viene convertita al biologico e altri terreni intorno all’azienda vengono acquisiti fino ad arrivare a 14 ettari vitati. Qui si impiantano immediatamente varietà autoctone: Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Trebbiano Verde e Bellone. Noi abbiamo uno dei pochissimi appezzamenti ancora certificati DOC Colli Lanuvini. Prima erano un centinaio di ettari. Oggi ne rimangono sei e noi ne abbiamo due. Quando però si inizia a vedere che le cose riescono bene ovvero che alla fine il vino è buono, la mente fa quel piccolo passettino in avanti che ti fa dire: perché non sperimentare altro? Anche perché se vuoi capire le potenzialità di un territorio, è necessario spingersi su vitigni internazionali e tecniche particolari. Non abbiamo agito alla cieca ma con la consulenza di agronomo ed enologo. Siamo passati da che nei Colli Lanuvini non si potevano fare grandi vini rossi a vini che escono dalla cantina dopo 8/10 anni. Così come dalla curiosità di mio padre che era stato in Francia dove aveva assaggiato uno Chardonnay di Borgogna affinato in legno è tornato e ha detto: facciamolo pure noi. Questo è un pò il motto della cantina. L’enologo non era nemmeno così d’accordo. All’inizio almeno. Era il 2009 con il secondo anno della cantina. Ci poteva stare. Luigi spinge per farlo, comprando il tonneau. In fondo è imprenditore e se si mette una cosa in testa (guarda proprio il casale e la cantina), difficile fargli cambiare idea. Alcune bottiglie del 2009 le beviamo ancora oggi. E sono ancora in ottime condizione. Sono evolute. Sono andate avanti. Nel giro di pochi anni, La luna del Casale opera una vera e propria evoluzione partendo dai bianchi dei Castelli e dal Novello per arrivare a vini strutturati e particolari. Affinamenti lunghi, utilizzo del legno, vitigni internazionali che si fondono con quelli autoctoni. Un livello decisamente più alto. Noi come cantina piace portare fuori le etichette quando siamo pronti. Si aspetta tutto il tempo necessario. Per supportare queste etichette qui ci sono anche etichette più fresche. Come gli spumanti che abbiamo fatto da subito. Il rosato da Montepulciano e Sangiovese prima, lo spumante da Chardonnay poi insieme ad un rosato fermo da Cabernet Sauvignon. Queste sono nate da richieste dei clienti che volevano questo tipo di vino. Alla fine di etichette ce ne sono dieci con una voglia di continuare ad evolversi nella sperimentazione puntando l’attenzione su vitigni autoctoni. Magari in blend. Anche perché una volta visto la potenzialità del territorio, si può puntare su altri. Ecco, il territorio. Martoriato da tempo immemore dalla presenza di Roma e dalla sua sete di vini a basso costo dunque qualitativamente non eccelsi, i colli qui intorno hanno sfornato vino a profusione. Non per nulla Franco Silvesti, siciliano di nascita e nemmeno romano di adozione, compone Nanni ovvero ‘na gita ai Castelli. Lo fa per il grande Ettore Petrolini Lo vedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva
Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è Magari la canzone sarà più nota per le interpretazioni di Lando Fiorini, ma il punto è che le fontane danno vino perché c’è abbondanza. Spesso, direi sempre, abbondanza non fa rima con qualità.
Eppure qui nel tempo sono nate splendide realtà vinicole sdoganando il territorio con vitigni autoctoni ed internazionali. Qui in fondo, la matrice è vulcanica e il mare è poco lontano. Le escursioni termiche ci sono insieme alle brezze marine e collinari.
Basta crederci. Come ci hanno creduto Luigi e Nicoletta e i loro figli.
Alessandro è rimasto in azienda insieme a Sebastian. Sara? Ha lavorato con noi in azienda e poi ha voluto fare un viaggio studio di sei mesi in Australia. I sei mesi sono diventati sei anni. Li lavora come sommelier. Non ha lasciato il mondo del vino. È pure fidanzata con un responsabile dell’approvvigionamento dei vini per una catena di ristoranti. Mamma Nicoletta si occupa della parte amministrativa e produzione del vino. Un ragazzo che si occupa delle lavorazioni in campagna e cantina insieme ad una ragazza che si occupa della cantina. Poi un commerciale che si muove sul territorio. Alessandro fa il jolly. Sebastian si occupa della parte finanziaria Solo che è astemio ma lo convertiremo. Siamo io e lui che abbiamo più il desiderio di portare avanti l’azienda. Lui sembra fatto apposta per l’aspetto finanziario numerico e io commerciale e di produzione/vinificazione. Due fratelli uniti e in sintonia per la crescita dell’azienda. Voglia di far diventare la propria azienda come un punto di accumulazione dei clienti.
Alessandro appare molto più maturo della sua età. Non lascia nulla al caso e la pacatezza con la quale si pone fa capire l’umiltà che è in lui. Così quando gli chiedo “Sei quello che dirige l’azienda?”, la sua risposta non fa che confermare le mie intuizioni. No assolutamente no. Mamma al 100% anche perché lei è una imprenditrice giovane e sente che non ha tutto sotto controllo Papà Luigi, lui che l’imprenditore lo fa da una vita, continua a lavorare all’estero. Lo sguardo sempre rivolto verso la cantina che cresce e deve crescere proprio dal punto di vista imprenditoriale. Ha avuto un ruolo fondamentale. Perché se fosse stato per mamma avrebbe fatto l’orto. Papà l’ha vista in maniera imprenditoriale. Ci siamo accorti che il vino doveva essere venduto. Veniva da Bucarest il venerdì sera e nel fine settimana faceva il commerciale. Ora magari scriverò una cosa criticabile ma sono fatto così e dico le cose che penso.
I vini de La luna del Casale sono dei grandi vini. Ho avuto modo di assaggiare Alessandro, blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon del 2015 e l’ho trovato un grande vino. Così come Sara, Chardonnay fermentato in barrique.
Ecco, questi vini non sfigurerebbero in nessun ristorante stellato ne al cospetto di tanti mostri sacri. Invece sono di Lanuvio, sotto i Colli Albani e Lanuvini dove ci sono le fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è e dove l’azienda che li produce è composta da persone squisite che non se la tirano e che fanno del lavoro e della modestia il loro punto di forza. I nostri vini sono spontanei perché non forziamo. Se una cosa si può fare la facciamo. Se il terreno lo concede li facciamo. Ci sono stati casi dove sono andati male e lo abbiamo riconosciuto. Non vogliamo forzare la mano. Questa frase di Alessandro racchiude tutto. Ne più ne meno di quanto sopra. Modestia.
Allora, cosi come l’inizio, anche la fine è tratta dalla stessa canzone di Dalla È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma
Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande
Nella notte che sta per finire
È la nave che fa ritorno
Per portarci a dormire Spero che la luce della luna, quella che rappresenta il Casale, abbia la forza per continuare con questo esatto spirito. In una notte che prima o poi finirà e porterà alla luce, stavolta del sole, territorio e prodotti che meritano. Davvero tanto. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
Leggi
Cercherò di scoprire quale stella sei
Perché mi perderei
Se dovessi capire che stanotte non ci sei Sarò un romanticone ma credo che quando un uomo porta la propria donna a vedere la casa che ha scelto per loro, fosse anche per passare i fine settimana o le vacanze estive, queste sono le parole che riecheggerebbero nella testa. La sera dei miracoli di Lucio Dalla.
Siamo alle porte di Roma a Lanuvio. Terra di mezzo tra i colli Albani e Lanuvini e quella che era la palude pontina tanto da essere chiamata Malcavallo o Malpasso già dal medioevo a causa della difficoltà di attraversamento. Terreni fertili con una matrice di riporto vulcanico di ere remote. Una terra di mezzo meravigliosa. Docili colline che rendono il paesaggio armonioso e mai banale.
Luigi e Nicoletta vivono a Roma. Luigi è sempre all’estero con la sua azienda. Necessitano di una casa per quando nei fine settimana rientra in Italia. Roma, il suo caos. Voglia di trovare anche un luogo dove essere tranquilli. Magari la desideri, ma vallo a trovare il tempo di girare nel fine settimana.
Così il caso fa il suo mestiere e Luigi, mentre gira con un suo amico geometra per le campagne Lanuvine, si imbatte in un cartello vendesi. Il casale non è che stia messo proprio bene ma l’occhio di chi fa l’imprenditore edile è tale che vede aldilà dei muri. Amò ho comprato casa Pagherei per essere stato li a vedere la faccia di Nicoletta!
Già perché per Luigi ora arrivava il momento più critico: far vedere il casale alla moglie. Giocando di strategia la porta di sera, quando le stelle brillano nel cielo e la luna è li, nel mezzo del firmamento, ad illuminare quel tanto che basta per vedere. E non vedere.
Per due persone che vengono dalla città, arrivare nel mezzo del nulla, senza quell’inquinamento luminoso che ti impedisce di vedere la distesa di stelle che è sempre li ma che non riusciamo a vedere, deve essere stata una emozione forte. Così forte che quel casale, certo non in ottimo stato, va bene così come è e il nome è preso fatto: La luna del casale. È il 1999 e ci vuole un anno e mezzo per la ristrutturazione. Così come ci vuole ancora meno a capire che un posto del genere non puoi viverlo solo a tratti. Devi viverlo tutto l’anno. Una volta che ti immergi, riemergere diventa impossibile.
C’è già una bambina, Sara e dopo poco arriva Alessandro e poi Sebastian.
C’è anche una vigna anzi due. Una davanti e una dietro il casale. Entrambe abbandonate. Poca uva che si raccoglie più per devozione alla terra che per altro tanto che non si può che conferirla alla locale Cantina Sociale.
Nicoletta però si appassiona alla terra e soprattutto alla meraviglia di questi luoghi che sono poi anche Parco dei Castelli Romani. Mamma si è da subito appassionata al territorio e non voleva vedere le vigne abbandonate. Si è impegnata nel valorizzarle. È partita da astemia. Ha cercato di convertirle e quando è arrivata l’uva per la prima volta l’hanno portata da un vicino per la vinificazione. Alessandro Caverni è il secondo genito di Luigi e Nicoletta. 22 anni. Animo pacato e una modestia che spiazza. Giovane che sa di esserlo. Esperto più di un ragazzo della sua età perché nato qui proprio nel 2001, quando i genitori si sono trasferiti. Tanta voglia di imparare nelle tante vendemmie ancora da fare. Eppure, come tutti i ragazzi, ha da poco scoperto la magia di questo mondo. Come ogni ragazzino non bevevo. Lontano da tutto. Svegliarsi per un mese e mezzo alla 5 per la vendemmia non era il massimo. Poi scopri il fascino del vino e capisci che tutti i lavori che fai hanno un senso. Quando ho iniziato a capire, dai riscontri delle persone, il valore di ciò che stavamo facendo, l’ho apprezzato ancora di più. La prima mini vendemmia è stata quella del 2002 per capire subito dopo come qualcosa di più si poteva ottenere. Magari facendo del vino buono.
Luigi, da imprenditore, pensava che produrre vino potesse tornargli utile per regalarlo a clienti e dipendenti della sua azienda in Romania. Lontano anni luce dal pensiero di diventare una azienda vinicola, comunque le cose si fanno bene. O non si fanno. Così serviva una cantina che si inizia a costruire terminando i lavori nel 2008. Nel mentre, sempre perché le cose bisogna farle bene, la terra viene convertita al biologico e altri terreni intorno all’azienda vengono acquisiti fino ad arrivare a 14 ettari vitati. Qui si impiantano immediatamente varietà autoctone: Malvasia Puntinata, Malvasia di Candia, Trebbiano Verde e Bellone. Noi abbiamo uno dei pochissimi appezzamenti ancora certificati DOC Colli Lanuvini. Prima erano un centinaio di ettari. Oggi ne rimangono sei e noi ne abbiamo due. Quando però si inizia a vedere che le cose riescono bene ovvero che alla fine il vino è buono, la mente fa quel piccolo passettino in avanti che ti fa dire: perché non sperimentare altro? Anche perché se vuoi capire le potenzialità di un territorio, è necessario spingersi su vitigni internazionali e tecniche particolari. Non abbiamo agito alla cieca ma con la consulenza di agronomo ed enologo. Siamo passati da che nei Colli Lanuvini non si potevano fare grandi vini rossi a vini che escono dalla cantina dopo 8/10 anni. Così come dalla curiosità di mio padre che era stato in Francia dove aveva assaggiato uno Chardonnay di Borgogna affinato in legno è tornato e ha detto: facciamolo pure noi. Questo è un pò il motto della cantina. L’enologo non era nemmeno così d’accordo. All’inizio almeno. Era il 2009 con il secondo anno della cantina. Ci poteva stare. Luigi spinge per farlo, comprando il tonneau. In fondo è imprenditore e se si mette una cosa in testa (guarda proprio il casale e la cantina), difficile fargli cambiare idea. Alcune bottiglie del 2009 le beviamo ancora oggi. E sono ancora in ottime condizione. Sono evolute. Sono andate avanti. Nel giro di pochi anni, La luna del Casale opera una vera e propria evoluzione partendo dai bianchi dei Castelli e dal Novello per arrivare a vini strutturati e particolari. Affinamenti lunghi, utilizzo del legno, vitigni internazionali che si fondono con quelli autoctoni. Un livello decisamente più alto. Noi come cantina piace portare fuori le etichette quando siamo pronti. Si aspetta tutto il tempo necessario. Per supportare queste etichette qui ci sono anche etichette più fresche. Come gli spumanti che abbiamo fatto da subito. Il rosato da Montepulciano e Sangiovese prima, lo spumante da Chardonnay poi insieme ad un rosato fermo da Cabernet Sauvignon. Queste sono nate da richieste dei clienti che volevano questo tipo di vino. Alla fine di etichette ce ne sono dieci con una voglia di continuare ad evolversi nella sperimentazione puntando l’attenzione su vitigni autoctoni. Magari in blend. Anche perché una volta visto la potenzialità del territorio, si può puntare su altri. Ecco, il territorio. Martoriato da tempo immemore dalla presenza di Roma e dalla sua sete di vini a basso costo dunque qualitativamente non eccelsi, i colli qui intorno hanno sfornato vino a profusione. Non per nulla Franco Silvesti, siciliano di nascita e nemmeno romano di adozione, compone Nanni ovvero ‘na gita ai Castelli. Lo fa per il grande Ettore Petrolini Lo vedi, ecco Marino, la sagra c’è dell’uva
Fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è Magari la canzone sarà più nota per le interpretazioni di Lando Fiorini, ma il punto è che le fontane danno vino perché c’è abbondanza. Spesso, direi sempre, abbondanza non fa rima con qualità.
Eppure qui nel tempo sono nate splendide realtà vinicole sdoganando il territorio con vitigni autoctoni ed internazionali. Qui in fondo, la matrice è vulcanica e il mare è poco lontano. Le escursioni termiche ci sono insieme alle brezze marine e collinari.
Basta crederci. Come ci hanno creduto Luigi e Nicoletta e i loro figli.
Alessandro è rimasto in azienda insieme a Sebastian. Sara? Ha lavorato con noi in azienda e poi ha voluto fare un viaggio studio di sei mesi in Australia. I sei mesi sono diventati sei anni. Li lavora come sommelier. Non ha lasciato il mondo del vino. È pure fidanzata con un responsabile dell’approvvigionamento dei vini per una catena di ristoranti. Mamma Nicoletta si occupa della parte amministrativa e produzione del vino. Un ragazzo che si occupa delle lavorazioni in campagna e cantina insieme ad una ragazza che si occupa della cantina. Poi un commerciale che si muove sul territorio. Alessandro fa il jolly. Sebastian si occupa della parte finanziaria Solo che è astemio ma lo convertiremo. Siamo io e lui che abbiamo più il desiderio di portare avanti l’azienda. Lui sembra fatto apposta per l’aspetto finanziario numerico e io commerciale e di produzione/vinificazione. Due fratelli uniti e in sintonia per la crescita dell’azienda. Voglia di far diventare la propria azienda come un punto di accumulazione dei clienti.
Alessandro appare molto più maturo della sua età. Non lascia nulla al caso e la pacatezza con la quale si pone fa capire l’umiltà che è in lui. Così quando gli chiedo “Sei quello che dirige l’azienda?”, la sua risposta non fa che confermare le mie intuizioni. No assolutamente no. Mamma al 100% anche perché lei è una imprenditrice giovane e sente che non ha tutto sotto controllo Papà Luigi, lui che l’imprenditore lo fa da una vita, continua a lavorare all’estero. Lo sguardo sempre rivolto verso la cantina che cresce e deve crescere proprio dal punto di vista imprenditoriale. Ha avuto un ruolo fondamentale. Perché se fosse stato per mamma avrebbe fatto l’orto. Papà l’ha vista in maniera imprenditoriale. Ci siamo accorti che il vino doveva essere venduto. Veniva da Bucarest il venerdì sera e nel fine settimana faceva il commerciale. Ora magari scriverò una cosa criticabile ma sono fatto così e dico le cose che penso.
I vini de La luna del Casale sono dei grandi vini. Ho avuto modo di assaggiare Alessandro, blend Merlot, Montepulciano e Cabernet Sauvignon del 2015 e l’ho trovato un grande vino. Così come Sara, Chardonnay fermentato in barrique.
Ecco, questi vini non sfigurerebbero in nessun ristorante stellato ne al cospetto di tanti mostri sacri. Invece sono di Lanuvio, sotto i Colli Albani e Lanuvini dove ci sono le fontane che danno vino, quant’abbondanza c’è e dove l’azienda che li produce è composta da persone squisite che non se la tirano e che fanno del lavoro e della modestia il loro punto di forza. I nostri vini sono spontanei perché non forziamo. Se una cosa si può fare la facciamo. Se il terreno lo concede li facciamo. Ci sono stati casi dove sono andati male e lo abbiamo riconosciuto. Non vogliamo forzare la mano. Questa frase di Alessandro racchiude tutto. Ne più ne meno di quanto sopra. Modestia.
Allora, cosi come l’inizio, anche la fine è tratta dalla stessa canzone di Dalla È la notte dei miracoli fai attenzione
Qualcuno nei vicoli di Roma
Ha scritto una canzone
Lontano una luce diventa sempre più grande
Nella notte che sta per finire
È la nave che fa ritorno
Per portarci a dormire Spero che la luce della luna, quella che rappresenta il Casale, abbia la forza per continuare con questo esatto spirito. In una notte che prima o poi finirà e porterà alla luce, stavolta del sole, territorio e prodotti che meritano. Davvero tanto. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969