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11 Gennaio, 2024

LIFE OF WINE, un viaggio nelle età del vino.

IL COSA ED IL DOVE Undicesima Edizione per LIFE OF WINE, l’Evento degli Eventi organizzato da STUDIO UMAMI e Roberta Perna con la collaborazione di Maurizio Valeriani che consente ad appassionati ed esperti del settore di compiere un viaggio nelle età del vino perdendosi nel mare delle emozioni. 56 le Aziende presenti quest’anno nella ormai consueta location dell’Hotel Villa Pamphili di Roma a presentare le capacità evolutive dei propri vini. GLI ASSAGGI Tanto, troppo (anche se forse meno completa a confronto delle ultime due Edizioni) per una persona sola. Se poi ci mettete in mezzo il tour de force di un fine settimana in cui si sono accavallati ben 5 Eventi enoici e le gare di nuoto di mio figlio beh… Ho fatto quanto nelle mie possibilità, ri-assaggiando per conferma e cercando, vagabondo, quanto occhi, naso, istinto e fortuna mi consigliavano. Tanti pezzi di assoluta bravura, qualche bottiglia che c’ha provato ma non c’è riuscita e comunque, sempre, il piacere di mettere a confronto le proprie emozioni con il parere di chi il vino la ha fatto e lo fa. Di seguito troverete la mia personalissima “top ten”, per gli altri miei assaggi date una letta qui. IL PIEMONTE LA STRADINA Quella de “LA STRADINA” è una storia di amicizia che va al di là del poco vino prodotto (2000 bottiglie). Una storia che racconta di una prima vendemmia nel 2004, delle prime bottiglie nel 2008 e della nascita dell’Azienda nel 2013. Una storia i cui protagonisti sono 5 amici, il Nebbiolo, il porfido rosso, i boschi e la tenacia di voler fare vino là dove la fatica ne è uno degli ingredienti principali. GATTINARA DOCG “RUSET” RISERVA 2015: scuro e fresco il naso, elegante di viole appassite, peposo (ma non macinato), balsamico di liquirizia e tabacco, non dimentico della china e… affumicato. Sorso godurioso, carezzevole il tessuto tannico, traviante la speziatura e con una chiusura che è un geode di preziosa mineralità. Da bere ascoltando “ASTRONOMY” dei METALLICA. L’ALTO ADIGE ERSTE + NEUE Azienda con una storia secolare cui va il merito di aver avuto da sempre il coraggio di puntare sulla Qualità rifuggendo la Quantità. Un esempio di realtà cooperativa cui far riferimento. SÜDTIROL – ALTO ADIGE DOC PINOT BIANCO “PUNAR” 2013: dieci anni vogliono dire spalle larghe ed un olfatto che vira nettamente su note balsamiche strizzando l’occhio ad un finocchietto selvatico che zittisce quasi del tutto le gentilezze floreali e fruttate. Il sorso nasconde nel guanto di velluto delle morbidezze, il pugno di ferro di una freschezza tagliente ed una mineralità profonda. Bellissimo! Da bere ascoltando “ORCA” dei WINTERSLEEP SÜDTIROL – ALTO ADIGE DOC GEWÜRZTRAMINER “PUNTAY” 2009: pesca, vegetalità di sambuco, freschezze di lemongrass e gentilezze di rose si mettono il vestito della festa dimostrando un’eleganza assoluta mentre un soffio di legni nobili mormora in sottofondo. In bocca è sapido e “gewürz”, polposo e masticabile. Dimostra un fascino irresistibile. Da bere ascoltando “FEMME FATALE” dei VELVET UNDERGROUND. CANTINA KALTERN 440ha suddivisi tra 590 soci per una cooperativa che dal 1906 rappresenta un pezzo di storia del vino altoatesino ed è un vero e proprio riferimento non solo per le altre Aziende della Regione. Grande attenzione all’Ambiente ed una produzione fortemente rappresentativa del variegato panorama di habitat produttivi. SÜDTIROL – ALTO ADIGE DOC KALTERNSEE CLASSICO SUPERIORE “QUINTESSENZ” 2018: naso un pochino chiuso che stenta a raccontare la melagrana e, del bosco, i piccoli frutti ed il muschio. Il sorso è invece dinamico e birbante, fresco e di cementizia piccantezza per una piacevolezza di beva assoluta e compulsiva. Da bere ascoltando “DON’T STOP ME NOW” dei QUEEN. IL TRENTINO LETRARI Qui in Vallegarina, Lucia Letrari prosegue il lavoro pionieristico iniziato dal padre Lionello nel 1976 producendo Trento DOC che mixano mascolina energia ed eleganza femminile con risultati “che ‘ntender no li può chi no li prova”. TRENTO DOC BRUT “QUORE” RISERVA 2012: degorgiato a Novembre 2018 lascia che il naso racconti la frutta gialla (anche tropicale), la pasticceria e la frutta secca ma sorprende e mette al tappeto con quella sua profonda anima boschiva che non dimentica neppure la freschezza dei funghi. Sorso di sontuosa morbidezza cui la ritmica della freschezza aggiunge verve ed un ché di spezia ne allunga il finale rendendolo maledettamente intrigante. Bellobello! Da bere ascoltando “THE MAN WITH THE HORN” di MILES DAVIS. L’EMILIA ROMAGNA FATTORIA ZERBINA 27ha di Ravennate a trazione femminile. Impianti ad alberello, parcellizzazione portata all’estremo, 20 cloni di Sangiovese ed una produzione che, oltre ad essere incentrata sul vitigno principe del Territorio, tiene nella stessa considerazione l’Albana e la Botritys per produrre vini da dessert con un animo profondamente francese. ROMAGNA DOC SANGIOVESE MARZENO “PIETRAMORA” RISERVA 2004: nell’immediato il naso comunica stanchezza ma…per fortuna il dilungarsi in chiacchiere ha fatto si che lo bevessi con poca attenzione! Ed il calice vuoto, come sempre, ne ha rivelato l’animo celato ai distratti. Frutti rossi e neri ben distinti arricchiscono un cioccolato che sembra quasi di mordere e le spezie sfrucugliano il naso con un intrigante friccicore. Vabbè, mi tocca chiederne un secondo sorso per apprezzarne la corretta rispondenza con l’olfatto, le tostature che rendono interessanti le morbidezze e la materica progressione gustativa supportata da tannini che tessono trama ed ordito mi accompagnano sino al lungo finale. Me so’ sbajato! Capita. Da bere ascoltando “ULTIN TOC” dei MITILI FLK. ROMAGNA IGT BIANCO “TERGENO” 2021: delle tre uve con cui era inizialmente prodotto, Chardonnay, Trebbiano ed Albana, è rimasta solo quest’ultima (per il 40% “Botritizzata”) a regalare un naso di agrumi canditi e fresche amaritudini vegetali di salvia, e nespola intarsiate di idrocarburi già ben più che accennati. Sorso teso ma con una imprescindibile sostanza glicerica cui la profonda sapidità tiene testa ed un finale lungo di dolcezze agrumate. L’Auslese “de noartri” (o viceversa) Bellissimissimo! Da bere ascoltando “DEL MONDO” dei C.S.I. IL LAZIO MUSCARI TOMAJOLI Tarquinia vuol dire quasi mare, vulcani che erano e quegli Etruschi cui il vino deve tanto. Solo 2ha coltivati a Vermentino, Montepulciano e Petit Verdot, grande attenzione all’ambiente, crescita qualitativa costante ed un packaging davvero d’acchiappo. LAZIO IGP ROSSO “AITA” 2020: prendete un mixer e metteteci dentro piccoli frutti rossi, amarene, spezie scure, china, un ché di tostato, liquirizia. Premete il pulsante e…mo provate a dirimere i profumi! Qui, sembra di giocare a shangai! Alzate il bastoncino ma non toccate gli altri! Sorso massiccio, tannini in giacca e cravatta (ma con le sneakers ai piedi) ed un finale che…non finisce. Da bere ascoltando “BULLET AND A TARGET” di CITIZEN COPE. L’ABRUZZO FARAONE A Giulianova, nel 1983, nasceva il Metodo Classico “made in Abruzzo”, ma Faraone è cent’anni che scrive un pezzo di storia del vino abruzzese, dallo sfuso di inizio secolo alle prime bottiglie degli anni ’70. TREBBIANO D’ABRUZZO DOC “SANTA MARIA DELL’ARCO” 2013: annata calda che mette in evidenza terziari idrocarburici quasi prima delle grassezze di frutta gialla matura e candita lasciando che il finale sussurri note boschive e quasi resinose. Sorso pieno, cremoso, masticabile di grandangolare orizzontalità eppure con una spina dorsale di freschezza mai curva, anzi… Un vino che dimostra, se ancora ce ne dovesse essere bisogno, quelle che sono le potenzialità del Trebbiano. Da bere ascoltando “SLEEPING WITH GHOSTS” dei PLACEBO. MONTEPULCIANO D’ABRUZZO COLLINE TERAMANE DOCG RISERVA “SANTA MARIA DELL’ARCO” 2007: sarà per l’annata calda ma qui il naso sembra suggerire calma. Il naso si arrotonda attorno ad una ciliegia scura, dolce, succosa, magari sotto spirito cui seguono tabacchi, iodio ed un lungo corteo di spezie. Sorso ben più dinamico, di freschezza ancora birbante, a tratti quasi agrumato, con tannini di sportiva eleganza ed una sapidità tutta da provare. BELLO! Da bere ascoltando “I’M AN OLD COWHAND (FROM THE RIO GRANDE)” di SONNY ROLLINS. ED ORA? Ora è il momento dei ringraziamenti: ai Produttori per avermi regalato una giornata di intense emozioni ed agli Organizzatori per avermi dato la possibilità di partecipare ad un Evento unico nel suo genere. Ed è il momento delle scuse, agli stessi che ho ringraziato ed a Voi per il ritardo con cui escono queste mie poche parole, per colpa della mia ormai risaputa lentezza e di un fine anno troppo denso di appuntamenti per poter poi mettere su carta le mie impressioni. Cercherò di fare meglio in futuro e, mentre aspetto con ansia la prossima Edizione di LIFE OF WINE, mi appresto ad una Stagione 2024 che si preannuncia davvero ricca di appuntamenti.   Roberto Alloi VINODENTRO
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9 Gennaio, 2024

Famiglia Cecchi: una storia di successo e qualità

Famiglia Cecchi: una storia di successo e qualità Cari amici si riparte con il mio diario e oggi vi racconto dei vini che ho bevuto nelle feste, partendo in particolare quelli di Famiglia Cecchi. L’azienda nasce nel 1893, grazie alla passione e alla dedizione di Luigi Cecchi, che in quegli anni diventa assaggiatore professionista e comprende le potenzialità della viticoltura italiana. Lo spirito imprenditoriale, unito al talento, porta l’azienda ad essere sinonimo di viticoltura di qualità in Italia e nel mondo. L’azienda oggi vanta più di cento anni di storia e diverse realtà sparse in luoghi vocati alla viticoltura tra Toscana e Umbria. Il rispetto dell’ecosistema ha sempre accompagnato la crescita aziendale: l’impatto ambientale minimo è una prerogativa che la famiglia ha deciso di seguire per tutelare il futuro ecologico dell’habitat circostante in ogni contesto in cui si è insediata. Il centro produttivo e direzionale Cecchi si trova a Castellina in Chianti ed è stato oggetto di continui investimenti conservativi, che hanno consentito all’azienda di operare nel rispetto delle persone, del paesaggio e del territorio. La compagine aziendale è composta da cinque realtà: Cecchi, Villa Cerna, Villa Rosa, Val delle Rose e Tenuta Alzatura. Vi racconto i miei assaggi partendo da Villa Cerna, la prima acquisizione di famiglia Cecchi avvenuta all’inizio degli anni Sessanta. In questo luogo, antico monastero dell’anno 1000, Luigi Cecchi riconosce, oltre al valore storico, il grande potenziale vitivinicolo. Dopo la ristrutturazione della Villa, ai piedi della collina, inizia la costruzione della cantina di vinificazione e invecchiamento. I vigneti si estendono sul primo colle che si incontra provenendo da Siena e dirigendosi verso il Chianti Classico, a Castellina in Chianti. Da qui prende il nome il Chianti Classico Primocolle 2020, vinificato in rosso con macerazione prolungata sulle bucce a temperatura controllata e macerazione di 15 giorni cui segue un affinamento di 6 mesi in piccole botti di rovere e minimo 3 mesi in bottiglia, un biglietto da visita di notevole carattere e vivacità, con i tratti peculiari che regala in Sangiovese e che apre le porte al Chianti Classico Villa Cerna Riserva 2019, floreale e armonioso, che stupisce per il suo grande equilibrio tra freschezza e morbidezza al palato, un vino composto da Sangiovese 95% e Colorino per il restante 5%, a differenza del Primocolle segue un affinamento di maggiore lunghezza permanendo per 14 mesi in barriques e tonneaux e per minimo altri 9 mesi in bottiglia. Altra bellissima realtà della Famiglia Cecchi è Villa Rosa, proprietà acquisita dalla Famiglia Lucherini Bandini, che ne son stati attenti custodi per quasi 70 anni. La tenuta di Villa Rosa è fra quelle più ricche di storia a Castellina in Chianti e fra i suoi vigneti si respira l’aria del Chianti Classico da sempre. si estende per 126 ettari di cui 30 a vigneto e 15 a oliveto, su terreni calcarei a matrice argillosa caratterizzati da profili eterogenei che uniscono la roccia di tipo alberese ai galestri scistosi. A predominare su quelle colline è il Sangiovese, ad un’altitudine che varia dai 255 ai 425 metri. Nel 2015, non appena acquisita l’azienda, la Famiglia Cecchi ha iniziato un meticoloso lavoro di caratterizzazione geo-pedologica volto a studiare in modo approfondito il territorio. Da qui è emersa una grande varietà di terreni dove sono stati inseriti i migliori cloni e portainnesti. L’apice della piramide qualtativa è rappresentato dalla Gran Selezione Villa Rosa, con la 2019 che si esprime con grande imponenza, maturità e vivacità, integrando perfettamente il frutto alle note terziarie e speziate, in una elegante armonia tra le parti, con freschezza, sapidità e tessitura tannica in grande equilibrio tra loro. Altro vino degustato in queste feste è il Chianti Classico Ribaldoni 2020, un vino che conferma le potenzialità espressive del territorio, la tipicità del Sangiovese con tutte le sue caratteristiche di vitalità, con una nota balsamica che avvolge tra intense note di marasca e tabacco tostato. I vini di Villa Rosa colpiscono davvero molto, grande struttura e carattere accompagnati da vigore ed eleganza, vini che assolutamente devono ritornare nella mia cantina e nel mi calice, per cui farò in modo di riprenderli, piaciuti!! Famiglia Cecchi non poteva mancare anche nel cuore produttivo del Morellino di Scansano, dove nel 1996 acquista l’azienda Val delle Rose in località Poggio la Mozza. Qui la Famiglia opera una piccola rivoluzione agricola andando a migliorare non solo le tecniche agronomiche ma anche quelle di cantina. Qui l’azienda viene acquisita con 25 ettari vitati che, con lo studio dei suoli che rivela l’enorme potenziale di questo terroir, si estendono oltrepassando i 100 ettari. Oltre al Sangiovese trovano grande espressione i vitigni internazionali, con due grandi belle scoperte per me con Samma e Aurelio: Samma 2019 è un DOC Maremma Toscana, Cabernet Franc in purezza proveniente da un singolo vigneto “Poggio la Mozza” da cui se ne ricavano sole 6000 bottiglie. Segue una vinificazione in rosso con macerazione prolungata sulle bucce, per massimizzare l’estrazione, in acciaio inox di piccola capacità a temperatura controllata, cui segue una maturazione in barrique per 12 mesi e un affinamento in bottiglia per minimo 6 mesi. Rosso con sfumature violacee, bouquet di prugna e spezie, rosmarino, arancia candita, tannino fitto e grande struttura, sapido e fruttato nel final di bocca; Aurelio 2019 è anch’esso un DOC Maremma Toscana, un nome che omaggia la zona prendendo spunto dall’arteria principale che la attraversa, la Via Aurelia, in questo caso parliamo di un Merlot 95% e Cabernet Franc 5%, come il precedente vino ha un lungo contatto con le bucce massimizzandone l’intensità, 12 mesi di barrique e 6 di bottiglia, regala grande struttura nel calice, un rosso rubino luminoso, mirtilli e ribes al naso, seguiti da tabacco e cacao, tannini integrati e morbidezza in un sorso di grande piacevolezza. Un cenno infine a Tenuta Alzatura: alla fine degli anni Novanta, l’azienda oltrepassa per la prima volta nella sua storia i confini della Toscana, per affrontare una nuova avventura produttiva. L’acquisto in Umbria della Tenuta, nel territorio del Sagrantino di Montefalco, comporta una riorganizzazione della strategia produttiva, agronomica ed enologica, al fine di adattarsi alla nuova realtà. Sono molto curioso di provare anche il lato umbro di questa azienda. Altra realtà che non tratterò in questo articolo e che fa sempre parte della stessa compagine, è il marchio Cecchi, anch’esso caratterizzato da diverse altre chicche enologiche provenienti da San Gimignano, Montepulciano, Montalcino, Montefalco, Maremma e altri meravigliosi luoghi della Toscana. Cecchi è una storia di famiglia, di successo, di qualità, di rispetto del territorio e delle tradizioni, una realtà da approfondire in tutte le sue declinazioni e che spero di poter visitare in prima persona. Come detto, tutti vini di notevole fattura e che incontrano il mio gusto, da mettere in cantina e nel calice quanto prima!! A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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8 Gennaio, 2024

Comunicare con l’olfatto, la proposta esperienziale di Montresor

Qual è il senso che ha più connessioni con la sfera delle emozioni, e dunque con la memoria? Senza ombra di dubbio, l’olfatto. Perché l’area del cervello responsabile dell’olfatto è collegata al sistema limbico, il quale ha una diretta connessione l’amigdala, che si occupa dell’elaborazione delle emozioni e con l’ippocampo, che presiede la formazione della memoria. Per questo l’odorato è in grado di captare l’essenza di ciò che ci circonda, imprimendola in maniera indelebile nella mente, fino addirittura a rituffarci nel passato, come narrato da Marcel Proust nel suo celebre libro Alla ricerca del tempo perduto. Probabilmente non con la madeleine rievocata dall’autore francese, ma magari con quella particolare confettura di visciole usata da tua nonna per preparare la crostata… potrebbe capitarti la stessa cosa, al Museo del vino Montresor! E così non solo con questi sentori di frutta rossa conservata, ma anche con il tabacco di quel sigaro, forse il souvenir di un viaggio a Cuba. Oppure le spezie usate per cucinare il brasato di vitello in famiglia, in certe domeniche invernali… Questi ed altri sono i potenti ed inebrianti sentori dell’Amarone nella galleria olfattiva di Montresor, alla chiusura del suo percorso museale. 130 anni di storia tra il territorio d’origine ed i mercati internazionali sono un traguardo che pochi produttori di vino in Italia posso vantare. Cantine Giacomo Montresor ha scelto di condividerlo con gli operatori del settore, oltre che con tutto il pubblico più curioso ed appassionato, inaugurando a dicembre 2022 un Museo del Vino. La sede Montresor è a poche centinaia di metri dal centro storico di Verona, ed il profondo legame con la città è testimoniato dalla prima sezione del percorso narrativo del Museo, che occupa in tutto 500 metri quadrati in un’area ristrutturata della cantina. In questa parte iniziale del percorso il visitatore s’immerge immediatamente nella storia della famiglia Montresor, di cui ci sono chiare testimonianze delle sue origini risalenti alla metà del 17° secolo, quando un ramo della casata del Conte Claude de Montresor, consigliere del Duca d’Orleans, si trasferisce nei pressi della sponda veronese del Lago di Garda. In quei terreni morenici trova l’ambiente ed il clima ideali per proseguire nella viticoltura, già in quei tempi una delle principali attività di famiglia. Sono documentati vari momenti in cui la famiglia Montresor ha favorito nel corso dei secoli successivi lo sviluppo della viticoltura e dell’economia del territorio veronese, ma un momento in particolare segna la nascita dell’azienda come la intendiamo oggi: è il 1892, quando Giacomo Montresor fonda le Cantine Giacomo Montresor. Si tratta del primo atto di un percorso nel mondo del vino, a cui fanno seguito l’acquisto di un’osteria in pieno centro a Verona negli anni ’20 e la costruzione, nel 1934, di quella che tuttora è la sede aziendale. In quest’area del Museo, vengono ripercorsi i passaggi essenziali della storia di Giacomo Montresor e delle 3 generazioni successive, che hanno continuato a far conoscere i vini Montresor in tutto il mondo, dalla prima bottiglia di Recioto Rustego secco del 1946, alla presentazione in Canada nel 1969 di quella che presto sarebbe diventata il simbolo dei vini veronesi in Nord America: la bottiglia satinata d’Amarone della Valpolicella. L’idea di questa bottiglia, detta “Mula”, risale a diversi decenni prima, già al primo Dopoguerra, quando nel periodo dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti le bottiglie vengono stoccate sui ponti dei mercantili. Giacomo Montresor progetta bottiglie di vetro scuro satinato proprio per preservare il vino dagli effetti negativi dell’esposizione al sole. La seconda sezione è dedicata alla tradizione vitivinicola, narrata attraverso i suoi attrezzi agricoli: botti antiche, tini, pigiatrici, aratri… A condurre questo tuffo nel passato è un fattore virtuale della cantina, che guida il visitatore attraverso decenni di tradizioni e cultura popolare. Non poteva mancare in questa parte del Museo un omaggio ai “Torcolotti”, agili e robusti giovani che anticamente recapitavano a famiglie ed osterie veronesi il vino arrivato in città dalla campagna, dotati di una capiente brenta portata a spalle. La terza ed ultima parte del percorso esalta infine il territorio della Valpolicella nel suo complesso: clima, paesaggio e varietà di uve. Vuole ricordare al visitatore che il vino nasce dalla terra e si arricchisce con la cultura che lo circonda, e così ogni bottiglia Montresor è una testimonianza di questo scambio continuo e prezioso con il terroir da cui trae linfa. In linea con questa percezione ampia e profonda della natura è anche la grande opera artistica di Emanuele Marchesini “Dionisiaco e Apollinea”, realizzata con materiali della filiera vitivinicola: vino, vinaccioli, vinacce, raspi, foglie di vigna e vari pigmenti.L’opera s’ispira alla filosofia di Nietzsche, secondo il quale l’uomo vive sospeso tra lo spirito dionisiaco e quello apollineo, tra caos e stasi, tra istinto e razionalità. Così allo stesso modo il vino, vero protagonista del Museo, reca in sé follia e ragione. Quale modo migliore, quindi, per lasciarci trasportare da queste forze opposte, se non attraverso gli ammalianti sentori dell’Amarone nel percorso olfattivo proposto da Montresor? Il Museo è aperto gratuitamente al pubblico tutti i giorni. Una volta conclusa la visita, si potrà degustare una vasta gamma di referenze Montresor presso il wineshop annesso.   Adele Gorni Silvestrini Mi trovi su Instagram @adelegornisilvestrini Passi in Cantina  
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6 Gennaio, 2024

Nebbiolo nel cuore X edizione

E sono dieci! Dieci anni di Nebbiolo nel cuore, nel cuore della Capitale. Riserva Grande organizza questo meraviglioso evento con l’obiettivo di valorizzare un vitigno come il Nebbiolo tra i migliori nel panorama vitivinicolo italiano. Non solo Barolo ma anche una moltitudine di territori da scoprire e preservare. Da Roero a Barbaresco e Barolo; da Gattinara e Ghemme a Boca e Lessona; da Bramaterra e Fara a Sizzano, alle Valli Ossolane; dalle Colline Novaresi alle Coste della Sesia; dalla Valle D’Aosta alla Valtellina, fino a Monferrato, Carema e Canavese; ed alle altre micro realtà che in cui è valorizzato nel nostro territorio, inclusa la piccola ma suggestiva produzione della Sardegna.   Ogni territorio riesce ad esprimere il Nebbiolo in maniera profondamente diversa. Quel “terroir” fantastico che si rispecchia in ogni sfumatura sensoriale da cogliere e custodire gelosamente. Le masterclass e i banchi di assaggio saranno il cuore pulsante di questa valorizzazione, realizzati per approfondire ed apprezzare le differenti sfumature territoriali del Nebbiolo. La manifestazione sarà anche occasione per presentare la GUIDA VADEMECUM NEBBIOLO NEL CUORE: domenica 14.01.23 alle ore 11.30, alla presenza anche della STAMPA ACCREDITATA. Nel corso della presentazione, verranno consegnati i diplomi ai produttori delle etichette che hanno ottenuto i seguenti riconoscimenti d’eccellenza: Il COUP DE COEUR – massimo riconoscimento della guida per quei vini che oltre ad aver ottenuto il massimo punteggio, assegnato con il GRAPPOLO ORO, hanno manifestato un carattere unico ed esclusivo tanto da suscitare un forte impatto emotivo. IL GRAPPOLO ORO – vini che hanno ottenuto il massimo punteggio (i grappoli assegnati sono stati bronzo, argento o oro); Oltre a questi vini d’eccellenza, verranno premiati i vini che rappresentano, al meglio, alcune categorie di valutazione adottate in guida (rappresentate da relative icone), TRE per ogni seguente categoria: TERRITORIALITA’ – vini che si distinguono per la capacità di esprimere al meglio il loro territorio d’origine, caratteristica che li rende riconoscibili e unici. EVOLUZIONE – vini dalle caratteristiche sensoriali che necessitano di ulteriore affinamento, per esprimere compiutamente tutto il potenziale espressivo, comunque già presente al momento della degustazione. EQUILIBRIO– vini dalla eccellente complessiva piacevolezza di beva, grazie al perfetto bilanciamento tra le sensazioni gustative di durezza e morbidezza. VERSATILITA’ – vini dotati di ottima capacità di essere abbinati ad un’ampia varietà di piatti diversi. RAPPORTO QUALITA’ PREZZO – vini che offrono un eccellente equilibrio tra le loro caratteristiche sensoriali, la loro complessità e il loro prezzo di acquisto. Riserva Grande nel corso di questa decima edizione presenterà poi la nuova ed innovativa GUIDA SUL NEBBIOLO e sui suoi territori d’eccellenza. Un vero e proprio vademecum per i suoi utenti, realizzato per mezzo di un’APP: “IL NEBBIOLO”. L’idea è nata grazie alla lunga esperienza maturata nel corso delle diverse edizioni di Nebbiolo nel Cuore, alla condivisione, all’amicizia ed al sostegno di tutti i produttori aderenti, che hanno reso gli eventi creati ogni anno migliori. Per questo, l’APP sarà strettamente legata alla manifestazione e sarà realizzata con l’intento di fornire una panoramica sul Nebbiolo che sia di facile utilizzo ed alla portata di tutti coloro che vorranno approfondirne la conoscenza, oltre il consueto appuntamento annuale ai banchi di assaggio. Appuntamento il 13 e 14 Gennaio 2023 presso il Gran Hotel Palatino (Rione Monti) – via Cavour 213/M – Roma. Noi ci saremo!     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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5 Gennaio, 2024

Aurete. Una storia di amicizia

I sogni dei ragazzi sono quelli che maturano seduti sul muretto, sotto l’ombrellone, al tavolino del bar. Qualunque posto è buono per creare e immaginarsi il futuro. Fare voli pindarici, guardare avanti con l’entusiasmo di chi ha tutta la vita davanti.
C’è una canzone di Antonello Venditti che parla degli amori, quelli che non finiscono, che “fanno dei giri immensi, e poi ritornano. Amori indivisibili. Indissolubili inseparabili. Ma amici mai” (Amici mai). Alcune amicizie sono più dell’amore. O semplicemente sono amore in forma diversa. Proprio tra amici si condividono i sogno di vita, la speranza di qualcosa insieme. Anche se poi la stessa vita ti porta in altre direzioni a fare altre cose. Per poi ritrovarsi un giorno e tornare ad essere indissolubili inseparabili.
Paolo, Giovanni, Eugenio. Tre amici che costruiscono la loro amicizia sui banchi di scuola. Anzi, Paolo e Giovanni la costruiscono già in culla Siamo nati insieme. Eravamo vicini di culletta. 29 gennaio 1983. Lo abbiamo scoperto al liceo. Al quarto ginnasio. Mia madre si ricordò che alla nascita Giovanni ebbe un pò di problemi, ma niente di grave. Il padre fuori cominciò a fare casino per vedere la moglie e mio padre lo calmava. Mamma era disperata perché nessuno si filava me. Tutti andavano da Giovanni.
14 anni dopo, in quarto ginnasio scoprimmo questa cosa perché mamma mi disse “quel ragazzo…”. Da li Siamo diventati amici. Una persona sola. Giovanni già da piccolo cucina. Gli piace. Una di quelle cose che ti ritrovi a fare senza neanche sapere di farlo. È un fenomeno. Così ha aperto due ristoranti con Eugenio. Che abbiamo conosciuto al liceo. Siamo stati sempre insieme. Io però volevo fare l’università perché non mi andava di buttarmi subito nella ristorazione. Loro pure hanno studiato lettere ed economia. Nel frattempo hanno aperto un pub. Di quelli con la carne buona, la birra artigianale. Nel 2021 hanno pure una smoke house, Rub, con le cotture slow, affumicatoi con legni particolari. Paolo se ne va a studiare a Roma. Il classico studente fuori sede che, mosso da grandi ideali, ha grandi idee per il futuro. Si laurea in Scienze Politiche con tanto di tesi sulla cooperazione internazionale e i diritti dei rifugiati e la speranza di proprio in questo campo. Ma quanta è amara la vita vera! Ho lavorato alla Caritas per i rifugiati e i senza tetto. Ho lavorato nel sociale per cinque anni occupandomi di diritti umani. Volevo fare qualcosa di più alto a livello di cooperazione internazionale. Avevo una laurea in fondo e una tesi sviluppata con personaggi influenti a livello internazionale. Però in Italia è cosi. Sono finito a fare l’operatore che pulisce i cessi e fa mangiare questi poveri disgraziati. Vittima delle cooperative senza scrupolo a cui è affidato il servizio. Non a Roma perché ci sono cooperative serie e la Caritas che è del Vaticano. Quanto è amara la vita che ti mette dinanzi alle cose più nere. Al crudo realismo di chi fa le cose per soldi. Soldi che mancano ad un ragazzo che vuole salvare il mondo. Dopo 12 anni sono tornato a Cassino più per un motivo di case. A Roma stavo ovviamente in affitto e in 12 anni ho cambiato 6 case. Andavo sempre più fuori. Dalla Prenestina alla Casilina a Centocelle. Andavo sempre più fuori. L’ultima casa era dopo il Raccordo perché i prezzi erano esagerati. Dovevamo sempre smezzarci la casa e una cosa a 18 anni un’altra a 28/30. A sto punto torno a Cassino mi sono detto. Mi sono fidanzato con la mia attuale moglie e sono tornato a Cassino. Non si possono spegnere però gli ideali quando sono forti. Così Paolo continua a lavorare nel sociale facendo anche un secondo lavoro come spallone delle pompe funebri per arrivare a fine mese. Sono finito in balia di certe cooperative che trattavano minori e minori stranieri non accompagnati sui quali c’è un vero business. Dopo cinque anni di sociale sono uscito distrutto. Ho capito che se vuoi fare sociale non devi percepire soldi altrimenti finisci in mano alle cooperative che lavorano per soldi. Paolo, Giovanni e Eugenio non si sono mai lasciati. Da liceali, da studenti, da laureati. Non è andata proprio bene a Paolo. Un pò meglio a Giovanni e Eugenio con i loro ristoranti.
Si ritrovano la sera per continuare a parlare dei propri sogni. Da appassionati di birre artigianali volevano anche aprire un micro birrificio. L’idea c’era tutta: produrre e vendere birra nei locali. È passata un po’ la moda della birra. Un pò mancava la magia. Anche quando ero a Roma avevo sempre in mente la vigna. Così ho detto a loro: investiamo. E siamo passati da bere birra a veri vini naturali. Già. Perché i ragazzi saranno anche degli idealisti ma mica sono scemi. Leggono, si informano, provano. Capiscono cosa per loro è meglio e cosa posa davvero garantirgli un futuro. Quantomeno una passione da condividere insieme. Per continuare a stare insieme.
Eugenio e Giovanni da imprenditori e amanti del vino naturale conducono Paolo a scoprire questa tipologia di prodotti. Ero arrivato ad un punto dove non bevevo più vini convenzionali. Non bevevo più. Giovanni mi fece scoprire i vini naturali di aziende come Emidio Pepe, La Torretta, La Distesa, Sete. “Questo non è il vino che compro io”! Così iniziammo tutti a bere solo vino naturale. Una sorta di illuminazione. Si certo, del prodotto, della scelta del bere, della filosofia. Soprattutto però di un progetto che, finalmente, prendeva forma nella mente dei tre.
Bisognava partire da zero poiché non c’erano i terreni, non c’era la cantina, non c’erano le viti. Niente di niente. Avevo già la terra vicino Cassino. La campagna era un mio pallino. Volevo pure avviare un allevamento di lumache, le ciammaruche. Mi piaceva l’idea. Era 15 anni fa. Adesso ho 40 anni. Eravamo dei precursori. Con un ettaro ci fai miliardi di lumache. Insomma occorreva trovarli i terreni. Giovanni e Paolo iniziano a girare le valli intorno Cassino, città in cui vivono. La valle di Comino ad esempio che nella zona va per la maggiore per il Cabernet e il Maturana. Le terre costavano troppo, il Cabernet non mi convinceva. Capitò poi che con uno nostro amico ricordavamo di quando andavamo ad Esperia ed era pieno di vigne. Ci siamo andati e abbiamo visto un cartello vendesi su una terra: quel giorno stesso ce la siamo comprata. Esperia è un piccolo paese con poco meno di 4000 anime posto a metà strada tra Cassino e il mare di Formia. Una andirivieni di vallate sopraelevate formatesi dall’emersione dal mare delle terre in epoche antiche. Mare che con la sua brezza, ogni tanto si fa sentire.
Non proprio una zona rinomata per il vino: pochi contadini e molti pastori da queste parti. Anche se al tempo dei romani era un pò di verso. Il monte Cècubo, proprio quello che separa Esperia dal mare diede il nome all’omonimo prezioso vino Cècubo. Così prezioso da essere tenuto sotto chiave e utilizzato dagli antichi romani per i grandi avvenimenti
Prima d’ora per noi non era lecito dalle cantine avite tirare fuori il Cècubo pregiato, finché quella regina dissennata preparava rovine al Campidoglio e lutti e distruzioni al nostro impero.
Cosi cantava Orazio nelle sue Odi riferendosi probabilmente al dover festeggiare la morte di Cleopatra. Cècubo era il vino che si produceva con il vitigno Serpe nella zona tra Terracina e Sperlonga.
Leggenda vuole che Cicerone, transitando per Esperia nei suoi spostamenti tra Arpino e Formia, si fermasse qui per acquistare il suo vino favorito.
Pare, si mormora, ed è bene che rimanga leggenda, che qualche contadino abbia pure trovato delle anfore e alcuni resti di una strada romana ma le abbia prontamente occultate per non ricadere sotto le grinfie di qualche burocrate. Solo un sentito dire….
In ogni modo Esperia oggi è uno di quei paesini dove il tempo sembra essersi fermato. Persone meravigliose, aperte e soprattutto accoglienti. Ci siamo fatti un giro e qui non ci vuole niente a sapere le cose: in venti minuti sapevamo tutto di tutti. Qui i contadini pensavano che fossimo imprenditori con i soldi. I ragazzi hanno le idee chiare in fatto di vino. O meglio, sanno cosa vogliono ottenere ma sanno anche che non è così semplice ottenerlo. Occorre partire dalla terra e dalle piante. Siamo andati a cercare vitigni così che i contadini ci facevano assaggiare il vino. Abbiamo trovato il vitigno Reale che però facevano dolce. Abbiamo chiesto aiuto a Michele Lorenzetti e Anselmo Cioffi. I vitigni erano buoni e si potevano fare i vini naturali. Qui basta guardarsi intorno e si vede che si fa olio e vino da duemila anni. Una specie di conca accarezzata dalla brezza marina. Ci si innamora di un sogno. Ci si innamora di una donna o di un uomo. Ma ci si innamora di una terra, la natia o quella che si scopre per la magia del caso. Proprio come è successo a Paolo, Giovanni ed Eugenio che trovano in quel di Esperia il luogo perfetto per la loro avventura. Gente meravigliosa, terreni millenari ricchi di storia e mineralità, due vitigni autoctoni interessantissimi come Reale e Raspato. Un mix incredibile che non può non destare meraviglia e far nascere l’azienda che si deve necessariamente chiamare Aurete che, oltre a venire da aureo è proprio il nome di questa zona.. Nel 2016 abbiamo aperto l’azienda. Due anni per rimettere a posto i terreni con i prodotti di Carlo Noro. Da subito approccio biologico e biodinamico. Nel 2018 abbiamo piantato le barbatelle aspettando la burocrazia. Nel 2020 la prima vendemmia con 2500 bottiglie. Un ettaro e mezzo vitato più altre tre ettari con due ettari vitati. Quattro ettari in totale con una vigna pre fillossera a piede franco di circa 150 anni di età. Come si fa a non innamorarsene? Ci siamo insomma innamorati ma non siamo folli e abbiamo visto che qui poteva venire un Syrah buonissimo stanchi dei Syrah laziali. Le terre qui sono rosse, ricche di minerali come ferro e magnesio. Ricordano un pò quelle del Rodano e della Jura. Il vigneto sotto le montagne sorge sul letto di un fiume: pietra e roccia che si scontrano e si fondono. Le impronte dei dinosauri ritrovate sulle montagne indicano l’età di questi luoghi sopravvissuti al mare del golfo di Gaeta. Siamo partiti per fare il vino naturale. Avendolo bevuto con le aziende che prendeva Giovanni (già dieci anni fa aveva una carta dei vini con solo vini naturali) siamo diventati prima bevitori, poi appassionati, poi produttori. Abbiamo la certificazione biologica. Quella biodinamico è un pò controversa, ma ci arriveremo. L’idea precisa di fare vino con zero chimica in vigna e minimo intervento in cantina. Per quanto si può non facendo andar a male i vini e tenendo presente la tecnica.
Che meraviglia questi ragazzi. Non c’è la voglia di arrivare e spaccare il mondo fregandosene dei valori. Ciò che conta è il rispetto della natura, della tradizione, della cultura. Il resto può andare in secondo piano. Abbiamo fatto selezione massale del Raspato e del Reale e investito in terreni di proprietà. Abbiamo investito un sacco di soldi in questo e non ci siamo concentrati sulla cantina. Conosciamo bene Marco Basco di Cacciagalli e ci siamo innamorati dei suoi vini in anfora: andiamo il a vinificare. Abbiamo il nostro agronomo che è anche insegnante di enologia. Non abbiamo mai avuto un enologo perché ci piace fare il vino di testa nostra, vedendo l’annata dell’uva e come si evolve in cantina. Si, c’è una idea ma devi pure vedere come segue: la fermentazione, la malolattica. Raspato Nero e Reale sono da poco entrati nel Registro Nazionale (Marzo 2021). Un percorso lungo cinque anni ma fondamentale per evitare l’oblio a due vitigni abbandonati nelle vigne di qualche contadino che nemmeno sapeva di averli. Complicati in vigna e non semplici in cantina. Nel 2020 abbiamo prodotto 2500 bottiglie. Nel 2021 tra gelate e siccità, 2000. Nel 2022 siamo arrivati a 8000 bottiglie e abbiamo fatto una linea di vini, Gonzo, fatti in cemento. Vini di beva facilissima, da glu glu. Uno base Reale con Trebbiano e Moscato; l’altro base Raspato con Ciliegiolo, Montepulciano e Sangiovese, uve che provengono da una vigna che abbiamo preso in gestione. Cambiano le stagioni, si modifica il clima. Le temperature non sono mai le stesse. Piogge, gelate e chi più ne ha più ne metta comporta un sempre più stretto contatto con la natura. Il Syrah lo raccogliamo tutti gli anni a fine agosto a 19 gradi Babo. Il Raspato e il Reale a fine settembre anche se storicamente qui lo raccoglievano ad ottobre, a San Francesco. Però il clima è cambiato. Arrivano le piogge. Ad ottobre non ci arriva. Cinque i vini di Aurete. Thero da Reale, macerato e affinato in anfora; Raptor da Raspato Nero prodotto nella vigna a piede franco, macerato e affinato in anfora; Sauro lo Syrah fermentato sulle bucce in anfora e affinato in Clayver di grès; i due Gonzo (bianco da Reale e rosso da Raspato) vinificati in cemento. Gonzo è anche recensito sul mio blog Instagram. Syrah e Raspato devono ancora affinare e abbiamo pensato a come usare l’uva del 2022 creando così Gonzo ovvero vini più immediati che i locali ci chiedevano. Tre ragazzi e i loro sogni. Arrivati dove volevano? Macchè, sono appena partiti. Tanta strada da fare e tante difficoltà ancora da superare. Eppure Con Giovanni ci diciamo che siamo un pò sfortunati di nostro. Qui si dice che “se ti metti a fare i cappelli nascono i bambini senza testa” nel senso che abbiamo vissuto il covid, la siccità, la guerra con la crisi dei materiali. Siamo riusciti comunque a pagare tutti e tutto. Abbiamo speso tantissimo. Entro dicembre finisco di piantare tutto. Finisco di pagare i debiti e stiamo fermi. Anche se ci serve la cantina. Nell’altro terreno ex letto di un fiume verrà un vino della madonna.
Voglio portare il secondo vigneto a produzione e poi ci concentriamo sulla cantina.
Abbiamo appena iniziato. Siamo alla quarta vendemmia in questo mondo dove ce ne vogliono almeno dieci per aver fatto qualcosa. Si dice che il breakeven si raggiunge al dodicesimo anno. Ma noi non ci stiamo nemmeno a pensare a queste cose. La vigna magari sarà anche il buon ritiro dei tre amici, ma non ora. Per ora non è possibile. Giovanni ed Eugenio devono necessariamente continuare la loro attività di ristoratori. Paolo come impiegato in un ufficio a supporto delle amministrazioni comunali per la gestione degli autovelox e le infrazioni del codice della strada. Doveva rimanerci un anno. Poi è arrivato il covid….
Che storia quella di Paolo. Dalla laurea in scienze politiche, alla cooperazione internazionale, al volontariato alla Caritas, alle cooperative per i minori; lo spallone per le pompe funebri; infine impiegato e vignaiolo. Vaglielo a dire a quelli che se ne stanno a casa, sul divano, aspettando la chiamata di qualcuno! Siamo al settimo anno. Non abbiamo debiti e lo facciamo per passione. Sarà il nostro buon ritiro. Magari potevamo stare al bar a bere vino ma non ci andava di fare questa fine. Avevo la campagna e comunque sarei andato li. Ogni tanto ci diciamo che ci potevamo fare i cazzi nostri e comprarci gli appartamenti. In realtà sono soldi che escono mano mano. Abbiamo investito in terreni di proprietà che è quello che volevamo. Abbiamo vinto un bando come prima idea progetto giovani. Ci hanno prestato cinquanta mila euro e abbiamo comprato i terreni. Prestato mica regalato. Col senno di poi potevamo fare tante cose ma l’agricoltura è cosi. Una passione con l’obiettivo del buon ritiro non vuol dire essere non folli. Quello che hanno creato dal nulla è frutto di studio, di cantine visitate, di vini assaggiati. Abbiamo un gruppo, Ciociaria Naturale, siamo dieci aziende. Io stacco dall’ufficio e vengo qui perché è  l’ufficio più bello del mondo. Nonostante le difficolta. Vengo anche con mia figlia che ha cinque anni e ha già fatto tre vendemmie. Batterà il record delle vendemmie fatte. Ho piantato la prima vigna ad aprile 2018 e lei è nata a maggio. Nel 2020 c’era lei con il secchiello del mare. Le ho fatto misurare il grado Babo. Giovanni si occupa della cantina e insieme ad Eugenio del commerciale: nomi, siti internet, clienti. Poi però veniamo tutti insieme in campagna. Insieme a zio Luigi che è un operaio che ci aiuta. Facciamo tutti tutto. Siamo così noi. Ecco, non so perché ma arrivati a questo punto, in questa storia di amicizia vera che dura da oltre vent’anni e ne durerà ancor di più; questa storia fatta di passione, sofferenza, sogni spezzati, sogni realizzati, amore, studio, e chi più ne ha più ne metta, mi suonano in testa le parole di una canzone che parla d’amore. Perché l’amicizia in fondo non è amore? E senza perdere
Il senso dell’orientamento
Quando fuori tira vento
Per due che come noi non si son persi mai
E che se guardi indietro non ci crederai
Perché ci vuole passione
Dopo vent’anni a dirsi ancora di sì Per due che come noi. Brunori Sas Non so se Aurete sarà il buon ritiro di Giovanni, Eugenio e Paolo. So però che sentiremo parlare dei loro vini nei prossimi anni. In fondo, se ad Esperia hanno trovato le orme di dinosauri, vuol dire che qualche cosa di buono c’è in queste zone. Qualcosa di antico e prezioso. Come può esserlo una vigna vecchia a piede franco, dei vitigni autoctoni, un metodo naturale, una amicizia indissolubile. Aurete, una storia di amicizia.   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969      
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4 Gennaio, 2024

Esercizi spirituali per bevitori di vino

Cronaca semiseria di una lettura natalizia: Esercizi spirituali per bevitori di vino, di Angelo Peretti. Situazione: previgilia in libreria affollata alla ricerca frenetica e autolesionista degli ultimi regali. Gironzolando tra gli scaffali mi cade l’occhio su un titolo: Esercizi spirituali. Tema coerente con il periodo e sicuramente necessario visto come va il mondo, ma passo oltre. Non è il mio genere. La coda dell’occhio coglie però il sottotitolo: per bevitori di vino. Torno indietro, sì, è invece il mio genere. Ecco, questo me lo regalo io. Ringrazio l’autore, Angelo Peretti, per avere allietato con la sua guida, gaudiosamente laica, la noia di giorni festivi conditi dall’influenza. Che hanno richiamato da non so che angolo della memoria, un detto che mio nonno ogni tanto citava, con pura cadenza monferrina: Mèj ciùc che malàvi. Toh, in perfetta sintonia con uno degli esercizi spirituali elargiti: “Bere in dialetto (ovvero i vini che hanno la cadenza dei luoghi natii) è un esercizio di resistenza culturale”. Ma andiamo con ordine, anche se questa è una tipica lettura che, per struttura dell’indice articolato in micro-storie indipendenti, non richiede di seguire pedissequamente la progressione delle pagine. Il libro, pubblicato da Edizioni Ampelos, si compone di novanta brevi capitoli, o “sorsi”, ciascuno dei quali accompagnato da una coppia di consigli di bevuta, una referenza italiana e una straniera. Non si tratta di un manuale di meditazione o di una ennesima guida ai vini, più o meno alternativa, e sbaglia chi vi cerca tra le pagine un senso religioso. Anche se, rileggendo il titolo, penso tra me e me che ad abbinare vino e spiritualità non si incorre nel rischio di blasfemia, visto che la Bibbia abbonda di metafore sulla vigna e che il vino è elemento portante del rituale cattolico. Se si pensa poi a nettari come Vin Santo, Lacryma Christi o Sangue di Giuda, tutto torna. Il senso dello scritto lo pone in chiaro l’autore in premessa: Mi sono persuaso che il vino rappresenti una specie di esercizio spirituale simile, per certi versi, a quello praticato dai filosofi che riflettono sul senso dell’esistenza. Con la differenza che bere è un esercizio piacevole, alla portata di tutti, e siccome tutti possediamo la consapevolezza di vivere, nessuno può dirsi inesperto. Perfino chi è astemio. Il vero fil rouge che collega gli esercizi enospirituali è presto svelato: il piacere è la stella polare del bevitore. Devi sapere qual è l’origine del tuo piacere. E così Angelo Peretti, con piglio di profonda leggerezza, da consumato giornalista e critico enologico, ci accompagna alla scoperta delle sue novanta stelle polari, tra aneddoti personali, bottiglie memorabili e autocompiaciute “stille di eresia enologica”. Già i titoli sono un programma, in rigoroso ordine alfabetico da Abbiccì a Zapping. In quest’ultimo capitolo si legge: Il vino assomiglia ai libri. Entrambi aprono nuovi orizzonti, appagano la curiosità e non obbligano a lunghi spostamenti per viaggiare: basta la fantasia. Oppure un calice di Etna Bianco o Sauvignon cileno, suggerisce l’autore. Alla voce Ottimismo, Peretti invita a fare un test: Apri una bottiglia, quella che vuoi. Se la stappi con l’atteggiamento di chi è pronto a rinfacciare al vino ogni più piccola pecca, mi dispiace, sei pessimista; ti disobbedirà anche il vino più pacato. Se bevi tanto per fare, sei impegolato nell’indifferenza; il vino ti sarà muto. Se invece l’aspettativa è quella di cogliere il meglio del vino che versi, hai superato la prova. Lo spirito vincente è l’accoglienza”. Vale per il vino quanto per gli uomini, considero. Al lettore il compito di scoprire l’arcano mistero dietro all’abbinamento con un Dolcetto di Ovada e un Pineau des Charentes Rosé. Un Valtellina Superiore o un Vin de Pays des Bouches du Rhône accompagnano il capitolo Variazioni: I vini più puri sono quelli che sanno raccontare il senso delle stagioni, che sono mutevoli, e i sentimenti di chi coltiva la terra, che sono altrettanto volubili. Tutti cambiamo giorno per giorno. Magari impercettibilmente, ma diventiamo diversi. La speranza è di diventare migliori. E così enofilosofeggiando allegramente tra i più disparati concetti, al limite del nonsense: Blu, Degustatori, Discolpe, Felicità, Gatti, Intelligenza, Jazz, K2, Mai, Nulla, Orgoglio, Ossimori, Ribellione, Successo, Tartufi, Unicorni, Xilofono…. solo per citarne alcuni, a dimostrazione che ogni vino è un naturale attivatore di caleidoscopiche emozioni, del tutto soggettive. Fino all’esercizio spirituale di chiusura: Sii sempre curioso di te stesso, della vita e dell’umanità, poiché questa – solo questa, tutta questa – è la vocazione del bevitore. A cura di Katrin Cosseta  Winekult
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3 Gennaio, 2024

Andrealetizia e Nicky: amici, amanti, chef

Erano i primi giorni del lockdown dovuto al COVID. Tutti rinchiusi in casa ci siamo scoperti runner, amanti dei cani, chef. Anche i più improbabili si armavano di tute fantozziane e logore scarpe sportive pur di uscire di casa magari a rischio di infarto. Chi aveva un cane, lo faceva uscire molto di più delle canoniche due volte tanto che poi i poveri animali erano sfiniti e crollavano sul divano. Infine, voglio proprio vedere chi non si è sentito chef o pizzaiolo in quei fantastici mesi. Ricordo di essere andato in un supermercato chiedendo, ingenuamente, un panetto di lievito di birra per sentirmi rispondere “aò senti questo che vole…il lievito….qui appena lo metti…scompare”. Andrealetizia e Nicky vivono a Londra. Ebbene sì, anche a Londra c’era il lockdown. Vivono insieme da coinquilini con altre persone. Quattro amici per un appartamento. Ognuno con la sua stanza. Ognuno con la propria identità. Accomunati da un senso di famiglia che diventa necessario quando si è a Londra per lavorare (o studiare). Così come diventa necessario vivere insieme per limare i costi. Difficile insomma vivere a Londra (come in ogni altra città) per due ragazzi alla prima esperienza. Difficile ma non impossibile. Occorre fare sacrifici senza pensare di avere tutto e subito. Si investe nel proprio futuro anche così. Andrealetizia lavora come project manager in uno studio di postproduzione fotografica senza essere propriamente soddisfatta. Nicky anche. Nel senso di essere insoddisfatto del lavoro (designer). Quella insoddisfazione latente che non sai mai cosa sia. Che non dipende da quanto stai facendo che magari ti piace anche. Andrea è di origini emiliane. Dopo le superiori mi sono trasferita. Un pò all’avventura. Non sapevo cosa fare. Non volevo studiare. Ho lavorato per il primo anno e stavo cercando un corso di fotografia finendo per iscrivermi all’università di fotografia. Alla triennale. Mentre studiavo, lavoravo perché mantenersi a Londra è impegnativo. In uno studio di postproduzione dove facevo il project manager. Mi trovavo bene, a mio agio ma non sentivo che la vena creativa potesse andare da nessuna parte. Durante il lockdown il lavoro era pochissimo e mi hanno offerto una posizione più bassa nonostante stessi aspettando la promozione. Cosi mi sono licenziata. Ho iniziato un periodo dove non sapevo cosa fare. Nicky è di Roma da famiglia cingalese. A 20 anni dopo il liceo mi sono spostato prima a Manchester dove ho studiato ingegneria informatica per poi fare un master in design (interazione uomo computer). Quindi ho trovato lavoro a Londra. Eccoli due giovani con la testa sulle spalle. Si certo, qualche pensiero. Qualche insoddisfazione. Ma chi non ce l’ha? Ragazzi che non hanno il mito del posto fisso. Che non hanno paura di rischiare. Che vogliono, desiderano, ardono trovare la propria strada. Il lockdown arriva al momento giusto in qualche modo. Tempo per pensare, capire, programmare il futuro ce ne è. Anche troppo. Chissà quanti in quel periodo hanno riflettuto sul futuro, fatto progetti. Quanti sogni costruiti e mai realizzati. Energia creativa per alcuni. Energia sprecata per altri. Andrea e Nicky danno sfogo alla loro passione: la cucina. Lo fanno insieme. Prima come amici poi come coppia. Si completano in fin dei conti. Precisa, puntuale, attenta Andrea; estroverso, creativo, caotico Nicky. Un bel connubio insomma. Tanto bello che capiscono che la loro forza è lo stare insieme. Tra gli spazi angusti della cucina il sincronismo e l’alchimia che creano li porta, sempre insieme, a credere in ciò che stanno facendo. Il lockdown ha cambiato le priorità con il tempo dedicato alla cucina e ci ha fatto capire quanto ci piacesse. Ma soprattutto quanto ci unisse. Lei era molto più appassionata di cucina di me. Era più sopravvivenza nel senso che vivevamo da soli e non c’era mamma e papà che ti facevano da mangiare. A casa mia si è sempre mangiato bene e a noi piace mangiare. Una necessità che si è trasformata in passione. Per me lei è sempre stata quella che ne sapeva di più. Suo padre cucina tantissimo mentre a casa mia è più cucina cingalese e un po’ italiana. Quando ho incontrato lei ho scoperto un sacco di piatti nuovi dei quali avevo solo sentito parlare. Con il lockdown, con tutti i locali chiusi ci siamo messi a fare la pizza e a grande sorpresa, dopo la terza pizza vediamo che era uscita bene. Il provare è diventata una ossessione. Da allora è quasi una ossessione verso la cucina. Non ho mai smesso di pensare a qualcosa di nuovo. Anche quando sogno, sogno di preparare qualcosa di diverso. Provare, cimentarsi, anche sbagliare. Solo così si capisce se qualcosa ti piace davvero. La fortuna di poter sbagliare senza paure. Andrea lascia il suo lavoro già prima del COVID. Deve capire cosa fare da grande. Ha la voglia di fare qualcosa per gli altri prima che per sé stessa. Solo che non è facile inventarsi. Reinventarsi. Così un giorno decide che vuole iscriversi a Masterchef. Una scelta non per noia ma come unica opzione. Una sorta “o la va o la spacca”. Tentare qualcosa non tanto per farlo quanto per cimentarsi con se stessa. Capire se ce la si può fare in qualcosa che anche gli altri vedono in te. È stato mio padre che continuava a dire: non fate altro che cucinare. Andate a Masterchef. Poi ero così in crisi che non avevo nulla da perdere. Così ho cominciato a crederci. Era un periodo dove davvero non sapevo cosa fare. La sua chiave di lettura nella vita è rendere felici e far star bene altre persone. C’era la medicina e poi c’era il mondo del food. Io non avevo le mie soddisfazioni. Così dopo che mi hanno preso a Masterchef mi sono preso l’aspettativa al lavoro. Quei mesi mi hanno cambiato la vita. Insieme in cucina. Insieme nella vita. Insieme compilano la richiesta per Masterchef. Insieme entrano nella cucina del reality. Insieme è una costante della vita di Andre a Nicky. Per due semplici appassionati, due che cucinano per se stessi e gli amici, entrare nella cucina del più importante reality show food non è un passo di poco conto. C’è da studiare. C’è da impegnarsi. C’è da faticare e tanto. Magari non lo sai prima. Magari te lo dicono durante le selezioni. Li dentro però, è tutto diverso. Il nostro background, ha aiutato il senso estetico. Oltre che buono deve anche essere bello. Noi siamo arrivati a Masterchef molto acerbi e il percorso ci ha aiutato a capire che lo volevamo fare veramente. Dopo il programma, siamo andati dopo a lavorare, insieme, in un ristorante in Corsica, per capire bene circa il futuro. Li ho avuto la conferma che volevamo fare questo per la vita ma non lavorando per altri chef. Noi venivamo visti come i privilegiati. Io da donna mi vivo questo ambiente super maschilista a livelli estremi. Mettendosi a confronto con le cucine degli altri ti rendi conto di un ambiente dove non mi piacerebbe stare. Facendo gli chef a domicilio, magari è limitante, ma a livello di benessere mentale è molto meglio. Io ho scelto di seguire la cucina perché avevo delle mancanze a livello creativo. Per il resto il lavoro da designer mi portava più che una pagnotta a casa. È stata una decisione di cuore ma non voglio essere triste perché obbligato a fare certe cose. Cucinavo e dicevo ad Andrea: impiatta. A Masterchef era obbligo impiattare e li ho capito il bilanciamento all’interno del piatto. Generalmente sono bravo in molte cose che faccio però non superavo mai il mediocre perché facevo tante cose. Non eccellevo in niente. A Masterchef ho dovuto smettere di fare le mille cose che faccio concentrandomi solo sulla cucina. E mi sono innamorato senza stufarmi. A me ha dato il coraggio. Avevo bisogno di trovare certezze dentro di me, trovare autostima. Fermiamoci un momento. Masterchef. Un reality. Tre, quattro mesi, relegati a cucinare, a provare e riprovare i piatti per poi sfidarsi a duello. Ritmi massacranti. Tanta competizione. Tante luci che poi, alla fine, inesorabilmente, si spengono. Dopo la fine del programma gli sponsor ti cercano perché sei diventato, nel bene e nel male, un personaggio da sfruttare a fini commerciali. Poi anche quello svanisce. A meno che. A meno che quella esperienza non sia stata davvero formativa. Non abbia scosso la coscienza aiutando a trovare quella strada che cercavi da tempo. Ascoltando Andrea e Nicky capisci quanto ai ragazzi, spesso, manchi non la luce dei riflettori quanto quella che illumina loro la strada. Anche se poi c’è bisogno di volerla percorrere la strada. Il che consta sacrificio e tanta forza di volontà. Non bastano i follower. Non bastano i like. C’è bisogno di molto di più. Così come c’è bisogno di vivere il dopo. Dopo che hai imparato. Dopo che devi fare tutto da solo (o soli nel loro caso). Andrea e Nicky capiscono che non vogliono lavorare in un ristorante. Hanno bisogno di qualcosa di loro. Qualcosa che oltre a farli stare insieme non sia propriamente “stabile”. Stare nello stesso posto, fare le stesse cose, non è nelle loro corde. Quando avevo 18/19 anni mia sorella mi chiese cosa volessi fare da grande. Io risposi “voglio fà i soldi”. Lei si schifò della risposta dicendomi di ritornare dopo una settimana con la risposta. Stavo alla ricerca del futuro. Anche facendo il designer, qualcosa mancava. Dopo questa esperienza ho scoperto cosa volessi fare da grande e io voglio fare questo fino alla morte. Questa è la cosa più grande. Creare le cose senza alcun limite. Per fare questo non devi aver paura di osare. Di volare senza paracadute. Anche se poi uno dei loro desideri primari è acquistare una casa. Va bene l’instabilità ma fino ad un certo punto! Molto spesso ci veniva chiesto come vi trovate a trovarvi uno contro l’altro. Noi ci siamo trovati bene perché stiamo bene insieme. Se una competizione del genere mette in crisi una relazione allora la relazione non è seria. Competere con il sostegno dell’altro è stato bellissimo. Li dentro noi avevamo l’un l’altro e stavamo bene. Quando sei in un tritacarne come quello di un reality, non hai tempo per pensare a nulla. Sei immerso n questa cosa, prosciugato dall’esperienza. Sei confuso e non hai la lucidità per pensare a ciò che succederà dopo. Però, appena usciti la prima cosa che hanno fatto, identifica chiaramente quello che volevano essere:  Andrea ha comprato un libro di cucina, Nicky ha cucinato. Non vedevo l’ora di cucinare come voglio io. A casa ho tutta l’attrezzatura. Era quasi liberatorio. Masterchef ci ha ripagati almeno all’inizio perché ci sono persone che ti chiamano e vogliono provare a fare qualcosa. Così ti senti spronato a fare qualcosa. Poi no. Abbiamo lavorato non per il nostro nome ma tramite delle app e dei portali. Una volta fuori cambia tutto. Se vuoi che cambi. Altrimenti la vita diventa come un elastico che ti riporta esattamente al punto di partenza. È cambiata la quotidianità perché penso al privilegio di avere la possibilità, faticando, di gestirsi la vita. Fare il libero professionista non è semplice. Pensare alla cucina da quando mi sveglio fino a quando vado a dormire. Sono cresciuta tanto scoprendo le potenzialità che avevo. L’esperienza è stata traumatica ma ci ha fatto capire tanto. Lo rifarei mille volte. Ci ha solo aperto gli occhi su quanto volevamo fare. Il termine giapponese ikigai racchiude il senso della cucina. Quella cosa che combacia a livello lavorativo e di passione che può portare qualcosa al mondo e che nutre te stesso. Chi trova l’ikigai non aspetta la pensione. Andrea Letizia e Nicky sono due ragazzi, due chef con la testa sulle spalle. Una coppia nella vita e una coppia in cucina. Cucinano e si divertono. Oggi fanno gli chef a domicilio con Nicky che si diverte a cucinare e a gestire i suoi canali social facendo lui stesso le riprese (si è attrezzato pure uno studiolo). Cucinano portandosi dietro le loro origini. Fondendole nei piatti. Mantova, Roma; Italia, Sri Lanka. La vera integrazione è qui. Non avrei mai pensato di portare tutte le mie origini nella cucina. Parmigiano, pasta fresca, aceto balsamica. sapori Dolci, rotondi. Nicky invece cerca sempre sapori decisi, piccanti, decisi, pungenti. Nonostante io abbia origini dello Sri Lanka sono vissuto a Roma con piatti romani che ti spaccano il palato in maniera positiva. Nello Sri Lanka con le spezie hai tantissimo sapore in bocca. Anche se delicato, il piatto deve avere una esplosione di gusti. Se non c’è non sono felice. Il successo non li tocca o comunque sembra non toccarli. Hanno tempo per evolversi e imparare. Non hanno bruciato le tappe. Se lo sono guadagnato e meritato. Certo, Masterchef ha aiutato ma poi quel di più ce lo hanno messo loro. Facciamo gli chef a domicilio da quasi anno. Siamo tranquilli ora nel portare cene anche a trenta persone. Sono felice e il motivo è perché non ho mai smesso di cucinare. Due ragazzi sereni. Due persone che, nelle mille difficoltà (perché non sempre è oro ciò che luccica) si completano vicendevolmente. Stare sempre insieme, anche negli spazi angusti di una cucina, dosare, preparare, cuocere, impiattare, non è semplice. Proprio nella diversità funzionano. Insomma, Andrea ha trovato la sua strada. Nicky può finalmente dare una risposta alla sorella. Li vedi felici e realizzati anche se il loro percorso è solo all’inizio. Non pensano ad un lontano futuro. Si concentrano sul migliorarsi giorno dopo giorno, sperimentando senza sognare (anche se Nicky confessa di cucinare anche nei suoi sogni). Senza pensare a cosa sarà il futuro. Hanno fiducia in loro stessi, nelle loro capacità, nella loro tenacia. Magari con un pizzico di stabilità in più che non fa mai male. Trovi sempre un meraviglioso sorriso sui loro volti. Quel sorriso che è trasposto direttamente nei loro piatti perché realizzati con tutta la loro anima. In bocca al lupo ragazzi. Ps Per una esperienza culinaria con loro potete far riferimento al sito internet: Andrealetizia & Nicky Brian Chef A domicilio (andreaenicky.com)     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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2 Gennaio, 2024

Top Italian Food 2024 Gambero Rosso

Top Italian Food 2024 Gambero Rosso ovvero le eccellenze gastronomiche italiane. Una sede di rilievo come Palazzo Brancaccio a Roma per premiare, lo scorso 18 dicembre, le migliori aziende che, con sapienza artigianale e tanta passione, producono veri gioielli alimentari. Da custodire e preservare perché i sempre più attenti consumatori non dimentichino mai da dove veniamo. Non sono riuscito ad assaggiare tutto ma quello che i meravigliosi produttori hanno offerto è qualcosa che deve, sottolineo il deve, essere provato. Scoprire o riscoprire i gusti veri della tradizione italiana è un dovere per tutti noi. Un patrimonio culturale che occorre tramandare in quanto opere d’arte.  Mi sono imbattuto nella mortadella Favola del Salumificio Mec Palmieri che al solo sguardo si scioglie in bocca restituendo un gusto che meriterebbe solo una rosetta o, perché no, la splendida piadina di Fresco Piada fatta, non potrebbe essere diversamente, a Riccione con il lievito madre naturale e senza uso di conservanti. Ma! Officina gastronomica di Morbegno (SO mi ha offerto la Brisaola di codone, ottenuta da coda di manze stagionate naturalmente per almeno tre mesi. Un gusto forte, forse non per tutti, ma strepitoso.  Il Pecorino Romano DOP di Cibaria con sede in quel di Castel Gandolfo (Roma) ottenuto riequilibrando la salinità, valeva da solo la visita alla premiazione.  La mozzarella del caseificio Costanzo di Lusciano (CE), beh è “La” mozzarella di bufala. Il resto lo lasciamo agli altri. Nozione di merito alle creazioni Limori di Roma. Non semplici bibite ma una riscoperta di gusti con i quali i miei nonni mi viziavano: Spuma, Cedrata, Chinotto, Gassosa, Tonica, Ginger beer, Lemon, Soda e Limonando (poi magari questo nome ve lo racconto in un altro articolo). Il pecorino, quello sardo di Sepi di Marrubiu (OR), è qualcosa che non dovrebbe mai lasciare la Sardegna e mangiarlo solo li per quanto è buono. Così da preservarlo! Non amo particolarmente il prosciutto cotto, benché meno il Praga. Ecco, assaggiando quello di Olvino Morgante di Trieste, cotto a bassa temperatura e lievemente profumato con legno di faggio, mi sono convertito. Poi assaggiando anche il San Giovanni di Cotto Capitelli (Borgogno Val Tidone, Piacenza), prodotto di altri tempi insaporito con un infuso di erbe e spezie, ho pensato a cosa mi ero perso per anni! Sushi al Top Italian Food? Si ma di mortadella, guanciale e prosciutto cotto Gran Selezione. Una squisitezza di Fiorucci (Pomezia, Roma) che dovrebbe essere portata sulle tavole dei ragazzi che tanto amano il sushi (anche se poi mangiano solo quello fatto dai cinesi con l’all you can eat che di certo non è il vero sushi!). Mi sono lasciato tentare dalla colomba al pistacchio della pasticceria Angelo Inglima di Canicattì (AG) accompagnata con adeguata crema, sempre al pistacchio. Se avessi avuto più tempo avrei finito colomba e crema annessa. Miglior panettone, un milanese? Proprio no. La pasticceria De Vivo di Pompei (Na) dimostra che il panettone lo si può fare meglio che a Milano. Basta (si fa per dire) avere una esperienza lunga sessanta anni. Sempre in tema di panettoni, occorre rimanere al sud e in particolare a Perdifumo (Sa), nel Cilento per assaggiare un altro grande, grandissimo panettone. Quello della pasticceria La Ruota che di anni di esperienza ne ha “soli” 48. Bontà pura. Il cioccolato è cosa seria e reinterpretarlo è complicato. Ci è riuscito Giacomo Bellantoni che da Santa Rufina di Cittaducale (Ri) riesce a portarti in giro per il mondo con una esplosione di sapori e odori. Applausi. Il tortellino di Gratifico da Minerbio (Bo) è poesia e sogno. Ma soprattutto amore con la sua sfoglia ruvida, il ripieno di mortadella e parmigiano invecchiato 30 mesi (tanta roba). Non potevano mancare dei vini, quelli della Azienda Agricola Virgona di Salina (Tp). Le espressioni della Malvasia, che qui ha trovato il suo habitat ideale, sono davvero notevoli. Da approfondire! Insomma un pomeriggio che mi ha fatto scoprire prodotti eccellenti, mi ha fatto ricredere su qualcosa, mi ha suscitato ricordi, mi ha fatto incontrare nuovi amici. Grazie Gambero Rosso!   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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29 Dicembre, 2023

Baron Longo. Anton, le montagne, casa

Cosa non si fa per un figlio? Nulla. Nel senso che si farebbe tutto e di tutto. “E figli so piezz’ ‘e core” in fondo. Ci si prodiga, si fanno sacrifici, si fornisce supporto. Tutto davvero tutto.
Ora, immaginatevi di avere un figlio che sta studiando all’estero per portare nella azienda di famiglia qualcosa. Ma fosse anche per inseguire un sogno come è giusto che un ragazzo faccia. Non fosse altro perché la vita è sua e deve poter fare ciò che più gli piace.
Vi verrebbe mai in mente di richiamarlo a casa? Forse in un’altra epoca. Forse in presenza di difficoltà familiari. Forse anche in funzione della vostra provenienza geografica.
In che senso?
Se si potesse fare un sondaggio sono certo che che un genitore del sud volerebbe sulle nuvole avendo un figlio che studia all’estero. Figuriamoci a richiamarlo a casa.
In questa storia noi siamo al nord. All’estremo nord dell’Italia. Più precisamente in Alto Adige o Sud Tirolo che dir si voglia. Egna, comune poco sotto Bolzano. Non è che adesso, al nord, i figli non siano figli e che il comportamento sia diverso da quello del sud, ma qui spesso conta la praticità. Il lavoro, ce ne è tanto ed è forse la prima cosa. Specialmente se hai da gestire una azienda con decine e decine di ettari.
Chi incontro è Anton Baron Longo. Un sorridente e pacato ragazzo dall’accento tipico di chi, in queste zone, è bilingue. Una di quelle persone delle quali percepisci la serenità anche in presenza di problemi. Non a scacciarli o a non occuparsene (o preoccuparsene) ma a gestire l’ineluttabilità delle cose. Sbagliando si impara diceva Cimabue nella nota pubblicità Sono partito nel 2011. Mio padre mi ha chiamato e mi ha detto. Senti figliolo, hai studiato abbastanza, torna a casa. Anton era a Montpellier a studiare enologia. Certo, 27 anni sono un pò tanti per studiare ancora ma i figli so piezz’ ‘e core anche a Egna. Fino ad un certo punto però. Fino a quando arriva quel momento nel quale capisci che devi renderti utile per l’azienda di famiglia. O che qualcuno te lo fa notare…. Sono ritornato e mi ha dato in mano l’azienda. Come è tipico in Alto Adige, abbiamo frutteti, vigneti, bosco. Pian pianino ho detto che a me piaceva far il vino. Alle volte penso che la legge di gravitazione universale che Newton iniziò a formulare vedendo cadere una mela dall’albero (e qui di mele ce ne sono quante ne volete) si possa applicare anche ad alcune persone. La terra, la propria terra; la casa, la propria casa hanno un potere attrattivo che va ben oltre l’enunciato “Due corpi dotati di massa si attraggono con una forza che è direttamente proporzionale al prodotto delle masse e inversamente proporzionale al quadrato della distanza che li separa”. Anton. Due sorelle. Una famiglia che è da sempre impegnata nel conservare le tradizioni dell’Alto Adige. Il territorio. Il rispetto per questo. La biodiversità. Un grande bosco di circa 70 ettari. I cavalli. Il meleto di dieci ettari (le mele più buone si fanno qui!). La vigna di circa 20 ettari. Davvero molto grande per i numeri dell’Alto Adige dove la media è di poco più di un ettaro di proprietà. Solo che da sempre a casa Baron Longo l’uva si conferisce. Produrre il vino è complicato ed il conferimento fornisce il, quasi, certo contante utile per far girare tutta l’azienda. Nel 2014 ho detto a mio padre che volevo fare un vino a modo mio. Abbiamo quasi 20 ettari E lui ha detto “no, non lo fai”. In passato mio nonno era sindaco di Egna e aveva già fatto vino in passato. Se ne andò durante il fascismo e suo figlio è tornato fondando la cooperativa di Egna e poi di Termeno. Da li abbiamo sempre conferito. Ora qualcuno penserà che Anton abbia voluto far qualcosa “tanto per”. Far qualcosa di più divertente che coltivare e raccogliere l’uva per poi conferirla. Una cantina è sempre di maggior prestigio rispetto al solo semplice (manco tanto) lavoro nei campi. Non è cosi. Infatti Anton racconta questa cosa senza astio o voglia di riscatto. La pacatezza del suo discorso non è di facciata. Forse sa che al posto del papà, con la responsabilità di portare avanti una azienda grande per tutta la famiglia, avrebbe detto che imbarcarsi in un progetto che avrebbe drenato per anni risorse, non sarebbe stata la scelta più saggia.
I ragazzi hanno bisogno di sognare, sperimentare e anche sbagliare. Solo così crescono e diventano persone. Anche a 27 anni. Perché no? Io volevo partire con il progetto di una cantina che portasse il nome di Baron Longo. Così sono comunque partito facendo uno Chardonnay, un Lagrein e anche un Pinot Bianco. Dopo la fermentazione mi sono accorto che avevamo un aceto di quelli belli grandi. Qui e solo qui si vede la grandezza delle persone. Sbagliare si può e per certi versi si deve. Quando accade ci si può scoraggiare e si può scoraggiare nel proseguire. Oppure essere pragmatici, capendo e metabolizzando l’errore come parte del processo di apprendimento. Ho detto a mio padre che il progetto stava andando male. Lui ha detto: facciamo così: Ti do tre ettari cosi puoi andare in banca e li possono darti un mutuo cosi che puoi farti il tuo progetto. La grandezza del papà di Anton è qui. In questa frase. Responsabilizzazione del proprio figlio ma anche supporto. Non importano gli errori che tutti hanno fatto e fanno. Conta ciò che impari e le responsabilità che ti prendi. Per crescere. Così come anche Anton ha fatto la sua parte capendo che quello era il momento, il vero momento della scelta. Da li in poi non si sarebbe più scherzato. Nel 2015 ho ristrutturato la cantina al centro di Egna nel palazzo Longo, la cantina storica. Così ero pronto per la vendemmia. Non andò bene perché abbiamo comunque dovuto fare tutto in un garage: Chardonnay, Pinot Bianco e Cabernet. Utilizzo di legno. Il primo vino era il Libenstein.
Erano poche bottiglie cosi che l’imbottigliatore mi disse che non veniva per mille bottiglie. Così ho fatto dei blend (il Liebnstein è un blend di Chardonnay e Pinot Bianco). E da li sono nate Anton inizia a produrre vino sul serio prendendo la decisione, piano piano di voler fare solo quello nella sua vita. Non gli interessava altro. Produrre vino da queste splendide montagne ricche di calcare e con un clima adatto alla produzione di grandi bianchi. Un ragazzo che sradicato da Montpellier scopre di essere innamorato dell’Alto Adige e della sua vigna. Ho iniziato a capire bene il terroir. Così ho incaricato un geologo per scavare le vigne e capire cosa c’era sotto dunque il potenziale. Ciò che trovano nelle terre, anzi sotto, è tanto calcare che non si può che pensare ad un vitigno come lo Chardonnay che predilige proprio questo tipo di terreni. Oltretutto con le montagne che forniscono un clima ideale. A Egna siamo a 290 metri e abbiamo un maso a 1050 metri. Li abbiamo quasi 4 di ettari dove non è mai stato fatto vino perché troppo alto. Così nel 2011 abbiamo impiantato delle vigne mentre tre anni fa Chardonnay, Pinot Nero e Sauvignon. Solo che avere le vigne (anche) oltre i 1000 metri sarà pure bello e suggestivo ma poi devi fare i conti con la natura. Già l’anno scorso abbiamo perso un ettaro per le gelate. Se decidi di andare su in alta quota devi capire che c’è il rischio di perdere qualcosa. Però se il progetto andrà bene avremo qualcosa che ci differenzia in Alto Adige. Perdere un ettaro di uva può essere un dramma. Ciò che mi colpisce è come Anton ne parla. Il rispetto per la natura è così alto che è come dire “è successo e va bene cosi”.
Anton ci crede e ci crede tanto. Non fa che ripetere la parola “progetto”. È il suo! Tutto ciò che vuole è realizzare qualcosa di unico. Qualcosa che sia unico al mondo. Ambizioso? No. Assolutamente no. È un ragazzo in gamba che sa cosa vuole e si impegna al massimo per realizzarlo. Ogni cosa è per lui motivo di studio e di attenzioni. Per conferire papà voleva tante varietà diverse cosi da coprire tutte le esigenze del mercato. Un anno il Gewurztraminer, un anno il Lagrein. La mia idea era di ridurre le varietà per averne al massimo 4. Così da fare un pò di focus.   Ecco una cosa meravigliosa. Un ragionamento che Anton ripete più volte. Oggi la sua azienda produce 80.000 bottiglie con otto etichette e vari vitigni. Troppi nella sua idea perché capisce che se vuole competere deve avere più bottiglie per etichetta.. Vuole che la sua azienda si identifichi per i bianchi e su questi vuole concentrarsi. Sa di essere parte della storia. Della sua famiglia certamente. Del territorio anche. Ma conferendo l’uva per tanti anni, nessuno li conosce. Ecco perché diventa cruciale concentrarsi su qualcosa che possa portare notorietà. Devo puntare su poche varietà. Siamo una piccola realtà che punta sulla qualità. Perché non faccio vini tipici della zona come Lagrein e Schiava? Ci ho pensato tanto ma ho detto che voglio essere in competizione con il mondo. Voglio che bevendo la mia bottiglia ci sia la leggibilità come chardonnay. Non ho idea di fare gli autoctoni. Io sono più nei bianchi perché credo nel potenziale e perché i miei terreni sono adatti per i bianchi. Se fossi sulla Mosella farei un Riesling. Non sono amante dei Gewurztraminer. Forse non vado bene per l’Italia perché sarei più richiesto come Pinot Nero. Pochi vini e grande rispetto della natura. La cosa che per me era anche importante era il biologico. Papà era già su quella direzione. Quando io sono nato la mamma ha ricevuto come regalo una pecora. Io ora ho 11 maiali dalla Nuova Zelanda (kunekune). Mangiano solo erba e dunque li lasciamo liberi nel vigneto perché sono cosi piccoli che non riescono a mangiare l’uva. Così non dobbiamo più andare cosi spesso con il trattore. Per Anton è tutto spontaneo e meraviglioso. Non ci sono filtri ne tantomeno retro pensieri. Lui è così. Se lo facciamo vorrei anche essere certificato. Nel passato non era richiesto. Ma tutti i vini dal 2020 sono certificati bio e dal prossimo anno saranno biodinamici. Accanto al Liebenstein c’è Urgestein uno vino stupendo da Sauvignon Blanc con affinamento in legno e acciaio che ho recensito sul mio blog Instagram.
Certo, i nomi tedeschi, così complessi non aiutano. Almeno in Italia. Ma Anton ha le idee chiare anche su questo. La scelta di nomi tedeschi è stata fatta da me perché in Alto Adige è partita la discussione per dare ad ogni particella un nome come Mazzon. Li ho pensato se volevo entrare in quel mondo o andare per la mia strada. Come quella della famiglia. Ho scelto questa strada. Liebenstein è il il mio secondo cognome. Urgestein è stato scelto perché nel terreno dove cresce il Sauvignon abbiamo roccia madre. Se qualcuno adesso sta pensando che Anton abbia dalla sua un padre che gli ha dato le possibilità, sbaglia di grosso. Ciò che gli ha donato sono solo i tre ettari e mezzo che ha utilizzato per partire. Tutti gli altri, per un totale di venti, sedici dei quali in produzione, li ha in affitto.
Che grande papà. Per Anton è tutto normale. Sa che probabilmente avrebbe fatto anche lui così. È stupendo come risponde quando gli chiedo “ma come, te li affitta? Li affitta a suo figlio?” Si certo Anton si sta guadagnando ogni cosa. Passo dopo passo. Vendemmia dopo vendemmia. Gli errori? Non sono stati vani anzi, hanno portato i loro frutti. Nel 2014 ho capito che mi serviva un aiuto. Ho chiesto ai miei amici enologi dell’Alto Adige una mano. Ho trovato un enologo che mi ha seguito fino al 2020 quando ho avuto la fortuna di un contatto di un enologo di Angelo Gaja. È un francese e mi aiuta tanto. Mi segue sul quando vendemmiare, quale legno scegliere. Il vino si fa una volta all’anno. Non è come la birra. Iniziò con la potatura poi vendemmi poi in cantina. Basta. Se non va bene hai perso un anno. Grande umiltà nel capire gli errori cosi come circa la necessita di un supporto. Fosse solo per avere qualcuno che ti dice se stai facendo bene o male e con un papà al quale, alla fine, il progetto piace. Il progetto gli piace e dice che un domani dovrebbe essere che funziona anche in maniera economica nel senso che facciamo soldi invece che metterli dentro. Ma con il vino ci vuole tempo. Un progetto che dovrà ancora evolversi. Il biologico che si trasforma (da subito praticamente) in biodinamico. Alcuni vini come il Gewurztraminer non più in gamma. Due bianchi da Chardonnay, Pinot Bianco e Sauvingon e un solo rosso con Cabernet e Merlot. Chardonnay come entrata poi i premier cru e i grand cru. Così avremo una certa quantità di bottiglie. Forte il ragazzo! Forte la sua propensione al biodinamico. Abbiamo basse rese per ettaro. 60 quintali per ettaro. Lavoriamo con la luna. Abbiamo la nostra acqua. Abbiamo i maiali. Tutte cose importati per avere i terreni vitali. Dobbiamo cercare di attivare i terreni perché ci sia equilibrio e vita. Le vigne più vecchie sono di un Cabernet che hanno circa 80 anni. Sono a pergola. Nel passato coltivavano sotto patate, ortaggi. È duro fare vino in Alto Adige. Questa la vita di Anton. Queste le sue ambizioni. La vigna e niente altro. Affitto da pagare al papà, mutuo alle banche. Deve pure finire gli studi di enologia e, tra l’altro, gli manca ancora un pò. Cosa questa che mi lascia pensare di quanto si sia divertito prima. Prima. Non ora. Ora è in equilibrio con se stesso e ciò che lo circonda. Equilibrio perfetto. Anche se è sempre lui a dirigere la vigna e se stesso. Mia sorella mi porta i cavalli in vigna ma quello che sto facendo è un pò un one man band. Faccio tutto da solo tranne la vendemmia. Non sento la solitudine. A me piace stare con le persone e anche da solo. Per fortuna. Ho la mia ragazza, la mia famiglia e pian pianino si cresce in azienda. Ho trovato un ragazzo che mi aiuta in vigna. Il prossimo anno ne verrà un altro. Poi cerco qualcuno che prenda in mano il tema biodinamico. Insomma, alla fine gli rimane solo da convincere definitivamente il papà a cui continua a piacere come vino quello prodotto dal Solaris (precoce nel germogliamento, precoce nella fioritura…adatto per la montagna perché poco rischioso) tanto che Anton un vino ancora glielo produce, lo Sichlburg. Siamo un pò diversi per il vino. Lui ha un altro approccio sul vino. Io ogni giorno assaggio. Assaggio altri vini per migliorare. Se vai a mangiare inizi al McDonald’s ma poi cambi così da capire. Anton Baron Longo. Da Egna a Montpellier e ritorno. Alla propria terra. Alle proprie origini. Con le idee chiare da chi sa cosa vuole. Da chi ci crede. Da chi non accetta compromessi. Da chi sa aspettare che il tempo maturi le cose. Da chi non si arrende. Da chi guarda a ciò che lo circonda rimanendone affascinato ogni giorno.
I suoi vini? Sono una vera scoperta così che quando li assaggi ti viene da pensare: ma dove è stato Anton fino ad adesso? Ivan Vellucci Mi trovi su Instagram come @ivan_1969 BaronLongo | Egna | Facebook BaronLongo (@baronlongo) • Foto e video di Instagram        
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