Freccianera firma l’unico sparkling wine “Best in Show” italiano ai Decanter World Wine Awards 2026 Arrow Right Top Bg

28 Giugno, 2026

Freccianera firma l’unico sparkling wine “Best in Show” italiano ai Decanter World Wine Awards 2026

  Unica cantina della Franciacorta a vedere premiata con 7 awards tutta la sua produzione di vini spumanti, con questo riconoscimento Freccianera conferma i risultati dei suoi importanti investimenti nella qualità e nell’aggiornamento tecnologico, che da anni le valgono una crescita costante dei punteggi riconosciuti nelle competizioni internazionali e dalle principali guide.   Straordinario risultato per Freccianera ai Decanter World Wine Awards 2026. La cantina della Franciacorta ha meritato un sorprendente “Best in Show Award” per il suo Satèn Millesimato 2022, unico sparkling wine italiano a cui sia stato dato questo riconoscimento. E ci sono awards anche per tutti gli altri suoi sei Franciacorta, con le due Riserve “Casa delle Colonne” che conquistano un Gold Award. All’edizione 2026 del Decanter World Wine Awards (DWWA), il più grande concorso enologico al mondo, hanno partecipato quasi 17.000 vini provenienti da 58 paesi, degustati alla cieca da 245 esperti del settore, tra cui 63 Master of Wine e 24 Master Sommelier, provenienti da 35 nazioni diverse.  Ogni vino premiato ha superato un rigoroso processo di valutazione in più fasi, con i vini che hanno ottenuto i punteggi più alti ripetutamente degustati e discussi da giurie di esperti prima di ricevere il riconoscimento Oro, Platino o Best in Show. Nicola Berlucchi Presidente di Freccianera Il processo di valutazione del DWWA è uno dei più esigenti al mondo. I risultati ottenuti dai vini della nostra cantina premiano come mai prima la maestria con cui interpretiamo il metodo Franciacorta e l’eccellenza delle nostre produzioni. Un risultato che ci riempie di soddisfazione e che sosterrà la nostra crescita sia nel mercato italiano che all’estero, dove la guida Decanter è diventata una delle più autorevoli al mondo, sia per i consumatori che per i professionisti del settore. Gli altri Freccianera premiati sono i Millesimati Extra Brut 2022, Brut Nature 2022 e Brut Rosé 2022 con una SILVER MEDAL e Brut 25 Blanc de Blancs non millesimato con una BRONZE MEDAL. Sette awards in totale, sui ventinove riconosciuti da Decanter 2026 alle aziende franciacortine.   I riconoscimenti ottenuti al Decanter World Wine Awards 2026 si inseriscono in un percorso di costante crescita che negli ultimi anni ha visto Freccianera consolidare la propria presenza nelle principali guide enologiche nazionali e internazionali, confermando una strategia fondata su investimenti continui in vigneto e in cantina, sulla valorizzazione delle singole particelle e su una ricerca della qualità senza compromessi. Il “Best in Show” assegnato al Satèn Millesimato 2022 rappresenta oggi il simbolo più evidente di questa visione: un riconoscimento che non celebra soltanto un vino, ma l’identità stessa di una cantina che continua ad affermarsi tra i protagonisti più autorevoli della Franciacorta contemporanea. —– About Fondata nel 1927 da Antonio Berlucchi a Borgonato di Corte Franca, nel cuore della Franciacorta, FRECCIANERA rappresenta una delle realtà storiche più autentiche e identitarie del territorio. Tra le prime cantine a introdurre, già nel 1969, la produzione di Franciacorta secondo il metodo classico, è stata protagonista della nascita e dello sviluppo della denominazione, contribuendo come socio fondatore alla nascita del Consorzio Franciacorta. Da un secolo, FRECCIANERA interpreta il metodo Franciacorta con uno stile distintivo, riconosciuto a livello internazionale per eleganza, freschezza e mineralità. Un’identità che nasce da un legame profondo e mai interrotto del territorio con la famiglia Berlucchi, tra le pochissime in Franciacorta a non aver mai ceduto la proprietà dell’azienda, mantenendo intatti valori, cultura e visione originaria. Oggi FRECCIANERA produce circa 320.000 bottiglie all’anno, con una forte presenza nel mercato italiano, dove realizza l’80% del fatturato attraverso il canale Ho.Re.Ca, collaborando con ristoranti, wine bar ed enoteche di fascia medio-alta. L’azienda è inoltre in crescita nei principali mercati europei, in particolare nel Regno Unito, ed è presente negli Stati Uniti. Nel 2025 è stato avviato un ambizioso piano strategico di investimenti e innovazione tecnologica, con l’obiettivo di aumentare la capacità produttiva fino a 550.000 bottiglie, valorizzando interamente le uve provenienti dai 65 ettari di vigneti di proprietà. www.freccianera.it —– Per ulteriori informazioni: info@freccianera.it |Tel. 030 984451 |freccianera.it | freccianera.club Ufficio Stampa: Laura Bresciani | ph. +39 347 0400858 | ufficiostampa@freccianera.it La Redazione
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L’ora del Vermouth di Torino Arrow Right Top Bg

28 Giugno, 2026

L’ora del Vermouth di Torino

  Il Consorzio del Vermouth di Torino lancia il grande “Progetto Abbinamenti”   Il Consorzio del Vermouth di Torino, presso la prestigiosa sede dell’Associazione Stampa Estera, Palazzo Grazioli a Roma, ha organizzato l’11 giugno scorso un’ampia presentazione delle attività che lo vedono costantemente impegnato per far conoscere e valorizzare l’eccellenza piemontese che ufficialmente rappresenta e tutela. Il Presidente Bruno Malavasi e il Direttore Pierstefano Berta, nella conferenza stampa guidata dal giornalista francese Bernard Bedarida, Segretario del Consiglio Direttivo della Stampa Estera, hanno raccontato alcuni importanti aspetti caratterizzanti del Vermouth di Torino. Oltre al particolare  tema delle principali botaniche impiegate nella produzione, fra le diverse azioni programmate nell’immediato, è stata presentata una nuova linea di lavoro che il Consorzio ha svilupperà da ora e nei prossimi anni. Un nuovo progetto sullo studio dei corretti abbinamenti del Vermouth di Torino con il cibo e i consigli per il suo impiego come pregiato ingrediente di raffinate preparazioni gastronomiche. Il Consorzio si prefigge così di alimentare e riscoprire la documentata e classica tradizione ottocentesca che vedeva il Vermouth di Torino protagonista di diverse modalità di consumo, nelle diverse ore della giornata. Già nel 1800 era infatti abbinato a piatti di alta gastronomia, in occasione di pranzi e cene importanti, era prediletto per accompagnare la classica pasticceria nelle accoglienti botteghe dei confettieri e, naturalmente, era protagonista dell’aperitivo, unito ai “piattini di rinforzo”. Questo suo impiego fu tanto importante da fare nascere a Torino “L’ora del Vermouth”, oggi marchio registrato dal Consorzio, immancabile appuntamento per l’aperitivo serale. A conclusione dell’evento romano si è offerto un momento conviviale con un’anteprima di abbinamenti, dai piattini di rinforzo fino ai dolci. In questa stessa occasione si è riaffermato il consolidato gemellaggio con le bollicine dell’Alta Langa, altro simbolo di eccellenza del Piemonte. Grazie alla collaborazione del COALVI, Consorzio di Tutela della Razza Piemontese, si è poi proposta in apertura una stupenda battuta di Fassona, tipico antipasto della tradizione piemontese. Sono seguiti i ravioli ripieni di ragù di cortile con salsa di peperoni arrosto e Vermouth di Torino, salsiccia arrostita con nocciola, Vermouth di Torino e pasta d’ arancia, infine i classici amaretti piemontesi e la torta di nocciole. Per tutto il corso della cena è stato servito in abbinamento il Vermouth di Torino istituzionale ed è stato allestito un banco di degustazione di tutti i Vermouth di Torino prodotti dai soci del Consorzio. L’ottimo riscontro ricevuto incoraggia a continuare l’approfondimento del tema degli abbinamenti. Questi studi saranno presto oggetto di una prima agile pubblicazione, curata dal Consorzio e affidata a eminenti esperti. Sarà realizzata in forma cartacea, ma anche consultabile on-line sul sito del Consorzio. E’ sempre l’ora del Vermouth di Torino®! Il Consorzio del Vermouth di Torino, costituito nel 2019, rappresenta il 99,8% della produzione di questa eccellenza del Piemonte, diffusa in 82 Paesi. La produzione è arrivata a toccare oltre 7 milioni di bottiglie, con una costante tendenza alla crescita in volumi e valori. La Redazione
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28 Giugno, 2026

Segui il flusso

  Esiste una forza silenziosa che attraversa ogni trasformazione: è il movimento, principio vitale che genera connessioni, apre nuove prospettive e dà forma al cambiamento. Nell’arte, questa energia si manifesta come un linguaggio capace di tradurre l’invisibile in esperienza, trasformando il gesto creativo in un ponte tra persone, luoghi e momenti apparentemente distanti. La leggerezza che accompagna il movimento non è assenza di profondità, ma la capacità di accogliere il mutamento come opportunità di incontro e scoperta. Ogni opera, ogni percorso creativo, nasce infatti dall’intreccio di relazioni, memorie e visioni che si mettono in cammino, generando spazi condivisi in cui il dialogo diventa possibile. L’arte si fa così territorio dinamico, un luogo aperto dove le differenze si incontrano e il cambiamento prende forma attraverso nuove narrazioni. In questo scenario, la forza creativa del movimento diventa un invito a guardare oltre i confini dell’abitudine, a riconoscere il valore delle connessioni e a immaginare un futuro costruito sull’incontro. Perché è proprio nel continuo fluire delle idee, delle persone e delle esperienze che l’arte trova la sua espressione più autentica: quella di generare senso, creare legami e dare vita a nuove possibilità. A Roma esiste un luogo dove tutto questo è possibile, dove la forza viene custodita, il movimento viene alimentato e la leggerezza Segue il Flusso delle cose. Un luogo capace di raccontare storie senza bisogno di parole. Uno spazio dove l’incontro tra persone è un simbolo di una vocazione artistica, una dimensione sospesa nel tempo dove il passato dialoga con il presente e dove la bellezza diventa esperienza quotidiana: Via Margutta. Una strada che da sempre vive in equilibrio tra memoria e innovazione, tra eleganza e creatività, tra il fascino della Roma eterna e la vitalità dell’arte contemporanea. Passeggiare lungo questa via significa attraversare un frammento autentico della città, dove ogni scorcio sembra suggerire una nuova ispirazione e ogni portone custodisce un universo di idee, colori e passioni. Qui, l’arte continua a essere un linguaggio universale capace di unire persone provenienti da esperienze e percorsi differenti. Proprio attraverso questi luoghi, dove luce accarezza i palazzi storici, nel silenzio raffinato dei cortili nascosti che la Galleria Internazionale Area Contesa ArtDesign ha aperto le sue porte a nuove visioni creative con la Rassegna d’Arte “Oregon Oregon Oregon – Mille sfumature di Blue” e il Vernissage “Evoluzioni Cromatiche”, momento che ha saputo intrecciare ricerca artistica, sperimentazione visiva e convivialità. Le opere esposte hanno guidato il pubblico in un percorso emozionale attraverso le infinite possibilità espressive del colore. Il blu, protagonista della rassegna, è emerso nelle sue molteplici interpretazioni simboliche e materiche: dalla profondità contemplativa degli oceani alla dimensione onirica del cielo, fino alle più contemporanee letture concettuali. Parallelamente, “Evoluzioni Cromatiche” ha offerto una riflessione sul mutamento e sulla trasformazione, mettendo in dialogo linguaggi artistici differenti accomunati dalla ricerca sulla luce, sul segno e sulla percezione cromatica. L’evento, realizzato in partnership con Engel & Völkers, ha rappresentato un importante momento di incontro tra il mondo dell’arte, della cultura e dell’imprenditoria, confermando il ruolo di Via Margutta come luogo privilegiato di confronto creativo e di valorizzazione dei talenti contemporanei. Durante la serata, artisti, appassionati, collezionisti e visitatori hanno condiviso emozioni e riflessioni, trasformando l’incontro con le opere in un’occasione di dialogo e crescita. Le diverse espressioni artistiche hanno raccontato il cambiamento, il movimento e la ricerca continua che caratterizzano il nostro tempo, offrendo al pubblico nuove chiavi di lettura della realtà. Ad accompagnare questi momenti, una raffinata degustazione enologica che ha ulteriormente arricchito l’esperienza sensoriale degli ospiti. I partecipanti hanno potuto apprezzare l’eleganza del Pinot Grigio d’Alsazia Domaine Meyer, caratterizzato da note fresche e minerali, e la struttura armoniosa del Bordeaux Château Tour Saint Pierre 2021, vino capace di esprimere con equilibrio e personalità il carattere del territorio francese. In una città che non smette mai di emozionare, l’arte rimane il filo invisibile che collega passato e futuro, memoria e innovazione. E Via Margutta, con il suo fascino senza tempo, continua a essere una delle sue più preziose custodi, ricordandoci che la bellezza non è soltanto qualcosa da osservare, ma un’esperienza da vivere e condividere. Tra opere, dialoghi e suggestioni cromatiche, la serata ha confermato come la bellezza sia un linguaggio in costante movimento: un ponte tra sensibilità diverse, una continua evoluzione capace di trasformare il colore in emozione e l’incontro in esperienza condivisa. L’arte, del resto, trova a Roma la sua dimensione naturale. In nessun altro luogo il dialogo tra storia e contemporaneità appare così spontaneo. Le opere non si limitano a essere osservate: diventano parte di un racconto più ampio che coinvolge la città stessa, le sue strade, i suoi monumenti e le persone che la vivono ogni giorno. Via Margutta continua così a rappresentare uno dei luoghi più autentici di questa narrazione. Un rifugio per la creatività, un punto d’incontro per chi cerca la bellezza e uno spazio dove l’arte può esprimersi liberamente, mantenendo vivo quel legame profondo che unisce Roma alla cultura da secoli e la Galleria Internazionale Area Contesa ArtDesign ancora una volta è stato quel laboratorio di idee e bellezza, dove la creatività ha trovato spazio per manifestarsi nelle sue forme più autentiche, offrendo al pubblico un’occasione preziosa di scoperta, confronto e ispirazione.     Marco Sargentini – Riflessioni Enologiche di un viaggiatore diVino
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27 Giugno, 2026

L'Incontro Magenta. Il mare a pochi chilometri da Milano

Quando sei a Milano e ti viene voglia di mangiare del buon pesce, probabilmente pensi al centro città, ai numerosi ristoranti che ci sono. Eppure basta allontanarsi di pochi chilometri per trovare una realtà che da oltre dieci anni lavora il mare con passione e continuità. Così, in una calda serata di giugno, raggiungo Magenta dove ad aspettarmi ci sono Andrea Cantisani e Marco Mandonico davanti all’insegna “l’incontro Magenga” che con un sorriso mi invitano ad entrare. Il loro ristorante è una piccola bomboniera nel cuore della città. Un luogo che negli anni è diventato il contenitore delle loro esperienze, della loro crescita professionale e della loro idea di cucina. Qui la stagionalità non è una parola alla moda, ma una regola quotidiana. Gli ingredienti vengono scelti nel loro momento migliore perché, secondo Andrea e Marco, solo così possono esprimere davvero il loro potenziale. Gli chef Marco Mandonico e Andrea Cantisani Seduto a tavola insieme a loro prima di iniziare la degustazione capisco subito  che il vero protagonista del loro lavoro è il prodotto, la materia prima. Dopo tredici anni trascorsi fianco a fianco hanno sviluppato una visione comune fatta di ricerca, assaggi, studio e confronto continuo. Non cercano l’effetto speciale, ma l’equilibrio. Ogni piatto nasce dall’idea di valorizzare la materia prima senza complicarla inutilmente.
Una delle loro grandi passioni è il pesce crudo. Negli anni hanno costruito abbinamenti diventati la firma del locale, come la capasanta con robiola e lime o il tonno tonnato, piatti ideati da loro che hanno subito conquistato i palati dei loro avventori. I loro piatti  raccontano il loro modo di intendere la cucina: pochi ingredienti, ben pensati, capaci di lasciare un ricordo. Il menu La proposta gastronomica del ristorante si sviluppa lungo un percorso che unisce il mare alla tradizione mediterranea, con una carta ampia e trasversale capace di soddisfare sia gli amanti del pesce sia chi predilige la carne. Il pescato è il vero protagonista: crudi, tartare, ostriche, crostacei e preparazioni che valorizzano la materia prima attraverso lavorazioni essenziali e accostamenti equilibrati. Gli antipasti raccontano il mare in molteplici forme, dal classico trittico di mare ai sashimi e alle tartare di tonno rosso, fino a proposte più creative come il tataki di tonno in crosta di sesamo o il polpo arrostito con crema di patate e cipolla caramellata. Non mancano le eccellenze selezionate come le ostriche Gillardeau e i gamberi rossi di Mazara. Nei primi piatti convivono tradizione e gusto contemporaneo. Accanto a grandi classici come i rigatoni cacio e pepe con guanciale croccante trovano spazio ricette che esaltano il mare, tra cui gli spaghetti di Gragnano con calamaro spillo e bottarga, orecchiette fresche ai frutti di mare e risotto allo zafferano, lime e gambero rosso di Mazara. La sezione dei secondi conferma la centralità del pescato, con fritture, grigliate e filetti di pesce preparati con cura, ma lascia spazio anche a una proposta di carne rappresentata dall’entraña argentina servita con salsa chimichurri. A completare l’offerta ci sono i fuori menu del giorno che seguono la disponibilità del mercato e permettono alla cucina di valorizzare ingredienti stagionali e arrivi particolarmente interessanti per i palati di chi proverà la loro cucina.
Una carta che punta sulla freschezza della materia prima, sull’identità mediterranea dei sapori e sulla volontà di offrire un’esperienza capace di accompagnare il cliente dal crudo al piatto più strutturato mantenendo sempre il mare come filo conduttore della narrazione gastronomica. Vale la pena spendere una parola anche per il pane. In tavola arriva un ottimo pane di cristallo, leggero e croccante, lo stesso utilizzato da La Cristalleria, l’altro locale di Andrea in zona Sarpi a Milano. Nel menu trova spazio anche la pizza, proposta che affianca la cucina di pesce e completa l’offerta del locale. Un altro modo per raccontare l’attenzione che Andrea e Marco dedicano agli impasti e alle lievitazioni, tema che accompagna da tempo il loro percorso professionale. La degustazione A seguirci durante la cena è Alessandro che presenta piatti e vini con competenza e semplicità e porta il sorriso a tavola con il suo modo di chiacchierare che rende piacevole la conversazione.
Si parte con lo Champagne Payelle Blanc de Blancs, Père & Fils, ottenuto da uve Chardonnay. Nel calice mostra un colore giallo paglierino brillante attraversato da una trama continua di bollicine fini. Al naso arrivano note di agrumi, mela e fiori bianchi. In bocca è fresco, elegante e con una bella persistenza che prepara il palato ai crudi. Il primo assaggio è il crudo di tonno Balfegó che Alessandro presenta con orgoglio e invita a provare. Il tonno si presenta pulito, compatto e brillante. Al morso emerge subito la qualità della materia prima: la consistenza è morbida ma sostenuta, mentre il gusto alterna dolcezza e sapidità con grande equilibrio. È uno di quei piatti che non hanno bisogno di particolari costruzioni perché è il prodotto stesso a parlare. Lo Champagne Payelle accompagna il tonno con eleganza. Le sue note agrumate e la freschezza del sorso alleggeriscono la componente più grassa del pesce e preparano il palato agli assaggi successivi. Arriva quindi un grande piatto dedicato al mare. Sashimi di salmone marinato, capasanta con zest di lime e robiola, gamberi gobbetti con le loro uova, gambero rosso di Mazara del Vallo e scampo di Manfredonia. La Puglia nel piatto. Ogni assaggio racconta una sfumatura diversa. La capasanta è delicata e quasi burrosa, il lime porta freschezza e la robiola rende il morso ancora più avvolgente. I gamberi gobbetti, accompagnati dalle loro uova, regalano una sapidità intensa che rimane a lungo sul palato. Il gambero rosso di Mazara porta dolcezza e profondità marina, mentre lo scampo di Manfredonia, la mia terra, chiude il percorso con la sua carne compatta, elegante e ricca di gusto. Ad accompagnare il tutto una salsa di olive taggiasche, pomodori secchi, acciughe del Cantabrico, capperi e olio extravergine che aggiunge sapidità senza coprire il pesce. Lo Champagne Payelle trova qui il suo abbinamento ideale. Le bollicine e la freschezza dello Chardonnay puliscono il palato dopo la componente più grassa della robiola e del salmone, mentre le note agrumate dialogano con il lime della capasanta. La sua eleganza accompagna i crostacei senza sovrastarli, lasciando spazio alla dolcezza del gambero rosso e alla sapidità dei gobbetti.
Alessandro porta un cestello con ghiaccio e ci presenta la bottiglia che ci farà compagnia durante la degustazione, l’Alta Mora Etna Bianco 2024 di Cusumano. Giallo paglierino con riflessi dorati, profuma di pietra focaia, erbe aromatiche e frutta bianca. Il sorso è fresco, minerale e con una lunga chiusura sapida.
Con lui arriva il famoso tonno tonnato Balfegó scottato in crosta di sesamo. Qui c’è la parte più grassa e gustosa del tonno. La leggera scottatura mantiene il cuore morbido mentre la salsa tonnata aggiunge cremosità e profondità. L’Etna Bianco pulisce il palato e accompagna perfettamente la ricchezza del piatto.
Segue un’insalata di mare preparata al momento da Marco con gambero rosso, calamaro, polpo, cozze, vongole e seppia lessati e tiepidi. Il condimento di olio, limone e prezzemolo lascia parlare gli ingredienti e restituisce una sensazione di freschezza e immediatezza. L’Alta Mora Etna Bianco accompagna il piatto con grande naturalezza. La sua mineralità richiama quella del mare, mentre la freschezza del sorso trova continuità con il limone e rende il boccone ancora più piacevole. La lunga persistenza sapida del vino dialoga con molluschi e crostacei senza mai sovrastarli.
Ed ecco che arriva il primo piatto, le linguine con jalapeño, vongole, gamberi e briciole di pane tostato, sicuramente rappresentano uno dei piatti più interessanti della serata. La dolcezza del gambero incontra la sapidità delle vongole, mentre il jalapeño arriva in punta di piedi lasciando una piacevole nota piccante. Il pane tostato aggiunge croccantezza e completa il boccone. L’Alta Mora accompagna il piatto grazie alla sua componente minerale e alla sua lunga persistenza. Per mantenerci leggeri e poterci godere il dolce di fine pasto, arrivano dei gobbetti fritti, croccanti e saporiti, da mangiare quasi come fossero patatine. La frittura è asciutta e leggera, il morso è croccante e immediato, mentre la naturale sapidità dei gobbetti invita subito a prenderne un altro. Gli ultimi sorsi di Alta Mora accompagnano perfettamente il piatto: la freschezza del vino pulisce il palato dalla componente fritta e la sua mineralità continua a dialogare con il mare presente nel boccone fino all’ultimo assaggio. La chiusura è affidata a una cheesecake ai frutti rossi servita nel bicchiere. La crema è morbida e avvolgente, il biscotto sbriciolato aggiunge consistenza e i frutti rossi portano una piacevole nota fresca che alleggerisce il finale del dessert. Ad accompagnarla arriva un Vermouth Rosso Dibaldo 2023. Le sue note di frutta rossa matura trovano continuità naturale con i frutti rossi della cheesecake, creando un dialogo armonico tra bicchiere e cucchiaio. La componente aromatica del Vermouth aggiunge complessità al dessert, mentre la chiusura più secca evita che il finale diventi eccessivamente dolce, lasciando il palato pulito e pronto all’ultimo sorso. L’Incontro Magenta è uno di quei locali che costruiscono la propria identità giorno dopo giorno. Andrea e Marco hanno scelto di raccontare il mare attraverso la qualità della materia prima e una cucina che punta all’equilibrio. Una cena che lascia il ricordo dei sapori, ma soprattutto delle persone che li hanno pensati. Sicuramente quando verrò a Milano non mi dispiacerà abbandonare la città per andare a mangiare del pesce di ottima qualità. Roberto Silvio De Pascale Mi trovi su Instagram come unpuglieseinterrapontina Il buon vivere  
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Soave, il bianco veronese protagonista nel mondo: la scommessa di Ilatium Morini Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2026

Soave, il bianco veronese protagonista nel mondo: la scommessa di Ilatium Morini

  La denominazione veronese vive una forte ascesa internazionale, sostenuta dal ritorno dei consumatori verso vini bianchi freschi e di carattere. La cantina di Mezzane di Sotto (VR) risponde con una scelta di campo netta: dalla Garganega biologica in purezza al Recioto da meditazione, tre interpretazioni che raccontano l’anima intera del Soave.   C’è un dato che racconta meglio di ogni altro il cambiamento in atto nei calici di tutto il mondo: nell’ultimo decennio l’incidenza dei vini bianchi sulla produzione nazionale italiana è salita dal 47% al 60% del totale, mentre i rossi sono scesi dal 51% al 37% (BusinessOnLine). Un riequilibrio strutturale, non passeggero, confermato dai numeri più recenti. Secondo i dati Valoritalia aggiornati al 31 dicembre 2025, infatti, nell’arco dell’anno i vini bianchi fermi sono cresciuti del 2,7% e gli spumanti dell’1%, mentre i rossi hanno registrato un calo superiore al 13%. I nuovi trend di mercato premiano vini freschi, sapidi e dal moderato contenuto alcolico, esattamente il profilo in cui il Soave eccelle. Il Soave: il bianco veronese protagonista In questo scenario, il Soave, il bianco veronese per eccellenza, prodotto sulle colline a est di Verona, vive un momento particolarmente florido. Nato dalla Garganega, vitigno autoctono dalla straordinaria versatilità, è storicamente tra le denominazioni di bianco fermo più importanti d’Italia e sicuramente la principale della provincia di Verona. La sua forza è oggi sempre più internazionale: tra i mercati esteri più dinamici per la denominazione figurano, accanto all’Italia, quello tedesco, britannico e canadese, dove cresce costantemente la richiesta di vini freschi, sapidi e dal moderato contenuto alcolico. Un profilo enologico a cui il Soave risponde con naturalezza, offrendo bianchi di carattere, versatili e capaci di esprimere lo spirito di un territorio: caratteristiche che ne fanno un ambasciatore ideale dello stile veronese nel mondo. I tre volti della Garganega secondo Ilatium Morini La cantina veronese nel suo catalogo declina il Soave in tre interpretazioni che ne raccontano l’intero spettro espressivo. Il Soave DOC Biologico (Garganega in purezza) è la versione più immediata e cristallina: paglierino tenue, naso fresco di fiori e frutta a polpa bianca con sentori mentolati di erbe aromatiche e una progressione pulita al palato che si chiude su un finale di mandorla amara, il segno riconoscibile della Garganega. Si accompagna con eleganza a piatti come branzino al cartoccio, risotto ai gamberi e piselli o ravioli di ricotta e spinaci. Il Soave DOC “Le Calle” (Garganega in purezza) rappresenta invece la dimensione più strutturata e longeva della denominazione: nasce da vigneti trentennali allevati a pergola su suoli calcareo-argillosi tra Mezzane di Sotto e la Val d’Illasi, sopra i 100 metri di altitudine. Dopo un appassimento di 30-40 giorni e una macerazione in pressa, fermenta in acciaio a temperatura controllata. Giallo paglierino intenso e luminoso, sprigiona profumi di pesca gialla, mela cotogna e bergamotto con ricordi di frutta esotica. Al palato è morbido, intenso e avvolgente, con un’acidità calibrata nel finale e ottime capacità di evoluzione in bottiglia. Ideale su ravioli di magro al burro e salvia, risotto ai frutti di mare, lasagnette agli asparagi o coniglio al forno. A chiudere il trittico il Recioto di Soave DOCG “Sette Dame” (Garganega in purezza). Frutto di un appassimento di 90-120 giorni e di 36 mesi di affinamento in botti di rovere francese da 500 litri, si presenta di un giallo dorato brillante, con sentori di datteri, frutta esotica matura e miele. Dolce e morbido al palato, regala una persistenza lunga e un finale di caramello. Un autentico vino da meditazione, che dà il meglio di sé con dolci come tortino di mele e torta sbrisolona, o in abbinamento a formaggi stagionati con confetture. Lo sguardo verso i bianchi è una scelta di campo che la cantina ha portato con coerenza anche all’ultima edizione di Vinitaly 2026: Ilatium Morini ha messo i bianchi al centro della propria proposta. Non una risposta alle mode, ma l’esito naturale di oltre sessant’anni di lavoro sul territorio. Ilatium tra le Vigne” 2026: il Soave si racconta tra i filari E proprio il Soave sarà tra i protagonisti dell’estate in cantina. Si parte venerdì 26 e sabato 27 giugno con i primi due appuntamenti di Ilatium tra le Vigne” 2026: sette serate nei weekend, da giugno ad agosto, in cui dalle 19.30 i vigneti di Mezzane di Sotto si trasformano in un teatro a cielo aperto per degustazioni al tramonto. La formula è semplice e conviviale: calici tra i filari, i food truck di turno e la quiete delle colline a fare da cornice. Nel bicchiere, in primo piano, il Soave, autentico biglietto da visita del territorio, da assaporare proprio lì dove nasce. Ad affiancarlo le altre etichette della casa in un percorso che celebra quest’anno la vocazione della cantina ai grandi bianchi e alle bollicine di carattere. Ilatium Morini: la cantina Con sede a Mezzane di Sotto (VR), la Cantina Ilatium Morini è un esempio concreto di indipendenza, autenticità e radicamento profondo nel proprio territorio. L’azienda, gestita con impegno e passione da sette membri della famiglia Morini – fratelli e cugini uniti da un progetto comune – si estende su 50 ettari di vigneti immersi nelle splendide vallate della Val di Mezzane, Val d’Illasi e Valpantena. Queste zone, caratterizzate da microclimi differenti e da suoli di grande varietà, donano ai vini Ilatium Morini una personalità inconfondibile e una qualità di assoluto rilievo. In Ilatium Morini ogni fase del processo produttivo, dalla vendemmia alla vinificazione, fino alla maturazione in botti di rovere, è seguita con attenzione e rispetto per la terra, mantenendo l’equilibrio tra tradizione e ricerca continua. La cantina stessa è concepita per garantire condizioni ideali di conservazione e riposo del vino, assicurando al contempo standard qualitativi elevati e l’espressione unica e originale di ogni annata. La Redazione
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Coravin Experience: arriva a milano la serata che celebra il vino e il valore del tempo condiviso Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2026

Coravin Experience: arriva a milano la serata che celebra il vino e il valore del tempo condiviso

  Mercoledì 1° luglio, De Santis si unisce a Coravin e The Offline Club per un appuntamento pensato per allontanarsi dal rumore digitale e riscoprire il valore delle relazioni autentiche, tra conversazioni significative e momenti di condivisione dedicati al vino   Da oltre dieci anni Coravin rivoluziona il modo di degustare e servire il vino, consentendo a professionisti e appassionati di assaporare qualsiasi etichetta al calice. Oggi questa filosofia si traduce in un’esperienza che va oltre il vino stesso e celebra il valore delle connessioni umane. Mercoledì 1° luglio, alle ore 19.00, Coravin presenta Coravin Experience, una serata organizzata in collaborazione con The Offline Club – il progetto che promuove occasioni di socialità libere dalle distrazioni digitali – e realizzata insieme a De Santis, che apre le porte di Via Mercato 24, nel cuore di Brera, per ospitare un momento dedicato alla conversazione, alla scoperta del vino e allo scambio di esperienze. Per una sera, gli ospiti saranno invitati a mettere da parte lo smartphone e a dedicare tempo alla presenza reciproca, riscoprendo il piacere di stare insieme attorno a un calice di vino. Greg Lambrecht, ideatore di Coravin In Coravin crediamo che il vino abbia un potere unico: quello di unire le persone e creare momenti di connessione autentica. In un’epoca in cui siamo costantemente connessi ai nostri dispositivi, dedicare del tempo alla conversazione, alla scoperta e alla condivisione diventa ancora più prezioso. Con Coravin Experience vogliamo creare uno spazio in cui gli ospiti possano rallentare, vivere pienamente il momento e riscoprire il piacere di stare insieme davanti a un buon calice di vino. La collaborazione con The Offline Club nasce proprio da questa visione comune: mettere le persone al centro dell’esperienza e trasformare il vino in un catalizzatore di incontri significativi. All’arrivo, gli ospiti saranno invitati a riporre i propri smartphone nelle speciali “Pause Cases”, creando uno spazio per allontanarsi dalle distrazioni digitali e vivere pienamente il momento. La serata si aprirà con una serie di attività individuali pensate per favorire il relax, stimolare la curiosità e incoraggiare un ritmo più lento e consapevole. Durante l’evento, gli ospiti saranno coinvolti in esperienze guidate e conversazioni significative, dando vita a occasioni di autentica connessione e condivisione. Ad accompagnare il tutto, una selezione di vini serviti al calice grazie alla tecnologia Coravin e speciali carte conversazionali ispirate ai temi del viaggio, del vino e delle esperienze personali, pensate per favorire scambi spontanei e scoperte inaspettate. La scelta di De Santis nasce da una visione condivisa della convivialità e del piacere dello stare insieme. Dal 1964, De Santis propone una cucina che mette al centro qualità, tradizione e attenzione alle materie prime, con il panino milanese come espressione più iconica della propria identità. Nel ristorante di via Mercato 24, nel cuore di Brera, questa filosofia si incontra con una selezione di oltre 70 etichette italiane e internazionali, molte delle quali disponibili al calice grazie alla tecnologia Coravin. Un contesto naturale per ospitare un’esperienza che celebra il valore della conversazione, della scoperta e del tempo trascorso insieme. Con Coravin Experience, il brand conferma il proprio impegno nel promuovere nuove modalità di degustazione e dialogo. Per info e prenotazioni: link Informazioni su Coravin, Inc. Coravin, Inc. è la prima e unica tecnologia mondiale che ha l’obiettivo di cambiare il modo in cui si degusta il vino. Attraverso un’ampia gamma di strumenti innovativi, appassionati, intenditori e professionisti del settore possono re-immaginare il modo in cui assaggiano, servono, bevono, vendono e commercializzano il vino. I pluripremiati sistemi di conservazione del vino Coravin consentono di versare qualsiasi vino, in qualsiasi quantità, e preservare la vita delle bottiglie per settimane, mesi o addirittura anni. Con una presenza in oltre 80 paesi, i consumatori possono trovare i prodotti Coravin sugli scaffali dei principali department store – come Bloomingdale’s, Williams Sonoma, Bed Bath & Beyond, Galeries Lafayette, Harrods, El Corte Inglés -, e nelle principali enoteche che promuovono e offrono importanti etichette al bicchiere, nei ristoranti e nei social club di tutto il mondo. In Italia la distribuzione dei prodotti è gestita in esclusiva da Schönhuber, per il canale retail, e da Ceretto per il settore Horeca e wine retail. www.coravin.it. La Redazione
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Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro Arrow Right Top Bg

27 Giugno, 2026

Vini di Abbazia 2026. Oltre la vigna, la magia custodita dal chiostro

  La quinta edizione dei Vini di Abbazia, andata in scena nella cornice d’elezione del complesso di Fossanova, ha riscosso un importante successo di pubblico e dimostrato come la New Generation dei consumatori sia alla ricerca di sostenibilità vera e autenticità del racconto. Così, tra banchi di assaggio, masterclass e degustazioni, la kermesse ha superato le 5000 presenze. Il silenzio come primo ingrediente agronomico, la pietra come custode di saperi antichi e una biodiversità preservata per secoli tra le mura cistercensi. È stato questo il focus della quinta edizione di Vini d’Abbazia, andata in scena dal 12 al 14 giugno 2026 nella suggestiva cornice dell’Abbazia di Fossanova a Priverno, che ha riscosso un vasto successo di pubblico, superando le 5.000 presenze. Ma il dato veramente rilevante non risiede tanto o solo nei numeri, quanto nella decodifica di un fenomeno antropologico ed enologico: l’ancestrale capacità dei monasteri di generare vini dotati di una verticalità e di un’identità genetica non replicabili altrove. L’evento – promosso da Regione Lazio, Arsial, Camera di Commercio Frosinone Latina e dall’Azienda Speciale Informare – ha trasformato il complesso dell’Abbazia di Fossanova in un laboratorio a cielo aperto in cui la storiografia monastica ha dialogato direttamente con la moderna enologia e le neuroscienze. Ed infatti, le attuali conoscenze maturate nel settore riescono oggi a valorizzare il lavoro svolto nei secoli dai monaci, che operavano una selezione clonale empirica ante-litteram, isolando i vitigni più resilienti e qualitativamente superiori. Nelle abbazie, quindi, il vino non è mai nato per ragioni puramente mercatili, ma costituiva il fulcro liturgico, una forma di sostentamento e di farmacia “primordiale”, dettati da un concetto differente di tempo. Un tempo non commerciale, dunque, ma scandito dalla preghiera e dalle stagioni; un tempo che permetteva lunghi affinamenti nelle cripte in pietra con condizioni di temperatura e umidità ideali per l’ottimale evoluzione del vino. Gli assaggi, tra scoperte e conferme Abbazia di Propezzano – Colline Teramane Trebbiano d’Abruzzo Superiore “Mab” D.O.C. 2023 (100% Trebbiano). Un trebbiano fortemente mediterraneo questa etichetta dell’Abbazia di Propezzano, che si esprime al naso con nuances di pesca matura, zenzero, zafferano e fiori gialli. In bocca, è glicerico e avvolgente, con una lunga persistenza su note di tiglio e frutta disidratata. Un calice che testimonia le potenzialità e la duttilità del vitigno. M di Trama – “Capofitto” 2024 (100% Greco). Espressione inattesa questo Greco macerato che porta con sé il corredo olfattivo proprio delle bucce. Il bouquet è infatti un pot-pourri di erbe aromatiche, agrumi e frutta a pasta gialla. La bocca è sferzante ed eredita tutto il carattere dei suoli vulcanici sui cui è coltivato e dei lieviti indigeni. Una bevuta fortemente identitaria. M di Trama – “Piedefermo” 2023 (100% Cesanese). L’eleganza inattesa di un Cesanese coltivato fuori dai territori “canonici”, che si presenta all’olfatto con una piacevole polifonia di erbe aromatiche, frutta scura e abbrivi di speziatura fine propri del vitigno. La bocca è equilibrata, con un tannino perfettamente integrato nella texture di un vino dal grande potenziale evolutivo. Colleformica – “Biancofiore” 2024 (80% Malvasia di Candia, 20% Trebbiano Toscano). Un’etichetta che rivendica a ragione il potenziale dell’agro vulcanico di Velletri, presentandosi con un blend di sensazioni ben stratificate: dall’agrumato alla macchia mediterranea, passando per tutte le declinazioni di frutta e fiori bianchi. La beva è agevole, grazie alla freschezza e la sapidità minerale che chiudono su note vegetali dalla persistenza non scontata. Un calice da bere all-day long. Colleformica – “Formica Rossa” 2024 (100% Sangiovese). Un Sangiovese che, per eleganza e per equilibrio, nulla ha da invidiare ai vicini Toscani. Il naso gioca con ricordi di frutta rossa croccante e di fiori rosa, sorretti da una piacevole speziatura di pepe nero e tabacco. Il sorso è fine e scorrevole, pervaso da un tannino armonico e da una percepibile freschezza che invita al riassaggio. Una bottiglia compagna del convivio e delle chiacchierate. Cantina Morichelli – “Cardo” 2024 (100% Vermentino). Etichetta inattesa per la finezza espressiva di un vitigno che spesso trova difficoltà al di fuori dei territori di elezione. Il “Cardo” ha invece un profilo aromatico nitido e raffinato: frutta bianca matura e leggere note minerali anticipano un sorso secco, sapido e incredibilmente fresco, che è il riflesso dei suoli vulcanici nei pressi del Lago di Bracciano su cui è impiantato. La sensibilità di un vino autentico e di carattere. Le Lase – Lazio Bianco “Evan” I.G.P. 2024 (70% Pinot Bianco, 30% Incrocio Manzoni). Un’etichetta da menzionare per l’interpretazione non banale di un uvaggio internazionale, in quel di Orte, che strizza l’occhio alla tradizione veneta. Si presenta con un bouquet che unisce armonicamente fiori e frutta bianca, erbe aromatiche e mineralità. Non scontato l’assaggio, che rivela quel q.b. di sapidità capace di agevolare la bevuta. Villa Pacchiarotti – Lazio Bianco “Ramatico” I.G.P. 2021 (100% Aleatico). Una bottiglia che lascia piacevolmente interdetti anche i più esperti ed appassionati. Una lettura dell’Aleatico sicuramente poco usuale, che si muove tra profumi di rosa canina, gelsomino, ginestra e pesca gialla, pervasi da un accenno di dosata e ricercata evoluzione. La bocca è sapida, bilanciata tra persistenza e freschezza. Un sorso sicuramente fuori dagli schemi. Le Cerquette – Cesanese di Olevano Romano “Waco” D.O.P. 2021 (100% Cesanese). Quintessenza dell’espressività fine del vitigno, questa etichetta si lascia apprezzare e ricordare per la rara armonia d’insieme. Il bouquet è tanto ampio quanto sinuoso con note di viola, mora e prugna, arricchite da spezie balsamiche, mentre il sorso è un riuscitissimo connubio di eleganza, setosità del tannino, sapidità e avvolgenza. Un calice ambasciatore di una denominazione che spesso fatica a superare i confini regionali. Lotti – “Ascaro” 2022 (Merlot – Petit Verdot). Un’etichetta da apprezzare per la correttezza esecutiva di un uvaggio internazionale che ben si difende rispetto alle più nobili espressioni d’Oltralpe. Colpisce soprattutto all’assaggio per un raro leit-motiv di freschezza a tratti ematica che rende agile la beva e rinvita al sorso successivo. Abbazia di Praglia – Colli Euganei Merlot “Pratalea” D.O.C. 2022 (95% Merlot, 5% Raboso). Vino fortemente identitario di un territorio e di una filosofia di produzione; una tipica espressione dell’entroterra padovano laddove i vitigni assumono un timbro di “alloctono”. La mineralità e la sapidità ereditati dai suoli a matrice vulcanica, infatti, riescono ad alleggerire la ridondanza gustolfattiva dei vitigni. Il ricambio generazionale del consumo consapevole Il più grande traguardo della quinta edizione di Vini d’Abbazia, come evidenziato dallo stesso ideatore Rocco Tolfa, risiede nell’aver avvicinato un pubblico giovane, sempre più sensibile a concetti di sostenibilità e allo story telling autentico. Una nuova generazione di consumatori alla ricerca del racconto, della genesi del mito e del contenuto tecnico di ogni etichetta, che ha vissuto gli oltre 30 banchi di assaggio non già come un momento di consumo ludico, ma come un’occasione unica di trasmissione culturale. La sapienza del silenzio, la precisione della terra e il respiro di una vocazione millenaria definiscono infatti l’essenza stessa della viticoltura monastica. Non si tratta solo di agricoltura, ma di un’eredità immateriale che rende il vino il riflesso del sacro. Le abbazie europee, scrigni di un sapere rimasto intatto tra le mura dei chiostri, continuano a rappresentare la più pura espressione del binomio vitigno-territorio. Questo testimonia quanto il vino d’abbazia – con la propria etica produttiva inscindibile dal rispetto della terra e quel q.b. di rigore formale – possieda le giuste chiavi comunicative per rispondere alla domanda di consumatori sempre più orientati all’autenticità e alla sostenibilità reale. Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31
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26 Giugno, 2026

Viconari. Il giusto sbaglio del Pecorino

  Montefiore dell’Aso, nel cuore della Val Menocchia.                                                                                                                    Dove??                                                                                                                                                                                                  Marche, Sud delle Marche. E’ un territorio che oggi fatica ancora a trovare posto sulle mappe del vino, con una successione di colline che guardano l’Adriatico senza mai cercare di assomigliare a territori più celebri, proprio per questo affascinante. Al bello ci si può abituare, anche in fretta, il nuovo invece ti rende curioso e vorace di conoscenza.
Soprattutto quando Raimondo ti dice: ” C’abbiamo diversi appezzamenti di Pecorino, quello con cui ci facciamo le nostre bottiglie è stato impiantato in un punto sbagliato”. Beh, è una frase che ti costringe a fermarti! Abituati a sentir di vigne con esposizioni ideali, terroir vocati, posizioni perfette, qui si comincia il racconto da un errore, o quasi in realtà. Siamo venuti nel cuore della Val Menocchia a trovare e conoscere Raimondo e suo fratello Ettore, dell’azienda Viconari, una piccola e giovane realtà nata nel 2021 dalla voglia di raccontare la propria visione di territorio, lontana dalla tradizione ma vicina a quella libertà di sperimentare che permette di disegnare al meglio la propria identità. L’azienda nasce intorno agli anni 60 quando il loro nonno Saturnino acquistò i primi terreni con l’intento di impiantare vigneti, autoctoni ed internazionali, per la produzione di uve da conferire poi nelle cantine sociali o in qualche cantina privata del territorio. Oggi gli ettari sono circa 50 e continuano ad essere in gran parte dedicati alla vendita delle uve, autoctone ed internazionali, da cinque anni Raimondo ed Ettore se ne sono ritagliati quasi 5 per la loro produzione da cui nascono le etichette Viconari, attualmente Jone, rosso da uve Montepulciano e Marche Bianco da uve di Pecorino. Proprio quel Pecorino piantato nel posto sbagliato… La riscoperta di questo vitigno ha una storia relativamente recente, siamo intorno al 1980, le conoscenze ampelografiche in merito erano scarse. I primi viticoltori che decisero di scommettere su questa varietà, tra cui Saturnino, impiantarono i vigneti seguendo ciò che sembrava più logico: esposizioni a sud, in altura, alla ricerca del sole e della piena maturazione. I risultati però furono insoddisfacenti con rese troppo basse e la qualità dell’uva compromessa dalle temperature elevate e dagli stress idrici. Ci sono volute alcune vendemmie per capire che il Pecorino predilige esattamente l’opposto, fondovalle fresco, escursioni termiche, umidità ed esposizione. Nessuno però ha mai pensato di espiantarlo a favore di altre varietà, al contrario è stata creata una rete idrica dedicata e piano piano……ha funzionato tutto a dovere. Rese basse si ma esplosive, si va in vendemmia quando l’estate deve ancora finire, in netto anticipo sugli altri impianti a fondovalle. Si esce dagli schemi, per convinzione e per guardare le cose con un secondo punto di vista, il proprio. Aspettando Ettore, Raimondo ci fa visitare la cantina, piccola ma curatissima, un gioiellino, ricca di quei dettagli così sottili e nascosti ma che definiscono, dando l’accento, un’atmosfera. Ed è ormai una nostra convinzione, comprovata sul campo, che chi è così attento alle piccole cose “non per forza necessarie”, è altrettanto attento alle sfumature ed agli equilibri nei vini. In cantina per le varie fasi di vinificazione si predilige il cemento vetrificato ed il legno, barriques con tostature molto basse e di più passaggi e botti grandi. Le vasche di cemento appoggiano direttamente sul terreno per usufruire al meglio dell’inerzia termica naturale tra l’inverno e l’estate. Per il Montepulciano Jone si passa attraverso una macerazione estrema di tre mesi con cappello sommerso e rimontaggi. Resta poi in elevazione nelle botti grandi per almeno 18 mesi poi, senza passaggi di chiarifica o di filtrazioni, viene messo in bottiglia dove affina per altri 12 mesi. Il Marche Bianco, Pecorino, ha un processo molto particolare, dopo una leggera criomacerazione e pressatura viene spostato nelle barriques dove sviluppa  sia il processo di fermentazione che di elevazione per circa 12 mesi. Come il Montepulciano non subisce chiarifiche o filtrazioni e si affina per altri sei mesi in bottiglia. Ettore ci raggiunge ed iniziamo la degustazione, subito con il Marche Bianco 2024, è un Pecorino senz’altro divisivo, chi si aspetta il classico Pecorino verticale in bocca, agile e appena strutturato qui trova tutto’altro. Come dicevamo l’esposizione a Sud aiutata da una irrigazione di soccorso e da una vendemmia anticipata di fine agosto che preserva i grappoli dal troppo sole e da bruciature regala uve esplosive di gusto. La 2024 a nostro avviso in bocca è ancora un po’ in cerca di stabilità, spinge sull’acidità ma siamo sicuri che dopo due o tre anni troverà il suo equilibrio diventando una crema, ne ha veramente tutte le premesse. Un frutto giallo maturo e tropicale, come l’ananas, la papaya e la freschezza del melone, anche i fiori ben definiti, camomilla, ginestra, tiglio, sambuco, spezie dolci ed erbe aromatiche officinali, la freschezza del pepe rosa, accompagnano una struttura decisa ma ammansita da una morbidezza dettata dal legno, un filo di vaniglia serve, e serve anche una mentuccia finale che lo rende già godibile. Ma lasciamolo li qualche anno….. Il tempo è sempre un grande scultore e questo è un vino che si lascia scolpire. Passando a Jone 2023 Montepulciano è doverosa una premessa sul tipo di terreno dove viene coltivato. Ricco di agglomerati, di brecce una di esse di enormi dimensioni e ancora incastonata nel terreno proprio a ridosso della particella selezionata per Jone. Sassi, calcare e sabbia in quantità riducono è vero la produzione per ettaro ma esaltano la qualità delle uve con una maggiore concentrazione polifenolica. Il Montepulciano è un vino che sa essere particolarmente generoso, e Jone ne è la conferma. Già dal colore ti dice che ha tanto da raccontare, un rosso rubino molto compatto, impenetrabile, i toni sia al naso che alla bocca sono dolci e morbidi, da una rosa in pieno fiore ad una viola alla dolcezza dei giacinti, poi una lunga serie di frutta rossa, anche in confettura, ciliegia, prugna, mora, mirtillo, sicuramente un respiro balsamico di eucalipto, di mirto e di anice stellato, una sensazione minerale e ferrosa si mischiano alla speziatura del pepe nero e della cannella, dopo tre mesi di macerazione cerchi il tannino, lo trovi ma già, a sorpresa, setoso ed integrato.   In bocca ha una progressione sensoriale che va lunga lunga. E’ un vino avvolgente che ti rasserena. Sarebbe stato molto interessante assaggiare le prime annate di questi vini ma la produzione di Raimondo ed Ettore per ora è molto contenuta, 2.000 bottiglie di Marche Bianco 2024 e 1.320 di Jone 2023, non abbastanza per permettersi uno storico, ma se non possiamo assaggiare il passato Ettore ci fa assaggiare il futuro, anzi di più! Ci parla dei nuovi progetti, di nuovi vini, di riserve perpetue da rabboccare ogni anno, e ci sorprende con quello che sarà una nuova etichetta della cantina, un Sangiovese, 2023 e 2024 da botte grande ed un 2024 che riposa sulle fecce del Pecorino. Spiazzante! Ma è il loro divertimento, crearsi nuovi punti di vista, non migliori non peggiori, ma unici, e questa condizione affascina sempre anche noi. Ci piace molto quando incontriamo ragazzi come Ettore e Raimondo che cercano di aprire nuove porte, che disegnano con le idee e con le intuizioni e che il punto di domanda serve solo per iniziare una nuova via. Qualche anno fa Ingo Gerken, un artista berlinese, mi raccontava di una sua opera collocata all’esterno della Biblioteca Nazionale, il luogo per eccellenza delle risposte e delle certezze.  Era un grande neon con una sola parola “MAYBE…”.        Penso rappresenti bene l’idea che ho di Ettore e Raimondo. Quindi, che Sangiovese sarà?   Davide Stroppa – Il viaggio di Orfeo
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Per la quarta volta la Cantina Arnaldo Caprai riceve il Premio Unhcr “welcome. working for refugee integration” Arrow Right Top Bg

26 Giugno, 2026

Per la quarta volta la Cantina Arnaldo Caprai riceve il Premio Unhcr “welcome. working for refugee integration”

  Si è svolta oggi a Roma la premiazione dell’ottava edizione del Premio “Welcome. Working for Refugee Integration”, il programma di UNHCR Italia che promuove l’inclusione delle persone rifugiate nel mercato del lavoro italiano.   Tra le 230 aziende premiate, che si sono distinte per il loro impegno nell’inclusione lavorativa, c’è anche l’Azienda agricola Arnaldo Caprai di Montefalco (PG) che riceve questo prestigioso riconoscimento per il quarto anno e per aver contribuito a rendere la società più inclusiva nei confronti di chi è stato costretto a fuggire da guerre, violenze e persecuzioni. Dal 2023 a oggi la cantina umbra guidata da Marco Caprai, che a Montefalco ha fatto crescere fama e qualità del Sagrantino, è sempre stata nel palmares dei vincitori del premio dell’UNHCR per l’Italia (l’Agenzia ONU per i Rifugiati), la Santa Sede e San Marino. Marco Caprai, presidente & ceo di Arnaldo Caprai Ricevere per la quarta volta questo riconoscimento ci conferma che l’etica e il valore del patrimonio umano non sono mai in secondo piano rispetto all’innovazione tecnologica. Spesso si parla di Agricoltura 4.0 e digitale come driver del futuro, ma queste sono solo abilitatori: il cuore pulsante dell’azienda rimane la persona. Integrare chi è più fragile non è un atto di carità, ma una pratica di alta strategia aziendale. Oggi, investitori e stakeholder premiano questa coerenza: sanno che un’impresa capace di generare inclusione sociale è un’impresa più solida, resiliente e capace di creare valore duraturo nel tempo, proprio perché ha saputo mettere le radici dell’etica al centro di ogni processo produttivo. Questa visione sottolinea come, per la cantina Caprai, il “digitale” e la “terra” siano strumenti al servizio di un progetto più ampio, in cui la responsabilità sociale d’impresa (CSR) diventa il vero moltiplicatore di valore economico e reputazionale per l’azienda sul mercato globale. «L’impegno della Arnaldo Caprai per l’inclusione dei rifugiati è un caso talmente unico nel settore agricolo da aver ricevuto il Premio Welcome. Working for Refugee Integration per ben quattro volte. Questa è una delle pratiche virtuose messe in campo da Marco Caprai e dal suo team che ci ha convinto a investire nell’azienda e che sicuramente ci impegneremo a introdurre anche nelle altre cantine del gruppo Angelini Wines & Estates», commenta Alberto Lusini, ceo di Angelini Wines & Estates (divisione del Gruppo Angelini Industries) che ha rilevato il 65% della Arnaldo Caprai in un’operazione che rappresenta un segno importante per il comparto del vino. Dal 2016 la Arnaldo Caprai ha attivo un percorso di collaborazione con la Caritas di Foligno e altre associazioni locali impegnate nel sociale per l’inserimento di immigrati nel mondo del lavoro. A oggi sono oltre 200 persone richiedenti asilo che hanno trovato lavoro nella azienda di Montefalco, durante diversi periodi dell’anno e la collaborazione ha dato ottimi risultati. I rifugiati vengono assunti come salariati agricoli, con tutte le carte in regola, e seguono tutte le attività in azienda dalla potatura delle viti alla raccolta dell’uva, nei campi o in cantina, e in media lavorano fino a 180 giornate all’anno. In questo modello, Marco Caprai agisce come un pioniere che ha capito una verità fondamentale del mercato contemporaneo: la qualità non è più solo nel calice, ma nell’intera filiera umana che lo produce e con questo progetto non sta solo coltivando vigneti, ma un nuovo paradigma di imprenditoria agricola e di sostenibilità sociale. L’integrazione, promossa da Arnaldo Caprai, si è rivelata vincente, basti pensare che il 60% dei migranti è infatti rimasto a lavorare stabilmente presso l’azienda, dimostrando che l’accoglienza si può trasformare in beneficio per il territorio e per l’impresa. About Arnaldo Caprai Poche altre cantine in Italia e nel mondo vengono identificate immediatamente solo citando il nome della denominazione a cui appartengono, come la Arnaldo Caprai, simbolo essa stessa del Sagrantino di Montefalco. Una realtà unica, sinonimo di eccellenza italiana, capace di creare vini fuori dal comune per profondità, eleganza e longevità: non solo rossi, ma anche bianchi. Il merito di questa avventura iniziata alla fine degli anni Settanta è di Marco Caprai, figlio di Arnaldo. È stato lui, infatti, più di chiunque altro a credere nella ricchezza del Sagrantino, reinterpretandolo in chiave moderna, attraverso i più innovativi metodi di produzione e di gestione aziendale, che gli hanno permesso di conquistare così i favori del pubblico e della critica di tutto il mondo. Non da meno i bianchi: il Grecante Arnaldo Caprai, 100% Grechetto, è riuscito a conquistare la Top100 di Wine Spectator. Una grande azienda, la Arnaldo Caprai, che custodisce un’anima green, considerando fondamentali le tematiche riguardanti la sostenibilità, la tutela e la salvaguardia dell’ambiente. Il punto di osservazione resta sempre lo stesso: cercare di comportarsi in armonia con i cicli evolutivi naturali, preservando e valorizzando il territorio in cui si opera. Per questo l’azienda ha deciso di creare un Sistema di Gestione Ambientale conforme alle normative internazionali, sviluppando un protocollo volontario territoriale di sostenibilità ambientale, economica e sociale del processo produttivo. È in questo contesto senza pari, che nascono vini di indimenticabile stoffa, complessi ed eleganti, capaci di raccontare il meglio di tutta una regione, l’Umbria. Da aprile 2026 Arnaldo Caprai fa parte del portfolio cantine di Angelini Wines & Estates. www.arnaldocaprai.it La Redazione
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