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27 Febbraio, 2024

Report. Facciamo il punto

Ho voluto far passare del tempo e con esso l’ondata lunga delle polemiche seguite all’ultima puntata di Report per cercare qualche punto di ulteriore discussione sul tema o sui temi sollevati. Partiamo dal metodo. Le inchieste giornalistiche devono esserci. Sono l’essenza della democrazia oltre che del giornalismo. Mettono spesso in risalto qualcosa di sotteso, sotterraneo, sporco, cattivo. Ciò che non dovrebbero mai fare, senza dichiararlo anticipatamente, è esprimere una opinione o voler dimostrare un teorema. Faccio un esempio estremo. Se volessi fare un servizio giornalistico per rafforzare la mia opinione che la terra è piatta, basterebbe intervistare portandone le istanze, una serie di terrappiattisti e il gioco è fatto. Senza un contraddittorio ovvero senza un equilibrio, passerebbero dei concetti privi di un parere più rotondo. Oltre questo, parlare solo ed esclusivamente di un paese, in questo caso l’Italia, facendone emergere un quadro, ancorché parziale e non oggettivo, desolante, senza alcun tipo di rimando ad altri mercati, identifica quest’ultimi come migliori. Ma questo non corrisponde alla realtà. Che le logiche di una grande azienda vitivinicola siano e debbano essere diverse da quelle del piccolo artigiano, è palese. Nei primi conta di più il volume dunque il margine, nei secondi, magari lo stesso ma con valori numerici decisamente inferiori. Di certo, la qualità non può che essere un focus di entrambe le categorie anche se con specificità diverse. Per le grandi aziende ciò che conta maggiormente è una “uniformità” dei prodotti per garantirne “l’identità”; per gli artigiani o le piccole medie aziende la “riconoscibilità” del territorio ovvero del terroir.
Ci sono vini standard? Si, certo. Negarlo sarebbe osceno. Lo sono per logica commerciale e non già per “frode”. Tempo fa andai al Lidl a provare del vino che poi ho recensito sul mio blog Instagram. Era un Aglianico del Vulture acquistato a meno di 3€. Le conclusioni furono queste: Non si tratta di un grande Aglianico né di un grande vino ma nemmeno di una schifezza. Un vino buono, certamente migliore di tanti altri che costano anche di più. Lo suggerisco? Suggerisco solo di non avere mai pregiudizi! Nel volantino del mese di Lidl c’è ad esempio Muller Turgau a 2.19€, un Cabernet Sauvignon a 2.39€, un Rosso di Montefalco a 5.99€. Quello che costa di più è un Prosecco DOC millesimato a 6.99. Spesso si trovano anche Chianti Classico DOCG, Amarone, Barolo. Possibile? Tecnicamente no certo però, grazie alle multinazionali e ad un po’ di attività in cantina, si possono ottenere prodotti, non nocivi, ma per tutti. Sbagliato? Non lo so e ognuno avrà la sua opinione. Un vino omologato è peggiore di altri? Mi sarebbe piaciuto che i giornalisti di Report fossero andati nello Champagne. Li, specialmente le grandi Maison, sono maestri della omologazione. Non vorrei bestemmiare ma aggiungere il liqueur d’expedition al vino base dopo il degorgement, oltre che per determinare il grado zuccherino del prodotto finale, serve ovviamente per fornire un gusto “riconoscibile”. Forse è meglio che non ci siano andati in Francia. Sai che incidente diplomatico avrebbero creato?   La chimica e i metodi. Quando nostro figlio ha la febbre, gli diamo il paracetamolo. Se sta ancora più male, probabilmente, sarà necessario l’antibiotico. Non siamo scettici. Non pensiamo che gli stiamo dando qualcosa di non naturale. Certo, ci sono i prodotti omeopatici o i rimedi della nonna ma, sfido chiunque a dire che non ha mai dato antibiotici al proprio figlio anche se il pediatra lo ha prescritto. Allo stesso modo, se una pianta sta male, non usare la chimica, potrebbe essere drammatico ai fini del risultato finale. Ci sono ovviamente altri metodi, naturali, previsti dai disciplinari biologici e biodinamici. Anche se spesso vengono comunque permessi rame e zolfo poiché considerati come naturali. Poi le conseguenze sul terreno non sempre vengono calcolate. Senza dimenticare che non esiste un vero disciplinare per i vini naturali con la conseguenza che ognuno fa un pò come vuole. Oggi, sempre più rispetto al passato, i produttori stanno puntando la propria attenzione sulla qualità della vigna. Non è tanto un tema di manualità o meccanizzazione dei processi quanto della necessità di far arrivare in cantina acini sani. Solo così infatti, si può non solo immettere tutto il territorio nella bottiglia ma rendere il processo di vinificazione più lineare possibile.   La cantina e i lieviti. Possono i lieviti selezionati e le sostanze ammesse modificare e migliorare il prodotto finale? È inutile prenderci in giro: si. Conti alla mano possono essere usati come “addizionanti” oltre 50 sostanze diverse. Lieviti, vitamine, acidi, solfiti, chiarificanti, stabilizzanti, addolcenti, astringenti, acidi, ammorbidenti, ecc. Chi più ne ha, più ne metta. Sempre rispettandone la legalità. Ora, essere sostanze autorizzate, implica due cose: Non sono nocive (altrimenti non sarebbero autorizzate); Non necessariamente devono essere usati.   Mi concentrerei su quest’ultimo punto dando per scontato il primo dando per scontato che nessuno, a valle degli scandali del metanolo e antigelo, utilizzi più sostanze illegali. I produttori hanno la capacità, in funzione delle proprie conoscenze e della filosofia produttiva, scegliere come realizzare il vino. Ho personalmente conosciuto decine produttori che usano lieviti selezionati o spontanei ma mai nessuno che usa chimica e additivi. Non mi sono mai volutamente interfacciato con grandi aziende perché quelle giocano in un campionato che non mi interessa. I piccoli e medi produttori sono aziende tipicamente a carattere familiare. Lavorano autonomamente la terra e sono i primi utilizzatori del proprio vino: chi è il pazzo che usa chimica in vigna quando è li che vive o beve il proprio vino quando non sano? Sgombro anche il campo dall’equivoco di chi sta pensando che fanno un vino diverso per sé stessi ovvero per sé stessi buono e per gli altri edulcorato perché le attrezzature in cantina sono poche e costose e non è possibile differenziarle. Una volta un grande vignaiolo mi disse che non ci possono essere vini naturali perché, di per sé, il vino è un prodotto di trasformazione. Prendi l’uva, la lavori, ne estrai il succo, la conservi. Si possono avere tutti i metodi che si vuole per fare questi passaggi ma di certo non sono passaggi naturali. Se prendi il frutto dalla pianta e lo mangi, allora non c’è trasformazione ed è tutto naturale. Sempre che alla pianta non sia stato dato qualcosa prima. Oltretutto, se il “succo” lo si vuole conservare per qualche tempo, occorre aggiungere dei “conservanti” ovvero antibatterici. Non fosse altro che il vino o qualunque liquido non chimico, è materia viva per la presenza di microorganismi che, se non mutati, portano alla decomposizione dunque alla impossibilita di consumo. Anche l’acqua presa dalla migliore fonte al mondo potrebbe fare questa fine e non già perché marcisca in bottiglia, quanto a causa di possibili contaminazioni dei recipienti. L’acqua imbottigliata, per legge, non può ricevere additivi. Tornando ai lieviti, sarebbe bello se ogni vignaiolo potesse usare solo lieviti spontanei. Ma non è così semplice. Le diverse condizioni che si creano in vigna prima e soprattutto in cantina dopo (dove ci sono veramente i batteri responsabili dei lieviti), non è detto che generino la fermentazione. Quando questo non accade, il lavoro di un intero anno può andare direttamente nella fognatura. Pardon! Nello smaltimento. Lavoro. Investimento. Guadagno. Tutto gettato via. Come si fa a biasimare un vignaiolo che non riesce a rischiare? Come si fa a condannare grandi aziende con centinaia di dipendenti se non vogliono mettere a rischio il fatturato e ciò che ne consegue? Inutile e sciocco condannare l’utilizzo di lieviti. Le caratteristiche organolettiche di un vino dipendono anche, ma non solo, dai lieviti. Sarà comunque il mercato a scegliere e compito di divulgatori e sommelier (onesti) è proprio quello di far scoprire ai consumatori i vari prodotti con le loro differenze e peculiarità. Qualche settimana fa sono andato alla manifestazione Vignaioli Naturali a Roma e un mio amico incontrato li mi chiese sottovoce: ma perché qui ci sono produttori che usano lieviti?  Cosa gli potevo rispondere se non che non ci sono regole per i vini naturali? Il mercato sceglie anche, e tanto, di bere birra che è un prodotto completamente chimico e dove i lieviti sono aggiunti come nella pizza o nel pane. Ah ecco. Il pane, la pizza, la birra, i dolci. Allora tutto è edulcorato! Dunque, giusto che i giornalisti di Report aprano la discussione su qualcosa di poco noto ma, sarebbe stato più corretto avere una visione più attenta e un maggior coinvolgimento di chi sa. Non solo di chi si vuol far parlare. Esplorare ed indagare vuol dire guardare il mondo con gli occhi di un bambino che si fa le domande. Per ottenere le risposte però, non si può usare lo stesso bambino altrimenti crederemmo ancora a Babbo Natale.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969    
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24 Febbraio, 2024

Amarone Opera Prima 20^ edizione: un successo strabiliante!

1.500 Visitatori da oltre 25 Paesi condividono la passione per il vino Nel cuore di Verona, un evento straordinario ha catturato l’attenzione di appassionati del vino provenienti da tutto il mondo. Amarone Opera Prima, tenutosi il 3-4 febbraio 2024, ha accolto con entusiasmo 1.500 visitatori e 200 giornalisti provenienti da oltre 25 Paesi diversi. La manifestazione ha attirato una varietà di partecipanti, con una presenza significativa di donne e giovani wine-lovers, questi ultimi con ben 600 partecipanti al party finale organizzato da Winenot Blind Tasting in collaborazione con il Gruppo Giovani del Consorzio Tutela Vini Valpolicella. L’evento si è svolto presso il maestoso Palazzo della Gran Guardia di Verona, dove gli appassionati del vino hanno avuto l’opportunità di assaporare in anteprima l’Amarone 2019: 70 le cantine della Valpolicella. Oltre alla novità del 2019, i partecipanti hanno potuto immergersi nelle annate precedenti fino al 2009, creando un viaggio gustativo attraverso il tempo e le diverse interpretazioni di questo vino iconico. 3 febbraio Convegno “Clima, produzione e mercati: la Valpolicella alla prova del cambiamento”. La giornata di apertura, il 3 febbraio, ha preso il via alla Gran Guardia con un convegno intitolato “Clima, produzione e mercati: la Valpolicella alla prova del cambiamento”. Moderato dal direttore di Telenuovo, Andrea Andreoli, il talk ha visto la partecipazione di figure chiave del settore, tra cui il presidente Christian Marchesini, il vicepresidente del Consorzio e Master of Wine Andrea Lonardi, Carlo Flamini responsabile dell’Osservatorio del Vino di Unione Italiana Vini e il professore di Enologia dell’Università di Verona, Maurizio Ugliano.   Talk “Amarone Opera Prima: Sipario con Vittorio Grigolo” Il prestigioso talk ha offerto un’esperienza unica con l’enfant prodige della lirica mondiale, protagonista del Festival lirico veronese dal 2013. L’apertura dei banchi di assaggio, riservata prima alla stampa e poi agli appassionati, è stata il cuore pulsante della giornata di domenica 4 febbraio. Vendemmia 2019: un racconto di sfide tra freddo, pioggia e caldo Il racconto della vendemmia del 2019, etichettata come annata a cinque stelle,  si apre con un’analisi approfondita delle condizioni climatiche che hanno plasmato le uve di quella stagione. Maurizio Ugliano, docente al dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, offre uno sguardo dettagliato su un anno caratterizzato dalla primavera più fredda e piovosa degli ultimi 30 anni. Estate Calda e ondate di calore L’estate, invece, è stata caratterizzata da temperature più elevate che hanno contribuito a recuperare il tempo perduto. Tuttavia, ondate di calore hanno imposto ai viticoltori di adottare misure speciali per proteggere le uve, in particolare Corvina e Corvinone, dai danni causati dall’irraggiamento solare intenso. Oltre i Limiti del Disciplinare L’evento ha anche messo in luce l’approccio dei produttori che, con affinamenti più lunghi rispetto a quanto richiesto dai disciplinari di produzione, hanno dimostrato la volontà di andare oltre i limiti stabiliti, cercando la perfezione e la massima espressione del proprio Amarone. Vi racconterò non solo gli assaggi della nuova annata ma anche le impressioni sui vini che mi hanno colpito di più! Nel narrare questa esperienza di assaggio, preferisco seguire il flusso dell’emozione piuttosto che l’ordine alfabetico. Spero che questo racconto vi coinvolga tanto quanto è stato coinvolgente per me esplorare questa nuova dimensione di confronto.   Accordini Stefano – Amarone della Valpolicella Docg 2019: due versioni, stessa annata Il confronto tra le due versioni dell’Amarone della Valpolicella DOCG 2019 di Accordini Stefano si rivela un gioco stimolante e divertente. Da un lato, Acinatico, proveniente da vigneti tra i più alti della zona classica di Cavalo e Monte in Valle a Fumane, matura per due anni in botti grandi e tonneau di rovere. Dall’altro, la loro versione Bio offre sfumature più nitide di frutto e fiore, conquistandomi con un invidiabile equilibrio nonostante la giovinezza. Il sorso si presenta fresco, elegante, lungo, con un tannino ben scolpito, rendendo questo confronto un’esperienza gustativa ricca di sfumature e piacevoli sorprese. Il Monte Caro– Strade Vecchie Amarone della Valpolicella Docg 2019 Emanuela mi spiega il progetto dei “Vignaioli della Valle di Mezzane” e ritrovo un approccio biodinamico che caratterizza alcune aziende in questa zona. Assaggio Strade Vecchie Amarone della Valpolicella 2019 che uscirà in Primavera e una “Riserva” 2015 dal lungo affinamento che passa attraverso contenitori d’acciaio (3 anni) e di legno (1 anno in tonneaux e 5 anni in botti grandi). Fresca sul mercato, questa Riserva si distingue per l’uso di lieviti indigeni, la non filtrazione e la sua natura biologica. Prospettive affascinanti si delineano per entrambe le versioni, ognuna con la sua storia e personalità uniche, promettendo un viaggio sensoriale coinvolgente e ricco di sfumature. Camerani – Adalia Amarone della Valpolicella Classico Docg 2019 E ci troviamo ancora in Val di Mezzane: qui ho avuto l’opportunità di assaggiare l’Adalia Amarone della Valpolicella Classico DOCG 2019, appena giunto sul mercato. Tuttavia, è stata l’annata 2016 a catturare la mia attenzione con la sua pulizia e un finale sorprendentemente sapido. Mentre degustavo, mi sono lasciata trasportare in una conversazione appassionante con l’esperto della cantina, cercando di cogliere appieno le sfumature dei loro vini biodinamici, orgogliosamente certificati Demeter. È evidente che il loro impegno nell’utilizzare tecniche di vinificazione che includono l’uso di cemento e tini troncopiramidali ha contribuito in modo significativo al raggiungimento di questi risultati interessanti. Contrada Palui– anteprima Amarone della Valpolicella Docg 2019 Quest’assaggio ha catturato la mia attenzione per la semplicità e la passione evidente che permea l’azienda. I vigneti, situati in terreni ricchi di selci, basalti e calcare, promettono di conferire al vino un’eleganza distintiva nel corso del tempo. Durante la degustazione dell’anteprima del 2019, destinata a essere sul mercato alla fine dell’anno, ho avuto impressioni che suonano come scommesse intriganti, soprattutto per il mix unico utilizzato nell’affinamento, combinando anfora trentina Tava e legno. L’azienda, giovane e dinamica, sembra avere idee chiare su come evolvere nella direzione giusta, sottolineando un impegno verso l’innovazione e la qualità. Falezze – Amarone della Valpolicella Riserva Docg 2019 Le etichette dell’azienda colpiscono immediatamente la mia attenzione, tanto quanto il racconto appassionato di Luca Anselmi, che parla di arte non solo nelle bottiglie, ma anche nel calice. L’azienda adotta un approccio distintivo, numerando le bottiglie e limitando le produzioni anno per anno. La filosofia aziendale tra l’altro guarda con interesse alla Biodinamica, sottolineando un impegno verso la sostenibilità e la produzione di vini che siano in armonia con la natura. L’arte e la dedizione si fondono in ogni aspetto, creando un connubio che si traduce in vini unici e autentici. L’assaggio che mi trasporta in un sogno è l’anteprima della Riserva 2019, un’esperienza destinata a sbocciare completamente tra ben 10 anni. Solo 1800 bottiglie numerate a mano, frutto delle migliori uve provenienti da vigneti con oltre 80 anni di età. La magia di questa anticipazione si svela non solo nel sapore eccezionale, ma anche nella promessa di un invecchiamento che darà vita a un capolavoro enologico. Graziano Pra – Morandina, Amarone della Valpolicella Docg 2019 La prova di botte dell’Amarone 2019 offre uno sguardo affascinante nel percorso di affinamento di questo campione. Il processo prevede fermentazione in acciaio, seguita da due anni e mezzo di maturazione in botti da 20 hl, e ulteriori dodici mesi di affinamento in bottiglia. Posizionati a 500 metri sul livello del mare, i vigneti offrono uve che danno vita a vini di straordinaria complessità. La presenza di una piccola percentuale di Oseleta arricchisce il bouquet olfattivo e conferisce un carattere distintivo al palato. Questo Amarone si presenta come un viaggio sensoriale in continua evoluzione, e sarà indubbiamente un piacere riassaggiarlo in futuro per apprezzarne appieno il percorso di evoluzione e la maturità. Le Guaite di Noemi – Amarone della Valpolicella Classico Docg 2019 È la giovane e grintosa Noemi che con entusiasmo mi racconta della filosofia appassionante dietro l’azienda e del suo personale percorso. La stessa determinazione che traspare dalla sua voce emerge chiaramente nell’assaggio del suo vino, una prova di botte 2019 che si prospetta davvero molto promettente. I terreni di calcare e basalto, uniti al mix di uve autoctone e alle piccole percentuali di Oseleta e Croatina, conferiscono a questo Amarone un carattere distintivo. Attualmente in commercio si trova l’annata 2012, offrendo un’opportunità di scoprire la crescita e la maturità di questo vino nel corso degli anni.. Secondo Marco – Amarone della Valpolicella Classico Docg 2014 assaggio emozionante Oltre all’entusiasmante assaggio dell’anteprima del 2019, che si appresta a entrare sul mercato, l’annata 2014 si presenta come una sorprendente rivelazione. Nonostante sia stata una vendemmia difficile, nel calice si rivela uno degli assaggi più eccezionali, evidenziandosi per la sua originalità ed eleganza. Questa dimostrazione di maestria enologica sottolinea come, anche nelle sfide, possano emergere vini straordinari che conquistano per la loro autenticità e raffinatezza. Tenuta villa Bellini – Amarone della Valpolicella Classico Docg L’immenso potenziale di quest’azienda non si esaurisce nel calice, ma si estende a ogni sfaccettatura del suo approccio vinicolo e della Tenuta stessa. La degustazione della 2016 si è rivelata straordinariamente equilibrata, un assaggio notevole considerando i 100 giorni di appassimento subiti dal vino. Essendo un’azienda Bio dal 2007, è evidente il loro impegno per pratiche sostenibili, con uno sguardo attento anche alle metodologie biodinamiche. Questo connubio di passione, innovazione e rispetto per la natura promette vini che non solo deliziano il palato ma raccontano una storia di autenticità e impegno verso la qualità. Roccolo Grassi  – Amarone della Valpolicella Docg 2019 L’azienda, situata nella pittoresca Val di Mezzane e fondata negli anni settanta dal padre Bruno, è oggi una realtà familiare guidata con orgoglio dalla seconda generazione, i figli Francesca e Marco. La filosofia della famiglia è chiara: ottenere grandi uve e produrre un numero limitato di bottiglie, tutte caratterizzate da un altissimo livello qualitativo. I 17 ettari di vigneto di proprietà sono distribuiti in tre diverse zone, ognuna con caratteristiche distintive, da terreni calcarei a basaltici, fino a quelli di origine alluvionale. Un microcosmo ecologico completo, con 2 ettari di bosco, 1.5 ettari di oliveto e varie piante da frutto. Gli assaggi, grazie ai lunghi affinamenti che includono almeno 3 anni in bottiglia, riescono a esprimere una complessità olfattiva e gustativa che colpisce. La dedizione alla qualità e all’autenticità emerge in modo evidente in ciascun sorso, rendendo l’esperienza un viaggio sensoriale ricco e appagante. Piccoli– La Parte Amarone della Valpolicella Docg 2019 – prova di botte In questo coinvolgente crescendo di assaggi, fa la sua entrata Alice, che mi avvolge con il racconto della sua azienda. Una storia familiare al femminile che ha avuto inizio con la nonna MariaRosa. Nel calice, riesco a catturare l’essenza di questa famiglia, che si traduce in un’estrema cura per i dettagli, dalla vigna all’etichetta. Ogni elemento racconta una storia, piccola ma significativa, contribuendo a creare un’esperienza che va oltre il semplice assaggio di vino. La storia di Alice e della sua famiglia si riflette con delicatezza in ogni sorso, trasformando la degustazione in un viaggio nel tempo e nella passione che si tramanda di generazione in generazione. Piccoli: Incredibile il potenziale della Riserva 2013 La Parte L’esperienza di degustazione si eleva a nuove vette con la Riserva 2013 La Parte. In questo assaggio, emergono note vibranti che esaltano la complessità e il potenziale straordinario di questo vino. Sono impaziente di visitare l’azienda per scoprire ulteriori gemme enologiche e conoscere il resto della famiglia Piccoli, immaginando che ogni incontro sarà un nuovo capitolo in questa affascinante storia di passione e dedizione volti alla produzione di vini straordinari. Terre di Leone – Amarone della Valpolicella Docg 2019 Nel volto pulito di Massimo Pellizzari, un giovane appassionato e competente, si riflette l’anima di questa realtà vinicola che si estende su soli 7 ettari. Con entusiasmo, mi guida attraverso la scoperta del suo Amarone, e nel corso dell’assaggio, riesco a cogliere le grandi potenzialità che caratterizzano questa promettente cantina. La passione e la competenza di Massimo si traducono in un’esperienza degustativa che lascia intravedere un futuro luminoso per questa piccola ma dinamica realtà. Zymé – Amarone della Valpolicella Classico Docg 2019 – prova di botte Dopo un appassionato scambio di opinioni sull’andamento delle ultime annate in vigna, con Elena ho avuto il privilegio di assaporare l’anteprima 2019 dell’Amarone della Valpolicella Classico DOCG. L’esperienza ha rivelato un grande potenziale, sebbene il vino sia ancora in una fase di affinamento. L’annata sarà disponibile sul mercato dal 2025, e non vedo l’ora di seguire da vicino la sua evoluzione nel tempo. Amarone della Valpolicella Classico Docg 2017– un’emozione in più! La prova della 2017 ha confermato la qualità eccezionale di questa cantina, consolidando la reputazione di Zymé nel creare Amaroni straordinari. Caratterizzata dall’integrazione del 10% di Oseleta e del 5% di Croatina, questa annata si è rivelata un autentico capolavoro. Le vinificazioni spontanee in acciaio e cemento, svolte in modo selezionato per ogni vigneto, e l’affinamento di 60 mesi in botti di rovere di Slavonia hanno plasmato un vino dal rubino impenetrabile e dal naso introspettivo. Oltre alla frutta appassita, emergono note di liquirizia e spezie. Il sorso, seppur potente, ricco e complesso, sfida la scorrevolezza tipica di altri vini, ma ne guadagna in profondità e struttura. In conclusione In conclusione, l’Amarone, da sempre considerato il padre nobile dell’enologia italiana, ha riaffermato la sua grandezza durante l’evento “Amarone Opera Prima“. La presenza di vini ancora in fase di affinamento, accanto alle delizie di annate precedenti pronte al consumo, ha testimoniato l’autentica qualità di questo vino iconico, che continua a essere un ambasciatore della ricchezza enoica del Belpaese, anche oltre i confini nazionali. Sebbene ci siano stati altri assaggi interessanti, la limitata estensione di questo articolo mi impedisce di approfondire ulteriormente. Vi invito a rimanere sintonizzati per i prossimi articoli, nei quali esplorerò più a fondo questa regione vitivinicola sempre più rilevante. Mentre rifletto su quale azienda visitare per prima, vi invito a continuare a seguirmi e a leggere Winetales Magazine.   Benedetta Costanzo
benedetta.costanzo@winetalesmagazine.com
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23 Febbraio, 2024

Pietro Vezzoso. Un pizzico sulla pancia

  Ci sono zone della nostra penisola che sembrano non esistere. Ragioni diverse. Geografiche, storiche, sociali. Non è dato sapere. Fatto sta che pure lo sviluppo gli gira intorno lasciando queste zone, luoghi incontaminati.  Falciano del Massico è un paese in provincia di Caserta che, per capire dove si trova occorre necessariamente aprire Google Maps e digitarne il nome. Ci si accorge che è proprio nel mezzo delle due strade che partendo dal Garigliano, fiume che separa il Lazio dalla Campania, si dirigono verso Napoli.  Quella più a nord è l’Appia, quella più a sud, in prossimità del mare, è la Domiziana. Percorrendo proprio quest’ultima verso Napoli si arriva a Mondragone, patria delle mozzarelle di bufala. Da Mondragone, la provinciale Falciano-Mondragone ci permetterà, dopo circa 7 km di arrivare a Falciano del Massico, piccolo comune di poco più di 3000 anime. All’epoca dei Romani, queste erano zone di produzione del vino Falerno, decantato da Orazio, Catullo, Virgilio, Cicerone e Marziale. Un vino esportato in ogni dove del bacino del Mediterraneo che aveva addirittura tre declinazioni: Caucinum per i vini provenienti dall’alta collina; Faustianum quando il vino proveniva dalle migliori vigne per esposizione e pendenza; Falernum, dalle vigne pianeggianti. L’area, definita Ager Falernus, era nota per la produzione non solo di vino ma anche di olive e grano, il Grano Falerno.  Poi, l’oblio. Il sonno. Il dimenticatoio. Così che qui oggi e da anni, la vita scorre lenta. I pochi rimasti sono dediti all’agricoltura o alla produzione della mozzarella. Persone schiette, meravigliose, vere. Quelle che solo il sud può offrire. Grandi lavoratori, grandi sognatori. Come Pietro Vezzoso che ha fatto del suo amore per la vigna ed il vino, il sogno della sua vita. Gli anziani del paese sono stati gli ultimi a vedere qui le vigne rigogliose. Poi tutto si è trasformato in colture diverse e variegate assecondando le necessità del mercato. Pesce, nocciole, ortaggi. Prodotti con maggiore possibilità di trasformare in moneta il sudore dei campi.  Eppure la DOC Falerno del Massico venne attivata già nel 1989. Senza fortuna e senza quel numero di produttori necessario ad affermarne il nome così che non si riesce ad avere nemmeno un consorzio dedicato. Quello presente, Vitica, deve raccogliere tutte le DOC del Casertano (Aversa, Galluccio, Roccamonfina, Terre del Volturno e Falerno del Massico). Gli anziani. I nonni come nonno Antonio erano grandi lavoratori. Artefici più o meno fortunati della guerra, spettatori più o meno fortunati della vita. Nonno Antonio, oltre ad essere un instancabile lavoratore era una grande persona. Di quelle con il cuore d’oro. Aveva la sua vigna in una delle zone più antiche di Falciano, l’Unnitto. Così si chiamava e si chiama. Coltivata con i vitigni che riusciva a mettere o che si era ritrovato (in passato così si faceva). Mio zio, il marito della cugina di mia mamma, mi raccontava che viveva a Milano e il nonno prima che ripartisse per tornare proprio Milano, gli dava una bottiglia del vino che faceva dalla vigna dell’Unnitto. Quando arrivava e se la beveva, se ne stava a dormire due giorni! Una bomba esagerata. Il terreno ha una caratteristica pazzesca. Li abbiamo adesso gli olivi e 200 piante di Primitivo. Mio fratello voleva farne una etichetta a parte nelle bottiglie di terracotta. Però sono solo 100 bottiglie e mi sarebbe costato troppo. Lo beviamo in famiglia come un valore affettivo. Mio nonno è più contento che le bevo io. Pietro adesso è un omone. Un gigante buono che si riconosce come tale solo a guardarlo in viso. Se poi gli si parla, non si può fare a meno che volergli bene subito per quella sua pacatezza e felicità che emana. Eppure la vita non è che sia stata così tenera per lui. Perdere il papà a 15 anni senza aver più la possibilità di abbracciarlo ad esempio, non deve essere stato tanto semplice.  Anche nonno Antonio se ne era andato tre anni prima non senza aver avuto il tempo di trasmettere a Pietro l’amore per vigne. Le passeggiate tra i filari, la cantina, gli strumenti del mestiere, le mani nel mosto fanno scattare quella scintilla che non solo anima Pietro ma lo segna profondamente. Quell’omone porta dentro di se questi ricordi magari cercando non tanto di cancellare quelli del padre quanto di distrarre il dolore. Fa ancora troppo male. Poi c’è la vita vera. Quella di tutti i giorni che deve in qualche modo scorrere. Anche se qui, generalmente, è caratterizzata da semplicità mista a difficoltà. Non ti puoi permettere di rimanere sul divano. Devi lavorare. Lavorare sodo e da subito. Infatti Pietro non aspetta e si da subito da fare. Nei campi ovviamente. Ci si rimbocca le maniche e si fa. Si fa. A diciotto anni incontra Carmela. L’amore della sua vita. Un amore che si unisce a quello per il suocero, Salvatore. Un mentore per lui. La persona che gli insegna a lavorare in vigna.  Ho avuto la fortuna di conoscere la attuale moglie il cui padre faceva proprio questo lavoro. È stata come una prosecuzione di quanto faceva mio nonno. Mio suocero lavorava per diverse aziende vinicole. Mi sono messo con lui a lavorare.  Lavori conto terzi. Lavori in vigna. Lavori in terra. Lavori nei giardini. Lavoro, lavoro, lavoro. Pietro non è uno di quelli che si tira indietro. Mai. Con la moglie Carmela hanno anche un piccolo supermercato di paese. Quei meravigliosi posti dove trovi un pò di tutto e che sono indispensabili come le farmacie.  Abbiamo un piccolo supermercato con mia moglie. Da 19 anni. Resistiamo in questa piccola realtà. Io faccio il jolly, quando serve una mano a mia moglie io sono li; se serve una mano in cantina lei viene da me. Siamo a conduzione familiare. Poi da sempre faccio lavorazioni conto terzi con potature di oliveti e vigneti, giardinaggio. Ho un bel da fare. Chi ha voglia di lavorare lavora! Grande verità quella di Pietro. In una Italia dove si parla e si parla e si parla ancora, c’è chi si rimbocca le maniche e si sporca le mani. Senza timori e solo con la voglia, la necessità ma anche l’orgoglio di fare qualcosa. Pietro e le persone come lui sono fieri di ciò che fanno. Il lavoro è onestà e integrità. Dignità. Zero chiacchiere, solo lavoro. Chi ha voglia di lavorare lavora. Niente chiacchiere. Pietro lavora nelle vigne altrui insieme a Salvatore. Impara e impara tanto. Sempre continuando a fare le sue cento bottiglie dalla vigna dell’Unnitto che è costretto anche a reimpiantare nel 2009. Lavora saltuariamente nella vigna di zì Pasquale. Qui zì, zio, è un modo per chiamare in maniera confidenziale ma rispettosa le persone. Forse perché con dimensioni così piccole, bene o male, sono tutti parenti. Era il 2019 e nella mia testa c’era già il pensiero di mettere su una azienda allora dissi: zì Pasquà, se fate pensiero, io sto qua. Ci siamo messi d’accordo per un ettaro di vigneto.  Vigna Barone. Così si chiama la vigna di zì Pasquale. Una vigna storica di 70 anni certificata dalla Regione Campania e dalla Università degli studi di Salerno.  Nel 2021 Pietro decide, dopo essersi consultato con la famiglia, che è giunto il momento di fare il grande passo. Un pò di terra di famiglia c’è, la Vigna del Barone di zì Pasquale si può affittare, qualche soldo per i primi investimenti si trova, insomma, perché no? Il 2022 segna la nascita di Cantina Vezzoso! Il mio enologo e agronomo Pietro Razzino mi dice che sono un folle ad aver affrontato le spese. Prima avevo i terreni in comodato d’uso sulla parola ma con l’azienda ho dovuto fare i contratti veri e propri. Poi le spese per aggiustare la piccola cantina. Il mio enologo mi definisce un garagista. Poche bottiglie ma di un certo livello in 35metri quadrati.Faccio tutto la. Magari prima o poi la allargo almeno per metterci le gabbie d’acciaio per le bottiglie.  Serbatoi, barrique. Mi sono trovato quando i prezzi sono aumentati. Ma ci siamo dati un pizzico sulla pancia e siamo partiti. Vogliamo fare la qualità con uve esclusivamente dai nostri vigneti. Non attingiamo a fonti esterne. Un pizzico sulla pancia. Che meravigliosa espressione! Pietro lo dice con il sorriso sulle labbra. Sornione e felice. Ne parla come un bambino dei suoi giochi e delle sue scoperte. Ha voglia di trasmettere tutta la sua felicità, il suo essere. L’aver raggiunto un sogno che continua a farlo sognare. Difficoltà tante ma felicità ancor di più. Una felicità che Pietro mette “pari pari” nei suoi vini dei quali va orgoglioso per il modo nei quali li fa. Genuini, semplici e soprattutto manuali. Ci tiene a questo Pietro. Ci tiene affinché si sappia che lui fa tutto a mano. Con semplicità ed ingegno. Nonché una dose di follia.  Nelle bollicine ad esempio.  Quando parlai con l’enologo dissi che volevo fare un rosato. Ma non il classico rosato che fanno tutti quanti perché per me non ha senso. Ho tanta passione e faccio tutto io. Volevo fare qualcosa di diverso: un metodo classico Pas dosé. Lui disse: tu sei pazzo. Ma tu sai che significa fare un metodo classico senza attrezzatura? Pietro non ha serbatoi refrigerati ne tantomeno le pupitre che realizza con i pannelli della muratura.  Mi sono portato le uve in cantina. Ho fatto un passaggio nel torchio senza pigiare. Ho messo il cellofan attorno ai fori del torchio per non far fuoriuscire nulla e l’ho fatto solo passare così per tenerlo pulito. Ero intenzionato a non filtrarlo ne chiarificarlo. Poi l’ho messo nel serbatoio di acciaio. Per mantenerlo in temperatura mi sono comprato un pozzetto da congelatore da cucina. Ho preparato una serie di taniche di ghiaccio che levavo e mettevo per mantenerlo sempre a temperatura. Con il mostimetro classico, quando è arrivato intorno a 3.5/4 di zuccheri l’ho imbottigliato. Per un mesetto la presa di spuma e poi nelle pupitre dove ho fatto il remuage 3 volte al giorno. Al marzo del 2023 l’ho sboccato a la volè. Ne ho ricavato 500 bottiglie. Un centinaio di bottiglie le ho perse ma sono contentissimo di ciò che ho messo in commercio.  Una pazzia che però evidenzia la felicità di Pietro nel voler raggiungere un obiettivo. È come quando si vuole costruire qualcosa con i Lego senza avere dinanzi a se le istruzioni. Si immagina il progetto finito e la mente già vola li. Poi ci si ingegna, si pensa, si fantastica e si lavora. Con pazienza e tenacia per arrivare alla fine ad ammirare ciò che si è creato. Nel caso delle bollicine, ottenute da uve Barbera (80%) e Primitivo (20%), Pietro ha realizzato qualcosa di interessante che ha voluto dedicare alla moglie: Donna Carmela. Le etichette che Pietro produce al momento sono tre. La prima è 1949, un vino dedicato al papà nel suo anno di nascita. Primitivo con affinamento in acciaio. Schietto e verace. Di quelli che bevi con piacevolezza. Poi Decanto, un Falerno del Massico totalmente da Primitivo proveniente dalle Vigne del Barone di oltre 60 anni. Affinamento in acciaio per un vino che ho recensito sul mio blog e l’ho definito una coccola che dovremmo farci ogni tanto. Un modo di vivere la semplicità nella schiettezza.  Infine Donna Carmela ovviamente. Un vino del quale Pietro va particolarmente fiero. Anche perché gli consente di divertirsi e mettere in ogni singola bollicina un pezzo del suo immenso cuore.   Dalla Vigna del Barone arriverà anche un altro vino che per adesso rimane all’interno di un paio di barrique. Vedrà la bottiglia solo quest’anno e sono davvero curioso di capire come il Decanto si sarà evoluto.  Ad oggi siamo a 1800 bottiglie di Decanto), 1500 di 1949, 500 bottiglie di donna Carmela. Abbiamo poi due barrique di Falerno del Massico e un’altra di bianco. Tutte le vigne e l’uliveto sono certificai biologici certificato. Anche l’ulteriore ettaro sul quale Pietro ha impiantato viti per realizzare il Falerno del Massico bianco con Falanghina, Moscato Giallo e Fiano di Avellino. Se devo fare un Falerno del Massico bianco come gli altri non ci sto. Voglio fare una cosa differente visto che sono poche bottiglie. Mi pozz’ sfizià come voglio io! Così, per fare una pazzia ulteriore, le ho messe prima in appassimento.  Torna la lucida follia di Pietro. Una voglia di distinguersi per non omologarsi ma anche per dire al mondo che esiste. Vuole esserci Pietro. Vuole diffondere tutta la sua felicità attraverso le creazioni.  Io prediligo nei vigneti e cantina solo lavorazioni manuali. Io mi faccio follatura manuale come facevano mio nonno e mio suocero. Mi hanno insegnato i valori di questo lavoro. Nonno Antonio e mio suocero Salvatore. Non abbiamo presse ma torchio tradizionale classico. Non tiro fino all’ultimo perché mio nonno mi diceva che all’ultimo è più amarognolo. Già mi immagino Pietro Razzino, enologo ed agronomo, quando si trova a parlare con Pietro. Lui vuole fare e penso che lo lasci ed incoraggi a fare. Pochi suggerimenti per guidarlo nei passi, ma poi è giusto che l’entusiasmo non venga mai frenato.  Abbiamo un grandissimo rapporto. È di Sessa Aurunca, conosce il territorio e mi conosce da prima. Ha potuto constatar che tipo di lavorazioni faccio. Lui mi dice che con l’uva sana e genuina che porti tu in cantina abbiamo poco da fare.  Non c’è voglia di strafare in Pietro. Non c’è voglia di arricchirsi, di diventare grandi, di fare cose roboanti. Vuole arrivare a 10.000 bottiglie. Nulla di più. Così da mantenere l’azienda di famiglia, in famiglia. Per continuare a fare le cose a mano come gli è stato insegnato da nonno Antonio e dal suocero Salvatore.  Papà e nonno che non ci sono più sarebbero davvero soddisfatti di Pietro. Lui sta bene così. Ha la moglie Carmela e i suoi due figli che iniziano a passeggiare con lui nelle vigne (e che ovviamente danno una mano!), la sua cantina, la sboccatura a la volè. Guadagna quel che gli serve per vivere e far vivere la sua famiglia con dignità e rispetto. Il resto davvero non conta. Ci sono i valori. Quelli che Pietro sta trasferendo ai suoi figli. Perché quello che davvero conta nella vita è la famiglia.  Lui è e rimarrà un gigante buono. Un omone di quelli che continuerà a mettere a suo agio le persone trasmettendo serenità, entusiasmo, valori. Grazie Pietro. Grazie per tutto ciò che rappresenti. Grazie per il tuo impegno sul sul territorio, Grazie per esserti dato quel pizzico sulla pancia! Grazie!       Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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22 Febbraio, 2024

DiVino 2024 by Decanter Wine Academy

IL COSA ED IL DOVE Seconda Edizione per DiVino, il bell’Evento organizzato da DECANTER WINE ACADEMY nell’elegante cornice di Villa Piccolomini a Roma andato in onda gli scorsi 3 e 4 Febbraio Un Evento che metteva al centro i Vignaioli ancor prima che le loro produzioni. Un Evento che, tra banchi d’assaggio e masterclass, ha radunato una numerosissima folla di operatori del settore, giornalisti e semplici winelowers. Non tutto perfetto, qualche aggiustatina qua e là da fare ma, in assoluto, una due giorni davvero riuscita. GLI ASSAGGI 90 le Aziende presenti a rappresentare l’intera lunghezza dello stivale italico (forse un po’ troppe rispetto alle dimensioni della sala). Una lista lunghissima di vini da poter assaggiare ed io…da solo!!! Ovvio che mai avrei potuto assaggiare tutto, se poi ci mettete in mezzo pure le gare di nuoto del nano di casa… Ecco dunque che, come mia consuetudine, son partito da casa con il mio bel “palinsesto” di assaggi e la ferma intenzione di rispettarlo ma… I programmi, si sa, sono fatti per non essere rispettati e chi sono io per sottrarmi a questa legge dell’Universo? Poi metteteci una quantità di GGente che manco avessero dato la minestra gratis, i “cavalieri” bassibassi e semi nascosti (piccola bacchettata sulle dita), l’età che avanza… Insomma, ho assaggiato quello che sono riuscito ad assaggiare mixando ricerca e fortuna. Tanta la Qualità proposta (beh, qualcosa di cui avrei potuto fare a meno l’ho trovata ma questo è inevitabile) e tante cose che mi piacerebbe approfondire. Di seguito troverete la mia “TOP SEVEN”. A dieci non ce l’ho fatta ad arrivare (che stia diventando troppo esigente?!) ma di tutti gli altri vini potrete leggere qui. Voi date una letta alle mie consuete e personalissime note di degustazione tenendo ben presente da quale pulpito viene la predica e poi…correte ad assaggiare di persona! IL TRENTINO DE VESCOVI ULZBACH Siamo a Mezzocorona (TN). Una Storia lunga 400 anni (che tocca pure l’America) che racconta un legame indissolubile con la Piana Rotaliana ed il suo vitigno più rappresentativo: il Teroldego. L’oggi ha da poco compiuto vent’anni e sa di rispetto, di continuità con il passato e di occhi rivolti al futuro. MANZONI BIANCO 2022: davvero più che gene nel clone qui il Riesling sembra presente in prima persona. Verticalmente dolomitico, racconta con crudezza scorza di cedro e di limone, erbe ed arbusti ma… C’è un “ma” di grassezze di frutta secca, di nocciola e crema a dare la sicurezza di una sosta comoda dopo lo strapiombo. Sorso inizialmente tagliente come un microappiglio che pian piano evolve su calore e morbidezze allungandosi sapido sulle coerenze olfattive. Un assaggio per chi non teme il vuoto sotto il sedere. Si becca il mio premio “VERTIGO”. Da bere ascoltando “MOUNTAIN CLIMBING” di JOE BONAMASSA. DOLOMITI IGT ROSSO “KINO NERO” 2021: 50 parti di Teroldego, 40 di Merlot, ed il saldo di Groppello di Revò danno rispettivamente frutta fresca, frutta matura e spezie nere (aggiunte con attenzione per non snaturare il risultato finale). Ed ecco dunque la fitta schiera di profumi: ciliegia, amarena, mora, mirtillo…e quel pepe che “ci mette il pepe”. Sorso che comunica intensità senza eccedere in sostanza, fresco, lungo, invitante. Ne berreste subito un altro e…lo farete. Tenetene una bottiglia di scorta. Da bere ascoltando “BACK IN BLACK” degli AC/DC. p.s. m’hanno detto che in famiglia ce una versione di Teroldego declinata in cemento e ceramica…ah, quanto vorrei ficcarci il naso! IL LAZIO TERRE D’AQUESIA 12 ha 25000 bottiglie nell’Alta Tuscia Viterbese di Acquapendente, lì dove la Via Francigena è sentiero da percorrere. Un’Azienda che tra l’Umbria e la Toscana sceglie di essere terza via e non copia conforme a nessuna delle due. Impatto ambientale prossimo allo zero e grande cura in cantina per risultati che, tra tradizione e sperimentazione esaltano il Territorio valorizzando vitigni autoctoni ed internazionali. JAZZ BIANCO 2022: Grechetto, Chardonnay ed una iniezione di Procanico Vino “naturale”? Boh?! Dai, “spontaneo”! L’olfatto lo sorprende a muoversi scaltro sul filo di un difetto che è lì davanti, baratro insondabile in cui per timore o coscienza non cade. La riduzione è ostacolo che non richiede torsioni di calice da far rischiare il tunnel carpale per poter essere aggirato e schiude un panorama olfattivo governato dal Grechetto. Ed ecco dunque il corteo delle amaritudini (erbe di campo, salvia, liquirizia) a precedere le grassezze esotiche portate in dote dallo chardonnay, gessosa mineralità ed un quid fumoso a fare atmosfera. Il sorso è pimpante freschezza e minerale sapidità condite del giusto di morbidezza e da un finale che fa schioccare la lingua. Un vino “astuto” cui manca solo lo stelvin (e qualche aggiustatina). Si becca il mio premio “MANNAGGIA”. Da bere ascoltando (QR CODE a parte) ”SOFTLY AS IN A MORNING SUNRISE” del MODERN JAZZ QUARTET. CANTINA LE MACCHIE 11ha molto parcellizzati (ed una quindicina di etichette) in una zona che è Centro Italia sulle carte ma Alto Adige dal punto di vista climatico. Ed è proprio per questo che i reimpianti parlano di Riesling e Gewürztraminer ed è per amore del territorio che al centro dell’attenzione viene messa anche quella vite ultracentenaria di Cesanese Nero. LAZIO IGP PASSITO MALVASIA PUNTINATA “SE. BO. BE. BI.”: naso BUM, che esprime grassezze di frutta matura e miele alternandole a freschezze di menta ed erbe aromatiche in una atmosfera vagamente fumé. Bocca sottintende le dolcezze spingendo su vena sapida e viva freschezza. Un vino che vive di contrasti: alto, largo, grasso, sottile. Un sorso? Non basta! Ce ne vuole un altro e, magari, pure un bel pezzo di formaggio. Da bere ascoltando “JEANNINE” dei MANHATTAN TRANSFER. LA CAMPANIA CASA SETARO 14ha nel comune più piccolo del Parco del Vesuvio dedicati. Un’Azienda familiare che ha nella Tradizione le proprie, profonde radici e che mette grande impegno nella valorizzazione dei vitigni autoctoni (coltivati spesso su piede franco). VESUVIO DOC CAPRETTONE “ARYETE” 2022: “seimesisei” di anfora ed il contatto con le bucce gli danno colore e sostanza. L’olfatto evidenzia ciccia fruttata e snellezze balsamiche con quella sottile speziatura che…Vi trasporta nell’Oriente misterioso. Irrompe in bocca a testa bassa con un primo sorso che ne vuole subito un altro senza star lì a pensare a sofistici descrittori. Fresco, sapido, sostanzioso, succoso ed amaricante d’agrume amaro ed erbe aromatiche lungo tutto il tragitto dell’assaggio, chiude con succulenta mineralità. Ce ne sono di migliori, ma questo è davvero figo! Gli ammollo il mio premio “RUMBLE”. Da bere ascoltando “THE LAMB LIES DOWN ON BROADWAY” dei GENESIS. LACRIMA CHRISTI DEL VESUVIO DOC ROSSO “MUNAZEI” 2022: un Piedirosso brioso e vulcanico! C’ha la grinta della ciliegia appena invaiata, la succosità dell’arancia sanguinella, le note amaricanti delle erbe aromatiche e quelle ferrose della spada di un guerriero. Il sorso è godurioso, vivace, sprizza energia da tutti i pori. “Cabernetteggia” raccontando foglia di pomodoro e peperone verde con una peposità tutta da provare. Non ve ne basterà una bottiglia! Fatene scorta. Da bere ascoltando “PERSONAL JESUS” dei DEPEACHE MODE. BORGODANGELO Dal cuore dell’areale produttivo del Taurasi ecco un’Azienda giovane e tutt’ora in crescita. Mix di famiglia e vera e propria impresa per una produzione attenta al gusto del consumatore ma che non perde di vista la Tradizione. CAMPI TAURASINI 2018: il naso è scuro ed intriso di dolci grassezze di frutti di bosco in confettura. Ma è la dinamica speziatura di chiodi di garofano, sono le intriganti amaritudini di mallo di noce, le ombre di un sottobosco di funghi e radici a fare notizia mentre petali di rosa ci mettono una nota gentile e la liquirizia rinfresca. Verticale freschezza e tannini pistoleri in fitta schiera rendono il sorso particolarmente affilato mentre la presenza sapida ispira un secondo sorso che lascia apprezzare, in una atmosfera fumè, intriganti tostature Maliardo! Da bere ascoltando “BEWITCHED” di FRANK SINATRA. ED ORA? Beh, ora è il momento dei ringraziamenti, agli Organizzatori per avermi ospitato ed ai Produttori per avermi sopportato. Della voglia di approfondire alcuni argomenti Vi ho già detto, dell’attesa per un’Edizione 2025 che metto in agenda sin da ora Vi dico adesso Roberto Alloi VINODENTRO  
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22 Febbraio, 2024

Marchesi Pancrazi: quando il caso diventa eccellenza

Ci sono delle volte in cui il caso o un semplice errore fa proprio la differenza, ed è proprio così che è andata nell’esempio di Marchesi Pancrazi. Siamo in Toscana, tra Prato e Pistoia, alle pendici del Monte Ferrato, dove l’azienda si sviluppa intorno alla Villa di Bagnolo con 5 ettari di vigna di Pinot Nero, circa 3.000 piante di ulivi e 45 ettari di boschi. Il caso ha giocato un ruolo fondamentale nella storia del Pinot Nero della Villa di Bagnolo, infatti negli anni ’70 quando il Marchese Pancrazi volle reimpiantare i vigneti incorse in un errore da parte del vivaista che fornì, al posto del tradizionale Sangiovese coltivato in queste zone, del Pinot Nero. Solo dopo qualche anno, a fine anni ’80, grazie all’intervento dell’attuale enologo Dott. Nicolò D’Afflitto, in azienda ci si accorse dell’errore e compreso il potenziale dato dal territorio si convertì la produzione aziendale a Pinot Nero dal 1989. Il bello è che proprio qui il Pinot Nero ha trovato la sua casa: Il microclima di Bagnolo si presenta adatto per questo vitigno grazie alla presenza di forte escursione termica tra giorno e notte, un terreno ricco di minerali (serpentino) e umidità superficiale. La Villa di Bagnolo è stata costruita nel 1500 dalla famiglia fiorentina dei principi Strozzi che ne rimasero proprietari fino al 1965 quando passò per eredità alla famiglia Pancrazi, specializzandosi nella produzione di Pinot Nero (vino e grappa) ed Olio Extra Vergine d’Oliva. Ecco i vini prodotti dall’azienda: Pinot Nero “Vigna Baragazza”: La Vigna Baragazza è collocata nei terreni di maggiore altitudine dell’azienda per i quali è stato selezionato un unico clone di Pinot Nero il 777 affinamento per 18 mesi in barriques di 1 e 2 passaggio; Pinot Nero “Villa di Bagnolo”: Ottenuto dalle vigne della Villa di Bagnolo, in prossimità del torrente omonimo a 150 s.l.m., nelle quali è presente il Pinot Nero in diversi cloni, provenienti dalla Borgogna, selezionati negli anni (236, 292, 386, 777, 828, 943 e 583) affinamento per 18 mesi in barriques di 1 e 2 passaggio; Pinot Nero “Monte Ferrato”: Ottenuto dalle vigne ai piedi del Monte Ferrato che originariamente furono protagoniste dell’errore da parte del vivaista dove, nel 2011, sono stati reimpiantati i vigneti con i cloni 236 e 292. Affinamento per 12 mesi in barriques di 3 e 4 passaggio; Rosé di Pinot nero “Villa di Bagnolo”: Ottenuto da uve di Pinot Nero 100% mediante selezione in vendemmia ed in parte salasso entro 12 ore dalla diraspatura. Il tratto distintivo che ho rilevato dalla degustazione dei vini di Marchesi Pancrazi è l’eleganza, la pulizia e l’equilibrio tra frutto, tannini e freschezza, vini che delineano con chiarezza e unicità il profilo di una realtà toscana che si distingue per l’eccellenza del suo Pinot Nero. Da provare assolutamente! Marchesi Pancrazi: quando il caso diventa eccellenza A cura di Giuseppe Petronio  Mi trovi su Instagram @peppetronio
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21 Febbraio, 2024

Maria Francesca Piemonte. Andata e ritorno dall’inferno. Per impastare

Vivere
È passato tanto tempo
Vivere
È un ricordo senza tempo
Vivere!
È un po’ come perder tempo
Vivere e sorridere dei guai
Così come non hai fatto mai
E poi pensare che domani sarà sempre meglio Vivere. Vivere e sorridere alla vita. Sorridere delle cose più semplici. Quelle che ci capitano tutti i giorni. Sorridere per qualcuno. Sorridere per qualcosa che facciamo. Sorridere per vivere. Si può sorridere alla vita anche se è la vita non ci ha sorriso. La felicità è qualcosa che quando la trovi, non la molli più. La stringi a te per non farla andare via. Mai più. Cosa è la felicità? Non c’è una formula. Ognuno di noi ha la sua. Magari c’è una ricetta ma occorre trovarla. E se la ricetta fosse quella di un dolce? Maria Francesca Piemonte adesso ha 42 anni e pesa 35 kg. È felice perché ha trovato la sua ricetta di felicità dopo averla lungamente cercata per 23 anni. A 17 anni caso vuole che mi sono beccata l’anoressia. Che non è una cosa che ti cerchi. Ti capita addosso ed è uno stato d’animo e non coincide minimamente con quello che tutti credono “voglio dimagrire e voglio fare la modella”. No! Io lo definirei una mancanza di stimoli alla vita. Non te ne frega più niente di niente. Non ti interessa di andare avanti in niente. Non c’è nulla che ti dia uno stimolo. Il tuo cervello si scinde in due ed è come se avessi una gemella cattiva che ti dice che l’unica cosa che puoi controllare in questo mondo incontrollabile è il tuo peso. Per cui dominalo! Tu inizi a dimagrire senza rendertene conto. Sei sempre diviso in due. Il brutto è che una parte di te capisce che stai sbagliando in pieno e stai facendo il tuo male facendo soffrire il mondo attorno a te. Che ti stai perdendo tutti gli amici perché te li stai giocando: hanno paura. Le persone hanno paura della malattia e scappa lontano. I tuoi genitori che stanno male e non sanno cosa fare. Una metà di te dice che sei una stronza e vorrebbe guarire. L’altra metà dice che se perdi il controllo del peso perdi il controllo di tutto perché il mondo è irrazionale. E quindi ti odi. Anoressia. Non voglio trattare la malattia. Non ne ho le competenze. Non è mio compito. Neanche la cura lo è perché deve essere in mano a specialisti. Però parlare con Maria Francesca è una illuminazione circa qualcosa della quale si sente spesso parlare ma rimane nell’aria a galleggiare. Fino a che non ti tocca da vicino. Ti fai una opinione ma non ne sai in realtà nulla. Non la vivi ne tantomeno la vuoi vivere. Luoghi comuni, chiacchiere, banalità. La vita vera è ben altra. La sofferenza è ben maggiore di ciò che si vede dall’esterno.  Francesca racconta del suo percorso di sofferenza con forza e con felicità. Ne è uscita e ha trovato quella sua felicità in un budino. Si, avete letto bene, in un budino. Precisamente in un budino Cameo. Scaduto. Non c’è un prototipo di una persona che si ammala di anoressia. Le condizioni sociali, la famiglia, il contesto possono magari incidere ma c’è qualcosa di più profondo che colpisce.  La famiglia di Francesca è una di quelle per bene. Quelle che non ti fanno mai mancare niente.  Buon scuole che Francesca ripaga con buoni voti. Laurea con lode in economia aziendale alla Bocconi. Quattro lingue correntemente parlate. Eppure Francesca sprofonda negli inferi. Piano piano. Non senza accorgersene. Quasi volontariamente. La metà di Francesca che le sussurra che l’unica cosa che può controllare a questo mondo è il suo peso, prevale.  Così 23 anni trascorrono in maniera drammatica.  Ho tentato più volte il suicidio ma ho sempre cannato. Si dice che per morire devi prendere delle medicine sommate agli alcolici. Io da brava anoressica non ho preso l’alcol perché faceva ingrassare. E quindi mi sono solo scioccata. Se c’è una cosa che so della anoressia è che si mangia il corpo come fa una bestia famelica. Prima l’adipe poi i muscoli, poi le ossa. Senza sosta, lentamente, inesorabilmente. Tutto viene compromesso. Mi sono rotta prima un dito e un tendine e sono andata avanti un anno per ricostruire con operazioni varie. Gesso, tutore, stecca. Poi mi sono frantumate due vertebre per osteoporosi. Ho il record mondiale per l’osteoporosi giovanile in una scala che parte da zero io sono a meno 5.2. Probabilità di frattura dell’89.9%. Mi si rompono da sole. Da quando l’anno scoperto sono in cura ma ormai non c’è nulla da fare. Poi mi sono rotta l’olecrano che è la puntina del gomito con la quale mi hanno ingessato dalla punta del dito alla spalla. Ovviamente nella stagione estiva.  Di mezzo non avendo più muscoli cadevo e mi tagliavo e i tagli duravano una vita perché non avevo più pelle. Sono giunta al punto che non uscivo di casa perché non avevo il muscolo per fare il gradino del marciapiede. Sono arrivata a pesare 20 kg per un’altezza di 1.65. Ero 1.70 ma nel rompersi le vertebre sono crollata di 5 cm.  Francesca parla con forza e determinazione. Sa che è qualcosa di doloroso per se e per gli altri. Ma appartiene al passato. A qualcosa che si è gettata alle spalle.  A volte, mentre mi parla, ho l’impressione che è come se raccontasse qualcosa che è successo ad un’altra persona. Forse lo ha raccontato molte volte o magari è solo che è così forte la determinazione che, lo spirito positivo con il quale ne parla, da questo effetto. Eppure è lei. È di lei che si parla.  Sono anche morta. Pesavo 26 kg nel 2017. Dovevo andare dalla dietologa e sapevo che sarei dovuto pesare 33. Ero dunque 7 kg sotto. Non volevo dare un dolore ai miei e per risultare più pesante, ho bevuto 9 litri di acqua in meno di cinque ore con il risultato di mandare in collasso il cervello con uno shock generale. Mi ricordo solo che ho detto “io ho mal di testa”. Pare che io sia crollata con le convulsioni. Mia mamma era medico e ha capito che non poteva fermarmi. Ha chiamato l’ambulanza indicando che dovevo essere intubata. Sono arrivati dopo 25 minuti e ho avuto ulteriori 25 minuti di arresto celebrale e respiratorio. In ospedale mi hanno dichiarato morta. Sono stata una settimana in coma farmacologico e poi, mi sono ripresa. Non si sa come, mi sono ripresa. Avevano anche comprato la bara. Ci sarebbero dovuti essere danni celebrali permanenti ma per fortuna, nulla. Poi da li da 26 kg sono arrivata a 20.  Eccolo il fondo. Negli inferi. Più di così non si può scendere. Quando sei qui le strade si dividono. O finiscono. Magari è vero che si può solo risalire quando hai toccato il fondo, ma è anche vero che potresti non averne la forza. O la voglia. Perché quando hai una malattia come l’anoressia, il senso della vita non lo hai più. Il tuo io cattivo prevale e non c’è molto da fare. A meno che non capiti qualcosa che diventa più importante. Qualcosa che riesca a farti capire quanto la vita sia bella. Ero a casa e non sapendo cosa fare mi sono trovata una busta di budino Cameo, scaduta. Mi sono detta: facciamolo cosi passano due ore della mia vita. Mi sono messo a fare il budino e mi sono divertita un casino. Non l’ho nemmeno mangiato perché figurati se una anoressica mangia un budino. I miei erano felici: avevo fatto qualcosa. Mi sono sentita gratificata da questi complimenti. Gratificata dal fatto che fosse pure venuto il budino. Non ci vuole molto ma nella vita non riuscivo a fare nulla. Ecco che mi è scattato qualcosa. Giù negli inferi Caronte si accontenta di una bustina di budino scaduta. Click. Click. Click. Quanto è complicata, strana e meravigliosa la nostra mente. Un episodio, un ricordo, una bustina di budino e cambia tutto. Cambia davvero tutto nella vita di Francesca. Si mette a vedere e studiare su internet la pasticceria. Procedimenti, tecniche, ricette. Corsi on line, blog, riviste. Fino a cimentarsi con qualcosa in casa maggiormente impegnativo di un budino.  Non ti dico le prime frolle. Chiamarle préde, sassi come diciamo in bresciano, era fare un complimento. Però tutti a decantarle! Ho capito però che c’era qualcosa che poteva interessarmi. Così il mio cervello e la mia gemella cattiva, lentamente, dal pensare alle calorie (io sapevo a memoria le calorie di tutti i biscotti e merendine, tutti i cibi della terra. Pure del potassio perché dopo che ero morta sapevo dove trovare sodio, potassio, magnesio, cose che mi servivano) mi sono spostata alle proteine delle farine. Pane, frolle. Grassi che montano di più. Il cervello si spostava. Spostava la sua attenzione. Così piano piano prendevo peso e forza. Riuscivo ad impastare meglio. Quando svieni a metà della frolla non è il massimo. Non riuscivo nemmeno ad impastare la frolla a mano.  La mente comanda tutto in questo caso. Si crea quel circolo virtuoso che porta Francesca a voler avere le energie per impastare, creare, infornare. Più sente le energie arrivare, più ne vuole avere per continuare a creare.  Trova anche il coraggio e la forza per fare un un corso di sei giornate a Milano per prendere il titolo di pasticciera. Con tanto di stage alla fine.  Alla fine dovevo fare un anno di stage che ho fatto in varie Pasticcerie di Brescia dove ti usano solo come lavapiatti. Ho lavato teglie su teglie di giorno e di notte studiavo per prendere il titolo di pasticciera. Che ho preso all’accademia internazionale di Milano. Dovevo preparare due torte e rispondere ad un test.  Più impasti più prepari più migliori. Francesca continua a impastare senza sosta per imparare, ogni giorno, qualcosa di nuovo. Nei fine settimana partecipa ai corsi. Confronto. Ha bisogno del confronto per imparare. È affamata di questo adesso. L’anoressia ha smesso di nutrirsi del suo corpo per nutrirsi di sapere e conoscenza. Magari anche di torte. Prodotte in quantità e così in quantità che ciò che realizza, dopo averle assaggiate (!) vanno ad una Associazione di Brescia.  Ho una vita. Quello che prima non avevo. È stupendo. Se prima il tuo cervello era concentrato solo sulla bilancia adesso della bilancia non ti interessa più niente. Si, ti interessa del numero della bilancia ma di quella da cucina. Tra dimagrire un kg e fare bene una torta mi interessa di più che venga bene la glassa. Sono anche più simpatica al tutto il resto del mondo.  È serena. In pace con il mondo. In pace con se stessa. Soprattutto felice. Anche se di una positività che non c’è. O meglio, c’è quando pensa che i problemi siano in secondo piano rispetto al realizzare qualcosa che ti piace. Sai che domani ti alzi, ci saranno meno tre gradi, il gatto che sta male, l’assicurazione da pagare, il water rotto, ti si è fulminato il forno. Tutto quello che vuoi. Però potrei fare una torta e questo ti tira su il morale. Vai a letto sereno perché domani hai mille possibilità dinanzi ai tuoi occhi. Baking Theraphy. Cooking Theraphy. Si tende sempre a dare un nome alle cose. Anche fosse solo per capire di cosa si stia parlando. Cucinare, prendersi cura di un animale, di una pianta, di un interesse. Di se stessi. È di se stessi che occorre prendersi cura. Ma non è semplice perché c’è sempre la parte stronza dentro di noi che la vince. Ameno fino a quando non la si distrae nutrendo la parte buona con qualcosa che ci fa sorridere. Solo che non sempre si ha la fortuna di Francesca. Non sempre la si trova. Non sempre nel cammino di una persona affetta da una simile  malattia si verifica quel click nel cervello. Mi piacerebbe che la gente triste, che non esce di casa, che è stanca e stufa, riuscisse a sorridere anche solo vedendo il casino che faccio io in cucina oppure distraendosi. Se si mette a fare magari un budino o una pastasciutta ci si diverte. Quando ero piccola facevo le pizzette con mia zia. Ma in realtà erano delle fettine di pancarrè con un pò di passata di pomodoro sopra e messe in forno. Una figata galattica. La facevamo in due, io ero bambina e ci divertivamo. Francesca non ha velleità di insegnare a qualcuno. Di dire a qualcuno cosa fare. Certo, lei c’è riuscita con la cucina e la pasticceria. Ha anche provato a portare la sua esperienza alle varie associazioni ed enti del territorio che si occupano di anoressia. Ma dopo le porte in faccia piene di farmaci, ha aperto un suo blog (impastaesorridi.it) ed è li che ha trovato il coraggio di condividere la sua esperienza. La sua storia, tanto per presentarsi ma anche torte, crostate e quant’altro le viene in mente.  Io non riesco a fare una ricetta uguale ma devo personalizzarla e farla mia. Magari cambio un inserto, uno strato, una glassa, la forma. Me le compongo io. Prendo le idee dai social, le abbozzo, cerco le ricette, prendo gli stampi. Quindi mi scrivo la ricetta e la metto nel mio faldone. La mattina mi sveglio e in base a come mi gira, sono meteoropatica, creo. Si sveglia e impasta. Va a dormire e sogna di impastare. Ricette su ricette. Voglia di fare. Voglia di vivere. Voglia si sorridere al mondo. Di essere felice e non smetterlo di essere. La cucina, la pasticceria è la vita di Francesca adesso. Si sogna il futuro adesso. Non è più nero ciò che si ha dinanzi. La vita di colpo si è addolcita e non solo per merito dello zucchero. Senza freni e senza paure catturando il bello della cucina che sta nello sperimentare, provare, capire, rifare. Non voglio fare il pasticcere. Ho provato ad aprire una IAD, impresa alimentare domestica ma ha un costo di 4000 euro all’anno tra tasse e contributi. Ti devasta, ti uccide. È un lavorare solo per produrre senza pensare. Il senso della vita e della passione viene meno. Andrò avanti con il mio blog per capire se tira o non tira. Spero che la vita mi mandi qualcosa. Sicuramente mi ha mandato tanti amici e da cosa nasce cosa. Non ho bisogno di un granché per vivere. Preferisco la semplicità e la tranquillità. Non voglio aprire una azienda o una pasticceria.  La soddisfazione del fare le cose prima per se stessa. Per alimentare, finalmente, un pò di sano egoismo. Francesca prima di ogni altra cosa e persona. Sempre e comunque nella pasticceria.  Le torte moderne con le creme, le mousse, gli inserti alle noce pecan, le glasse. Sono buone ma facili. Un panettone con il lievito madre, l’impatto, i canditi, ecc è qualcosa di allucinante. Quando tu riesci a girarne uno e vedi che non cade, è tanta roba. È orgasmico. Pensa, progetta, impasta, realizza. Assaggia. Assaggia anche cose che prima non si sarebbe mai immaginata di assaggiare. La risurrezione porta anche la curiosità del mondo. Capire gusti nuovi e diversi per poterli utilizzare nelle sue creazioni. Anche questo fa parte del miracolo. Non avevo mai mangiato il passion fruit. Me l’hanno fatto conoscere ad un corso e mi è piaciuto se lavorato in un certo modo. È acido all’infinito ma se lo mischi con altre cose, ci sta. Non bisogna mai chiedersi una porta chiudi mille possibilità. Nella vita occorre sempre avere possibilità. La paura di ricadere. Di ripiombare giù nel baratro, negli inferi, non va mai via. Ma non è una paura che blocca. È qualcosa che Francesca tiene a lato e sotto controllo.  In questo periodo sto prendendo anche un antinfiammatorio che mi ha fatto gonfiare e la bilancia è schizzata su di tre chili. Dunque io a farmi i pensieri. Poi faccio le torte, vedono che mi vengono bene e mi dico: ma chi se ne frega! Ha più senso un kg di più o una torta fatta bene?  La spinta per continuare le da tutto. Non è solo una ragione di vita. È la felicità che ha trovato Francesca e, anche se sbaglia, non si ferma. Impara dagli sbagli.  Mi è capitata di fare una mousse al formaggio. Dovevo metterci la gelatina. Ho fatto la mia mousse, l’ho messa nello stampo ma la gelatina era ancora nel microonde che suonava. Cosa fai? Inizi ad imprecare poi tiri fuori tutto, metti la gelatina e rifai. L’importante non è non sbagliare ma capire.  Francesca ha trovato il suo budino. Quello che ha consentito alla mente di mettere da parte la Francesca cattiva o semplicemente l’altra Francesca. Quella che voleva controllarne il peso come unica soluzione alla vita.  C’è riuscita donando a tutti qualcosa di incalcolabile. Questo racconto è un dono.
Le sue ricette sono un dono.
La sua forza è un dono.
La sua travolgente voglia di vivere e di tenersi stretta la felicità è un dono.
Anche queste sue ultime parole sono un dono. Non so quale sia il tuo problema o cosa ti blocca o ti deprime. Prova a distrarti e cercare qualcosa che ti faccia stare bene. Di vita ce ne è una sola. Al resto del mondo non frega nulla di te. Stai male perché pensi a cosa gli altri stanno pensando di te. Fottinete e concentrati su di te. Su quello che fa star bene te. Non si chiama egoismo ma salvezza personale. Tutela del benessere individuale Se tu stai meglio con te stesso stai meglio con gli altri e sei di aiuto agli altri. Devi stare bene con te stesso. Io penso di ingrassare ancora. O meglio recuperare. Ho trovato il senso di vita. Più energie ho più riesco a stare in piedi più riesco ad impastare, meno mi ammalo. Entro nei vestiti e ho meno freddo. Con 20 kg non riesci a vestirti. Quando hai trovato la felicità non la molli più. Trovarla stringerla e non mollarla più.  Vivere
E sperare di star meglio
Vivere 
E non essere mai contento
Vivere
Come stare sempre al vento
Vivere, come ridere
Vivere (vivere)
Anche se sei morto dentro
Vivere (vivere)
E devi essere sempre contento
Vivere (vivere)
È come un comandamento
Vivere o sopravvivere
Senza perdersi d’animo mai
E combattere e lottare contro tutto contro     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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20 Febbraio, 2024

Rome Wine Expo 2024

Roma e la cultura del vino. Un binomio che spesso si fa fatica a comprendere per una serie di motivazioni storiche. Eppure, Roma è il mercato italiano più ambito dai tutti i produttori. Non fosse altro per i numeri che la contraddistinguono: 2.8 milioni di abitanti e 35 milioni di visitatori. Portare la cultura del vino a Roma vuole dire soprattutto far conoscere vitigni, vini e produttori di grande rilievo nazionale ed internazionale. Per questa comunione di obiettivi WineTales Magazine ha accolto con grande piacere la media partnership con Riserva Grande per la promozione della seconda edizione di Rome Wine Expo che si terrà dal 2 al 4 marzo presso il Grand Hotel Palatino di Via Cavour a Roma. Una manifestazione che vuole diventare sempre di più internazionale sia per gli appassionati sia per tutti gli operatori del settore vede WineTales Magazine come media partner. Marco Cum, titolare di Riserva Grande: Come d’abitudine l’evento vedrà la partecipazione di produttori di vino da tutta Italia, ma il nostro intento è anche quello di portare produttori dall’estero. Per la prima volta a Roma verranno presentati, in collaborazione con la Delegazione del Governo della Catalogna in Italia, i più grandi vini di questo territorio, enclave iberica che si distingue per vini di eccezionale storicità e di rara finezza espressiva. Non mancherà una selezione di grandi vini della Georgia e della Francia. Ai sempre graditi banchi di assaggio si affiancheranno una serie di affascinanti Masterclass che offriranno delle vere e proprie emozioni sensoriali. Le Masterclass, come sempre, costituiranno un punto di forza dell’evento, con due seminari dedicati alla Francia: Champagne e Borgogna. Inoltre, avremo una eccezionale Masterclass dedicata ai più grandi vini della Catalogna e, in collaborazione con il Consorzio di Spoleto Montefalco, una Masterclass dedicata all’evoluzione del Trebbiano Spoletino. Ancora, in chiave tutta italiana: un approfondimento delle sottozone dei territori della Valpolicella, con un focus sull’Amarone e una doppia verticale e comparativa dei vini di Emiliano Fini. Non mancherà lo spazio dedicato ai premi con due importanti riconoscimenti. Il premio Eccellenze di Rome Wine Expo 2024, rivolto alle etichette di maggior pregio delle aziende espositrici, verrà assegnato da una giuria di esperti. A selezionare invece il vincitore del Wine Challange saranno gli stessi visitatori che potranno esprimere il proprio voto con l’apposita scheda. L’indicazione del proprio indirizzo e-mail consentirà di partecipare all’estrazione di una bottiglia per ogni categoria premiata. Entrambe i premi investiranno dieci etichette nelle seguenti categorie: vino spumante, vino bianco, vino rosato, vino rosso, vino speciale e distillato. I primi tre classificati per categoria si potranno fregiare del titolo Menzione Oro (Eccellenza Oro; Top Wine Challange Oro)   Il programma SABATO 2 MARZO 2024 ore 12:00 Masterclass. “Sfida all’Amarone. Degustazione comparata, alla cieca, di grandi Amarone, Ripasso e Superiore di diverse sottozone della Valpolicella“ ore 14:00 Apertura banchi di assaggio ore 15:00 Masterclass. “La Francia e l’invenzione del terroir. Il mito leggendario della Borgogna: la Côte-d’Or e la Côte-de Nuits“ ore 17:30 Masterclass. “L’Evoluzione del Trebbiano Spoletino. Comparazione tra nuove e vecchie annate in blind tasting“ ore 21:00 Chiusura banchi di assaggio   DOMENICA 4 MARZO 2024  ore 12:00 Apertura banchi di assaggio ore 13:30 Masterclass. “Lo Champagne. Il vino più celebrato del mondo attraverso l’interpretazione di piccoli vignerons“ ore 17:00 Masterclass. “Finca Qualificada. Il riflesso del terroir nei grandi vini della Catalogna“. Evento riservato su invito ore 20:00 Chiusura banchi di assaggio   LUNEDÌ 5 MARZO 2024  ore 11:00 Apertura banchi di assaggio ore 11:00/17:00 Incontro con gli operatori ore 14:00 Premiazioni dei concorsi: “Eccellenze di RWE 2024” e “Wine Challenge” ore 17:00 Chiusura banchi di assaggio   MODALITA’ D’INGRESSO​ Biglietto di ingresso costo 25€. Acquista QUI ​Biglietto di ingresso valido per 2 giorni costo 40€. Acquista QUI  È possibile acquistare il biglietto giornaliero a 22€ con il codice richiedibile all’indirizzo e-mail ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Con lo stesso codice si potrà accedere a 5€ di sconto sulle Masterclass    CONVENZIONI Sommelier: 20€ (Previa dimostrazione con tesserino valido anno corrente – acquisto presso il desk accoglienza dell’evento) Soci SES (Scuola europea Sommelier): 15€ (Previa dimostrazione con tesserino valido anno corrente – acquisto presso il desk accoglienza dell’evento)   ​​INFO E MODALITA’ ACQUISTO MASTERCLASS Prenotazione obbligatoria (al tel. 339.6231232 o per mail: accrediti@riservagrande.com) INFO acquisto online QUI In caso di eventuali posti disponibili, pagamento anche in loco.   SABATO 2 MARZO 2024 Ore 12:00 – 14:00 – Masterclass: “Sfida all’Amarone”. Degustazione comparata, alla cieca, di grandi Amarone, Ripasso e Superiore di diverse sottozone della Valpolicella. A cura di Saula Giusto e dei produttori presenti all’evento. Vini in degustazione in via di definizione Costo 55€ L’acquisto comprende l’ingresso alla manifestazione a banchi di assaggio Acquista il biglietto​   Ore 15:00 – 16:30 – Masterclass: “La Francia e l’invenzione del terroir”. Il mito leggendario della Borgogna: la Côte-d’Or e la Côte-de Nuits. A cura di Marco Cum Vini in degustazione: Marsigny, Crémant De Bourgogne brut Blanc De Noirs Le Petit Bois, Moulin à Vent. Domaine Bertrand Chablis 2021. Domaine Jean Dauvissat Les Narvaux 2021 Mersault, Piguet-Chouet & Fils Morey Saint-Denis 1er Cru Les Blanchards, Remy Jeanniard Bourgogne Pinot Noir 2020. Philippe Gavignet Chambertin Grand Cru 2021. Rossignol Trapet Costo 70€ L’acquisto comprende l’ingresso alla manifestazione a banchi di assaggio Acquista il biglietto​   Ore 17:30 – 19:00 – Masterclass: “L’Evoluzione del Trebbiano Spoletino”. Comparazione tra nuove e vecchie annate in blind tasting. A cura di Saula Giusto e dei produttori presenti all’evento. Vini in degustazione in via di Definizione Costo 45€ L’acquisto comprende l’ingresso alla manifestazione a banchi di assaggio Acquista il biglietto   DOMENICA 3 MARZO 2024  Ore 12.00 – 14​.00. Masterclass: “I grandi bianchi di Emiliano Fini, nati tra il Tirreno e il grande vulcano laziale”. Sei annate di Malvasia Puntinata Lavente e 6 annate di Grechetto Cleto in doppia verticale e in comparata, dalla 2017 alla 2022. Costo 35€ L’acquisto comprende l’ingresso alla manifestazione a banchi di assaggio Acquista il biglietto Ore 15:00 – 17:00. Masterclass: “Lo Champagne. Il vino più celebrato del mondo attraverso l’interpretazione di piccoli vignerons”. A cura di Marco Cum Vini in degustazione: Beatrix De Gimbers, Harmony brut nature, Pinot Noir 50% – Chardonnay 50% Satis Extra brut, Terre De Meunieur, Pinot Meunieur 100% Joly brut rosé, 85% Pinot Meunier – 15% pinot Noir Barbier Louvet Couveé D’Ensemble, Pinot Noir 60% – Chardonnay 40% Emile Blanc De Noirs brut Premier Cru, Pinot Noir 100% Gerard Dubois brut 2015 Grand Cru Millesimé, Chardonnay 100% Costo 65€ L’acquisto comprende l’ingresso alla manifestazione a banchi di assaggio Acquista il biglietto L’ACQUISTO DELLE MASTERCLASS COMPRENDE L’INGRESSO AI BANCHI DI ASSAGGIO e per accedere sarà necessario acquistare unicamente il calice e portacalice al costo di 5€)   LA LISTA ESPOSITORI RWE 2024 (ancora in parte in via di definizione): ANTONELLI SAN MARCO, Montefalco. Umbria APICOLTURA PACIENZA, Altomonte. Calabria
AURELIO SETTIMO, Langhe Barolo. Piemonte
BERTRAND, Charentay. Francia
CANTINA NINNI, Spoleto. Umbria
CASATA MERGE’, Roma. Lazio
CASTELLALTA, San Pietro Di Feletto. Veneto
COLLE UNCINANO, Spoleto. Umbria
CORTE MERCI, Negrar Fumane. Veneto
DE QUARTO, Leporano. Puglia
DOMUS HORTAE, Orta Nova. Puglia
EMILIANO FINI, Aprilia. Lazio
FATTORIA GAGLIERANO, Sant’Angelo. Abruzzo
GUENAL JAMBON, Villé Morgon. Francia
I CIACCA, Picinisco. Lazio
LAMBARDI, Montalcino. Toscana
LA MONTANINA, Gaiole In Chianti. Toscana
LE CIMATE, Montefalco. Umbria
LE MACCHIE, Rieti. Lazio
MONTECROCETTA, Gambellara. Veneto
MONTI CECUBI, Itri. Lazio
NINA TRINCA, Zagarolo. Lazio
PALATINO, Orta Nova. Puglia
PIANA DEI CASTELLI, Velletri. Lazio
PODERE EMA, Bagno a Ripoli. Toscana
POGGIO LUCINA, Montalcino. Toscana
PRINCIPE DEL FARNETO, Altomonte. Calabria
TENIMENTI LEONE, Lanuvio. Roma
TENUTA LUNGARELLA, Poli. Lazio
TENUTA PLANISIUM, Volturino. Puglia
TERRE DI RIZZATO, Valpolicella. Veneto
TRUANT, San Daniele del Friuli. Friuli Venezia Giulia
TOMMASO BOSCO, Castagnole Monferrato. Piemonte
VALDANGIUS, Montefalco. Umbria
VIGNA DEL GAL, Farra Di Soligo. Veneto
WEGERHOF, Cornaiano. Alto Adige BANCHI CONDIVISI.
BANCO ISTITUZIONALE CONSORZIO SPOLETO-MONTEFALCO, Umbria
BANCO ISTITUZIONALE PRODUTTORI DELLA CATALOGNA, Catalogna, Penisola Iberica
L’ANFORA DISTRIBUZIONE VINI GEORGIANI, Roma. Lazio
BIRRIFICIO SAN GERMANO, Ancona. Marche
DISTRIBUZIONE VINI&TERROIRS, Roma. Lazio Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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17 Febbraio, 2024

Marco Tonini e l’impronta del vino Trentino

Alla ricerca della Vallagarina che conta In giugno dello scorso ho avuto l’opportunità di immergermi nell’affascinante mondo dei vini di Marco Tonini, recandomi nella tranquilla frazione di Folaso, nel comune di Isera, incastonata nella suggestiva cornice della Vallagarina. La sua cantina, contraddistinta dalla semplice ma significativa scritta “TRENTO Doc” sulla porta, si rivela un luogo dove la passione e la tradizione si fondono armoniosamente.     Lavoro e passione e il sorriso di un uomo schietto Marco ci accoglie ancora avvolto dagli abiti da lavoro, fresco di ritorno dalla vigna dove si appresta a iniziare la sfogliatura. L’abbondanza di piogge che ha contraddistinto l’annata 2023 ha reso il lavoro nei vigneti particolarmente impegnativo, richiedendo interventi mirati per contenere sia l’erba che il fogliame. Di lui mi colpisce immediatamente il sorriso schietto, manifesto di un uomo diretto, il cui amore per il lavoro e la famiglia traspare chiaramente. Basta poco per intuire che è una persona che dice sempre ciò che pensa, soprattutto quando si trova in compagnia di coloro che possono comprendere la sua passione.     Tra i vigneti biologici e le bollicine di montagna Il nostro giro inizia tra i vigneti certificati biologici dal 2013: è una vera e propria immersione nella bellezza della natura e nella cura meticolosa dei dettagli. Estendendosi su diverse quote, fino a raggiungere gli 800 metri sul livello del mare, questi terreni esposti ad est e caratterizzati da suoli calcarei contribuiscono alla creazione di bollicine di montagna uniche nel loro genere. Sono 6 ettari che formano un anfiteatro bellissimo in cui le viti vengono dolcemente carezzate dal sole giungendo lentamente a maturazione. Le escursioni termiche aiutano a fissare aromi che ritroveremo nel calice e i terreni calcarei donano tanta finezza e mineralità ai vini.     La coraggiosa scelta di Marco Tonini Marco condivide con noi la sua storia, narrando di come abbia avviato l’azienda nel 2011, un passo coraggioso compiuto a meno di 50 anni, dopo la scomparsa del padre. In pochi anni, si è trasformato in un vignaiolo capace e ispirato. La sua famiglia da generazioni coltiva la terra, e l’orgoglio di questa tradizione si riflette nella sua scelta di mettere il cuore e l’identità non solo nel nome dell’etichetta, ma aggiungendo la sua impronta digitale, rendendo ogni bottiglia un’autentica rappresentazione di sé.       Il nuovo progetto “OLTRE” e il passaggio all’azienda familiare Il 23 maggio 2023, Marco ha presentato il nuovo progetto “OLTRE“, che sancisce il passaggio dalla ditta individuale alla nuova azienda familiare, cambiando il suo nome in “Tonini Viticoltori in Isera”. Nelle etichette adesso c’è una nuova impronta in cui è racchiusa la T di famiglia a significare che entra in campo la seconda generazione: il figlio Filippo dopo aver completato i suoi studi all‘Istituto Agrario di San Michele all’Adige e acquisito preziose esperienze sia in Italia che all’estero, è pronto a entrare in gioco apportando competenze tecniche e nuova linfa al progetto familiare.   Panorami mozzafiato e la fioritura di montagna Il nostro tour tra i vigneti ci regala panorami mozzafiato, culminando con l’esperienza della mia prima fioritura nel vigneto più alto, dove poche viti di Cabernet Franc e Chardonnay diffondono profumi avvolgenti e indimenticabili.         L’ospitalità in cantina: Tre vini, Tre Storie Rientrati in cantina, siamo accolti da Paola, moglie di Marco, altra colonna fondamentale che con calore e dedizione ha preparato una degustazione accogliente, arricchita da pane fatto in casa con farina di propria produzione e prelibatezze locali selezionate con cura. Iniziamo con le bollicine che narrano la storia e l’evoluzione di Marco. Fin da subito, ha scelto un percorso unico, con decisioni non sempre comprese e sostenute dagli altri, come l’utilizzo della bottiglia trasparente e la produzione esclusiva di spumanti MC millesimati e non dosati. Il Trento DOC Nature 2020: Un Biglietto da Visita Territoriale Eccellente Iniziamo la degustazione col Trento DOC Nature 2020. Questo vino, affinato per almeno 30 mesi sui lieviti, si presenta come un biglietto da visita territoriale eccellente. Il suo carattere distintivo deriva dal blend di uve scelte, in particolare dal 30% di Pinot Bianco che arricchisce lo Chardonnay di altitudine. L’effetto è sorprendente: al naso, emergono chiari sentori di agrumi e fiori bianchi, mentre in bocca si rivela un’esperienza di bollicine eleganti, scorrevoli e appaganti. Il timbro vibrante al palato e la persistenza rendono questo vino un’opzione versatile negli abbinamenti, adattandosi a piatti di media struttura o semplicemente da gustare in buona compagnia.     La Riserva Le Grile Nature Millesimato 2017 La nostra esplorazione enologica si approfondisce con la Riserva Le Grile Nature Millesimato 2017, un vino 100% Chardonnay, straordinario Trento DOC di montagna che si distingue fin da subito per il suo colore brillante, un giallo paglierino intenso adornato da riflessi dorati. Le leggere note ossidative che si avvertono al naso aggiungono ulteriore ricchezza al bouquet, anticipando l’esperienza sensoriale di una cremosità e complessità che si fondono in un equilibrio armonioso in bocca.       La passione per i Vini Francesi Affinato esclusivamente in acciaio e cemento per un periodo di 60 mesi sui lieviti, rappresenta la quintessenza della visione di Marco, che cerca un timbro ben preciso e interpreta con maestria uno stile che evoca le grandi tradizioni vinicole francesi. La persistenza straordinaria di questo vino lo eleva a un livello di raffinatezza che evidenzia una volta di più l’abilità e l’arte del vignaiolo nel creare vini di alta qualità. La Riserva Le Grile Nature Millesimato 2017 si presenta come un’opzione pregiata, un’autentica espressione dell’eccellenza vinicola che sottolinea il talento e la dedizione di Marco Tonini alla sua arte.     Il Marzemino Superiore d’Isera: Radici e Identità nella Tradizione Locale Chiudiamo il nostro viaggio enologico con il Marzemino Superiore d’Isera 2021, un autentico custode della tradizione locale. Il vitigno Marzemino rappresenta una delle varietà più affascinanti della vitivinicoltura trentina, con una storia che risale ai tempi in cui Venezia dominava i commerci lungo l’Adriatico. Questo nobile vitigno ha trovato nella Vallagarina, grazie a un ambiente ideale e a un clima subcontinentale, il contesto perfetto per sviluppare le sue caratteristiche distintive, diventando il grande vino che conosciamo oggi.   Il terzo posto al concorso ” La Vigna Eccellente” La continua dedizione di Tonini a preservare la qualità e la passione per il lavoro nei vigneti, in particolare “Penìm”, “Brom” e “Braile”, sono state recentemente riconosciute con il terzo posto al concorso La Vigna Eccellente. Questo prestigioso riconoscimento, istituito nel 2001 e assegnato biennalmente, si distingue in Italia ed Europa per valorizzare non solo il miglior vino, ma anche il lavoro instancabile, la fatica e la passione di coloro che si prendono cura dei vigneti. Questo impegno assicura non solo una vendemmia eccellente, ma anche la massima tutela del territorio e della cultura vinicola. Quest’anno in giuria personaggi eccellenti come il Prof. Attilio Scienza.   Il vino piu territoriale della Vallagarina Il Marzemino di Marco, coltivato nei ricchi terreni basaltici di Isera, è un autentico omaggio alla terra e alla storia della famiglia Tonini. L’utilizzo sapiente di acciaio e cemento sottolinea la territorialità del vino, donandogli un carattere distintivo di fragranza, grande beva e un equilibrio unico. Questo vino si presta magnificamente agli abbinamenti con piatti di carne, e in particolare, si sposa in modo delizioso con un invitante involtino di tacchino al forno.       L’ospitalità e Il Futuro L’atmosfera intima e familiare con cui siamo stati accolti dalla famiglia Tonini ha reso quest’esperienza un vero e proprio momento di condivisione e calore umano. Porto con me la bontà dei loro vini, il sorriso schietto di Marco, l’ospitalità di Paola e la voglia di tornare presto in questo luogo dove passato e presente si fondono in un bicchiere di vino, celebrando la continua evoluzione di questa straordinaria eredità enologica. Cin! Benedetta Costanzo
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16 Febbraio, 2024

Fabrizio Pratesi. L'eccellenza del Carmignano

Questo lavoro si costruisce con tempo, mattone per mattone. Tanto tempo. Con prodotti giusti. Con la fortuna di aver un posto con una certa vocazione per fare certi vini. Insomma non è un lavoro che si costruisce velocemente. Ci sono investimenti e tanti anni per affermarsi. Fabrizio Pratesi è ancora il titolare, insieme al fratello Nicola, di una storica realtà del mondo automotive Mercedes-Benz a Prato, la Effepi, nata sulle ceneri di altra realtà storica.
Il mondo dell’auto è un mondo molto particolare. Girano tanti soldi e i margini, sempre in contrazione, sono comunque interessanti. Magari percentualmente bassi ma in termini assoluti, niente male. Occorrono tanti investimenti, tanta professionalità, tanta dedizione, tanto sforzo. Alla fine, se ci si sa fare, i frutti che si raccolgono, fanno sorridere.
Un mondo quello automotive, inesorabilmente cambiato già anni fa. Forse il fallimento della Lehman Brothers (era il 2008) fu solo l’eruzione di un vulcano il cui magma ribolliva da tempo negli strati della crosta terrestre. Dopo quel pesante fallimento, i mondi che attingevano al credito, il settore auto è uno di questi, scricchiolò pesantemente. Un sisma a seguito dell’ eruzione. Anzi, uno sciame sismico che fece inesorabilmente crollare quelle aziende che avevano giocato un pò troppo con la finanza oltre a quelle già pericolanti. Così le grandi industrie capirono che occorrevano sistemi diversi di distribuzione capaci di resistere al tempo. Oltre che di partner sul territorio dotati di solidità importante. Ovvero di volumi.
Fabrizio navigava in quel mondo che si stava pian piano coprendo delle ceneri vulcaniche. Ceneri dalle quali non voleva farsi sommergere. Anche se poi il mondo del service non verrà mai sommerso.
La passione per la terra e la vigna, l’aveva sempre avuta. Di quelle passioni che però non riesci a goderne a pieno. Banalmente perché non è che non hai il tempo ma il tempo lo impieghi in altre cose. La casa di famiglia e poco più di due ettari di vigna sono a Seano, Prato. Un territorio baciato da Dio per quanto riguarda il vino. Si parte dalla vocazione di un terreno dove ci vuole che il Padreterno ti voglia bene e ti dice: guada te tu sei nato in un posto che, non lo sapevi… questo a me è successo. Fabrizio, agli inizi degli anni 90 inizia a fare il vino da quella vigna che il nonno, contadino, aveva lasciato al figlio. I circa due ettari che gli erano toccati dall’eredità.
I soldi, grazie all’attività nel mondo auto, non mancavano così che nasce, sempre per diletto, anche una bella cantina sotterranea. Solo che per fare il vino occorre dedizione. Quella che Fabrizio in quel periodo non ha. Avevo cominciato a fare il vino. Avevamo fatto la cantina sotterranea. Un lavoro rimasto in standby come tutte le cose di questo mondo fino a che mi sono reso conto che se il vino non lo fai full time non viene. Mi piaceva farlo e complice il mondo dell’auto nel quale i dealer sarebbero spariti facendo rimanere il post vendita, ho cambiato vita. Nel 2014. A Nicola gli piace fare il meccanico non certo il vino dunque mi sono messo a fare il vignaiolo a tempo pieno. Nicola, il fratello, è una persona splendida che conosco da vent’anni. Lui cura l’Officina Autorizzata Effepi di Prato e lo fa con competenza, passione e tanta professionalità. Spirito sornione mi ha sempre confidato che lui di vino non ci capisce nulla ma gli piace berlo. Certo, penso io, con quello di Fabrizio è facile. La convinzione di Fabrizio è tanta così come è tanto il suo realismo. Ha scelto di fare il vignaiolo perché avrebbe tranquillamente potuto continuare a lavorare nel mondo dell’auto. Il suo è un taglio netto. Una scelta radicale. Un ritorno alla terra. Non so se abbia contato più la nausea per il mondo al quale apparteneva o la voglia di qualcosa di profondamente diverso. Di certo, ha capito che se vuoi fare un mestiere come il vignaiolo e, contemporaneamente, un altro, lo puoi certamente fare, ma senza aspettarsi di creare vini eccezionali. Se te credi tanto nel prodotto, che è l’unica cosa che devi fare perché di scorciatoie non ce ne sono, allora lavori. Tanti magari credano che con due articoli sul giornale riesci a vendere il vino. È finito questo tempo. Io sono molto amico di Mario Piccini che vende 32 milioni di bottiglie e mi dice sempre: Fabrizio, le bottiglie se ne stappa una per volta. Finché la bottiglia non è stappata non è venduta e ci vuole il tempo per farti conoscere. Eppure Fabrizio non ci mette tanto tempo per farsi conoscere e far conoscere la sua azienda, la Fabrizio Pratesi.
Tutto ha inizio nel 2014. L’anno delle decisione dunque della svolta. Intentiamoci, non stiamo parlando di una mezza svolta, ma di qualcosa di radicale. L’idea che in questo lavoro non ci vedevo futuro era nell’aria. Così come la voglia di fare questo lavoro di vignaiolo. Ho deciso di fare questo cambiamento di vita. Un cambiamento pesante perché da due ettari ora ne ho 15 di cui 10 vitati. Ho ricomprato le terre di famiglia perché nonno aveva dei fratelli. Ho fatto un vigneto unico con delle zonazioni. Trovando le migliori zone per Cabernet, Sangiovese e Merlot. Un lavoro pesante ed economicamente è stata una scommessa pesante. Siamo nella zona del Carmignano DOCG. Una zona che io definisco per i veri intenditori. Poco nota per via della ingombrante presenza del Chianti, è sempre stata in grado di sfornare grandi vini. Sangiovese certo anche se con espressioni totalmente diverse da quelle solite toscane e l’aggiunta del Cabernet che non è un vezzo moderno essendo qui coltivato e nel vino da oltre cinque secoli. DOCG dal 1990 ma (come ci si tiene a far presente) retroattiva del 1998. Tra l’altro, il Consorzio che tutela il Carmignano ha come Presidente proprio Fabrizio Pratesi. Io faccio il vignaiolo full time. La vigna è il primo requisito. Conosco le mie vigne, le zone. Avevo un concetto di viticoltura molto alto. I produttori ti parlano solo dell’enologo. I produttori francesi ti parlano solo della vigna. Fabrizio è partito e, meno male, è rimasto con un concetto di viticoltura alto che parte dall’idea di allevare la vite per avere un frutto con chicchi piccoli. Produrre un vino eccellente. Un vino che potesse posizionarsi in alto. Senza sconti e senza compromessi. Per questo la sua concentrazione è stata sulle vigne.
Ricomprate dunque le vigne di famiglia, estirpate e ripiantate quelle che secondo lui non andavano bene. Grande attenzione alle singole zone scegliendo opportunamente cosa piantare. Come ad esempio il Merlot. Ma di questo ne parleremo dopo.
Anche in cantina Fabrizio ha voluto portare tecnologia. Sempre però subordinata alla vigna. In cantina ho una tecnologia altissima. Ho una deraspatrice che costa quanto una serie S. Ma quella non ti fa fare il vino bono. Hai bisogno di darle un prodotto buono cosi non te lo sciupa e ti restituisce l’acino non rotto così che l’estrazione viene bene. Tutte queste attenzioni sono fondamentali. Raffreddo tutte le uve in cella frigo. Sono dettagli che se non hai un grande prodotto non parti nemmeno. Il produttore deve essere preparato e il terreno deve essere preparato. Se la Redbull la guida Hamilton, Verstappen e un’altro pilota buono, arrivano li. Se la guida Perez arriva in un giro. Se hai un terreno che vale tanto puoi fare un vino da 100 se il produttore è bravo. Altrimenti ti può venire bene. L’approccio alla vigna di Fabrizio è maniacale. Dalle automobili al trattore il passo è lungo e lui lo compie rallentando i ritmi e assecondando quelli della natura. Senza stress. Senza fretta. Ma con attenzione e meticolosità. Sopratutto con grande realismo. Quello tipico di un toscano senza fronzoli e che guarda alle cose con realismo passionale. Noi trasformiamo il prodotto. Non esiste un vino naturale perché la pesca è naturale. Te tu vai sull’albero, cogli la pesca e te la mangi. L’uva è un prodotto che viene trasformato e qui c’è la mano dell’uomo. Il nostro lavoro è tale per cui tra la menzogna e la realtà la linea è sottile. Il vino se non ha un conservante antibatterico va a male. Quando mando un vino negli Stati Uniti e non è protetto o non arriva o arriva un altro prodotto. L’acqua minerale viene filtrata sterile e vengono aggiunti conservanti. Se vai alla miglior fonte del mondo e la porti a casa, il giorno dopo l’è marcia per via dei batteri. Il vino è vero che ha il grado alcolico che un pò lo protegge ma poi diventa aceto. C’è chi si vanta dicendo che non una solfiti o solfiti aggiunti (perché il vino un pò di solfiti li sviluppa ma poca roba). Puoi anche filtrarlo sterile. Se fai un bianco scarso magari ci riesci Ma con un rosso no. Il secondo ci sono genti che buttano chimica nel vino per abbattere i batteri.
Il vino deve esse bono punto e basta. Il lavoro, il grande lavoro di Fabrizio è nel cercare la migliore biodiversità del terreno. Non usa diserbanti, non usa chimica. La sua attività è puramente biologica. Anche se fino in fondo non sono convinto che sia la migliore strada perché il rame che si usa è tossico e si usa in funzione della stagione. Forse un sistema diverso ti farebbe essere più ecologico. Qui c’è Fabrizio Pratesi. La sua genuinità ma anche la cruda realtà di un uomo che vive la sua terra. Vive ogni pianta della sua vigna e sa, profondamente sa, che deve essere lui, il produttore, prima di qualunque altra persona a capire cosa sta facendo. In vigna come in cantina. Sua è la responsabilità e suoi onori ed oneri. Tutti quelli che fanno due soldi in un altro settore arrivano e dicano: in due giorni fo. Non è cosi. Faccio 50 mila bottiglie e sono poche. Siamo una piccola media azienda. Quelle grandi fanno un’altro campionato. Ma per noi, se il vino non lo sa fare il produttore di certo non lo fa l’enologo. Adesso sono sicuro di quello che viene prodotto a casa mia. Quando ti posizioni alto ci sono opportunità ma tempi più lunghi per potersi affermare e far girare il vino. Il posizionarsi in alto è avvenuto quasi per caso si potrebbe dire. Ma la fortuna aiuta gli audaci non chi sta sul divano. Il lavoro certosino di Fabrizio ha pagato cogliendo l’opportunità che gli è stata regalata.
Il caso dicevamo. Se in Italia ci si accorge poco e tardivamente dei nostri gioielli, in altri paesi si guarda invece a noi con un occhio diverso. Così fu che un importante importatore americano, di quelli con target di clienti molto alto, mise gli occhi sul Carmignano. Andò in giro ad assaggiare i vini di vari produttori della zona e rimase abbagliato dei vini di Fabrizio.
Et voilà. Il sogno americano è realizzato.
Detto così è facile no? Una sorta di talent scout che arriva e ti scopre. Già ti scopre ma per portarti sulle tavole dei migliori ristoranti americani non devi essere poi cosi male no?
Occorre essere già un ottimo vino altrimenti non ti considerano proprio. Lui ha messo gli occhi su Carmignano ed ha assaggiato i vini in giro e poi ha scelto i miei. Questa è gente che sono in giro da 40 anni e quando scelgono lo fanno con cognizione di causa. Da li in poi la strada si fa ancora più in salita per Fabrizio. Quando sei a livelli importanti ti cercano è vero ma devi essere in grado di fornire prodotti eccellenti. Sempre. Tutti i nostri clienti ci sono venuti a cercare. Adesso sto lavorando con un albergo di Zurigo che sta facendo una enoteca con vini top. Fa ordini come se fosse un distributore. Tutto sembra facile. All’apparenza. Dietro c’è il duro lavoro di Fabrizio che si è rimboccato le maniche senza guardarsi mai indietro. La pratica nel nostro lavoro è fondamentale perché si lavora e cielo aperto. Le condizioni non si ripetan mai. Possono essere simili ma non si ripetono. Non sono mai uguali. Noi si lavora in funzione del tempo. Poi ci vogliono studi. Giri in altri paesi. Fai delle domande. C’è bisogno di un bagaglio tuo. I consulenti non possono sapere fino in fondo le tue esigenze. Il produttore è fondamentale che sappia fare il vino in vigna. Quando vado sul trattore vedo le viti e li capisci che tipo di concimazione ha bisogno. Devi sta li. Studio e tanta pratica per capire che la vite per tirare fuori la qualità deve sempre stare un filo in stress. Tutti vogliono la vite rigogliosa ma cosi la qualità non la fai mai. I grappoli dei francesi stanno nel palmo di una mano. In Italia di viti cosi ne trovi solo dai vecchi contadini. La terra bona l’è deleteria per la vite. Una serie di tasselli per realizzare il mosaico di grandi vini che arriva con il tempo e la voglia di fare le cose. Oggi arrivano da Fabrizio tutte le associazioni di sommelier per tenere le lezioni di vinificazione. Io guido il trattore perché mi piace e perché lo voglio fare io. Tra dieci anni magari manderò qualche altro perché le cose saranno avviate. Io faccio il cantiniere perché lo voglio fare
Il dettaglio fa la differenza in base alla stagione. Sono anni che non faccio più le analisi delle uve per la vendemmia. La maturazione fenolica è fondamentale per la vendemmia e per fare il vino di qualità. La maturazione tecnologica ormai è troppo distante da quella fenolica. Se la va bene ci sono due settimane. Fabrizio non si sente mai arrivato perché sa che mai uno che è all’apice si deve sentire arrivato. C’è sempre la vendemmia successiva in agguato. Ti devi rimettere in discussione. Una volta che ti affermi sul mercato devi mantenerti e la vera difficoltà sta nel mettersi in discussione ogni vendemmia. L’esperienza ti porta certo a sapere cosa fare nelle varie circostanze ma non è detto che non ci si possa trovare dinanzi a qualcosa di inaspettato.
Umiltà. Tanta e grande umiltà. Non devi partire dal presupposto che questo sia un lavoro. Farai una cosa che ti piace tanto e poi si vede. In gamma quattro vini.
Il primo è il Locorosso. Sangiovese in purezza con affinamento in acciaio. Semplice ma di grande spessore. Soprattutto una espressione di Sangiovese atipica per la Toscana. Elegante ed equilibrato. Già questo basta.
Poi Carmione e iI Circo Rosso, ovvero il vino del territorio. Entrambe Carmignano DOCG realizzati con il Cabernet Sauvignon e Franc nonché Merlot e, ovviamente, Sangiovese. 12 mesi in barrique per il primo, 18 per il secondo (riserva) restituire un crescendo di complessità al naso e al sorso. Sublimi. Poi ho avuto la fortuna di avere un quadretto di terra per fare il Merlot in purezza. Il Merlot in purezza è uno dei vini più difficili da fare. Viene bene da taglio poiché se non hai un terreno con una componentistica complessa ed argillosa per rilasciare la struttura non viene bene. È di fronte alla cantina. Una striscia di terra. In estate si vede il cambio di colore più grigio. Una striscia di argilla. C’era già del Merlot. Avevo studiato 15 anni fa e avevo provato a fare delle produzioni per casa. Quando poi ho ripiantato tutto ho lasciato il Merlot li. Ho trovato una terra simile nella mia proprietà ma viene un’alta cosa. E ci son 70 metri di distanza. Questo è il fascino del lavoro. Nasce così un vino che è uno dei migliori Merlot io abbia mai assaggiato: I sassi di Lolocco. Potente ma equilibrato. Tannino che accarezza dando volume, densità, spessore. Elegante e raffinato. Un vino del quale farne a meno diventa un sacrilegio. La vita enologica di Fabrizio sembra dettata dalla fortuna. La fortuna di aver chiuso un ciclo per aprirne un altro. L’importatore americano. Le terre in un luogo baciato da Dio. La striscia meravigliosa che dona un Merlot da Oscar.
Fortuna magari si, ma devi crederci e dedicarci tanto tanto ma tanto lavoro.
Oggi produce tra le 60 e le 70 mila bottiglie ancorché abbia comprato terre per arrivare alle 100 mila bottiglie. Forse il giusto taglio per una azienda familiare che vuole con forza rimanere così. Per dedicarsi alla qualità e alla accoglienza di chi vuole toccare con mano questa realtà. Mio figlio sta facendo enologia. Ha 20 anni. Oggi si cura principalmente delle olive. Io le olive non le sopporto. Lui se l’è preso a cuore. Mia moglie segue tutta la ricezione del turismo che è fondamentale. Mia figlia è nella fase nella quale non sa. Fa economia aziendale. Attratta dal marketing.   Poco incline alle guide, ai premi, Fabrizio è orientato al lavoro. A testa bassa e con orgoglio. Non solo un orgoglio toscano ma quello di un uomo posato, serio, realista. Di quelli che non hanno bisogno di null’altro che sentirsi in pace con quanto lo circonda. Senza fronzoli. Essenziale. Schietto e vivo.
Si siede sornione, parla con una stupenda cadenza toscana. Può sembrare ti guardi dall’alto in basso ma è quasi un modo per tarare l’interlocutore. Perché poi si lascia andare dinanzi ad un bicchiere del suo vino. Senza contemplarlo. Senza lodarlo. Aspetta solo il tuo di giudizio.
Per lui è quello che conta: essere in grado di aver reso felice una persona attraverso un grande vino.     Ivan Vellucci ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969
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