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15 Febbraio, 2024
Friulano Blanc di Simon Tradiziòn - 2018 - Simon di Brazzan
Quella di Daniele (Drius) è più di un’Azienda, è una dedica.
Intanto al nonno Enrico Veliscig (“IL” Simon di Brazzan) e poi ad una terra che cerca di calpestare facendosi lieve quanto più possibile.
A chi avesse ancora dubbi sul reale significato del termine “terroir” consiglio di fare quattro chiacchiere con Daniele che ne è non ambasciatore ma rappresentazione.
Dagli inizi negli anni ’50 di acqua sotto i ponti ne è passata tanta qui a Brazzano (che è frazione di Cormons).
Dai 3ha iniziali siamo arrivati ai 14 di oggi, parcellizzati tra Brazzano, Dolegna del Collio e Mariano del Friuli, per dare ad ogni vitigno la terra più adatta per affondare le radici e venircela poi a raccontare nel bicchiere.
Se poi vogliamo mettere un paio di paletti possiamo dire 1986 stop alla chimica e 2012 biodinamica.
Ma che ci faccio io in una Azienda biodinamica?!
Io che credo nel cornoletame come credo negli unicorni.
Beh, uno che sa m’ha detto: “vai” e…eccomi qua, a casa di Daniele, tra vini, chiacchiere e sua mamma che si affanna tra taglieri e quant’altro.
Quella di Daniele è una storia di umiltà, la storia di un uomo che non si vergogna di sapere di non sapere.
Di un uomo che va a scuola da “quelli bravi” per imparare la magia delle macerazioni.
Di un vignaiolo che non vuole nascondersi dietro il dito di un “naturale” che troppo spesso propone non scusabili puzze.
Comunque, di tutto ciò parleremo magari un’altra volta magari dicendo di altri suoi vini.
Qui, oggi, mi scappa di dirVi di Tocai (scusate ma non ce la faccio proprio a chiamarlo Friulano, con vini come questo poi…).
“TRADIZION” è un vino che racconta di attese.
Quella dell’ultima uva raccolta in vigna aspettando brume e Botrytis e quella del lungo lavoro in cantina.
60% acciaio ed il resto legno (e qui parte finisce per 25gg nei tini tronco conici da 25hl e parte stabula pazientemente in botte); 60% sprint, il resto temperanza.
Quando avvicini il calice al naso pensi: “alla faccia del semiaromatico!”; difficile distinguerlo da una Malvasia…
Poi ti concentri e…
Ecco che ti si schiariscono le idee e ti rendi conto di essere di fronte ad un vino che sa di antico.
Torni indietro con gli anni e con la memoria a quel Tocai che si raccoglieva a maturazione fin più che completa, quello che andava a braccetto con il grado alcolico quando non si badava troppo a questi dettagli.
Naso brioso e da acchiappo, di ampiezza grandangolare ma dotato di una verticalità che fa venire il torcicollo al naso, piena espressione della varietalità del vitigno.
Complesso e ben dettagliato nei marcatori della frutta matura (pera, mela, una screziatura d’ananas che…vabbè, ci può stare) e più sfumato in quelli floreali.
Erbe aromatiche (timo) e tè verde (che ‘st’anno pare essersi insediato nel mio naso).
Dalle retrovie avanza poi il mugghiare minerale di un mare sepolto ma mai sopito ed il finale è di una mandorla che, seppur mitigata dalla lunga macerazione, mi ricorda il Vulcano Laziale.
Assaggio BUUUM!
Anglosassone negli aromi di bocca, morbido e rotondo, glicerico ma mai stancante.
Abbastanza fresco, molto minerale, lungo ma non troppo (quasi a volerVi invitare ad assaggiarne ancora per non perderne memoria).
Una sorta di “mangia e bevi” di sbarazzina eleganza e controllata potenza.
Da bere così, guardando un temporale dalla finestra o stemperandone i tannini a suon di San Daniele (ma di quello BUONO) ascoltando “I’M YOUR MAN” di LEONARD COHEN e leggendo come un mantra le parole scritte sull’etichetta.
Roberto Alloi
VINODENTRO
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14 Febbraio, 2024
Tôt d'un Fiè, i Colli Bolognesi a Vino in-dipendente
Gennaio ha visto noi della redazione WineTales riuniti a Venezia per la seconda, memorabile edizione di Wine in Venice. Ma in quelle stesse giornate un altro appuntamento, oltre al “red carpet del vino”, mi ha attirata.
Era a pochi kilometri da casa mia, e se me lo fossi persa non mi sarei mai perdonata.
Sto parlando di Vino in-dipendente, ideato e coordinato da Stefano Belli, che raduna ogni gennaio a Calvisano, in provincia di Brescia, oltre 60 vignaioli da tutta l’Italia.
Si tratta di un vero polo d’attrazione per tutti gli appassionati di vini artigianali, una mostra-mercato dove incontrare vignaioli che difendono l’integrità del proprio territorio attraverso una solida etica ambientale, per produrre vino con il minor numero possibile d’interventi in vigna ed in cantina.
Questa nona edizione ha inoltre regalato l’opportunità preziosa di conoscere le storie di Tôt d’un Fiè, un gruppo di 15 contadini del vino delle colline bolognesi che mescolano cultura autoctona e ricerca di personalità riconoscibili nei vitigni internazionali.
L’idea di questa chiacchierata con degustazione è stata di Matteo Capacchione di Tannarte Vini, ed ha funzionato benissimo: i posti sono andati a ruba, e alcuni ospiti si sono persino seduti sulle scale fuori dalla sala per non perdersi le storie avvincenti e coraggiose di questi produttori dalla mente aperta e dal cuore generoso.
Non erano presenti tutti i vignaioli del gruppo, ma la passione dei rappresentanti presenti e la piacevolezza dei calici versati hanno trasmesso efficacemente l’impegno che mettono nel lavoro di ogni giorno.
Cito, a titolo di esempio, il Rosolaccio de L’Upupa da vigneti di Cabernet sauvignon, Lambrusco Grasparossa e Barbera a Zola Pedrosa (Bologna), un Rosso Emilia IGT da fermentazione spontanea, affinato in acciaio, senza chiarifica né filtrazione, che rende bene la commistione di locale ed internazionale citata poco sopra.
Ma non erano da meno, in fatto di carattere e piglio gustativo, le proposte di AgriKoi, Inula e Scandelara.
Ho davvero apprezzato i sorsi territorio, genuinità e personalità offerti nel corso della degustazione.
Sicuramente tornerò ad approfondire le storie di questi – per citare le parole di Matteo Capacchione – “professionisti seri e folli sperimentatori”.
Adele Gorni Silvestrini, febbraio 2024
Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini
Passi in Cantina
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13 Febbraio, 2024
Narciso e Boccadoro
La famosa frase di Bertolt Brecht “Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati”, è sempre stata la bandiera di un certo modo di intendere la vita. Quell’urgenza di ridare valore alle parole. La stessa, che mi spinge a narrare di incontri intensi, stralci di situazioni, emozioni in diversi stili e toni, ordinati secondo il ritmo, i volti e i luoghi.
Uno di questi luoghi è a Roma. In quella Roma Nord dove Alessandra e Luca hanno deciso di intraprendere il loro viaggio, con l’Enoteca Messervino. (Instagram, Facebook).
Qui Uomo e Luogo hanno la stessa matrice e l’architrave concettuale è il Vino: Rotari Flavio Riserva Trento Doc Nature 2013 (100% Chardonnay) www.rotari.it. Rappresentato per la città di Roma dall’agenzia @ravirappresentanze.
Profilo suadente dal fine perlage. Questa Cuvée esprime armonia di sapori. Le note di frutta gialla matura con richiami di nocciola e cioccolato, sono ben supportate da una profonda acidità. Finale vivace e dalla spiccata sapidità. È IL TRENTO DOC NELLA SUA MASSIMA ESPRESSIONE. Ogni sorso è portatore di una storia, ogni profumo conduce in un viaggio sensoriale. Un’unica atmosfera e un luogo senza tempo, regole, inibizioni, status e giudizi, per rinforzare il legame indissolubile tra l’essere umano e la terra, tra vino, eros e libertà. È il tentativo di un’improbabile Sherazade enogastronomica, il rapporto con le generazioni precedenti, i ricordi, i fallimenti, i dolori e le speranze. È la vista annebbiata, il cuore che si ferma, il fragore di migliaia di bottiglie stappate, risate, emozioni di un attimo che si rinnovano. Un vino che appare come un inno alla gioia di vivere.
Il Viaggio è come una raccolta di racconti, diversi per generi e ambientazioni, accomunati dall’essere legati a tanti piccoli mondi che ognuno di noi ha creato con il tocco che gli è proprio. Nel corso si mettono a nudo le emozioni, travolti dal potere di melodie pacificatrici, suoni diabolici e rapsodie incantate. Perché le parole sono potere, scritte o raccontate che siano, possono portarci indietro, ai tempi delle ballate dei cavalieri, ai giorni spensierati dell’adolescenza, al momento della nostra nascita. Possono viaggiare tra i mondi ed evocare spiriti inquieti, corrompere la nostra anima, rinfrancarci dalle fatiche quotidiane. Possono dare un senso all’esistenza, completandoci come uomini ricordandoci, di non essere soli.
LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Rotazione di 10 Vini in mescita, tra bollicine (italiane e Francesi) e Vini fermi (Bianchi e Rossi), accompagnati da taglieri e cicchetti veneziani.
Formula Ape: 1 calice a scelta tra quelli in mescita con 3 cicchetti veneziani € 10 a pax.
Per tutti i lettori di WineTalesMagazine l’enoteca riserva uno sconto del 10% sull’acquisto di bottiglie di vino, cene e aperitivo. Basta presentarsi come lettori!
Marco Sargentini
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Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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12 Febbraio, 2024
Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico
Negli ultimi 300 anni, Marchesi Alfieri è stata artefice dell’eredità storica, culturale e vitivinicola del Piemonte. Conserva cantine storiche in cui si producono vini di grande eleganza, vere e proprie icone del terroir di San Martino Alfieri.
Pensate, risale al 1696 la costituzione della prima cantina all’interno delle proprietà, poi nel 1851 Giuseppina Benso di Cavour, nipote dello statista Camillo Benso di Cavour, sposa Carlo Alfieri di Sostegno. Sarà proprio Camillo Benso a dare un impulso alla produzione vitivinicola della famiglia Alfieri, migliorando la qualità dei vini e introducendo in Piemonte il Pinot Nero. Dopo varie vicissitudini e lunghi anni tocca poi a Casimiro San Martino di San Germano, nel 1982 rilanciare la produzione viticola della proprietà. Dopo la sua morte, nell’88 alla guida della cantina subentrano le figlie Emanuela, Antonella e Giovanna, che con coraggio e determinazione hanno condotto l’azienda.
È il 1990 e quell’anno, trovandosi di fronte alle loro prime diecimila bottiglie, tutte e tre le sorelle si chiesero la stessa cosa: “E ora chi se le berrà tutte quante?”
Sono anni in cui arrivano novità, soddisfazioni, premi, nuovi vigneti e progetti, con l’impianto del primo vigneto di Nebbiolo sulla collina Quaglia e il progetto legato alla produzione di un Metodo Classico da uve Pinot Nero in purezza.
Nel 2018 viene realizzata la seconda barricaia e la trasformazione di svariati ettari di bosco in una tartufaia didattica. Viene impiantato un nuovo vigneto di Pinot Nero a nord della collina Quaglia e viene realizzata una nuova vigna votata alla coltivazione di Barbera: la Vigna del Castello.
Nel 2022 viene presentato il Carlo Alfieri vendemmia 2015, prodotto solo in annate eccezionali con le uve che meglio hanno saputo interpretare l’identità del vitigno Barbera, questo vino nasce da una attenta selezione in vigna seguita da un lungo processo di affinamento in legno e in bottiglia.
Un territorio davvero magico, colline e montagne in ogni direzione, e poi il fondovalle che si tinge del verde dei boschi e dell’azzurro del Tanaro. È proprio il fiume a segnare uno dei confini naturali che delimitano questo spazio che nasce nel punto in cui Roero, Langhe e Monferrato si incontrano nelle Terre Alfieri.
La composizione variegata del suolo ci dice che siamo in una terra di frontiera, capace di esprimere nei vini il meglio dei territori limitrofi: i profumi intensi e floreali del Roero; il frutto pieno e la freschezza del Monferrato, l’eleganza, la potenza e la longevità delle Langhe.
Vigneti storici che si alternano a impianti più giovani, per un totale di 20 ettari vitati, distribuiti su quattro diverse colline che da sempre fanno parte delle terre della famiglia Alfieri di Sostegno:
Sansoero: Il nome deriva da una cappella votiva dedicata a San Saverio che si trovava a metà della collina. È la collina più vicina alla residenza, nonché il nucleo più antico di vigne con il Pinot Nero che qui ha una storia centenaria! Il suolo di Sansoero è ricco di argilla e sabbia rossa, che virano al bianco andando verso ovest vengono coltivati Nebbiolo, Barbera, Grignolino e Pinot Nero;
Quaglia: Il suolo della collina Quaglia è caratterizzato non solo da un perfetto mix di sabbie, argilla e limo, ma anche da alte percentuali di sodio, potassio e calcio, che aiutano la vite a sviluppare grappoli con bucce più spesse e resistenti. Il versante sud della collina è vocato alla coltivazione delle viti di Barbera, che vanno a costituire la base viticola per la Barbera d’Asti DOCG La Tota, la Barbera d’Asti Superiore DOCG Alfiera e per il Terre Alfieri Nebbiolo DOCG Costa Quaglia. A nord troviamo il Pinot Nero, utilizzato per produrre il Piemonte Pinot Nero DOC San Germano, il Metodo Classico extra brut millesimato Blanc de Noir e il Piemonte DOC Barbera Pinot Nero Sostegno;
Calandrina: La collina della Calandrina è votata interamente alla coltivazione del Barbera. L’andamento est e nord-est, la conformazione con sabbie e argille bianche e la minor pendenza rispetto a Quaglia consentono una maturazione più tardiva, distesa e uniforme delle uve. La Barbera proveniente dalla Calandrina viene usata in assemblaggio per produrre la Barbera d’Asti DOCG La Tota;
La nostra viticoltura “leggera” con l’equilibrio che significa non forzare la mano della natura, ma guidarla in una direzione in cui possa esprimersi al meglio. Questo si traduce in trattamenti fitosanitari a basso impatto e pratiche agronomiche sostenibili.
Lavorare per sottrazione vuol dire intervenire solo quando necessario, riducendo il numero dei trattamenti all’indispensabile, evitando l’uso di automezzi pesanti e facendo ricorso al diserbo meccanico. Sottrarre vuol anche dire selezionare la qualità direttamente in vigna: fin dagli anni ’90, quando ancora molti agricoltori pensavano fosse una pratica inutile, si effettua il diradamento selettivo al fine di diminuire la quantità di grappoli e concentrare, senza forzature, la massima qualità in ogni grappolo.
Ne derivano vini di grande stile, eleganza, purezza e pulizia che rendono questa realtà d’eccellenza in uno dei territori più espressivi, vini che vi consiglio assolutamente!
Marchesi Alfieri: lunga storia di qualità in un territorio unico
A cura di Giuseppe Petronio
Mi trovi su Instagram @peppetronio
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10 Febbraio, 2024
Esperienza unica tra vigneti e cantina: San Luciano Vini dal 1972 – Parte I
Le Radici Laziali della Famiglia Ziantoni e la Migrazione in Toscana
Nel cuore della suggestiva Toscana, nel territorio di Monte San Savino ad Arezzo, sorge un’azienda vinicola che rappresenta una vera e propria oasi di tradizione e autenticità: San Luciano Vini. Nel 1972 a causa dell’espansione urbana che minava la vitalità dei vigneti familiari a Marino, una pittoresca cittadina laziale famosa per far sgorgare vino dalle sue fontane durante la festa paesana, la famiglia Ziantoni prese una decisione coraggiosa: trasferirsi in Toscana, nel territorio di Monte San Savino, Alta Val di Chiana ad Arezzo. Ovidio e Gina e la piccola Pieve
Ovidio, il capofamiglia, incantato da un terreno particolarmente vocato alla vite acquistò la proprietà di San Luciano. Il luogo catturò anche il cuore di sua moglie Gina, soprattutto la piccola pieve di campagna che presto diventò parte integrante della loro nuova casa nonché il simbolo dell’azienda. Nel corso degli anni, mentre le vendemmie si susseguivano, i figli Marco e Stefano crebbero e assunsero ruoli cruciali nell’evoluzione dell’azienda. Rispetto Ambientale: L’Approccio di San Luciano Oggi questa cantina, che si estende su una vasta proprietà di 100 ettari divisi su tre imponenti colline, è un luogo ancora più magico dove la passione per la viticoltura si fonde con il rispetto per la natura e la valorizzazione delle tradizioni. Accompagnati da Stefano, figlio d’Ovidio e anima polivalente di San Luciano, abbiamo avuto l’opportunità di immergerci nella bellezza dei vigneti che abbracciano la tenuta. La disposizione dei terreni, prevalentemente orientata a sud-est, offre una varietà di esposizioni, con un unico vigneto rivolto a sud-ovest, godendo di un’insolazione più intensa. Nota distintiva è l’assenza di vigneti a nord, una scelta dettata dalla volontà di preservare la qualità e l’autenticità del prodotto. Approccio olistico alla gestione del territorio Oltre alla coltivazione delle viti, San Luciano abbraccia un approccio olistico alla gestione del territorio. L’azienda dedica parte delle sue terre alla coltivazione di seminativi biologici, quali lenticchie, ceci, grano verna e senator Cappelli. Questa pratica riflette la filosofia dell’azienda, un’autentica bolla spazio-temporale in cui convergono competenze diverse, dalla cura dei vigneti all’agriturismo, dai seminativi alla produzione vinicola. Contrariamente alla tendenza comune di affidarsi a esperti specifici per ogni settore, San Luciano abbraccia l’uso esclusivo di prodotti naturali e metodi tradizionali. La produzione, che oscilla tra 250.000 e 300.000 bottiglie a seconda dell’annata, riflette l’impegno per la genuinità, esaltando la varietà dei vitigni, tra cui vermentino, chardonnay, trebbiano e malvasia per i bianchi, e sangiovese, montepulciano, cabernet sauvignon e merlot per i rossi. i Vigneti e la biodiversità I vigneti, alcuni con più di mezzo secolo di storia, sono gioielli da custodire. Le fallanze vengono sostituite, innestate o allungati i cordoni per garantire continuità. Reimpiantare richiede almeno 5 anni di pazienza, poiché il terreno, grosso e sassoso, deve tornare vergine. Due laghetti arricchiscono la tenuta, fornendo acqua agli animali che scendono liberamente dai boschi antichi circostanti. Un ecosistema sano frutto dell’abbandono di chimica e diserbanti Questo ecosistema sano è frutto dell’abbandono di chimica e diserbanti, sostenuto da un lavoro manuale e appassionato, scalzi tra i filari e la terra. Il sistema di allevamento a spalliera, con potatura a cordone speronato, è la scelta di Marco e Stefano per garantire l’equilibrio delle piante in armonia con l’ambiente e il clima. Nonostante la presenza dei due laghi, l’irrigazione è un gesto consapevolmente evitato a San Luciano. Il terreno di medio impasto tendente all’argilloso è già ricco d’acqua, con il caratteristico sasso “occhio di pernice” che dona mineralità in particolare ai vini bianchi. Lo stress idrico, secondo Stefano, è un ingrediente cruciale per creare vini di qualità, innescando una selezione naturale nelle piante. La qualità della produzione è strettamente legata al tipo di pianta e al porta innesto, con una cura particolare per le potature verde e secca, che richiedono l’esperienza di veri esperti. Agriturismo accogliente nella campagna toscana Dai rigogliosi vigneti di San Luciano, ci dirigiamo verso l’accogliente atmosfera dell’agriturismo, pronti a scoprire un altro capitolo dell’esperienza offerta da questa straordinaria tenuta. L’agriturismo di San Luciano è un ritiro in cui la tradizione si fonde con il comfort, creando uno spazio accogliente dove gli ospiti possono immergersi nella bellezza della campagna toscana. Una rapida visita ci fa cogliere l’armonia tra la natura circostante e le strutture accoglienti. La famiglia Ziantoni accoglie gli ospiti in un ambiente che riflette l’autenticità e l’amore per la propria terra. Vinificazione tra Tradizione e Innovazione: Dalle Vasche in Cemento alle Barrique di Rovere Francese Si unisce a noi Eleonora, moglie di Stefano, e ci spostiamo in cantina, tappa fondamentale e cuore pulsante dove il mosto si trasforma in vino. Nella parte dedicata alla vinificazione, ci accolgono i classici tini di acciaio, in cui è possibile eseguire le fermentazioni a temperatura controllata; una parte è dedicata alle vasche in cemento e poi le barrique di rovere francese che accompagnano molti vini nella loro maturazione. Preziosi assaggi di Botte! E poi passiamo all’assaggio di un vermentino speciale che matura in una piccola botte di acacia.
Questa anticipazione di degustazione ci svela una piccola magia che vivremo fra poco nel calice
e ci fa intuire l’impegno che questa realtà investe nella creazione di ogni bottiglia. Etichette magnifiche per vini da scoprire Tutti insieme ci trasferiamo in un’accogliente sala preparata con cura: una tavola imbandita con prodotti locali a km zero ci attende, insieme a bottiglie dalle etichette magnificamente curate. La famiglia Ziantoni ha personalmente dedicato tempo e attenzione a creare nuove etichette, risultato di un brainstorming che ha portato a proposte uniche, capaci di catturare l’attenzione in modo sorprendente. l culmine di questo emozionante viaggio enologico si raggiunge con la degustazione di tre vini bianchi e quattro vini rossi, un’esperienza coinvolgente che si snoda tra racconti autentici e aneddoti avvincenti. Ogni sorso di questi tesori enologici è intriso di storia e passione, creando un’atmosfera unica. Viaggio sensoriale fra profumi, sapori e tradizioni Questi vini meritano una descrizione accurata e dettagliata che sarà approfondita nel prossimo articolo. Sarà un viaggio sensoriale attraverso profumi, sapori e tradizioni che definiscono l’identità unica di San Luciano. Il nostro profondo ringraziamento va intanto a Stefano ed Eleonora, custodi di questa straordinaria eredità enologica, che con passione hanno condiviso con noi un viaggio indimenticabile tra i vigneti e le cantine della loro azienda. Restate dunque sintonizzati per il prossimo capitolo di questo appassionante racconto enologico! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @benedetta.costanzo
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Nel cuore della suggestiva Toscana, nel territorio di Monte San Savino ad Arezzo, sorge un’azienda vinicola che rappresenta una vera e propria oasi di tradizione e autenticità: San Luciano Vini. Nel 1972 a causa dell’espansione urbana che minava la vitalità dei vigneti familiari a Marino, una pittoresca cittadina laziale famosa per far sgorgare vino dalle sue fontane durante la festa paesana, la famiglia Ziantoni prese una decisione coraggiosa: trasferirsi in Toscana, nel territorio di Monte San Savino, Alta Val di Chiana ad Arezzo. Ovidio e Gina e la piccola Pieve
Ovidio, il capofamiglia, incantato da un terreno particolarmente vocato alla vite acquistò la proprietà di San Luciano. Il luogo catturò anche il cuore di sua moglie Gina, soprattutto la piccola pieve di campagna che presto diventò parte integrante della loro nuova casa nonché il simbolo dell’azienda. Nel corso degli anni, mentre le vendemmie si susseguivano, i figli Marco e Stefano crebbero e assunsero ruoli cruciali nell’evoluzione dell’azienda. Rispetto Ambientale: L’Approccio di San Luciano Oggi questa cantina, che si estende su una vasta proprietà di 100 ettari divisi su tre imponenti colline, è un luogo ancora più magico dove la passione per la viticoltura si fonde con il rispetto per la natura e la valorizzazione delle tradizioni. Accompagnati da Stefano, figlio d’Ovidio e anima polivalente di San Luciano, abbiamo avuto l’opportunità di immergerci nella bellezza dei vigneti che abbracciano la tenuta. La disposizione dei terreni, prevalentemente orientata a sud-est, offre una varietà di esposizioni, con un unico vigneto rivolto a sud-ovest, godendo di un’insolazione più intensa. Nota distintiva è l’assenza di vigneti a nord, una scelta dettata dalla volontà di preservare la qualità e l’autenticità del prodotto. Approccio olistico alla gestione del territorio Oltre alla coltivazione delle viti, San Luciano abbraccia un approccio olistico alla gestione del territorio. L’azienda dedica parte delle sue terre alla coltivazione di seminativi biologici, quali lenticchie, ceci, grano verna e senator Cappelli. Questa pratica riflette la filosofia dell’azienda, un’autentica bolla spazio-temporale in cui convergono competenze diverse, dalla cura dei vigneti all’agriturismo, dai seminativi alla produzione vinicola. Contrariamente alla tendenza comune di affidarsi a esperti specifici per ogni settore, San Luciano abbraccia l’uso esclusivo di prodotti naturali e metodi tradizionali. La produzione, che oscilla tra 250.000 e 300.000 bottiglie a seconda dell’annata, riflette l’impegno per la genuinità, esaltando la varietà dei vitigni, tra cui vermentino, chardonnay, trebbiano e malvasia per i bianchi, e sangiovese, montepulciano, cabernet sauvignon e merlot per i rossi. i Vigneti e la biodiversità I vigneti, alcuni con più di mezzo secolo di storia, sono gioielli da custodire. Le fallanze vengono sostituite, innestate o allungati i cordoni per garantire continuità. Reimpiantare richiede almeno 5 anni di pazienza, poiché il terreno, grosso e sassoso, deve tornare vergine. Due laghetti arricchiscono la tenuta, fornendo acqua agli animali che scendono liberamente dai boschi antichi circostanti. Un ecosistema sano frutto dell’abbandono di chimica e diserbanti Questo ecosistema sano è frutto dell’abbandono di chimica e diserbanti, sostenuto da un lavoro manuale e appassionato, scalzi tra i filari e la terra. Il sistema di allevamento a spalliera, con potatura a cordone speronato, è la scelta di Marco e Stefano per garantire l’equilibrio delle piante in armonia con l’ambiente e il clima. Nonostante la presenza dei due laghi, l’irrigazione è un gesto consapevolmente evitato a San Luciano. Il terreno di medio impasto tendente all’argilloso è già ricco d’acqua, con il caratteristico sasso “occhio di pernice” che dona mineralità in particolare ai vini bianchi. Lo stress idrico, secondo Stefano, è un ingrediente cruciale per creare vini di qualità, innescando una selezione naturale nelle piante. La qualità della produzione è strettamente legata al tipo di pianta e al porta innesto, con una cura particolare per le potature verde e secca, che richiedono l’esperienza di veri esperti. Agriturismo accogliente nella campagna toscana Dai rigogliosi vigneti di San Luciano, ci dirigiamo verso l’accogliente atmosfera dell’agriturismo, pronti a scoprire un altro capitolo dell’esperienza offerta da questa straordinaria tenuta. L’agriturismo di San Luciano è un ritiro in cui la tradizione si fonde con il comfort, creando uno spazio accogliente dove gli ospiti possono immergersi nella bellezza della campagna toscana. Una rapida visita ci fa cogliere l’armonia tra la natura circostante e le strutture accoglienti. La famiglia Ziantoni accoglie gli ospiti in un ambiente che riflette l’autenticità e l’amore per la propria terra. Vinificazione tra Tradizione e Innovazione: Dalle Vasche in Cemento alle Barrique di Rovere Francese Si unisce a noi Eleonora, moglie di Stefano, e ci spostiamo in cantina, tappa fondamentale e cuore pulsante dove il mosto si trasforma in vino. Nella parte dedicata alla vinificazione, ci accolgono i classici tini di acciaio, in cui è possibile eseguire le fermentazioni a temperatura controllata; una parte è dedicata alle vasche in cemento e poi le barrique di rovere francese che accompagnano molti vini nella loro maturazione. Preziosi assaggi di Botte! E poi passiamo all’assaggio di un vermentino speciale che matura in una piccola botte di acacia.
Questa anticipazione di degustazione ci svela una piccola magia che vivremo fra poco nel calice
e ci fa intuire l’impegno che questa realtà investe nella creazione di ogni bottiglia. Etichette magnifiche per vini da scoprire Tutti insieme ci trasferiamo in un’accogliente sala preparata con cura: una tavola imbandita con prodotti locali a km zero ci attende, insieme a bottiglie dalle etichette magnificamente curate. La famiglia Ziantoni ha personalmente dedicato tempo e attenzione a creare nuove etichette, risultato di un brainstorming che ha portato a proposte uniche, capaci di catturare l’attenzione in modo sorprendente. l culmine di questo emozionante viaggio enologico si raggiunge con la degustazione di tre vini bianchi e quattro vini rossi, un’esperienza coinvolgente che si snoda tra racconti autentici e aneddoti avvincenti. Ogni sorso di questi tesori enologici è intriso di storia e passione, creando un’atmosfera unica. Viaggio sensoriale fra profumi, sapori e tradizioni Questi vini meritano una descrizione accurata e dettagliata che sarà approfondita nel prossimo articolo. Sarà un viaggio sensoriale attraverso profumi, sapori e tradizioni che definiscono l’identità unica di San Luciano. Il nostro profondo ringraziamento va intanto a Stefano ed Eleonora, custodi di questa straordinaria eredità enologica, che con passione hanno condiviso con noi un viaggio indimenticabile tra i vigneti e le cantine della loro azienda. Restate dunque sintonizzati per il prossimo capitolo di questo appassionante racconto enologico! Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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9 Febbraio, 2024
Specogna. La meraviglia di un luogo, il sogno, l'impegno
Christian Specogna ha 36 anni. Un ragazzo. Un uomo. Fate voi. Poco importa se non a sottolineare come a questa età sia difficile trovare persone dotate di grande equilibrio.
Avete presente Philippe Petit? Divenne famoso certo per le sue imprese di equilibrio ma soprattutto per esser passato, il 7 agosto 1974, da una torre all’altra del World Trade Center di New York (si, quelle distrutte dall’attacco terroristico del 2001). Senza rete, a 400 metri di altezza, con il costante rischio di sfracellarsi al suolo. Compie l’impresa senza patemi d’animo. Senza paura. Senza alcun tipo di tentennamento. Pronto a rifarne un’altra. Christian è così. Un vignaiolo che non solo ha trovato il suo equilibrio ma riesce, costantemente, a trasmetterlo attraverso i suoi vini.
Non capita spesso che citi subito un vino, ma adesso devo proprio farlo: Duality. Credo sia lo specchio della sua anima. Per un vino si utilizza, sempre più spesso, il concetto di Cru: realizzare da una unica vigna qualcosa di particolare poiché legata a quella precisa particella di terra. La vera esaltazione di terroir. Christian invece crea qualcosa di speciale utilizzando due vigneti posizionati in maniera opposta della collina. Una vigna è a nord est, in bassa collina, per esaltare freschezza, aromaticità, balsamicità. L’altra vigna è a sud d’ovest, in alta collina. Struttura, corpo, calore.
Si uniscono gli opposti per generare l’equilibrio.
Detto così appare semplice e semplice lo fa apparire Christian. Ma non lo è affatto. Serve studio, cura, dedizione, sperimentazione, conoscenza e, soprattutto, equilibrio interiore.
Tutte caratteristiche che si ritrovano parlando con Christian Specogna. Quella degli Specogna è una storia di tre generazioni di vignaioli appassionati, direi innamorati del mondo del vino partiti grazie a nonno Leonardo nel 1963. 61 anni fa.
Siamo in Friuli Venezia Giulia sui Colli Orientali. Un territorio fantastico con scenari capaci di incantare. Tanti produttori che hanno reso questo territorio conosciuto grazie a sapienza e passione. Prodotti eccezionali portati alla ribalta con garbo e attenzione. Senza strombazzarli o svenderli.
È il carattere delle persone di questi luoghi. Persone miti, aperte, ospitali. Come lo è chi vive in zone di frontiera. Ospitali e pronti a lavorare senza mai tirarsi indietro.
Già, lavorare, lavorare e ancora lavorare. Basta che sia sulle proprie terre.
Anche se mica è stato sempre così. Nel Friuli, i ricordi della Grande Guerra sono vivi come in nessun altro luogo. Nella memoria di chi ha perso parenti ormai lontani e nei simboli che il territorio stesso conserva.
Dopo la Grande Guerra i resti umani, italiani ed austriaci, furono seppelliti. Per i resti delle case non ce ne fu bisogno visto che poche erano prima, poche rimasero dopo. La povertà, in queste terre di confine, era una consuetudine. Solo che dopo la guerra, con gli uomini decimati, la povertà non poté che aumentare.
La guerra e la povertà disintegrano tutto. Non lo spirito dei Friulani, persone orgogliose e operose. Che ripartono e ce la mettono tutta fino a quando arriva, inesorabile la Seconda Guerra Mondiale. Come uno tsunami che si abbatte sulla spiaggia dopo il ritirarsi delle onde, la Guerra porta via tutto lasciando solo ciò che non serve più a nulla. Ricostruire? Si certo. Ma poi?
Non c’era lavoro qui. Non c’era nulla da fare. Nulla di nulla. Così che le famiglie, allo stremo delle forze, non avevano altra possibilità che mandare i propri figli a lavorare in Svizzera. Li c’era bisogno di manodopera. Operai per le fabbriche. È proprio in Svizzera che viene letteralmente spedito nonno Leonardo. Originario di un piccolo paese delle Valli di Natisone, Montefosca a ridosso con la Slovenia, al compimento dei diciotto anni compie il suo primo viaggio (pensiamo ai nostri figli oggi…). Non si era mai mosso dai dintorni di casa. Non conosceva niente del territorio e continuerà a non conoscerlo perché il viaggio, in corriera, lo porta direttamente in Svizzera, a Lucerna, in acciaieria. Senza fermate.
Non va male però li. Certo, sacrifici. Tanti sacrifici ma utili per poter mettere da parte qualcosa dopo aver aiutato la famiglia nel corso degli anni. Stringere i denti per cinque lunghi anni, è servito. Nonno Leonardo fa ritorno a casa. Stavolta non viaggia in corriera ma in auto. Viaggio condiviso ovviamente perché i soldi servono. Non è una scampagnata ma il viaggio in macchina consente di guardare bene fuori dal finestrino quei paesaggi mai visti prima. È così che Leonardo si innamora perdutamente della sua regione che non era solo quella, comunque bella, delle Valli.
Le suggestive colline di Rocca Bernarda e di Corno di Rosazzo, per le quali occorre passare per tornare a casa, sono suggestive oggi, figuriamoci sessant’anni fa quando niente oltre la natura riusciva a contaminarle. Un territorio tanto bello quanto difficile che ci mise poco a far breccia nel cuore di Leonardo tanto da farlo decidere di investire qui i suoi risparmi. Un semplice pezzo di terra. Non chiedeva altro.
Marzo 1963. Così ha inizio per nonno Leonardo e la moglie una nuova vita. I friulani sono persone miti e meticolose. L’azienda di Leonardo è una azienda agricola a 360 gradi: serve tutto per sopravvivere. Cereali, bestiami. Carne e latte. Fino ad accorgersi della potenzialità del vino. Veniva meglio del latte Meticolosità. Si capisce che c’è potenzialità nell’uva e nel vino. Non che ci fosse tanta esperienza ma il vino si era sempre fatto a casa. Anno dopo anno nonno Leonardo specializza l’azienda in una tenuta vitivinicola. Poi con mio padre Graziano nei fine anni 70 inizio anni 80 si puntò sempre di più alla qualità. Imbottigliamenti, miglioramento del lavoro in cantina e in vigna. Alla fine degli anni 80 le zone del Collio iniziano ad essere sempre più conosciute e riconosciute nonostante il Consorzio sia attivo dal 1964 con il riconoscimento Denominazione Origine Protetta del 1968. Ci vuole altro oltre la qualità mi verrebbe da dire. Come la specializzazione delle aziende e un pò di sano marketing. Oggi siamo alla terza generazione composta da me e mio fratello Michele. Coltiviamo circa 25 ettari a vigneto per 100/120 mila bottiglie l’anno in funzione dell’annata esclusivamente da vigne di proprietà che seguiamo personalmente secondo metodi biologici e biodinamici. In più produciamo anche del miele con gli alveari che abbiamo sule colline e un pò di olio di oliva. Christian è uno di quelli che non sta fermo un attimo. A guardarlo, a parlarci, non sembra. Il tono di voce è di quelli che esprime calma e serenità. Il suo animo però è di una persona in perenne fibrillazione e con il pallino fisso del miglioramento.
Non c’è ossessione nella sua voglia di migliorarsi. È un bisogno quasi fisico non volto a se ma a voler trasmettere, attraverso i suoi vini, la bellezza e la potenzialità di ciò che ha intorno.
Studia e studia tanto. Quelli di Viticoltura ed Enologia a Trieste servono per gestire la parte di vigna e cantina ma se si vuole valorizzare il territorio serve altro. Abbiamo avviato un progetto di zonazione per individuare le caratteristiche intrinseche delle varie particelle. Molto specifiche. Filare per filare per riuscire a creare una carta di identità di ogni appezzamento. Capire sempre meglio come intervenire dove e quando. Quando sei in coltivazione biologica e biodinamica, capire quando e dove intervenire, diventa fondamentale. L’azienda Specogna cresce con gradualità. Nonno e papà lasciano nelle mani di Christian e Michele quindici ettari che diventano venticinque nel giro di dieci anni. Piccole acquisizioni per piccole zonazioni. Un passo alla volta. Senza strafare. Solo quando pronti. Piccoli passi per transitare dal passato al presente proiettandosi verso il futuro. Del passato c’è la memoria storica fatta del nonno e di papà, venuti a mancare da diverso tempo. Oggi siamo in una fase climatica tremendamente diversa ed è dunque fondamentale riuscire a comprendere questa trasformazione. Sessant’anni fa quando iniziò mio nonno, in questa zona nel Friuli, il numero di giornate che in media andavano oltre 30 gradi erano non più di dieci/dodici Oggi siamo a circa 55/60. Maturazione diverse con tempi diversi di maturazione. Tempi di raccolta diversi. Diventa fondamentale capire come aiutare la pianta e il suolo a resistere a queste condizioni. 30 anni fa si guardava solo alla pianta. Oggi invece si guarda al suolo e alla capacità di riuscire a mantenere una grande qualità e vitalità del terreno attraverso sovesci ed inerbimenti particolari nutrizioni con sostanza organica che aiutino ad avere un equilibrio del suolo per aiutare la pianta in queste annate cosi particolari. Siamo noi due con la nostra squadra. C’è mia moglie Violetta che mi da un aiuto in azienda e nella ricezione delle persone che vengono a farci visita. Gli esami non finiscono mai dunque si continua a studiare nella vita e Christian, non essendo uno che fa le cose per caso, continua a studiare. Va all’estero per capire come altri produttori abbiano trattato i vitigni. Piemonte, Toscana, Loira, Borgogna. Tanto per citarne qualcuna. Capisci cosa fanno gli altri ma soprattutto quanto potenziale inespresso ci sia nel tuo territorio. Ecco, questo dovrebbero farlo in molti. Quelli bravi lo chiamano benchmarking. Anche se poi quando vedono che nel vino occorre investire e non solo fare di testa propria, si tirano indietro. Fino a 15 anni fa producevamo solo vini di annata e di pronta beva. Per far emergere ancor di più qualità e potenzialità del territorio e delle nostre colline, iniziammo a studiare le colline stesse e le vigne dando così alla luce vini specifici da cru con potenzialità maggiore. Poi lavori in cantina con affinamenti prolungati e in botte. Macerazioni. Tanta tecnica. Vini attesi e mai maltrattati. Prima i bianchi facevano affinamento soprattutto in acciaio per circa 7 mesi ovvero in uscita nella primavera successiva. Su questi vini ho iniziato a fare affinamenti di 2/4 anni per renderli più particolari. Studio, sperimentazione, cultura, analisi. Testa e tanto cuore. Christian gestisce con il suo garbo e la sua innata positività. Il mio sogno è che i nostri vini siano la nostra rappresentazione. Personalità che ci rappresenti ed identifichi. Li vogliamo sentire nostri. Io sono il primo pignolo e ho una costante voglia di imparare. Appena posso giro le zone vinicole del mondo e confrontarmi. Per me è prima di tutto una passione e un amore e ho una voglia immensa di migliorarci sempre di più. Per lasciare il segno. Contribuire a far conoscere nel mondo l’eccellenza del nostro territorio e la potenzialità delle colline. Sono diventato papà nel 2022 e sarebbe magico lasciare un segno. Proprio per far si che le nuove generazioni ci seguano dobbiamo coinvolgerli con la passione e l’emozione non con la forzatura. Con mia figlio, così come sta facendo mio fratello, dobbiamo fare del nostro meglio e trasferire le emozioni che tutto questo ci da. È quanto hanno fatto i nostri genitori e nostro nonno. Le emozioni. Christian tende a mantenerle celate. Tipico delle persone di queste zone. Tipico per chi pensa a dimostrare le cose con i fatti più che con le parole. Arrivare da una famiglia vissuta nella povertà e nelle difficoltà ma che ha saputo sollevarsi e andare avanti, segna. Segna dentro fino giù nell’anima. Non ce la fai ad essere diverso da così. Nonno aveva una mentalità più di azienda agricola perché era vissuto in quel contesto storico. Papà voleva andare oltre ed normale che quando c’è un cambiamento non è mai facile e devi sempre lottare. Sempre con rispetto ed intelligenza. La stessa cosa con noi. Anche se papà è venuto a mancare da diversi anni e non stava bene da diversi anni. Era una necessità oltre che una volontà darci da fare per subentrare in un altro percorso. Abbiamo iniziato a camminare in vigna. È stato un percorso naturale un pò come accade anche ad altre aziende familiari. Abbiamo iniziato a prendere in mano l’azienda circa quindi anni fa quando ne avevo venti io e ventisette mio fratello che ora segue anche un’altra azienda, la Toblar mentre io principalmente la Specogna. I prodotti che Christian realizza hanno voglia di identità. Voglia di donare eleganza e finezza dunque equilibrio. Riconoscibilità al territorio senza mai perdere il faro della piacevolezza e della bevibilità nel senso più nobile del termine. Pulizia ed eleganza.
Così si creano due tipologie di vini ben distinte attraverso il diverso affinamento: acciaio per i vini di annata e pronta beva; legno per le riserve. Un legno che non camuffa e non aggiunge. Nobilita. Non siamo negli anni novanta dove si utilizzavano le botti senza cognizione di causa. Semmai il legno, utilizzato in maniera intelligente, può essere un grande contenitore che esalta le caratteristiche del vino. È ovvio che bisogna trovare la dimensione giusta. Il legno, la tostatura adeguata. Comprendere quale uva va bene per quale botte. Ricordo gli anni 90. Se un vino non era passato in botte e non potevi dire “barricato”, era meglio non proporlo. A nessuno importava quale fosse il legno, di quale tostatura, ecc. Il risultato? Si utilizzava a caso. Si metteva qualsiasi vino in una botte piccola (perché quella grande non dava molto) e super tostata.
Non che l’acciaio sia esente da critiche: usato male, e si usa male, tende a standardizzare o dare problematiche di riduzione e chiusura del vino. Le anfore possono essere troppo ossidanti. Insomma, ogni materiale ha pro e contro e va capito, dopo attento studio, come utilizzarlo correttamente. Un mio amico vignaiolo diceva che il vino può affinare in qualsiasi contenitore basta che non si senta quel contenitore. Per arrivare a farlo occorre comprendere perfettamente le proprie uve La stagione e fare le scelte ottimali. In una stagione fredda quindi con più acidità vado a scegliere un legno più nuovo che può reggere bene l’ossigenazione. Per le annate più calde con acidità bassa e grado alcolico elevato prediligo legni più vecchi con meno ossigenazione per non avere pesantezza ed opulenza tale da perdere equilibrio. L’utilizzo della botte dunque non maschera, se bene utilizzate, il territorio. Molto spesso utilizzo botti non tostate quindi legno a lunghissima stagionatura all’aria aperta e anche questo evita che la botte vada a sovrastare il vitigno dunque il vino. Le mie sono tutte fermentazioni spontanee e l’ossigeno della botte supporta la fermentazione alcolica. Non faccio mai travasi dunque lascio le fecce e i lieviti che ci sono. Ecco che l’ossigenazione della botte previene i rischi di chiusura per riduzione. Essendo legni non tostati ci sono meno sensazioni che andrebbero a coprire il vino. Le prime volte che si bevono i nostri vini non si immagina abbiano fatto affinamenti in legno e questa per me è una cosa bellissima. L’amore e la passione con la quale Christian parla del suo lavoro è quella di un papà che parla dei suoi figli. C’è un progresso nella crescita di un bambino come quella di un vino. Si adattano i comportamenti di padre a quelli di un figlio così come si cerca di guidarlo verso il meglio senza prevaricare troppo. Le stagioni differenti, le annate diverse necessitano cure diverse, accorgimenti diversi. Così fa Christian con i suoi vini. Ogni pezzo del suo discorso è orientato a mantenere uno stile ed una identità. Sua e ancor di più del territorio. Cresce lui per far crescere il territorio. Si migliora lui per migliorare la percezione del territorio. Non si vede in un luogo diverso da qui. Come se fosse parte della Rocca Bernarda. Devo sempre migliorarmi perché con il clima diverso e si riparte sempre da zero. Con l’esperienza si acquisiscono nozioni per supportare in vigna e in cantina. Bisogna essere sempre aggiornati sulle evoluzioni tecnologiche. Piccoli dettagli che fanno la qualità. Uno come Christian sa che si è sudato e guadagnato tutto ciò che ha. Certo, senza nonno Leonardo e papà Graziano non ci sarebbe tutto questo. Ma tutto questo è frutto di tanto tanto ma tanto altro. E la fortuna non c’entra. La fortuna te la cerchi. Se stai seduto sul divano non arriva nessuna fortuna da te. Quindi nulla è per caso. La fortuna piò capitare una volta ma poi devi essere in grado di mantenerlo. 25 ettari vitati. Oltre centomila bottiglie. Una bella azienda, senza dubbio. Ma Christian è e rimane umile. Un passo per volta. Con tanto lavoro dietro le quinte. Quello che la gente non vede. Fine settimana dedicati al lavoro. Orari estremi e tanti sacrifici. Senza questo, non si ottiene nulla e la fortuna, se c’è stata, passa velocemente. C’è tanto lavoro sia nella produzione sia nella comunicazione per far scoprire chi siamo. Quando parlo di vino sono sincero ed onesto. Non mi sono mai nascosto o tirato indietro. La sincerità di un racconto vero. Raccontare ciò che sono e che voglio portare avanti. Christian Specogna, una persona intelligente e positiva. Orientata al futuro. Convinto più che mai che quanto fatto e quanto riesce a fare ogni giorno rappresenta il meglio che si possa fare. Nessun pentimento. Penso al futuro. Ciò che faccio lo penso tra venti anni. Un investimento, una piantina. I lavori fatti li penso in modo che possano essere portati avanti di decenni. Rimpianti no. Proseguire. Se non sei ottimista in questo settore non vai avanti. L’unica fortuna nel nostro mestiere è sperare che il clima sia dalla tua. Ho una moglie che è vicino a me che è super stimolante e sono fortunato. Con mio fratello abbiamo un bell’equilibrio. Non ho volutamente parlato dei vini di Specogna, se non di Duality (comunque recensito sul mio blog Instagram) perché i vini sono la parte meno rilevante della narrazione ancorché più importante per l’azienda. Quando parli con Christian è come se li bevessi e comunque quando li bevi trovi esattamente quello che ti dice. I vitigni sono quelli friulani ma non mancano le contaminazioni (anche se in un territorio di confine certi vitigni si perdono nel tempo).
Friulano e Ribolla Gialla con immissione di Sauvignon Blanc, Chardonnay, Pinot Grigio e Malvasia per i bianchi; Refosco, Schioppetino, Pignolo, Merlot, Cabernet Franc & Sauvignon per i rossi. In arrivo una Malvasia Riserva che nasce proprio da un progetto di zonazione: pochi filari per far capire ed esaltare la potenzialità di questa zona (l’etichetta porta la sagoma delle vigne); un Pinot grigio ramato riserva. Sul mio blog recensirò gli altri ma posso già dire che si tratta di piccoli, intensi, capolavori. Dunque stay tuned! Come azienda abbiamo sempre creduto in questa versione a contatto con le bucce portando avanti una tradizione già presente cento anni fa. Grande personalità e struttura con macerazione di oltre due mesi che donano caratteristiche da rosso. Il Pinot Grigio che si è formato da una alterazione del Pinot Nero, attraverso una lunga macerazione, fa rivivere queste radici. Ciò che auguro a Christian e alla Specogna è di non perdere mai lo spirito che li contraddistingue e che sembra essere pervaso da una sensazione di meraviglia. La stessa meraviglia presente negli occhi di nonno Leonardo nel vedere i territori sui quali decise di fermarsi e vivere.
Al lettore auguro di non perdere la possibilità di assaggiare i capolavori di Christian e, come me, sentire la meraviglia e l passione per un territorio fantastico. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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Avete presente Philippe Petit? Divenne famoso certo per le sue imprese di equilibrio ma soprattutto per esser passato, il 7 agosto 1974, da una torre all’altra del World Trade Center di New York (si, quelle distrutte dall’attacco terroristico del 2001). Senza rete, a 400 metri di altezza, con il costante rischio di sfracellarsi al suolo. Compie l’impresa senza patemi d’animo. Senza paura. Senza alcun tipo di tentennamento. Pronto a rifarne un’altra. Christian è così. Un vignaiolo che non solo ha trovato il suo equilibrio ma riesce, costantemente, a trasmetterlo attraverso i suoi vini.
Non capita spesso che citi subito un vino, ma adesso devo proprio farlo: Duality. Credo sia lo specchio della sua anima. Per un vino si utilizza, sempre più spesso, il concetto di Cru: realizzare da una unica vigna qualcosa di particolare poiché legata a quella precisa particella di terra. La vera esaltazione di terroir. Christian invece crea qualcosa di speciale utilizzando due vigneti posizionati in maniera opposta della collina. Una vigna è a nord est, in bassa collina, per esaltare freschezza, aromaticità, balsamicità. L’altra vigna è a sud d’ovest, in alta collina. Struttura, corpo, calore.
Si uniscono gli opposti per generare l’equilibrio.
Detto così appare semplice e semplice lo fa apparire Christian. Ma non lo è affatto. Serve studio, cura, dedizione, sperimentazione, conoscenza e, soprattutto, equilibrio interiore.
Tutte caratteristiche che si ritrovano parlando con Christian Specogna. Quella degli Specogna è una storia di tre generazioni di vignaioli appassionati, direi innamorati del mondo del vino partiti grazie a nonno Leonardo nel 1963. 61 anni fa.
Siamo in Friuli Venezia Giulia sui Colli Orientali. Un territorio fantastico con scenari capaci di incantare. Tanti produttori che hanno reso questo territorio conosciuto grazie a sapienza e passione. Prodotti eccezionali portati alla ribalta con garbo e attenzione. Senza strombazzarli o svenderli.
È il carattere delle persone di questi luoghi. Persone miti, aperte, ospitali. Come lo è chi vive in zone di frontiera. Ospitali e pronti a lavorare senza mai tirarsi indietro.
Già, lavorare, lavorare e ancora lavorare. Basta che sia sulle proprie terre.
Anche se mica è stato sempre così. Nel Friuli, i ricordi della Grande Guerra sono vivi come in nessun altro luogo. Nella memoria di chi ha perso parenti ormai lontani e nei simboli che il territorio stesso conserva.
Dopo la Grande Guerra i resti umani, italiani ed austriaci, furono seppelliti. Per i resti delle case non ce ne fu bisogno visto che poche erano prima, poche rimasero dopo. La povertà, in queste terre di confine, era una consuetudine. Solo che dopo la guerra, con gli uomini decimati, la povertà non poté che aumentare.
La guerra e la povertà disintegrano tutto. Non lo spirito dei Friulani, persone orgogliose e operose. Che ripartono e ce la mettono tutta fino a quando arriva, inesorabile la Seconda Guerra Mondiale. Come uno tsunami che si abbatte sulla spiaggia dopo il ritirarsi delle onde, la Guerra porta via tutto lasciando solo ciò che non serve più a nulla. Ricostruire? Si certo. Ma poi?
Non c’era lavoro qui. Non c’era nulla da fare. Nulla di nulla. Così che le famiglie, allo stremo delle forze, non avevano altra possibilità che mandare i propri figli a lavorare in Svizzera. Li c’era bisogno di manodopera. Operai per le fabbriche. È proprio in Svizzera che viene letteralmente spedito nonno Leonardo. Originario di un piccolo paese delle Valli di Natisone, Montefosca a ridosso con la Slovenia, al compimento dei diciotto anni compie il suo primo viaggio (pensiamo ai nostri figli oggi…). Non si era mai mosso dai dintorni di casa. Non conosceva niente del territorio e continuerà a non conoscerlo perché il viaggio, in corriera, lo porta direttamente in Svizzera, a Lucerna, in acciaieria. Senza fermate.
Non va male però li. Certo, sacrifici. Tanti sacrifici ma utili per poter mettere da parte qualcosa dopo aver aiutato la famiglia nel corso degli anni. Stringere i denti per cinque lunghi anni, è servito. Nonno Leonardo fa ritorno a casa. Stavolta non viaggia in corriera ma in auto. Viaggio condiviso ovviamente perché i soldi servono. Non è una scampagnata ma il viaggio in macchina consente di guardare bene fuori dal finestrino quei paesaggi mai visti prima. È così che Leonardo si innamora perdutamente della sua regione che non era solo quella, comunque bella, delle Valli.
Le suggestive colline di Rocca Bernarda e di Corno di Rosazzo, per le quali occorre passare per tornare a casa, sono suggestive oggi, figuriamoci sessant’anni fa quando niente oltre la natura riusciva a contaminarle. Un territorio tanto bello quanto difficile che ci mise poco a far breccia nel cuore di Leonardo tanto da farlo decidere di investire qui i suoi risparmi. Un semplice pezzo di terra. Non chiedeva altro.
Marzo 1963. Così ha inizio per nonno Leonardo e la moglie una nuova vita. I friulani sono persone miti e meticolose. L’azienda di Leonardo è una azienda agricola a 360 gradi: serve tutto per sopravvivere. Cereali, bestiami. Carne e latte. Fino ad accorgersi della potenzialità del vino. Veniva meglio del latte Meticolosità. Si capisce che c’è potenzialità nell’uva e nel vino. Non che ci fosse tanta esperienza ma il vino si era sempre fatto a casa. Anno dopo anno nonno Leonardo specializza l’azienda in una tenuta vitivinicola. Poi con mio padre Graziano nei fine anni 70 inizio anni 80 si puntò sempre di più alla qualità. Imbottigliamenti, miglioramento del lavoro in cantina e in vigna. Alla fine degli anni 80 le zone del Collio iniziano ad essere sempre più conosciute e riconosciute nonostante il Consorzio sia attivo dal 1964 con il riconoscimento Denominazione Origine Protetta del 1968. Ci vuole altro oltre la qualità mi verrebbe da dire. Come la specializzazione delle aziende e un pò di sano marketing. Oggi siamo alla terza generazione composta da me e mio fratello Michele. Coltiviamo circa 25 ettari a vigneto per 100/120 mila bottiglie l’anno in funzione dell’annata esclusivamente da vigne di proprietà che seguiamo personalmente secondo metodi biologici e biodinamici. In più produciamo anche del miele con gli alveari che abbiamo sule colline e un pò di olio di oliva. Christian è uno di quelli che non sta fermo un attimo. A guardarlo, a parlarci, non sembra. Il tono di voce è di quelli che esprime calma e serenità. Il suo animo però è di una persona in perenne fibrillazione e con il pallino fisso del miglioramento.
Non c’è ossessione nella sua voglia di migliorarsi. È un bisogno quasi fisico non volto a se ma a voler trasmettere, attraverso i suoi vini, la bellezza e la potenzialità di ciò che ha intorno.
Studia e studia tanto. Quelli di Viticoltura ed Enologia a Trieste servono per gestire la parte di vigna e cantina ma se si vuole valorizzare il territorio serve altro. Abbiamo avviato un progetto di zonazione per individuare le caratteristiche intrinseche delle varie particelle. Molto specifiche. Filare per filare per riuscire a creare una carta di identità di ogni appezzamento. Capire sempre meglio come intervenire dove e quando. Quando sei in coltivazione biologica e biodinamica, capire quando e dove intervenire, diventa fondamentale. L’azienda Specogna cresce con gradualità. Nonno e papà lasciano nelle mani di Christian e Michele quindici ettari che diventano venticinque nel giro di dieci anni. Piccole acquisizioni per piccole zonazioni. Un passo alla volta. Senza strafare. Solo quando pronti. Piccoli passi per transitare dal passato al presente proiettandosi verso il futuro. Del passato c’è la memoria storica fatta del nonno e di papà, venuti a mancare da diverso tempo. Oggi siamo in una fase climatica tremendamente diversa ed è dunque fondamentale riuscire a comprendere questa trasformazione. Sessant’anni fa quando iniziò mio nonno, in questa zona nel Friuli, il numero di giornate che in media andavano oltre 30 gradi erano non più di dieci/dodici Oggi siamo a circa 55/60. Maturazione diverse con tempi diversi di maturazione. Tempi di raccolta diversi. Diventa fondamentale capire come aiutare la pianta e il suolo a resistere a queste condizioni. 30 anni fa si guardava solo alla pianta. Oggi invece si guarda al suolo e alla capacità di riuscire a mantenere una grande qualità e vitalità del terreno attraverso sovesci ed inerbimenti particolari nutrizioni con sostanza organica che aiutino ad avere un equilibrio del suolo per aiutare la pianta in queste annate cosi particolari. Siamo noi due con la nostra squadra. C’è mia moglie Violetta che mi da un aiuto in azienda e nella ricezione delle persone che vengono a farci visita. Gli esami non finiscono mai dunque si continua a studiare nella vita e Christian, non essendo uno che fa le cose per caso, continua a studiare. Va all’estero per capire come altri produttori abbiano trattato i vitigni. Piemonte, Toscana, Loira, Borgogna. Tanto per citarne qualcuna. Capisci cosa fanno gli altri ma soprattutto quanto potenziale inespresso ci sia nel tuo territorio. Ecco, questo dovrebbero farlo in molti. Quelli bravi lo chiamano benchmarking. Anche se poi quando vedono che nel vino occorre investire e non solo fare di testa propria, si tirano indietro. Fino a 15 anni fa producevamo solo vini di annata e di pronta beva. Per far emergere ancor di più qualità e potenzialità del territorio e delle nostre colline, iniziammo a studiare le colline stesse e le vigne dando così alla luce vini specifici da cru con potenzialità maggiore. Poi lavori in cantina con affinamenti prolungati e in botte. Macerazioni. Tanta tecnica. Vini attesi e mai maltrattati. Prima i bianchi facevano affinamento soprattutto in acciaio per circa 7 mesi ovvero in uscita nella primavera successiva. Su questi vini ho iniziato a fare affinamenti di 2/4 anni per renderli più particolari. Studio, sperimentazione, cultura, analisi. Testa e tanto cuore. Christian gestisce con il suo garbo e la sua innata positività. Il mio sogno è che i nostri vini siano la nostra rappresentazione. Personalità che ci rappresenti ed identifichi. Li vogliamo sentire nostri. Io sono il primo pignolo e ho una costante voglia di imparare. Appena posso giro le zone vinicole del mondo e confrontarmi. Per me è prima di tutto una passione e un amore e ho una voglia immensa di migliorarci sempre di più. Per lasciare il segno. Contribuire a far conoscere nel mondo l’eccellenza del nostro territorio e la potenzialità delle colline. Sono diventato papà nel 2022 e sarebbe magico lasciare un segno. Proprio per far si che le nuove generazioni ci seguano dobbiamo coinvolgerli con la passione e l’emozione non con la forzatura. Con mia figlio, così come sta facendo mio fratello, dobbiamo fare del nostro meglio e trasferire le emozioni che tutto questo ci da. È quanto hanno fatto i nostri genitori e nostro nonno. Le emozioni. Christian tende a mantenerle celate. Tipico delle persone di queste zone. Tipico per chi pensa a dimostrare le cose con i fatti più che con le parole. Arrivare da una famiglia vissuta nella povertà e nelle difficoltà ma che ha saputo sollevarsi e andare avanti, segna. Segna dentro fino giù nell’anima. Non ce la fai ad essere diverso da così. Nonno aveva una mentalità più di azienda agricola perché era vissuto in quel contesto storico. Papà voleva andare oltre ed normale che quando c’è un cambiamento non è mai facile e devi sempre lottare. Sempre con rispetto ed intelligenza. La stessa cosa con noi. Anche se papà è venuto a mancare da diversi anni e non stava bene da diversi anni. Era una necessità oltre che una volontà darci da fare per subentrare in un altro percorso. Abbiamo iniziato a camminare in vigna. È stato un percorso naturale un pò come accade anche ad altre aziende familiari. Abbiamo iniziato a prendere in mano l’azienda circa quindi anni fa quando ne avevo venti io e ventisette mio fratello che ora segue anche un’altra azienda, la Toblar mentre io principalmente la Specogna. I prodotti che Christian realizza hanno voglia di identità. Voglia di donare eleganza e finezza dunque equilibrio. Riconoscibilità al territorio senza mai perdere il faro della piacevolezza e della bevibilità nel senso più nobile del termine. Pulizia ed eleganza.
Così si creano due tipologie di vini ben distinte attraverso il diverso affinamento: acciaio per i vini di annata e pronta beva; legno per le riserve. Un legno che non camuffa e non aggiunge. Nobilita. Non siamo negli anni novanta dove si utilizzavano le botti senza cognizione di causa. Semmai il legno, utilizzato in maniera intelligente, può essere un grande contenitore che esalta le caratteristiche del vino. È ovvio che bisogna trovare la dimensione giusta. Il legno, la tostatura adeguata. Comprendere quale uva va bene per quale botte. Ricordo gli anni 90. Se un vino non era passato in botte e non potevi dire “barricato”, era meglio non proporlo. A nessuno importava quale fosse il legno, di quale tostatura, ecc. Il risultato? Si utilizzava a caso. Si metteva qualsiasi vino in una botte piccola (perché quella grande non dava molto) e super tostata.
Non che l’acciaio sia esente da critiche: usato male, e si usa male, tende a standardizzare o dare problematiche di riduzione e chiusura del vino. Le anfore possono essere troppo ossidanti. Insomma, ogni materiale ha pro e contro e va capito, dopo attento studio, come utilizzarlo correttamente. Un mio amico vignaiolo diceva che il vino può affinare in qualsiasi contenitore basta che non si senta quel contenitore. Per arrivare a farlo occorre comprendere perfettamente le proprie uve La stagione e fare le scelte ottimali. In una stagione fredda quindi con più acidità vado a scegliere un legno più nuovo che può reggere bene l’ossigenazione. Per le annate più calde con acidità bassa e grado alcolico elevato prediligo legni più vecchi con meno ossigenazione per non avere pesantezza ed opulenza tale da perdere equilibrio. L’utilizzo della botte dunque non maschera, se bene utilizzate, il territorio. Molto spesso utilizzo botti non tostate quindi legno a lunghissima stagionatura all’aria aperta e anche questo evita che la botte vada a sovrastare il vitigno dunque il vino. Le mie sono tutte fermentazioni spontanee e l’ossigeno della botte supporta la fermentazione alcolica. Non faccio mai travasi dunque lascio le fecce e i lieviti che ci sono. Ecco che l’ossigenazione della botte previene i rischi di chiusura per riduzione. Essendo legni non tostati ci sono meno sensazioni che andrebbero a coprire il vino. Le prime volte che si bevono i nostri vini non si immagina abbiano fatto affinamenti in legno e questa per me è una cosa bellissima. L’amore e la passione con la quale Christian parla del suo lavoro è quella di un papà che parla dei suoi figli. C’è un progresso nella crescita di un bambino come quella di un vino. Si adattano i comportamenti di padre a quelli di un figlio così come si cerca di guidarlo verso il meglio senza prevaricare troppo. Le stagioni differenti, le annate diverse necessitano cure diverse, accorgimenti diversi. Così fa Christian con i suoi vini. Ogni pezzo del suo discorso è orientato a mantenere uno stile ed una identità. Sua e ancor di più del territorio. Cresce lui per far crescere il territorio. Si migliora lui per migliorare la percezione del territorio. Non si vede in un luogo diverso da qui. Come se fosse parte della Rocca Bernarda. Devo sempre migliorarmi perché con il clima diverso e si riparte sempre da zero. Con l’esperienza si acquisiscono nozioni per supportare in vigna e in cantina. Bisogna essere sempre aggiornati sulle evoluzioni tecnologiche. Piccoli dettagli che fanno la qualità. Uno come Christian sa che si è sudato e guadagnato tutto ciò che ha. Certo, senza nonno Leonardo e papà Graziano non ci sarebbe tutto questo. Ma tutto questo è frutto di tanto tanto ma tanto altro. E la fortuna non c’entra. La fortuna te la cerchi. Se stai seduto sul divano non arriva nessuna fortuna da te. Quindi nulla è per caso. La fortuna piò capitare una volta ma poi devi essere in grado di mantenerlo. 25 ettari vitati. Oltre centomila bottiglie. Una bella azienda, senza dubbio. Ma Christian è e rimane umile. Un passo per volta. Con tanto lavoro dietro le quinte. Quello che la gente non vede. Fine settimana dedicati al lavoro. Orari estremi e tanti sacrifici. Senza questo, non si ottiene nulla e la fortuna, se c’è stata, passa velocemente. C’è tanto lavoro sia nella produzione sia nella comunicazione per far scoprire chi siamo. Quando parlo di vino sono sincero ed onesto. Non mi sono mai nascosto o tirato indietro. La sincerità di un racconto vero. Raccontare ciò che sono e che voglio portare avanti. Christian Specogna, una persona intelligente e positiva. Orientata al futuro. Convinto più che mai che quanto fatto e quanto riesce a fare ogni giorno rappresenta il meglio che si possa fare. Nessun pentimento. Penso al futuro. Ciò che faccio lo penso tra venti anni. Un investimento, una piantina. I lavori fatti li penso in modo che possano essere portati avanti di decenni. Rimpianti no. Proseguire. Se non sei ottimista in questo settore non vai avanti. L’unica fortuna nel nostro mestiere è sperare che il clima sia dalla tua. Ho una moglie che è vicino a me che è super stimolante e sono fortunato. Con mio fratello abbiamo un bell’equilibrio. Non ho volutamente parlato dei vini di Specogna, se non di Duality (comunque recensito sul mio blog Instagram) perché i vini sono la parte meno rilevante della narrazione ancorché più importante per l’azienda. Quando parli con Christian è come se li bevessi e comunque quando li bevi trovi esattamente quello che ti dice. I vitigni sono quelli friulani ma non mancano le contaminazioni (anche se in un territorio di confine certi vitigni si perdono nel tempo).
Friulano e Ribolla Gialla con immissione di Sauvignon Blanc, Chardonnay, Pinot Grigio e Malvasia per i bianchi; Refosco, Schioppetino, Pignolo, Merlot, Cabernet Franc & Sauvignon per i rossi. In arrivo una Malvasia Riserva che nasce proprio da un progetto di zonazione: pochi filari per far capire ed esaltare la potenzialità di questa zona (l’etichetta porta la sagoma delle vigne); un Pinot grigio ramato riserva. Sul mio blog recensirò gli altri ma posso già dire che si tratta di piccoli, intensi, capolavori. Dunque stay tuned! Come azienda abbiamo sempre creduto in questa versione a contatto con le bucce portando avanti una tradizione già presente cento anni fa. Grande personalità e struttura con macerazione di oltre due mesi che donano caratteristiche da rosso. Il Pinot Grigio che si è formato da una alterazione del Pinot Nero, attraverso una lunga macerazione, fa rivivere queste radici. Ciò che auguro a Christian e alla Specogna è di non perdere mai lo spirito che li contraddistingue e che sembra essere pervaso da una sensazione di meraviglia. La stessa meraviglia presente negli occhi di nonno Leonardo nel vedere i territori sui quali decise di fermarsi e vivere.
Al lettore auguro di non perdere la possibilità di assaggiare i capolavori di Christian e, come me, sentire la meraviglia e l passione per un territorio fantastico. Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
8 Febbraio, 2024
La Sardegna di VINODABERE 2024
IL COSA ED IL DOVE
Seconda Edizione per LA SARDEGNA DI VINODABERE, Evento romano dedicato dall’omonima testata (con la collaborazione, quest’anno, di Roberta Perna) a Vini e Territori di un’isola che è in realtà un piccolo continente.
Nei giorni 21 e 22 Gennaio u.s. le sale dell’Hotel Belstay di Roma si sono dunque riempite di una gran folla di giornalisti, addetti del settore e “semplici” winelovers desiderosi di perdersi tra Territori e Tradizioni seguendo i racconti dei numerosi produttori presenti.
Una due giorni riuscitissima (nonostante la mancanza di alcune “compagini”) che merita assolutamente di essere messa in agenda sin da ora per il prossimo 2025.
GLI ASSAGGI
Oltre 30 le Aziende presenti e fin troppi vini da assaggiare (soprattutto per uno solosolo come me), banchi d’assaggio e masterclass.
Ce n’era per tutti e per tutti i gusti!
Per me è stata una giornata particolarmente impegnativa (complicatissimo gestire passione e gare del nano di famiglia senza avere il dono dell’ubiquità).
M’ero fatto una bella lista del “cosa” assaggiare ma, come spesso mi succede, è rimasta a casa, dunque…
Dunque non m’è restato che affidarmi a occhio, naso, estro, fortuna e zigzagare senza meta tra i vari tavoli, scegliendo le novità senza tralasciare completamente le vecchie conoscenze.
Ed ovviamente i risultati sono stati assolutamente all’altezza delle aspettative.
Tanta ma tanta Qualità e Produttori orgogliosi di presentare il frutto delle loro fatiche inquadrandolo nel tempo e nel luogo.
Vabbè, di seguito potrete tediarVi con le note di degustazione relative alla mia personalissima “TOP TEN” (degli altri vini potrete leggere qui), precipitateVi dunque ad assaggiare di persona ché, come ormai ben saprete, del mio giudizio è meglio non fidarsi.
TENUTA MUSCAZEGA
Siamo a Luras (SS).
È la pittrice romana Laura Carmina a mettere in piedi l’Azienda nel 2006.
3ha (sui 40 totali) curati in maniera maniacale e dedicati principalmente a quel Nebbiolo che sembra essere stato introdotto sull’Isola dal Generale La Marmora.
Una filosofia produttiva che la Produttrice riassume benissimo con: “piccola vigna, piccoli numeri, grandi vini”.
Le bellissime etichette?
Indovinate chi le ha disegnate!?
COLLI DEL LIMBARA IGT NEBBIOLO “DISIZU” 2021: un naso arrembante, tutto spezie pizzicose, macchia mediterranea, salvia, rosmarino, anice, liquirizia e frutta succosa in una atmosfera da età del ferro.
Sorso fresco e birbante segnato da tannini simpaticamente arruffati ma affatto maleducati, sapido e con una chiusura vergata dalle note amaricanti delle erbe aromatiche.
Se lo doveste aprire con degli amici, abbiate cura di averne almeno un paio di bottiglie di scorta.
Da bere ascoltando “DESIRE” degli U2.
LA CONTRALTA
Una giovane realtà (2019) che fa dell’attesa la propria filosofia.
Vinificazioni complesse, anfora, cemento, legno, acciaio, nessuna fretta di imbottigliare…
7ha suddivisi in 2 appezzamenti (5 ad Enas dedicati al Vermentino e 2 a Palau dove il Cannonau viene coltivato ad alberello).
4 i Vermentini in catalogo, tutti spiazzanti e che ben evidenziano la mano dell’enologo.
ISOLA DEI NURAGHI IGT VERMENTINO “SICUT ERAT” 2022: 2 mesi di macerazione sulle bucce e 9 mesi di anfora per un naso che lascia basiti.
Un sabba di dolcezze colorate di giallo (miele, mela cotogna, ginestra, mimosa) e verdi, erbacee freschezze (salvia, menta, rosmarino, macchia mediterranea).
Il sorso è di disarmante sostanza, affilato eppure di grassezza quasi burrosa, tannico da volerne subito assaggiare ancora, con i piedi ben piantati nelle dolcezze della frutta gialla ed un finale che è sguardo rivolto alle fresche ed amaricanti sensazioni delle foglie di menta.
Davvero bello!
Da bere ascoltando “SWEET DREAM” dei JETHRO TULL.
ISOLA DEI NURAGHI IGT VERMENTINO “AL SOL BRILLA” 2022: 15gg di macerazione sulle bucce, 1 anno di legno, acciaio…
L’impatto olfattivo è impressionante, se stessimo parlando di luce e di eclissi solare ci vorrebbe il vetro affumicato per guardare.
Qui è l’acuto delle dolcezze di miele ed il contraltare amaricante delle noci conservate sotto di esso, è il caldo giallo delle ginestre, sono i cespugli di macchia mediterranea piegati dal vento, sono le erbe aromatiche, i pizzicori peposi…
Ed in bocca tanta ciccia, un sorso glicerico, polposo con un animo decisamente marino, che vive del contrasto tannini-dolcezze e s’allunga, come sguardo all’orizzonte, in un finale tutto piccantezze.
Da bere ascoltando “HALO OF FIRE” dei METALLICA.
LI SEDDI
Siamo a Badesi, di fronte al Golfo dell’Asinara, Azienda a conduzione familiare nata negli anni ’60 dl Secolo scorso e con un oggi poco più che ventennale fatto di recupero di varietà autoctone (Vermentino in primis), coltivazione su sabbia ed impianti a piede franco.
VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE “LI PASTINI” 2022: impianti di 60/70 anni Vi trasportano con la fantasia in faccia al mare, tra cespugli di macchia mediterranea ed erbe aromatiche, amaricante quanto serve, dolce quanto deve.
Il sorso sorprende per una inaspettata carbonica.
Succoso e coinvolgente, teso e privo di qualsiasi cedimento, conferma i descrittori olfattivi e chiude supersalato sulle attese amaritudini.
Bello!
Da bere ascoltando “DREAMS” dei FLEETWOOD MAC.
CANNONAU DI SARDEGNA “MAISTRALI” 2021: faccia al vento ed in direzione ostinata e contraria, contrappone la propria immediata semplicità a quanti cerchino i muscoli nel Cannonau.
Il naso calca la mano sui piccoli frutti ma sono il mirto e la macchia mediterranea a catalizzare l’attenzione, quell’idea minerale di sabbia, il frangersi salino delle onde…
Sorso che riempie e non stanca grazie al giusto di freschezza ed al fascino discolo dei tannini, lascia da parte la frutta e, spada di ferro alla mano, cala il fendente delle amaritudini di erbe officinali.
Chiude balsamico e segnato da un leggero sgarbo laccato che però lo rende di assoluta, contadina eleganza.
Davvero bello!
Da bere ascoltando “BRIGHTON ROCK” dei QUEEN.
AUDARYA
Una storia iniziata negli anni ’50 con un oggi che sta girando la boa dei 10 anni.
Una produzione tutta dedicata alla tradizione con un meritevole focus sui vitigni meno gettonati
ISOLA DEI NURAGHI IGT BOVALE “NURACADA” 2021: liquirizia ed erbe officinali sono lì davanti, in bella mostra, ma è l’anima mediterranea quella che colpisce il cuore: salmastra di onde ed olive in salamoia, di cespugli piegati dal vento.
Poi un tocco di spezie scure ed un ruggito animale.
Il sorso è abbraccio sensuale e scossa di erotica freschezza, carezza di tannini e graffio di profonda sapidità, con una lunghezza balsamica che…
Da bere ascoltando “PELLE” degli AFTERHOURS.
JANKARA
7.5ha in quella Vena di San Leonardo (parte settentrionale della Gallura) che è regno del Vermentino e 2.5 a Mamoiada dedicati al Cannonau.
Una storia di “ritorni” iniziata in un 2006 che ha messo in pausa un’esperienza ventennale negli States.
La produzione?
Manco a dirlo: fortemente identitaria.
VERMENTINO DI GALLURA DOCG SUPERIORE 2022: naso di estrema eleganza, che mixa il giallo della sostanza fruttata con il bianco di una elegante, virginale florealità.
Poi un tocco d’agrume e lo sprint balsamico dell’anice.
Il sorso, ampio e sostanzioso, sorprende per una carbonica assolutamente inattesa.
L’acidità è un cavallo selvaggio che rifiuta redini e sella, un mustang da montare a pelo galoppando col vento in faccia verso il lungo finale di marina sapidità.
Col senno del poi e dopo aver assaggiato quello di cui leggerete subito sotto…pazzesco!
Da bere ascoltando “L’ANNO CHE VERRÀ” di LUCIO DALLA.
VERMENTINO SUPERIORE 2015 (JEROBOAM): dopo 7 anni di vetrato isolamento in una prigione dimensionalmente importante, il calice restituisce la libertà ad un vino che si stenta a riconoscere.
Il mustang s’è trasformato in un elegante arabo e la freschezza e diventata quella ristoratrice di un’oasi.
E mentre l’Oriente delle spezie è lì davanti e Vi propone mollezze di odalische, miele e datteri, ecco la scimitarra della balsamicità dell’anice e delle foglie di tabacco (quelle che le cubane arrotolano sulle cosce) a calamitare l’attenzione
Sorso sinuoso, che accosta con mirabile equilibrio larghezze fresco-sapide a profonda morbidezza fino alla piccantissima chiusura.
Supertoppp!
Da bere ascoltando “YOU CAN’T GET WAT YOU WANT (TILL YOU KNOW WHAT YOU WANT” di JOE JACKSON.
CANNONAU DI SARDEGNA DOC 2019 RISERVA: profilo olfattivo scuro che sciorina prugna, viole, bacche, spezie, il cacao dei boeri, polvere di caffè ed un ché di pirico in un turbinare di fresche folate di macchia mediterranea.
Sorso di elegantissima avvolgenza e grande equilibrio, tannini carezzevoli e finale a ricordarci del frutto.
Semplicemente tanta roba, davvero!
Da bere ascoltando “BAKERMAN” dei LAID BACK.
VITIVINICOLA ALBERTO LOI
Storia familiare per questa Azienda nata nella metà del Secolo scorso.
Una cinquantina di ettari nella zona di Jerzu.
Focus sul Cannonau senza dimenticare gli altri vitigni autoctoni.
CANNONAU DI SARDEGNA DOC JERZU “CARDEDO” 2019 RISERVA: l’olfatto riconoscerà sicuramente prugna ed amarena, l’amaricante liquirizia a darsi di gomito con le dolcezze cioccolatose, pizzicori di spezie e freschezze mentolate ma…quell’idea di “selvaggio” che…che fascino!
Sorso di grande coerenza, che evidenzia sostanza tannica e bella freschezza con un lungo finale in cui frutta e spezie si danno la mano.
Da bere Ascoltando “SENSE OF PURPOSE” dei PRETENDERS.
ED ORA?
Ora è il momento dei ringraziamenti: a VINODABERE per avermi ospitato, ai Produttori per avermi sopportato ed a Voi per avermi letto.
Ed è il momento dei buoni propositi: quello di approfondire la conoscenza di alcuni vini, quello di riassaggiare con calma alcune cose che…ne avrebbero bisogno e quello di ritrovarmi il prossimo anno con meno impicci da gestire e più tempo da dedicare ad un Evento davvero ben organizzato come questo
Roberto Alloi
VINODENTRO
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7 Febbraio, 2024
Venissa, la Venezia che sorprende
Tutti noi siamo stati almeno una volta a Venezia ma Venissa è una realtà a parte tutta da scoprire. Si trova a Mazzorbo, isola che assieme a Torcello e Burano rappresentano la Venezia Nativa. Siamo in un arcipelago di natura, colori, sapori, storia ed arte. In poche parole, siamo a Venezia senza esserlo! Qui le folle di turisti, il rumore delle ruote delle pesanti valigie sui gradini dei ponti e il chiasso delle scolaresche nei piccoli e angusti vicoli del centro saranno solo un ricordo. A pochi minuti a piedi dalla fermata del vaporetto di Burano, appena al di là del ponte che connette le isole di Burano e Mazzorbo, si trova la Tenuta Venissa. Non resisto a tornarci, cogliendo al balzo l’occasione di un private tasting organizzato nell’ambito di Wine in Venice 2024.
Vigne in città
Scoprì poi, grazie ad un team di agronomi ed esperti conoscitori della laguna, la grande tradizione vitivinicola delle isole di Venezia. Queste isole hanno ospitato moltissimi vigneti fino al 1966, anno in cui l’acqua alta distrusse le vigne e sommergendo tutto fece perdere le tracce di questa tradizione millenaria. Le ricerche hanno portato alla scoperta di 88 piante sopravvissute. Il vitigno autoctono scoperto da Bisol corrispondeva al DNA della Dorona di Venezia, dichiarata estinta da tempo.
La Dorona, Garganega lagunare
La Dorona appartiene alla famiglia della Garganega e per secoli ha sfidato il sale e l’acqua alta, adattandosi alle condizioni tipiche della laguna. Si è partiti con la reintroduzione nel novero delle specie autoctone di questo vitigno e dopo un iter burocratico lungo e complicato la Dorona ha riconquistato la sua posizione a tutti gli effetti. Insieme al vitigno gli studi hanno portato alla luce gli antichi metodi di produzione vinicola tipici della tradizione, che prevedevano lunghe macerazioni sulle bucce donando alla Dorona grande longevità oltre che il corpo di un vino rosso.
Il sogno diventa realtà
Gianluca Bisol è riuscito a concretizzare il suo sogno ovvero quello di far rinascere la tradizione vinicola veneziana. Ha individuato una Tenuta nell’isola Mazzorbo il suo “clos” per dirlo alla francese, circondato da mura medievali e con un campanile trecentesco all’interno della vigna. La proprietà, circondata dall’acqua su tre dei quattro lati, è attraversata da un canale e ospita una peschiera. Nonostante il rischio di possibili acque alte che potrebbero distruggere la vigna, Gianluca Bisol decise di ripiantare l’antico vitigno Dorona. Nel 2011 nasce anche il Rosso Venissa, prodotto da una vigna di Merlot e Cabernet Sauvignon nella vicina isola di Santa Cristina, dallo stesso vigneto con l’annata 2013 nasce anche il Rosso Venusa.
Santa Cristina
L’isola di Santa Cristina è attualmente di proprietà della famiglia Swarovski, quasi irraggiungibile se non dalle persone locali, esperte conoscitrici dei canali lagunari. Accessibile solamente in alcuni orari del giorno e in accordo con il ritmo delle maree per non rimanere incagliati, l’isola di Santa Cristina è selvaggia e immersa nella laguna nord. Ospita orti, frutteti e i vigneti di Merlot e Cabernet Sauvignon. Le piante hanno tra i quaranta e sessant’anni e vivono in un equilibrio e simbiosi unici in un posto incontaminato. Si tratta di poco meno di tre ettari con certi biotipi di queste uve rosse che negli anni si sono adattati alla vita in laguna e la produzione è sempre molto limitata, ridotta e orientata all’alta qualità anche in questo caso grazie al terroir lagunare estremo.
Una vera e propria viticoltura eroica, dove le uve vengono trasportate in barca in terraferma per raggiungere poi una cantina della famiglia Bisol nei Colli Euganei per essere vinificate. La produzione è limitatissima: poco più di tremila le bottiglie da mezzo litro per la linea Venissa e poche di più per la linea Venusa. Venissa, l’esperienza Sospesi nel tempo e nello spazio, avvolti da una leggera foschia e dal freddo pungente, circondati dall’acqua che attutisce i rumori, dopo aver doverosamente fatto un giro nella vigna per ascoltare le spiegazioni di questo ambizioso progetto, entriamo in un’accogliente e rustica sala con le vetrate di fronte alla vigna e al campanile trecentesco in restauro, dove ci immergiamo nei colori e nei sapori di questi vini particolari. Gli Assaggi Venusa 2020 Veneto IGT Venissa 2018 Veneto IGT Venissa 2015 Veneto IGT tutte da uva Dorona Generalizzando nei tre calici ho trovato caratteristiche comuni come sentori di frutta disidratata, erbe officinali, frutta secca, scorza d’agrume, miele, con una leggera spezia dolce. In bocca la mineralità e sapidità fanno da padrone con una buona freschezza ed una discreta acidità accompagnate da una delicata trama tannica e da una lunga persistenza. Venusa Rosso 2018 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) Venissa Rosso 2016 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) La Venissa e gli antichi mestieri Non sfugge allo sguardo la bellezza delle etichette studiate da Carlo Moretti (maestro vetraio di Murano) per non disperdere il patrimonio artigianale veneziano. Una foglia d’oro per Venusa Bianco e di rame per Venusa Rosso che sono prodotte e battute a mano una ad una dall’incredibile lavoro artigiano della famiglia Berta Battiloro, che batte ancora a mano le lamine rendendole appunto foglie impalpabili come secoli fa. La famiglia di decoratori Albertini e Spizzamonte creano una diversa decorazione di anno in anno, che viene letteralmente inglobata nella bottiglia grazia alla ricottura nei forni di Murano. Ogni bottiglia è poi incisa con un numero consecutivo oltre a quello delle bottiglie prodotte nell’annata proprio come succede per le litografie rare. Se vi ho incuriosito e decidete di scappare dalla pazza folla fermatevi nel resort e prenotate il celebre ristorante Venissa. Una stella Michelin dal 2012 e una stella Verde, ora regno indiscusso di Francesco Brutto e Chiara Pavan, compagni di mestiere oltre che di vita e creatori amorevoli di una cucina dove mare e terra sono espresse al massimo. Esperienza indimenticabile. Ma questa è un’altra storia… Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads claudia.rivadisanseverino@winetalesmagazine.com The voice of blogger
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Una vera e propria viticoltura eroica, dove le uve vengono trasportate in barca in terraferma per raggiungere poi una cantina della famiglia Bisol nei Colli Euganei per essere vinificate. La produzione è limitatissima: poco più di tremila le bottiglie da mezzo litro per la linea Venissa e poche di più per la linea Venusa. Venissa, l’esperienza Sospesi nel tempo e nello spazio, avvolti da una leggera foschia e dal freddo pungente, circondati dall’acqua che attutisce i rumori, dopo aver doverosamente fatto un giro nella vigna per ascoltare le spiegazioni di questo ambizioso progetto, entriamo in un’accogliente e rustica sala con le vetrate di fronte alla vigna e al campanile trecentesco in restauro, dove ci immergiamo nei colori e nei sapori di questi vini particolari. Gli Assaggi Venusa 2020 Veneto IGT Venissa 2018 Veneto IGT Venissa 2015 Veneto IGT tutte da uva Dorona Generalizzando nei tre calici ho trovato caratteristiche comuni come sentori di frutta disidratata, erbe officinali, frutta secca, scorza d’agrume, miele, con una leggera spezia dolce. In bocca la mineralità e sapidità fanno da padrone con una buona freschezza ed una discreta acidità accompagnate da una delicata trama tannica e da una lunga persistenza. Venusa Rosso 2018 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) Venissa Rosso 2016 Rosso IGT (Merlot 80% + Cabernet Sauvignon) La Venissa e gli antichi mestieri Non sfugge allo sguardo la bellezza delle etichette studiate da Carlo Moretti (maestro vetraio di Murano) per non disperdere il patrimonio artigianale veneziano. Una foglia d’oro per Venusa Bianco e di rame per Venusa Rosso che sono prodotte e battute a mano una ad una dall’incredibile lavoro artigiano della famiglia Berta Battiloro, che batte ancora a mano le lamine rendendole appunto foglie impalpabili come secoli fa. La famiglia di decoratori Albertini e Spizzamonte creano una diversa decorazione di anno in anno, che viene letteralmente inglobata nella bottiglia grazia alla ricottura nei forni di Murano. Ogni bottiglia è poi incisa con un numero consecutivo oltre a quello delle bottiglie prodotte nell’annata proprio come succede per le litografie rare. Se vi ho incuriosito e decidete di scappare dalla pazza folla fermatevi nel resort e prenotate il celebre ristorante Venissa. Una stella Michelin dal 2012 e una stella Verde, ora regno indiscusso di Francesco Brutto e Chiara Pavan, compagni di mestiere oltre che di vita e creatori amorevoli di una cucina dove mare e terra sono espresse al massimo. Esperienza indimenticabile. Ma questa è un’altra storia… Sono Claudia Riva di Sanseverino. Assaggio, degusto, scopro, curioso, provo e condivido. Seguimi su Instagram @crivads claudia.rivadisanseverino@winetalesmagazine.com The voice of blogger
6 Febbraio, 2024
Vini da Terre Estreme a Roma il 25 e 26 febbraio
Coltivare la terra è faticoso. Non ci sono feste né sabati né domeniche. Il ciclo della natura non ammette pause. Poi ci sono le piogge, la grandine, il caldo, il freddo con le gelate, la siccità quando non piove per mesi. Gli insetti, i parassiti, i cinghiali, le volpi, i roditori. Dimentico qualcosa? Magari si. Si deve stare attenti o tenere in conto di così tante cose che verrebbe da gettare la spugna.
Pensate se a tutto questo si aggiunge la difficoltà intrinseca del terreno. Coltivare ad esempio qualcosa come la vite in montagna o comunque su un pendio scosceso è qualcosa di eroico.
Viticoltura eroica. È cosi che si definisce la viticoltura di coraggiosi contadini che, certo non per scelta quanto per necessità, si trovano a fare i conti con terreni in pendenza superiore al 30%, lembi di terra strappati al mare, gradoni e terrazze. Su e giù per le vigne senza la possibilità benché minima di farsi supportare da qualche mezzo meccanico. La vendemmia si fa rigorosamente a mano così come tutti i trattamenti e per portare giù le cassette con l’uva, ben che ti vada, c’è qualche asino. Altrimenti, cassetta sulle spalle e via.
Questa è la viticoltura eroica che si tramanda di padre in figlio e spesso si interrompe perché ai figli non va di fare il lavoro dei padri. Quando però ci si riesce, si assiste a qualcosa di meraviglioso, poetico e di indubbio valore.
Il 25 e 26 febbraio Roma celebra questi eroi grazie a Vini da Terre Estreme, la manifestazione giunta alla sua tredicesima edizione.
Vini da Terre Estreme è realizzato da Pilota Green con la collaborazione di Andrea Petrini, wine blogger di Percorsi di Vino e responsabile degli eventi di Slow Food Roma.
Presso il Grand Hotel Palatino di via Cavour a Roma si avrà l’opportunità di assaggiare i vini di tanti produttori eroici. Parlare con questi ultimi sarà sicuramente la parte più emozionante.
Il programma prevede l’apertura dei banchi di assaggio domenica 25 e lunedì 26 febbraio alle ore 11 e fino alle 19.30.
Due le Masterclass in programma.
Domenica alle ore 11.30
“Il coraggio di essere unici: paesaggio Chilometrico Consapevole”. Degustazione di dieci etichette eroiche delle “Cantine del Recupero”, una rete di vignaioli custodi della terra e protagonisti in vigna. Recuperano la tradizione in campo, riutilizzano i terreni e i vitigni abbandonati preservando e salvaguardando i territori e la loro biodiversità. Una rete aperta ed inclusiva per chi vuole avere un approccio consapevole e sostenibile che oggi vede giovani appassionati come Andrea Peradotto e il gruppo di Braccia Rese così come affermati e riconosciuti viticoltori come Mauro Giardini, Francesco Bordini, Elisabetta Foradori e Mateja Gravner.
Guiderà la degustazione Carlo Catani, autore e presidente dell’Associazione Tempi di Recupero che, a seguire, presenterà il suo libro “Il chilometro consapevole”.
Numero chiuso su prenotazione – max 30 posti. Per informazioni info@pilotagreen.it
Domenica alle ore 16.00
“Il coraggio di essere unici: le bolle estreme d’annata”. Andrea Petrini guiderà la degustazione di dieci etichette di spumanti, metodi classici di vecchie annate, provenienti da dieci aree impervie della penisola.
Numero chiuso su prenotazione – max 30 posti. Per informazioni info@pilotagreen.it
Biglietti
I biglietti di ingresso alla manifestazione hanno un costo di 25€. I lettori di Winetalesmagazine potranno però avere uno sconto di 5€, valido direttamente alla cassa dell’evento, per ottenere il quale basta scrivere una email a
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Buona degustazione!
Ivan Vellucci
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com
Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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