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1 Luglio, 2026

Federico Mencaroni. Il vino è un atto di libertà

  Esistono parole che rischiano di perdere significato perché vengono usate troppo spesso. Libertà non è una di queste quando viene vissuta ogni giorno attraverso le proprie scelte. Nel racconto di Federico Mencaroni, il vino diventa il linguaggio con cui affermare un’idea precisa del mondo, del territorio e del proprio modo di stare dentro le cose.   Perché?
Perché diavolo uno sceglie di fare il mestiere del vignaiolo che poi si tratta sempre un contadino? Me lo chiedo spesso, guidando verso qualche cantina lungo una statale che taglia i campi, con la radio accesa su una stazione che trasmette roba che non conosco più. Me lo chiedo nei tratti di autostrada, nei raccordi anonimi, nei parcheggi di qualche zona industriale dove il vino si fa tra capannoni e recinzioni. Me lo chiedo anche quando, per contrasto, arrivo in un posto bello e capisco che qualcuno ha scelto di restare. Perché? Perché uno sceglie questo mestiere? Perché lo sceglie davvero, con tutta la consapevolezza di chi sa cosa si porta dietro. La terra, la famiglia, la provincia, il rischio economico, la solitudine creativa, il confronto perpetuo con qualcosa che non controlli mai del tutto, cioè la natura. Perché?  Ciliegie e grandine. Sole e muffa. Il vino che viene, il vino che non viene. Il mercato che premia l’ordinario e ignora chi si ostina a fare le cose a modo suo. Federico Mencaroni sta a Corinaldo, nelle Marche. Un posto che, a chi non è marchigiano, probabilmente non dice nulla. Eppure è incastonato tra Senigallia e la dorsale appenninica, con il mare che si intuisce dalla finestra e i colli che scendono dolci verso la costa. È lì che esiste la sua azienda. Undici ettari oggi, cinque ereditati da un nonno che vinificava in botti di legno e mandava il vino a Milano e Torino in damigiana, come si faceva in quegli anni in cui partivano treni carichi di vino sfuso verso le città del nord che avevano sete e non avevano vigna. Ma Federico a Corinaldo non ci è rimasto. Prima è fuggito, come si deve e come si fa quando si è giovani e la provincia stringe. Poi è tornato. E questo ritorno, come tutti i ritorni veri, vale più della partenza. Chi è Federico Studiavo biologia a La Sapienza. Poi un amico al Politecnico di Milano doveva cambiare casa. Ho detto, vengo io. Così, per caso ho fatto l’esame di ammissione a enologia alla facoltà di Agraria. C’erano venti posti. Sono entrato. Da lì non ho più smesso di studiare. Biologia. Ingegneria Aerospaziale rifiutata a favore di un esame fatto quasi per gioco. Mi sembra ci sia qualcosa di tipicamente italiano e tipicamente umano in questo percorso obliquo, in questa traiettoria che sembra casuale ma che forse casuale non è mai. Federico era cresciuto tra le botti di suo nonno.  Ci correvo sopra da bambino. Erano tutte attaccate e ci potevi camminare sopra. Era come un labirinto. Il vino era già dentro di lui, come una lingua madre che aveva dimenticato di parlare e che un giorno, per caso, è tornata in bocca. Quante storie ho sentito simili a questa e quante invece sono diverse. Penso al figlio che eredita e non ha altra scelta. Penso al figlio che eredita e non lo vuole e lo fa lo stesso perché nessuno gli ha detto che poteva dire di no. E poi penso a Federico, che ha detto di sì dopo aver detto forse, dopo aver visto le botti di Bordeaux, dopo aver dormito qualche notte da Selosse. Quando non era ancora così famoso E dopo aver capito che quella cosa lì, la fermentazione, il tempo, la pazienza, il controllo e il suo contrario, ha capito che era la cosa che voleva fare. Il periodo milanese di Federico è un capitolo a sé. Anni in cui gira le cantine d’Italia come consulente, ricercatore sul campo, enologo itinerante: Caprai in Umbria, Mottura in Puglia, la Basilicata, la Franciacorta, il Friuli. Ogni estate parte, ogni dicembre torna. Una vita da serial killer come lui stesso la definisce ridendo Tornavo a missione compiuta E poi Bordeaux. Quarantacinque château visitati in una sola trasferta. Margaux, Lafite, Cheval Blanc, Pétrus.  Ti senti ancora più piccolo Lo capisco. In certi posti c’è quella grandezza che non schiaccia ma interroga, che non toglie respiro ma lo modifica. Quegli châteaux sono la dimostrazione che l’ossessione, quella giusta, quella costruita su generazioni, quella che non ha fretta, produce qualcosa che resiste al tempo. Federico lo guarda, lo registra e lo porta a casa dentro di sé. Nel frattempo, a Corinaldo, suo zio continua. Suo padre aiuta. Le vigne ci sono. L’azienda esiste, piccola, silenziosa, produttiva a modo suo. Federico inizia a rubacchiare spazio. Qualche etichetta di Verdicchio, qualche Rosso, bottiglie serigrafate altrove per evitare qualsiasi punto di frizione con chi già c’era.  Arrivavano in azienda già pronte con il fronte-retro. Bastava riempirle. Un gesto di rispetto e di strategia insieme. Ma soprattutto è il gesto di chi sa già dove vuole arrivare. Il ritorno vero avviene nel 2009, 2010. Federico lascia Milano. Sua moglie Sonia lascia Venezia. Lei, laureata in lingue orientali, giapponese, tra l’altro, ha quella competenza, che in qualsiasi altra vita sarebbe rimasta un’eleganza accademica e che invece, in questa, diventa una porta sul mercato asiatico. Federico diventa uno dei primi esportatori di metodo classico di Verdicchio in Giappone. Ho incontrato storie simili. Una cantina marchigiana, Biancopecora, fondata da milanesi che hanno mollato tutto e sono scesi a fare vino nelle Marche. Il verso contrario della stessa traiettoria. Migrazioni interne, spostamenti silenziosi, bisogno sempre più urgente di trovare un posto dove vivere abbia ancora una scala umana. Per me che vivo nel delirio di Roma, una vita tranquilla magari gioverebbe. Roma è una città che ti vendi come un sogno e poi non ti lascia viverla. Ce l’hai tutta, ma non la sfrutti. Stai dentro una cartolina che non riesci a leggere. A Corinaldo, invece, si vede il mare da casa. Federico è maniacale nelle sue cose. Nei metodi, nella precisione, nelle parole. Tutto per ricercare non la perfezione ma il meglio. O forse per non sbagliare.  Io non ho mai detto che i miei prodotti sono buoni. Quando stappi un mio vino, è un’esperienza. Positiva o negativa, ma un’esperienza. Una frase che vale più di qualsiasi scheda tecnica. È la frase di qualcuno che non ha paura del giudizio perché conosce così bene ciò che ha realizzato tanto da essere lui stesso il primo critico. Lui ha un giudizio che può decodificare in tempo reale, come un musicista che sente una nota sbagliata in una sala buia. Se la critica rientra nei parametri di quello che sa di aver prodotto, la valuta. Se non ci rientra, sa già che viene da altrove. Magari dal gusto personale di chi beve, dal pregiudizio, dalla fretta, da qualcosa che non ha a che fare con la bottiglia. Come se uno salisse su una Mercedes e dicesse che è scomoda Rido, perché è un paragone esatto. Ogni prodotto serio, ogni prodotto fatto con visione, ha una grammatica interna che o conosci o non conosci. E se non la conosci, la colpa non è della Mercedes. Ad una Mercedes-Benz puoi dire tutto ma non che non sia comoda. Le grandi maison di Champagne costruiscono i loro assemblage, le cuvée in un modo che sembra un atto di coerenza stilistica attraverso le annate così da rappresentare una sorta di contratto implicito con chi beve. Federico non fa Champagne, ma ragiona allo stesso modo Non ho mai fatto vini di moda. Non so neanche cosa stiano facendo gli altri. L’ho scelto. Per non essere contaminato. Il Brut Nature. Devo parlarne. Quarante mesi sui lieviti, Verdicchio, metodo classico. Quando Federico lo lancia, nelle Marche non c’è ancora la dicitura nel disciplinare. I legislatori gli dicono che non si può scrivere Brut Nature sull’etichetta.  Fate come volete. Se volete metterci Spumante, nessun problema. Lo vendo comunque. Oggi quella dicitura c’è. Oggi tutti la fanno, quella tipologia. Federico lo dice con una risata che è metà soddisfazione e metà rassegnazione. È diventato simpatico a pochi e scomodo a molti.  Quando chiedi aiuto diventi simpatico. Io non l’ho chiesto. È il prezzo dell’indipendenza. Lo pagano tutti quelli che arrivano prima. Lo pagò Selosse quando faceva Champagne in modo che sembrava sbagliato. Lo pagano i pittori che cambiano modo di dipingere quando il mercato vuole altro. Lo paga chiunque abbia la chiarezza. E il coraggio di sapere cosa vuole prima che gli altri capiscano che era quello che volevano. Poi lo copiamo. E l’originale diventa fastidioso per quello che ha dimostrato. Il vino che sta sui lieviti per dieci anni è un’altra storia dentro questa storia. Sua moglie Sonia, che nel racconto di Federico è una presenza concreta, determinante, ironica, ad un certo punto gli ha detto O esce il vino o ti lascio. Ride raccontandolo. Poi aggiunge, serio E avendo deciso di intraprendere anche il discorso della famiglia… Una piccola confessione domestica incastonata in mezzo ad un discorso tecnico sui mesi di affinamento. Il vino e la vita che si intrecciano senza romanzarsi, senza bisogno di enfasi. Sonia è quella che gestisce il mercato estero, che conosce le lingue, che va alle fiere mentre lui sta in cantina a sperimentare. È la metà del progetto e non solo della famiglia. A volte chi ti sta accanto capisce prima di te cosa stai facendo. X Pas Dosé 2015. Verdicchio. Ho assaggiato la bottiglia n. 375 di 500 Undici anni. Undici anni sotto il tappo, nel silenzio di una cantina marchigiana, mentre il mondo del vino cambiava vocabolario, inseguiva mode, scopriva e dismetteva tendenze. Questo vino non ha sentito nulla di tutto questo. È rimasto lì, a diventare quello che doveva diventare. Il colore è paglierino carico con riflessi dorati, il perlage fine e persistente, capace, cosa rara, di pulire il palato completamente ad ogni sorso come se si riazzerasse. Al naso è una sequenza che si costruisce con il tempo nel bicchiere: prima la crosta di pane fragrante con crema di limone, poi, lentamente, quasi con ritrosia, la tartelletta che non diventa mai burrosa, il gesso, i fiori bianchi, il pepe bianco che penetra in profondità. Poi la mela cotogna, la pera, la scorza di limone che torna e chiude il cerchio. In bocca ancora a più sorprendente: nonostante gli undici anni è freschissimo, quasi acerbo. Sapido, diretto, pieno con una cicciosità che non ti aspetti da un vino che ha passato così tanto tempo a sgrassarsi. Il finale è lievemente amaricante, preciso, pulito. È verticale e avvolgente insieme, duro e cremosissimo nello stesso sorso. Una contraddizione che si risolve solo bevendo. E poi si ricrea. E si ribeve. C’è una parola che mi viene per questo vino e la uso con cautela perché la si consuma in fretta: sublimazione. Il Verdicchio che sale, che lascia dietro tutto il superfluo, e arriva da qualche parte dove non arriva spesso. Federico lo sa. Per questo ci ha messo dieci anni. E per questo sua moglie Sonia gli ha detto che bastava. Aveva ragione lei. Come quasi sempre.​​​​​​​​​​​​​​​​ Metodo Classico Extra Brut, sboccatura 2021. Verdicchio, Chardonnay, Pinot Bianco Colgo una precisione quasi infastidita in questo vino, come di qualcuno che non ha fretta di piacere. Il colore è paglierino con riflessi verdolini, il perlage fine e disciplinato. Al naso arriva subito una mineralità secca, gessosa, che ricorda certi vini della Loira più che le Marche. Poi viene fuori la crosta di pane, la scorza di limone, un tocco erbaceo che tiene tutto in tensione. In bocca è verticale, teso, con un’acidità che non concede nulla ma non stanca mai. Il finale è lungo, amaricante nella misura giusta, come il retrogusto di un caffè ben estratto. Non è uno spumante che ti abbraccia. È uno spumante che ti interroga. E le domande che pone sono quelle giuste. Le risposte? Dipendono da ognuno di noi. Le mie sono in realtà dei grandi complimenti a Federico. Metodo Classico Rosé, sboccatura 2025. Verdicchio e Montepulciano Rosa antico, quasi cipria, con bollicine che salgono silenziose come se non volessero disturbare. Al naso è una sorpresa gentile: fragola di bosco, lampone appena schiacciato e poi, inatteso, un soffio di agrume rosso, quasi bergamotto, che riporta il tutto verso la tensione e lontano dalla dolcezza. In bocca è fresco, nervoso, con una sapidità che percorre il sorso da cima a fondo senza mai cedere. La struttura è leggera ma non fragile: è la leggerezza di chi sa esattamente quanto peso portare. Un vino da bere con qualcuno che non conosci ancora bene, in un pomeriggio che non ha ancora deciso cosa vuole diventare. Isola Verdicchio dei Castelli di Jesi 2023 Il nome è giusto. Sembra un vino isolato, nel senso nobile del termine. Qualcosa che non cerca di integrarsi, di assomigliare, di compiacere. Giallo paglierino luminoso, naso che apre su fiori bianchi e frutta a polpa gialla matura, poi si schiarisce verso la scorza di cedro e una nota iodata che arriva dall’ultimo momento, come una brezza che non avevi previsto. In bocca è pieno ma non pesante, con una sapidità marchigiana schietta e un finale che torna sempre lì, sull’agrume, sul sale, sulla pietra. Il Verdicchio nella sua forma più riconoscibile ma raccontato da qualcuno che lo conosce abbastanza da non aver bisogno di spiegarlo. Opere Verdicchio dei Castelli di Jesi 2024 Se Isola è il Verdicchio che guarda al largo, Opere è quello che guarda dentro. Stessa uva, annata diversa, intenzione diversa. Al naso è più elaborato, più stratificato: mela golden, fiori di acacia, poi una speziatura sottile come anice, finocchietto selvatico. Salgono lenti come un pensiero che non si vuole mettere a fuoco subito. In bocca ha più corpo, più rotondità, con un equilibrio tra frutto e acidità che sembra cercato e trovato senza forzature. Il finale è caldo, persistente, con un ritorno minerale che lo salva dalla compiacenza. Un vino che si fa capire, ma non tutto in una volta. Ci torna su. Urbano 2022. Montepulciano, Merlot, Cabernet Sauvignon Rosso profondo, quasi opaco, con un naso che non ti dà scampo: mora selvatica, prugna, spezie scure e sotto tutto un fondo di terra bagnata che sa di posto preciso, di stagione precisa, di scelta precisa. In bocca arriva con la stessa determinazione, tannini presenti ma non asciuganti, acidità che sorregge una struttura generosa senza farla pesare. Questo blend bordolese in salsa marchigiana in mano a Federico non diventa mai il vino facile che potrebbe essere. Rimane selvatico, un po’ burbero, con quel carattere che nei vini come nelle persone distingue chi ha qualcosa da dire da chi si limita a rispondere. Lunga persistenza, finale con ritorni di spezia e frutti. Un rosso che non chiede permesso. Forse perché non ne ha proprio bisogno. Federico parla di biologia come parla di vino. Con la stessa intensità. Sta studiando da due anni i biomeri, polimeri di cellulosa prodotti da batteri acetici che crescono nel vino, molecole biodegradabili, biocompatibili, potenzialmente utilizzabili in altri settori. Una start-up appoggiata a un politecnico.  È tornato alla biologia, come aveva detto all’inizio. Il cerchio si chiude, o meglio, non si chiude: si allarga. Perché Federico non è il tipo che chiude i cerchi. È il tipo che aggiunge spirali. I miei figli, Marcello e Maria Sole, faranno quello che vorranno. Nessuna pressione. Nessun destino scritto tra le vigne.  Io fuori dal lavoro sono normalissimo. Easy, tranquillo. Ci credo, perché la maniacalità applicata al lavoro non è una condizione esistenziale. È una scelta di campo. Si può essere ossessivi in cantina e sereni a tavola. Si può volere il massimo da ogni grappolo e non volerlo dai propri figli. Questa è maturità. O saggezza. O forse semplicemente esperienza. Quella di chi ha visto abbastanza per capire dove vale la pena mettere l’energia e dove no. Chissà se Federico vorrà fare questo mestiere tutta la vita o si vorrà dedicare ad altro. Magari alla biologia. Non è detto Dice. Poi ride.  Lascerò tutto a mia moglie. Non è cinismo. È la libertà di chi ha costruito qualcosa di vero, con le proprie mani, e sa che quello che ha fatto regge in piedi da solo. Che i vini ci sono, che l’azienda funziona, che Sonia sa vendere meglio di lui, che i bambini crescono bene tra il mare e le colline. E che lui, nel frattempo, vuole ancora sperimentare. Vuole il Vermentino, il Viognier, il Verdejo, tre varietà che iniziano con la V e che nella sua testa già formano un blend che nessuno ha ancora immaginato. Vuole uscire con un metodo classico rifermentato in bottiglia con tappo a fungo, come si faceva prima che il tappo a corona semplificasse tutto. Vuole capire cosa succede quando lasci entrare l’ossigeno invece di temerlo. Se non trovo uno spiraglio che mi dà felicità, ho sbagliato lavoro Federico non ha sbagliato lavoro. Ha solo scelto, per caso e poi con tutta la forza di una decisione consapevole, di fare esattamente quello che voleva. In un posto dove si vede il mare, con una moglie che parla giapponese e lo costringe a stappare le bottiglie prima che diventino leggenda.     Ivan Vellucci – Suggestioni di Vino
ivan.vellucci@winetalesmagazine.com Mi trovi su Instagram come @ivan_1969  
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Consorzio Morellino di Scansano: eletto il nuovo Consiglio di Amministrazione per il triennio 2026-2029 Bernardo Guicciardini Calamai confermato presidente per il terzo mandato consecutivo Arrow Right Top Bg

30 Giugno, 2026

Consorzio Morellino di Scansano: eletto il nuovo Consiglio di Amministrazione per il triennio 2026-2029 Bernardo Guicciardini Calamai confermato presidente per il terzo mandato consecutivo

  L’Assemblea dei soci del Consorzio Tutela Morellino di Scansano ha eletto il nuovo Consiglio di Amministrazione che guiderà la denominazione nel triennio 2026-2029, confermando alla presidenza Bernardo Guicciardini Calamai, dell’azienda Massi di Mandorlaia, al suo terzo mandato consecutivo, che sarà affiancato dai vicepresidenti Alessandro Fiorini  della Cantina Vignaioli di Scansano e Simone Castelli di Podere 414.   Il nuovo Consiglio di Amministrazione rappresenta l’intera filiera produttiva della denominazione ed è composto, per la categoria degli imbottigliatori, da Bernardo Guicciardini Calamai, Alessandro Fiorini, Simone Castelli e Giuseppe Mantellassi (Mantellassi). Per la categoria dei vinificatori da Leonardo Rossi (Poggio Brigante), Andrea Zingarelli (Rocca delle Macìe), Umberto Valle (Poggio Trevvalle) e Paolo Gobbi (Cantina Vignaioli di Scansano) e per la categoria dei viticoltori, da Ilario Veronesi (dell’azienda omonima, conferitore della Cantina Vignaioli Scansano), Moreno Bruni (Bruni) e Giulia Milaneschi (I Lecci). È stato inoltre riconfermato il Collegio Sindacale con il presidente Paolo Prisciandaro, i membri effettivi Mario Veninata e Maria Patrizia Cassisa e i supplenti Ilaria Lozzi e Francesca Peri. La terza nomina a presidente per Guicciardini Calamai arriva al termine di un percorso che negli ultimi anni ha visto il Consorzio impegnato nel rafforzamento dell’identità del Morellino di Scansano, nella valorizzazione della denominazione sui mercati e nel consolidamento del suo posizionamento qualitativo, culminato recentemente con l’introduzione della nuova menzione Superiore all’interno del disciplinare di produzione. Guicciardini Calamai Sono grato al nuovo Consiglio di Amministrazione per la fiducia accordatami e per avermi confermato alla guida del Consorzio per un nuovo mandato. È un incarico che accolgo con grande senso di responsabilità e che considero il risultato del lavoro condiviso svolto negli ultimi anni insieme al precedente Consiglio, che desidero ringraziare per l’impegno, la competenza e la dedizione con cui ha contribuito alla crescita della denominazione. “Molti degli obiettivi che ci eravamo posti sono stati raggiunti, ma il contesto economico e di mercato richiede oggi ancora più visione e capacità di fare squadra. Le priorità del nuovo mandato saranno in particolare il mantenimento dell’equilibrio e della sostenibilità economica di tutta la filiera produttiva del Morellino e lo sviluppo di sinergie sempre più strette con le altre denominazioni, eccellenze produttive e turistico-ricettive del territorio. In una fase complessa come quella attuale è fondamentale unire le forze per promuovere non solo il Morellino di Scansano, ma l’intero territorio, valorizzandone identità, qualità e attrattività.” Il nuovo Consiglio resterà in carica fino al 2029 e sarà chiamato a guidare la denominazione in una fase strategica per il settore, caratterizzata da importanti sfide sui mercati e dalla necessità di rafforzare ulteriormente la competitività e la riconoscibilità del Morellino di Scansano in Italia e all’estero. La Redazione
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30 Giugno, 2026

La Guida ai migliori panifici d’Italia: il Gambero rosso seleziona 550 indirizzi e 70 Tre Pani

  Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la guida I Migliori Panifici d’Italia 2027 del Gambero Rosso. Il volume racconta l’evoluzione di uno dei settori più dinamici dell’artigianato alimentare italiano, attraverso una selezione di 550 locali lungo tutta la Penisola, 70 indirizzi Tre Pani e 40 nuove insegne. La nuova edizione della Guida traccia le coordinate di un settore in continua evoluzione e costante rivoluzione, tra agricoltura, biodiversità ed artigianato. Il comparto, infatti, risulta sempre più attento alla filiera, ai campi, ai cereali, ai rapporti con gli agricoltori e alla valorizzazione della biodiversità. Il pane non è più soltanto un prodotto quotidiano, ma uno strumento attraverso cui raccontare territori, economie locali, sostenibilità e cultura alimentare. Il tessuto italiano del comparto sembra confermare quella micro-artigianalità tutta italiana: accanto alle botteghe storiche crescono dunque microforni urbani, forni agricoli, bakery contemporanee e laboratori che lavorano con farine biologiche, grani locali, lievito madre vivo e lunghe fermentazioni. Non già moda passeggera, ma una rinnovata sensibilità della New Generation e Vecchia Guardia verso la sostenibilità, che si traduce nell’impiego delle cosiddette popolazioni evolutive, mix di varietà cerealicole che favoriscono biodiversità, resilienza climatica e qualità agricola. Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography Le valutazioni sono state elaborate secondo il tradizionale metodo Gambero Rosso, fondato su visite anonime, assaggi e verifiche sul campo effettuate da una rete di collaboratori coordinata dalla redazione. I panifici vengono premiati con uno, due o tre Pani a seconda del grado di qualità raggiunto. Tra i criteri adottatii, figurano ricerca delle materie prime, tecnica, continuità produttiva, identità territoriale, trasparenza della filiera e valore complessivo del progetto artigianale. La Guida testimonia l’inizio di un movimento agricolo orientato alla riscoperta dei molti valori intrinseci ad una pagnotta: il lavoro di chi coltiva il grano, di chi lo macina, di chi lo impasta e cuoce. Ma, soprattutto, convivono scelte: selezionare un certo tipo di farina, un’agricoltura sostenibile e una filiera corta non è mai una decisione neutra, perché produce effetti sull’andamento economico-culturale del Paese. Emerge quindi la necessità di adottare un paradigma diverso, basato sulla diversificazione produttiva e su filiere integrate o autentiche. Premi Speciali 2027 Panificio dell’Anno: Pezz de Pane – Frosinone Panificatore Emergente: Massimo Ingegni – Ingrano Forno Artigianale, Mercatello sul Metauro (PU) Novità dell’Anno: Le Lucciole – Lucca Pane e Territorio: Ilo – Pane Pensiero, Vercelli Panificatori che hanno fatto la storia – Premio 40 anni Gambero Rosso: Gabriele Bonci – Panificio Bonci, Roma Davide Longoni – Davide Longoni Pane, Milano Ezio Marinato – Marinato, Cinto Caomaggiore (VE) Eugenio Pol – Vulaiga, Fabello (VC) Al di là dei premi e riconoscimenti, una guida dedicata ai panificatori ha il grande merito di confermare il ruolo centrale del pane come elemento culturale, agricolo e identitario del nostro Paese. Un settore che ha la capacità di innovare senza perdere il legame con le proprie radici contribuendo a rendere i consumatori sempre più consapevoli.   Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31  
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Mail Boxes Etc. lancia MBE Wine for Europe: spedizioni semplificate per la vendita diretta di vino in Europa Arrow Right Top Bg

30 Giugno, 2026

Mail Boxes Etc. lancia MBE Wine for Europe: spedizioni semplificate per la vendita diretta di vino in Europa

  Mail Boxes Etc. annuncia il lancio di MBE Wine for Europe, la nuova soluzione dedicata alle aziende vinicole che vogliono sviluppare la vendita diretta ai consumatori europei attraverso canali ecommerce e punti vendita fisici.   Realizzato in collaborazione con Direct From Italy – realtà specializzata nella compliance doganale per la vendita di alcolici all’estero – MBE Wine for Europe è la soluzione in grado di superare la complessità normativa legata alla circolazione delle bevande alcoliche tra i Paesi UE, semplificando la gestione delle spedizioni internazionali di vino. Questa soluzione digitale – che sarà disponibile sul mercato già nelle prossime settimane – consente di calcolare, gestire e versare le accise per la spedizione del vino ai consumatori europei, sia per vendite online che offline. È inoltre disponibile in versione plug-in, compatibile con i principali marketplace. MBE Wine for Europe amplia l’offerta di Mail Boxes Etc. nei servizi di spedizione per il vino, affiancandosi a soluzioni su misura come il ritiro in azienda, l’imballaggio specializzato e le spedizioni a privati verso gli Stati Uniti. Grazie all’integrazione tra le competenze logistiche di Mail Boxes Etc. e la tecnologia di Direct From Italy per la gestione degli adempimenti fiscali e doganali, MBE Wine for Europe consente alle cantine di spedire in Europa in modo semplice e in linea con la normativa, facilitando la crescita internazionale. Andrea Arluna, Shipping & Fulfillment Product Director di Fortidia Accompagnare le aziende vinicole nei percorsi di internazionalizzazione è una priorità strategica. Il Gruppo di cui Mail Boxes Etc. fa parte. “Con questa soluzione mettiamo a disposizione uno strumento concreto per sviluppare la vendita diretta di vino in Europa in modo strutturato e conforme alle normative. Denis Andolfo, CEO e co-founder di Direct From Italy La vendita diretta rappresenta una grande opportunità di crescita per il settore, ma richiede strumenti adeguati per gestire la complessità normativa. Questa collaborazione nasce proprio per rendere questi processi più accessibili e scalabili. Con la costante espansione globale dell’ecommerce, MBE Wine for Europe rappresenta una soluzione strategica per le aziende vinicole che desiderano espandersi con sicurezza in nuovi mercati, rimuovendo le barriere, rafforzando la fiducia e favorendo lo sviluppo internazionale, confermando l’impegno di Mail Boxes Etc. nel facilitare l’accesso ai mercati internazionali attraverso soluzioni integrate e innovative. Mail Boxes Etc. Mail Boxes Etc., parte del Gruppo Fortidia, è una delle più grandi reti di Centri multiservizi a livello globale. Attraverso 1,725 Centri gestiti sia da Imprenditori indipendenti che in modalità diretta, Mail Boxes Etc. offre soluzioni su misura per spedizioni e imballaggio, logistica e ecommerce, marketing e stampa, a privati, professionisti e aziende –  con l’obiettivo di garantire ai clienti un servizio di alta qualità, altamente personalizzato. Per maggiori informazioni, visita mbe.it Direct From Italy Direct From Italy sviluppa soluzioni software dedicate alla gestione delle vendite dirette internazionali di bevande alcoliche, consentendo ai produttori di gestire gli aspetti fiscali, doganali e operativi legati alle spedizioni verso clienti esteri. Per maggiori informazioni, visita directfromitaly.it La Redazione
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Viticoltura, Enovitis in campo chiude la 20^ edizione con 6.500 visitatori e si dà appuntamento in veneto nel 2027 Arrow Right Top Bg

30 Giugno, 2026

Viticoltura, Enovitis in campo chiude la 20^ edizione con 6.500 visitatori e si dà appuntamento in veneto nel 2027

  Si è chiusa a quota 6.500 visitatori la 20^ edizione di Enovitis in campo, la rassegna itinerante di Unione italiana vini (Uiv) (17-18 giugno) ha trasformato i filari della Tenuta di Nozzole (Tenute Folonari, Greve in Chianti – FI) nel palcoscenico dell’innovazione in vigneto.   Con oltre 160 marchi rappresentati, 250 macchine e attrezzature impegnate in dimostrazioni live e un programma di convegni e approfondimenti tecnici, la due-giorni ha registrato la partecipazione di visitatori altamente specializzati, con viticoltori, agronomi, enologi e operatori del settore provenienti da tutta Italia, ma anche da Brasile, Germania e Francia. “Questa ventesima edizione di Enovitis in campo conferma la straordinaria vivacità di un comparto che continua a investire in tecnologia e sviluppo – ha dichiarato il segretario generale di Unione italiana vini, Paolo Castelletti –. Dalla protezione fitosanitaria alla forte accelerazione sul fronte dell’automazione, dalla sicurezza all’efficientamento delle pratiche in campo, il comparto si sta dimostrando reattivo alle nuove sfide. È un percorso che vede coinvolti costruttori, aziende e centri di ricerca e che trova in questa manifestazione il luogo ideale di confronto e sperimentazione. Salutiamo con soddisfazione questa tappa toscana e diamo fin da ora appuntamento al 2027 in un altro territorio simbolo della viticoltura italiana, il Veneto”. Secondo l’indagine sulla filiera del vino in Italia realizzata dall’Osservatorio Uiv-Vinitaly, il segmento “Vigneto” (agrofarmaci, fertilizzanti, impianto vigneto e meccanizzazione) in Italia genera circa 2 miliardi di euro di fatturato l’anno e conta più di 10.250 addetti, impiegati in circa 400 aziende. Enovitis in campo è una vetrina per le più interessanti soluzioni dalla robotica all’elettrificazione, dalla corretta gestione del suolo e della chioma, fino ai materiali per l’impianto del vigneto, per l’irrigazione, agli agrofarmaci e ai biostimolanti in regime sia convenzionale che “bio”. La Redazione
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Alta Langa Roma 2026. Il viaggio di Francesca e le bollicine piemontesi Arrow Right Top Bg

30 Giugno, 2026

Alta Langa Roma 2026. Il viaggio di Francesca e le bollicine piemontesi

  Il viaggio di Francesca è tornato per il secondo anno a Roma, dove lunedì 11 maggio si è svolta la terza edizione di “Alta Langa Roma 2026”, la meravigliosa manifestazione in onore della bollicina piemontese “Regina Assoluta e Indiscussa” nella Capitale. Come cornice sempre l’affascinante location “Spazio Field di Palazzo Brancaccio”, che, anche quest’anno, ha regalato emozioni forti e tantissima felicità, ampi saloni e tanti calici, volti noti e non e, soprattutto, momenti divertenti ricondivisi non solo con i miei due carissimi amici e bravissimi sommelier Andrea Rocca e Andrea Ceri, ma anche con tutti gli altri invitati a questo evento, rivolto ed aperto esclusivamente come gli anni precedenti agli operatori del settore: stampa, buyer ed Ho.Re.Ca. Bei numeri in questa edizione 2026: circa 700 ospiti accreditati, 47 produttori presenti rispetto ai 30 dell’anno passato ed è stato possibile degustare 115 cuvée, suddivise tra bianchi, rosati e riserve, nella tipologia brut e pas dosè. Ovviamente, in primis, anche quest’anno i doverosi ringraziamenti alla Reitano Consulting per averci rinvitati e per essere stati nuovamente presenti ad una delle tre Masterclass (tutte sold out) guidate dal bravissimo Marco Reitano, sommelier del ristorante Tre Stelle Michelin La Pergola (Rome Cavalieri – The Waldorf Astoria) ed in presenza del presidente del Consorzio Alta Langa Giovanni Minetti. Che dire! Quest’anno è aumentata ancora di più la curiosità e l’imbarazzo della scelta nella degustazione, visto il numero dei produttori: due saloni adibiti, tutto riorganizzato alla perfezione ed ovviamente le aziende (dai giovani produttori, ai nomi meno noti a quelli famosissimi) riavevano tutte il proprio banco/degustazione  rigorosamente in ordine alfabetico dalla A alla Z. Ed eccoli qua tutti i produttori, tutti i veri e grandi protagonisti dell’evento che ci hanno deliziato con i loro gioielli: Abrigo Fratelli, Agricola Brandini, Agricola TT, Anna Maria Abbona, Banfi, Bera, Bosca, Cantina Clavesana, Casa E. di Mirafiore, Colombo, Contratto, Coppo, Cortino, Cuvage, Daffara & Grasso, Deltetto 1953, Duchessa Lia, Enrico Serafino, Ettore Germano, Fontanafredda, Gancia, Garesio, Ghione Anna, Giulio Cocchi, Ivaldi, La Fusina, La Torre di Castel Rocchero, Marcalberto, Marco Capra, Marziano Abbona, Nada Giuseppe, Paolo Ferri, Pecchenino, Pianbello, Piazzo Comm. Armando, Podere Gagliassi, Poderi Cusmano, Poderi Vaiot, Rizzi, Roccasanta, Saffirio, Tenuta Carretta, Tenuta Il Falchetto, Tenuta Langasco, Terre del Barolo, Tosti1820, Vite Colte. Continua ad essere un’esperienza interessante ed unica: uno spostarsi da un banco-degustazione all’altro, avvicinandomi a salutare i produttori conosciuti lo scorso anno ed a curiosare fra le “new entry”, un chiudere gli occhi e perdersi nuovamente in questo viaggio sensoriale che questa specialissima DOC regala, assaggiando le diverse e sorprendenti “interpretazioni” di questo metodo classico (tutto millesimato e con indicazione della vendemmia in etichetta), prodotte con uve Pinot nero e/o Chardonnay coltivate nell’area collinare delle province di Alessandria, Asti e Cuneo. Non potevano mancare tre partnership all’evento: Acqua S.Bernardo, l’acqua piemontese che rappresenta la perfetta unione di qualità, tradizione ed eleganza e famosa per l’inconfondibile bottiglia “Gocce”, disegnata da Giorgetto Giugiaro, ancora oggi icona di stile; “La Tradizione”, storica bottega gastronomica romana, riconosciuta per la straordinaria selezione di salumi e formaggi di alta qualità provenienti da tutta Italia e non solo; “Olio Quattrociocchi” , l’azienda di Alatri e vera eccellenza dell’olivicoltura italiana, che con il suo spettacolare olio extravergine d’oliva si conferma una “espressione autentica della tradizione e della cultura mediterranea. Dopo un bel giro, alle ore 15.30,  sempre in perfetto orario, eccoci presenti all’ultima Masterclass della giornata, dove io, Rocca e Ceri, quest’anno siamo stati ospiti di una lezione/degustazione interessante e particolare: Alta Langa Docg con lungo affinamento. Quattro calici e in un’ora Marco Reitano, ci ha fatto emozionare con quattro brillanti interpretazioni: Fontanafredda “Vigna Gatinera” Alta Langa DOCG Riserva 72 Mesi 2016, Blanc de Noirs Pas Dose, realizzato esclusivamente con uve Pinot Nero al 100% provenienti da una singola parcella storica (“Vigna Gatinera”). Gancia Cuvée 60 Mesi Alta Langa DOCG Riserva Brut, fiore all’occhiello della storica cantina piemontese Gancia, prodotto con uvaggio selezionato 50%Pinot Nero e 50% Chardonnay. Contratto Alta Langa Riserva DOCG “Special Cuvée” Pas Dose 2016, 90% da Pinot Nero e al 10% da Chardonnay, 90 mesi sui lieviti, premiato come Top Wine e con i prestigiosi 5 Grappoli nella guida Bibenda. Cuvée Aurora Riserva 100 Mesi 2013 di Banfi, a dosaggio zero. Realizzata per l’85% da Pinot Nero e per il 15% da Chardonnay, affina sui lieviti per oltre 8 anni. Definito un vino raro, sembra che sia imbottigliato quasi esclusivamente in formato magnum. Un’ora di condivisione, opinioni, confronti e tanti applausi prima di lasciare la meravigliosa sala della Masterclass e continuare il percorso degustativo con i vari produttori, ma non senza passare a rivedere “ONDE”, l’installazione simbolo del territorio dell’ALTALANGA DOCG,  creata nel 2025, per raccontare in modo innovativo il luogo di origine di questa bollicina e pensata per essere presente a tutti gli eventi del Consorzio, offrendo le informazioni geografiche e le caratteristiche del territorio. Poteva mancare il cocktail 2026? Assolutamente NO! Quindi, quest’anno abbiamo avuto l’onore di assaggiare il cocktail: “Torino Royal”, presentato da Christian Comparone, Bar Manager di “Baylon Cocktail Bar&Bistrot” . Un cocktail che nasce come interpretazione contemporanea del Piemonte, proponendo un dialogo ed un connubio perfetto tra alcune delle sue espressioni più identitarie: l’Alta Langa Docg, il Vermouth di Torino Igp e il Rosolio di Torino, insieme al liquore alla nocciola. Il risultato? Un cocktail di grande bevibilità, vibrante ed elegante, capace di valorizzare le caratteristiche di questa meravigliosa bollicina e la sua versatilità, regalandoci un mix coinvolgente ed affascinante con note agrumate, floreali e speziate. Le ore passano ed é arrivato il momento dei saluti e rientrare in Toscana … con qualche lacrimuccia e la felicità di essere stata nuovamente invitata e poterci nuovamente essere …. Che dire! Questo evento ha sempre più successo e continua ad essere il meraviglioso risultato del sempre piú intenso e saldo legame tra Alta Langa DOCG e Roma, frutto di un lavoro costante e attento del Consorzio, iniziato già nell’autunno del 2023, con una tappa del format “Alta Langa DOCG: Anima di un Territorio” e proseguito nel 2024 e nel 2025  con le prime due edizioni della manifestazione. Il numero crescente dei produttori presenti è la dimostrazione che, con entusiasmo ed orgoglio, c’è tantissima voglia di presentare al pubblico di esperti e professionisti l’interpretazione di un prodotto di alta qualità che sta ricevendo sempre più attenzione, tantissimi apprezzamenti e sempre più posto nelle Carte dei Vini. “Alta Langa Roma”, continua ad essere un appuntamento annuale importante, un evento speciale, di quelli che veramente aspetti con trepidazione. Scendendo per il secondo anno le scale di Palazzo Brancaccio e, quindi, concludendo questo meraviglioso viaggio, mi sono tornate in mente le parole dell’anno scorso, riconfermandole totalmente: L’eccellenza delle bollicine ha  conquistato decisamente Roma… carissima Alta Langa, ti riaspettiamo nel 2027!.   Francesca Sardelli – Il viaggio di Francesca
Su Instagram come @Ladyloveswines
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La guida ai migliori Oli d'Italia 2026/2027 del Gambero Rosso: 156 Tre Foglie e 15 Premi Speciali Arrow Right Top Bg

29 Giugno, 2026

La guida ai migliori Oli d'Italia 2026/2027 del Gambero Rosso: 156 Tre Foglie e 15 Premi Speciali

  Presentata a Napoli, nell’ambito di Rotte Mediterranee, la sedicesima edizione della guida. Un compendio, che diventa digitale, di 365 aziende e 735 olii italiani realizzato dal Gambero Rosso in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena. Sono ben 156 le Tre Foglie assegnate dalla guida I migliori Oli d’Italia 2026/2027, il massimo riconoscimento conferito dal Gambero Rosso agli oli extravergine che hanno raggiunto i più elevati standard qualitativi. La sedicesima edizione della guida, realizzata in collaborazione con Banca Monte dei Paschi di Siena e presentata a Napoli lo scorso 19 giugno nell’ambito di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, recensisce 365 aziende e 735 oli provenienti da tutta Italia e assegna 15 Premi Speciali alle realtà che si sono distinte per qualità, innovazione e valorizzazione del territorio. Rotte Mediterranee © Francesco Vignali Photography Giunta alla sua sedicesima edizione, I migliori Oli d’Italia 2026/27 inaugura una nuova fase del percorso editoriale del Gambero Rosso. La guida è infatti disponibile in formato digitale e consultabile gratuitamente online previa registrazione, con un’esperienza di lettura progettata per rendere ancora più semplice e immediata la scoperta di aziende, oli e territori. Uno strumento pensato per operatori del settore, buyer, ristoratori e consumatori appassionati, costruito attraverso degustazioni e valutazioni sensoriali che valorizzano il meglio dell’olivicoltura italiana. La scelta di presentare la guida durante Rotte Mediterranee nasce dalla volontà di collocare l’olio all’interno di un racconto più ampio che parla di territori, persone e futuro, riconoscendogli quel ruolo cardine di ambasciatore della cultura mediterranea. La guida segna pertanto un cambio di paradigma comunicativo: non più un racconto basato sul linguaggio della tecnica, ma sulla sfera del piacere.  Perché se è vero che un buon vino abbinato ad un giusto piatto riesce a valorizzarlo, è altresì vero che un grande extravergine è capace di trasformare una pietanza semplice in un’esperienza memorabile. I Premi Speciali Azienda dell’anno: Accademia Olearia, Alghero (SS) Frantoio dell’anno: Le Tre Colonne, Giovinazzo (BA) Olivicoltore dell’anno: Trebbio, Scarperia e San Piero (FI) Miglior biologico: Frantolio – Trisole Monocultivar Coratina Bio, Cisternino (BR) Miglior blend: Ursini – Opera Mastra, Fossacesia (CH) Miglior monocultivar: Oilivis – Futura Monocultivar Picholine, Carpino (FG) Miglior fruttato leggero: Bonamini – Monocultivar Grignano, Illasi (VR) Miglior fruttato medio: Viola – Almanacco Monocultivar Frantoio, Foligno (PG) Miglior fruttato intenso: Alfredo Cetrone – Dop Colline Pontine Monocultivar Itrana, Sonnino (LT) Novità dell’anno: Trivio Tre Storie d’Olio, Montalbano Jonico (MT) Frantoio di Montalcino, Montalcino (SI) Miglior Olio D.O.P.: Viragì – Polifemo Dop Monti Iblei Sottozona Gulfi Monocultivar Tonda Iblea, Chiaramonte Gulfi (RG) Miglior Olio I.G.P. Ciccolella – Cru Igp Puglia Bio, Molfetta (BA) Premio Olio&Vino: Tenuta Lagala, Venosa (PZ) Premio Olio&Turismo: Malenchini, Bagno a Ripoli (FI) Cooperativa dell’anno: Frantoio di Riva, Riva del Garda (TN) Nella speranza di assistere ad una costante diffusione della cultura dell’olio, non resta che attingere dalla guida per selezionare gli extravergini da portare a tavola e per concedersi una gita fuori porta in uno dei bellissimi frantoi e oliveti di cui la nostra Italia è ricca. Manuela Mancino – Senza etichetta Su Instagram è @manuela.mancino.31  
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Velier distribuisce Vouette & Sorbée Champagne Arrow Right Top Bg

29 Giugno, 2026

Velier distribuisce Vouette & Sorbée Champagne

  Entra nel catalogo Triple A una delle firme più rappresentative della “rivoluzione” in Champagne: biodinamica pionieristica, vinificazioni senza compromessi per il riscatto della Côte des Bar   Velier è orgogliosa di annunciare l’ingresso di Champagne Vouette & Sorbée nella famiglia Triple A, protocollo e catalogo di soli vini naturali nato nel 2003 in seno al distributore Velier. La maison è diventata in poco più di venti anni un punto di riferimento assoluto per chi cerca nello Champagne non solo finezza e personalità, ma coscienza agricola, identità territoriale e libertà di stile. Fondata e guidata da Bertrand Gautherot a Buxières-sur-Arce, nel dipartimento dell’Aube (Côte des Bar), Vouette & Sorbée è tra i nomi che hanno cambiato le regole del gioco, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo di un pensiero che, dopo l’epoca dominata dal racconto delle grandi maison, ha rimesso al centro il vigneto, il villaggio, la parcella e la mano del produttore. Una rivoluzione in vigna prima ancora che in cantina La forza di Vouette & Sorbée nasce da una scelta netta: agricoltura biologica e biodinamica come atto fondativo, non come trend. Il domaine è certificato Demeter dal 1998 ed è considerato come una delle realtà che hanno aperto la strada a un approccio agricolo più avanzato in Côte des Bar. È un lavoro che si traduce in 5 ettari di vigne vive, suoli curati, vendemmie manuali e una visione coerente: lo Champagne non come prodotto “standardizzato”, ma come vino, e come fotografia fedele del luogo. Negli ultimi anni la figlia Heloise affianca Bertrand nelle vigne, dopo gli studi di viticoltura ed enologia. Tecnica e stile: Champagne senza filtri, fedeli al terroir In cantina la filosofia è altrettanto precisa: fermentazioni con lieviti indigeni, vinificazioni in legno e una ricerca di trasparenza espressiva che passa anche da scelte radicali come la sboccatura “à la volée” e l’assenza di liqueur de dosage. Il risultato è uno stile riconoscibile: Champagne di terroir dotati di grande energia, dove la trama minerale e la vinosità non sono un effetto speciale, ma la conseguenza naturale di scelte agricole e di cantina. Dare valore a una zona prima “sottovalutata” Vouette & Sorbée è tra i nomi che hanno contribuito a riposizionare la Côte des Bar nel panorama mondiale dello Champagne. Un’area meridionale, spesso rimasta ai margini del racconto mainstream, ma capace di identità straordinarie anche grazie a produttori come la famiglia Gautherot, diventati dei modelli d’ispirazione per appassionati e professionisti. Vouette & Sorbée prende il nome dai suoi due vigneti principali: Vouette, su suoli kimmeridgiani che condivide con Chablis, e Sorbée, su suoli portlandiani, anch’essi presenti a Chablis. A questi si aggiungono Biaunes, Chatel, Fonnet su marne kimmeridgiane, a pochi passi dalla cantina. Le cuvée: precisione, parcella, carattere All’interno della selezione spiccano interpretazioni ormai leggendarie, tra cui: Fidèle – Blanc de Noirs 100% Pinot Noir, emblema della Côte des Bar Blanc d’Argile – 100% Chardonnay da suoli ricchi di argilla, vinificato con approccio artigianale e affinamenti importanti Saignée de Sorbée – rosé di saignée da Pinot Noir, con lunghe macerazioni, raro e identitario La Redazione
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Scuropasso. Una famiglia, due anime, un territorio Arrow Right Top Bg

29 Giugno, 2026

Scuropasso. Una famiglia, due anime, un territorio

  Tra Metodo Classico e Buttafuoco Storico, il racconto della famiglia Marazzi e della Valle Scuropasso Nel panorama vitivinicolo dell’Oltrepò Pavese esistono aziende che hanno scelto di costruire la propria identità attorno a una singola tipologia di vino. Scuropasso ha seguito una strada diversa. Da oltre sessant’anni la famiglia Marazzi interpreta infatti due delle espressioni più rappresentative del territorio: il Metodo Classico Blanc de Noirs da Pinot Nero e il Buttafuoco Storico. Una scelta che racconta bene la storia della cantina e della valle da cui prende il nome. Da una parte la vocazione spumantistica dell’Oltrepò, dall’altra la tradizione dei grandi rossi dello Sperone di Stradella. Due percorsi differenti che in Scuropasso convivono da generazioni e che trovano oggi continuità nel lavoro di Fabio Marazzi e della figlia Flavia. Fondata nel 1962, l’azienda affonda le proprie radici nella Valle Scuropasso, una delle aree più vocate dell’Oltrepò Pavese. Qui il rapporto con la viticoltura non rappresenta soltanto un’attività produttiva, ma una componente essenziale della cultura locale e della storia delle famiglie che da generazioni lavorano queste colline. La storia di Scuropasso coincide in larga parte con quella della famiglia Marazzi. Nel corso dei decenni l’azienda ha accompagnato l’evoluzione del territorio mantenendo saldo il legame con le proprie origini. Oggi la guida della cantina è affidata a Fabio Marazzi, cresciuto tra i vigneti della valle e protagonista dello sviluppo aziendale degli ultimi decenni. Il suo percorso personale è strettamente intrecciato a quello della cantina. Da un lato ha raccolto l’eredità delle generazioni precedenti, dall’altro ha contribuito a consolidare il ruolo del Pinot Nero e del Metodo Classico Blanc de Noirs all’interno della produzione aziendale, mantenendo vivo il rapporto con la tradizione del Buttafuoco. Parlando con lui emerge spesso il ricordo dello zio Primo Marazzi, figura centrale nella sua formazione umana e professionale. Intervista a Fabio Marazzi Qual è il primo ricordo che le viene in mente quando pensa alla cantina Scuropasso? Ricordo con emozione quando da bambino lo zio Primo mi accompagnava nei vigneti raccontandomi le sue esperienze passate mentre mi insegnava a osservare con attenzione tutto quello che ci circondava. Questa risposta aiuta a comprendere uno degli elementi più caratteristici della filosofia aziendale. Prima ancora della tecnica e della produzione viene infatti l’osservazione del vigneto. La conoscenza delle parcelle, delle stagioni e delle peculiarità di ogni annata continua a rappresentare il punto di partenza del lavoro svolto in cantina. Quando gli si chiede quale sia l’insegnamento più importante ricevuto, la risposta è altrettanto chiara: tutto parte dalla terra. Senza una materia prima capace di esprimere il territorio non è possibile raccontarlo attraverso il vino. Questa filosofia trova una delle sue espressioni più evidenti nella linea Roccapietra, nata all’inizio degli anni Novanta e destinata a diventare uno dei progetti simbolo dell’azienda. Il Pinot Nero rappresenta da oltre un secolo una delle grandi vocazioni dell’Oltrepò Pavese. Introdotto nella seconda metà dell’Ottocento, ha trovato in queste colline condizioni ideali per esprimere eleganza, freschezza e complessità. Le escursioni termiche, le esposizioni collinari e la varietà dei terreni consentono infatti di ottenere uve particolarmente adatte alla produzione di Metodo Classico. Scuropasso appartiene a quel gruppo di aziende che hanno creduto nelle potenzialità di questo vitigno ben prima che diventasse uno dei temi centrali del dibattito enologico locale. Una tappa fondamentale nella storia aziendale arriva all’inizio degli anni Novanta con la nascita della linea Roccapietra. Una scelta che sancisce definitivamente il legame della cantina con la tradizione spumantistica dell’Oltrepò e che contribuisce a definirne l’identità contemporanea.   Il Roccapietra Zero Extra Brut rappresenta probabilmente l’espressione più rigorosa della gamma. Si tratta di un Blanc de Noirs ottenuto da Pinot Nero in purezza che punta sulla precisione espressiva del vitigno e sul lungo affinamento sui lieviti. Più in generale, la linea Roccapietra rappresenta la sintesi del percorso che Scuropasso ha sviluppato attorno al Pinot Nero nel corso degli ultimi decenni. Non si tratta semplicemente di produrre Metodo Classico Blanc de Noirs, ma di interpretare una delle vocazioni più autentiche dell’Oltrepò Pavese attraverso vini capaci di coniugare eleganza, freschezza e identità territoriale. Accanto allo Zero Extra Brut troviamo il Roccapietra Cruasé, interpretazione rosé del Pinot Nero dell’Oltrepò Pavese, e il Blanc de Noirs, nel quale il Pinot Nero è affiancato da una piccola quota di Pinot Meunier. Una scelta nata dalla curiosità di Fabio e dall’interesse maturato negli anni nei confronti della Champagne, sempre però con l’obiettivo di valorizzare il territorio d’origine. L’attenzione di Scuropasso per il Pinot Nero non si esaurisce però nel Metodo Classico Blanc de Noirs. A partire dall’annata 2023, commercializzata nel 2025, la cantina ha infatti presentato una novità destinata ad arricchire il proprio percorso produttivo: il Pinot Nero “Seconda Vita”. Il nome racconta efficacemente la filosofia che ha dato origine al progetto. Le uve provengono infatti da una storica parcella di Pinot Nero che per anni ha contribuito alla produzione del Roccapietra Blanc de Noirs. La scelta di vinificare queste uve in rosso anziché destinarle alle bollicine ha permesso di dare una nuova interpretazione a un patrimonio viticolo già profondamente legato all’identità aziendale. L’evoluzione dell’azienda e il ruolo di Flavia Lavorare in una realtà familiare significa custodire una tradizione ma anche saperla evolvere. Come è cambiata Scuropasso da quando ha iniziato a occuparsene direttamente? La nostra azienda ha subito una profonda evoluzione nel corso degli anni. Il cambiamento più grande è stato all’inizio degli anni Novanta con la nascita delle bollicine Roccapietra. Se invece dovessi raccontare il cambiamento più significativo della storia recente è stato circa dieci anni fa con l’ingresso di mia figlia Flavia in azienda. Dopo aver concluso gli studi di enologia e qualche esperienza fuori dal territorio, oggi si dedica con passione ai nostri progetti e al futuro dell’azienda. Lei rappresenta la vera innovazione. Le parole di Fabio aiutano a comprendere il ruolo che Flavia ricopre oggi all’interno della cantina. Dopo gli studi in enologia e le esperienze professionali maturate fuori dall’ambiente familiare, ha scelto di rientrare in azienda portando nuove competenze tecniche e una visione aggiornata delle sfide che attendono il settore. Il suo ingresso rappresenta molto più di un semplice passaggio generazionale. Significa l’arrivo di una nuova sensibilità professionale capace di confrontarsi con i cambiamenti del mercato, con le esigenze della sostenibilità e con le sfide poste dal cambiamento climatico, mantenendo però saldo il legame con la storia della famiglia. Se il Pinot Nero e il Blanc de Noirs rappresentano una delle espressioni più conosciute dell’Oltrepò Pavese contemporaneo, il territorio custodisce anche una tradizione altrettanto importante, legata ai grandi vini rossi dello Sperone di Stradella. È una storia che affonda le proprie radici nella cultura agricola locale e che continua a rappresentare una componente fondamentale dell’identità dell’Oltrepò. Per Scuropasso questa tradizione non costituisce un percorso alternativo rispetto a quello del Pinot Nero, ma una parte complementare della stessa storia aziendale. Il Buttafuoco Storico trova la propria origine nello Sperone di Stradella, un’area particolarmente vocata dove Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta di Canneto convivono da generazioni dando vita a uno dei vini più rappresentativi del territorio. Il Club del Buttafuoco Storico ha avuto negli anni un ruolo fondamentale nella tutela di questo patrimonio, contribuendo a preservarne autenticità e identità. Per Fabio il rapporto con questo vino possiede anche una dimensione personale. Era il vino preferito dello zio Primo, quello che accompagnava le occasioni importanti della vita familiare. Per questo motivo il legame della cantina con il Buttafuoco nasce prima di tutto da una tradizione vissuta e tramandata nel tempo. Oggi questa storia continua attraverso il Buttafuoco Storico Vigna Pianlong, una delle etichette più rappresentative dell’azienda. Le uve provengono da una parcella selezionata per la sua capacità di interpretare con continuità il carattere del territorio. La scelta di identificare il vino con una singola vigna testimonia la volontà di valorizzare non soltanto una denominazione, ma anche le peculiarità di uno specifico appezzamento. Vigna Pianlong rappresenta infatti una lettura particolarmente fedele dello Sperone di Stradella, capace di esprimere attraverso il vino il carattere delle colline da cui proviene. Guardando al futuro Quando tra vent’anni qualcuno parlerà di Scuropasso, che cosa le piacerebbe che ricordasse prima ancora dei vini? La storia della nostra famiglia, del territorio, della nostra valle. Sono queste le cose che vorrei che si ricordassero prima ancora dei vini. La risposta riassume efficacemente il percorso della famiglia Marazzi e il rapporto costruito con il territorio nel corso di oltre sessant’anni di attività. La storia di Scuropasso attraversa tre generazioni e continua a svilupparsi lungo due percorsi che in realtà convergono nello stesso obiettivo: raccontare l’identità dell’Oltrepò Pavese attraverso il vino. Che si tratti delle bollicine di Roccapietra o del Buttafuoco Storico Vigna Pianlong, il punto di partenza rimane lo stesso: la terra, la valle, la storia delle persone che la abitano e la volontà di conservarne il patrimonio senza rinunciare a guardare al futuro. È questo il filo che unisce gli insegnamenti di Primo, il lavoro di Fabio e il contributo che oggi Flavia porta all’interno dell’azienda. Un filo che continua a legare Scuropasso alla propria valle e che rappresenta la sua eredità più importante.   Luca Ongari – Bollicine e Dintorni
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