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25 Gennaio, 2024

"DIFFERENT WINE", vini fuori dal comune.

IL COSA ED IL DOVE Dal 15 al 17 Dicembre u.s. Valentina Fabbri Biancone e Mario Bauzullo hanno organizzato la prima Edizione di DIFFERENT WINE, Evento dedicato a vini fuori dal comune, ad Aziende medio-piccole spesso dimenticate in carta dei vini e nelle nostre cantine, impegnate nella promozione del Territorio e nel recupero e valorizzazione di vitigni autoctoni misconosciuti. Una tre giorni che ha richiamato numerosi winelovers ed addetti del settore in una location assolutamente nuova quale quella dell’ancora non inaugurato MEDITERRANEUM ACQUARIO DI ROMA (che ora so dove sta ma che c’ho messo mezz’ora a trovare). GLI ASSAGGI Una ventina le Aziende presenti in rappresentanza di tutta la lunghezza dello stivale italico, per una proposta a misura d’assaggio. Di seguito potrete dare una sbirciata alla mia personalissima “TOP FIVE” (degli altri vini assaggiati potrete invece leggere qui). Prendetene spunto per i Vostri prossimi assaggi. IL PIEMONTE CIABOT 130 anni di storia, 4 generazioni ed un patrimonio vitato che va dall’areale di Dogliani al Roero passando per le Langhe. Una storia che racconta di passione, tradizione, innovazione, scommessa. Ecco allora che bisogna scomodare Capitan America per promuovere il marchio SUPERPIEDMONT e l’idea di uscire dal Piemonte dei vini in purezza per approdare a quello dei blend. Azzardato? Staremo a vedere. LANGHE DOC SAUVIGNON “BOSCODONNE” 2022: al naso sono il fieno tagliato e la foglia di pomodoro quelli che Vi strizzano l’occhio ed introducono gli accenti fruttati di nespola e frutta esotica mentre la chiusura è dedicata alle erbe aromatiche. In bocca è beverino ben corrispondente all’olfatto, morbido ed appropriatamente fresco, con un finale piacevolmente sapido ed intrigantemente ammandorlato. Tappo stelvin e piacioneria per un sorso di quelli “easy” di cui avremmo bisogno più spesso. Da bere ascoltando “WOT” di CAPTAIN SENSIBLE. L’ALTO ADIGE JOSEF WEGER Cornaiano è frazione di Appiano e qui, da 6 generazioni, la storia del vino è scritta dalla Famiglia Weger. 3ha (più 5 di conferitori ultraselezionati) per una produzione che racconta un Territorio e la sua anima. SÜDTIROL ALTO ADIGE DOC GEWÜRZTRAMINER “AUSWAHL” 2022: naso che nel suo essere poco “Gewürz” evidenzia una complessità fruttata che ne migliora l’equilibrio olfattivo, sottolineando dolcezze di acacia, albicocca e pesca ben pareggiate da freschezze vegetali di erba limoncella e sambuco. Sorso sostanzioso ed al contempo di grande piacevolezza, di muscolatura definita ma affatto pesante, con una chiusura di piccante sapidità. Difficile resistere alla voglia di aprirne una seconda bottiglia. Da bere ascoltando “LAST TRAIN HOME” del PAT METHENY GROUP. IL VENETO PAOLO COTTINI Una storia lunga 4 generazioni con un oggi iniziato nel 2010. 7ha a Fiumane, nel cuore della Valpolicella, 60000 bottiglie suddivise tra 8 etichette. Un’Azienda che con i vini appartenenti alle Denominazioni evidenzia radici profonde nella tradizione ma che non ha paura di mostrare il proprio lato “emozionale” attraverso dei vini IGT di assoluto interesse. ROSSO VERONESE IGT “PA.CO. SENSAZIONI DI PAOLO” 2020: Ripasso si ma sulle bucce dl Syrah per un naso birbante che delle spezie propone le piccantezze e le dolcezze d’oriente, il selvatico dei piccoli frutti e la delicatezza delle rose. Sorso simile al precedente ma decisamente più brioso, di dinamica tannicità e con una chiusura che mixa frutta rossa matura a friccicori di spezie. Bello. Da bere ascoltando “SENSATIONS” degli ALPHAVILLE. LA TOSCANA ENOFORIA Costola dell’Azienda agricola AUTUMNALIA e figlia della volontà di Paola Presti. Siamo a Magliano in Toscana (GR), in quella Maremma che dall’Argentario degrada verso il Tirreno, 1ha di vigneto dedicato essenzialmente all’autoctono e praticamente dimenticato Pugnitello per il quale l’Azienda si è meritata la nomina ad “AGRICOLTORE CUSTODE” nell’ambito del programma sulla biodiversità della Regione Toscana. TOSCANA IGT ROSSO PUGNITELLO 2019: frutto della prima vendemmia evidenzia al naso prugne e ciliegie, freschezze di arancia rossa, macchia mediterranea, alloro e sottili speziatura e sottobosco. Sorso che evidenzia una bella verve fresco-sapida, tannini ancora spadaccini ed una chiusura di decisa, marina sapidità. Ne riparliamo tra, diciamo…tre anni, intanto mi intriga parecchio. Da bere ascoltando “ORBETELLO ALI E NOMI” di FLAVIO GIURATO. L’UMBRIA TENUTA DI SARAGANO Montefalco, Gualdo Cattaneo, 230ha di cui 15 vitati con le vigne più alte di Montefalco, solo vigne vecchie ed in parte a piede franco per il 100% Sagrantino. Vini territoriali, non omologati ed assolutamente riconducibili MONTEFALCO DOC BIANCO 2022: Trebbiano Spoletino con una iniezione di Grechetto per un naso che racconta contrasti: dolcezze balsamiche del tè contrapposte ad amaritudini di quasi carciofo e frutta gialla stramatura che rivaleggia con la salvia su uno sfondo di leggere piccantezze e note fumé. Sorso pieno ed avvolgente, che evidenzia grassezze gliceriche e fruttate e contenuta freschezza, con un allungo di amaricante vegetalità sottolineato dalla sapidità quasi piccante. Si becca il mio premio “SURPRAIS”. Da bere ascoltando “SURPRISE, SURPRISE” dei ROLLING STONES. ED ORA? Ora è il momento dei ringraziamenti, agli Organizzatori che mi hanno cortesemente dato ospitalità ed ai Produttori che hanno avuto la pazienza di sopportarmi ed offrirmi un calice di emozioni. Ed è anche il momento di darVi appuntamento al DIFFERENT WINE del 2024. Roberto Alloi VINODENTRO
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24 Gennaio, 2024

Tenuta ISAquas, la Sardegna autentica

La Cantina Isaquas, di proprietà della famiglia Argiolas, si trova in provincia di Cagliari, a Serdiana, viene fondata nel 2003 e comprende 49 ettari, 28 dei quali coltivati con la varietà tradizionali sarde: Vermentino, Cannonau, Nuragus, Bovale, Nasco e Moscato. L’azienda, acquistata pochi anni fa proprio con l’idea di valorizzare il connubio vino e natura, è un vero e proprio paradiso agreste e comprende anche una fattoria, oltre a essere luogo di passaggio per molte specie di animali, come aironi, germani e fenicotteri. Le vigne hanno un’età compresa tra i 5 e 20 anni e danno vita a vini identitari e territoriali in ogni aspetto, fieri rappresentanti dei dettagli della loro terra. Questa cantina rappresenta la prima cantina sarda del catalogo Visconti43, una realtà distributiva firmata dal Gruppo Meregalli, che comprende un listino con poche realtà, tutte di alta qualità che, per ogni produttore scelto, si distingue dal numero ridotto di bottiglie prodotte e dalla conduzione familiare. La cantina si innesta in paesaggi mozzafiato, con vigneti, baciati dal sole, alternati a oliveti e altre colture, oltre a un laghetto, punto di passaggio e di sosta per varie specie di uccelli, e una fattoria, il contesto ideale per la coltivazione di vitigni di alta qualità. I vini proposti abbracciano la ricchezza della Sardegna in tutta la sua tradizione, con il Cannonau e il Vermentino in prima linea. Il Vermentino nasce su suoli argillosi e la vendemmia è effettuata alle prime ore del mattino. La vinificazione punta a esaltare l’autenticità del vitigno e dà vita a un bianco con un impatto chiaro, preciso, dove emergono freschezza, note fruttate e sapidità. Il suo carattere lo rende estremamente versatile: un Vermentino che in ogni sorso esalta la natura più genuina della Sardegna. Poi c’è anche l’altro grande autoctono sardo, il Cannonau, che in questa versione 2021 curata nei minimi particolari esprime tutta la sua territorialità. Un rosso caldo, rotondo, di grande equilibrio ed eleganza, un vino mediterraneo in tutto e per tutto. Un fiero ambasciatore della sua terra e simbolo dell’enologia sarda, che riposa in piccoli fusti di rovere per 5-6 mesi, prima di completare l’affinamento in bottiglia. Cannonau 2021 e Vermentino 2022 sono testimonianza della dedizione e della tradizione, portando in ogni bicchiere l’anima autentica della Sardegna. Tenuta ISAquas, la Sardegna autentica A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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22 Gennaio, 2024

Il Signor Rosso di Montalcino di Canalicchio di Sopra

Per inaugurare al meglio questo 2024, è necessario cominciare con una grande bottiglia (possibilmente piena di vino)! Tra i tanti, infiniti, meravigliosi vini del nostro Paese, iniziamo questo anno bisesto -sperando non sia funesto – con un Rosso di Montalcino.
Il ragazzo in questione è il Rosso di Montalcino 2021 di Canalicchio di Sopra, ottima azienda nel versante nord della collina di Montalcino. Canalicchio di Sopra Si tratta di una delle poche cantine rimaste nella zona a produrre Rosso di Montalcino e Brunello, senza rosati, senza Super Tuscan e senza vitigni internazionali.  In produzione hanno solo Sangiovese grosso, declinato in Rosso, Brunello, riserva e single vineyard. Di questa azienda ho assaggiato tutta la linea e c’è stata un’altra bottiglia che mi ha fatto sgranare gli occhi oltre al giovane Rosso del quale sto per raccontarvi, ovvero il Brunello dalla vigna “la Casaccia”, anno 2018. Una vera opera d’arte, dalla vista al naso, fino all’assaggio. Per questa rubrica però, ho scelto il fratellino piccino, il Rosso di Montalcino, sia per il costo estremamente più contenuto, sia per la mia personale predilezione ai Rossi. Negli ultimi anni, secondo quanto ho potuto constatare, il Rosso di Montalcino ha compiuto un salto enorme, passando da essere il fratello sfigato del Brunello (quello cioè con un costo decisamente più abbordabile – a volte anche indice di una qualità meno eccelsa – e quindi più consumato anche dai meno abbienti), ad un vino di tutto rispetto, con un suo carattere ed una sua impronta, completamente emancipato dalla nomea del suo fratellone. Il Rosso di Canalicchio di Sopra ha un naso eccezionale – per usare espressioni da Sommelier: si sentono i frutti, i fiori, le erbe, e, dal fondo, spuntano delicate note terziarie. Tutte perfettamente bilanciate ed armoniose. Veduta di Montalcino dall’azienda Canalicchio di Sopra All’assaggio conferma la prima sensazione: un vino veramente armonico, profondo, rotondo e definito, con un’enorme dignità. Rimane umile, capace di abbinarsi sia ad un primo più o meno elaborato, sia ad una carne bianca o rossa che sia. Davvero difficile non finirlo una volta stappato. Buono. Si può dire semplicemente buono? Beh, è la parola che ho pensato al primo assaggio e che ho continuato a ripetermi fino alla fine delle due bottiglie che mi sono portata a casa. Uno dei migliori Rosso di Montalcino che abbia assaggiato finora…e vivendo io a 40 minuti, “avoglia” quanti ne ho bevuti! Il prezzo è fattibile. 20 euro in cantina, Non economicissimo, ma sicuramente li vale tutti, dal primo all’ultimo centesimo! Buon inizio 2024… Che sia un anno di ottimi vini per tutti! A cura di Ambra Sargentoni. Se vuoi sapere di più su di me scopri il mio sito      
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19 Gennaio, 2024

Le sorelle Zumbo e l’Etna che scorre nelle vene.

La Montagna, Idda, l’Etna, domina la Sicilia dall’alto dei suoi 3.357 metri. Un dominio che non smette di reclamare attraverso le eruzioni, i risvegli. Te ne accorgi dai boati terribili, dalla pioggia di cenere che arriva fino a Catania, dalle colate laviche oggi più “controllate” rispetto al passato (se di controllo si può mai parlare).  Il paesaggio lunare che si offre alla vista è surreale. La “petra lavica” è ovunque. Nera come la pece. Dura e tagliente. Inospitale e brulla.  Eppure, quello che Idda toglie, Idda da. Perché dalla devastazione, nasce la vita. Un ciclo continuo del quale non ce ne si capacita e tale da rendere il territorio dell’Etna baciato da Dio per le coltivazioni. Ciò che un tempo era lava, oggi è terreno fertile, ricco di minerali e metalli così da restituire prodotti meravigliosi. E unici.  Le vigne qui non sono tantissime. Perché complicato è produrre vino. Terreni scoscesi, pietra da scavare. Raccolte solo manuali e un rischio sempre presente del risveglio di Idda. Quando però arriva il raccolto, e nel caso del vino, la vendemmia, l’unione degli elementi che baciano questa terra la si ritrova tutta nel calice: il sole, il mare, la montagna, il vulcano.  Anche quando non erutta, il vulcano è presente. La sua presenza è nei luoghi, nei paesaggi, nell’aria. Soprattutto nelle vene delle persone. Delle donne soprattutto. Che qui, da sempre, si sono occupate delle terre poiché gli uomini facevano altro. Ogni donna qui, sulle pendici dell’Etna, appare cheta, silenziosa. Tanto cheta che il fuoco che scorre nelle vene ci mette un attimo ad esplodere come il vulcano. Non di odio. Quello mai. Ma di amore. Di passione. Di voglia di esprimere tutta la loro potenzialità.  Donne che amano la propria terra in maniera viscerale perché viscerale è il rapporto con essa.  Erica e Ramona Zumbo sono due donne dell’Etna. Due sorelle che hanno scelto di continuare il sogno del nonno in quel di Solicchiata, piccola frazione di Castiglione di Sicilia.  Il versante è quello nord, quello che da verso il Continente con le Nebrodi a fare da schermo e creare un vero anfiteatro naturale. Forse la zona meno esplorata dell’Etna. Non so se la più selvaggia ma certamente la più esclusiva. In queste zone c’è perfino uno stupendo campo da golf (Il Picciolo) e le Gole dell’Alcantara.  La nostra è una storia di famiglia che parte da lontano. Nonno aveva impiantato questo vigneto in Contrada Santo Spirito nel 1972. Un impianto a propria immagine e somiglianza.  Nonno Salvatore uomo tutto di un pezzo era (per dirla alla siciliana e vi prego di leggerlo con la giusta intonazione). Una di quelle persone che non si faceva comandare e gestire da nessuno (come Erica e Ramona ma questo lo scopriremo dopo). Duro come la pietra lavica ma dal cuore che più tenero non si poteva. La vigna non era il suo mestiere. Semmai un passatempo. Un modo per scaricare le fatiche della sua impresa che si occupava di lavori edili, scavi, frantumazione della pietra lavica (sempre presente!).  Sette ettari di vigna impiantato nel 1972 a controspalliera. Controspalliera? Sull’Etna?  Davvero un visionario e uomo tutto di un pezzo non c’è che dire. Impiantare a controspalliera e a pergolato in un luogo dove tutto è sempre stato impiantato ad alberello, la dice lunga su tipo di carattere che nonno Salvatore doveva avere. Tutti i lavori fatti vigna in Contrada Santo Spirito, Passo Pisciaro, sono stati fatti dal nonno. Dal togliere le pietre a fare l’impianto. Mio nonno era dalle idee proprie. Un visionario che non si faceva comandare e gestire da nessuno.  Sette ettari di vigneto per pura passione personale. Tutto il vino che veniva fuori lo utilizzava per gli ospiti che mangiavano alla sua azienda agricola, per venderlo come sfuso o semplicemente per regalarlo agli amici. Magari dopo aver passato una serata insieme.  Non ha mai voluto fare una bottiglia o una etichetta. Mai. Sosteneva Che il vino doveva stare nella damigiana. Oggi ci troviamo con una etichetta nuova ma con esistenza sull’Etna tra le più antiche. I passanti compravano lo sfuso a bidoni da 5/10 litri. Era nemico nel dare quantità elevate a qualcuno.  Il vino scorreva nelle sue vene e tutto ciò che produceva lo sentiva suo. Abbiamo trovato tantissime lettere di persone passate per la sua azienda e che scrivevano come ringraziamento per le giornate li trascorse, per la sua gentilezza, per il piacere di aver assaggiato ciò che produceva. Oltre al vino produceva la carne, il formaggio di pecora, gli ortaggi.  Nonno Salvatore purtroppo viene a mancare lasciando un solo figlio, il papà di Erica e Ramona, che per coltivare la terra non ha tempo poiché impegnato nel continuare l’attività edile del padre.  A morte sua ci siamo trovati con sette ettari di vigneto che non sono pochi. L’abbiamo lavorate il primo anno, le abbiamo lavorate il secondo anno. Poi papà ci disse: ragazze cosa volete fare di questo vigneto? La passione di lavorare sette ettari di vigna, non ce l’abbiamo perché tantissimo altro lavoro da fare c’è. Cosa facciamo? Non è che la famiglia Zumbo di cose da fare non ne abbia. Un magazzino edile, un cantiere di calcestruzzo, frantumazione e lavorazione della pietra lavica, la gestione dei cantieri. Pure uno stabilimento balneare a Fondachello. E il vigneto? Sette ettari non sono affatto pochi.  Si sarebbe certamente potuto vendere. In fondo i terreni, le vigne, sull’Etna vengono pagati a peso d’oro.  Erica e Ramona però si guardano dritte negli occhi e capiscono che se non lo gestiscono loro, il lavoro e il sogno di nonno Salvatore, finirà dimenticato.  Ci siamo trovati io e mio sorella nel 2018 decidendo di mettere su l’azienda. Dovevamo fare una etichetta per dare una identità al vino e farlo conoscere al mondo intero. Ecco qui il temperamento di Erica e Ramona. Da piccole andavano con il nonno in campagna. Giocavano e aiutavano nonno Salvatore. Ma di vino, picca e nenti (poco o nulla). Ora si ritrovano a tirar su l’azienda con un obiettivo ambizioso. Senza intenzione alcuna di cedere a compromessi. Ciò che il nonno ha insegnato loro nel solco della tradizione e del concetto di famiglia, è sacralità. Non esiste che si faccia qualcosa che vada contro questo Credo.  Il vigneto? Trattato con metodi naturali. Tanto che il concime è quello degli animali che scorrazzano liberamente tra i filari.  La cantina? Niente vasche refrigerate perché così faceva il nonno. Vasche in vetro resina e contenitori in acciaio. Quelli degli anni 70. Va bene la tecnologia ma non che snaturi tradizione e prodotto. La nostra vendemmie è un esempio di tradizione. Facciamo tutto a mano. Abbiamo gli animali che sono liberi nel vigneto e concimano loro. Non siamo a guardare la maturazione con metodi moderni ma andiamo in vigna, prendiamo un chicco di uva, lo assaggiamo. Ci ritroviamo in cantina con questi discorsi.  Il risultato sono 6 etichette per un totale di 30.000 bottiglie (e un potenziale di 60/70 mila). Nella vigna di Contrada Santo Spirito nascono vini come il rosato CiùriCiùri da Nerello Mascalese, il Bianco Settantadue da Catarratto. Insieme alle due chicche Sannedda, Nerello Mascalese in purezza e Pinea, blend di Cattarrato, Insolia, Minnella, Carricante. La scelta del Pinea è la scelta ben precisa di continuare quanto iniziato dal nonno che aveva impiantato tra i rossi queste varietà di bianco per dare profumi. Invece di estirpare le piante per il Carricante abbiamo deciso di vinificare qualcosa che identifica veramente il territorio. Non è un Etna doc ma un IGT che identifica le nostre origini. Dal vigneto di Contrada Marchisia (un ettaro e mezzo solo di Nerello Mascalese) ereditato dalla nonna materna nasce Andìco, il rosso base e l’Etna doc Manata. Ogni vino è una storia. Ogni vino è un ricordo. Così Pinea ricorda i pini della vigna sotto i quali Erica e Ramona giocavano a Nascondino. Andìco per identificare la terra nera della colata lavica del 1890. Settantadue è l’anno del primo impianto. CiùriCiùri ricorda Ramona: Il nome di un vino è come quando sei in gravidanza e devi decidere il nome della figlia. Eravamo in cantina con un calice di vino per la prova. Mi aveva chiamato Eerica dicendo che il nostro rosato era pronto. “Vieni qui e dimmi che te ne pari”. “Madonna mia sembrano ciuri” (fiori in siciliano) dissi spontaneamente. Da li ci siamo guardati : ok si chiamerà CiùriCiùri. La recensione del CiùriCiùri la trovate anche nel mio blog Instagram. Sono tutti figli unici i vini e per questo tutti uguali. Ma ce n’è qualcuno che è più uguale dell’altro. Tanto da dedicarci una etichetta specifica curata personalmente da Ramona. Così l’etichetta di Sannedda è ricavata da una fotografia di nonno Salvatore in cantina. Manata è nonna Peppina nella contrada Trimarchisa. Sannedda? Manata? Manata è il ‘ngiurie, il soprannome della nonna e Sannedda del nonno. Il nome “manata” è legato al vino perché la nonna si occupava della gestione degli uomini in vigneto. In periodo di pota quando occorreva raccogliere le sciammedde, i rami potati, andava per i filari a dire agli uomini “raccogliete a manata a manata! Abbbasce abbasce!”. Da li Peppina ‘a Manata. Se a Castiglione dicevi Peppina Santoro non la conosceva nessuno. Sannedda era il  nonno. Era chiamato Turi Sannedda e lo abbiamo onorato dando il nome e la sua immagine. Vene prodotto da un piccolo quadrato in Contrada Santo Spirito dal quale nascono solo circa 1500 bottiglie. È stata la prima parte impiantata dal nonno. Era pure il primo quadro di vigna dal quale si iniziava la vendemmia.  Donne di temperamento Erica e Ramona. La lava scorre nelle loro vene e fanno fatica a tenerla a bada. Non accettano compromessi ne sono disposte a cedere un millimetro per quanto riguarda il loro Credo. Temperamento forte ma sorriso sempre presente.  Nostro padre ci da una mano da fuori e mette la parola e le mani al momento giusto. Non abbiamo un enologo interno per scelta nostra. Abbiamo provato e per disintossicarci da questo ci sono voluti due anni e mezzo. L’enologo voleva snaturare la nostra azienda nel senso che noi vogliamo mantenere le nostre origini e tradizioni. Oggi l’Etna è messa oggi in vetrina e si tende a portare le aziende verso ciò che la gente richiede. Il nostro vino è questo. Non si accettano compromessi. Si aspetta qualcuno che vuole capire la nostra storia. Erica e Ramona. Caratteri forti e diversi. Diverse tra loro ma unite. I contrasti che fanno parte del gioco. Un pò perché sono sorelle, un pò per caratteri diversi, un pò perché donne. Un giorno ci tiriamo i capelli il giorno dopo non è successo nulla. Siamo fatte cosi ed è bello questo. Le nostre giornate non sono sempre rose e fiori. Siamo due femmine e ciò è bella tosta. Ogni tanto guardo i ragazzi che ci aiutano nel vigneto e gli dico: “mi fate pena perché lavorare con due donne. Spesso vengono da noi e ci dicono di metterci d’accordo. Ma va bene cosi. Separare i compiti è stato importantissimo. Ci confrontiamo però ci occupiamo di cose diverse.  Erica in cantina e in vigna. Con una frase che mi ha detto Ramona che secondo me è un complimento meraviglioso: non è enologa di studio ma di sangue. Certo, c’è una consulenza esterna perché il confronto diventa importantissima. Ramona che si occupa della parte commerciale e della accoglienza.  Un corpo unico quando stanno insieme e insieme decidono cosa farne. Con tutti gli altri, i maschi, fuori. Guai a entrare nella loro realtà. Non devono mettere bocca. Mio padre ci prova a mettere bocca ma in base al nostro sguardo, capisce. La sua supervisione è però fondamentale. Ci guarda dall’esterno, in punta di piedi come ha sempre fatto. Non sempre le cose vanno bene. Ci sono giorni nei quali il risveglio porta demoralizzazione e l’idea di portare avanti le tradizioni scostandosi da quanto richiede il mercato diventa debole. Le soddisfazioni di chi le esorta ad andare avanti cosi è benzina sul fuoco. O sulla lava. Le accende e fornisce loro la carica. Ci piace pensare che ci sia una parte del mondo che vuole cosi. Alla  gente che si ferma, raccontiamo la nostra storia. Erica se li porta nell’orto a raccogliere le melanzane, i pomodori che ha piantato lei. Così poi mangiano il prodotto che hanno raccolto. Ok la modernità ma questo, le tue origini, è quello che conta. La fierezza di due donne. L’orgoglio e la fortuna di essere nati in un posto baciato da Dio. La consapevolezza ma anche la fatica nel portare avanti qualcosa che nonno Sannedda avrebbe voluto veder evolvere nella tradizione.  Io dico sempre che abbiamo la fortuna di essere nate qui. Ci sono tantissime parti del mondo importanti ed è vero che l’Etna è stato conosciuto in ritardo. È stato conosciuto grazie ai grandi. Siamo state graziate nell’avere ciò che abbiamo. Ci siamo nate dentro. Stiamo curando l’azienda senza toccare i punti salienti. Apportiamo modifiche che in una storia di sessanta anni, servono.  Tanta è la strada ancora da fare e tanto il sudore ancora da versare. Senza mai abbattersi e senza mai darsi per vinte. Certo, se il nonno avesse imbottigliato quel vino, adesso avrebbero la strada più spianata dinanzi. Combattere con le grandi realtà dell’Etna non è semplice. Così come non è resistere alle richieste di chi vuole acquistare i loro terreni. Ma si va avanti. Se il nonno avesse dato un nome al vino, avrebbe tolto lavoro a noi ma saremmo oggi più avanti. Lui però era un gran lavoratore ed è come se ci avesse detto “allacciatevi la scarpe strette e iniziate a camminare da sole. Io ho fatto adesso fate voi” Si va avanti e si andrà ancora avanti. Sempre al femminile. Ramona ha una bimba di dieci anni. Erica una di due. Le femmine continuano la dinastia delle vignaiole.  Chanel che è mia figlia è contenta di raccontare la nostra storia quando siamo in degustazione e Marzia, la figlia di Erica, nel suo piccolo, ogni volta che va in vigna la troviamo a raccogliere i chicchi di uva o spostare in cassetta. Noi siamo cresciute cosi ed è giusto che sia così anche per loro. Il lavoro non ha mai fatto male a nessuno. Non ha avuto età per noi e non la ha per loro. Nuttata persa e figlia fimmina. Così un vecchio proverbio siciliano. In questo caso, sono però le donne che stanno creando il futuro della famiglia (oltre quello dell’azienda edile). Oggi ci sono le sorelle Zumbo, Erica e Ramona. Un domani magari ci saranno le cugine Zumbo, Chanel e Marzia. Chi lo sa. Per adesso c’è solo da applaudire a queste due forti e coraggiose donne che non solo dimostrano quanto sia possibile gestire una azienda tutta al femminile ma anche e soprattutto come la voglia di mantenere le tradizioni possa essere vera ragione di esistenza. Contro tutto e tutti. Forza, determinazione e carattere che trasmettono direttamente ai loro vini. Impetuosi come la lava che scende dal cratere. Caldi come il sole che scalda la Montagna. Sapidi come il vento che sale dal mare. Minerali come la petra lavica. Intensi come i sapori di questi luoghi. Soprattutto veri!  Provare per credere. Le sorelle Zumbo e l’Etna che scorre nelle vene.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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18 Gennaio, 2024

"BOLLICINE", by Decanter Wine Academy

IL COSA ED IL DOVE Lo scorso 8 Dicembre (si, lo so, è passato un mese intero! Ma c’avevo ‘n sacco de ‘mpicci e c’erano le vacanze di mezzo quindi…) DECANTER WINE ACADEMY ha organizzato una serata tutta dedicata alle BOLLICINE presso il Ristorante Domus Magnanini di Roma, nell’incantevole cornice dell’Appia Antica. Una ventina di Aziende per un Evento tutto nuovo dedicato alle spumeggianti produzioni di tutta l’Italia che capita “a cecio” per brindare all’imminenza delle feste. GLI ASSAGGI Beh, c’era ovviamente tanto da assaggiare (troppo per uno solo come me) ed è stato dunque necessario mediare tra vecchie conoscenze e new entries schivando un po’ il flusso dei tanti wine-lovers e procedendo a lume di naso. Diverse le belle sorprese in cui mi sono imbattuto (ma anche diverse etichette che dimostravano come le “bollicine” siano arte sopraffina e non necessariamente nelle corde di Produttori pur bravissimi). Una nota di servizio (ma appena una nota, anzi…due): troppo freddo e poca luce (io ce vedo poco). Davvero troppo freddi soprattutto i vini (per una volta e pure per uno come me che ama aspettare che si scaldino) Ora Vi lascio alla mia personalissima “TOP EIGHT” (a dieci non sono proprio riuscito ad arrivarci), prendete spunto e…correte ad assaggiare. IL TRENTINO LEVII Sono oltre dieci anni che i ragazzi di LEVII elaborano Spumanti Metodo Classico (solo millesimati) con le uve provenienti dai propri vigneti alle pendici delle Dolomiti di Brenta. Almeno 36 mesi di permanenza sui lieviti e liqueurs poco “invasivi” per risultati che esaltano Territorio e bevibilità. TRENTO DOC BRUT RISERVA MILLESIMATO 2016: 60 mesi sui lieviti per queste 75 parti di Pinot Nero e 25 di Chardonnay che evidenziano un naso di inattesa femminilità. Suadente con le sue note di frutta gialla cui gli agrumi danno un po’ di sprint e cui la frutta secca aggiunge interesse. Più “maschio” il sorso, di cremosa sostanza, con freschezza e decisa sapidità a bilanciare la masticabile sostanza del frutto sino alla chiusura decisamente “fornaia”. Da bere ascoltando “ENGLISH MAN IN NEW YORK” di STING. L’EMILIA ROMAGNA BOLÉ Dall’unione di due storiche realtà rivali un’Azienda nuovissima, con un team giovanissimo, a trazione femminile, romagnola, energica (trovategli Voi qualche altro appellativo) per una DOC nuova che seguirò con grande curiosità. NOVEBOLLE ROMAGNA DOC SPUMANTE BRUT “BOLÉ BLUE”: Trebbiano e Charmat lungo per un naso green, di mela e pompelmo, menta e sambuco, gelsomino e biancospino. Sorso dinamico ed invogliante, fresco ed invogliante, ben rispondente all’olfatto e con un finale di intriganti piccantezze salate. Davvero molto interessante. Da bere ascoltando “NO ONE KNOWS” dei QUEENS OF THE STONE AGE. IL LAZIO CASSANO In quel di Canepina (VT), tra castagneti e noccioleti c’è spazio anche per la vite.  Un’Azienda che impegnata nel settore agricolo sin dall’800 che da trent’anni crede nel biologico SPUMANTE METODO CLASSICO BRUT “VIGNALE”: Pinot Grigio e Pinot Nero con un naso che appare subito profondamente boschivo (ci trovate anche i funghi) ed evolve poi su dolcezze di mela golden e lieviti pasticceri. Sorso fresco e di sapida mineralità, carbonica gestita con eleganza, succoso, coerente e…lungo. 30 mesi sui lieviti. Bella bolla! Da bere ascoltando “MESSAGE IN A BOTTLE” dei POLICE. PALAZZO TRONCONI Dal cuore della Ciociaria, la realtà di un’Azienda di Tramonti di Arce (FR) condotta con metodi biologici e biodinamici (certificata DEMETER) non per moda ma per vera e propria filosofia di vita. Una produzione centrata su vitigni da sempre presenti sul Territorio (Lecinaro, Pampanaro…) FRUSINATE IGP LECINARO FRIZZANTE ROSATO “GIZZIELLO”: dedicato al “soprano” Gioacchino Conti, questo Pet-Nat da Lecinaro che propone un naso, seppur castrato anch’esso dalla temperatura di servizio polare, birbante di piccole prugne ed agrumi, il giusto di fiori di campo e quel tocco di fragranza che solo i lieviti in sospensione possono dare. Sorso snello, succoso e saporito peccato solo che sia davvero troppo corto. p.s. non uccidetelo con temperature “sottozzero” come quelle di questa serata, vini del genere amano il fresco della cantina e gli amici per stappare una seconda bottiglia. Da bere ascoltando “IL BORGO ETERNO” di FLAVIO GIURATO. DONNE DEL VICO Azienda a trazione femminile nata in piena pandemia. Un lavoro iniziato da zero (la vigna è stata progettata da Valentina (Nardi)e dalle sue due sorelle), prime bottiglie nel 2020 per evitare di dover svendere le proprie uve e…un bel futuro davanti! Tra i Monti Lepini ed il mare LAZIO IGT BIANCO FRIZZANTE “BARUFA” 2022: un ancestrale “appenappena” velato è già di per sé una sorpresa. Se poi le uve “a bacca rossa” da cui proviene sono Viognier e Grechetto (così m’hanno detto) la sorpresa si tramuta in meraviglia. È un vino che avevo già assaggiato tempo fa e che ricordavo diverso e con un naso decisamente più timido. Non che qui ci sia chissà quale esplosione di profumi ma risulta abbastanza evidente un’indole balsamica sulla quale i piccoli frutti e la nocciola non ancora matura disegnano ghirigori. Sorso immediato e beverino, un pochino arruffato ma di cui molti cadranno preda. Vabbè, io questo lo devo ri-assaggiare ma Voi Bevetelo ascoltando “SCAR TISSUE” dei RED HOT CHILI PEPPERS. LA CAMPANIA CASA SETARO 14ha e vent’anni di storia per questa cantina napoletana che fa di una produzione completamente dedicata ai vitigni del Territorio il proprio punto di forza. CAPRETTONE METODO CLASSICO BRUT NATURE “PIETRAFUMANTE: 48 mesi sui lieviti (sboccato Gennaio 2023) per un naso sorprendente! Sono le vegetalità di prato ed orto a spiccare sul panorama di ginestre che lascia immaginare i pendii vesuviani e su quelle note di susina che regalano un quid di dolcezza. Sorso teso, di affilata, sapida mineralità, agilissimo, di sorprendente lunghezza e con una chiusura dolce come di caramella d’orzo. Da bere ascoltando “SMOKE ON THE WATER” dei DEEP PURPLE. CAPRETTONE METODO CLASSICO BRUT “PIETRAFUMANTE”: stessa vigna a pergoletta vesuviana, qualche mese in meno sui lieviti e qualche grammo di zucchero in più che regalano un naso di mela verde, ginestra, vegetalità balsamiche ed agrumate e ben più che un accenno alla crosta di pane. Sorso di sapida mineralità e sostanziose freschezze di agrume maturo. Ammiccante, invitante, acchiappante, scegliete Voi l’aggettivo più adatto ad un vino di cui è facile invaghirsi e difficilissimo disintossicarsi. Si becca il mio personalissimo premio “L’OCCHIO CHE UCCIDE” in onore all’etichetta (ed a Marty Feldman). Da bere ascoltando “EYE IN THE SKY” di THE ALAN PARSONS PROJECT. LA SICILIA MURGO Un’Azienda nata oltre un secolo fa (e con una “depandance” pure qui, nel Lazio). Motore trainante il Nerello Mascalese che, da oltre trent’anni, è il protagonista anche nelle interpretazioni di Metodo Classico. ETNA IGT METODO CLASSICO BRUT: una ventina di mesi sui lieviti per questo Nerello Mascalese tutto albicocche e tropicali fruttosità arricchite da una più che sottile nota fumé e da un interessante corredo di erbe officinali. Sorso davvero fresco e di intensa, minerale sapidità, didascalico nel riproporre con precisione i descrittori olfattivi ed un lungo finale tuttifrutti. Davvero inaspettato. Da bere ascoltando “TUTTI FRUTTI” di LITTLE RICHARD. ED ORA? Ora è il momento dei ringraziamenti: agli Organizzatori per avermi ospitato ed aver organizzato un Evento nuovo laddove sembrava non ci fosse più spazio per le novità ed ai Produttori che mi hanno dato modo di apprezzare i loro vini e di mettere in cantiere un sacco di approfondimenti. Ed è il momento dei buoni propositi per questo 2024 appena iniziato ma che si preannuncia già ricco di appuntamenti. Roberto Alloi VINODENTRO
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16 Gennaio, 2024

Vignaioli Naturali Roma - 27 28 gennaio

Torna a Roma il 27 e 28 gennaio, e siamo alla quindicesima edizione, Vignaioli Naturali Roma, la manifestazione che ospita i vignaioli che fanno del vino prodotto secondo natura, la loro ragione di vita. Due giornate dedicate al vino naturale durante le quali, oltre ad assaggiare espressioni di vini e vitigni provenienti da ogni parte di Italia, sarà occasione per parlare direttamente con i produttori, ascoltare le loro storie, condividere le sensazioni. Un grazie a Tiziana Gallo che, grazie alla sua curiosità, ricerca ed esperienze personali, contribuisce a divulgare a Roma la cultura del vino naturale. Non sapete cosa sia un vino naturale? Certo, è qualcosa di controverso nel mondo del vino. Premesso che non esiste, ancora, un disciplinare, troverete pareri contrastanti e diametralmente opposti. Partendo dal presupposto che un vino naturale è un vino ottenuto senza utilizzo di sostanze chimiche (ma la solforosa, ahimè, serve sempre) il modo migliore per schierarsi, è provarli. Quale migliore occasione di questa allora? All’interno della manifestazione trova poi spazio il progetto Accademia della Vigna , la prima academy ad impatto sociale sulla viticoltura. Ideata e sperimentata nei vigneti piemontesi di Langhe e Roero da Weco Impresa Sociale insieme ad un ecosistema di partner territoriali, nasce come soluzione dedicata alle imprese vitivinicole interessate ad assumere e formare nuovo personale da impiegare nella conduzione del vigneto, attraverso un sistema che integra in modo innovativo formazione, lavoro etico, inclusione e pratiche di responsabilità sociale d’impresa al fine di generare un impatto positivo per l’azienda, per i lavoratori e per la comunità. Ci vediamo tutti all’Hotel Excelsior di Via Veneto 125, Roma il 27 e 28 gennaio prossimo   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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15 Gennaio, 2024

Torna Wine in Venice

Una città meravigliosa e unica al mondo, Venezia. Un palcoscenico che il mondo ci invidia, un luogo incantato ritrova per il secondo anno il vino. Ecco a voi Wine in Venice! Dopo il successo della prima edizione con un afflusso di pubblico che va oltre l’immaginazione, dal 20 al 23 gennaio presso le sale della Grande Scuola della Misericordia ritorna Wine in Venice. Formula unica ed innovativa quella dell’evento organizzato da WineTales, Beacon, The Media Company e Venezia Unica con la media partnership de “Il Gusto” verticale food&wine del gruppo GEDI: una cantina per regione per esporre e parlare dei propri prodotti. Presenza per merito e senza costi. Merito dovuto ai progetti attuati sui temi dell’etica, della sostenibilità, della innovazione. Sette grandi novità in questa seconda edizione. Hall of fame. Un grande spazio espositivo con le cantine della precedente edizione e di quella attuale Mediakey Venice Award. Un premio dedicato al food&beverage realizzato dal Gruppo Media Key per celebrare i progetti marketing più innovativi Celebration AIS Veneto con la nomina ufficiale dei nuovi Sommelier Masterclass dei Campioni condotta dai due migliori Sommelier eletti dall’Associazione Italiana Sommelier Alessandro Nigro Imperiale e Cristian Maitan Closing Party @Cà Select. Un party esclusivo di chiusura dell’evento Itinerari di Vini alla scoperta di posti unici nei pressi di Venezia come Venissa Vive la France a cura di Alessandro Nigro Imperiale con una masterclass imperdibile dedicata ad una cantina francese produttrice di Champagne   Tante le masterclass da scoprire: uniche e incredibili come la manifestazione Wine in Venice.  Ecco le masterclass ed il walk around Lugana Prima Masterclass Lugana. Storie di famiglie e generazioni a confronto. Ogni generazione interpreta ed elabora valori specifici, cultura, filosofia di vita e competenze. A confronto due generazioni per raccontare le diverse sfaccettature del Lugana Seconda Masterclass Lugana. Lugana a Venezia, tra cultura del vino e tesori d’Arte Vino e arte è un binomio indissolubile, due forme di piacere che richiedono di essere ugualmente coltivate e raccontate con amore, cura e rigore. Edoardo Peduto, direttore del consorzio del Lugana Gli elementi caratteristici di Venezia che ci hanno ispirato per realizzare le nostre masterclass sono due: la capacità di abbracciare diverse generazioni e culture, e l’immenso patrimonio artistico che non ha eguali nel mondo.  Abbiamo quindi pensato di tradurre questi due concetti nel nostro mondo ideando due masterclass: una in cui i capisaldi della nostra denominazione dialogheranno con la nuova generazione della denominazione Lugana, un “confronto” sincero su approcci, visioni e influenze; l’altra in omaggio al binomio Ars et Vinum, e quando l’arte, in tutte le sue forme, dialoga con le diverse sfaccettature del nostro vino, quello che ne esce è un capolavoro di emozioni e sensazioni. “ Masterclass dei campioni La prima attività che inaugurerà il programma della nostra seconda edizione. Una masterclass incredibile, condotta dagli ultimi due migliori sommelier eletti dall’Associazione Italiana Sommelier , ovvero Alessandro Nigro Imperiale e Cristian Maitan neo miglior sommelier dell’anno 2023. Winetales Club Questa masterclass, organizzata dalla redazione di Winetales Magazine, sarà un viaggio nell’Italia enoica tra eccellenze e piccole scoperte, tra racconti di vigne e storie incredibili un momento davvero da non perdere. Sarà un’occasione per  WT group srl, azienda proprietaria del marchio Winetales e Wine in Venice per inaugurare il nuovo “Winetales Club” una contenitore chiuso dove trovare una selezione di vini a prezzi riservati, degustazioni private e visite esclusive nelle cantine. La masterclass sarà moderata da Alessandro Nigro Imperiale e Cristian Maitan insieme ad Ivan Vellucci. Oltrepò Espressioni d’Oltrepo’ tra bollicine e Buttafuoco. Viaggio alla scoperta di un territorio sempre più presente nelle carte vino dei grandi ristoranti italiani. 6 vini prodotti da due aziende di riferimento dell’area oltre padana: Francesco Maggi e Bosco del Sasso. Un itinerario ampio e preciso che porterà il pubblico di Wine In Venice a conoscere le bollicine metodo martinotti e metodo classico passando per il riesling, il pinot nero e per chiudere con Buttafuco e Buttafouco Storico. Un focus da non perdere Marco Maggi per cantina Francesco Maggi e Manuela E. Centinaio per cantina Bosco del Sasso Oggi abbiamo scelto di presentare due grandi protagonisti del nostro territorio: le bollicine di Pinot Nero e due interpretazioni di Buttafuoco, quello classico e quello storico. Vive la France una masterclass a cura di Alessandro Nigro Imperiale, eletto miglior sommelier d’Italia del 2022, nonché miglior sommelier dell’anno da parte di Gault & Millau. Una cantina francese, Serveraux Fils,  ricercata produttrice di Champagne, sarà la protagonista di una masterclass incredibile. Valpolicella. Una masterclass dedicata al Valpolicella Doc Superiore Il Valpolicella superiore è un vino versatile e raffinatissimo che richiama o addirittura supera lo stile dei bordeaux francesi. Un prodotto concepito per l’alta ristorazione che meglio degli altri esprime il terroir della Denominazione. Il suo particolare profilo enologico lo rende adatto ad abbinarsi ai piatti più disparati, comprese le pietanze più ricercate e delicate come il pesce ad esempio. Il disciplinare di produzione permette un breve appassimento delle uve prima della pigiatura , ma sovente la scelta dei produttori è invece quella di non appassire e costruire pertanto un prodotto a bassa gradazione alcolica che possa essere servito a temperature relativamente basse e che possa incontrare la soddisfazione dei palati più eclettici ed esigenti. Si tratta di un vino che vuole conciliare tradizione e innovazione enologica e che si rivolge a consumatori afferenti anche a giovani classi generazionali. E’ un vino spesso utilizzato da rinomati chef che cercano nuove interpretazioni gastronomiche e si spingono su piatti “intrepidi” e fuori dagli schemi tradizionali. Val di Cembra. In Val di Cembra, nel cuore delle Dolomiti, la verticalità in un calice. Un viaggio emozionante dove il terroir si assapora in ogni sorso. Un omaggio alla viticoltura eroica, e quindi verticale, che caratterizza tutto il territorio di produzione della Val di Cembra, insignito recentemente del titolo di paesaggio rurale storico d’Italia, fatto di ripidi declivi, 708 km di muretti a secco oggi Patrimonio immateriale Unesco per l’arte di costruzione, e un dislivello di oltre 700 metri con i caratteristici vigneti che via via salgono dal torrente Avisio sino alle cime della vallata disegnando un paesaggio unico e irripetibile. Verticale inoltre è una delle principali caratteristiche dei vini cembrani, con mineralità e sapidità a dominare la percezione gustativa. Ascovilo il walk around Ascovilo, associazione dei 13 consorzi vitivinicoli lombardi, a Venezia sarà presente con il suo Walk-Around Tasting che coinvolgerà ben sette dei Consorzi di Tutela Vino  della Lombardia sotto appunto l’egida di Ascovilo. Dal Cosorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese al Consorzio Vini Mantovani, passando per il Consorzio Lugana, Consorzio Valtenesi, Consorzio Garda Doc, Consorso Moscato di Scanzo e Consorzio San Colombano. Un percorso di degustazione che guiderà gli appassionati alla scoperta dell’eccellenza lombarda. Giovanna Prandini, Presidente Ascovilo. La Lombardia del vino è rappresentata a WIV2024 dai nostri Consorzi , sempre attenti a sostenere iniziative di pregio che coniugano la bellezza del nostro patrimonio artistico culturale alla bontà e qualità del vino che è espressione di cultura e tradizione. Ascovilo unisce in associazione ben 13 Consorzi di Tutela che vogliono fare insieme nonchè difendere le denominazioni di origine protetta con azioni corali, mai come oggi necessarie per le aggressioni che subiamo sul mercato dove la parola “vino” , così come “latte” o “carne” , vengono furbescamente mutuate  per decrivere prodotti similari Le imperdibili esperienze di Venissa e San Francesco della Vigna Una delle esperienze imperdibili sarà poi quella che porterà alla scoperta di una Venezia incredibile con Venissa e San Francesco della Vigna due luoghi, due angoli di mondo impossibile da perdere. Elisa Pesco, PR manager di Winetales Il sodalizio con Venissa e con San Francesco della Vigna, ci permette di avvicinarci ancora di più al tessuto cittadino Veneziano e rafforzare quel concetto di esperienza esclusiva ed inclusiva che tanto ci è cara. Far passeggiare i nostri ospiti in uno dei vigneti più caratteristici del mondo come quello di Venissa e di San Francesco della Vigna, il vigneto urbano più antico di Venezia, ci permetterà di rendere ancora più memorabile l’esperienza di Wine in Venice.  Per il futuro poi lavoreremo nell’estendere sempre di più il territorio coinvolto, per valorizzare il meraviglioso patrimonio ampelografico italiano”.  Mauro Genovese, direttore artistico di Wine in Venice Venezia è la città dei ponti e per noi di WIV è diventata una missione costruirne sempre di nuovi e sempre di più preziosi, ponti culturali, esperienziali, di tradizione; ponti di arte e ricerca come quello che ci porterà a Murano alla vetreria SALVIATI, ponti di storia e conservazione come quelli che ci porteranno da VENISSA e a SAN FRANCESCO DELLA VIGNA. Ponti unici al mondo e che si basano su solidi plinti fatti di imprenditoria illuminata e amore per il territorio Venissa Gianluca Bisol, fondatore di Venissa: L’itinerario di visita e degustazione a Venissa, nel cuore della Venezia Nativa, rappresenta l’esperienza quintessenziale di questo luogo, grazie al prezioso valore della biodiversità vitivinicola veneziana e dal recupero delle tradizioni artigiane secolari che hanno contraddistinto la laguna di Venezia.” Venissa è un progetto di recupero agricolo e ospitalità sostenibile sull’isola di Mazzorbo, incastonata tra Torcello e Burano, sede del primo insediamento della Venezia Nativa. La tenuta, un parco aperto cinto da mura settecentesche, custodisce al suo interno una vigna di meno di un ettaro della varietà autoctona della laguna, la Dorona: un vitigno recuperato e restituito al suo terroir d’origine dopo la disastrosa acqua alta del 1966. Da questo vigneto nasce un vino emozionante, simbolo di viticoltura eroica e della simbiosi tra vitigno e terroir in questo luogo unico. La vigna murata fa da sfondo alle camere del Wine Resort, all’Osteria Contemporanea e al Ristorante Venissa, stella Michelin e stella verde Michelin per la gastronomia sostenibile. I Vini Venissa Bianco. Nasce dalla relazione simbiotica tra la Dorona e il terroir dell’Isola di Mazzorbo. È un vino di grande carattere e raffinatezza, frutto di una lunga macerazione che ricorda la tradizione vinicola lagunare. Un vino che aspira a essere la perfetta espressione della Venezia nativa e del suo patrimonio naturale e culturale, anche grazie alla bottiglia in cui è racchiuso, somma di maestranze veneziane quali la famiglia Berta Battiloro e gli incisori Albertini e Spezzamonte. Venusa Bianco. Rappresenta una nuova interpretazione della Dorona nata da una diversa selezione nel vigneto di Mazzorbo. Si distingue per la sua freschezza, la sua bevibilità e la sua sapidità, il tutto supportato da grande carattere e rarità. Venissa Rosso. La volontà di Venissa di proteggere la biodiversità della laguna e riscoprire le sue tradizioni secolari ci ha portati a Santa Cristina, un’isola situata in un angolo remoto della Laguna Nord, un luogo difficile da raggiungere anche per i marinai più esperti. Lì, coltiviamo una vigna vecchia di Merlot e Cabernet Sauvignon, dal quale nascono i nostri vini rossi. Il primo è Venissa Rosso, un vino molto raffinato, invecchiato per 12 mesi in botti di rovere francese (primo o secondo passaggio), caratterizzato da complesse note di frutti rossi e spezie e da una piacevole rotondità e persistenza. Proprio come Venissa Bianco, Venissa Rosso è racchiuso in una bottiglia decorata con una foglia di rame battuta a mano. Venusa Rosso. Proveniente dallo stesso vigneto dell’Isola di Santa Cristina, Venusa Rosso rappresenta un’interpretazione diversa – più giovane e più vivace – di questo terroir, con intensi profumi fruttati e floreali e una nota di flora lagunare. Le Wine Experiences Venissa offre la possibilità di conoscere la storia del vigneto di Mazzorbo e delle tradizioni vinicole e artigiane lagunari grazie a una serie di esperienze di visita e degustazione. Tra tutte, la degustazione VIAGGIO permette di conoscere i quattro vini della tenuta (i due bianchi e i due rossi) nelle annate correnti. E’ proprio questa l’esperienza che sarà prenotabile durante i giorni di Wine In Venice. L’esperienza inizierà a pochi passi dalla Misericordia, dove la barca di Venissa porterà gli ospiti nel cuore della Venezia Nativa, a Mazzorbo. Il tour inizierà con una passeggiata tra i filari della vigna murata, durante la quale gli ospiti seguiranno il racconto della storia di Venissa e dei vini unici che vengono prodotti in queste isole.  Seguirà una degustazione di quattro vini delle annate più recenti, ciascuno a perfetta rappresentazione della nostra interpretazione delle tradizioni di Venezia. Altra esperienza unica è quella di San Francesco della Vigna Cosa sarebbe Venezia senza vino… ma soprattutto cosa sarebbe il vino, senza Venezia?  Basterebbe anche solo leggere il nome delle tante calli della Malvasia per testimoniare un antico luogo di mescita e al contempo immaginare le galee veneziane ricolme di anfore e botti che traportavano il vino del Mediterraneo. È come se la storia di Venezia e quella del vino a un certo punto si fossero incontrate, legandosi al punto da diventare indistinguibili l’una dall’altra. Ancor oggi, camminando per la città, è impossibile non imbattersi in un toponimo che racconti questo rapporto, si pensi anche solo al caso più evidente: la Riva del Vin, proprio ai piedi del ponte di Rialto, nel pieno centro mercantile veneziano… o alla più celebre delle produzioni veneziane, il vetro di Murano, la cui proverbiale trasparenza permetteva di cogliere ogni riflesso della bevanda che conteneva. Partendo dalla Scuola Grande della Misericordia, questo tour esclusivo, acquistabile tramite le biglietterie VELA della città e online, ci guiderà in un dedalo di calli, aneddoti, campielli e fatti storici, fino ad arrivare nel luogo più iconico e al contempo più inaccessibile della storia del vino a Venezia: San Francesco della Vigna, il vigneto urbano più antico di Venezia.  Uno scenario unico per misticismo e cultura, un complesso architettonico che ospita la Chiesa – uno degli esempi di architettura rinascimentale più bello della Laguna di Venezia, opera del Sansovino e del Palladio -, la Biblioteca – che conserva e cataloga il patrimonio librario veneto della Provincia di S. Antonio dei Frati Minori -, i Chiostri – di cui uno dedicato alla coltivazione di erbe aromatiche, uno alla raccolta dell’acqua piovana per l’irrigazione e due a vigneto, dal 2019 curati in prima persona dagli agronomi di Santa Margherita. La visita di questo angolo di paradiso e silenzio é stata concessa in esclusiva dal Gruppo Santa Margherita, in occasione della seconda edizione di WINE IN VENICE ed anticipo rispetto all’apertura ufficiale al pubblico programmata per il prossimo marzo. I biglietti, on line su Vivaticket. Non si può mancare! Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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15 Gennaio, 2024

Ora e per sempre

Quante volte ci sarà capitato di sospirare sognando di poter fermare il tempo, magari per godere di un momento particolare. Purtroppo, no, nessuno è mai riuscito nell’intento di bloccare le lancette. Eppure, esiste un modo o, meglio, un luogo, dove il tempo “si interrompe” e l’orologio smette di ticchettare: l’Enoteca Vanni di Lucca www.enotecavanni.it. Cantine risalenti al III secolo D.C. che si sviluppano per circa 300 mq sotto Piazza Michele, nel pieno centro della città del Comics. Una selezione infinita di oltre 50.000 etichette, provenienti da tutta Italia, Francia e Germania. Una stella polare per gli amanti del buon bere. Qui le storie parlano di personaggi capaci di diventare familiari quasi fossero persone vere. Una sequenza più o meno lunga di quella che è l’unità minima, e originale, di ogni racconto. Più di ogni altra cosa è questo che individua l’unicità di uno luogo, la sua voce inimitabile. Tutto parte dal momento, il frattale che, replicato innumerevoli volte, sempre diverso eppure inesplicabilmente uguale, dà vita al tempo. La struttura, il ritmo, con le pause e gli accenti, la riscoperta dei contenuti sentimentali, emozionali e intellettuali del vivere e del bere, passano per la bottiglia che insieme a Paolo, fine cernitore e stiloso padrone di casa, abbiamo degustato. Camille de Labrie Rouge 2020 Château Croix de Labrie @croixdelabrie, importato in Italia in esclusiva da Mjselection. Bordeaux Rosso biodinamico della zona di Sant-Emilion (75% Merlot 25% Cabernet Sauvignon). Grande finezza composta di frutta, spezie e tabacco dal carattere aromatico e complesso. Questo è un vino che smantella uno ad uno i manierismi del sommelier new wave, spogliandolo del suo costume da giullare di corte, riportandolo così ad una dimensione di normalità. Il vino è vino, il tempo è tempo. Immaginiamo due orologi fluttuare nello spazio interstellare: questi ticchettano alla stessa velocità, o in termini più tecnici sono sincronizzati. Se uno dei due orologi dovesse avvicinarsi ad un oggetto massivo, inizierà a battere il tempo in modo diverso, rallentando a mano a mano che si avvicina. A quel punto i due orologi si de-sincronizzerebbero. Se l’orologio allontanatosi tornasse a fluttuare nella stessa posizione di prima, le sue lancette sarebbero in ritardo rispetto a quelle rimaste nello spazio interstellare. LA PROPOSTA DELL’ENOTECA: Mescita giornaliera di circa 15 Rossi e 15 bianchi, in base a disponibilità e scelta dei proprietari. Sistematica e continua rotazione dei vini proposti, abbinati a taglieri di salumi e formaggi.   Marco Sargentini Mi trovi su Instagram e Facebook Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino  
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12 Gennaio, 2024

Tenuta Scuotto. Adolfo, cuore e testa

Quando ero studente in ingegneria, andai a Firenze per una tesi sperimentale. Un laboratorio della Alenia Spazio dove c’erano tanti cervelloni in camice bianco. Uno di questi, tipo simpatico, milanese, mi chiese: cosa vuoi fare dopo la laurea? Io risposi “il manager!”. Lui mi guardò un pò storto dicendomi “non farei mai il manager perché questo è colui che sarebbe in grado di sputare sul migliore amico”.  Erano gli anni ‘90 e forse, all’epoca, i manager erano così. Spietati, poco attenti alle risorse umane, arrivisti. Nella mia ventennale vita da manager, non mi è mai capitato di “sputare” (metaforicamente e ancor meno fisicamente) su una persona. Il rispetto e la cultura forse hanno salvato tutti i manager (e i dipendenti!). Visione, leadership, capacità di gestione delle risorse umane ed economiche, conoscenza dei processi, marketing (in ogni accezione possibile). Queste alcune delle caratteristiche che un manager moderno deve avere. Ora, perché sto scrivendo di questo in un articolo che dovrebbe riguardare il vino? Perché nelle mie peregrinazioni enoiche mi sono certamente imbattuto in manager di grandi aziende con centinaia di migliaia di bottiglie all’attivo ma mai, fino ad ora, di una che di bottiglie ne produce poco meno di centomila, numero che per molti è un ambizioso traguardo. Ecco, per molti ma non per Adolfo Scuotto. Per lui sono un passaggio. Intermedio.  Adolfo non è un vignaiolo. O almeno non lo è nel senso stretto del termine. È il manager di una azienda creata insieme al padre e che deve gestire in modo tale da farla diventare non buona, non ottima ma eccellente.  Nel film “Il sapore del successo” lo chef Adam Jones interpretato da Bradley Cooper recita la bellissima frase “D’ora in poi tutto deve essere perfetto. Non buono, non eccellente…perfetto!”. In quel caso serviva per la terza stella Michelin. Nel caso di Adolfo e della sua Tenuta Scuotto, c’è molto di più. Ci sono motivazioni profonde e proprie di una persona, una famiglia, che sa cosa voglia dire “azienda”. Da valorizzare, da portare al successo, da tramandare a chi verrà dopo. Visione del futuro, progettualità, pragmatismo, studio, risorse umane, marketing, intraprendenza, spirito pionieristico. Ecco, tutto questo ho ritrovato nella chiacchierata con Adolfo Scuotto. Tenuta Scuotto nasce dall’idea di due folli, papà ed io, che se pur con percorsi diversi erano accomunati dal sogno di una bottiglia con il proprio nome. Un vino che rispecchiasse la nostra idea di vino ma anche la paternità della nostra famiglia. Nato e prodotto dalla nostra famiglia. Le aziende non nascono mai per caso. Sono frutto di idee. Magari visionarie, magari fantastiche, magari concrete. Idee. Pensieri. Sogni. C’è sempre una scintilla che riesce a produrre un fuoco. Il vero problema è ciò che ne consegue dopo. Riuscirà il fuoco a divampare o rimarrà una fiammella? O peggio ancora, si spegnerà?  Prima del covid l’ISTAT indicava come circa 276.000 le aziende che nascevano ogni anno e 274.000 quelle che cessavano. Va bene il turnover ma così appare una ecatombe.  Non sono le idee a mancare (altrimenti non nascerebbero così tante aziende) semmai la capacità di creare continuità.  Torniamo alla partenza. Serve una idea e la famiglia Scuotto, ce l’ha. Servono dei fondi e anche questi non mancano visto che il papà di Adolfo, è da tempo un affermato imprenditore in altro settore. Serve capacità e quella, oltre alla imprenditorialità del papà, Adolfo può mettere in gioco la sua esperienza nel business management e marketing strategico guadagnante lavorando per alcune società di consulenza. Per iniziare una avventura nel mondo del vino c’è ovviamente bisogno di un terreno, una cantina e di una squadra che sappia far funzionare questo “meccanismo”. La scintilla dunque. A meno che non si tratti di un motore a scoppio dove la scintilla è provocata e calcolata, in tutti gli altri casi, è casuale. Mio padre era nel territorio di Lapio per trovare degli amici e si imbatté in un cartello vendesi di un terreno: un casale molto spartano cinto da quasi due ettari e mezzo di vigna. Mi chiamò e mi disse “che faccio chiamo?”. In realtà aveva già telefonato e pure preso appuntamento. Era un bluff. La visita e la trattativa andò ovviamente a buon fine e da li l’avventura ebbe inizio.  Anche qui la mentalità può tanto.  Si può partire e ragionare con una sorta di “vediamo come va” oppure si può programmare e gestire lo sviluppo.  Adolfo e il papà non sono due persone sprovvedute. Oltretutto, quando capiscono cosa ci vuole per mettere su una azienda dal nulla in termini di investimento e tempo, in quel momento realizzano che per sopravvivere occorre una azienda solida, strutturata, con un progetto e una visione chiara. Tanto più chiara quanto chiaro è l’obiettivo. La prima frase detta nella riunione di start up da mio padre fu “Io voglio fare un vino che non esiste sul mercato”. Da li l’enologo fece capire che l’affermazione cosi semplice racchiudeva una serie di insidie e costi. Fermiamoci un attimo.  Un imprenditore ed il figlio hanno un sogno: produrre vino che abbia in etichetta il nome della famiglia. Fin qui ce ne sono tante di aziende familiari no? Beh si certo ma poi questi continuano. Non basta produrre vino, vogliono che sia un vino che non c’è.  Ok. Ma basta produrre un blend particolare, un vitigno strano che ne so ed il gioco è fatto. Ehm non proprio. Perché se poi questa azienda deve produrre pure utili, premesso che non basta un vino solo ma serve una gamma, o questo fantomatico vino che non esiste è il migliore (o tra i migliori al mondo) oppure la vedo difficile. Impresa davvero ardua quella che attende Adolfo (è a lui che il “giochino” è affidato). Adolfo però pensa e lavora con metodo e attitudine (poi dicono che studiare in questo campo serve a poco!!). Inizia il progetto della cantina (siamo nel 2008). I vigneti, non gestiti secondo tecniche agronomiche moderne, vengono espiantati e ripiantati. La prima fase del progetto investe dunque la parte produttiva: terreno e produzione. Tanto per essere pronti per la commercializzazione. Poi si pensa, nella seconda fase all’ampliamento della capacità produttiva, alla logistica, alla accoglienza in ottica experience.  Volevamo un ambiente confortevole ed affascinante.  Va bene la parte strutturale, quella che si può costruire con l’esperienza pregressa. Quella che si progetta e si realizza. Le cose materiali insomma. Però, per far funzionare il tutto, c’è bisogno del materiale umano. Persone, anime, cuori, cervelli. Anime che gettano il cuore oltre l’ostacolo sposando il progetto, condividendo l’ambizione. La causa si direbbe.   Durante la fase di costruzione abbiamo pensato che essendo un progetto importante necessitava di risorse di alto profilo. Know how e competenze nel mondo del vino che noi non avevamo. Chi oggi prende una bottiglia di Scuotto immagina che siamo viticultori da sempre. In effetti il processo di crescita dell’azienda è stato così veloce che anche io stento a crederci. La scelta delle persone dunque. Non dovevano essere semplici consulenti ma veri e propri padri putativi di questa azienda e di questo progetto.  Abbiamo avuto la fortuna, perché poi è sempre un mix di fortuna e capacità, di imbatterci in persone che hanno perfettamente capito cosa volevamo fare mettendosi in gioco anche loro. Magari alzare l’asticella e osare. Provare a fare qualcosa di diverso. Partendo dalla conoscenze del territorio e da un bagaglio di conoscenze acquisito nel mondo del vino anche all’estero come Francia e in varie regioni italiane. Scegliere le persone vuol dire poi anche fidarsi di chi si è portato a bordo. Persone con le capacità che per far funzionare le cose hanno bisogno di mettere a terra le proprie idee anche attraverso tecnica e tecnologie. Ovvero investimento.  Ci siamo fatti assistere da un consulente con il supporto dell’azienda che ci ha fornito le attrezzature. Ci ha consigliato non la cosa più economica ma la cosa migliore. Mettendo giù i numeri capivamo che l’impatto economico sulla nostra famiglia era notevole. Nel mondo del vino ci sono vari approcci fermo restando l’idea di fare del vino buono dunque costoso. C’è chi parte da una vigna che possa essere di qualità e tenuta/gestita bene. Il frutto poi viene trasformato da altri. Sono un produttore di uve. Non sono in grado di creare la realtà delle cantina non volendo gestire la fase della produzione. C’è chi addirittura è una commerciale pure. Acquisto l’uva da uno e la trasformo da altri. C’è poi l’approccio più invasivo e verticale dove si fa tutto. Questo è stato l’approccio iniziale e attuale della nostra azienda. Alla fine, ciò che conta, sono i numeri. Che nel caso di Scuotto hanno iniziato a dimostrare che qualcosa di grande stava venendo su. Nemmeno poi tanto lentamente. Numeri che andavano oltre un semplice giochino di famiglia, di quelli per i quali se va va, altrimenti chi se ne frega tanto il vino ce lo beviamo con gli amici.  Se le cifre sono importanti inizia a pensare a quante bottiglie devo fare, come le devo fare, dove le devo vendere, come le devo promuovere. Insomma si fa un business e marketing plan. Dall’idea di un vino del quale non si fosse mai sentito parlare e del tutto atipico per idea e concezione, processo di produzione è nata tutta l’azienda. Quando si crea qualcosa si fa sempre step dopo step. L’approccio imprenditoriale, quello che tutte le aziende dovrebbero avere. Eccolo qui. Una imprescindibile inesorabile necessità. Senza un piano dettagliato, senza una visione del futuro, senza gli investimenti, non si va da nessuna parte. O forse si: nel novero delle aziende che finiscono prima o poi. Che non è l’intenzione della famiglia Scuotto e ben che mendò di Adolfo che tutto è meno che uno che non vuole arrivare. Adolfo infatti non si accontenta. Di indole è abituato a lottare, a impegnarsi anima e corpo nelle cose, a dedicare ogni istante del proprio tempo per promuovere, con fierezza il territorio, la sua azienda, i suoi vini. L’indole non la studi sui libri. Non la impari a scuola o in un master. Ce l’hai dentro. Poco conta se vieni da una “buona famiglia”. O ce l’hai o non ce l’hai. Adolfo ce l’ha. Direi di più, come napoletano direi che tiene ‘a cazzimma. Ora qualcuno potrà pensare che venendo da una famiglia bene, fallire in una impresa del genere non sarebbe stato un problema. Si, il giocattolino affidato nelle mani del figlio per farlo divertire se va male, vabbè chi se ne frega. Gli faremo fare altro. No! Non è per niente così. La grande determinazione, la competenza, la capacità imprenditoriale e la visione programmatica di Adolfo è vincente. La capacità di circondarsi di persone competenti che suggeriscono fondamentale. Tutto viene studiato nei minimi particolari. Programmato e gestito con capacità.  La disponibilità di risorse porta il coraggio e la voglia di osare. Non dico che è un lancio con paracadute perché nelle attività imprenditoriale il paracadute non esiste ma l’atterraggio sarebbe stato più morbido. L’imprenditore nel senso più letterale di questo termine non investe nel mondo del vino se il suo fine è quello del profitto. La componente risorse è una componente nel progetto imprenditoriale fondamentale ma non quella di partenza. Il progetto sarebbe partito comunque. Magari ridimensionato nel tempo e nello spazio. Forse ci sarebbe voluto qualche anno in più ma il tempo e le capacità, quel valore aggiunto delle persone ci sarebbe comunque stato. Molti sono gli esempi di aziende stra dotate di risorse che però non vanno bene. Nel mondo del vino ci sono poche attività finalizzate al profitto. Anche la scelta del territorio non è stata casuale. Anche qui si potrebbe dire che dovendo dare un giocattolino al figlio, bastava dargli un territorio qualunque. Certo vicino casa ma anche lontano. Uno valeva l’altro. Invece no. Ancora no. Ma ancora visione e determinazione. Lapio. Irpinia. Un territorio fantastico che non si dovrebbe mai chiamare le Langhe del sud. Qui è terra di Fiano, di Falanghina, di Taurasi (Aglianico). Territorio non vocato ma nato appositamente per il vino. Un mix unico di clima, terreno, uomo, vitigni. Un terroir insomma che il mondo dovrebbe invidiarci. La nostra famiglia è napoletana di origine. La scelta poteva essere qualsiasi. Non siamo cresciuti in un territorio fantastico come Lapio. Abbiamo scelto invece il territorio anche se non siamo figli del territorio. Siamo stati adottati e ci siamo scelti la nostra madre. In natura non si può fare ma noi l’abbiamo fatto. Ci ha convinto di più perché noi siamo campanilisti. Ci sentiamo e siamo napoletani e il territorio, le radici, le tradizioni sono una nostra ricchezza che difendiamo a spada tratta. Siamo amanti del vino del nostro territorio e in particolare del Fiano. Chi non riconosce nella provincia di Avellino il cuore del vino della Campania non conosce la Campania. Una scelta di cuore e di testa ti dice di Investire nel territorio più vocato che ha le prospettive di crescita migliori. Commercialmente in termini di brand territoriale è quello che ha più appeal oltre i confini regionali.  Cuore e testa. Insieme. Mai separati. Le scelte si fanno con il cuore e si realizzano con il permesso e la visione della testa. Inseparabili se non si vuol fallire. Ho sempre visto la mia stessa attività come un modo per far parlare del territorio e della mia azienda. Già dai primi passi della mia attività ho guardato al mio mercato In una maniera globale. Non ho mai visto il mio mercato di sbocco come quello di prossimità. Se ti dicessi che forse in ordine cronologico le fatture emesse in provincia di Avellino sono state le ultime dopo quelle del Giappone, ti fa capire che l’internazionalizzazione ovvero con il vino come ambasciatore del territorio ha rappresentato per me la vera gratificazione. Oggi esportiamo in venti paesi. Attirare l’attenzione sul territorio. Lo facciamo come singoli ma siamo presenti nei consorzi con attività varie perché l’unione è la forza del territorio. Ci siamo messi sugli aerei abbiamo riempito la valigia di sogni e speranze. Ecco la vera imprenditorialità. “Think global, act local” è un principio del marketing. Pensa globalmente per agire localmente. Adolfo lo applica valorizzando il territorio e portando questo in giro per il mondo. Se c’è qualcosa che nel mondo è riconosciuto della Campania felix del mondo enologico, è il Fiano, il Taurasi, la Falanghina. Il mercato locale si va pure bene ma è il mondo che ti fa decollare. Però prima devi decollare tu e portare il tuo prodotto a farsi conoscere. Girando il mondo con la valigia carica di sogni. E vino. Bellissimo come Adolfo parli sempre con un “noi”, un “abbiamo”. Tipico di chi ha a cuore la squadra. Peccato però che chi lo conosce almeno un pò e lo segue suo social, dove è parecchio attivo. È un abbiamo finto perché sono sempre io che vado in giro. È un vantaggio ma anche una fatica.  Un vero one man band che non ha la struttura che certo gli piacerebbe e magari la avrà nel futuro. Quando sarà economicamente possibile. Le scelte vengono fatte anche in funzione delle caratteristiche del business. Rinunciare ad una fiera per una sovrapposizione è qualcosa che rappresenta un limite ma è cosi.  Oggi inizio a sentire il peso di anni e anni vissuti a manetta. Spostamenti, eventi b2b, clienti ristoratori, eventi privati, fiere. Nessuna forma di comunicazione è stata messa da parte senza la mia presenza. Adolfo è dovunque e se ne avesse la capacità, sarebbe uno e trino. Onnipresente. Ma non per essere prezzemolino. Perché è il volto di Tenuta Scuotto. Ne è l’anima. Quella partenopea propria di una persona solare e con la battuta sempre pronta. Capace, colto, preparato ed attento. Difensore del proprio prodotto e del territorio che rappresenta. Con la pacatezza e i modi gentili che lo rappresentano. Senza mai lasciare l’irruenza tutta napoletana. La frenata l’ho avuta nel 2020. Frenata ma per uno che è un laboratorio di idee come me è un eufemismo. “A qualcosa devo lavorare” mi sono detto. Ho creato da zero il sito internet. Ho messo su lo shop on line. Per me il pensiero di non vendere è un pensiero che mi atterrisce. Cosa posso fare? Ho inventato la formula “io sto con i ristoratori e l’hashtag #iostoconiristoratori . Cambiavo ogni giorno sui social la foto di un ristoratore facendo capire che l’azienda, pur condividendo le stesse tristi avversità, era dalle loro parti e non appena la situazione si fosse stabilizzata saremmo ritornati con loro. Ho creato una formula on line con dirette dove io non comparivo. Era una operazione di product placement dove una giornalista intervistava i clienti, o gli chef che abbinavano il piatto pubblicizzando il servizio offerto. Così, quando sono partiti, l’ordine lo hanno fatto a Scuotto. Siamo con la mente sempre a pensare cosa fare. Non ci siamo arresi all’inizio figurati se ci fossimo arresi quando il covid stava spezzando le ali al nostro sogno. Il vino di Tenuta Scuotto. Nella nostra chiacchierata il vino arriva per ultimo. Forse è anche giusto così. Il sogno, la realizzazione di qualcosa che non c’era prima è un pezzo del progetto. È inserito in un contesto più ampio. Parlare solo di quello, imporrate certamente, non sarebbe utile.  Oi’ni. Questo il nome del vino che non c’era. Oi’ni. Un richiamo alla napoletanità. “O ragazzo”. Chiamare un ragazzo per attirare la sua attenzione e portarlo da qualche parte. Verso quel mondo che deve necessariamente conoscerne l’unicità. Si, un vino decisamente unico. Qualcosa che consiglio di assaggiare perché regala una esperienza sensoriale. Un Fiano prodotto alla maniera dei grandi bianchi francesi con affinamento di 12 mesi in botte a temperatura controllata. Un vino che resiste al tempo e con il temo evolve. Le note suadenti, il bouquet complesso, la mineralità, la pastosità in bocca, la lunga persistenza, il perfetto bilanciamento. Oi’ni era il sogno iniziale e il prodotto attorno al quale è nata l’azienda. Dal principio l’idea era che dovesse avere un fratello ed è nato il Fiano classico. È lui che ha preso il tre bicchieri nel corso degli anni. Un prodotto notevole che è anche il biglietto da visita. Magari per il prezzo. La Falanghina è sempre stato il prodotto con il quale andare ad aggredire mercati meno attenti alla qualità e più al prezzo. Il brand Falanghina ha una cassa di risonanza superiore rispetto agli altri. Era dunque necessario avere un entry level. La Falanghina Scuotto è una delle migliori Falanghina sul commercio. È stato best wine in America, per due volte, tra i migliori cento vini per rapporto qualità prezzo (Wine&Spirits) Un prodotto di livello. Ora, se uno pensa che un prodotto bello e buono si venda da solo, ha sbagliato di grosso. Avete mai pensato a quanti vini ci sono in Italia e nel mondo? Come diavolo si può pensare che dopo aver prodotto qualcosa di unico questo si affermi senza fare nulla? Utopia pura. Ecco perché serve una strategia, investimenti, capacità. Tutta quella che Adolfo ha messo in campo. Come azienda e come persona. Non per un vino. Non per una etichetta. Ma con un mix di territorio, vitigni, azienda, vino, vini. Oi’ni non è solo. 9 etichette in totale frutto di una vera strategia di posizionamento del territorio e della azienda stessa. Niente, nemmeno in questo caso, è casuale.  Più aumenti le etichette e più aumenta la complessità produttiva e logistica. Così come commerciale nel gestire le etichette diverse. Però il cross selling, che è una delle strategie di marketing, ne verrebbe meno. Mi ritrovo a vendere Greco perché ho Fiano; vendo Falanghina perchè ho Taurasi. Il cross selling ha accelerato lo sviluppo dell’azienda. Ovvio che va gestito. Tenuta Scuotto parte con tre referenze in produzione e due in vendita. Mancava ovviamente Oi’ni perché in affinamento. Sui rossi è nato il progetto Taurasi che per una azienda che sta in Irpina è il rosso per eccellenza ed inimmaginabile non farlo. Come cita Parker e gli da 92 punti, “corpo struttura” ma lo trova il “vino più contemporaneo che ho bevuto”. Ancora una volta abbiamo dato il nostro imprinting. Eleganza e contemporaneità. Armonia ed equilibrio. Cerco sempre queste cose nei miei vini e mi fa piacere che vengano apprezzate. Sono anche sinonimo di commerciabilità.  Un 2020 chiuso ad un -17%. Fortunati ma la fortuna si cerca e si costruisce. Il nulla rispetto alle medie. Nel 2021, crescita vendendo di più del 2019. Nel 2022 vendite in forte crescita rispetto al 2021. Poi il rimbalzo negativo nel 2023 per mercato, guerre, inflazione. Insomma contrazione dei consumi.  Non tocca mai tutti allo stesso modo. Abbiamo lanciato la collezione Mythic con un importante progetto e budget di comunicazione. Design dedicato, studio del naming che ha impiegato sei mesi (9 in totale con l’etichetta). Quando ci siamo presentati al Vinitaly è stato un grande successo per la curiosità dei vecchi e dei nuovi clienti. Chi era reticente perché aveva la cantina piena con i ristoranti in calo, la curiosità e la comunicazione lo hanno spinto a prendere quella referenza che altrimenti non avrebbero preso. Magari non guadagnerò tantissimo ma facendo zero a zero sicuramente avrà contribuito alla crescita del progetto. Aidos è diventato uno dei prodotti più richiesto perché il prodotto è proprio buono oltre ad essere biologico. Kuris è un Greco fatto in un certo modo, una genialata.  Senza dimenticare, sempre nella serie Mythos, Malgrè, il rosato, primo in casa Scuotto, da Aglianico. A proposito, la recensione di Aidos la trovate sul mio blog Instagram. Il progetto nuovo tra i rossi poi è Redo.  Volevamo sfatare qualche mito facendo un Aglianico contemporaneo che abbracciasse l’Aglianico giovane (fresco, fruttato) con il Taurasi (corpo e note evolute). Questo ci ha permesso di uscire con un Aglianico del 2021 strizzando l’occhio al Taurasi e giocandosela con i grandi rossi internazionali. Una gamma dunque frutto di una vera e propria strategia studiata a tavolino e non sottoposta al caso. Ogni prodotto va ad occupare una specifica posizione del mercato per giocarsela. Ad armi pari. Creare ed investire anche nei momenti di crisi per essere pronti alla ripartenza.  Ancora, per fare questo serve programmazione, servono investimenti e tanta tanta testa. Oltre che quel cuore che alla totalità dei vignaioli non manca. Per molti, un premio vuol dire poco. Niente di che. Per altri, è un punto di arrivo.  Per Adolfo è solo un passaggio. Certo, un riconoscimento che ha la sua importanza e da valore tangibile al percorso intrapreso. Ma non ci si ferma. Perché, come lo stesso Adolfo ha scritto sui suoi profili social “ogni giorno il mio vero traguardo è quello che vedo dopo averlo raggiunto”. È da sempre la mia filosofia. Se mi fossi dato delle scadenze e degli obiettivi mi sarei seduto. Scherzando dissi a mio padre “io tempo 4/5 anni prenderò i “Tre bicchieri Gambero Rosso”. Lui mi rise in faccia. Quando poi l’ho preso per tre anni consecutivi la cosa è diventata atipica e piacevole. “Papà io entrerò nei ristornati stellati e nella distribuzione”. Anche li ci fu una risata perché disse “sai quante aziende fanno la corte?” Ci sono entrato a fine 2016 e sono in una delle distribuzioni più prestigiose. Sono in “Vini & Design” grazie ai quelli sono arrivati qui i grandi Riesling ad esempio.  Non obiettivi ma punti di approdo. Milestones come direbbero quelli bravi del marketing. Perché se ti dai un premio come obiettivo, una volta raggiunto che fai? Come obiettivo aziendale, oggi siamo intorno alle 100000 bottiglie (le sfioriamo) mi piacerebbe arrivare a 150mila bottiglie. Continuando a distribuirle nelle stesse percentuali di oggi e continuando ad essere presente nelle carte dei ristoranti stellati. Mi piacerebbe essere premiato come vino dell’anno Gambero Rosso. Mi piacerebbe prendere il voto più alto nelle guide Parker e Wine S pectator. Vorrei poi trasformare la tenuta in un wine resort per lasciare questa realtà alle mie figlie cosi che un domani possano avere una azienda di eccellenza della produzione dei nella enogastronomia e nella accoglienza.  Ambizioso? Arrivista? Spaccone? Niente di tutto questo. Se avrete il piacere di incontrare Adolfo (e non è difficile poiché lo trovate ovunque è presente Tenuta Scuotto) basterà parlare con lui per qualche minuto per capire che non è niente di tutto questo. È una persona dotata di cuore ma anche di testa. Ovvero le due caratteristiche principali per governare una azienda aldilà di tutte le capacità manageriali e imprenditoriali che non possono mancare. Cuore e testa. Mai l’uno senza l’altro. Tenuta Scuotto. Adolfo cuore e testa   Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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